MAURIZIO BAROZZI L’AGGUATO DI VIA FANI 16 marzo 1978 Ricostruzione attenta e meticolosa, lontana da versioni di comodo, ma anche da dietrologie, sulla base di risultanze processuali, perizie medico legali e balistiche, delle Commissioni parlamentari d’inchiesta e delle testimonianze. Roma Luglio 2015 – Saggio di studio - Nuova versione - Non commerciabile 1 AVVERTENZA Questo nostro Saggio, con lo stesso titolo, ha avuto una precedente edizione, altrettanto non commercializzata, realizzata alcuni anni addietro e pubblicata in qualche Sito online, da cui l’abbiamo tolta ed ora sostituita, perché alla luce di ulteriori informazioni, approfondimenti ed elementi di riscontro, la tesi che a suo tempo avevamo avanzato non risulta più convincente, in particolare dopo le nuove “indagini” retrospettive eseguite dalla scientifica della Polizia di Stato su incarico della nuova Commissione parlamentare di inchiesta sul rapimento e sulla morte di Aldo Moro (Giugno 2015). I risultati e le tesi prospettate dalla scientifica della Polizia di Stato, attraverso tecniche e metodi moderni, al tempo dei fatti non disponibili, possono essere criticati, contestati, o interpretati in diverso modo, ma non possono essere ignorati. Analogamente, in questi ultimi anni, sono stati pubblicati testi con lavori altamente specializzati, che hanno contribuito a chiarire alcuni aspetti nelle modalità e dinamiche dell’agguato di via Fani. Tutto questo ci ha obbligato a rielaborare il nostro vecchio Saggio, a studiare più attentamente le vecchie perizie balistiche e medico legali, grazie ad altri elementi di indagine di cui ci siamo giovati. Maurizio Barozzi Le foto delle slide tridimensionali, riportate nel presente testo, sono tratte dalla audizione alla nuova Commissione parlamentare d’inchiesta sul rapimento e sulla morte di Aldo Moro, 10 giugno 2015 (Presidente Giuseppe Fioroni), illustrate dai funzionari e periti polizia scientifica della Polizia di Stato (dalla dottoressa Laura Tintisona, dai dottori Federico Boffi, Lamberto Giannini e Eugenio Spina). Le slide e il video della Audizione, oltre che presenti nel Sito della Camera dei deputati, sono state esposte anche in diversi Siti internet e della stampa nazionale. Roma Luglio 2015 – Saggio di studio - non commerciabile 2 INTRODUZIONE Ci si sarebbe aspettato, visti 5 processi, plurime Commissioni parlamentari d’Inchiesta, ora persino una moderna perizia scientifica, retrospettiva, deposizioni e racconti dei protagonisti, interviste, le sentenze, le condanne, le semilibertà e benefici correlati, di avere un quadro chiaro e preciso almeno delle fasi dell’agguato, trattandosi di una semplice meccanica militare. E invece dubbi e particolari non chiari e non da poco non mancano di certo. Pazienza per tante altre vicende del caso Moro, dove si percepiscono e a volte si possono provare, stranezze, depistaggi, “accordi” e situazioni mai spiegate, ma le sole fasi dell’agguato che non si riescono a precisare, i brigatisti che prima attestano dati sbagliati, poi cambiano e modificano versioni o si arroccano nel silenzio del “tanto tutto è oramai chiaro”, fanno sospettare, e ben a ragione, che forse quel giorno in via Fani ci furono “presenze” che non si possono rivelare. Presenze extra di cui però è difficile trovare riscontri probanti sul campo (tranne forse i “due della moto Honda”), ovvero di partecipazione all’azione e quindi occorre orizzontarsi con i piccoli indizi e le deduzioni, con tutte le carenze ricostruttive che questo comporta. Questa situazione, quindi, ha anche dato fiato a quanti si sono messi a fare i complottisti a tutto spiano, cosicché ne è generata un orgia di ipotesi, fantasie e vere e proprie bufale che vedono contrapposti i “complottisti” (termine per altro errato, visto che qui non sta a significare coloro che “complottano”, ma semmai che prospettano cospirazioni e complotti), con i debunkers i cosiddetti “cacciatori di bufale”. Cominciamo con il dire che in genere l’attitudine prevenuta da debunker (spesso pretestuosa e ambigua), come quella opposta da “complottista” (specialmente se sconfina nella dietrologia), considerate a sè stanti non hanno senso, né hanno mai pienamente convinto. Queste due tipologie di “detective”, infatti, che appassionano due opposte categorie psicologiche di persone: quelle per cui “tutto va ben madama la marchesa” e quelle che, al contrario, vedono inganni dietro ogni porta, dovrebbero invece andare in accordo: lo scettico con il sospettoso, unendo gli sforzi onde discernere la bufala dagli elementi concreti, per arrivare alla verità, una verità che in ragione della stessa natura umana e degli interessi in gioco, la Storia ci dimostra che spesso non è mai chiara e limpida come potrebbe sembrare o come viene attestata da vulgate di comodo per l’opinione pubblica. Ed invece ci si confronta in una lotta senza quartiere, finendo per sconcertare i lettori: i complottisti, cavalcando ogni sospetto, ogni stranezza, spesso semplici coincidenze e i debunkers assatanati a invalidare ogni ricostruzione contraria alle “versioni ufficiali” con maniacale caparbietà, spesso usando gli stessi metodi che usano quegli avvocati difensori, i quali, anche in presenza di prove schiaccianti a carico del proprio assistito, 3 trovano sempre elementi, che non mancano mai, prove da leggere forzandole in senso opposto e dati da rielaborare, per negare l’evidenza. In ogni caso ci teniamo ad affermare che noi non mettiamo minimamente in dubbio che le BR siano state un fenomeno genuino (gli infiltrati che pur abbondano, o certe protezioni che possono aver avuto, sono un altro discorso che non inficia questa genuinità) e riteniamo che il rapimento Moro fu opera loro; ma di certo i fatti non sono andati come ce li hanno raccontati, molti dubbi sono seri e meritano di essere attentamente valutati, perché c’è il sospetto che ci sia anche stato un “aiutino” da loro stesse richiesto o a loro proposto per risolvere alcune carenze, diciamo, di carattere militare (e comunque ci sono poi state delle, chiamiamole, “interferenze”, soprattutto nella successiva gestione di quel rapimento). Non ha importanza sapere, anche perché non è possibile neppure ipotizzarlo, se questo aiutino, queste eventuali “presenze in più”, non dichiarate, arrivate magari con la moto Honda, fossero degli elementi del terrorismo straniero, magari compagni della RAF tedesca; oppure di qualche servizio segreto, cointeressato a quell’impresa e chissà come propostosi; oppure ancora fossero dei professionisti delle armi, ingaggiati per la bisogna, o altro ancora. E neppure sappiamo se tra i nove brigatisti impiegati sul campo, tutti o solo qualcuno di loro erano a conoscenza di queste identità extra di 2 o ma 3 unità.. Allo stesso tempo, però, riteniamo che allo stato attuale delle conoscenze sia inutile e fuorviante presupporre identità o avanzare ipotesi circa una presenza dei Servizi in via Fani di cui pur si percepiscono alcuni indizi che portano quanto meno a sospettare che i nostri Servizi qualcosa sapevano di quell’agguato. Questi sospetti, infatti, al momento non si possono provare, molti magari sono anche coincidenze o cattiva informazione, e quindi su questa strada non si arriverebbe da nessuna parte, tanto facile sarebbe, da parte di “chi di dovere” di sviare e cambiare le carte in tavola, a meno che per cause di ricatti o lotte di potere, qualche “manina gentile” non tira fuori documenti compromettenti tali da provocare un terremoto utile a “chi sa chi” (queste faccende sono sempre andate così, altro che “giornalismo d’inchiesta!). Per fare un esempio, anche se si dimostrasse che la Austin Morris, tipo 1100 mini 1 clubman Estate, 4 porte, presente in via Fani, che forse agevolò l’agguato brigatista, fosse un auto di certe società fiduciarie dei Servizi, neppure questo dimostrerebbe una 1 La recente inchiesta scientifica, della polizia di Stato, soprannominata in “3D” per via delle loro slide tridimensionali, relazionata alla nuova Commissione Moro, a giugno 2015, dice di aver appurato che quella Austin Morris, (ma anche per altri sospetti sui Sevizi in via Fani), non c’entra con i Servizi. Da quello che hanno illustrato nelle audizioni alla Commissione non ci convince del tutto come lo avrebbero stabilito, perché risalire ad una nascosta presenza dei Servizi è un pò come aprire cento scatole cinesi. Collaboratori e uomini utilizzati dai Servizi in genere non figurano negli elenchi ufficiali e quindi, a domanda: “Lei era nei Servizi?”, gli interessati ovviamente rispondono di no ed è difficile provare il contrario. Quindi queste sono indagini “particolari” che svolte con le normali routine, non portano da nessuna parte Ma oltretutto è piuttosto singolare che la Nuova Commissione Moro abbia chiesto alla Polizia di Stato, di indagare in questa direzione, quando la stessa Polizia di Stato e la sua branca di polizia scientifica, è una struttura dello Stato appunto, proprio come i Servizi. Vale a dire: una branca dello Stato che indaga su sè stesso. Mah. 4 sicura partecipazione dei Servizi al rapimento Moro, sia perché bisognerebbe dimostrare che sia stata messa proprio in quel punto e per quei fini funzionali all’agguato, e poi perché potrebbe anche trattarsi di una coincidenza il fatto che si trovava in quel posto a quell’ora, visto che oltretutto stiamo parlando di una zona dove ci sono molti uffici di copertura dei Servizi e abitazioni di persone addette alle FF.AA o che lavorano negli apparati di sicurezza dello Stato. Ma è anche vero che la sua presenza in quel punto è sospetta, anche per il fatto, pur apparentemente minimale, di essere parcheggiata scostata dal bordo del marciapiede di circa 0,50 cm. quando probabilmente all’ora di notte o primissima mattina in cui fu parcheggiata non vi erano difficoltà di parcheggio. Allo steso tempo però non ci si vengano a raccontare favolette, come quando si vuol sostenere che quel Camillo Guglielmi, colonnello dei Sevizi, recatosi a pranzo (verso le 9,30 del mattino!) a casa di un amico (che poi in parte lo smentisce), che abita ad un paio di un centinaia di metri da Via Fani, sia una coincidenza (nel caso veramente singolare), dicesi dimostrata dal fatto che al momento del rapimento Moro non era ancora entrato a far parte del Sismi. Come se un uomo dal passato di Guglielmi, interno alle funzioni delle Gladio, per dimostrare che sia stato coinvolto in una operazione di Intelligence, per qualsivoglia incarico e motivo e a latere di quell’azione, ci sia bisogno di un ruolino di servizio ben preciso. La sua presenza potrà anche essere stata casuale ((?), ma non ci si prenda in giro volendola dimostrare con baggianate. Noi abbiamo una nostra idea su quale fu il ruolo dei Servizi (anche non italiani) in quella vicenda, e di dubbi e forti sospetti ne abbiamo tanti, ma non serve esplicitarli ed in ogni caso si ricordi sempre che i nostri Servizi, sono “nostri” fino ad un certo punto. Si dà il caso infatti che in virtù di diktat di guerra, accordi e protocolli, anche segreti, che ne conseguirono, fino all’inquadramento nel sistema Atlantico, le nostre FF.AA. sono subordinate nei loro vertici militari agli alti comandi Nato e il giro di scambi d’informazioni, che per esempio obbligano la Cia e i nostri Servizi, sono fortemente condizionati e non sono reciproci: a nostro danno! Generali delle nostre FF.AA. e dei Servizi hanno spesso completato le scuole di guerra negli USA, le strutture stay behind sono in mani Atlantiche, la base di addestramento per i “gladiatori” di Capo Marrargiu fu voluta e finanziata dalla Cia, e così via. Questo per dire che nelle questioni di grande importanza politica e strategica, non esistono “servizi deviati” o “infedeli” (favoletta per bambini), e che le rivalità e le lotte intestine, i personalismi, e i diversi referenti politici a cui i comandanti dei Servizi sono spesso soggetti, hanno un ruolo del tutto relativo: nelle faccende veramente importanti, attraverso giri di catene di comando, il pallino è nelle mani del sistema atlantico o della Cia, e solo apparentemente in quelle italiane. Lasciamo stare quindi le ipotesi su oscure presenze dei Servizi in via Fani, ma allo steso tempo però, visto che in casi come questo, le coincidenze spesso non sono solo tali, non si deve mai scartare niente e occorre vagliare tutto, se non altro come “ipotesi di lavoro”, ma sempre con un certo disincanto: mai formulare teoremi. 5 Abbiamo diviso questo Saggio in due Sezioni: nella PRIMA PARTE ricostruiremo l’agguato di via Fani secondo le indicazioni fornite dagli stessi brigatisti, integrandole con le varie testimonianza sul posto e con l’esito delle perizie balistiche e medico legali, quelle che hanno almeno riscosso un ampio consenso. Con il disegno panoramico alla Pag. 31, abbiamo anche illustrato le fasi, le presenze e la dinamica dell’agguato, che possono ricostruirsi in base alle suddette testimonianze, pur con tutti i dubbi e le poche certezze in merito. Ne verrà così fuori un quadro che può anche essere accettabile, ma lascia alcuni buchi e vari dubbi. E soprattutto pone il pesante interrogative del perché le BR hanno spesso mentito in particolari anche secondari quando, come accennato, dovevano semplicemente definire le modalità e le dinamiche di una azione di carattere militare. Questo fa legittimamente sospettare che se hanno mentito, e vedremo poi su quali punti, dovevano avere un valido motivo per non far conoscere un'altra parte di verità. In questa Prima Parte, riporteremo le risultanze più significative e necessarie alle indagini presenti nelle varie perizie a suo tempo eseguite, ed anche l’ultima fatta dalla Polizia di Stato, oltre ad alcune testimonianze significative. Dati oggetti i scremati da tnti dati confusionari o contraddittori, perché è importante che il lettore consideri solo dati ed elementi presenti negli atti e nelle relazioni ufficiali degli organi competenti e non si basi sulla letteratura in argomento, dove ogni autore, per sostenere la sua tesi, ha fatto uso di dati ed elementi, non si sa bene da dove ripresi, ma spesso totalmente falsi. Nella SECONDA PARTE, invece, stante le carenze e i dubbi appena richiamati su quella che può definirsi la “versione storica”, una versione che vorrebbe far credere che in quell’evento tutto è oramai stato chiarito e non c’è niente di misterioso da scoprire, quando invece non convince affatto, azzarderemo un'altra ricostruzione, che abbia, in ogni caso, la possibilità di reggersi, non con un semplice ragionamento o supposizioni pur convincenti, ma anche con riscontri nei fatti. Forse questa che noi andremo a prospettare non sarà l’unica ricostruzione possibile dell’agguato brigatista del 16 marzo 1978 in Via Fani, ma riteniamo che possa considerarsi la più realistica possibile. *** 6 PARTE PRIMA « La ricostruzione dell’agguato di via Fani sul tema della versione fornita dai brigatisti, integrata e passata come “versione storica”» Ricostruzione in 3D dei momenti di fuoco fatta dalla perizia scientifica - Polizia di Stato su incarico della nuova Commissione parlamentare di inchiesta sul rapimento e sulla morte di Aldo Moro 7 LA CRONACA Ecco come la cronaca storica ha registrato l’agguato di via Fani con il rapimento dell’on Aldo Moro (1916 – 1978 qui a lato una foto di qualche anno prima). Riassumiamo, mostrando anche qualche passaggio di come l’ha riassunto l’enciclopedia on line Wikipedia. Più avanti preciseremo, correggeremo e spiegheremo. Il sanguinoso agguato delle BR fu compiuto il mattino del 16 marzo 1978 in via Mario Fani a Roma, uccidendo i componenti della scorta di Moro, presidente della Democrazia Cristiana. Questo tragico fatto di sangue degli “anni di piombo”, fu il primo atto del drammatico rapimento dell'esponente politico che si concluse dopo 55 giorni, il 9 maggio 1978 con il ritrovamento del cadavere di Moro nel bagagliaio di una Renault 4 rossa in via Michelangelo Caetani. Le modalità precise dell'agguato, denominato in codice all'interno delle Brigate Rosse “Operazione Fritz” [in riferimento alla frezza bianca sulla capigliatura di Moro], i dettagli operativi, le circostanze precedenti e successive all'attacco, le responsabilità, i componenti del gruppo di fuoco terroristico, l'eventuale presenza di altre componenti estranee alle Brigate Rosse o di connivenze e aiuti esterni, sono tutti aspetti della vicenda aspramente dibattuti in sede processuale, parlamentare e pubblicistica, e rimangono oggetto di discussioni e dubbi. Preliminari Non si conosce la data esatta in cui le BR presero la decisione definitiva di rapire l’on. Moro, di certo molti mesi prima del 16 marzo ‘78. Era comunque da tempo che Moro veniva sorvegliato, soprattutto per studiarne gli spostamenti: l’uscita da casa in via Trionfale, il suo studio in via Savoia, le sue lezioni all’Università, le sue mattutine presenze alla Chiesa Santa Chiara in piazza dei Giuochi Delfici, i suoi frequenti passaggi con la scorta da via Mario Fani, e così via. Alla fine venne presa la decisione di eseguire l’agguato in via Mario Fani, angolo via Stresa, un tratto di strada che si prestava bene per questo genere di operazioni. Roma, ore 08:45 - ore 09:00 circa. Giovedì 16 marzo 1978 a Roma era previsto il dibattito alla Camera dei deputati ed il voto di fiducia per il quarto governo presieduto da Giulio Andreotti (foto a lato); per la prima volta nella storia repubblicana il Partito Comunista Italiano avrebbe concorso direttamente alla maggioranza parlamentare del nuovo esecutivo. Principale artefice di questa complessa e difficoltosa manovra politica era stato il presidente della DC, il partito italiano di maggioranza relativa, l'onorevole Aldo Moro. Con una faticosa mediazione e sintesi politica, Aldo Moro, dopo colloqui con il segretario comunista Enrico Berlinguer, era riuscito a sviluppare il rapporto politico tra i due maggiori partiti italiani la DC e il PCI. Superò forti resistenze interne al suo partito e contrasti tra le varie forze politiche; fino alle ultime ore erano sorti problemi legati alla composizione ministeriale (giudicata 8 insoddisfacente dai comunisti) del nuovo governo guidato da Andreotti, ma alla fine gli accordi erano stati trovati e la votazione sembrava scontata. Ministro degli Interni sarà Francesco Cossiga (qui a lato in foto) che poi avrà un decisivo ruolo nei 55 giorni del rapimento. Questa evoluzione politica aveva in sé molti aspetti ambigui e pericolosi: rispetto agli accordi di Jalta, era un “compromesso storico” foriero di possibili sviluppi “autonomisti” del nostro paese rispetto al suo schieramento atlantico e scollamenti rispetto all’inquadramento del PCI nell’orbita sovietica (Eurocomunismo), quindi uno sviluppo mal visto sia a Washington che a Mosca. Anche ad Israele la politica estera di Moro, propensa ad una certa equidistanza nei conflitti arabo – palestinesi - israeliani, non era mai piaciuta. Si ricordava di quando nel 1973, Moro da ministro degli esteri, negò gli scali agli arerei americani che dovevano rifornire Israele nella guerra del Kippur, facendone approvare dal Parlamento il diniego. Ma anche nel 1975 Moro per evitare ritorsioni, o comunque l’estendersi della guerriglia sul nostro territorio, si accordò con le frange Palestinesi, di non usare l’Italia come terra di scontro, e in cambio liberò due palestinesi arrestati per un progettato attentato a Fiumicino contro la El Al. Furono liberati e portati in Libia da un aereo, Argo, dei nostri Servizi. Poco dopo si scatenò una tremenda vendetta: l’aereo Argo venne fatto precipitare su Porto Marghera, e ne rimasero uccisi 4 membri dell’equipaggio. Tutti i sospetti erano sugli israeliani, ma al processo non ci furono colpevoli. Su Moro pesava anche il segretissimo “lodo Moro”, una specie di accordo con la guerriglia palestinese che si impegnava a non compiere attentati in Italia. Moro per la sua politica era anche stato minacciato da Kissinger in modo pesante. Non era però vero che Moro “apriva” al comunismo, anzi era vero il contrario perché questa nuova formula di governo, intanto risolveva la crisi che attanagliava, anche in termini di voti, da tempo la DC e in prospettiva rischiava di snaturare completamente il PCI coinvolgendolo nella prassi di governo, come già era avvenuto anni prima per i socialisti. Aldo Moro era inoltre oggetto di accuse scandalistiche, ispirate dagli Usa per minarne l'autorevolezza. Nel quadro del cosiddetto "scandalo Lockheed", era stato ventilato sulla stampa che il famoso “Antelope Kobbler”, il misterioso referente politico, coinvolto nella transazione finanziaria con l'industria aeronautica statunitense, avrebbe potuto essere Moro. Proprio il mattino del 16 marzo 1978 il quotidiano la Repubblica pubblicava in terza pagina un articolo in questo senso con il titolo: <<Antelope Kobbler? Semplicissimo, è Aldo Moro>>. Si è saputo in seguito che fu una montatura ispirata dagli Sati Uniti. La presentazione delle dichiarazioni programmatiche del nuovo governo Andreotti alla Camera dei deputati era stata fissata per le ore 10:00 del 16 marzo e fin dalle ore 08:45 gli uomini della scorta dell'onorevole Moro erano in attesa, fuori dalla sua casa in via del Forte Trionfale 79, che l'uomo politico uscisse dalla propria abitazione per accompagnarlo in Parlamento anche se forse doveva prima avere un altro incontro politico con un perplesso Zaccagnini a casa sua. I brigatisti provvidero anche a passare sotto casa di Moro per accertarsi che ci fosse la scorta e quindi Moro fosse in procinto di uscire di casa. Aldo Moro scese qualche minuto prima delle 09:00 e accompagnato dal maresciallo capo dei carabinieri Oreste Leonardi, suo collaboratore da anni, salì sulla Fiat 130 blu, guidata dall’appuntato dei CC Domenico Ricci, sedendo nei sedili posteriori. Subito dopo il piccolo convoglio, l'auto del presidente con l’autista e Leonardi e quella della 9 scorta di polizia, una Alfa Romeo Alfetta 1.800 bianca, con l’autista la guardia di PS Giulio Rivera, il vice brigadiere Francesco Zizzi e la guardia Raffaele Iozzino, si mise in movimento in direzione di via della Camilluccia tagliando, come faceva spesso, ma non sempre, per via Fani. Le auto procedevano a velocità un pò sostenuta, mentre Moro consultava i giornali del mattino. Ore 09:02 Alle ore 09:02 circa in via Mario Fani (via larga circa 10 metri, a doppio senso, che nel proseguo chiameremo “Fani alta” il tratto in discesa prima dell’incrocio con via Stresa, e “via Fani bassa”, da poco prima l’incrocio in avanti), l'auto di Moro e l’Alfetta della scorta, provenienti da via Trionfale, furono bloccate allo stop, proprio all'incrocio con via Stresa, da una Fiat 128 familiare, versione giardinetta, targata CD 19707, una falsa targa diplomatica destante pochi sospetti, che messasi davanti al convoglio, si era fermata proprio a cavallo dello stop dell’incrocio. La “128 CD”, a cui si disse che erano state disattivate le luci degli stop posteriori, ma non era vero, era guidata da Moretti. Sembra che la macchina con Moro non tamponò la 128 CD che gli si era fermata improvvisamente davanti, forse lo fece in un secondo momento, nel tentativo di svicolare dal blocco, e poi l’Alfetta di scorta tamponò a sua volta la 130 di Moro forse a causa dell’autista che, colpito a morte, lasciò il freno. . Il BR Moretti, che guidava la 128 CD, escluse di essere stato tamponato allo stop, disse che proprio il non farsi tamponare era importante per non destare attenzione negli agenti di scorta. Il BR Valerio Morucci parlò di tamponamento e alcuni testimoni, hanno sentito il rumore degli urti. Ancora oggi la 130 di Moro mostra una ammaccata anteriore, ma sembra che sia stata causata poco dopo con le auto che si tamponarono a catena, oppure per il fatto che l’autista della 130 di Moro, cercò di svicolare sulla destra, ma non poteva passare a causa di una Austin Morris modello mini Clubman Estate parcheggiata a destra a fianco del marciapiede e la retrostante Alfetta di scorta che non gli faceva fare manovra. A macchine quasi ferme, 4 uomini vestiti simile alle uniformi dell’aeronautica, sbucarono dal marciapiede di sinistra, da dietro le piante di fronte al bar Olivetti chiuso per restauri, e fecero qualche passo per coprire i 5 metri di mezza carreggiata che li separavano dalle auto ferme e aprirono il fuoco uccidendo tutti e 5 i militi della scorta e lasciando incolume Moro. Qui a lato, una simulazione, dal film “Il caso Moro” di Giuseppe Ferrara. In terra si vede una borsa, marcata Alitalia, probabilmente con le armi, vista dai testimoni. 10 Nella 130 presidenziale trovarono la morte il guidatore, appuntato dei CC, Domenico Ricci e il capo scorta maresciallo dei CC Leonardi. Nella Alfetta di scorta mori quasi subito l’autista guardia di PS. Giulio Rivera, mentre l’agente Raffaele Iozzino, seduto dietro, riuscì ad uscire dall’auto ed anche a sparare due colpi con la sua Beretta 92 contro i brigatisti, ma venne falciato da molti colpi. Per la verità anche l’agente Zizzi, seduto a fianco del guidatore dell’Alfetta, colpito gravemente dai proiettili, fece un tentativo di scendere, in parte riuscito per raggiungere il marciapiede, ma crollò a terra. Poi soccorso, fu l’unico che morì all’ospedale. Qui a lato, i corpi dell’autista Ricci e del caposcorta Leonardi nella Fiat 130 presidenziale Nel frattempo una donna, vestita con una gonna blu o grigia in modo da apparire della polizia, si era messa al centro dell’incrocio bloccando il traffico con una paletta e munita di una mitraglietta. Dietro le auto che erano scese da via Fani, invece, si pose una 128 bianca di traverso e due BR si misero di guardia a protezione della via alle spalle. Oltre l’incrocio, invece, una 128 blu, sempre in via Fani bassa, era pronta per la fuga. Finiti gli spari, da via Stresa, dietro l’incrocio, arrivò, a marcia indietro, una Fiat 132 blu che si affiancò alla 130 devastata dai colpi, da cui fecero uscire Moro e lo caricarono sopra. Alcuni BR salirono sulla 128 bianca che era stata messa “a chiusura” dietro le auto bloccate, altri sulla 132 con il rapito e inoltre anche sulla 128 blu e si dileguarono per via Stresa (verso via Trionfale), via in salita, un poco stretta e a doppio senso, non tanto agevole per una fuga. Il tutto era durato circa 3 minuti, sotto gli occhi di alcuni testimoni casuali. Venne notata andar via dietro i brigatisti anche una grossa moto con due uomini sopra che poi venne segnalata per radio alle volanti assieme alle auto in fuga. Tra i testi più importanti, che ebbero modo di vedere ampie scene dell’agguato, e si trovarono poi in parte coinvolti in quella cronaca, ci furono l’ing. Alessandro Marini che, arrivato in motorino da via Fani bassa, si era fermato all’incrocio con via Stresa (per lo Stop) proprio all’inizio della sparatoria e vide tutta la scena. Anzi, raccontò il Marini, i due sulla moto andando via gli spararono anche contro per intimidirlo e non farlo muovere. La signora Eufemia Evadini, che proprio tra le 9 e le 9,02 aveva visto passare le macchine che poi si fermarono allo Stop con via Stresa ed ebbe inizio la sparatoria, vide degli uomini, sette o otto disse, sparare sul lato della strada di fronte al bar Olivetti. Sul lato destro invece non vide nessuno. 11 Il giovane Paolo Pistolesi, della edicola di giornali su via Fani alta più o meno dietro la fiat 128 bianca che sarà poi messa di sbieco dai brigatisti a “cancelletto”. Giovanni Intrevado, un poliziotto della stradale fuori servizio che era arrivato con la sua Fiat 500 da via Stresa all’incrocio proprio mentre portavano via Moro e venne fermato dalla donna con mitra e paletta e da un altro brigatista in divisa da aviere. Pietro Lalli che si definì un buon esperto di armi e che era addetto ad una pompa di benzina su via Fani bassa; questi, uditi i primi spari, aveva risalito qualche metro per arrivare a circa 100 metri dall’incrocio e vide un BR in divisa da aviere che sparava, disse il Lalli, con grande abilità, in due tempi, contro la 130 e poi contro l’Alfetta. Ed infine Antonio Buttazzo, un ex poliziotto che stava eseguendo funzioni di autista privato, il quale accortosi del rapimento andò dietro le auto in fuga per un primo tratto. In tutto si ebbero una trentina di testimoni, anche dai balconi e finestre di cui, almeno 24, videro fasi della strage e del rapimento. Fuggiti i brigatisti, rimasero sul luogo dell’agguato sparuti testi, impauriti e sconcertati, e le auto crivellate di colpi con dentro 4 agenti, tre morti e uno moribondo che morirà poi all’ospedale. In terra l’agente Iozzino crivellato di colpi, coperto prima con un giornale e poi con un lenzuolo (foto sotto). Rimase anche l'auto Fiat 128 familiare con targa del corpo diplomatico "CD”, ferma all'incrocio e abbandonata. Nel frattempo arrivò prima una Alfetta con dei poliziotti in borghese, alquanto esagitati, e subito dopo un auto della polizia, ma queste sequenze non sono ben definite nei tempi. La prima comunicazione alle forze dell'ordine venne registrata alle ore 09:03 al 113 da una telefonata anonima che informava di una sparatoria avvenuta in via Mario Fani; la centrale operativa del 113 provvide quindi ad allertare subito la pattuglia del Commissariato di Monte Mario che era in sosta di servizio in via Bitossi, proprio dove, poco dopo, secondo i racconti dei brigatisti, sarebbero dovute giungere alcune auto dei brigatisti in fuga. 12 Dalla documentazione della Questura risulta che già alle 09:05 arrivò la prima comunicazione degli agenti della pattuglia di Monte Mario che, giunti sul posto in via Fani, provvidero ad allontanare la folla che si era radunata, ispezionarono le auto con i colleghi colpiti, raccolsero le prime notizie dalle persone presenti e richiesero di "inviare subito le autoambulanze: sono della scorta di Moro e hanno sequestrato l'onorevole". Gli agenti, da informazioni sul posto, riferirono anche che i malviventi si sarebbero allontanati su una Fiat 128 bianca con targa "Roma M53995"; i poliziotti della pattuglia diramarono anche l'informazione che i terroristi avrebbero indossato "divise da marinai, dell’Alitalia o da poliziotti". Entro le ore 09:10, venne comunicato alle autoradio delle volanti dalla sala operativa della Questura di ricercare, oltre alla Fiat 128 bianca in cui erano stati segnalati giovani a bordo, anche una auto Fiat 132 blu targata "Roma P79560" e una "moto Honda scura". Qui sotto l’Alfetta di scorta devastata dall’agguato: vista da destra e, nella foto sotto, dalla parte opposta da dove sul lato sinistro ricevette i colpi. 13 LA SCORTA E I COMPONENTI COMMANDO Qui sotto: la scorta massacrata; nell’ordine: il maresciallo Oreste Leonardi 51 anni, la guardia di PS Raffaele Iozzino 25 anni, il vice brigadiere Francesco Zizzi 29 anni, la guardia Giulio Rivera 23 anni, l’appuntato dei CC Domenico Ricci 43 anni.. Come abbiamo visto, sia in base alle testimonianze dei brigatisti, che a quanto si è potuto ricostruire, i componenti certi del commando impegnato in via Fani, sarebbero stati 10 elementi, qui sotto nell’ordine e con il loro nome di battaglia: Alvaro Lojacono “Otello” del 1955; Alessio Casimirri “Camillo” del 1951; Mario Moretti “Maurizio” del 1946; Valerio Morucci “Matteo” del 1949; Prospero Gallinari “Giuseppe” del 1951; Raffaele Fiore “Marcello” del 1954; Franco Bonisoli “Luigi” del 1955; Bruno Seghetti “Claudio” del 1950; Barbara Balzerani “Sara” del 1949; e Rita Algranati “Marzia” del 1958. Lojacono Casimirri Fiore Bonisoli Moretti Seghetti 14 Morucci Gallinari Balzerani Algranati RICOSTRUZIONE AGGUATO DI VIA FANI Per prima cosa riporteremo qui appresso la versione fornita dai brigatisti, sia pure a pezzi e bocconi negli anni, con tante rettifiche, cambiamenti e precisazioni, integrandola però con importanti testimonianze e perizie medico legali che precisano più realisticamente i fatti. Una ricostruzione che, in linea di massima, ma con alcune varianti anche importanti, sarà in parte ricostruita con le nuove risultanze scientifiche della Polizia di Stato che però non entra nel merito di nomare ogni brigatista presente in una determinata azione o luogo ed altri particolari. Critiche a questa versione e una ipotesi alternativa le riporteremo nella Seconda Parte. LA VERSIONE DEI BR: MEMORIALE DI VALERIO MORUCCI Questo memoriale di Morucci, volenti o nolenti è il punto di riferimento e di partenza per qualsiasi considerazione su quella impresa. Venne elaborato da Valerio Morucci e anche Adriana Faranda sul lungo tempo: sembra che ci vi fu un certo traffico tra una suora addetta nella carceri a mettere in contatto detenuti con personalità e anche Servizi (suor Teresilla Barillà) e il vicedirettore del Popolo, dunque la DC, Remigio Cavendon. Il tutto poi fatto pervenire al presidente Cossiga che poi, stranamente, lo trattenne a lungo prima di renderlo pubblico. In un primo momento non venne condiviso da Mario Moretti, che poi invece ritenne opportuno avallarlo. Si ha la netta impressione che vennero riportati elementi falsi, in tutto o in parte, con altri veritieri, in tutto o in parte, mischiando i secondi ai primi per avallare quest’ultimi. In questo ‘memoriale Morucci’, fatto arrivare nei 1986 al presidente Cossiga, i numeri si riferiscono alle identità dei brigatisti: «« 1: Mario Moretti; 2: Alvaro Loiacono; 3: Alessio Casimirri; 4: Barbara Balzerani; 5: Bruno Seghetti; 6: Valerio Morucci; 7: Raffaele Fiore; 8: Prospero Gallinari; 9: Franco Bonisoli; 10: Rita Algranati [sarà aggiunta in un secondo momento. Fece da segnalatrice delle auto presidenziali e andò via prima dell’agguato] La mattina del 16 marzo 1978, tutti i partecipanti all‘agguato giunsero in via Fani con le armi personali e i mitra, tranne i due irregolari Casimirri e Loiacono ai quali, solo la stessa mattina dell’operazione, furono consegnate delle armi. 15 Alle 8,45 del 16 marzo un gruppo di nove brigatisti si portò all’incrocio tra via Fani e via Stresa disponendosi secondo il piano elaborato nel villino di Velletri dalla direzione della colonna romana Moretti sostava al volante di una Fiat 128 con targa CD subito dopo via Sangemini. Loiacono e Casimirri erano a bordo di una Fiat 128 bianca poco più avanti. Un’altra Fiat 128, di colore blu, era parcheggiata con a bordo la Balzerani oltre l’incrocio con via Stresa e con il muso rivolto verso la direzione di arrivo delle auto di Moro. Una quarta auto, una Fiat 132 blu con a bordo Seghetti era in via Stresa, parcheggiata sul lato sinistro contromano, pronta a portarsi in retromarcia al centro dell’incrocio Una quinta macchina, una A112, era parcheggiata sul lato destro di via Stresa a venti metri dall’incrocio, con il muso in direzione di via Fani, ma non vi erano persone a bordo I componenti del nucleo incaricati di aprire il fuoco contro le due auto della scorta di Moro, Morucci, Fiore, Gallinari e Bonisoli erano appostati dietro le siepi antistanti il bar Olivetti, a pochi metri dall’incrocio Il bar era chiuso per restauri Appena la Fiat 130 di Moro, proveniente da via Trionfale, imboccò via Fani, la Fiat 128 CD si inserì nella carreggiata per precederla fino all’incrocio con via Stresa Giunto all’altezza del segnale di stop, Moretti bloccò l’auto facendosi tamponare dalla Fiat 130 che, a seguire, fu tamponata dall’Alfetta di scorta A questo punto, poiché la Fiat 130 si spostava in avanti e indietro nel tentativo di guadagnare un varco, Moretti fu costretto a rimanere nell’auto fino quasi al termine della sparatoria Subito dopo il tamponamento, la Fiat 128 bianca con a bordo Loiacono e Casimirri si pose dietro l’Alfetta, trasversalmente lungo la carreggiata, allo scopo di bloccare il traffico dalla parte alta di via Fani e rispondere a eventuali attacchi da parte delle forze di Polizia Contemporaneamente la Balzerani scese dalla Fiat 128 blu mettendosi al centro dell’incrocio via Fani/via Stresa per bloccare il traffico anche nella parte inferiore della scena mentre Morucci, Fiore, Gallinari e Bonisoli si portarono in strada per sparare contro gli uomini della scorta evitando che l’onorevole Moro venisse colpito. I primi due attaccarono la Fiat 130, i secondi fecero fuoco contro l’Alfetta di scorta. Nel corso dell’azione si inceppò il mitra FNA43 di Morucci, che nel tentativo di disincepparlo si spostò verso l’incrocio per non intralciare il resto del commando. Quando ripristinò la funzionalità dell’arma l’attacco era quasi terminato ma riuscì comunque a far fuoco sulla Fiat 130 Quasi contemporaneamente si bloccò anche l’M12 di Fiore. Nel corso dell’azione, anche Gallinari e Bonisoli furono costretti a utilizzare le pistole in dotazione dato che anche i loro mitra si erano inceppati Al termine dell’azione, Moretti scese dalla Fiat 128 CD e, assieme a Fiore e Gallinari, prelevò l’onorevole Moro dalla Fiat 130 per caricarlo sul sedile 16 posteriore della Fiat 132 che, nel frattempo, si era portata a ridosso dell’auto di Moro con una manovra di retromarcia»». In pratica, secondo i brigatisti, venne progettato e realizzato, questo schema disegnato qui sotto, dove non abbiamo riportato i due brigatisti di guardia presso la 128 messa di sbieco, ovvero Lojacono e Casimirri, ubicati nel cosiddetto “cancelletto alto,” e la Balzerani, posta a sorvegliare il traffico più in basso, ovvero dopo lo Stop all’incrocio (il “cancelletto basso”), perché costoro dicesi non avrebbero sparato. I 4 tiratori invece, vestiti da avieri, sono, in fila e a partire dal basso, in una strada che va in salita: Morucci, Fiore, Gallinari e Bonisoli. Le due auto nei lati opposti sono: a sinistra in basso del disegno una Austin Morris 4 2 porte bleu, e a destra una Mini Cooper bordò (definita anche “verde chiaro”). Questa è la versione dell’agguato data da Valerio Morucci, alla quale si dovrebbero apportare le seguenti precisazioni: - Moretti, disse che non ci fu tamponamento tra la sua Fiat 128 targata CD usata per bloccare le auto della presidenziale ed in effetti questo sembra confermato dalle recenti perizie. Solo in un secondo momento le due auto si urtarono. - per Morucci le perizie hanno ipotizzato che con il suo Fna43, abbia sparato alcuni colpi, forse 7 (ipotetici) e poi, cambiato il caricatore, sparato altri colpi, totalizzandone 22. Il conto dei colpi sparati in prima battuta dal Morucci, è però del tutto ipotetico. 2 Questa Mini Cooper fù descritta dalla scientifica, nei rilievi in strada, di colore bordò. La stampa la indicò come verde chiaro, e anche con tettuccio nero, Noi solo per praticità la indichiamo bordò. 17 - Bonisoli ha sempre dichiarato che il suo mitra Fna N. 2 si bloccò «quasi subito». Difficile ipotizzare quanti colpi abbia sparato, ma vi è una grande incongruenza in quanto, le perizie hanno stabilito che l’Fna N. 2, che dovrebbe avere Bonisoli ha sparato ben 49 colpi. - Gallinari ha scritto: <<Quello che temevo accade: a metà della raffica il mitra si inceppa, estraggo istintivamente la pistola che porto alla cintura, continuando a sparare come se non fosse cambiato nulla». Difficile dire quanti colpi abbia sparato, le perizie dicono 5. - Fiore ha affermato: «Ricordo che premetti il grilletto e il mio mitra, un M12, che avrebbe dovuto essere il migliore, si inceppò subito. Io avevo il compito di sparare sull’autista. [...] Tolsi il caricatore del mitra, ne misi un altro, ma non funzionò egualmente. [...]». Quel “si inceppò subito” dovrebbe significare che non ha sparato affatto, ma sembra si sia reperito almeno 1 proiettile del suo M12, i bossoli poi dicono che i colpi sparati POTREBBERO ESSERE 3. - Poi ci sarebbero i colpi delle due pistole di Gallinari e Bonisoli, max 8 + 8. Quella del Bonisoli è una 7,65 parabellum, facilmente distinguibile dagli altri colpi che sono tutti in calibro 9 parabellum, e di questa si sono repertati solo 4 bossoli, quindi non dovrebbe aver esaurito il suo caricatore. Qui nella foto sotto si vede la 128 giardinetta CD bianca in prima fila, ferma allo stop all’incrocio e che ha bloccato dietro le due auto di Moro. Si nota anche via Fani, da dove venivano le auto, che mostra un po’ di pendenza., Sulla sinistra della foto, quindi il lato destro della strada, vi sono gli appartamenti dal civico di numero pari, all’angolo terminano con il numero 6; mentre sul lato opposto (qui in foto a destra), dove vi era il bar Olivetti e da dove arrivarono gli spari, vi sono gli appartamenti con il civico dal numero dispari: verso l’incrocio vi è il n. 109. 18 Qui sotto: le auto di Moro. Nella prima foto la Fiat 130 blu, a fianco si nota una Austin Morris mini Clubman Estate 1100 parcheggiata a fianco del marciapiede Foto sotto: l’Alfetta della scorta crivellata di colpi. 19 TRE PARTICOLARI IMPORTANTI Per ora, mettendo qui appresso in piedi questa ricostruzione, “storica”, secondo i canoni che abbiamo accennato ovvero seguendo il tema dettato dai brigatisti seppur corretto in qualche modo in varie sedi (testimonianze, processi, ecc.), non si parla e non si approfondiscono tre aspetti in particolari che pur sono importanti e riteniamo opportuno affrontarli in seguito. Sono elementi, tutti negati dai brigatisti, il primo rimasto dubbio, ma gli altri due possono darsi per certi. Più che altro riguarderanno la Seconda Parte, ma non possono essere ignorati anche in questa preliminare ricostruzione “storica”. Ne diamo un accenno e poi dovremmo riprenderli nella Seconda Parte. 1. Un BR che da destra sparò al m/llo Leonardi? Come vedremo nella Appendice 1 in calce a questa Parte Prima, dove riportiamo la testimonianza dell’ ing. Alessandro Marini un teste che ebbe modo di assistere all’agguato fin dal suo inizio: questi afferma che uno dei quattro brigatisti vestiti da avieri, approssimatosi sul lato sinistro al muso della 130 presidenziale, spaccò. non si sa con che cosa, forse con il calcio del mitra, il vetro laterale e cominciò a sparare. In una seconda testimonianza, resa alcuni mesi dopo, affermò che anche un altro brigatista, uscito dallo sportello destro della Fiat 128 targata CD, si portò a destra del muso anteriore dell’auto, spaccò il vetro laterale iniziando a sparare. Si da il caso che queste testimonianze dell’ing. Marini, restano dubbie anche se la relazione peritale Tecnico Balistica Medico legale del 1993, resa nota nel 1994 (vedi loro disegno a lato), recepì la possibilità che un brigatista (L nel disegno), uscito dallo sportello destro dell’auto utilizzata per bloccare le macchine di Moro, si era portato sul lato destro della 130 presidenziale e aveva sparato per primo, contro il passeggero di destra che era il Leonardi. I brigatisti negarono che nella 128 targata CD ci fosse un passeggero e recenti perizie scientifiche della Polizia di Stato (che però non convincono a pieno e ne riparleremo), negano che in questo modo, ad inizio agguato, venne sparato al Leonardi da destra. In ogni caso entrambi i deflettori anteriori laterali dell’autovettura risultano infranti. Può darsi che l’ing. Marini, che nelle sue plurime deposizioni, rese negli anni, sottoposto a stress mediatici, spesso creduto, a volte no, combinò una certa confusione. ma molte sue testimonianze risultano esatte e preziose. Può anche darsi che in quei momenti drammatici che come noto al Marini, lì fermo sul suo motorino ad assistere alla repentina e cruenta scena, per paura perse dell’orina, abbia invertito i tempi: magari 20 prima spararono attraverso il vetro e poi lo spaccarono per sparare meglio, ma questo è un particolare secondario. Ma il particolare decisivo, invece, sarebbe quello del brigatista che portatosi sul lato destro spara, rompendo prima o dopo che sia , il vetro e uccide il maresciallo Leonardi. Questa ipotesi andrà attentamente vagliata, e la considereremo meglio più avanti. 2. Un Br a volto coperto? I BR hanno anche negato che ci fosse uno di loro, con il volto coperto da un sotto casco e con un arma, sembra un mitra, in mano. Ma questa presenza attestata e ben descritta da molti testimoni, non può essere messa in dubbio, anche se non si sa di preciso cosa abbia fatto oltre a fermare, il giovane Paolo Pistolesi che, uscito dalla sua edicola su via Fani alta, si stava avvicinando alle macchine coinvolte nell’agguato. . Il teste Paolo Pistolesi, figlio del gestore della edicola di giornali ivi ubicata più su al civico 93, circa un centinaio di metri prima dei punti di fuoco, infatti, ha chiaramente visto uno che: «indossava un passamontagna nero con una striscia rossa al centro che gli lasciava visibili soltanto gli occhi. […] Era alto circa un metro e settanta e con abiti scuri… impugnava un mitra con il braccio destro , tenendolo rivolto verso l’alto». I testi coniugi Moscardi, Tullio e Maria Iannacone, che abitano al terzo piano di via Fani 109, dalle loro finestre vedono un soggetto in strada che può essere assimilato a quello visto dal giovane Pistolesi. Il Moscardi lo descrive: «giovane, alto e di corporatura atletica con la testa coperta da una specie di calzamaglia. Imbracciava un arma senza calcio, una pistola mitragliatrice, forse». E la moglie aggiunse: «Era al centro della strada che indossava una sorta di calzamaglia integrale fino alla testa e che aveva gli occhi coperti da una specie di mascherina di carnevale . L’arma che aveva in mano era voluminosa, ma non assomigliava al classico mitra delle forze dell’ordine». Precisò anche: «Ho visto un uomo travisato con una specie di passamontagna di colore nero; vestiva abito tipo muta, molto attillato, di colore nero, con una specie di mascherina sugli occhi di colore rosso, armato di mitra». Anche il teste Natalina Procopio indicò uno con forse una specie di zuccotto. A queste testimonianze si aggiunge poi la deposizione dell’ ing. Marini che indica uno degli occupanti la moto Honda con il volto coperto da un passamontagna. 3. La presenza di una moto Honda (A lato, un modello Honda anni ‘70) I BR negano la presenza di una moto Honda con due uomini a bordo durante l’agguato, ma questa moto è certa anche se poi come moto, non ha partecipato alle fasi dell’agguato (anche qui vedere la 21 testimonianza di Marini nella Appendice 1), ma i suoi due centauri? Oggi sappiamo che la moto c’era, ma i brigatisti la negano, perché? La moto è stata vista e segnalata da 4 testi (Moschini, Marini, Intrevado che la attestarono in quei giorni e dal sig. Barbaro che la confermò anni dopo quando venne rintracciato, guarda caso, grazie alla buona memoria dell’ing. Marini).3 Si è detto che però il Marini, nelle sue deposizioni, avvenute negli anni, fece confusione, disse che uno dei due occupanti la moto gli aveva sparato contro (forse invece avevano solo minacciato di farlo o sparato in aria), ma non si sono trovati riscontri a questa asserzione. Tutto questo però è normale in deposizioni ripetute a distanza di mesi e di anni e in particolari condizioni. Come normale è il fatto che il Moschini descrisse quella moto, vista pochissimi minuti prima dell’agguato, con due uomini vestiti da avieri vicino, 4 ma la descrisse bordeaux, e non bleu come il Marini e di cilindrata tra i 150 e 350 cc., mentre il Marini e l’Intrevado la descrissero il primo di 500 cc. e l’altro di grossa cilindrata. Sono difformità consuete in quel genere di testimonianze su episodi repentini e cruenti. Anzi la testimonianza del Moschini, che si è voluto sminuire, è ancor più decisiva delle altre. Si consideri, infatti, che poco prima dell’agguato questa moto era ferma davanti al bar Olivetti, mentre ad agguato concluso non c’era più, e non si può nemmeno sostenere che la moto fosse di un ignaro avventore che si era preso un caffè per andarsene subito via prima della sparatoria, perché quel bar era chiuso per restauri. Questo vuol dire che durante l’agguato una moto, qualunque sia il colore, la marca o la cilindrata, ha fatto qualcosa, e poi se ne è andata dietro i brigatisti! Il fatto è, però, che non si ha percezione di questo “qualcosa”, né della sua presenza nell’azione di fuoco, ma questo non vuol dire che non c’era. Evidentemente era rimasta da qualche parte. Diverso, invece, potrebbe essere il caso dei due suoi occupanti. Cosa fecero e dove? Non si sa, ma quello a volto coperto forse il guidatore, potrebbe essere quello poi visto in strada con il sottocasco e il mitra in mano? Durante la audizione della Polizia di Stato a giugno 2015, il presidente della nuova Commissione stragi sul caso Moro, ha rivelato che la Commissione ha ascoltato anche altri testi, a suo tempo non sentiti, che avrebbero confermato la presenza di questa Moto, una presenza che non a caso era diventata verità processuale. La Polizia scientifica ovviamente, non avendo riscontri di una partecipazione della moto all’agguato non ha inteso pronunciarsi su questo problema e questo è un vero peccato. Precisato quanto sopra e accennato a questi tre particolari importanti da riconsiderare in seguito, ricostruiamo adesso l’agguato di via Fani, in base a quanto raccontato da Morucci, e dobbiamo dire anche da Moretti e gli altri brigatisti, correggendolo e 3 Singolare questo Bruno Barbaro, Nel 1993 in una intervista radiotelevisiva ricorda la moto che va dietro alle macchine; rintracciato invece dalla Polizia di Stato nel 2015, ad 86 anni, dice di non ricordare di aver parlato della moto. Peccato per lui che c’è la registrazione dell’intervista dove è proprio lui, spontaneamente ad accennare alla moto: «Stavo uscendo di casa, prima di… mi sono fermato perché ho sentito sparare. Dopo di che, dopo un po’ di tempo, essendo, non sentendo più niente, sono sceso giù. Nel frattempo però nel scendere ho visto passare una macchina blu, una macchina scura seguita più o meno a una cert*a distanza da una moto». 4 Moschini dichiara che verso le 9,05 (sicuramente è qualche minuto prima perché la sparatoria iniziò alle 9,02), fermo all’incrocio sulla sua Fiat 500, vide due avieri sul marciapiede antistante il bar Olivetti. Accanto a loro nota una moto Honda, di colore bordeaux. 22 integrandolo con quanto si è appurato nei processi, almeno in quelle parti che non sono state oggetto di assolute negazioni. Nella Seconda Parte, invece dovremo rivedere il tutto per integrare seriamente questa, chiamiamola “storica versione” che, in ogni caso, è importante conoscere e seguire, anche per poter in seguito meglio considerare e valutare altre situazioni. Qui sotto: notare sul fondo, davanti al Bar Olivetti, la Mini Cooper parcheggiata e sotto ancora un'altra inquadratura dove si vede bene via Stresa. 23 L’AGGUATO Qui sotto: cartina della zona, che indica l’incrocio tra via Fani / via Stresa. Le freccette indicano la via di fuga dei BR per via Stresa, in salita, verso via Trionfale. I quadratini neri sono le 3 auto implicate; le 2 di Moro venivano da via Trionfale (freccia rossa in alto) scendendo (la via è in pendenza) per via Fani. Dicesi “via Fani alta” il percorso che venendo da via Trionfale, scende per arrivare all’incrocio con via Stresa e proseguire. Via “Fani bassa” è l’esatto contrario. L’agguato venne predisposto nei pressi dello Stop all’incrocio tra via Fani e via Stresa, davanti al Bar Olivetti, al tempo chiuso per restauri. A quell’incrocio era solito mettersi il fioraio Spiriticchio con il suo camioncino vendite, che si sarebbe trovato proprio sulla linea di tiro, oltre che testimone pericoloso. 24 Per non farlo arrivare alle 9 di quel mattino, i brigatisti (Fiore e Seghetti), la notte precedente il 16 marzo, andarono sotto casa sua e gli tagliarono le 4 gomme del camioncino. Questo farebbe sospettare che erano certi del passaggio di Moro per via Fani il giorno dopo, ma non è detto che sia proprio così, perché quel percorso per Moro era il più consueto, quindi meglio accantonare questo sospetto per non sforare nella dietrologia. Via Fani ore 09,02 Tutto ebbe inizio, forse un minuto dopo le 9, non appena la Algranati, da via Fani alta (una strada larga circa 10 metri a doppio senso e in pendenza), segnalò l’arrivo della 130 con Moro, l’appuntato Ricci alla guida e il maresciallo dei carabinieri Leonardi al suo fianco, in funzione di capo scorta, seguita dall’Alfetta 1.800 di scorta della Polizia, guidata dall’Agente di PS Rivera, con al suo fianco il vice brigadiere Zizzi e dietro l’agente Iozzino (venivano da via Trionfale). Moretti, alla guida della 128 giardinetta targata CD (a cui si disse che erano state disattivate le luci degli stop posteriori, ma non era vero) manovrò in modo da precederle (forse a fianco di Moretti potrebbe esserci un altro passeggero, come sembra evidenziarsi da alcune testimonianze, anche se i brigatisti lo negano, ma questa presenza non è sicura e resta dubbia). Arrivati circa all’altezza di via Fani n. 106, all’incrocio con via Stresa, altra strada a doppio senso, ma alquanto più stretta, Moretti non è ben chiaro che manovra fece, ma comunque bloccò la macchina a cavallo del segnale di Stop. Sembra che non ci fu tamponamento tra la 130 presidenziale e la 128 CD, ma comunque le due auto, Fiat 130 e Alfetta di scorta dovettero bloccarsi. La 130 tentò, ma non potè svicolare a destra, in parte anche per via di una Austin mini Clubman Estate, 4 porte, parcheggiata sulla destra che riduceva il margine stradale e la retrostante Alfetta che ostacolava la manovra. Nel tentativo di sterzare, il guidatore della 130 Ricci, urtò poi la Fiat targata CD che gli ostacolava il passaggio. Un tamponamento in un secondo momento, forse mentre gli arrivavano le raffiche mortali. Anche l’alfetta con il guidatore colpito a morte tamponò poi la 130 presidenziale. Moretti e Morucci diedero versioni diverse circa i tamponamenti, ma alcuni testi (E. Evadini e G. Conti e altri) sentirono anche i rumori degli urti. Contemporaneamente la Balzerani uscita da una 128 blu, parcheggiata dopo l’incrocio nella via Fani bassa, si mise all’incrocio con via Stresa armata di mitraglietta 7,65 25 Scorpion e di una paletta blocca traffico. Testimonianze, confuse sui tempi, dicono che forse assieme a lei vi era anche un altro uomo, magari arrivato dopo. Dalla parte opposta, invece, sulla via Fani alta si pose, a chiudere a “cancelletto” il corteo di macchine, una 128 bianca, di sbieco, da cui uscirono Lojacono (con un fucile M1) e Casimirri (armato forse solo di pistola) che si misero a vigilare che non arrivasse nessuno alle spalle. Una Moto e un brigatista a volto coperto Più o meno dalle parti di questo “cancelletto”, ma più avanti, di fronte al bar Olivetti, c’era anche una moto Honda forse bleu (l’aveva vista, prima dell’agguato, il teste L. Moschini), al momento degli spari però, non si sa dove era. In giro, su la parte alta di via Fani, c’era anche un uomo, con passamontagna armato di mitraglietta (l’unico a volto coperto visto poi lì in giro anche dai testi T. Moscardi e sua moglie M. Iannacone e da N. Procopio e P. Pistolesi e altri, una presenza però negata dai brigatisti). Dovrebbe essere lo stesso che poi intimidì il giovane P. Pistolesi della edicola giornali nei pressi del civico 93 (via Fani alta), il quale, sentiti gli spari, si stava avvicinando verso la 128 bianca messa di sbieco: lo fermò e gli fece un gesto di minaccia con il mitra. Alcune sequenze rimaste imperscrutabili Mentre la scorta non percepì subito il pericolo, accadde una di queste eventualità: 1. vi era un passeggero della 128 CD a fianco di Moretti, che uscì dallo sportello destro e si avvicinò alla parte anteriore della 130, e defilandosi da destra dell’auto, sparò per primo da destra verso sinistra alcuni colpi contro il maresciallo dei carabinieri Leonardi, seduto a fianco dell’autista e lo uccise sul colpo con un paio di colpi come forse attesta l’espressione “tranquilla” della salma scivolata di sbieco sul sedile; 2. oppure, più probabile, questo ulteriore e sconosciuto brigatista era invece già nascosto sul lato destro delle auto, dietro la Austin Morris, uscì fuori e sparò a Leonardi; In un caso o nell’altro (negati ovviamente dai brigatisti) è anche incerto se subito, prima di sparare, vennero rotti i vetri laterali e deflettori, destro e sinistro della 130 di Moro (come vide il teste Marini), oppure furono rotti dopo i primi spari, per sparare meglio nell’auto. 3. Infine e diversamente, come sostiene la Polizia scientifica di Stato, non ci fu nessun tiro dal lato destro, ma due dei quattro tiratori vestiti da avieri, sbucati da dietro le piante che adornavano il marciapiedi davanti al Bar Olivetti, aprirono subito il fuoco, 5 contro le macchine ancora in movimento, ed uccisero, da sinistra, sia il guidatore Ricci che il passeggero Leonardi. Gli altri due invece spararono sulla Alfetta di scorta. In pratica spararono, sceso il marciapiede sinistro, da vicino la Mini Cooper bordò e davanti il bar Olivetti. 5 La recente perizia scientifica, sostiene, basandosi anche sulla distribuzione dei bossoli sul terreno e la geografia dei colpi sulle auto, che i brigatisti spararono sulle macchine ancora in movimento. A nostro avviso è una valutazione esagerata, in realtà, come anche disse Morucci, la 130 presidenziale si muoveva avanti e indietro a sobbalzi nel tentativo di sfuggire alla morsa, mentre la Alfetta, arrivava in frenata. Più che altro sarà stato qualche brigatista a sparare muovendosi. 26 Il tiro a bersaglio Cosicché, mentre le auto si stavano arrestando, dal marciapiedi del bar tavola calda Olivetti, chiuso per restauri, sbucarono da dieto le siepi di pitosforo che adornavano e coprivano un poco il marciapiede, 4 uomini in uniforme dell’aeronautica, armati di mitra che fatti alcuni passi, attaccarono le auto che si trovavano a metà carreggiata, cioè a circa 5 metri da loro. Arrivarono un poco da dietro, scendendo dall’alto in basso della strada, scaricando i mitra, che però a turno si disse si incepparono tutte. Molti testi invece (ben 11) riferirono di aver udito prima degli spari singoli e poi lo sgranarsi delle raffiche di mitra ed in effetti per fermare la 130 presidenziale senza colpire Moro che si trovava nei sedili posteriori, era opportuno usare dei tiri singoli di pistola o i mitra a colpo singolo (tramite il deviatore), prima delle raffiche. Spararono contro il muso della 130 di Moro, il Morucci, in due tempi causa inceppamento del mitra e forse Fiore, che però lo esclude affermando che non sparò neppure un colpo (ma al massimo sparò solo tre colpi). Sulla 130 comunque spararono 4 armi diverse: l’ Fna43 N. 1 di Morucci per molti colpi almeno 22, l’ M12 di Fiore, per massimo 3 colpi, ma anche la 7,65 di Bonisoli (forse per 1 o 2 colpi), la S&W39 di Gallinari (per due colpi), queste ultime due pistole, però, probabilmente in un secondo momento. Contro l’Alfetta di scorta di certo spararono mitra e pistola di Gallinari e Bonisoli. Ricordiamo che stiamo sempre presupponendo per buone le indicazioni di Morucci. Questi 4 “avieri”, da destra a sinistra a scendere verso il muso delle auto, affiancati in fila, erano Bonisoli, Gallinari, Fiore, e il Morucci (arrivato il più vicino all’autista della 130 di Moro), e spararono contro il lato sinistro delle auto. Altre sequenze rimaste dubbie Occorre anche aggiungere la testimonianza, resa in tempi diversi, dell’ ing. A. Marini che modifica un poco queste sequenze. Per prima raccontò infatti, che un BR “aviere” ruppe il vetro laterale anteriore sinistro della Fiat 130 e vi sparò: “dalla portiera dell’autista della 128 targata CD uscì un uomo che si avvicinò di lato alla 130 presidenziale, ruppe il vetro e iniziò a sparare dentro”. Nella successiva sua testimonianza aggiunse anche un altra sequenza molto più importante: “dallo sportello di destra della 128 uscì un uomo che andò a sparare al passeggero di destra della 130 presidenziale spaccando il vetro laterale destro”. Per i brigatisti invece sulla 128 CD c’era solo Moretti rimasto in auto. Il Marini potrebbe però aver confuso queste azioni, per esempio, il BR quale passeggero di destra, non era uscito dalla 128 CD, confondendolo con uno che invece era già ivi posizionato sul marciapiede destro nascosto dietro la Austin Morris. Non si può poi escludere del tutto che questa azione preventiva verso Leonardi non ci fu affatto, e magari il Marini ha confuso i tempi di un evento verificatosi pochissimo dopo, quando ad annientamento finito, qualche brigatista fece il giro portandosi sul lato destro e sparò ancora sull’auto. Sono registrazioni di memoria, flash, che in casi cruenti come questo possono sbagliarsi o confondersi nei tempi di esecuzione. 6 Nella Seconda Parte vedremo meglio tutte queste situazioni. 6 Questa sequenza, di altri due brigatiti scesi dalla 128 targata CD, seppur dubbia, venne comunque recepita in Corte di Assise nel processo Moro quater (dicembre 1994). 27 Quanti colpi sparò Morucci prima dell’inceppamento? In ogni caso l’immediato annientamento della 130 presidenziale, causato anche dalla ravvicinatezza di tiro e dalla sorpresa, fu decisivo, nella riuscita dell’azione, visti gli inceppamenti delle armi. Infatti, se Morucci potè sparare, con il suo Fna43, forse solo 7 colpi e poi dovette spostarsi e cambiare il caricatore (disse che quando ripristinò la funzionalità dell’arma e 7 tornò a sparare, “l’auto era già ferma”), mentre Fiore non poteva sparare per l’inceppamento dell’arma, il Leonardi almeno, sarebbe uscito dall’auto armato anche se la sua pistola era in un borsello sul tappetino sotto il suo sedile. Come detto, il maresciallo Leonardi, capo scorta, restò ucciso sul colpo, alla fin fine attinto da 9 colpi, e presso a poco la stessa cosa accadde all’autista della 130 di Moro, Ricci attinto da 7 colpi (anche se rimase in vita inerme per alcuni minuti), investito dai colpi che gli arrivarono dal lato sinistro dell’auto. Anche Ricci aveva la sua pistola nel cassettino sul cruscotto, questo, oltre alla sorpresa, impedì una immediata reazione. Moro sul sedile posteriore sinistro restò incolume e ci si meraviglia, dato che i colpi dei mitra, sparati da gente inesperta, tracciano rose imprevedibili. Il tiro sull’Alfetta di scorta e lo Iozzino Più dietro nella Alfetta fu subito ucciso il guidatore, l’agente Rivera, investito da 8 colpi sparati dal lato sinistro delle auto (ma 3 colpi giungeranno da destra, sparati in un secondo momento), mentre l’agente al suo fianco, il vice brigadiere Zizzi, fece un tentativo in buona parte riuscito, di uscire dall’auto e fu l’unico che attinto da 3 colpi morì più tardi all’ospedale. L’agente Iozzino invece riuscì a scendere dall’auto e in strada sparò due colpi con la sua Beretta verso i brigatisti, senza colpirli, ma venne subito abbattuto con ben 17 colpi. In sostanza, la maggior parte dei colpi vennero dal lato sinistro delle auto, da parte dei 4 tiratori vestiti da avieri, ma anche dal lato destro, dove spararono almeno due tiratori, ma si sostiene che questi colpi da destra vennero sparati in un secondo momento, e quindi non ci fu “fuoco incrociato” nel qual caso i BR si sarebbero colpiti a vicenda. Nei momenti della sortita di Iozzino si sparò verso di lui e verso la Alfetta di scorta e alcuni colpi la attinsero obliquamente, facendo intuire che si sparò dai pressi della Mini Cooper più in là di dove si trovava l’ultimo dei 4 BR “avieri” e poi anche muovendosi obliquamente. Colpi poi arrivarono anche dal lato destro indice di un aggiramento. Un colpo di questi, raggiunse il cofano dell’Alfetta sulla destra e finì nel portabagagli: risultò essere di calibro 9 corto, ma si stabilì che non era stato sparato da un arma a nove corto, ma era stato caricato per sbaglio in un caricatore 9 parabellum. Il Leonardi, venne colpito sul lato destro del corpo, ma resta il dubbio se sia stato colpito da un uomo già ivi a destra posizionato, oppure i colpi gli venero da sinistra, ma apparivano come venuti da destra a causa del fatto che il Leonardi si era girato, si sostiene (assurdamente) per proteggere Moro. Un aspetto questo che considereremo attentamente nella Appendice 3 e nella Seconda parte. 7 In realtà non è ben definito quanti colpi iniziali potè sparare il Morucci (sempre che fosse lui) prima che il suo Fna43 N. 1, si inceppasse. In un primo momento si era pensato che ne avesse sparati 7, perché il caricatore trovato lì in terra, si disse portava 22 cartucce più 1 in terra. Quindi si supponeva che fosse di Morucci che aveva sparato 7 colpi (7 + 23 = 30). Ma in realtà quel caricatore non era stato periziato e sappiamo che invece conteneva 25 cartucce più 1 in terra. Era di un Fna43 e sembra che poteva portare fino a 40 colpi. Ma con quanti colpi venne caricato nessuno può saperlo. 28 Sembra che poi, almeno un paio di agenti, subirono un colpo di grazia, così si esprime la Relazione tecnico - balistica e medico legale di Merli-Ronchetti-Ugolini (1994): «Non è ben definito, ma un'altra persona oppure uno di quelli che aveva già sparato con una arma 9 Parabellum, estrasse la pistola e sparò per finire il Rivera e il Ricci e forse il povero Iozzino: i bossoli furono trovati intorno al tombino a fianco del morto, dunque lo sparatore doveva essere sul marciapiede destro, e forse quello che sparò al Leonardi» e ancora: « [...] Un'arma in calibro 7,65 Parabellum venne pure usata, sembra con lo scopo di finire alcuni occupanti l'Alfetta di scorta e anche quelli della 130. I colpi esplosi furono almeno 4, tanti i bossoli ritrovati». LA FUGA Finito l’agguato, sbucò dall’angolo di via Stresa, a marcia indietro una Fiat 132 guidata da Bruno Seghetti, che si portò nei pressi dell’auto di Moro. Nel frattempo Moretti, Gallinari e Fiore, presero un inebetito Moro e lo caricarono sulla 132, che immediatamente si dileguò per via Stresa, direzione via Trionfale. Anche tutte le altre auto si misero in moto, la 128 bianca su via Fani alta portò via Loiacono, Casimirri che la guidava e poi vi salì anche Gallinari. La 128 blu, invece, su via Fani bassa portò via la Balzerani, Bonisoli e poi un attardato Morucci che prese la guida (era rimasto un poco “stranito” e aveva perso tempo a prendere un paio di borse di Moro dalla Fiat 130). Qualcuno notò un Moro inebetito uscire dalla Fiat 130 con una borsa in mano, che poi, evidentemente, rimase in strada, ed infatti le foto ci mostrano una borsa in terra vicino al ciglio del marciapiede. Importantissima la testimonianza di Antonio Buttazzo, un ex poliziotto che stava eseguendo funzioni di autista privato, il quale accortosi del rapimento andò dietro le auto in fuga per un primo tratto. Ebbene egli vide Moro dietro tra Fiore e un altro uomo (mentre avanti vi era Moretti e il guidatore Seghetti), e ben li descrisse, soprattutto quelli avanti, mentre quelli dietro li vide alquanto accucciati verso Moro che era in mezzo. Dunque abbiamo un brigatista in più che non è stato attestata e che andò via con la 132 guidata da Seghetti che svoltando per via Stresa a destra saliva verso via Trionfale. Ma su la fuga dei brigatisti, sul trasbordo del rapito, ecc., ci sarebbero molti punti e dubbi da chiarire, ma questa è un altra vicenda, non presa qui in considerazione. In base a questa ricostruzione appena riportata, che ripetiamo segue le versioni più o meno “ufficiali” o accettate, senza avanzare altre ipotesi dubitative, possiamo elaborare il disegno dettagliato riportato nelle pagine successive. Si noti che è stata aggiunta la moto Honda, negata dai brigatisti, perché oramai verità processuale e confermata da varie testimonianze. Essa è disegnata approssimativamente davanti del bar Olivetti, ma la sua vera ubicazione, durante la sparatoria, non è possibile attestarla con certezza. I riferimenti per le distanze e lo spazio sono ovviamente approssimati e non precisi. 29 Giovedì 16 marzo 1978 - ore 09,02 / 09,05 Senso di marcia auto ; Fuga auto: via Stresa verso via Trionfale. M = teste A. Marini (arriva da via Fani, parte bassa, con il motorino allo Stop con via Stresa, all’inizio dell’agguato); I = teste G. Intrevado (arriva da via Stresa all’incrocio con la sua Fiat 500, poco dopo il Marini (M), mentre trasbordano Moro e lo ferma la donna con la paletta e Il mitra cioè la Balzerani (4), L = teste P. Lalli, (a circa 100 mt. dall’incrocio, via Fani bassa, vede un BR “aviere” sparare con grande abilità). P = teste P. Pistolesi. (Sentiti gli spari e uscito dalla giornaleria, in via Fani alta, vede un BR con sottocasco e mitra) J = Agente R. Iozzino (uscito dall’Alfetta spara due colpi di pistola Beretta 92, ma è subito abbattuto 1. M. Moretti (alla guida nella 128 CD (C), agli spari 2. A. Lojacono colpito a morte). sembra sia rimasto in auto; Va via sulla 132 (D), con Moro. (BR irregolare,); fa da guardia al cancelletto superiore Va via sulla 128 bianca (F), 3. A. Casimirri, 4. B. Balzerani, (BR irregolare); fa da guardia al cancelletto superiore .Va via sulla 128 bianca (F), ha mitra e paletta per fermare il traffico all’incrocio; Va via sulla 128 blu (E) di fuga. 5. B. Seghetti, è alla guida della 132 blu di fuga (D) che porterà via Moro; 6. V. Morucci in uniforme aeronautica (è uno dei 4 tiratori davanti al bar Olivetti. Va via, dopo aver preso un paio di borse dall’auto di Moro, guidando la 128 blu (E) di fuga). 7. R. Fiore in uniforme aeronautica è uno dei 4 tiratori davanti al bar Olivetti, Va via sulla 132 (D), di fuga. 8. P. Gallinari in uniforme aeronautica; è uno dei 4 tiratori davanti al bar Olivetti, Va via sulla 128 bianca 9. F. Bonisoli in uniforme aeronautica (è uno dei 4 tiratori davanti al bar Olivetti; Va via sulla 128 10. R. Algranati (BR irregolare, Segnala arrivo macchine con Moro, va 11. Moto Honda; (Andrà via (F). blu (E) di fuga. via poco prima dell’agguato su un motorino). dietro le macchine con due in borghese, uno ha il volto coperto); Qui è posizionata vicino il Bar Olivetti, ma in realtà non si sa dove stava la moto durante gli spari. 12. Mini Cooper bordò (o verde chiaro), parcheggiata nel senso a scendere, davanti il bar Olivetti.. X = Austin Morris mini Clubman E. bleu, parcheggiata, che ostacola lo svincolo della 130 di Moro. A = Fiat 130 blu scuro targata Roma L 59812 guidata da D. Ricci (a fianco O. Leonardi e dietro A. Moro). B = Alfetta bianca, Roma S 93393, guidata agente G. Rivera, con a fianco F. Zizzi e dietro R. Iozzino (J). C = Fiat 128 giardinetta bianca, targa CD 19707, ferma allo stop, muso verso via Stresa. Guidata da Moretti (1). Resta dubbio, che abbia un passeggero a fianco (?), L’auto resterà sul posto. D = Fiat 132 blu scuro, targa Roma P79560, posteggiata in via Stresa contromano parte posteriore verso l’incrocio, guidata da Seghetti (5). Preleverà, arrivando in retromarcia, Moro e porterà via anche Moretti (1), Fiore (7), e forse un altro componente (?) del commando. Potrebbe infatti avere a bordo 4 brigatisti più Moro. E = Fiat 128 blu targata Roma L 55850 (in via Fani bassa, verso l’incrocio. Va via, guidata da Morucci (6), con Bonisoli (9) e Balzerani (4). F = Fiat 128 bianca targata Roma M 53955 (in via Fani alta fà da “canceletto” per sbarrare di traverso la strada e poi per la fuga di Casimirri (2) che la guida e Lojacono (3) e raccoglierà anche il Gallinari (8). 30 VERSO VIA TRIONFALE 31 DATI OGGETTIVI Abbiamo scritto “dati oggettivi”, ma devesi considerare che le perizie del 1979 e del 1993 e quella “riassuntiva” e finale del 2015 eseguita dalla polizia scientifica (polizia di Stato), non riportano sempre gli stessi risultati. Oltretutto per cause varie non furono al tempo attentamente periziati tutti i bossoli ritrovati; non si riuscì sempre ad accoppiare ad ogni bossolo o proiettile, spesso parte di proiettile deformata, la rispettiva arma che lo aveva sparato. Un mitra, presunto Fna43 non è mai stato ritrovato, teoricamente potrebbe anche essere un altro M12, ma i rilievi hanno dimostrato che questo mitra aveva la canna notevolmente usurata, e quindi facile che sia proprio un Fna43 ovvero uno “zerbino” residuato bellico. In alternativa potrebbe essere uno Sten. Alcuni frammenti di proiettili sono stati presumibilmente assegnati ad una data arma, ma senza alcuna certezza; molti bossoli repertati in certi punti della strada possono essere stati prima mossi dal gran via vai della folla sulla scena de crimine; e così via, Altri magari persi in punti inaccessibili o portati via dalla gente, tanto da far supporre che i colpi sparati dovevano essere qualcosa in più di quelli contabilizzati con i reperti. Per esempio riportiamo alcune divergenze sui colpi sparati: TZ45, spara 8 colpi per i periti Ugolini e Bollone, mentre per Benedetti - Salza 5. M12, non spara, 0 colpi per Ugolini e Bollone mentre sono 3 per Benedetti - Salza, In questi casi si prende per buoni i rilievi di Benedetti - Salza, perché effettuati negli anni ’90 con tecniche e parametri di comparazione più evoluti. Spesso sulla tipologia dei colpi, i rilievi di riconoscimento dei bossoli o dei proiettili, e altro, sono divergenti anche a causa delle loro condizioni (spesso per i proiettili se ne ha solo un frammento) o dei punti dove sono stati ritrovati e repertati. Qui appresso abbiamo selezionato i dati più importanti, selezionandoli tra le varie perizie e rilievi, nonostante che come in tutte perizie spesso ci sono margini di incertezza di cui più avanti parleremo; chiunque però voglia ipotizzare situazioni ed eventi alternativi, deve sempre riferirsi a questi dati, altrimenti si esporrebbero tesi prive di un sopporto reale e concreto. ARMI IMPIEGATE Nella ricostruzione armi impiegate occorre tenere presente quanto scrisse la Relazione tecnico - balistica e medico legale del 1993: «Poiché non si sono mai comparativamente esaminati tutti i proiettili repertati, non si hanno neppure elementi per poter affermare o escludere, in modo certo, che oltre alle armi menzionate e individuate peritalmente possano sussisterne altre - dello stesso calibro e con canne aventi le stesse caratteristiche geometriche dell'anima rigata (stessa marca e tipo, oppure altra marca e tipo, ma nessun numero, verso e larghezza dei solchi conduttori) delle altre - che esplosero anch'esse colpi e diedero la repertazione di proiettili, ma contemporaneamente la perdita – per un qualsiasi motivo dei rispettivi In questa ipotesi le armi usate potrebbero essere alcune di più». 32 Si consideri inoltre che tutte le armi impiegate hanno espulsione verso destra, importante per dedurre le posizioni dove finiscono i bossoli. 8 Le perizie balistiche hanno attestato la presenza di 6 armi in azione, oltre la Beretta 92 dell’agente Iozzino. Che ha sparato 2 colpi. Esattamente 4 mitra e due pistole, cioè: due FNA43, di cui uno però mai ritrovato, la cui canna interna è usurata; un Tz45, e un M12; tutti in 9 mm parabellum. Una pistola Smith & Wesson 39, calibro 9 mm. parabellum (9 x 19); e una Beretta 51 (o 52 adattata) in 7,65 parabellum. Un proiettile calibro 9 corto, ritrovato nell’Alfetta di scorta, forse venne caricato erroneamente in un mitra (precedentemente si era supposta, la presenza di un'altra Pistola cal. 9 corto, cioè 9 X 17 o 9M34, poi appunto esclusa). Interessante notare che questo colpo nel bagagliaio (a destra) dell’Alfetta, come un altro finito oltre il marciapiede di destra, in fondo alla strada, vennero sparati, dall’Fna43 N. 2 non di fronte a dove c’era l’Alfetta e lo Iozzino, ma obliquamente, praticamente da un tiratore che si era portato più in sù dei 4 BR vestiti da avieri, e alquanto lateralmente sulla destra. Della S&W39 ci sono 2 colpi sulla 130 di Moro che non è possibile stabilire se provengono da destra o sinistra. Questa pistola forse ha esploso colpi sia da sinistra che da destra. La Beretta 51 Cal. 7,65 ha sparato solo dal lato destro, evidentemente in una seconda fase. Mentre lo Fna43 N. 2 ha esploso colpi sia da sinistra che da destra. Questo l’elenco di tute le armi che sono state attestate dai brigatisti ed effettivamente attestate dai riscontri, e i rispettivi BR che le avevano in dotazione (secondo i racconti dei BR) i quali hanno riferito che il tal brigatista aveva la tale arma, ma non c’è alcun a certezza su questa identità, anche se, fino a prova contraria, lo prendiamo per buono): ARMI CHE HANNO SPARATO M12 (o Mp12) 9mm. Parabellum (Mitra Beretta, Caricatori: 20, 32, 40 colpi ) 1961 Italia. Peso 3,80 Kg. Dice sia di R. Fiore, gli si inceppa, cambia caricatore e gli si inceppa di nuovo. Sembra che ha sparato 3 colpi, anche se il Fiore dice di non aver sparato affatto. Avrebbe sparato contro la 130 di Moro (ma dai rilievi non c’è certezza assoluta). FNA43 9 mm Parabellum; (Mitra, Caricatori: 10, 20, 30, 40 colpi) ; 1943 /’45 Italia. Peso 3,7 Kg. Se ne attestano due con canna a sei righe destrorse: Fna N. 1, Dice sia di V. Morucci , spara forse circa 22 colpi (almeno dai bossoli effettivamente repertati) contro la 130 di Moro. Ha attinto sia Ricci che Leonardi sparando nella parte bassa di via Fani verso l’incrocio con via Stresa. 8 Per queste considerazioni, nessuno può escludere, in assoluto, che ci sia stata un arma, similare, che abbia sparato, ovviamente pochissimi colpi, con bossoli non repertati o valutati male, e quindi non è stata contabilizzata. 33 Fna N. 2, Dice sia di F. Bonisoli che secondo i suoi racconti non si sa quanti colpi abbia sparato contro l’Alfetta, prima che si inceppasse. A questo Fna43 N. 2 però, mai repertato (poteva essere anche uno Sten, oppure un M12) sono stati assegnati dalle perizie dai 48 ai 50 colpi sparati (49 come da bossoli repertati), in genere nel settore del tratto di via Fani alta (Alfetta e contro lo Iozzino). Ha comunque sparato sia da sinistra, che da destra. Risulta che aveva la canna interna molto usurata, per cui era problematico attribuirgli proiettili. Questo può anche far ipotizzare che poteva esserci un altro Fna43 simile con canna usurata, per cui avremmo ben 3 Fna43, ma resta una ipotesi. TZ45 9mm. Parabellum (Mitra, Caricatori: 20, 30, 40 colpi) 1945 / anni ’50 Italia; Peso 3,260 KG. Dice sia di P. Gallinari, non si sa bene quanti colpi abbia sparato prima che si inceppasse: 5 sicuri da bossoli repertati di cui 2 almeno sicuri contro l’Alfetta). Smith & Wesson 39 9 mm. parabellum (Pistola, Caricatore 8 colpi.) USA 1955 e seg. Dice sia di P. Gallinari, ha sparato 8 colpi, un caricatore, di cui 1 sicuro contro l’Alfetta e 2 sulla 130 di Moro. Ha comunque sparato sia da sinistra, che da destra. Beretta 51 (o 52 adattato) 7,65 parabellum (Pistola, Caricatore 8 colpi), IT. 1950 e seg. Dice sia di F. Bonisoli, ha sparato 4 colpi, anche facendo il giro dal lato destro della strada. Di sicuro ha sparato 2 colpi su l’agente Rivera. Sembra che forse un colpo arrivò anche sulla 130 di Moro ed un altro andò a vuoto. Beretta 92 9 mm. parabellum, (Pistola, Caricatore 15 colpi . IT. 1975 e seg. E’ dell’agente R. Iozzino, ha sparato due colpi verso i brigatisti senza colpirli. Per la nostra indagine non assume particolari importanza. ARMI CHE NON HANNO SPARATO MAB 38 9mm parabellum - (Mitra, Caricatori da 10, 20, 30, 40 colpi); IT. 1938 / anni ’60 Peso 4,8 Kg. E’ di M. Moretti, ma non ha sparato. M1 cal. 30, USA 1945 (Carabina, Caricatori 15, 30 colpi); Peso Kg. 2,48; E’ di A. Loiacono, ma non ha sparato. Vz 61 Scorpion 7,65 Browning , (Mitraglietta, Caricatori 10, 20 colpi); Peso 1,400 kg., 1945 Cecoslovacchia. E’ di B. Balzerani, ma non ha sparato. Browning HP 9 mm. parabellum (Pistola, Caricatori: 10, 13 colpi), Belgio 1935 e seg. Sono in dotazione a M. Moretti, V. Morucci, R. Fiore ma non hanno sparato- Quella di Fiore, sembra per inceppamento. Non è stato indicato quale arma avesse Alessio Casimirri, in genere gli viene assegnata una pistola non dettagliata che comunque non ha sparato. 34 FOTO DEI MODELLI (generiche, nelle produzioni possono esserci modifiche) Mp12 FNA 43 TZ45 MAB 38 Carabina M1 35 Vz 61 Scorpion Browning HP SmIth & Wesson 39 Beretta 51 (52) Beretta 92 (dello Iozzino) 36 VIA FANI - LA STRADA N.B.: per lato destro o marciapiede destro, si intende quello a destra, nel verso auto che scendono per via Fani (lato destro auto di Moro). Il lato sinistro è quello opposto. Qui sotto è visibile il marciapiede destro dove si nota la Austin Morris bleu parcheggiata verso l’incrocio con via Stresa, quindi le abitazioni del numero civico 106 di via Fani che proseguono verso l’incrocio con un muretto. In coda alla Alfetta bianca il corpo dello Iozzino ricoperto con un lenzuolo. Dietro lo Iozzino vi sono dei tombini di scolo acque. Qui sotto invece è visibile il marciapiede sinistro dal lato bar Olivetti da dove sbucarono i 4 BR “avieri”, in una ottima ricostruzione in 3D della Polizia di Stato. Qui nella slide il senso è invertito, rispetto alla foto precedente, e l’incrocio con via Stresa si trova sulla destra. Sulla sinistra davanti il bar Olivetti la Mini Cooper bordò (con via Fani che sulla sinistra va a salire, arriviamo al cancelletto alto e le abitazioni hanno il numero civico 109). In fondo a destra, verso l’incrocio, in terra una borsa, poi il berretto da aviere e un caricatore: 37 I COLPI Una cartuccia si intende composta di bossolo con la carica e palla (proiettile) di lancio. Nella ricostruzione dei colpi sparati, occorre tenere presente quanto scrisse la Relazione tecnico - balistica e medico legale del 1993: «Nel fatto di cui è processo vennero esplosi molti colpi, ma sono reliquari nei luoghi solo 93 bossoli che potrebbero essere pertanto non tutti: così pure i proiettili repertati nei luoghi e nei cadaveri. Questa casualità non ha permesso di formulare una diagnosi esatta ed esauriente sul tipo e marca delle armi impiegate. A stare ai bossoli, essi risultano esplosi almeno da sei armi. Una di esse è certamente l'arma dello Iozzino che ha lasciato 2 bossoli». Si accertò che l’Mp12 aveva sparato, per cui le armi divennero sette. BOSSOLI: I bossoli come noto, espulsi dall’arma (queste tutte con estrazioni a destra, solo la Beretta 7,65 c’è l’ha verso l’alto) saltano, rimbalzano più volte ed inoltre su quella scena del crimine, non isolata, molti furono inavvertitamente movimentati (alcuni bossoli risultano deformati, forse anche da calpestio). In genere per stabilire se i bossoli ritrovati in un certo punto, potevano effettivamente assegnarsi ad un azione di sparo proprio in quel punto, si dovrebbero avere riscontri per un numero significativo di essi, diciamo almeno 7, tutti presenti in una certa area. Sono stati repertati 93 bossoli, di cui 2 sparati dalla Beretta di ordinanza dello Iozzino (quindi 91 dalle BR), ma se ne devono sicuramente aggiungere altri, mai trovati forse per asportazione o anche a causa del passaggio della folla sulla scena del crimine. Non sembra che sparino dei revolver (a tamburo), ma in teoria alcuni bossoli, esplosi dalle varie armi automatiche, potrebbero anche essere rimasti addosso ai tiratori, o altro e quindi non repertati. La perizia più precisa forse è quella di Salza e Benedetti del 1993 che aveva 5 e non 3 parametri di comparazione. Non è però stato possibile stabilire una sicura corrispondenza univoca tra i 5 bossoli del TZ45 e i 3 bossoli del M12. Su un problema di attribuzione di questi 8 bossoli, che una precedente perizia aveva considerato tutti sparati dal mitra Tz45, mentre una successiva perizia di Salza e Benedetti del 1993 divise in due gruppi: 5 al mitra Tz45, e 3 al mitra Mp12, non vi è però certezza assoluta, inoltre in sede di quella seconda perizia, questi bossoli vennero separati, per cui oggi non si possono ricostruire i punti dove venero repertati i 3 presunti del Mp12. Circa la coincidenza dei bossoli ritrovati in un certo punto e l’effettivo punto da dove vennero sparati, ricordiamo quanto detto sopra. In genere si attesa che l’Fna43 N. 1, presunto in possesso di Valerio Morucci, abbia sparato, in due tempi circa 22 colpi, tanti i bossoli repertati. In teoria e se fossero andati perduti o confusi con altri, Morucci avrebbe potuto sparare 37 colpi ovvero i 7 prima dell’inceppamento e max altri 30 del nuovo caricatore, se era da 30 colpi e sempre che i caricatori fossero a pieno carico. 38 - I bossoli 7,65 sono tutti del tipo parabellum. - I bossoli vennero soprattutto rinvenuti sul tratto di strada antistante alle due auto di Moro sforacchiate (lato sinistro), e anche attorno alla Mini Cooper parcheggiata sul lato sinistro di via Fani davanti al bar Olivetti, poco prima dell’ultimo dei 4 BR “avieri” (sparavano in fila a scendere sulla strada verso l’incrocio). Attorno, nel raggio di 2 metri circa se ne contano 27. - 2 bossoli, sempre cal. 9 parabellum sono anche dietro la fiancata della Mini Cooper. - Ma anche di fronte e attorno al cadavere dello Iozzino (dista circa 1,40 cm dal marciapiede di destra), davanti ai piedi e dietro la testa (era a circa 3 metri, che dava verso il marciapiede destro, ce ne sono 4 in calibro 9 parabellum). Segno che qualcuno aveva aggirato obliquamente lo Iozzino. - Dietro l’Alfetta, sulla destra c’è un bossolo Cal. 9 parabellum. - Dietro la testa dello Iozzino, c’è in terra la sua beretta di ordinanza. - Vicino ad un tombino, nei pressi del cadavere dello Iozzino, ci sono 2 bossoli cal. 9 parabellum. Dentro questo tombino, invece c’è un bossolo 7,65 parabellum. Comunque più avanti sul marciapiede destro vicino un tombino dietro la Austin Morris si rinvengono altri due bossoli cal. 7,65 parabellum. - Un altro bossolo sempre di calibro 7,65 fu rinvenuto sul ciglio del marciapiede destro, dietro la Austin Morris, contrassegnato dalla scientifica con la lettera T, come vediamo in questa foto sotto, (in basso a destra di fronte all’alberello): - In coda alla Austin Morris come si vede dai cerchietti bianchi in terra, ci sono 6 bossoli Cal. 9 parabellum. Ed invece un bossolo Cal. 9 parabellum è vicino la sua ruota posteriore sinistra ed un altro ancora sempre in Cal. 9 parabellum vicino alla ruota posteriore destra. - In prossimità della ruota anteriore destra della 130 presidenziale si rinviene un bossolo calibro 9 parabellum, da quel lato forse potrebbe aver sparato un paio di colpi anche la S&W39. - Anche alla portiera destra della 128 targata CD si rinviene un bossolo cal. 9 parabellum. 39 - Sul piano stradale di via Stresa, invece, all’altezza e distanza di 5,50 metri dalla estremità interna della striscia del segnale di Stop all’incrocio, si rinviene una cartuccia intera di calibro 9 parabellum. Pur considerando che il bossolo, con estrazione a destra, rimbalza e quindi è difficile individuare il punto preciso dove venne sparato, oltre a possibili movimentazioni su la scena del crimine, è indubbio che nei pressi di questi bossoli, dunque da destra del lato delle macchine, si sia sparato. Durante la sparatoria che veniva da sinistra, ovviamente, da destra potevano sparare solo stando lontano dall’incrocio frontale dei proiettili sparati da quel lato, ovvero obliquamente alla destra di dove era sbucato lo Iozzino. Stessa cosa in fondo verso il muso della 130 presidenziale, dove possono essere stati sparati alcuni colpi solo un attimo prima della sparatoria principale. Poi a sparatoria finita poterono sparare anche facendo il giro del lato destro. - Particolare curioso: l’arma che ha esploso 49 colpi è stata meno efficace delle altre avendo forse colpito solo un componente della scorta (lo Iozzino). Questa arma aveva la canna molto usurata per cui non è stato possibile avere certezza di attribuirgli i proiettili repertati, ma sui bossoli si poteva avere una certa presunzione di certezza. Ulteriori parametri di riferimento nella comparazione dei bossoli e dei proiettili; Per i bossoli, sono repertati: FNA43 N. 1: 22 bossoli; FNA43 N. 2: 49 bossoli; M12: 3 bossoli (con riserva); TZ 45: 5 bossoli; Pistola S&W39: 8 bossoli; Pistola Beretta 51: 4 bossoli. \ Qui a lato: Il corpo in terra del povero agente di Ps. Raffaele Iozzino. Indossava un leggero impermeabile. 40 PROIETTILI Sui proiettili o parte di essi non ritenuti nel corpo, spesso molte indicazioni e deduzioni possono essere approssimate. Per i soli proiettili o parti di proiettile su cui fu possibile fare analisi, ma in alcuni casi incomplete e anche approssimate, hanno dato queste proporzioni, considerando proiettili che sono andati perduti che altrimenti si sarebbero aggiunti: sono stati rinvenuti 68 proiettili o parti di essi, frammenti di blindature, incamiciature, ecc. FNA43 N. 1: 15 proiettili; FNA43 N. 2: 19 proiettili; M12: 1 proiettile; TZ 45: 2 proiettili; Pistola S & W 39: 2 proiettili; Pistola Beretta 51: 2 proiettili. BERSAGLI UMANI ATTINTI C’è sufficiente certezza solo sui proiettili rinvenuti sui cadaveri in accettabili condizioni. - Il maresciallo Oreste Leonardi è stato attinto da 9 colpi tutti presumibilmente in calibro 9 parabellum, di cui 4 ritenuti sono dello Fna43 N. 1. Dei 4 proiettili ritenuti, 2 furono rinvenuti alla base dell’emitorace sinistro nei tessuti molli paravertebrali; altri 2 erano parzialmente usciti, ma trattenuti dai vestiti in corrispondenza del fianco e della spalla destra. Ma anche tutti gli altri, repertati nella intercapedine interna dello sportello di destra si pensa che siano della stessa arma. Se ne dedurrebbe quindi che il Leonardi venne colpito con tiro da sinistra (da dove sparava lo Fna43 N.1). Tuttavia almeno uno o due dei colpi mortali potrebbero non provenire da sinistra (i colpi mortali sono soprattutto i due al capo, di cui uno trafosso ha lesionato il cervello ed è uscito da altra parte, da destra a sinistra, e l’altro trafosso in basso ha colpito il cuore; ma anche un paio al tronco). Sembrerebbe, che tutti questi nove colpi sono sempre dell’ FNA43 N. 1 quello che spara da sinistra. A nostro avviso però, almeno su un paio di colpi, non ritenuti e quindi di più difficile analisi può esserci incertezza (uno forse potrebbe appartenere ad uno dei due colpi sparati dalla S&W39 ?). - L’agente Raffaele Iozzino, uscito dall’Alfetta, dove era seduto a destra nei sedili posteriori, fu abbattuto, con 17 colpi, presumibilmente in calibro 9 parabellum (7 sicuri ritenuti), definiti da distanze relativamente “brevi”, che lo centrano in prevalenza sul lato sinistro del corpo, e venivano da varie parti. 6 Colpi sono sicuri dello Fna43 N. 2 (forse 7, secondo un frammento di proiettile ritenuto), ma considerando quelli trapassati devono essere di più. - Sull’appuntato Domenico Ricci (autista della Fiat 130), si riscontrano 7 colpi (le prime perizie ne avevano contati 8 causa uno rimbalzato in due punti) tutti da sinistra a destra, alcuni da breve distanza, quindi provenienti dal lato sinistro della strada. Nessuno è stato ritenuto per cui non ci sono certezze assolute, ma si presume che sono in calibro 9 parabellum. - Sull’agente Giulio Rivera (guidatore dell’Alfetta), 8 di cui 2 ritenuti anche come frammenti; 5 con orientamento da sinistra verso destra e 3 con orientamento da destra verso sinistra e con rigatura di arma diversa da quella usata per il Leonardi. 1 colpo è di una pistola 7,65 parabellum, ed anche un nucleo di pallottola estratto dal cadavere 41 sembra essere di cal. 7,65; gli altri presumibilmente in calibro 9 parabellum, di cui 2 colpi sono del Tz45 - Infine sul vice brigadiere Francesco Zizzi, 3 colpi, nessuno ritenuto, seduto sul sedile anteriore a fianco del guidatore dell’Alfetta, lo colpirono a tergo obliquamente, gli trapassano il corpo con decorso postero-anteriore, e obliquo dal basso verso l’alto forse a causa della sua posizione assunta in quei momenti. La possibilità più reale è che lo Zizzi venne attinto da tergo e un po’ obliquamente, mentre stava cercando di scendere dall’auto. Qui appresso le slide della scientifica - Polizia di Stato, presentate nel corso della loro audizione alla nuova Commissione d’inchiesta per il caso Moro il 10 giugno 2015: Leonardi. Una osservazione: l’ esame autoptico, medico legale del 1978 attestava, tra le altre risultanze: «La morte e stata causata da una ferita trasfossa al cranio e da una ferita trasfossa al cuore unitamente ad altre lesioni penetranti in cavità toracica le quali indubbiamente consentono un giudizio di istantaneità del decesso. Il soggetto e stato raggiunto da numerosi colpi d’arma da fuoco; In particolare sono state identificate le traiettorie di 9 Proiettili i quali hanno percorso differenti direzioni intrasomatiche, 6 con netto orientamento da destra verso sinistra, 1 al capo con obliquità più accentuata da destra verso sinistra, 2 orientate lungo l’asse perpendicolare del corpo; non esistono elementi obiettivi dal punto di vista medico legale che inducano a ritenere che i colpi medesimi siano stati esplosi nell’ambito delie brevi distanze, anche appare verosimile che i colpi che hanno seguito una traiettoria intrasomatica pressochè perpendicolare al corpo siano stati esplosi da distanza più ravvicinata; comunque un giudizio definitivo in merito come quello relativo al tipo 42 dell’arma e al tipo di munizionamento dovrà essere desunto, dai risultati delle indagini balistiche». La Relazione balistica e medico legale del 1993 precisava: «Chi sparò al Leonardi lo fece leggermente dietro avanti, destra sinistra, alto basso, proprio per non colpire il compagno che si trovava a sinistra dell'auto». In effetti veri studi sulle traiettorie a suo tempo non furono eseguiti, ma le indicazioni c’erano, anche se dovevano essere rapportate alla scena del crimine. La Polizia di Stato ha dichiarato che i loro periti si sono basati anche sulle risultanze peritali a suo tempo svolte. E non poteva essere diversamente non potendosi più svolgere oggi esami necroscopici e poi le hanno contestualizzate alla reale scena della strage. Cosicchè nella loro slide si vede che le linee di tiro, hanno le freccette in direzione avanti – dietro e non dietro - avanti. Il chè si aggiunge ed è funzionale alla loro ricostruzione che i colpi venivano da sinistra, ma potevano dare l’apparenza di venire da destra. Tuttavia noi manteniamo dei dubbi in proposito su uno o due colpi, quelli mortali che come dicevano le precedenti perizie venivano da destra. Ecco comunque come venne descritto dalla scientifica dell’epoca il ritrovamento del corpo di Leonardi: «Il cadavere del M/llo dei CC Leonardi Oreste si rinviene rannicchiato sul lato destro della parte anteriore dell’abitacolo. Esso, tiepido, integro, rilassato, inodore, vestito, giace sul fianco sinistro con la testa rivolta verso lo schienale del sedile anteriore destre e i piedi in direzione del pianale. La testa rotata e flessa a sinistra, poggia con la regione temporo-parietale sinistra sullo schienale del sedile anteriore destro. Gli occhi e la bocca sono chiusi. Il tronco, flesso in avanti, e rotato a sinistra, poggia con la regione toracica laterale sinistra, sul piano del sedile anteriore destro». Domenico Ricci 43 Raffaele Iozzino Giulio Rivera 44 Francesco Zizzi Questa slide sopra mostra che il vice brigadiere Zizzi aveva ricevuto colpi a tergo e con traiettoria dal basso verso l’alto. Ma questo è ovviamente impossibile, per cui deve ritenersi che il brigadiere aveva assunto una posizione atta a ricevere colpi in quel modo. Una relazione peritale asserì che era incerto stabilire se lo Zizzi scese dall’auto già ferito o venne colpito nello scendere. da dietro – avanti, Comunque la polizia scientifica ha fatto di certo un buon lavoro, le ricostruzioni sono precise ed accurate, anche se qualche dubbio sorge su le traiettorie dietro – avanti, trasformate in avanti – dietro per i colpi che hanno attinto il maresciallo Leonardi. I periti nella loro Audizione davanti alla nuova Commissione d’inchiesta sul caso Moro, hanno però sostenuto che le vecchie traiettorie dei medici legali andavano contestualizzate alla reale scena del crimine. Il ragionamento è corretto, ma i dubbi restano. 45 BERSAGLI AUTOVETTURE Sulla Fiat 130 presidenziale spararono almeno tre armi diverse, soprattutto il mitra Fna43 N. 1, ma anche la S&W39 per un paio di colpi che non è possibile attestare se vengono da destra o da sinistra (tuttavia si dubita che abbiano attinto il maresciallo Leonardi, dicesi finiti nel sedile), e la Beretta 7,65 (forse per 1 colpo). Al suo interno si trovarono colpi dell’Fna43 N. 1 soprattutto, e della pistola S&W39 per 2 colpi. Dovrebbe avervi sparato anche l’M12, presunto di Fiore, per 3 colpi, ma un riscontro certo di proiettili non è stato possibile accertarlo. La Relazione tecnico - balistica e medico legale di Merli-Ronchetti-Ugolini (1993) dice: «In quanto all'affermazione che "non più di due hanno sparato la 130" è risultato invece che contro gli occupanti vennero esplosi colpi calibro 9 x 19 parabellum con almeno due armi diverse (una con canna a 6dx da 1.60 e una con canna a 6dx da 1.10) e venne pure impiegata una pistola cal. 7,65 Parabellum per almeno 2 colpi». La Fiat 130 di Moro ha entrambi i vetri laterali delle portiere destra e sinistra, infranti. I periti della scientifica della Polizia di Stato sospettano che la 130 venne attinta in movimento quando dopo i primi colpi l’autista ha sterzato e tamponò la 128 targata CD che al momento del fermo delle macchine non era stata però tamponata. In realtà la Fiat 130, si muoveva a sobbalzi cercando di sfuggire al blocco macchine. Oggi i periti della scientifica, per quanto riguarda colpi giunti dal lato destro, ci dicono che queste evidenze non ci sono, tranne due o tre colpi, sparati in una seconda fase. A nostro parere però tutto questo resta dubbio. L’Alfetta di scorta venne centrata da molti colpi e di certo vi spararono il mitra Fna43 2; il mitra T45; e 1 colpo dalle pistole S&W39, e della Beretta 7, 65: al suo interno furono rinvenuti proiettili di tutte queste armi. Il bagagliaio dietro fu colpito da un proiettile calibro 9 corto. Alcuni colpi risultano esplosi a brevissima distanza, altri ad una distanza superiore a quella del tiro sulla 130 di Moro. Questo per le due auto e per un totale di 61 colpi, su 91, andati a bersaglio (meno però a bersaglio sugli uomini, attinti da 44 colpi in totale). 30 colpi, e forse qualcosa in più, non repertati, sono andati dispersi. La distribuzione di questi colpi, e i punti di sparo, in linea di massima e con alcune eccezioni, confermano la disposizione dei 4 brigatisti vestiti da avieri data da Morucci, con riserva che ad ogni aviere corrispondesse veramente il nome del brigatista indicato e che il numero di questi BR, a prescindere se hanno sparato o meno, era almeno di 5 o 6. N. LE AUTO E LA FUGA Le macchine accertate, poi utilizzate anche per la fuga furono: la Fiat 128 bianca messa a “cancelletto” per chiudere via Fani alta; una Fiat 128 blu parcheggiata in via Fani bassa con il muso verso via Stresa; una 132 Blu scuro parcheggiata contro mano in Via Stresa, per poi arrivare in retro marca a prendere Moro; e infine la Fiat 128 giardinetta targata CD, che rimase sul posto. Anche una Austin 112, poi non utilizzata, era parcheggiata in via Stresa per ogni evenienza. Quindi, non contando la A112, si contano 4 auto attive, più la moto Honda. Nella fuga Moretti salì davanti sulla 132 blu scuro guidata da Seghetti e con Moro e Fiore dietro. Secondo però un teste attendibile (A. Buttazzo un autista, ex poliziotto, che con la sua macchina andò per un breve tratto dietro alla macchina in fuga), nella 46 132 ci sono due uomini avanti, mentre dietro c’è Moro tra altri due. Anche un'altra testimonianze riferisce che quando arrivò la 132, guidata in retromarcia da Seghetti per prendere Moro, ne scesero due uomini. Ora quelli che misero Moro in macchina, prevedibilmente Moretti, Fiore e/o Gallinari erano già in strada, quindi sembrerebbe esserci un elemento in più già nella 132, ma non c’è certezza assoluta. Ricapitolando, anche la fuga con le auto, quindi: - Fiat 132: con Seghetti, Moretti, Fiore (Moro) e forse un altro BR (?): totale BR: non 3, ma probabilmente 4 - Fiat 128: blu con Morucci, Bonisoli e Balzerani: totale BR 3 (ma anche qui un teste ne vede andare via 4 su cui però sorvoliamo) - Fiat 128: bianca con Casimirri, Lojacono e Gallinari: totale BR 3 - Moto Honda: due sconosciuti: totale 2 - Algranati andata via prima: totale BR 1 Totale brigatisti in fuga: 12 (considerando la Algranati), ma quasi certamente 13. ALTRI REPERTI Qui in foto, un berretto da finto aviere che sembra caduto ad uno dei 4 BR vestiti da aviere. Forse proprio quello che fu visto dal teste Pietro Lalli mentre sparava dando le spalle al Bar Olivetti, Assieme al berretto anche un caricatore. Erano sul lato destro della carreggiata all’altezza della portiera anteriore sinistra della Fiat 130, ma vicino al marciapiede (a circa 1,15 cm.) e a circa 4 metri dal margine esterno della carreggiata di via Stresa. Il caricatore sembra sia di un Fna43 da 40 colpi per armi automatiche e ne contiene 25 in calibro 9 parabellum. A mezzo metro dal berretto si rinviene una cartuccia calibro 9 parabellum. A suo tempo si disse che era da 30 colpi, conteneva 22 cartucce più una in terra e si ritenne che poteva appartenere a Morucci, che forse aveva sparato, prima dell’inceppamento, 7 colpi (22 + 1 + 7 = 30), ma poi è stato precisato che ne conteneva 25 + 1 in terra. In base ai suoi racconti venne anche assegnato a Raffaele Fiore. Ma ora la Scientifica della Polizia di Stato sostiene che era da 40 colpi e di un Fna43. Si presume quindi che forse era stato fatto cadere da Morucci, ma non si è sicuri di quanti colpi aveva sparato prima di incepparsi (lui disse 2 o 3). In teoria se portava proprio 40 proiettili, potrebbero anche esserne stati sparati 14. Si noti poi che non sempre, per non sovraccaricare la molla, un caricatore si riempie con tutti i colpi che puo’ contenere. Dunque ogni conteggio è sempre aleatorio. Ricordiamo anche che queste attestazioni: Morucci, Fiore, ecc. che avrebbero avuto in dotazione queste armi, sono del tutto presunte, nessuno può dimostrare che fosse proprio Morucci ad avere l’Fna43 N. 1. Ci sono poi anche altri reperti trovati in strada, dopo l’agguato, come dei baffi finti, un bottone da carabiniere, una borsa, ecc. 47 Appendice 1: TESTIMONIANZE Riteniamo opportuno far conoscere alcune importanti testimonianze recepite anche in sede processuale (Corte di Assise), testimonianze di cui, nonostante possibili imprecisioni e incongruenze, bisognerà tenerne conto per ricostruire un quadro reale dei fatti. Iniziamo dalle due più importanti testimonianze, dei testi Pietro Lalli e l’ing. Alessandro Marini che hanno fornito certi particolari che in buona parte collimano con la dinamiche di quegli eventi. Possono esserci dei passaggi sbagliati, frutto di emozioni del momento e cattiva registrazione dei fatti, ma sostanzialmente le due testimonianze sono abbastanza attinenti alla realtà dei fatti. Sul Lalli pesa in parte il fatto che osservò quelle scene da oltre 100 metri, non di certo una distanza ottimale, mentre il Marini, mettendo insieme tutte le testimonianze da lui fornite e ripetute nel tempo ha fatto molta confusione. Ecco perché riteniamo importante fornire solo la testimonianza da lui fornita “a caldo”, alla Digos, poco più di un ora dopo gli eventi. Appresso le testimonianze significative (evidenziamo in neretto i passi più importanti). TESTIMONIANZA PIETRO LALLI Il sig. Pietro Lalli, lavorava all’autolavaggio del benzinaio in via Fani bassa, ed era "un buon conoscitore di armi", avvertì "4 o 5 colpi di pistola secchi, molto secchi e ravvicinati tra loro". Questo conferma altre testimonianze che hanno sentito prima dei colpi singoli Precipitatosi al centro della strada e guardando in alto verso l’incrocio, il luogo di provenienza", distinse: Un giovane che all'incrocio di Via Fani con Via Stresa, con le spalle rivolte al bar Olivetti, impugnava un mitra e sparava in direzione di un'autovettura di colore bleu Fiat 130". Furono "esplose due raffiche: la prima, un pò più corta, a distanza ravvicinata rispetto al bersaglio; la seconda, più lunga, fu estesa a un'Alfetta chiara che seguiva la 130 e fu consentita da un balzo indietro dello sparatore che in tal modo allargò il raggio di azione e del tiro. Lo sparatore mostrava estrema padronanza dell'arma. Sparava avendo la mano sinistra poggiata sulla canna dell'arma e con la destra, imbracciato il mitra, tirava con calma e determinazione convinto di quello che faceva. Indossava un cappotto-soprabito di colore chiaro e forse i guanti. Nell'attimo in cui spiccò il salto indietro per effettuare la seconda raffica, gli cascò dal capo un cappello con visiera di "colore bleu". E’ possibile che il Lalli abbia percepito i movimenti del Morucci (sempre che quell’”aviere” primo della fila davanti al muso della 130 presidenziale fosse lui), che sparò in due tempi , causa inceppamento del mitra, e che fece un salto indietro sulla strada per disinceppare l’arma. Resta dubbia la seconda raffica che il Lalli vede estesa alla Alfetta di scorta dietro perché i rilievi non hanno confermato colpi dello Fna43 n. 1, su questa Alfetta anche se magari qualche proiettile molto deformato o parte di esso, non si è potuto ben individuare. 48 TESTIMONIANZA ALESSANDRO MARINI Ecco la prima deposizione di Marini alla Digos resa, alle 10,15 del 16 marzo ’78. 49 Il 5 aprile 1978 il Marini precisa al giudice Infelisi che il passeggero assomigliante all’attore Edoardo De Filippo, era dietro e non avanti alla guida come aveva precedentemente affermato e quindi era il guidatore ad essere incappucciato. Ed ecco ora nella pagina successiva che l’ing. Marini va a mettere a verbale, il. 26 settembre 1978, la denuncia contro ignoti che lo stavano minacciando telefonicamente. Appresso uno stralcio dove egli precisa anche che i vetri laterali della 130 di Moro furono rotti da due brigatisti usciti dalla 128 targata CD, e quindi corregge e precisa anche che quello che gli ha sparato dalla Honda, il passeggero, era a volto scoperto, e che gli sarebbe stata colpita solo la parte superiore del parabrezza rompendolo. Il Marini farà poi anche uno schizzo della scena del crimine. Dal suo punto di osservazione non poteva vedere bene la Austin Morris alla sua sinistra e coperta a destra dalle auto di Moro. Può vedere invece il fondo della strada, verso il lato sinistro dove sono i tiratori “avieri” e alla altezza della Mini Cooper. Ed è lì che vide aggirarsi due presenze extra oltre i tiratori in divisa da “avieri”. Si potrebbe avanzare l’ipotesi che quei due fossero Lojacono e/o Casimirri che erano da quelle parti al cancelletto alto, ma lo escluderemmo per il fatto che uno era quello a volto coperto e l’altro probabilmente sparava con l’Fna43 n. 2 che non poteva essere in mano al Lojacono o al Casimirri. 50 Collage di tre stralci dal verbale firmato da Marini del 26 settembre 1978. 51 Qui sotto, uno schizzo fatto dall’ing. Marini a illustrare la sua testimonianza. . 52 ALTRE TESTIMONIANZE De Andreis Lina Cinzia: In particolare, dirà che accingendosi a ritornare in Via della Camilluccia, vide "le tre macchine descritte", cioè la "Fiat 128 color bleu su cui era un giovane" e la "Fiat 128 targata CD" partire "improvvisamente con un forte sdridio di gomme". Quest'ultima "si faceva tamponare da un'altra auto proveniente da Via Fani. Le altre due auto si fermavano vicino e in quel preciso momento" la teste ebbe "modo di udire distintamente che le persone scese dalle auto gridavano in una lingua sconosciuta che non era né francese, né tedesca, né inglese. Con rapida successione dopo le grida" sentì "dei colpi da sparo". "A sparare complessivamente sono state non meno di cinque persone" tra cui "gli occupanti della Fiat 128 con targa CD". "L'uomo seduto accanto al posto di guida dell'auto che aveva tamponato il 128 CD" scese dalla vettura e fu "colpito dai colpi che nel frattempo erano stati sparati. Costui fu sollevato, una volta caduto a terra, da uno degli assalitori e respinto al posto da cui era sceso". Ancora, "una persona, che non si reggeva in piedi, fu prelevata dall'auto che aveva tamponato il 128 bianco e spinta a bordo di una delle due macchine bleu, proprio la 131". È evidente qui l'errore materiale della teste che nella sua deposizione ha, dunque, sempre indicato un modello Fiat diverso da quello reale poi impiegato per il trasporto dell'on. Aldo Moro. Pistolesi Paolo, dalla sua edicola, qualche istante prima, aveva "visto transitare, come tutte le mattine, ad elevata velocità l'autovettura dell'on. Moro seguita da quella della scorta", ad un tratto "udì un colpo e poi, a breve intervallo, altri due colpi di pistola" (267). Subito, però, "echeggiarono, chiarissime, una o due raffiche di mitra". Precipitatosi in istrada, notò "lo sportello destro posteriore dell'Alfetta della scorta aperto e il corpo di uno degli agenti disteso a terra. Dietro l'Alfetta vi era una Fiat 128 di colore bianco messa in senso diagonale e in modo tale da non consentire alcuna manovra al mezzo della scorta". Mentre si dirigeva, "urlando, verso la macchina nell'intento di prestare soccorso, dalla parte laterale della 128 sbucò fuori un uomo con un mitra in mano" che gli fece cenno di allontanarsi. Il Pistolesi restò "per un attimo indeciso", ma quando il malvivente gli puntò di nuovo l'arma contro, si nascose a riparo di una vettura: l'uomo, "alto metri 1,70, di corporatura normale e vestito con abiti scuri, portava un sotto casco di colore nero con una striscia rossa in mezzo". "All'incrocio di Via Fani con Via Stresa", vicino al bar Olivetti, "era un altro uomo, che indossava una divisa con berretto di colore bleu alto metri 1,75 1,80 circa con capelli di colore chiaro". Dopo alcuni attimi "la 128 bianca ripartì a tutta velocità verso Via Stresa e la zona Trionfale". Procopio Lina, a sua volta, uscendo dal garage condominiale, percepì "alcuni colpi singoli non in rapida successione" (268). 53 Al termine della rampa, alla sua sinistra, scorse "quattro o cinque uomini indossanti una divisa di colore bleu scuro con berretti a visiera, i quali sparavano con dei mitra, mentre un altro individuo travisato con passamontagna, isolato dal gruppo, sempre impugnando un mitra, impediva ai passanti di avvicinarsi". La donna, che aveva con sè la figlia di tre anni, "si appiattì" sul pavimento della sua macchina e venne più tardi soccorsa dal portiere dello stabile. Pure Damiani Cristina, che stava percorrendo Via Fani, avvertì "distintamente" alle sua spalle "una leggera frenata seguita da un rumore" come di tamponamento" e, quindi, "un colpo isolato di arma da fuoco" (269). "Istintivamente" si girò abbassandosi e in quel momento intese "una raffica di colpi di tonalità diversa a cui si sovrapposero altre raffiche ripetute". La ragazza si "accovacciò" vicino ad un'auto e da qui fu in grado di distinguere le "tre macchine in fila" coinvolte nell'incidente e "una canna di arma da fuoco lunga circa 30 centimetri spuntare da dietro una vettura parcheggiata davanti al bar Olivetti". "Successivamente una persona che presumibilmente era scesa da una delle vetture che si erano tamponate cadde in terra verso il marciapiede" "in posizione supina". Intorno ai veicoli predetti "si muovevano in maniera frenetica" "sei persone" che non erano tutte "in divisa ". Cessati gli spari, "una 128 berlina scura" risalì "per Via Stresa". Evadini Eufemia, che si stava recando al lavoro e percorreva Via Fani, aggiungerà (270): "ho controllato il mio orologio, ritenendo di essere in ritardo ed ho costatato che erano le 9,02. È stato allora che ho sentito che due macchine, che mi avevano superato, andando giù hanno frenato bruscamente e si sono tamponate. Poi, ho sentito, nitidamente, due spari e, subito dopo, delle raffiche. Ho guardato davanti ed ho visto tre macchine in fila una dietro l'altra. Sul marciapiede destro della strada non c'era nessuno. Sul lato sinistro della strada, ho notato un gruppo di uomini in divisa, che al momento mi sono apparsi non meno di 7 o 8, che impugnavano delle armi, dei fucili corti, e sparavano contro le macchine ferme. Finiti gli spari ho visto che l'on. Moro veniva trascinato dalla macchina da due o tre persone. Lo hanno spinto verso un'autovettura che, dopo che l'on. Moro è stato fatto salire a bordo, è partita dirigendosi in Via Stresa in direzione della Trionfale". Conti Giovanna: "ad un tratto sentì due colpi e, subito dopo, una serie di colpi in rapida successione". Dalla finestra del salone che affacciava su Via Stresa, notò "tre autovetture ferme. Vicino al lato sinistro dell'auto di centro si trovava un individuo che indossava una divisa bleu scuro, come quella dell'Alitalia. Costui impugnava un mitra, con il calcio del quale ha infranto il vetro anteriore sinistro della autovettura. Ciò fatto, egli ha sparato ripetute raffiche contro l'uomo che era alla guida". 54 Al centro dell'incrocio "si trovava anche una ragazza, con le spalle rivolte alle macchine descritte, che impugnava un mitra corto con entrambe le mani". Costei "era piuttosto giovane, di statura media, indossava un giaccone ed aveva capelli castano-chiari". "Quasi contestualmente, nelle adiacenze della vettura di centro, due individui, che avevano la stessa divisa, sorreggevano l'on. Aldo Moro. Qualche istante dopo l'on. Moro salì, con i suoi accompagnatori, su un'auto Fiat che era ferma proprio al centro dell'incrocio in questione" e che subito "partì su Via Stresa in direzione di Via Trionfale". Già queste testimonianze, che potranno anche divergere per alcuni dettagli, soprattutto per la precisione dei tempi attesati che non è raro vengano travisati nella memoria, o aver subito una certa emotività del momento, dimostrano, contrariamente a quanto hanno raccontato i brigatisti, che il fuoco venne aperto da alcuni colpi singoli, dopo gli urti delle auto, che almeno il vetro laterale destro della Fiat 130 di Moro venne infranto per sparare dentro, non è possibile stabilire se prima o dopo aver già effettuato dei primis spari, e che le presenze in azione, durante i momenti di fuoco, erano sicuramente di più dei 4 tiratori vestiti da “avieri. Sul numero extra, ovviamente, i ricordi sono eterogeni e confusi. Caliò Marincola Antonio, invece, accorso al balcone della sua casa "richiamato da una sequenza di colpi", costatò che "alla sinistra" della Fiat 130 "erano fermi due individui che indossavano una divisa. Entrambi impugnavano armi da fuoco", con quasi certezza "dei mitra corti". "Uno dei due, con il calcio del suo mitra, ha sfondato il vetro del finestrino anteriore sinistro della Fiat 130 e ha sparato una lunga raffica contro il conducente dell'autovettura. L'altro individuo ha aperto la portiera posteriore sinistra della stessa auto ed ha fatto scendere l'on. Moro, accompagnandolo, sostenendolo per un braccio, verso il lato di Via Stresa. In questo frangente il primo individuo ha esploso una nuova raffica all'interno della Fiat 130. Qualche istante dopo, per Via Stresa sfrecciò una vettura di colore chiaro, cioè una Fiat 128". Pellegrini Giorgio, avendo udito "dei colpi di arma da fuoco", corse sul terrazzo della sua abitazione sita al quarto piano di un edificio di Via Molveno n. 87. Dall'alto vide "all'incrocio le autovetture bloccate e due persone: uno impugnava un'arma, un mitra, e sparava ripetutamente in direzione del gruppo delle auto. Questo era vestito con una divisa". "Il secondo individuo indossava una divisa identica all'altro". "Dopo qualche attimo" nella visuale del teste comparvero altre "due persone indossanti una divisa", le quali "sorreggevano un uomo" che "portarono presso un'autovettura scura di grosse dimensioni ferma all'inizio di Via Stresa". "Nella macchina hanno preso posto la persona che era sorretta e i due in divisa. La macchina è partita ad andatura normale, percorrendo Via Stresa, in salita, in direzione di Via Trionfale". 55 Samperi Giuseppe, gestore di un distributore di benzina in Via Fani n. 170, mentre era intento a servire un cliente, percepì "degli spari" e si lanciò "verso il posto da cui provenivano. Nel frangente la sua attenzione fu attratta da "un'auto di colore bleu" contro cui "sparavano due persone di sesso maschile, le quali indossavano una uniforme di colore bleu con strisce dorate sulle maniche. I due individui avevano il berretto". Costoro, quindi, "trassero con forza un uomo dalla macchina con due borse". Senonché, proprio allora, "due persone, tra cui una donna che aveva in mano un mitra a canne corte", si rivolsero al Samperi e gridarono:" se ne vada via, se ne vada via". "L'uomo senza berretto, pur indossando un'uniforme, era di corporatura normale, alto un metro e settantacinque; la donna era alta un metro e sessantacinque circa e poteva avere 23-25 anni. Vestiva una giacca e una gonna bleu, aveva capelli corti". Poi, entrambi "montarono a bordo di un'autovettura e fuggirono". Intrevado Giovanni, all'epoca agente di P.S. presso il I Reparto Celere di Roma, ha precisato talune circostanze di enorme interesse probatorio, confermando implicitamente le dichiarazioni di Conti Giovanna e Samperi Giuseppe. Giunto all'angolo di Via Stresa, l'Intrevado costatò che "avevano già finito di sparare", ma riuscì ugualmente a vedere "due uomini in divisa trascinare l'on. Moro da una macchina bleu a una 132", che si era "affiancata". "I terroristi fecero salire lo stesso on. Moro dalla parte posteriore destra. Sulla macchina salirono almeno tre terroristi in divisa". "Al centro dell'incrocio vi era una ragazza dall'apparente età di anni 22 circa, di altezza 1,65-1,70, snella, capelli castani fino al collo, con un visino pulito, indossante dei jeans blu. Con la destra impugnava un mitra M 12". Costei gli si "voltò puntando il mitra e urlando: fermo là non si muova, vada indietro". "Ciò fece anche nei confronti di un'altra macchina che scendeva da Via Stresa. In tal modo l'incrocio rimase parzialmente libero e la 132 in cui avevano caricato l'on. Moro poté scappare per Via Stresa in direzione di Via Trionfale". "Subito dopo", due uomini in divisa montarono sui sedili anteriori di una 128 bleu vuota "che era parcheggiata" di fronte al luogo ove era avvenuto l'eccidio; la ragazza, invece, "salì sul sedile posteriore" dello stesso veicolo. Il poliziotto, "scioccato e stravolto", non fu in grado di intervenire efficacemente, "perché la sua pistola si era inceppata" e, "mentre scendeva dalla sua Fiat 500 per correre verso le tre macchine ferme", gli "sfrecciò vicino una moto di grossa cilindrata con due persone a bordo". Gli parve di ricordare che tra i due sulla moto si intravedeva parte di un arma o un caricatore. Lattari Chiara, uditi i primi colpi in vìa Fani andò alla finestra e intravide un giovane con un cappello di lana, una giacca a vento blue, alto circa un metro e sessantacinque e un mitra in mano. 56 Appendice 2: RELAZIONE DI PERIZIA TECNICO-BALISTICA-MEDICO LEGALE SULL'ECCIDIO DELLA SCORTA DELL'ON. MORO. In base ai nuovi riscontri abbiamo aggiunto delle note. Moro quater, "Relazione di perizia tecnico-balistica-medico legale sull'eccidio della scorta dell'on. Moro" - (1993, resa nota nel 1994) - Merli-RonchettiUgolini. «[…] Il Ricci e il Leonardi erano nell'auto Fiat 130 del presidente Moro, rispettivamente il guidatore il primo, e passeggero anteriore il secondo: l'onorevole Moro era dietro e occupava il posto sinistro. Il Rivera (autista), lo Zizzi (passeggero anteriore) e lo Iozzino (passeggero posteriore a destra) erano in una Alfetta di scorta che seguiva la Fiat 130 a breve distanza. Davanti al bar Olivetti una auto Fiat 128 giardiniera con targa CD frena improvvisamente, e l'auto del presidente Moro che la seguiva la tampona [1] dopo avere tentato di deviare verso destra. Mentre nell'auto Fiat 128 ne escono due persone [2], tra cui una donna (pare) che si avvicinano ognuna dalla sua parte al guidatore e al passeggero anteriore, e immediatamente aprono il fuoco attraverso i vetri con precisione topografica perfetta in modo da risparmiare di colpire con proiettili e frammenti di vetro l'onorevole [Moro] che era di dietro. Chi sparò al Ricci lo fece con direzione avanti dietro, sinistra destra rispetto l'auto col muso verso via Stresa. Chi sparò al Leonardi lo fece leggermente dietro avanti, destra sinistra, alto basso, proprio per non colpire il compagno che si trovava a sinistra dell'auto. Contemporaneamente dal marciapiede sinistro (ossia da presso la Mini morris - punti K, B, Z, X, N - e da davanti al bar Olivetti - punti C, Q, S, N, vedi mappa pagina successiva) partivano almeno due raffiche molto lunghe di colpi che erano dirette alla Alfetta che seguiva, e immediatamente il Rivera veniva crivellato di colpi. Lo Iozzino e lo Zizzi fecero a tempo a uscire fuori. Lo Iozzino impugnando la sua pistola riuscì, prima di essere colpito da un fuoco incrociato da parte di colui che sparò alla Alfetta e da quello che sparò a Leonardi da vicino [3], a sparare due colpi verso gli assalitori. Lo Zizzi venne anche lui centrato e poi morì al Policlinico Gemelli. Non è ben definito, ma un'altra persona oppure uno di quelli che aveva già sparato con una arma 9 Parabellum, estrasse la pistola e sparò per finire il Rivera e il Ricci e forse il povero Iozzino: i bossoli furono trovati intorno al tombino a fianco del morto, dunque lo sparatore doveva essere sul marciapiede destro, e forse quello che sparò al Leonardi [?, testuale, ndr]. Tale finale non è comprensibile se non ricollegando un inceppamento di un'altra arma, per esempio automatica, e l'impiego di una pistola è come ripiego. Durante i fatti venne esploso anche un colpo di pistola Beretta M34 (probabilmente) e comunque di calibro 9mm corto Browning [4] . La direzione di sparo dovrebbe coincidere con la zona ove vennero esplose le due raffiche contro l'Alfetta. […] L'esame dei reperti, i sopralluoghi, le indagini tecniche anche strumentali hanno permesso di indurre quanto è stato riportato nella presente relazione peritale che è il contenuto dì quanto i sottoscritti credono di dover riferire. 57 58 Nel fatto di cui è processo vennero esplosi molti colpi, ma sono reliquari nei luoghi solo 93 bossoli che potrebbero essere pertanto non tutti: così pure i proiettili repertati nei luoghi e nei cadaveri. Questa casualità non ha permesso di formulare una diagnosi esatta ed esauriente sul tipo e marca delle armi impiegate. A stare ai bossoli, essi risultano esplosi almeno da sei armi. Una di esse è certamente l'arma dello Iozzino che ha lasciato 2 bossoli [5]. Sulle altre armi in calibro 9 mm Parabellum è possibile azzardare una ipotesi che quella che ha lasciato 49 bossoli possa essere una Beretta Mp 12 o similare. [...] Un'arma in calibro 7,65 Parabellum venne pure usata, sembra con lo scopo di finire alcuni occupanti l'Alfetta di scorta e anche quelli della 130. I colpi esplosi furono almeno 4, tanti i bossoli ritrovati. Durante la sparatoria venne anche impiegata un'altra arma che non ha permesso la repertazione di bossoli: forse si tratta di una Beretta M34 di calibro 9 mm corto: di tale arma è trovato un proiettile che ha sfondato il portabagagli della Alfetta [Vedi nota 4]. La complessità dei fatti, e la numerosità dei colpi esplosi, la non completa repertazione dei proiettili, persi chi sa dove, come forse persi sono andati alcuni bossoli a causa della marea dei curiosi che tutto calpestavano e raccoglievano impunemente prima che si apponessero per giusto ordine del sostituto procuratore della Repubblica di turno, dr. Infelisi, transenne per impedire l'accesso, non hanno permesso la perfetta risoluzione tecnica circa le armi che sono state usate. Comunque nel testo sono stati esaminati puntigliosamente sia le caratteristiche di classe che quelle di singolarità di classe in modo che in caso di nuova repertazione in altri fatti di sangue od altro o nel ritrovamento delle armi usate, sia possibile fare il riconoscimento comparativo. […] Alla pag. 35 del cd. "Memoriale Morucci" si indicano quali armi sarebbero dovute essere usate per compiere materialmente l'eccidio della scorta dell'on. Moro. Riferirà appunto Morucci che: «"... Le armi usate in via Fani erano le seguenti: un Fna in mia dotazione; un M12 (Fiore); una TZ 45 (Gallinari); un altro Fna 43 (Bonisoli); un Mab 38/42 (Moretti), che non ha sparato. Oltre ai mitra, i vari componenti del nucleo avevano le pistole automatiche in dotazione personale: una S&W 39 (di Gallinari che ha sparato dei colpi); una Beretta 51 cal. 7.65 (che ha anch'essa sparato dei colpi); tre Browning HP (di Moretti, Morucci, Fiore. Pistole, queste, che non hanno sparato). Altre armi portate dai restanti componenti del commando, ma non usate (cioè che non hanno sparato), erano un fucile automatico cal. 30M1 e la CZ Skorpion 7.65, entrambe rinvenute in viale Giulio Cesare (all'arresto mio e della Faranda) e in dotazione rispetti-vamente al n. 3 (Loiacono che era sulla Fiat 128 e copriva la parte superiore di via Fani) che era in via Fani subito dietro l'Alfetta della polizia, e la n. 4 (Balzerani) che era al centro dell'incrocio... "». Se si vuole oggi - al lume delle accresciute conoscenze e delle esperienze dirette e anche del sequestro di due delle armi presuntivamente usate - ricapitolare sul numero delle armi impiegate nella sparatoria, attraverso l'esame dei bossoli e dei proiettili [...], riconfermando quanto collegialmente concordato in sede della perizia conclusiva disposta dall'Ufficio istruzione del Tribunale di Roma (g.i dr. Imposimato, incarico del 27-6-80), nell'esecuzione della strage della scorta dell'on. Moro, vennero utilizzate: pistola semiautomatica Beretta mod. 52 cal. 7.65 mm pistola semiautomatica Beretta mod. 92S cal, 9 x 19 parabellum (dai bossoli, la pistola dello Iozzino), 59 pistola semiautomatica Smith & Wesson mod. 39-2 cal. 9 x 19 parabellum (dai bossoli quella sequestrata al Gallinari Prospero). pistola mitragliatrice Fna43 cal. 9x19 Parabellum; pistola mitragliatrice Fna43 cal. 9x19 Parabellum; pistola mitragliatrice Tz45 cal. 9x19 Parabellum; pistola mitragliatrice Beretta Mp12 cal. 9x19 Parabellum (dai bossoli, quella sequestrata a Falcone Piero); va aggiunta una ottava arma, identificata solo attraverso due proiettili, e cioè una pistola semiautomatica Beretta cal. 9x17 (9M34) [...] [Vedi nota 4] Il Morucci nel suo memoriale difensivo, asserisce che l'operazione iniziò subito dopo lo scontro tra la Fiat 130 e l'Alfetta della scorta, e che lui, Fiore, Gallinari e Bonìsoli, partirono da dietro la siepe davanti al bar Olivetti - cioè dalla parte sinistra delle due autovetture - e si portarono sulla strada e iniziarono da soli a sparare. Il Morucci avrebbe impugnato una pistola mitragliatrice Fna43, il Fiore una pistola mitragliatrice Beretta Mp12, il Gallinari una pistola mitragliatrice Tz45, e il Bonisoli un'altra Fna43. Sempre sulle dichiarazioni di Morucci, lui e il Fiore avrebbero sparato contro la sua parte sinistra della Fiat 130 concentrando il fuoco sul Ricci e il Leonardi, mentre il Gallinari e il Bonisoli avrebbero spa- rato [sempre contro la parte sinistra] dell'Alfetta della scorta. Durante questa prima fase, riferisce che sia la sua pistola mitragliatrice Fna43 sia la pistola mitragliatrice Beretta M12 del Fiore si incepparono. Morucci si spostò verso l'incrocio con via Stresa per disinceppare il mitra, e lasciò cadere sia una cartuccia che il caricatore difettoso dal quale mancavano alcune cartucce (quante esplose? Si presume almeno 7), poi ritornò verso la Fiat 130 e seguitò a sparare altri colpi con la stessa arma "ma l'auto era già ferma". Il Morucci riferisce anche che essendosi la mitragliatrice Fna43 del Bonisoli anch'essa inceppata, questi impugnò la sua pistola semiautomatica (Beretta mod. 51 in calibro 7.65 mm Parabellum) e che insieme al Gallinari che aveva anche lui lasciato il mitra per la sua pistola automatica (Smith & Wesson mod. 39 cal. 9x19 Parabellum), girarono sul fianco destro della Alfetta ed esplosero colpi "... contro i suoi occupanti". * (A questo punto la perizia riporta la seguente nota: «Dovrebbe esserci un errore, in quanto sìa lo Iozzino che il Zizzi uscirono subito dopo gli spari dalle porte di destra dell'Alfetta e pertanto né il Gallinari né tanto meno il Bonisoli potevano sparare contro gli "occupanti" dell'autovettura ove era rimasto già cadavere Rivera, tant'è che non fece neppure la mossa di aprire lo sportello... ») Il Morucci non riferisce invece né dell'uscita dello Iozzino né di quella dello Zizzi, né che lo Iozzino esplose colpi contro di loro»]. Il Morucci è categorico: "Essendo stati ritrovati dei bossoli calibro 7.65 Parabellum, e lui (Bonisoli) era l'unico ad avere in via Fani un'arma di questo calibro, alla base di un alberello sito in prossimità dell'incrocio, è probabile che sempre lui (Bonisoli) abbia esploso dei colpi contro il teste Marini. Ma si può escludere che da lì abbia sparato colpi contro il maresciallo Leonardi. 60 Sia perché la linea di mira era impedita dalla Mini Morris (per la precisione è una Austin Morris tipo mini clubman estate, n.d.r), sia perché su quella linea di tiro si sarebbero trovati Moretti, Fiore e Seghetti che stavano scaricando Moro sulla 132". Riguardo poi ai motivi della contestazione sulla ricostruzione della sparatoria così come riferita dal Morucci nel suo "memoriale difensivo" - e che cioè anche dalla destra della Fiat 130 e dell'Alfetta si trovarono sparatori che ferirono mortalmente il Leonardi e il Rivera già all'inizio dell'azione - può essere osservato che: appare fatto accertato che i Br in via Fani non usarono solo 4 mitra e 2 pistole, in quanto venne usata pure un'altra pistola (cal. 9x17) [Vedi nota 4] che neppure è menzionata dal Morucci tra quelle in dotazione quel giorno, e secondo il Bonisoli uno dei mitra non sparò neppure un colpo; corrisponde ai dati obiettivi che si sparò sia al Leonardi sia al Rivera dal marciapiede di destra, perché entrambi presentavano molti tramiti intrasomatici con andamento da destra verso sinistra e dunque con origine degli spari proprio dalla parte destra delle due auto; [6] corrisponde ai dati obiettivi che colui che usò la pistola in calibro 7.65 mm Parabellum esplose colpi anche contro la Fiat 130, tant'è che l'autista Ricci aveva addosso un frammento di tali proiettili e un altro proiettile integro, addirittura venne ritrovato sul pianale posteriore, ove era l'on. Moro; non è sostenibile che era impossibile sparare contemporaneamente con tiri incrociati da destra e da sinistra contro il Ricci e il Leonardi, perché ciò invece accadde ed è ampiamente provato dalla obiettivazione delle tracce sulle strutture dell'auto Fiat 130 e sui cadaveri: lo sparo incrociato simultaneo deve essere appunto per neutralizzare sicuramente tanto il Leonardi che il Ricci. Addirittura il Leonardi non subì neppure un impatto con direzione da sinistra verso destra, e certamente, se non fosse stato colpito dalla prima raffica che per il Morucci fu invece da sinistra, sarebbe sceso come lo Iozzino e lo Zizzi dalla parte destra; in quanto all'affermazione che "non più di due hanno sparato la 130" è risultato invece che contro gli occupanti vennero esplosi colpi calibro 9 x 19 parabellum con almeno due armi diverse (una con canna a 6dx da 1.60 e una con canna a 6dx da 1.10) e venne pure impiegata una pistola cal. 7,65 Parabellum per almeno 2 colpi; non sembrerebbe neppure vero che il Morucci sia stato l’unico a disinceppare il suo mitra e a seguitare a sparare poi contro la 130 dopo che gli altri già avevano compiuto la strage. Ciò perché sembrerebbe che una pistola mitragliatrice esplose almeno 48 colpi e poi l’unica usata dopo l’inceppamento fu - a sua affermazione solo quella del Morucci che precedentemente aveva perso il caricatore, dopo aver sparato solo 7 cartucce (ossia conservandone 22 + 1 in terra) non poteva certo raggiungere i 48 colpi con un solo altro caricatore (7 + 30 = 37 e non 48). D'altra parte se si volesse attribuire il caricatore ad altro mitra, occorrerebbe escludere anche la pistola mitragliatrice del Bonisoli (che dovrebbe aver esploso 22 colpi almeno e il caricatore avrebbe conservato 8 cartucce) e quello del Fiore (che sparò solo tre colpi e sarebbero dovute restare almeno 27 cartucce) e del Gallinari (che sparò 5 colpi e ne sarebbero dovuti restare altri 5 nel caricatore). [7] Appare nostro convincimento - allo stato - che il Morucci abbia formulato le sue controdeduzioni sulla ricostruzione dei fatti, della sparatoria e delle armi usate, in modo non completamente rispondente alla obiettività dei riscontri oggettivi scaturenti dalla repertazione, dal sopralluogo della polizia scientifica, dalle autopsie e dagli esami balistici. In particolare ci sembra che: […]. 61 è del tutto attendibile che il Leonardi venne subito attinto solo da proiettili provenienti dalla sua destra, e pertanto non corrisponde a verità l'esclusione della presenza di una persona sul marciapiede destro già al momento del primo sparo: a ciò si aggiunge il fatto che il Rivera venne anche lui attinto da alcuni colpi esplosi da destra, e ciò apparentemente con un'arma con caratteristiche diverse di rigatura di canna da quella usata per il Leonardi; è certo che chi aveva la pistola 7.65 mm Parabellum esplose 2 colpi anche contro la Fiat 130, e ciò contrariamente alle dichiarazioni di Morucci; poiché non si sono mai comparativamente esaminati tutti i proiettili repertati, non si hanno neppure elementi per poter affermare o escludere, in modo certo, che oltre alle armi menzionate e individuate peritalmente possano sussisterne altre - dello stesso calibro e con canne aventi le stesse caratteristiche geometriche dell'anima rigata (stessa marca e tipo, oppure altra marca e tipo, ma nessun numero, verso e larghezza dei solchi conduttori) delle altre - che esplosero anch'esse colpi e diedero la repertazione di proiettili, ma contemporaneamente la perdita – per un qualsiasi motivo dei rispettivi In questa ipotesi le armi usate potrebbero essere alcune di più. Note dell’Autore: [1] Rilievi successivi pare che abbiano escluso un tamponamento iniziale, ma solo secondario. [2] Questo episodio, attestato dal Marini, è alquanto dubbio, il teste può aver confuso e mischiato azioni di poco successive. I due usciti dalla 128 CD sono dubbi, però i vetri laterali della Fiat 130 furono effettivamente infranti, e per quanto riguarda quello della portiera sinistra, quello dalla parte dell’autista, fu notato da alcuni testimoni, oltre il Marini, che venne rotto da un brigatista che poi sparo nell’auto. Sui tempi della esecuzione resta un dubbio: se magari prima si sparò subito contro l’autista e poi si ruppe anche il vetro per sparare meglio. O viceversa.. [3] E’ difficile che quello che ha sparato al Leonardi, per sparare allo Iozzino, uscito dall’auto in piena sparatoria, abbia potuto risalire il marciapiede di destra, da dove arrivavano colpi sparati dal lato sinistro delle auto. Dovrebbe allora aver fatto il giro lungo sulla sinistra, dalla parte dei tiratori “avieri”, ma è improbabile e nessuno lo ha notato. Se questo tiratore iniziale c’è stato, sicuramente si è subito defilato veso l’incrocio. Così come viene ricostruita, questa sequenza è alquanto confusa. [4] In seguito si è supposto, che il colpo in calibro 9 corto era stato caricato erroneamente in un caricatore parabellum dell’Fna43 N. 2 . Quindi non c’è mai stata una pistola calibro 9 corto. [5] In realtà le armi che hanno sparato sono sette, 4 mitra, due pistole e in più quella dello Iozzino. Qui forse non è si è contato il mitra Mp12 di Fiore che le prime perizie dicevano non avere sparato, ma poi la perizia più accurata di Salza e Benedetti dello stesso 1993 stabilì che aveva sparato 3 colpi (sia pure in modo non sicurissimo). [6] Escluso forse il Leonardi, il cui tiratore forse da destra inizio gli spari (ma è tutto da accertare), gli altri che vennero colpiti anche da destra, non lo furono per un fuoco incrociato, ma solo al termine degli spari a causa di uno o due BR che fecero il giro delle macchine. [7] Oggi si dice che il caricatore repertato in terra, era di un Fna43 e da 40 colpi, e ne aveva dentro 25 + 1 in terra. Il ragionamento della Relazione è corretto, ma i riferimenti sono aleatori e oltretutto non c’è certezza con quanti colpi venne caricato, magari meno del dovuto per non sforzare la molla e non si ha certezza quanti colpi ha sparato Morucci prima dell’inceppamento. 62 Appendice 3: RISULTANZE RETROSPETTIVE DELLA SCIENTIFICA - POLIZIA DI STATO espresse nella audizione alla nuova Commissione parlamentare d’inchiesta sul rapimento e sulla morte di Aldo Moro, nel giugno 2015, Presidente Giuseppe Fioroni. Si riportano solo alcuni particolari ed elementi, anche perché ancora non sono state rese pubbliche le relazioni ufficiali. Oltretutto al momento delle audizioni le indagini della scientifica sono ancora un work in progress. Questi elementi sono tratti dalla audizione del primo dirigente dottoressa Laura Tintisona, dai dottori Federico Boffi, Lamberto Giannini e Eugenio Spina. In alcuni punti vi intercaliamo nostre critiche. Premettono i periti della scientifica: (…) In via preliminare, abbiamo analizzato le pregresse attività investigative, abbiamo acquisito atti di polizia giudiziaria dell'epoca, rilievi tecnici, elaborati peritali messi nella disponibilità della Commissione. Sono stati rintracciati e posti nella disponibilità numerosi reperti, tra cui le tre autovetture coinvolte nell'agguato, la gran parte dei reperti balistici sequestrati quello stesso giorno e altro materiale sempre sequestrato quel giorno in via Fani. Sintetizzando riportiamo alcuni passaggi interessanti. - Sulle traiettorie non vennero mai effettuati rilievi approfonditi, Quindi vecchie perizie sono insufficienti, anche perché le indicazioni medico legali dovevano essere messe poi in relazione alla scena del crimine, ma anche le nuove perizie, per motivi vari, non possono mai essere precise. Del resto la costruzione delle traiettorie non era mai stata fatta prima. Anche le esatte posizioni degli sparatori e delle vittime sono sempre approssimate. Aspetti critici per le perizie, sono la movimentazione dei bossoli, per cui solo se ne vengono trovati mucchietti consistenti, almeno 7 / 8, ecc., si può dare valore al punto di ritrovamento. Altri punti critici sono le comparazioni balistiche proiettili, bossoli, armi. Quando si effettuano delle comparazioni balistiche si associano dei reperti balistici, ossia dei bossoli o dei proiettili, tra loro per capire se siano appartenuti alla stessa arma oppure si associano gli stessi a un'arma specifica. Questo viene fatto attraverso delle comparazioni con dei microscopi comparatori tramite la valutazione soggettiva dell'operatore di microsegni presenti o sui fondelli dei bossoli, o sulle microstrie dei proiettili. Chiaramente questa soggettività è parziale, nel senso che ci sono dati oggettivi e osservazioni evidenti, ma la valutazione finale è dell'operatore che le osserva. Nel 1978 la positività o negatività di queste valutazioni si basava su una scala di tre valori: positivo, negativo o non idoneo alla comparazione. Negli anni l'esperienza comune, non solo della Polizia di Stato e dell'Arma dei Carabinieri, ma anche di tutte le polizie europee, messa in comune da organismi e organizzazioni che consentono studi interforze e anche internazionali, ha aumentato questa scala di valutazione e l'ha portata a cinque valori. Si sono aggiunti due valori 63 intermedi, per i quali non si può essere certi che il valore sia positivo e non si può essere certi che sia negativo. Ci sono, quindi, due livelli ulteriori. Questo per dire che la differenza dei risultati tra due perizie di epoche diverse va interpretata in questo modo. Si potè così attestare che furono in opera 7 armi (compresa la Beretta dello Iozzino) e non 6. Furono infatti divisi 8 bossoli prima univoci, in due distinti gruppi: 5 e 3 ovvero per il Tz45 e l’ M12. Per gli esami sono stati recuperati tutti i bossoli, repertati in via Fani, e parte dei proiettili e frammenti. Mancano però 2 proiettili repertati in sede autoptica sul maresciallo Leonardi e due sulla Alfetta, e alcuni proiettili rinvenuti nella 130 di Moro. E poco altro. Tuttavia tali proiettili mancanti vennero a suo tempo fotografati per la perizia Benedetti Salza. - La geografia dei colpi, specialmente sulla 130 presidenziale, dimostra che si sparò, inizialmente, con colpi singoli e poi a raffica, secondo la scientifica forse il primo andò a vuoto prendendo il parabrezza in alto, ma a noi non sembra un primo colpo, ma semmai un colpo successivo con lo sparatore che si è spostato quasi davanti l’auto. - L’Fna43 N. 1 spara contro la 130 e si presume anche l’M12, 3 colpi che però non si è riusciti a individuare. Il Tz45 è certo spara contro L’Alfetta. Così come l’Fna43, N. 2. - I periti della scientifica non hanno preso in considerazione il numero dei tiratori, e quindi nelle tavole dimostrative, hanno mostrato soli i coni di sparo, senza considerare se poi i tiratori fossero tre, quattro, o sei, sette. Ma resta il fatto che le armi che sparano sono solo sei (4 mitra e due pistole). - Per via del rinculo di un mitra che spara contro l’Alfetta, forse tenuto da mani inesperte, alcuni colpi raggiungono pericolosamente le abitazioni di fronte. - Se tra i BR tiratori vi è un tiratore esperto, non è di certo quello che spara i 49 colpi con l’Fna43 N 2, ma semmai quello che spara a Ricci e Leonardi con l’Fna43 N. 1, che infatti fu notato dal teste Pietro Lalli come un abile tiratore. - Se uno dei due sulla moto Honda ha sparato all’ing. Marini sul motorino, non essendosi però trovati altri bossoli diversi dalle sei armi individuate, bisognerebbe considerare che poteva avere solo una di queste sei armi individuate dalle perizie sulle armi. - L’autista Ricci venne attinto da 7 colpi tutti da sinistra e non 8 come sembrava, nessuno ritenuto. - Rivera riceve anche 3 colpi da destra che sembrano dall’alto, ma solo perché evidentemente l’autista si era accucciato. Due colpi vengono da destra e sono di 7,65 ovviamene sparati in un secondo tempo, di cui però forse solo uno attinge Rivera. . - La guardia Iozzino è attinta da 17 colpi da tutte le posizioni che non si possono definire. - La 7,65 attesta 4 colpi tuti sparati da destra, evidentemente in una fase due, - Della S&W39 ci sono 2 colpi sulla 130 di Moro che non è facile stabilire se provengono da destra o sinistra. Questa pistola ha esploso colpi sia da sinistra che da destra. - Anche lo Fna43 N. 2 ha esploso colpi da sinistra e da destra. - In tutto da destra sono stati sparati una quindicina di colpi (n.d.r.) . 64 - Auto colpite in movimento Per l’Alfetta 1800 di scorta, la distribuzione dei Bossoli sul terreno e la geografia dei colpi sull’auto fanno ritenere che questa venne colpita in movimento. Anche per la Fiat 130 presidenziale i periti della scientifica sospettano venne attinta in movimento quando, dopo i primi colpi, l’autista ha sterzato e tamponò la 128 targata CD che al momento del fermo delle macchine, invece, non era stata però tamponata. Nostra osservazione critica: D’accordo, i rilievi hanno dato quella impressione: geografia dei colpi sulle auto e bossoli in terra, ma ci sono anche altre spiegazioni, come per esempio che i brigatisti hanno sparato muovendosi, oppure, in teoria, che ci fosse un tiratore in più. E’ illogico e non credibile che i BR sparano alle auto prima che la 128 CD di Moretti bloccasse la 130 presidenziale.. Sarebbe da folli, sparare in movimento, un tiro ancor più difficile che su un bersaglio fermo, da parte di dilettanti, perdendo soprattutto l’effetto sorpresa dei brigatiti “avieri” sbucati all’improvviso. E allora hanno sparato non appena la 130 presidenziale, trovato l’ostacolo della 128 CD di Moretti, si è dovuta giocoforza fermare. Certo non rimase ferma, ma i movimenti, sono dovuti ai tentativi dell’autista Ricci di svicolare, strappi e sobbalzi forse determinati anche dalle prime pallottole che lo hanno ferito. Ecco perché Morucci poi disse che l’auto si muoveva avanti e indietro per divincolarsi dal blocco e quando era tornato a sparare, dopo l’inceppamento, le auto oramai erano ferme. Per analoghi motivi è impensabile che i brigatisti escono dalle siepi e sparano in corsa contro l’Alfetta che sta sopraggiungendo. Devono per forza aver sparato, al massimo, nel suo ultimo tratto quando era in frenata per l’ostacolo della 130 presidenziale, quindi era ancora in movimento, ma un movimento del tutto limitato. Senza considerare, infine, che quasi tutti i testimoni, hanno prima sentito degli urti d’auto e poi gli spari. - Sono confermate le undici testimonianze che percepirono prima dei colpi singoli e poi le raffiche di mitra. Sulla 130 di Moro, infatti, si sparò prima, con colpi singoli come anche dimostra la geografia di alcuni colpi.. - Della Moto Honda non ci sono riscontri che abbia partecipato all’azione durante i momenti di fuoco, tuttavia è stato specificato, anche dal presidente della Commissione stragi, che la sua presenza è indubbia, oramai passata in giudicato e oltre alle testimonianze note che la attestavano, ci sono anche altre testimonianze aggiuntive che non erano state ascoltate , ma lo ha fatto ora la Commissione stessa. - Uccisione Leonardi. Secondo la scientifica la testimonianza del Marini, che avrebbe visto un tiratore sul lato destro sparare verso il Leonardi, (parte laterale anteriore destra della 130 presidenziale), non è compatibile con i rilievi effettuati. Leonardi è attinto da 9 colpi di cui 4 ritenuti tutti ricevuti sulla parte destra del corpo, 2 al capo. Teoricamente 2 colpi mortali potrebbero non venire da sinistra, ma secondo i periti, essendo questi in parti vitali, uno al capo, finito sul cuore, il maresciallo Leonardi sarebbe morto sul colpo e non poteva poi assumere la posizione in cui è stato trovato. I due colpi della S&W39, forse giunti da destra, non avrebbero colpito Leonardi. Sulla uccisione del Leonardi i periti della scientifica, innestano una ipotesi per cui, pur apparendo da destra, in realtà tutti i colpi vengono sempre da sinistra. Si deve scartare 65 che Leonardi sia stato colpito da destra perché non ci sono riscontri sull’auto, sia nella parte esterna che nella parte interna. Il fatto che il Leonardi venne attinto sul fianco destro, con tiro da sinistra è perché si era appena girato verso sinistra, torcendosi all’indietro, nel tentativo di proteggere Moro. Nostra osservazione critica: I periti della scientifica non convincono sul fatto che il Leonardi, per aver offerto il suo fianco destro al tiro da sinistra dalla strada, si sia girato e contorto per difendere Moro. Una assurdità: se Leonardi si fosse reso conto dell’agguato, essendo esperto, sapeva che era impossibile difendere Moro nei sedili dietro, la sua reazione istintiva sarebbe stata quella di prendere la pistola sotto il sedile (era una pistola a tamburo) e di uscire dall’auto. Ancor meno convincenti i periti quando, dopo avere in teoria, dato la possibilità che due colpi mortali che hanno attinto Moro, potevano non venire da sinistra, hanno aggiunto però di escluderlo perché in tal caso Leonardi, morto sul colpo, non sarebbe stato trovato così inclinato e girato. Ma qui potrebbe essere vero il contrario, ovvero Leonardi centrato da destra da uno solo dei colpi mortali, nel momento in cui si stava girando verso l’autista, forse per vedere cosa stava accadendo, è morto sul colpo scivolando sul sedile verso sinistra dove, offrendo il fianco destro, è stato poi colpito dal tiro che è arrivato dal lato sinistro, proprio come riportano le slide in 3D. Del resto Leonardi vivo, eretto sul sedile, anche se voltato verso l’autista, ma non girato in contorsione, era improbabile che venisse colpito sul suo fianco destro da un tiro che veniva da sinistra, essendo oltretutto di sbieco verso destra la Fiat 130 e comunque, per l’inerzia del colpo, difficilmente sarebbe finito con la testa posizionata come si vede dalle foto. Qui sotto: la simulazione della scientifica del momento in cui si spara sulle macchine (notare la posizione obliqua della 130 che rende ancor più difficile, per chi spara da sinistra, attingere Leonardi se fosse seduto eretto, sul suo fianco destro) 66 Qui sotto, invece , la foto del cadavere del Leonardi riverso sul sedile, posizione in cui poteva effettivamente essere colpito anche sul fianco destro con un tiro da sinistra. Ancora una foto con il corpo di Leonardi riverso sul sedile. Lo scatto è per sbieco ed inganna la prospettiva e lo sportello della macchina è aperto, così sembrerebbe impossibile, anche da sdraiato attingere Leonardi sulla destra, ma appunto la prospettiva inganna. Comunque i colpi passarono dal finestrino laterale. Ma la domanda è: un attimo prima come si trovava Leonardi in vita? 67 Qui sotto, ancora, un'altra slide in 3D della scientifica della Polizia di Stato che ricostruirebbe la posizione del Leonardi al momento di essere colpito per giustificare che tutti i colpi vennero dal lato sinistro. In realtà la posizione ricostruita dalla slide è quella della foto precedente , con il Leonardi già cadavere, manca pertanto la ricostruzione di quando, un attimo prima, Leonardi era vivo e seduto e senza ipotizzare fantasiose contorsioni per proteggere Moro che era dietro. Potremmo sbagliare, ma a nostro avviso i periti della scientifica nella loro ricostruzione retrospettiva, si sono ben resi conto che stavano indicando un tiro a bersaglio su un cadavere. Per questo hanno dovuto ipotizzare che invece il Leonardi era proprio in quella posizione perché stava cercando di proteggere Moro. Di fatto hanno sopperito alla mancanza di una scena reale, 9 con una loro ipotesi Comunque sia restano aperte anche le altre considerazioni dei periti della Scientifica, quelle che attestano che tutti i 9 colpi che hanno attinto il Leonardi sono dello Fna43 N. 1. Non sempre si può avere una certezza assoluta dalla perizie balistiche, specialmente se ci sono alcuni proiettili o parte di essi che sono trapassati e poi si sono anche deformati. I rilievi, almeno per uno o due colpi possono sempre avere un margine di errore, magari verso altre armi similari che potrebbero averli sparati. Ma ne riparleremo nella Seconda Parte. 9 In molti casi simili accade di sovente che ci siano slanci di generosità, per cui la persona preposta alla tutela di un'altra persona, gli fa scudo con il proprio corpo. Un esempio fu Nicola Calipari che in Irak protesse Giuliana Sgrena rimettendoci la vita. Ma Calipari era in gradi di farlo perché si trovava sui sedili posteriori con la Sgrena. In questo caso, invece, la situazione è totalmente diversa, Leonardi, ammesso che si fosse accorto dell’agguato, non avrebbe potuto fare niente per proteggere Moro, che stava seduto dietro, neppure se si fosse abbracciato lo schienale dove era seduto il guidatore. Questa ipotsi quindi è assurda. 68 PARTE SECONDA «Una possibile ricostruzione alternativa dell’agguato» La scena come si è presentata poco dopo il termine dell’agguato 69 Qui sotto, L’agguato è terminato da poco, si vede infatti il corpo del povero Iozzino ancora non coperto con un lenzuolo, mentre la folla purtroppo, già numerosa, passa e inevitabilmente sposta corpi di reato. Come abbiamo visto, nella Prima Parte, considerando cronistoria, memoriale Morucci, precisazioni successive, esami peritali, testimonianze e sentenze passate in giudicato, adattandole coerentemente tra loro, abbiamo ricostruito una modalità e dinamica dell’agguato di via Fani, in genere accettata da coloro che dicono che oramai è tutto chiaro e non c’è altro da scoprire, che però come adesso vedremo in questa Seconda Parte, non convince del tutto, perché c’è ben altro dietro. 70 DOVE E CHI HA MENTITO E PERCHE’? Prima di addentrarci in un alcune nostre ipotesi di ricostruzione, la più realistica possibile, dell’agguato di via Fani, nel quale perdettero la vita 5 tutori dell’ordine, e venne rapito Aldo Moro è opportuno accennare al fatto che la versione fornita dai brigatisti, centellinata nel tempo, con tante rettifiche, cambiamenti e precisazioni, non è oggettivamente credibile, già a voler considerare la possibile progettualità teorica di questa impresa che pur dovrà aver preso giorni e giorni di attento studio, verifiche e considerazioni dovendo risolvere il problema di bloccare delle macchine in movimento, annientare una scorta di agenti e carabinieri che si presuppone addestrati e armati, considerare che potrebbe sempre passare in strada, durante l’agguato, una “volante”, tenendo conto che si hanno a disposizione almeno tre mitra, su 4, che sono residuati bellici e dei tiratori non esperti di armi, e oltretutto rapire Moro che deve assolutamente restare incolume. Problemi non da poco. Progettualità non credibile In sostanza non è credibile che chi ha progettato questo agguato, che come ha osservato anche la scientifica della Polizia di Stato, in alcuni punti ha uno schema militare (blocco con i cancelletti, predisposizione a rispondere ad una eventuale 10 reazione della scorta, ecc. ) abbia pensato di impiegare 4 tiratori, disposti da un solo lato, di cui tre in possesso di armi quali residuati bellici, non esperti di tiro con il mitra (tranne e relativamente il solo Morucci; lo stesso Moretti, dirà che “il loro addestramento avrebbe fatto ridere un caporale”), per annientare un scorta, tra l’altro in movimento, di 5 militi che devono presumere all’ertati e addestrati (ed invece non lo erano) tanto che poi i BR scrissero di aver annientato “le teste di cuoio di Cossiga”. E questo dovendo per forza anche presupporre che il punto prestabilito di fermo delle macchine di Moro allo Stop dell’incrocio (che oltretutto non andavano di certo piano), tramite la Fiat 128 giardinetta targata CD di Mario Moretti, avrebbe potuto essere diverso, seppur di pochi metri, magari con auto estranee che si erano frapposte, costringendo i 4 tiratori ad arrivare da più lontano e diminuendo così il fattore sorpresa. Sorpresa e vicinanza di tiro che erano elementi determinanti per la riuscita dell’agguato. Non si poteva inoltre non preventivare che con spari da un solo lato della strada, se non colpisci mortalmente i militi seduti a destra delle auto, questi scendono e reagiscono (ed in effetti Zizzi e Iozzino riuscirono a scendere, anche se solo il secondo poté reagire). La difficoltà dell’operazione è mostrata anche dal fatto che senza quella Austin Morris, a restringere la strada forse, nonostante il blocco dietro della Alfetta di scorta, il 10 Esperti di queste tattiche hanno notato che lo schema e la preparazione con cui venne eseguito l’agguato di via Fani aveva carattere “militare” ed ottime possibilità di riuscita, ma mancano appunto almeno un paio di elementi, piazzati in due punti strategici in grado di supportare l’azione. Ebbene, a nostro avviso questi due o tre elementi c’erano, anche se poi, in mancanza della reazione della scorta probabilmente non tutti dovettero sparare. Non è escluso però che almeno uno di loro, in qualche modo forse sparò per primo al Leonardi da destra, aprendo la strada alla riuscita dell’agguato, e un altro sparò allo Iozzino, dovendosi quindi riconsiderare ruoli e posizioni dei BR “avieri”, in particolare il quarto, cioè il Bonisoli. 71 guidatore Ricci, con la sua 130, sarebbe riuscito a forzare il passaggio e svicolare sulla destra. Ma i brigatisti oltretutto negarono anche di aver effettuato, nei giorni precedenti l’agguato, prove sul posto, quando invece alcuni testimoni hanno chiaramente visto auto e persone che non possono essere stati che gli stessi brigatisti in opera di prove (una negazione questa che resta incomprensibile). Passando agli elementi di quella azioni, da noi illustrati nella Prima Parte, riassumiamo adesso le bugie e le negazioni assurde dei brigatiti e le nostre osservazioni, non sono soggettive, ma sono tutti elementi reali e comprovati. Inceppamenti non credibili Iniziamo con il particolare poco credibile, a dar retta agli inceppamenti raccontanti dai brigatisti, che questa impresa possa essere riuscita in pieno, se per la 130 di Moro, l’auto più problematica da fermare, vi dovevano sparare Morucci e Fiore, ma il primo 11 riuscì a sparare forse solo 7 colpi e poi perse tempo, causa inceppamento, a cambiare il caricatore e quindi perse anche l’attimo decisivo dell’annientamento, mentre il Fiore addirittura non sparò affatto o sparò forse 3 colpi. Data la vicinanza di tiro, è facile che, nonostante gli inceppamenti, il guidatore della Fiat 130 Ricci non avesse scampo (così come quello della Alfetta, il Rivera), ma è ben diverso per i passeggeri sul lato destro delle auto. Eppure il guidatore della 130 Ricci e il passeggero di destra Leonardi vennero uccisi sul colpo: come si realizzò tutto questo senza almeno un altro tiratore extra sulla destra? Colpo di fortuna o tiro di grande precisione pur da parte di dilettanti? Questo senza considerare che con quegli inceppamenti non si potrebbe contabilizzare che un mitra ha sparato 49 colpi, accertato invece da tutte le perizie, e quindi anche il totale complessivo di 91 colpi sparati dai BR, come si spiega qui appresso. Un mitra che spara 49 colpi negato I BR hanno negato che uno dei due Fna43, da loro indicati e descritti, possa aver sparato 49 colpi. Qualche dubbio era venuto, ma pur ripetendo le perizie è stato accertato da tutte (almeno 4 perizie compresa l’ultima retrospettiva della polizia scientifica). Ma perché negare questa dinamica? Forse vi è una sola spiegazione: quel mitra non era in mano a Bonisoli, come raccontato, il quale infatti aveva detto di aver sparato non molti colpi prima che si inceppasse. Questo loro negare i 49 colpi sparati da un solo mitra, rende ancor meno credibili, come detto sopra, gli inceppamenti delle armi da loro raccontati perché non si riuscirebbe a far tornare i conti dei 91 colpi sparati dai BR . Per esempio, i rilievi dei bossoli ci dicono: Fna N.1 = 22; Tz = 5; M12 = 3; e diamo anche 8 + 4 alle due pistole; si totalizzano 44 colpi. Se l’Fna N. 2, causa inceppamenti ne avesse sparati solo una ventina, ma Bonisoli che avrebbe dovuto averlo, fa capire che ne sparò anche di meno, siamo troppo lontani dai 91 totali, come minimo accertati, grazie al ritrovamento dei bossoli. 11 Dalle poche testimonianze non si riscontra questo inceppamento raccontato da Morucci, quindi potrebbe essere una fola e come tale dimostrerebbe che non era Morucci ad avere l’ Fna43 N. 1. Tuttavia sarebbe una supposizione e noi vogliamo attenerci solo a dati oggettivi. 72 Colpi singoli e raffiche I brigatisti hanno sostenuto di aver prima sparato con i mitra e poi, solo dopo, con le pistole. Quando invece ben 11 testi (tra cui: A. Marini, P. Lalli, E. Evadini, C. Damiani, D. Calia, G. Conti, E. Skerl, N. Lina Procopio, P. Pistolesi) hanno riferito che prima ci sono stati alcuni colpi singoli; ed ora anche la recente perizia scientifica lo ha confermato, tramite la geografia dei colpi che sulla 130 ne mostra alcuni assolutamente sparati a colpo singolo. Quindi sulla 130 presidenziale devono aver sparato prima delle pistole o i mitra stessi, ma predisposti per il colpo singolo, e poi le raffiche, cosa che non è stata riferita dai brigatisti. Perché i brigatisti non lo hanno raccontato? Difficile dirlo, si può forse ritenere che essendo uno sparatore a colpi singoli su bersaglio ancora non fermo, abbastanza abile nel tiro, questo andava in contrasto con la loro descrizione di tiratori più che dilettanti. Spari dal lato destro e morte Jozzino I BR, hanno negato di aver sparato anche dal lato destro della strada, ammettendo solo che finiti gli spari, Bonisoli e forse Gallinari fecero il giro delle macchine e spararono con le loro pistole. Ma le perizie ci dicono che invece questo è quanto avvenuto, per un totale di almeno 15 colpi tra quelli sparati in una seconda fase e quelli sparati obliquamente allo Iozzino (è indefinito se si sparò da destra anche al Leonardi). Un fuoco incrociato, contemporaneamente ai BR “avieri” che sparavano dal lato sinistro, ovviamente non era possibile. Ma allo Iozzino, dunque in piena sparatoria, si sparò dalle parti di quella Mini Cooper bordò 12 parcheggiata sul lato sinistro della strada davanti al bar Olivetti, come attestano i bossoli ritrovati poco più in là, poi qualcuno si avvicinò aggirandolo sulla destra, quindi in una posizione obliqua, spostata a destra e non di certo frontale come quella dei 4 BR avieri. Anche al Leonardi, resta indefinito se gli si sparò da destra prima che iniziassero gli spari dal lato sinistro. Poi ci furono anche gli spari, detti “di grazia”, da parte di quelli che fecero il giro sul lato destro. Comunque una movimentazione di spari, sicuramente molto superiore a quella riduttiva indicata dai brigatisti. I BR hanno anche mentito su lo Iozzino, ucciso con ben 17 colpi, dicendo che forse era stato ucciso da un tiro fortunato della pistola di Bonisoli, quando Bonisoli aveva una 7,65 e sparò solo 4 colpi anche in altre direzioni, o del Gallinari, quando questi, inceppato il mitra, aveva una pistola con max 8 colpi che sparò anche contro la 130 presidenziale.13 12 Ricordiamo che la polizia scientifica che fece i rilievi in strada la descrisse “bordò”, oggi molti la definiscono “verde chiaro”, alcuni verde chiaro con tettuccio nero, noi riporteremo il colore bordò. 13 Per comprendere la portata delle menzogne dei brigatiti, si consideri quanto disse Morucci: «Molto probabilmente il BR 8, Bonisoli, che era l’ultimo verso l’alto dei 4 avieri, dopo l‘inceppamento del suo mitra, ha sparato con la sua pistola contro l’agente Iozzino». E gli fece eco Moretti: «Uno dei poliziotti dell’Alfa riesce a scendere dalla macchina, impugna una pistola, Bonisoli lascia andare il mitra , tira fuori la pistola, spara e lo colpisce. Credo che neppure lui sappia come ha fatto a sparare con tanta precisione». Praticamente una sommatoria di bugie, che non reggono alla logica, visto che in tal caso lo Iozzino avrebbe avuto il tempo per sparare più colpi, approfittando del cambio di arma del Bonisoli, e smentite dalle perizie balistiche che riscontrano minimo 6 proiettili, più un frammento di proiettile dell’Fna43 N. 2 sul cadavere dello Iozzino, ma non della 7,65 di Bonisoli. 73 Quindi possiamo dire, che in un certo senso, i BR hanno mentito negando un fuoco diverso da quello dei 4 tiratori avieri posizionati frontalmente sul lato sinistro delle auto. Una ragione ci deve pur essere e forse risiede nel fatto che da quella parte, verso il cancelletto alto, ci fu un movimento di uomini superiore ai 4 BR vestiti da avieri. Un BR a volto coperto Già nella Prima Parte abbiamo accennato alla sicura presenza di un BR a volto coperto da un sotto casco o calzamaglia e armato di mitra. Non ci sono testimonianze che attestino abbia sparato, indicando che forse si limitò solo a minacciare eventuali intrusi, quindi quello che realmente ha fatto in quei momenti, questo incappucciato, è tutto da verificare, ma la sua presenza è certa. Qualcuno ha ipotizzato che questo soggetto possa essere stato Alvaro Lojacono che infatti si trovava dalle parti del “cancelletto alto”, basandosi sul fatto che alcuni testimoni hanno concordano su una altezza di circa 170 cm. per cui si è supposto che possa trattarsi del Lojacono, che in tal caso, ovviamente, si era coperto il volto. Ma Lojacono era armato con una carabina M1, e non con un mitra, anche se questo è relativo perché i testi in strada possono facilmente equivocare. Ma come la mettiamo poi che quando, ad azione conclusa, il Lojacono è andato via sulla 128 bianca (vi salirono Lojacono e Gallinari e alla guida Casimirri) nessuno ha notato che un passeggero aveva il volto coperto? Se era l’unico a coprirsi il volto, doveva esserci una ragione e quindi è assurdo 14 che poi, andando via, si fosse tolto il sotto casco. Comunque sia, quello che qui conta evidenziare è il fatto i BR hanno negato che ci fosse uno di loro, con il volto coperto da un sotto casco e con un arma, un mitra, in mano. Ma questa presenza non può essere messa in dubbio. Perché i BR la negano? La presenza di una moto Honda I BR negano anche e con forza la presenza di una loro moto Honda con due uomini a bordo durante l’agguato (ne abbiamo già parlato nella Prima Parte), ma la presenza di questa moto è pressoché certa anche se poi come moto, non dovrebbe aver partecipato alle fasi dell’agguato, mentre per quello che hanno fatto i suoi due occupanti, ne sappiamo poco o nulla, se si eccettua il fatto che andando via si dice che uno di loro avrebbe sparato all’ing. Marini colpendogli la parte alta del parabrezza. Questo racconto del Marini, però, è stato messo in dubbio e con valide considerazioni, mentre a suo tempo il parabrezza non venne periziato. Potrebbe anche darsi il caso che, in effetti, il Marini venne solo intimidito con un gesto del mitra mimando di sparargli, oppure i due centauri andando via spararono un paio di colpi in aria per intimidire tutti (ma, a parte il Marini, per i colpi sparati da un centauro, non si hanno testimonianze in questo senso, né bossoli repertati). Noi non ci fossilizziamo e lasciamo aperte tutte le eventualità: che effettivamente spararono al Marini ad altezza d’uomo, che invece spararono in alto, o che fecero solo il gesto di sparargli, e in questi ultimi casi, il Marini, in preda al terrore, avrebbe equivocato. 14 Perché il Lojacono doveva essersi coperto il volto? L’unica supposizione è che essendo un “irregolare”, cioè non clandestino, aveva voluto passare in incognito. Ma allora perché anche il Casimirri, altro irregolare, non ha fatto lo stesso? E perché i brigatisti non hanno confermato questo uomo dal volto coperto? 74 I negatori della presenza della moto però, dietro la messa in dubbio del racconto del Marini circa il fatto che i due centauri gli spararono contro, hanno lo scopo di invalidare tutta la sua testimonianza compresa l’esistenza di questa moto. Ma il fatto che al Marini abbiano sparato contro o meno, non invalida la presenza della moto, tutto al più se gli avessero sparato si potrebbe avere la certezza che quei due centauri non erano delle BR, perché dei brigatisti, per quanto spietati, non avrebbero sparato verso un inerme cittadino, rischiando di ammazzarlo e rovinare tutta la storica impresa. Di fronte alla evidenza, anche processuale, della moto, coloro che, al pari dei brigatisti, la negano, hanno ripiegato sulla possibilità che forse ci fu una moto di passaggio che non c’entra nulla con l’agguato, oppure, altra versione, su cui si è anche indagato senza ricavarne nulla, è che capitarono sul posto un paio di compagni della sinistra antagonista in moto (li chiamarono Peppo e Peppa), che forse sapevano qualcosa dell’agguato, oppure che uno di loro lavorava in un garage nei pressi, riconobbero il Morucci, e comunque se ne andarono. E’ questa però una ipotesi che non sta in piedi. Intanto la presenza della moto non fu fugace e casuale, ma è riscontrata prima e alla fine dell’agguato. Secondo poi non crediamo che dei compagni del movimento, se pur sapessero “qualcosa” si azzardassero ad arrivare sul posto, senza essere stati invitati, rischiando di scombinare tutti i progetti predisposti, se non addirittura di farsi sparare contro se non riconosciuti. No, i brigatisti ben sapevano della presenza della moto e conoscevano gli occupanti, ma si sono impegnati e hanno avuto interesse a non rivelarlo e tutti hanno rispettato questo impegno, perché tutti hanno tratto benefici di pena dal cosiddetto “memoriale Morucci”. Da notare che anche in altre occasioni i BR avevano negato pur evidenti presenze, come per esempio il quarto carceriere di Moro, Germano Maccari (arrivando a schernire o insultare chi lo metteva in dubbio), ma poi, centellinando le rivelazioni e mettendole anche in relazione a possibili benefici che si potevano ottenere, avevano fatto ammissioni. La presenza della moto, quindi, possiamo darla per scontata, e sappiamo che venne segnalata alle pattuglie, via radio, subito dopo il rapimento, e la sera stessa di quel 16 marzo 1978 il questore di Roma Emanuele De Francesco notificò al ministro degli Interni e al capo della polizia, che subito dopo la sparatoria si era allontana da via Fani una moto Honda assieme agli altri complici. Anche se queste sono segnalazioni che ovviamente vennero date solo sulla base delle testimonianze raccolte sul posto al termine dell’agguato. Il fatto che i brigatisti la neghino caparbiamente non può essere irrilevante, né casuale. E questo negare nasconde forse il fatto che in quell’agguato ci fu un “aiuto” esterno, richiesto o meno dai brigatisti? Difficile formulare ipotesi e ancor più comprovarle, per cui preferiamo astenerci dal esprimere pareri in merito. Possiamo solo segnalare che si sono fatte varie ipotesi: a) che fosse, come accennato, una moto fugace e casuale, o fossero compagni del movimento passati in via Fani (come abbiamo visto una tesi inconsistente); b) che fossero un paio di agenti dei Servizi, più che segreti, se non stranieri, incaricati di vigilare sul sequestro. Ipotesi molto azzardata e di cui non si hanno prove; c) un paio di malavitosi, esperti in armi, invitati all’operazione per “protezione”. A parte i contatti tra brigatisti e malavitosi nelle carceri, ci sono alcuni viaggi di Moretti in Sicilia e Calabria, mai ben giustificati e inoltre, teoricamente, si può comprendere che i 75 brigatisti, mal addestrati alle armi, avessero avuto bisogno di tiratori esperti per ogni eventualità, ma siamo sempre nel campo delle supposizioni. Quel che è certo è il fatto che i brigatisti hanno tenacemente negato, come loro appartenenza la moto Honda, questa invece c’era e quindi i due suoi occupanti devono per forza aver avuto un ruolo e quindi nascondere qualche inconfessabile segreto. Un BR in più che va via con la 132 con Moro? Ed infine i BR hanno probabilmente mentito sui brigatisti che sono andati via sulla 132 guidata da Seghetti con dentro Moro appena rapito. Dissero che erano in tre: Seghetti alla guida, Moretti al suo fianco e Fiore dietro con Moro, Ed invece un ex poliziotto, Antonio Buttazzo, testimoniò con molta precisione, descrivendo appropriatamente i brigatiti in auto. Disse che erano in quattro perché dietro con Moro, ai suoi fianchi ce ne erano due. Sulla testimonianza di Buttazzo c’è poco da dubitare, non vide, come altri testi, la 132 solo fugacemente: egli era stato dietro la 132 in fuga per un certo tratto, poi la perse, fermò un autopattuglia e la mandò all’ inseguimento che però risultò vano. Non poteva sbagliare su su quanto ha visto. D’accordo è solo una testimonianza, ma non da poco. Dunque, nel caso, chi era questo brigatista in più, non rivelato dalle BR? ? TIRANDO LE SOMME: Non credibilità della versione brigatista Questa poco o nulla credibilità della versione brigatista, obbliga quindi ad ipotizzare una diversa e più realistica ricostruzione dell’agguato, e si pone un interrogativo che non può che avere una sola risposta: Perché i brigatisti hanno dato una versione falsa di un agguato, quando in fondo trattavasi solo di una descrizione militare dell’evento? Non certo per non chiamare in causa altri brigatisti, che le vicende processuali hanno dimostrato che, sia pure in tempi diversi, i brigatisti hanno poi indicato, per esempio, la Rita Algranati che non era stata individuata e come accennato, dopo averlo caparbiamente negato, anche il quarto uomo nella prigione di Moro, ovvero Germano Maccari. Dunque, a meno di misteriose necessita che non riusciamo ad immaginare, può esserci solo una risposta: i BR non potevano dire tutta la verità perché avrebbero dovuto attestare forse almeno un paio di presenze in più che non erano dei loro, ed erano innominabili. Tutti abbiamo la sensazione, e forse qualcosa in più di una sensazione, che i brigatisti presenti sulla scena del crimine erano di più che i 4 tiratori attestati e questi noti tiratori non erano tutti i Morucci & Co., come indicati nelle posizioni di tiro, ma altri ignoti. Certo c’erano anche Morucci, Fiore, Gallinari e Bonisoli , ma forse alcuni di loro avevano un altro ruolo ed infine che forse sparò almeno un'altra arma. Ma questo diverso scenario, questa diversa dinamica dell’azione vanno dimostrate: non si devono piegare i fatti alle proprie ipotesi, ma semmai attestare le ipotesi con i fatti. Solo dopo, e ripetiamo dopo, si potrà parlare e indagare su eventuali presenze innominabili, di Servizi segreti, ecc. 76 IPOTESI ALTERNATIVE Il fatto accertato che i BR hanno mentito su molti particolari, induce a ritenere che dovevano nascondere certe situazioni ”scabrose” nella dinamica di quell’agguato. Del resto riflettendo su quanto fatto conoscere, su la versione messa in piedi dai brigatisti e poi pur corretta in qualche aspetto per farla collimare con testimonianze e perizie, come mostrato nella Prima Parte, si ha la palpabile sensazione che le cose sono andate diversamente, così come già suggeriva la poco credibilità di un progetto di agguato studiato in quel modo non di certo “sicuro” e garantito mettendolo in atto. Gli elementi “extra” Non considerando particolari di secondo piano, poco influenti sulla dinamica complessiva dell’evento, non possiamo che concentrarci su un solo motivo serio per cui si è mentito nei racconti dei brigatisti: si doveva nascondere qualche “presenza”, a nostro avviso minimo un paio, di elementi extra nell’agguato, che non potevano essere rivelati per non chiamarli in causa e forse per non “sporcare” la purezza dell’impresa. Chi possano essere queste presenze extra, non ci azzardiamo neppure a ipotizzarlo, già tanto è ardua l’impresa di dimostrarle, ma di certo non erano persone che si potevano rivelare. La loro presenza è suggerita non solo per tutta una serie di particolari che si riscontrano in quell’azione di fuoco, ma anche a conferma dell’impressione comune che quell’agguato è stato studiato con tattiche militari, alle quali non potevano mancare un paio di elementi per completare la strategia di attacco ed eventuale difesa: un paio oltre i 4 “BR avieri”, magari posti su in fondo alla strada, nei pressi della Mini Cooper, pronti ad andare incontro e aggirare da destra eventuali militi che, usciti dalle macchine, si affacciassero sbucando dalla coda delle auto (come ha fatto lo Iozzino), ed un altro, forse, verso l’incrocio, dalla parte opposta, sul lato destro della strada, in grado di prendere in un fuoco incrociato, gli occupanti della 130 presidenziale (esecuzione del maresciallo Leonardi). Noi ora non proporremo solo una nostra unica ipotesi alternativa, ma alcune ipotesi sui momenti e sulle singole azioni più determinanti e che ci sembrano le più plausibili ad essersi verificate. Ci sono infatti, troppi elementi, troppe incongruenze e contraddizioni, troppi particolari rimasti indefiniti, per cui non è proprio possibile attestarsi caparbiamente su una sola ipotesi alternativa. Del resto le nostre prospettive, tra differenti situazioni delle modalità e dinamiche, poste in un quadro d’insieme, sono sempre in un ambito alternativo, ma coerente, per cui non c’e contraddizione, ed inoltre, come detto sopra, le menzogne dei brigatisti attestano che un quadro diverso deve pur esserci e deve, in buona parte, rientrare per forza in quelli da noi presupposti. Il nodo di ogni inchiesta su via Fani Se come abbiamo detto, il vero problema da risolvere è dimostrare la presenza di due o tre elementi extra non segnalati dai brigatisti, presenze che poi ovviamene cambiano il quadro generale di quell’agguato (in tal caso andrebbe ricostruito alla luce di queste nuove situazioni), lo scoglio arduo da superare non è tanto quello delle eventuali testimonianze a comprovare queste presenze, ma il problema delle relative armi, nel caso, da costoro impiegate e che non si riscontrano. 77 In effetti le perizie hanno riscontrato solo sei armi: quattro mitra e due pistole a cui, teoricamente, forse potremmo presumere che un mitra, quello di Fiore non sparò affatto, anche se sembrano attestati almeno tre colpi, quindi questi 3 colpi li potrebbe aver sparati un altro mitra; e viene anche lasciata aperta la possibilità di un altra arma che potrebbe aver sparato qualche colpo, ma sono tutte eventualità ipotetiche. Queste due o tre presenze in più di brigatisti, per esempio i due sulla moto e quello che andò via nella 132 di fuga con Moro appena sequestrato, potrebbero non aver sparato (si ha certezza di un BR a volto coperto con il mitra, ma non che abbia sparato). E’ quindi molto probabile che questi uomini in più erano stati portati a supporto dell’azione, ma non essendoci stata la preventivata reazione dei militi di scorta, tranne lo Iozzino subito stroncata, non hanno avuto necessità di intervenire e di sparare. Ovvero, in alternativa, almeno uno di loro ha sparato, ma con un mitra che viene invece assegnata da Morucci ad uno dei 4 brigatisti “avieri” l’Fna743 N. 2 di Bonisoli e questo non sembra veritiero). Si ha quindi la sensazione che le BR si riservarono per loro tutto l’onere dell’agguato, ma si premunirono portando “qualcuno” che in caso di necessità, potesse dargli una mano, vista la loro poca dimestichezza con le armi. E questo qualcuno era tra loro ed ecco perché i BR hanno dovuto omettere o mentire su vari particolari compresa la faccenda del Fna43 che spara 49 colpi, di per sé priva di grande interesse : per non farlo scoprire. Comunque, a parte la moto Honda, resasi evidente solo nel momento della fuga, a molti non era sfuggito il brigatista con il volto coperto ed il mitra in mano, ma come detto, per quanto riguarda sue eventuali partecipazioni all’azione di fuoco, non si hanno testimonianze. Potrebbe anche essere comprensibile che ai testimoni oculari dell’agguato siano sfuggite queste presenze extra, considerando che tutta l’attenzione venne presa dai 4 “BR avieri” che sparavano da un lato della strada e poi raccolsero Moro. Purtuttavia il teste Marini che vide tutta l’azione dai suoi inizi, oltre ad aver indicato uno o due elementi che aprirono il fuoco rompendo prima i vetri laterali della 130 15 presidenziale, disse anche di averne notati altri, in fondo al lato destro della strada, quello da dove sparavano i 4 BR “avieri”, due persone, di cui uno a volto coperto, che si muovevano in quella zona. Visto che poi c’è anche l’episodio della moto Honda che va via con due persone a bordo, non è azzardato ipotizzare che i due visti in strada possano essere proprio i due centauri. Per sostenere però che si tratterebbe di due presenze extra che non si limitarono ad assistere o vigilare che non si avvicinasse nessuno, ma parteciparono all’agguato con interventi che poi risultarono decisivi: parliamo, per esempio, della risoluzione dell’imprevista reazione dell’agente Iozzino che era riuscito a scendere dall’auto Alfetta, mancano i riscontri balistici delle armi da questi impiegate, che dovrebbero essere al di 15 Marini disse di aver visto uscire dalla 128 targata CD, due uomini che si diressero ai lati della 130 presidenziale, ne spaccarono i vetri e iniziarono a sparare. Nella sua prima deposizione “a caldo”, però, parlò solo di uno che ruppe il vetro della portiera di destra e sparò al Ricci. Nella concitazione di quegli attimi, avrebbe visto uno dei quattro brigatisti vestiti da “aviere”, già in strada (disse infatti che forse era vestito da aviere) compiere quel gesto. Per l’altro, quello uscito dallo sportello destro e che si avvicinò al lato dell’auto ove era il maresciallo Leonardi, potrebbe forse averlo confuso con un altro elemento che era invece già in agguato sul lato destro delle auto, nascosto dalla Austin Morris e che il Marini dal suo punto di osservazione non poteva vedere bene. 78 fuori delle sei armi note in questo agguato e in presunto possesso dei quattro brigatisti tiratori vestiti da avieri. Una loro azione di fuoco, quindi, resta del tutto solo teorica, se non presumendo che l0 Fna43 N. 2, quello che sparò da quelle parti, non fosse in mani diverse da uno dei 4 BR “avieri” (a parte vi sarebbe poi anche la possibile eliminazione del maresciallo Leonardi da parte di uno sconosciuto che gli spara da destra dell’auto). Quello che vide l’Ing. Alessandro Marini L’ing. Alessandro Marini fu forse l’unico che vide bene l’agguato di via Fani dalle sue fasi iniziali. A parte la vicenda della moto Honda che lo riguardò personalmente al termine dell’azione, il Marini attestò due altri particolari molto importanti: due uomini non in divisa da “avieri“, di cui uno forse con il volto coperto, che si muovevano in fondo alla strada, verso l’alto e dopo i 4 brigatisti vestiti da avieri (uscirono tra due auto ed una è la Mini Cooper) e la presenza da quelle parti di quello a volto coperto è comprovata da varie testimonianze; e inoltre, come accennato, prima il Marini riferì di uno, poi di due uomini che uscirono dalla 128 targata CD di Moretti, si avvicinarono alla parte anteriore della 130 presidenziale, ruppero entrambi i vetri laterali e cominciarono a sparare. Per la perizia retrospettiva della Polizia scientifica, almeno l’azione sulla destra della Fiat 130 (uccisione di Leonardi) non ha riscontri. La polizia scientifica, in questa loro slide in 3D ha ricostruito la visuale che aveva davanti a sè il Marini, un lavoro molto accurato. Si da il caso che il Marini, assistette a quelle cruente e repentine scene, in condizioni di terrore e stress emotivo, tanto che, come disse, gli fecero perdere un po di orina. Le sue plurime testimonianze, anche ai processi, corrette, modificate, con aggiunte, inseguendo una valanga di notizie che nelle cronache si susseguivano ininterrotte, furono diluite sul lungo tempo, subendo la inevitabile confusione nei ricordi. 79 Forse la sua testimonianza più attendibile è quella resa alla Digos, poco più di un ora dopo i fatti e al massimo quelle poi replicata in seguito almeno fino settembre 1978. Nel frattempo, a quanto sappiamo, veniva anche minacciato telefonicamente, tanto da richiedere la protezione della polizia. Una faccenda strana questa perché i BR non avevano nessun interesse a minacciarlo, forse ”qualcuno” si inserì in questa faccenda rimestando nel torbido. Il Marini, come noto, a parte contraddizioni varie, ha ben centrato il quadro complessivo degli eventi, e ha dato prova di buona memoria quando ha segnalato la presenza di un uomo con cappotto di cammello che, ad agguato appena terminato, si muoveva tra le macchine: il famoso signor Bruno Barbaro, in tal modo rintracciato molti anni dopo. E’ ben noto agli inquirenti che le testimonianze su fatti di questo genere, possono avere particolari inesatti, ma sono normali e consuete. Addirittura non è raro il caso che c’è chi, come per esempio il Marini stesso, tutto preso da una certa scena, non vede una presenza, come la Balzerani, che gli sta quasi davanti. Altri invece credono di aver visto una presenza che invece si è certi che non c’era. Fenomeni non rari in queste situazioni. Orbene, tornando al punto di osservazione del Marini, vediamo che questi poteva di certo vedere verso il fondo strada da dove, all’altezza della Mini Cooper si aggiravano un paio elementi extra, di cui uno forse incappucciato. Era anche nella posizione ideale per vedere cosa accadeva attorno alla 128 CD di Moretti. Molto meno per vedere il lato destro della 130 presidenziale che gli restava nascosto. Possibile, ferma restando la sua buona fede, che si sia confuso nel descrivere l’azione di rottura del vetro sinistro della 130 presidenziale per poi sparare all’autista Ricci, ed invece abbia avuto una specie di allucinazione nel vedere un uomo uscire dallo sportello del passeggero della 128 CD e andare a rompere i vetro laterale destro e sparare a Leonardi? Forse, in parte, ma non del tutto. Probabilmente a nostro avviso, da una parte il Moretti, autista della 128 CD, restò in auto, o forse scese a terra per vedere cosa stavano facendo i suoi compagni, al contempo un BR in strada, vestito da aviere, prima o forse meglio dopo aver già sparato contro la 130 di Moro, ruppe il vetro dello sportello anteriore sinistro per sparare meglio. E’ facile quindi che il Marini, come dalla sua prima deposizione a caldo, abbia confuso i tempi, immaginando che uno della 128 CD era uscito dall’auto (il guidatore Moretti), ed aveva rotto i vetri e sparato. In questo caso tutto è plausibile e non ci sarebbe un elemento in più che si aggiunge ai 4 BR vestiti da avieri. Per l’altro, invece, uscito dallo sportello del passeggero della 128 CD (dove il Moretti asserisce che in auto era solo), ci sono dubbi di tipo diverso. E’ possibile infatti che da quel lato destro, vicino alla Austin Morris, vi era appostato già un altro elemento in borghese che poi si è avvicinato al lato destro della 130 di Moro, e ha sparato contro Leonardi. I periti della scientifica dicono che questo elemento in più, sia che fosse appostato, sia che fosse uscito dalla 128, non ha riscontri, ma non è che convincono del tutto e quindi restano in piedi tre ipotesi: 1. l’elemento a destra nella 128 CD non esiste, è una allucinazione emotiva del Marini; 2. l’elemento a destra nell’auto esiste veramente ed è uscito dallo sportello destro della 128 targata CD proprio come lo avrebbe visto il Marini. 80 3. l’elemento a destra delle auto esiste, ma non è come lo ha visto il Marini, che fosse uscito dalla 128 targata CD, ma era già in agguato in strada, nascosto su quel lato destro. E impossibile aderire ad una ipotesi o ad un'altra senza altri elementi di riscontro, ma ne dobbiamo riparlare. Prendendo atto di questa situazione, andiamo avanti. Molte presenze in più? Per la verità non pochi hanno sospettato che i BR impiegati in quell’azione, magari con compiti secondari e discreti, fossero sicuramente più dei dieci da loro attestati (nove più la staffetta Algranati andata via prima degli spari). Per esempio, ci si è chiesto: possibile che la Balzerani, nel delicato momento iniziale dell’azione, sia stata preposta da sola a vigilare il traffico all’incrocio via Fani - via Stresa? Possibile che nelle strade adiacenti, non si fossero previsti alcuni brigatisti, camuffati con i passanti a vigilare eventuali arrivi inattesi o imprevisti? Possibile che nei dintorni non avessero predisposto un medico pronto a soccorrere eventuali compagni feriti? Si, è tutto possibile, ma non possiamo dimostrarlo e oltretutto se ci mettiamo a considerare anche questi aspetti, finiremmo per dare adito alle più incredibili ipotesi e la cosa non sarebbe nè seria, né credibile. Meglio sorvolare, tanto più che poi il quadro 16 generale dei fatti non cambierebbe di molto. Cambierebbe invece, e di molto per quei due o tre eventuali elementi extra che erano presenti nell’azione e si può ipotizzare che uno sia intervenuto nella eliminazione del maresciallo Leonardi e un altro in quella dello Iozzino, oppure che quello per il Leonardi colpito da destra forse non esiste, ma quello per uccidere lo Iozzino, come vedremo, c’era eccome, e forse un altro ancora c’era, ma non ci fu bisogno che intervenisse. Occorre spiegare come potrebbero essere andate queste vicende e trovare un minimo di prove che possano comprovarlo, ma questo è ostacolato dal fatto che in base alla versione riportata nella Prima Parte, e varie perizie, occorre smentire, riconsiderare e ovviamene provare, alcuni particolari attestati e un diverso svolgersi degli eventi Iniziamo con il dire che da una certa contabilità di spari non si esce, e peggio ancora, abbiamo a che fare con solo 4 mitra e 2 pistole, perché tutte le perizie hanno stabilito che le armi impiegate sono state solo sei. 16 Non possiamo non accennare al fatto che ci sono alcuni lavori, per esempio quello di Carlo D’Adamo “Chi ha ammazzato l‘agente Iozzino? Lo Stato in via Fani”, Ed. Pedragon 2014, che si sono spinti al punto da considerare la presenza dei Servizi segreti nell’agguato a Moro, i quali non solo parteciparono all’azione, ma avevano anche predisposto il blocco e il controllo del territorio circostante. Come abbiamo specificato, noi non seguiamo questa ricerca, ritenendo che occorre prima provare un diverso svolgimento dell’agguato in via Fani con relative presenza “extra” e solo dopo si potranno scandagliare tutte le altri ipotesi possibili, compresa questa della presenza, addirittura, dello Stato, in quel cruento agguato. Anche perché al momento, segreti di Stato, coincidenze, false piste e menzogne varie, non consentono di dimostrare, oltre le ipotesi e le congetture, un quadro attendibile che comprovi la presenza attiva dei Servizi, delle Gladio in via Fani. Ma detto questo, non condividiamo neppure le acrimoniose critiche sollevate contro il D’Adamo, il quale potrà anche aver presentato prove e sospetti non attendibili o errati, ma la sua ricerca e le sue illazioni o denunce non sono tutte da scartare e meritano di essere quanto meno discusse. 81 Quindi, se hanno sparato, con che armi hanno sparato questi elementi extra? Ora è pur vero che per la contabilità dei colpi, è possibile che alcuni colpi possono essere sfuggiti, andati perduti in strada, ma questo non cambierebbe di molto il conto, ed è anche possibile, ma non provabile, che un arma abbia sparato solo qualche colpo, magari a tamburo e quindi non si sono trovati i bossoli, o forse che il mitra M12 in dotazione a Fiore non abbia veramente sparato, come infatti il brigatista asserisce, e quindi quei tre bossoli che gli sono stati attribuiti, per la verità con una certa incertezza, non siano i suoi (erano stati precedentemente tutti assegnati al Tz45 di Gallinari poi smentito dalla perizia di Benedetti e Salza), e quindi in questo caso si avrebbe una sconosciuta, ma molto simile arma in più che li avrebbe sparati. Per la contabilità dei colpi comunque occorre giocoforza attenersi ai 91 colpi sparati, come risulta dai bossoli ritrovati. Se poi qualche bossolo è andato smarrito in strada, e ci sono quindi dei colpi in più, sostanzialmente, il quadro complessivo non cambia: 22 dall’ Fna43 N. 1; 49 dall’Fna43 N. 2; 5 dal Tz45; 3 dal M12; 8 della pistola S&W39; 4, dalla pistola Beretta 51. Totale appunto 91 colpi. Per le Armi invece e dar retta oltre che alle perizie anche alle indicazioni di Morucci: Un Fna43 N. 1 a Morucci; un Fna43 N. 2 a Bonisoli; un M12 a Fiore; un Tz45 a Gallinari, una pistola S&W39 a Gallinari e una pistola Beretta 51 a Bonisoli. Più quelle che non hanno sparato per cui qui non ci interessano. 17 Ma certi per il numero e i modelli, siamo sicuri di queste assegnazioni delle armi ai singoli brigatisti? Nessuno ce lo garantisce ed ecco che allora si possono ipotizzare altri diversi scenari, però sorge la domanda: ma allora i noti 4 Br “avieri” cosa facevano e che arma avevano? La risposta potrebbe essere che almeno uno di loro aveva un'altra arma che, per qualche motivo non ha sparato. E questa non è solo una ipotesi perché, come vedremo, resta difficile, se non impossibile, stando anche alle sue dichiarazioni, che Bonisoli avesse veramente l’Fna43 N. 2. Uno sparatore professionista? Precedentemente si riteneva che colui che con un Fna43 N. 2, aveva sparato i famosi 49 colpi fosse un killer professionista. Ma a parte il fatto che la scansione di quei colpi ci dice che furono si, numerosi, ma meno efficaci, per esempio, di quelli dell’Fna43 N. 1, oltre ad avere una canna molto usurata da vero residuato bellico (cosa quanto mai strana per un professionista), se c’è stato un killer professionista, questo è stato proprio quello dello Fna43 N. 1, che ha sparato almeno 22 colpi, contro la 130 presidenziale nei primi istanti di fuoco (sbagliò un tiro che colpì il parabrezza in alto senza prendere bersagli umani). Era quello che aveva il compito più difficile: sparare per primo a colpo singolo, annientare l’autista e il capo scorta Leonardi (se supponiamo che per Leonardi non c’era anche uno che lo doveva uccidere sparando dal lato destro) ed evitare di colpire Moro. 17 Per la verità lo Fna43 N. 2 non venne mai ritrovato, sappiamo che aveva una canna molto usurata, tale da lasciare pochissime tracce sui proiettili, e avrebbe potuto benissimo anche trattarsi di un arma alquanto simile, per esempio uno Sten, un M12, o un altro mitra simile svizzero. 82 Ebbene questo killer ha assolto in pieno i compiti, tanto più efficacemente se si pensa che il compagno brigatista, il presunto Fiore, che con lui doveva sparare alla 130 di Moro, in pratica sparò poco o niente, causa inceppamenti. Il teste Pietro Lalli, parlò infatti di uno sparatore che dimostrava di avere dimestichezza e molta pratica con le armi. Il Lalli descrisse appunto il killer che sparava, spalle al bar Olivetti, nei pressi dell’incrocio, contro la Fiat 130 (aggiunse anche che questo killer fece poi un balzo all’indietro e riprese a sparare allargando il tiro verso l’Alfetta bianca dietro, ma il tiro verso l’Alfetta sembra meno credibile e qui il teste forse si è confuso, considerando che la sua visuale era un po’ oltre i cento metri di distanza). Tutto questo pone dei dubbi che lo sparatore fosse Valerio Morucci. E’ vero che Morucci era esperto di armi, sembra che i compagni lo chiamavano “Pecos Bill”, ma un conto è avere una buona teoria e una certa pratica maneggiona sulle armi, e un conto è essere addestrati al tiro. Anche questo particolare quindi andrebbe meglio approfondito. A nostro avviso però, almeno questa volta, Morucci ha detto la verità e quindi il killer “professionista” era proprio lui (la vicinanza di tiro agevolava moltissimo chi aveva un minimo di padronanza con le armi), ma non ci si può giurare sopra e quindi accantoniamo, ma con riserva, il quesito di chi ha sparato dal lato sinistro, vestito da “aviere”, contro la 130 presidenziale. Spararono a Leonardi da destra? Come abbiamo detto, anche in base alla testimonianza Marini ed ai primi rilievi autoptici sul cadavere del maresciallo Leonardi che a suo tempo indicavano un tiro che lo attinse dal lato destro, si suppose che il capo scorta venne subito ucciso con un tiro da destra della 130 presidenziale. Oggi, però, la scientifica della Polizia di Stato esclude questa eventualità, contestualizzando sulla scena del crimine, il parere sulle traiettorie dei medici legali (colpi che venivano da destra), con i rilievi dei colpi sulla 130, per cui ne verrebbero altre traiettorie, diverse da quelle delle precedenti perizie. Tuttavia, pur essendo corretto contestualizzare sulla scena del crimine, le traiettorie riscontrate in sede autoptica sul cadavere, noi non vogliamo escludere del tutto questa eventualità, anche se siamo consci dello scoglio rappresentato dai colpi che raggiunsero il Leonardi che si dice siano tutti di un Fna43 N. 1, il quale ovviamente non poteva sparare, contemporaneamente dal lato sinistro e da quello destro. Ma a questo proposito c’è chi avanza anche un dubbio, per esempio: lo Fna43 e la S&W39, pari calibro, hanno entrambe una rigatura a 6 righe destrorse, dunque due parametri su tre sono identici, resta il terzo, ovvero la larghezza della impronta della riga sul proiettile, che non era facile da determinare su proiettili deformati. Questo, oltre al fatto che ci sono un paio di colpi della S&W39, che sembrano sparati da destra, che però si sostiene non abbiano attinto Leonardi, potrebbe invece essere che almeno un proiettile della S&W39 lo aveva centrato e ucciso sul colpo, finendo nella nota posizione girata e riversa sul sedile da dove venne poi effettivamente attinto da tutti gli altri colpi dello Fna43 N. 1, sparati dal lato sinistro. Ciò presupporrebbe o che il Gallinari era ubicato in un altro punto o che la sua pistola era in altre mani. Ma sono supposizioni che non si possono provare. Comunque, presumendo che in questo caso i rilievi della scientifica della Polizia Stato, potrebbero non essere oro colato, consideriamo l’eventualità del Leonardi attinto e ucciso con qualche colpo da destra, ipotesi che si compendia in due possibilità: 83 o lo sparatore è uscito dallo sportello laterale della 128 targata CD e si è diretto verso il muso anteriore della Fiat 130, oppure questi era già appostato, probabilmente dietro la Austin Morris, e non appena la 130 presidenziale si è dovuta fermare allo Stop, ha sparato a Leonardi. Entrambi lo avrebbero fatto dal finestrino dello sportello laterale destro della 130. Qui a lato la foto presentata dalla scientifica della Polizia di Stato nel corso della loro audizione alla Commissione Moro, dove si sostiene che si vedrebbe in foto che il finestrino non è totalmente rotto; però la relazione dei rilievi d’epoca della scientifica diceva: <<La portiera anteriore di destra, in atto aperta, presenta il deflettore e il cristallo totalmente infranto». Ma questo non è particolarmente importante e purtroppo, a suo tempo, non venne descritto dove erano caduti i vetri del finestrino, se dentro o fuori dell’auto (particolare molto più importante). Fuori potevano essere colpi che venivano dal lato sinistro; se dentro, ovviamente, venivano dal lato destro e restava da stabilire se erano stati sparati subito, oppure in una seconda fase quando, chi fece il giro da quella parte, si dice sparò qualche colpo, definito “di grazia”. Consideriamo poi che alcuni colpi che hanno attinto il Leonardi dovrebbero avere una traiettoria dall’alto in basso ed anche il fatto che sparare lateralmente da quella parte anteriore destra della Fiat 130 è alquanto problematico, perché la Austin bleu che l’affianca di sbieco, riduce lo spazio per infilarcisi e sparare agevolmente davanti al 84 finestrino, a meno che non ci si arrampichi sulla Austin stessa oppure si spari da dietro il suo cofano, ma non sembra credibile.18 Resta quindi lo spazio più ampio sulla sinistra, dalla coda della Austin, in cui infilarcisi e sparare, cosa che poteva benissimo fare una persona appostata da quelle parti ovvero da dietro la Austin. Persona che poi è subito venuta via (iniziavano infatti gli spari da sinistra) dalla strettoia tra le due auto e andando verso l’incrocio. Tutto questo lo possiamo capire anche da questa panoramica mostrata in questa foto (si immagini il killer che sbuca da dietro la Austin Morris, arriva al finestrino, spara sicuro di non colpire Moro, e immediatamente svicola davanti e se ne va verso l’inrocio). Per questi motivi noi saremmo portati ad escludere che lo sparatore sia uscito dalla 128 targata CD e si sia diretto verso la Fiat 130 per sparare attraverso il finestrino avendo pochissimo spazio per passare e posizionarsi per sparare. Quindi, se dobbiamo considerare che il Leonardi fu dapprima attinto da qualche colpo sparato da destra, è la seconda scena che più ci convince: uno sparatore appostato dietro la Austin Morris e che subito dopo si è defilato verso l’incrocio per non essere attinto dagli spari che iniziarono dal lato sinistro. Di certo non poteva risalire il marciapiede destro perché si sarebbe trovato in mezzo al tiro incrociato, quindi si è defilato verso l’incrocio con via Stresa. Come detto, però, questa dinamica pare non sia confermata dai rilievi espletati retrospettivamente dalla scientifica della Polizia di Stato. Ma noi in proposito nutriamo dei dubbi, come riportammo nella Appendice 3, sul fatto che il Leonardi eretto sul sedile, anche se voltato verso l’autista, difficilmente sarebbe stato attinto sul fianco destro e del tutto assurdo ci sembra che si fosse girato per difendere Moro. Tra i vari colpi mortali che centrarono Leonardi ci sono i due alla testa e cioè: 18 Non si può sparare in qualche modo di sbieco da quel finestrino, posizionati da davanti a dietro il muso dell’auto, perché si rischierebbe di colpire Moro nei sedili posteriori. L’unica è passare dallo spazio tra le auto su la sinistra e sparare dal finestrino posizionati da dietro avanti. O quasi frontalmente. Poi magari si può fuggire dalla “strettoia” tra le auto. 85 1. la lesione trasfossa del capo che dal lobo parietale destro raggiunge l’emisfero cerebrale sinistro; 2. Quello che con decorso leggermente obliquo, rispetto all’asse perpendicolare del corpo dalla regione temporale destra, attraverso il collo ed il polmone destro, raggiunge il cuore. Due colpi con decorso dall’alto verso il basso, in grado di dare la morte istantanea e di sdraiare la vittima sul sedile. Difficile, affermano i medici legali, stabilire un discorso di priorità, tanto furono ravvicinati gli spari. Un altro colpo in grado di piegare la vittima è: quello penetrato nell’emitorace destro che ha interessato la base del polmone destro, la cupola diaframmatica, tangenzialmente il lobo destro del fegato, la base del polmone sinistro per infiggersi nei tessuti molli dell’VIII° costola sinistra. Si da ora il caso che la scientifica della polizia di Stato, sostiene che tutti questi colpi, ed ovviamente anche gli altri dei nove, sono venuti dalla sinistra della auto e che le traiettorie, indicate a suo tempo dai medici legali, di colpi arrivati dal lato destro, vanno corrette, riposizionando la vittima nella scena del crimine. E questo hanno fatto, disegnando una situazione, anche se a puro titolo indicativo, come questa qui sotto nella loro slide in 3D. Notare che tutte le traiettorie dei colpi che possono aver attinto il Leonardi, non passano dal parabrezza, ma passano tutti dal 19 finestrino laterale destro, in tal modo, l’angolo di tiro, considerando anche che l’auto è posta di sbieco, non è ampio, per poter cogliere il maresciallo sul fianco destro, se fosse vivo ed eretto. Ed infatti questa sopra è la riproduzione della foto del cadavere di Leonardi, non di una scena con Leonardi vivo. 19 Come vediamo nella slide vi è una sola linea di traiettoria che colpisce il parabrezza quasi frontalmente, dal basso in alto, senza poi colpire nessuno. Quello, si è suggerito, forse fu il primo colpo sparato, facendo intendere che, data la posizione di sparo, forse l’auto era in movimento. Ma i movimenti dell’auto, bloccata tra due macchine, potevano essere solo minimali e quindi non giustificano quella posizione spostata su la sinistra del tiratore, quasi davanti l’auto, che invece può essere stata una posizione di sparo successiva, quando il tiratore si è spostato. 86 Per sostenere la loro tesi, quindi, questi periti, hanno dovuto avanzare l’ipotesi, che a nostro avviso, non si regge da nessuna parte, che il Leonardi era in quella posizione perché si stava girando in torsione per proteggere Moro. Del resto è questa l’unica posizione per la quale si giustificano i colpi da sinistra al capo e al fianco destro che altrimenti, con il Leonardi eretto sul sedile e la Fiat 130, oltretutto, come vediamo nella slide qui sotto, messa un po’ di sbilenco, cioè obliquamente verso la destra della strada (quindi in un senso non ideale per un tiratore che spara dal lato sinistro nel finestrino laterale, per cogliere il passeggero in testa e sul fianco destro), sarebbe veramente problematico e poco credibile attestare. Ci sarebbe poi anche da considerare il fatto che se il Leonardi, da vivo e in posizione sdraiata “per difendere Moro”, come assurdamente ipotizzato, fosse stato colpito da sinistra, probabilmente, per l’inerzia del colpo, la testa non avrebbe assunto la posizione che si rileva nelle foto. Tutta questa dinamica posizionale elaborata ed ipotizzata dai periti per negare un tiratore da destra dell’auto: ma non convince affatto. Se invece accettiamo l’ipotesi di un tiratore da destra, vediamo che allora si può considerare questa scena: mentre Leonardi stava girandosi verso l’autista, forse per vedere cosa stava accadendo, è stato raggiunto da un colpo a morte istantanea ed è crollato sul sedile, verso l’autista, come la foto dimostra. A nostro avviso questo può essere il colpo al capo in regione parietale destra, definito “leggermente dall’alto in basso”, sopra indicato al N. 1, che ha trafitto il cervello, oppure quello all’emitorace destro che ha interessato i polmoni e il fegato. Meno probabile, ma non da escludere, quello da noi prima indicato con il N. 2 (dalla testa in giù fino al cuore), perché è stato attinto dall’alto in basso, ancor più sulla sommità del capo ed è sceso quasi perpendicolarmente fino a raggiungere il cuore. Uno sparatore da destra, infatti, avrebbe dovuto essere alquanto più in alto della vittima per ottenere questa traiettoria dall’alto in basso. Invece, una volta colpita a morte e sdraiata la vittima sul sedile, questo colpo può benissimo essere arrivato quasi orizzontalmente da sinistra e fare quel percorso. Ed è anche probabile che il Leonardi non si è accorto di nulla, non si è accorto dell’agguato e degli spari. 87 Lo dimostrerebbe l’espressione tranquilla del suo cadavere: altro che essersi accorto dell’agguato e cercare di proteggere un non proteggibile Moro nei sedili posteriori! In pratica la presenza di questo tiratore extra che uccide Leonardi si potrebbe immaginare, più o meno, come in questo disegno sotto, analogamente a come lo disegnarono i periti nella Relazione balistico scientifica del 1993 che abbiamo riportato nella Appendice 2 che evidentemente avevano recepito queste sequenza, dedotta dalle perizie autoptiche circa le traiettorie e descritta anche dal Marini. Pe concludere, a nostro avviso, resta sempre valida l’osservazione fatta in sede autoptica su Leonardi: « "....può essere ritenuto che la prima serie di colpi abbia attinto il soggetto da destra verso sinistra mentre era seduto... quando altri colpi (quelli pressochè paralleli all'asse perpendicolare del corpo) debbono essere stati inferti in tempuscolo successivo, verosimilmente da distanza più ravvicinata, quando a seguito delle prime lesioni il copro era ormai accasciato sul sedile". Ferme restando le mancanze di rilievi balistici (proiettili repertati nell’auto) per attestare indiscutibilmente un tiro da destra, non possiamo che lasciare aperta e non risolta questa dinamica della uccisione del maresciallo Leonardi.. Ce lo consiglia l’intuito sulla dinamica dei fatti e varie deduzioni (basti pensare che chi ha progettato quell’agguato non poteva non considerare che l’uomo più pericoloso, seduto a destra nell’auto, non venisse subito ucciso sparando solo dal lato sinistro dell’auto, e quindi, seppur ferito, riuscisse ad uscire magari con un mitra), ma non essendo intuito e deduzioni delle prove, non vogliamo convincere nessuno. Comunque sia, killer per Leonardi o meno, le presenze di brigatisti o chi per loro “extra”, sono più che certe e quindi se pure questa vicenda del Leonardi non fosse risolta con la presenza di uno sparatore da destra e la scientifica della Polizia di Stato avesse ragione, non cambia poi molto in merito ad una versione fornita dai brigatisti e che fa acqua da tutte le parti. 88 I BR in fondo a via Fani alta e la morte dello Iozzino Ricostruiamo per prima cosa la scena del crimine: dietro le auto di Moro, arrivate e fermate verso l’incrocio, sulla parte più alta di via Fani era stato posto un “cancelletto”, vale a dire un auto, la 128 bianca che, stando ai racconti dei brigatisti, era vigilato da Alvaro Lojacono armato con una carabina M1 e da Alessio Casimirri che non si dice come fosse armato (si era detto che comunque erano state date armi anche a questi due BR irregolari, ovvero non clandestini). Si può quindi presupporre che, lui autista di questa 128, avesse almeno una pistola. Si da il caso però che verso questa parte più alta di via Fani si aggirava un soggetto a volto coperto e con mitra, visto da svariati testimoni. Si può presumere, ma solo presumere, che fosse uno dei due “centauri”, forse il guidatore della moto Honda, moto che un attimo prima dell’agguato era davanti il bar Olivetti (venne vista dal teste Moschini che era fermo con la sua Fiat 500 all’incrocio con via Stresa), ma ora non sappiamo dove fosse finita. Da quello che si intuisce dalle testimonianze, questo “incappucciato” si mette a vigilare in strada e a non far avvicinare nessuno. Sicuramente è pronto ad intervenire con il mitra per ogni evenienza perché per la sola funzione di “vigilanza” bastano e avanzano Lojacono e Casimirri. In girò però ci dovrebbe essere anche l’altro “centauro”, quello che il teste Marini, definì somigliante all’attore Edoardo De Filippo, ma più giovane, ma dove si sia messo non è possibile dirlo. Per completare il quadro, dobbiamo ricordare che lì nei pressi, a sparare contro l’alfetta di scorta ci sono, affiancati, prima Gallinari e poi, a salire la strada, Bonisoli. Questo a sentire i brigatisti i quali però si incartano perché poi sostengono che Gallinari con lo TZ45, per l’inceppamento, ha potuto sparare pochi colpi, cinque dicono i bossoli ritrovati, e Bonisoli qualcuno di più, ma i bossoli dello Fna43 N. 2, ci dicono che, inceppamento o meno, ne ha invece sparati ben 49, utilizzando almeno due caricatori. Comunque sia, questi due “avieri”, ci dicono sempre i brigatisti, inceppati i mitra, hanno estratto le loro pistole. Quindi Gallinari con la S&W39 sparerà tutti gli otto colpi del caricatore e Bonisoli con la Beretta 51 solo 4 (a stare ai bossoli repertati) entrambi un po’ qua e un po’ là. Registrata questa bugia delle BR, bugia che soprattutto ci fa venire il dubbio se veramente il Bonisoli aveva lo Fna43 N. 2, diamo uno sguardo alla geografia dei bossoli repertati. Questa “geografia” ci dice che si sparò non solo di fronte alle fiancate delle auto di Moro (i 4 BR “avieri”) come ovvio, ma anche un poco più in là, a salire su la strada, attorno la Mini Cooper, che costituiva un buon riparo, quindi poi, si sparò con spostamenti verso destra, verso lo Iozzino che uscito dalla Alfetta era sbucato, più o meno, dalla coda delle auto bloccate. Si trovarono altri bossoli tutti attorno allo Iozzino, indice che alla fine costui venne completamente aggirato. L’agente di Ps ricevette 17 colpi in tutto (da distanze definite “brevi”), sette ritenuti, di cui 6 di sicuro dello Fna43 N. 2, ma anche 7, secondo un frammento di proiettile altrettanto ritenuto. Colpi che l’attinsero in varie parti del corpo, ma prevalentemente sul suo lato sinistro, per cui essendo lo Iozzino di fronte a 2 dei 4 BR “avieri”, gli avevano anche sparato dalla destra di questi “avieri”. 89 Praticamente anche dei tiri obliqui da destra verso sinistra, tanto che un colpo, come già vedemmo, prese l’Alfetta di sbieco sulla destra del suo portabagagli, quindi in coda (questi stranamente era in calibro 9 corto.20 La scientifica della Polizia di Stato, nel ricostruire con le sue slide in 3D, i momenti degli spari, ha dovuo anche presentare questa slide qui sotto dove si vedono due colpi che raggiungono trasversalmente l’Alfetta di scorta, di cui uno sul portabagagli. Sono chiaramente colpi arrivati dalla destra dei quattro sparatori vestiti da “avieri”, praticamente dalle parti della Mini Cooper che si trova alle loro spalle. A meno che non si voglia pensare che uno di questi è arretrato e si è spostato sulla sua destra, dinamica questa in contraddizione con il ruolo che in quel momento svolgevano sparando sulla Alfetta. Quei colpi sono stati sparati da un altro tiratore e siccome i mitra impiegati restano sempre sei, e questi sono colpi dello Fna43 N. 2, ne consegue che uno di quei due brigatisti davanti all’Alfetta, ovvero il quarto, Bonisoli, non aveva in mano questo mitra ed anzi non stava sparando con un mitra. Ma anche un altro colpo, calibro 9 parabellum, attraversò tutte le auto perpendicolarmente per finire in mezzo all’incrocio, angolo via Stresa con via Fani, indice sicuro che chi aveva sparato non era davanti lo Iozzino, ma di sbieco. Quel colpo infatti era probabilmente passato o attraverso il marciapiede di destra alle spalle dello Iozzino, o attraverso la fila di macchine, esattamente nel cunicolo tra la Austin Morris e la Fiat 130 di Moro, proprio come lo ha descritto Gianremo Armeni nel suo libro: “Quei fantasmi in via Fani”, Ed. Tra le Righe Libri, 2015, nel capitolo, non a caso nomato: “I veri misteri (l’undicesimo brigatista?)”, uno di certo non facile a ipotesi avventate. 20 Le prime perizie intesero questo colpo come esploso da una pistola simile alla Beretta mod. 34, cal. 9 corto (9 x 17) appunto. Ipotizzarono quindi, per le BR 7 armi impiegate. Ma la perizia di Benedetti e Salza del 1993 dimostrò, che quel colpo era stato sparato dallo Fna43 N. 2 essendo stato evidentemente caricato per sbaglio nel suo caricatore parabellum 9 x 19. Sparando quel colpo il mitra potrebbe esserci inceppato, ma non è detto perché prove di sparo hanno dimostrato che può anche essere sparato senza incepparsi. 90 Qui sotto in foto: sulla sinistra la freccia che indica il proiettile repertato all’incrocio. Sulla destra, quello che abbiamo già visto, finito nel portabagagli della Alfetta e dietro vediamo anche il cadavere dello Iozzino in terra, coperto dal lenzuolo. Per sparare questi colpi con lo Fna43 N. 2 si doveva essere, sulla destra e obliqui fino poi ad essere avanzati verso la vittima.. Ebbene, questi 17 colpi allo Iozzino, non potevano essere tutti dello Fna43 N. 2 che ne attesta 7 ritenuti , anche se certamente ce ne furono anche altri che lo trapassarono. Qualcuno poteva essere della S&W39 di Gallinari, mentre, nonostante le bugie dei brigatisti, non risultano della 7,65 parabellum di Bonisoli, se non altro per esclusione, visto che i suoi 4 colpi li sparò da altre parti. Il mitra di Fiore e lo Fna43 N. 1 di Moretti, sono fuori discussione, essendo il primo inceppato e trovandosi, il secondo, più in basso della strada, verso l’incrocio. Dovrebbe quindi aggiungersi un'altra arma almeno, ma come sappiamo, 21 non ci sono altre armi oltre le sei attestate che già conosciamo. Tutto questo per dimostrare non solo le menzogne dei BR su chi aveva sparato allo Iozzino, ma anche sui 49 colpi sparati dallo Fna43, N. 2 e su chi lo aveva in pugno. Vediamo quindi queste dinamiche di tiro di cui abbiamo già dato un accenno. La dinamica di Bonisoli, infatti, il presunto utilizzatore dello Fna43 N. 2, non è attendibile. Egli dovrebbe stare a sparare alla Alfetta di scorta, quando gli sbuca, dalla coda di questa, lo Iozzino che spara due colpi, ma come abbiamo anche visto, il Bonisoli non ha sparato allo Iozzino con la sua 7,65 parabellum, quindi dovrebbe aver sparato con lo Fna43, N. 2, che però secondo lui era inceppato (quando invece sparava ancora). Sembra una trama da manicomio eppure è quanto vorrebbero farci credere Morucci e i suoi compagni di brigata che forse non sanno che ci sono i rilievi e le perizie a 22 smentirli. 21 Non possiamo però escludere che si sparò con una pistola a tamburo che non lascia bossoli, e i proiettili deformati risultarono o dispersi o indistinguibili, ecc. Ma è solo una supposizione. 22 Oltretutto, secondo il racconto falso dei brigatisti, il Bonisoli si sarebbe trovato con il mitra inceppato, un attimo prima o allo stesso momento in cui sbuca dalle auto lo Iozzino. Dovendo lasciare il mitra e prendere la pistola, è ragionevole che il Bonisoli perda del tempo e quindi lo Iozzino avrebbe avuto il tempo di sparare più dei suoi due colpi con la sua Beretta. Considerazioni queste che ha fatto anche Gianremo Armeni nel suo libro citato. 91 Neppure considerare che invece, come disse lui, il suo Fna43 non funzionava, perché tutte le perizie lo smentiscono, ma se funzionava, che senso ha, dopo avergli sparato frontalmente e colpito con tutti o parte di quei 6 o 7 colpi cal. 9 parabellum, se non di più (ovvio che la vittima stramazza al suolo), spostarsi sulla destra e sparare ancora obliquamente? E che senso ha negare di aver continuato a sparare con lo Fna43 N. 2? Se quindi lo Fna43 N. 2, spara e lo ha il Bonisoli questi, visto spuntare lo Iozzino gli spara quasi frontalmente, lo colpisce e poi non è logico, che si sposti verso destra, per infierire. Considerando tutto questo e mettendo insieme quelle poche testimonianze (il Marini per esempio vide movimenti di un paio di uomini, oltre i 4 BR “Avieri”, su in fondo alla strada) si può ragionevolmente attestare che ci fu “qualcuno” che sbucò più o meno dai pressi della Mini Cooper parcheggiata più in fondo e in alto, rispetto all’ultimo BR “aviere” che dovrebbe essere Bonisoli. E’ costui, questo Mr. X, e forse non solo lui, che aggirano Iozzino e contribuiscono subito ad ucciderlo. Ma siamo sempre di fronte al solito problema: non risultano altre armi che abbiano sparato oltre le sei conosciute. Ed allora, fermi a questa evidenza, si deve riconsiderare l’assegnazione delle armi come è stata indicata dai brigatisti e come al solito e come per tutto il resto, non considerarla del tutto veritiera. Quindi si può ipotizzare che lo Fna43, non 23 era in mano a Bonisoli, ma ad uno di quei due elementi extra che abbiamo supposto. Ecco quindi, nel disegno a lato, come si può immaginare questa dinamica: l’omino con il punto interrogativo è quello che ha colpito lo Iozzino, forse con un fuoco incrociato, dopo che aveva già sparato sull’Alfetta, più o meno anche dai pressi della Mini Cooper, proprio come lo aveva visto l’ing. Marini, che mise a verbale, quel giorno stesso, di aver visto sparare contro lo Iozzino, un paio di individui “usciti tra due macchine, 10 – 15 metri dopo i 4 BR avieri”. E uno di questi deve obbligatoriamente avere lo Fna43 N. 2. Egli era in parte già defilato, rispetto alla posizione dei 4 Br Avieri, e quindi non aveva bisogno di fare gli strani giri che avrebbe fatto il Bonisoli, perché era naturale che si spostasse in quella maniera sulla destra. Chi era? Bella domanda, alla quale non sappiamo rispondere. Un indiziato poteva essere il brigatista incappucciato che venne notato da quelle parti, ma a parte che non fu visto sparare, questi aveva un suo mitra e non è possibile che fosse lo Fna43 N. 2, che era già in azione davanti alla Alfetta della scorta. 23 Ovviamente il Bonisoli non poteva stare da quelle parti, diciamo “al fronte”, senza un arma di peso, e quindi dobbiamo supporre che aveva un altro mitra, mai accennato, forse inceppato. 92 Resta quindi l’altro soggetto quello che, secondo il teste Marini, assomigliava all’attore Edoardo De Filippo, e quindi questi avrebbe operato attivamente con questo Fna43 N 2 che poi forse si portò anche via su la moto Honda. Ma potrebbe anche esserci un ulteriore brigatista, magari vestito da aviere, come gli altri 4 BR: tutto è possibile, le testimoniane sul numero dei brigatisti vestiti da avieri sono tutte approssimate, come è ovvio che sia. La teste Evandini Eufemia, che durante la sparatoria diede uno sguardo alla scena di fuoco, raccontò che sul marciapie destro non c’era nessuno, come ovvio che sia nel momento della sparatoria,24 mentre dall’altra parte erano in azione quelli che definì dai 25 sette agli otto uomini fin divisa. E infine, per quanto riguarda la sommatoria di 17 colpi che attingono lo Iozzino, si innesta un altro bel rompicpo, perché è poco credibile pensare che fossero tutti colpi dello Fna43 N. 2. Non potevano essere della pistola di Bonisoli che è una 7,65 ed ha conto) in altre direzioni, quindi resterebbe la pistola di Gallinari che a quanto pare ha sparato contro l’Alfetta, poi sparerà contro la 130 presidenziale per almeno due colpi, e avendo 8 colpi nel caricatore potrebbe averne scaricato qualcuno addosso allo Iozzino. Non conoscendo però l’esatto numero di colpi dello Fna43 N. 2, che hanno attinto lo Iozino, oltre gli individuati 6/7 ritenuti, non è possibile fare congetture e magari ipotizzare un'altra arma ancora. Come detto, si conferma così la testimonianza dell’ing. Marini, che vide in fondo a via Fani, dopo i 4 BR “avieri”, e tra le due machine (una è la Mini Cooper) due altri elementi, uno incappuciato, che, come vediamo qui nel suo disegno, Al punto 4, indicò con le lettere E - F (indicati dalla freccia bleu). Le crocette del punto 2, indicano invece i 4 BR avieri. 24 Coloro che negano una azione di fuoco, sulla destra delle macchine, che potrebbe essere iniziata uccidendo il maresciallo Leonardi, si attaccano a questa testimonianza della Evandini, la quale disse che, durante gli spari, sul marciapiede destro non c’era nessuno. Ma l’azione della eliminazione di Leonardi da destra, fu rapidissima, iniziale dell’attacco, e poi l’eventuale brigatista si ritrasse subito per non essere colpito dagli spari che iniziavano da sinistra, questione di pochi secondi. E’ naturale che la Evandini potrebbe non non aver visto questa scena iniziale, ma solo quella successiva quando, per via del tiro da sinistra, tutta l’ala destra era sotto i colpi. La Evandini si trovava su via Fani alta, prima del cancelletto della 128, verso il marciapiede destro, abbastanza vicino alla fila delle auto interessate. La prima auto di Moro, che ha davanti è l’Alfetta di scorta. 25 Qualcuno che non vuol arrendersi alla evidenza di un elemento “extra”, scartando il Lojacono che ha una carabina M1, ha avanzato la possibilità che ad uccidere lo Iozzino possa essere stato il Casimirri. A nostro avviso è da escludere, perché lo Iozzino venne ucciso prevalentemente con lo Fna43 N. 2, che stava anche sparando verso l’alfetta, e il Casimirri, per la sua posizione è fuori discussione. 93 CONCLUSIONI La nostra ricostuzione dell’agguato di via Fani, a parte particolari secondari, sostanzialmente differisce dalla “nota versione” dei brigatisti e successive integrazioni e correzioni, dal fatto che va a colmare quelle lacune che la facevano non credibile, rendendo perfettamente comprensibile e logico un progetto di agguato in strada, contro auto in movimento e cinque militi di scorta, ideato con una tattica di carattere militare. Due sono i punti significativi che siamo andati ad integrare nei vuoti e nelle incomprensioni della “nota versione”, anche se il primo non possiamo attestarlo oggettiamente e quindi siamo costretti a laciarlo insoluto e dubbio e cioè: a) l’uccisione del maresciallo Leonardi predisposta come atto iniziale con un tiro dal lato destro delle auto di Moro e, b) l’apporto di un paio di elementi extra, di cui uno intevenuto operativamente nella strage. L’uccisione del marsciallo Leonardi. Come si sarà compreso non è provabile che il maresciallo Leonardi venne ucciso da un tiro dalla destra delle auto, ma non convincendo neppure un tiro tutto da sinistra che lo avrebbe attinto per 9 colpi sul fianco destro, resta indefinita la modalità e la dinamica dei primissimi colpi, anche uno solo, che lo hanno ucciso sul colpo e ci induce a mantenere in piedi questa possibilità, ovverosia: 1. Il presupposto che chi ha progettato l’azione, non poteva mettere in conto che un tiro da un solo lato della strada poteva lasciare incolume o in condizioni di uscire dall’auto e armato il capo scorta; era quindi prudente mettere un tiratore, defilato sul lato destro. Nel caso, questo tiratore era posizionato dietro la Austin Morris 2. Se questo tiratore a destra invece non c’era, lascia perplessi la riuscita immediata della uccisione di Ricci e Leonardi nostante gli incepamenti di Morucci e Fiore o chi per loro fossero i due BR “avieri” su questo piano basso della strada verso l’incrocio. 3. Il teste Marini può aver registrato male gli eventi che dice di aver visto su quel lato destro che gli era un poco nascoto, ma è difficile pensare che da quella parte non fosse accaduto nulla e il Marini abbia avuto una totale allucinazione. Quindi ogni dubbio in proposito è lecito. Il particolare che più osta per un tiro da destra, è il rilievo che tutti i 9 colpi che attinsero Leonardi sarebbero dello stesso Fna43 N. 1, e le traiettorie dei colpi interne all’auto, non dimostrano un tiro da destra, ma stiamo parlando, eventualmente, di pochissimi colpi da destra e le perizie balistiche su proiettili o parti di proiettili, specie se trapassanti e quindi deformatisi negli impatti, spesso possono avere ampi margini di dubbio. Resta poi il problema con che arma sia stato eventualmente sparato da destra, ma anche qui trattandosi al masimo di due o tre colpi, margini di lavoro per ipotizzare un arma che lascia bossoli e proiettilii dalle carattersitiche simili allo Fna43 ci sono. Per esempio la S&W39; un mitra uguale o simile agli Fna43; una pistola a tamburo in cal. 9 parabellum, che non ha lasciato bossoli, ecc. Qualcuno, ha anche ipotizzato la 7,65 paabellum che da quelle parti sparò tre colpi di cui uno o forse due verso la 130 presidenziale, ma il ritrovamento dei suoi bossoli è poco compatibile con un tiro nei pressi del finestrino destro della 130 presidenziale. Insomma margini per ipotizzare altre dinamiche ci sono. 94 Gli elementi “extra” Escludendo la Algranati andata subito via prima dell’agguato, si sono contati nove brigatisti in azione, di cui 4 tiratori ai quali è stato assegnato un nome (Morucci, Fiore, Gallinari e Bonisoli), ma non si hanno certezze che questa corrispettiva identità: uomo, arma, posizione, sia veritiera; e altri cinque che non hanno sparato (Moretti, Balzerani, Seghetti, Lojacono e Casimirri). La nostra ricostruione, invece, coglie due o tre elementi in più rispetto a questi nove notoriamente attestati. Possono anche essere, infatti, soltanto due elementi extra, se lo sparatore da destra a Leonardi, di cui non abiamo certezze, non dovesse esistere. Di costui, comunque, abbiamo già parlato, vediamo questi altri due. Non ci sono certezze, ma a nostro avviso è pressocchè certo che questi due elementi extra sono i due che poi andranno via sulla moto Honda, portandosi probabilmente via anche lo Fna43 N. 2. Diversamente, oltretutto, se non fossero loro, dovremmo affollare di presenze in eccesso la scena del crimine Uno è quello con il volto coperto da un sottocasco, probabilmene il guidatore della moto, che si pone, mitra alla mano, dalle parti del cancelletto alto, pronto ad intervenire per ogni eventualità sia interna al cancelletto (dalla scorta delle auto di Moro), sia proveniente da fuori (eventuale arrivo di pattuglie in via Fani da via Trionfale). L’altro è uno che spara alla Alfetta cun lo FNA43 n. 2 e si sposta dai pressi delle Mini Cooper parcheggiata davanti al bar Giolitti. I tempi e l’esatta modalità dinamica di questo tiratore, intervenuto dai pressi della Mini Cooper, con lo Fna43 N. 2, a stroncare la sortita dell’agente Iozzino, i suoi spostamenti, da un tiro iniziale e quasi frontale verso l’Alfetta di scorta, poi spostatosi verso destra fino ad avanzare ed arrivare sul lato destro della strada, alle spalle dello Iozzino oramai morto in terra, non è possibile ricostruirli con precisione, perché non sapppiao esattamente dove era e cosa fece il Bonisoli, o chiunque questi fosse, ovvero il quarto BR “aviere”, l’ultimo del quartetto in fila che era preposto a sparare alla Alfetta e che invece, probabilmente per un inceppamento o altro non potè sparare ed infatti la sua arma, qualunque fosse, non risulta che abbia sparato. Comunque, uscito dalle auto lo Iozzino, questi si trovò preso con un tiro incrociato, da almeno uno dei due tiratori che sparavano frontalmente verso l’Alfetta e da questo elemento extra che lo prende con un tiro un poco obliquo, da destra verso sinistra, prevalentemente sul fianco sinistro. Non è comunque detto che sia proprio questa l’esatta modalità dinamica degli spari, ma pressappoco non dovrebbe scostarsi troppo da questa. Perché l’elemento “extra” abbia in mano lo Fna43 N. 2, forse l’arma dalla canna più usurata di tutte, non è dato sapere, perché non conosciamo cosa sia accaduto in quei momenti. La valutazione che forse, tutto sommato, il tiro di questo Fna43 N. 2 non fu molto preciso nei suoi 49 colpi sparati, risponde non tanto al fatto che il tiratore era una schiappa, quanto che questi sparò in movimento ed in punti diversi: Alfetta, Iozzino, poi dal lato destro della strada e molti furono tiri di “complemento” essendo gli avversari oramai fuori causa. 95 Chi siano questi due elementi “extra”, probabilmente proprio della moto Honda, non è dato sapere, ma il fatto che la loro presenza viene ostinatamente negata, contro ogni evidenza, fa sospettare che siano personaggi che non si possono rivelare. Comunque sia e per completare il quadro dei fatti: non è possibile che il Bonisoli abbia sparato allo Iozzino con la 7,65, ed è evidente che il Bonisoli non avesse lo Fna43, N. 2; è certo che allo Iozzino sparò un elemento non individuato, ma presente sul posto, e proprio con lo Fna43 N. 2; resta così anche indefinito dove esattamente si posizionaro questi BR vestiti da avieri, che armi veramente avessero in pugno, e cosa esattemnte hanno fatto. Non potendo fare troppe congetture, prendiamo per buono, ma con riserva, quanto ci è stato rierito, almeno per Morucci, Fiore e Gallinari (per Bonisoli abbiamo detto); resta dubbio se la moto Honda, andando via, sparò veramente al Marini, ma tolto questo particolare, il raconto di Marini sulla presenza della moto, è attendibilissimo e anche confermato da quello, alquanto simile, del teste Intrevado e indirettamente da quello del Moschini, e da altre testimonainze. resta indefinito chi era e cosa ha fatto, il BR che è andato via con la macchina che portava via anche Moro (è infatti molto probabile che i brigatisti fossero in 4 e non in 3, come è anche più logico che sia con due di loro ai lati di Moro). Costui potrebbe anche essere quello che ha sparato al Leonardi e che subito dopo si è defilato verso l’incrocio e si potrebbe ipotizzare che abbia raggiunto Seghetti che era in attesa, contromano in via Stresa, pronto ad arrivare con la Fiat 132 a prendere Moro. Ma sono tutte supposizioni; restano tutte da appurare e consideare eventuali presenze di auto fiduciarie dei Servizi, elemeti in qualche modo collegati ai Servizi e alle Gladio, la presenza del colonnello Guglielmi, tutti aspetti che noi non abbiamo affrontato e che potrebbero andare sia con il presupposto che i “Servizi” qualcosa sapevano ed andarono a dare una controllatina, e sia che invece addirittura parteciparono, da dietro le quinte, alla riuscita dell’aguato, fornendo un appoggio logisico. Ma senza prove concrete tutto questo diventa dietrologia. Il nostro è un quadro degli avvenimeti il più reale possibile quindi che non ci vengano ad accusare di dietrologia, perché fanno della dietrologia, proprio coloro che si ostinano ad avallare la versione data dai brigatisti. Non c’è bisogno di altro per capire che la versione dei BR è falsa, ed è falsa proprio per non rivelare queste presenze “extra” che pur hanno avuto un certo ruolo, minimo o decisivo che sia. Come detto lasciamo ad altri ipotizzare un altro ruolo ancora, quello dei Servizi o di presenze innominabili, ipotesi queste difficilmente comprovabili, sperando che almeno chi si addentrasse in queste indagini, possa addurre un minimo di prove e non solo delle congetture o coincidenze. 96 POST SCRIPTUM BR ETERODIRETTE E RIVELAZIONI DI MORO OCCULTATE? Al fine di esplicitare adeguatamente il nostro pensiero in merito a queste vicende del terrorismo ed alle stese Brigate Rosse, riteniamo opportuno aggiungere alcune considerazioni. Nessuno può negare che su tutta la vicenda Moro, ci sono molti dubbi e sospetti, che molte vicende sono andate troppo contro ogni logica, che il comportamento degli apparati di sicurezza, Servizi compresi, sono stati ambigui. In mancanza però di prove o riscontri acclarati, non bisogna farsi prendere dalla dietrologia. BR eterodirette? Cominciamo con il considerare i componenti del comando, in particolare Mario Moretti che ne era il capo, per la svolta cruenta e militarista che aveva dato alle BR, e per certe sue relazioni mai accertate adeguatamente con ambienti “dubbi”, ma anche sul Casimirri, pur elemento del tutto secondario, che sembra aver goduto di successive protezioni, senza contare che altri dubbi si addensarono sulla direzione strategica e il Comitato esecutivo delle Br che si riunivano in una misteriosa Firenze, (a Firenze c’era anche il “duro” ed enigmatico Giovanni Senzani anche se questo criminologo forse non era ancora divenuto “operativo” durante il sequestro Moro, ma nelle BR già era entrato di certo). Su costoro, in pratica, si sono addensati sospetti quali “agenti provocatori” e le BR un gruppo eterodiretto. Questo, come detto, anche in considerazione che tutto l’Affaire Moro fu condotto in modo strano e incoerente. Per esempio perché uccidere Moro? Una esecuzione che lascia veramente perplessi. Le Br uccisero a freddo un prigioniero che gli aveva rivelato di tutto e di più e che se liberato avrebbe destabilizzato il quadro politico nazionale, quando invece uccidendolo lo rafforzava. Eppure le BR si erano ben rese conto che lo Stato e buona parte della stessa DC oramai lo voleva morto. Le BR si sono giustificate dicendo che non avevano via di uscita: sia se lo uccidevano oppure lo liberavano oramai, non avendo lo Stato accettato la trattativa o il loro riconoscimento, ne avrebbero avuto una ricaduta negativa, ma non uccidendolo sarebbe stato peggio, perché non potevano giustificare il rapimento di Moro, compresa l’eliminazione della scorta, ai loro compagni e simpatizzanti, senza aver avuto niente in cambio, e quindi sarebbero collassate. Ma questo è vero solo apparentemente, anzi è falso, se consideriamo che le BR avrebbero potuto liberare Moro e contemporaneamente divulgare il Memoriale con le confessioni di Moro (che invece occultarono). Sarebbe stato un successo clamoroso, ne avrebbero tratto benefici e giustificato tutto, mettendo lo Stato a terra, più di 100 azioni di fuoco. Ma non lo fecero, quindi è probabile che l’esecuzione di Moro è in relazione all’occultamento del memoriale e a trattative sotto banco, intercorse tra le BR, in parte lo Stato e Centri di potere sconosciuti. 97 Il memoriale occultato Tanto per parlare delle “confessioni” di Moro e del Memoriale che le BR di fatto occultarono, basti pensare che Moro aveva praticamente dettagliato alle BR delle ingerenze USA e israeliane in Italia, delle faide tra i servizi segreti nostrani, dei traffici tra Sindona e la DC, dello scandalo Lockeheed, della strategia della tensione e delle bombe di Piazza Fontana, dei vari traffici di Andreotti, della fuga procurata di Kappler, del “lodo Moro” con i palestinesi e, cosa più importante, aveva confidato il delicato segreto di Stato circa la struttura di Gladio! Ma poco, anzi quasi niente, di tutto questo venne reso pubblico e i verbali originali e le bobine degli interrogatori vennero fatti sparire, tanto che una parte è rimasta sconosciuta e non si hanno testi in originale. Dove sono finiti? Eppure era materiale prezioso, anzi dei “salvacondotto”! e forse proprio come tali, non è azzardato sospettare che siano stati utilizzati. Da tanti indizi si sospetta e a ragione che le strutture di sicurezza dello Stato entrarono in possesso di altri parti di quel memoriale ma non è mai stato riferito, evidentemente per la loro importanza e delicatezza. Per la mancata divulgazione del memoriale, le BR si giustificarono sostenendo che non avevano ben compreso quanto Moro gli stava raccontando con il suo linguaggio politicamente quasi ermetico. Ma anche questa è una palese bugia, in quanto non solo, eventualmente, avrebbero potuto chiedere spiegazioni ulteriori al prigioniero, ma le BR avevano, in particolare a Firenze, dirigenti altamente preparati in grado di capirci qualcosa. I segreti, svelati da Moro, non erano poi così incomprensibili e comunque non pubblicarono neppure la storia della fuga procurata di Kappler che era chiara .anche ad un bambino. Quindi, quando il 15 aprile, le BR, a sorpresa, con il comunicato N.° 6, smentirono le loro precedenti promesse e dissero che non avrebbero pubblicato segreti svelati da Moro, perché non c’erano segreti ignari al proletariato, mentirono palesemente e probabilmente era già intercorso una specie di “accordo” con chissà “chi”. Tre giorni dopo, infatti, il 18 aprile ’78, ci fu la scoperta del covo in via Gradoli e il comunicato falso di Moro che era stato ucciso. Due eventi probabilmente “procurati” o almeno uno di questi sfruttato adeguatamente (via Gradoli), che ponevano le BR sulla via di non ritorno. Cosa ne deduciamo? Per tornare alla “eterodirezione”, bisogna dire che nonostante le BR avessero molti infiltrati, come ovvio, sostanzialmente questi non incisero nelle decisioni strategiche, però appare oggi evidente che i brigatiti della prima generazione erano tutti schedati e nonostante questo poterono praticare una prassi di lotta armata, non solo perché alcuni di loro si erano messi in clandestinità, ma anche perché vennero lasciati agire fino a quando questo tornò comodo a ”qualcuno”. Anche per quelli della seconda generazione, diciamo simbolicamente dal delitto del magistrato Coco in avanti, si ha la netta sensazione che ci furono comportamenti ambigui da parte di alcuni apparati dello Stato che consentirono a costoro di riorganizzarsi e di sferrare alcune “campagne di fuoco”. Insomma, un po’ come per gli “opposti estremismi” che dilaniò il paese e produsse diversi morti a destra come a sinistra, perché questo andazzo tornava utile al Sistema, anche le BR evidentemente tornavano utili a qualcuno. 98 Non c’è niente di dietrologico, né ci si deve meravigliare, è una legge storica: quando appaiono sulla scena, sulla ribalta storica, fatti, movimenti, personalità di una certa incidenza, sempre vi è un potere o un contropotere, diciamo delle forze, che hanno interesse a utilizzarlo per i loro interessi. A volte questi “condizionamenti”, questi “aiuti”, questi possibili “connubi” possono stravolgere e condizionare pesantemente la genuinità di un movimento, della lotta, altre volte no. Su Mario Moretti, che ebbe una parte determinante sull’operato delle BR di seconda generazione, si sono sollevati molti dubbi, Sergio Flamigni, addirittura è arrivato a disegnarlo come un agente provocatore (vedesi S. Flamigni: “La sfinge delle BR”, Ed. kaos, 2004). A nostro avviso però le cose non stanno in questo modo. Intanto è problematico pensare che Moretti possa essersi sobbarcato quasi dieci anni di guerriglia, con sacrifici e rischi gravissimi, quale agente provocatore. Vediamo allora come possono stare le cose. Il Superclan. Tanti dubbi e perplessità, a nostro giudizio, derivano dal fatto che, come detto prima, le BR in qualche modo erano “controllate”, infiltrate, e la rete su di loro non veniva tirata fino a quando questo faceva comodo, ma soprattutto le BR, attraverso Moretti, probabilmente, subivano l’influenza degli ex del Superclan che si trovavano a Parigi alla scuola di lingue Hyperion. E la Hyperion, a detta di storici, magistrati e indagatori, era un crocevia di servizi segreti di mezza Europa, con aggiunto il Mossad, che operava segretamente nell’interesse di Jalta e non solo (vi avevano il loro zampino anche i Servizi del Vaticano). Moretti, e anche Gallinari, a cavallo del 1960 / 1970, avevano fatto parte del Superclan di Corrado Simioni, il quale aveva avuto un certo ruolo nella nascita di una sinistra antagonista da indirizzare su pratiche di guerriglia (Sinistra Proletaria, Collettivo Politico Metropolitano, ecc.), e una volta nate le BR voleva fargli aumentare il livello di scontro e di super clandestinità. Come raccontò Fanceschini, il Superclan non era neppure estraneo ad attentati a livello europeo. Attentati spesso contro la Nato e gli Usa, in cui in uno di questi, in Grecia, perse la vita la compagna Angeloni. Attentati che a veder bene, dalla incidenza militare irrisoria, potevano tornare utili solo al sistema Atlantico. E in quel Superclan, in qualche modo, attraveso Simioni, passava anche la figura di Roberto Diotti, un ex comunista che già era passato per la Cecoslovacchia, ma si seppe poi che era legato a Sogno e quindi alla Cia, Entrati in dissenso con Curcio e Franceschini, il Simioni e altri del Superclan (i “superclandestini”), uscirono dalle BR e con loro anche Moretti e Gallinari. Poi successivamente Moretti e Gallinari tornarono nelle BR e Moretti, grazie agli arresti di Curcio e Franceschini (nel settembre 1974), prese in mano le BR e gli diede la svolta strategica molto simile a quella che voleva imprimere il Superclan. Giustamente oggi Franceschini ritiene che Moretti tornò nelle BR in accordo con Simioni per controllarle. Simioni, Berio, Mulinaris, Salvioni, ecc. del Superclan, invece andarono a stabilirsi a Parigi, dove poi fondarono la scuola di lingue Hyperion e dove le Intelligence francesi, non gli erano particolarmente avverse. Sappiamo poi che negli anni successivi, Moretti a capo delle BR si recava in incognito anche a Parigi e pochi mesi prima del sequestro Moro la Hyperion aprì due sedi a Roma (venne a Roma anche Corrado Simioni) e le chiuse poi, pochi mesi dopo la morte di Moro. E’ un sospetto, una congettura, ma di certo l’attività di queste “sedi” in Italia, 99 non dava l’impressione di svolgere il lavoro di viaggi, turismo e scuola d lingue per le quale dovevano essere preposte. Da tutto questo possiamo supporre che Moretti agì subendo un minimo di influenza del Superclan, ma può ugualmente ritenersi che fosse in buona fede in quanto egli, da sempre, condivideva le strategie “militari” del Superclan il quale, oltretutto, a Parigi gli era utile per appoggi vari, relazioni, reperimento armi e altro. Moretti quindi si muoveva e agiva, convinto di far bene così e se egli subiva l’influenza della Hyperion questo non toglie la sua buona fede. Siamo praticamente in presenza di interferenze e condizionamenti che chi ha fatto politica conosce bene, così come persone che agiscono in clandestinità hanno spesso bisogno di rivolgersi alla malavita per documenti falsi o armi, ma non per questo ne sono collusi. Questo per quanto riguarda l’attività e la presenza di Moretti nelle BR, un attività che però, troppi indizi ci inducono a ritenere, non era sconosciuta ai nostri Servizi. E toniamo al precedente discorso su le BR, organizzazione di lotta armata genuina, ma in qualche modo infiltrata e controllata. Successivi eventuali accordi con lo Stato o spezzoni di esso, per insabbiare il memoriale Moro, poi per cercare sconti di pena, sono altre valutazioni su altri fatti e situazioni che non cambiano questo scenario. Possiamo quindi sostenere che le BR furono un gruppo genuino, di sinistra antagonista che aveva scelto la lotta amata e se poi subì delle influenze, o qualche volta venne ”ispirato” (per esempio nella scelta di rapire Moro, per le trattative sottobanco e la sua uccisione), non cambia il giudizio complessivo. Ha visto giusto chi ha definito le BR, nonostante qualche “gamba zoppa”, una organizzazione genuina, ma il fatto era, che c’erano “coloro” a cui le BR tornavano utili, e quando si incrociano “comuni necessità”, tanti intrecci sono possibili. 100 I PROCESSI MORO I grandi processi per il caso Moro sono quattro anche se si è arrivati al Moro-quinquies. Infatti il primo e il secondo procedimento furono unificati in un unico processo. MORO-UNO E MORO-BIS – Il 24 gennaio 1983 i giudici della 1/a Corte d'Assise (presidente Severino Santiapichi) emettono la sentenza del processo per la strage di via Fani e il rapimento e l'uccisione di Aldo Moro. Il processo unifica i procedimenti Moro-uno e Moro-bis. La sentenza condanna all' ergastolo 32 persone: Renato Arreni, Lauro Azzolini, Barbara Balzerani, Franco Bonisoli, Anna Laura Braghetti, Giulio Cacciotti, Raffaele Fiore, Prospero Gallinari, Vincenzo Guagliardo, Maurizio Iannelli, Natalia Ligas, Alvaro Loiacono, Mario Moretti, Rocco Micaletto, Luca Nicolotti, Mara Nanni, Cristoforo Piancone, Alessandro Padula, Remo Pancelli, Francesco Piccioni, Nadia Ponti, Salvatore Ricciardi, Bruno Seghetti, Pietro Vanzi, Gian Antonio Zanetti, Valerio Morucci, Adriana Faranda, Carla Maria Brioschi, Enzo Bella, Gabriella Mariani, Antonio Marini e Caterina Piunti. Il 14 marzo 1985 la Corte d' Assise d'appello conferma 22 condanne all' ergastolo. Ridotta la pena per Natalia Ligas, Mara Nanni, Gian Antonio Zanetti, Valerio Morucci, Adriana Faranda, Carla Maria Brioschi, Enzo Bella, Gabriella Mariani, Antonio Marini e Caterina Piunti. Il 14 novembre 1985 la Cassazione conferma quasi integralmente la sentenza, tranne per le posizioni di 17 imputati minori per i quali si chiede la rideterminazione della pena. MORO-TER – Il 12 ottobre 1988: si conclude con 153 condanne (26 ergastoli e 1.800 anni complessivi di detenzione) e 20 assoluzioni il processo denominato «Moro-ter», riguardante le azioni delle Br a Roma tra il 1977 e il 1982. La 2/a Corte d'Assise (presidente Sergio Sorichilli condanna all'ergastolo Susanna Berardi, Barbara Balzerani, Vittorio Antonini, Roberta Cappelli, Marcello Capuano, Renato Di Sabbato, Vincenzo Guagliardo, Maurizio Iannelli, Cecilia Massara, Paola Maturi, Franco Messina, Luigi Novelli, Sandra Padula, Remo Pancelli, Stefano Petrella, Nadia Ponti, Giovanni Senzani, Paolo Sivieri, Pietro Vanzi, Enrico Villimburgo, i latitanti Rita 101 Algranati e Alessio Casimirri e gli imputati in libertà per decorrenza dei termini di detenzione Eugenio Pio Ghignoni, Carlo Giommi, Alessandro Pera e Marina Petrella. Il 6 marzo 1992 la terza Corte d' Assise d' appello conferma la condanna all' ergastolo per 20 imputati del processo 'Moro-ter'. Pena ridotta per Alessandro Pera, Eugenio Ghignoni, Paola Maturi e Franco Messina e ad altri due imputati. Il 10 maggio 1993 una sentenza della prima sezione penale della Corte di Cassazione (presidente Arnaldo Valente) conferma le condanne emesse in appello per gli imputati del Moro-ter. Annullata, con rinvio ad altra sezione penale della corte d' appello di Roma, solo la sentenza nei riguardi di Eugenio Ghignoni, condannato in appello a 15 anni. MORO-QUATER – Il 1° dicembre 1994 il processo «Moro-quater», che si occupa di alcuni risvolti del caso non risolti dai processi precedenti e di alcuni episodi stralciati dal Moro-ter, si conclude con una sentenza della prima Corte di Assise (presidente Severino Santiapichi) che condanna all' ergastolo Alvaro Loiacono, in carcere in Svizzera per altre vicende, riconosciuto colpevole di concorso nel rapimento e nell' uccisione dell' ex presidente della Dc Aldo Moro e di altri omicidi. Il 3 giugno 1996 la sentenza è confermata dai giudici della Corte di Assise di appello di Roma e, il 14 maggio 1997, dalla Cassazione. MORO-QUINQUIES – Il 16 luglio 1996 i giudici della seconda Corte d'Assise emettono la sentenza del processo Moro-quinquies e condannano all' ergastolo Germano Maccari per concorso nel sequestro e nell' omicidio di Aldo Moro e nell'eccidio della scorta e Raimondo Etro a 24 anni e sei mesi. Il 19 giugno 1997, in appello, la pena per Maccari è ridotta a 30 anni. La Cassazione disporrà un nuovo processo e il 28 ottobre 1998 la nuova sentenza d'appello condanna Maccari a 26 anni ed Etro a 20 anni e 6 mesi. La condanna per Etro diventa definitiva nel 1999, mentre Maccari sarà di nuovo processato in appello e la sua pena ridotta a 23 anni. 102 INDICE Avvertenza ................................................................................ pag. 2 Introduzione .............................................................................. pag. 3 PARTE PRIMA ......................................................................... pag. 7 LA CRONACA ......................................................................... pag. 8 Scorta e componenti del commando ............................... pag. 14 RICOSTRUZIONE AGGUATO DI VIA FANI ............................. pag. 15 Il “Memoriale Morucci” ....................................................... pag. 15 TRE PARTICOLARI IMPORTANTI ........................................... pag. 20 Un BR da destra spara a Leonardi? .................................. pag. 20 Un BR a volto coperto ....................................................... pag. 21 La presenza della moto Honda.......................................... pag. 21 L’AGGUATO ............................................................................. pag. 24 Disegno dettagliato dell’agguato ....................................... pag. 31 DATI OGGETTIVI ..................................................................... pag. 31 Armi impiegate .................................................................. pag. 32 Armi che hanno sparato .................................................... pag, 33 Armi che non hanno sparato ............................................. pag. 34 Armi - foto dei modelli ....................................................... pag. 35 Via Fani - La strada ........................................................... pag. 37 COLPI ....................................................................................... pag. 38 Bossoli .............................................................................. pag. 38 Proiettili ............................................................................. pag. 41 Bersagli umani .................................................................. pag. 41 Bersagli autovetture .......................................................... pag. 46 LE AUTO E LA FUGA ............................................................... pag. 46 ALTRI REPERTI ...................................................................... pag. 47 103 Appendice 1: .......................................................................... pag. 48 Testimonianze .................................................................. pag. 48 Testimonianza Lalli ........................................................... pag. 48 Testimonianza Marini ........................................................ pag. 49 Altre testimonianze ........................................................... pag. 53 Appendice 2: Relazione perizia Tecnico Balistica Medico Legale 1994 .. pag. 57 Appendice 3: Risultanze Scientifica Polizia di Stato 2015....................... pag. 63 PARTE SECONDA .................................................................. pag. 69 DOVE E CHI HA MENTITO E PERCHÉ? ................................. pag. 71 Progettualità non credibile ................................................ pag. 71 Inceppamenti non credibili ................................................ pag. 72 Un mitra che spara 49 colpi negato .................................. pag. 72 Colpi singoli e a raffiche .......................................... pag. 73 Spari dal lato destro e morte Iozzino ................................. pag. 73 Un BR a volto coperto .......................................... pag. 74 La presenza di una moto Honda ....................................... pag. 74 Un BR in più che va via con la 132 con Moro.................... pag. 76 Non credibilità della versione brigatista ............................. pag. 76 IPOTESI ALTERNATIVE .......................................... pag. 77 Elementi “extra” .......................................... pag. 77 Il nodo di ogni inchiesta ......................................... pag. 77 Quello che vide l’ing. Marini .......................................... pag. 79 Molte presenze in più .......................................... pag. 81 Uno sparatore professionista? .......................................... pag. 82 SPARARONO A LEONARDI DA DESTRA? ............................. pag. 83 I BR A VIA FANI E LA MORTE DELLO IOZZINO ..................... pag. 89 CONCLUSIONI .......................................... pag. 94 POST SCRIPTUM: .......................................... pag. 97 BR eterodirette? .......................................... pag. 97 Memoriale occultato .......................................... pag. 98 I PROCESSI MORO .......................................... pag. 101 INDICE GENERALE .......................................... pag. 103 104