MAURIZIO BAROZZI
L’AGGUATO DI VIA FANI
16 marzo 1978
Una ricostruzione attenta e precisa, sulla
base delle risultanze processuali, dei dossier
e relazioni delle Commissioni parlamentari
d’inchiesta, delle testimonianze a verbale, e
delle perizie medico, scientifico e balistiche.
Roma Dicembre 2014 – Saggio di studio - non in vendita
1
INDICE
Introduzione .............................................................................. pag. 3
Quadro riassuntivo dei fatti........................................................ pag. 4
L’agguato di via Fani: La Cronaca .................................. pag. 4
Mappe e schizzi ....................................................................... pag. 7
Elementi riscontrati nell’agguato................................................ pag. 12
Armi ................................................................................ pag. 12
I componenti.................................................................... pag. 15
Le auto e la fuga ............................................................. pag. 16
Elementi per l’azione di fuoco ................................................... pag. 18
Disposizione e tiratori .................................................... pag. 18
Il tiratore che uccise Leonardi ........................................ pag. 19
Il BR uscito dalla 128 targata CD.................................. pag. 20
L’uccisione dell’agente Iozzino ...................................... pag. 20
Le armi che hanno sparato ............................................ pag. 21
Il conto dei 91 colpi........................................................ pag. 22
L’agguato .................................................................................. pag. 25
Componenti commando e misteri correlati ................................ pag. 30
Il super killer ................................................................... pag. 31
BR eterodirette e segreti di Moro occultati? ................... pag. 31
Le presenze estranee in via Fani ................................... pag. 33
La moto Honda............................................................... pag. 33
Appendici .................................................................................. pag. 37
Testimonianze Marini e Lalli ......................................... pag. 38
Corte d’Assise di Roma 1994 ......................................... pag. 40
Perizia Tecnico-Balistica-Medico Legale ........................ pag. 46
M. Barozzi - Saggio di studio - non in vendita
2
Introduzione
Questa che appresso presentiamo non è l’unica ricostruzione dinamica possibile
dell’agguato brigatista del 16 marzo 1978 in Via Fani, ma può considerarsi la più realistica.
Ci si sarebbe aspettato, visti 5 processi, 2 Commissioni Parlamentari d’Inchiesta, deposizioni
e racconti dei protagonisti, interviste, le sentenze, le condanne, le semilibertà e benefici
correlati, di avere un quadro chiaro e preciso almeno delle fasi dell’agguato, trattandosi di
una semplice meccanica militare. E invece dubbi e particolari non chiari e non da poco
abbondano, tanto che a volte dovremo formulare più di una ipotesi ricostruttiva.
Pazienza per tante altre vicende del caso Moro, dove si percepiscono stranezze, “accordi” e
situazioni mai spiegate, ma le sole fasi dell’agguato che non si riescono a precisare, i
brigatisti che prima attestano dati sbagliati, poi cambiano e modificano versioni o si
arroccano nel silenzio del “tanto tutto è oramai chiaro”, hanno fatto sospettare, e ben a
ragione, che forse quel giorno in via Fani ci furono “presenze” che non si possono rivelare.
Per altri versi, e non a caso, nessuno ha potuto definire il ruolo effettivo di quel colonnello
Camillo Guglielmi dei Servizi, presente quel giorno, a quell’ora, nei pressi di via Fani,.
Questa situazione, però, ha anche dato fiato a quanti si sono messi a fare i complottisti a
tutto spiano, cosicché ne è generata un orgia di ipotesi, fantasie e vere e proprie bufale.
La letteratura in argomento poi, articoli di stampa compresi, è spesso inesatta o inattendibile.
Occorre quindi attenersi, più che altro, alle sentenze, alle perizie, sebbene carenti in molti
aspetti e alle testimonianze e dichiarazioni a verbale o ufficiali.
Con il disegno alla Pag. 11, abbiamo ricostruito le fasi dell’agguato, con tutti i
dubbi e le poche certezze in merito: VALE COME ORIENTAMENTO GENERALE.
3
IL QUADRO RIASSUNTIVO DEI FATTI
L’AGGUATO DI VIA FANI: LA CRONACA
Ecco come la cronaca ha registrato l’agguato di via Fani
con il rapimento dell’on Aldo Moro (1916 – 1978 qui a lato una
foto di qualche anno prima). Riassumiamo, mostrando anche
qualche passaggio di come l’ha riassunto l’enciclopedia on line
Wikipedia. Più avanti preciseremo, correggeremo e spiegheremo.
Il sanguinoso agguato delle BR fu compiuto il mattino del 16
marzo 1978 in via Mario Fani a Roma, uccidendo i componenti
della scorta di Moro, importante esponente politico della
Democrazia Cristiana (ne era il presidente).
Questo tragico fatto di sangue degli “anni di piombo”, fu il primo
atto del drammatico rapimento dell'esponente politico che si
concluse dopo 55 giorni, il 9 maggio 1978 con il ritrovamento del
cadavere di Moro nel bagagliaio di una Renault 4 rossa in via Michelangelo Caetani.
Le modalità precise dell'agguato, denominato in codice all'interno delle Brigate Rosse
“Operazione Fritz” [in riferimento alla frezza bianca sulla capigliatura di Moro], i dettagli
operativi, le circostanze precedenti e successive all'attacco, le responsabilità, i componenti
del gruppo di fuoco terroristico, l'eventuale presenza di altre componenti estranee alle Brigate
Rosse o di connivenze e aiuti esterni, sono tutti aspetti della vicenda aspramente dibattuti in
sede processuale, parlamentare e pubblicistica, e rimangono oggetto di discussioni e dubbi.
Preliminari
Non si conosce la data esatta in cui le BR presero la decisione definitiva di rapire l’on.
Moro, di certo molti mesi prima del 16 marzo ‘78. Era comunque da tempo che Moro veniva
sorvegliato, soprattutto per studiarne gli spostamenti: l’uscita da casa in via Trionfale, il suo
studio in via Savoia, le sue lezioni all’Università, le sue mattutine presenze alla Chiesa Santa
Chiara in piazza dei Giuochi Delfici, i suoi frequenti passaggi con la scorta da via Mario Fani,
e così via. Alla fine venne presa la decisione di eseguire l’agguato in via Mario Fani, angolo
via Stresa, un tratto di strada che si prestava bene per questo genere di operazioni.
Nell’ultima decade di febbraio 1978 i brigatisti eseguirono anche qualche prova preliminare
sul luogo dove poi avrebbero consumato il rapimento.
Accortisi che all’angolo dell’incrocio sostava permanentemente il fioraio, Antonio Spiriticchio,
con il suo camioncino, una presenza che si sarebbe trovata proprio sulle traiettorie di sparo,
i brigatisti provvidero, la sera del 15 marzo, giorno precedente all’agguato, di andargli sotto
casa per bucare tutte e quattro le ruote del suo furgoncino in modo che il fioraio, la mattina
dopo verso le ore 9, non fosse presente sul posto.
Roma, ore 08:45 - ore 09:00 circa.
Giovedì 16 marzo 1978 a Roma era previsto il dibattito alla Camera
dei deputati ed il voto di fiducia per il quarto governo presieduto da Giulio
Andreotti (foto a lato); per la prima volta nella storia repubblicana il Partito
Comunista Italiano avrebbe concorso direttamente alla maggioranza
parlamentare del nuovo esecutivo. Principale artefice di questa complessa
e difficoltosa manovra politica era stato il presidente della DC, il partito
italiano di maggioranza relativa, l'onorevole Aldo Moro.
4
Con una faticosa mediazione e sintesi politica, Aldo Moro, dopo colloqui con il segretario
comunista Enrico Berlinguer, era riuscito a sviluppare il rapporto politico tra i due maggiori
partiti italiani la DC e il PCI. Superò forti resistenze interne al suo partito e contrasti tra le
varie forze politiche; fino alle ultime ore erano sorti nuovi problemi legati alla composizione
ministeriale, giudicata insoddisfacente dai comunisti, del nuovo governo guidato da Andreotti,
ma alla fine gli accordi erano stati trovati e la votazione sembrava scontata.
Ministro degli Interni sarà Francesco Cossiga (qui a lato in foto) che poi
avrà un decisivo ruolo nei 55 giorni del rapimento.
Questa evoluzione politica aveva in sé molti aspetti ambigui e pericolosi:
rispetto agli accordi di Jalta, era un “compromesso storico” foriero di
possibili sviluppi “autonomisti” del nostro paese rispetto al suo
schieramento atlantico e scollamenti rispetto all’inquadramento del PCI
nell’orbita sovietica (Eurocomunismo), quindi uno sviluppo mal visto sia a
Washington che a Mosca. Anche ad Israele la politica estera di Moro,
propensa ad una certa equidistanza nei conflitti arabo – palestinesi israeliani, non era mai piaciuta. Si ricordava di quando nel 1973, Moro da
ministro degli esteri, nego gli scali agli arerei americani che dovevano rifornire Israele nella
guerra del Kippur, facendo approvare dal Parlamento il diniego. Ma ancor più nel 1975 Moro
per evitare ritorsioni, o comunque l’estendersi della guerriglia sul nostro territorio, si accordò
con le frange Palestinesi, di non usare l’Italia come terra di scontro, e in cambio liberò due
palestinesi arrestati per un progettato attentato a Fiumicino contro la El Al. Furono liberati e
portati in Libia da un aereo, Argo, dei nostri Servizi. Poco dopo si scatenò una tremenda
vendetta: l’aereo Argo venne fatto precipitare su Porto Marghera, e ne rimasero uccisi 4
membri dell’equipaggio. Tutti i sospetti erano sugli israeliani, ma al processo non ci furono
colpevoli. Su Moro pesava anche il segretissimo “lodo Moro”, una specie di accordo con la
guerriglia palestinese che si impegnava a non compere attentati in Italia.
Non era però vero che Moro “apriva” al comunismo, anzi era vero il contrario perché questa
nuova formula di governo, intanto risolveva la crisi che attanagliava, anche in termini di voti,
da tempo la DC e in prospettiva rischiava di snaturare completamente il PCI coinvolgendolo
nella prassi di governo, come già era avvenuto anni prima per i socialisti.
Aldo Moro era inoltre oggetto di accuse scandalistiche, ispirate dagli Usa per minarne
l'autorevolezza. Nel quadro del cosiddetto "scandalo Lockheed", era stato ventilato sulla
stampa che il famoso “Antelope Kobbler”, il misterioso referente politico, coinvolto nella
transazione finanziaria con l'industria aeronautica statunitense, avrebbe potuto essere Moro.
Proprio il mattino del 16 marzo 1978 il quotidiano la Repubblica pubblicava in terza pagina un
articolo in questo senso con il titolo: <<Antelope Kobbler? Semplicissimo, è Aldo Moro>>. Si
è saputo in seguito che fu una montatura ispirata dagli Sati Uniti.
La presentazione delle dichiarazioni programmatiche del nuovo governo Andreotti alla
Camera dei deputati era stata fissata per le ore 10:00 del 16 marzo e fin dalle ore 08:45 gli
uomini della scorta dell'onorevole Moro erano in attesa, fuori dalla sua casa in via del Forte
Trionfale 79, che l'uomo politico uscisse dalla propria abitazione per accompagnarlo in
Parlamento anche se forse doveva prima avere un altro incontro politico con un perplesso
Zaccagnini a casa sua. I brigatisti provvidero anche a passare sotto casa di Moro per
accertarsi che ci fosse la scorta e quindi Moro fosse in procinto di uscire di casa.
Aldo Moro scese qualche minuto prima delle 09:00 e accompagnato dal maresciallo dei
carabinieri Oreste Leonardi, suo collaboratore da anni, salì sulla Fiat 130 blu, guidata da
Domenico Ricci, sedendo nei sedili posteriori. Subito dopo il piccolo convoglio, l'auto del
presidente con l’autista e Leonardi e quella della scorta, una Alfa Romeo Alfetta bianca, con
l’autista Giulio Rivera e due agenti, Zizzi e Iozzino, si mise in movimento in direzione di via
della Camilluccia tagliando, come faceva spesso, ma non sempre, per via Fani. Le auto
procedevano a velocità un pò sostenuta, mentre Moro consultava i giornali del mattino.
5
Ore 09:02
Alle ore 09:02 circa in via Mario Fani (via larga circa 10 metri, a doppio senso, che
nel proseguo chiameremo “Fani alta” il tratto in discesa fino quasi all’incrocio con via
Stresa, e “Fani bassa, dall’incrocio in avanti), l'auto di Moro e l’Alfetta della scorta,
provenienti da via Trionfale, furono bloccate allo stop, all'incrocio con via Stresa, da una Fiat
128 familiare targata CD, una falsa targa diplomatica destante pochi sospetti, che messasi
davanti al convoglio, si era fermata proprio a cavallo dello stop dell’incrocio.
Sembra che la macchina con Moro, tamponò la 128 CD che gli si era fermata
improvvisamente davanti, e poi l’Alfetta di scorta tamponò a sua volta la 130 di Moro. Il BR
Moretti, che guidava la 128 CD, lo escluse, disse che proprio il non farsi tamponare era
importante per non destare attenzione negli agenti di scorta. Non è molto importante, ma
invece,sia la versione del BR Valerio Morucci, che alcuni testimoni che hanno sentito il
rumore degli urti, divergono. Ancora oggi la 130 di Moro mostra una ammaccata anteriore, a
meno che non sia stata causata poco dopo con le auto che si tamponarono a catena.
L’autista della 130 di Moro, cercò di svicolare sulla destra, ma non poteva passare a causa di
una Mini Morris parcheggiata a destra a fianco del marciapiede.
A macchine ferme, 4 uomini vestiti simile alle uniformi dell’aeronautica, sbucarono dal
marciapiede di sinistra, da dietro le piante di fronte al bar Olivetti chiuso per restauri, e fecero
qualche passo per coprire i 5 metri di mezza carreggiata che li separavano dalle auto ferme.
Qui sotto, una simulazione, dal film “Il caso Moro” di Giuseppe Ferrara. In terra si vede una
borsa, marcata Alitalia, che probabilmente portava le armi, vista dai testimoni.
Non è ben chiaro, ma sembra che un passeggero
della 128 CD, quello a fianco di Moretti alla guida,
scese e sparò sul Leonardi, che era a fianco del
guidatore Ricci nella Fiat 130, e quindi forse
anche su quest’ultimo. Ruppe anche il vetro
anteriore destro per sparare meglio.
Il maresciallo Leonardi colpito anche in pieno
petto al cuore morì subito e gli altri colpi che lo
attinsero furono ininfluenti.
Qui a lato Domenico Ricci, riverso sul volante.
E’ anche incerto se Moretti scese anche lui e
andò verso la 130 di Moro, lato autista a
infrangere il vetro anteriore, ma Moretti disse di
essere rimasto in auto.
6
Ma soprattutto la scena fu presa dai 4 “avieri” che spararono con i mitra verso le due
macchine. Fu una strage, fatto salvo Moro, rimasto incolume nel sedile posteriore.
Qui sotto l’Alfetta di scorta devastata dall’agguato: vista da destra e, nella foto accanto, dalla
parte opposta da dove sul lato sinistro ricevette i colpi.
Solo l’agente Iozzino, seduto dietro nella Alfetta di scorta, riuscì ad uscire dall’auto ed anche
a sparare due colpi con la sua Beretta 92 contro i brigatisti, ma venne falciato da molti colpi.
Nel frattempo una donna, vestita con una gonna blu o grigia in modo da apparire della
polizia, si era messa al centro dell’incrocio bloccando il traffico con una paletta e munita di
una mitraglietta. Dietro le auto che erano scese da via Fani, invece, si pose una 128 bianca
di traverso e due BR armati si misero di guardia a protezione della via alle spalle.
Oltre l’incrocio, invece, una 128 blu, sempre in via Fani bassa, era pronta per la fuga.
Qui nella foto sotto si vede la 128 giardinetta CD bianca in prima fila, ferma allo stop
all’incrocio e che ha bloccato dietro le due auto di Moro. Si nota anche via Fani, da dove
venivano le auto, che mostra un po’ di pendenza.
7
Finiti gli spari, da via Stresa, dietro l’incrocio, arrivò, a marcia indietro, una Fiat 132 blu che si
affiancò alla 130 devastata dai colpi, da cui fecero uscire Moro e lo caricarono sopra.
Venne notata anche un grossa moto con due uomini sopra che era presente nell’azione sia
pure a latere, anche se il suo ruolo non si riuscì pienamente a ricostruire.
Alcuni BR salirono sulla 128 bianca che era stata messa “a chiusura” dietro le auto bloccate,
altri sulla 132 con il rapito e inoltre sulla 128 blu e si dileguarono per via Stresa (verso via
Trionfale), via in salita, un poco stretta e a doppio senso, non tanto agevole per una fuga.
Il tutto era durato circa 3 minuti, sotto gli occhi di alcuni testimoni casuali.
Tra i testi più importanti, che ebbero modo di vedere ampie scene dell’agguato, e si
trovarono in parte coinvolti in quella cronaca, ci furono l’ing. Alessandro Marini che, arrivato
in motorino da via Fani bassa, si era fermato all’incrocio con via Stresa (per lo Stop e per la
brigatista con la paletta) proprio all’inizio della sparatoria e vide tutta la scena. Anzi i due
sulla moto andando via gli spararono anche contro per intimidirlo e non farlo muovere.
La signora Eufemia Evadini, che proprio tra le 9 e le 9,02 aveva visto passare le macchine
che poi si fermarono allo Stop con via Stresa ed ebbe inizio la sparatoria.
Il giovane Paolo Pistolesi, della edicola di giornali su via Fani alta più o meno dietro la fiat
128 bianca che sarà poi messa di sbieco dai brigatisti a “cancelletto”.
Giovanni Intrevado, un poliziotto della stradale fuori servizio che era arrivato con la sua Fiat
500 da via Stresa all’incrocio proprio mentre portavano via Moro e venne fermato dalla donna
con mitra e paletta e da un altro brigatista in divisa da aviere.
Pietro Lalli che si definì un buon esperto di armi e che era addetto ad una pompa di benzina
su via Fani bassa; questi, uditi i primi spari, aveva risalito qualche metro per arrivare a circa
100 metri dall’incrocio e vide un BR in divisa da aviere che sparava, disse il Lalli, con grande
abilità, in due tempi, contro la 130 e poi contro L’Alfetta.
Ed infine (ma ricordiamo che in tutto si ebbero oltre 30 testimoni, anche dai balconi e finestre,
di varie fasi dell’agguato, del rapimento e della fuga), Antonio Buttazzo, un ex poliziotto che
stava eseguendo funzioni di autista privato, il quale accortosi del rapimento andò dietro le
auto in fuga per un primo tratto.
Fuggiti i brigatisti, rimasero sul luogo
dell’agguato sparuti testi, impauriti e
sconcertati, e le auto crivellate di colpi con
dentro 4 agenti tutti morti, e uno moribondo
che morirà poi all’ospedale. In terra
l’agente Iozzino crivellato di colpi, coperto
prima con un giornale e poi con un
lenzuolo (foto a lato).
Rimase anche l'auto Fiat 128 familiare con
targa del corpo diplomatico "CD 19707",
ferma all'incrocio e abbandonata.
Nel frattempo arrivò prima una Alfetta con
dei poliziotti in borghese, alquanto esagitati, e subito dopo un auto della polizia.
La prima comunicazione alle forze dell'ordine venne registrata alle ore 09:03 al 113 da una
telefonata anonima che informava di una sparatoria avvenuta in via Mario Fani; la centrale
operativa del 113 provvide quindi ad allertare subito la pattuglia del Commissariato di Monte
Mario che era in sosta di servizio in via Bitossi, proprio dove, poco dopo, secondo i racconti
dei brigatisti, sarebbero dovute giungere alcune auto dei brigatisti in fuga.
Dalla documentazione della Questura risulta che già alle 09:05 arrivò la prima comunicazione
degli agenti della pattuglia di Monte Mario che, giunti sul posto in via Fani, provvidero ad
allontanare la folla che si era radunata, ispezionarono le auto con i colleghi colpiti, raccolsero
8
le prime notizie dalle persone presenti e richiesero di "inviare subito le autoambulanze, sono
della scorta di Moro e hanno sequestrato l'onorevole".
Gli agenti, da informazioni sul posto, riferirono anche che i malviventi si sarebbero allontanati
su una Fiat 128 bianca con targa "Roma M53995"; i poliziotti della pattuglia diramarono
anche l'informazione che i terroristi avrebbero indossato "divise da marinai o da poliziotti".
Entro le ore 09:10, venne comunicato alle autoradio delle volanti dalla sala operativa della
Questura di ricercare, oltre alla Fiat 128 bianca in cui erano stati segnalati giovani a bordo,
anche una auto Fiat 132 blu targata "Roma P79560" e una "moto Honda scura".
Qui sotto: le auto di Moro.
Nella prima foto la Fiat 130 blu, a fianco si nota una
Mini Morris parcheggiata a fianco del marciapiede.
Nella foto sotto l’Alfetta della scorta crivellata di colpi.
9
(Giovedì 16 marzo 1978 - ore 09,02 / 09,05)
(Via Fani angolo via Stresa - posizioni e distanze sono approssimate)
  Senso di marcia auto ;

Fuga auto: via Stresa verso via Trionfale.
M = teste A. Marini (arriva da via Fani, parte bassa, con il motorino allo Stop con via Stresa, all’inizio dell’agguato);
I = teste G. Intrevado (arriva all’incrocio con la sua 500, poco
dopo il Marini (M), mentre trasbordano Moro.
L = teste P. Lalli, (a circa 100 mt. dall’incrocio, via Fani bassa, vede un BR “aviere” sparare con grande abilità).
P = teste P. Pistolesi. (Sentiti
gli spari e uscito dalla giornaleria, in via Fani alta, vede un BR con sottocasco e mitra)
J = Agente R. Iozzino (uscito dall’Alfetta spara due colpi di pistola Beretta 92, ma è subito abbattuto
colpito a morte).
? Elementi dubbi: uno spara a G. Leonardi dalla parte anteriore dx della Fiat 130 (A) e un altro spara contro l’Alfetta
(B) e lo Iozzino (J), (Uno può essere uscito dallo sportello dx della 128 (C), l’altro dalla Moto (11);
1. M. Moretti (alla guida nella 128 CD (C), è incerto se sia uscito o rimasto in auto; Va via sulla 132 (D), con Moro.
2. A. Lojacono
(BR irregolare,); Va via sulla 128 bianca (F),
3. A. Casimirri,
(BR irregolare); Va via sulla 128 bianca (F),
4. B. Balzerani
ha una paletta per il traffico per fermare il traffico all’incrocio; Va via sulla 128 blu (E) di fuga.
5. B. Seghetti, è alla guida della 132 blu di fuga (D) che porterà via Moro;
6. V. Morucci in uniforme aeronautica (è uno dei 4 tiratori davanti al bar Olivetti. Va via, dopo aver preso
un paio di borse dall’auto di Moro, guidando la 128 blu (E) di fuga).
7. R. Fiore in uniforme aeronautica è uno dei 4 tiratori davanti al bar Olivetti, Va via sulla 132 (D), di fuga.
8. P. Gallinari in uniforme aeronautica (è uno dei 4 tiratori davanti al bar Olivetti, Va via sulla 128 bianca
9. F. Bonisoli in uniforme aeronautica (è uno dei 4 tiratori davanti al bar Olivetti; Va via sulla 128
10. R. Algranati (BR irregolare, Segnala arrivo macchine con Moro, va
(F).
blu (E) di fuga.
via poco prima dell’agguato su un motorino).
11. Due sulla moto Honda; (in borghese, uno ha il volto coperto. Vanno via
dietro le macchine);
X = Mini Morris scura, estranea, parcheggiata, che ostacola la manovra di svincolo della 130 di Moro.
A = Fiat 130 blu scuro targata Roma L 59812 guidata da D. Ricci (a fianco O. Leonardi e dietro A. Moro).
B = Alfetta bianca, Roma S 93393, guidata agente G. Rivera, con a fianco F. Zizzi e dietro R. Iozzino (J).
C = Fiat 128 giardinetta bianca, targa CD 19707, (ferma allo stop, muso verso via Stresa. Guidata da Moretti (1).
E’ quasi certo, che abbia un passeggero a fianco, uscito per sparare al maresciallo Leonardi. L’auto resterà sul posto).
D = Fiat 132 blu scuro,
targa Roma P79560, posteggiata in via Stresa contromano parte posteriore verso l’incrocio,
guidata da Seghetti (5). Preleverà, arrivando in retromarcia, Moro e porterà via anche Moretti (1), Fiore (7), e forse un altro
componente (?) del commando. Potrebbe infatti avere a bordo 4 brigatisti più Moro.
E = Fiat 128 blu targata Roma L 55850 (in via Fani bassa, verso l’incrocio. Va via, guidata da Morucci (6), con
Bonisoli (9) e Balzerani (4).
F = Fiat 128 bianca targata Roma M 53955 (in via Fani alta fà da “canceletto” per sbarrare di traverso la strada e
poi per la fuga di Casimirri (2) e Lojacono (3) e raccoglierà anche il Gallinari (8).
10
VERSO
VIA
TRIONFALE
11
DATI ED ELEMENTI RISCONTRATI
ARMI:
Spararono almeno 4 mitra calibro 9 mm parabellum (uno non recuperato) e 2 pistole
Cal. 7,65 e 9, parabellum alle quali si aggiunge la pistola Beretta 92 cal. 9 parabellum di
ordinanza dell’agente Iozzino.
Per un colpo (o due) Cal. 9 corto repertato, c’è il sospetto di una pistola cal. 9 X 17 o 9M34
mai trovata o accennata dai brigatisti (a meno che non sia un 9 corto caricato per sbaglio in
un caricatore parabellum). Si suppone anche presente una mitraglietta straniera non
recuperata e mai accennata.
E’ stato rinvenuto un caricatore con 22 colpi (forse ne aveva sparati 7 + 1 in terra), repertato,
ma non periziato. Nell'audizione del dott. Ciampoli nella Nuova Commissione Moro, si parla
di arma straniera riconducibile a tale caricatore, quindi sarebbe un arma non individuata
(quelli della moto Honda?, anche se sembra da attribuirsi a quello inceppatosi al Morucci,
non viene sciolta questa incertezza molta importante).
Sono stati individuati 91 bossoli (+ 2 della Beretta 92 dell’agente Iozzino), ma devono
considerarsene altri non repertati perché andati smarriti sul posto dalla folla accorsa prima
del transennamento. Di questi 93 colpi si sono ritrovati 68 proiettili o loro parti.
Importante sapere che sono stati trovati bossoli anche sul lato destro delle macchine e
inquieta che sono state individuate circa 31 munizioni speciali, ricoperte di vernice protettiva,
come di provenienza da depositi militari segreti.
I brigatisti hanno indicato la sottostante distribuzione delle armi e possibile numero
di colpi sparati. Su questa versione dei brigatisti diamo, appreso, modelli anno
costruzione e dotazione possibili caricatori. Qualche dato può aver subito modifiche:
M12
9mm. Parabellum (Mitra, Caricatori: 20, 32, 40 colpi ) 1961 Italia. Peso
3,80 Kg. (R. Fiore, gli si inceppa, cambia caricatore e gli si inceppa di nuovo.
Sembra che non abbia sparato o forse ha sparato 3 colpi.
Dicesi che sparò contro la 130 di Moro, ma è incerto).
FNA 43 (forse due)
9 mm Parabellum; (Mitra, Caricatori: 10, 20, 30, 32, 40 colpi) ; 1943 /’45
Italia.
Peso 3,7 Kg. (uno V. Morucci , spara 7 colpi, gli si inceppa, cambia
caricatore e forse spara un'altra trentina di colpi, forse tutti contro la 130 di Moro
e poi qualcuno contro l’Alfetta. E un altro F. Bonisoli che non si sa quanti colpi
abbia sparato - forse 5, o forse 20 ? - contro l’Alfetta, prima che si inceppasse).
TZ45
9mm. Parabellum (Mitra, Caricatori: 20, 30, 40 colpi) 1945 / anni ’50
Cecoslovacchia;
Peso 3,260 KG. (P. Gallinari, non si sa bene quanti colpi
abbia sparato, contro l’Alfetta prima che si inceppasse: - forse 5, o forse 20 ?).
MAB 38
9mm parabellum - (Mitra, Caricatori da 10, 20, 30, 40 colpi); IT. 1938 / anni
’60 Peso 4,8 Kg. (M. Moretti, non ha sparato).
12
M1
cal. 30,
USA 1945 (Fucile, Caricatori 15 , 30 colpi); Peso Kg. 2,48; (A.
Loiacono, non ha sparato)
Vz 61 Scorpion
7,65 Browning , (Mitraglietta, Caricatori 10, 20 colpi); Peso 1,400 kg., 1945
Cecoslovacchia (B. Balzarani, non ha sparato)
Browning HP
9 mm. parabellum (Pistola, Caricatori: 10 13 colpi), Belgio 1935 e seg. (M.
Moretti, V. Morucci, non hanno sparato; R. Fiore, è incerto se ha sparato
qualche colpo o non ha sparato affatto).
Smith & Wesson 39
9 mm. parabellum
(Pistola, Caricatore 8 colpi.)
Gallinari, ha sparato alcuni colpi contro l’Alfetta).
USA 1955 e seg.
(P.
Beretta 51 (52 adattato)
7,65 parabellum (Pistola, Caricatore 8 colpi), IT. 1950 e seg. (F. Bonisoli, ha
sparato alcuni colpi, un po’ dappertutto, anche aggirando le macchine).
Beretta 92
9 mm. parabellum, (Pistola, Caricatore 15 colpi . IT. 1975 e seg. (R. Iozzino, ha
sparato due colpi verso i brigatisti senza colpirli).
??
restano indefinite l’arma (cal. 9) con cui si è sparato al maresciallo Leonardi, e
la mitraglietta con la quale uno dei centauri sulla moto Honda, ha sparato
all’ing. Marini. Se non tra queste, allora è anche indefinita l’arma (cal. 9) che ha
finito l’agente Iozzino. Non si sà il Casimirri che arma aveva (non ha sparato).
FOTO DEI MODELLI (generiche)
M12
FNA 43
13
TZ45
MAB 38
M1
Vz 61 Scorpion
Browning HP
SmIth & Wesson 39
Beretta 51 (52)
Beretta 92
14
L’agguato:
Fu rapidissimo e senza imprevisti di sorta. La sua realizzazione, nonostante la scarsa
abilità dei tiratori, fu dovuta al fattore sorpresa, alla vicinanza di tiro e al limitato grado di
addestramento degli uomini della scorta, alcuni singolarmente adeguati e preparati, altri no,
ma come equipe d’insieme “antisequestro”, non lo erano e che, tra l’altro, non tutti avevano
le loro armi a immediata portata di mano. Quindi la riuscita è posibilissima, ma sorge qualche
dubbio, come vedremo, per il fatto che tutti i mitra, in qualche modo , si icepparono.
I componenti:
Riuscita dell’operazione a parte, però, stabilita solo a posteriori, non è assolutamente
credibile che coloro che hanno studiato il piano operativo, abbiano impiegato 4 tiratori
dilettanti e dalla sola parte sinistra delle auto bersaglio, avendo pur dovuto considerare che:
a) Avevano di fronte 5 uomini di scorta (due carabinieri: Leonardi, comandante della scorta, e
Ricci e tre agenti Ps: Iozzino, Rivera e Zizzi), dei quali non potevano conoscere il grado di
addestramento e quindi presumere che fosse alto ed infatti poi rivendicarono che avevano
annientato le “teste di cuoio di Cossiga” e Morucci confermò che ritenevano di aver a che
fare con agenti scelti e preparatissimi.
b) Possibili inceppamenti delle armi impiegate (infatti: Morucci sparò in due tempi causa
l’inceppamento, forse con una prima raffica di 7 colpi; Fiore con il mitra M12 più moderno,
non sparò o al massimo sparò 3 colpi. Anche Bonisoli e Gallinari, con l’Fna43 e il Tz45, non
si sa bene dopo quanti colpi gli si incepparono le armi);
c) L’evenienza che il punto prestabilito di fermo delle macchine, allo Stop, avrebbe potuto
essere diverso, seppur di pochi metri, magari con auto estranee che si erano frapposte,
costringendo i cecchini ad arrivare da più lontano e diminuendo così il fattore sorpresa.
Ergo deve per forza essere stato previsto un ulteriore accorgimento con altri tiratori ed infatti
il maresciallo Leonardi venne attinto da 9 colpi di cui almeno 6 con traiettorie intrasomatiche
da destra a sinistra (colpendo anche il petto) quindi da destra anteriore delle auto, mentre
l’agente Iozzino, uscito dall’auto, fu abbattuto, con 17 colpi tutti dal lato sinistro del corpo
anche da uno o due tiratori, con arma in calibro 9 mm., che agivano dal fondo delle auto
sulla parte alta di via Fani dal lato di fronte, ma più in là dei 4 tiratori in divisa.
Detto questo, constatiamo:
1. E’ dubbio l’esatto numero dei componenti del commando impiegati nell’agguato, agli atti
se ne sono accertati 10: Morucci, Fiore, Gallinari, Bonisoli, Moretti, Seghetti, Balzerani,
Lojacono, Casimirri + 1: la Algranati (usata come “segnalatrice” dell’arrivo delle macchine
con Moro e poi andata via), di cui solo i primi quattro, impiegati come tiratori nella sparatoria.
A questi si aggiunge la presenza, pur negata dai brigatisti, della moto Honda con due
elementi in borghese di cui uno con il passamontagna o sottocasco o zuccotto.
E’ ragionevole quindi aggiungere due tiratori: uno, defilato dalla parte anteriore destra delle
auto ferme, che spara contro il Leonardi seduto a fianco del guidatore della 130 di Moro, e
questi può essere un passeggero, uscito dallo sportello destro della 128 CD (proprio come lo
ha visto l’ing. A. Marini), o (più difficile) un tiratore già pre posizionato su quel lato destro
delle auto. I testi A. Marini, P. Lalli, E. Evadini, C. Damiani, D. Calia, G. Conti, E. Skerl,
N. (Lina) Procopio, P. Pistolesi, hanno udito, prima alcuni colpi isolati, e poi lo sgranarsi dei
mitra. Forse (ipotesi) bloccate le auto allo stop, il passeggero destro della 128 CD è uscito,
fingendo di constatare un tamponamento, e abbia sparato contro il Leonardi a cui hanno
subito seguito i 4 tiratori con mitra, ecc.
Ed un altro tiratore (se non due), in fondo alle macchine del marciapiedi di fronte, via Fani
alta, un poco più in là dei BR che erano in divisa da avieri, il quale spara / spararono, con
15
arma in calibro 9 mm, poi non ritrovata, contro l’agente Iozzino. Un soggetto con sottocasco,
l’unico a volto coperto, armato di mitraglietta, è stato infatti visto chiaramente da P. Pistolesi,
e in modo più approssimativo, dai coniugi Moscardi, e da N. Procopio che indicarono forse
una specie di zuccotto. E’ probabile che sia un passeggero della moto Honda.
Stranamente anche l’agente Rivera, autista dell’Alfetta, risultò colpito anche da destra con
arma diversa da quella usata per il Leonardi.
Ricapitolando: Quindi il conto totale dei brigatisti impiegati come minimo sale a:
9 noti, + 2 della Honda + 1 Algranati, totale 12 (e non 10 come asserito dalle BR), che
potrebbero elevarsi a 13 (quasi sicuro), aut 14 se il BR che spara a Leonardi dal lato destro
delle auto o quello/i allo Iozzino dall’alto di via Fani, non sono tra i due sulla moto, ma altri
sconosciuti.
2. I referti balistici e le perizie sono risultati incompleti, per mancanza dello studio esaustivo
delle armi e dei bossoli e con troppe risultanze date come possibili, probabili, ma non certe.
Ad esempio: il famoso tiratore che si disse da solo avrebbe sparato 49 colpi, forse non
esiste, essendo stati, nella prima perizia, considerati due mitra FNA43 come uno solo. Una
seconda perizia però effettuata da Salza e Benedetti a metà degli anni ‘90 non potè
attribuire con certezza i 49 bossoli a un’unica arma (e ugualmente non potè esprimersi con
precisione un altro consulente, il Nordio). L’incertezza resta e forse il teste P. Lalli, che da
circa 100 metri di distanza posizionato in via Fani bassa, vide questo “superkiller” sparare
con grande abilità in due tempi, causa la distanza, potrebbe invece aver visto Morucci, l’unico
pratico con le armi, che in “divisa” sparò in due tempi, spostandosi indietro, causa
inceppamento del mitra. L’incertezza comunque resta.
3. Come accennato è certo (vedesi teste Marini) che dalla 128 targata CD che bloccava
l’auto di Moro, uscì il passeggero di destra e si diresse alla 130 sparando sul maresciallo
Leonardi. E‘ incerto se uscì anche il guidatore (Moretti) e da chi e quando furono rotti i vetri
laterali anteriori della 130 per sparare meglio dentro.
4. Non è certo se i due occupanti della moto Honda, o almeno uno dei due, parteciparono
alla sparatoria, ma è probabile che quello con passamontagna o sottocasco, è quello che ha
sparato, dal fondo delle macchine, contro lo Iozzino . Come noto, nell’andare via, questi due
centauri intimidirono il teste Marini, fermo all’incrocio sul motorino, sparandogli contro.
Le auto e la fuga:
Le macchine accertate, poi utilizzate anche per la fuga furono:
la Fiat 128 bianca messa a “cancelletto” per chiudere via Fani alta; una Fiat 128 blu
parcheggiata in via Fani bassa con il muso verso via Stresa; Quindi una 132 Blu scuro
parcheggiata contro mano in Via Stresa, per arrivare in retro marca a prendere Moro; le tre
machine rimaste ferme essendo state coinvolte nell’agguato (tra cui la Fiat 128 giardinetta
targata CD).
Anche una Austin 112, non utilizzata era parcheggiata in via Stresa per ogni evenienza.
Quindi non contando la A112 si contano sei macchine attive più la misteriosa moto Honda.
Nella fuga Moretti salì davanti sulla 132 blu scuro guidata da Seghetti e con Moro e Fiore
dietro. Secondo però un teste attendibile (A. Buttazzo un autista, ex poliziotto, che con la
sua macchina andò per un breve tratto dietro alla macchina in fuga), nella 132 ci sono due
uomini avanti, mentre dietro c’è Moro tra altri due. Anche un'altra testimonianze riferisce che
quando arrivò la 132, guidata in retromarcia da Seghetti per prendere Moro, ne scesero due
uomini. Ora quelli che misero Moro in macchina, prevedibilmente Moretti, Fiore e/o Gallinari
16
erano già in strada, quindi sembrerebbe esserci un elemento in più già nella 132, ma non c’è
certezza.
Ricapitolando anche la fuga con le auto quindi:
- Fiat 132: con Seghetti, Moretti, Fiore (Moro) e forse un altro BR (?): totale BR: 3 aut 4
- Fiat 128: blu con Morucci, Bonisoli e Balzerani: totale BR 3
- Fiat 128: bianca con Casimirri, Lojacono e Gallinari: totale BR 3
- moto Honda: due sconosciuti: totale - ? - 2
- Algranati andata via prima: totale BR 1
Resta sconosciuto come si allontanò il brigatista uscito dallo sportello destro della 128
targata CD, e altre possibili presenze attorno non segnalate.
Vediamo adesso altri elementi, quelli
riguardanti le fasi di fuco perché presentano
vari dubbi e problemi interpretativi che le
perizie balistiche non hanno potuto sciogliere
del tutto.
Alfredo Carlo Moro, magistrato e fratello di
Aldo, nel libro “Storia di un delitto
annunciato”, con buone ragioni ha osservato
«I brigatisti , come hanno essi stessi
riconosciuto, non erano adeguatamente
addestrati per un’impresa così difficile, e sul
fatto che erano anche dotati di armi non molto
efficienti perché facilmente si inceppavano».
17
ELEMENTI DELL’AZIONE DI FUOCO
Nonostante le perizie, i racconti dei brigatisti (tra l’altro modificati nel tempo) e oltre
30 testimoni, che però hanno assistito o udito sprazzi di fasi diverse dell’agguato in via Fani,
angolo via Stresa, consumatosi tra le 9,02 e le 9,05 circa, di giovedì 16 marzo 1978, ricostruire
con esattezza e precisione la dinamica e le esatte presenze sul posto, è quasi impossibile a
causa di menzogne, lacune e reticenze nei racconti dei brigatisti e del fatto che le perizie
balistiche e le risultanze scientifiche, per motivi vari sono risultate parziali e spesso
approssimate e le risultanze processuali non hanno sciolto molti dubbi.
Addirittura ci sono stati dei proiettili repertati, ma non periziati per totale negligenza.
Le pur numerose, anche se frastagliate testimonianze, vuoi per il fatto che l’azione criminosa
fu improvvisa e si concretizzò in circa 3 minuti in tutto, vuoi perché la dislocazione di luogo e
di tempo dei vari testimoni è del tutto eterogenea, rendono alquanto problematico ricostruire
il quadro d’insieme degli avvenimenti.
Non indifferente è poi il fatto, ben noto agli inquirenti, che quando si verificano eventi
particolarmente traumatici e improvvisi, i ricordi, pur di uno stesso momento e di uno stesso
episodio, sono spesso divergenti in vari particolari: le memorie fanno difetto, sequenze si
confondono, cose sentite si immagina di averle viste e vie dicendo. Insomma, considerando
queste carenze d’insieme dobbiamo giocoforza restare sul cauto, e più che altro prendere per
buono quello che è possibile confermare con l’incrocio di più testimonianze e con alcune
risultanze scientifiche e peritali.
Ecco perchè la dinamica e le
modalità dell’agguato, da noi
ricostruite, non sono le sole
possibili, ma certamente sono le
più realistiche.
A fianco: colpi sulla fiancata sinistra
dell’Alfetta di scorta.
Sostanzialmente quello che resta in
dubbio è il numero esatto dei tiratori,
l’uccisione del maresciallo Leonardi da
parte di uno uscito dalla 128 targata
CD, oppure ancora, già posizionato
anteriormente sulla destra delle auto. L’uccisione dell’agente Iozzino non da parte di un
“aviere”, ma da parte di un altro tiratore, o due, sbucato/i dall’alto della strada in fondo alla
coda delle auto.
Anche il Moretti rimasto nella 128 CD, oppure uscito dall’auto, e il ruolo della moto Honda
sono in parte da definire, così come la distribuzione esatta degli spari tra le varie armi che
sono state individuate. Vediamo allora questi dubbi alquanto problematici.
La disposizione e il numero dei tiratori.
Come abbiamo visto, i brigatisti hanno attestato 10 elementi del commando, di cui
uno, la Algranati, non partecipante all’azione conclusiva. Ma da molti particolari (oltre alla
presenza certa della moto Honda con due elementi a bordo) e dalla ragionevolezza del piano
stesso (è assurdo fosse progettato con solo quattro tiratori contro due auto e 5 agenti), gli
elementi impiegati nell’agguato furono almeno 12, se non 13 o 14.
Probabilmente, inoltre, nelle strade adiacenti, ci furono anche altri elementi sia pure con
funzioni di vigilanza (ad esempio, è possibile che la Balzerani, durante il fuoco, sia rimasta
sola a vigilare l’incrocio via Fani - via Stresa?), ma questi elementi di “contorno”, per non
complicare troppo le cose, possiamo anche metterli da parte.
18
Il tiratore che uccise Leonardi
Spiegò il perito balistico Antonio Ugolini:
<< Sia nella prima consulenza per la procura nell’immediatezza del fatto che nelle perizie
balistiche eseguite successivamente in sede dibattimentale ed istruttoria scrissi che
nell’agguato di via Fani per rapire Moro, vi fu un fuoco incrociato da parte delle Brigate
Rosse. Lo dimostravano i fori dei proiettili ed il numero delle armi».
E il giudice Rosario priore, osservò:
<<[Sulla base dei risultati delle perizie balistiche] il fuoco non proveniva soltanto dal
marciapiede di sinistra ma anche da quello di destra; e chi sparava da questo lato doveva
essere particolarmente esperto nell’uso delle armi. Si era creata una situazione di fuoco
incrociato. Pericolosissima, perché potevano essere colpiti anche Moro e i brigatisti. Ma né
l’uno ne gli altri riportarono ferite [...]. L’uomo che sparava da destra [...] doveva per forza
essere un killer>>.
Uno dei tiratori mai attestato dai brigatisti, è quello che ha immediatamente ucciso il
maresciallo Leonardi, seduto a fianco al guidatore Ricci, quindi sul sedile anteriore destro
della 130 di Moro, sparandogli non dalla sinistra delle auto, cioè dove erano i 4 tiratori vestiti
da avieri, ma sparando quasi frontalmente (lo colpì al cuore uccidendolo subito) e da destra,
verso sinistra del lato dello sportello destro, in pratica con posizione alquanto defilata per non
essere colpito dal fuoco dei compagni che sparavano dal lato opposto. Costui precedette di
poco il tiratore in divisa da aviere che aprì il fuoco anche dal lato sinistro delle auto.
I brigatisti affermarono che il Leonardi venne ucciso dal fuoco dei due finti “avieri”, Morucci e
Fiore, che spararono dal lato sinistro delle
auto uccidendo anche il guidatore, ma la
perizia balistica che ha ricostruito le
traiettorie dei colpi che hanno attinto il
Leonardi da destra/sinistra, li smentisce.
Quindi questo tiratore o è uscito dalla 128
targata CD che bloccava la 130, oppure
era già pre posizionato sul lato destro
delle macchine.
L’ing. Marini vide la scena della uscita
dalla 128 del passeggero di destra che
andò verso la 130 di Moro e fece fuoco
(anche dei testi dicono che prima ci
furono alcuni spari singoli e poi lo
sgranarsi dei mitra). Si confermerebbe
così che a sparare per primo al
maresciallo Leonardi fosse stato uno
sconosciuto brigatista che gli sparò quasi
frontalmente dal lato destro delle auto.
A lato: gli effetti del tiro sulla 130 di Moro.
I BR “avieri” che possono aver sparato
sulla 130 di Moro, potrebbero essere stati
Morucci e Fiore, ma causa inceppamenti,
Morucci sparò in due tempi e il Fiore non
sparò o sparò solo tre colpi, difficile in queste condizioni una piena riuscita dell’impresa.
I brigatisti asserirono che si sparò solo dal lato sinistro delle auto, perché un fuoco incrociato
sarebbe stato pericoloso per loro stessi. Ma invece era possibile ed in effetti è dimostrato,
dalle tracce sulla 130 e sui cadaveri, che arrivarono proiettili anche da destra. E proprio
19
questo fuoco, quasi incrociato, garantì la riuscita dell’ azione, altrimenti il Leonardi
probabilmente sarebbe riuscito a uscire dallo sportello di destra.
Sulla Alfetta di scorta spararono Gallinari con il mitra TZ45 e Bonisoli con l’Fna43, ma
entrambe si incepparono e non c’è certezza dei colpi sparati. Poi usarono le pistole: Gallinari
la Smith & Wesson 39, cal. 9 parabellum e Bonisoli la Beretta 51, cal. 7,65 parabellum,
entrambe con caricatori max 8 colpi. E qui sappiamo che lo Zizzi e lo Iozzino,, posti sul lato
destro delle auto, riuscirono, uno lo Zizzi, quasi ad uscire, e l’altro, lo Iozzino, ad uscire in
strada.
L’ uscita di uno o due brigatisti dalla 128 CD
I brigatisti hanno sempre attestato che nella 128 CD usata per bloccare le macchine di
Moro, ci fosse il solo Moretti, il quale poi rimase in macchina con il freno tirato per non far
svicolare la 130 di Moro, così bloccata dietro.
A mettere in dubbio questa ricostruzione abbiamo però la testimonianza dell’ing. Marini, una
testimonianza molto precisa e l’unica tra tutte le altre che osservò la scena da vicino e dal suo
momento iniziale. Ebbene il Marini disse che dalla 128 CD, fermata allo stop bloccando la
130 di Moro, uscirono il guidatore (dovrebbe essere il Moretti) e il passeggero di destra, che si
recarono subito ai due lati della 130, ruppero i vetri laterali e cominciarono a sparare.
Immediatamente dopo si unirono al fuoco i 4 avieri dal lato sinistro.
Può essere che il ricordo del Marini, non sia molto preciso sulla tempistica della rottura dei
vetri (prima o dopo gli spari?). Comunque l’ing. Marini era un uomo di cultura, sveglio e le
sue ricostruzioni, nel complesso, sono risultate precise e particolareggiate. Si pensi che aveva
anche indicato, a spari finiti, la presenza di un soggetto con cappotto di cammello che si
aggirava tra le macchine, ma non risultava tra i testi: era sparito. Ebbene questi, il sig. Bruno
Barbaro venne individuato molti anni dopo.
L’effrazione dei vetri lateri poi è stata confermata dalle perizie sulle auto.
Al massimo quindi si può ipotizzare che il Marini abbia confuso i tempi di esecuzione ovvero
che prima venne sparato sugli occupanti anteriori della 130 e poi furono rotti i vetri per finire
meglio il “lavoro”, sequenza notata anche da qualche altro teste. Può anche darsi che il
Moretti restò in auto e che il Marini lo abbia confuso con l’altro brigatista “aviere” (Morucci)
che si avvicinò dal lato sinistro alla 130 e fece fuoco da distanza ravvicinata. Ma per il resto,
cioè per l’azione del passeggero di destra della 128 CD, non dovrebbero esserci dubbi.
L’uccisione dell’agente Iozzino
I brigatisti hanno affermato che l’agente Iozzino, uscito dall’Alfetta e che sparò un paio
di colpi di pistola contro di loro, sia avvenuta per mano di Bonisoli, con un miracoloso tiro
della sua 7,65 parabellum (il mitra gli si era inceppato), il quale poi fece anche il giro del lato
destro della macchine sparando, e forse anche dal Gallinari con la sua Smith & Wesson 39
calibro 9 mm parabellum.
Ma come abbiamo già detto lo Iozzino fu abbattuto quasi subito risultando poi attinto da 17
colpi quasi tutti dal lato sinistro del corpo (si trovava quasi di fronte agli “avieri”, che
avrebbero potuto colpirlo con tiro da sinistra a destra o frontalmente, o al massimo, se un
“aviere” si era mosso aggirandolo, solo da qualche colpo con traiettoria da destra a sinistra).
Quindi venne attinto anche da un tiratore (se non due), con arma in calibro 9 mm., che agiva
dal fondo delle auto sulla parte alta di via Fani ma più in là dei 4 tiratori in divisa da avieri
(all’altezza circa del “cancelletto” formato dalla 128 bianca).
Ebbene, in quella fase, Bonisoli si trovava a sparare sul lato sinistro delle auto e poi impugnò
una pistola cal. 7,65 parabellum, quindi è escluso, mentre il Gallinari, che oltretutto in strada
20
è più interno rispetto a Bonisoli, dopo l’inceppamento, impugnò sì una pistola di cal. 9
parabellum, ma portando solo 8 colpi.
Pertanto è ovvio che ci fu almeno un altro tiratore, se non due, da aggiungere ai classici “4
avieri” (oltre a quello che ha sparato al Leonardi), posizionato dalle parti del “cancelletto”, un
elemento notato non in divisa da aviere e con il volto in parte coperto dal sottocasco, come
attestato da alcune testimonianze.
Che il Bonisoli poi fece il giro dalla parte del marciapiede destro, sembra confermato anche
da alcuni bossoli trovati verso la fine del marciapiede, quasi all’incrocio, dove c’era un
alberello ai cui piedi vennero trovati alcuni bossoli 7,65.
Le armi che hanno sparato
Anche sulle armi impiegate dai brigatisti, c’è molta confusione. Le perizie balistiche
hanno attestato la presenza di 6 armi in azione, escludendo la Beretta 92 dello Iozzino.
Esattamente 4 mitra tutti in 9 mm parabellum, e due pistole, cioè:
due (forse) FNA43, di cui uno però mai ritrovato (si ipotizza possa anche essere uno Sten);
una machine pistole Tz45, e un mitra M12;
una pistola Smith & Wesson 39, calibro 9 mm. parabellum;
e una Beretta 51 (o 52 adattata) in 7,65 parabellum.
Un proiettile calibro 9 corto, ritrovato nell’Alfetta di scorta, forse venne caricato
erroneamente in un mitra, causandone poi l’inceppamento, ma si è anche supposta, la
presenza di un'altra Pistola cal. 9 X 17 o 9M34.
A detta dei brigatisti tutti i mitra si sarebbero inceppati:
l’Fna43 di Morucci gli fu in poco tempo cambiato il caricatore, forse dopo 7 colpi, e riprese a
sparare almeno un altro caricatore;
l’M12 di Fiore non sparò o sparò forse solo 3 colpi;
mentre per l’Fna43 (presunto) di Bonisoli e il Tz 45 di Gallinari è incerto il numero di colpi
sparati prima dell’inceppamento.
Queste perizie però sono un poco approssimate, sia perché non si è recuperata un arma, sia
perché alcune canne risultarono in pessimo stato per una analisi precisa e sia perchè ci fu un
gruppetto di bossoli recuperati, ma (negligentemente?) mai sottoposti a perizia.
Praticamente furono ritrovati 93 bossoli sparati (2 dallo Iozzino e 91 dalle BR ), con
almeno 6 armi (più la Beretta dello Iozzino), e 68 proiettili o loro parti, in qualche modo
individuati, anche se alcuni talmente deformati da non consentire analisi precise. Ovvio che i
colpi sparati saranno stati di più di 93, potendo facilmente prevedere che alcuni bossoli
rimasti in terra o in qualche borsa non furono recuperati. Senza contare il caricatore (da
arma straniera ?) recuperato ma non periziato.
Inoltre sulla Fiat 130 sono stati ritrovati 27 colpi, e sull’Alfetta di scorta 34, totale 61.
Sugli agenti uccisi abbiamo: 8 colpi su Ricci (guidatore della 130), 9 su Leonardi seduto al suo
fianco, 8 su Rivera (guidatore dell’Alfetta), 3 su Zizzi e 17 su Iozzino.
Riassume il ricercatore Manlio Castronuovo nel suo libro “Vuoto a perdere”: secondo la
balistica a fronte di 91 colpi BR esplosi (i soli repertati), 45 hanno attinto la scorta, cioè il 49
%, 3 hanno mancato i bersagli, ovvero il 25 %, e 23 sono risultati dispersi, ovvero il 25 %.
Con queste cifre, anche se parziali, una sia pure approssimata proporzione ci mostra una non
eccelsa precisione di tiro dei brigatisti considerando che era un tiro molto ravvicinato.
Per i soli proiettili o parti di proiettili su cui fu possibile fare analisi (quindi
incomplete), si hanno queste proporzioni (con l’interrogativo di un FNA43 mai ritrovato):
FNA43: 19 proiettili;
FNA43: 15 proiettili;
21
M12,: 1 proiettile;
TZ 45: 5 proiettili;
Pistola S & W 39: 5 proiettili;
Pistola Beretta 51: 2 proiettili.
In un primo momento si ipotizzò che c’era stata un arma che da sola aveva sparato 49 dei 91
bossoli BR recuperati. Di fatto un super killer. Quest’arma si presumeva essere stata un
FNA43. Un teste, il Lalli, casualmente competente di armi, lo aveva visto, però da circa 100
metri, sparare verso le auto con grande abilità in due tempi.
Ma come abbiamo già accennato, successivamente si è ridimensionato questo super killer,
perché perizie più accurate hanno attestato, sia pure dubitativamente, che forse quei 49 colpi
andavano divisi tra i due FNA43. Una certa incertezza però resta sempre.
Tutto questo sembra ragionevole, ma tuttavia, a meno che i brigatisti non abbiano mentito
sugli inceppamenti, considerando che il solo Morucci, dopo aver sparato 7 colpi, disinceppato
l’arma e sparato un altro caricatore, è quello che ha sviluppato un certo volume di fuoco, che
unito ai colpi (quanti?) sparati da Bonisoli con il suo FNA43 prima che si inceppasse,
dovrebbero totalizzare i 49 colpi del fantomatico “supersparatore”; resta però alquanto
problematico, seppur non impossibile, totalizzare e assegnare i restanti 42 colpi, per arrivare
a 91, sommandoli con i colpi sparati dal Gallinari con il TZ45 (non meno di 5) e ai pochissimi,
forse 3, sparati dal M12 di Fiore, e dai due caricatori da 8 colpi, delle pistole di Gallinari e
Bonisoli (quella di Fiore non dovrebbe aver sparato o forse ha sparato qualche colpo, ma non
risulta dai ritrovamenti dei bossoli).
Come calcolare buona parte dei 17 colpi, cal. 9, che sconosciuto/i spararono all’agente
Iozzino e quelli dello sconosciuto al Leonardi? Comunque la si pone i conti non tornano bene.
Restano dunque alcuni dubbi da dirimere, anche in considerazione dei non individuati, ma
possibili colpi i cui bossoli non sono stati ritrovati e anche in considerazione degli indicati due
tiratori in più (sul Leonardi e sullo Iozzino) e che fanno sorgere molte domande.
Il conto dei 91 (sicuri) colpi BR
Lasciamo da parte un “super killer” che da solo avrebbe sparato tutti questi 49 colpi o
che possono essere stati sparati da due mitra Fna43, come sostiene Morucci e consideriamo
invece che molti hanno assegnato a Gallinari 5 colpi e a Bonisoli 20 colpi di mitra, prima degli
inceppamenti. Questo perchè sono stati trovati 5 proiettili sparati dal TZ45 di Gallinari. Ma
non si hanno certezze e questa proporzione, a dar retta ai brigatisti, potrebbe essere invertita
e lo stesso vale per Fiore che invece potrebbe anche non aver sparato affatto.
Vediamo, infatti, cosa hanno detto i 4 brigatisti “avieri”:
Morucci sembra da tutti accettato che abbia sparato 7 colpi e poi, cambiato il caricatore ne
ha sparato un altro da 30 o 32 colpi (interamente?), ma come disse “oramai le auto erano
ferme” volendo forse dire che oramai la scorta era stata annientata.
Bonisoli ha sempre dichiarato che il suo mitra si bloccò «quasi subito». Sempre che abbia
detto il vero, o invece abbia voluto sminuire le sue responsabilità nel massacro.
Gallinari ha scritto: <<Quello che temevo accade: a metà della raffica il mitra si inceppa,
estraggo istintivamente la pistola che porto alla cintura, continuando a sparare come se
non fosse cambiato nulla». Se il caricatore del suo TZ45 era di circa trentadue cartucce,
probabile che l’arma sparò una ventina di colpi (poco più di metà della raffica).
Fiore ha affermato: «Ricordo che premetti il grilletto e il mio mitra, un M12, che avrebbe
dovuto essere il migliore, si inceppò subito. Io avevo il compito di sparare sull’autista. [...]
Tolsi il caricatore del mitra, ne misi un altro, ma non funzionò egualmente. [...]».
Quel “si inceppò subito” dovrebbe significare che non ha sparato affatto, ma sembra si sia
reperito almeno 1 proiettile che potrebbe assegnarsi al suo M12.
Poi ci sarebbero i colpi delle due pistole di Gallinari e Bonisoli, max 8 + 8.
22
Quindi, come dicono i brigatisti, si potrebbe dedurre che sparò 5 colpi Bonisoli e circa 20
Gallinari, mentre al Fiore il mitra non sparò e sappiamo che poi non usò neppure la pistola.
E’ ovvio però che aleggia molta approssimazione e imprecisione e quindi non ci possiamo
affidare con assoluta certezza né alle dichiarazioni dei brigatistj, né, totalmente, a delle
perizie balistiche così incomplete.
Noi per praticità, ma anche riferendoci ai colpi periziati, escludiamo, sia pure con
riserva, l’ipotesi del superkiller che da solo spara 49 colpi (più avanti spiegheremo perchè) e
prendiamo per buona la proporzione di 5 colpi di mitra sparati da Gallinari, e 20 colpi di
mitra sparati dal Bonisoli (del resto non cambia di molto se queste cifre sono all’inverso) e
aggiungiamo anche 3 colpi sparati da Fiore (che invece potrebbe non aver sparato).
Attenzione: il Fiore, come detto, o non sparò affatto o max sparò 3 colpi. Ma se non sparò
affatto, allora sorge il problema della presenza di un mitra sconosciuto, in quanto le perizie
attestano almeno 4 mitra impiegati, e se escludiamo l’M12 di Fiore ce ne deve essere un altro.
Quindi, se come dicono i brigatisti, furono in azione solo i 4 BR vestiti da “avieri”, e Morucci
sparò in due tempi (nel primo tempo 7 colpi e sono quelli che più contano per annientare
subito la scorta, poi fece un intervallo per disinceppare l’arma), Fiore gli si inceppò il mitra,
anche a Gallinari si inceppò, forse dopo 5 colpi, e anche a Bonisoli, che comunque forse sparò
un 20 colpi, si inceppò, sorgono dubbi e problemi, per esempio:
Come fecero, i 4 “avieri” sparatori dilettanti, con tutti questi inceppamenti, ad annientare
immediatamente la scorta, soprattutto negli occupanti del lato di destra delle auto a loro
opposto: Leonardi e Zizzi (lo Iozzino riuscì ad uscire) ? Certo, data la ravvicinatezza di tiro
non sarebbe impossibile, ma difficile di sicuro.
Chi attinsero e che incidenza ebbero, nell’economia generale, i colpi delle pistole, cal. 9 e cal.
7,65 di Gallinari e Bonisoli ?
Alla luce poi dei vari rilievi balistici accennati, occorre allargare le domande:
Chi è uscito dalla destra della 128 CD e colpì (il teste Marini lo vide con una “pistola lunga”)
il Leonardi?
E con quale arma in cal. 9 mm. l’uomo, non in divisa da aviere e a volto coperto e/o forse un
altro, sempre non in divisa, dai pressi del “cancelletto”, sparò alla sinistra dello Iozzino?
E infine, con quale arma vennero sparati, dalla moto Honda, alcuni colpi contro l’ing. Marini,
di cui non si sono rinvenuti i bossoli?
O dobbiamo suppore che il Marini ha solo immaginato che furono i due sulla moto Honda a
sparargli e colpirgli il parabrezza del motorino (vide anche cadere dalla moto un caricatore in
terra), mentre invece, magari, quel colpo gli era arrivato da un altra parte?
Si ipotizzò il Bonisoli che aveva fatto il giro delle auto sparando con la sua 7,65, ma da vari
elementi sembra da escludere.
Comunque che il Marini si sia sbagliato per la provenienza del tiro è teoricamente possibile,
ma non molto credibile.
Mentre per il non ritrovamento di questi bossoli, non si può escludere che lo sparatore in
sella alla moto, a seconda di come teneva in mano la mitraglietta, i bossoli siano saltati
addosso ai due sulla moto e quindi portati via; per questo non si sono ritrovati, senza contare
poi la folla che si mosse sulla scena e all’incrocio, alterando la posizione dei bossoli in terra.
In ogni caso se si considerano gli inceppamenti e, nonostante questo, il riuscito totale
annientamento della scorta (anche se il tiro ravvicinato risultava facile), diventano
indispensabili almeno, le presenze dei tiratori extra sul Leonardi e sullo Iozzino.
La difficoltà a ricostruire una proporzione esatta del volume di fuoco in base ai
soli approssimati dati delle perizie e ai racconti dei brigatisti.
23
Sappiamo che sono stati sparati dai BR minimo 91 bossoli ritrovati, ma che non è stato
possibile suddividere tutti per ciascuna arma (una poi non ritrovata).
Applicando una certa ragionevolezza ai dati periziali e alla logica dei fatti, possiamo assegnare
a Morucci tra 19 e 37 colpi max (ovvero 7 colpi più un altro caricatore da 30 colpi in parte
o intero), con un Fna43.
Quindi 5 colpi a Gallinari che ha il Tz45 cioè il mitra che si è inceppato quasi subito.
Da 15 a 20 colpi a Bonisoli che forse ha un altro Fna43, cioè colui che avrebbe sparato
circa mezza raffica. (se poi i colpi sono all’inverso tra Gallinari e Bonisoli, non cambia).
Da zero a 3 colpi a Fiore.
A questi colpi, tutti di mitra, devesi aggiungere un massimo di 16 colpi delle pistole di
Gallinari e Bonisoli se hanno sparato tutto il caricatore (possibile).
Quindi un totale (mitra e pistole), da minimo di 55 colpi, a massimo 81 colpi,
sparati e andati a segno o fuori bersaglio.
Ma i colpi sparati dai BR sono stati 91 (anzi sicuramente di più, ma andati smarriti),
quindi mancano minimo dai 26 colpi, ad almeno 10 colpi, solo considerando il
limite di 91.
Chi ha sparato questi colpi in più?
Ecco allora che si concretizzano gli sparatori sconosciuti a Leonardi e Iozzino (e forse all’ing.
Marini se sono stati contati tra i bossoli, ma erroneamente non individuati)!
Qui sotto: scena post agguato, si vede il corpo del povero Iozzino ora pietosamente coperto da un
lenzuolo. Si immagini come possono essere stati spostati o smarriti i bossoli in strada.
24
L’AGGUATO
A lato: cartina zona, che
indica l’incrocio tra via Fani
/ via Stresa.
Le freccette indicano la via
di fuga dei BR per via
Stresa, in salita, verso via
Trionfale. I quadratini neri
sono le auto implicate,
quelle di Moro venivano da
via Trionfale (scendendo in
via Fani, freccia rossa).
All’incrocio
con
via
Stresa, lato bar Olivetti,
era solito mettersi il fioraio
Spiriticchio con il suo
camioncino vendite, che si
sarebbe trovato proprio
sulla linea di tiro, oltre che
testimone pericoloso. Per
non farlo arrivare alle 9 di
quel mattino, i brigatisti, la
notte precedente il 16 marzo, andarono sotto casa sua e gli tagliarono le 4 gomme del
camioncino. Questo farebbe sospettare che erano certi del passaggio di Moro per via Fani il
giorno dopo, ma non è detto che sia proprio così.
Forse un minuto dopo le 9, non appena la Algranati, da via Fani alta, una strada larga circa 10
metri a doppio senso e in pendenza, segnalò l’arrivo della 130 di Moro seguita dall’Alfetta di
scorta (venivano da via Trionfale), Moretti, alla guida della 128 giardinetta targata CD a cui si
erano disattivate le luci degli stop posteriori, manovrò in modo da precederle (sembra che a
fianco di Moretti vi fosse un altro passeggero, come sembra evidenziarsi dalla dinamica
successiva e dalle testimonianze, anche se i brigatisti lo negano).
Arrivati all’incrocio con via Stresa, altra strada a doppio senso, ma molto più stretta, Moretti
bloccò la macchina a cavallo del segnale di Stop. Forse la 130 di Moro tamponò leggermente
la 128 CD e comunque le due auto, Fiat 130 e Alfetta di scorta dovettero bloccarsi. La 130
tentò, ma non potè svicolare a destra per via di una Mini Morris, parcheggiata sulla destra
che riduceva il margine stradale. Moretti alla guida della 128 CD negò che venne tamponato,
però Valerio Morucci parla di tamponamento e il segno resterà visibile sull’auto. Qualcuno
avanzò il dubbio che forse fu poi l’alfetta, il cui guidatore colpito a morte lasciò il pedale della
frizione, a tamponare l’auto di Moro, che poi a sua volta tamponò la 128 CD di blocco, ma
alcuni testi (E. Evadini e G. Conti) sentirono i rumori degli urti prima degli spari.
A proposito della Mini Morris scura, ivi parcheggiata, che risulterà casualmente decisiva per
non far svicolare la 130 a destra oltre l’incrocio, di certo non era delle BR, però sorsero poi
altri dubbi, in quanto sembrerebbe di proprietà di una ditta fiduciaria dei Servizi. Comunque
niente sembra essere stato appurato o approfondito ma la circostanza sconcerta.
La Balzerani uscita da una 128 blu, parcheggiata dopo l’incrocio nella via Fani bassa, si mise
all’incrocio con via Stresa armata di mitraglietta 7,65 Scorpion e di una paletta blocca traffico.
Testimonianze, confuse sui tempi, dicono che forse assieme a lei vi era anche un altro uomo.
25
Dalla parte opposta, invece, sulla via Fani alta si pose, a chiudere a “cancelletto” il corteo di
macchine, una 128 bianca, di sbieco, da cui uscirono Lojacono (con un fucile M1) e Casimirri
(non si sà come armato) che si misero a vigilare che non arrivasse nessuno alle spalle.
Più o meno dalle parti di questo “cancelletto”, ma vicino al bar Olivetti, c’era anche la moto
Honda (l’aveva vista, prima dell’agguato, il teste L. Moschini), di cui forse un uomo, con
passamontagna era armato di mitraglietta (l’unico a volto coperto visto poi in giro anche dai
testi T. Moscardi e sua moglie e da N. Procopio e P. Pistolesi). Dovrebbe essere lo stesso che
poi intimidì il giovane P. Pistolesi della edicola giornali nei pressi del civico 93 (via Fani alta),
il quale, sentiti gli spari, si stava avvicinando verso la 128 bianca messa di sbieco.
Mentre la scorta non percepì il pericolo, il passeggero della 128 CD a fianco di Moretti, uscì
dallo sportello destro e si avvicinò alla parte anteriore della 130. Sparò alcuni colpi contro il
maresciallo dei carabinieri Leonardi, seduto a fianco dell’autista e lo colpi al cuore
uccidendolo sul colpo, come attesta l’espressione “tranquilla” della salma. E’ probabile, ma
resta incerto se anche il guidatore della 128 CD (Moretti) uscì e sparò contro il guidatore della
130, l’appuntato dei carabinieri Ricci. Moretti lo nega. E’ incerto se subito, prima di sparare,
vennero rotti i vetri laterali e deflettori, destro e sinistro della 130 di Moro (come vide il teste
Marini), oppure furono rotti dopo i primi spari, per sparare meglio nell’auto.
Contemporaneamente, dal marciapiedi del bar tavola calda Olivetti, chiuso per restauri,
sbucarono dalle siepi che adornavano e coprivano un poco il marciapiede, 4 uomini in
uniforme dell’aeronautica, armati di mitra che fatti alcuni passi, attaccarono le auto che si
trovavano a metà carreggiata, cioè a circa 5 metri da loro. Arrivarono un poco da dietro,
scendendo dall’alto in basso della strada, scaricando le armi, che però a turno si incepparono.
Spararono contro il muso della 130 di Moro, il Morucci, in due tempi causa inceppamento del
mitra e forse Fiore, che però al massimo sparò tre colpi (sulla 130 comunque spararono tre
armi diverse, comprendendo anche un 7,65 per un paio di colpi, magari sparati poco dopo),
mentre contro l’Alfetta di scorta di certo spararono Gallinari e Bonisoli.
Questi 4 “avieri”, da destra a sinistra a scendere verso il muso delle auto, affiancati in fila,
erano Bonisoli, Gallinari, Fiore, e Morucci (arrivato il più vicino all’autista della 130 di
Moro), e spararono contro il lato sinistro delle auto.
La dinamica è confermata dai testi che udirono prima dei colpi isolati e poi lo sgranarsi della
sparatoria. La scena fu vista dal teste ing. A. Marini: dallo sportello destro della 128 CD uscì
un uomo che andò a sparare al Leonardi (i brigatisti dissero che sulla 128 CD c’era il solo
Moretti che rimase in auto), ma del resto se così non fosse, dovremmo pensare che fece tutto
l’”aviere” Morucci (che oltretutto sparò in due tempi causa inceppamento), visto che al Fiore
si inceppò subito il mitra, uccidendo il guidatore e anche il Leonardi. Ma in questo caso il
Morucci dovrebbe essersi subito portato dalla parte anteriore destra della 130, e non è
credibile e le perizie lo smentiscono, oppure che su quel lato destro delle auto c’era un altro
uomo rimasto sconosciuto. Il fatto che il Leonardi, l’uomo più pericoloso della scorta, venne
attinto (anche al petto), da 9 colpi, di cui 6 da destra, ci indica che gli spararono dal lato
destro, alquanto frontalmente e questo indica il passeggero di destra della 128 CD uscito
dall’auto. Di certo il Leonardi fu colpito dalla parte anteriore destra delle auto e i vetri
anteriori dello sportello laterale risultarono infranti.
Il maresciallo Leonardi, capo scorta, restò ucciso sul colpo, e presso a poco la stessa cosa
accadde all’autista della 130 di Moro, R. Ricci attinto da 8 colpi (anche se rimase in vita
inerme per alcuni minuti), investito dai colpi che gli arrivarono dal lato sinistro dell’auto.
Ricci aveva la sua pistola nel cassettino sul cruscotto, mentre la pistola di Leonardi era nel
suo borsello che teneva ai piedi sul tappetino e questo, oltre alla sorpresa, impedì una
immediata reazione. Moro sul sedile posteriore sinistro restò incolume e ci si meraviglia, dato
che i colpi dei mitra, sparati da gente inesperta, tracciano rose imprevedibili.
Probabilmente, escludendo un killer di professione, sulla 130 di Moro spararono e da molto
vicino, verso il muso e anteriormente, solo Morucci e l’uccisore di Leonardi. Più incerto è se
26
al guidatore della 130 Ricci sparò anche un altro uomo sceso dalla 128 CD (Moretti dice che
restò in auto con il freno tirato per non far spostare la macchina).
Forse fu l’ “aviere” Morucci che ruppe il vetro e sparò, oppure sparò poi ruppe il vetro e sparò
ancora, ecc., e quindi il teste Marini, potrebbe aver confuso questa dinamica visto che gli
sembrò che dalla 128 CD erano scesi da entrambi gli sportelli.
Più dietro nella Alfetta fu subito ucciso il guidatore, l’agente G. Rivera, investito da 8 colpi
sparati dal lato sinistro delle auto (ma stranamente risultò colpito anche da 3 colpi giunti da
destra, sparati poco dopo o che altro?), mentre l’agente al suo fianco, il vicebrigadiere F.
Zizzi, fece un tentativo quasi, ma non del tutto riuscito, di uscire dall’auto e fu l’unico che
attinto da 3 colpi morì più tardi all’ospedale.
Solo il passeggero dietro, cioè l’agente R. Iozzino, un poco più riparato, riuscì ad uscire
dall’auto e a sparare due colpi con la sua Beretta 92, ma venne falciato quasi subito.
Lo Iozzino fu colpito sul fianco sinistro, da 17 colpi in calibro 9 (smentiscono i brigatisti che
dicono che fu il Bonisoli, con la sua 7,65, a colpirlo). Quasi tutti furono sparati dall’uomo con
sottocasco e/o altro in borghese che erano nei pressi, cioè sulla parte alta della strada verso il
“cancelletto” (potrebbero essere della moto Honda). Resta anche il dubbio su quello uscito
dalla 128 CD che aveva sparato al Leonardi: dove era poi andato?
Sembra che poi, almeno un paio di agenti, subirono un colpo d grazia.
Qui sopra, ancora una foto post agguato, con il corpo di Iozzino in terra coperto dal lenzuolo.
Si noti, sul marciapiede di fronte (davanti al Bar Olivetti che non si vede), posta a spina sul
marciapiede, quella Alfetta chiara, quasi giallina. Era arrivata per prima sul luogo dell’agguato,
appena andati via i brigatisti. Dalla targa risultò poi un auto del Ministero degli interni, quindi forse
della Digos, i cui occupati ne scesero con palette ed esagitati. Uno esclamò, alla vista della strage:
“Oddio i colleghi!”. Resta un mistero come arrivò così presto, prima delle auto della polizia, da dove
venne e se ebbe (e da chi), indicazioni radio di recarsi sul posto.
Poco prima, appena andati via i brigatisti, si notò anche una strana presenza, risultato poi essere un certo sig.
Bruno Barbaro, aggirarsi tra le macchine con grande praticità del caso (chiese anche di coprire con un
giornale il corpo in terra dello Iozzino). Aveva l’ufficio proprio su di fronte ed era il cognato del colonnello F.
Pastore Stocchi. Strano che si dileguò senza lasciare una deposizione.
A circa un centinaio di metri , invece, si trovò a passare, un certo colonnello Camillo Guglielmi, non estraneo ai
.
Servizi. Tutte presenze che generano molti dubbi.
27
Qui in foto a lato, un berretto da aviere e
un caricatore, tra le cose repertate sul
posto. Dalle documentazioni non si deduce
se è il caricatore fatto ritrovare dal Marini o
caduto a un BR “aviere”..
Il teste P. Lalli raccontò che il brigatista
in divisa da aviere e che indossava i
guanti, sparò in due tempi contro le
macchine, una prima raffica, poi fece uno spostamento laterale e riprese a sparare e gli cadde
il berretto. Si trovava nei pressi dell’incrocio dando le spalle al Bar Olivetti (dovrebbe essere il
Morucci, ma non è certo, se per disinceppare l’arma, buttò il caricatore).
Il Marini, invece, indicò il punto, più o meno all’incrocio, dove era caduto il caricatore a quelli
sulla moto. Qui il caricatore che si vede in foto è stato repertato, ma non periziato. Conteneva
22 proiettili cal. 9 parabellum.
Finita la sparatoria Moretti, Fiore e/o Gallinari, prelevarono l’on. Moro che uscì dalla
macchina inebetito e forse con una borsa in mano, borsa che poi rimase sul ciglio della strada
e poi sparì, per essere poi ritrovata nel bagagliaio della 130.
Nel frattempo era arrivata la 132 guidata da Seghetti che era in attesa dietro l’angolo di Via
Stresa, ivi parcheggiata contro mano. Arrivò a marcia indietro, fece salire Moro, Moretti,
Fiore, e forse un altro brigatista (che fose già vi era sopra). Moro infatti, da un teste, fu visto
28
dietro tra Fiore e un altro uomo (mentre avanti vi era Moretti e il guidatore Seghetti), e andò
via svoltando per via Stresa a destra che salendo và verso via Trionfale.
Seguì la 128 bianca con Casimirri e Lojacono che raccolse anche Gallinari, mentre Morucci si
attardò per prelevare un paio di borse dalla 130 d Moro e si mise poi alla guida della 128 blu
sulla quale salirono anche Bonisoli e la Balzerani prendendo la stessa strada delle altre auto.
Con le auto andò dietro anche la moto Honda, con due occupanti, di cui il passeggero intimidì
il teste Marini, fermo all’incrocio sul motorino, sparandogli con una mitraglietta e
rompendogli il parabrezza (il Marini era arrivato, da via Fani bassa, all’incrocio, proprio
all’inizio della sparatoria). Il Marini vide anche che agli occupanti della moto cadde un
caricatore che poi ne indicò il punto, nell’incrocio, in cui venne ritrovato.
Anche il teste G. Intrevado (poliziotto della stradale, fuori servizio), arrivato da via Stresa
all’incrocio, poco dopo il Marini, vide passare una moto di grossa cilindrata (che un attimo
prima aveva notato quasi al centro dell’incrocio vicino le macchine) che quasi lo sfiorò
passandogli vicino e notò un caricatore o un calcio di arma che sporgeva tra i due passeggeri.
Anche il teste B. Barbaro, arrivato dopo gli spari, vide andar via una grossa moto.
Il Marini, nella sua prima deposizione, dopo poco più di un ora dai fatti, indicò con il
passamontagna il passeggero dietro che gli aveva sparato, mentre il guidatore dal volto magro
assomigliava ad Eduardo De Filippo. Nelle tante altre deposizioni seguenti, invece, invertì i
ruoli e attestò con il passamontagna il guidatore, cosa che, del resto, sembra più logica.
Un particolare sul vestiario. I brigatisti vestiti da “avieri” dovrebbero essere sicuramente i 4
davanti al bar Olivetti che spararono con i mitra. Ma qualche testimonianza ha indicato che
dalla 132 che arrivò in retromarcia a prendere Moro scese un brigatista in divisa da aviere, e
anche per il Moretti alla guida della 128 CD si diede una generica indicazione che era, almeno
in parte, con abbigliamento da “aviere”. Ma sul vestiario, come noto, nei momenti rapidi e
concitati, le testimonianze divergono, si confondono e difficilmente sono precise.
In conclusione, rispetto alle certezze assolute o quasi, è rimasto incerto:









Numero esatto di tutti i brigatisti impiegati, anche come appoggio o vigilanza.
la sequenza esatta dei tamponamenti delle auto in fila
I BR usciti dalla 128 cd, se uno o due, andati a sparare subito contro la 130 di Moro
Chi era il brigatista, e con che arma, ha ucciso il Leonardi.
Chi erano i due in borghese (probabilmente della moto Honda) uno con sottocasco.
Chi ha sparato e con che arma cal. 9 allo Iozzino
Se erano in 4, oltre Moro, sulla 132 di fuga, e nel caso chi era il quarto BR?
Esatta appartenenza del caricatore repertato
Incertezze sugli arrivi delle volanti e auto della Digos e “presenze” sul posto.
29
COMPONENTI COMMANDO E MISTERI CORRELATI
Qui sotto: la scorta massacrata; nell’ordine: il maresciallo Oreste Leonardi, Raffaele
Iozzino, Francesco Zizzi, Giulio Rivera, Domenico Ricci.
Come abbiamo visto, sia in base alle testimonianze dei brigatisti, che a quanto si è
potuto ricostruire, i componenti certi del commando impegnato in via Fani, sarebbero stati 10
elementi, qui sotto nell’ordine e con il loro nome di battaglia (ma non sono i soli):
Alvaro Lojacono “Otello” del 1955; Alessio Casimirri “Camillo” del 1951; Mario Moretti
“Maurizio” del 1956; Valerio Morucci “Matteo” del 1949;
Prospero Gallinari “Giuseppe”
del 1951; Raffaele Fiore “Marcello” del 1954; Franco Bonisoli “Luigi” del 1955;
Bruno
Seghetti “Claudio” del 1950; Barbara Balzerani “Sara” del 1949; e Rita Agranati “Marzia”
del 1958.
Lojacono
Casimirri
Moretti
Morucci
Gallinari
Fiore
Bonisoli
Seghetti
Balzerani
Algranati
Tuttavia testimonianze, particolari e obiettive deduzioni indicano che parteciparono
all’agguato, i due occupanti la famosa moto Honda e quindi vennero impiegati 12 elementi,
più 1 sceso dalla 128 CD usata per il blocco e fu forse il primo ad aprire il fuoco contro il
maresciallo Leonardi- Quindi quelli impegnati negli scontri a fuoco non furono i soli 4 indicati
dai brigatisti in divisa da “avieri” (Morucci, Fiore, Gallinari e Bonisoli), ma ve ne furono
almeno altri 2 che intervennero nell’operazione, ed uno (forse della moto e a volto coperto)
che intervenne contro l’agente Iozzino che era riuscito a uscire dall’Alfetta.
30
Ovviamente questi 13 elementi potrebbero anche salire a 14 se uno di questi tiratori
sconosciuti, quello contro lo Iozzino, non fosse tra quelli della moto Honda.
Altri elementi, posti nei dintorni per osservare e controllare o vigilare (per esempio sembra
difficile credere che la sola Balzerani sia stata messa a vigilare l’incrocio), magari forse
anche un medico per intervenire in casi di ferimento di brigatisti, sono molto probabili, ma
non si hanno elementi concreti per attestarli e individuarli.
Il superkiller
Come abbiamo accennato, la presenza di un super killer che da solo spara con grande
maestria e precisione è dubbia. Questo super killer, si intuiva dalla testimonianza di Pietro
Lalli, dicesi intenditore di armi, che lo aveva visto sparare con grande padronanza, e anche
da una prima perizia balistica che supponeva un mitra, forse un presunto “zerbino” cioè un
Fn43 o uno Sten, che da solo avrebbe sparato 49 colpi.
Ma in seguito un altra perizia mise in dubbio questa supposizione, affermando che non si
poteva stabilire se i mitra erano stati uno o due a sparare i 49 colpi. Morucci, per quel che
vale, viste le tante bugie, assicurò che avevano sparato due “Zerbino” Fna43.
Come osservò Manlio Castronuovo, qualche dubbio poi sorse sulla possibilità del Lalli di
aver così bene osservato da oltre 100 metri di distanza, quanto avveniva all’incrocio. Si
ritenne che invece poteva aver visto il Morucci, fare un balzo all’indietro, in quanto il Morucci,
inceppatosi il mitra, si spostò infatti dal punto da dove sparava per disinceppare l’arma e
continuare a sparare. E il Morucci era l’unico tra i brigatisti pratico di armi. Oltretutto poi
sommando le percentuali di colpi sparati e quelli andati a segno, non risultava un vero e
proprio “superkiller” infallibile. Infine era problematico supporre che uno sconosciuto
superkiller esperto di tiro e di armi, si fosse presentato a questa impresa con un Fna43 o
uno Sten, che tutto sommato era un residuato bellico .
Comunque sia non ci sono certezze e niente si può escludere, anche perché assegnando i
49 colpi a due mitra, come visto, ci sono problemi di cantabilità e distribuzione dei colpi, .
Purtroppo le perizie sulle armi ritrovate (manca però almeno un mitra), per motivi vari non
sono state esaustive, alcune canne erano in pessime condizioni, altre potrebbero aver subito
modifiche, i bossoli non sono stati ritrovati tutti, solo 93, e neppure tutti i ritrovati sono stati
periziati. Molti bossoli non si ha certezza del punto di reperimento, visto che, prima di
transennare la strada la gente ci è passata sopra o vicino, forse li ha raccolti, o li ha spostati,
ecc. I proiettili, peggio ancora, erano in condizioni di difficile analisi.
BR eterodirette e segreti di Moro occultati?
Nessuno può negare che su tutta la vicenda Moro, ci sono molti dubbi e molti sospetti,
che molte vicende sono andate troppo contro ogni logica, che il comportamento degli
apparati di sicurezza, Servizi compresi, sono stati sospetti.
In mancanza però di prove o riscontri acclarati, non bisogna farsi prendere dalla dietrologia.
Cominciamo con il considerare questi componenti del comando, in particolare Mario Moretti
che ne era il capo, per la svolta cruenta e militarista che aveva dato alle BR, e per certe sue
relazioni mai accertate, ma anche sul Casimirri che sembrava aver goduto di successive
protezioni, senza contare che altri dubbi si addensarono sulla direzione strategica e il
Comitato esecutivo delle Br che si riunivano in una misteriosa Firenze, (a Firenze c’era
anche il “duro” ed enigmatico Giovanni Senzani), su costoro, in pratica, si sono addensati
sospetti quali “agenti provocatori” e le BR un gruppo eterodiretto.
Questo, come detto, anche in considerazione che tutto l’Affaire Moro fu condotto in modo
strano e incoerente. Perchè uccidere Moro?
31
L’uccisione di Moro, poi, lascia veramente perplessi.
Le Br uccisero a freddo un prigioniero che gli aveva rivelato di tutto e di più e che se liberato
avrebbe destabilizzato il quadro politico, quando invece uccidendolo lo rafforzava.
Le BR si sono giustificate dicendo che non avevano via di uscita: sia se lo uccidevano
oppure lo liberavano oramai, non avendo lo Stato accettato la trattativa o il loro
riconoscimento, ne avrebbero avuto una ricaduta negativa, ma non uccidendolo sarebbe
stato peggio perchè, non potevano giustificare il rapimento di Moro, compresa l’eliminazione
della scorta, ai loro compagni e simpatizzanti, senza aver avuto niente in cambio, e quindi
sarebbero collassate.
Ma questo è vero solo apparentemente, anzi è falso, se consideriamo che le BR avrebbero
potuto liberare Moro e contemporaneamente divulgare il Memoriale con le confessioni di
Moro (che invece occultarono). Sarebbe stato un successo clamoroso, ne avrebbero tratto
benefici e giustificato tutto, mettendo lo Stato a terra, più di 10 azioni di fuoco.
Ma non lo fecero, quindi la morte di Moro è in relazione all’occultamento del memoriale e a
trattative sotto banco, intercorse tra le BR, in parte lo Stato e Centri di potere sconosciuti.
Il memoriale occultato.
Tanto per parlare delle “confessioni” di Moro e del Memoriale che le BR occultarono basti
pensare che Moro aveva praticamente dettagliato alle BR delle ingerenze USA e israeliane in
Italia, delle faide tra i servizi segreti nostrani, dei traffici tra Sindona e la DC, dello scandalo
Lockeheed, della strategia della tensione e delle bombe di Piazza Fontana, dei vari traffici di
Andreotti, della fuga procurata di Kappler, del “lodo Moro” con i palestinesi e, cosa più
importante, aveva confidato il delicato segreto di Stato circa la struttura di Gladio! Ma poco,
anzi quasi niente, di tutto questo venne reso pubblico e i verbali originali e le bobine degli
interrogatori vennero fatti sparire, tanto che una parte è rimasta sconosciuta e non si hanno
testi in originale. Dove sono finiti? Eppure era materiale prezioso, anzi dei “salvacondotto”!
Per la mancata divulgazione del memoriale, le BR si giustificarono sostenendo che non
avevano ben compreso quanto Moro gli stava raccontando con il suo linguaggio
politicamente quasi ermetico. Ma anche questa è una palese bugia, in quanto non solo,
eventualmente, avrebbero potuto chiedere spiegazioni ulteriori al prigioniero, ma le BR
avevano, in particolare a Firenze, dirigenti altamente preparati in grado di capirci qualcosa.
I segreti, svelati da Moro, non erano poi così incomprensibili e comunque non pubblicarono
neppure la storia della fuga procurata di Kappler che era chiara .anche ad un bambino.
Quindi, quando il 15 aprile, le BR, a sorpresa, con il comunicato N.° 6, smentirono le loro
precedenti promesse e dissero che non avrebbero pubblicato segreti svelati da Moro, perché
non c’erano segreti ignari al proletariato, mentirono palesemente e probabilmente era già
intercorso una specie di “accordo” con chissà “chi”. Tre giorni dopo, infatti, il 18 aprile ’78, ci
fu la scoperta del covo in via Gradoli e il comunicato falso di Moro che era stato ucciso. Due
eventi probabilmente “procurati” che ponevano le BR sulla via di non ritorno.
Per tornare alla “eterodirezione”, bisogna però dire che nonostante le BR avessero molti
infiltrati, come ovvio, sostanzialmente questi non incisero nelle decisioni strategiche.
Per Moretti poi è difficile che possa essersi sobbarcato quasi dieci anni di guerriglia, con
sacrifici e rischi gravissimi, quale agente provocatore. Di Casimirri è tutto da accertare e
comunque fu un elemento secondario. Vediamo allora come possono stare le cose.
Il Superclan
Il fatto è per che le BR, attraverso Moretti, probabilmente, subivano l’influenza degli ex del
Superclan che si trovavano a Parigi alla scuola di lingue Hyperion. E la Hyperion, a detta di
storici e indagatori, era un crocevia di servizi segreti di mezza Europa.
Moretti, e anche Gallinari, a cavallo del 1960 / 1970 avevano fatto parte del Superclan di
Corrado Simioni, il quale a suo tempo voleva indirizzare le BR su pratiche di guerriglia
militare e, come raccontò Fanceschini, non era estraneo ad attentati a livello europeo.
32
Entrati in dissenso con Curcio e Franceschini, il Simioni e altri del Superclan (i
“superclandestini”), se ne andarono e con loro anche Moretti e Gallinari.
Poi successivamente Moretti e Gallinari tornarono nelle BR e Moretti, grazie agli arresti di
Curcio e Franceschini (nel settembre 1974), prese in mano le BR e gli diede la svolta
strategica molto simile a quella che voleva imprimere il Superclan. Giustamente oggi
Franceschini ritiene che Moretti tornò nelle BR in accordo con Simioni per controllarle.
Simioni, Berio, Mulinaris, Salvioni, ecc. del Superclan, invece andarono a stabilirsi a Parigi.
Sappiamo che negli anni successivi, Moretti si recava anche a Parigi, mentre durante il
sequestro Moro la Hyperion aprì due sedi a Roma (venne a Roma anche Corrado Simioni)
chiuse poi, non molto dopo la morte di Moro.
Da tutto questo, anche se sono congetture, possiamo dedurre che Moretti agì su influenza
del Superclan, ma può ritenersi che fosse in buona fede in quanto condivideva da sempre le
strategie del Superclan il quale, oltretutto, a Parigi gli era utile per appoggi vari, relazioni,
reperimento armi e altro. Egli quindi si muoveva e agiva, convinto di far bene così.
Se quindi Moretti subiva l’influenza della Hyperion questo non toglie la sua buona fede.
Siamo praticamente in presenza di interferenze e condizionamenti che chi ha fatto politica
conosce bene, così come persone che agiscono in clandestinità hanno spesso bisogno di
rivolgersi alla malavita per documenti falsi o armi, ma non per questo ne sono collusi.
Successivi eventuali accordi per insabbiare il memoriale Moro, poi per cercare sconti di
pena, sono altre valutazioni che non cambiano questo scenario.
Siamo quindi convinti che le BR furono un gruppo genuino, di sinistra antagonista che aveva
scelto la lotta amata, se poi subì delle influenze, o qualche volta venne ”ispirata” (per
esempio nella scelta di rapire Moro, le trattative sottobanco e la sua uccisione), non cambia il
giudizio complessivo. Ha visto giusto chi ha definito le BR, nonostante qualche “gamba
zoppa”, una organizzazione genuina, ma il fatto era, che c’erano “coloro” a cui le BR
tornavano utili, e quando si incrociano “comuni necessità” tanti intrecci sono possibili.
Le “presenze” estranee in via Fani
L’uccisore del maresciallo Leonardi. Interessante sarebbe conoscere chi scese dallo
sportello destro della 128 targata CD che Moretti inchiodò allo stop per bloccare le auto di
Moro. Da notare che prima dell’agguato il teste C. De Andreis vide la 128 CD, non con il solo
guidatore, ma con tre persone a bordo.
Il ricercatore storico Manlio Castronuovo, ha avanzato l’ipotesi, supportata da alcuni
particolari e deduzioni, che il passeggero accanto a Moretti, fosse Riccardo Dura della
colonna genovese che poi, per rispetto alla sua morte, i brigatisti preferirono non
menzionare. Del resto Dura era già stato inserito nel gruppo di fuoco, ma poi, sembra, venne
tolto. Poco prima dell’agguato, in ogni caso, era venuto a Roma ad incontrarsi con i
compagni. L’ipotesi ci sembra possibile, meno la motivazione del silenzio brigatista: non si
vede infatti il perché, citarlo in quella storica impresa, ne avrebbe danneggiato l’immagine.
Ma siamo sempre lì: la presenza di Dura è probabilissima, ma non dimostrata.
La moto Honda
Considerando i due occupanti la moto Honda, presenze che i brigatisti hanno
caparbiamente negato, bisogna partire da un presupposto: i due della moto Honda erano di
certo noti ai brigatisti, altrimenti bisognerebbe pensare che questi due centauri,
presentandosi sul posto, proprio in quel momento, volevano suicidarsi, visto che sarebbero
stati accolti a fucilate.
33
Quindi si sapeva della loro presenza, tra l’altro forse attestata da chi ha notato da poco prima
la strage la moto vicino al bar Olivetti (testimonianza L. Moschini) e due individui vestiti da
“avieri” attorno.
Da notare che il fatto che i “centauri” abbiano poi sparato ad un inerme cittadino, il Marini, per
intimidirlo e rischiando di ammazzarlo, rovinando seriamente tutta l’”impresa”, lascia
perplessi in quanto i brigatisti, pur nella loro ferocia, erano in lotta per un ideale e se possibile
evitavano di coinvolgere dei civili.
In base a qualche particolare e mezza frase raccolta qua e là, sono state avanzate ipotesi:
1. che fossero dei compagni del movimento, venuti al corrente dell’operazione Moro e che si
recarono sul posto per parteciparvi in qualche modo;
2. che furono un paio di malavitosi, magari esperti tiratori, che i brigatisti avevano ingaggiato
per far fronte a pericolose emergenze;
3. che furono un paio di agenti dei Servizi, più che segreti, se non stranieri, incaricati di
vigilare sul sequestro (vengono anche messi in relazione con la inquietante presenza nei
pressi di via Fani del colonello dei Servizi Camillo Guglielmi). Noi, pur convinti della non
casualità della sua presenza in via Fani, crediamo però che il Guglielmi fosse quel giorno e a
quell’ora in via Fani perchè “operativo” (a coordinare l’agguato), più probabile che vi fosse
stato mandato perché i Servizi qualcosa “sapevano” e vollero controllare sul posto).
Altra situazione almeno “strana” è stata la presenza, rimasta per anni sconosciuta, di un
certo Bruno Barbaro, cognato del colonnello F. Pastore Stocchi già dirigente della base di
Capo Marangiu (utilizzata dalle Gladio). E’ pur vero che il Barbaro aveva l’ufficio proprio lì in
via Fani, e quindi scese in strada per primo dopo la strage, ma dal modo come lo hanno visto
muoversi, tra le macchine e il fatto che poi sia “sparito”, qualche perplessità l’ha destata.
Ma Guglielmi a parte, quel che è certo è il fatto che i brigatisti hanno tenacemente negato,
come loro appartenenza la moto Honda.
Anche in altre occasioni i BR avevano negato pur evidenti presenze (arrivando a schernire o
insultare che lo metteva in dubbio), ma poi, centellinando le rivelazioni e mettendole anche
in relazione a possibili benefici che si potevano ottenere, avevano fatto ammissioni. Sulla
moto Honda invece, che oltretutto aveva vilmente sparato all’ing. Marini, sono rimasti muti,
avanzando solo qualche ipotesi su “compagni” passati occasionalmente, o forse una moto di
chi sa chì, capitata per sbaglio sul posto.
Queste due ultime supposizioni però non reggono, perché quella moto fu vista durante
l’operazione e fino alla fuga assieme alle macchine dei brigatisti, tanto che poi venne anche
segnalata per radio alle pattuglie di polizia subito allertate, quindi non poteva trattarsi di una
presenza di passaggio, né occasionale. Vediamo allora le altre ipotesi:
1. Compagni del movimento arrivati, non invitati sul posto, ma ovviamente fattisi riconoscere.
E’ una ipotesi probabile, ma alquanto problematica da accettare perché, intanto
bisognerebbe dare per scontato che costoro conoscevano l’esatto posto e l’esatta ora
dell’operazione (che la “dritta” sul sequestro fosse trapelata nel movimento, possiamo
ammetterlo, ma per i precisi particolari operativi ci sembra un po’ troppo) e ancor meno è
credibile che questi due “avventurieri”, arrivarono sul posto armati, pronti a gettarsi nella
mischia non invitati, nè contemplati, rischiando di complicare precisi piani meticolosamente
studiati. Anche il fatto che dei “compagni”, autoinvitatisi, spararono ad un civile, rischiando di
ammazzarlo, lascia perplessi.
Si giustificherebbe forse il silenzio dei brigatisti, per non compromettere e far prendere
l’ergastolo a compagni marginali e non apparsi nei procedimenti processuali, ma questo fino
ad un certo punto, perché in altre occasioni i BR non ebbero tutti questi scrupoli: per esempio
fecero il nome della Algranati, anche se lo fecero dopo che la stessa era uscita dal processo
ed era riparata all’estero, ma poi venne rintracciata e finì in galera, ma soprattutto svelarono
34
il ruolo del 4° “carceriere”, il Maccari e vennero dati i particolari per individuarlo, farlo
arrestare e fargli prendere l’ergastolo. Oltretutto, per sgombrare il campo da ogni mistero,
avrebbero anche potuto confermare questa presenza, occasionale, senza fare i nomi dei
compagni del movimento, ma marginali nell’azione. Questa tesi quindi non convince in pieno.
2. Un paio di malavitosi, invitati all’operazione per “protezione”. A parte i contatti tra brigatisti
e malavitosi nelle carceri, ci sono alcuni viaggi di Moretti in Sicilia e Calabria, mai ben
giustificati e inoltre, teoricamente, si può comprendere che i brigatisti, mal addestrati alle
armi, avessero avuto bisogno di tiratori esperti per ogni eventualità, ma siamo sempre nel
campo delle supposizioni. Della presenza di “calabresi” in via Fani, si sono fatti molti accenni,
ma sono tutti indizi mai concretizzatesi pienamente e quindi più che tenere questa ipotesi
teoricamente in piedi, non è dato fare. Se i brigatisti avessero “invitato” un paio di killer
malavitosi, sarebbe comprensibile il loro silenzio per non “sporcare” tutta l’impresa. In genere
però tra pentiti o altro, dopo molti anni se ne viene a sapere qualcosa di concreto, mentre
invece tutte le informazioni e le “dritte” venute fuori dalla criminalità non hanno trovato
conferme.
3. Elementi dei Servizi. La presenza inquietante del Guglielmi sul posto, mal spiegata dallo
stesso: disse che andava a pranzo da un collega, il colonnelo D’ambrasio (alle 9,30?!), il
quale poi confermò l’incontro, ma non l’invito a pranzo, non può essere ridimensionata con
l’osservazione che le date e i ruolini di servizio attestano che il Guglielmi entrò nel Sismi solo
dopo il marzo 1978, perché in certe operazioni delicate vengono impiegate persone di
affidamento non necessariamente presenti nelle prese incarico ufficiali del servizio; spesso è
probabile che non facciano neppure parte dei Servizi Istituzionalizzati i quali non vengano
rischiati in certe operazioni. In genere si usano anche altre strutture super segrete, come ad
esempio, il famoso “Anello” che non lasciano tracce compromissorie.
Comunque nel 1978 Guglielmi era in forza presso la Legione carabinieri di Parma, dalla
quale venne collocato in congedo il 15 aprile 1978, in pieno sequestro Moro. Dal 1° luglio
1978 Guglielmi, dicesi che prestò servizio presso il Sismi in qualità di consulente “esperto”,
fino alla sua assunzione nel Servizio segreto militare, datata 22 gennaio 1979. Sembra che
precedentemente era stato un addestratore della base sarda di Capo Marrangiu, utilizzata
dalle Gladio. Un elemento quindi, esperto ed adatto per essere mandato a “spiare” certi
avvenimenti. Possibile che passato da quelle parti di via Fani non sentì la sparatoria?
Alcuni dicono che potrebbe anche essere che non si sentirono gli spari, o comunque, magari
passò pochi momenti dopo, ma come potrebbe non aver avvertito il caos circostante della
gente, le sirene e come pensare che non ebbe la curiosità, di servizio oltretutto, di andare a
vedere? E perchè non ha relazionato niente ai suoi superiori o detto qualcosa?
La presenza del Guglielmi deve essere ancora ben spiegata, e al Guglielmi devesi forse
aggiungere, almeno in via dubitativa il perchè quel Bruno Barbaro, cognato del colonnello F.
Pastore Stocchi (che a suo tempo aveva diretto la base di Capo Marrangiu) notato, a strage
appena compiuta in via Fani, sia poi sparito, e venne individuato solo molti anni dopo.
Saranno casualità, tutto e niente si può supporre, ma dei dubbi restano.
DI una cosa comunque possiamo essere certi: un attentato contro Moro era a conoscenza,
fino a che punto non si sa, dei Servizi nostrani e internazionali. Lo stesso alto numero di
infiltrati nelle BR, e molte “voci” e “stranezze” attestano questo particolare.
Di certo la mancata prevenzione e poi la inconcludente azione dei nostri Servizi fu causata
dalla loro impreparazione a queste situazioni, ma sicuramente (P2 o altro) vi fu anche un
“qualcosa” in proposito che rese inefficace l’opera dei nostri apparati di sicurezza.
L’uscita di scena di Moro faceva comodo a troppe forze nel campo Occidentale e ben
sappiamo che tutti i nostri alti vertici militari e civili sono subordinati al sistema Atlantico.
Ma soprattutto sappiamo della influenza che avrebbe potuto avere il Superclan della
Hyperion di Parigi, ex compagni di Moretti e Gallinari e sappiamo bene che Moretti fece vari
35
viaggi in Francia. Orbene quel Superclan era sotto controllo di un crocevia di Servizi, con il
Mossad in testa. E proprio degli israeliani sappiamo di vari tentativi di collusione con i
brigatisti, tentativi rimasti inefficaci fino al 1974, ma dopo l’arresto di Curcio e Franceschini e
l’avvento di Moretti alla direzione delle BR questa esclusione potrebbe essere venuta meno.
Intendiamoci: come già accennato, non insinuiamo che le BR erano dirette dal Mossad o altri
Servizi, o che Moretti fosse un infiltrato, ma come sempre accade in queste occasioni,
soprattutto quando si opera in clandestinità, possono esserci stati dei “contatti” per vari
vantaggi e opportunità reciproche e questi “contatti” hanno poi un peso.
Gli israeliani poi, sappiamo bene che non perdonavano a Moro la sua tendenza alla
equidistanza nel conflitto arabo - israeliano, la sua politica terzo mondista, il rifiuto che Moro
diede nel 1973 agli americani per rifornire Israele nella guerra del Kippur. E come
interpretare il neppure troppo misterioso e criminale abbattimento del nostro aereo Argo 16,
dei Servizi, che aveva portato in salvo all’estero i terroristi palestinesi del progettato attentato
di Fiumicino, proprio grazie a Moro che aveva trattato con i palestinesi per evitare che l’Italia
fosse coinvolta nel terrorismo?
Anche in questo caso, comunque, siamo nel campo delle ipotesi, ma usando la logica
dovremmo propendere più per una presenza di servizi stranieri (molto candidato il Mossad),
perché se si fosse verificata l’eventualità che i due sulla moto rimanevano uccisi o catturati,
nel caso di Servizi nostrani, lo scandalo sarebbe stato enorme a meno che non si fossero
impiegati personaggi a loro non riconducibili.
Per concludere, la presenza della moto Honda ha vari testimoni, l’ing. Marini la attestò alla
Digos già poco più di un ora dopo l’agguato, poi l’ha ripetuta in tutte le altre convocazioni
come teste, almeno tre volte, ed infine la attestò nei vari processi su Moro.
La moto Honda, quindi, è divenuta verità processuale, tanto che i BR vennero condannati
anche per tentato omicidio verso l’ing. Marini.
Il fatto che i brigatisti la neghino caparbiamente non può essere irrilevante, né casuale.
E’ anche interessante notare che i testi P. Pistolesi, quello che vide un uomo con il sotto
casco sul viso (classico per un motociclista) ed ebbe anche l’impressione che gli sparò una
raffica verso la sua direzione per intimidirlo e non farlo muovere e il Marini stesso, furono da
subito oggetto di pesanti intimidazioni, e telefonate minatorie.
E’ da escludere il ritenere che furono minacciati dalle BR, che in poco tempo avrebbero
dovuto ben conoscere nomi, indirizzi e telefoni di questi testimoni e alle quali oltretutto non
avrebbe dovuto importare molto se i tanti testimoni riferivano quello che avevano visto
dell’agguato. E allora, chi fece le minacce e intimidazioni e perché?
Qui sotto, la 128 falsa targa CD ferma a cavallo dello Stop all’incrocio per bloccare le auto di Moro
36
APPENDICI
=================================
37
TESTIMONIANZE MARINI E LALLI
MARINI. L’ing. Alessandro Marini, arrivò a bordo del suo ciclomotore dinanzi all'incrocio,
dalla parte bassa di Via Fani, proprio negli attimi precedenti la tragedia:
"Al di là dell'incrocio, fermi sull'angolo di Via Fani, c'erano quattro individui indossanti una
divisa bicolore, ed esattamente giacca bleu e pantaloni grigi, con berretto. Per terra, a fianco
di costoro, una grossa borsa nera. Dall'altro lato della strada si trovavano tre autovetture".
"Dalla Fiat 128 targata CD uscirono l'autista e la persona che gli sedeva accanto e,
avvicinatosi alla macchina dell'on. Moro, scaricarono le loro pistole lunghe sull'autista
e sul carabiniere accanto. Contemporaneamente i quattro vestiti da aviatori aprirono il
fuoco violentemente.
Dall'Alfa Romeo di scorta uscì fuori un uomo con la pistola in mano: contro quest'ultimo
continuarono a sparare due individui che, oltre a quelli vestiti da aviatori, erano in borghese
ed avevano quasi contemporaneamente già aperto il fuoco.
In conclusione sino ad ora operarono otto persone, tutti maschi.
Poi arrivò, quasi comparendo dal nulla, una Fiat 132 bleu, seguita da una Fiat 128 chiara:
dalla Fiat 132 scura uscirono due uomini che, calmissimi, si avvicinarono alla macchina di
Moro e lo tirarono fuori dalla portiera posteriore sinistra.
L'onorevole era in uno stato di abulia, inerme e non mi pare che fosse in alcun modo ferito.
Lo caricarono sul sedile posteriore e si allontanarono per Via Stresa andando a sinistra.
Nella 128 bianca che tallonava la 132 vi erano altri due individui.
Fino ad ora di tutte le dodici persone nessuna era mascherata.
In quel frangente mi accorsi di una moto Honda di colore bleu di grossa cilindrata sulla
quale erano due individui, il primo dei quali era coperto da un passamontagna scuro e quello
dietro che teneva un mitra di piccole dimensioni nella mano sinistra, sparò alcuni colpi nella
mia direzione, tanto che un proiettile colpiva il parabrezza del mio motorino. Il mitra si
inceppò, cadde un caricatore che finì a terra quasi all'angolo tra Via Fani e Via Stresa davanti
al bar Olivetti. Mi colpì il fatto che l'uomo che teneva il mitra sulla moto, pur essendo giovane,
somigliava in maniera impressionante a Eduardo De Filippo".
LALLI. Il sig. Pietro Lalli, lavorava autolavaggio del benzinaio in via Fani bassa, ed era
"un buon conoscitore di armi", avvertì "4 o 5 colpi di pistola secchi, molto secchi e ravvicinati
tra loro". Precipitatosi al centro della strada e guardando in alto verso l’incrocio, il luogo di
provenienza", distinse:
"un giovane che all'incrocio di Via Fani con Via Stresa, con le spalle rivolte al bar Olivetti,
impugnava un mitra e sparava in direzione di un'autovettura di colore bleu Fiat 130".
Furono "esplose due raffiche: la prima, un pò più corta, a distanza ravvicinata rispetto al
bersaglio; la seconda, più lunga, fu estesa a un'Alfetta chiara che seguiva la 130 e fu
consentita da un balzo indietro dello sparatore che in tal modo allargò il raggio di azione e del
tiro. Lo sparatore mostrava estrema padronanza dell'arma. Sparava avendo la mano sinistra
poggiata sulla canna dell'arma e con la destra, imbracciato il mitra, tirava con calma e
determinazione convinto di quello che faceva.
Indossava un cappotto-soprabito di colore chiaro e forse i guanti.
Nell'attimo in cui spiccò il salto indietro per effettuare la seconda raffica, gli cascò dal capo un
cappello con visiera di "colore bleu".
38
Qui sotto, uno schizzo fatto dall’ing. Marini a illustrare la sua testimonianza.
E’ una sua ricostruzione a memoria molto precisa anche se potrebbe errare
in qualche particolare.
39
CORTE DI ASSISE DI ROMA
(1 dicembre 1994)
SENTENZA DEL PROCESSO "MORO QUATER"
… La sentenza di questa Corte che definì il c.d. Moro uno (ma anche il "bis") riassume, nei
termini seguenti, le modalità dell'eccidio di via Fani e il sequestro dell'on. Moro:
all'improvviso, davanti alla macchina dell'on. Moro si parò la Fiat 128 familiare targata C.D.
19707, che, dopo avere effettuato una brusca manovra di retromarcia da via Stresa, si
arrestò all'altezza del segnale di "stop".
"Domenico Ricci, con una pronta sterzata, tentò di evitare la collisione e di passare sulla
sinistra, essendo sulla destra la strada occupata da un'auto in sosta.
Tutto fu inutile ed, anzi, anche l'Alfetta dell'ispettorato generale presso il Viminale rimase
coinvolta nell'incidente, in quanto Rivera Giulio non ebbe il tempo di accorgersi della
presenza dell'ostacolo e non riuscì ad impedire che avvenisse il tamponamento".
"A questo punto, secondo le testimonianze raccolte, i dati tecnici rilevati in sede di
sopralluogo, e gli esiti delle perizie balistiche, due brigatisti - "l'autista e la persona che gli
sedeva accanto" - scesero dalla Fiat 128 e si avvicinarono a entrambi i lati della vettura dello
statista.
"Costoro infransero i vetri degli sportelli anteriori e scaricarono le loro pistole lunghe
nell'abitacolo, uccidendo Ricci Domenico e Leonardi Oreste, mentre quattro complici, che
indossavano divise di compagnia aerea, sbucarono dalle aiole antistanti il bar "Olivetti" e
cominciarono a far fuoco "quasi automaticamente" con mitra verso i militari della scorta, i
quali, sorpresi, non furono in grado di mettere in atto una valida reazione".
"In pratica, solo Iozzino Raffaele, che era sul sedile posteriore, si gettò fuori dell'Alfetta
impugnando il revolver d'ordinanza con cui sparò due colpi, ma fu subito "freddato" da una
serie di proiettili esplosi dalle armi imbracciate da due altri assalitori "in borghese" che
avevano velocemente "aggirato" il mezzo.
"Al centro dell'intersezione con via Stresa, si piazzarono una donna "con una paletta in
mano" e due individui che erano a cavalcioni di una moto "Honda"...
"Al di là dell'incrocio, una seconda ragazza con un mitra "m 12" ed un uomo "senza berretto"
ma in uniforme provvidero a bloccare tutti coloro che provenivano dalla parte bassa di via
Fani.
Neutralizzati gli agenti, i malviventi aprirono la portiera posteriore sinistra della Fiat 130,
prelevarono il parlamentare e lo trascinarono sul sedile posteriore destro di una Fiat 132 bleu
con la targa Roma P.79560 che, con due persone a bordo, si era affiancata al veicolo
bloccato in precedenza..."
A questa ricostruzione dell'eccidio di via Fani, la sentenza successiva sempre (ma in diversa
sezione) della corte d'assise di Roma, che ebbe modo, ovviamente, di tener conto dell'esito
del giudizio d'appello del primo processo (il c.d. Moro uno), un giudizio in occasione del
quale, ci fu anche un apporto di Morucci e Faranda, due tra i principali imputati, aggiunge:
"... il nucleo operativo di via Fani è indicato nella sentenza di primo grado in undici persone.
Nella sentenza d'appello, si prospettano dubbi sul numero e sulla composizione del nucleo,
sulla base delle dichiarazioni di Morucci e Faranda.
Invero, il dubbio va risolto proprio in forza delle accuse o meglio delle chiamate in correità
sostanziali elevate da Morucci, nel corso di questo dibattimento, chiamate che sono
pienamente attendibili proprio perché tortuose e reticenti.
40
"In queste dichiarazioni, si staglia" con certezza la partecipazione all'operazione di via Fani di
due brigatisti conosciuti come tali ma non come componenti di quel nucleo operativo e cioè di
"Otello", Loiacono, e di "Camillo", Casimirri. In conseguenza, all'eccidio parteciparono nove
brigatisti. Casimirri, Loiacono, e gli altri sette già indicati da Savasta, Pecci, Morucci, Faranda
nel primo processo, e cioè Moretti, Gallinari, Fiore, Morucci, Seghetti, Balzerani e Bonisoli.
"L'attendibilità di questa ricostruzione è anche logica. Rimangono fuori dal nucleo soggetti
come Faranda ed Azzolini che non traggono alcun vantaggio da queste dichiarazioni, in
quanto la loro responsabilità penale non è né esclusa né limitata ma accertata in modo
definitivo per altro contributo strumentale e causale da essi dato all'operazione.
"D'altra parte, Bonisoli, che si è limitato a confermare in dibattimento l'intervista rilasciata al
Corriere della Sera il 16 Ottobre 1985, sostanzialmente limita i componenti del nucleo
operativo a nove persone": inizialmente, si accennò a undici persone, poi, il numero diminuì
per l'abolizione, la semplificazione di alcuni ruoli del tutto secondari...
"Si può, quindi, concludere che il nucleo di fuoco che opera in via Fani è costituito da nove
persone... senza per questo escludere che altri brigatisti fossero presenti, con compiti di
copertura e di fiancheggiamento in altri luoghi, sulla via di fuga... (pp 372 e ss).
Come una preclusione ad accertamenti successivi in ordine alla partecipazione di altre
persone (in aggiunta, vale a dire, a quelle giudicate) sia soltanto null'altro che una previsione
va detto a proposito della fissazione del numero dei componenti il nucleo operativo in via
Fani risulterà, in prosieguo, evidente dall'affiorare almeno di un altro soggetto. Così, avanti
questa corte (ma il punto risultava già in precedenza) come per sopperire ad una
"insignificante" lacuna, Morucci il 25.10.1993 ad esempio, che in via Fani c'era, sì, ancora
un'altra persona, dunque, una decima, una "donna che, dalla distanza di 150 metri circa
dall'incrocio, avrebbe dovuto garantire che la 128 giardinetta riuscisse ad anticipare le
macchine di Moro, altrimenti l'azione non si sarebbe potuta svolgere..." (processo verbale del
dibattimento pp. 17.18 della trascrizione). In effetti, in processi per fatti così gravi, il numero
delle persone che, a titolo di protagoniste, vi sono coinvolte è necessariamente dipendente
dalle "conoscenze" allo stato degli atti.
A riprova ulteriore si veda pure l'episodio dei due (uno somigliante ad un noto attore
napoletano, nell'opinione di un teste) che, su una moto Honda, fecero fuoco sul teste Marini,
senza che, sinora, sia stata possibile la loro identificazione (il fatto, per quanto smentito da
tutti i componenti del nucleo operativo, quelli s'intende che hanno reso dichiarazioni avanti
questa corte) è un accertamento inoppugnabile per forza di giudicato.
Quanto è stato trascritto dalle sentenze precedenti, se consente, da un lato, di fissare le
modalità esecutive dell'azione terroristica posta in essere in via Fani, tuttavia, dall'altro, non
consente, per i limiti dei due giudicati di pervenire ad una conclusione in ordine alla
partecipazione di Loiacono all'eccidio in questione (e anche al sequestro e, quindi alla sorte
dell'on. Moro) e al ruolo concreto svolto dal Loiacono nell'occasione.
Il primo elemento probatorio che si riferisce a questa partecipazione e alla specifica condotta
dell'imputato che ne occupa è costituito, per passare all'esame delle specifiche risultanze del
processo, dal c.d. "memoriale" Morucci ("e Faranda") una versione dei fatti pervenuta al
vertice dello Stato e rifluita nell'ufficio del giudice istruttore.
Il "memoriale" riepiloga, per quello che qui rileva, le varie fasi dell'operazione "Moro",
l'ideazione, la preparazione, l'esecuzione e, in questa, i compiti a ciascuno dei componenti il
nucleo operativo assegnati e, talvolta, con qualche variante (la condotta di Moretti, ad
esempio), in concreto, svolti.
I componenti sono indicati ognuno con un numero ma, entro parentesi, di volta in volta, è
indicato il singolo nominativo. Su questa indicazione, le perplessità manifestate dalla difesa, il
dubbio, cioè, che essa sia il frutto di una spuria interpelazione, sono fugati dalle successive
affermazioni di Valerio Morucci.
41
Appunto, Valerio Morucci, confesso autore (e, per alcuni punti, con la Faranda, coautore)
dell'elaborato che ne occupa, ha chiarito, avanti la terza sezione penale del Tribunale di
Roma, nell'udienza del 2.10.1991 (processo n. 2625/91) che anche l'aggiunta dei nomi era
stata opera sua pur precisando che, se come "dissociato egli non aveva alcun obbligo di
specificare quei nomi a titolo personale, egli pur poteva, indicarli in un suo scritto".
"Di quest'ammissione di paternità" di tutto il documento, comprese le parentesi, al Morucci
non c'è, quindi, alcuna valida ragione per contestarla".
Nella ricostruzione offerta nel documento: "alle ore 8.45 del 16 Marzo 1978, un gruppo
composto da 9 Br si portò all'incrocio tra via Fani con via Stresa disponendosi in varie
posizioni, secondo il piano elaborato nel villino di Velletri dalla direzione della colonna
romana e approvato dal comitato esecutivo delle Br...
"Sul luogo dell'azione, la mattina del 16 Marzo, erano presenti uomini e auto disposti nel
modo seguente (partendo dalla parte alta di via Fani e scendendo verso l'incrocio fatale con
via Stresa), un br contraddistinto dal numero 1 (Moretti) era in via Fani con la Fiat 128
giardinetta (veicolo A) targata CD sulla destra di via Fani subito dopo via Sangemini,
venendo da via Trionfale e con il muso dell'auto in direzione dell'incrocio con via Stresa”.
"I br n. 2 e 3 (Loiacono e Casimirri) erano a bordo della Fiat 128 bianca (veicolo b) sulla
stessa parte di via Fani, poco più avanti della Fiat 128 targata CD.
"La Fiat 128 bleu (veicolo c) era posteggiata con una persona a bordo (br n. 4 Balzerani) al
lato opposto di via Fani, superato l'incrocio con via Stresa e in direzione contraria, con il
muso dell'auto rivolto verso la direzione di provenienza delle auto di Moro.
"Una quarta autovettura, la Fiat 132 blu (veicolo d) con un altro brigatista (il numero 5
Seghetti) era ferma in via Stresa, parcheggiata contro mano sul lato sinistro, a qualche metro
dall'incrocio di via Fani, con la parte posteriore verso l'incrocio, pronta a portarsi in
retromarcia accanto alla 130 di Moro.
Una quinta autovettura (veicolo e), una A 112 senza persone a bordo era parcheggiata in via
Stresa, sul lato destro della strada, a venti metri da via Fani, in direzione di via Trionfale.
"Io (id est. Morucci) ed altri tre brigatisti (rispettivamente i numeri 7.8 e 9 - Fiore, Gallinari,
Bonisoli) eravamo dietro le siepi antistanti il bar Olivetti, situato all'incrocio tra via Fani e via
Stresa.
"L'azione si è sviluppata in questo modo".
"Appena la Fiat 130 blu con Moro, seguita dall'alfetta, ha imboccato via Fani proveniente da
via Trionfale, la Fiat 128 bianca targata C.D. condotta dal bierre n. 1 (Moretti) si è immessa
nella carreggiata e si è diretta verso l'incrocio via Fani-via Stresa.
"Lo stesso bierre n. 1 (Moretti), dopo aver bloccato la 128 poco prima dello stop, facendosi
tamponare dalla Fiat 130 seguita dall'alfetta, è rimasto per qualche tempo, quasi fino alla fine
della sparatoria, sulla stessa auto che si è spostata in avanti a causa dei ripetuti
tamponamenti da parte dell'autista del 130 che cercava di guadagnare un passaggio sulla
destra verso via Stresa.
"La presenza casuale di una Mini minor in via Fani, proprio all'altezza dell'incrocio con via
Stresa, può avere in parte contribuito ad impedire la manovra di svincolo della 130.
Dopo il tamponamento della Fiat 128 da parte della 130 di Moro - a sua volta tamponata
dall'alfetta di scorta - si è posta dietro questa, trasversalmente rispetto alla strada, la 128
bianca con i bierre n. 2 e 3 (Loiacono e Casimirri) che avevano il compito di bloccare il
traffico da via Fani e rispondere entrambi ad eventuali attacchi delle forze di polizia".
"Nel frattempo il br n. 4 (Balzerani), disceso dalla Fiat 128 blu, parcheggiata sull'altro lato
dell'incrocio si è portato al centro dell'incrocio di via Fani con via Stresa, per bloccare il
traffico proveniente dalle diverse direzioni.
42
"Io (Morucci) e i br n. 7.8.9 (dal basso, Fiore, Gallinari, Bonisoli), portatici sulla strada,
abbiamo sparato contro gli uomini della scorta di Moro, in modo da evitare che venisse
colpito Aldo Moro”.
"Io (Morucci) e il br n. 7 (Fiore) abbiamo sparato contro gli uomini a bordo della 130. I br n. 8
e 9 (Bonisoli e Gallinari) hanno sparato contro i tre uomini che erano sull'alfetta di scorta".
"Nell'azione, si sono inceppate diverse armi tra cui l' F.N.A. in mio possesso e l'M 12 in
possesso di uno degli altri tre uomini (Fiore che sparava anch'egli sulla 130)".
"In conseguenza dell'inceppamento della mia arma, per non intralciare gli altri, mi sono
portato verso via Stresa ed ho impiegato del tempo per disinceppare l'arma. Subito dopo,
sono tornato accanto alla 130 ed ho sparato altri colpi, ma l'auto era già ferma. Notai che il n.
1 (Moretti) non era ancora sceso dalla 128 C.D. I br 8 e 9 (Gallinari e Bonisoli) usarono
anche le pistole in loro dotazione, perché s'incepparono anche i loro mitra.
Nel frattempo, il br 1 (Moretti), invece di portarsi al centro dell'incrocio, come previsto dal
piano di attacco, per appoggiare la Balzerani nella difesa dell'incrocio, si è portato accanto
alla 130 di Moro e insieme ai br 7 e 8 (Fiore e Gallinari) ha prelevato l'ostaggio e lo ha
caricato sul sedile posteriore della Fiat 132 che, nel frattempo, facendo retromarcia da via
Stresa a via Fani, si era affiancata alla Fiat 130 di Moro.
Dopodiché, lo stesso bierre n. 1 (Moretti) è salito accanto all'autista (br n. 5 - Seghetti)
mentre sul sedile posteriore ha preso posto accanto a Moro il br 7 (Fiore).
"Caricato Moro, che fu coperto con un plaid, la fiat 132 ha preso verso via Stresa in direzione
di via Trionfale: i br 2 e 3 (Loiacono e Casimirri), risaliti sulla 128 bianca, che aveva sbarrato
via Fani dietro l'alfetta di scorta, hanno raccolto il br n. 8 (Gallinari) e si sono accodati alla
Fiat 132 su cui Moro veniva portato via".
Segue la indicazione delle armi in dotazione a ciascun brigatista (con la specificazione che
Loiacono aveva un fucile automatico cal. 30 M.I.).
In questa ricostruzione della luttuosa vicenda di via Fani, il Loiacono scorta l'auto con a bordo
l'ostaggio e, dopo il trasferimento dell'on. Moro nell'interno di un furgone, in via Bitossi,
abbandona la Fiat 128 in via Licinio Calvo allontanandosi a piedi per la scala sottostante che
conduceva a viale delle Medaglie d'oro-Piazza Belsito.
Ma ancora il compito di Loiacono non è finito perché in piazza delle Medaglie d'oro, Fiore e
Bonisoli si liberano dei giubbotti antiproiettili, degli impermeabili... e delle borse con i mitra
consegnando il tutto agli altri della colonna romana lì ripiegati (cioè Balzerani, Casimirri e
Loiacono mentre Gallinari si era subito allontanato per raggiungere via Montalcini)...
Un ulteriore apporto probatorio relativamente all'eccidio di via Fani e alla strutturazione del
gruppo operativo delle brigate rosse che lo eseguì, è costituito dalle dichiarazioni rese avanti
questa corte da Barbara Balzerani all'udienza del 2.12.1993.
Anzitutto, alla domanda sul numero dei componenti il nucleo operativo br, la Balzerani ha
specificato che il gruppo era composto di dieci persone (p.v. di udienza.f 105). Poi ha
indicato nei termini seguenti i singoli ruoli:... "a iniziare dal basso, dall'incrocio con via Stresa
in mezzo all'incrocio c'ero io, e, nella prosecuzione della strada c'era un'altra persona in
macchina che era la macchina che doveva, facendo marcia indietro, prendere l'on. Moro.
"... era un uomo. Poi c'era un'altra persona a bordo della macchina che ha bloccato il
convoglio... un altro uomo.
"Poi c'erano quattro persone che sono intervenute sugli agenti, quattro uomini, due sul 130 e
due sull'alfetta. Poi, c'erano altre due persone che chiudevano la strada in cima. Facevamo
da cancelletto".
Presidente: cancelletto superiore?
"Balzerani: si ...e copertura".
"Presidente: uomini o donne?"
43
"Balzerani: due uomini. La decima persona aveva una funzione di staffetta, avvisò dell'arrivo
delle due macchine e se ne andò subito dopo immediatamente".
"Presidente: uomo o donna?"
"Balzerani: una donna?"
"Presidente: due donne: È così?"
"Balzerani: sì."
"Presidente: diciamo che erano otto uomini e due donne?"
"Balzerani: sì”.
(…)
La ricostruzione fornita dalla Balzerani è in linea con quella già data da Morucci s'intende con
la successiva precisazione della presenza (che si assume anche dalla Balzerani, marginale)
del decimo componente, una donna.
Anche la strutturazione dei due "cancelletti", il superiore e l"'inferiore, coincide, tant'è che
sono due i brigatisti che occupano il cancelletto "superiore" e uno (anzi, una) quello che
agisce da cancelletto "inferiore". Appunto, Casimirri e Loiacono e, in basso, la Balzerani.
Nella ricostruzione di quest'ultima, tutta la "colonna romana" delle br, eccezion fatta per la
"staffetta" (una donna) di via Fani, era stata in precedenza coinvolta nelle "inchieste sull'on.
Moro, sugli itinerari da questo abitualmente percorsi in auto, sulle lezioni universitarie e sui
momenti dedicati dall'uomo politico ai doveri di cattolico.
C'è, sul punto, una ulteriore specificazione in ordine all'aggregazione al direttivo della
colonna romana di due irregolari.
Rileva il fatto che, a domanda del Pubblico Ministero, la Balzerani chiarì che questi due
irregolari assunsero, dopo, nella strage, il ruolo di cancelletto "superiore". Erano, dunque,
Casimirri e Loiacono ("irregolari" secondo quanto, peraltro, risulta dalle due sentenze
passate in giudicato dianzi citate).
A questi due contributi dall'interno delle Brigate rosse, segnatamente da due soggetti che
parteciparono alla strage e al sequestro, si deve ulteriormente aggiungere, ma, qui per
"interposta persona", l'affermazione di Mario Moretti, uno dei leaders delle Brigate rosse
(almeno, dall'angolazione visuale degli osservatori esterni che colloca anch'egli il Loiacono
nel "cancelletto superiore".
La testimonianza, dunque, "indiretta", proviene da una giornalista, Carla Mosca, che,
assieme ad una scrittrice, ebbe ad intervistare Mario Moretti condensando successivamente
in un volume il frutto dei vari colloqui.
Su questi colloqui, la giornalista ha inviato al Pubblico Ministero un appunto, da lei
riconosciuto in udienza, alligato agli atti di questo processo (processo verbale dell'udienza
dell'11.2.1994 f.108) che è opportuno trascrivere.
"Appunto per i dott. Marini e Ionta".
" Le bobine n. 6.7.8 e 9 (di questa solo la facciata A perché la B non è stata utilizzata)
contengono il racconto dei 55 giorni, da via Fani all'epilogo. Moretti era molto teso, per di più
è una di quelle persone che fanno fatica a ricordare con precisione nomi e date. Ecco perché
- come potrete osservare - ad un certo punto, si confonde nell'indicare i nomi dei nove
componenti il comando. Tuttavia alla fine dei nostri colloqui, quando abbiamo proceduto alle
precisazioni, ha elencato con esattezza i nomi dei nove, confermando che sono quelli indicati
nelle sentenze. L'unica novità è la presenza della decima persona, una donna che aveva il
compito di fare la segnalazione dell'arrivo delle auto. La precisazione sui nomi dei nove non è
stata registrata, ho preso io degli appunti. Mi premeva soprattutto non fare adito ad equivoci:
i nomi dei nove sono esatti. Carla Mosca. Roma 27 Ottobre 1993".
Nel corso della testimonianza resa nell'udienza dell'11.2.94, la teste ha precisato (sempre
con riferimento all'assunto di Mario Moretti) anche il ruolo svolto da Loiacono in via Fani e lo
indica come "speculare" rispetto a quello svolto da Barbara Balzerani.
44
"Il ruolo di Loiacono equivale a quello della Balzerani, dall'altra parte; secondo la descrizione
di Moretti, erano speculari. Cioè, Loiacono era nella parte alta della strada, ovviamente allo
scopo di fermare il traffico e la Balzerani era nella parte bassa" (loc. cit.f 121).
Balzerani e Morucci bloccano dunque, l'ultima attività del Loiacono quanto a via Fani a via
Medaglie d'oro, luogo in cui il Loiacono ricevette in consegna giubbotti ed armi per la
riconsegna a chi "di diritto" nell'organizzazione terroristica.
(…)
Alle fonti a momenti indicate è da aggiungere la dichiarazione resa avanti questa corte da un
altro protagonista dei luttuosi fatti di via Fani: Franco Bonisoli, in occasione del processo c.d.
ss). Anche Bonisoli ha riferito sui due cancelletti il superiore e l'inferiore affermando
testualmente: "...c'erano delle persone che dovevano bloccare la strada verso l'alto... C'era
un'altra persona che doveva bloccare l'incrocio con via Stresa".
Alla luce delle risultanze sopra indicate le "persone" che dovevano bloccare la strada verso
l'alto erano due e una di queste persone era Casimirri mentre all'incrocio con via Stresa, la
terza persona era Barbara Balzerani.
Il piano operativo dell'eccidio di via Fani prevedeva, come mezzo al fine di sequestrare l'on.
Moro, proprio "l'annientamento" della scorta. Più volte, nel corso dell'attività istruttoria anche
dibattimentale, i giudici hanno insistito al riguardo sulla ragion d'essere di questa decisione di
uccidere "tutti", nessuno escluso (e di questa decisione è riprova la sorte toccata a Iozzino
"freddato" immediatamente"), una soluzione adottata prima di compiere l'azione e, ogni volta,
da quelli tra i protagonisti che hanno reso dichiarazione, (i giudici) hanno avuto come risposta
l'assoluta necessità avvertita dal gruppo di evitare rischi, il pericolo, cioè, di reazioni da parte
degli uomini della scorta. Ci fu, è vero, uno scrupolo di evitare un intralcio all'azione, bucando
le gomme del furgone del fioraio Spiriticchio, ma non ci fu alcuna preoccupazione per la vita
degli uomini di scorta a Moro.
Il solo "prigioniero" da fare era l'on. Moro, non più, quindi, come ad esempio, nel precedente
progetto di sequestrare l'on. Moro nella chiesa di Santa Chiara. Qui, cioè, in questo progetto,
la scorta doveva essere immobilizzata e solo in linea eccezionale era previsto il ricorso
all'uso delle armi ma si trattava di un sequestro da effettuare in un luogo chiuso impiegando,
tra l'altro, più del doppio delle persone poi impiegate in via Fani (si vedano i dettagli di questo
progetto nel "memoriale" Morucci e nelle dichiarazioni di quest'ultimo e di Adriana Faranda).
In via Fani, il gruppo terroristico fece fuoco immediatamente dopo il tamponamento dell'auto
con a bordo l'on. Moro, non già per il sopraggiungere di una evenienza imprevista ma in
esecuzione di un progetto studiato con quelle modalità in precedenza.
In una situazione come questa non può esserci conseguentemente alcun dubbio sulla
responsabilità di Alvaro Loiacono per l'eccidio di via Fani e il sequestro dell'on. Moro:
sbarrare l'ingresso delle forze di polizia con l'uso delle armi mentre gli altri concorrenti
uccidevano gli uomini della scorta, a pochi metri di distanza appunto dal Loiacono, era
assicurare a questi altri protezione, libertà di manovra; "copertura", un compito essenziale
nell'economia dei delitti. Ed essenziale ancora sin dal momento della progettazione, pure la
"scorta" armata al convoglio con il "prigioniero" e il recupero delle armi e dei giubbotti
antiproiettile. In un quadro caratterizzato non soltanto dalla sorte dell'on. Moro ma anche
dalla morte di altre persone.
***
45
PERIZIA
TECNICO-BALISTICA-MEDICO LEGALE
sull'eccidio della scorta dell'on. Moro
Moro quater, "Relazione di perizia tecnico-balistica-medico legale sull'eccidio
della scorta dell'on. Moro" - (1994) - Merli-Ronchetti-Ugolini.
«[…] Il Ricci e il Leonardi erano nell'auto Fiat 130 del presidente Moro, rispettivamente il
guidatore il primo, e passeggero anteriore il secondo: l'onorevole Moro era dietro e occupava
il posto sinistro.
Il Rivera (autista), lo Zizzi (passeggero anteriore) e lo Iozzino (passeggero posteriore a
destra) erano in una Alfetta di scorta che seguiva la Fiat 130 a breve distanza.
Davanti al bar Olivetti una auto Fiat 128 giardiniera con targa CD frena improvvisamente, e
l'auto del presidente Moro che la seguiva la tampona dopo avere tentato di deviare verso
destra.
Mentre nell'auto Fiat 128 ne escono due persone, tra cui una donna (pare) che si avvicinano
ognuna dalla sua parte al guidatore e al passeggero anteriore, e immediatamente aprono il
fuoco attraverso i vetri con precisione topografica perfetta in modo da risparmiare di colpire
con proiettili e frammenti di vetro l'onorevole [Moro] che era di dietro.
Chi sparò al Ricci lo fece con direzione avanti dietro, sinistra destra rispetto
l'auto col muso verso via Stresa.
Chi sparò al Leonardi lo fece leggermente dietro avanti, destra sinistra, alto
basso, proprio per non colpire il compagno che si trovava a sinistra dell'auto.
Contemporaneamente dal marciapiede sinistro (ossia da presso la Mini morris - punti K, B,
Z, X, N - e da davanti al bar Olivetti - punti C, Q, S, N) partivano almeno due raffiche molto
lunghe di colpi che erano dirette alla Alfetta che seguiva, e immediatamente il Rivera veniva
crivellato di colpi.
Lo Iozzino e lo Zizzi fecero a tempo a uscire fuori.
Lo Iozzino impugnando la sua pistola riuscì, prima di essere colpito da un fuoco incrociato da
parte di colui che sparò alla Alfetta e da quello che sparò a Leonardi da vicino, a sparare due
colpi verso gli assalitori.
Lo Zizzi venne anche lui centrato e poi morì al Policlinico Gemelli.
Non è ben definito, ma un'altra persona oppure uno di quelli che aveva già sparato con una
arma 9 Parabellum, estrasse la pistola e sparò per finire il Rivera e il Ricci e forse il povero
Iozzino: i bossoli furono trovati intorno al tombino a fianco del morto, dunque lo sparatore
doveva essere sul marciapiede destro, e forse quello che sparò al Leonardi [testuale, ndr].
Tale finale non è comprensibile se non ricollegando un inceppamento di un'altra arma, per
esempio automatica, e l'impiego di una pistola è come ripiego.
Durante i fatti venne esploso anche un colpo di pistola Beretta M34 (probabilmente) e
comunque di calibro 9mm corto Browning.
La direzione di sparo dovrebbe coincidere con la zona ove vennero esplose le due raffiche
contro l'Alfetta.
[…] L'esame dei reperti, i sopralluoghi, le indagini tecniche anche strumentali hanno
permesso di indurre quanto è stato riportato nella presente relazione peritale che è il
contenuto dì quanto i sottoscritti credono di dover riferire.
46
47
Nel fatto di cui è processo vennero esplosi molti colpi, ma sono reliquari nei luoghi solo 93
bossoli che potrebbero essere pertanto non tutti: così pure i proiettili repertati nei luoghi e nei
cadaveri.
Questa casualità non ha permesso di formulare una diagnosi esatta ed
esauriente sul tipo e marca delle armi impiegate.
A stare ai bossoli, essi risultano esplosi almeno da sei armi.
Una di esse è certa- mente l'arma dello Iozzino che ha lasciato 2 bossoli.
Sulle altre armi in calibro 9 mm Parabellum è possibile azzardare una ipotesi che quella che
ha lasciato 49 bossoli possa essere una Beretta Mp 12 o similare.
[...] Un'arma in calibro 7,65 Parabellum venne pure usata, sembra con lo scopo di finire
alcuni occupanti l'Alfetta di scorta e anche quelli della 130.
I colpi esplosi furono almeno 4, tanti i bossoli ritrovati.
Durante la sparatoria venne anche impiegata un'altra arma che non ha permesso la
repertazione di bossoli: forse si tratta di una Beretta M34 di calibro 9 mm corto: di tale arma
è trovato un proiettile che ha sfondato il portabagagli della Alfetta.
La complessità dei fatti, e la numerosità dei colpi esplosi, la non completa repertazione dei
proiettili, persi chi sa dove, come forse persi sono andati alcuni bossoli a causa della marea
dei curiosi che tutto calpestavano e raccoglievano impunemente prima che si apponessero per
giusto ordine del sostituto procuratore della Repubblica di turno, dr. Infelisi, transenne per
impedire l'accesso, non han- no permesso la perfetta risoluzione tecnica circa le armi che
sono state usate.
Comunque nel testo sono stati esaminati puntigliosamente sia le caratteristiche di classe che
quelle di singolarità di classe in modo che in caso di nuova repertazione in altri fatti di sangue
od altro o nel ritrovamento delle armi usate, sia possibile fare il riconoscimento comparativo.
[…] Alla pag. 35 del cd. "Memoriale Morucci" si indicano quali armi sarebbero dovute
essere usate per compiere materialmente l'eccidio della scorta dell'on. Moro.
Riferirà appunto Morucci che:
"... Le armi usate in via Fani erano le seguenti:
un Fna in mia dotazione; un M12 (Fiore); una TZ 45 (Gallinari); un altro Fna 43 (Bonisoli);
un Mab 38/42 (Moretti), che non ha sparato.
Oltre ai mitra, i vari componenti del nucleo avevano le pistole automatiche in dotazione
personale: una S&W 39 (di Gallinari che ha sparato dei colpi); una Beretta 51 cal. 7.65 (che
ha anch'essa sparato dei colpi); tre Browning HP (di Moretti, Morucci, Fiore. Pistole, queste,
che non hanno sparato).
Altre armi portate dai restanti componenti del commando, ma non usate (cioè che non
hanno sparato), erano un fucile automatico cal. 30M1 e la CZ Skorpion 7.65, entrambe
rinvenute in viale Giulio Cesare (all'arresto mio e della Faranda) e in dotazione rispettivamente al n. 3 (Loiacono che era sulla Fiat 128 e copriva la parte superiore di via Fani) che
era in via Fani subito dietro l'Alfetta della polizia, e la n. 4 (Balzerani) che era al centro
dell'incrocio... ".
Se si vuole oggi - al lume delle accresciute conoscenze e delle esperienze dirette e anche del
sequestro di due delle armi presuntivamente usate - ricapitolare sul numero delle armi
impiegate nella sparatoria, attraverso l'esame dei bossoli e dei proiettili [...], riconfermando
quanto collegialmente concordato in sede della perizia conclusiva disposta dall'Ufficio
istruzione del Tribunale di Roma (gi dr. Imposimato, incarico del 27-6-80), nell'esecuzione
della strage della scorta dell'on. Moro, vennero utilizzate:
48








pistola semiautomatica Beretta mod. 52 cal. 7.65 mm
pistola semiautomatica Beretta mod. 92S cal, 9 x 19 parabellum (dai bossoli, la pistola dello
Iozzino),
pistola semiautomatica Smith & Wesson mod. 39-2 cal. 9 x 19 parabellum Parabellum (dai
bossoli quella sequestrata al Gallinari Prospero).
pistola mitragliatrice Fna43 cal. 9x19 Parabellum;
pistola mitragliatrice Fna43 cal. 9x19 Parabellum;
pistola mitragliatrice Tz45 cal. 9x19 Parabellum;
pistola mitragliatrice Beretta Mp12 cal. 9x19 Parabellum (dai bossoli, quella sequestrata a Falcone
Piero);
va aggiunta una ottava arma, identificata solo attraverso due proiettili, e cioè una pistola
semiautomatica Beretta cal. 9x17 (9M34) [...]
Il Morucci nel suo memoriale difensivo, asserisce che l'operazione iniziò subito dopo lo
scontro tra la Fiat 130 e l'Alfetta della scorta, e che lui, Fiore, Gallinari e Bonìsoli, partirono
da dietro la siepe davanti al bar Olivetti - cioè dalla parte sinistra delle due autovetture - e si
portarono sulla strada e iniziarono da soli a sparare.
Il Morucci avrebbe impugnato una pistola mitragliatrice Fna43, il Fiore una pistola
mitragliatrice Beretta Mp12, il Gallinari una pistola mitragliatrice Tz45, e il Bonisoli un'altra
Fna43.
Sempre sulle dichiarazioni di Morucci, lui e il Fiore avrebbero sparato contro la sua parte
sinistra della Fiat 130 concentrando il fuoco sul Ricci e il Leonardi, mentre il Gallinari e il
Bonisoli avrebbero spa- rato [sempre contro la parte sinistra] dell'Alfetta della scorta.
Durante questa prima fase, riferisce che sia la sua pistola mitragliatrice Fna43 sia la pistola
mitragliatrice Beretta M12 del Fiore si incepparono.
Morucci si spostò verso l'incrocio con via Stresa per disinceppare il mitra, e lasciò cadere sia
una cartuccia che il caricatore difettoso dal quale mancavano 8 cartucce (almeno 7 esplose),
poi ritornò verso la Fiat 130 e seguitò a sparare altri colpi con la stessa arma "ma l'auto era
già ferma".
Il Morucci riferisce anche che essendosi la mitragliatrice Fna43 del Bonisoli anch'essa
inceppata, questi impugnò la sua pistola semiautomatica (Beretta mod. 51 in calibro 7.65 mm
Parabellum) e che insieme al Gallinari che aveva anche lui lasciato il mitra per la sua pistola
automatica (Smith & Wesson mod. 39 cal. 9x19 Parabellum), girarono sul fianco destro della
Alfetta ed esplosero colpi "... contro i suoi occupanti".*
*
[A questo punto la perizia riporta la seguente nota: «Dovrebbe esserci un errore, in quanto
sìa lo Iozzino che il Zizzi uscirono subito dopo gli spari dalle porte di destra dell'Alfetta e
pertanto né il Gallinari né tanto meno il Bonisoli potevano sparare contro gli "occupanti"
dell'autovettura ove era rimasto già cadavere Rivera, tant'è che non fece neppure la mossa di
aprire lo sportello...
Il Morucci non riferisce invece né dell'uscita dello Iozzino né di quella dello Zizzi, né che lo
Iozzino esplose colpi contro di loro»].
Il Morucci è categorico: "Essendo stati ritrovati dei bossoli calibro 7.65 Parabellum, e lui
(Bonisoli) era l'unico ad avere in via Fani un'arma di questo calibro, alla base di un alberello
sito in prossimità dell'incrocio, è probabile che sempre lui (Bonisoli) abbia esploso dei colpi
contro il teste Marini.
Mentre si può escludere che da lì abbia sparato colpi contro il maresciallo Leonardi.
Sia perché la linea di mira era impedita dalla Mini morris, sia perché su quella linea di tiro si
sarebbero trovati Moretti, Fiore e Seghetti che stavano scaricando Moro sulla 132".
49
Riguardo poi ai motivi della contestazione sulla ricostruzione della sparatoria così come
riferita dal Morucci nel suo "memoriale difensivo" - e che cioè anche dalla destra della Fiat
130 e dell'Alfetta si trovarono sparatori che ferirono mortalmente il Leonardi e il Rivera già
all'inizio dell'azione - può essere osservato che:

appare fatto accertato che i Br in via Fani non usarono solo 4 mitra e 2 pistole, in quanto
venne usata pure un'altra pistola (cal. 9x17) che neppure è menzionata dal Morucci tra
quelle in dotazione quel giorno, e secondo il Bonisoli uno dei mitra non sparò neppure un
colpo;

corrisponde ai dati obiettivi che si sparò sia al Leonardi sia al Rivera dal marciapiede di
destra, perché entrambi presentavano molti tramiti intrasomatici con andamento da
destra verso sinistra e dunque con origine degli spari proprio dalla parte destra delle due
auto;

corrisponde ai dati obiettivi che colui che usò la pistola in calibro 7.65 mm Parabellum
esplose colpi anche contro la Fiat 130, tant'è che l'autista Ricci aveva addosso un
frammento di tali proiettili e un altro proiettile integro, addirittura venne ritrovato sul
pianale posteriore, ove era l'on. Moro;

non è sostenibile che era impossibile sparare contemporanea- mente con tiri incrociati da
destra e da sinistra contro il Ricci e il Leonardi, perché ciò invece accadde ed è
ampiamente provato dalla obiettivazione delle tracce sulle strutture dell'auto Fiat 130 e
sui cadaveri: lo sparo incrociato simultaneo deve essere appunto per neutralizzare
sicuramente tanto il Leonardi che il Ricci. Addirittura il Leonardi non subì neppure un
impatto con direzione da sinistra verso destra, e certamente, se non fosse stato colpito
dalla prima raffica che per il Morucci fu invece da sinistra, sarebbe sceso come lo Iozzino e
lo Zizzi dalla parte destra;

in quanto all'affermazione che "non più di due hanno sparato la 130" è risultato invece
che contro gli occupanti vennero esplosi colpi calibro 9 x 19 parabellum con almeno due
armi diverse (una con canna a 6dx da 1.60 e una con canna a 6dx da 1.10) e venne pure
impiegata una pistola cal. 7,65 Parabellum per almeno 2 colpi;

non sembrerebbe neppure vero che il Morucci sia stato l’unico a disinceppare il suo mitra
e a seguitare a sparare poi contro la 130 dopo che gli altri già avevano compiuto la strage.
Ciò perché sembrerebbe che una pistola mitragliatrice esplose almeno 48 colpi e poi
l’unica usata dopo l’inceppamento fu - a sua affermazione solo quella del Morucci che
precedentemente aveva perso il caricatore , dopo aver sparato solo 7 cartucce (ossia
conservandone 22 + 1 in terra) non poteva certo raggiungere raggiungere i 48 colpi con
un solo altro caricatore (7 + 30 = 37 e non 48). D'altra parte se si volesse attribuire il
caricatore ad altro mitra, occorrerebbe escludere anche la pistola mitragliatrice del
Bonisoli (che dovrebbe aver esploso 22 colpi almeno e il caricatore avrebbe conservato 8
cartucce) e quello del Fiore (che sparò solo tre colpi e sarebbero dovute restare almeno 27
cartucce) e del Gallinari (che sparò 5 colpi e ne sarebbero dovuti restare altri 5 nel
caricatore).
Appare nostro convincimento - allo stato - che il Morucci abbia formulato le sue
controdeduzioni sulla ricostruzione dei fatti, della sparatoria e delle armi usate, in modo
non completamente rispondente alla obiettività dei riscontri oggettivi scaturenti dalla
repertazione, dal sopralluogo della polizia scientifica, dalle autopsie e dagli esami balistici.
In particolare ci sembra che:
50

le armi usate non furono solo quattro mitra e due pistole semiautomatiche, ma almeno a
queste se ne deve aggiungere un'altra di calibro diverso (9x17 o 9M34) che neppure è
menzionata nell'elenco descrittivo delle armi in dotazione quel giorno al gruppo delle Br.

è del tutto attendibile che il Leonardi venne subito attinto solo da proiettili provenienti
dalla sua destra, e pertanto non corrisponde a verità l'esclusione della presenza di una
persona sul marciapiede destro già al momento del primo sparo: a ciò si aggiunge il fatto
che il Rivera venne anche lui attinto da alcuni colpi esplosi da destra, e ciò
apparentemente con un'arma con caratteristiche diverse di rigatura di canna da quella
usata per il Leonardi;

è certo che chi aveva la pistola 7.65 mm Parabellum esplose 2 colpi anche contro la Fiat
130, e ciò contrariamente alle dichiarazioni di Morucci;

poiché non si sono mai comparativamente esaminati tutti i proiettili repertati, non si
hanno neppure elementi per poter affermare o escludere, in modo certo, che oltre alle
armi menzionate e individuate peritalmente possano sussisterne altre - dello stesso
calibro e con canne aventi le stesse caratteristiche geometriche dell'anima rigata (stessa
marca e tipo, oppure altra marca e tipo, ma nessun numero, verso e larghezza dei solchi
conduttori) delle altre - che esplosero anch'esse colpi e diedero la repertazione di
proiettili, ma contemporaneamente la perdita – per un qualsiasi motivo dei rispettivi In
questa ipotesi le armi usate potrebbero essere alcune di più.
***
51
Scarica

L`AGGUATO DI VIA FANI - Archivio Guerra Politica