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…e seguivamo i gradini scavati nella neve in una salita felice verso il cielo… TRACCE
Inverno 2011/2012 Bollettino della Sezione del Club Alpino di Frascati Editoriale
Il Primo numero è già andato, oramai un ricordo legato al mese di Giugno… Quanti lo avranno letto? Quanti lo avranno stampato? Qualcuno lo avrà apprezzato? Adesso è la volta della seconda prova… Eppure c’è un avviso importante da dare a chi si appressa a leggere: qui ancora si và per tentativi e nulla è certo, tantomeno il risultato. Ancora è solo un esperimento, portato avanti dalla passione e dall’entusiasmo di chi vuole dedicare un poco del suo tempo a comunicare emozioni a quei compagni di cordata che Sommario:
sono gli altri soci della Sezione del Cai di Frascati. Fra queste poche pagine, fatte di byte più che di che carta, troverete quindi I resoconti di escursioni e arrampicate, vie salite la scorsa estate -­‐ Editoriale pag. 1 -­‐ Grazie Regina pag. 2 -­‐ Costiera Amalfitana pag. 4 -­‐ La Prima Notte pag. 6 comunicare le sue riflessioni riguardo uno -­‐ Sentiero R oma pag. 8 scritto. Perchè se le idee sono molte -­‐ Monte Rosa pag. 12 riguardo all’andare in montagna e al come -­‐ Opinioni pag.14 farlo, allora l’incontro, il confronto e lo -­‐ Credits & Disclaimer pag. 15 scambio di opinioni possono essere il sale o sentieri percorsi magari anni addietro. Troverete anche una prima lettera, inviata alla redazione da un socio, qualcuno che, come a rispondere alle domande di poco sopra, evidentemente ha letto il passato numero e vuole da aggiungere alle nostre emozioni. BUONA LETTURA
GRAZIE REGINA
Per tutto il mese di Luglio non ha fatto altro che piovere, soprattutto lungo tutto l’arco alpino. Con Alberto abbiamo organizzato la partenza per il 1° agosto, ma le previsioni meteo ci lasciano pochissime garanzie. Mai un giorno di sicura alta pressione. La giornata migliore però è prevista proprio per il 2 agosto. Ah! Scusate dimenticavo……. dove stiamo andando? Quest’anno Marmolada -­‐ Parete Sud. A dire il vero eravamo pronti già lo scorso anno, ma un piccolo incidente al piede di Alberto (frattura del dito mignolo del piede) avvenuto proprio la notte della prevista partenza, ha fatto rimandare tutto di 365 gg. Che sarà mai! Quando uno è determinato. Già da qualche anno leggo e rileggo le relazioni delle vie che potrebbero essere alla nostra portata. Leggo e sogno, sogno e immagino il primo contatto con la parete, quello fondamentale per capire se la giornata è quella giusta. Esamino e analizzo le foto della parete che ho a disposizione e in un attimo mi ritrovo con i piedi e le mani ad accarezzare tutto quel mare di magnifica roccia. Ormai è deciso, la via che fa al nostro caso è la Don Quixote, una classicissima e una delle poche che possono permettersi anche gli alpinisti della domenica, per di più terroni, quali noi siamo. La Don Quixote, è uno dei tanti capolavori di Hainz Mariacher. Aperta nel ’79 con l’amico Schiestl rappresenta in pieno lo spirito del tempo, con la ricerca di linee altamente estetiche, l’uso molto parsimonioso di protezioni e soprattutto arrampicata libera. Negli anni, grazie alle difficoltà mai eccessive è diventata una classica della parete e come direbbe Alberto con un rapporto qualità prezzo molto vantaggioso. Un paio di anni fa l’hanno ripetuta anche Dario e Marco, dai loro racconti sembra proprio alla nostra portata, però sia io che Alberto abbiamo abbastanza esperienza per sapere che sulla sud della Marmolada è meglio andarci con la massima umiltà e il dovuto rispetto. Il viaggio in auto scorre via veloce e tranquillo, nessun contrattempo e nel primo pomeriggio siamo a Malga Ciapela, con molta calma prepariamo gli zaini e con passo tranquillo saliamo verso il Rifugio Falier. Per entrambi è la prima volta che saliamo in Val Ombretta e giunti all’omonima malga veniamo letteralmente rapiti dalla maestosità della parete che per un istante ci lascia sbalorditi e attoniti. Poi, uno scroscio di pioggia, arrivato all’improvviso, ci risveglia e ci consegna allo sguardo la Parete d’Argento. Uno spettacolo che non provo nemmeno a descrivere tanto era incredibile. Poco dopo siamo al Falier, dove veniamo accolti con gentilezza e cortesia. Il rifugio ha pochi ospiti, tutti alpinisti, tutti stranieri, fatta eccezione per una cordata un po’ strana tipo il Lungo il Corto e Il Muscoloso. Accidenti che abbaglio!! A cena scopro che il Lungo è niente di meno che Maurizio Giordani, praticamente il custode della Marmolada. Minchia che figuraccia. E’ ora di andare a dormire, la sveglia è per le 4,30. Alle 6,00 dopo circa un’ora di avvicinamento siamo all’attacco. Davanti a noi è appena partita una cordata francese. Finalmente siamo in parete. I primi tiri non sono difficili ma salendo da secondo porto sulle spalle lo zaino piuttosto pesante e arrivo in sosta letteralmente stremato. Mille pensieri si affollano nella mia testa e pessimi ricordi affiorano alla mente. Solo qualche semplice tiro e già ho l’affanno, ma come è possibile. Un altro tiro di Alberto e poi ……………….”Paolo vai tu adesso?”. In un istante torno a qualche anno fa e ad una scelta sbagliata. Questa volta non ci casco, mollo lo zaino ad Alberto, mi assesto due schiaffi (metaforicamente) e parto per il mio tiro. La roccia è bella, solida e generosa di appigli. Ogni movimento è godimento puro e mi diverto a salire. Poco prima delle 12 siamo alla grande cengia e il meteo sta mantenendo le promesse. Ci fermiamo qualche minuto per bere e mangiare qualcosa e poi attacchiamo la parte alta, quella dove incontreremo le maggiori difficoltà. 2
Dopo qualche tiro interlocutorio, dove dovremo prestare solo molta attenzione all’orientamento, per evitare di ficcarci in qualche guaio, arriviamo ai tiri più impegnativi, che ci dividiamo equamente, placche a me, strapiombi ad Alberto. Nel frattempo ci raggiunge una cordata partita molto dopo di noi, ma che evidentemente viaggia ad un’altra andatura, che ci terrà piacevolmente compagnia fin sotto la vetta. Ormai ci siamo, manca un solo tiro di V+, poi uno di IV e saremo fuori. Alberto stanco per aver tirato tutto d’un fiato il tiro più duro della via, mi lascia la gioia di uscire per primo in vetta. L’emozione è straripante, urlo ad Alberto che sono fuori e lo recupero in sosta. Sono le 18 e il panorama che si apre ai nostri occhi toglie il fiato, in cielo non c’è traccia di nuvole e lo sguardo spazia a 360° perdendosi a centinaia di chilometri di distanza. Uno squillo a casa per avvertire che tutto è andato bene si tramuta in un singhiozzo continuo. “Gabry mi raccomando! Avverti Leo ed Elena che il braccialetto porta fortuna ha funzionato benissimo”. P.S. Nota tecnica Marmolada d’Ombretta 3247 m DON QUIXOTE H. Mariacher, R. Schiestl, 24.6.1979 Dislivello 650 m Sviluppo 850 m (19L) noi ne abbiamo fatti 21 Difficoltà 6a/R2/IV D+ 3
COSTIERA
AMALFITANA
e Sentiero degli Dei
È dai giorni del piovosissimo sopralluogo di fine aprile che attendiamo la seconda chance per godere appieno della costiera amalfitana. E stavolta è andata magnificamente! Il weekend di Ognissanti ci ha regalato sole e temperatura quasi estivi, con in più il vantaggio di un numero di turisti in costiera molto contenuto, rispetto all’estate e, quindi, strade e locali praticabili! L’organizzazione impeccabile del direttore di escursione, Mirella Santonocito, ha stabilito luoghi e orari mentre il gruppo, molto variegato nelle età e nelle provenienze, ha portato tante voci e vite diverse con cui riempire i giorni passati insieme. Amalfi ci ha accolto calorosamente, a partire dall’autista del pullman, che ha sopportato con pazienza le nostre chiacchiere e i canti fino all’ultimo; dall’albergatore, che ci ha lasciato gestire le stanze di “Camere con vista” con le nostre chiavi; per continuare poi con il proprietario e i camerieri del ristorante “La Galatea”, che hanno assecondato le tante richieste ed esaudito i desideri; per finire con il padrone del bar, che ha apparecchiato le nostre colazioni su tavolini all’aperto in una deliziosa piazzetta del centro storico, chiusa al traffico. Ravello e Villa Rufolo hanno entusiasmato il gruppo il pomeriggio del primo giorno, il 30 ottobre. Abbiamo scattato un miliardo di foto ai fiori, alle colonnine binate, agli archi acuti e intrecciati dello stile arabo-­‐normanno in uso da queste parti. E passeggiare per il paese al calar della sera è stato molto piacevole. Le escursioni di più giorni danno la possibilità, preziosa, di approfondire gli aspetti della vita di un territorio non strettamente legati alla montagna e all’escursione che si deve compiere, perché si ha il tempo di visitarne i centri abitati, di indagarne la storia, l’arte, le tradizioni. Nel nostro caso, abbiamo avuto il tempo di chiacchierare con la gente del posto, di girare per negozi, di tirar tardi… La prima sera passata ad Amalfi, il divertimento inventato dai ragazzi è stato quello di salire di corsa la lunga scalinata del famosissimo Duomo, scivolare in tutte le posizioni sui marmi dell’ampio portico e poi scendere di sedere i tanti gradini in pietra. La seconda sera, i ragazzi si sono dedicati al travestimento per la notte di Halloween, disegnandosi la faccia, acconciando i capelli, anche reciprocamente e hanno concluso la festa, dopo la cena al ristorante, con i racconti di paura al buio, prima al molo, circondati dal mare, oscuro, rischiarati solo dalle zucche di carta illuminate internamente dalle frontali, e poi in albergo, tutti ammucchiati in una stanza insieme agli accompagnatori. Il Sentiero degli Dei l’abbiamo percorso lunedì 31 ottobre, con un tempo splendido, raggiungendo Bomerano in pullman e poi camminando sul panoramicissimo sentiero fino a Positano, passando per Nocelle. Il calcare di questa costa offre in più punti lo spettacolo suggestivo di grotte, concrezioni e stalattiti, frutto di processi carsici, per giungere in vista di Monte Pertuso (352 metri sul livello del mare), sopra Positano, che deve il nome ad un buco (pertuso in dialetto locale) nella parete rocciosa della sua sommità, provocato dal fenomeno naturale dell'erosione. La visione della costiera, con il mare, la penisola sorrentina e l'isola di Capri è di una bellezza che lascia senza fiato. La vegetazione nel primo tratto del sentiero è costituita da erba e arbusti tipici della macchia mediterranea, nel secondo tratto la macchia diventa più fitta con lecci e corbezzoli. 4
Pareti a strapiombo delimitano valli strette dove il poco terreno è sfruttato al massimo grazie a terrazzamenti realizzati con maestria e ovunque coperture di colore nero o verde proteggono le colture dagli agenti atmosferici. Scendiamo a Positano con un’infinità di scalini, rimpiangendo la salita, e sulla spiaggia ci rilassiamo! Si torna ad Amalfi in pullman. Il giorno dopo, martedì 1 novembre, partiamo a piedi da Amalfi per raggiungere la vicina Atrani con un tunnel pedonale scavato nella roccia e da lì, con altri numerosi scalini, rimpiangendo la discesa, saliamo a Pontone. Nel paese passiamo per le stradine in cui dal 2009 a gennaio viene rappresentato il Presepe vivente, che durante tutto l’anno conservano le tracce degli allestimenti di numerose scene, le quali, a tempo debito, unite ai costumi dei numerosi figuranti che vi partecipano, ritraggono la vita dei secoli scorsi e l’attesa della nascita del Bambino. Resta permanentemente pure un presepe di statuine in miniatura, sistemate ingegnosamente su muri e scalini, a riprodurre scene di vita del passato, per la gioia dei fotografi del gruppo, che hanno scattato un altro miliardo di foto. Da Pontone la nostra escursione è proseguita in direzione della Riserva naturale della Valle delle Ferriere, di grande interesse naturalistico: grazie ad una particolare condizione geografica, la valle ha conservato immutato nel tempo il suo microclima ed ha custodite intatte colonie di vegetali di epoche lontanissime, costituendo anche un habitat ideale per numerose specie animali. La "Valle delle Ferriere” prende il nome da un'antica fabbrica che estraeva il ferro dal minerale grezzo importato dall'isola d'Elba e dalla Puglia, al tempo della Repubblica marinara, e di cui conserva alcuni resti, che abbiamo potuto vedere durante la discesa verso Amalfi, lungo il torrente Canneto. Nella parte bassa della valle, inoltre, sono presenti i ruderi di alcune cartiere che producevano la celebre carta di Amalfi. La discesa ad Amalfi è ricca di interesse sia per i ruderi che per i panorami e, nell'ultima parte (lastricata), di nuovo si offrono alla nostra vista i caratteristici limoneti amalfitani. Arriviamo in paese giusto ad ora di pranzo e “La Galatea” è di nuovo pronta a sfamarci degnamente. Prima di partire, si cercano regalini di ottima cioccolata da portare a casa e si staziona ancora un po’ sui gradini del duomo, ormai così familiari… Si sale in pullman, ciao Costiera! D.O. 5
LA PRIMA NOTTE
Non equivochiamo sul titolo, sto parlando della prima di diverse notti passate a dormire dentro un igloo. Ho iniziato ad amare la natura ed in particolare la montagna in tutti i suoi aspetti fin da piccolo quando frequentavo, all’inizio degli anni ’50, l’associazione degli scout (si chiamavano più familiarmente “esploratori” in quel periodo) e tra le diverse attività sulla neve ricordo che avevo imparato a costruire degli igloo. Ne ho ancora delle foto fatte nel lontano 1954 nei pressi di Campo di Giove ai piedi della Majella. Altre volte, in seguito, mi era capitato di realizzarne sia per divertimento sia per insegnare ad altri compagni la tecnica di costruzione ma mai mi era capitato di utilizzarli veramente per il loro scopo cioè per un riparo ove passare la notte. Il momento era arrivato nel febbraio del 1962 quando, con altri quattro amici, avevamo deciso di salire sul Velino e, lungo il percorso, di passare una notte in un igloo. Oggi andare sul Velino è molto facile: auto, autostrada, salita e ritorno a casa in auto percorrendo l’autostrada. Ma nel febbraio del 1962 l’autostrada non c’era, noi non avevamo la macchina e l’alternativa era il treno. Oggi tutto è più veloce, frenetico, si vive di corsa perché il tempo ci corre dietro. Nel ’62 i ritmi erano certamente più lenti, ci si adattava ai mezzi ed alle possibilità del tempo e così in un pomeriggio inoltrato abbiamo preso il treno scendendo a Magliano dei Marsi, poi a piedi a Massa d’Albe dove abbiamo chiesto ospitalità alla parrocchia dormendo sul pavimento con i sacchi a pelo (una volta ciò avveniva facilmente e con molta naturalità). Il giorno dopo abbiamo cominciato a salire verso il Velino imboccando il ripido canalone fra le due creste che lo delimitano. L’attrezzatura era quella che era: scomodi e pesanti zaini che oggi diremo antidiluviani, ramponi e piccozze dell’epoca (i ramponi e la piccozza presenti nella segreteria della nostra Sezione sono proprio quelli utilizzati da me in quella occasione) ma avevamo tanta voglia e piacere di salire in quell’ambiente fantastico in una giornata piena di sole ed elettrizzati per la vicina notte che avremo passato per la prima volta e per tutti in modo tanto diverso. Lentamente, passo dopo passo, zigzagando e facendo sempre attenzione alle rade scariche di sassi provenienti veloci dall’alto, ci siamo innalzati sulla pianura che si vedeva sempre più in basso raggiungendo una quota di circa (all’epoca non avevo un altimetro) 1800 metri dove ci siamo fermati per passare la notte. Con uno sforzo ulteriore avremo potuto arrivare in cima e ridiscendere ma perché correre, perché non avere il tempo di gustare ed assaporare l’ambiente in cui ci muovevamo. Poi eravamo saliti proprio per provare a passare una notte in un igloo. Così abbiamo scelto un posto adatto per la sua costruzione un poco riparato ai margini del canalone. Per prima cosa abbiamo preparato una zona, vicina a dove avremmo costruito l’igloo, ove prelevare i blocchi di neve compattando in qualche modo il “terreno” (sarebbero stati utili a questo scopo un paio di sci che però non avevamo portato) poi, dal momento che eravamo tutti abbastanza esperti, ci siamo divisi i compiti. Uno di noi si è messo a ricavare dalla neve compattata, utilizzando un grosso coltello, i blocchi neve di forma abbastanza parallelepipeda e di dimensioni come richieste ma via via a forma di concio sempre più accentuato. Altri due di noi avevano il compito di prelevare i blocchi tagliati e di portarli verso l’igloo, anzi debbo dire verso gli igloo. Infatti, dal momento che eravamo in cinque, un unico igloo non sarebbe stato sufficiente per tutti dal momento che sarebbe stato problematico costruirne uno di dimensione adatta per cinque persone. Così ci è venuta l’idea di costruire i due igloo accostati e tra loro accoppiati e comunicanti tra di loro internamente in modo che avessero una parte della struttura in comune risparmiando così tempo ed aumentandone la solidità. (Va detto per inciso che con neve buona e con igloo costruito a regola 6
d’arte questo risulta solido più di quanto si creda: una foto in cui siamo in tre in piedi sulla sommità di un igloo lo dimostra). Compito di queste due persone era anche quello di indicare a chi tagliava i blocchi la giusta dimensione e forma che questi man mano dovevano avere. Altre due persone erano quelle che, all’interno dei due igloo, avevano il compito di costruirli materialmente disponendo i diversi blocchi che pervenivano in una spirale che man mano si innalzava e piegava verso l’interno. Queste due persone (una ero io) utilizzavano dei coltelli per dare la giusta forma finale ai blocchi in modo da farli combaciare al meglio con la struttura in costruzione e con della neve provvedevano a “cementare” i blocchi tra di loro. In questo compito erano aiutati, quando la struttura diveniva abbastanza alta, da chi portava i blocchi per cementare questi con la neve dalla parte esterna non più raggiungibile da chi stava all’interno. Fortunatamente la neve era ottima ed in poco più di un’ora gli igloo erano terminati dopo aver accuratamente lisciato in particolare la superficie interna e ricavato in uno dei due l’ingresso. Avevamo deciso infatti, per limitare dispersioni di calore con l’esterno, di avere un unico ingresso e di ricavare l’ingresso al secondo igloo attraverso il primo. Soddisfatti per il lavoro eseguito ci siamo goduti riposando lo spettacolo della pianura sotto di noi ed al primo calare del buio ci siamo sistemati negli igloo tappando alla meglio l’unico ingresso con uno zaino. Come è andata la nottata? Bene, anzi anche troppo bene nel senso che temendo di sentire freddo mi ero talmente imbottito di strati di vestiti che ho patito il caldo avendo la difficoltà, vista la ristrettezza dell’ambiente, di togliermi durante la notte anche in parte qualche strato di vestiti. Ma l’esperienza della prima volta insegna ed ho capito alcune importanti cose. Innanzitutto la temperatura all’interno di un igloo, dopo che viene occupato da diverse persone non so quale sia ma certamente non è bassissima; la neve è molto isolante: fuori può fare freddissimo e tirare un forte vento ma all’interno si sta più che bene. Altra cosa vitale è isolarsi il più possibile dal “terreno”. A quell’epoca abbiamo usato i pesanti materassini di tela gonfiabili di una volta (oggi esistono attrezzature migliori!). Importante poi, come detto, lisciare il più possibile la superficie interna dell’igloo per fare in modo che l’acqua di fusione, dovuta all’innalzamento della temperatura interna per il calore umano, scorra il più possibile lungo la parete diminuendo così al massimo l’inevitabile gocciolamento dalle asperità della superficie. Molto utili sono stati a questo scopo dei teli (tipo tela cerata) da mettere sopra i sacchi a pelo. (Altra attrezzatura pesante ed ingombrante che abbiamo portato in alto!). Ma a parte questo la notte è passata magnificamente tutti felici di questa nuova esperienza. La mattina dopo all’alba abbiamo messo la testa fuori uno alla volta e lo spettacolo che ci si è presentato era veramente stupendo: sopra di noi un cielo limpido e terso con un sole che illuminava di un oro incredibile il calcare delle rocce e sotto di noi uno strato compatto e piatto di fitta nebbia che copriva l’intera piana illuminato dall’alto dal sole. Messi ramponi ai piedi e i pesanti zaini sulle spalle abbiamo lasciato a malincuore al suo destino la nostra effimera casa per continuare a salire lungo il canalone e quindi, piegando sulla cresta di destra, siamo arrivati in vista della croce della vetta rivestita, come al solito, di neve. In cima il meritato ma veloce riposo e poi discesa via Costa Cafornia, Fonte Canale, Massa d’Albe e quindi a piedi fino a Magliano dei Marsi per prendere il treno che ci ha ricondotti tardi a casa. Un bel tour de force ma vissuto con gioia e necessario all’epoca perché con i mezzi che avevamo non vi erano molte alternative.Debbo dire che oggi, con le moderne attrezzature, non è più pensabile ripetere la stessa cosa (anche se qualche volta mi viene l’idea di riprovarci) ma ricordo ancora con immenso piacere quell’avventura vissuta assieme ai miei quattro compagni (Giancarlo, Gianni, Fabrizietto e Nando) l’11 febbraio del 1962. A questa prima esperienza di notte in igloo diverse altre ne sono seguite in montagna e non solo (una è stata in un camping!) ma la prima non si scorda mai 7
G.P.C. Donatella e Fabio sul Sentiero
Roma | 8-12 agosto 2011
UN TREKKING IN MONTAGNA
PER ADDENTRARSI NELLA NATURA, NELLA CULTURA
DI UN TERRITORIO E NEGLI ESSERI UMANI…
8 agosto, lunedì | Rifugio Brasca | dislivello totale: salita m 1084 – discesa m 200 Carichiamo i nostri zaini come sempre troppo pesanti e i nostri animi come sempre curiosi e entusiasti sul treno Regionale alla stazione di Piacenza alle 7.08. Fabio ed io ci apprestiamo ad iniziare un cammino che, lo sappiamo, non è solo materiale. A Milano Centrale abbiamo un Regionale Veloce della Trenord che ci porta a Colico (SO) alle 9.45 e siamo in vista del lago di Como. Con un altro Trenord arriviamo a Novate Mezzola, tra Morbegno e Chiavenna, alle porte della Val Codera, alle 10.16 precise! Sul treno altri tre camminatori di montagna con zaino sulla schiena e dai capelli bianchi percorrono la stessa strada fuori dalla stazione in cerca della direzione Val Codera, ben segnalata. Ci dividiamo ben presto, però, perché al bivio Val Codera-­‐San Giorgio Fabio ed io prendiamo per San Giorgio, seguendo l’indicazione della guida “Sentiero Roma” presa in prestito al CAI Frascati. Il sentiero passa nei pressi di una cava di granito, ci troviamo all’attacco che sono le 11. È caldo, molto umido, c’è pure il sole, anche se ogni tanto è coperto di nubi. Il sentiero è spesso lastricato di granito, a volte in forma di gradini, dà l’idea di essere curato; sale in tornanti protetti da paletti e cavi metallici ed è costellato da croci, edicole con dipinti sacri di artigianato locale, targhe commemorative, foto di Madre Teresa di Calcutta e della Sacra Sindone. Mentre saliamo di quota si aprono tra gli alberi viste suggestive del lago di Mezzola. Abbiamo camminato tutto il giorno tra castagni, abeti, carpini e tante betulle, mai viste così tante tutte insieme! Arriviamo circa alle ore 12 ad alcune case in pietra diroccate, che mostrano comunque la sapienza della costruzione, adiacenti ad un’antica cava, e un “San Giorgio” scritto su una roccia a terra ci induce a credere che quello fosse il paese, decantato dalla guida ma spazzato via da qualche accidente. Proseguendo, dopo una rapida ricognizione sui massi di quel luogo, giungiamo al vero San Giorgio, un paese davvero sorprendente e incantevole, a 748 m slm. È vivo e abitato, almeno adesso ad agosto, da giovani, adulti e bambini incontrati per via. Il sagrato dell’antica chiesa, un gioiello in pietra, è adorno di aceri e circondato da orti e ortensie. Una famiglia pranza all’aperto nei pressi della grande fontana centrale, decorata da affresco, davanti alla quale regala ombra un grande faggio; un ragazzo del paese che prende acqua insieme a noi conferma che non arrivano lì mezzi a motore: le persone salgono a piedi e le cose vengono spedite in teleferica. Abbiamo dovuto tralasciare il cimitero del paese e il museo, segnalati dalla guida, per risparmiare le forze, ma con dispiacere. Ci restano negli occhi le immagini dei bambini che giocano al sole sui massi e sull’erba al centro del paese e le loro voci. Lasciamo San Giorgio alle 13. Attraversiamo un corso d’acqua saltando su massi di granito in Val Revelaso e incontriamo una famiglia di capre sul sentiero che si arrampica nel bosco. Al bivio ignoriamo il sentiero per Cola e proseguiamo per Codera. Passiamo in numerosi tratti di sentiero scavati nella roccia e protetti dalle solite ringhiere; in uno di questi tratti l’acqua scende copiosa dalla roccia sovrastante e il passaggio è coperto da una tettoia metallica che risuona senza posa. Traversiamo il torrente Ladrogno su un primo bellissimo ponte di pietra e poi, con un secondo ponte, passiamo molto alti sulla fragorosa confluenza Ladrogno-­‐Codera. Arriviamo al paese di Codera (m 825) alle 14.30. Ci rifocilliamo seduti per terra sul sentiero e, prima di ripartire, ci godiamo una breve visita del paese. Anche qui adulti che lavorano e bambini. Anche qui si sale a piedi ma il sentiero in Val Codera è in realtà una carrozzabile e più avanti di Codera abbiamo incontrato alcuni veicoli, come quad e moto per trasporto di persone o manutenzione del territorio, fino a mezzi pesanti che testimoniano la realizzazione di opere civili nella valle. La “Centralina Scout” si trova in Val Codera e di case scout ne abbiamo incontrate almeno un’altra nei pressi del Rifugio Bresciadega, a quota 1240 m. Tra Centralina Scout e Codera paese abbiamo avuto la visione di una ragazza, che sembrava uscita da un’altra dimensione, con un’ampia testa di capelli neri ricci, anni ’70, una tunica corta, gambe magre e abbronzate e una gerla sulla schiena con cui trasportava legna. Intorno alle 16.30 giungiamo a Salina (m 1045), un altro delizioso piccolo centro di case in pietra ristrutturate, dove un uomo lavorava la terra, una donna era indaffarata in casa e bambini giocavano liberi. Ci fermiamo per una desiderata pausa con tanto di sonnellino sul prato, tra muretti a secco. Subito dopo Salina, c’è Piazzo, dove vediamo un’anziana signora del paese alla fontana, mentre un gruppo di scout pugliesi buttati sul prato ha trovato riposo. Un altro folto gruppo scout ha appena raggiunto l’accampamento di Bresciadega quando passiamo di lì, mentre comincia a piovere. Finalmente, alle 17.30, ecco il Rifugio Brasca (m 1304), immerso nel bosco di conifere e circondato dai monti, con curati prati ed orti antistanti e un’aria accogliente. Sul lato sud-­‐ovest del rifugio ci colpisce subito la splendida visione di imponenti pareti di roccia da cui precipitano cascate e il gestore ci mostrerà proprio in quella direzione il sentiero che intendiamo percorrere 8
l’indomani. La conduzione del rifugio è da lungo tempo familiare, abbiamo mangiato e dormito benissimo. Al tavolo con noi a cena si sono seduti una coppia di Ravenna e due amici di Cantù, anche loro sul Sentiero Roma. Ci sono in un altro tavolo anche i tre signori incontrati stamani a Novate Mezzola. 9 agosto, martedì | Rifugio Gianetti | dislivello totale: salita m 1825 – discesa m 695 Ore 7, siamo in cammino. Lasciamo il Brasca e saliamo su per la splendida Valle Arnasca, ricchissima di acqua e di cascate, iniziando da un suggestivo bosco di conifere che più in alto, intorno a 1700 m, lascia il posto ai cespugli di lampone, mirtillo, rododendro, ai cardi, a tanti fiori ed erba. In alto, davanti ai nostri occhi, una cornice di monti di grande effetto e guardiamo anche, da lontano, la linea che dovremo seguire per arrivare al Passo Ligoncio. La salita però è davvero dura con il peso dello zaino ed il sentiero non battuto, quindi procediamo lentamente. A quota 1900 m, alle ore 8.50, a ridosso di un enorme masso erratico, c’è il Bivacco Valli, che troviamo occupato da scout (di Roma!). Da lì continuiamo la ripida salita, tra massi di granito, ruscelli e zolle erbose, fino a raggiungere la base delle pareti dei Pizzi dell’Oro, dove indossiamo l’imbrago e ci prepariamo ad arrampicare sul granito, all’attacco del sentiero attrezzato intitolato a Dario Di Paolo. Frequenti i tratti di catena saltati e i passaggi non protetti, ma comunque superiamo una selletta tra i Pizzi dell’Oro e proseguiamo lungo una linea diagonale molto esposta verso il Passo Ligoncio (m 2574): è stata una bella traversata mozzafiato! Avvicinandoci al Passo, la visione delle pareti nord delle Cime d’Arnasca: Punta della Sfinge (m 2802) e Pizzo Ligoncio (m 3032), è impressionante. Una cordata di scalatori sale Pizzo della Sfinge mentre noi siamo sul Passo ed è ormai mezzogiorno. Scendiamo verso il Rifugio Omio (m 2100) passando su lastre di granito, prati, terrazzamenti in pietra. All’Omio, ore 13.15, facciamo una breve pausa e parliamo con due milanesi. Cominciamo la salita verso Passo del Barbacan Sud: questa, dopo aver compiuto l’altra stamani, sembra quasi più agevole… Alla base della parete sud del Barbacan ci rimettiamo gli imbraghi per salire un tratto di costa prima con catena poi senza. Incontriamo un uomo con due ragazzi che scendevano per la stessa via senza alcuna protezione. Al Passo Barbacan (m 2620) ci siamo fermati 10 minuti per mangiare e “rifiatare” e alle 15.30 siamo scesi dal versante opposto a quello di salita, con dinanzi la magnifica visione dell’enorme emiciclo della Val Porcellizzo, coronato dai monti: Punta S. Anna (m 3171), Pizzo Badile (m 3308), Punta Sertori (m 3195), Pizzo Cengalo (m 3370), Pizzi Gemelli (m 3221 e 3259) e Pizzi del Ferro (m 3269 e 3235). Al centro di questa landa sassosa troneggia il tetto rosso del Rifugio Gianetti (m 2534). Ancora imbragati, in discesa su cenge detritiche, arriviamo a percorrere il sentiero ormai alla stessa quota del rifugio sul pendio di Val Porcellizzo e vi arriviamo alle ore 17.20, con 10 ore di cammino addosso… Il gestore Giacomo ci accoglie simpaticamente già fuori dal rifugio e finiamo col parlare della mia precedente visita al Gianetti nel 1981, quando insieme ad “amici di corda” ho salito lo spigolo nord del Pizzo Badile, scendendo poi dalla via normale fino ad arrivare al rifugio. La camera in cui ci sistemiamo è angusta, con 10 letti a castello. Gustiamo la cena al tavolo con i due di Ravenna, anzi, di Lugo di Romagna, Rita e Franco. Diario dopo cena e poi a nanna. La notte però passerà abbastanza insonne, tra rumori, aria scarsa e agitazione forse dovuta alla quota. 10 agosto, mercoledì | Rifugio Allievi Bonacossa | dislivello: sal. m 588 – dis. m 727 Preparato lo zaino, colazione quasi alle 7 insieme alla coppia di Lugo di Romagna; però alle 7.30 Fabio ed io partiamo senza aspettarli, visto che loro camminano con altri tre e hanno formato un gruppetto affiatato. Noi andiamo più veloci. Raggiungiamo i tre signori dai capelli bianchi, che ci fanno passare. Avevamo incontrato, poco dopo aver lasciato il rifugio, un ragazzo che tornava di corsa al Gianetti, che quasi stava per schiantarsi sui sassi scivolosi a causa del ghiaccio e, quando poi abbiamo superato più avanti un tizio con aria corrucciata, fermo sul sentiero con due zaini, abbiamo capito che il primo aveva dimenticato qualcosa, compromettendo l’ambiziosa tabella di marcia dei due… Fa parecchio freddo, stamani. L’acqua raccolta in piccole pozze sul sentiero è ghiacciata come pure i rivoli che scorrono sulle lastre di granito. Dopo aver superato passaggi aerei di avvicinamento sul costone di roccia, arriviamo all’attacco della salita al Passo Camerozzo e ci imbraghiamo. Questa parte del Sentiero Roma, dal Gianetti al Bonacossa, è caratterizzata da tratti attrezzati in salita e in discesa in corrispondenza dei passi -­‐ o forcelle o selle che dir si voglia -­‐ che si incontrano per via: il primo è il Camerozzo (m 2765), con cui si passa dalla Val Porcellizzo alla Valle del Ferro; il secondo è il Qualido (m 2647), attraverso cui si va dalla Valle del Ferro alla Val Qualido; il terzo è il Passo d’Averta (m 2540), con cui passiamo dalla Val Qualido alla Val di Zocca; qui si trova il Rifugio Allievi 9
Bonacossa (m 2395), nostra destinazione per oggi. Man mano che procediamo, la difficoltà dei tratti attrezzati diminuisce e negli ultimi non ci assicuriamo. In Valle del Ferro abbiamo lasciato il freddo e avuto il sole! Sulla bellissima placconata di granito attraversata oggi abbiamo incontrato due greggi di pecore dal muso nero, il primo dei quali era curiosamente belante al nostro passaggio ma lo è stato semplicemente, abbiamo capito dopo, a causa della presenza non lontano di una mamma con agnellino… Sul sentiero, nel senso contrario al nostro, procede una coppia di ragazzi, lei è italiana e ha un’aria soave, lui è francese. Lei ci chiede informazioni sul passo già attraversato e noi altrettanto. Racconta di aver incontrato due “forsennati” e capiamo che si riferisce agli ambiziosi di stamani. Al Passo Qualido spuntino veloce con mele e provvidenziali martellatine del supermercato. Al Passo d’Averta saliamo per massi e tornanti senza assicurarci e, arrivati in cima, scattiamo foto alla suggestiva forma della roccia su quella sella. Entrando in Val di Zocca, mi colpisce la “cattedrale turrita della Cima di Zocca” (m 3174), che incombe imponente sulla valle. Bastioni possenti di granito in forma di piramidi, pilastri e lastre giustapposti, al sole solcati da una miriade di nere linee d’ombra, che corrispondono a fenditure o a diversi spessori della roccia, che conferiscono all’insieme un curioso effetto di enorme “stropicciatura”. Bello camminare sui blocchi di granito, saltando da uno all’altro e decidendo velocemente quale sarà il successivo su cui passare. Arriviamo in vista del Rifugio Bonacossa e completiamo solleciti il tratto che ci manca a raggiungerlo. Siamo al rifugio alle 14.10, impiegando oggi per compiere la tappa le 6 ore e mezza previste dalla tabella di marcia. Siamo molto soddisfatti della giornata. Prendiamo posto in camerata, sistemata molto razionalmente con comodissimi letti a castello in legno nuovi fiammanti e facciamo pure la doccia! Chiacchieriamo con diversi compagni di trekking: i tre simpatici signori dai capelli bianchi, giunti poco dopo di noi, sono di Menaggio, sul lago di Como. Il gruppetto dei cinque è arrivato con calma, ma è tutto a posto. Mentre stiamo seduti con altri camminatori sul prato fuori dal rifugio, nel relax di fine tappa, prima che potessimo rendercene conto, un elicottero è in volo davanti a noi e reclama l’atterraggio, costringendoci a un fuggi fuggi generale. Scendono uomini dai modi spicci e rudi, in abiti da lavoro, che in quattro e quattr’otto smontano il ponteggio che copriva la facciata del rifugio e preparano il carico di materiale da trasportare. Con i capelli bagnati dopo la doccia, siamo stati a lungo nella sala da pranzo a scrivere il diario e a leggere il libro portato da casa. Prima di cena sistemiamo i ramponi nel caso ci occorrano nella tappa di domani. A cena, al tavolo, siamo seduti vicino ai tre di Menaggio e chiacchieriamo tutti insieme anche col gestore del rifugio, padre di un bambino moretto di 4 anni che in realtà sembra più grande a causa della sua aria furba e intraprendente; infatti si da molto da fare con la ragazzina bionda di 10 anni, figlia della coppia di tedeschi che come noi sono in cammino sul Sentiero Roma. 11 agosto, giovedì | Rifugio Ponti | dislivello totale: salita m 1123 – discesa m 858 Sveglia alle 6, colazione alle 6.45, partenza alle ore 7.10. Ci allontaniamo dal Rifugio Bonacossa (il Rifugio Allievi lì accanto è chiuso e dall’aspetto fatiscente), continuando in Val di Zocca, dirigendoci verso i Pizzi Torrone. Incontriamo sul sentiero i tre di Menaggio, Luciano, Lorenzo e Livio, che sono fermi perché uno dei tre, Livio, non ce la fa più a continuare e ha deciso di scendere a valle. Ci salutiamo. I due rimasti senza il compagno marciano spediti come treni e ben presto ci superano. Dietro di noi vediamo la famigliola dei tedeschi. Il Passo Val Torrone (m 2518) porta il sentiero a scendere in un profondo intaglio della roccia, attrezzato con catene. Sotto di noi scendono Luciano e Lorenzo, sopra di noi si affacciano i tedeschi. Ci abbassiamo ancora parecchio nella Val Torrone prima di poter riprendere l’originario sentiero che è stato interdetto (hanno posto muretti a secco all’inizio e alla fine del tratto vietato) per qualche ragione a noi sconosciuta. Riprendiamo a salire verso la corona di monti in testa alla valle: Pizzo Torrone Occidentale (m 3349), Pizzo Torrone Centrale (m 3290) e Pizzo Torrone Orientale (m 3333) ma, prima del cordone morenico, su una balconata rocciosa si trova il Bivacco Manzi-­‐Pirotta (m 2538), facilmente individuabile anche grazie all’insistente belato di pecore che vi stazionano intorno. Entriamo in ambiente glaciale, un piano sopraelevato orlato e solcato da detriti morenici, in cui si respira un’aria diversa. Arriviamo alla conca in ombra piena di neve dura, abbastanza inclinata da permetterci di camminarvi sopra senza problemi, che è ciò che resta del piccolo Ghiacciaio del Cameraccio. Ci avviciniamo alla parete rocciosa che porta al Passo del Cameraccio su detrito fortunatamente ghiacciato e quindi più facile da salire. Alla base della ferrata indossiamo gli imbraghi. Sopra di noi 10
incombe il Pizzo Torrone Orientale. Bella arrampicata fino al Passo (m 2950) dove arriviamo alle ore 10.30, continuando a calpestare neve. Seguiamo un esercito di ometti di pietra che ci indica la discesa in Val Cameraccio, l’ampio emiciclo che costituisce la testata della sottostante Val di Mello e che si percorre interamente restando in quota fino alla successiva cresta di monti con il relativo passo. La tappa di oggi si compie quasi completamente camminando su blocchi di granito e di roccia metamorfica: una camminata atletica, divertente ma alla fine logorante, soprattutto per le ginocchia, sotto il peso dello zaino. Da giorni camminiamo su massi ciclopici o di dimensioni più ridotte, blocchi accatastati alla rinfusa, incastrati, ritti, appoggiati gli uni agli altri, inclinati, piatti, luccicanti di cristalli, ruvidi, taglienti, su cui procedere a grandi passi senza paura di scivolare o tra cui saltare, evitando di cadere nel baratro nero tra un blocco e l’altro… Bilancio di quattro giorni: sono caduta due volte sul granito, collezionando qualche escoriazione e due bei lividoni su gluteo e coscia destra, a prolungare il dolce ricordo del Sentiero Roma anche nei giorni successivi il ritorno a casa. In Val Cameraccio ci superano quattro ragazzi in abbigliamento da corsa in montagna: abbiamo saputo dopo che erano partiti alle due di notte dal Rifugio Brasca e hanno compiuto il Sentiero Roma in giornata, come del resto faranno i corridori dell’annuale Trofeo Kima, il 29 agosto. Prima di arrivare al Bivacco Kima (circa m 2600), posto alle pendici del Monte Pioda (m 3431), intorno alle ore 12.30, ormai stanchi e affamati, ci fermiamo a mangiare le nostre ultime cibarie accanto ad un rivolo d’acqua che sgorga da un masso. Il Bivacco è piazzato su un cordone morenico che scende nella valle e sul quale camminiamo fino al laghetto sottostante, in prossimità del quale deviamo per tornare nuovamente a salire, in direzione sud-­‐est, verso la Bocchetta Roma (m 2898), alla sommità della bastionata rocciosa che costituisce lo spartiacque tra la Val di Mello e la Valle di Preda Rossa. Sotto la Bocchetta incontriamo due ragazzi che fanno la stessa nostra strada, ma in senso inverso, che scopro essere di Roma e addirittura di Portuense-­‐Bravetta, quasi la mia stessa zona… Piccolo mondo! Per attaccare la ferrata alla Bocchetta Roma c’è da salire un ripido nevaio e noi possiamo finalmente usare i ramponi, portati nello zaino in tutti questi giorni. Superiamo poi agevolmente anche i salti rocciosi, seguendo la ferrata, e ci troviamo verso le 14.30 in vista della Valle di Preda Rossa, al cospetto del Monte Disgrazia (m 3650). Qui il colore dominante è il rosso della roccia, sia della lunga Cresta di Cornarossa che dal Disgrazia scende a sud fino ai Corni Bruciati, sia del versante opposto della valle, quello da cui ci apprestiamo a scendere per raggiungere il Rifugio Ponti (m 2559) e che vediamo da sopra da lontano. La famigliola tedesca è dietro di noi e la voce squillante della eccezionale bambina risuona nella valle. Eccoci al Rifugio Ponti alle ore 15.40, dopo otto ore e mezza di cammino sotto un sole splendido che ci ha cotti! Prendiamo posto in camerata, beviamo due radler al bar, ci laviamo e ci cambiamo. Seduti al sole fuori dal rifugio, godiamo della vista dei monti e della pace alla fine della fatica. Martina, Ana e Matteo sono madre, figlia e padre, di Baden Baden, che ho voluto immortalare con una foto dopo uno scambio di parole ed essermi complimentata con loro. Rita, Franco, Gino, Jonathan e Marco arrivano verso le 18. Simona e Andrea sono i due conosciuti a cena in rifugio, dei dintorni del lago di Como, persone molto interessanti con cui chiacchieriamo a lungo. Infatti, non riesco a finire il diario. Stasera una luna magnifica spunta dalla Cima di Cornarossa. 12 agosto, venerdì | Ritorno a casa Sveglia alle ore 6. Alle 7 siamo già sul sentiero, dopo i saluti. La Valle di Preda Rossa è inaspettatamente bella, il torrente è impetuoso ma l’acqua spesso rallenta e si raccoglie in piccoli bacini circondati da larici e cespugli il cui verde contrasta amabilmente con il rosso delle pareti della valle e con il grigio del limo del fondo. Il torrente giunge ad una piana dove si formano meandri e che è intrisa d’acqua, sulla quale spesso sono stati stesi camminamenti in tavole di legno. Arriviamo alla strada asfaltata verso le 9, superiamo il parcheggio (circa m 1900), procediamo in discesa a passo veloce nonostante dolori a ginocchia e caviglie, ma probabilmente senza il provvidenziale passaggio in auto dal Rifugio Scotti (m 1470) da parte di Andrea e Simona, anche loro di ritorno a casa, non avremmo mai fatto in tempo a prendere il bus a valle. Il tratto di strada, asfaltata prima e tutta buche e massi poi, in corrispondenza della frana che l’ha devastata tempo fa, non è affatto breve e avremmo impiegato di certo più delle quattro ore previste per scendere a Filorera. Simona e Andrea, angeli incarnati, ci hanno portato fino a Lecco, permettendoci di mangiare con calma fuori dalla stazione, di raggiungere comodamente Milano in treno Regionale e a me di terminare il diario nell’attesa del treno per Piacenza nella stazione di Milano Centrale. La città si regge meglio con cinque giorni di montagna addosso, ma è anche immediata la voglia di ripartire! D.O. 11
MONTE
ROSA
Quanto tempo mi ci è voluto per salire in cima al monte Rosa ( per essere esatti, sulla piu agevole delle varie cime del gruppo)? Ci sono arrivato all'età di 62 anni ma certo non posso pretendere di aver avuto già questo obiettivo alla nascita. E' esatto invece rispondere 3 giorni, in perfetto stile alpino, treno da Roma, primo campo al rifugio Guglielmina ( il Vigevano è in ristrutturazione), secondo campo al rifugio Mantova e poi in giornata alla Capanna Margherita e ritorno in valle ad Alagna, senza portatori. Ma la risposta vera, proprio perché non è tecnica, è che mi ci sono voluti 10 anni, quelli trascorsi dal primo e precedente tentativo. Risposta vera e problematica : dieci anni fa ho anche “mollato” il CAI nel senso che anche se mi iscrivo ogni anno ( in genere fuori termine ), da allora la frequenza e l'impegno che ci avevo messo dal giorno lontano della mia prima adesione sono diventati impensabili. Quando ho cominciato a lasciarlo però non sapevo di farlo. Succedeva e non me ne accorgevo, finché ho dovuto ammettere che era cosa fatta. E dieci anni fa, lo stesso periodo ( ma chi crede alle coincidenze innocenti?) di quel tentativo fallito per il maltempo , era un'altra epoca, pensavo che una volta in pensione avrei gestito un rifugio in Appennino, o magari avrei studiato da guida alpina o avrei fatto la vetta orientale del Corno Grande per la via Jannetta... facevo insomma ancora fantasie da signore nel mezzo del cammino di sua vita. Ora che anche questa linea è superata, il signore sa di aver voglia al massimo di un orto e di un bed & breakfast in collina, ma non lo vuole cosi impegnativo da impedirgli ogni tanto di salire un pò di quota. Insomma, pur lontano dalla montagna, la teneva sempre d'occhio. Trovate malinconico questo incipit? Se così fosse, non sarebbe da parte mia giustificato, visto che stiamo parlando di un ritorno fortunato, di un'ascensione coronata dal successo . Malinconico no ma certo abbastanza impressionante il confronto che via via ho dovuto fare tra i mei ricordi di dieci anni rpima , privi di ogni fatica e di ogni timore e invece l'esperienza gravosa di oggi di portarsi su una dozzina di kili di zaino per i rifugi , di risalire i passaggi obbligati dello Stolemberg chissà perché diventati più rischiosi ( la neve, i segnali spariti..). Insomma fra quello che ricordavo di quella ormai datata spedizione con tanti compagni e compagne della nostra sezione e quello che strada facendo a denti stretti incontravo e misuravo sulle mie energie attuali. Sì, sono arrivato in cima e dunque questo è un resoconto felice, non ci sono dubbi. Per la via più normale che normale non si può, un pistone tranquillo, ma sono pur sempre 4500 metri circa e con una fama di subdoli mal di montagna! Però, nella luce incerta e nella nebbia dell'alba, mentre percorrevo tratti che ritrovavo uguali e diversi, prima sfilando accanto alla capanna Gnifetti( dove restammo bloccati per 3 giorni dal maltempo) poi intuendo alla mia destra la Vincent, il Balmenhorn che sapevo esserci e non vedevo, ho chiesto varie volte di sostare, di bere, in realta di sospendere la pena per riprendere fiato e motivazione. Per fortuna c'era Alberto la guida che mi ha trainato mentalmente finché al colle del Lys fatidico, dove ci eravamo fermati allora, una schiarita definitiva ci ha mostrato le meraviglie del creato, il Cervino e il Bianco in lontananza , la Svizzera oltre il ghiacciaio di Grenz , immenso nonostante l'accanimento del genere umano, e a destra in alto ( ma non più così tanto), al termine di pendii tranquilli in cui riprendere fiato, la Signalkuppe con la capanna Margherita. Le forze sono tornate chissà da dove, poi c' è stata ancora la rampa finale sferzata dal vento ma ormai la mia incertezza era di maniera. Sarebbe stato puro masochismo non proseguire ! Non era nemmeno nelle intenzioni un pellegrinaggio alla ricerca del tempo perduto. Era un progetto nuovo, per quanto rinviato di due anni , una promessa fatta a noi stessi da me e da un caro amico, anche lui socio eccentrico del CAI di Frascati ( ma nessuno meglio di lui conosce Simbruini e Lepini) . E' vero che mi sono trovato di fronte alla prova vivente ( io stesso) dell' irreversibilità del tempo e non potevo fare a meno di ricordarmi di tutti quelli di allora, alcuni ancora attivi in sezione, altri attivi o meno non so dove, altri perfino che ci hanno lasciato. Ma alla fine della giornata , a me che chiedevo “ pensi che la cresta del soldato alla Piramide Vincent la potrei fare”, la guida 12
mi ha detto che sì, lui mi ci accompagnerebbe, e io ho riso dentro perche ho pensato proprio che a dio piacendo lo farò. E questa è stata la novità, che quello che pensavo fosse la classica bicicletta appesa al chiodo invece mi ha fatto tornare voglia di riprendere. Per questo non mi farò spedire la piccozza nuova di zecca ( fortuna che col passare degli anni le fibre muscolari si appesantiscono ma l'attrezzatura si alleggerisce) sparita durante la notte al Mantova e che poi il buon Alberto guida di Alagna ha ritrovata. La andrò a recuperare la prossima estate o anche prima, perché a primavera ho una mezza idea di salire sull'Orizaba in Messico...o almeno sciare sulle nevi dell' Epiro o di Creta. Sì, viaggiare e andare in montagna. Perché anche questo ho reimparato che avevo dimenticato , che la vita così ansiogena del nostro occidente di oggi , così ricco privatamente (per quanto?) e cosi impaurito socialmente ( per quanto?) , fra le abitazioni formicaio e i tragitti casa-­‐lavoro-­‐tv , è una rete da pesca le cui maglie si fanno dolorosamente strette se non le si allenta ogni tanto fuggendo lontano dalle pianure dove tutti siamo scesi 50 anni fa, in un dopoguerra ormai dimenticato fra i troppi dopoguerra.... Post scriptum. Leggo oggi sulla rivista del CAI che proprio alla Capanna Margherita da poco é stata inaugurata la possibilita di pagare con carta di credito. Ecco, lo sapevo, altro che fuggire dal sistema (im)produttivo, ti raggiunge ovunque e andrebbe tenuto a bada là dove si genera. Ma la tentazione del'esilio è cosi consolante... Io comunque ero lì coi miei bravi contanti nel portafoglio scampato a gelo e crepacci ( in realtà era una splendida giornata di sole e i crepacci tutti ben intasati di neve compatta) e poi mi serviva ben poco. Solo tanto thè, nemmeno di un bicchiere di vino mi è venuta voglia lassù e la differenza con la nostra guida era tutta lì: che io e R. un pò stravolti eravamo diventati astemi e il buon Alberto, del tutto rilassato e forse un pò annoiato dagli ennesimi clienti un po' scrausi, beveva il suo bicchiere di rosso e poi comprensibilmente ci metteva fretta a scendere. Un po' perche le previsioni del tempo smettevano di essere clementi ( e aveva ragione!) e un pò perché da onesto lavoratore aveva voglia di tornare a casa. La stessa voglia l'avevamo noi , mentre lasciavamo appagati la Valsesia antica terra dei walser, dopo un giorno passato sotto la pioggia fra case antiche di Alagna ( nel loro arcaico tedesco “am den land”) , un altro di veloci escursioni poco oltre il limite dei boschi ad ammirare in campo lungo la cima stupenda ( eravamo davvero lassù pochi giorni prima!?) e uno conclusivo in cui finalmente in gran forma e quindi in linea con i tempi delle relazioni tecniche, siamo saliti alla Punta Giordani : facile sì ma proprio alla fine con tanto di 10 metri 10 di ramponi su roccia che ci hanno fatto tanto sentire maestri di tecnica su misto. Basta poco per sentirsi Messner ... e guardate nelle foto qui accanto che soddisfazione si prova! Non la guasterà certo aver scoperto – e giuro che è il mio ultimo accenno alla decadenza dei tempi -­‐ che i vecchi scarponi koflach ormai disintegrati sono ormai introvabili nei negozi. Però che peccato, erano così caldi!. S.C. 13
OPINIONI
Piccola palestra per comunicazioni, incontri e scontri ravvicinati. I MILLE SURROGATI Ho letto con molto interesse, su “Tracce” di giugno 2011, l’articolo “Come tutto iniziò” dell’amico P.S. Egli è stato indubbiamente molto fortunato nel trovare, ancora giovane, tanti amici che l’hanno avviato all’arrampicata, il più bel gioco del mondo, al quale continua a giocare con passione, aiutato sicuramente anche da un suo particolare talento. Non tutti però hanno avuto la sua stessa fortuna, di incontrare cioè le persone giuste in un giusto momento della loro vita, o di avere un fisico adeguato, o una predisposizione particolare. Quindi, se anche costoro amano la Montagna – e magari condividono pure l’opinione che arrampicare sia un gioco bellissimo – sono costretti a dedicarsi ad altre attività per loro più accessibili o più congeniali, come l’escursionismo (che sia a piedi, con gli sci o con le ciaspole, non ha importanza), lo scialpinismo o la mountain bike. Anche questi “surrogati” dell’andare in montagna provocano emozioni e danno piacere, per il solo fatto di raggiungere una vetta – alta o bassa, facile o difficile che sia – , compiere elegantemente una ripida discesa, completare un percorso più o meno impegnativo, vedere un fiore o un animale, … . D’altra parte, “La montagna è fatta per tutti, non solo per gli alpinisti …”; sono le parole dell’alpinista e scrittore Guido Rey che sono riportate sulle nostre tessere di soci CAI. Non si deve perciò recriminare se la nostra piccola sezione si “perde dietro a mille surrogati” anziché concentrarsi nel divulgare l’Alpinismo, evidentemente inteso come solo Arrampicare, che sarà senz’altro l’attività più spettacolare, affascinante e difficile dell’andare in montagna, ma non è certamente l’unica o la più importante. Il compito della sezione è, infatti, più ampio; è quello sancito dall’articolo 1 dello Statuto: “Il CAI … ha per iscopo l’alpinismo in ogni sua manifestazione, la conoscenza e lo studio delle montagne, … , e la difesa del loro ambiente naturale”. E questo si esplica facendo conoscere alla gente i diversi aspetti della montagna; portandocela nei diversi modi eticamente leciti e adatti alle diverse personalità, età e talenti dei soci; favorendo un’educazione alla montagna, anche con filmati, concorsi fotografici e con i libri della biblioteca. Quindi, divulgare sì l’Alpinismo, ma inteso in senso lato e non semplicemente come sinonimo di Arrampicata. Poi possiamo discutere se, in relazione alle disponibilità di mezzi finanziari e di persone, quanto fatto finora in proposito dalla sezione sia stato tanto, sufficiente o scarso; o se ci sia bisogno di un maggiore impegno, con l’apporto di nuove idee, intelligenti suggerimenti e … tanta, ma tanta disponibilità. Interventi nel campo specifico dell’Arrampicata, mirati a catturare l’attenzione di qualche giovane da avviare al più bel gioco del mondo, dovrebbero rientrare invece nei compiti istituzionali della nostra Scuola di Alpinismo Montagne alla quale, spero, la sezione non lesinerà l’appoggio per le opportune iniziative. G.T. 14
Tracce
Una Traccia… un cammino…
Notiziario della Sezione di Frascati del Club Alpino Italiano Queste pagine che avete fra le mani (se le avete INVERNO 2011/2012 stampate) o che state leggendo sul monitor del I cercatori e i tracciatori che hanno collaborato per vostro computer, sono il frutto di un piccolo provare a realizzare questo secondo numero di prova esperimento: si tratta di una prova, fatta con sono stati: tanta buona volontà, per cercare di comunicare -
Gian Piero Calì (foto e testi) -
Stefano Cavalchini (foto e testi) -
Donatella Olivieri (foto e testi) Troverete quindi innumerevoli errori. Errori di -
Paolo Senzacqua (foto e testi) impaginazione, di ortografia, magari anche di -
Alberto Sciamplicotti (foto e testi) -
Giovanni Tommasi (testi) sensazioni ed emozioni fra e dei soci. Essendo una prova, non è certamente perfetta (ma cosa lo è?). sintassi. L’unica cosa che non trovere saranno gli errori di “opinione”: chi ha offerto il suo contributo a questo progetto, lo ha fatto con il Coordinamento di redazione, tentativo di grafica e massimo dell’impegno e della buona fede, impaginazione: Alberto Sciamplicotti padrone delle proprie idee e opinioni, magari non Un ringraziamento particolare al Consiglio della condivisibili, ma sempre rispettabili. Sezione del Cai di Frascati e al suo Presidente, Vi interessa partecipare ai prossimi tentativi di Umberto Fanciullo, per aver creduto e appoggiato questo progetto, ma soprattutto un ringraziamento a questo esperimento? Volete farci avere quanti, negli anni che sono volati dalla fondazione suggerimenti, contributi e idee? Comunicate la della sezione ad oggi, si sono dedicati al volontariato vostra disponibilità al Presidente della Sezione del Cai di Frascati o inviando una mail a Pubblicazione Interna a Uso dei Soci della Sezione del Cai di Frascati © 2011 Tutti I Diritti Riservati [email protected] 15
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TRACCE - CAI - SEZIONE di FRASCATI