1 2 Giancarlo Fulgenzi Una vita Inventata Pensieri, fantasie, ricordi, maligne invenzioni di un vecchio irresponsabile. 3 Verso la fine dell’anno 2007 4 Prefazione, presentazione, istruzioni per l’uso. Per non imbarazzare nessuno e per dare a tutti la giusta chiave di lettura, vorrei pregarvi di leggere con attenzione queste note che generalmente, quando si legge un libro, si saltano a piedi pari, desiderosi di andare dritti al nocciolo del problema, cioè al libro stesso. Devo premettere però alcune considerazioni ed alcune informazioni che Vi aiuteranno a leggere, se avrete la voglia di farlo, ed a capire; non perché il libro contenga concetti di grande contenuto ma solo perché, trattandosi di fantasticherie terra terra non vorrei che qualcuno si adombrasse o prendesse troppo sul serio quanto racconterò. Quelle che leggerete sono immagini di vita vissuta e non saprei neppure io dirvi se corrispondono veramente a quanto realmente avvenuto o se sono solo frutto di sogni, di fantasie irresponsabili, se si tratta quindi di una VITA INVENTATA. Una vita durante la quale sogni e realtà, speranze e delusioni si accavallano e si intrecciano continuamente in modo tale che ad un certo punto non è più possibile distinguere chiaramente ciò che è stato da quanto invece è stato sogno, desiderio o paura. Chiedo scusa a tutti quelli che potrebbero in qualche modo riconoscere, in quanto narrerò, avvenimenti che in qualche modo potrebbero essere riconducibili a quanto da loro vissuto. 5 Io stesso leggendo queste cose, a volte mi meraviglio, mi emoziono, altre volte mi sento imbarazzato perché mi sembra che certe esagerazioni non sono scusabili quale frutto della fantasia di un brav’uomo quale io dovrei essere a questa età. Certamente si tratta di coincidenze, oppure meglio, ciò potrebbe essere dovuto al fatto che la mia mente ha registrato alcuni avvenimenti che mi hanno emotivamente coinvolto o semplicemente incuriosito, che poi la mia fantasia malata ha sviluppato e completato in modo assolutamente improbabile e certamente deprecabile. A tutti quanti io direttamente o indirettamente ricordo, ho voluto bene, ed il fatto stesso che io li ricordi o sia in qualche modo stato influenzato dai loro caratteri, significa che essi sono stati importanti per me. In questo piccolo gioco infantile ho rimescolato le vite ed i ricordi di persone conosciute o no ed ho costruita una vita inventata affascinante e indimenticabile, per le situazioni che ognuno di noi contribuisce a creare, per i caratteri, le singole personalità che sono sempre grandi, strabilianti, opere uniche di una umanità irripetibile. Mi sono divertito a costruire storie parallele, a cambiare il gioco semplicemente smazzando le carte in modo diverso. Quindi quanto narrerò non è solo ciò che è stato, ma anche quello che potrebbe essere stato se… oppure quello che a me è sembrato essere, dato il mio stato d’animo in quel momento, i miei sogni di oggi, le mie speranze di sempre. Scusatemi. 6 A volte non hai proprio voglia di fare le cose ed inizia una lotta interiore tra la voglia di pensiero puro ed il desiderio di metterli giù, quei pensieri, perché il tempo non li cancelli, per non dimenticarli quasi fossero piccoli passi per arrivare più avanti e dimenticandoli si dovesse poi ripartire da un punto più in basso e si dovesse soffrire nuova fatica. Succede che spesso il pensiero è così ben delineato, così giustamente chiaro che doverlo mettere giù a parole o manipolando la materia, hai timore di perderne parte nel processo, o di sciuparlo o limitarlo in qualche modo, dandone dopo un’idea limitata e insufficiente. Allora vince la pigrizia, o meglio non pigrizia ma desiderio di non fare, paura di tradurre il pensiero in parole o in forme materiali che inevitabilmente saranno qualcosa di diverso da ciò che nel pensiero appariva chiaro e ben definito. E poi il pensiero non è una formula matematica che prescinde dai lunghi anni trascorsi nella ricerca e poi con pochi simboli sintetici spiega tutto: il pensiero è cosa articolata e complessa, non lo puoi esprimere in due parole, non puoi arrivare direttamente alla conclusione specialmente quando questa è insolita, contraria e diversa al comune pensare; il pensiero è frutto di lunghe e contraddittorie riflessioni, ti porta piano piano per strade a volte mai percorse e la deduzione finale è spesso inaspettata e sorprendente, ma p ossibile anche se mai certa. Anche per questo il pensiero non potrà mai essere espresso in formule rigide dato che miracolosamente tutto è possibile o immaginabile come possibile e non esiste verità assoluta o universale ma un sentire che varia condizionato dai nostri stati d’animo, da tante variabili che sono nostre, soggettive, raramente condivise e comuni. 7 Quando pensi è un po’ come affidare un aquilone al vento: reggi il filo con una leggera insistenza e segui la traccia colorata che si muove apparentemente a caso nell’aria, cercando un sentiero invisibile ma che certo esiste lassù dove la materia non condiziona. E sei libero dalla fatica fisica che non condiziona il tuo esercizio e provi anzi piacere inaspettato e profondo nel divagare e formulare ipotesi impossibili che esaltano solo la fantasia e l’esasperazione del probabile, per poi tornare subito dopo al punto precedente e da lì proseguire nel pensiero certo. Pensare è certo la cosa che più di tutto si avvicina al sogno, dove tutto è possibile, dove il tempo non ha valore e riavvolgi in un attimo anni di vita o lunghi tormenti senza perdere un attimo, senza che il sentire ne soffra e nulla si perda. In questo caso il pensiero è quasi compresso come in una formula magica che con pochi segni spiega e ricorda tutto e permette, una volta sviluppata di ricreare una storia complessa e complicata. Ma a differenza delle formule che sono universali e quindi rigide nella loro verità essenziale, il pensiero è sempre fluido, malleabile, possibile, sconcertante, modificabile e giustificabile a seconda di… Per questo il pensiero è splendido, grande, impagabile difficile da riprodurre o da sintetizzare: impossibile da proibire, da limitare; puoi perseguire, combattere l’espressione del mio pensiero, mai il pensiero stesso, per sua natura sarà sempre libero, sopra e al di fuori da ogni schema sanzionatorio o repressivo. Non potrai mai sintetizzare il pensiero in una formula, in pochi segni che, con valore universale riescano poi a dipanare tutta una serie di riflessioni, di ragionamenti che sono il pensiero stesso. Con una formula sintetizzi una ricerca di anni, una lunga serie di ragionamenti e di esperienze che poi miracolosamente concentri in poche 8 lettere e tre numeri, ma il pensiero no, non sopravvive così al tempo. Ad esempio gli oggetti sono, per me, un sistema valido ed efficace per conservare nel tempo pensieri, sensazioni, sentimenti tutto quanto di intangibile passa in un attimo nel nostro cervello e che in qualche modo devi assolutamente conservare. Ma dove ha trovato tutta questa roba ???? Me lo domandano sempre ed io non ho la forza di spiegare che quelli sono l’archivio dei miei sentimenti, del mio amore per la vita, delle mie illusioni e delle mie paure, quelli sono il mio contatto con le persone che ho amato, con i momenti importanti, le grandi delusioni e gli attimi di follia della mia vita. Non ho mai il coraggio di addentrarmi in questa spiegazione, perché poi cominciano a fare battute come: “…si va bene…ma spolverarli tutti...” Non ce la faccio a spiegargli che i pensieri non si spolverano e che comunque quello è l’ultimo problema quando sei riuscito a far sopravvivere all’usura del tempo anche una piccola emozione. Hanno un limite ed un pregio gli oggetti se li consideri contenitori e custodi dei tuoi pensieri: la lettura finisce generalmente con te che hai solo, fra tanti , la chiave di lettura, tu che solo conosci il loro codice segreto. La vita lascia tracce e segni inequivocabili sugli oggetti, tu li leggi facilmente e ricordi, gli altri possono con molta attenzione intuirli, immaginarli, niente di più. “Bello questo, dove l’hai comprato, quanto l’hai pagato…” eviti di rispondere…“…Non ricordo…” se proprio vuoi essere gentile, se no gli inventi una balla qualsiasi tipo “l’ho comprato da un antiquario di Firenze…” e lui, lo stupido con il telefonino in mano, si convince sempre più che se io conservo quelle cose e le ho 9 anche comprate, qualcosa nel mio cervello non funziona certamente. Io parlo con quegli oggetti, o meglio loro parlano a me, a volte rispondo, ricordo, mi giustifico, trovo scuse banali e ripetute, a volte cerco di passare oltre, non mi lascio provocare ma dentro di me qualcosa si muove, vedo , sento ciò che in quel momento forse non vorrei e non solo perché l’immagine che si mette in movimento è di quelle che non vorresti rivedere ma anche perché la tentazione, il piacere che ti suggerisce è troppo grande, troppo insopportabile e sai bene che la tua tranquillità interiore è finita nel momento in cui parti con quei ricordi vivi di attimi, di giorni , di storie finite e mai più possibili. Mi piacciono gli oggetti, le cose come sono, senza ritocchi senza imbellettamenti che vanno a coprirne la faccia vera, a correggere i segni importanti, a modificarne la vera immagine. Non sopporto i ritocchi, i restauri, tutto ciò che fa di una cosa vissuta che porta chiari i segni della vita passata, un’altra cosa, più gradevole, più accettabile ma solo all’ ipocrisia dei più. E’ come uccidere qualcosa, togliergli la parola, la forza di comunicare, di far gioire o penare ma comunque parlare di vita. Di solito la gente ricerca facili emozioni, un dialogo generico che parla di bellezza destinata a tutti, cioè di una bellezza senza grandi emozioni, un qualcosa di anonimo che non ti sconvolge ma che in fondo non ti dice niente. La gente preferisce il niente all’impegno, un piccolo senso di appagamento stupido alle emozioni forti che danno piacere e sofferenza insieme, non fosse altro per il vuoto che ti lasciano non appena le hai in qualche modo consumate. Sassi…sassi…li guardo e so che potrebbero raccontarmi storie antiche solo se riuscissi a leggere le 10 tracce che ci sono ma appartengono ad un linguaggio a me sconosciuto. Li guardo e so che vivranno più di me, molto più di me e li odio anche perchè sembra assurdo che nella loro immobile apparente inutilità abbiano la forza di vincere questo tempo che io non riesco a fermare, neppure a rallentare un attimo. Vorresti fermarti, riprovare, capire correggerti e sei già oltre ed hai già speso i tuoi spiccioli di tempo che sono sempre meno e cominci a contarli con l’animo chiuso di chi da fondo agli ultimi risparmi. La forza delle cose inanimate, la forza di tutto cio che sembra senza vita. Parliamo…diciamo parole una dopo l’altra senza un senso comune e subito ci scontriamo nelle opinioni, nell’intendere diverso, nella valutazione che c’era sfuggita ma che è possibile e quindi siamo stati tratti in inganno, noi stessi ci siamo ingannati ed abbiamo confuso gli altri adattando alle parole il nostro pensiero, il nostro sentire e spesso, per una parola inadeguata o una mancante che al momento ti sfugge, il pensiero esce monco, quasi diverso da quello che veramente è. Ma con le cose, gli oggetti, i colori, la terra, i profumi con tutto ciò che non media i suoi messaggi attraverso una possibile intelligenza, con tutto ciò non c’è possibilità di inganno, di fraintendimento. Esco la mattina nel verde prepotente del giardino…dolce profumo di lillà, di glicine…Maccagnolo, non c’è possibilità di errore. Sono passati quasi 70 anni, arriva la zia Bebe alle spalle scendendo in silenzio le scale di granito della villa, mi sequestra la fionda: un sogno importante realizzato dopo tante mediazioni con i ragazzi ruspanti , figli dei pigionali. Sono gli unici ad aver tempo ed esperienza per la costruzione di fionde ad altri attrezzi del genere. 11 I ragazzi dei contadini hanno da stare a guardar maiali o a raccattar spighe e fili di paglia, perché la famiglia é grande, la miseria tanta e non s’ha da buttare niente. I pigionali sono una razza diversa, gente che non ha nessuna ragione per vivere in città ma che in campagna ci stanno come le pulci sul cane. I contadini perdono sonno e pazienza per controllare i pigionali, dieci in una stanza, tutti a dormir per terra e mangiar poco, tutti sguinzagliati dalla mattina alla sera in giro per campi e viottoli a far danno e rubar quello che non è suo. Hanno conigli, animali comodi da tener chiusi in gabbie piccole e rattoppate che in qualsiasi buco le infili. Solo che mangiano, prima che tu mangi loro e devi rubargliela l’erba o qualche spiga di granturco se vuoi dargli un bel pugno tra capo e collo appena giusti da mangiare e metterli in padella. E devono rubar per forza i pigionali, se chiusi in dieci in una stanza buia trovano il modo di dar loro erba fresca da mangiare e quel granturco che sai rubato ma non puoi dire quando. Il Gigi della Catorcia era l’unico che sapeva costruire una fionda a regola d’arte, perché la fionda quando è fatta bene, è un’opera d’arte. Perdevano il sonno del pomeriggio afoso i contadini quando lo vedevano ciondolare con quell’aria da volpino, giù lungo lo stradone, e non riuscivano a capire cosa girava a fare il figlio della Catorcia giù per i campi, sordo a tutte le minacce che a gran voce prima le donne e poi gli uomini imbestialiti, gli rivolgevano dalle aie infuocate. Il Gigi era capace di tirar giù un passero dalla cima di un pioppo con un colpo solo. Sceglieva le forcelle arrampicandosi su diecine di alberi, valutando attentamente i rami e la loro età perché se vuoi fare una 12 bella forcella il legno deve essere giusto da piegare al fuoco, la forcella stretta e i due rami ricurvi e forti, per tendere bene l’elastico in modo che il coietto e la pietra se ne vanno via passando tra i rami corti e ricurvi senza che il colpo sia deviato. Amato lavora al fabbricone, dentro quei grandi capannoni dove un esercito di buoni a nulla come lui riuscivano miracolosamente tutti insieme a costruire carrozze ferroviarie. Diceva che le verniciano a mano perché le Ferrovie non volevano problemi e la verniciatura doveva essere fatta a pennello con calma per attaccare bene alle lamiere e non cedere alle lusinghe della ruggine. Amato tornava la sera e quando sbucava in fondo alla strada , dalla curva del Grotti, lo vedevi subito che s’era fermato in via Romana alla mescita e poi alla Botteghina per qualche diecino di rosso. Le donne che lo vedevano da lontano si segnavano e accennavano preghiere approssimative, sciamando via subito appena gli uomini indaffarati attorno alle stalle per il bevarone della sera non le cacciavano con qualche bestemmia, invocando Santi e Madonne per farle tornare a lavorare. La Catorcia aveva una figliola, una ragazzotta sudicia e soda con le poppe ritte ed un corpo appetitoso da far pensare solo a certe cose. Amato ci pensava eccome, specialmente quando quei diecini di vino gli appannavano un pò la vista ma non gli ammorbidivano certo le voglie. La notte spesso saliva gli scalini della Catorcia e scavalcando tutti quelli della famiglia che dormivano (o facevano finta) per terra, si stendeva vicino alla ragazza e tutto il mondo gli esplodeva allora nel cervello, via la paura, via i treni, il fabbricone le lamiere dure ed ostili. L’odore selvatico della ragazza ora vinceva il tanfo della stanza, e nulla era più dolce e rassicurante di quelle gambe sode ed 13 invitanti che lentamente si aprivano per dimenticare il mondo. Con il passare del tempo Amato aveva acquistato sicurezza e anche con qualche diecino di più in corpo riusciva sempre miracolosamente a entrare come un topo nella stanza affollata scavalcare tutti e dimenticare treni e fabbricone. La cosa era ormai talmente ripetitiva e risaputa che solo la Catorcia e tutta famiglia sembravano non sapere. Una mattina una lunga scia di “segato” tracciò una strada inequivocabile dalla casa di Amato a quella della Catorcia. Le donne corsero subito da una casa all’altra mal dicendo sottovoce e ripercorrendo con una punta di malcelata invidia quegli incontri proibiti e poi dopo le dovute consultazioni, quelle ammesse alla Villa per le pulizie della casa e la cura della Padrona informarono tra sorrisi, ammiccamenti e tanti pudori offesi, la signora Giannina dell’accaduto. Gli uomini intenti ai lavori nelle stalle e nella cantina commentavano con poche battute l’accaduto e nessuno parve saper immaginare chi aveva organizzato la seminata. Amato arrivava come sempre ogni sera barcollando dalla curva, le donne fuggivano alle case e gli uomini bestemmiando mandavano maledizioni ai pigionali che non solo facevano di quelle maialate ma rubavano anche l’erba per i conigli e l’acqua dal pozzo. Comunque tra un bicchiere e l’altro Amato ricordava come era vellutata la pelle tra le cosce della ragazza ed i seni duri e prepotenti. Una sera decise che era tempo di tornare a cacciare in casa della Catorcia, ora che tutti sembravano aver dimenticato quella seminata disonorevole. Beveva per non pensarci ma dopo un 14 bicchiere di rosso non sentiva altro che la voglia di quella pelle vellutata e calda. Si arrampicò ancora più guardingo che mai su per i 5 scalini della casa, aprì la porta con l’attenzione di sempre e come sempre scavalcò tutti i dormienti e quando già stava per infilare la sua mano ruvida tra le cosce della ragazza che per settimane aveva risognato tutta la famiglia, tutti e dieci i dormienti si svegliarono contemporaneamente e lo caricarono di botte e di legnate fino a rotorarlo giù per i 5 scalini fino sulla strada di Maccagnolo. Hanno camminato su per la strada ora aspra e sassosa per il lavoro di una ruspa. Allora era solo una traccia vaga e profumata di erbe e ginestre in fiore. Loro vennero su, nel fresco di quella mattina di luglio, con il sole appena levato a bucare le chiome delle querce. Vennero su fra le ginestre e gli scopi, immersi in un profumo di vita sapendo che venivano per fare poi quello che fecero. Quando scollinarono, come faccio ora io, videro quelle due catapecchie di pietra sapendo che erano piene di gente che dormiva stanca di paure e di stenti. Portavano le pistol machine come uno strumento necessario, un attrezzo qualsiasi che serve a far bene un lavoro, tramite tra la vita e la morte, l’attrezzo freddo e meccanico che avrebbe trasformato un momento di sosta e di riposo in una tragica mattinata. Scesero giù per la strada che dalla vetta del colle porta fino al fondo del borro, giù fino al mulino che aveva sempre visto contadini attenti alla macina del grano. Forse dove sono ora io, qui all’ultima curva che scopre le due case, caricarono i loro maledetti attrezzi ed aspettarono che il primo “raus” urlato da qualche superiore desse l’inizio alla grande sventura. 15 Non c’è quasi più niente della casa dove io ero a dormire, sdraiato sul pavimento assieme ad altre 17 persone. Cerco di ricostruirla con il pensiero, qui doveva esserci la porta della cucina che dava all’esterno, li in fondo il camino, e sulla sinistra la porta della nostra stanza la porta dove il tedesco si appoggiò cercando di buttar fuori il capoccia che si attardava terrorizzato al camino. “Mi faccia mettere le scarpe…” si raccomandò ingenuamente, cercando di prolungare la vita con quel gesto banale e ripetuto. Non si rese conto che la vita era finita già. Io vedevo le scarpe del soldato al di sotto della porta consumata e sentivo i chiodi sotto le suole stridere sulla pietra dell’impiantito. Cerco quella pietra con gli occhi, l’anima ed il cervello tesi a ricostruire quell’attimo, perché ancora oggi dopo 60 anni, sembra impossibile, penso quasi che sia un’invenzione mia, ed allora mi sarei portato dietro per tutto questo tempo un’angoscia infinita per niente, solo per una cosa immaginata e mai successa. Guardo la cucina, i pochi muri rimasti e sembra piccola …me la ricordavo grande con il camino in fondo e quattro porte alle camere. Non esiste più il camino, non esistono tracce di fumo e di fuoco, non riesco a ricollocare le porte …e’ quasi tutto crollato. Anche la camera sembra piccola….mi sembrava intonacata all’ interno mentre ora le pietre sono nude. Tornerò a Pietramala, ho vinto la prima paura ora ci tornerò per capire meglio. Non so perché è importante, non so che cosa cerco, vorrei mettere a fuoco certi momenti, certi particolari che quella mattina non considerai. Presi dalla paura, dal desiderio di sopravvivenza, moderatamente contenti per essere scampati ad una 16 tragedia che allora neppure lontanamente potevamo immaginare, non prestammo attenzione ai particolari di quanto stava accadendo, guidati solo dal desiderio di allontanarci da lì, come del resto eravamo abituati a fare da un anno, dopo ogni evento violento, bombardamenti sparatorie ed altro. Ho paura di morire, una paura pazza che non mi lascia mai, odio il mio declino, la pelle che si deteriora, i muscoli che non rispondono più, le ossa che danno misteriosi messaggi di dolore: non riesco a nascondere queste situazioni, vorrei parlarne e poter almeno dire che questo non è quanto mi aspettavo dalla vita, che ho sempre programmato di porre subito termine a queste situazioni quando si fossero presentate, per concludere la vita in una fase ancora accettabile, ancora civile, quando non devi vergognarti di come sei, quando la vista del tuo degrado non disturba gli altri e te stesso. Ma ora che ci sono dentro non ho il coraggio, so che quello che la vita mi da è ancora tanto e non ho la forza necessaria di rinunciare, chiudere qui la partita e via. Se non avessi altro ho Marco, il miracolo della mia vita, il mio equilibrio, la saggezza, la pazienza che io non ho avuto. Non riesco a distaccarmi , forse penso anche che non posso lasciarlo così ora, quando ancora non siamo riusciti ad identificare una strada accettabile per la sua vita, ma forse è solo un ragionamento egoistico e sono io che ho bisogno di lui, per le mie paure. Lo sento giustamente deluso e amareggiato per mille motivi, non solo di carattere familiare. Quando lo sento così non so che cosa dire, mi sento mortificato e inadeguato, mi sento solo un peso inutile e penso che probabilmente se fosse solo troverebbe meglio 17 la sua strada, sfrutterebbe al meglio le possibilità che ha e sono tante. Sono andato liscio come l’olio fino ad un certo punto della mia vita: sentimenti e stati d’animo da cristiano timorato di Dio da una parte, la mia, e tutto il resto dall’altra, dalla parte di quelli nati incazzati neri, vuoti e vagabondi iracondi per istinto e professione. Poi invece un bel giorno ho capito che qualcosa era cambiato, ho cominciato a guardarmi intorno con sospetto, ho cominciato a provar fastidio: ho capito che un sacco di cose che da tempo non facevo più perché non mi interessavano, dicevo, in realtà non mi appartenevano più, non mi erano più concesse, non erano più nella mia disponibilità, come si dice. E’ iniziato un periodo duro, denso di equivoci, un periodo durante il quale non sono più stato capace di capire dove finivano le rinunce volontarie e iniziavano le rinunce forzate. Certe cose non le capisci in un attimo, specialmente quando fin da piccolo sei stato imbottito ben bene di regole ben precise, di luoghi comuni. Non si guarda nel piatto degli altri; mi dicevano a tavola ancora prima che io l’avessi fatto e anche quando non mi passava proprio per la testa. Io non capivo perché non si poteva guardare quel benedetto piatto anche se a volte la tentazione di vedere come si erano serviti gli altri, in vero, c’era. Diavolo non si guarda nel piatto degli altri se chi ha fatto le parti si è comportato bene, ma se qualcuno ha fatto la parte del leone allora io sono autorizzato anche a guardare e cercar di capire. Io non ho mai invidiato nessuno, sentenziava un amico mio, quando parlavamo del degrado dei tempi e dei dipendenti che volevano farsi la casa e la macchina. 18 Io personalmente sono andato sempre avanti con il mio: mi bastava e mi avanzava e quindi mai mi son trovato a sperar di mettere le mani su qualcosa che non mi apparteneva. Le donne naturalmente facevano eccezione: non si può parlar di possesso quando c’è di mezzo un’anima gentile e delicata come una donna. Per quelle quindi chiudevo un occhio e se il destino voleva che…bene allora non ti puoi tirare indietro. Mi dicevo che chi ha una cosa gentile e preziosa ha il dovere di conservarla con attenzione. “Le donne sono come i fiori”, dicevo, “le devi annaffiare tutti i giorni se no si seccano…e qualcuno poi te le consola...” Accadeva che a volte consolavano anche le mie, m’ero scordato di annaffiarle ogni giorno come dovuto, e le donne non perdonano, si amano e si rispettano da sole fino al punto di offrirsi come in sacrificio estremo al primo venuto, perché solo la vendetta può attenuare la loro delusione quando tu le trascuri. Le macchine le compravo, per telefono senza neanche scomodarmi per andare a vederle, il mondo lo giravo in lungo e in largo quando gli altri se ne dovevano stare buoni e rintanati nel buio della provincia italiana ed al massimo si permettevano una gita in pullman dalla mattina alla sera: Roma andata e ritorno tra panini e canti corali. Erano forse gli anni ’80 quando lavoravo per questo o per quello come un mercenario ben pagato, libero dall’azienda mia e da qualsiasi pregiudizio. Con un dollaro arrotolato e due strisce buttavo al vento tutte le paure, mi invidiavano, lo so , mi ammiravano per quella mia libertà sfacciata e a loro sconosciuta, a volte sentivo che avevano quasi paura, certo imbarazzo e disagio; mi odiavano alla 19 fine, lo sentivo; poi, in ultimo, quasi sempre lo dimostravano. Erano lì in tre con quell’impiegata serva e ammuffita che controvoglia li sopportava, quando i signori Montano mi lessero l’avviso di cessazione di lavoro; sembrava una fucilazione di un povero scemo, una scena tragicomica inadeguata, sproporzionata. Ma ora li capisco, capisco anche tanti altri, avevano covato per anni delusioni e mortificazioni, noia, fastidio…invidia. Io non l’avevo mai né provata né pensata. Mia nonna diceva: io non ho bisogno di nessuno. Quella decisione, quella sicurezza mi è rimasta dentro da sempre e mi ha fatto forte, ma purtroppo anche arrogante e imprudente. “Se dovessi leggere un libro…me lo scriverei da solo” dicevo, gli altri intorno si infastidivano pensando che probabilmente sarei anche stato capace di farlo. Mi invidiavano??? Non lo so, loro avevano tutto quello che a me non interessava ma che con cura, pazienza e spilorceria erano riusciti ad accumulare e metter via. La loro vita sapeva di naftalina, le loro battute le sapevo a mente per averle sentite da sempre, dette e ripetute da tutti coloro che temevano di doversi inventare qualcosa. I loro golfini con lo scollo a V erano al sicuro dalla tarme, i loro cervelli blindati contro ogni possibilità di sogni o di fantasie. Io andavo giù a rotta di collo, senza paure né tabù. Poi un giorno senti che qualcosa è cambiato: invidioso io??? Ma neanche per sogno, io non ho bisogno di nessuno: lascio, regalo, brucio e butto via, distruggo quello che ho fatto perché la paura, davvero, non mi appartiene. 20 Hai voglia a fare il gradasso, a far finta di niente, a ridere di tutto e smitizzare ciò che ti serve. Quando le rinunce cominciano a fiaccarti l’anima e la fantasia, allora giustamente reagisci, devi reagire e vai a rispolverare, fra tutti quei moti dell‘anima che avevi accantonati, uno almeno che ti aiuti a stare a galla. Erano lì come imbecilli a leggerti diffide e minacce, li guardavo con pietosa comprensione quando mi spiegavano come occorre comportarsi fra persone dabbene, mi sembravano inadeguati ed erano arroganti: avevano nel piatto il pezzo più grosso e sentenziavano: “non si guarda nel piatto degli altri”. L’ho capito tardi che quella è una storiella inventata da quelli che hanno l’abitudine di farsi il pezzo più grosso, di viver di privilegi, che non vogliono che tu faccia confronti perché hanno stabilito che loro sono quelli che sono nel giusto, che quello che si sono presi gli spetta di diritto e che ti devi accontentare perché “qui non c’è trippa per gatti”, come diceva la sora Giannina e qualcuno i sacrifici li deve pur fare. I sacrifici sono materia delicata, li devon fare quelli che ci sono abituati, che sanno come si fa, che non hanno problemi a lavorar duro, spezzarsi la schiena, che sanno far le rinunce e tirar la cinghia. Non puoi chiedere queste cose a quelli che certe cose non le hanno mai fatte, che sono abituati ai diritti ed i doveri eventualmente, se proprio ne dobbiamo parlare, li lasciano volentieri agli altri. C’ho creduto fin da piccolo e anche dopo, non me ne fregava niente di guardare nel piatto del vicino…ma quando hai fame poi non solo ci guardi ma ti incazzi anche perché io il mio piatto l’ho sempre diviso con tutti, era lì e se qualcuno ci tuffava dentro era ben venuto. 21 Ho preso la patente nel ’50 circa quando non c’erano scuole guida, né macchine in casa , ne qualcuno che ti potesse insegnare. Mi trovavo spesso a guardare i piedi di qualcuno che, sapevo, guidava. Mi chiedevo: possibile che con quei due piedi li, neanche tanto belli e calzati anche in due scarpacce da gettare, possa guidare una macchina???? Provavo fastidio, incredulità…invidia??? Forse! Poi mi insegnò Mario, l’autista della Misericordia, uno dei pochi autisti in circolazione, gentile e garbato. Avevo pensato tante volte a guidare, la sera a letto, avevo tante volte cambiato, prima, seconda, terza con la doppia debraiata come richiedevano i cambi non sincronizzati, l’avevo fatto tante volte che la prima volta con Mario guidai Arezzo Montevarchi senza problemi. Finì il fastidio, finì l’invidia per quei piedi brutti e inadeguati e per anni non me ne curai più. Quella era la sola cosa che temevo di non poter risolvere da solo, bastò poco: la gentilezza di Mario, l’autista della Misericordia, un paio di giornate e non ci furono più problemi. Volevo scrivere dell’invidia, questo sentimento che ho sempre ritenuto un sentimento negativo, una anomalia dell’animo umano. Ora so che non è così, ora so che è una reazione inevitabile, assolutamente naturale, direi salutare per la sopravvivenza. Quando sei sopraffatto dalle rinunce, quando tutti i pirla del mondo ti girano sotto il naso facendo la bella vita senza mai aver il tempo per lavorare, allora l’invidia è l’unica reazione possibile, logica, salutare. A volte penso che forse non sono invidioso per me: guardo Marco rinunciare a tutto stanco per un lavoro senza gratificazioni, innamorato della sua macchinetta scassata , battuta, vecchia utilizzata da tutti indecentemente anche perché in fondo è l’unica macchina marciante 22 veramente che abbiamo. Lo guardo e mi rivedo quando mi infilavo nell’accellerato per Firenze sapendo già che sarei arrivato tardi alle lezioni e che comunque non avevo proprio ne la forza né l’umore giusto per seguirle. In treno l’odore forte del sudore e del fumo di sigarette da due soldi, si mescolava al caldo acido dei termosifoni a vapore. Sotto il sedile di legno, bruciavano da farti venire le emorroidi. Io mi rintanavo dietro il cappotto puzzolente di treno dopo averlo attaccato al gancio sopra il mio sedile. Non volevo vedere quella gente che sapeva e parlava di miseria, non potevo pensare che sarei cresciuto e rimasto prigioniero di quella trappola. Dietro il mio cappotto, sognavo qualcosa di diverso, provavo la doppia debraiata e sapevo o meglio speravo che un giorno le cose sarebbero state diverse. Una cosa sola sapevo bene: non sarei mai stato un medico. Arrivavo di corsa in via degli Alfani, alla lezione di Anatomia. La grande aula, un antico ed imponente emiciclo, era già piena. Nelle prime file quelli che sarebbero stati medici, quelli attenti, paffuti e coccolati, i figli di papà che studiavano “con profitto”, nelle file alte dove non si capiva niente quelli come me, capitati lì per caso o per forza, comunque senza convinzione, certi che non sarebbero mai arrivati in fondo ma non abbastanza coraggiosi da dirlo forte. Nei corridoi e per le scale gli altri, quelli che rifiutavano proprio, quelli che vivevano, che parlavano di donne e di divertimenti e che in attesa del possibile appello facevano i piani per la serata. Io mi rodevo l’anima per quel tempo buttato via, invidiavo i figli di papà seduti nelle prime file, avrei voluto anch’io studiare “con profitto” ma ormai avevo perso il treno, come si dice, avevo perso l’aggancio con quel mondo. I figli di papà ci guardavano leggendo nelle nostre facce già la fine della storia e ricordo bene che tanta era la distanza che mai ebbi 23 occasione di scambiar parola con uno di loro. Avevo anche avuto dall’Aglietti alcune ossa di un tedesco morto durante la guerra, su per la salita di Campriano. Quando potevo mi mettevo lì con i miei libri di anatomia tutti segnati con la matita rossa e blu, e cercavo di raccordare le descrizioni a quei poveri resti. Avevo per la verità anche acquistato da Dante un occhio ed un cervello. In un grande vaso, sotto formalina, li tenevo lì sopra la piccola scrivania che avevo in camera. L’occhio mi guardava come un peperone ripieno ed il mio pensiero volava lontano pensando che doveva pur esserci una soluzione diversa a tutto quel patire. Dante era il custode della sala di anatomia. Tirava su i cadaveri verdi e puzzolenti che con un marchingegno Leonardesco: venivano calati in cantina per una miglior conservazione. Quando avevamo l’esercitazione di dissezione, faceva i cadaveri a pezzi e ne metteva un pezzo sopra ogni tavolo. Una mano, un’articolazione dell’anca, una testa etc. Facevamo i nostri esercizi senza capir bene che cosa dovevamo cercare tra carne puzzolente ed ossa ingiallite. A fine esercitazione i figli di papà si stringevano attorno all’assistente per glorificare ciò che avevano fatto, avanzavano dubbi e domande per dar ancora maggior risalto alla loro sete di sapere. Io pensavo all’accellerato che dovevo prendere per tornare ad Arezzo, lieto di aver finito, di non aver praticamente neppure iniziato, felice del fatto che l’assistente non vedeva l’ora di andarsene e non cercava altri discepoli da illuminare. Gli altri, quelli delle scale e dei corridoi, quelli che la vita se la giocavano tra carte, puttane e cinema, approfittavano per infilarsi in tasca qualche pezzo di defunto. La mano era la più ricercata: quale scherzo 24 migliore di quello di dar la mano a qualcuno e poi lasciargliela letteralmente in mano??? A lezione finita Dante raccattava tutto: carte, pacchetti di sigarette vuoti, segatura, e con i poveri resti tagliuzzati e irriconoscibili, buttava tutto in una cassetta di legno affinché il morto avesse finalmente “degna sepoltura”. Prima però tirava su qualche reperto commercialmente interessante e lo metteva in vasi di vetro, sotto formalina per poterli poi vendere agli studenti. Il suo gabbiotto sembrava il negozietto di un pizzicarolo, con tutti i vasi allineati e pieni di queste cose pallide e giallicce, galleggianti nella formalina. Teneva famiglia il Dante, un omone alto due metri con una gabbanella bianca sempre sporca di sangue, e per quella famiglia anche lui si dava da fare, a modo suo facendo tesoro di quello che la situazione gli aveva messo a disposizione. Io tornavo alla stazione passando da San Lorenzo. Con quelle 3 lire con le quali avrei dovuto prendere l’autobus per Arcetri, compravo fichi secchi. Dopo un attenta ricerca avevo stabilito che quei fichi erano la cosa più economica da mangiare, anche perchè mi saziavano, anzi, mi stuccavano velocemente. Mangiavo fichi mentre mi avviavo per via Nazionale sempre con il chiodo fisso di quella università che non riuscivo ad agganciare, la famiglia ad Arezzo che viveva momenti duri ed il chiodo fisso ossessionante della certezza che una via di uscita doveva pur esserci ma che io non riuscivo a vedere. Ad Arezzo consumavo il resto della giornata al “laboratorio”. Via Tolletta… un laboratorio da odontotecnico, due stanzette al primo piano, odore di alcool, gesso e caucciù. 25 Bene o male era l’unica pausa con un po’ di respiro. Brunello arrivava puntuale ogni mattina e in piedi fermo come una sentinella mi faceva compagnia mentre al banchetto modellavo ponti e dentiere. Battevo le capsule d’acciaio, raramente d’oro. Venivano i contadini dalla campagna a farsi rifare i denti dal babbo. Odontotecnico per tradizione di famiglia era nello stesso tempo dentista abusivo come del resto tutti nella nostra famiglia. Erano del resto passate poche diecine di anni da quando il lavoro di dentista veniva svolto da barbieri di paese o da improvvisati “maestri” nei mercati. Mio padre strappava denti grossi come colonnini stradali a certi omoni forti e doloranti che emettevano dei muggiti simili a quelli dei vitelli al macello. Sputavano sangue nel secchio che a volte, a riprova del malfatto, i questurini venivano a sequestrare. L’anestesia non esisteva ancora e comunque mio padre un po’ per necessità, un po’ per principio tendeva ad eliminare tutte quelle spese che riteneva inutili. Io lavoravo al banchetto, che era stato di mio nonno Adolfo, un banchetto simile a quello degli orefici, con il cassetto per la limatura dell’oro foderato di lamiera zingata. Per la verità di oro ne lavoravamo poco da quando era stato introdotto l’uso dell’acciaio. Si vedevano bocche scintillanti come manubri di bicicletta e l’oro era stato presto dimenticato. A volte arrivavano donnine dalla campagna con qualche catenina, una medaglietta e un anellino. Mio padre valutava il tutto, cominciava a parlare di “calo” inevitabile durante la lavorazione e cercava di realizzare il lavoro con il minor sciupo di metallo possibile. Il resto era una manna per le sempre presenti necessità familiari. Di seguito a via Tolletta, in via de’ Cenci all’ultimo piano dentro un cortile degradato abitava e 26 lavorava come odontotecnico l’Agnolucci., un bravuomo consumato dalla miseria e dalle privazioni. Una volta pensò che l’ottone se ben lucidato poteva fare in bocca la figura dell’oro. Utilizzò catenine e medagliette per dare un attimo di respiro a quelli di casa e confezionò un bel completino in ottone per il Cliente. Dopo una settimana questo si presentò con la bocca verde rame ed un principio di avvelenamento. Si pativa e si rideva su queste cose e sulle disgrazie che quando erano tue ti stroncavano il cervello e quando erano degli altri avevano sempre quello spunto di tragicomico che aiutava a smitizzare tutto. Le difficoltà erano però circoscritte alla tua persona, a meno che uno non commettesse reati infami e di portata penale, per il resto miseria, mancanza di quattrini e disoccupazione erano attributi naturali di tanta gente per bene; nessuno ci faceva caso, il disagio era tuo, restava circoscritto nell’ambito di giornate difficili e notti al freddo. Non esistevano come ora, uffici addetti né organizzazioni burocratiche incaricate di perseguire la tua miseria. In un tempo in cui la miseria era generale, non era né vergogna né tanto meno reato. Quando non avevi una lira ti si vedeva anche dalla faccia e non lo stato non ti obbligava a dimostrare con fogli e documenti che eri una schifezza di individuo: lo dava per accertato e ti lasciava in pace. Ogni tanto si rimediava qualche spicciolo e allora Franco, il ragazzo di bottega, correva complice e felice a comprare bomboloni caldi per tutti e per un attimo ci sentivamo bene, gratificati e appagati quasi come quelli che stavano bene. L’inverno faceva un freddo boia appena attutito quando, per scaldare i cilindri per le fusioni in acciaio, si facevano grandi barche di carbone. Il cilindro diventava 27 prima rosso e poi quasi bianco. Era pronto quando i canali di colata erano completamente bianchi all’interno. Una volta per poco l’anidride carbonica non ci ha fulminati tutti tre e a fatica, con la vista che si andava annebbiando sono arrivato lentamente ad aprire la finestra. Sotto al laboratorio, il magazzino del Ficai era pieno di stracci vecchi e pelli di coniglio. In estate il babbo stendeva un asciugamano sul davanzale della finestra e da dietro le persiane socchiuse studiava i movimenti delle persone da via Tolletta a Piazza della Posta. Proprio davanti un po’ sulla sinistra un vecchio biciclettaio accomodava come poteva i primi motorini. I primi Ducati montavano un motore a 4 tempi su tradizionali telai da bicicletta. Non passava tanto tempo che il telaio andava in pezzi sotto il martellare del 4 tempi. Sopra il biciclettaio al primo piano avevamo abitato per alcuni anni quando ero ancora ragazzo. Dalle finestre di dietro si vedeva la tettoia di una vecchia trattoria che apriva le porte in via Garibaldi, frequentata da mercanti e mediatori; discutevano di affari e di mercati tra un litro di vino e qualche salsiccia con i fagioli. Le finestre davanti davano su via Tolletta, proprio di fronte all’orto del Brillandi e sullo sfondo a 100, 200 metri in linea d’aria il dietro della Chiesa di san Francesco con il campanile in bella vista, l’abside tagliato dalle variopinte vetrate e la ficaia del Brillandi a far da cornice, in basso, a tutto quel ben di Dio. Avevamo un grande salotto in quella casa, con due grandi divani messi ad angolo a nascondere i sacchi di fagioli e di ceci che la nonna Giannina ci faceva avere dai poderi di Maccagnolo. La prima stanza vicina alla porta d’ingresso era stata affittata ad un “pensionante” il 28 Ragioniere, un tipo pallido e avvilito che credo lavorasse in qualche banca, lontano da casa e da ogni affetto. Mangiava in camera sua quello che la mamma riusciva a preparargli, una pensione di riguardo e di miseria perché di lussi non ce n’erano per nessuno. L’altra stanza che ricordo è l’ultima, quella in fondo al corridoio, la camera da letto del babbo e della mamma. Il babbo ci si addormentava fino a mezzogiorno facendo finta di dimenticare che alle 8 avrebbe dovuto dare a mia madre le solite 10 lire per la spesa del giorno. Generalmente a quell’ora era tornato da poco dal Circolo Artistico dove per tutta la notte con altri disperati come lui cercava di arraffare quel qualcosa che gli avrebbe dato almeno una giornata di benessere. Se al mattino veniva qualche contadino a domandare se il “signor dottore” aveva accomodato la dentiera che senza non poteva proprio mangiare, la mamma con molta decisione spiegava loro che il signor dottore era a Firenze, per lavoro, chiamato da un impegno urgente e che dovevano ritornare per sapere quando la dentiera sarebbe stata pronta. A me, per la verità, sembrava un pò strana quella cosa: se il babbo era a letto perché diceva che era a Firenze??? Mi dava un certo disagio, ma se mia madre diceva così capivo che era la soluzione più giusta, capivo meno mio padre che avrebbe potuto alzarsi e risolvere il problema di quel disgraziato che proprio non poteva mangiare. Questo poi è stato sempre il mio limite, perché nella vita non è vero che le cose più logiche sono quelle valide, quelle da fare: si trovano meglio quelli che si negano, che rimandano, che non ci sono quando ci dovrebbero essere perché tutti possiamo avere impegni importanti e ce li hanno specialmente quelli che non fanno mai niente. 29 Per la verità qualche volta succedeva che la sorte fosse benigna anche con mio padre ed allora tornando a casa depositava sulla consolle dell’ingresso torroni e baci Perugina, tavolette di cioccolato ed altro. La mamma approfittava subito, il giorno dopo a pranzo, per parlare di calzini, di mutande e di lenzuola alle quali aveva già “fatto Gesù” ma che ora proprio non ne potevano più. Il babbo si spazientiva subito e si infastidiva anche un po’ a sentir parlare di tutte quelle voglie che proprio non capiva, fedele al suo principio che i soldi quando c’erano servivano per godersi la vita e non per le cose di normale amministrazione. Un giorno il campanello della camera del Ragioniere suonò con particolare vigore verso l’ora di cena, insistente, troppo insistente per promettere qualcosa di buono. La mamma si precipitò, chiamò, ci affacciammo tutti con discrezione alla porta: il Ragioniere, più bianco che mai, giaceva di fianco sul lettino sopra la coperta a fiori, in terra a fianco del letto come un tappeto strano e ribollente si stendeva una grande pozza di sangue. L’ulcera del Ragioniere non aveva retto a soffritti e malinconie ed aveva ceduto. Il Ragioniere ci guardava con aria stupita e terrorizzata insieme. Io non avevo mai visto nulla del genere nella mia vita, non sapevo neanche come una cosa del genere poteva succedere. Sapevo solo che vedevo ogni mese un sacco di pezze di stoffa intrise di sangue fra i panni che la lavandaia veniva a ritirare e che venivano buttati per terra in mezzo al corridoio per poterli contare bene, uno ad uno così che la mamma poteva fare un accurato elenco mentre la lavandaia contava, ammazzettava e metteva tutto in una balla. Non ricordo come finì il Ragioniere, ricordo bene però che l’importo che lui pagava per la pensione venne a 30 mancare aumentando drammaticamente le difficoltà quotidiane di mia madre. La mattina appena recuperate le famose 10 lire, uscivamo per la spesa. In Piazza Sant’Agostino a due passi da casa, ci incontravamo con la zia Vittorina che divideva con mia madre tutte le difficoltà comuni a centinaia di donne di casa, costrette a far quadrare i conti per provvedere ai bisogni della famiglia rinnovando quotidianamente il miracolo della moltiplicazione dei pani e dei pesci. Parlavano, la zia Vittorina e la Mamma, parlavano e piangevano tra l’acquisto di una cavolella ed un etto di acciughe. A me sembrava strano che ogni mattina l’operazione spesa dovesse essere accompagnata da quel cerimoniale di sofferenza e di lamenti. In parte c’ero abituato ma non potevo fare a meno di sentire un nodo di angoscia , anch’io dentro, e non capivo che cosa era. Tutta quella miseria e quel disagio avevano comunque il loro lato positivo. Quando qualcosa di normale accadeva era come veder spuntare l’alba radiosa e dorata, era come se la vita ad un tratto si aprisse come uno scrigno prezioso lasciando intravedere tutto quanto avevamo invano sognato e che invece era possibile ed accadeva proprio. Un giorno vicino a Natale sentii dire che sarebbe arrivato dall’America lo zio Pino. Io non sapevo neanche che esistesse l’America e neppure lui, anche se qualche volta avevo sentito fare il suo nome nelle chiacchiere in occasione dei pranzi a cui, alla villa di Maccagnolo, partecipavano tutti della famiglia secondo la ferrea regia della Nonna Giannina. 31 Venne lo zio Pino, alto come solo un americano poteva essere anche se lui poi era di Patrignone vicino a Quarata ed era andato in America solo nel ’20 quando i fascisti mal sopportavano quei socialisti rompiscatole. Discuteva con il babbo e lo prendeva in giro, specialmente al sabato, quando il babbo si vestiva con la montura nera e si metteva il cappello con la frangia e il grande fascio argentato sul davanti. La mamma cercava di smorzare cercando di difendere con pochi argomenti il babbo, fiero e convinto per le sue adunate in federazione. Lo zio Pino argomentava mescolando saggezza contadina a democrazia americana e faceva battute cattive su fascisti e Mussolini, e sulla voglia di lavorare del babbo. Io provavo pena per il babbo che a volte sentivo in difficoltà anche senza capir perché. Ho capito dopo che lui, come succede, era partito male, aveva cominciato da una situazione svantaggiata, figlio di un artigiano modesto era destinato ad una vita modesta per sempre. Lo zio Pino raccontava cose strane dell’America, raccontava di case che aveva costruito da solo, di fabbriche enormi, di lavori che rendevano soldi, dollari come lui li chiamava, ed una natura generosa. Ci mostrava foto con diecine di fagiani stesi a terra, cervi e caprioli, e raccontava che nei boschi crescevano alberi di mele meravigliose e asparagi grossi come un dito, e ci mostrava il suo pollice che era grosso come il mio polso. Noi ascoltavamo a bocca aperta increduli ma anche ammirati per tante cose belle. Il babbo, quando ne parlavamo a tavola la sera, diceva che il Pino era un contadino venuto da Patrignone ed era fortunato che, nonostante fosse rosso come un comunista, i fascisti lo avevano lasciato andare via, ed era meglio per lui perché alla Federazione di quelli lì ogni tanto ne portavano 32 qualcuno e se capitavano tra le mani di quelli che conosceva lui, un bel bicchiere di olio di ricino non glielo levava nessuno. Quando a Natale cominciai ad organizzarmi con la mamma per tirar fuori le statuine per fare il presepio, lo zio Pino volle stupire anche me e spiegò che mi avrebbe fatto un Albero di Natale, così come si faceva ormai in ogni angolo d’America, dove il Presepio neanche lo conoscevano. Noi presi da questa insolita disputa internazionale cercammo di fare ancora meglio il nostro solito Presepio. Il maestro Giorni, che abitava al piano di sopra mi fece uno sfondo a gessetti . Moschee e minareti, mercati e abitazioni arabe dettero vita e maggior realismo alle mie storiche statuine di gesso. Completò il tutto con un cielo di carta trasparente blu intenso con tante stelle d’oro incollate sopra. Un capolavoro che certo avrebbe sbalordito lo zio Pino che intanto se n’era andato a Firenze per cercare l’occorrente per il famoso albero. Non sapevo che cosa aveva intenzione di fare ma certo nulla avrebbe potuto uguagliare un presepe di quella fatta, che il maestro aveva tanto magistralmente realizzato... Tornò lo zio Pino, e invece fece il miracolo assoluto, una cosa talmente straordinaria che mai nessuno di noi aveva visto né avrebbe potuto mai immaginare. Non ricordo come, ma infilò in casa un abete tanto alto che una buona parte della cima si piegava contro il soffitto. Poi cominciò a tirar fuori dalle scatole che aveva riportate da Firenze cose mai viste: stelle dorate, trombette, tamburi, pigne e uccelli del paradiso, palle intere, lavorate a metà, schiacciate, concave pieghettate, molti di questi capolavori erano contornati e fasciati da filigrane di argento lucentissimo, gli uccelli avevano code di fibre di vetro 33 lunghe e flessibili come forse solo gli uccelli del paradiso veri riescono ad avere. Fra lo stupore ed i gridi di gioia generale, lo zio ci spiegò come attaccare tutti quei ciondoli preziosi all’albero che presto ne fu pieno come un albero incantato, miracolo della natura. Poi tirò fuori lungi nastri lucenti, oro e argento come neanche in chiesa neppure per San Donato o la Madonna del Conforto se ne vedevano. Quando tutto fu finito tirò fuori un puntale meraviglioso e per piazzarlo sulla cima fu necessario svettare l’abete che era troppo lungo e prendeva tutto il salotto da un divano all’altro anche se questi erano stati accostati ancora di più alla parete, sacchi dei fagioli permettendo. Ma il miracolo americano non era ancora terminato: da un’altra scatola lo zio Pino tirò fuori diecine di portacandele in latta stagnata, con una molletta a pinza che faceva da base, si piazzarono su tutti i rami e poi in ognuno fu infilata una candela di colori diversi, attorcigliata e tutto l’albero allora fu una grande monumento scintillante e colorato, profumato di bosco e di cera tanto che sembrava di essere in chiesa proprio davanti ad un miracolo. Quelli sono i momenti di gioia assoluta che solo chi ha provato miseria e privazioni può sentire veramente. Allora ti senti alto e sai che dentro tutto quel grigio che ogni giorno ti ha offuscato la vista, c’è anche una luce; come la vedi tu che sei stato sempre al buio non la vede nessuno, stai bene, ti senti grande, ti senti bene come dovrebbero stare quelli a cui non manca niente e che invece spesso si annoiano e lamentano perché fortunatamente la felicità non sta nell’avere le cose sempre e per di più, ma nell’averle ogni tanto, nel momento buono, quanto ti servono o ti meravigliano e ti tirano fuori per un pò dalla nebbia. 34 Un'altra volta, sempre in quel periodo, venne da Firenze lo zio Adolfo, lo scapolo d’oro della famiglia, che di soldi ne aveva tanti diceva il babbo, ma non ne voleva dare a nessuno specialmente al babbo che li avrebbe apprezzati molto per tentar la fortuna al Circolo Artistico e non ne faceva mistero, dicendo che non era giusto comportarsi così e via via brontolando tra un boccone e l’altro mentre mia madre cercava di non contraddirlo ma neanche di incoraggiarlo perché sapeva bene anche lei che quei soldi, quando mai ce li avesse dati, anziché buttarli al Circolo sarebbero stati una manna di Dio per la famiglia e finalmente avrebbe fatto la spesa senza quell’ossessione delle 10 lire ed il problema dei calzini, delle scarpe, perché i ragazzi crescono e la roba “sfugge” e non ci puoi far niente. Venne, dicevo, lo zio Adolfo e mi portò fuori. La mamma mi mise un vestito da ometto che la sua sarta di fiducia aveva ricavato con maestria da una vecchia giacca del babbo. Con un taglio che “neanche si vedeva” ed una giunta fatta bene era venuto fuori un piccolo miracolo, che mia madre mi metteva con grande orgoglio e che io dovevo portare tutto impettito e dritto come fossi stato di legno, perché m’avevano detto che vestire me era un piacere perché i vestiti li sapevo portare e non li sciupavo mai. Io non potevo deludere tanta attesa e tali convinzioni e me ne stavo dritto per la paura di sciupare tutto ed il timore che qualche mia mossa inconsulta potesse mettere in evidenza quella giunta che la sarta aveva fatto con tanta maestria. Uscimmo con lo zio e mi portò al negozio dell’Unica, un negozio di cioccolate che si trovava proprio a metà del Corso principale. Appena entravi una gran profumo di cioccolata ti portava lontano, in un mondo da fiaba ed il 35 negozio stesso, compresi mobili e commessi, sembrava fatto completamente di cioccolata profumata. Sugli scaffali, sopra i mobili preziosi, montagne di cioccolatini incartati con stagnole brillanti e colorate, gianduiotti e baci di tutti i tipi, blocchi di cioccolata nera e dolcissime tavolette di quella chiara, al latte come piaceva a me. E poi uova di Pasqua di tutti i tipi, incartate con fazzoletti coloratissimi, scintillanti di cellofan e di stagnole. Quelle che però mi piacevano di più erano quelle decorate con figure e fiori di zucchero. Fra i delicati rami di pesco mani miracolose avevano modellato con zucchero pecorine da favola e galline paffute e soddisfatte contornate da pulcini giallo oro con crestine rosse come ciliegie. Tutta questa grazia di Dio era dominata da una fila di uova poste nella sommità dello scaffale: dal primo ovetto piccolo come quelli che avevo sempre avuti fra le mani, a scalare si saliva uovo dopo uovo a misure sempre maggiori fino ad arrivare al più grande che era posto al centro dello scaffale ed era il concentrato di tutte le meraviglie contenute nel negozio. “…scegli quello che vuoi…” disse lo zio Adolfo e lo disse sicuro e deciso tanto che io intesi “prendi pure quello lassù, quello più grande di tutti…”: presi proprio quello, tra i gridolini di approvazione della commessa e le conferme dello zio che mi rassicuravano sulla scelta fatta. Dentro, per sorpresa c’era un vaso da fiori in ceramica grande come un comodino, non era proprio la sorpresa che avrei preferito ma ero già volato alto in Paradiso per l’uovo, il più grande di tutti e tutto il resto non ebbe più valore perché ebbi netta la sensazione che quella sarebbe una cosa che avrei ricordato per tutta la vita. 36 Puoi stare una vita a desiderar qualcosa, puoi tirar la cinghia e rinunciare a tutto quando proprio lo devi fare, ma poi quando è il tuo momento devi avere il meglio, l’uovo più grande, quello posto sulla sommità di tutto e non ti puoi accontentare delle mezze misure, perché quelle vanno bene per quelli che galleggiano sempre, che la sofferenza non sanno neppure cosa è perché di continuo armeggiano per la sopravvivenza pura e non vogliono guardar lontano, per la paura di soffrire le rinunce. Facevo le elementari in piazza Sant’Agostino ed avevo un maestro scemo come un ciuco. Si mise in fondo alla classe, una mattina e disse: “Ora vi faccio vedere come cammina Mussolini" e con quattro passi "romani" alzando la gamba più che poteva, tutto impettito arrivò fino alla cattedra. Io mi misi a ridere perché non avevo capito che era una cosa seria e pensavo che ridere era naturale. Venne al mio banco mi prese per i capelli e mi alzò da terra, incazzato nero e quella volta capii che non si può scherzare con quelli che credono a qualcosa con fanatismo in qualsiasi campo, politica, sport o religione; con i fanatici non si scherza, o li prendi come sono o devi prenderli prima te per i capelli e tenerli ben stretti perché sono pericolosi. La mamma girando e rigirando vecchi cappotti o sfruttando sapientemente gli scampoli che acquistava dal Cecconi, quando usciva con il babbo era sempre elegante. Queste uscite per la verità non erano frequenti, il babbo aveva sempre da fare ed il suo posto preferito, per gli incontri con gli amici, era l’albergo Savoia, in via Guido Monaco dove Felice , il proprietario progettava e realizzava con altri sfaccendati scherzi ed evasioni varie. Quando al Politeama arrivava il varietà avanspettacolo, le ballerine dormivano da Felice ed allora gli habitué erano tutti li a 37 vedere, commentare, ammirare e probabilmente concludere. La mamma si agitava ma non affrontava mai il problema apertamente, almeno per quanto potevo vedere io. Quando andavamo a Maccagnolo dalla nonna Giannina sentivo a volte i commenti maligni di qualche parente ma la mamma difendeva sempre il babbo, anche contro ogni evidenza e questo a me sembrava molto bello. Lui era molto bravo a gratificarla al momento giusto e dopo averla fatta piangere cento volte per quelle benedette 10 lire per la spesa, un bel giorno la saliva sulla canna della bicicletta e la portava da qualche parte facendosi vedere in giro il meno possibile, mentre mia madre sfoderava tutte le sue astuzie femminili per apparire, per far vedere da tutti che il suo Mario, Nanni come lo chiamava lei, la portava fuori, a dispetto di tutti, perché “la moglie è sempre la moglie” e le altre vanno e vengono ma non lasciano traccia. Il babbo tornava tardi la notte dal Circolo Artistico e a volte lo vedevo tornare quando io al mattino stavo andando a scuola. Durante i pranzi alla Villa qualche parente velenoso non mancava mai di far battute su questo fatto, la mamma cercava di intervenire al solito, in favore del babbo che per tagliar corto sentenziava: “meglio tornar la mattina presto che la sera tardi” e tutto si concludeva tra sorrisi sforzati e battutine al vetriolo. Avevo cominciato a parlar di invidia e poi mi son lasciato andare dietro i ricordi. Non ricordo grandi invidie a quel tempo. Tutti vivevano la loro condizione; e per la verità c’era poco da invidiare perché allora erano poveri anche i ricchi, e se è vero che tutti i soldi anche quelli dei contadini li conservava la signora Giannina, è anche vero che lei conservava anche i suoi perché a tavola si metteva quello che c’era e si cercava di campare con quello che i 38 campi davano, risparmiando e conservando due lire, non si sa mai, per qualche evenienza se Dio ne guardi, ce n’era bisogno. Di macchine ce n’erano poche in giro, ce l’aveva il dottore e pochi altri e a nessuno passava per la testa che anche loro avrebbero potuto sedere dentro quel monumento andando in giro….a far che??? Senza motivo non ci si muoveva proprio, ed ognuno a casa sua, come si conviene alla gente dabbene. A volte alla Villa a Maccagnolo veniva il Magnanensi, un costruttore che si occupava dei lavori quando ce n’era bisogno. Arrivava con una lunga Lancia nera, con un muso lungo lungo, due grandi parafanghi e dentro vicino alle portiere due vasetti di cristallo con dei fiori veri. Veniva e portava la “signorina Bebe” a fare una girata con la macchina, tutti assistevano alla partenza con grande emozione, domandandosi che cosa si poteva provare a sedere dentro quel mostro di metallo, perché nessuno c’era mai salito e non si sapeva neppure se mai lo avrebbero potuto fare. In campagna la casa ce l’avevano tutti: la padrona nella villa ed i contadini nelle loro case, case che sembravano nate e cresciute con loro, le stalle, le cantine, i fienili, i granai i grandi camini dove si cuoceva per bestie e per cristiani e in ultimo le camere piccole, con un letto di ferro ed un lavabo con la catinella e la brocca, sopra la testa ganci e fili per attaccare tabacco e granturco che si doveva seccare bene, senza prendere l’umido. Quelli che non avevan casa erano i “pigionali”, maledizione delle campagne, ladri di erba per i conigli e di tutto quello che non riuscivano a procurarsi se non rubando . 39 Gli uomini bestemmiavano e mugugnavano quando li vedevano e si incazzavano anche quando venivano al pozzo a prendere l’acqua che invece serviva per le bestie e che non si sapeva mai bene se sarebbe bastata o no. C’era insofferenza, rifiuto di vivere a stretto contatto con gente che non apparteneva al sistema, ma non c’era invidia. Chi aveva lo aveva fatto lavorando o per antiche proprietà che nessuno poteva in qualche modo mettere in dubbio e che anzi erano vanto di tutti perché davano un senso al loro ambiente, perché così si capiva meglio chi era il padrone e chi il contadino, chi il servo e chi il fattore, ed ognuno stava bene nella sua parte, ognuno giustificava e spiegava l’altro completandosi a vicenda senza contraddirsi. Il pigionale no, era un’anomalia del sistema, erano operai o manovali che nessuno voleva. Giravano intorno alle aie quando c’era la battitura sperando di poter partecipare al lavoro per potersi poi sedere a tavola assieme a tutti e mangiarsi un bel pezzo di ocio che il profumo si sentiva arrivare dal forno fin dalla mattina . I contadini li vedevano girare attorno come cornacchie in attesa della preda e brontolavano e mugugnavano perché di uomini ce n’erano già abbastanza, dato che fra i contadini si scontavano le “opere” e quindi bastavano senza dover dare anche mangiare a quegli sfaccendati. Le donne chiudevano un occhio e dicevano che “un boccone nei giorni benedetti dal Signore non si nega a nessuno” e li mettevano a tavola liete di far sentire a tutto il paese come avevano arrostito le nane col finocchio e l’ocio al forno. Senza tante storie c’erano regole per tutti ed i vecchi le ripetevano continuamente con proverbi, come litanie, 40 ripetuti all’infinito fino a quando anche i giovani non li avevano imparati bene e fatti propri. L’invidia non esisteva, c’era poco da invidiare ed ognuno faceva la sua parte senza mostrar troppo ne offendere gli altri, perché ognuno aveva quello che era naturale che avesse, secondo la sua posizione, secondo il suo lavoro e non lo mostrava in giro anche perché il lavoro ti dava di che vivere, e non c’era verso di fare il gradasso, non si era ancora imparata l’arte villana di buttarti in faccia quello che non dovresti avere. Ho ripercorso anni, decenni passati e di questa invidia non trovo traccia, non la ricordo, non ricordo neppure di averla subita. Quello che avevi te l’eri guadagnato con fatica e non ti veniva mai l’idea di farne mostra. Così ho concluso: l’invidia è una conquista del nostro tempo, è la molla che muove e promuove gran parte delle azioni umane oggi. Sgambetti, vigliaccate nel lavoro, furti, rapine estorsioni, delitti assassini spesso sono frutto di questo sentimento. Devi impossessarti di ciò che ti sventolano sotto il naso a tutti i costi. Una volta si sapeva come uno aveva fatto a comperarsi una macchina: aveva lavorato bene, aveva fatto ciò che doveva , facevi altrettanto e il risultato era lo stesso anche per te. Oggi ti arrivano con una macchina che sembra un carro armato, e ti annunciano candidi che vanno a fare l’ennesima vacanza e tu che li conosci e sai che non hanno mai fatto niente, resti lì come uno scemo ed hai voglia ad essere ben educato….ti incazzi!!! Sei lì che lavori 12 ore al giorno ed il cervello ti sforna di continuo immagini di conti da pagare, bollette scadute, banche in rosso e problemi di tasse. Non è che te li ricordi e basta, no… li vedi e il tuo cervello li sfoglia di 41 continuo come un libro che non ha fine. Cerchi di pensare ad altro, agli amici…. quello è in vacanza, quell’altro va a fare niente con uno stipendio da dio, quell’altro s’è comprato una macchina come un aeroplano anzi no, tanto che era lì … due, una anche per la moglie, perché così gli hanno fatto lo sconto. C’è quello che stressato dal lavoro che non va, dagli affari che non girano, distrutto dai conti da pagare… cosa fa??? smette di lavorare, se ne va in vacanza, fa l’americano e tu lì a saltar padelle e a pensare ai tuoi conti. Sposto il pensiero cambio città e cerchia di conoscenze, mi oriento sulla metropoli laboriosa. Ho un mezzo fratello lì che da anni non ha lavoro, aveva attività di import: tutto gli è crollato fra le mani e si è mangiato quelli buoni che la mamma gli aveva lasciato. Ne ha provate di tutte, anche di affari poco limpidi: un paio di giorni a San Vittore, denunce, processi. Ora ha risolto: non fa niente, abita sempre nello stesso appartamento, ha sempre la stessa Mercedes meravigliosa, fa sempre le stesse vacanze. E’ cambiata una cosa sola: ora non fa niente. Poi ci sono quelli che invece lavorano. Anch’io una volta lavoravo: aprivo negozi e li vedevi, erano lì sulla strada, riempivo vagoni, caricavo navi e vedevi tutto, c’erano gli operai, un andirivieni di gente indaffarata, camion che caricavano e scaricavano, tante facce soddisfatte, alla sera, per aver fatto bene un lavoro. Oggi anche lavorano, attività principale: il lamento. Il lavoro è uno schifo, la ditta non va, quello (il capo) è un pazzo scatenato, così andiamo tutti alla rovina. E intanto partono: Dubai, Singapore, Londra o New York. Ti arrivano sms terrificanti “ciao, sono sulla quinta a mangiare Sushi, un posto splendido!” 42 Ciao, sono a farmi manicure, pedicure ed una sauna con massaggi ad Hong Kong in un posto splendido a due passi dall’albergo. Io salto padelle e friggo straccetti. L’odore acre dell’olio caldo m’entra nella pelle, nei capelli, nell’anima e vorrei solo starmene tranquillo. Ieri ero con Marco, nella sua Fiesta sbattuta e da demolire che non riusciamo a cambiare. Ad un tratto si è fatto buio, si è oscurato il cielo, siamo semplicemente entrati nel cono d’ombra di una macchina-camion nera, grande, enorme. Credo che chi ha girato Batman si sia fatto sfuggire l’occasione di inserire nel film un aggeggio del genere. Guardo bene, era una vecchia conoscenza, quello che fa stracci da bambini a prezzi da collezionista e che dice ha 120 negozi in Cina. Ma a chi, ai Cinesi vendi i tuoi stracci con quei prezzi??? Affronto un’altra domanda e mi incazzo perché ho solo tre fuochi e le cose da fare sarebbero tante: un giorno o l’altro questa cucina dovrò cambiarla. Suona il telefono, mi saluta un amico. Lavora in banca, va ad ispezionare le filiali per vedere se tutto fila liscio, se i Clienti sono soddisfatti ed i dipendenti fanno il loro lavoro bene. Mi dice che i dipendenti fanno quello che possono, spesso quello che vogliono, io per esperienza diretta so che i Clienti sono tutti incazzati neri, lui mi raccomanda di essere preciso con la banca: è un problema di rating. Sembra una cosa pericolosa ma perde per me ogni valore e lascia solo angoscia perché io i 3000 euro non li ho e quindi… E’il computer che decide…mi raccomando. Rimetto il telefono a posto, mi si è bruciata la salsa, bestemmierei anche ma non lo faccio più da quando ho capito che le uniche persone su cui posso contare sono mia Madre ed il Padreterno. Lo saluto educatamente, mi dice che parte, con 43 il Suv stratosferico; deve fare una corsa in bicicletta e poi deve andare in montagna. Ha comprato una casa, per riposarsi ogni tanto, l’ha pagata poco ed è la cifra che, io penso subito, mi farebbe morir tranquillo. Perche io morire devo e non è giusto che anziché osservare per l’ultima volta i miracoli della natura e dedicare la mia attenzione alle persone care che devo lasciare e non rivedere, io dedichi il mio tempo a spadellare e a raccogliere minacce e mortificazioni. Taglio l’erba, porto via un carico di spazzatura che sembra di essere a Napoli. Ennesimo messaggio dall’amica giornalista: “Parto da Shangai, vado a Dubai, viaggio di notte, noia e stanchezza” Ma va affanculo stronza; mi si è rotto un sacco, per risparmiare compro quelli più fini, su dieci sacchi 3 si rompono e devo raccattare la spazzatura con le mani. Odio il mondo, altro che invidia. Penso a Marco: DEVO farcela, devo tirarlo fuori da questo labirinto buio. Lo guardo e dentro mi vergogno per i miei limiti, per tutto quello che deve sopportare. Mi stringe il braccio per consolarmi, inventa una scusa, mi racconta una balla, cerca di farmi coraggio e poi va via veloce prima che io abbia il tempo di replicare e smontare tutta la sua speranza. Vanno a far volontariato in Africa questa manica di stronzi, vanno a romper le palle ai quattro venti per raccontare poi, per poter giocare ancora con la pelle degli altri. Ne conosco un altro, fallito ripetutamente. Ora ha riaperto un negozio ed un call center che sta nuovamente chiudendo perché falliti, anche questi. E’ tornato ora dal Sud America dove va a far beneficienza!!! Sono certo che quando lo vedono arrivare si allarmano, si chiamano: guarda è tornato quell’italiano che viene a far beneficienza, se sta qui ancora due mesi come l’ultima volta ci mangia 44 anche i risparmi. Io di questa beneficienza non ne posso più!!! Quando Aldo disse alla moglie che le aveva fatto uno sgarro con una romena, lei gli rispose che erano problemi suoi, prese la valigia e se ne andò. Credo quella valigia fosse pronta da sempre sotto al letto, in attesa del momento buono. Perché le donne hanno strategie di lungo periodo. Fanno come i gatti che stanno immobili per ore sul pagliaio in attesa che il topo passi di lì per prenderlo al volo e piantargli i denti appuntiti dove capita, fino a strappargli la vita. Le donne non hanno pietà, hanno l’accumulo della noia e della rabbia incorporato, come i cammelli con il grasso. Accumulano, stanno immobili come i gatti al pagliaio e aspettano. Quando il momento buono passa da lì, non se lo fanno scappare, e con il tuo dolore, con i tuoi lamenti ed i giuramenti ci giocano bene perché devono smaltire l’accumulo delle rabbie e delle delusioni e la loro cattiveria è come l’antidoto per un veleno: l’annulla ma ci vuole tempo, va iniettato piano piano a piccole dosi fino a che tutto quanto si era stratificato nel loro animo, si consuma, non esiste più, allora dimenticano e ci ridono sopra. Quando le cose vanno per le lunghe e proprio ad accumular rabbia non ce la fanno più, si immolano volentieri sull’ara dell’infedeltà. Il sacrificio supremo, gettano il proprio corpo nel letto del primo venuto. Guarda che cosa mi hai fatto fare!!! Mi guardava con rabbia e anche un po’ di schifo la tedesca per spiegarmi che mentre io ero a lavorare, delusa e offesa per la mia assenza, s’era portata a letto un rappresentante, bruttino con le mutande in mano come lo vidi io nascosto dietro la porta. Ero partito da Arezzo come un ladro, Giulietta Zagato, gomme che fischiavano, mi bevvi la vecchia statale 45 Arezzo Firenze in un’ora e mezza, un record, roba da non credere. Quando arrivai a Novoli, quel casermone dove la tedesca abitava a spese mie, mi sembrò il paradiso. Pacchetto veloce di cornetti caldi al bar di sotto e poi via su a piedi, 5 piani di scale, con il fiato in gola senza risparmiarti perché curva dopo curva da Arezzo A Firenze m’ero sognato quel momento ed ora finalmente ero lì ad un passo dal sorprenderla, meravigliarla per quella visita improvvisa dopo le lacrime e i pianti della sera prima in Piazza Santa Maria Novella. Pioveva a dirotto e non riuscivo a calmare la sua delusione, la disperazione, dovevo andare e lei moriva…le mie offerte al rialzo, per calmare la sua disperazione, non avevano raggiunto nessun effetto. Avevamo raggiunto una specie di accordo unilaterale su di una macchina nuova, nel senso che io avevo proposto, promesso ma lei, spezzata in due e anche più, dal dolore non aveva avuta la forza di accettare, anche se per la verità non aveva rifiutato.. Me ne tornai ad Arezzo maledicendo la mia idiozia e facendo un elenco implacabile di tutte le idiozie che avevo commesso durante la mia vita ed in particolare durante quei pochi mesi trascorsi da quando avevo fortunosamente incontrato la “tedesca” al River Club e lei, non opponendo rifiuto alcuno, alla mia illuminata decisione di strapparla alla vita notturna per offrirle un avvenire meno avventuroso ma certo più normale, aveva dato un taglio netto alla sua carriera di “persona del mondo dello spettacolo” per seguire docile le mie illuminate decisioni. Via de’ Fossi ultimo piano, la signora??? non ricordo il nome di quella dolce vecchietta che subaffittava quell’appartamentino di due stanze; Astrid lo cercò e lo trovò da se, io non ebbi altro impegno se non quello di 46 pagare l’affitto e le varie bollette. Era la prima donna così autonoma ed indipendente che incontravo lungo la mia vita. Perfino mia madre che ho sempre ritenuta la DONNA per eccellenza, aspettava da mio padre decisioni e direttive: è vero pensava e sapeva organizzare e provvedere a tutti bisogni della famiglia, ma poi, anche se doveva comprarsi un cappellino, aspettava paziente la disponibilità di mio padre, cercava di convincerlo con appropriati ragionamenti se necessari, senza mai però agire senza il suo permesso. Questa no, Astrid era una che quando mi presentava il conto aveva già deciso e questa procedura per me insolita mi faceva star bene, mi sentivo grande e sicuro; che diavolo, uno come me che aveva fabbrica e negozi e che sgobbava tutto il giorno come un pazzo per crescere e costruire, che tutto il giorno doveva pensare e comandare, decidere e farsi obbedire, che aveva diecine di persone in attesa passiva di decisioni e di comandi, aveva ben diritto di non doversi preoccupare anche delle necessità di una giovane fanciulla che oltretutto aveva sacrificato il suo radioso avvenire per allietare i suoi rari momenti di libertà. Correvo come un pazzo, da un negozio ad un altro e la mattina in fabbrica a vestir la tuta (numero 22) e giù a verniciare e disegnare, e fotografare e spedire e pensare come tirar su ancora più grande quella “Fulgenzi” che miracolosamente mi era sbocciata tra le mani dopo tanta miseria e tanti sacrifici; correvo e pensavo che ce l’avevo fatta e che già era una gioia lavorare ripensando ai giorni bui passati a cercar di capire che cosa avrei potuto fare senza trovar soluzione, che era gioia impagabile veder tutta quella gente indaffarata che le mie piccole invenzioni riuscivano a mettere in moto, correvo e lavoravo, 47 convincendo tutti che erano in grado di fare, che era possibile fare che “TU FAI PARTE DEL NOME FULGENZI, IL TUO LAVORO È VISTO E GIUDICATO IN TUTTO IL MONDO” L’avevo scritto su tutti i muri del laboratorio, e non era una balla, e nessuno pensava che lo fosse perché vedevano le casse partire con quelle marche strane, quei nomi di città lontane, di altri paesi di altre parti del mondo che mai avremmo neppure pensato che esistevano veramente. In quella grande giostra, che diavolo, una donna che non aspettasse le mie decisioni e sapesse da sola cosa doveva almeno comprarsi, era la manna di Dio. La portavo in giro con orgoglio, fiero di mostrare agli altri che non avevo solo una macchina bella, un nome che funzionava e negozi e gente che lavorava e mi obbediva, ma avevo anche una donna capace di accudirsi da sola, pronta e disponibile quando avevo qualche ora libera da quella giostra miracolosa che avevo inventato e che riuscivo a far girare come per magia. “Fulgenzi vola in Australia” scrivevano nel giornale e tutti mi guardavano come si guarda oggi un’astronauta che va a vivere un’avventura bella, unica ma anche talmente insolita che ti viene da farti il segno della croce e raccomandarti a Dio. Arrivò un operaio nell’ufficio al primo piano della villa ormai ridotta dagli antichi allori, a quartier generale della Fulgenzi e con voce che sollecitava adeguato entusiasmo in risposta disse: “E’ arrivato Maurizio…” Gli brillavano gli occhi e per sollecitare ancora di più la mia attenzione: “ha portato la macchina nuova: il Maserati” Avevamo sofferto tanto tutti, era tanta la meraviglia di quei momenti che quando riuscivamo a conquistare una 48 cosa nuova la felicità era generale. Il Maserati che avevo desiderato da tanto non era né mio né dell’ “Azienda” (come si usa oggi), era di tutti era la nostra conquista, era la conferma che avevamo lavorato bene e che appartenere al gruppo Fulgenzi, significava far parte di un sogno che appariva a tutti tanto insolito quanto impossibile e meraviglioso insieme. Traccheggiai con le carte sulla scrivania perché la felicità che quella “cosa” aveva portato fosse in qualche modo di tutti ed avevo quasi pudore nel mostrare troppo entusiasmo, di far pesare che poi la “cosa” era e sarebbe stata solo mia. Quando mi affacciai sulla scala che dava nel piazzale, era lì: un Maserati dorato e scintillante che Maurizio stava già illustrando agli operai che ammirati e felici gli si erano fatti attorno. Mi avvicinai e tutti si scansarono, volevano vedermi felice, volevano vedere la felicità sulla mia faccia, perché era la felicità di tutti e ad Arezzo nessuno c’aveva un Maserati come quello, neppure la Gori e Zucchi che lavorava l’oro e non la paglia come noi. Il Maurizio, il Mao (come lo chiamavo io) il Principe, come lo chiamava tutta Roma, illustrava a tutti le bellezze di quella “cosa”. Aprì la portiera e mi disse: “Vieni a veder qua, guarda cosa c’è!” Infilai la testa nel grande abitacolo guardando in qua e in là alla ricerca di qualcosa che avevo capito doveva stupirmi, e poi le vidi, appoggiate sul sedile di guida c’erano le cinture, le cinture di sicurezza che mai avevo viste montate su di un auto, le avevo sempre allacciate in aereo quando me ne andavo a lavorare per il mondo, le avevo raccontate a quelli che non avevano mai messo il naso fuori da casa e volevano sapere che cosa succedeva lassù, dentro 49 quegli aerei che passavano piccoli e appena visibili alti nel cielo, lasciando dietro quelle buffe scie bianche , come piccole nubi artificiali. Le cinture furono la grande meraviglia e non parlammo, né guardammo altro, una macchina con due cinture come gli aeroplani non poteva che essere un sogno in terra. Con il Principe le strade erano fatte per “andare”, e non perché fosse spericolato, ma quando guidava il Principe capivi che macchina ed uomo erano una cosa sola e non c’erano né imprevisti né pericoli, che la macchina era tutto, che doveva stupire e farti sognare, che era musica pura. Al distributore aveva il suo rito da officiare. Scendeva dall’auto come un marziano potrebbe uscire da una astronave atterrata in aperta campagna. Quando l’ attenzione degli addetti era stata attivata a sufficienza, cominciava il rito dei controlli, dei rifornimenti, delle aggiustatine qua e là con quella attenzione e meticolosità che solo le imprese eccezionali generalmente richiedono. Dentro il cofano il Mao ci guardava da solo e ordinava, e controllava e verificava che tutto fosse a puntino come lui solo sapeva che doveva essere. Quando volavo non ho mai visto neppure il mio motorista preparar con tanta cura una macchina tant’è vero che una volta mi dette l’aereo con così poca benzina che dopo pochi minuti si fermò il motore e venni di sotto come una pera cotta. Al Principe questo non accadeva, quando tutti controlli erano finiti saliva al posto di guida e via, sulle strade lunghe o corte che fossero, nazionali o al di là dei confini, senza fretta, con i tempi giusti come si conviene a 50 chi è abituato a viaggiar davvero per vivere e non per fare lo spaccone. E il Principe la vita la conosceva bene ed è l’unica persona che io ho conosciuto capace di vivere alla grande per istinto, per predisposizione naturale, con quel fascino che si imponeva e catturava l’attenzione del benzinaio come dei maitre più smaliziati, usi a servir Agnelli o i principi romani. Era nato così l’appellativo “Principe” che tutti pronunciavano senza esitazione, come una cosa dovuta, scontata perché il Maurizio non era altro che un Principe anche se non si era mai vantato di possedimenti o di averi che non aveva. Lui conosceva tutti i migliori locali nella Roma bene, e in tutti i locali conoscevano lui ed il miglior tavolo era sempre per il Principe: all’Elefante Bianco, così come al Piccolo Mondo, al night così come negli alberghi del centro. Il Principe mi fece aprire le porte dei locali più belli di Roma, se io avevo il nome, lui aveva il fascino e l’arte di attirare attenzione. Ci sentivamo al centro del paradiso, felici in fondo di poco e godevamo con gioia e discrezione di quel ben di Dio che ne io né lui avremmo mai pensato di poter vivere. C’era qualche donna ogni tanto a rallegrare le nostre ore d’evasione ma soprattutto era la “vita” a farci felici, felici di poco: io di essere Fulgenzi, lui di essere “il Principe”, due situazioni tutte nostre che nessuno ci aveva regalato, che nessuno poteva né uguagliare né invidiare tanto erano personali ed uniche. Era tanto l’amore che aveva per la vita che Maurizio godeva anche per le gioie degli altri, come se fossero state sue e ne era felice a tal punto da non sentire il disagio quando a lui da quelle situazioni poteva derivare una 51 momentanea difficoltà. Tutto si aggiusta e la soluzione si trova sempre e quando qualcuno ha potuto godere di una botta di vita, che diamine non ci si tira indietro e volentieri si partecipa perché la gioia di un momento è la gioia di tutti, anche di te che per quel momento devi pagar qualcosa. Era così il Mao, sia che dovesse coprirti per una momentanea fuga sia che dovesse soffrire qualche difficoltà per aver aiutato se c’era l’occasione per una avventura fuori programma. Questo mi fu evidente quando il Mao, per risolvere alcune e momentanee difficoltà decise di farsi autonoleggiatore acquistando una nuova fiammante Alfa Romeo. Scatolone, marito della storica Mimmina, aveva organizzato una delle sue solite botte di vita che accumulavano in tempi ristrettissimi evasioni amorose e visite rapidissime al Casino di Venezia dove la fortuna era, secondo la filisofia di Scatolone, a portata di mano. Una volta o l’altra avrebbe certamente colto la palla buona ed avrebbe dimostrato alla Mimmina che non era quel vagabondo, buonannulla come lei urlava ai quattro venti. L’evento era talmente eccezionale che fu necessaria la complicità del Mao. Quell’Alfa nuova fiammante era il mezzo ed il complemento indispensabile, la ciliegina rossa su di una avventura che si preannunciava clamorosa, organizzata talmente bene che neppure la Mimmina, sempre all’erta e sempre vigile, si sarebbe accorta di nulla. L’entusiasmo tradì Scatolone che alla prima galleria dopo Barberino tamponò e venne a sua volta tamponato. Galleria completamente intasata, macchine distrutte, Scatolone ricoverato in Ospedale, Alfa Romeo nuova fiammante ridotta ad un rottame: il Principe valutò la 52 situazione e come prima reazione ribattezzò la galleria nei pressi di Roncobillaccio “Galleria Rachini". Con la complicità degli infermieri che ben lo conoscevano si piazzò vicino al letto di Scatolone, che tutto ingessato narrava di continuo quanto era accaduto, aggiungendo via via particolari che pur nella tragedia, sollecitavano tutta la comprensione del Mao che aveva perduta l’ Alfa ma che da uomo di mondo non poteva non partecipare al fatto esprimendo al dolorante infortunato tutta la sua vicinanza e comprensione. Insieme ricordavano e valutavano le curve, il terreno, la visibilità del luogo del disastro e insieme concludevano sempre che la vita a volte ti tradisce ma che ci sono momenti in cui l’avventura chiama e se uno è un uomo come deve essere non si può tirar indietro, costi quel che costi, e ti ricordi quella volta lì e quell’altra là… Ma tra una chiacchiera, una rievocazione, una risata ogni tanto Il Mao si ricordava che per quell’Alfa aveva firmato un pacco di cambiali che lo stesso Scortecci, il tabaccaio, quando gliele aveva vendute era rimasto meravigliato non poco chiedendosi come e chi le avrebbe mai pagate. Sia il Mao che Scatolone sapevano bene che la soluzione era una sola: convincere la Mimmina a pagare il danno, anche se per il momento era indiavolata per aver scoperto in modo tanto inatteso quanto drammatico l’ennesima avventura di Scatolone. Arrivava la Mimmina in ospedale durante le ore di passo, il Maurizio si rintanava in un angolo della corsia e cercava di incassare per quanto era possibile le invettive che l’infuriata cominciava a vomitargli addosso non appena metteva piede nella stanza, per aver, secondo lei, agevolato 53 e coperto le scappatelle di quell’imbecille che era pur sempre un padre di famiglia. Scatolone cominciava ad emettere lamenti che avrebbero intenerito anche un tedesco e pregava la Mimmina che, essendo ormai lui in punto di morte, due erano le cose da fare: perdonare lui per quella stupida scappatella che mai avrebbe ripetuto anche se fosse rimasto in vita, e poi saldare il conto al Maurizio perché le cambiali scadevano e tutta l’attività dell’ autonoleggio era ferma essendo l’Alfa l’unica componente del parco macchine. La Mimmina urlava e strepitava dividendo in egual misura offese e improperi al Maurizio che concorreva tanto disinvoltamente ad alimentare vizi e scappatelle di mariti infedeli e a Scatolone ricordandogli,come se non l’avesse mai sentito dire, che era un vagabondo ed un incapace e che solo grazie a lei lui si poteva permettere…e questo e quello e giù con un elenco lungo e stuzzicante che attirava l’attenzione di tutti quanti nel piano, infermieri e malati potevano seguire la scena. Comunque la Mimmina finito lo spettacolo, fedele al suo principio che i soldi chi li ha li deve tenere ben stretti perché tanto gli altri non li sanno usare, se ne andava a culo torto come era venuta seguitando a imprecare e maledire i due gaudenti fino alla grande scala. Scatolone e Mao restavano silenziosi, anche i lamenti di dolore ed i presagi di una fine imminente da parte dell’infortunato, ora che non servivano più, cessavano e ricominciava l’attesa che si sapeva lunga ma certo coronata da felice conclusione, tante volte ormai Scatolone aveva sperimentato tali evenienze. Il Principe raccontava spesso questo fatto con gioia e con partecipazione, eccitato dalla possibile avventura che Scatolone aveva tanto maldestramente architettato e che 54 certo sarebbe stata da ricordare se non fosse finita così tragicamente. Mai in quell’evento lo sentii lamentare la distruzione di tutto il suo “parco macchine”. Ieri il Principe se n’è andato per sempre, me lo ha detto un amico comune e non sapevamo che cosa dire perché quando scompare una persona ogni cosa che dici è inadeguata e stupida. La dici per riempire il vuoto che senti, inutilmente perché il vuoto che lascia chi se ne va, specialmente quando uno era Principe per disposizione naturale, è enorme. L’avevo incontrato per caso, forse cinque o sei anni fa: era tornato normale, il Maurizio, oppresso evidentemente da quella normalità, deluso, stanco. L’avevo visto con piacere e l’avevo invitato a ritrovarci stupidamente convinto che insieme avremmo potuto parlare di quei tempi andati, rivivere per qualche attimo le emozioni, rinverdire i ricordi… Il Principe era stato più intelligente di me, lui sapeva già che tutto quanto avevamo vissuto era inevitabilmente sepolto sotto un monte di delusioni e di amarezze e che mai avremmo potuto neppur lontanamente rivivere anche uno solo di quegli attimi che erano sembrati tanto semplici, tanto normali ed erano invece stati tanto straordinari. Non l’ho quindi più visto il Principe, l’ho ripetutamente chiamato e sollecitato ma lui si è sempre discretamente negato con più obiettività di quanto io non sapessi. Ora che se n’è andato per sempre ho molto ripensato a questo suo atteggiamento, a questo suo stato d’animo e mi sono reso conto che tutto quanto abbiamo avuto ora lo paghiamo a caro prezzo. Che ad ogni gioia , ad ogni momento speciale passato, corrisponde ora una 55 delusione, un qualcosa che ti manca e che non potrai più avere ed il dolore è grande e non lo puoi spiegare. Ho capito ora perché generalmente hanno una vecchiaia se non migliore almeno più tranquilla, quelli che hanno vissuto una vita piatta e “normale”. Quando sei stato sopra le nuvole ed hai visto il cielo azzurro profondo mal sopporti la nebbia di novembre, quando sei stato Principe, ricordare, pensare, rivivere è dolore puro e devi essere forte, ma la delusione ti consuma e la nostalgia ti logora. Non so da quale malattia è stato sconfitto il Principe, ma sono sicuro che questa è l’origine certa e la causa principale . Sono stato al cinema con Marco; o meglio Marco mi ha portato al cinema, prima io portavo lui, ora lui porta me, o almeno così io sento anche se lui, gentile e delicato come è non me lo fa sentire. Probabilmente non sa quanto io sto bene con lui, quanto è bella la sensazione che mi da quel suo modo di guidarmi, di prendere le decisioni anche piccole, anche per me. Stare con Marco, per me, è come stare in casa, al riparo, quando fuori piove come ieri sera: pioveva ed io stavo bene anche nella macchina del Napoli. Seduto dietro in quel posto stretto e senza la possibilità di avere uno sportello tuo come porta di fuga, stavo comunque bene. I vetri appannati ed il Napoli che s’era bagnato per andare a prendere la macchina al parcheggio, s’era bagnato come quando eravamo ragazzi e quando pioveva era solo un’occasione diversa e tornavamo a casa zuppi come pulcini (diceva mia madre) e ti sentivi bene mentre la mamma ti brontolava, ti stropicciava il viso e la testa con un asciugamano e ti metteva dei vestiti asciutti. Ti brontolava, fingendo di essere dura e arrabbiata ma tu 56 stavi bene perchè sentivi che quello era tutto amore e c’era chi si prendeva cura di te anche se tu eri sbadato. Seduto vicino a me, al cinema, un tizio squallidino con una biondina degna di lui, si è trangugiato una quantità industriale di pop-corn. Non sapevo che il pop-corn avesse quel cattivo odore ed ho sofferto fino a quando non ha appollottolato il sacchetto ormai vuoto. Mi ricordava ma molto in peggio, o almeno ha riportato alla mia memoria, l’odore delle biade bollite alla sera dai contadini, per far mangiare le bestie. In estate, quando le giornate erano lunghe e calde, eravamo indaffarati fino a tardi, spesso concludevamo la giornata al fiume, io avevo anche inventato una specie di cerimonia di chiusura proprio nel momento del tramonto del sole, avevo copiato l’idea da “I Ragazzi della via Pall” che avevo letto durante i 15 giorni di convalescenza per un’operazione di appendicite. In inverno invece, e anche in autunno quando si faceva buio presto e l’aria cominciava ad essere tagliente, cercavamo rifugio nella case dei contadini, specialmente in quella del Ghezzi o del Piccinotti. Le donne avevano preparato grandi fuochi con fascine e bronchi di testucchio, gli uomini arrivavano brontolando e mettevano a cuocere in grandi catini, rape tritate. A cottura ultimata crusca di grano e farina di granturco, una gran mescolata ed il bevarone era pronto per ridar conforto agli animali. I maiali ci infilavano il muso dentro, succhiando, biascicando, facendo mille rumori che ti facevano capire che quell’intruglio doveva essere proprio buono. Governare, nutricare le bestie era compito del capoccia e di qualche giovanotto della famiglia. Senza eccezioni possibili per 365 giorni all’anno, estate o inverno, 57 feste o giorni normali, sani o malati, governare le bestie era un impegno ovvio, di assoluta priorità, che non ho mai sentito né contestare ma neppure lamentare. Era naturale, come vivere e respirare, come fare una cosa alla quale eri stato destinato e che era naturalmente tua, e che nessuno poteva o doveva fare al tuo posto. C’era una stanza apposta, il segataio, dove si conservavano le erbe fresche o no per il mangiare quotidiano delle bestie. Vacche o mucche che fossero dovevano avere giornalmente un misto di fresco e secco, ben tritato e ben conservato. L’erba medica se raccolta umida ribolliva e se una bestia la mangiava gli si gonfiava la pancia e scoppiavano come palloni, dicevano i ragazzi più grandi che l’avevano sentito dire dai vecchi mentre le donne si segnavano e dicevano fra i denti parole misteriose, in latino, che conoscevano senza averlo imparato mai . Nel segataio, l’odore delle erbe variava con il cambiar delle stagioni, dolce e fresco per le erbe di primavera piene di fiori colorati, diventava forte e legnoso sotto i colpi del sole quando in estate l’erba medica ed il trifoglio si seccavano trasformandosi in preziosi fieni per l’inverno. Con il falcione, un’antica lama triangolare con il manico di legno, i contadini addetti alla stalla affettavano come grandi torte i pagliai adagiati sulle grandi aie. La paglia ed i fieni ben asciutti venivano tranciati con una grande macchina a mano che aveva due lame grandi arcuate e faceva paura a vederla. I vecchi capoccia portavano il segato con grandi paniere direttamente nella mangiatoie e le vacche subito vi tuffavano dentro il muso e cominciano a masticare con uno strano movimento della mascella che si muoveva come in un moto circolare. Sul tetto delle stalle in quell’atmosfera caldo umida, nuvole 58 nere di piattole riempivano grandi spazi. In un angolo una grande barca di paglia asciutta era il nostro rifugio mentre i vecchi con le forche di legno raccoglievano dalla paglia le grandi cacche della vacche e le caricavano per portarle nella concimaia. La luce veniva da piccole lampade di poche candele e la stalla aveva anche un non so che di sacro. Lì sotto gli occhi vigili di un piccolo Sant’Antonio sempre presente, trascorreva la vita di questi mansueti animali. Le vacche bianche venivano tirate fuori dalla stalla per i normali lavori dei campi. Tiravano coltri e aratri spaccando la terra in due e rivoltando le zolle profumate. Altre volte invece erano attaccate ai carri, unite da grandi gioghi di legno trascinavano i pesanti carichi abilmente sistemati sopra i carri secondo regole e arguzie imparate dai vecchi, sempre nello stesso modo, senza cambiar nulla perché ormai si sapeva che le manne di grano si caricavano in un certo modo, i bigoni colmi di uva si allineavano in un altro rispettando regole precise, passando le corde dove si doveva, come si era sempre visto fare dai vecchi in quella casa. Le mucche da latte invece non uscivano mai, passavano la loro vita legate davanti alla mangiatoia: venivano portate fuori solo per andare al mercato per la vendita o al macello se di latte non ne davano più abbastanza da coprire spesa e fatica, perché la Padrona sapeva bene quanto una mucca deve dare in un giorno, perché in campagna tutti avevano una resa dovuta, uomini donne e animali, ognuno per la sua parte come si era sempre visto fare. Quando si avvicinava l’autunno le erbe fresche cominciavano a mancare nei campi, erba medica, segale e trifoglione erano già stati mietuti e abbarcati a seccare, 59 portati nell’aia ben composti in pagliai più piccoli proprio di fianco al grande pagliaio della paglia di grano. Quella era l’epoca in cui si dava mano alla ricerca di fogliame di ogni tipo, per risparmiare i fieni e per prolungare il mangiare fresco alle bestie. Gli uomini tagliavano i lunghi rami dritti dei mori lungo lo stradone, i rami contorti dei pioppi giù lungo il fiume, le donne con le mani che si facevano rosse e sempre più callose, li sfogliavano e un nuovo profumo si spandeva in ogni dove dalla stanza del segato alla stalla, un odore diverso da quello della primaverile erba medica, un odore che parlava di autunno, di voglia di stare in casa al canto del fuoco in attesa che la massaia ci allungasse un boccone, o rovesciasse dal paiolo sulla grande spianatoia una polenta gialla e profumata che la spianatoia la prendeva tutta ed arrivava proprio al bordo dove gli uomini armati con un lungo filo di cotone ne tagliavano lunghe fette, a compenso della fatica quotidiana e del freddo che ormai era già arrivato. Non erano ancora grandi freddi, ma un arietta chiara e pungente che sapeva di semina e di vendemmia. Avevamo sfogliato le grosse spighe dorate di granturco in una dolce sera di fine estate. Gli uomini avevano attaccato fuori una lampada attaccata ad un bastone ed al chiarore fioco di quella luce ci eravamo tutti seduti in giro, alcuni sulle sedie altri seduti per terra. Al centro una grande barca di spighe chiuse come bozzoli di seta giganti e noi tutti intorno tra chiacchiere, scherzi e battute, le ragazze sembravano ancora più belle e più desiderabili a quel chiarore tenue ed il profumo delle foglie di granturco faceva desiderare di buttarle li fra le foglie a terra ed abbracciarle forte per sentire quel calore che solo le ragazze giovani hanno addosso. 60 Gli anziani che avevamo mani forti e sapienti prendevano le spighe sfogliate, le univano insieme e le legavano a mazzi con i vinchi tenuti a bagno sempre durante tutto l’anno, sempre con le stesse mosse, sempre con lo stesso sistema per fermare la legatura, che così avevano sempre visto fare dai vecchi e così facevano perchè i ragazzi imparassero. I grandi mazzi li attaccavano poi sul fronte della casa o sotto la grondaia delle capanne e sembravano una decorazione per una grande festa, una decorazione che nessuno avrebbe mai potuto far meglio e che era segno che il raccolto era andato bene e si era fatto e finito ringraziando Iddio. Le facciate delle vecchie case macchiate dal tempo e dalle muffe invernali, prendevano colore e si accendevano di un oro improvviso: i vicini guardavano ammirati, valutavano il raccolto e già sapevano se oltre che per le polente di granturco ce n’era a sufficienza anche per quella scrofa che il Beppe aveva nel maialaio o se, per l’annata fortunata, il Beppe ne avrebbe potuta anche nutricare una in più. Tutto era collegato, prevedibile, come parte di un grande meccanismo sperimentato: una scrofa in più avrebbe significato un’altra covata di maialini entro l’anno e quindi… tanto fa tanto… otto, dieci lattoni da vendere a fine agosto se il prezzo reggeva, le donne avrebbero potuto acquistare lenzuola nuove alla fiera di settembre. Gli uomini invece a Piazza Sant’ Agostino avrebbero studiato e rigirato per ore bigoni e bigonce, valutando le venature del legno ed i punti deboli, cercando di capire prima dove il tempo avrebbe corroso quello che compravano ora, grazie a quella covata inaspettata di lattoni. 61 Era gia stato difficile convincere la Sora Giannina, la Padrona, che quegli acquisti erano necessari, ed anche se i soldi erano i loro erano sempre stati conservati nella cassaforte della Padrona, scritti nel grande libro dal Computista e ricopiati in bella calligrafia nel piccolo libretto che il capoccia s’era portato dietro per riporlo poi, aggiornato, sotto al materasso di foglie di granturco; perché quel libretto era tutto il suo capitale , il suo avere ed i soldi li doveva tener la Padrona perché non ci stavano bene al giro, in una casa da contadini. Allora non c’era cinema, o io almeno ne avevo mai sentito far parola. Solo durante la guerra, verso gli anni ’40 ricordo credo di aver visto un film. Sullo schermo, attraverso un cono di fumo e luce che riempiva la sala, Alida Valli, dolcissima creatura cantava innamorata “io t’ho incontrato a Napoli…” e “ma l’amore no!”…l’amore mio non può disperdersi nel vento fra le rose, finch’io vivo sarà vivo in me….solo per te! Nell’intervallo entrava un addetto del bar che con un vassoio attaccato al collo, come una sigaraia, vendeva cioccolate e altre dolcezze. Maccagnolo sembrava così lontano dalla città; “Vado a Arezzo” si diceva quando con neanche dieci minuti di camminata arrivavi ai bastioni di Santo Spirito, dove la città ufficialmente cominciava. Tra Maccagnolo e Arezzo c’erano alcuni punti fissi, confermati e tramandati dalle consuetudini della gente. La Girata era proprio in fondo alla strada sterrata che cominciava da Maccagnolo e portava verso la città. Da una parte la vigna del Caccialupi, recintata da una rete che in inverno si riempiva di brina e di ghiaccioli tanto da sembrare una grande trina che 62 brillava al gelido sole della mattina, dall’altra i campi del Giorgi. Cominciavano subito dopo la concimaia del Ghezzi, delimitati da una fitta, incolta macchia di more selvatiche. Su quella strada sterrata giocavano a rulla gli uomini la domenica e se riuscivano a superare la leggera storta che tagliava la strada a metà, quello era il punto massimo d’arrivo. Poi la strada volgeva a destra e giù, con una leggera discesa, fra piccole case e giardini incolti si arrivava alla “Botteghina” punto avanzato della civiltà commerciale verso il nostro paese. Dalla girata a dritto si andava invece fino alle case del Grotti e poi, subito dopo la vigna del Piccinotti, si intravedevano misteriose e tetre le costruzioni del Manicomio quasi completamente nascoste dalla vegetazione che dal colle del Pionta arrivava giù fino al Foro Boario. La “Botteghina” era il sogno, l’evasione, la gratificazione di tutti noi: gli uomini andavano a comprare le sigarette, una per volta o i sigari toscani che accendevano poi nei momenti di calma con uno stizzo di fuoco dal camino facendolo ballare nelle mani callose per non bruciarsi. Noi ragazzi andavamo, quando potevano rimediare qualche centesimo, a comprare due soldi di Magnesia mussante. La mettevamo direttamente in bocca perché ci sembrava sciupata a metterla nell’acqua. Ci riempivamo la bocca di schiuma e di profumo di limone. Le donne compravano acciughe e aringhe, proprio all’ingresso il banco cominciava con una marmo bianco scavato a lavandino ed una cannellina per l’acqua. Li si fermavano gli uomini tornando dal mercato, per un bicchier di vino che giudicavano sempre molto severamente pensando a quello che dormiva nelle loro botti. Nella cantina c’andava il capoccia, quando la tavola era pronta e la polenta stava per essere rovesciata sulla 63 spianatoia. Le donne sollecitavano gli uomini e questi le donne e tutti sedevano attorno al tavolo. Il Capoccia tornava con il fiasco mezzo vuoto, portando il mezzovino appena splillato, fresco e profumato, leggermente frizzante per le roselle che ci avevano messo al momento della vendemmia. Davanti alla Botteghina, una strada dritta e larga portava giu fin quasi alla Stazione e al Campo di Marte, era la via de Ferrovieri. Una doppia fila di casette con il giardino davanti, tutte recintate con una bella inferriata di ferro battuto. Erano appena finite quando scoppiò la Guerra, si accorsero tardi che mancava il ferro e tagliarono tutte quelle belle inferriate per fonderle e farci attrezzi da guerra. La stessa sorte era toccata a tutte le inferriate, le ringhiere e le decorazioni in ferro anche alla Villa. Presero anche le fedi d’oro dal dite delle spose, la guerra non era ancora cominciata e gìà divorava tutto come un mostro affamato. Purtroppo oltre le inferriate, le fedi ed i giardini trasformati in orti di guerra, avrebbe poi cominciato in un crescendo pauroso a distruggere cose e persone come se tutto fosse senza alcun valore di fronte a tanta violenta sciagura. Ai bastioni di Santo Spirito le guardie doganali facevano buona guardia e le donne non riuscivano a sottrarsi a dazi, ispezioni e prediche minacciose quando cercavano di passare quell’assurdo confine casereccio con un paio di piccioni nascosti dentro la sporta. A volte le donne andavano fino su nell’Arezzo alta, al Mercato del sabato, se tra le piante di granturco riuscivano a raccogliere un cestello di fagiolini, o se con qualche sacrificio, un po’ di fortuna e la buona volontà 64 delle galline, riuscivano a metter via qualche coppia d’uova in più. “Sabato mattina portatele al mercato” ordinava la nonna Giannina non appena veniva a conoscenza di quella inaspettata disponibilità, ed aspettava il ritorno delle donne per sapere quanto si era ricavato, quali erano i prezzi, e lamentandosi che la roba non costava niente, le spese erano tante e le bocche a mangiare ancora di più, prendeva i soldi e li rinchiudeva nella grande cassaforte della Camerona. Il Computista che doveva venire proprio quella settimana avrebbe poi segnato in bella calligrafia Un cestino di fagiolini venduti al Mercato per lire… Una volta o due l’anno i giovanotti organizzavano un ballo nella cucina della Laurina del Piccinotti. Veniva Dolfino con una fisarmonica lucida di madreperla, suonava tanghi appassionati o mazurche che i giovanotti ballavano, mettendo finalmente le mani addosso a quelle ragazze che tante volte avevano sfiorate e annusate mentre insieme lavoravano a sfogliar granturco o a far vendemmia, ma che ora finalmente potevano liberamente tenere ben strette con le mani forti appoggiate dietro le loro schiene dure come la pietra ma nello stesso tempo dolci per quei due lombi all’altezza della vita che ti facevano intuire tutto e star male. Le donne anziane stavano ai lati a guardare curiose e invidiose i giovani e sapevano bene dove portavano e dove sarebbero finiti quei primi approcci apparentemente innocenti. Gli uomini parlavano di mercati e di concimi, di raccolti e di fattori, finché qualcuno di loro abbrancava una moglie ossuta e scontrosa e la trascinava nel mezzo della cucina, abbozzando un ballo fra gli applausi e le battute generali . 65 Non ricordo poi più cinema fino ai tempi del liceo, quando il cinema era l’unico posto dove potevi star al buio vicino ad una ragazza e stropicciarla come si doveva senza problemi. Si sceglievano gli ultimi posti in galleria, liberi da sguardi indiscreti. Uscivi con il cervello in fiamme le labbra rosse e gonfie per i baci pieni di desiderio, che più ne davi e più ne desideravi. Siamo stati a mangiar una pizza ieri sera, con Marco Luana e Franca. Usciti controvoglia, come sempre ormai. La casa ci fa sentir sicuri e tranquilli, quando siamo fuori soffri di mille offese piccole e grandi che il mondo di oggi non ti risparmia. Non ti consola alcuna certezza: i locali si rinnovano, aprono e chiudono con frequenza quasi mensile. Non hai più tempo di affezionarti al tuo negoziante di fiducia così come loro non hanno più clienti affezionati e frequentatori del locale. Il rapporto quindi è sempre improvvisato e deludente. Ti aggiri tra commessi annoiati e camerieri scorbutici e distratti. La pizza era buonissima, finalmente una, in gran parte delle pizzerie ormai lavorano volenterosi di importazione che tutto san fare all’infuori che la pizza. Siamo andati ad Arezzo, al Multisala, in una pizzeria tenuta da veri napoletani che evidentemente sanno l’arte del mestiere. Un posto fuori del tempo che mostra insieme vaghi tentativi per un locale attuale e avanzato (multisala e negozi annessi) ed una vecchia mentalità, provinciale e becera che non ha ben compreso il nocciolo del problema. Fra negozi vuoti e saracinesche tristemente abbassate, vedi agenzie immobiliari, negozi di mobili, scarpe e giganteschi attrezzi 66 da ginnastica; tutto quanto non ha niente a che fare con il passatempo serale legato a cinema è stato concentrato lì, per riempire spazi tristemente vuoti. Siamo tornati a casa presto, lieti di fare una bella sorpresa alla Pulce in perenne attesa. Appena entrati in casa, qualcuno di noi sale a chiamarla, in camera mia si alza insonnolita, si stiracchia e poi si butta giù correndo da uno all’altro facendo feste a tutti andando e tornando indietro per la paura di aver dimenticato qualcuno e per il piacere di raddoppiare l’esibizione della sua gioia. Si scuote tutta scodinzolando, perde l’equilibrio cerca di prender velocità scivolando sui mattoni lucidi e poi si ritorce per ricominciare da capo. E’ un cerimoniale che sempre ci conforta, che ci fa sentire amati senza condizioni da questa bestiolina meravigliosa, attenta sempre pronta a farci festa, che ormai parla con noi, con un linguaggio chiaro che abbiamo imparato a capire in questi anni di convivenza. Era giorno di mercato, in quel periodo mi piaceva mettere liberi nel giardino polli mungellesi e conigli nani. La vista di un animale libero che trova intorno a te il suo ambiente naturale e ti sbuca tra le siepi quando passi e si abitua alla tua presenza e tu alla sua mi fa star bene, completa il giardino, da un senso compiuto a tutto questo verde di siepi e cespugli. Proprio all’inizio del paese, l’uccellaio aveva messo per terra la sua stesa di gabbie di ogni tipo e dimensione. Polli, conigli , quaglie e piccioni: tutti da comprare belli e preziosi, vorresti averli tutti e tenerteli intorno per abbellirti la vita. Una donnina comperava delle quaglie; sono graziose, sembrano starne in miniatura con quelle penne delicate come seta, maculate e sfumate per imitare il terreno e nascondersi . Ne ha prese due è m’è sembrata 67 gentile e molto delicata, non sono frequenti le vecchiette che pensano di allietarsi la vita circondandosi da animaletti fragili e gentili. Ha stiracchiato sul prezzo…va bene è tipico è l’attività prediletta per le vecchiette al mercato. Ho chiesto poi all’uccellaio dove poteva tenere , la signora, quelle due delicatissime bestiole, con il timore che mi dicesse che le avrebbe conservate in una piccola gabbia, prigioniere a vita con il cielo ed il verde dei prati la fuori, oltre le sbarre invalicabili. “le cuoce con salvia e uno spicchio d’aglio nella pancia” mi ha detto l’uccellaio quasi meravigliato che io non conoscessi il destino naturale delle piccole quaglie. Ti sentì male quando sentì cose simili: “ne vendo tante ai mercati - seguita ad informarmi l’uccellaio - preferiscono prenderle da me perché quelle del supermercato potrebbero non essere fresche, queste invece le ammazzano e le cuociono…” Le ammazzano e le cuociono...sono passati anni e ancora quelle parole mi risuonano nel cervello, mi immagino tutte le procedure possibili per il quaglicidio…..l’umanità è capace di tutto… e le vecchiette pure, almeno a quanto pare. Le immagino in cucina a cercare il coltello più adatto per staccare con un colpo incerto la testa a quel povero animale ed immagino i suoi occhi impauriti a cercar la luce fuori della finestra ed una possibile via di fuga. Oppure l’avrà strozzata, o soffocata o sbattuta per terra fino a strappare la vita da quel piccolo corpo caldo e pulsante. La violenza è incorporata in molte persone, fa parte della loro natura, del loro modo di essere anche quando per come le vedi, non ti sembrerebbe possibile. 68 Dalle gabbie venivano rumori e odori conosciuti, sono nato e vissuto in campagna e riconosco l’odore di una gallina da quello di un coniglio come fossi un cane da caccia. Fra tutto quello smuoversi di teste e di piume, fra tutti quei rumori ora acuti e cinguettanti ora fiochi e appena udibili, una gabbia sola era tranquilla: due piccoli abitanti la occupavano lasciandone libera più della metà, tanto erano piccoli e accucciati insieme, stretti uno all’altro quasi a farsi coraggio e calore. Due piccoli cani: uno a pelo corto, biondo dorato con un musino furbo e interrogativo, l’altro a pelo lungo , più massiccio un lupo bonsai. Scelsi quello a pelo corto furbo dorato e desideroso di compagnia. Lo scelsi e lo portai a casa: da quel giorno la nostra famiglia è cambiata, abbiamo trovato aiuto e consolazione, abbiamo imparato e ogni giorno impariamo ancora che cosa significa volersi bene senza compromessi di sorta, felici di vedersi al mattino, sicuri, deboli ma protetti e consolati quando qualcuno ti copre con una copertina di lana o ti aggiusta la sedia perché tu gli vada vicino. Pulce parla una lingua che ormai noi tutti comprendiamo benissimo, parla ma non obbedisce ai soliti ordini per cani. Non obbedisce, ma non per stupida indisciplina, non obbedisce solo perché fa quello che ritiene giusto fare in quel momento, dialoga, se qualcosa non gli va con un grugnito sordo e delicato ti guarda negli occhi ferma e ti sfida, se ti sei dimenticato di spostargli la sedia o coprirla con il mio giubbotto emette un gorgoglio annoiato come chi becca il dipendente smemorato e lo richiama ai suoi doveri. Grande la Pulce che non sopporta di stare all’altezza normale dei cani, cioè sull’ impiantito. 69 I suoi ambienti naturali sono poltrone, letto, e tavolo. Non è il tipo del cane che aspetta l’osso sotto il tavolo: dalla poltrona sua posta vicino alla mia, con le zampe davanti sul bracciolo, scruta tutto il tavolo e tra sguardi acuti e annusate orientate decide e chiede con pazienza ma con determinazione ciò che sul tavolo fa al caso suo. Niente roba calda, niente bocconi grossi, niente di niente che non sia quanto di meglio la tavola offre. Quando ha finito di banchettare con la famiglia si avvia alla sua ciotola per il pasto normale, ma non mangia, chiama con decisione e mangia solo dopo che qualcuno si alza e non va lì a vedere la sua “tavola” con attenzione, come lei ha fatto con la nostra e non le dà il via per mangiare, dicendo a chiara voce “buon appetito!”. Se la serata va per le lunghe lei sa cosa fare: lascia tutti senza complimenti e va al piano di sopra, sulla sua poltrona a dormire…in attesa che qualcuno vada a coprirla per la notte. Conosce i suoi posti, le posizioni, le precedenze, conosce le nostre abitudini, la nostra psicologia, sa le nostre debolezze e i nostri nervosismi. Se ha qualcosa da dire lo dice chiaro e forte, o delicatamente a seconda dei momenti: ha cambiato la nostra vita, è la nostra forza e la nostra consolazione…è la Pulce. Quando dico che ho visto la Madonna nessuno ci crede, in casa ascoltano come si faceva per cortesia con quelli che avevano fatto la grande guerra e ti raccontavano mille volte che dalle nostre trincee si vedevano gli Austriaci, per mesi uno di fronte all’altro, acqua alla stessa fonte in fondo al borro tra le due trincee, canti di nostalgia che dopo 70 mesi ormai tutti sapevano bene anche dall’altra parte perché la nostalgia è di tutti i disgraziati di questo mondo. Mesi nel fango a scrutare con curiosità le mosse e le abitudini in attesa che qualcuno desse l’ordine di uscire da quelle benedette trincee piene di fango. La casa, la famiglia, il lavoro, il caldo di una donna dietro le spalle a centinaia di km, lontano e davanti un mondo sconosciuto che non ti appartiene, poche figure vaghe appena intraviste in quei lunghi mesi, gente che non hai mai conosciuto e che non capisci neppure bene perche ce l’ha tanto con te , che non sapevi neppure che esistesse. Ora dovresti ammazzarli tutti se ti riuscisse mettergli una palla in testa quando li intravedi per un attimo così da lontano, ma questo è difficile e allora sai bene che un giorno prima o poi dovrai corrergli incontro spinto da ordini urlati a squarciagola, con la baionette in canna correndo come un pazzo da una buca ad un'altra per arrivargli tanto vicino da strappargli l’anima e salvare la tua pelle Un giorno senza un motivo apparente,l’ordine arrivava. Gli Ufficiali si facevano seri, i sottufficiali non ammettevano repliche, qualcuno piangeva , altri affilavano le armi, oliavano i fucili , con la voglia in corpo di uscire da quelle tane da topi e strappar la vita al primo crucco che avrebbero incontrato con la speranza di pareggiare in qualche modo tutti quei mesi di sofferenze. Era arrivata una mattina quella cartolina rosa ed il postino nel consegnarla alla massaia aveva scrollato la testa , mortificato e imbarazzato per essere l’involontario portatore di tale notizia. L’avevano scaraventato lontano dal suo paese, le donne lasciate sole a curar casa e podere i vecchi a far 71 quello che non potevano più da tempo, bestie e campi abbandonati. Ora era lì in attesa di quell’ordine stupido atteso e temuto insieme ma che almeno avrebbe posto fine a quell’attesa snervante. E’ strano : in momenti in cui il problema è la vita o la morte, quando sai che fra pochi minuti potresti non esistere più, ancora di più in quei momenti salta fuori la cura e l’attenzione per particolari che non hanno alcuna importanza. Come se rendere la cosa più ufficiale e in qualche modo parte di un cerimoniale ben studiato potesse in qualche modo alleviare la tragicità di quei momenti o giustificare il fatto che qualcuno stà andando a morire senza saper perché. Dalla trincea del comando usci il sergente con la bandiera da combattimento che di solito se ne stava dietro la scrivania del comandante ma che ora sembrava importante e indispensabile in quella bolgia infernale che si stava per scatenare. Il caporale trombettiere , aveva tirato fuori una tromba ammaccata . cercava di ridarle un po’ di lucido strusciandola con la manica della giacca, provava in silenzio i tasti per vedere se erano ancora agevoli dopo tanti mesi di inattività e si bagnava le labbra e le massaggiava succhiandosele, come se avesse avuto paura di fare una stecca e con quella sciupare tutto quel casino che stava per scatenarsi. Il senso del dovere ….è una cosa strana inspiegabile, a volte radicata anche nelle persone più grezze, involontariamente , contro i tuoi stessi principi ed interessi…contro la tua stessa vita, a volte, contro ogni logica ed ogni morale possibile. 72 Mi meraviglia sempre vedere , ad esempio , i condannati a morte camminare fino al patibolo, mettersi in buona posizione per la forca, allungare il collo per far entrare più agevolmente il cappio, mostrare il petto, guardare in faccia il plotone, quel branco di imbecilli che solo perché hanno una divisa addosso, ti sparano dei pezzi di ferro in testa , dritti nel cuore senza neanche saper perché. Se tu potessi parlarci , se potessero parlarsi fuori da li, in un incontro occasionale al bar o su di una panchina di un giardino, certo scoprirebbero che hanno cose in comune che hanno gli stessi pensieri, le stesse speranze. Scoprirebbero che potrebbero essere parenti o fratelli , capirebbero l’assurdità di quella situazione che si è costruita solo su carte, divise, incarichi ….e decisioni che servono solo a giustificare altre divise, altri incarichi, altre procedure di cui alla fine nessuno riesce a comprendere la ragione vera. Sparami, sparami dritto nella testa o nel cuore, sciupami la vita, rovinami le giornate i minuti, fammi le ingiunzioni e le minacce, se è questo il compito che qualcuno ti ha consegnato fallo pure , ma non riuscirai così a trovar la soluzione. Potresti essere mio fratello, potresti bere un bicchiere con me , potremmo parlare di vita e di donne, potremmo giocare con i cani e camminare fra i campi fioriti, potremmo far festa come se fosse un anniversario qualsiasi e potremmo caso mai, anche far finta che fosse e almeno così costruiremmo un ricordo, una traccia da seguire un contatto grande, gioioso forte che ci aiuterebbe a vivere ancora meglio. Tu ora invece vuoi premere quel grilletto perché ti hanno detto di farlo, vuoi darmi quella carta, vuoi controllarmi e sanzionarmi,: il sistema così ritroverà il suo equilibrio, la sua organizzata ragione di essere. Mettimi pure sotto la terra secca , legami 73 i polsi, chiudimi dietro una sbarra, minacciami e proibiscimi, diffidami , scrivi il mio nome nella lunga lista di quelli che infrangono la regola. Preparati però ad un lavoro lungo perché dopo di me ne troverai altri, ed altri ancora….dopo di me se vuoi che il giochetto delle divise, degli ordini, delle disposizioni, delle delibere continui ne avrai di gente da controllare, pallottole da sparare, intimazioni da consegnare. Vai avanti finchè un giorno al centro del mondo tu osserverai incredulo quel buco della canna di fucile che fra pochi secondi ti sparerà dritto nell’anima un pezzo di ferro arroventato per strapparti la vita e gettarla via. E allora capirai che tutto quello che avevi fatto per difendere la “ normalità” era inutile e fuori luogo, era una follia , una costruzione fantastica diabolica che si è andata complicando sempre più nel tempo con l’intento di costruire un’” ordine” assurdo impossibile che con la motivazione di volerti migliorare la vita , finisce per complicartela, distruggertela completamente. Allora comprendi che “ normale”non era tutto quello, normale non era dipendere, obbedire, essere inquadrato e controllato, normale non era fare qualcosa contro i tuoi principi naturali, normale non era provocare, vessare, torturare, distruggere i tuoi simili. Perché “ normalmente” questi avresti dovuto amarli e loro avrebbero amato te; “ normale era rispettare le regole semplici, eterne immutabili che la natura ha tracciate per ognuno di noi , naturalmente , indipendentemente da razza e religioni. Normale era starsene a casa, a governare le bestie, ed alla sera stanco morto dopo una giornata tra i campi buttarsi nel letto e mettere una mano ruvida tra le cosce della tua donna e trovar conforto. Normale era andartene a ballare , laggiù al garage di Pescaiola dopo il fiume, e 74 stringere al petto quelle ragazze profumate di vita, che non potevi toccare mai. Normale era tracciare i lunghi solchi nella terra e mettervi i semi a dimora in attesa che le prime piogge autunnali facessero miracolosamente , come sempre, da che mondo è mondo , sbucare quelle due foglioline verdi, sempre uguali, tutte uguali senza bisogno di regole , di fogli o di minacce. Tutto questo era normale e non quella fila di fucili spianati, in mano a gente come te, come me, desiderosa solo di un bicchiere di buon rosso all’osteria ed invece ora vestita tutta uguale, con gradi, medaglie e berretti complicati a giustificare un sistema , una violenza che giustificazione non può avere, pronta a premere un grilletto, un gesto apparentemente innocuo, una flessione di un dito che la comunità ha deciso sufficiente a stroncar una vita, senza che nessuno abbia poi a protestare , in nome di una legge che dovrebbe difendermi, farmi vivere bene e con gioia , che dovrebbe custodire la mia vita come quella di tutti , uomini, animali e piante, come una cosa preziosa, testimonianza muta che un miracolo si perpetua in eterno e che solo quello a valore . E’ arrivato ieri un amico di Bob e Barbara, un americano di quelli fatti in serie, con la moglie educatissima che esalta e squittisce alle affermazioni del marito, con il marito che ci tiene a ribadire che le decisioni prese sono comuni a tutti e due e che , anzi, sono frutto di lei. E’ così che dovendo fare una vacanza in Italia sono finiti a Spoleto, un posto dove non andrei mai , tanto m’hanno rotto le palle con Menotti ed il festival dei 2 Mondi. Sono quei posti dove si radunano gli intellettuali di mezzo mondo, ( l’altro mezzo mondo non ha intellettuali perché tutti devono darsi da fare 75 per strappare la vita ), e lì tra un bicchiere ed un caffè, attenti a non spander denaro in giro per non tentare chi “ deve lavorare, sonnecchiano, dialogano e meditano su pensieri altissimi che noi, bassa manovalanza, non potremmo e non dovremmo mai capire. Ho avuta la fortuna e l’avventura di avere tra i miei amici alcuni intellettuali, ne ho conosciuti anche strada facendo. Io sono sempre stato contagiato, infettato dalla necessità di lavorare e quindi mi hanno sempre trattato come quello a cui si da confidenza ma che , poveretto, ha i suoi limiti. Io lavoravo al banchetto da odontotecnico e venivano a trovarmi, con quell’aria da presa di culo, i miei amici che nel frattempo girellavano e dissertavano di Sartre e di esistenzialismo sghignazzando sul popolo borghese e pecorone. Io sapevo bene che stavo li a rivoltar merda per portar due soldi a casa , sapevo che quella non era la soluzione e mi dicevo che un giorno sarei anch’io stato libero da tutti quei problemi ed avrei finalmente potuto dar sfogo a tutte quelle voglie che avevo dentro, piegare e plasmare materiali, scrivere e disegnare , forse anche dipingere perché la voglia c’era e tutte quelle cose le facevo già la notte , nella mia mente, e non mi restava altro che trovare tempo libero e quei due soldi che servivano per buttarle giù tutte quelle idee . Mentre scrivo la Pulce stà qui vicino a me, accovacciata sopra il tavolo, tranquilla e paziente consapevole di questo momento di pace e di rilassamento che stimola le idee e fa star bene. Non lo fa per sottomissione, a riprova le ho tolto il guinzaglio ed è libera, ma evidentemente la sua liberà ora si identifica con la partecipazione a questa situazione, sente che tutto questo è 76 bello e naturale. Gli animali sempre scelgono la situazione, il posto, la posizione più conveniente per il loro benessere in quel particolare momento. La mattina quando mi alzo i polli sono tutti radunati vicino al cancello, in quell’angolo che riceve i raggi del sole che si stà alzando laggiù dietro Marciano. I conigli sono invece nel prato vicino al nocio della mamma e stanno indifferenti al mio passaggio essendo abituati . Qualche mattina invece, hanno passato la rete e allora mi scrutano con attenzione, a volte addirittura stanno alzati sulle zampe posteriori. Sanno di aver fatta una cosa insolita, a suo modo sanno di aver infranto una regola e mi studiano per vedere la mia reazione: io vado oltre e dopo poco loro sono già rientrati senza minacce né inviti ultimativi: sanno che questo è il loro mondo, che stanno bene qui e qui è naturalmente giusto restare. Ci sono poi gli intellettuali veri. Ho conosciuto intellettuali veri : di quelli che con quattro parole ti mettono giù una cosa alla quale non avevi pensato e che da quel momento diventa talmente ovvia ma importante che non non la dimenticherai più: diviene patrimonio tuo e ti fa più saggio. Generalmente sono persone apparentemente da poco, diciamo, di quelle persone che non avendo né titoli ,né berretto né particolari emblemi, passano inosservati e non lasciano traccia se non nel ricordo degli altri per quello che hanno detto, per quello che il loro intelletto naturalmente ha lasciato in giro nella memoria comune. La loro intellettualità non è mai orientata a stabilire regole nuove, o ad inventare di sana pianta principi a cui uno avrebbe dovuto attenersi non si sa per quale motivo. La loro intelligenza era ed è sempre spiegazione ed approfondimento di principi naturali che tutti i comuni 77 apprendono naturalmente nella loro immediatezza , ma che hanno in se possibilità di approfondimento e di sviluppo tali che ogni nostro agire ed ogni nostra attività possono da essi trarre guida e sostegno. Le loro osservazioni cadono nella conversazione generale, stabilendo dei punti fermi, naturalmente e ovviamente accettabili, ma a cui nessuno aveva pensato prima e tutti si meravigliavano che tanta semplicità possa racchiudere un così grande tesoro di verità, pur nella semplicità dell’espressione. Con poche , solenni parole riescono a scolpire verità incontestabili alle quali ti rendi conto di esserti sempre riferito nel corso della vita, senza mai averne intuito la forza di principi generali ed intramontabili. Armandino parla a voce alta mentre raccoglie zucchine e melanzane. Declama poemi ed esprime grandi verità come se fossero prezzi da mercato. Al banchetto del mercato del mercoledì, al Monte San Savino, meraviglia e spaventa le donnette a caccia di sconti e di regalie. Con il misero carico del suo scocciolato furgone blù, gestisce un commercio fantastico che sembra aver per tema, più la vita stessa che misere verdure. Armandino è un vero intellettuale, dolce e patetico quando lancia inviti osceni alla moglie che da lontano lo morde con cattiveria , profondamente saggio quando capisce e sintetizza in poche parole tutta la disgrazia di essere irrimediabilmente segnato per la vita. Come tutti gli intellettuali veri, Armandino ha le sue paure, che identifica poi in cose, situazioni, apparentemente di scarsa rilevanza. Per drammatizzare ancora di più la sua situazione, perché quando sei nella merda fino al collo devi pur dimostrarlo con segni evidenti e inequivocabili, si è fatto 78 strappare tutti i denti e gira mostrandoli a tutti con pudore e aggressività insieme per dimostrare forse che una spiegazione c’è a questa sua eterna disgrazia e che non si può chiedere niente ad uno che non ha più neppure un dente in bocca. L’estate passata ha vissuto alla grande terrorizzato da un serpente “ fischione” che aveva preso possesso del suo campo dei sedani. Sotto il sole cuocente raccontava a tutti come quel pezzo di campo, dove crescevano i sedani più belli ed anche melanzane giganti, doveva ormai considerarsi abbandonato perché là imperava il serpente fischione ; diceva eccitato , “ grosso cosi” e intanto con le due mani callose formava un grosso tondo che se il serpente era proprio grosso così doveva proprio far paura. Tutti ascoltavano sempre completando il terrificante racconto con ricordi e aneddoti che però nulla potevano per uguagliare il terrore del serpentone fischiatore del campo dei sedani. Naturalmente nessuno ha mai potuto verificare se la qualità dei famosi sedani era talmente strabiliante quanto Armandino sosteneva, ed in questo anche lui è un vero intellettuale, perché ha la capacità di buttare lì un racconto talmente terrificante senza che alcuno abbia la possibilità di verificarlo. Armandino l’ho perduto per stupidità mia, per ingenuità gli ho chiesto di accompagnarlo qualche volta nelle sue esibizioni ai mercati . Abbiamo fatto il programma : Monte San Savino, Pienza, San Giovanni Valdarno….da quel giorno Armandino mi ha abbandonato, come tutti gli intellettuali che si rispettano ha intuito che io volevo osservare 79 incuriosito, da vicino, i suoi comportamenti: volevo capire i suoi trucchi, le sue magie. Quando io ero ragazzo la povera gente si esprimeva principalmente attraverso i proverbi : al proverbio si rispondeva con un altro proverbio certi di aver fatto ricorso all’archivio di una saggezza popolare che non poteva tradire. La conversazione era sostenuta da continui modi di dire o di frasi fatte. Un “brutto male” era la sintesi di una malattia tumorale mentre la peritonite era “ un torcibudello” Quando c’erano ragazzi in ascolto e non si doveva parlar liberamente si diceva: “attento, ci sono i tetti bassi”, e quando si voleva tagliar corto sintetizzando in poche parole tutto il disappunto possibile “ da me mi dico e da me m’intendo” Gli uomini parlavano poco con le donne, le consideravano parte di loro stessi, non esistevano matrimoni separati o unioni interrotte. Le donne faticavano duro schernendosi davanti a tutti perché tra uomini e donne non si parlava mai di sesso e neppure di amore davanti agli “ estranei”. Nascevano i figlioli come i vitelli nella stalla, servivano al podere ed era la cosa principale. Gli uomini nella cantina, nella stalla o nel campo a far le faccende della giornata. Le donne nelle grandi cucine , oppure a raccattar spighe dopo le mietiture o falciare erba medica per i conigli. Ma arrivava per uomini e donne il momento della gratificazione. Gli uomini orgogliosi giravano nell’aia affollata durante le battiture. Era il giorno dell’esame, se il pagliaio era grande ed il fattore aveva fatto poche tacche sulla stecca che segnava le staia di grano, gli uomini si schernivano ricordando quella gelata e quei giorni di 80 mancata pioggia che tanto crudelmente avevano influito sul raccolto. I vicini accorsi a doverosa opera, li rassicuravano dicendo che se il pagliaio era così abbondante, anche il grano raccolto non sarebbe stato da meno, e li consolavano per consolare se stessi perché il destino era comune e del male altrui non bisognava mai godere. I capoccia e gli uomini giovani giuravano comunque che i campi erano stati concimati a dovere e che , se il Padreterno li avesse aiutati solo loro sapevano quante staia in più avrebbero portato nel granaio. La Padrona controllava dal grande terrazzo della villa i lavori e via via spediva le donne a raccoglier notizie sull’andamento del raccolto e su quanto grano si sarebbe potuto alla fine contare. Chiedeva notizie ma già cominciava a scuoter la testa ed a ricordare a tutti i presenti, come erano più attenti una volta i contadini e che oggi i giovani non erano più all’altezza della situazione e che le bocche a mangiare crescevano mentre i raccolti diminuivano. Gli uomini avevano preparato il più bel paio di bestie bianche che avevano nella stalla, strigliate e spazzolate le addobbavano con grandi nappe di lana rossa attaccate alle corna attraverso la fronte. Quando le attaccavano alla trebbia per spostarla da un aia ad un'altra giuravano a tutti che sarebbero state molto più belle se non avessero dovuto allattare quei vitelli che purtroppo erano stati necessari a far quadrare i conti con la Padrona, mentre i contadini vicini li rassicuravano dicendo che un paio di bestie così non se ne vedevano intorno da tanto tempo. Il capoccia allora, come per ripagare tutti per tante consolazioni spariva in cantina , e come si fa con uno scrigno prezioso sturava il caratello del vinsanto , quello 81 vecchio di tre anni e ne usciva un liquido ambrato e invitante che tutti avrebbero apprezzato e lodato come avevano fatto per il grano e per le vacche bianche. Ad ottobre , quando l’aria comincia a farsi frizzante ed il cielo bello pulito, gli uomini avevano affidato alla terra tutte le loro speranze. Con i coltri avevano rivoltati i campi con le erbacce secche di fine estate, con i graffi e gli spiani avevano lavorata e livellata la terra fino a farla fine e profumata, infine con gli aratri avevano tracciato i solchi, disegnate le praci, trasformati i campi in splendidi giardini. Lì avevano seminato, pregando e raccomandandosi a Dio, il seme di grano che al momento della battitura avevano messo da parte, conservandolo bene all’asciutto in attesa di utilizzarlo nell’autunno che sarebbe presto arrivato. Finita la semina il capoccia come a compimento di una grande , suggestiva funzione tagliava con il roncolo due rami dritti dal testucchio, ne incideva uno e infilandoci dentro l’altro creava una croce tanto semplice tanto bella e suggestiva. Con passo lento osservando tutto quello che aveva fatto , controllando che neppure una zolletta fosse rimasta fuori posto, si avvicinava al centro del campo e vi piantava la croce con un gesto talmente sincero e solenne che di colpo il Padreterno azzerava tutte le bestemmie che inevitabilmente il vecchio capoccia aveva dovuto urlare a quella vacca che non voleva obbedire ai suoi richiami disperati. “ Sta su, sta su …..madonna qui e Dio la….” Si raccomandava di continuo l’uomo pensando con terrore che poi quei solchi li avrebbero visti tutti e se non erano ben dritti………… Durante la semina gli uomini mangiavano al campo anche se questo era a pochi passi da casa. 82 Tutto quel cerimoniale richiedeva concentrazione massima e non poteva né doveva essere interrotto per ragione alcuna. Arrivavano le donne a mezzogiorno quando si sentivano le campane di Saione e tutto sembrava far parte di una grande funzione religiosa. Portavano le grandi ceste di vinco bianco, all’interno avvolti in un telo di canapa bianca e fresca di bucato, pane, rigatino, qualche pomodoro, cipolle, salsicce a volte formaggio. Vino nel fiasco impagliato e acqua fresca appena attinta dal pozzo della Villa nella mezzina di rame lucido. Gli uomini mangiavano all’ombra di un albero mentre le bestie riposavano all’ombra del grande nocio. La fatica si stemperava in silenzio, un boccone dietro l’altro tagliando con in coltello sulla fetta di pane bianco il rigatino profumato di finocchio. Gli uomini riflettevano a tutto quanto era stato fatto consapevoli che quello era il momento magico in cui veniva affidata alla terra ed alla benevolenza del Signore la sopravvivenza di tutta la famiglia per il prossimo anno. Ogni tanto qualche commento a conforto e consolazione più di se stessi che di chi ascoltava. Poi in silenzio si tornava a casa la sera, a cena con le facce illuminate dal rosso delle fiamme nel camino, ci si riuniva attorno alla grande polenta, finalmente la tensione si scioglieva, lieti che tutto quanto si doveva fare era stato fatto ed il Signore certamente c’avrebbe guardato. Anche le donne avevano comunque il loro momento di solenne operosità. Se la semina era la grande cerimonia officiata dagli uomini, il pane era ogni settimana il grande evento per donne. Solenne, ripetuto mille volte sempre con gli stessi gesti, le stesse ritualità, restava pur sempre il 83 momento della verità e delle incertezze. Le donne anziane seguivano dal canto del fuoco il lavoro delle massaie, pregando Iddio che il lievito facesse il suo lavoro e gli uomini non venissero ad aprire la porta proprio mentre il pane ,messo al caldo tra le tele di canapa ripiegate, lievitava e si preparava alla cottura. Quando il colore della volta del forno è uniforme e tende al rosso chiaro, il forno è caldo ma qualsiasi massaia avveduta aveva altre due prove determinanti : strusciava sul piano del forno la pertica annerita e sbruciacchiata usata per rivoltare le fascine mentre bruciavano: se dalla punta carbonizzata del legno scaturiva una miriade di faville scintillanti il forno era caldo e si poteva procedere con l’ultima prova , la cottura delle schiacciate. Erano le prime a spandere tutto intorno il profumo del pane fresco, era il segnale che il rito eterno e ripetuto stava per compiersi ancora e che , grazie al Signore, quel grano che mesi prima era stato affidato alla terra, aveva compensato fatica e paure e finalmente tornava, nutrimento e consolazione per chi lo aveva amorevolmente coltivato. La signora Giannina aspettava nella villa notizie sull’andamento della cottura del pane e se raramente succedeva che il lievito non sfogava come dovuto, subito qualcuno arrivava di corsa a portare la triste novità , perchè la Sora Giannina, seguiva queste operazioni con determinata attenzione consapevole che era compito suo controllare, sollecitare ed eventualmente sentenziare se qualcuno osava per incuria o disgrazia , infrangere le regole. Marco è andato a lavorare oggi , per il secondo giorno: il suo primo lavoro in un’Azienda non di famiglia alle dipendenze di altri, responsabile assoluto di se stesso e 84 del suo operato, senza che io possa in alcun modo intervenire per aiutarlo. Quando hai un figliolo, le sue prove sono prima di tutto le tue prove. Lui va a scuola e tu hai la netta sensazione di perderlo un po’, come quando vedi la donna che ami allo spasimo ballare con un altro. Devi fare il superiore, che diamine, non affidi la tua donna ad una amico per un ballo ?? naturalmente si e intanto gli strapperesti il cuore a quello stupido che certo sente i suoi fianchi sodi e provocanti che sfiora i suoi seni che mai nessuno vorresti potesse in qualche modo toccare. Quando Marco andò alle elementari l’accompagnai , il primo giorno assieme a Luana. Solito rituale, tutti i genitori a misurarsi a vicenda facendo al figliolo attenzioni insolite , esagerate. Io forse mi comportai nello stesso modo, non ricordo onestamente, l’unica cosa che invece ricordo esattamente è che tornai a casa disperato e piansi tre giorni come se lo avessi perduto per sempre. Ogni mattina Marco tornava a scuola ed io piangevo perché qualcun altro avrebbe interferito nella sua vita, perché io lo avrei perduto un po’, perché non sapevo cosa gli avrebbero in segnato, come lo avrebbero aiutato. Ora il mio stato d’animo è lo stesso, follia pura lo so, non ho aperto bocca , sono lieto che lo faccia, lo vedo crescere , lo vedo diventare uomo e ne son felice ma dentro da un’altra parte l’anima ti si spezza e vorresti poter essere apertamente così egoista, cosi evidentemente stupido da tenere il tuo figliolo solo per te. Marco difficilmente soffre queste mie paranoie ,o almeno spero, a volte certamente, forse inconsciamente le intuisce ed allora per poco lo sento lontano e vorrei corrergli dietro e spiegargli e farmi spiegare, ma ho paura 85 di ferirlo ed allora aspetto perché so che lui poi mi manderà un segnale , un messaggio , una stretta di mano , un bacio per farmi capire che lo sa che ho paura ma che questa è la vita ed io la mia l’ho bevuta quando potevo ed ora è giunto il momento in cui il bicchiere è vuoto e non devi aver più sete , non devi. Ora Marco va a lavorare , io lo aspetto a casa e mi sento inutile , lui mi racconta le sue giornate , i piccoli fatti del lavoro ed io sento la stessa angoscia dentro di quando lo accompagnavo a scuola e me ne tornavo a casa improvvisamente inutile, perché la vita mi sembrava ferma fino a quando non tornavo a rivederlo. Ho il cervello vuoto, da due giorni scrivo e cancello .Scrivo e cancello perché il cervello ti dice una cosa e ne scrivi una simile, ma non esattamente quella. Sono distratto . A mattina alle otto era già li, puntuale come lo conoscevo. Arrivò con una pick-up bianco con grandi finiture cromate: quelle cose che i disgraziati sognano sempre con la certezza che non arriveranno mai a comprarsele. Le solite battute : vinto al Totocalcio???? Costa tanto, costa poco ….ho fatto un affare. Confortante vedere Sandro, un bravo cristiano rispettoso e pratico di tubi e di cannelle, l’avevo conosciuto già tempo prima quando lavorava per una ditta del posto, ed era considerato un bravo operaio. Ora s’era fatto coraggio, lasciato il posto…avviata un’attività propia. Sandro ormai lo conoscevano tutti , bravo e puntuale, rispettoso e preciso , poteva farcela. 86 Quel mezzo monumento a quattro ruote era la prova tangibile della sua felice ascesa. “Non ci vuole niente a metter giù un’ impianto di irrigazione a goccia, dopo vedrai quanta fatica risparmi e non hai più bisogno di annaffiare.” Intanto scaricava rotoli di tubo nero :” questo resiste anche al decespugliatore , aggiunse ed io mi sentii ancora più rassicurato. Era una fortuna aver incontrato quel ragazzo, quando hai un locale, specialmente un ristorante dove l’acqua va via a fiumi e gli scarichi sono sempre pieni di grasso , non hai solo bisogno di un idraulico …….ti serve un amico, uno schiavo, un negro, uno che è sempre disponibile. E Sandro lo era , lo chiamavi verso mezzanotte quando ancora lavori e qualche guaio ti blocca ed eccolo arrivare, sempre con il sorriso perché lui sapeva la difficoltà del nostro lavoro. Quando hai cominciato da nulla , e cominci a vedere la possibilità di arrampicarti un po’ per arrivare a vedere cosa c’è al di là del muro della miseria, se hai la voglia di crescere e di non restare tutta la vita a rimestare sempre tra fogne a scarichi , le occasioni le fiuti al volo, ti scopri è logico, abbandoni la posizione di sicurezza, lasci le cautele e le paure, quando fai un salto per passare il fosso e atterrare di là dove c’è erba verde e non fango, per un attimo sei a mezz’aria, sei sospeso nel vuoto: sei vulnerabile. E Sandro ormai quell’erba verde l’aveva vista , quell’albergo tutto nuovo , l’aveva stregato. Quando sei costretto tutto il giorno a correre per altri ad accomodar latrine e stasare fogne, quando il meglio che ti capita è montare un bagno miserevole in una casa popolare, non puoi non sentirti bene a fare un salto lungo e trovarti nel giardino incantato. 87 Quei grandi fogli pieni di disegni, che l’ingegnere gli aveva passato avevano fermato per lui un momento importante. “Sandro, questi sono gli impianti da fare, è un lavoro grosso, sarebbe una cosa per una grande impresa, ma io e i miei fratelli abbiamo fiducia in te. Mettiamo giù i materiali migliori perché questo è un albergo a quattro stelle e tutto deve essere grande.” Quelle Quattro Stelle a Sandro s’erano piantate nella testa rafforzate e confermate dalla fiducia e dalla disponibilità dei fratelli. Mi fece vedere con grande orgoglio tutta quella fila di manometri luccicanti, il grande aspirapolvere centralizzato. “ L’ acqua calda va giù da qui entra in ogni camera, questo è il ritorno e poi giù alla piscina per tenerla sempre a temperatura giusta , poi si ripompa e via al depuratore in modo che poi l’irrigazione………” lui parlava ed io cercavo di far di conto e mi domandavo come facevo io a richiamarlo per quella merda di fogna che mi si intasava sempre o per qualche cannella che sgocciolava. Lo ascoltavo gli chiedevo….” Sandro ma sei sicuro..??..??..??” “ ma che scherzi” ribatteva lui , “ quando voglio, anzi quando ho tempo, perché sono sempre occupato “vado in ufficio , presento il conto e zac….assegno!!!!” Mi vergognavo e mi sentivo male io , l’avevo anche trovato una mattina a casa di uno dei fratelli, a spostare una catasta di legna per tirar fuori un deposito troppo grande anche per chi normalmente esagera: “ mi pagano, disse lui orgoglioso, segno le ore e loro mi pagano. 88 Dietro le sue spalle un impianto simile a quello dell’albergo testimoniava le possibilità dei padroni e giustificava l’entusiasmo folle del Sandro. Ogni tanto passava da me e mi rassicurava, “ oggi non c’era nessuno ma sicuramente domani riscuoto……… Fu l’inizio , poi ricordo forse un acconto, le chiacchiere, forse una contestazione …….. Tornava Sandro sempre più abbacchiato, i lavori erano ormai terminati sia all’albergo che nelle case dei padroni , ma di pagare non si parlava , anzi si parlava di certe inadempienze……anche di danni fatti… Non so se chiusero prima i rubinetti, le banche o i fornitori, comunque Sandro arrivava sempre più triste e spesso con qualche bicchiere di più sullo stomaco. Quando il mondo sembra volerti mordere come un cane arrabbiato e non sai come prenderlo, ti rendi conto che la vita si può vivere anche ad attimi, che quelli non sono controllabili e quindi un bicchiere ed un attimo di follia nessuno te lo può togliere. Le banche , i fornitori, gli avvocati ti scrivono…..” se lei entro 5 giorni dalla presente…..” si ma se io intanto mi imbriaco come un ciuco o mi faccio come una scimmia tu i tuoi cinque giorni te li cacci nel culo, perché allora ti sembrano un’eternità e ti rendi conto che anche i disperati hanno attimi da vivere , anche se evidentemente più stretti , più concentrati,. Ed allora se li vuoi sfruttar bene , se vuoi lavarti dal cervello tutti quei numeri, le minacce, gli ultimatum….un bicchiere t’aiuta perché vuoi capire anche solo per un secondo che la vita è un’altra cosa e che se sei nato disperato sei destinato ad essere fregato, e stretto in un angolo………”se lei entro 5 giorni…..” L’avvocato lo aveva rassicurato, qui c’è materiale sufficiente per fare, per agire…..mi lasci un 89 acconto….l’avverto i tempi sono lunghi….la giustizia in Italia purtroppo…….e noi poveri avvocati siamo i primi a far la fatica……. Il Sandro tornava a casa , il padre vecchio e mezzo infermo cominciava a lamentarsi per le sue assenze e per il freddo e per il caldo…….Una donna, una donna calda e consolante ci voleva ma Sandro ricordava sua madre che se n’era fuggita di casa quando lui era ancora ragazzo e l’aveva lasciato solo con quel vecchio ormai inutilizzabile. Al sabato Sandro per sfogare la rabbia e pulire il cervello, accendeva il trattore e andava a raspare la terra in quei campi attorno a casa che aveva abbandonato qualche anno prima; la terra non rende più… ripetevano anche i contadini vicini e l’unica soluzione sembrava quella di mettersi a imparare un mestiere e far l’operaio chè almeno qualcosa la sera la porti a casa. Raspava quella terra e non sapeva neanche lui cosa seminarci , girando a vuoto , rischiando di rimetterci anche la pelle come quel giorno che aveva caricato quelle poche manne raccolte e s’era ribaltato alla curva sopra il greppo grande. Quella mattina però il trattore non c’era: l’ha preso il tu zio, gli disse il vecchio, quando rientrò in casa, l’ ha preso tanto tu non ne fai niente e lui aspetta ancora quei soldi che t’ha prestato e non si sa quando glieli potrai rendere. Ha detto che se lo vuoi , va a prenderlo e portagli i quattrini!!!!! Avrebbe Strozzato su padre , il Sandro, avrebbe sparato volentieri a tutto quel branco di cornacchie che ora , da quando i fratelli dell’albergo gli avevano chiuso i conti, lo evitavano e gli negavano anche il saluto, avrebbe fatto un gran casino se non ci fosse stato il fiasco del rosso a dargli 90 la forza di essere debole, di sopportare di far finta di niente…… Ogni tanto arrivavano i Carabinieri, ti cominciano a girare intorno quando sei nei guai , e tanto era pesante la situazione, che lo convinsero a vendere il fucile da caccia , quello che era stato sempre lì attaccato al chiodo come in tutte le case della zona. “ Ma che ne fai di quel fucile….gli aveva detto il maresciallo, ho un amico che lo vorrebbe comprare, vendiglielo che ti faccio fare un affare. Gli abbiamo fatto vendere il fucile, spiegavano quelli della fedelissima, certi e consapevoli ormai che la situazione era inevitabilmente matura, e non puoi stroncare la vita delle persone, prendergli tutto , chiudergli le porte prenderlo per il culo e poi meravigliarti se prende un fucile e con un tonfo solo pareggia la partita. “Perché signora ambulanza ?????” sintetizzava e farfugliava Sandro , pieno come un’ otre. La donnina si lamentava sulla barella mentre la caricavano sull’ambulanza, la sua macchinetta giaceva sulla strada con una ruota davanti rivolta verso il celo in una posizione innaturale. Sandro guardava tutto quello scompiglio ed il suo furgone con il muso dentro il fosso appena dopo il giardino dello Steccheto. Quando avevo aperto lo sportello per vedere se era già morto, stava ancora telefonando . La sera tornò a casa dopo ore alla Stazione dei Caramba. Verbali, prediche, raccomandazioni, oscuri presagi…… ”tirma qui”. Tornò a casa che era già buio, i lamenti del vecchio si sentivano anche dal letto sudicio e disfatto ormai da settimane, dove s’era buttato, giù a bocconi,per un attimo di tregua per sfruttare quelle poche ore in cui caramba, direttori di banca, fornitori e 91 magistrati vanno a dormire ed il mondo per un attimo respira.. Una donna. ci voleva una donna, che lo aspettasse per abbracciarlo, sognava il suo lavoro come c’ aveva prima che gli affari a Quattro Stelle gli stroncassero la vita, il suo lavoro come l’aveva prima che glielo rubassero, il grande furgone che per la prima volta s’era comprato……….Ora anche quella casa gli sembrava estranea, con il salottino , i faretti nichelati i soprammobili ……ti sembra impossibile : ci sono persone che quelle cose le vivono, si siedono su quei divani , leggono giornali e guardano la TV in attesa che u donnana gli prepari la cena . Lui no, sembrava capitato li per caso braccato di giorno , ormai ridotto a cercare il buio , la notte per avere un attimo di tregua. Le aveva provate di tutte, era anche riuscito ad incontrare i fratelli assieme per reclamare il suo, per chiarire quell’equivoco maledetto che dalle Stelle lo avevano trascinato in quel casino. Voleva dormire ma sentiva ancora le risatine ironiche quando aveva mostrato le bolle, i documenti dei materiali comprati per l.oro e che ora i fornitori volevano pagati da lui. “ ma vai via che sei briaco……..” e con uno spintone si trovò per terra, deriso disprezzato…….. Raccolse come poteva gattonando nel giardino , i fogli che si erano sparpagliati in qua e in là. Raccolse i fogli, avrebbe voluto essere grande , grande per poterli prendere per il collo e fargli mangiare bolle e terra……….. “ è venuto ed era briaco come un ciuco……” raccontavano i fratelli e tutti scrollavano la testa dicendo che non si capiva come un bravo ragazzo come Sandro 92 aveva potuto ridursi così. Delle bolle, dei materiali, del lavoro, delle fatture non si parlava più perché quando uno beve, ha infranto le regole ed i diritti decadono , quando hai perduto vige ancora l’ antica regola del saccheggio ed il vincitore si prende tutto anche la tua donna, e questa era l’unica fortuna di Sandro : donna non ne aveva e quindi non potevano prendergliela. Ma il trattore, la casa, le macchine..gli attrezzi…tutto quello se non sei stato rigido sulle regole non è più tuo, questo è il mio, questo è il tuo..…questo deciderà il Signor Giudice sentiti gli Avvocati. “Ma quelle fatture ….avvocato…..” “ quelle fatture Sandro, sentenziava, quelle fatture le presentiamo dopo, c’è temo….il giudice….la causa…..dobbiamo provare hai un bel dire che devi avere, ma loro dicono che non è vero e che anzi ti hanno dato i soldi prima, così in contanti perché tu dovevi andare a bere e chiedevi acconti e certo, ubriaco com’eri, ora non te lo ricordi neanche….., Non è semplice Sandro…..” E tu vorresti fare un urlo gigante di quelli che ……vorresti fare piazza pulita perché si , è vero che ho bevuto ma……. Capita un giorno che non ce la fai più: capita che sei stanco di sentir balle, di ricevere spintoni, di dover subire….perché quando sei disgraziato è come un marchio , come il bollino delle banane: tutti sanno chi sei, tutti sanno i tuoi problemi e allora con te usano un metro diverso perché se sei disgraziato io non ti posso trattare come una persona normale, non fa niente perché, non fa niente come è cominciato. Arriva un giorno che……arriva un giorno che non ce la fai più e afferri la prima cosa che ti capita fra le mani e gliela spacchi nel capo, o un coltello e glielo infili nella 93 panca , con forza fino in fondo , come loro hanno fatto con te , e non fa niente a chi tocca, se ti ha fatto qualcosa o no, basta che sia uno , uno di loro perché ora il fatto è questo : tu sei qui solo in mezzo ai guai fino al collo e tutti gli altri sono di la, lontano da te , e ti hanno lasciato solo, definitivamente terribilmente solo. Io ho visto la Madonna!! Avevo 5 anni , in via Tolletta nella casa del Brillandi. Abitavamo in due o tre stanze, la scala che saliva dritta dal giardino padronale, sul pianerottolo proprio di fronte alla scala il gabinetto, a sinistra la porta di casa una cucina una camera che non ricordo neppure tanto bene. Io ero piccolo, la mamma mi metteva sulla finestra di cucina che aveva un’inferriata . Stavo li seduto e vedevo fuori uno spicchio di via Tolletta e sotto il giardino della Cetica. I Brillandi erano i proprietari di tutto quel ben di Dio, un antico palazzo che aveva la facciata e l’ingresso in Via Madonna del Prato, e poi quelle casupole che davano sul giardino situato nel retro del palazzo. Dalla parte opposta di via Tolletta , il retro della chiesa di San Francesco trasformava il tutto come parte di un grande monumento. La ficaia vecchia di cento anni, chiudeva il giardino verso San Francesco, fresca e profumata in estate. Dalla porta delle rimesse usciva il signor Carlo, un uomo rustico e villano, che tutti disprezzavano nemmeno velatamente, e lui ne andava fiero perché sapeva di essere ricco e forte e doveva ben difendersi da tutti quei morti di fame che infestavano il mondo. La mattina con la bicicletta se ne andava a Staggiano dove aveva la Villa ed i poderi, a sentir le 94 lamentele dei contadini ed a controllare che la miseria non li spingesse anche a rubargli qualcosa. Perché i disgraziati , secondo la sua teoria, non erano solo poveri, ma spesso anche ladri . Non so come il signor Carlo era riuscito a prendere in moglie la signora Francesca, una donna triste e raffinata che passava le sue giornate tra merletti e ricette di cucina in attesa del thè delle cinque. Il palazzo di Via Madonna del Prato, sembrava costruito proprio su di lei. Dopo il portone monumentale, un ingresso grande come un appartamento, fresco e dalle volte alte, sulla destra un grande scalone monumentale portava al primo ed unico piano, sulla sinistra la grande cucina, una saletta da pranzo dove la signora prendeva il thè e in fondo cantine, magazzini e l’uscita nel giardino di via Tolletta. In cima allo scalone sulla destra una stanzetta da lavoro, piena di stoffe, di fili colorati, lane, macchine da cucire, scatole di bottoni , un vero laboratorio del cucito, sulla sinistra un grande salone con alte finestre, vetrine con armi ed altri ricordi, forse bandiere, senz’altro qualcosa di militare. Qualcosa che certamente apparteneva al signor Beppe, un giovane distinto che, non si sa come, era fratello del signor Carlo, un tipo raffinato ben educato , militare di complemento che aveva partecipato ultimamente alla campagna dì’Africa . Arrivavano lettere e cartoline a volte con figure di uomini insoliti che dice, si chiamavano Ascari e che , raccontava Beppe, erano molto più servizievoli degli Italiani. La signora Francesca aspettava con ansia quelle lettere, non so se contenevano messaggi segreti , certo è che 95 lei le portava nella stanza da lavoro e tra un ricamo ed un altro le rileggeva 100 volte e le riponeva poi tutte in un cofanetto puntaspilli da sempre la sua cassaforte dei pensieri. Il signor Carlo andava avanti e indietro da Staggiano, riportava pomodori e fagiolini e bestemmiava sempre contro quei bastardi di contadini che “ se non li guardi tutto il giorno finiscono per rubarti anche il podere”. La villa di Staggiano era sempre vuota nel periodo invernale, il signor Carlo ogni tanto chiamava una delle ragazze dei contadini per farle dare un po’ d’aria ed una rinfrescata, mentre ridendo e scherzando gli allungava qualche manata nel sedere tanto per saggiare la disponibilità. D’ estate invece arrivava la signora Francesca in vacanza ed allora il sole tornava a riscaldare le stanze, filtrando tra gli alberi da frutto dell’orto che circondava la villa. Era il suo rifugio estivo e la Francesca passava li tutta l’estate ,una solitudine interrotta dalle rare visite di qualche amica, quando il Carlo brontolando e sbeffeggiando le donne in generale, attaccava il calesse e dava loro un passaggio da Arezzo. Beppe andava e veniva da Arezzo, spesso si fermava a dormire in città, nella grande casa di via Madonna del Prato. La signora Francesca coltivava fiori e solitudine cercando conforto tra pizzi e cucina. Le donne dei contadini, venivano ad aiutarla a far quei mestieri inutili e cercavano di consolarla dicendo che la vita era dura anche per loro e quando tornavano a casa raccontavano a cena la disgrazia di quella povera donna 96 che “ non gli mancherebbe niente “ ma che come nessuno era infelice e sola. Prima di declassarla a complemento delle sue proprietà, il signor Carlo aveva provato ad utilizzare la signora Francesca come moglie. Lui sanguigno, sbrigativo , rude e rozzo, lei delicata e impaurita , un’unione impossibile, praticamente uno stupro. Era nato un figliolo, Enzino, intelligentissimo e completamente scemo insieme, curioso per mille problemi di fisica o di cultura generale, ossessionante e ripetitivo, incapace, indifeso. Il signor Carlo che aveva sperato in una specie di cane da guardia da sguinzagliare dietro a quei ladri di contadini quando lui non ce la faceva, comprese che da una sposa come la Francesca non c’era verso di sperare meglio, e bestemmiando e maledicendo il mondo che andava così velocemente in rovina accantonò il problema e relegò i due come le due disgrazie irreparabili della sua vita. Un giorno d’autunno, le prime nebbie cominciavano a sfocare le sagome degli alberi da frutto, fuori dalle finestre della villa di Staggiano, Beppe non si era visto da tempo, Enzino era anche lui in città, e Carlo appariva e scompariva, bestemmiando e brontolando, urlando con i contadini chiamati a render conto, sbraitando contro le donne ed in particolare Francesca che lo aveva tradito nelle sue aspettative tutta la vita e che era stata solo capace di dargli un figliolo scemo. In quella villa silenziosa la signora Francesca aspettava di sapere quando Carlo avrebbe preparato il calesse per tornare in città. I pizzi ed i merletti tutti ripiegati, la biancheria riposta, i vasi messi al sicuro nella limonaia, la naftalina negli armadi….la cucina vuota e pulita…la casa vuota…nessuno intorno…….nulla da 97 fare….nulla da sperare…….non si accorse neppure, la Francesca che aveva cominciato a salire le scale che portavano alle camere, Saliva e sentiva che cominciava a calmarsi, che stava trovando la strada giusta, saliva e pensava …Beppe….Enzino…la Vittorina….la cognata amica affezionata e consolatrice….la camera…….grande e lo stretto corridoio…..Carlo un uomo così sconosciuto, grande grosso …com’era successo…..la piccola porta della soffitta…….tutto a posto…….le piccole finestre che dalla soffitta sotto la gronda della Villa davano nell’orto………ne apri una, Staggiano ovattato dalla leggera nebbia autunnale…i contadini nelle case a governare gli animali….il silenzio…la pace….eccola finalmente …la pace….scavalcò a mala pena il davanzale, oltrepassò la piccola finestra e si gettò giu, a capofitto, per schiantarsi nell’orto della Villa, per stroncare quella vita sbagliata….per trovare …il silenzio. Ho visto la Madonna, e non riesco mai a finire il discorso perche poi ogni volta anche se lontano, quel fatto mi riporta alla mente altre situazioni, certamente meno importanti ma che ho paura di dimenticare e quindi le butto subito giù. Invece di aver visto la Madonna non te lo scordi : può passare una vita come è successo a me, e anche lunga ma ancora la vedo lì, che mi sovrasta, silenziosa con quel vestito da monaca , misteriosa e dolce ma che mi fece gridare di paura. Ero seduto sul “ vasino “ come si usava allora quando i gabinetti nelle case erano ancora medioevali. La mamma m’aveva messo li e al solito m’aveva rassicurato” torno appena l’hai fatta” 98 Non so a che cosa pensavo: sulla sinistra avevo la buca del gabinetto, alla destra la porta che dava sulle scale e davanti un muro grigio e sporco che non aveva visto un imbianchino da secoli. Ad un tratto sentii qualcosa ….alzai lo sguardo ed era li , davanti a me bella, leggera esattamente come una monaca. “ la mochena…la mochena “ cominciai a gridare forte, lei svani….arrivò mia madre raccontai tra le lacrime e l’emozione, non c’era nessuno, mia madre mi rassicurò, mi portò in casa….e per qualche giorno stette in pensiero. Da allora di Madonne non ne ho viste più, frequento le chiese saltuariamente , ma più per motivi architettonici che per religioso dovere. Al contrario parlo con me stesso e con il Padreterno, e con mia Madre più volte al giorno, ed è per me la cosa che conta perché ce la dovremo vedere fra di noi , nelle dovute competenze , quando il mio tempo sarà scaduto. Parlo e penso, e cerco di capire se il mio confuso girovagare in questo mondo, le mie giornate inventate e disarticolate, possono aver urtato il buon senso, quanto mia madre mi ha insegnato con la sua vita, se posso aver rotto le scatole a qualcuno o peggio ancora, non aver tenuto conto di quelle regolette che il Padreterno, o la natura per Lui, o Lui per la natura…hanno stabilito e che sono sempre una base solida per il vivere da cristiani. Onoro mio padre e mia madre che mi hanno dato la vita e tanto di più. Rispetto la miseria degli altri, le loro difficoltà, non le do per scontate per la loro condizione e le trovo profondamente ingiuste. Non sopporto la violenza , specialmente quella razionale, senza motivi che non siano quelli della sopravvivenza vera. Mi urta , mi disgusta, l’ignoranza, la maleducazione perchè non è naturale , nessuno nasce 99 ignorante nel senso di maleducato, aggressivo, superficiale opportunista, queste sono caratteristiche negative che non sono frutto di mancata preparazione, sono anzi conseguenza di ragionamenti, di scelte precise per assurdo sono la conseguenza di un periodo di “ formazione” di una sorta di specializzazione per cui decidi che ottieni di più fregando, mandando a far un giro chi non ti torna utile, che puoi crearti dei diritti quando non ne hai, che hai deciso che aggredire rende più che dialogare, spiegarsi, prevaricare, aggredire sembra ad un certo punto quasi una conseguenza naturale del modo di vivere odierno, una componente necessaria, utile, indispensabile per sopravvivere nella bolgia di questo tempo. Ho visto un film , parlava di ladri di identità, una storia angosciante di una brava ragazza , vittima a caso di una disperata che per soddisfare i suoi sogni sfrenati e poi metter riparo a tutti i danni commessi, si appropria prima del suo numero di carta di credito, poi delle sue generalità e infine cerca , con grande disagio della disperata , di sottrarle l’identità intera praticamente raddoppiando, fotocopiando la sua. Una storia folle, una persona completamente distrutta ostaggio di un'altra che però non conosci e non hai difesa. Sembra una storia strana , inventata e confezionata per il cinema , ma poi , ci ripensi e capisci che è storia contemporanea , è vita di tutti i giorni. Il furto classico è ormai una sorta di “artigianato del furto” , roba da amatori da collezionisti, da vecchi romantici a cui piace l’essenza del furto ma che dimenticano il fine principale : il tornaconto economico. Il disperato che ti ruba l’autoradio , la vecchietta che frega la scatoletta di fagioli, il tizio che cerca di arraffarti la valigia alla stazione, sono degli inguaribili romantici che 100 rischiano per portarsi a casa cose che non hanno alcun valore e che non useranno mai. Beccarono un amico mio a rubare in un supermercato, lo portarono in ufficio, e gli intimarono di aprire il giubbotto gonfio in modo assurdo. Caddero per terra, come una pioggia di sorprese sotto l’albero della cuccagna, una montagna di forchettine di plastica da due lire che lo stupido aveva inboscato perché doveva fare una festa a casa con amici. Questi sono i furti che ti fanno incazzare più per la stupidità dei soggetti che per l’atto in se . La giustizia prevede un’aggravante per il furto con destrezza ed un’altra per il furto di cose affidate al pubblico rispetto. Una volta si pretendeva una certa correttezza anche nelle azioni truffaldine. Anche in guerra , momento dell’illegalità assoluta, esistevano regole di buon comportamento. Non si sparava alle spalle del nemico, si dichiaravano le tregue e si rispettavano, non si combatteva prima della dichiarazione di guerra: si consegnava con una bella lettera come un invito a nozze e dopo, si faceva la guerra. I primi ad infrangere queste consuetudini furono i giapponesi a Pearl Harbour. Era domenica mattina, gli americani erano tutti sparpagliati tra pick-nick , campi da golf e gite in barca, tanto sapevano che la letterina non era ancora arrivata. Ai giapponesi pratici e spietati come tutti gli orientali , quella sembrò una prassi inutile e non consona a uomini che devono battersi e non hanno tempo per cerimonie. 101 Successe quel che successe e da allora gli occidentali hanno meditato molto ed hanno aderito volontariamente al nuovo corso. Oggi “ scaltrezza” e “ appropriazione di cose affidate al pubblico rispetto” sono due delle regole fondamentali che regolano l’alta finanza , specialmente quella di questo paese. Una volta, appunto, era reato più grave se mi fregavi la bicicletta che avevo appoggiata al muro mentre facevo spesa dall’ortolano. Ho lasciata li la mia bicicletta, dimostrando di aver fiducia nel rispetto che gli altri devono alle mie cose, e tu invece, ladro cialtrone, me la freghi senza colpo ferire. Giustamente la condanna era più severa. Oggi affido i miei risparmi al pubblico rispetto, appoggiandoli ad una banca , come la bicicletta al muro, e tu, ladro furfante, Tronchetto Primavera o Tanzi, o altri , me li fai evaporare con i tuoi acquisti sempre scoperti di contante , utilizzando a caso i miei risparmi, che un bel giorno sono ahime, dimezzati o spariti del tutto. Sei nella grande distribuzione e tra due per tre, offerte finte speciali, regali, e vincite non richieste, mi fai mettere una firma qui, un impegno la e mi ritrovo con settemila rate non previste ma che tu , con scaltrezza, hai già programmato e giustificato coperto da cavilli legali ineccepibili. Il prezzo stesso non è più dedotto , come dovrebbe, dal valore reale dell’oggetto o della prestazione. Tanto di materiali, tanto di lavorazione, tanto di utili e tasse e questo è il prezzo da pagare. Oggi no: ti pubblicizzo un oggetto senza alcun valore e di nessuna utilità, ma te lo presento come indispensabile , parte integrante del tu modo di vivere oggi, diffondo il 102 messaggio a milioni di persone, con scaltrezza riesco a venderne centinaia di migliaia di pezzi ed allora il prezzo non è più determinato dal valore dell’oggetto, ma dalla sua vendibilità. Per assurdo, più ne vendo e …..più costa, anzichè al contrario come dovrebbe essere. In questo bailame generale, molte regole economiche si sono rovesciate. Tu non compri secondo le tue possibilità, trovando in queste stesse un freno regolatore che ti dà il ritmo degli acquisti posibili, no!! Tu compri a seconda delle mie necessità di vendita e a seconda ….delle tue capacità di rientro. Guardiamo un po’ nelle tue taschine, facci vedere quanti soldini hai, quanto guadagni, a quanto ammonta la tua anemica busta paga…facciamo quattro conti e quindi va tutto bene: un po’ a me , un po’ a te, una rata qui , una rata lì e tutto quanto incassi ce lo ridistribuisci e se tardi , non è poi un gran male perchè possiamo darti tempo purchè tu paghì gli interessi previsti . Dice :” ma io ho un Castello, dodici case ed un parco grande così dove ho investito tutti i miei risparmi…… Fatto male, molto male, i soldi si lasciano in giro, liberi, nelle banche o nelle Borse affinchè ognuno possa attingere liberamente……le proprietà non ci interessano, se con i tuoi risparmi hai costruito, hai acquistato case e terreni…..non va bene, non ci interessa, a noi interessano solo soldi contanti , le tue proprietà dovrai custodirle, farvi manutenzione…….sono praticamente un debito, anche perché io ti ci metto una tassa qui , una lì, una per uscire sulla strada, una per l’inquinamento che inevitabilmente fai, una per il volume della costruzione, una per i servizi , etc etc. quindi….quindi se tu hai castelli e poderi, case e palazzi, devi solo pagare e dimostrarmi che te li puoi 103 mantenere…..se no vendi, realizzi soldi contanti e allora dopo cominciamo a parlare. Incontrai mia madre quando avevo 23 anni. Fino ad allora era stata la mia mamma , ci eravamo parlati poco, il giusto, le solite parole che le mamme scambiano con i figli e viceversa. La vedevo sempre angosciata per le difficoltà economiche della famiglia e per quel peso che aveva di dover tirare avanti quei tre figlioli ed un marito che aveva qualche grillo per la testa e poca fortuna nel lavoro. La ricordo stanca e nervosa verso la fine degli anni ’30; l’Italia stava per entrare in guerra, abitavamo a Maccagnolo nell’ultimo piano della villa. L’ appartamento di via Tolletta ad Arezzo, l’avevamo lasciato per non pagar più affitto, e la Nonna Giannina, con qualche brontolo e qualche ma….aveva accettato di darci quella possibilità, anche perché in campagna la vita è più facile, un cesto di insalata lo trovi sempre ed un po’ di fagioli non mancano mai. C’era già la tessera su tutti i prodotti alimentari e la mamma faticava ora due volte a mettere insieme il pranzo e la cena. Al problema economico si era aggiunto quello del tesseramento, e la mamma a forza di chiacchiere e di raccomandazioni, riusciva a strappare al macellaio di Via Romana, qualche pezzetto di lesso in più. Mancava tutto, stoffe, filo, sapone, zucchero , caffè etc…la giornata era un’invenzione continua ed un gioco al rimpiazzo cercando di sostituire con surrogati assurdi le cose importanti che mancavano. Mi ricordo un paio di pantaloni fatti da una coperta militare di lana ruvida che pizzicava a tal punto che non riuscivo neppure a camminare, e la pelle delle gambe era 104 rossa e sbucciata dove, a meta coscia, finiva l’orlo dei pantaloni. Non avevamo acqua in casa, ci lavavamo in una catinellina di rame con l’acqua portata su con le mezzine dal pozzo della Villa. Il babbo partiva con una bicicletta nera e dura come una carretta. A metà strada per traversare la ferrovia bisognava prendere la bicicletta in spalla e portarla su per le due rampe di scale del soprapassagio, vicino a Porta Santo Spirito. Alla sera , dopocena, acqua o vento, anche con la neve, riprendeva la sua bici perché al Circolo Artistico era ancora serata di poker ed il gioco è vigliacco, se lasci perdere un’occasione può darsi che non ti rifai mai…..e il babbo ne aveva da rifarsi per pareggiare . Durante la cena, sotto il tavolo, un braciere con la carbonella infuocata, assicurava un minimo di calore ed un mal di testa per tutti. Nelle camere l’acqua sul comodino si ghiacciava ed al mattino i vetri erano tutti un gran merletto di ghiaccio. Da Firenze venivano lo zio Armando e la zia Ida, che era la grande sicurezza della mamma. Quando era disperata e le sembrava che tutto stesse per crollare, si sfogava con la zia Ida vuotando quel sacco di amarezze troppo pesante da portare. La zia ascoltava e le ricordava che anche lei con l’Armando aveva sofferto questo e sopportato quello…ma che poi quando a un uomo gli vuoi bene e per di più ci sono i figli di mezzo, non è più tempo per ripensamenti o rimorsi, devi andare avanti e basta. 105 Lo zio Armando , vecchio socialista, lavorava alla Nazione vero ritrovo di oppositori al fascismo ed ovviamente a Mussolini. Un giorno il Duce parlò, era l’imminenza della guerra, e lo ascoltammo alla radio; mentre con la mamma ci avvicinavamo a tutti gli altri seduti a conversazione sotto la pergola di lillà, io dissi che mi sembrava avesse parlato bene e ma la mamma soggiunse:” stai zitto che qua son tutti rossi” Capii solo dopo anni che cosa aveva voluto dire. La mamma era sempre molto affaticata, ed io la ricordo spesso a letto …al buio “ per favore non accendete la luce!!!!!” con le pezze bagnate sulla testa e quegli occhi tristi e addolorati che ti mettevano pena per non saper come aiutarla. Per la verità non era sola e per le faccende avevamo una donna , una ragazzona mora e robusta di Chiani, di quelle ragazze che le famiglie più povere della nostra, non vedevano l’ora di togliersi di casa e le mandavano al servizio, almeno un pezzo di pane ce l’avevano. L’Assunta era forte e dura come un sasso , il babbo quando tornava diceva che doveva scendere per aiutarlo a cercare un po’ di erba per due conigli che avevamo in un sottoscala, o per sistemare la bicicletta o portar su qualcosa…. Tornavano dopo un pezzo, arrossati e affaticati, e la mamma diceva che quei due conigli era meglio toglierli di mezzo, e diventava subito triste e nervosa ed era meglio girargli alla larga anche il giorno dopo. Tornava il mal di testa e le giornate al buio con le pezze bagnate sulla testa. La nonna Giannina al piano di sotto sorvegliava , come sempre, su tutto il paese ,e doveva affrontare le novità imposte dalla guerra imminente: conferimento dei raccolti 106 agli ammassi, requisizione di tutto il ferro , comprese le cancellate della villa che furono segate via e portate a fondere. Non si poteva neppure crescere un maiale per il fabbisogno di casa, perché tutto il granturco lo dovevi portare all’Ammasso e se anche tu lo avessi cresciuto e ingrassato, poi il maiale lo dovevi consegnare . Tutta la terra disponibile doveva essere seminata a grano; ad Arezzo avevano seminato anche le aiole di Piazza Guido Monaco proprio per insegnare a tutti che ogni metro di terra doveva essere utilizzato. I fascisti sorvegliavano tutto e tutti con facce scure e poche storie: erano finiti i sabato pomeriggio a far adunate e sfilate significative, ora si faceva sul serio, la guerra era vicina e guai a chi faceva il “ disfattista”. Il babbo che era sempre stato presente alle adunate e che aveva anche l’onore di portare il Gagliardetto”, non aveva più l’entusiasmo e la convinzione di quando faceva con lo zio Pino, discussioni per difendere Mussolini. Ora che si parlava di menar le mani e partire a far a schioppettate , la storia cominciò a sembrargli meno affascinante e ripiegò sulla Monarchia , per stare alla larga, come il Re insegnò, da posizioni troppo decise. Il pane era sempre più nero e immangiabile e la mamma tra un mal di testa ed un altro, aveva cominciato anche ad accusar dolori allo stomaco. La zia Ida l’accompagnò a Firenze da un “ Professore” molto noto, prof Lunedei, che facilmente gli diagnosticò un’ulcera di probabile origine nervosa. Le difficoltà, i nervi, il tesseramento , l’Assunta, la nonna Giannina che dal piano di sotto sorvegliava e intuiva tutto, prima ancora che glielo riferissero, tutto questo aveva fiaccato il fisico della mamma tanto che presto sembrò veramente malata di cuore , cosa che allarmò tutti lei 107 compresa, perché c’era il precedente della zia Bebe, sorella della mamma, morta di cuore e di malinconia molto giovane. Il babbo, che conosceva bene la vita , ogni tanto l’esortava :” Marì stai tranquilla, non te la prendere, riposati, tanto c’è l’ Assunta….” E partiva con la sua bicicletta nera. La zia Bebe aveva una bella camicetta “alla russa”, di raso bianco, con grandi maniche a sbuffo tutte ricamate con fiori splendidi e fantastici, capelli biondi ondulati, e caviglie un po’ gonfie perché proprio quel cuore non andava. La camicetta l’ aveva ricamata la mamma, risparmiando dalla spesa qualche lira per comprare quelle matassine colorate della Cantoni necessarie al ricamo. I fiori erano tanti e diversi e coloratissimi, sfumati e composti talmente bene che sembravano nati con il tessuto. Nella Villa la zia Bebe aveva una camera, proprio dopo il salotto, nell’angolo della Villa che dava sull’aia del Caccialupi. Per quanto la nonna Giannina era forte e scoglionata, la zia Bebe era dolce e tranquilla. Sembrava quasi che nella Villa non ci fosse , appariva solo quando qualcuno veniva a far visita ed allora tutti si riunivano per bicchierino di vinsanto, sotto la pergola di lillà nel piazzale inghiaiato , proprio davanti alla rimessa delle carrozze. Ogni tanto veniva il Magnanensi, un impresario che via via faceva i lavori di manutenzione alla villa o alle case dei contadini. Aveva costruito le concimaie e gli stalletti dei maiali, secondo le nuove norme che il fascismo aveva decretato per migliorare la resa delle campagne e modernizzare le culture. 108 Il Magnanensi aveva una Lancia, nera e lunga, con grandi parafanghi, le nichelature luccicanti ed i vasetti in cristallo per i fiori freschi ai lati dei sedili posteriori. Arrivava alla villa e portava la zia Bebe a far una girata in macchina, cosa allora molto strana e rara e quasi avventurosa. I contadini guardavano la Zia Bebe partire con quel macchinone nero e si toglievano il cappello , restando a guardare a bocca aperta con il cappello in mano fino a quando la macchina non girava alla curva dell’ Orfanotrofio. Una volta tutti cominciarono a parlottare di aereoplano. Vidi poi una foto: il Magnanensi aveva portato la zia al Campo d’ Aviazione e le aveva fatto fare un giro con un bimotore. Nella foto si vedeva la zia Bebe, i Piloti ed il signor Magnanensi, a fianco del grande aereo grigio, con il muso rivolto in alto, le eliche ferme, tutto fasciato di lamiera ondulata. La coda era Bianco Rossa e Verde. La zia Bebe era molto riservata e tranquilla, nella sua camera un grande specchio incorniciato di legno nero con due candelabri dorati ai lati, non creava certo una atmosfera allegra. La zia era sempre triste e sofferente anche se io ricordo che , essendo sempre molto riservata e solitaria ,la sua malattia quasi passava inosservata. Ogni tanto veniva il medico, ma non circolavano notizie, anche perché alla nonna Giannina erano aumentati i pensieri: tra gli ammassi e tutti gli affamati che c’erano in giro, bisognava stare sempre con gli occhi aperti e non fidarsi mai di nessuno. Ad un tratto , improvvisamente, come se tutte le sofferenze non fossero state avviso sufficiente, la zia Bebe 109 dopo una breve malattia mori, in silenzio senza scomodare nessuno,come era vissuta. Fedele al suo modo di vivere e di mostrarsi poco, volle essere cremata , cosa davvero insolita per quei tempi. Di lei rimase veramente poco, quel suo vivere in disparte , sempre in situazioni sfocate e poco incisive, lasciò anche pochi ricordi. Solo la mamma , ricordo, la piangeva continuamente e la rammentava sempre con tenerezza e per ogni tristezza della zia Bebe, risaliva immancabilmente alla nonna Giannina, che con i figli , come si usava allora,era sempre stata dura. Mi sembrava di capire che quella sua malattia di cuore era generata in fondo da una profonda incapacità di vivere , anima fragile e gentile, chiusa nella Villa dove la nonna Giannina gestiva, persone, e animali con decisione e autorità e non c’era posto per bocche che mangiavano e non producevano. La Giannina imponeva a tutti un ritmo ben preciso : la mattina le ragazze dei contadini venivano alla Villa per i lavori della giornata. Il primo e più importante era accudire alla persona della Giannina. Di famiglia modesta, analfabeta e ballerina per mestiere , aveva subito capito come gira il mondo quando il giovane avvocato Calderini, l’aveva tolta da un cabaret e se l’era portata a casa. Le buone maniere non l’aveva imparate mai, ma sapeva come portar gioielli, comandare le persone e farsi rispettare. Lavarsi e pettinarsi non era affar suo : si metteva seduta nella camerona e aspettava che le ragazze cominciassero a girargli attorno e fare quanto dovevano. Prima la faccia con l’acqua fresca della catinella, poi il corpo con le spugne bagnate e gli asciugamani di lino con le lunghe frange. Infine la pettinatura, con le schiacce scaldate 110 bene su un veggio pieno di carbone acceso, cominciavano a fargli delle onde enormi su tutta la testa, e poi i lunghi capelli, fermati a crocchia proprio dietro la testa , fermati con un grosso pettine di tartaruga. Le ragazze lavoravano , parlando se la Padrona ne aveva voglia, se no si muovevano tutte in silenzio , attente a non sbagliare , perché la pazienza, la Giannina non sapeva neanche che cosa era. Mentre le ragazze si muovevano attente, lei lanciava urla poderose e sparava accidenti a questa o quella maledicendo il mondo che le faceva sopportare tutte quelle incapacità. Oppure faceva qualche domanda , apparentemente a caso, ed in un attimo riusciva a cavar fuori da quelle bocche imprudenti qualcosa che le era sfuggito. Finita la vestizione e la colazione iniziava un’attività frenetica che la Padrona sorvegliava attentamente senza muoversi dal primo piano della Villa. Qualcuno lucidava le botti di cantina con olio di semi, altri spandevano con i rastrelli la ghiaia del piazzale, nella rimessa c’erano le carrozze da lucidare , bisognava dar aria al granaio, riporre patate e cipolle , rigirar fagioli nei bigoni che non avessero a prender di muffa, qualcuno doveva imbottigliare un po’ di vino perchè i contadini attingevano alla cantina ad ogni pasto, ma nella villa il vino si teneva nella stanza della dispensa , con il vinsanto, l’aceto e l’olio d’oliva. Qualcuno cerchi un foglio di carta, raro a quei tempi, per chiudere con i cartoccini le bottiglie, qualcun altro rimetta a posto le sdraio nel piazzale attorno ai tavoli di ferro con le tovagliette a quadretti. C’era ancora da togliere le foglie secche ai giaggioli del giardino, cavar quelle che galleggiavano sulla vasca dei pesci rossi, e togliere le erbacce dal giardino con il bersot e poi questo e poi quello. 111 Mentre la Padrona impartiva ordini e distribuiva mansioni come se avesse tutto li davanti a lei, arrivavano gli uomini di ritorno dal mercato dove avevano venduto qualche animale cresciuto proprio per far qualche lira. La Padrona ascoltava tutti i lamenti che il contadino si era studiato e preparato nella via di casa e poi esplodeva, quando questo pronunciava il prezzo realizzato, secondo lei sempre inadeguato : una miseria in confronto a quanto un uomo accorto sarebbe stato capace di realizzare. Gli uomini andavano via mortificati , con il cappello in mano gli occhi bassi inseguiti dalle urla della signora Giannina, la Padrona che non aveva bisogno di fattori no di mezzani per fare affari e che anche se al mercato non c’era mai stata , conosceva bene il valore delle sue bestie e quante bocche aveva da sfamare. Le donne nel piazzale nell’udire quelle urla , alzavano gli occhi alla villa e si facevano il segno della croce. La Giannina ogni tanto si affacciava al balcone del salotto, per controllare i Piccinotti e i Caccialupi che uscivano con le bestie e soprattutto per evitare che convincessero la ciuca a camminare con quel pezzo di legno che già si erano preparati . Uscivano dalla stalla e traversavano l’aia a forza di preghiere che la ciuca non voleva proprio ascoltare , sotto lo sguardo vigile della Padrona. Poi per pochi metri rimanevano nascosti alla vista della signora Giannina dietro la limonaia, e come per miracolo da quel punto in poi la ciuca usciva scalciando e correndo come se l’avesse morsa il serpente. La sora Giannina che sapeva bene come era andate le cose gridava e minacciava mentre gli uomini giurando e spergiurando partivano con il barroccio che volava dietro la ciuca invelenita. 112 La Giannina non era sempre stata così , anche se ormai era lontano il tempo in cui aveva incontrato il brillante avvocato Gino Calderini che dal clamore del Cabaret l’aveva portata nell’ovattato appartamento di via della Vigna a Firenze. Si era subito adattata a quella vita da signora ed alle buone maniere. Anche se analfabeta aveva imparato a misurar le parole e tacere quando era il momento, ma non aveva dimenticato la miseria e le sofferenze, le umiliazioni subite ed il periodo duro, al Cabaret, cercando di far piacere a uomini spesso volgari e smanierati. L’ Avvocato Calderini era apparso nella sua vita come un vero e proprio miracolo: colto e raffinato, paziente e gentile , l’aveva trasportata in un mondo di sogno che lei aveva sempre giudicato irraggiungibile. Ora aveva giurato che mai sarebbe tornata indietro, aveva conosciuto le regole dure della vita: chi è disgraziato deve obbedire e lei che aveva sempre obbedito ora sapeva come comandare. A via della Vigna andava Giolitti a giocare a biliardo con l’avvocato Calderini, Responsabile Primo dell’Ufficio Legale del Monte dei Paschi di Siena, e con loro si ritrovavano altri politici ed uomini d’affari, si sorseggiava rosolio e si fumavano sigari costosi. La governante inglese si occupava delle bambine insegnando loro quell’educazione che alla Giannina era mancata, al far del buio la cameriera accendeva le lampade a gas e le bambine auguravano “ Buonasera”, mentre attorno al biliardo gli uomini parlavano di politica e di finanza, evitando accuratamente battute su Cabaret e bella vita . A cena faceva la sua apparizione la signora Giannina , ora Calderini, elegantissima ,con le lunghe 113 collane di perle , i vestiti preziosi che mettevano ancora più in risalto la sua grazia femminile, la sua femminilità sapiente, con quel fisico tipico delle ballerine francesi da Can Can. Sapevano tutti da dove l’avvocato Calderini aveva tratto quella bellezza, ma allora era normale che un uomo di successo possedesse carrozze, cavalli, terreni ed una donna che poteva anche essere una ballerina, o un’attrice di teatro . . Il prestigio dell’uomo era sufficiente a giustificare anche la moglie , e se questa era bella ed avvenente e sapeva indossar vestiti e gioielli …bastava, e tutti l’avrebbero rispettata ed ammirata. Vivevano , i Calderini, tra teatri e cene al Circolo, ricevendo a casa l’ alta borghesia fiorentina. Quando passavano in carrozza per via de’ Calzaioli erano molti i cappelli che venivano abbassati per salutare quella splendida coppia, e soprattutto per rendere omaggio al signor Gino Calderini, Avvocato responsabile del Monte dei Paschi di Siena. Quando l’avvocato rientrava la sera a casa, ascoltava pazientemente le severe relazioni che la Giannina faceva circa il comportamento dei figlioli che poi con molta dolcezza cercava di rassicurare, incapace di essere severo. La Giannina era cresciuta ad un’altra scuola, e anche se non le avevano insegnato a leggere o scrivere, con maniere molto decise le avevano insegnato che la vita non è uno scherzo e che , chi sta sotto deve obbedire e basta La sua nonna un giorno per convincerla a non usar la mano mancina, gliela aveva foracchiata tutta con una forchetta , in modo da rendergliela inutilizzabile per un po’ di tempo. A questa scuola era cresciuta la Giannina e sapeva che nulla le era arrivato gratis dalla vita. 114 Ora che era vestita di velluti e di perle, ora che sedeva ammirata nei palchi del Teatro della Pergola non s’era dimenticata che le regole vanno rispettate e sapeva per esperienza che chi è nato per obbedire deve essere comandato e non te ne devi fidare mai. Era il tempo in cui ogni famiglia rispettabile doveva avere proprietà di terre e di Ville , contadini e computisti, giardini con bersot e pergole di glicine. Questo mancava all’ Avvocato Calderini ma rimediò subito alla lacuna comprando vicino ad Arezzo proprio dopo il colle del Pionta, una proprietà, una bella Villa con poderi e rimessa delle carrozze, limonaie, giardini e grandi cantine. Menco del Ghezzi attaccava la cavalla al calesse e, tra l’invidia degli altri contadini e le raccomandazioni dei familiari, andava alla stazione per ricevere l’Avvocato e la signora Giannina che arrivavano da Firenze, come era scritto nel telegramma . Avevano ripulito aie e piazzali, tagliato la siepe di spini lungo la strada, avevano strigliate e pulite le bestie della stalla e annaffiato tutto intorno a casa per togliere la polvere ed accogliere nel modo dovuto i nuovi proprietari. Grandi cesti di fichi o di ciliegie erano a seconda della stagione , il primo benvenuto. Subito dopo le prime visite l’Avvocato dopo aver ben bene valutato tutto, chiamò il computista e dette istruzioni . Arrivarono trafelati e sottomessi, mastri muratori, falegnami, scalpellini, imbianchini . Sopra questa porta , proprio nella chiave di volta, mi raccomando ci voglio lo stemma di famiglia, raccomandava l’avvocato e tutti assentivano e prendevano nota . Il computista seguiva con attenzione, appuntava ,approvava, facendo già mentalmente i conti che poi 115 avrebbe fatto con maggior cura al momento di pagare tutti e trascrivere nel grande registro . La signora Giannina, che in effetti si chiamava Rosa, aspettava annoiata nel giardino che l’Avvocato avesse terminato , non vedeva l’ora di tornare a Firenze nel suo appartamento di via della Vigna, tra agi e lussi ai quali ormai s’era facilmente abituata. Presto i poderi di Maccagnolo e la Villa assomigliarono più ad un cantiere che ad una tranquilla proprietà di campagna. Muratori, imbianchini, scalpellini e falegnami, giardinieri , dalla mattina alla sera era un gran da fare per soddisfare gli ordini dell’Avvocato. Alla sera attorno al fuoco nelle cucine buie artigiani e contadini commentavano orgogliosi e stupefatti di essere protagonisti di tanto miracolo. Veniva spesso il computista, arrivava a piedi con il suo grande registro sotto il braccio e ad uno ad uno chiamava tutti per controllare i conti, pagare il dovuto e raccomandare la massima attenzione perché l’Avvocato era persona precisa che non lesinava sulle spese ma che era meticoloso e pretendeva il meglio. E l’Avvocato che voleva il meglio lo dimostrò presto. Quando i lavori erano quasi finiti venne a vedere i marciapiedi in pietra serena, le stalle pavimentate per risparmiar fatica e tener pulite le bestie, le finestre tutte nuove con i vetri a posto in modo che i vecchi non avessero più a soffrire di spifferi gelati, lo stradone con due grandi siepi di rose di tutti i colori che avevano sostituito le vecchie siepi di spini. Una ringhiera in ferro battuto recintava i due giardini : uno con una grande vasca di pesci rossi, l’altro che finiva con una grande cupola a bersot di glicine. 116 Canne d’India, alberi di lillà, gigli e aiuole di viole ,foglie verdi e vasi di limoni ovunque. Sembrava un miracolo: fu messo un grande cancello all’ingresso del piazzale con due colonne di pietra serena a grandi blocchi bugnati. Dall’altra parte del giardino del bersò, passava la strada che portava alle aie dei contadini , anche questa delimitata sulla strada con due colonne e una targa di marmo bianco “ Maccagnolo “ Tutto il paese era incantato da tanta trasformazione e si capì subito che i contadini del Calderini avevano avuta una bella fortuna a trovare quel Padrone così bravo come solo un Avvocato di Firenze poteva essere. Prima che i lavori finissero arrivò un tizio con grandi rotoli di filo : cominciò a piantare per le stalle i granai ,nelle cucine e perfino nelle camere dei piccoli colonnini di porcellana bianca e poi attaccò a questi i fili e ai fili , con un marchingegno mai visto delle boccette di vetro che, spiegò, si chiamavano lampadine. Le donne avevano paura di girare l’interruttore , la sera e aspettavano che tornassero i giovanotti per compiere quel miracolo che spandeva un chiarore da 5 candele nelle cucine buie. Gli uomini accettarono perché l’Avvocato aveva voluto mettere quella diavoleria in casa e discutevano spesso sotto le capanne, quando pioveva, se le bestie, dio ci liberi, ne avessero potuto soffrire in qualche modo, oppure no. Vicino al piazzale era stato ripulito un grande pozzo, ed una ditta specializzata era venuta da Firenze per mettere una pompa che si azionava girando una pesante ruota. 117 L’acqua poteva essere pompata e diretta , con una serie di manovelle o direttamente nella villa per riempire un grande serbatoio, o in una piccola costruzione adiacente al pozzo , dove erano state costruite le stanze da bagno. Un miracolo così non s’era mai visto, l’Avvocato veniva raramente, preceduto dal solito telegramma, in modo che Menco poteva strigliare a lucido la cavalla e andare , tutto orgoglioso a riceverlo alla Stazione d’Arezzo. In Estate veniva la signora Giannina con i 5 figli, 4 femmine ed un maschio. Da Arezzo venivano a trovare le signorine giovanotti con abiti eleganti e le giannette di bambù. Si organizzavano cene e festicciole sotto gli occhi vigili della signora Giannina, che il mondo lo conosceva bene e gli uomini anche meglio. L’ Avvocato cominciò a soffrire per qualche problema di cuore. A Maccagnolo arrivavano notizie tristi , portate dal computista che scrollava la testa e raccontava a tutti gli infiniti meriti dell’Avvocato, e che proprio non era giusto che una persona cosi dabbene dovesse soffrire tanto, e che a questo mondo bisogna essere pellacce come tanti se ne incontrano e che stanno sempre bene. Una sera al Teatro della Pergola l’Avvocato senti una stretta al cuore, per un attimo gli si fermò nelle pupille l’immagine del sipario rosso e poi piano piano si oscurò fino al nero completo, definitivo. Lutto , onore e grandi discorsi seguirono nei giorni immediatamente seguenti, poi la Giannina si trovò sola con cinque figli , accerchiata da parenti che male avevano digerito quella sua fortuna e tutto quel lusso che l’Avvocato le aveva donato. Comprese subito che la vita non sarebbe stata facile, ma lei conosceva bene la miseria e il peso di stare sottomessi e giurò che mai si sarebbe fatta sopraffare. 118 L’Avvocato Fei apri il testamento : stabiliva che tutte le proprietà andavano ai figli ma che la Giannina sarebbe stata usofruttuaria a vita. A Firenze , nello studio dell’ Avvocato Calderini , i giovani avvocati spiegavano alla signora Giannina con rispetto e poca convinzione, tutti i risvolti del testamento, che lo Studio in particolare aveva tante pratiche aperte , I signori Clienti da seguire, alcune cause molto importanti , la Banca , la necessità di continuità per non lasciar morire quello Studio così prestigioso in attesa che il Signorino Giorgio decidesse se voleva continuare l’attività del babbo oppure no. Le pratiche venivano nel frattempo seguite dal giovane Avvocato Fei , quello che era sempre stato il prediletto da Calderini e che praticamente aveva preso in mano la situazione e ……lo Studio. La signora Rosa Calderini, vedova dell’Avvocato, noto e rispettato in tutta Firenze, capì subito che la sua vita era ad una svolta decisiva, ascoltava attenta tutte le difficoltà, i problemi , le urgenti necessità elencate dagli Assistenti di Studio, e nello stesso momento pensava che ormai gran parte del mondo dorato in cui miracolosamente si era trovata a vivere, le era crollato attorno, senza rimedio alcuno. Comprese che ormai il teatro alla Pergola, le passeggiate in carrozza per via de Calzaioli , i pomeriggi ad ascoltare l’orchestra al caffè delle Giubbe Rosse, i ricevimenti , gli omaggi, i saluti rispettosi, dal momento che l’ Avvocato si era spento tanto tragicamente a teatro, non le appartenevano più. Anche se non sapeva ne leggere ne scrivere, aveva però capito bene come funzionava quel mondo e sapeva bene che tutti gli omaggi ricevuti, i baciamano, gli inchini 119 erano, omaggi rivolti, attraverso lei, esclusivamente all’Avvocato, e che ora lei era tornata ad essere , lei, senza alcuna protezione . Ora era tornata sola , e per tutti sarebbe sempre stata la Giannina , quella ballerina che aveva sposato l’Avvocato Calderini Buonanima, che non si sa bene perché l’aveva fatto e che l’aveva trattata come una regina. Gli avvocati dello studio le avevano spiegate bene le procedure per l’attuazione del testamento che Gino Calderini, avvocato in Firenze, aveva con tanta previdenza, a suo tempo dettato: lei avrebbe solo gestito le proprietà in attesa di passarle ai figli alla sua morte, i figli, che erano i veri proprietari. Gli assistenti di Studio ed in particolare l’avvocato Fei, si incontravano con donna Giannina per esporle i problemi dello Studio, lei ascoltava e dentro di se cercava di capire com’era successo che tutto quanto era stato semplice ora ad un tratto sembrava complicato e per lei, che non sapeva ne leggere ne scrivere, quasi impossibile da capire. L’avvocato Fei la vedeva indecisa ed allora prendeva un libro alto come un mattone e le leggeva un articolo di quel librone che lui chiamava Codice, e le spiegava che le decisioni andavano prese e che i Clienti….le cause…..la Banca…….. La Giannina non l’ascoltava nemmeno, aveva già capito che senza il suo Gino vicino, in mezzo a tutte quelle persone gentili ma che sapevano leggere in quei grossi libri, lei era praticamente persa, che quella gente si era sempre inchinata con grandi scappellate, per riverire l’ Avvocato Calderini quello del Monte dei Paschi , e che lei l’avevano sempre rispettata ed ossequiata per rispetto di lui , anche se tutti sapevano che la Giannina…….ed ora magari pensavano anche di poterla fregare. 120 Decise senza chiedere consiglio a nessuno, abbandonò Firenze che ormai non le apparteneva più e con Firenze anche lo Studio, chè c’erano le cause da seguire, gli aiutanti di studio da pagare, e c’erano tutte quelle cose da scrivere o da leggere che l’avvocato Fei sapeva far bene e avrebbe seguitato a farle, anche se il peso era grande ma in onore del povero Avvocato…….in attesa che il signorino Giorgio si decida……. Arrivò alla stazione di Arezzo dove Menco era venuto a prenderla con il calesse. Appena la incontrò , il pover‘ uomo farfugliò parole incomprensibili che si era preparato per tutta la strada; la signora Padrona nel calesse cominciò subito a domandare di questo e di quello, e quando arrivarono a Maccagnolo aveva già un quadro abbastanza chiaro della situazione, delle persone che stavano bene e di quelle che avevano qualche malanno, ma soprattutto aveva già mandato a memoria, quante bestie c’erano nelle stalle, com’era andato il raccolto e come si prevedeva la vendemmia. Alla stazione erano andati anche Poldo e Beppe del Piccinotti, con un baroccio tirato dalla ciuca. Dopo aver salutato la Padrona con il cappello in mano ,avevano caricato valige di cuoio scuro e bauli verdi, con il coperchio bombato, rinforzati con borchie di ottone lucido, cappelliere e cassine , una montagna di roba che legarono a dovere, raccomandandosi a vicenda e che lasciava capire che la Padrona questa volta non veniva per la solita vacanza ma che aveva proprio intenzione di rimanere. La sera a tavola , al chiarore rossastro delle 5 candele e della fiamma del camino, in tutte le case dei contadini si commentava il fatto, tutti facevano progetti e previsioni domandandosi come avrebbe fatto quella donna 121 sola, abituata a gioielli e vestiti di lusso, a mandare avanti tutta la proprietà. “Prenderà un fattore così avremo da mangiarci l’anima con un estraneo che verrà qui a rubare e ci vorrà anche insegnare il nostro lavoro,”ma il Menco che ci aveva parlato tutta la strada ed aveva risposto a tutto quell’interrogatorio, un’idea ce l’aveva ma tutti ripetevano che non s’era mai vista una proprietà come quella sotto la guida di una donna di città, elegante e raffinata come loro l’avevano conosciuta. Le donne raccomandavano agli uomini prudenza ed educazione, gli uomini raccomandavano alle donne di tener la bocca chiusa e non far commenti, specialmente la sera quando si trovavano tutte insieme al pozzo per attingere l’acqua e davano la stura alle chiacchiere. La Giannina entrò nella Villa che i contadini avevano accuratamente pulita e si senti terribilmente sola ; gli sfarzi , i lussi fiorentini, la bella vita assieme ad uno degli uomini più rispettati della città, erano solo un ricordo . Si sentiva sola ma non indifesa, qui si muoveva fra gente che a suo modo conosceva bene, perché la miseria l’aveva provata anche lei e qui nessuno ti tappava la bocca leggendoti frasi complicate da quel maledetto librone, qui la gente parlava di mangiare e di bere, di lavorare e di fare all’amore, di animali e di soldi contanti: qui la vita era quella vera , senza tanti inchini , senza tanti scappellamenti. Chi aveva ragioni da dire le diceva, chi aveva da comandare comandava e chi aveva da obbedire , qua a Maccagnolo , obbediva e li riconoscevi al volo, senza tanti giri di parole senza tante chiacchiere. Una cosa a lei risultò subito chiara: la Padrona comandava e gli altri obbedivano. 122 Una campanella fissata in cima ad una molla attorcigliata come una lumaca, fu piazzata nella cucina del Ghezzi . Dalla campanella partiva una corda che attraverso carrucole e tiranti traversava tutta la villa e finiva sopra il letto della Padrona : una fettuccia di velluto con una grande nappa, ciondolava proprio sopra il cuscino , a portata di mano della signora Giannina. La campanella ciondolava silenziosa proprio sopra al tavolo della cucina del Ghezzi. Sapevano bene che se avesse suonato occorreva correre subito perché la Padrona chiamava. Nella “ camerona” come fu subito battezzata, lei stabilì il suo quartier generale: un grande letto matrimoniale, una imponente toelette con un grande specchio, l’armadio che fu subito pieno di abiti ormai inutili e fuoriluogo, una lunga poltrona da riposo in legno e cannettè , ma soprattutto una grande cassaforte. La cassaforte era grande come un piccolo armadio, pesante e imponente tutta di legno lucidato a lacca. Abbassato un grande sportello a ribaltina si scopriva la cassaforte di metallo. La parte anteriore era tutta intarsiata , tutta ornata di volute e di scorniciature senza capire da dove diavolo si apriva. Con un minuscolo punteruolo toccavi dentro alcuni fori della decorazione e si aprivano, alcuni sportellini sempre di metallo intarsiato, che lasciavano così liberi i buchi delle chiavi. La signora Giannina fece un gran mazzo di tutte le chiavi , le legò con una fettuccia rossa e se le appese alla vita, assieme a quelle degli armadi della biancheria e del primo cassetto del cassettone. 123 In poco tempo senza tanti codici e senza tante chiacchiere stabili le regole principali di quel piccolo feudo che ora si trovava a governare , già consapevole che non avrebbe solo dovuto occuparsi di raccolti e di bestiame, ma che avrebbe avuto anche il compito di controllare le persone, valutare e provvedere ai loro bisogni, che avrebbe dovuto decidere su torti e su meriti, che molti dipendevano da lei, ma che anche da lei si aspettavano sicurezza e direttive. Se c’era una lira in giro si conservava nella cassaforte della Padrona, se c’era da comprare una vacca, una zappa, un paio di lenzuoli se ne parlava con la signora Padrona e lei decideva se la spesa si poteva fare, perché quei benedetti uomini per dar retta alle donne avrebbero dato fondo anche ad una nave di sughero e toccava a lei far quadrare i conti e preoccuparsi di tutto. E poi quando veniva il computista tutto doveva essere segnato e trascritto, nel grande registro della Padrona e nei libretti dei contadini che questi conservavano . Il salotto della villa era al primo piano. da un grande finestrone si accedeva al terrazzo lungo quasi quanto la facciata della casa. Era stata una sorpresa che la Giannina aveva preparato per l’avvocato durante uno dei suoi soggiorni estivi quando Gino era ancora in vita , la famiglia nella Villa di campagna e lui a Firenze a mandare avanti lo studio. Nel salotto mobili monumentali erano ornati con teste di animali scolpite. Un grande specchio di noce stava proprio sopra il caminetto che d’estate veniva chiuso da un siparietto in tela dipinta . Un grande pianoforte verticale era piazzato d’angolo vicino al finestrone. 124 Un giorno d’estate la Bebe si mise al pianoforte suonando dolci canzoni napoletane. La cantante della famiglia era la Maria Pia, una brunetta tutto pepe che gli amici in visita alla Villa chiamavano Scampolo per quel suo carattere vivace , ed i capelli alla “ maschietta” Sempre chiuse nella Villa le signorine affidavano spesso le loro romanticherie alla musica: la Bebe suonava e la Maria Pia cantava dolcissime romanze ed ognuna delle due sapeva bene a chi si riferiva. Dalle finestre aperte quella musica dolce si era sparsa nell’aria ed i contadini piano piano si erano radunati sotto la terrazza della Villa a naso in su. Non avevano mai udita una musica tanto dolce e così appassionatamente interpretata , e a loro pareva un miracolo divino , loro che al massimo conoscevano le musiche di chiesa per funerali o matrimoni. Donna Giannina si affacciò al terrazzo e vedendo tutta quella piccola folla in ascolto: “Che fate qui !!!! Andate a lavorare che le giornate sono corte e le cose da fare tante. Via !!! ” I contadini si sparpagliarono verso i loro lavori borbottando parole di scuse e di imbarazzo. Capirono che i tempi erano cambiati, ora che non c’ era più il signor Avvocato , uomo gentile e raffinato, c’era solo da rigar dritti e obbedire alla Padrona che di poesia ne sapeva poco e che i lavori, che gli altri dovevano fare, li aveva tutti in testa. Le signorine trascorrevano il tempo , alla Villa, ricamando e parlando sottovoce di cose che , guai se la Giannina le avesse sapute, mentre il signorino Giorgio mostrava sempre meno interesse per gli studi, sempre indaffarato a far dimostrazioni e proteste per la Grande 125 Guerra che si stava avvicinando e per la quale, giurava, sarebbe partito volontario. I contadini invece di partire non ne avevano affatto voglia, né volontari né richiamati. Avevano le bestie nella stalla da governare, i campi da lavorare e quella famiglia che avevano cresciuta su misura per il podere, un figliolo dopo l’altro guardando bene che fossero quelli giusti per tutte le opre che c’erano da coprire. Dopo quelle serate a sfogliare il granturco o dopo le vendemmie , non era difficile che ai giovanotti venisse qualche ideaccia, con tutte quelle belle citte, sode come cavalle di razza e gli occhi lucidi di voglie che non potevano dire. Mandare una vacca al toro o maritare un giovanotto, non era cosa da fare senza sentire il parere decisivo della Padrona. “ Un'altra bocca a mangiare!!!!!” sbottava subito lei, e i contadini giù a tessere elogi della futura sposa e giurare e spergiurare che mai si era vista una citta così modesta, forte e di poche pretese. Che le spese per il matrimonio sarebbero state poche e che le donne avevano promesso di far tutto in casa, come per la battitura , senza esagerare. Oltre il cancello del piazzale, al di là dell’aia del Ghezzi c’era il resto del paese, con altre 4 o 5 famiglie contadine, un falegname, ed un ciuffo di pigionali, che erano la disperazione di tutti . Fra i contadini c’erano i Cipriani: due famiglie di mangiapreti , poco socievoli sempre rintanate nella loro aia, che non obbedivano a nessuno perché erano i proprietari del podere, ma che senza Padrona si sentivano insicuri e inadeguati, perché allora per un contadino avere il Padrone che ti controllava era come per cane avere il collare 126 In fondo al paese c’era la grande casa del Friggi, con la piccionaia sopra il tetto la loggia davanti a casa. Una cucina enorme, per una famiglia numerosa e poco socievole. Dall’altro lato della strada , i Giorgi , una famiglia piccola e povera in un podere piccolo e che rendeva poco. Nel mezzo proprio al centro del paese i “ pigionali”, un ciuffo di sciagurati che era , dopo la gramigna, la disgrazia dei contadini. Dopo la Casa del Ghezzi in cima ad una scaletta che terminava con una latrina puzzolente, la casa del Donati. Lui lavorava in Ferrovia, le donne stavano tutto il giorno radunate in una stanza a cucire e infilzare. Facevano le sarte , con vecchi giornali ritagliavano i “modelli” e poi sfacevano cappotti o vecchie coperte per ricavarne abiti che sembravano davvero nuovi. Scaldavano i ferri da stiro al fuoco del camino e ci sputavano sopra per vedere se era caldo giusto. Sedevano tutto il giorno cucendo vestiti e sparlando di questo e di quello. Riempivano la stanza di un odore strano, almeno per noi ragazzi, sapevano di donna ma non come quelle ragazze toste e forti dei contadini che sapevano di fatica e di salute, queste avevano un odore stantio, come di vecchi cassetti mai aperti. Due porte sotto, 5 o 6 scalini messi dritti sulla strada, portavano ad una stanza sovraffollata dove si rintanavano sei disperati : era la famiglia della Catorcia, una donna affamata , incazzata nera che non si sapeva né come aveva fatto a rimediar tanti figlioli chè un uomo non ce l’aveva, né soprattutto come faceva a camparli. Dopo gli scalini della Catorcia c’era un portoncino, sempre lucido ed una finestrina con i gerani fioriti. Era la casa dell’Agnella , una donnina piccola e pulita e mal 127 dicente che in mezzo a quell’inferno proprio non ci legava per niente. Un po’ più avanti nella discesa, prima della casa dei Cipriani, la piccola casa del Daveri, l’unico ad avere un mestiere comprensibile. Il Daveri era il mago del gelato, aveva un triciclo bianco con due grandi coni di metallo nichelato a chiudere i contenitori. Nessuno sapeva come faceva il Daveri, con quel caldo boia , a far il gelato e portarlo tutto il giorno in giro per Arezzo senza che si squagliasse mai. A metà paese prima della casa della Catorcia c’era un piccolo passaggio tra le case: da li si arrivava alla “ Loggina una piccola piazzetta proprio sul retro della Villa Calderini. A sinistra, alle spalle della casa del Piccinotti, abitava la “ Gambe d’Acciaio” una donnona alta e secca che aveva un figliolo che sembrava più vecchio di lei. La Gambe d’Acciaio partiva la mattina e non la rivedevi fino a sera quando riappariva in fondo alla strada bianca sempre con la sua sporta di vecchia stoffa attaccata al braccio . Sbucava dalla girata e nessuno riusciva mai a capire che cosa era andata a fare. A metà strada si fermava , allargava un po’ le gambe e dritta com’era faceva la pipì, senza neanche scomporsi. Tutti dicevano che gli piaceva anche qualche bicchiere e volentieri si fermava alla mescita in via Romana, dove un diecino te lo riempivano fino all’orlo raso e la prima sorsata dovevi berla chinandoti sul bicchiere perche non potevi alzarlo. 128 Gli uomini quando la vedevano, snocciolavano bestemmie ancora peggiori e minacciavano le loro donne che se un giorno mai ……………. A destra , nella Loggina una scala lunga e dritta portava in alto…… non si sa bene che cosa ci fosse lassù in cima, perché nessuno mai , a Maccagnolo aveva avuto il coraggio o la possibilità di salire quella scala e andare a vedere . Di certo si sapeva che ci stava la “ Rosaccia” raccoglieva stracci e pelli di coniglio, e subito accanto a lei, Beppe lo zoccolaio, il matto del paese, l’artista degli zoccoli, un uomo grande e grosso che essendo buono come il pane, in quella situazione ogni tanto dava di fuori di testa e finiva ai Tetti Rossi, il Manicomio proprio in fondo alla via. Nella loggina tra stracci, pelli di coniglio, pozzi neri e fogne aperte , si respirava un’aria fetida e usurata. La mattina lo zoccolaio tirava fuori un panchetto piccolo , pieno di trincetti, di lesine, pece, cordini, bullette, semense e puntine, martelli strani e tenaglie consunte. Prendeva due ciocchi di legno di moro e con lo scorcino e la sciola cominciava il miracolo. Noi ragazzi andavano spesso a guardare;a me soprattutto piaceva quando allo zoccolo finito doveva fare ,tutto intorno, l’intacca per fissarci il tomaio. Con il trincetto tracciava una riga su tutto il perimetro e poi con un altro taglio, con una facilità poetica, toglieva due o tre millimetri di legno , proprio lo spessore della tomaia. Questa l’aveva ricavata da un paio di scarponi vecchi tagliando via la suola ormai irriparabile. Metteva la tomaia in un secchio d’acqua per renderla morbida e malleabile. Poi la appoggiava sullo zoccolo di legno di moro e con le Semenze cominciava a fissarla tutta attorno. 129 Aveva sempre una vecchia scatoletta di latta, quelle dei pomodori , ne tagliava una lunga striscia alta un dito e la fissava sopra l’attaccatura della tomaia allo zoccolo, per maggior sicurezza e per rifinire il lavoro come andava fatto. Poi tirava fuori un pezzo di sugna di maiale, ingrassava bene tutta la tomaia e mostrava orgoglioso , a noi ragazzi, ed a se stesso la sua opera. Noi si correva a portare la notizia che gli zoccoli erano pronti: ” Laurina…gli zoccoli di Tonino sono pronti, l’abbiamo visti noi, Beppe l’ha finiti proprio ora.” Le donne andavano a ritirare e contrattavano con le lire in mano, contando centesimi e lamentandosi sempre che l’ultimo paio che Beppe aveva fatto , non aveva dato una buona riuscita, e che …..speriamo bene questa volta perché , non è più come prima ed ora i soldi sono fatti pochi e bisogna spenderli bene. A conclusione del lamento informavano Beppe lo zoccolaio, che ad Arezzo oltretutto,c’era uno che faceva dei sandali bellissimi e usava per le piante vecchi copertoni ; erano sandali molto più leggeri, comodi e morbidi, un giorno bisognava proprio che andassero a vedere perché ormai di quegli zoccoli erano tutti stanchi , e se uno deve pagare , è giusto che voglia quelle che di meglio c’è. Beppe che tutta la vita aveva fatto zoccoli e che non sapeva fare altro, ascoltava e pensava che non era assolutamente possibile che ora , con il progresso e quei maledetti copertoni , il suo lavoro dovesse finire , sentiva che quelle sue manacce dure e incallite , facevano ogni volta una specie di miracolo, che lui prendeva un ciocco di legno , studiava i nodi e le venature, lo scolpiva talmente bene che ogni volta lui stesso si meravigliava di tanta bravura , ed ora non era possibile, che tutto quello stesse per finire e che 130 la gente preferisse andare in giro su due pezzi di copertone vecchio. Se questo era un problema per lo Zoccolaio, non era però quello principale. La sua stanza , un buco senza finestra, era subito sopra a quella della Rosaccia. Il puzzo di stracci vecchi e di pelli di coniglio stese a seccare, gli entrava nel cervello, ogni sera si ritirava in quel buco infernale, in una solitudine indicibile. La mattina quando metteva fuori il banchetto e ricominciava il suo spettacolo giornaliero davanti a noi ragazzi, la vita aveva un altro colore, venivano le donne del paese a portare scarpe vecchie da fare a zoccoli, ed a volte portavano le figliole , ragazzotte dure e legnose ma che avevano un odore completamente diverso da quello della Rosaccia. Lui gli prendeva il disegno del piede con un lapis smozzicato direttamente sul ciocco di legno. Guardava quei piedi giovani, le gambe forti profumate di sole e di campagna e…sognava . Ogni tanto la misura era colma, e Beppe allora si affacciava con un grande camicione in cima alla scala e cominciava a gridare “ voglio una donna!!” Si sentivano le urla per tutto il paese, le donne sorridevano e si scambiavano battute sapendo bene con quali occhi il Beppe guardava loro i piedi quando era andate a misurarsi gli zoccoli, e con quale delicatezza aveva aggiustato i piedi sopra il ciocco di legno. Gli uomini scrollavano la testa , maledicevano tutti questi maledetti pigionali che erano sempre fonte di problemi e di scompiglio. Qualcuno correva dalla sora Giannina :” andate a chiamare il dottore che avverta quelli del Manicomio…..” 131 Non c’era bisogno di spiegare molto, al Manicomio il Beppe ormai lo conoscevano bene e ogni cinque o sei mesi venivano a prenderlo e lo portavano per qualche settimana ai Tetti rossi. Anche gli infermieri che venivano a prenderlo sapevano bene la sua storia , trattavano con lui la resa stando in fondo alle scale per ore. Poi il Beppe stanco di mercanteggiare la sua libertà e dato che donne non se ne vedevano, domandava:” Siete con la Madonna o con il Diavolo???? “ Con il Diavolo” rispondevano ormai istruiti gli infermieri. “ Allora, concludeva il Beppe, venite tutti su a bere.” Salivano lo legavano come uno stupido e lo portavano tra risate e bestemmie al Manicomio. Quante volte Beppe lo Zoccolaio, avrà sognato di coricarsi con una donna , in una casa come tutti i contadini avevano, con il grande focolare, il camino acceso, e la famiglia attorno ad una grande polenta, quante volte Beppe lo Zoccolaio, avrà pensato come era vellutata e bella da toccare la pelle di una donna, perché anche lui era stato giovanotto e ricordava bene com’è bello il profumo dell’erba quando lo senti fra i capelli di una ragazza. Quando alla sera rimetteva sotto una grondaia il suo banchetto e si avviava verso la sua tana , i topi cominciavano le loro scorribande; ormai c’era abituato e loro erano abituati a lui, tanto che non lo scansavano più di tanto e gli giravano attorno cercando di fregargli , com’era già successo, quel pezzo di sugna che gli serviva per la presentazione finale dei suoi capolavori. Saliva quella scala di pietra e quando era un pezzo su si girava e intravedeva ,al di là del muro alto, l’aia dei contadini, la luce fioca che usciva da stalle e fienili, perché 132 lì l’Avvocato aveva messo quella diavoleria della corrente elettrica e lui invece andava ancora a candela. Intravedeva l’andirivieni dei contadini, desiderosi di chiudere la lunga giornata e ritirarsi al canto del fuoco a commentare i lavori fatti e parlare di quelli per il giorno dopo, che erano tanti e dovevano essere ben divisi fra tutti. Quante volte il Beppe lo zoccolaio al lume di candela , riscaldato da un bicchier di vino aveva ripensato il suo lavoro. Ricordava quando ancora faceva i due zoccoli uguali, destro e sinistro nella stessa maniera, tanto il piede s’adatta e non c’era bisogno di perderci dietro tanto tempo. Poi si sa, la passione gli aveva preso la mano, e dare ai due piedi la loro forma naturale , gli era parso ovvio e anche se da principio aveva penato un po’, poi gli era sembrato strano e assurdo che prima si contentasse di quella soluzione semplificata. Poi aveva cominciato a scavare le piante secondo la forma della pianta del piede, al contrario si intende, in modo che il piede ci trovava alloggio sicuro e più comodo. Poi il tacco, più slanciato meno pesante appena affinato verso il terreno, sembravano più leggeri da portare quegli zoccoli e forse lo erano. Non aveva mai finito di studiare quei benedetti ciocchi di legno, quanto e come stagionarli, quanto bagnarli,; aveva mille volte soppesato e riguardato le piante di legno finite , cercando di far meglio ed ogni volta riprendeva in mano il coltello, la sciola e con un colpetto di più scopriva che non si finisce mai di imparare e che la vita è quella, è fare e far bene, non solo per gli altri ma anche per te stesso, chè se dopo devi andare a letto con una candela ed i topi che ti girano attorno per fregarti la sugna, beh, quello non è affar tuo. Tu hai fatto il dovuto, tu hai 133 piegato il legno, aguzzato il cervello, hai pensato e non ti sei risparmiato. Se mentre tu facevi tutto questo quattro topi di merda dormivano rintanati in attesa che la fatica ti facesse distrarre un attimo per fregarti quella benedetta sugna, quello era problema loro non tuo. Tu la mattina ti alzi e metti il tuo banchetto, e fai la tua opera, topi ce ne sono sempre, acquattati da una parte ad aspettare il momento buono per mangiare ciò che è tuo. Se nella vita ti fai distrarre da questo pensiero, se hai paura di chi è li pronto per fregarti e non ha problemi a comportarsi come un topo, allora non fai mai niente. Quello che un uomo ha da fare è scritto nelle cose, e non ti puoi tirare indietro o risparmiare per paura o per pigrizia. Le donne sono fatte per allietare il mondo dare consolazione e gli uomini, perché senza una donna ti rimane solo la fatica e la solitudine, ma gli uomini hanno da fare quanto è giusto, perché la natura è semplice e le regole le ha già stabilite e segnate da sempre . Se poi quelli intelligenti hanno via via , una mossa dietro l’altra a piccoli passi, stravolto le regole e inventato un mondo fasullo dove solo pochi vivono e tanti soffrono, beh! Anche questo è un problema loro. E ti guardano con aria di superiorità, ti danno pacche sulle spalle, ti dicono “ peccato” ed hanno ragione perché tu hai perso tempo a lavorare, a migliorarti a cercar di far calzare bene le scarpe agli altri, e invece loro intanto stavano li a studiare come mettere qualche regola, come infilarsi nella schiera di quelli che controllano, perché è meglio controllare che essere controllato ed è inutile “fare” “ produrre” “cercar di capire e andare avanti”. Ce ne sono tanti , a sufficienza bacati dal tarlo del lavoro, dalla voglia di dare quel colpetto di coltello in più , e che la notte non ci dormono e non vedono l’ora di arrivare 134 al mattino, tirar fuori il banchetto e vedere se quello che hanno pensato di notte veramente si può fare , e come. E allora al Beppe lo Zoccolaio certo pareva impossibile che ora arrivasse uno scemo che prendeva un copertone vecchio , lo ritagliava alla bene in meglio, ci inbulonava tre cinghie come per i finimenti di una ciuca e la gente impazzisse per il gusto di metterseli ai piedi. Non gli sembrava vero che non potessero capire che dare quella curva a quelle piante di legno, creare quegli avvallamenti per far posto al tallone ed al piede proprio nel punto dove si piega, non gli sembrava vero che tutto questo che a lui era costato anni ed anni di attenzione e di furberie, ora non valesse niente. Ma vuoi mettere cosa significa prendere in mano uno zoccolo, scolpito e lavorato come un’opera d’arte, ancora profumato di legno fresco o un pezzo di copertone usato e puzzolente di gomma. Questo faceva impazzire il Beppe e cercava di resistere fra quelle mura sudice dell’Ospedale psichiatrico, abbandonato giorno e notte, legato su di un letto tutto sporco per i suoi bisogni che si faceva addosso e puzzava più della loggina, Rosaccia compresa. Resisteva e pensava a Maccagnolo , al profumo del legno di moro e a quella pelle profumata di sole delle gambe di quelle ragazzotte forti come le mule. Lo sapeva che mentre lui era lì, legato come un salame , quei topi maledetti avrebbero finito per trovare il suo pezzo di sugna e glielo avrebbero mangiato, lo sapeva e mandava affanculo gli infermieri che passavano ridendo e lo prendevano per il culo: “ Beppe…la vuoi una bella citta????????” “ Portami quella troia della tu’ moglie!!!” gli rispondeva lui anche se sapeva già che gli avrebbero stretto 135 ancora di più le cinghie ed l’avrebbero lasciato li a pisciarsi addosso almeno per un altro giorno. Sulla loggina si affacciava una finestra: sul davanzale bomboli e vecchie pentole contenevano basilico,qualche fiore, e qualche erba per cucinare. Era la finestra di un piccolo appartamento che era parte della villa: una cucina a cui la finestra apparteneva e un grande camera , buia dietro quella cucina. Una latrina puzzolente scaricava direttamente nella loggina e contribuiva al fetore generale. In quel buco di casa abitava un altro pigionale, Romildo, un tipo viscido e untuoso: dicevano che era fascista . Aveva una moglie , Elena , una donnina striminzita, rintronata dalla fame e dalle botte. Romildo usciva ogni mattina a piedi, con i suoi vestiti lisi ma sempre stirati ed i capelli impomatati. Aveva due baffetti odiosi come lui e non parlava mai con nessuno, perchè se è vero che i contadini lo odiavano, è anche vero che lui i contadini li detestava proprio e fra loro non c’era assolutamente contatto alcuno. Tornava la sera a piedi, sempre alla stessa ora con quel suo passo sempre uguale. Le donne dicevano cose impossibili sulle abitudini sessuali di questo tipo che arrivando a casa prima di domandare che cosa c’era da mangiare, chiamava l’ Elena nella camera buia e si faceva fare certi lavoretti che la povera donna a quell’ora certo non desiderava. Per il Romildo questa abitudine era come l’ aperitivo; raccomandava a quel seccaticcio di sua moglie di non buttar via niente, che era tutta roba buona specialmente per lei che era così secca. La povera donna 136 taceva e ingoiava tutto, e non vedeva l’ora di tornare in cucina a far le sue faccende e distrarre i ragazzi che allungavano gli occhi dalla porta di camera sempre aperta per un po’ di luce. Ogni tanto le donne maritate, parlando con la Padrona raccontavano di queste cose: la signora Giannina andava su tutte le furie e minacciava di buttar fuori di casa quel maiale. Le donne ricordavano alla sora Giannina tutte le sofferenze di quella povera donna, e che proprio uno sfratto non gli ci voleva proprio, la signora Giannina alla fine acconsentiva brontolando e accennando a terribili minacce, se mai avesse avuto modo di incontrare il Romildo sulla sua strada. Il Romildo che faceva schifo a tutti lo sapeva, aveva sparso intorno a se una certa fama di persona erudita ed educata, anche se non parlava con nessuno e nessuno sapeva nulla di lui. Quando usciva di casa per andare ad Arezzo, girava largo dalla Villa e non traversava mai il piazzale, come tutti facevano: sapeva bene che la Giannina aveva vecchi conti da saldare con gli uomini in generale e che con un tipetto sudicio e smelenzito come lui non ci avrebbe messo due minuti a dar di fuori e mettergli anche le mani addosso, ed allora anche i contadini avrebbero dovuto aiutare la Padrona e non si sa come sarebbe finita.. Si sapeva per sentito dire che di mestiere accordava pianoforti. Ogni tanto, molto raramente, arrivava a casa con tutta la parte interna di un pianoforte. Allora per giorni stava in casa e smontava quel marchingegno complicatissimo, mettendo tutto in pezzi. Martelletti, corde, feltri battute, tutto smontato ed in file meticolose sopra la tavola di cucina. Toccava tutti i pezzi con grande attenzione, lavorando di carta vetra e colla a 137 caldo usando bene quelle sue mani da vizioso tutte ingiallite dal fumo delle sigarette. Per giorni fino a quando il lavoro non era finito e tutto rimontato, l’Elena non poteva né cucinare né fare altri lavori in cucina, perché Romildo , raccontava l’ Elena alle donne al pozzo la sera, , stava aggiustando un pianoforte ed era un lavoro importante che certamente avrebbe portato un bel po’ di soldi. Le donne ascoltavano e ridevano e domandavano all’Elena se quei lavoretti speciali Romildo glieli chiedeva lo stesso o se con il pianoforte s’era preso una tregua. L’Elena si schermiva e alla fine raccontava tutto e si sfogava perché sembrava proprio che gli pesavano più quelle prestazioni forzate che la fame , le botte o le fatiche di ogni giorno. Era tanta la pena che suscitava in tutto il vicinato, che a lei avevano lasciato intatto il suo nome. A Maccagnolo solo i contadini e la Padrona avevano diritto a nome e cognome. Le donne dei contadini si chiamavano come erano state battezzate e nessuno si doveva permettere di appiccicargli soprannomi . I Pigionali invece non godevano di diritti ….civili. I loro cognomi erano sconosciuti ed i nomi distorti ,esasperati per rendere meglio l’idea dei loro difetti, o delle loro caratteristiche personali. Beppaccia, Rosaccia, Gambe d’Acciaio, la Prosciutta, l’Agnella, la Catorcia e così via, nomi come un marchio a fuoco, con il disprezzo incorporato senza prova d’appello. Nelle famiglie dei contadini gli uomini erano la forza trainante, i responsabili, quelli che facevano il lavoro duro e che all’occorrenza difendevano famiglia e bestiame, i pigionali avevano una diversa struttura: le donne erano la 138 base di quelle famiglie sgangherate, erano loro che ogni giorno, in un modo o nell’altro dovevano sfamare i ragazzi e difender quel poco che avevano. Gli uomini non esistevano, per lo più ubriachi e vagabondi , sempre in giro in cerca di soluzioni che non arrivavano mai e delle quali parlavano, con altri come loro, sempre preferibilmente dentro qualche mescita fumosa. Le donne stavano a casa, gomito a gomito con altre disperate come loro a difendere una pianta di basilico, un filo dove stendere quattro stracci, conquistare il diritto a un secchio d’acqua e andare gobbe gobbe lungo i fossi a rubar erba per quei due conigli. Erano state anche loro ragazze, avevano riso e scherzato , era stato bello quel giorno che il su’ ragazzo l’ aveva presa , quasi per forza ridendo di piacere , giù lungo il greto del fiume. Gli era rimasto nel cervello il profumo dell’erba e dei papaveri acciaccati, era stato bello, darsi e sentirsi prendere come a morire e godere fino in fondo per una cosa desiderata tanto. Ricordava bene il silenzio di dopo, le frasi smozzicate, imbarazzate…..qualcosa faremo, vedrai….io lavorerò, avremo casa e ragazzi e non ci mancherà niente , perché Iddio guarda tutti. Lei era tornata a casa, terrorizzata che le si leggesse in faccia quanto era successo. La sera non mangiò neanche: mi fa male la testa , lavo i piatti e vado a letto.… Ma lei sapeva che voleva andare a letto, per ripensare, per rivivere da sola ad occhi chiusi quei momenti meravigliosi, e insieme a quel profumo di erba e di sudore, riprovare quel godimento immenso , era come se qualcosa gli si fosse liquefatto , proprio dentro la pancia e poi si era sparso per tutto il corpo portando in ogni angolo, in ogni venuzza un piacere così profondo come non aveva mai provato. 139 Ora era lì a rubar erba in attesa di un marito ubriaco che non tornava mai , minacciata e oltraggiata dai contadini, sfinita dalla chiacchiere che le piovevano addosso e da tutte quelle parolacce che si sentivano volare in paese da una finestra alla ‘altra , dalla Loggina fino alla casa della Catorcia, era tutto un chiacchierare a voce alta, un offendere e far riferimenti che a ….buon intenditor poche parole e chi non è sordo e vuol intendere….. Avevi un bel stare con la testa dentro la tua tana, guardare quel soffritto fatto con due costole di sedano ed una cipolla , perché non c’era altro e un po’ di sapore dovevi pur darglielo a quella zuppa di pane, avevi un bel far finta di niente ma poi ad un certo punto devi anche dar sfogo all’animaccia tua che ti scoppia dentro e vuoi anche tu offendere e gridare, vuoi mettergli le mani in quei capelli sudici e prendere la Gambe d’Acciaio o la Prosciutta e sbatterle a terra e rotolarle nella polvere . Ogni tanto scoppiavano di queste risse, allora scendevano tutte nella strada ,urlando come pazze tra le risate dei contadini, la preoccupazione delle massaie, che non amavano quelle becerate e che in fondo capivano le delusioni di quelle donne maltrattate. Un giorno partecipò anche l’Agnella, piccola e debole com’era non aveva retto alle malignità che le giungevano attraverso i gerani della sua finestrina, dritte dritte sparate dalla casa della Catorcia. Usci fuori decisa anche lei a dar battaglia, ma la Catorcia che quelle cose le aveva sempre fatte, affrontò l’Agnella e con un morso sparato in faccia le portò via tre denti e li sputò in terra facendo capire che sarebbe andata volentieri anche oltre. I contadini non intervenivano, era cosa che non li riguardava ed in fondo da gente che stà a pigione e che per 140 vivere deve andare a rubarti l’erba per i conigli, era il minimo che ti potevi aspettare. Le Pigionali finivano quasi sempre sole, gli uomini tra una sbronza e l’altra finivano per incontrare qualche donnaccia che di figlioli non ne aveva e che sapeva come allargare le gambe e richiuderle al momento giusto. Abbandonavano quelle mezze famiglie che senza volerlo si erano travate fra i piedi , e poi finivano i loro giorni abbandonati in qualche posto o con la testa dentro la bigoncia dell’acqua come successe a Amato, , che lavorava al fabbricone dove si costruivano i treni, e che alla sera faceva sosta in tutte le mescite perché non riusciva più a trovare un senso a quella vita, ed il vino ti aiuta, fino ad un certo punto, ma poi ti diventa nemico e ti distrugge perché se vuoi star bene in ogni momento poi finisci per star male sempre e definitivamente. La sora Giannina quando aveva capito che era ora di abbandonar collane e piume di struzzo, per guardare bene che i contadini non ti fregassero qualche staio di grano o qualche bigone d’uva, aveva anche deciso di tagliar corto con tutte quelle comodità che l’avvocato Calderini Gino si poteva permettere e che era giusto mantenere per il decoro della Famiglia , ma che orta avrebbero gravato sul bilancio dei tre poderi . A parte i soldi poi, era bene che i contadini andassero a lavorare i campi, stessero attenti a gramigna e pigionali e non facessero mancare niente alle bestie che nelle stalle erano tutto il capitale. L’acqua era troppo preziosa per il bestiame, il pozzo a volte in estate stentava a dar acqua , perché a quel pozzo attingevano tutti, compresi i pigionali che si mettevano li ad aspettare guardati male dagli uomini che dovevano abbeverare mucche, vacche, fare la sbroda ai maiali, avevano bisogno di acqua fresca per la ciuca etc etc , e che 141 non capivano a che cosa serviva l’acqua a quella gente che tanto puzzava lo stesso e non si meritava niente. La Padrona le idee le aveva chiare e chiuse subito i bagni nella palazzina sul piazzale, fece chiudere le condutture che portavano alla villa , era sufficiente che le ragazze portassero su due secchi d’acqua alla mattina e due alla sera, potevano anche esser buttate via quelle piante di limone che ad ogni stagione andavano messe dentro e fuori e occorrevano uomini perché erano pese e grandi e non servivano a niente se non per figura. Nella rimessa c’erano tre carrozze ed un calesse, che da quando non c’era più il Povero Gino non venivano più attaccate e servivano solo a dar lavoro in più e spese per olio di lino e Sidol per lucidare. Anche Menco era fatto vecchio e la cavalla inutile era stata sostituita da una ciuca che tirava bene il baroccio. Non sapeva ne leggere ne scrivere la sora Giannina ma sapeva bene far di conti, e non voleva gente a perder tempo in giro. La terra serviva per far grano, granturco ed erba medica : un giorno dal terrazzo vide in un angolo vicino alla barca delle legne una macchia di colore giallo oro, sembrava una macchia di sole forte ma lei intuì subito che l’avevano fregata e qualcuno aveva seminato una diecina di girasoli per gli uccelli da richiamo. Alla Giannina non la facevi, dovettero venire i vecchi con il cappello in mano a spiegare con grandi giri di parole che i giovani ormai non avevano più freni e che qualcuno aveva seminato quei girasoli per un frusone da richiamo che saltellava nella gabbietta di legno, La sora Giannina non credeva alle proprie orecchie tanto gli sembrava colossale l’accaduto. Minaccio, imprecò, spiego ai poveri vecchi che la terra è terra ed è di chi ce l’ha e nessuno ha il diritto di arrivar lì e piantarci qualcosa per 142 suo tornaconto. Che i giovani non hanno cervello, che i girasoli sfruttano la terra come niente altro e che , Dio ci liberi, lei sapeva che in molti poderi dove piantavano girasoli , non ci nasceva più neppure la gramigna. Gridò ai quattro venti che i tempi erano duri e che se non ci fosse stata lei a controllare i desideri e le voglie di tutti, le stalle sarebbero state vuote, le aie spoglie e le famiglie a chieder elemosina. Gli uomini cercarono inutilmente di minimizzare tutte quelle sventure e piano piano facendo piccoli passi indietro con il cappello in mano , uscirono dalla villa, e se ne tornarono a casa dove le donne aspettavano impaurite. A cena, in ogni casa non si parlò d’altro e tutti compresero ancora una volta che con la sora Giannina, non c’era da scherzare; lei riusciva a vedere anche se mancava un filo d’erba, se un fosso non era pulito, se il nocio aveva le noci, se i capponi erano ben nutriti o se le bestie erano ben pulite: vedeva tutto e non si muoveva mai dalla Villa ; capiva se avevano bastonato la ciuca o se il pane era lievitato, sapeva quando dicevano di lei e ricordava tutto :” il dito di Dio….” sentenziava, quando le venivano a riferire qualche problema di qualcuno e lei immediatamente nella sua memoria, ritrovava il ricordo di qualche mancanza che prima o poi devi pagare nella vita, perché il dito di Dio si alza in segno di giudizio ed al giudizio di Dio non si sfugge. I contadini e non solo loro, bestemmiavano dalla mattina alla sera, ma sempre in ogni momento della giornata, in ogni loro azione , in ogni atto del loro lavoro era presente un profondo senso della religione. Non c’ era campo seminato, pagliaio o mucchia del fieno che non portasse ben piantata , una croce ricavata da due astecchi di legno incastrati; nelle stalle non mancava 143 mai un quadretto con l’immagine di Sant’ Antonio, protettore degli animali. Prima di seminare gli uomini tracciavano con le mani ruvide una grande croce sul grano da affidare alla terra, così come le donne facevano sul lievito del pane da conservare prezioso per la panificazione successiva. In quasi tutte le cucine c’era sempre un angolo dedicato a Santi e i morti ornato di fiori e di lumini. Lungo le strade di campagna , agli angoli tra una proprietà e l’altra , all’ombra di grandi alberi da sempre si costruivano tabernacoli con immagini sacre, statuette e lanternine, le chiamavano Maestà perché pare che da qualche parte nel sud d’Italia un tempo ci mettevano l’effige dei Sovrani. Quando la siccità si faceva sentire e le piante cominciavano a piegarsi nei campi, senza crescere, gli uomini spedivano le donne a far novene , giù a Saione. I frati organizzavano processioni propiziatrici che passavano tra i campi ed i poderi, con tutte le donne in fila a recitar Ave Marie e gli uomini che fermavano le bestie e si toglievano il cappello, perché quando l’acqua non c’è più, i campi sono asciutti e le bestie soffrono , ti puoi raccomandare solo al padreterno e devi star attento bene . Ogni anno, per il giorno della Madonna , la processione passava per tutte le strade della campagna ,Venivano da tutto il rione di Saione, i contadini preparavano decorazioni di fiori e di carta colorata lungo il percorso e buttavano a terra , davanti alla Statua della Madonna, petali di rose e di fiori selvatici. Le ragazze e le donne cantavano in latino o almeno in un qualcosa di simile , le voci stridule si confondevano ai gridi delle rondini e stonavano fin tanto che , il frate con la 144 voce grossa e profonda non le riportava sul motivo principale. Le maestà agli angoli dei campi erano tutte infiorettate e le donne con il fazzoletto in testa aprivano la processione subito dopo il frate ed il Santissimo. Gli uomini stavano in fondo , un po’ imbarazzati , timorosi di dispiacere al Padreterno se per caso avesse letto loro nel cervello, non sapendo che cosa dire né fare perché loro quei canti in latino non li sapevano e l’unica cosa che volevano era un bell’acquazzone che rinfrescasse i campi e che riempisse i pozzi. La Padrona dalla terrazza della Villa guardava la processione che passava tra i campi ingialliti, lungo i sentieri giù fino al Vingone verso la casa di Boccino. I Boccino avevano una casa annerita dalla muffa e dal tempo, laggiù dopo il Vingone, vicino al Campo d’Aviazione. Vivevano sempre isolati e lontani com’erano avevano pochi contatti con gli altri contadini e questo significava anche poche opere da scontare ma anche da poterci contare sopra. Alla domenica le ragazze di Boccino passavano da Maccagnolo per andare alla messa di Saione. Arrivavano con i vestiti della festa tirati su a mezzavita, e gli zoccoli ai piedi perché la strada era tutta fango specialmente verso il fiume. Si toglievano gli zoccoli che lasciavano sotto la capanna del Piccinotti e si mettevano le scarpe che avevano portate fino a li legate al collo. Partivano da casa che era mattina presto e tornavano quando la massaia aveva già pronta la minestra da scodellare calda. 145 Da Saione invece ogni tanto arrivava Padre Marco, un frate grande e grosso avvezzo a trattare con i contadini che lo sfottevano e lo provocavano continuamente. Era il Frate addetto alla “ cerca”, andava in giro con una balla vuota e di podere in podere, quando tornava la sera al convento dietro la Chiesa, la balla doveva essere piena . Padre Marco, se l’alzate ve se regala, dissero i contadini ridendo e facendogli vedere una balla con un quintale di grano dentro. Padre Marco non rispose neanche , si sputò nelle mani si concentrò, afferrò la balla e diventando rosso come un pomodoro per lo sforzo con uno strattone ed un gran colpo di reni se la caricò sulle spalle, si girò e se ne andò verso il convento lasciando i contadini a ridacchiare contro voglia. Arrivava sempre quando era tempo di battiture, ma non mancava mai anche durante le vendemmie, quando si sfogliava il granturco o quando si dava la stura alle botti e si svinava, tra assaggi e valutazioni , al coperto nelle cantine mentre fuori l’autunno sgocciolava sulla campagna. A Padre Marco un buon bicchiere ne suggeriva sempre un’ altro e così via tra una battuta e una scommessa finiva a risate e qualche parola di troppo, e più di una volta, raccontavano gli uomini, in qualche campagna dove gli animi erano più bollenti , Padre Marco aveva dovuto rimboccare le maniche del saio, scoprire i bracci forti e muscolosi e dimostrare a quei villani che esser frati non significa esser fessi e che lui al convento non ci tornava sicuramente con un occhio nero. Quasi sempre però gli uomini si limitavano a battute pesanti e scherzi volgari perché sapevano che Padre Marco 146 ci stava e non si sarebbe scandalizzato ma che sapeva sempre rispondere a tono. “ quant’è Padre Marco che non andate a letto con una donna??” Gli domandavano gli uomini ridendo mentre lui si caricava la balla mezza vuota sulle spalle. Lui senza scomporsi guardandoli fissi rispondeva: “ Domandalo alla tu’ moglie…” e poi aspettava un attimo, per vedere se doveva buttare la balla e rimboccarsi in fretta le maniche del saio. Scherza coi frati e lascia stare i Santi…dicevano le donne che sapevano di questi fatti e che cercavano di mettere a freno gli uomini che il Padreterno lo temevano ma che i frati li avrebbero mandati tutti a zappare, come dovevano far loro. Verso l’autunno arrivava una donnona grande o grossa, e faceva il giro di tutti i poderi a castrare i Capponi. Le massaie avevano cresciuto giovani galletti con le creste ancora piccole ma rosse come il fuoco e le prime penne colorate, inizio di una coda che si annunciava imponente e seducente. Le donne ,ormai pratiche della bisogna, preparavano tutto l’occorrente: una sedia bassa, una balla che la donnona si metteva fra le gambe uso grembiule, olio d’oliva, cenere, ago grosso e filo, ed un paio di forbici. La donnona si sedeva tra le donne che tenevano i galletti per le gambe con le teste a ciondoloni in attesa del loro turno. Il galletto cominciava a gridare come un pazzo appena la donnona lo agguantava , lo metteva pancia all’aria tra le sue gambe stretto nella balla e poi senza tanti complimenti, cominciava a strappargli le penne dalla pancia e metteva a nudo la pelle gialla . 147 Le grida del galletto aumentavano, se era mai possibile, quando l’assassina prendeva le forbici e…giù un taglio netto proprio sopra il buco del sedere. Urla, penne e commenti di compassione da parte delle donne che negavano di aver mai il coraggio di far nulla del genere. Mentre l’infame affondava la manaccia nella pancia del pollo e cominciava a rovistare tra i budelli caldi per arrivare a strappare i due fagioli attaccati nella parte posteriore, le donne raccomandavano di cavarli tutti interi perché se no i capponi venivano bastardi e la sora Giannina andava su tutte le furie. Estraeva i due fagioli, belli, grossi pieni di forza giovanile e li mostrava alle donne come faceva il boia con la testa dei condannati. Ormai tutti avevano fatto l’abitudine alle grida del povero pollo che non si sentivano quasi più. La vecchia megera prendeva ago e filo e faceva un bel rammendo a chiudere il taglio che prima aveva fatto, poi olio d’oliva sopra la ferita e cenere ‘chè la cenere disinfetta tutto , ed il povero Menco ci si medicava anche i tagli sui bracci e sulle dita fasciando tutto poi con una robusta ragnatela. Tutte le donne acconsentivano nel dire che una più veloce e più pratica nel tagliare i coglioni ai polli, non s’era mai vista. Allora il donnone prendeva coraggio, si riempiva d’orgoglio e appena vedeva passare un uomo sull’aia: “Vien qua che te lo faccio anche a te..!!!” Gli uomini si trattenevano perché quando c’erano presenti le donne di casa: si poteva bestemmiare, maledire il mondo, bastonare la ciuca ma non si poteva parlare liberamente di certi argomenti…..chè se no, la risposta ce l’avrebbero avuta pronta , anche se la donnona era proprio contro ogni tentazione. 148 I giovanotti avevano sempre guance rosse e occhi lucidi, non perché bevessero che il vino si beveva a tavola e innaffiato con l’acqua, ma perché di sfoghi ne avevano pochi e quelle ragazzotte sode e profumate di sudore giovane, facevano girar loro la testa e venir strane idee, innominabili. Alla domenica giocavano a palla prigioniera, e le ragazze si facevano sequestrare volentieri, facendo finta di mancare la palla, e cadere prigioniere di questo o di quello. La signora Giannina, assisteva divertita ai giochi accompagnata dalle sue donne, la Cesarina e altre che le portavano una poltrona di vimini proprio sull’aia. La Padrona che aveva l’occhio lungo e sapeva come si fa a sedur un uomo anche con un’occhiata, capiva bene quelle mosse fatte a malizia, quello sventolar di gonne , quelle occhiate sdolcinate che le ragazze rifilavano ai giovanotti quando le facevano prigioniere. Capiva e andava indietro con il pensiero , ripensava al Cabaret di Firenze , ai trucchi che aveva messo a punto per far battere il cuore di quei giovani ufficiali tutti baffetti e girigogoli d’oro,sciabole e mostrine, ad un tratto non reggeva più ed era il segnale che i giochi erano finiti e tutti tornavano nelle case, i giovanotti con le facce ancora più rosse e le ragazze desiderose di andar presto a letto per pensare in pace…sognare…immaginare. Prima o poi la massaia l’avrebbe incaricata di andar a far erba medica: lui l’avrebbe aspettata in fondo al campo, dove nessuno poteva vedere, l’erba era alta e profumata e finalmente sia lui che lei avrebbero trovato un po’ di pace, Gli uomini anziani vedevano quelle grandi spianate d’erba, spiaccicata e stropicciata come se un paio di animali ci si fossero rotolati sopra. Scuotevano il capo, 149 brontolavano qualcosa e sapevano già che presto sarebbero dovuti andar dalla Padrona a chiedere il permesso per far sposare quella citta al suo ragazzo. La sora Giannina viveva isolata nella Villa, prigioniera del suo ruolo di Padrona e di responsabile di tanta gente, di tutto un paese; gli unici uomini che si avvicinavano a lei erano il computista, i Capoccia, gli uomini più anziani delle famiglie dei contadini che venivano per fare i conti e chiedere permessi. Poldo del Ghezzi era quello che praticamente rappresentava anche un po’ gli altri e quindi per le faccende di ordine generale, veniva lui, gli altri erano ammessi solo per i fatti specifici della famiglia. Il capoccia della famiglia Caccialupi era Riccardo, un ometto sempre con un sorriso isterico e stiracchiato sulla bocca . Ti prendeva per il culo solo a guardarti ed era capace di staccare la testa ad un cagnolino con la zappa senza batter ciglio. La Padrona lo utilizzava proprio per queste eventualità ma per gli affari preferiva parlare con Berto, il fratello più giovane , un ragazzo tarchiato e robusto pieno di salute che non aveva ancora preso moglie, aveva capelli crespi e braccia forti. Un pomeriggio d’estate quando la canicola infuocava tutto intorno alla Villa e regnava un gran silenzio, la sora Giannina lo mandò a chiamare che aveva da far dei conti urgenti . Berto arrivò subito, sorpreso ma non troppo, perché anche lui era di carne ed aveva visto bene che la sora Giannina, anche se gli anni l’aveva , doveva essere stata una gran bella donna, ed a volte s’era stranamente soffermata a guardarlo , tra un conto e un altro e lo 150 sguardo le si era improvvisamente addolcito come mai lui avrebbe immaginato. Lei aprì la cassaforte nella camerona, farfugliò qualche parola che Berto non capì, poi si girò, lo afferrò stretto con una forza incredibile, lo buttò sul grande letto e si arrotolò con lui, tra baci e mezze parole: “ “stupido…stupido…”e le sue non erano più le offese o le minacce che generalmente gridava dal terrazzo, ma erano parole dolci, quasi piene di dolore che uno non si sarebbe mai aspettato dalla Giannina. Strappò via i grandi gonnelloni che portava sempre, strappò via tutto quello che aveva addosso e si abbandonò come non faceva da anni, come neanche pensava di poter più essere capace di fare. Finalmente c’era qualcuno più forte di lei, qualcuno che la possedeva, stanca di possedere lei tutto e tutti. Sfinita restò sul letto immobile a guardare il soffitto della camerona , a godere fino in fondo quel momento : Vai via ora…gli disse con un filo di voce…ti chiamerò io..” Nella Villa regnava un gran silenzio, le donne di casa se n’erano andate a rimettere il Piazzale, avevano capito subito che quando la Padrona faceva i conti con Berto non doveva essere disturbata e da quel giorno in poi fu sempre così. Berto se ne andò in silenzio, camminando lungo le ombre della Villa per farsi vedere il meno possibile. Qualche ragazzotta l’aveva stropicciata, ed anche più soda della Padrona, ma non aveva mai pensato che si potesse fare all’amore così, con tanta voga , con tanto abbandono, rovesciando tutto come se amore e violenza fossero una cosa sola. Le ragazze quando ti avvicinavi e ti avevano stuzzicato a dovere, si allontanavano scontrose “ tieni le mani a posto “ dicevano e tu sapevi che invece non 151 desideravano altro….ma non potevi far niente . La Giannina invece era stata un’esplosione inaspettata, s’era adattata al suo corpo, aveva assorbito i suoi colpi aumentando piacere al piacere ,con i capelli confusi, sudati appiccicati sulla faccia, le gambe che ti invitavano ad entrare ancora sempre più a fondo sempre più forte. All’Inizio lui era rimasto impietrito dalla sorpresa e dal timore: mettere le mani addosso alla Padrona non era mai passato per la testa a nessuno, ed era stato quasi sul punto di scappare via, poi aveva sentito il corpo di lei caldo e morbido, agitarsi e abbandonarsi , attaccarsi a lui, aveva sentito la sua bocca calda e profonda , aveva sentito per la prima volta in vita sua che era possibile possedere una donna che ti era sempre sembrata irraggiungibile e che quando una donna vera si dà, si spoglia di tutti i suoi freni e la puoi attraversare tutta, puoi entrare dentro di lei con un piacere tanto assoluto quanto violento. Avrebbe voluto raccontarlo a tutti, correre per il paese e gridare che la Padrona era stata domata, che era morbida e dolce come nessuna di quelle ragazzotte dure come il legno e che ancora non avevano capito che l’amore non è solo strette di mano e occhiate fugaci, non è solo una palla presa al volo o lasciata apposta, l’amore è più di tutto , è prendersi, ingoiarsi a vicenda, farsi bene tanto da farsi male, godere tanto da morire di piacere, che una donna è donna quando si dà , come la Giannina , tutta senza riserve, senza risparmiarsi perché l’amore è una sensazione troppo grande per porvi un limite, per prenderne solo una parte: l ‘ amore è tutto e niente, l’amore è dolcezza e violenza insieme, è desiderio di possedere completamente una persona e nello stesso tempo desiderio di averla tutta al punto tale di lasciarla senza vita . 152 Berto comprese che non si sarebbe mai accontentato più in vita sua di un’altra donna , anche se più giovane, che non sapesse amare come la Giannina. Ma tutto quello non poteva dirlo , anche se tutti sapevano nessuno ebbe mai il coraggio di mostrar di sapere: la Padrona era sempre lei e solo Berto l’aveva conosciuta in quel modo e nessuno mai ebbe il coraggio di dimostrare che sapeva. Un giorno Berto arrivò alla Villa senza essere chiamato. Le donne corsero subito ad avvertire la Padrona , mentre lui aspettava serio nel salotto . Arrivò la Sora Giannina e appena gli vide in mano una cartolina rosa capì. La guerra era scoppiata da poco e tutti gli uomini abili alle armi, venivano richiamati: arrivava la cartolina e partivi, lasciavi tutto casa, famiglia lavoro, mogli e fidanzate, figlioli e genitori, un taglio netto e ti trovavi lontano migliaia di kilometri da casa con un fucile in mano, e un nemico che vagamente era laggiù , verso l’orizzonte e lo dovevi uccidere , prima tu, prima che lui uccidesse te, come in un gioco stupido , un gioco senza senso. Il punto di raccolta era Firenze, Berto arrivò con un accellerato da Arezzo, al distretto gli avevano dato un gran foglio che sostituiva il biglietto. Alla Stazione di Firenze c’era un picchetto ad accogliere lui ed altri che come lui arrivavano da tutta Italia. Lui non lo sapeva ma quella fu l’ultima volta che lui ebbe la possibilità di muoversi come voleva, immediatamente lo misero in fila in un gruppo di altri disorientati come lui. Qualcuno faceva il gradasso e parlava di continuo prevedendo che avrebbero fatto grandi cose, 153 che era l’ora tanto attesa, che gliele avrebbero suonate dure a quelli lassù. Qualcuno con un filo d’angoscia cominciò a parlare di Russia. “ Ma chi te la detto ???” “Me la detto quel caporale , pare che partiremo subito , dice che lassù ci fa un freddo cane ….” Berto ascoltava in silenzio, come la maggior parte, e pensava a Maccagnolo, all’ odore dei suoi posti, pensava alla famiglia, ma soprattutto pensava alla Giannina , a quelle sue puntate alla Villa …. Tutto era ancora li vicino , pochi kilometri, due ore e mezzo d’accellerato , eppure tutto sembrava già così lontano, ormai come una cosa d’altri tempi. Tutto era ormai non più realtà, una di quelle cose che puoi toccare o fare , se ti va, ma qualcosa che era solo ricordo, che esisteva , sapevi che era lì, ma ormai non più per te, tu eri ormai fuori , lontano anche se vicino, ormai estraneo . Partirono il giorno dopo con una tradotta piena zeppa di sciagurati. I Caporali sembravano contenti come quando si va alla fiera di Settembre e rompevano le palle a tutti per farli cantare …, canti che Berto non aveva mai sentito. Parlavano di Patria, di orgoglio, di morte, di vittoria, di nemici…. Molti le sapevano a memoria come se si fossero preparati da tempo per quella giornata , la maggior parte , come Berto non ne conoscevano neanche una , ed allora ogni tanto intonavano una canzoncina normale, di quelle che Dolfino suonava con la fisarmonica quando facevano le feste sull’aia. Il viaggio fu lungo , almeno una settimana i vagoni era ridotti peggio degli stalletti dei maiali, ormai si parlava 154 solo di caporali e di sergenti, quelli più pratici che erano quelli che sapevano anche le canzoni a memoria ,illustravano la loro vita futura. Dicevano chiaro quello che si doveva fare e quello che era proibito fare…pena anche la fucilazione , dicevano, perché ora s’era in guerra e non c’era da far tanti complimenti con i lavativi. Sembra che per le infrazioni più gravi, questa fucilazione si sarebbe fatta alle spalle, mentre i coraggiosi, quelli che la battaglia l’avevano nel sangue si facevano sparare al petto, gridando “viva Savoia” Al Berto sembrava di sentire parlare un mondo di pazzi scatenati, a lui del petto o della schiena non gliene importava niente, e gli pareva che la cosa folle sarebbe stata quella di essere fucilati. Poi potevano spararti anche in un piede e sempre una schioppettata era, anzi 11 perché tanti erano, si diceva, quelli del plotone scelti a caso, fra tutti , così che uno stupido si girò verso Berto e gli disse” Potrebbe toccare anche a te..” Berto rimase di sasso, si sentì gelare con quel cazzo di fucile in mano a prendere bene la mira per sparare dritto su un bischero come lui, che non sapeva neanche chi era. Sembrava un brutto sogno, e pensava a Maccagnolo….a quell’ora davano il governo alle bestie, vedeva la stalla, tutti quelli di casa, sapeva esattamente che cosa stavano facendo, dove erano in quel momento, avrebbe quasi potuto toccarli, tanto ancora era vivo il ricordo …..il pensiero. Dopo che avevano passato il confine italiano , si erano addentrati in paesi che Berto non aveva mai visto nè immaginato ed era un mondo completamente diverso dal suo, da Maccagnolo. 155 Grandi foreste con alberi scuri e bruciati dal freddo, attraversarono un fiume , tanto grande che non si vedeva quasi la sponda opposta. Pensò al Vingone, il fiume di Maccagnolo, da ragazzo gli era sembrato grande e impetuoso specialmente quando con le piene si portava dietro tronchi d’albero e , addirittura , una volta anche un cane morto. I contadini raccomandavano ai ragazzi di stare lontani, specialmente da quella gora, su vicino alla casa di Scoscino, che, dicevano i vecchi, era profonda anche tre metri e ci si poteva affogare. Una volta era tanta la siccità che tutti i pozzi erano secchi e allora presero tutti acqua da quella grande buca e videro bene quanto era profonda e pericolosa. Ora a vedere quel grande fiume che già scompariva dietro il treno, era rimasto stupito ed aveva capito che attorno a tutta quell’acqua certamente ci doveva essere un gran da fare, barconi carichi di legna andavano controcorrente lentamente , bordeggiavano lungo riva ed il fiume era tanto largo che sembravano piccole barchette , ma dai tronchi si capiva bene quanto erano enormi. Mangiavano gallette e qualche scatoletta da dividere perché, diceva il caporale, quelli delle salmerie sono sempre dei lavativi e sono sempre in ritardo rispetto a noi che siamo in prima linea, e quindi dovevano arrangiarsi , dopo a destinazione sarebbero stati meglio certamente, succedeva sempre anche quando facevano i campi estivi in Italia. In effetti in prima linea ancora non c’erano, ma Berto capì e gli altri poco pratici come lui confermavano, probabilmente quella era la destinazione finale: d’altra parte il gruppetto degli scalmanati, quelli che le canzoni le sapevano tutte a memoria e che cantavano più forte, 156 stavano tutto il giorno a parlar di fucili, a lucidare quel ferrovecchio che avevano e che , dicevano poi certamente, sarebbe stato sostituito con armi più moderne. Smontavano e rimontavano caricatori con gli occhi bendati, per passare il tempo , come gli avevano insegnato nella caserma. Qualcuno leggeva qualche lettera sgualcita, altri avevano tirato fuori dal portafoglio piccole foto e mostravano orgogliosi a quelli vicino ragazzotte, impettite, ritratte a mezzo busto . I più fortunati avevano qualche istantanea , con ragazze sorridenti che si schermivano sullo sfondo di vigne e case di campagna. Berto non aveva foto, non ne aveva mai avute della Giannina, e anche se l’avesse avuta non l’avrebbe certo mostrata né riusciva a parlare di quella storia con nessuno, nemmeno ora che il vagone era come un gran confessionale, e, a parte il gruppetto degli scalmanati, tutti gli altri si dilungavano un racconti e in ricordi,la ragazza, la mamma, i figlioli, la casa, le bestie etc… Sembrava a tutti che parlare di tutte quelle cose, li riportasse a pochi giorni addietro, e li tenesse ben ancorati ad un mondo che sentivano ancora il loro, un mondo completamente diverso da quello che avevano visto scorrere fuori dal treno e che non lasciava presagire nulla di buono. Li scaricarono in una stazione che non esisteva , un lungo capannone grigio vicino ai binari che si perdevano tra ciuffi di boschi neri e mezze colline , senza che intorno vi fosse ombra di anima viva. Avevano visto qualche gruppo di capanne, oppure case….Berto non aveva neanche capito che cosa fossero, avevano il tetto di paglia o di qualcosa di simile, e lunghi camini che fumavano e si capiva che dentro ci dovevano essere persone. 157 Berto pensò che a Maccagnolo anche la ciuca aveva una stalla regolare, murata con il letto di paglia fresca, l’acqua pulita del pozzo della villa e fieno ogni sera; è vero che qualche bastonata ogni tanto la rimediava, ma tutto qui sembrava più triste e a volte puoi anche digerire una bastonata se dopo hai modo di riprender fiato. Qui sembrava che tutto fosse stranamente smorto, la luce era sempre fioca , nebbiosa, gli alberi e quei gruppi di capanne erano sempre sfocati come in vecchie foto ingrigite dal tempo. Berto notò che non vedeva campanili né qualcosa che assomigliasse ad una chiesa , gli sembrava strano ed impossibile un posto senza una campana che ti ricorda la mezza, i giardini di glicine e di lillà, il chiacchierio delle donne, la Villa….la Giannina. Arrivarono i camion e tutti dovevano salire in gruppi come i caporali li avevano divisi e organizzati. Faceva freddo, a Maccagnolo era tempo di vendemmia, lì , invece, cadevano di continuo piccoli fiocchi di neve, anche se non nevicava veramente, guardando lontano vedevi come una nebbia formata da questa infinità di piccoli fiocchi, nevischio che il vento arrotolava per aria e poi spingeva con forza da una parte all’altra abbarcandoli contro cespugli e tronchi d’albero. Faceva freddo, sempre di più specialmente dentro il camion coperto solo da un telone grigioverde ; tutti stavano rintanati più che potevano, uno accanto all’altro cercando di nascondere dentro il tessuto gelido mani e faccia per contrastare il freddo tagliente. Il sergente bestemmiava contro quei lavativi delle salmerie che certamente avevano le attrezzature necessarie, che certo avevano giubbotti imbottiti e coperte , ma che non si sa dove diavolo erano rimasti. Parlò di necessita di 158 indagini e maggior rigore, accennò a fucilazioni sommarie e quel solo pensiero bloccò lo stomaco di Berto ancora più del freddo. Alla sera si fermarono in una zona desolata e brulla più che mai: la strada era solo una traccia in mezzo a quella spianata che non finiva a perdita d’occhio. Non c’erano più ne boschi, né quelle capanne che gli erano sembrate tanto miserabili ma che almeno ti facevano pensare che quella era una terra comunque abitata. Berto , e altri come lui, si guardavano in giro sgomenti, cercarono di piantar per terra i picchetti delle tende che con quel vento non la volevano capire di star su. Appena fu possibile si infilarono tutti sotto, sgranocchiando un pezzo di galletta gelata come il ghiaccio che il Daveri a Maccagnolo usava per i suoi miracolosi gelati. Il nevischio s’era ingrossato e la neve ora cadeva lenta , sembrava Natale, ma non c’era niente altro di simile a quella festa. In lontananza, proprio dalla parte opposta da quelle da cui erano arrivati , si vedevano grandi lampi che illuminavano il celo di bagliori colorati, dall’arancio al viola: non sembrava un temporale, anche se si sentiva un rumore sordo simile a quello dei tuoni nella tarda estate. Con gli occhi tutti cercavano di capire dove e come poteva essere quella benedetta “ prima linea” , non c’era niente del genere, solo una grande distesa grigia e quella maledetta neve che ora aveva cominciato a venir giù facendo scomparire fossi, avvallamenti, cespugli , tutto si appiattiva , tutto bianco fino laggiù dove lo sguardo arrivava ed il bianco diventava grigio per fondersi con il celo dello stesso colore. 159 Una mattina si sentì da lontano un rumore che andava via via aumentando, Era un rumore di ferraglia in movimento che si avvicinava sempre più. Dal fondo di quella gran coltre bianca cominciarono ad intravedere qualcosa che stava percorrendo a piccola velocità la pista dalla quale anche loro erano arrivati. Ci misero un bel pezzo ad arrivare fino al loro campo, ma quando furono vicino Berto capì che si trattava di cose mai viste prima. Alla battitura fino dall’anno prima avevano sostituito la vecchia macchina a vapore con un Landini, monocilindrico che faceva un gran rumore e ad ogni giro del motore faceva uno scoppio come una schioppettata. A tutti era sembrato quasi un mostro, quell’attrezzo nuovo, e ci si domandava dove si sarebbe andati a finire di quel passo, quelli che però stavano passando a non più di cento metri dal campo degli Italiani erano dei veri enormi mostri d’acciaio, senza ruote, camminavano su due grandi cingoli, sferragliando. Dalla torretta uomini vestiti di nero, con caschi ed occhiali , uomini senza paura e d’altra parte come si poteva aver paura stando dentro ad un aggeggio del genere, che intuivi immediatamente era tutto di ferro fuso e così forte e pesante che nulla sembrava poterlo distruggere. Sulle fiancate avevano dipinti in bianco alcuni numeri ed una specie di croce bianca e nera : “ sono tedeschi , disse il sergente che evidentemente ne sapeva più di tutti, e quelli sono carri armati Tigre” e li si fermò. Gli uomini neri gridavano dalle torrette frasi incomprensibili in una lingua dura e sconosciuta. Qualche parola sembrava accennare agli italiani, gridavano forte e ridevano; alcuni degli italiani accennarono saluti con le mani, ma non sembrò che da sopra i carri si rispondesse in qualche modo, non 160 accennarono neppure un gesto, solo quelle grandi risate e nessuno capì cosa c’era mai da ridere tanto. Ne passarono una ventina seguiti da quattro o cinque veicoli stranissimi con le ruote gommate davanti ed i cingoli dietro, pieni di roba, con un gran carico coperto da teloni. Dietro a rimorchio avevano dei cannoni con una lunga canna: anche i fucili da lago, penso Berto avevano la canna lunga per colpire lontano Seguitarono per la loro strada , laggiu, verso il punto dove il grigio del terreno si confondeva con quello del celo. Gli Italiani restarono li in silenzio , Berto sentiva solo una gran disperazione, non sapeva che cosa faceva li, non sapeva a chi doveva far paura con quel vecchio fucile, abbandonati in mezzo a quel deserto bianco con due camion ,che sembravano vecchi da buttare , il freddo e la fame che ti fiaccavano. Maccagnolo sembrava ormai un sogno lontano, Berto cominciava a dubitare di esserci mai stato veramente, notizie da casa non ne giungevano e scrivere da li non ti veniva neanche voglia , come potevi pensare che una lettera potesse rifare tutta quella strada che lui aveva fatto per arrivare fino a li. Anche le facce delle persone care , quelli di famiglia , cominciavano a diventare più indefinite, più sfocate, come viste da lontano, troppo lontano Gli stivali, i fucili nuovi, le cucine per un pasto caldo, quei famosi giubbotti imbottiti non erano mai arrivati, il caporale spiegava con poca convinzione che non era facile e certamente le salmerie avevano trovato problemi, pare che il ponte sul grande fiume fosse saltato e altre cose del genere. 161 Figuriamoci se in tutto quel disastro qualcuno trovava tempo e modo per prendere una lettera e portarla da li a Maccagnolo o viceversa. Lui aveva ancora quelle maledette fasce che si allentavano continuamente e restavi con gli stinchi nudi al freddo nel bel mezzo di un lavoro. Pensò a Padre Marco, ed al suo grande mantello di lana marrone con cui si involtava tutto d’inverno quando veniva in cerca. Pover’uomo dicevano le donne che lo guardavano sempre con una certa simpatia , gli uomini ridevano, invece con una certa cattiveria e dicevano che tanto con tutto il vino che aveva in corpo il freddo non gli prendeva di certo, e caso mai, se voleva riscaldarsi una zappa gliela davano loro ed qualche greppo da ripulire. Una bella mattina, il sergente arrivò come un indemoniato dicendo che arrivava il capitano , con il tenente, tenersi pronti e ben svegli : i due ufficiali si erano sempre visti poco, perché stavano sempre rintanati dentro una grande tenda, la tenda del comando e loro, la truppa, avevano sempre trattato con caporali o sergenti; nella tenda del comando entravano solo gli attendenti ed i sergenti a prendere ordini, e il radiotelegrafista sempre a smoccolare per le batterie che si scaricavano e l’antenna che, diceva lui, era sempre in ombra.. Il capitano spiegò che il grande momento era arrivato, si partiva per la prima linea e che quello era proprio il momento per dimostrare che razza di uomini erano . Guardò tutti molto attentamente, con severità, come per scoprire se fra loro si annidava qualche evidente lavativo. Berto, tenne gli occhi bassi, come faceva i primi tempi con la signora Giannina, ed evitò di farsi guardare dentro. 162 Smontarono tutto, caricarono i camion e si avviarono seguendo le tracce fangose su quel deserto di neve. Ogni tanto qualche camion si impantanava e bisognava scendere, spingere, tirar su il fango con le corte pale, con le mani con l’animaccia pur di uscir fuori e andare avanti. Andarono avanti fino al tramonto, i camion si fermarono in un piccolo avvallamento, qualche ciuffo di alberi, un piccolo laghetto tutto ghiacciato. Scaricarono tutto e cercarono di montare le tende, occorreva acquartierarsi, disse il capitano, qua la tenda del comando e li, dietro le piante le tende della truppa. Dove l’avvallamento finiva ed il terreno si rialzava come una mezza ciambella , proprio sulla cima di quella specie di greppo, scavarono delle trincee, crearono dei ripari, qualcosa che li nascondesse alla vista di qualcuno che sarebbe arrivato da laggiù. I sergenti richiamavano i caporali e questi si incazzavano con i soldati perché tutto doveva essere finito prima del sorgere dell’alba. Tirarono fuori dalle cassette due mitragliatrici, nuove di zecca, sembrava che non avessero mai sparato. I mitraglieri le montarono velocemente, si vedeva bene che era un lavoro che conoscevano bene. I soldati tra una palata di terra ed un'altra, mentre il caporale si volgeva da una altra parte, si informavano sulle prestazioni di quei due attrezzi: quanto era la portata, quanti colpi al minuto, se si inceppavano facilmente , se avevano bisogno di raffreddamento aggiunto . I mitraglieri piazzavano e ripiazzavano i treppiedi, provavano l’alzo, facevano scattare l’otturatore e poi facendo finta di sparare giravano la mitraglia a destra o sinistra per vedere se 163 coprivano bene tutto il terreno o se erano “ impallati” da qualche ostacolo. I soldati si sentirono molto rassicurati perché capirono che la difesa non dipendeva solo dai loro vecchi fucili , ma che quelle due mitraglie erano veri sputafuoco e difficilmente qualcuno sarebbe riuscito a superare la pioggia di fuoco che erano capaci di spargere su tutto il terreno attorno. Cominciò subito il turno delle sentinelle, dei turni di guardia, e i sergenti in persona vennero a spiegare che ora si doveva sparare subito, a vista, per uccidere, perché lì valeva una regola sola : chi spara prima fa due volte… L’alba arrivò ed il freddo sembrava ancora più gelido, ma comunque la fatica per l’acquartieramento era stata tale che tutti avevano dormito profondamente. Le sentinelle andavano e venivano ogni due ore dalle postazioni delle mitraglie sistemate proprio sopra le tende. Tutti parlavano a bassa voce, bisbigliando anche se il silenzio che regnava faceva pensare che non esisteva anima viva per molti kilometri intorno. La giornata trascorse tranquilla fino al pomeriggio quando ad un tratto si senti un gran fischio e poi qualcosa che sciaguattava veloce traversando il celo sopra di loro… un boato terribile scosse la terra, la strappò , la spaccò in mille pezzi, che volarono per aria mentre tutti si buttarono giù cercando di entrare in qualsiasi anfratto, avvallamento , un buco qualsiasi dove infilare il capo strusciando a terra come topi in cerca di riparo. Una grande nube nera si era alzata proprio dietro l’accampamento forse a100, 200 metri. Non fecero neanche a tempo a dir qualcosa che un nuovo fischio squarciò quel celo gelido, ed un altro ancora e subito un altro ed erano tanti che ormai non riuscivi più a distinguere niente. Era 164 un susseguirsi di fischi, sciaguattamenti e scoppi, uno dopo l’altro. Ormai nessuno parlava più sottovoce, i sergenti urlavano, i caporali ripetevano gli urli, i soldati bestemmiavano e pregavano tutti i Santi . Seguitarono a scaricare quell’ inferno per tutto il pomeriggio. Avevano accorciato un po’ il tiro e quindi tutti gli scoppi avvenivano davanti a loro, proprio davanti alle postazioni delle mitraglie. Tutto il terreno da li in avanti per qualche kilometro fu rivoltato come un campo per una semina . Dopo ogni scoppio, sentivi centinaia , migliaia di piccoli sibili, fischi zig-zaganti , striduli , acuti laceranti. Erano le scheggie che si spandevano ovunque . Praticamente del campo non esisteva più niente, le tende erano state spazzate via dallo spostamento d’aria e ancor prima dal confuso, tentativo di tutti di mettersi in salvo in qualche modo. Gli uomini non si vedevano più, prima si erano schiacciati a terra, poi avevano cominciato a scavare in qualche modo, a farsi posto come una topa-ceca nell’orto, erano praticamente stati inghiottiti dal paesaggio. Qualcuno non sapeva , nella confusione , dove era finito il lungo fucile, che in ogni caso, in quella situazione non sembrava molto utilizzabile, Stettero spiaccicati nel fango o nelle piccole trincee che avevano scavato al loro arrivo, tutta la giornata e gran parte della notte. Ogni tanto un lamento , una richiesta di aiuto si sentiva da una parte o l’altra del campo. Gli infermieri correvano carponi, in qua e in là bestemmiando contro quelle maledette schegge che seminavano ferite e strappi in ogni dove. 165 Berto aveva trovato riparo in una piccola buca che poi , con la disperazione aveva affondato ancora, aiutandosi con la baionetta e le mani che ormai facevano sangue . Furono ore lunghissime, ma stranamente da tanto disagio cominciò a farsi strada una sensazione mai provata, la conquista di ogni piccolo spazio in più, riuscire ad acquattarsi ancora un po’, trovare un altro piccolo spazio per la testa o infilare una mano sotto il fango , cominciò a dargli una sensazione di sicurezza certo sproporzionata alla realtà del momento; addirittura cominciò a studiare le traiettorie dei proiettili e già dal primo fischio e poi da quello sciacquettio del proiettile che perdeva velocità cominciò ad intuire la direzione e la distanza dello scoppio. Ogni tanto pensava a casa , e cercava di immaginare che cosa avrebbero detto a Maccagnolo nel vederlo ora in quella situazione, e si domandava come avrebbe mai potuto, quando sarebbe tornato a casa, raccontare in modo giusto tutto quello che aveva vissuto. Poldo del Ghezzi, che aveva fatto la Grande Guerra, aveva più volte in cantina, durante le svinature autunnali, raccontato di quei colpi terribili che gli Austriaci sparavano sulle nostre linee con obici mostruosi. Tiravano su dei maiali grossi così, diceva e con i bracci messi a cerchio sembrava abbracciare un proiettile grosso come un alberoEra anche vero però che a quell’epoca si sparava un colpo ogni 5 minuti e la lunga permanenza nelle trincee aveva permesso ai soldati di scavarsi trincee profonde e relativamente sicure. Ora invece quei maledetti sparavano con un ritmo impressionante e non tutti erano colpi di cannone, ogni tanto vedevi nel celo come una grande stella cometa che lasciava una scia di fuoco striata e luminosissima. 166 Era accompagnata da un rumore strano, come uno straziante lamento di un gigante ferito; quando la stella cometa toccava terra erano diecine di scoppi tremendi , come diecine di cannonate sparate tutte insieme da un cannone solo. Comunque Berto si meravigliò di come ci si può abituare a tutto: dopo due o tre ore dall’inizio del bombardamento una certa sicurezza tornò ad animare un po’ tutti, qualcuno cominciò a tirar su la testa, tra uno scoppio e l’altro, tenendo l’elmetto fermo con la mano , tanto per dare un’occhiata in giro e vedere cosa era successo. Altri andaro carponi a frugare dove avevano lasciato la tenda in cerca di gallette e qualcosa da mettere sotto i denti, perché la fame cominciava a farsi sentire, ora che alla paura s’era fatta l’abitudine, e come dicevano i vecchi, la fame fa uscir il lupo dalla tana. I caporali ripresero fiato e cominciarono a urlare imprecazioni : “ Stai giù imbecille” gridavano e dicevano a tutti di scavarsi ancora meglio la buca. Quelli che avevano pratica di guerra e di cose militari cominciarono a dire che quella era la preparazione per un attacco e che il brutto sarebbe cominciato quando il bombardamento sarebbe finito.” Al mattino , verso l’alba , tutto ad un tratto si sentì un gran silenzio, sembrava di sentirlo proprio, era l’esatto contrario di tutto quel rumore infernale che avevano sopportato per ore. Piano piano cominciarono a rialzarsi, tutti sporchi di fango, irriconoscibili, alcuni avevano graffi e botte che si erano procurati buttandosi giù a capofitto senza guardare dove. Cominciarono a vagare per il campo cercando di capire dove erano finiti i fucili, le cassette delle munizioni, quelle delle bombe a mano. 167 Berto pensò che se la guerra la facevano in quel modo , era un po’ difficile riuscire a tirare una bomba a mano così lontano da offendere chi aveva sparato quell’inferno per tutta la notte. I graduati avevano ricevuto ordini precisi dal Capitano e dal Tenente che non avevano più la tenda comando e che ora erano acquattati dietro un piccolo greppo con il radiotelegrafista che chiamava di continuo senza riuscire ad ottenere risposta. L’ordine era chiaro: prepararsi a respingere un attacco che molto probabilmente avrebbe avuto luogo di li a breve. Furono distribuite bombe a mano e caricatori a volontà. Gli ufficiali controllarono le pistole ed il Capitano volle anche provare qualche colpo sparando per terra. Fu ordinato di tenere pronte le baionette ed al momento buono innestarle sul fucile, perché spesso succedeva che dopo una furibonda sparatoria seguiva un attacco all’arma bianca ed allora bisognava essere pronti e decisi perché quando sei di fronte ad un uomo che vuoi uccidere quello si difende con ogni mezzo: “ o voi o lui “ disse il sergente, come se si trattasse di giocare a nascondino. Berto non aveva mai ammazzato neppure un pollo, a quelli tirava il collo la Vittoria che quando doveva tirarlo agli oci, invece prendeva un palo, gli ci metteva sotto la testa, montava sul palo con i piedi e tirava l’ocio per le gambe fino a che quello non smetteva di sbattere le grandi ali bianche come quelle di un cigno. Non gli piaceva neanche quando veniva Caruso ad ammazzate il maiale: tre o quattro contadini accerchiavano l’animale che aveva già fiutato l’agguato e tutti insieme lo prendevano per le gambe e lo giravano pacia all’aria. 168 Il maiale strillava come solo può strillare chi vede i suoi assassini davanti: Caruso si avvicinava, prendeva il suo punteruolo che aveva ricavato da un tondino di ferro, glielo infilava dritto nel cuore e iniziava un movimento schifoso roteando il punteruolo per far più danno possibile a quel cuore che non voleva fermarsi. Berto pensava a queste cose mentre sentiva i comandi urlati forte senza comprenderne il senso. Erano tutti pronti, in attesa di qualcosa che nessuno sapeva cosa poteva essere, dalle postazioni delle mitraglie gli ufficiali scrutavano l’orizzonte con dei binocoli. Berto ne aveva visto uno simile, solo un po’ più piccolo, alla signora Giannina, aveva spiegato che era utile a teatro, quando ci andava con il povero Gino: con quello vedevi le facce degli attori proprio vicine come se tu fossi stato a due metri da loro. Ad un tratto qualcosa parve muoversi qua e là nella grande pianura davanti a loro, sembravano altri campi con il loro, si vedeva un affaccendarsi di uomini e qualche mezzo che si muoveva. Riuscivi a distinguerli male sia per la lontananza sia perché molti dovevano essere coperti con ramaglie o altro per mimetizzarli, come avevamo fatto noi con i camion. Capimmo che quella pianura che ci era sempre sembrata deserta era invece costellata di piccoli campi simili al nostro una specie di schieramento a difesa per contrastare l'eventuale nemico in arrivo. Berto pensò che fortunatamente i mitraglieri non avevano sparato veramente per provare le mitraglie quando le avevano piazzate , perché ora si vedeva che davanti a loro , dove sembrava non esserci nessuno, invece c’erano soldati e qualcuno potrebbe essere stato colpito . 169 Ora a tutti i soldati risultava chiara la strategia che appariva nota ai due ufficiali; indicavano infatti quei piccoli gruppi affaccendati e li chiamavano con numeri e sigle, senza mostrarsi stupiti di vederli ora per la prima volta. Berto cominciò a capire ora bene che cosa era la “ prima linea “: qualche ciuffo di disperati sparsi qua e la, . Pensò a quanta strada avevano fatto per arrivare fino a lì, pensò a quante pianure sconfinate, grandi fiumi, paesi e città aveva visto e si era lasciato dietro le spalle, e fortemente sperò che ci fosse anche qualcun altro a difesa di tutto quel pezzo di mondo, perché era chiaro che quei gruppetti di disperati sparsi in mezzo a quella piana sconfinata avrebbero potuto far ben poco. I sergenti ora avevano preso il sopravvento su i caporali e sparavano gli ordini direttamente senza tanti intermediari: tu qui, voi la in fondo a quel fosso, il terzo tutto avanti dalla parte sinistra, attenzione ricordate quando si toglie la sicura prima di lanciare la bomba contare fino a cinque. Il radiotelegrafista sembrava aver trovata la giornata buona ed era tutto un parlare e passare al capitano la cuffia ogni tanto quando evidentemente le comunicazioni erano più importanti. Ad un tratto una delle sentinelle chiamò a gran voce il caporale, questo dopo un breve parlottio chiamò il sergente e questo il capitano che si tolse la cuffia per portarsi in cima all’altura, vicino alle mitraglie. Prese il binocolo e cominciò a scrutare l’orizzonte. Molti soldati si erano portati sulla sommità dell’altura e scrutavano la faccia del Capitano per capire la gravità di ciò che stava vedendo con il binocolo. 170 “ Stare giù “ ordinarono i caporali a quelli che erano accorsi curiosi. Berto guardò verso la linea dell’orizzonte, non c’era bisogno di binocolo per vedere che dove prima il grigio della terra si continuava e si fondeva con quello del celo, ora una sottile linea scura che occupava l’orizzonte tutto da destra a sinistra si muoveva impercettibilmente. Non potevi capire che cosa era , certo non era niente di tranquillizzante anche se per il momento non si udivano spari ma solo un leggero ronzio lontano, come uno sciame di api in attesa di pungerti. Il Capitano si precipitò con il tenente ed i sergenti alla ricetrasmittente. e cominciò a chiedere collegamenti elencando numeri e sigle sconosciute ai soldati, ma certamente note al radiotelegrafista. Dopo ogni collegamento parlava serio con il Tenente , corrucciato e deluso per qualcosa che non si riusciva a comprendere ma che che si vedeva chiara nella sua faccia. La linea scura all’orizzonte, nel frattempo si andava spezzettando e si cominciavano a vedere mezzi in movimento, non si distingueva bene che cosa fossero in realtà ma certo erano tanti, troppi , pensò Berto, e un amaro terribile gli salì su dallo stomaco, gli bloccò la gola e capì che era paura, una paura profonda come non aveva mai provato in vita sua. Il brusio dello sciame di api aumentava, ma ora era accompagnato da un crepitio continuo, e dalla linea scura in movimento cominciarono a sprizzare scintille, tante che la linea scura divenne in breve una striscia continua scintillante. Dai mezzi in movimento, che si capì subito erano carri armati, si aprivano vampate di fuoco improvvise alle quali poi corrispondeva quasi subito uno scoppio che dopo un lampo chiarissimo liberava una 171 nuvoletta bianca, laggiù nella pianura davanti a loro attorno ai campi, agli attendamenti che ormai sapevano sparsi in qua ed in la su tutta la piana. Il Capitano dette ordine alle due mitraglie di non aprire il fuoco: erano ancora troppo lontani , fuori dalla loro gittata. Praticamente assistevano impotenti e tutto quell’inferno. La linea in avanzamento si andava sempre meglio dettagliando: ora si distinguevano carri armati che avanzavano sparando e mitragliando e dietro ogni carro si intravedevano gruppi confusi di soldati appiedati ma numerosi che si facevano scudo del carro per avanzare coperti. Dai nostri insediamenti un crepitio di mitraglie e un confuso muoversi di uomini in cerca di riparo, faceva intuire che la lotta era comunque impari e disperata. Come una grande falciatrice, la linea che avanzava composta da carri e da soldati ogni tanto si soffermava leggermente a poca distanza da un nostro campo, qualche carro cambiava posizione spostandosi di lato e si vedeva bene che il campo era poi sotto un tiro incrociato e terribilmente inarrestabile. Poi vedevi uomini uscire a frotte da dietro i carri , invadere tutta l’area del campo : aumentava il crepitio , si vedevano gli sbuffi delle bombe a mano , ora si sentivano anche urla terribili, un vociare tragico, scomposto, misto di trionfo da una parte e terrore e morte dall’altra. Le due mitraglie cominciarono a sparare , così come tutti i soldati. I nemici erano lontani , piccoli e in movimento continuo, era quasi impossibile mirare: sparavano tutti nel mucchio più per dare a se stessi la sensazione che quell’orda in avanzamento poteva essere in qualche modo 172 contrastata che per la convinzione di abbattere veramente un bersaglio. La confusione era al massimo ,caporali e sergenti seguitavano a ripetere “ sparate” come se qualcuno potesse non aver capito che quello era proprio il momento in cui o spari a tutto e a tutti o sei fregato. Ad un tratto uno strano rumore cominciò a sovrastare tutto quel crepitio, quel vociare scomposto di migliaia di uomini inferociti. Per un attimo Berto non capì, poi con la coda dell’occhio intuì qualcosa che stava arrivando dal celo, una grande ombra grigio scuro, un aero lanciato in picchiata si stava avventando su di loro arrivando di lato. Per un attimo vide una grande stella rossa sotto un ala, l’aereo era talmente basso che riuscì a intravedere anche la sagoma del pilota nell’abitacolo, qualcosa si staccò da sotto l’aereo, una cosa strana sembrava una grossa bottiglia, non tanto grossa, anzi, ripensò Berto: la vide arrivare inevitabilmente verso di loro, dondolando leggermente per aria, ma dritta nella sua terribile traiettoria. Fece caso che non sentiva più il crepitio delle mitraglie, i colpi dei carri , le urla dei nemici, il rombo dell’aereo: un silenzio terribile , definitivo annullò qualsiasi rumore: vide bene la bomba arrivare dritta, un gioiello di meccanica, distinse bene le alette di direzione, pensò, proprio nel momento in cui la vide tuffarsi con la punta di acciaio a pochi metri da lui , dritta dentro il terreno. Il terreno si sollevò improvvisamente, ormai i rumori erano tutti scomparsi, ebbe la sensazione di essere in qualche modo per aria, pensò che voleva tornare a Maccagnolo, che era troppo stanco,…. era tutto buio , solo buio …non sentì altro, ebbe la netta sensazione di essere 173 risucchiato dentro un grande tubo, senti che inesorabilmente scivolava in quel buio profondo, portato lontano …per sempre. A Maccagnolo in quel momento era mattina presto. Gli uomini giovani erano tutti stati richiamati in guerra. In quasi tutte le famiglie ne mancava qualcuno e a guardare bestie e famiglia c’erano rimasti i vecchi . Le donne avevano raddoppiato preghiere e fiori di campo alle maestà, il postino ogni tanto, troppo raramente portava qualche lettera dal fronte. A scuola ci davano istruzioni sui comportamenti da tenere in caso di bombardamenti, e tutti erano stati istruiti con manifesti e comunicati a incollare strisce di carta sui vetri perché quando si fossero rotti per lo spostamento d’aria non dovevano cadere e ferire qualcuno. A scuola ci insegnarono a stare ritti appoggiati alle pareti principali o sotto gli architravi delle porte, e comunque radunarci tutti nelle stanze a pianterreno. Si facevano prove per indossare le maschere antigas che nessuno aveva, ed al primo allarme la gente correva verso i rifugi ricavati da cantine o locali sotterranei. Erano preoccupazioni vaghe, nessuno in effetti credeva che sarebbero arrivati un bel giorno degli aerei a sganciare bombe su Arezzo, né tanto meno su Maccagnolo che allora era lontano dalla città e ci sembrava al sicuro.. Non era mai successo, neppure durante la grande guerra, “ la guerra si fa in prima linea…” spiegava Poldo del Ghezzi che l’aveva fatta ed era stato mesi in trincea a scrutare gli austriaci, che avevano le trincee a 200 metri dalle nostre e prendevano l’acqua alla stessa fonte. Comunque eravamo tutti avvisati: in caso di incursione aerea le persone dovevamo seguire le istruzioni 174 del capo-fabbricato, avviarsi disciplinatamente ai rifugi, tenere pronte le maschere antigas, che nessuno aveva. All’inizio di novembre in una serata di luna piena, proprio mentre eravamo a tavola per la cena sentimmo un aereo che girava sopra le nostre teste, ad una quota certamente bassa. Spengemmo tutte le luci ed aprimmo le finestre per vedere che cosa poteva mai essere. Una grande ombra nera passò proprio sopra la villa: si vedeva chiaramente contro il celo madreperlato per il chiaror lunare. Fece due o tre giri tra noi e la città ,mentre affacciati alle finestre cercavamo di vederlo ancora e ci domandavamo che cosa mai poteva fare un aereo isolato a quell’ora. Qualcuno parlò di ricognitori, qualcun altro penso ad un aereo che si era perso e stava cercando un posto dove mettere le ruote a terra. I contadini erano tutti fuori , nelle aie a naso in su facendo commenti, divertiti per quell’insolito fatto. Molti commentavano e si immedesimavano sui problemi del pilota che, poveraccio, era lassù , magari con un guasto o a corto di carburante , e non sapeva come scendere giù. Ci venne quasi la voglia di cercare di dargli una mano, che so, accendergli dei fuochi per indicargli una possibilità di atterraggio in campo appena seminato. Mentre i commenti si intrecciavano e gli avvistamenti si rinnovavano, ad un tratto un boato terribile strappò l’aria, una gran fiammata, un colpo così forte che mai ti saresti aspettato da un aereo solitario, così tranquillo che ti vola sopra la testa e che avresti anche voluto aiutare. Ci buttammo giù per le scale tutti a rotta di collo, la mamma aveva però prima recuperato una scatola dove 175 aveva radunato tutti gli averi di casa, pochi gioielli, qualche catenina, e che era stata preparata appunto, in caso di emergenze. Ci ritrovammo nel piazzale , i contadini s’erano sparpagliati in qua e in là e in pochi minuti, tutti erano nascosti da qualche parte e non si sentiva più anima viva. Ci raggiunse Poldo del Ghezzi: “ Sora Padrona, non potete star qui , disse, venite in cantina e mettetevi sotto gli archi , così e mentre lo diceva ci spingeva nei posti più giusti. “ qui anche se colpiscono la casa , siete al sicuro.” E corse via per andare a controllare la famiglia e gli animali che erano nelle stalle . Era forse la prima volta che il Poldo comandava e la Padrona , in silenzio, obbediva. L’aereo seguitava a girare ; dalla cantina, un locale grande al piano terra della Villa, non vedevamo niente: sentivamo solo il rombo dell’aereo che volava basso e molto lentamente: girava sopra Arezzo, evidentemente cercando gli obiettivi giusti, ogni tanto buttava giù una bomba, più o meno una per ogni giro, un grande schianto ed il bagliore che entrava dalla porta della cantina socchiusa. Nel frattempo avevano cominciato a suonare anche le sirene dell’allarme. Quella più forte era quella del Fabbricone che fino a quei giorni aveva suonato l’inizio e la fine dei turni di lavoro. Dopo quaranta, cinquanta minuti l’aereo se ne andò puntando a sud da dove era arrivato. Uscimmo tutti fuori, dall’aia del Ghezzi, si vedevano chiaramente bagliori di piccoli incendi . Era chiaro che Arezzo era stata colpita in qua e in là, sembrava soprattutto da Saione al Fabbricone e lo zuccherificio. Non sapevamo che cosa dire, ora era chiaro che la guerra sarebbe arrivata anche da noi, e che quei manifesti 176 che istruivano la gente in caso di attacchi aerei, erano proprio necessari. La mattina dopo andammo a vedere che cosa era successo vicino a noi: la nostra strada sterrata, in fondo alla curva piegava a destra : quella era via Curtatone, una strada di piccole abitazioni , per lo più, piccole palazzine ad un piano. Proprio in fondo a via Curtatone, sulla sinistra , prima di girare verso Saione, una di quelle bombe aveva centrato una piccola villetta: c’era un sacco di gente a guardare che cosa ne rimaneva. La bomba l’aveva presa di lato, e l’aveva sbriciolata tutta come un biscotto secco, dal lato opposto a dove la bomba era caduta un muro era ancora in piedi , un paio di finestre con gli infissi a ciondoloni, la tenda che svolazzava; nel punto dove la bomba era caduta, si intuiva l’accenno di un cratere non molto grande , tutto intorno, sassi calcinacci, pezzi di porte, travi spezzate, come se un pugno gigante avesse sbriciolato la casa con una gran manata. Eravamo tutti sbalorditi, gli uomini anziani , quelli che la guerra l’avevano conosciuta , parlarono di piccole bombe, più che altro di una specie di avviso, di prova in attesa di qualcosa di peggio che sarebbe certamente avvenuto e che non era certo tranquillizzante. Le altre bombe avevano colpito un camion, lo zuccherificio e qualcuna il fabbricone, provocando pochi danni e piccoli incendi. Per giorni non parlammo di altro ed era tanto il parlare che dopo poco eravamo ormai tutti esperti di bombardamenti. Tra quanto avevamo visto, i ricordi degli uomini, le fantasie e le paure, ormai ci eravamo fatti un quadro preciso della situazione. 177 Una cosa fu subito certa: non era assolutamente il caso di stare in casa, e capimmo subito che se la bomba arrivava non c’era arco o architrave che ci potesse salvare. L’unica speranza era quella di buttarsi fra i campi, magari dentro un fosso per evitare spostamenti d’aria e schegge impazzite. Cominciarono anche a suonare l’allarme, quasi ogni sera quasi sempre subito dopo cena: scappavamo giù per lo stradone pronti a buttarci in un fosso alla prima necessità. Eravamo già a fine novembre , il freddo cominciava a tagliare la pelle e mordere le dita, non avevamo indumenti adatti per difenderci da tanto disagio, e star fuori di notte per due o tre ore in mezzo ad un campo non è proprio una situazione di conforto. Gli adulti si radunavano a gruppetti : le donne lamentavano tutti i disagi di ogni giorno: la tessera su tutto, la carne che non si trovava mai, e Silvio, il macellaio di via Romana, che approfittava della sua situazione di potere e , dall’alto del suo bancone di marmo bianco, rispondeva male alle donne e distribuiva a modo suo, pare secondo le personali simpatie, i pezzi migliori a chi voleva. Pare che aveva sempre da qualche parte, un pezzo di rigatino in più per qualche sposina che riusciva a far la simpatica. Gli uomini parlavano sottovoce e i più temerari fumavano una mezzo sigaro fecendosi ombra con le mani , che dicevano tutti, dagli aerei si vedeva certamente tutto e non era proprio il caso di rischiare facendo vedere un sigaro acceso. Parlavano di certe bombe grandi più di un maiale, capaci di fare quattro volte il disastro che quella aveva fatto, sere prima, in Via Curtatone. Alcuni sapevano tutto su spostamento d’aria , schegge e si diceva che quando eri dentro un fosso profondo, bisognava proprio che la 178 bomba ti centrasse in pieno perché anche se cadeva a pochi metri nulla poteva succederti. Gli altri ascoltavano e pensavano che l’eventualità che una aggeggio sganciato dall’alto ti potesse cadere proprio addosso, erano tanto minime che noi, a Maccagnolo , potevamo stare relativamente tranquilli. Si diceva che l’ allarme lo suonavano quando dal sud qualcuno telefonava ad Arezzo, al Prefetto, che gli aerei stavano arrivando; altri sostenevano che qualcuno, forse l’esercito, aveva in dotazione degli apparecchi, fatti come dei grandi orecchi, che riuscivano a sentire il rombo degli aerei anche lontano più di cento kilometri. Naturalmente nelle nottate di buio completo , nuvolose o piovigginose, stavamo relativamente più tranquilli, quella serata di novembre quando ebbe luogo il primo bombardamento, era una splendida serata illuminata da una luna piena e quindi era chiaro che quell’ uccellacio nero che c’era girato sulla testa per più di mezz’ora, volando anche relativamente basso, riusciva a distinguere tutto e quella era la condizione ideale per un bombardamento notturno. Comunque le sirene cominciarono a suonare l’allarme anche di mattina: alle 11 circa suonavano e per 2 o 3 ore ce ne stavamo laggiù, a metà stradone pronti a schizzare nel fosso più vicino in caso di bisogno. Era tanto frequente questo fatto che ormai era entrato come regolare avvenimento nelle nostre giornate. La vita di tutti, dai lavori nei campi , alle uscite delle donne per far la spesa, tutto era stato programmato attorno a quell’appuntamento quotidiano con gli allarmi e le possibili incursioni. Il 2 dicembre era una giornata chiara e fredda, il celo azzurro chiaro senza un fiocco di nuvola, era quasi 179 l’ora del solito allarme quando cominciammo a sentire un brontolio strano, lontanissimo provenire dalla parte di Lignano. Era un rumore meccanico, un rombo cupo che aveva un ritmo preciso e che aumentava con il passare dei minuti. Eravamo tutti, sullo stradone, a naso ritto perché avevamo ormai capito che doveva trattarsi di uno o più aerei, ma il rumore era comunque strano, quasi un ritmico rullo di tamburi, confuso, grave che proveniva da molto lontano. Ormai esperti per il bombardamento di novembre, ci aspettavamo qualche aereo a bassa quota pronto a sganciare e cercavamo tutti ansiosi scrutando l’orizzonte, specialmente dalla parte di Lignano perché era certo che da li sarebbero arrivati “Eccoli lassù!!!” Gridò uno che guardava da tutt’altra parte , proprio sopra le nostre teste “Dove ??non vedo niente!!” “Lassù vedi quasi sopra noi” e con un dito ci dava la direzione sommaria. Capimmo perché erano invisibili, erano talmente alti che si vedevano piccoli piccoli, disposti in file di tre ripetute, erano una trentina circa e d’un tratto , mentre cercavano di allargare la formazione, forse inclinandosi per la manovra, offrirono il fianco al sole e allora scintillarono belli, lucidi e puliti immersi in quel grande azzurro. “ I manifestini, hanno tirato i manifestini..” gridò il Calderini il nipote della signora Giannina . In effetti si era visto uno scintillio sotto gli aerei , qualcosa che avevano lanciato e che era stato visibile per un attimo. 180 Per qualche diecina di secondi non si vide più niente se non gli aerei che si ricomponevano e dirigevano verso Firenze,virando a sinistra. Una bomba ci mette qualche secondo ad arrivare da 13 mila metri a terra e dopo il momento dello sgancio, quando la vedi per un attimo, sparisce e non riesci più a metterla a fuoco mentre si precipita a velocità sempre maggiore, giù verso il terreno. Non la vedi, ma ad un certo punto cominci a sentire il fischio, un fischio lacerante, terribile di qualcosa che in modo assolutamente inarrestabile , ti stà precipitando sulla testa. Il proiettile di cannone prima fischia ma poi quando stà per arrivare , perde velocità e comincia a sciacquettare per aria, la bomba di aereo no, viene giù a capofitto, aumenta sempre più la velocità, ed il fischio che emette è sempre più acuto e lacerante. I fischi, quella mattina erano tanti non avemmo più tempo per chiederci, ne per capire niente. Non avevamo mai sentito qualcosa del genere, non avevamo mai vissuta una situazione come quella: i bombardamenti a tappeto non li avevamo mai neppure sentiti nominare; la prima linea, la maschera antigas, le strisce di carta incollate sui vetri perché non cadessero a terra, tutto quello che sapevamo non aveva più alcun valore: ci buttammo tutti a capofitto nei fossi intorno, erano i più piccoli probabilmente di tutto il podere, erano fossetti che costeggiavano lo stradone e che non erano sufficienti neppure a riparare una persona sdraiata bene, e veramente bene ci sdraiammo perché quando senti quell’inferno, quando senti la terra che ti balla sotto la pancia come se un gigante sotterraneo la scuotesse bene bene, ti spiaccichi comunque giù fino a renderti inesistente. 181 Cominciarono gli scoppi, uno in fila all’altro e poi cominciarono a sovrapporsi in un unico boato quasi continuo tante erano le bombe che cadevano. La terra veniva strappata a pezzi, lacerata, i boati non erano secchi come un colpo di cannone, erano un misto di scoppio e di profondo strappo, di lacerazioni gigantesche. Arezzo doveva essere completamente distrutta e certo il mondo non doveva essere più lo stesso dopo quel terremoto. Con la faccia contro la terra cercavo di immaginare quale sarebbe stato lo spettacolo che avrei visto quando tutto finito, avrei potuto rialzarmi, se mai fosse stato possibile. Sentivo l’odore della terra bagnata , il profumo delle erbe che d’inverno si mescolano con il muschio e le foglie marcite, e non riuscivo a capire il senso di quell’inferno. Finì quasi subito, improvvisamente come era cominciato, probabilmente due minuti non di più; restava il rombo sordo, monotono degli aerei che si allontanavano apparentemente lenti nel celo: erano tanto alti che sembravano quasi fermi. Arezzo era nascosta da una nube grigio scuro attaccata al terreno , alle case, ai campanili: la nube si spostava piano piano in una direzione unica, come spostata, con fatica, dal vento e piano piano le case, i palazzi, i campanili riapparvero alla vista e apparentemente così da lontano, sembrò che tutto era come prima e che tutto quello sconquasso non aveva causato poi tanti danni. Dopo un attimo di silenzio generale, cominciammo a parlare tutti insieme: hai visto come luccicavano..erano trenta…no trentasei, li ho contati….e come fischiavano….meno male che noi siamo lontani…..eh ma ad Arezzo disgraziati….i manifestini, io credevo che erano manifestini… 182 E tutti giù a ridere per scaricare la paura e la tensione che era alle stelle. In due o tre minuti tutto era avvenuto così repentinamente che nessuno aveva avuto tempo di prepararsi. Noi ragazzi giocavamo e scherzavamo, gli adulti parlavano e commentavano i vari problemi: nessuno aveva mai visto aerei volare così in alto, nessuno ne aveva mai visti tanti tutti assieme, nessuno aveva mai pensato che persone normali avrebbero potuto venir fino a lì da qualche paese lontano , a scaricare tutto quell’inferno addosso a noi. Le donne alternavano commenti impauriti a generiche raccomandazioni dirette a non si sa chi tirando nel mezzo tutti i Santi compreso Sant Antonio che secondo la tradizione, era protettore degli animali e quindi non si capiva perché avrebbe dovuto interessarsi a noi cristiani. Gli uomini invece cominciarono subito a parlare di iniziative da prendere per mettere al sicuro bestie e cristiani e non farsi prendere ancora alla sprovvista a naso per aria. Ma ormai le regole erano infrante, nulla più era certo, tutto quello che sapevamo su eventuali bombardamenti si era rivelato inutile, le sirene avevano cominciato a suonare l’allarme subito dopo i primi scoppi e suonava ancora quando gli aerei erano già spariti all’orizzonte, sapevamo a mente la storia dei fossi, ma poi ci eravamo tutti insieme messi a parlare vicino a due fossetti che non avrebbero riparato neppure un gatto, soprattutto nessuno avrebbe mai pensato che una trentina di aerei grandi, grossi e scintillanti come quelli, se n’erano venuti chissà da dove per sganciare quell’inferno artificiale sopra di noi che , onestamente non avevamo fatto niente per meritarcelo. 183 Ancora una volta però dopo tante discussioni alcune certezze risultarono chiare a tutti: Primo eravamo stati degli stupidi a star li a faccia in su : da lassù si diceva riuscivano a veder tutto specialmente le facce delle persone che essendo chiare risaltavano bene e sollecitavano lo sgancio, secondo, occorreva trovare o creare un rifugio più adatto di quei semplici fossetti perché ora non si trattava più di una bomba ogni tre o quattro minuti e che quindi facevi quasi a tempo a capire dove andava, ora dovevamo preparaci a quella specie di diluvio universale , contro il quale ogni riparo sembrava impossibile. Rientrammo nelle case più insicuri, sapevamo bene ormai che gli allarmi venivano suonati a caso, che le grandi orecchie dell’esercito non funzionavano e che difficilmente avremmo fatto a tempo ad uscire dalle case per qualche attacco improvviso. Era chiaro che una pioggia di bombe come quella non era mirata a qualche obiettivo in particolare ma che era programmata appunto , per una distruzione “ a tappeto” Ormai sapevamo che ogni bomba spandeva per centinaia di metri schegge micidiali, pezzi di ferro taglienti e pesanti che a velocità folle tranciavano tutto quello che trovavano nella loro strada. Per un raggio di qualche centinaio di metri tutta la terra , le rocce, sassi e alberi che la bomba aveva strappato dal suolo e lanciato in aria, ricadevano ricoprendo ogni metro di spazio. Gli uomini decisero subito che , a parte il freddo che veramente cominciava a fiaccare giovani e vecchi ogni sera costretti a passare due o tre ore fuori in pieno inverno,si poneva anche il problema di trovare rifugio dalle schegge e 184 daper tutto quel diluvio di roba che ricadeva per centinaia di metri attorno ad ogni cratere di bomba. A metà stradone, sulla sinistra in corrispondenza di un varco un greppo alto poco più di un metro divideva due campi che degradavano dal paese giù verso il Vingone. A metà del greppo un grande mandorlo , subito dopo il mandorlo gli uomini decisero di scavare una cavità, parallela al greppo lunga cinque o sei metri. Fu lasciata una apertura stretta , poco più di 50 centimetri nel greppo in modo da poter entrare nello scavo. Per tutta la lunghezza la terra era stata tagliata in modo da formare come due scalini in modo che si poteva sedere stando su due file uno di fronte all’altro. Lo scavo fu coperto con tronchi d’albero a mo’ di travi e poi fascine e sopra tutta la terra che era stata tolta dallo scavo. Alla sera il rifugio paraschegge era già pronto. Proprio come scavare una trincea in guerra, gli uomini si erano dati da fare per approntare il tutto in tempo brevissimo. A me fu data la responsabilità della lampada a carburo che già utilizzavamo in casa da tempo, dato che la corrente mancava spesso per ore o giornate intere. Alla sera tutto era pronto e fummo quasi felici quando alle nove suonarono le sirene per il solito allarme. Andammo tutti al nostro rifugio, cominciammo a entrare e uscire per provare, quasi un gioco. Era bello trovarsi li tutti insieme stretti in quel piccolo spazio, davanti a me sedeva una ragazzetta che mi faceva venire certe voglie che non riuscivo a capir bene ma che partivano proprio dal fondo dello stomaco. Con i ginocchi toccavo i suoi, dato che era seduta proprio di fronte a me e quella mi sembrò una situazione 185 tanto bella che mi augurai che l’allarme durasse a lungo : non sentivo più freddo ed attendevo che anche un piccolo movimento da parte sua mi trasmettesse la sua complicità per tutto quello. Troppo bello, dolce e struggente il contatto semplice con la pelle di una donna , quando la desideri. Un godimento superiore a qualsiasi azione fisica, mi attanagliava lo stomaco e l’attesa di una sua reazione aumentava il piacere . “Senti, arrivano…” qualcuno disse fuori dal piccolo rifugio. Contrariamente a quanto ci eravamo ripromessi uscimmo tutti a vedere cosa succedeva: era una notte buia e non riuscivamo a capire come senza la luna piena del primo bombardamento un aereo avrebbe potuto cercare obiettivi. Pensavamo che non avrebbe visto neppure Arezzo che era completamente oscurata . Si sentiva un rombo di aerei in arrivo, non bassi come quella sera di novembre, ma neanche alti come quelli della mattina. Arrivavano al solito da sud, dalla parte di Lignano, non era un aereo solo, si intuiva bene dal rumore, forse tre o quattro, non certo una formazione grossa come la mattina, ed erano certamente aerei più piccoli , non come quelli della mattina che qualcuno aveva detto si chiamavano fortezze volanti, ed erano grandi quadrimotori . Quando furono sopra la piana di Arezzo virarono, cominciando a girare in tondo. Non si riusciva a veder niente , la serata era troppo buia perché anche loro potessero veder qualcosa a terra. Ad un tratto , laggiù dopo il Foro Boario dalle parti di Pescaiola una stella si accese improvvisamente nel celo: ondeggiava scendendo piano piano, poi un’altra e un’altra 186 ancora e tante altre, via via che gli aerei completavano i loro giri, lanciavano quelle palle luminose che si accendevano subito e poi aumentavano di luminosità via via che scendevano dondolando lentamente , trasformandosi in tanti piccoli soli che spandevano ogni dove una luce fortissima, chiara, quasi come a mezzogiorno. Sopra la palla di luce un pennacchietto di fumo bianco stava a indicare che la “ cosa” bruciava , piano piano mentre scendeva. . Alla vista di quegli strani lampioni qualcuno disse: “ i bengala …tirano i bengala….” Ormai la nostra attenzione era tutta tesa verso quei soli in miniatura; non avremmo mai potuto pensare che era possibile illuminare tutta la piana d’Arezzo a giorno , in quel modo. La luce era talmente forte e talmente chiara che faceva di ogni cosa ombre nette , ma erano anche tante quelle luci appese in celo che praticamente ogni cosa era illuminata da più lati contemporaneamente. Sopra la vaga coda di fumo bianco, si vedeva chiaro il paracadute che le sorreggeva e le faceva scendere lentamente. Cominciarono a sganciare , una bomba dietro l’altra , con calma, la maggior parte verso la stazione e poi tutto lungo la ferrovia. Ogni tanto buttavano qualche altro bengala, forse per illuminare qualche zona buia o per sostituire quelli che nel frattempo erano arrivati a terra. Finì il bombardamento che quasi non ce ne accorgemmo: ancora una volta era strano come tutti riuscivamo ad adattarci anche a situazioni diverse e tragiche come un bombardamento: la guerra ti abitua e ti fa accettare come normale ogni sorta di disagio, la fame, il 187 freddo, ma si arriva anche all’assurdo che la violenza e la morte stessa vengono accettate come parte normale della vita quotidiana e le persone si adoperano per sfuggir loro ma senza drammatizzare poi troppo; ripararsi da una cannonata diventa normale come riparasi dalla pioggia quando vivi tempi di pace. I bengala piano piano arrivavano a terra e si spegnevano, dopo poco piombammo in un buio profondo, ancora più nero dopo la grande luminaria di prima. Suonò la fine dell’allarme e tornammo tutti a casa ma avevamo tutti voglia di parlare e poco sonno. Due bombardamenti in un giorno e comunque assolutamente nuovi e inaspettati: quello della mattina ad opera di 24 fortezze volanti che avevano scaricato un inferno indescrivibile. Alcune bombe restavano inesplose e potemmo vedere che erano lunghe quasi 2 metri , altre erano a scoppio ritardato e scoppiavano improvvisamente a volte anche 2 giorni dopo. Il bombardamento della sera completamente diverso, aveva acceso la nostra fantasia con tutte quelle luci cadenti, ci ritirammo carichi di tensione, eccitati per la paura e la stanchezza non riusciva a vincere l’eccitazione che inevitabilmente accumuli con esperienze così forti e inaspettate. La mattina dopo , tutti in cerca dei resti dei bengala. Il tessuto dei paracadute era simile a seta, probabilmente un tessuto sintetico , una vera manna di Dio per le donne che da tre anni non vedevano tessuti nuovi. Avevano usato di tutto: vecchie coperte militari, vecchi abiti girati e rigirati, avevano “fatto Gesù” ad ogni tipo di biancheria e finalmente erano arrivate a utilizzare vecchie balle di iuta per fare indumenti; tutto era stato consumato, utilizzato e riutilizzato fino alla fine. Le corde che legavano il bengala al paracadute erano lunghe e potevano essere , con 188 pazienza disfatte e permettevano di ricavare certi filati molto simili al cotone che le donne cominciarono subito a trasformare in calzini, guanti etc dando mano a ferri da calza e uncinetti. La guerra ci aveva abituati a utilizzare e riutilizzare tutto, niente veniva buttato. Quando avevamo la fortuna di avere carta vecchia o cartoni, la mettevamo a bagno e poi ci facevamo delle palle ben strizzate che mettevamo a seccare al sole. Quando erano belle secche e dure le usavamo per fare il fuoco. Io non ricordo neanche bene come, riuscivo ad avere cartocciate di cicche di sigaretta. Le sigarette allora erano senza filtro e quindi la cicca, anche se puzzolente , era riutilizzabile. Sfacevo le cicche dopo aver tagliato la parte bruciata, rimescolavo tutto il tabacco e poi con una macchinettina a mano e le cartine facevo scatolate di sigarette che il babbo fumava in gara dura con la mia capacità di produzione. Gli uomini fumavano anche foglie di vite tritate e fatte a sigaretta utilizzando carta di giornale. La mamma faceva esperimenti continui: ogni tanto correva voce che si poteva fare una specie di caffè, utilizzando le cose più strane: il risultato più accettabile fu ottenuto tostando e macinando ghiande di quercia. Per il sapone invece, soda caustica e qualche pezzo di grasso di pecora introvabile. Una polverina bianca di cui non ricordo il nome, sostituiva, quando si trovava lo zucchero, mentre con la farina di castagne rara e ricercata facevano dei pani che avrebbero dovuto dare idea della cioccolata. Il pane che si comprava al forno con la tessera annonaria, era nerissimo , pesante , e non si capiva bene con quali sfarinati era fatto. 189 Dato che era poco, si cercava a casa di farne altro utilizzando i materiali più impensati: si macinava di tutto purchè avesse anche lontanamente le sembianze di un seme. L‘ olio era inesistente, e si utilizzava in sostituzione una specie di grasso a blocchi, difficilmente reperibile la cui natura era sconosciuta. Ogni metro di terra doveva essere coltivato a grano, per disposizioni delle autorità, e quindi non si facevano orti, né verdure in genere, erano a grano anche i giardini, compresi quelli in città. Mancavano addirittura le patate ed il granturco e quindi le farine per la polenta. Non si allevavano maiali, che avrebbero avuto bisogno di castagne, granturco e ghiande, tutte cose che non si trovavano e quando c’erano servivano per le persone e non per i maiali, nelle aie deserte non schiamazzavano più polli o anatre, non c’era ne tempo ne voglia per allevar pulcini o far covare chiocce. Non c’era niente da comprare, c’era quindi meno bisogno di soldi, c’era quindi meno spinta a lavorare. Vivemmo circa 1 anno e più senza stimoli né interessi se non quello della pura sopravvivenza. Tornammo allo stato elementare della vita, specialmente quando a causa dei bombardamenti ripetuti, fummo costretti a sfollare la città e le zone circostanti per rifugiarci tutti nelle colline attorno alla piana di Arezzo, con l’illusione di essere in condizioni di maggior sicurezza. Gli uomini non parlavano più di lavoro, i soldi aveva perduto la loro ragione di essere perché non c’era niente da acquistare e le uniche cose che potevi avere erano quelle previste dalla tessera annonaria che stabiliva quantità minime e per di più soggette ad una disponibilità 190 intermittente, ed era tutto così poco che bastavano poche lire per pagare quello che ti spettava. I consumi si erano ridotti al minimo, in tavola si metteva quello che era stato possibile trovare non quello che ti piaceva, i gusti personali non avevano più importanza: c’era la fame e poche cose con cui cavarsela, c’era il freddo e pochi stracci con cui coprirsi. Finiti i mercati, ormai un ricordo i sabati al Foro Boario, l’orgoglio dei contadini per le vacche bianche e strigliate da mostrare agli altri, le massaie che facevano a gara per i capponi più belli o la sfornata di pane più croccante, dimenticate le festose battiture, i balli sulle aie: tutto quello che era stato valido per decenni e che sembrava intoccabile e capace di resistere a qualsiasi cambiamento era finito o non aveva più alcun valore . In poche settimane erano crollate abitudini e gerarchie radicate nelle abitudini e nel cuore delle persone. La necessità di sopravvivere, quegli eventi minacciosi che potevano irrompere nella vita quotidiana inaspettatamente e contro i quali sembrava non esistere difesa, tolsero valore e certezza a tutte le abitudini che per tanto tempo erano state punto di riferimento della vita di tutti noi. Cambiarono i rapporti fra le persone, nella stesse famiglie cambiarono ruoli e importanza dei singoli: fino ad allora avevano comandato i capoccia e le massaie, e sopra tutti la Padrona, secondo una gerarchia vecchia di secoli; ora avevano preso potere i più giovani, facevano da guida e nei momenti più difficili, decidevano, sollecitavano aiutavano vecchi , bambini e donne a nascondersi . I rapporti tra mezzadri e Padroni erano regolati da precise disposizioni che risalivano a secoli prima e che erano state definitivamente messe a punto da Leopoldo 191 d’Austria e prevedevano “ Obblighi” del contadino verso il padrone. 36 coppie di uova fresche, 4 capponi, 2 galline, dolci al finocchio per Pasqua, ciambelloni per natale e schiacciate ad ogni infornata di pane, conigli, anatre, l’opera dei contadini nella cantina padronale, per la vendemmia e la svinatura, opera dei contadini per la battitura , l’imballo del grano e l’eventuale vendita, raccolta e vendita di frutta o verdure di stagione, eventuale vendita al mercato, mungitura di mucche, raccolta e del latte e vendita dello stesso, porta a porta, servizi giornalieri delle donne per la manutenzione della Villa, dei giardini e la cura della Padrona, pulizia delle carrozze, dei pozzi neri, manutenzione del pozzo per l’acqua e altri impegni quotidiani: per secoli gli obblighi avevano regolato i rapporti tra contadini e Padroni senza eccezioni, senza mai che nessuno potesse neanche pensare alla possibilità di non rispettarli completamente o di chiedere eccezioni o anche parziali modifiche. Era così per tutti e sempre, sembrava, sarebbe stato così. Tutto ad un tratto, in poche settimane tutto questo non era più vero, eravamo diventati tutti uguali: la Padrona ed i contadini, i pigionali , le donne di Maccagnolo, zoccolai e cenciaioli, computisti e religiosi. Sotto la pioggia di bombe sganciate a caso da 13 mila metri, non c’era più alcune differenza tra le persone, la fredda luce dei bengala illuminava senza pietà un’umanità impaurita in attesa di qualcosa che si sapeva, avrebbe colpito a caso, senza privilegi né eccezioni. Non esistevano più obblighi, non esistevano più diritti, tutto era stato livellato e riportato a zero nel giro di qualche settimana. 192 La sora Giannina, la Padrona, come ormai la chiamavano solo per abitudine , si era trasferita dal primo piano della Villa, in una piccola stanza del pianterreno: s’era rotta una gamba scivolando in casa ed era necessario poterla portar fuori velocemente quando suonava l’allarme. Lei aveva naturalmente protestato ed aveva deciso che sarebbe rimasta nella camerona, vicino alla cassaforte ed alla cassa da morto: si accorse con sgomento che nessuno l’ascoltava più. Con due parole le spiegarono che doveva stare nella piccola stanza a pianterreno, e la trasportarono laggiù senza tanti complimenti , incuranti delle sue proteste. Lei aveva vissuto sempre fedele al suo modo di dire “ io non ho bisogno di nessuno” Ora se ne stava li, in quella piccola stanza al freddo pungente; Gli uomini avevano costruito una specie di barella, mettendo due pertiche di legno legate alla rete di un letto. Ogni tanto una delle donne si affacciava alla porta che dava direttamente sul piazzale della Villa e domandava: “ ha bisogno di niente , sora Padrona ???” La Giannina rispondeva mugugnando e maledicendo il destino che l’aveva condannata a quel modo. Le donne buttavano là due parole di consolazione ricordandole che ormai eravamo tutti nelle mani del Signore; alla sera commentavano con gli uomini ma quelli ricordavano che “ il mondo gira…oggi a me, domani a te….” E scusavano così con due parole le loro piccole vendette, tutti quei piccoli atti di insofferenza che una volta non si sarebbero mai permessi e che la Giannina sentiva 193 arrivare come staffilate cattive, ingiuste specialmente contro di lei che per tanto tempo aveva esercitato il suo potere preoccupandosi di tutti, animali e cristiani. Ora che era sola in quello stanzino del pianterreno, con una gamba ingessata alla meglio, impossibilitata a muoversi, sapeva bene che tutto era cambiato e che i contadini s’eran montata la testa e non sarebbero stati più gli stessi. La Giannina vedeva tutto quello che stava accadendo, come una grande maledizione di Dio, come se un’epidemia stesse dilagando contaminando tutti e distruggendo ogni certezza. Dopo che Berto era sparito nel nulla e nessuna notizia era arrivata dalla Russia, aveva capito che comunque la sua vita era finita e che la vecchiaia che aveva fatto finta di ignorare fino ad allora, l’avrebbe vinta e travolta definitivamente. “ non ho bisogno di nessuno io” aveva proprio pochi giorni prima ripetuto ed aveva spedito Poldo del Ghezzi a comprarle una cassa da morto che sistemò in fondo al letto, nella camerona, per essere sicura che dagli altri non doveva attendere neppure quell’ultimo gesto di pietà. Quella cassa stava lì a darle la sicurezza che non sarebbe stata di peso a nessuno neanche ..dopo, ma serviva anche a ricordare a tutti che la Giannina non aveva paura di niente e di nessuno, ed era capace di badare a se stessa sempre. Le donne sentivano comunque che tutto quello che stava accadendo poneva fine a troppe certezze e sentivano che la vita non sarebbe stata più la stessa. Sapevano che la sora Giannina aveva un caratteraccio e le aveva riempite di urli ogni giorno, ma ricordavano anche che era stata lei a dirigere e coordinare le cose quando avevano partorito i 194 loro figlioli, che si era sempre preoccupata delle famiglie, della salute dei vecchi, che aveva sempre aspettato con la stessa loro ansia di sapere se il pane aveva lievitato a dovere, che aveva sempre conservato lei, nella grande cassaforte, i soldi di casa che stavano lì “ nel caso di un bisogno” per matrimoni ,funerali e per comprare biancheria nuova o attrezzi da lavoro alla fiera di settembre. Anche se tutti sapevano che per la bronchite dei vecchi erano indispensabili, impiastri di semi li lino e copertoie calde, sembrava che fossero più efficaci quando a deciderli era la sora Giannina prontamente informata sulle malattie di tutti. Per l’obbligo che avevano di fare i servizi nella Villa, le donne erano poi quelle che avevano frequentato di più la sora Giannina, e qualche volta, quando era in giornata buona, avevano parlato con lei delle cose della vita e non solo di soldi ,di bestie o di raccolti come succedeva agli uomini. Anche per questo loro erano diversi, gli uomini cominciavano a sentire che la frittata si stava per rigirare, e che era finito il tempo in cui dovevi obbedire e stare zitto, ora era l’ora di salvare la pelle e quello era già un fatto che non prevedeva privilegi di sorta, poi si sarebbe visto: erano bastate poche bombe ed una serata di bengala per far capire a tutti che non c’erano differenze tra loro e chi aveva comandato fino ad allora: con una bomba piazzata bene, poteva cadere la casa del contadino, così come la Villa della Padrona, non c’era differenza. Quando suonava l’allarme arrivavano comunque i contadini e direttamente con tutto il letto portavano la signora Giannina giù per lo stradone e la mettevano vicino al nostro rifugio improvvisato . 195 Mentre correvano, spesso già le prime bombe fischiavano per aria e la Giannina reggendosi come poteva ai lati della rete , urlava e imprecava contro le cattive maniere dei contadini che spesso ai primi scoppi, mollavano l’improvvisata barella e si buttavano a terra. Alla Giannina quelle bombe avevano già distrutto tutto, il suo “ palazzo”, il suo mondo era già crollato, sentiva bene che al timore e al rispetto che sempre tutti le avevano sempre portato, ora si era sostituito solo un sentimento di pietà e di solidarietà cristiana molto vaga , condita con qualche qualche punta di cattiveria mal celata, e qualche battuta che mai prima nessuno si sarebbe permesso, perché tutti ricordavano bene che quando la sora Giannina era nei suoi panni, aveva fatto correre tutti, e quel tempo era finito. La Padrona non era l’unica a dover soffrire quel cambiamento improvviso: in paese i pigionali sembravano scomparsi: quando suonava l’allarme non si sa bene dove andavano a nascondersi, certo è che non si univano mai al gruppo dei contadini e degli abitanti della Villa, sapevano che gli uomini avevano fiutata ormai quell’aria diversa e che di pazienza ne avevano ormai poca e non vedevano l’ora di sfogarsi un po’, ricordavano l’erba buona per i conigli che spariva dai fossi, l’acqua del pozzo che venivano a prendere magari per annaffiare qualche pianta di malvoni e le ciliegie o qualche grappolo di malmagia che vedevano sparire misteriosamente ma che sapevano bene dove erano finiti. Due poi, in particolare non erano mai stati molto simpatici ai contadini :tutti sapevano che Romildo era proprio fascista nell’animo, viscido e prepotente ed il fatto che non si sapesse mai dove andava durante la giornata accresceva il mistero e la sfiducia che tutto il paese gli 196 portava, tutti riprovavano quei suoi atteggiamenti verso la famiglia e specialmente quelle indicibili abitudini sessuali con quella disgraziata della moglie: è vero che gli uomini facevano battute pesanti e grandi risate ma al di là di quello le pensavano abitudini da depravati , che mai avrebbero imposto alla donna che avevano scelto per far figlioli. L’altro guardato con sospetto da tutti i contadini era Gualtiero. S’era sposato con una delle figliole del Ghezzi: la Cesarina e quella era la prima cosa che proprio non era andata giù a nessuno, la figliola di una delle famiglie contadine più stimate del paese che era da 150 su quel podere, non avrebbe mai dovuto mettersi con uno sfaccendato, debole di carattere, forte solo per scelta politica. Fascistello di terza categoria lavorava in qualche anfratto del regime e per questo si dava un sacco d’arie nel paese, e quando i contadini andando a lavorare nei campi, lo vedevano partire in bicicletta con la sua divisa nera e l’uccellone argentato sul cappello e gli stivali lucidi , tiravano delle bestemmie colossali che neppure Padre Marco avrebbe sopportato d’udire. La Cesarina lo difendeva e anzi per prevenire raccontava a destra e a manca che Gualtiero aveva incarichi di responsabilità, che era tanto onesto che non avrebbe mai sopportato di sapere che qualcuno non ottemperava a tutte le regole e le disposizioni che venivano di continuo emanate dalla Federazione. I contadini odiavano per principio e difesa naturale, gli spioni e di regole ne riconoscevano una sola: alzarsi prima del sole, prendere la zappa o la vanga e spezzarsi la schiena sulle prode da dissodare, tutto il resto erano chiacchiere e storie da uomini che non valevano una cicca. Anche sulle donne gli uomini avevano le idee chiare ed erano inflessibili: le donne lavoravano duro come tutti in 197 casa tanto che finivano in vecchiaia con la schiena ricurva e la faccia rivolta a terra, a forza di falciare campi di erba medica e portar sulle spalle fastelli di erba fresca per le stalle, ma erano tenute in gran conto dagli uomini: le donne assolvevano a delle funzioni che avevano un non so che di sacro e gli uomini portavano loro per questo profondo rispetto. Gli uomini comandavano nella stalla e in cantina, tenevano i rapporti con la Padrona e facevano gli affari, ma in casa comandavano le massaie, consapevoli che quando gli uomini tornavano dalle faccende- la zuppa doveva essere sul tavolo, il fuoco acceso, il pane pronto,e le donne giovani sapevano che il podere aveva bisogno di braccia . Gli uomini prima di sedere a tavola, prendevano un fiasco vuoto e andavano in cantina a spillare vino o mezzovino tanto quanto ne bastava per il pasto. La massaia allora toglieva la copertoia da sopra la zuppiera e scoprendo la zuppa di pane fumante, significava che si poteva iniziare il pasto. Mentre gli uomini mangiavano le donne giravano attorno al tavolo pronte a porgere qualcosa che poteva mancare, oppure se ne stavano in disparte al fuoco, finendo di arrostire qualcosa da mettere poi sul tavolo, e mangiando qualcosa sopra una fetta di pane. Le donne erano considerate per la loro possibilità di far figlioli in modo che la famiglia potesse crescere e mantenere intatta la sua capacità di lavoro , via via che i vecchi se ne andavano. Un Padrone giudicava soprattutto dal numero e dalla qualità dei giovani , la validità di una famiglia contadina e su quella base decideva se affidargli o no un podere. Una donna che non fosse stata in grado di far figlioli, possibilmente maschi, sarebbe stata come una vacca che nella stalla non avesse dato vitelli. 198 Ogni settimana le massaie facevano il pane ed era come se dicessero messa: gli uomini si guardavano bene dall’entrare in casa in quelle mattinate perché aprir la porta significava rovinare il lievito e mandare tutto al diavolo. Quei mezzi uomini che trattavano le donne come puttane da casino, o che cercavano nel partito la forza che non avevano, facevano quindi imbestialire i contadini, che di politica non volevano occuparsi , ma avevano notato che la gran parte di quelli che il sabato andavano in giro con gli stivali lucidi e le divise nere, non erano proprio dei gran lavoratori e per la verità con la zappa in mano non ne avevano mai visto neppure uno. A circa sessanta anni da quegli eventi oggi è chiaro che le distruzioni maggiori non furono quelle causate a case, palazzi o Ferrovie: tutto quello è stato ricostruito, a volte meglio di prima a volte in modo diverso, oggi comunque rovine di quel tempo non esistono più. Ciò che invece fu distrutto in pochi giorni e che mai si è ricostituito, va ricercato nell’anima e nel cervello delle persone. Stavo nel buio acquattato come un animale, vedevo la casa illuminata in mezzo alla pineta, i grandi finestroni spalancati sul giardino. Lui insonnolito dormicchiava davanti al televisore , steso sul divano; lei metteva a posto qualcosa sparecchiando il tavolo della cena : “ fa caldo stasera ……vado un po’ in giardino, ho voglia di fresco!!” Girellava un po’ tra le piante di oleandro, controllando il suo uomo , dormicchiava , era chiaro, non si sarebbe mosso e comunque dalla sua posizione illuminata non poteva vedere niente nel giardino buio. 199 Venne avanti fra le siepi fiorite voltandosi ogni tanto per controllare la casa :la presi al volo, per un braccio e la strinsi forte, rotolando a terra incuranti di tutto. Non erano baci quelli, ma voglia di prendere una persona dentro di te, entrarle dentro con tutta la forza che hai, non è godere, è morire non sai più cosa fai ne cosa faresti per toglierle tutto lasciarla vuota, toglierle anche l’anima . Quando una donna si dà a quel modo , con il suo uomo lì a pochi passi , tu sei in paradiso, oggi direbbero che quella è adrenalina pura, non so se l’adrenalina dà piacere, ma lei mi faceva morire . Il piacere ci consumò , un attimo di respiro, :” amore sei bella….non dimenticarmi” Ti penso di continuo, impazzisco senza di te….” Si rialzò mi dette ancora un bacio tranquillo, rilassato, senza la passione che si era consumata ma profondamente dolce, lo sentivi…con ancora la voglia di entrarti dentro, prendere la tua saliva , la lingua…prendere tutto per non lasciarti portar via niente… “ ciao…ti amo…” uscì da dietro l’oleandro tornando lentamente verso la casa, rientrò nella luce.… ” io vado a letto….sono stanca…” dal divano non sentii arrivare risposta……vidi lei che scompariva dietro una porta: avrei voluto chiamarla, ora dopo tanti anni so che avrei dovuto chiamarla. Tornai alla macchina con il desiderio di andar via, tornare presto a casa, con i sensi appagati ma l’animo in subbuglio. La presenza dell’uomo mi aveva angosciato, e alla passione dell’incontro si era poi sostituito un senso d’angoscia terribile. 200 Se ad una donna ci tieni e l’hai avuta dentro di te e tu sei stato dentro di lei fino a succhiarle l’anima, non puoi lasciarla tornare indietro, nel letto di un incapace. Non potrò mai dirle quanto l’amavo, stavamo insieme e non ci incontravamo mai. I nostri mondi diversi , le piccole abitudini quotidiane, vecchi legami ci dividevano e non li superammo mai, non ne parlammo neppure forse per pudore forse perché sapevamo che il problema vero era ben un altro, indipendente da noi. Lei preferiva riderci su , quando riusciva, e far finta di pensare che io ero per lei e lei per me una delle tante avventure e che era logico poi tornare sempre nelle nostre realtà. Sapevamo bene che esisteva un problema ben più grande dei nostri sentimenti, della voglia di stare assieme…e sapevamo bene che il problema non era quell’uomo addormentato, ma non era certamente neanche rappresentato da qualche altra donna perché nessuna avrebbe mai potuto, anche vagamente, paragonarsi a lei. Ci incontrammo a Firenze una sera e probabilmente sapevamo bene che non ci saremmo rivisti più. Per la prima volta liberi di camminare per la strada mano nella mano, ridendo e scherzando come se quella fosse stata la nostra vera vita, per provare almeno una volta a stare insieme come due persone normali. Parlavamo di continuo, di cose stupide, inutili che non ci riguardavano né ci interessavano, probabilmente proprio per evitare di affrontare altri argomenti . Lei aveva gli occhi lucidi come una donna innamorata e disperata , mi guardava senza fiducia sapendo che non era da me che avrebbe avuto niente, né tanto meno la soluzione al suo problema. Cercavamo tutti e due di evitare di parlarne , dando sfogo alla voglia di noi, al desiderio di possederci a vicenda 201 e poi subito scappavamo sperando stupidamente di aver trovato una momentanea soluzione. Io la vedevo come era , bellissima, piena di voglia di vivere ma con un dolore dentro che mi faceva star male. A volte ci incontravamo con amici comuni, lei era la signora X ed io lo sciagurato che giocava con la vita “zaccarone…” mi diceva, sapendo che io avrei capito mentre tutti gli altri ridevano . Mi voleva a cena a casa sua con lui ed i figli, io cercavo di evitare ma lei insisteva: forse voleva ricordarmi in quale realtà viveva, voleva che vedessi da vicino per ricordare sempre , il dramma che stava vivendo, come madre. “ dove sei stata oggi tutto il pomeriggio????” domandò improvvisamente lui, come per rimarcare il suo diritto di sapere. Lei sorrise tranquilla e guardandolo negli occhi : ” sono stata al bosco a far l’amore con lui “ e rise mentre lui imbarazzato faceva finta di pensare che era uno scherzo. Avrei voluto, avrei dovuto dire forte che era mia, che non sarebbe stata sola e che le sarei stato vicino…sempre. Cercavo di evitare ogni posto, ogni strada dove potevo essere stato in compagnia di altre donne. Ci sedemmo a bere in un bar di Piazza Santissima Annunziata, una zona dove non andavo mai . Sotto gli ombrelloni, tavoli e poltrocine di vimini, un cameriere sciatto, le lastre di pietra della piazza rimandavano il caldo del pomeriggio estivo. Bevemmo parlando a caso, guardando bene di non affrontare alcun argomento che sapevamo bene non avrebbe avuta una risposta possibile. 202 “ prendo i gettoni…telefono a casa …la donna…i ragazzi…. Lasciai che facesse da se, stavo male solo a sentir quelle poche parole, avrei voluto cancellare tutto, magari non essere neppure lì….ora so che l’amavo veramente e che è sempre nel mio cuore. “ tutto bene , tutto a posto…ora sono tranquilla..” disse tornando al tavolo e parlava con quell’eccitazione che vorresti ma non riesci a nascondere. Bevemmo e lei cominciò a ridere : la sua bocca era bellissima avrei voluto baciarla ed averla subito tutta ma era bella quell’attesa , quel gioco sempre affascinante: io che sapevo che era mia, lei che fingeva di sfuggirmi di farsi desiderare ancora di più. Rideva ancora, ricordava amici e scherzi comuni, mi accusava di aver fatto cose che io non ricordavo: "”zaccarone.…” e chiaramente cercava una scusa per non attaccarsi a me , per non dire che non potevamo stare divisi, per farmi capire che sapeva che i nostri incontri dovevano rimanere quello che erano stati e che stavano per finire. E rideva. Lasciammo il bar che ormai non ci faceva più star bene e cominciammo ad abbracciarci, stringerci e provocarci. Al centro della piazza ci avvicinammo alla fontana , lei era splendida, felice , mi stuzzicava di continuo: ora sembrava veramente tranquilla e pareva aver scacciato quell’ombra di tristezza che le leggevo sempre negli occhi. Volò le scarpe per terra, una di qua e una di là, io le raccolsi goffo e impreparato, pensai che scalza si sarebbe fatta male, ma mi piaceva , era ancora più attraente e la voglia di possederla mi faceva male allo stomaco. 203 Rideva come una pazza, come se fossimo stati soli a questo mondo, era dentro le fontana, con l’acqua fino a metà gambe: bellissima. Rideva come una bambina felice, che ha finalmente realizzato un sogno per tanto tempo tenuto dentro. E’ stato quello il momento in cui siamo stati veramente uno dentro l’altro, io ero fuori dal mondo e se una sensazione spiacevole l’avevo era quella di sentirmi inadeguato, incapace a far esplodere la sua gioia al massimo fino a consumarci lì completamente, a farla star tranquilla e dirle che non doveva aver paura perché , quando sarebbe stato il momento io sarei stato lì, accanto a lei. Per pochi attimi , quel pomeriggio di fine estate, vivemmo e capimmo quanto sarebbe stato bello …..Avremmo dovuto parlare ma non lo facemmo e continuammo a scherzare e ridere come due ragazzi senza pensieri, lontano da tutto e da tutti. Dopo non ricordo se non vagamente un ristorante e poi lei accanto a me, in un letto d’albergo . Non ricordo altro, tutto quello che volevo che di lei restasse dentro di me era accaduto prima alla fontana della Santissima Annunziata. La mattina ci lasciammo imbarazzati sapendo benissimo che avevamo perduta l’ultima occasione . Nei suoi occhi era tornata quell’ombra di paura e di sgomento, sorrideva forzatamente , forse aspettava una parola da me o forse proprio lei non volle. Tornai ad Arezzo con l’angoscia che mi chiudeva lo stomaco, la rividi qualche mese dopo. Quel dolore che l’ aveva accompagnata sempre e che le velava gli occhi di paura, l’aveva vinta e piano piano e le aveva tolto ogni forza. 204 Era distesa su un divano nella sua casa di campagna circondata da amici caritatevoli desiderosi di vivere in diretta il dramma di una persona che si stava distruggendo . Mi sorrise vagamente, i suoi occhi erano sempre belli anche se non avevano più quella luce che la faceva splendida. “ Zaccarone…” disse piano e mi guardò triste. Non riuscivo a capire , gli amici intorno ci impedirono di parlare , uscii fuori, su per la collina veniva un vento fresco e umido che portava lontano il profumo dei rosmarini. Pensai che senza di lei tutto quello che vedevo non sarebbe stato più lo stesso. Volevo andar via e non vederla mai più, e così fu. Ci sono momenti in cui ti rendi conto che non ne hai azzeccata una e che ti sei fatto sopraffare da un’idea un pensiero, un progetto e non hai neanche dato uno sguardo a possibili alternative. Ero andato avanti così, con l’idea fissa che non avevamo possibilità, che tutto quanto stava accadendo era più forte di noi e non esisteva alcuna diversa soluzione. Sono momenti invece, che richiedono scelte, magari coraggiose ma sempre possibili. Se guardo indietro nella mia vita ora so che molte volte avrei avuta la possibilità di scegliere, di cambiare il corso delle cose e imboccare strade che allora mi sembravano chiuse, impraticabili, ed oggi tutto sarebbe diverso, una vita diversa completamente che dipendeva solo da una decisione presa tanti tanti anni fa. Quante notti passate con l’ossessione della mattina dopo, di quello che sarebbe successo!!! 205 La mattina dopo generalmente non succede niente, avresti dovuto prendere qualche decisione che era impegnativa, faticosa o presupponeva scelte e rinunce importanti, ma avresti aperto orizzonti diversi e probabilmente avresti dato sfogo alla tua vita, ma stupidamente scegli la via più facile anche se per assurdo la più faticosa. Se c’è qualcosa che ti terrorizza e ti angoscia, non vedi l’ora che finisca e passi tutto e in quel momento non pensi che probabilmente potresti attuare un progetto diverso, hai ancora tempo per le scelte, non devi subire per forza, rinunciare alla vita per tutto quello che tu e chi ti stà attorno dà per scontato. E alcune scelte oppure anche alcune “ non scelte” avrebbero cambiato completamente il corso della tua vita ed oggi saresti stato completamente diverso, forse in un'altra città o in un altro paese, addirittura con un lavoro diverso , legato a persone completamente diverse. E se la tua vita fosse stata diversa pensa quante persone sarebbero coinvolte in questo cambiamento: ci sarebbe stata un’altra moglie, figli diversi, lavoro, amici, situazioni completamente nuove. Potresti essere stato un grande finanziere, o un assassino, oppure un ubriacone, o un marinaio imbarcato su una carretta che va per mari lontani, avresti avuta una casa in centro a New York oppure potevi essere in Germania titolare di un ristorante “ Alla Bella Italia”, avresti magari cantato messa ogni domenica o potevi aver sposato una ricca vedova inglese conosciuta per caso sul lungomare di Viareggio un giorno che eri andato la per vendere alcune mercanzie. Guardati attorno e tutto quanto vedi poteva non esserci, le persone con cui parli sono una tua creazione, le 206 hai costruite piano piano con le tue decisioni , con le tue scelte. Hai formato i loro destini, essendo legate al tuo, ed hai formato i loro caratteri i loro modi di essere dato che a te si rapportano e a te adattano i loro modi di vita, tu sei nella loro vita , la condizioni , la plasmi , anche senza volerlo, perché loro vivono con te presente nella loro vita. Tu sei un tassello in un grande puzzle, tu sei una delle tante carte che formano il grande castello: togli la carta e tutto cambia tutto il castello non stà più su ed ogni carta avrà una disposizione diversa. Guarda tua moglie e cerca di immaginare quale sarebbe stata la sua vita se non avesse incontrato te!!: Per assurdo i tuoi fallimenti ripetuti hanno condizionato più lei che te. Tu sei rimasto come eri, più o meno avresti potuto rubacchiare e arrangiarti in situazioni diverse ma alla fine sempre così saresti stato, perché quello che tu sei ora non è una scelta tua, lo sai, ma una inevitabile conseguenza della tua gioventù, quando tuo padre ti sbatteva a destra o sinistra sgomberando di continuo, cambiando casa ogni cinque mesi , inseguendo sempre quei sogni di vita facilona, che alla fine ti sono rimasti attaccati alla pelle e che ora danno l’impronta alle tue giornate. “ Giulia lucida l’argenteria “ mi sparò secco il Giovanni al telefono, come se qualcuno potesse dubitare che in un castello come il suo mancava dell’argenteria. Lei lucida quei quattro ciaffi di metallo che potresti tranquillamente buttare nei rifiuti senza che la tua vita subisse la minima modifica. Li lucida pensando e sognando una vita lucida, sopra le righe , una vita volgare fatta di cose inutili, come lei, come te, come tu le hai insegnato che si fa , perché così è 207 bello ed è in chiave con i sogni di qualsiasi borghese di mezza tacca che sogna di essere Berlusconi, illuso che con quei soldi in tasca volerebbe alto e farebbe paura al prossimo. “ Noi abbiamo fatto 20 anni di vita d’ Osteria “ aveva spiegato Giulia alla vicina di casa che la guardava tra lo sbalordito e l’ammirazione, cercando di capire come si doveva essere veramente fatti per fare vita d’Osteria . Anzi , una sera Giovanni vorrebbe portarvi qua , da un nostro amico, che ha un locale: la moglie cucina divinamente e lui canta e vengono fuori delle serate….” “Naturalmente a Milano era diverso, lì c’era il Cesare ed il Roberto, il Vecchioni sai, e facevamo delle serate……ma anche qui da questo mio amico, passiamo delle belle serate perché , vedi , quando hai fatto vita d’ Osteria per tanto tempo, poi ce l’hai nel sangue e riesci a creare atmosfera in ogni posto dove vai. La Luigina l’ascoltava sognante ed ora capiva perché quando lei era andata all’Osteria della Pecora nera , aveva mangiato tanto male, gli erano venuti i bruciori di stomaco e dopo l’arrosto misto gli era preso un sonno tale che a fatica era tornata a casa . Aveva capito che il su’ marito, il Beppe, non era adatto a quelle cose, non aveva lo spirito del Giovanni che essendo vissuto a Milano era capace di ridere e scherzare e che , a quanto raccontava a Giulia, cantava tra una portata e l’altra anche per ore così come gli avevano insegnato i suoi amici di Milano, cantanti veri che avevano anche inciso dischi . “ Raccontami ancora di quella volta che sei stata a dormire nella capanna dei mangiatori di teste” disse la Luigina, cambiando tema ma desiderosa di essere meravigliata sempre di più. 208 “Eh! È semplice, io e il Giovanni, lo sai, abbiamo girato il mondo specialmente sempre in quei posti dove i turisti non vanno, così una volta eravamo in Africa con un amico che aveva lì una grande Casa da Gioco, l’ aveva da tanti anni ma mai aveva avuto modo di vederla perché lui abitava in Croazia, in una fantastica casa, proprio di fronte al mare , con quindici isolette proprio fuori dalla finestra di cucina, e la casa da gioco l’aveva comprata per telefono . Al mattino facevamo colazione con questo spettacolo davanti e Giovanni arrivava ogni mattina con fasci di rose e di convolvoli slavi ( una razza speciale che non cresce da queste parti). Dopo colazione andavamo giù al porto, a piedi naturalmente prima perché il porto è suo personale ,e nessuno ci deve parcheggiare per non sporcare la moquette, ed è a soli cinquanta metri dalla casa e poi perché le persone che hanno soldi hanno sempre abitudini semplici e non amano esagerare. Sulla barca , che era naturalmente uno yacth fra i più belli anzi, il più bello , essendo proprio quello che era stato di proprietà di un principe Austriaco che poi, non potendoselo permettere l’aveva ceduto al nostro amico, sulla barca , dicevo, non ci crederai c’era ad aspettarci ogni mattina, tutto l’equipaggio in fila:aspettavano che si salisse a bordo per cominciare a stappare champagne .” La Luigina ascoltava trasognata e pensava con un filo d’ angoscia come erano diverse le sue vacanze a Follonica e gli traversò la mente, provocandole un dolore quasi fisico, il ricordo di quel giorno quando il suo Beppe aveva preso a noleggio il patino ed avendo perso un remo in mare; avevano dovuto chiedere aiuto sbracciandosi per 209 un’ora fino a quando il bagnino da riva non li aveva visti ed era andato a recuperarli. “ ma come cazzo si fa a perdere un remo in mare….disse appena arrivato vicino con la sua barchetta dipinta di rosso” voi di città pensate sempre di venire al mare a fare i bravi e dopo tocca sempre a noi levarvi dai guai.” Il Beppe, cercò di rimediare spiegando che lui, a Rimini, era abituato con i “pedalò” che non avevano remi ed erano molto più pratici. Il Bagnino che aveva smesso di fare il pescatore per dedicarsi ai turisti che sembravano miglior fonte di guadagno,a quel punto perse la pazienza completamente, tirò un moccolo olimpionico e maledisse senza mezzi termini il giorno in cui aveva preso quella decisione ed aveva venduto reti e gozzo per un pezzo di pane abbagliato da quella nuova miniera d’ oro che il turismo sembrava essere, e invece non era. “ ma figurati ……” continuava la Giulia” bisogna saper vedere le cose e scovarle dove sono….figurati che in Madagascar cresce una nocciolina che ha un leggero sapore di limone, l’hanno piantata i Russi quando facevano la guerra fredda agli Americani per far loro dispetto e cercare di inquinare le piantagioni di noccioline che invece servono agli Americani per il famoso burro. Noi lo sappiamo perché il Giovanni ha laggiù un amico Ambasciatore che gli ha raccontato questa storia e allora ogni volta che andiamo in Africa, il Giovanni vuole andar là perché va pazzo per quelle noccioline e ce le facciamo servire fuori dal Bungalow, sotto le palme che fanno banane al sapore di cioccolato.” La Luigina ascoltava estasiata e cominciava a pensare che la scelta del Beppe non era stata poi un gran 210 chè, anche se, passando in rassegna veloce tutti quelli che l’avevano bazzicata quando aveva diciotto anni, non vedeva proprio quale potrebbe essere stato un altro partito da poter paragonare al signor Giovanni. Certo che fu troppo stupida ad accettare quell’ invito del Beppe a raccogliere more laggiù lungo la Chiana, quando da poco aveva finito i suoi diciott’anni. Era un caldo terribile e lungo il canale erano cresciute le canne d’acqua alte più di un uomo. Lei sapeva bene che le more non crescono in mezzo alle canne, ma quel caldo infernale, il canto ossessivo delle cicale le avevano messo una voglia addosso che da tempo la tormentava ma che non sapeva bene neppure lei come fare a calmarla. Ora stranamente sentiva che in mezzo a quelle canne, con quel profumo di acqua e di erba che la stordiva, poteva esserci la soluzione a tutta la sua agitazione. Lui la tirava per mano e lei non vedeva più neppure dove camminava. Non sapeva che cosa avrebbe dovuto fare, ne se era il caso di andare avanti, certo è che non voleva tornare indietro. Lui la spinse a terra sorreggendola per la vita, la sdraiò sull’erba e lei sentì che quell’odore forte di erba e terra surriscaldata le aumentava l’eccitazione e che avrebbe voluto fare un urlo immenso pur di trovare sfogo. Quando lui le tirò su le gonne lei sentì come una grande liberazione ed un gran caldo proprio i fondo alla pancia, allargò le gambe perché sentiva che era lì per farsi prendere , perché qualcosa o qualcuno entrasse dentro di lei per calmare quella voglia che non la faceva dormire ormai da tanto tempo e che non sapeva calmare, che aveva voglia che qualcuno le facesse anche male, anche dolore, 211 aveva qualcosa dentro che qualcuno doveva tirargli fuori per farla star bene . Ora sapeva che quella voglia l’aveva pagata cara e che se si ritrovava a far da mangiare al Beppe ogni giorno, e a lavargli le mutande ogni momento , quello era il prezzo rateizzato che pagava per quel pomeriggio di piacere in mezzo alle canne della Chiana. Un pensiero stupido gli traversò la mente e quasi se ne vergognò e benedisse il Signore che ci ha permesso di tenere i pensieri segreti: si domandò se anche la signora Giulia lavava le mutande del signor Giovanni o come veniva risolto quel problema in quella casa che certamente aveva un andazzo molto diverso dalla sua. Si domandò anche se chi fa vita d’ Osteria le mutande le lava o le butta via ogni giorno, o se, al limite le porta oppure no, anche perché lei vedeva la Giulia sempre vestita, anche d’inverno, con quelle camice di seta anche quando faceva un freddo cane, e quindi era chiaro che lei aveva altre esigenze ed altre abitudini . Aveva anche notato che ogni giorno la signora Giulia era vestita come si conviene a chi viaggia tanto e quindi perde le abitudini sue per assumere quelle del mondo intero: la vedeva quando andava a far spesa con quei suoi vestiti lunghi come si vedono in televisione quando fanno servizi da paesi arabi, e si diceva che lei non avrebbe mai potuto metterli anche se avesse voluto, e si immaginava i commenti e le battute delle altre donne e le risate sfacciate degli uomini che certo non gliele avrebbero fatto mancare. La Giulia invece no, lei veniva da Milano, aveva girato il mondo e quindi la Luigina capì anche che non siamo tutti uguali a questo mondo e che alcuni possono portare i vestiti strani ed altri no e rimase sconcertata da 212 questa classifica che le sembrò ingiusta e in qualche modo invalicabile. Una volta anche il Giovanni era li fuori dall’uscio di casa che beveva qualcosa con un tonacone da frate, che però si vedeva bene doveva essere di qualche paese strano tanto che anche le scarpe, o meglio le ciabatte erano intonate. La sera a cena la Luigina lo raccontava al Beppe e quando lui si mise a scrollare la testa senza parlare lei capì ancora meglio che quella volta lungo la Chiana aveva proprio sbagliato a spalancar le gambe in quel modo e che s’era giocata la vita in cinque minuti. “….perchè vedi, se io non ho sempre i fiori in casa , sto male e il Giovanni lo sa e allora la mattina fa un salto qui a Cesa , dove abbiamo una fioraia bravissima , e mi prende i fiori per tutta la casa………”proseguiva la Giulia . Ma la Luigina era distratta da altri pensieri e pensava che ti sembra impossibile che per aver allargato le gambe un attimo tanto per calmare quell’uggia che ti tormenta dentro, ti devi giocar la vita a questo modo; così pensava la Luigina, che aveva invano chiesto al Beppe di piantar qualche malvone in quei vasi dietro casa perché anche a lei i fiori piacevano ma lui invece aveva preferito piantar pomodori e cipolle perché tutta l’estate lui voleva panzanella che, diceva lui” è meglio del caviale e se io l’avessi, non ce la cambierei e son convinto che la cambierebbero volentieri anche loro se sapessero com’è, specialmente come la condisci te che azzecchi sempre il sale e l’aceto giusto.” La Luigina a sentir quei discorsi si sentiva attanagliar lo stomaco da un senso di sgomento, quel suo essere importante per il condimento della panzanella la faceva sentire piccola e inutile e il piacere di quel lavoro 213 non le calmava quelle voglie che ogni tanto, anche se raramente, la riprendevano provocandola . Per la verità aveva anche provato, quando il Beppe la sera si stendeva accanto a lei , ad allargar le gambe come quel pomeriggio alla Chiana. “ ma non puoi star dalla tu’ parte…” aveva detto lui” stasera fa un caldo …che andrei a dormir lungo la Chiana….” Per un attimo lei sperò ma poi capì che lui non si ricordava neanche quel momento magico che aveva cambiato la loro vita, laggiù sulla riva del canale fra le canne d’acqua. “ ma cosa dici Giulia.” disse il Giovanni che si era seduto vicino alle due donne “ noi non potremmo mai vivere senza fiori freschi , anzi sai cosa ti dico, voglio cercare un volo su Internet per andare a vedere come coltivano i gelsomini in India perché ho notato che il nostro qui perde le foglie ed il fioraio non m’ha dato una spiegazione chiara. Gli indiani sono famosi per i gelsomini e tanto che siamo lì ci compriamo qualche sahari e un paio di sandali perché quelli che presi ad Abijan li ho finiti .” “ va bene Giovanni , come vuoi te, lo sai io sono sempre pronta” La Luigina restò ancora più sconcertata, pensava ai bucati da stendere, al Beppe che voleva cena ogni sera alle nove esatte perché doveva vedere il telegiornale, al gatto che aspettava sempre di entrare e uscire dalla casa come in un albergo e non si rendeva conto come si poteva vivere così felicemente liberi; e non potè fare a meno di ammirare profondamente quella donna che aveva sempre tutto a posto, perfino la’ argenteria lucida ed era sempre pronta a partire. 214 “ Ho smesso di lavorare “ incalzò il Giovanni” ho smesso perché lavorare non merita più, sciupi tutto il tuo tempo e non hai tempo per riposarti e andare in giro, e a me piace viaggiare.” E lo disse con tale decisione che sembrò classificare in un attimo tutta l’umanità: gli stupidi ai quali piace lavorare come negri e gli intelligenti ai quali piace la bella vita e il viaggiare. Alla Luigina quei discorsi sembravano tanto semplici e tanto logici che detestò ancora di più il Beppe che aveva preso il lavoro come una condanna e se una mattina faceva tardi cinque minuti bestemmiava come un turco e si sparava fuori di casa come questa avesse preso improvvisamente fuoco. Evidentemente il Beppe non ci sa fare , pensò la povera donna, e capì che nascere in Val di Chiana era stata una grande sciagura e che queste cose non si imparano se non sei nato a Milano, non hai cantato nelle osterie e non hai girato il mondo. Il Beppe lavorava come un pazzo e sembrava che se perdeva un’ora di lavoro tutto il mondo sarebbe crollato. A tavola, tra una notizia e l’altra parlava sempre di bollette e di fatture e brontolava continuamente ripetendo che ogni giorno era più difficile e così via. La Luigina provò una sera a spiegargli che il signor Giovanni e la signora Giulia……….. “ Ma non mi rompere i coglioni, “sbottò il Beppe inviperito” ti fai sempre imbottire il cervello di bischerate, quelli non lavorano perché si vede che i soldi da qualche parte gli arrivano….e lo so io da dove!!! Era meglio se anch’io invece di lavorare m’ ero fatto più furbo!! Ora fammi vedere la partita e stà zitta” taglio corto il Beppe. Era chiaro che il mondo era diviso in due : da una parte tutti gli ignoranti che non sapevano vivere e dall’ altra i Giovanni e le signore Giulie tutti quelli che la vita la 215 conoscono bene,che sanno che non è necessario rompersi la schiena ogni giorno per mangiare, che le bollette le digeriscono come salatini con l’aperitivo e che le fatture da pagare non ce l’hanno per la semplicissima ragione che se non lavorano non hanno nulla da pagare. La Luigina capì che di quelle cose con il Beppe non poteva parlarne e che era inutile ogni tentativo per fargli capire come si vive perché per lei era chiaro che se lo faceva il Giovanni lo potevano fare tutti: bastava avere un po’ di cervello e di buon senso. La mattina quando il Beppe era al lavoro, la Luigina faceva finta di passare per caso davanti alla casa dei milanesi: se la vedevano attaccava discorso e il suo cervello partiva alla grande sognando paesi lontani, barche, ambasciatori e case da gioco. Una mattina che il signor Giovanni era solo lei era passata con la scusa di portargli un mazzo di insalata e due pomodori. “Grazie, le disse lui , ma è troppa perché io e la Giulia con un mazzo d’insalata ci mangiamo una settimana.” “ E’ per questo che io e la Giulia siamo venuti in Toscana: a Milano l’insalata non esiste mica……te la danno di plastica che sembra vera, ai ragazzi nelle scuole la fanno vedere in fotografia e non ci credono che esiste in natura l’insalata a cesti così come la crescete voi qui in toscana….” La Luigina era già nel pallone e non riusciva proprio ad immaginare un mondo senza insalata ” noi la conosciamo” incalzò il Giovanni “ perché a me la mandavano da Parigi fresca ogni giorno in cambio di charter di giocatori che io gli spedivo da Milano per i Casinò francesi, ma a Milano queste cose non si vedono, e poi c’è lo smog che ti rovina i polmoni e se vuoi vivere di 216 più devi venire qua , a Milano muori, la vita media sarà di 30 anni “ La poveretta a questo punto si penti di aver desiderato a volte di andare in quella Milano che da certi discorsi a volte, le era sembrata quasi un sogno in terra, ma non potè fare a meno di pensare con fastidio a quel becero del Beppe che si ingozzava con tre scodelle di panzanella . Così sogno dopo sogno la Luigina finì per vivere zitta e muta in casa facendo panzanelle e lavando mutande; ormai aveva capito che con il Beppe ogni colloquio era inutile e che doveva dividere nettamente le due cose: da una parte la casa, il Beppe e tutta quella valanga di delusioni , dall’altra il sogno, una vita fantastica che si era giocata tanti anni fa sulle rive della Chiana in un pomeriggio d’estate. Ormai i “ milanesi”s le avevano aperto il cervello e lei sognava attraverso i loro racconti tutto quello che non aveva neppure mai pensato potesse esistere. Sapeva bene comunque che a tutto c’è un limite e la signora Giulia le aveva spiegato bene che per fare quella vita bisogna aver avuto una certa formazione, non facile da realizzare : cantare nelle osterie non bastava, ci volevano gli amici giusti e le idee , bisognava aver letto e giostrata la vita, bisognava aver viaggiato e fatto esperienze dure e faticose, aver conosciuto popoli a volte primitivi e anche pericolosi. Una volta , ad esempio, il Giovanni le aveva spiegato che quando lui andava come un americano a far la vita da pascià negli alberghi da bianchi in Africa, evitava di dar la mancia al personale, perché essendo abituati a una miseria dura e incurabile, dandogli dei soldi in più potevi stravolger loro la vita e quindi finire per far loro del male. 217 La Luigina si disse che lei non ci avrebbe mai pensato e che la cosa più logica a lei era sempre sembrata quella che ad un povero se gli dai dei soldi non gli fai altro che bene. Quella fu la riprova che non era facile muoversi nel mondo e che capiva benissimo come era bene che non tutti potessero viaggiare e andare in giro per il mondo perché chi lo fa ha una grande responsabilità e se non stà attento rischia di turbare la povertà delle persone distraendoli con i soldi che alla fine non sono la felicità. La mattina non vedeva l’ora che il Beppe si sparasse fuori di casa a far i suoi lavori che sembravano non aver mai fine né conclusione alcuna: una gran fatica, tanti moccoli, un mucchio di fatture e….tante mutande da lavare. Appena il Beppe se n’era andato lei si precipitava dai vicini : “ma che stà facendo stamani signor Giovanni ????” “ma! Tu lo sai la Giulia come è ,no??” “Ha tirato fuori da un baule queste due lampade e , vedi queste macchioline???? Vuole che gliele levo via e quindi stamani ho un bel da fare …” Aveva smontato i paralumi alle due piccole lampade da tavolo e con uno straccetto lucidava le basi : “ le ho comprate in gioielleria” disse il Giacomo e lei subito pensò che anche questa non l’aveva indovinata perchè era sempre andata dal Benassi per comprare i lumi per il comodino e stupidamente in gioielleria c’era andata solo per le catenine da regalare per le prime comunioni. “ Questo è l’unico prodotto buono per l’argento , precisò il Giovanni, qui non si trova , lo prendo sempre quando vado a Milano La Luigina non riusciva neppure a vedere le due piccole macchie sui paralumi che nel 218 frattempo aveva preso in mano per esaminarli da vicino e si ripromise di tornare a casa prima possibile per dare una lavata al lampadario di cucina. “ ma a Milano, lei signor Giovanni cosa fa???” azzardò la Luigina e si pentì subito di aver fatto una domanda tanto impertinente perché era ormai chiaro che gli interessi di un uomo di quella portata era tanti e tali che probabilmente non amava rivelare particolari e dettagli e difficilmente lei avrebbe potuto capirli, e inoltre era tanto impegnato in quel lavoro così delicato che non potè fare a meno di fare un paragone con quella bestia del Beppe che quando faceva un lavoro sembrava ci dovesse buttar dentro l’animaccia sua e doveva anche sempre bestemmiare . “ a Milano ho degli affari nei surgelati , negozi, ingrossi, problemi continui, camion e celle frigorifere, personale dipendente… problemi di cui non mi voglio più occupare, importazione, traffico in tangenziale, un bel giorno mi son detto: Giovanni se non vuoi morire te ne devi andare.. ……… Lei si immaginò file interminabili di camion che uscivano da un edificio sconfinato e si addentravano nella nebbia milanese per andare a portare surgelati in ogni angolo della città. Vide il Giovanni che da un ufficio alto alto contava i camion che uscivano, moltiplicava per i pacchetti contenuti e poi questi per il numero di sofficini di ogni pacchetto e si rese conto che era un lavoro talmente stressante che il signor Giovanni proprio non poteva fare. Stranamente vide che i camion che rientravano alla sera erano molto meno di quelli usciti al mattino ed allora capi che il traffico della tangenziale, la nebbia lo smog ……quante persone ogni giorno perdevano la vita in quella guerra assurda a suon di sofficini!!! 219 Giurò che non li avrebbe comprati mai più, perché non voleva avere tanti problemi sulla coscienza e capì che il Giovanni era miracolosamente sfuggito ad una strage che solo pochi , viaggiatori esperti, sapevano prevedere. Pensò anche che come usciva quel fiume di surgelati, così doveva a sera rientrare un fiume di quattrini perché a Milano aveva sentito dire, pagavano tutti senza tante storie , non come qua , dove a sentire il Beppe, son tutti bravi a ordinare ma poi a pagare ……… Intanto il Giovanni guardava e riguardava le due piccole lampade e la Luigina ebbe la certezza che un uomo tanto delicato era una vera benedizione in una casa , ed era un miracolo che si fosse salvato da quell’inferno che fortunatamente lei aveva conosciuto solo per i suoi racconti. Il Beppe la sera tornava e trovava la su donna sempre più nel pallone: vedeva bene che ormai il cervello l’aveva da un’altra parte e che sognava a occhi aperti. Anche la panzanella ogni tanto era piena di sale e a volte di aceto e dopo una giornata di lavoro non era certo quello che ti ci voleva. Era già diverso tempo che la studiava, quando una sera la vide arrivare a cena con un gonnellone lungo e una collana di lupini al collo: il Beppe di botte dalla vita ne aveva ricevute tante ma quella scena gli fece crollare il mondo intorno: “ma che fai???vai a letto senza cenare ????”domandò l’uomo sperando che quella fosse solo una camicia da notte. “ no , è solo per star più libera “ e intanto posava nel mezzo della tavola un gran piatto di insalata con cubettini di formaggio e altre cose che lui per il nervoso non riusciva neppure a vedere. 220 Mise a fuoco del granturco e altre scemenze mentre guardava impaurito sulla tavola in cerca della sua panzanella che non vedeva.. Divorò l’ insalatona in silenzio, come fosse stato una capra digiuna, e mentre ruminava tutta quell’erba pensò che ormai era tempo di prendere qualche decisione se non voleva che la sua vita e tutta la casa fossero coinvolte e distrutte definitivamente. Un giorno arrivò un tizio con una chitarra ed una bionda trascurata: “ è il Cesare, disse Giovanni , un amico di Milano, canta come il Vecchioni, anche meglio…. Alla sera la Luigina con la scusa di andare a raccattare i panni dette un’occhiata da lontano: vide l’ombrellone e dietro la siepe intravide, attorno al chiarore di candele, i milanesi, il vice di Vecchioni e la bionda . Cantavano di Milano una canzone dolce e nostalgica che parlava di San Siro, di nebbia e di qualche sciagura che aveva colpito chi l’aveva scritta. Nel buio della sera i quattro immersi in quella piccola isola di luce e di musica avrebbero potuto essere in qualsiasi posto: la Luigina immaginò che quella era solo una piccola parte di un mondo immenso , felice, colorato , un mondo fatto di musica e di candele , di profumi e di vestiti strani; fu ancora più certa che il Beppe era un animale e mai avrebbe cantato a lume di candela una canzone tanto dolce. Quando rientrò in casa con il mucchio dei panni che aveva raccattato, ne parlò al Beppe con la speranza che tanta dolcezza riuscisse a toccare anche un animo ormai tanto inaridito; lui guardava lo sport in TV e ascoltò distrattamente il racconto appassionato della Luigina…quando sentì rammentar San Siro si riprese e 221 disse “ a si !! è lo stadio di Milano….. ma quest’anno ha vinto la Iuve così se lo son preso in culo!” La Luigina per la prima volta in vita sua non disse neanche buona notte, entrò in camera al buio, si infilò a letto con tutto il gonnellone e pianse in silenzio fino a che il sonno non la calmò.