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Giancarlo Fulgenzi
Una vita
Inventata
Pensieri, fantasie, ricordi, maligne invenzioni
di un vecchio irresponsabile.
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Verso la fine dell’anno 2007
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Prefazione, presentazione,
istruzioni per l’uso.
Per non imbarazzare nessuno e per dare a tutti la giusta
chiave di lettura, vorrei pregarvi di leggere con attenzione
queste note che generalmente, quando si legge un libro, si
saltano a piedi pari, desiderosi di andare dritti al nocciolo
del problema, cioè al libro stesso.
Devo premettere però alcune considerazioni ed alcune
informazioni che Vi aiuteranno a leggere, se avrete la voglia
di farlo, ed a capire; non perché il libro contenga concetti di
grande contenuto ma solo perché, trattandosi di
fantasticherie terra terra non vorrei che qualcuno si
adombrasse o prendesse troppo sul serio quanto
racconterò.
Quelle che leggerete sono immagini di vita vissuta e non
saprei neppure io dirvi se corrispondono veramente a
quanto realmente avvenuto o se sono solo frutto di sogni, di
fantasie irresponsabili, se si tratta quindi di una VITA
INVENTATA.
Una vita durante la quale sogni e realtà, speranze e
delusioni si accavallano e si intrecciano continuamente in
modo tale che ad un certo punto non è più possibile
distinguere chiaramente ciò che è stato da quanto invece è
stato sogno, desiderio o paura.
Chiedo scusa a tutti quelli che potrebbero in qualche modo
riconoscere, in quanto narrerò, avvenimenti che in qualche
modo potrebbero essere riconducibili a quanto da loro
vissuto.
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Io stesso leggendo queste cose, a volte mi meraviglio, mi
emoziono, altre volte mi sento imbarazzato perché mi
sembra che certe esagerazioni non sono scusabili quale
frutto della fantasia di un brav’uomo quale io dovrei essere
a questa età.
Certamente si tratta di coincidenze, oppure meglio, ciò
potrebbe essere dovuto al fatto che la mia mente ha
registrato alcuni avvenimenti che mi hanno emotivamente
coinvolto o semplicemente incuriosito, che poi la mia
fantasia malata ha sviluppato e completato in modo
assolutamente improbabile e certamente deprecabile.
A tutti quanti io direttamente o indirettamente ricordo, ho
voluto bene, ed il fatto stesso che io li ricordi o sia in
qualche modo stato influenzato dai loro caratteri, significa
che essi sono stati importanti per me.
In questo piccolo gioco infantile ho rimescolato le vite ed i
ricordi di persone conosciute o no ed ho costruita una vita
inventata affascinante e indimenticabile, per le situazioni
che ognuno di noi contribuisce a creare, per i caratteri, le
singole personalità che sono sempre grandi, strabilianti,
opere uniche di una umanità irripetibile.
Mi sono divertito a costruire storie parallele, a cambiare il
gioco semplicemente smazzando le carte in modo diverso.
Quindi quanto narrerò non è solo ciò che è stato, ma anche
quello che potrebbe essere stato se… oppure quello che a
me è sembrato essere, dato il mio stato d’animo in quel
momento, i miei sogni di oggi, le mie speranze di sempre.
Scusatemi.
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A volte non hai proprio voglia di fare le cose ed
inizia una lotta interiore tra la voglia di pensiero puro ed il
desiderio di metterli giù, quei pensieri, perché il tempo non
li cancelli, per non dimenticarli quasi fossero piccoli passi
per arrivare più avanti e dimenticandoli si dovesse poi
ripartire da un punto più in basso e si dovesse soffrire
nuova fatica.
Succede che spesso il pensiero è così ben delineato,
così giustamente chiaro che doverlo mettere giù a parole o
manipolando la materia, hai timore di perderne parte nel
processo, o di sciuparlo o limitarlo in qualche modo,
dandone dopo un’idea limitata e insufficiente. Allora vince
la pigrizia, o meglio non pigrizia ma desiderio di non fare,
paura di tradurre il pensiero in parole o in forme materiali
che inevitabilmente saranno qualcosa di diverso da ciò che
nel pensiero appariva chiaro e ben definito.
E poi il pensiero non è una formula matematica che
prescinde dai lunghi anni trascorsi nella ricerca e poi con
pochi simboli sintetici spiega tutto: il pensiero è cosa
articolata e complessa, non lo puoi esprimere in due
parole, non puoi arrivare direttamente alla conclusione
specialmente quando questa è insolita, contraria e diversa
al comune pensare; il pensiero è frutto di lunghe e
contraddittorie riflessioni, ti porta piano piano per strade a
volte mai percorse e la deduzione finale è spesso inaspettata
e sorprendente, ma p ossibile anche se mai certa. Anche per
questo il pensiero non potrà mai essere espresso in formule
rigide dato che miracolosamente tutto è possibile o
immaginabile come possibile e non esiste verità assoluta o
universale ma un sentire che varia condizionato dai nostri
stati d’animo, da tante variabili che sono nostre, soggettive,
raramente condivise e comuni.
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Quando pensi è un po’ come affidare un aquilone al
vento: reggi il filo con una leggera insistenza e segui la
traccia colorata che si muove apparentemente a caso
nell’aria, cercando un sentiero invisibile ma che certo esiste
lassù dove la materia non condiziona. E sei libero dalla
fatica fisica che non condiziona il tuo esercizio e provi anzi
piacere inaspettato e profondo nel divagare e formulare
ipotesi impossibili che esaltano solo la fantasia e
l’esasperazione del probabile, per poi tornare subito dopo
al punto precedente e da lì proseguire nel pensiero certo.
Pensare è certo la cosa che più di tutto si avvicina al
sogno, dove tutto è possibile, dove il tempo non ha valore e
riavvolgi in un attimo anni di vita o lunghi tormenti senza
perdere un attimo, senza che il sentire ne soffra e nulla si
perda. In questo caso il pensiero è quasi compresso come in
una formula magica che con pochi segni spiega e ricorda
tutto e permette, una volta sviluppata di ricreare una storia
complessa e complicata. Ma a differenza delle formule che
sono universali e quindi rigide nella loro verità essenziale, il
pensiero è sempre fluido, malleabile, possibile,
sconcertante, modificabile e giustificabile a seconda di…
Per questo il pensiero è splendido, grande,
impagabile difficile da riprodurre o da sintetizzare:
impossibile da proibire, da limitare; puoi perseguire,
combattere l’espressione del mio pensiero, mai il pensiero
stesso, per sua natura sarà sempre libero, sopra e al di fuori
da ogni schema sanzionatorio o repressivo.
Non potrai mai sintetizzare il pensiero in una
formula, in pochi segni che, con valore universale riescano
poi a dipanare tutta una serie di riflessioni, di ragionamenti
che sono il pensiero stesso. Con una formula sintetizzi una
ricerca di anni, una lunga serie di ragionamenti e di
esperienze che poi miracolosamente concentri in poche
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lettere e tre numeri, ma il pensiero no, non sopravvive così
al tempo. Ad esempio gli oggetti sono, per me, un sistema
valido ed efficace per conservare nel tempo pensieri,
sensazioni, sentimenti tutto quanto di intangibile passa in
un attimo nel nostro cervello e che in qualche modo devi
assolutamente conservare.
Ma dove ha trovato tutta questa roba ????
Me lo domandano sempre ed io non ho la forza di
spiegare che quelli sono l’archivio dei miei sentimenti, del
mio amore per la vita, delle mie illusioni e delle mie paure,
quelli sono il mio contatto con le persone che ho amato, con
i momenti importanti, le grandi delusioni e gli attimi di
follia della mia vita. Non ho mai il coraggio di addentrarmi
in questa spiegazione, perché poi cominciano a fare battute
come: “…si va bene…ma spolverarli tutti...” Non ce la
faccio a spiegargli che i pensieri non si spolverano e che
comunque quello è l’ultimo problema quando sei riuscito a
far sopravvivere all’usura del tempo anche una piccola
emozione. Hanno un limite ed un pregio gli oggetti se li
consideri contenitori e custodi dei tuoi pensieri: la lettura
finisce generalmente con te che hai solo, fra tanti , la chiave
di lettura, tu che solo conosci il loro codice segreto.
La vita lascia tracce e segni inequivocabili sugli
oggetti, tu li leggi facilmente e ricordi, gli altri possono con
molta attenzione intuirli, immaginarli, niente di più.
“Bello questo, dove l’hai comprato, quanto l’hai
pagato…” eviti di rispondere…“…Non ricordo…” se
proprio vuoi essere gentile, se no gli inventi una balla
qualsiasi tipo “l’ho comprato da un antiquario di
Firenze…” e lui, lo stupido con il telefonino in mano, si
convince sempre più che se io conservo quelle cose e le ho
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anche comprate, qualcosa nel mio cervello non funziona
certamente.
Io parlo con quegli oggetti, o meglio loro parlano a
me, a volte rispondo, ricordo, mi giustifico, trovo scuse
banali e ripetute, a volte cerco di passare oltre, non mi
lascio provocare ma dentro di me qualcosa si muove, vedo ,
sento ciò che in quel momento forse non vorrei e non solo
perché l’immagine che si mette in movimento è di quelle
che non vorresti rivedere ma anche perché la tentazione, il
piacere che ti suggerisce è troppo grande, troppo
insopportabile e sai bene che la tua tranquillità interiore è
finita nel momento in cui parti con quei ricordi vivi di
attimi, di giorni , di storie finite e mai più possibili.
Mi piacciono gli oggetti, le cose come sono, senza
ritocchi senza imbellettamenti che vanno a coprirne la
faccia vera, a correggere i segni importanti, a modificarne
la vera immagine. Non sopporto i ritocchi, i restauri, tutto
ciò che fa di una cosa vissuta che porta chiari i segni della
vita passata, un’altra cosa, più gradevole, più accettabile
ma solo all’ ipocrisia dei più. E’ come uccidere qualcosa,
togliergli la parola, la forza di comunicare, di far gioire o
penare ma comunque parlare di vita. Di solito la gente
ricerca facili emozioni, un dialogo generico che parla di
bellezza destinata a tutti, cioè di una bellezza senza grandi
emozioni, un qualcosa di anonimo che non ti sconvolge ma
che in fondo non ti dice niente. La gente preferisce il niente
all’impegno, un piccolo senso di appagamento stupido alle
emozioni forti che danno piacere e sofferenza insieme, non
fosse altro per il vuoto che ti lasciano non appena le hai in
qualche modo consumate.
Sassi…sassi…li guardo e so che potrebbero
raccontarmi storie antiche solo se riuscissi a leggere le
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tracce che ci sono ma appartengono ad un linguaggio a me
sconosciuto.
Li guardo e so che vivranno più di me, molto più di
me e li odio anche perchè sembra assurdo che nella loro
immobile apparente inutilità abbiano la forza di vincere
questo tempo che io non riesco a fermare, neppure a
rallentare un attimo. Vorresti fermarti, riprovare, capire
correggerti e sei già oltre ed hai già speso i tuoi spiccioli di
tempo che sono sempre meno e cominci a contarli con
l’animo chiuso di chi da fondo agli ultimi risparmi.
La forza delle cose inanimate, la forza di tutto cio
che sembra senza vita. Parliamo…diciamo parole una dopo
l’altra senza un senso comune e subito ci scontriamo nelle
opinioni, nell’intendere diverso, nella valutazione che c’era
sfuggita ma che è possibile e quindi siamo stati tratti in
inganno, noi stessi ci siamo ingannati ed abbiamo confuso
gli altri adattando alle parole il nostro pensiero, il nostro
sentire e spesso, per una parola inadeguata o una mancante
che al momento ti sfugge, il pensiero esce monco, quasi
diverso da quello che veramente è.
Ma con le cose, gli oggetti, i colori, la terra, i
profumi con tutto ciò che non media i suoi messaggi
attraverso una possibile intelligenza, con tutto ciò non c’è
possibilità di inganno, di fraintendimento.
Esco la mattina nel verde prepotente del
giardino…dolce profumo di lillà, di glicine…Maccagnolo,
non c’è possibilità di errore. Sono passati quasi 70 anni,
arriva la zia Bebe alle spalle scendendo in silenzio le scale
di granito della villa, mi sequestra la fionda: un sogno
importante realizzato dopo tante mediazioni con i ragazzi
ruspanti , figli dei pigionali.
Sono gli unici ad aver tempo ed esperienza per la
costruzione di fionde ad altri attrezzi del genere.
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I ragazzi dei contadini hanno da stare a guardar
maiali o a raccattar spighe e fili di paglia, perché la
famiglia é grande, la miseria tanta e non s’ha da buttare
niente. I pigionali sono una razza diversa, gente che non ha
nessuna ragione per vivere in città ma che in campagna ci
stanno come le pulci sul cane.
I contadini perdono sonno e pazienza per controllare
i pigionali, dieci in una stanza, tutti a dormir per terra e
mangiar poco, tutti sguinzagliati dalla mattina alla sera in
giro per campi e viottoli a far danno e rubar quello che non
è suo.
Hanno conigli, animali comodi da tener chiusi in
gabbie piccole e rattoppate che in qualsiasi buco le infili.
Solo che mangiano, prima che tu mangi loro e devi
rubargliela l’erba o qualche spiga di granturco se vuoi
dargli un bel pugno tra capo e collo appena giusti da
mangiare e metterli in padella. E devono rubar per forza i
pigionali, se chiusi in dieci in una stanza buia trovano il
modo di dar loro erba fresca da mangiare e quel granturco
che sai rubato ma non puoi dire quando.
Il Gigi della Catorcia era l’unico che sapeva
costruire una fionda a regola d’arte, perché la fionda
quando è fatta bene, è un’opera d’arte. Perdevano il sonno
del pomeriggio afoso i contadini quando lo vedevano
ciondolare con quell’aria da volpino, giù lungo lo stradone,
e non riuscivano a capire cosa girava a fare il figlio della
Catorcia giù per i campi, sordo a tutte le minacce che a
gran voce prima le donne e poi gli uomini imbestialiti, gli
rivolgevano dalle aie infuocate.
Il Gigi era capace di tirar giù un passero dalla cima
di un pioppo con un colpo solo. Sceglieva le forcelle
arrampicandosi su diecine di alberi, valutando
attentamente i rami e la loro età perché se vuoi fare una
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bella forcella il legno deve essere giusto da piegare al fuoco,
la forcella stretta e i due rami ricurvi e forti, per tendere
bene l’elastico in modo che il coietto e la pietra se ne vanno
via passando tra i rami corti e ricurvi senza che il colpo sia
deviato.
Amato lavora al fabbricone, dentro quei grandi
capannoni dove un esercito di buoni a nulla come lui
riuscivano miracolosamente tutti insieme a costruire
carrozze ferroviarie. Diceva che le verniciano a mano
perché le Ferrovie non volevano problemi e la verniciatura
doveva essere fatta a pennello con calma per attaccare bene
alle lamiere e non cedere alle lusinghe della ruggine.
Amato tornava la sera e quando sbucava in fondo
alla strada , dalla curva del Grotti, lo vedevi subito che
s’era fermato in via Romana alla mescita e poi alla
Botteghina per qualche diecino di rosso. Le donne che lo
vedevano da lontano si segnavano e accennavano preghiere
approssimative, sciamando via subito appena gli uomini
indaffarati attorno alle stalle per il bevarone della sera non
le cacciavano con qualche bestemmia, invocando Santi e
Madonne per farle tornare a lavorare.
La Catorcia aveva una figliola, una ragazzotta
sudicia e soda con le poppe ritte ed un corpo appetitoso da
far pensare solo a certe cose. Amato ci pensava eccome,
specialmente quando quei diecini di vino gli appannavano
un pò la vista ma non gli ammorbidivano certo le voglie.
La notte spesso saliva gli scalini della Catorcia e
scavalcando tutti quelli della famiglia che dormivano (o
facevano finta) per terra, si stendeva vicino alla ragazza e
tutto il mondo gli esplodeva allora nel cervello, via la paura,
via i treni, il fabbricone le lamiere dure ed ostili. L’odore
selvatico della ragazza ora vinceva il tanfo della stanza, e
nulla era più dolce e rassicurante di quelle gambe sode ed
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invitanti che lentamente si aprivano per dimenticare il
mondo.
Con il passare del tempo Amato aveva acquistato
sicurezza e anche con qualche diecino di più in corpo
riusciva sempre miracolosamente a entrare come un topo
nella stanza affollata scavalcare tutti e dimenticare treni e
fabbricone.
La cosa era ormai talmente ripetitiva e risaputa che
solo la Catorcia e tutta famiglia sembravano non sapere.
Una mattina una lunga scia di “segato” tracciò una
strada inequivocabile dalla casa di Amato a quella della
Catorcia.
Le donne corsero subito da una casa all’altra mal
dicendo sottovoce e ripercorrendo con una punta di
malcelata invidia quegli incontri proibiti e poi dopo le
dovute consultazioni, quelle ammesse alla Villa per le
pulizie della casa e la cura della Padrona informarono tra
sorrisi, ammiccamenti e tanti pudori offesi, la signora
Giannina dell’accaduto.
Gli uomini intenti ai lavori nelle stalle e nella cantina
commentavano con poche battute l’accaduto e nessuno
parve saper immaginare chi aveva organizzato la seminata.
Amato arrivava come sempre ogni sera barcollando
dalla curva, le donne fuggivano alle case e gli uomini
bestemmiando mandavano maledizioni ai pigionali che non
solo facevano di quelle maialate ma rubavano anche l’erba
per i conigli e l’acqua dal pozzo.
Comunque tra un bicchiere e l’altro Amato
ricordava come era vellutata la pelle tra le cosce della
ragazza ed i seni duri e prepotenti. Una sera decise che era
tempo di tornare a cacciare in casa della Catorcia, ora che
tutti sembravano aver dimenticato quella seminata
disonorevole. Beveva per non pensarci ma dopo un
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bicchiere di rosso non sentiva altro che la voglia di quella
pelle vellutata e calda.
Si arrampicò ancora più guardingo che mai su per i
5 scalini della casa, aprì la porta con l’attenzione di sempre
e come sempre scavalcò tutti i dormienti e quando già stava
per infilare la sua mano ruvida tra le cosce della ragazza
che per settimane aveva risognato tutta la famiglia, tutti e
dieci i dormienti si svegliarono contemporaneamente e lo
caricarono di botte e di legnate fino a rotorarlo giù per i 5
scalini fino sulla strada di Maccagnolo.
Hanno camminato su per la strada ora aspra e
sassosa per il lavoro di una ruspa. Allora era solo una
traccia vaga e profumata di erbe e ginestre in fiore. Loro
vennero su, nel fresco di quella mattina di luglio, con il sole
appena levato a bucare le chiome delle querce. Vennero su
fra le ginestre e gli scopi, immersi in un profumo di vita
sapendo che venivano per fare poi quello che fecero.
Quando scollinarono, come faccio ora io, videro
quelle due catapecchie di pietra sapendo che erano piene di
gente che dormiva stanca di paure e di stenti. Portavano le
pistol machine come uno strumento necessario, un attrezzo
qualsiasi che serve a far bene un lavoro, tramite tra la vita
e la morte, l’attrezzo freddo e meccanico che avrebbe
trasformato un momento di sosta e di riposo in una tragica
mattinata.
Scesero giù per la strada che dalla vetta del colle
porta fino al fondo del borro, giù fino al mulino che aveva
sempre visto contadini attenti alla macina del grano.
Forse dove sono ora io, qui all’ultima curva che
scopre le due case, caricarono i loro maledetti attrezzi ed
aspettarono che il primo “raus” urlato da qualche
superiore desse l’inizio alla grande sventura.
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Non c’è quasi più niente della casa dove io ero a
dormire, sdraiato sul pavimento assieme ad altre 17
persone.
Cerco di ricostruirla con il pensiero, qui doveva
esserci la porta della cucina che dava all’esterno, li in fondo
il camino, e sulla sinistra la porta della nostra stanza la
porta dove il tedesco si appoggiò cercando di buttar fuori il
capoccia che si attardava terrorizzato al camino. “Mi faccia
mettere le scarpe…” si raccomandò ingenuamente,
cercando di prolungare la vita con quel gesto banale e
ripetuto. Non si rese conto che la vita era finita già.
Io vedevo le scarpe del soldato al di sotto della porta
consumata e sentivo i chiodi sotto le suole stridere sulla
pietra dell’impiantito.
Cerco quella pietra con gli occhi, l’anima ed il
cervello tesi a ricostruire quell’attimo, perché ancora oggi
dopo 60 anni, sembra impossibile, penso quasi che sia
un’invenzione mia, ed allora mi sarei portato dietro per
tutto questo tempo un’angoscia infinita per niente, solo per
una cosa immaginata e mai successa.
Guardo la cucina, i pochi muri rimasti e sembra
piccola …me la ricordavo grande con il camino in fondo e
quattro porte alle camere. Non esiste più il camino, non
esistono tracce di fumo e di fuoco, non riesco a ricollocare
le porte …e’ quasi tutto crollato.
Anche la camera sembra piccola….mi sembrava
intonacata all’ interno mentre ora le pietre sono nude.
Tornerò a Pietramala, ho vinto la prima paura ora
ci tornerò per capire meglio. Non so perché è importante,
non so che cosa cerco, vorrei mettere a fuoco certi momenti,
certi particolari che quella mattina non considerai. Presi
dalla
paura,
dal
desiderio
di
sopravvivenza,
moderatamente contenti per essere scampati ad una
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tragedia che allora neppure lontanamente potevamo
immaginare, non prestammo attenzione ai particolari di
quanto stava accadendo, guidati solo dal desiderio di
allontanarci da lì, come del resto eravamo abituati a fare da
un anno, dopo ogni evento violento, bombardamenti
sparatorie ed altro.
Ho paura di morire, una paura pazza che non mi
lascia mai, odio il mio declino, la pelle che si deteriora, i
muscoli che non rispondono più, le ossa che danno
misteriosi messaggi di dolore: non riesco a nascondere
queste situazioni, vorrei parlarne e poter almeno dire che
questo non è quanto mi aspettavo dalla vita, che ho sempre
programmato di porre subito termine a queste situazioni
quando si fossero presentate, per concludere la vita in una
fase ancora accettabile, ancora civile, quando non devi
vergognarti di come sei, quando la vista del tuo degrado
non disturba gli altri e te stesso.
Ma ora che ci sono dentro non ho il coraggio, so che
quello che la vita mi da è ancora tanto e non ho la forza
necessaria di rinunciare, chiudere qui la partita e via.
Se non avessi altro ho Marco, il miracolo della mia
vita, il mio equilibrio, la saggezza, la pazienza che io non ho
avuto.
Non riesco a distaccarmi , forse penso anche che non
posso lasciarlo così ora, quando ancora non siamo riusciti
ad identificare una strada accettabile per la sua vita, ma
forse è solo un ragionamento egoistico e sono io che ho
bisogno di lui, per le mie paure. Lo sento giustamente
deluso e amareggiato per mille motivi, non solo di carattere
familiare. Quando lo sento così non so che cosa dire, mi
sento mortificato e inadeguato, mi sento solo un peso inutile
e penso che probabilmente se fosse solo troverebbe meglio
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la sua strada, sfrutterebbe al meglio le possibilità che ha e
sono tante.
Sono andato liscio come l’olio fino ad un certo punto
della mia vita: sentimenti e stati d’animo da cristiano
timorato di Dio da una parte, la mia, e tutto il resto
dall’altra, dalla parte di quelli nati incazzati neri, vuoti e
vagabondi iracondi per istinto e professione. Poi invece un
bel giorno ho capito che qualcosa era cambiato, ho
cominciato a guardarmi intorno con sospetto, ho
cominciato a provar fastidio: ho capito che un sacco di cose
che da tempo non facevo più perché non mi interessavano,
dicevo, in realtà non mi appartenevano più, non mi erano
più concesse, non erano più nella mia disponibilità, come si
dice.
E’ iniziato un periodo duro, denso di equivoci, un
periodo durante il quale non sono più stato capace di capire
dove finivano le rinunce volontarie e iniziavano le rinunce
forzate.
Certe cose non le capisci in un attimo, specialmente
quando fin da piccolo sei stato imbottito ben bene di regole
ben precise, di luoghi comuni.
Non si guarda nel piatto degli altri; mi dicevano a
tavola ancora prima che io l’avessi fatto e anche quando
non mi passava proprio per la testa. Io non capivo perché
non si poteva guardare quel benedetto piatto anche se a
volte la tentazione di vedere come si erano serviti gli altri,
in vero, c’era. Diavolo non si guarda nel piatto degli altri se
chi ha fatto le parti si è comportato bene, ma se qualcuno
ha fatto la parte del leone allora io sono autorizzato anche a
guardare e cercar di capire.
Io non ho mai invidiato nessuno, sentenziava un
amico mio, quando parlavamo del degrado dei tempi e dei
dipendenti che volevano farsi la casa e la macchina.
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Io personalmente sono andato sempre avanti con il
mio: mi bastava e mi avanzava e quindi mai mi son trovato
a sperar di mettere le mani su qualcosa che non mi
apparteneva.
Le donne naturalmente facevano eccezione: non si
può parlar di possesso quando c’è di mezzo un’anima
gentile e delicata come una donna. Per quelle quindi
chiudevo un occhio e se il destino voleva che…bene allora
non ti puoi tirare indietro. Mi dicevo che chi ha una cosa
gentile e preziosa ha il dovere di conservarla con
attenzione. “Le donne sono come i fiori”, dicevo, “le devi
annaffiare tutti i giorni se no si seccano…e qualcuno poi te
le consola...”
Accadeva che a volte consolavano anche le mie,
m’ero scordato di annaffiarle ogni giorno come dovuto, e le
donne non perdonano, si amano e si rispettano da sole fino
al punto di offrirsi come in sacrificio estremo al primo
venuto, perché solo la vendetta può attenuare la loro
delusione quando tu le trascuri.
Le macchine le compravo, per telefono senza
neanche scomodarmi per andare a vederle, il mondo lo
giravo in lungo e in largo quando gli altri se ne dovevano
stare buoni e rintanati nel buio della provincia italiana ed
al massimo si permettevano una gita in pullman dalla
mattina alla sera: Roma andata e ritorno tra panini e canti
corali.
Erano forse gli anni ’80 quando lavoravo per questo
o per quello come un mercenario ben pagato, libero
dall’azienda mia e da qualsiasi pregiudizio. Con un dollaro
arrotolato e due strisce buttavo al vento tutte le paure, mi
invidiavano, lo so , mi ammiravano per quella mia libertà
sfacciata e a loro sconosciuta, a volte sentivo che avevano
quasi paura, certo imbarazzo e disagio; mi odiavano alla
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fine, lo sentivo; poi, in ultimo, quasi sempre lo
dimostravano.
Erano lì in tre con quell’impiegata serva e
ammuffita che controvoglia li sopportava, quando i signori
Montano mi lessero l’avviso di cessazione di lavoro;
sembrava una fucilazione di un povero scemo, una scena
tragicomica inadeguata, sproporzionata.
Ma ora li capisco, capisco anche tanti altri, avevano
covato per anni delusioni e mortificazioni, noia,
fastidio…invidia.
Io non l’avevo mai né provata né pensata. Mia
nonna diceva: io non ho bisogno di nessuno. Quella
decisione, quella sicurezza mi è rimasta dentro da sempre e
mi ha fatto forte, ma purtroppo anche arrogante e
imprudente.
“Se dovessi leggere un libro…me lo scriverei da
solo” dicevo, gli altri intorno si infastidivano pensando che
probabilmente sarei anche stato capace di farlo.
Mi invidiavano??? Non lo so, loro avevano tutto
quello che a me non interessava ma che con cura, pazienza
e spilorceria erano riusciti ad accumulare e metter via. La
loro vita sapeva di naftalina, le loro battute le sapevo a
mente per averle sentite da sempre, dette e ripetute da tutti
coloro che temevano di doversi inventare qualcosa. I loro
golfini con lo scollo a V erano al sicuro dalla tarme, i loro
cervelli blindati contro ogni possibilità di sogni o di
fantasie.
Io andavo giù a rotta di collo, senza paure né tabù.
Poi un giorno senti che qualcosa è cambiato:
invidioso io??? Ma neanche per sogno, io non ho bisogno di
nessuno: lascio, regalo, brucio e butto via, distruggo quello
che ho fatto perché la paura, davvero, non mi appartiene.
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Hai voglia a fare il gradasso, a far finta di niente, a
ridere di tutto e smitizzare ciò che ti serve. Quando le
rinunce cominciano a fiaccarti l’anima e la fantasia, allora
giustamente reagisci, devi reagire e vai a rispolverare, fra
tutti quei moti dell‘anima che avevi accantonati, uno
almeno che ti aiuti a stare a galla.
Erano lì come imbecilli a leggerti diffide e minacce,
li guardavo con pietosa comprensione quando mi
spiegavano come occorre comportarsi fra persone dabbene,
mi sembravano inadeguati ed erano arroganti: avevano nel
piatto il pezzo più grosso e sentenziavano: “non si guarda
nel piatto degli altri”.
L’ho capito tardi che quella è una storiella inventata
da quelli che hanno l’abitudine di farsi il pezzo più grosso,
di viver di privilegi, che non vogliono che tu faccia
confronti perché hanno stabilito che loro sono quelli che
sono nel giusto, che quello che si sono presi gli spetta di
diritto e che ti devi accontentare perché “qui non c’è trippa
per gatti”, come diceva la sora Giannina e qualcuno i
sacrifici li deve pur fare.
I sacrifici sono materia delicata, li devon fare quelli
che ci sono abituati, che sanno come si fa, che non hanno
problemi a lavorar duro, spezzarsi la schiena, che sanno far
le rinunce e tirar la cinghia.
Non puoi chiedere queste cose a quelli che certe cose
non le hanno mai fatte, che sono abituati ai diritti ed i
doveri eventualmente, se proprio ne dobbiamo parlare, li
lasciano volentieri agli altri.
C’ho creduto fin da piccolo e anche dopo, non me ne
fregava niente di guardare nel piatto del vicino…ma
quando hai fame poi non solo ci guardi ma ti incazzi anche
perché io il mio piatto l’ho sempre diviso con tutti, era lì e
se qualcuno ci tuffava dentro era ben venuto.
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Ho preso la patente nel ’50 circa quando non
c’erano scuole guida, né macchine in casa , ne qualcuno che
ti potesse insegnare. Mi trovavo spesso a guardare i piedi di
qualcuno che, sapevo, guidava. Mi chiedevo: possibile che
con quei due piedi li, neanche tanto belli e calzati anche in
due scarpacce da gettare, possa guidare una macchina????
Provavo fastidio, incredulità…invidia??? Forse! Poi mi
insegnò Mario, l’autista della Misericordia, uno dei pochi
autisti in circolazione, gentile e garbato. Avevo pensato
tante volte a guidare, la sera a letto, avevo tante volte
cambiato, prima, seconda, terza con la doppia debraiata
come richiedevano i cambi non sincronizzati, l’avevo fatto
tante volte che la prima volta con Mario guidai Arezzo
Montevarchi senza problemi.
Finì il fastidio, finì l’invidia per quei piedi brutti e
inadeguati e per anni non me ne curai più. Quella era la
sola cosa che temevo di non poter risolvere da solo, bastò
poco: la gentilezza di Mario, l’autista della Misericordia, un
paio di giornate e non ci furono più problemi.
Volevo scrivere dell’invidia, questo sentimento che
ho sempre ritenuto un sentimento negativo, una anomalia
dell’animo umano. Ora so che non è così, ora so che è una
reazione inevitabile, assolutamente naturale, direi salutare
per la sopravvivenza.
Quando sei sopraffatto dalle rinunce, quando tutti i
pirla del mondo ti girano sotto il naso facendo la bella vita
senza mai aver il tempo per lavorare, allora l’invidia è
l’unica reazione possibile, logica, salutare.
A volte penso che forse non sono invidioso per me:
guardo Marco rinunciare a tutto stanco per un lavoro
senza gratificazioni, innamorato della sua macchinetta
scassata , battuta, vecchia utilizzata da tutti indecentemente
anche perché in fondo è l’unica macchina marciante
22
veramente che abbiamo. Lo guardo e mi rivedo quando mi
infilavo nell’accellerato per Firenze sapendo già che sarei
arrivato tardi alle lezioni e che comunque non avevo
proprio ne la forza né l’umore giusto per seguirle. In treno
l’odore forte del sudore e del fumo di sigarette da due soldi,
si mescolava al caldo acido dei termosifoni a vapore. Sotto
il sedile di legno, bruciavano da farti venire le emorroidi. Io
mi rintanavo dietro il cappotto puzzolente di treno dopo
averlo attaccato al gancio sopra il mio sedile. Non volevo
vedere quella gente che sapeva e parlava di miseria, non
potevo pensare che sarei cresciuto e rimasto prigioniero di
quella trappola. Dietro il mio cappotto, sognavo qualcosa di
diverso, provavo la doppia debraiata e sapevo o meglio
speravo che un giorno le cose sarebbero state diverse. Una
cosa sola sapevo bene: non sarei mai stato un medico.
Arrivavo di corsa in via degli Alfani, alla lezione di
Anatomia. La grande aula, un antico ed imponente
emiciclo, era già piena. Nelle prime file quelli che sarebbero
stati medici, quelli attenti, paffuti e coccolati, i figli di papà
che studiavano “con profitto”, nelle file alte dove non si
capiva niente quelli come me, capitati lì per caso o per
forza, comunque senza convinzione, certi che non
sarebbero mai arrivati in fondo ma non abbastanza
coraggiosi da dirlo forte. Nei corridoi e per le scale gli altri,
quelli che rifiutavano proprio, quelli che vivevano, che
parlavano di donne e di divertimenti e che in attesa del
possibile appello facevano i piani per la serata. Io mi
rodevo l’anima per quel tempo buttato via, invidiavo i figli
di papà seduti nelle prime file, avrei voluto anch’io studiare
“con profitto” ma ormai avevo perso il treno, come si dice,
avevo perso l’aggancio con quel mondo. I figli di papà ci
guardavano leggendo nelle nostre facce già la fine della
storia e ricordo bene che tanta era la distanza che mai ebbi
23
occasione di scambiar parola con uno di loro. Avevo anche
avuto dall’Aglietti alcune ossa di un tedesco morto durante
la guerra, su per la salita di Campriano. Quando potevo mi
mettevo lì con i miei libri di anatomia tutti segnati con la
matita rossa e blu, e cercavo di raccordare le descrizioni a
quei poveri resti. Avevo per la verità anche acquistato da
Dante un occhio ed un cervello. In un grande vaso, sotto
formalina, li tenevo lì sopra la piccola scrivania che avevo
in camera. L’occhio mi guardava come un peperone ripieno
ed il mio pensiero volava lontano pensando che doveva pur
esserci una soluzione diversa a tutto quel patire.
Dante era il custode della sala di anatomia. Tirava
su i cadaveri verdi e puzzolenti che con un marchingegno
Leonardesco: venivano calati in cantina per una miglior
conservazione. Quando avevamo l’esercitazione di
dissezione, faceva i cadaveri a pezzi e ne metteva un pezzo
sopra ogni tavolo. Una mano, un’articolazione dell’anca,
una testa etc.
Facevamo i nostri esercizi senza capir bene che cosa
dovevamo cercare tra carne puzzolente ed ossa ingiallite. A
fine esercitazione i figli di papà si stringevano attorno
all’assistente per glorificare ciò che avevano fatto,
avanzavano dubbi e domande per dar ancora maggior
risalto alla loro sete di sapere.
Io pensavo all’accellerato che dovevo prendere per
tornare ad Arezzo, lieto di aver finito, di non aver
praticamente neppure iniziato, felice del fatto che
l’assistente non vedeva l’ora di andarsene e non cercava
altri discepoli da illuminare.
Gli altri, quelli delle scale e dei corridoi, quelli che la
vita se la giocavano tra carte, puttane e cinema,
approfittavano per infilarsi in tasca qualche pezzo di
defunto. La mano era la più ricercata: quale scherzo
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migliore di quello di dar la mano a qualcuno e poi
lasciargliela letteralmente in mano???
A lezione finita Dante raccattava tutto: carte,
pacchetti di sigarette vuoti, segatura, e con i poveri resti
tagliuzzati e irriconoscibili, buttava tutto in una cassetta di
legno affinché il morto avesse finalmente “degna
sepoltura”.
Prima
però
tirava
su
qualche
reperto
commercialmente interessante e lo metteva in vasi di vetro,
sotto formalina per poterli poi vendere agli studenti.
Il suo gabbiotto sembrava il negozietto di un
pizzicarolo, con tutti i vasi allineati e pieni di queste cose
pallide e giallicce, galleggianti nella formalina. Teneva
famiglia il Dante, un omone alto due metri con una
gabbanella bianca sempre sporca di sangue, e per quella
famiglia anche lui si dava da fare, a modo suo facendo
tesoro di quello che la situazione gli aveva messo a
disposizione.
Io tornavo alla stazione passando da San Lorenzo.
Con quelle 3 lire con le quali avrei dovuto prendere
l’autobus per Arcetri, compravo fichi secchi. Dopo un
attenta ricerca avevo stabilito che quei fichi erano la cosa
più economica da mangiare, anche perchè mi saziavano,
anzi, mi stuccavano velocemente. Mangiavo fichi mentre mi
avviavo per via Nazionale sempre con il chiodo fisso di
quella università che non riuscivo ad agganciare, la
famiglia ad Arezzo che viveva momenti duri ed il chiodo
fisso ossessionante della certezza che una via di uscita
doveva pur esserci ma che io non riuscivo a vedere.
Ad Arezzo consumavo il resto della giornata al
“laboratorio”. Via Tolletta… un laboratorio da
odontotecnico, due stanzette al primo piano, odore di
alcool, gesso e caucciù.
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Bene o male era l’unica pausa con un po’ di respiro.
Brunello arrivava puntuale ogni mattina e in piedi fermo
come una sentinella mi faceva compagnia mentre al
banchetto modellavo ponti e dentiere. Battevo le capsule
d’acciaio, raramente d’oro. Venivano i contadini dalla
campagna a farsi rifare i denti dal babbo. Odontotecnico
per tradizione di famiglia era nello stesso tempo dentista
abusivo come del resto tutti nella nostra famiglia. Erano del
resto passate poche diecine di anni da quando il lavoro di
dentista veniva svolto da barbieri di paese o da
improvvisati “maestri” nei mercati.
Mio padre strappava denti grossi come colonnini
stradali a certi omoni forti e doloranti che emettevano dei
muggiti simili a quelli dei vitelli al macello. Sputavano
sangue nel secchio che a volte, a riprova del malfatto, i
questurini venivano a sequestrare. L’anestesia non esisteva
ancora e comunque mio padre un po’ per necessità, un po’
per principio tendeva ad eliminare tutte quelle spese che
riteneva inutili.
Io lavoravo al banchetto, che era stato di mio nonno
Adolfo, un banchetto simile a quello degli orefici, con il
cassetto per la limatura dell’oro foderato di lamiera
zingata. Per la verità di oro ne lavoravamo poco da quando
era stato introdotto l’uso dell’acciaio. Si vedevano bocche
scintillanti come manubri di bicicletta e l’oro era stato
presto dimenticato. A volte arrivavano donnine dalla
campagna con qualche catenina, una medaglietta e un
anellino. Mio padre valutava il tutto, cominciava a parlare
di “calo” inevitabile durante la lavorazione e cercava di
realizzare il lavoro con il minor sciupo di metallo possibile.
Il resto era una manna per le sempre presenti necessità
familiari. Di seguito a via Tolletta, in via de’ Cenci
all’ultimo piano dentro un cortile degradato abitava e
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lavorava come odontotecnico l’Agnolucci., un bravuomo
consumato dalla miseria e dalle privazioni. Una volta pensò
che l’ottone se ben lucidato poteva fare in bocca la figura
dell’oro. Utilizzò catenine e medagliette per dare un attimo
di respiro a quelli di casa e confezionò un bel completino in
ottone per il Cliente. Dopo una settimana questo si presentò
con la bocca verde rame ed un principio di avvelenamento.
Si pativa e si rideva su queste cose e sulle disgrazie
che quando erano tue ti stroncavano il cervello e quando
erano degli altri avevano sempre quello spunto di
tragicomico che aiutava a smitizzare tutto.
Le difficoltà erano però circoscritte alla tua persona,
a meno che uno non commettesse reati infami e di portata
penale, per il resto miseria, mancanza di quattrini e
disoccupazione erano attributi naturali di tanta gente per
bene; nessuno ci faceva caso, il disagio era tuo, restava
circoscritto nell’ambito di giornate difficili e notti al freddo.
Non esistevano come ora, uffici addetti né
organizzazioni burocratiche incaricate di perseguire la tua
miseria. In un tempo in cui la miseria era generale, non era
né vergogna né tanto meno reato. Quando non avevi una
lira ti si vedeva anche dalla faccia e non lo stato non ti
obbligava a dimostrare con fogli e documenti che eri una
schifezza di individuo: lo dava per accertato e ti lasciava in
pace.
Ogni tanto si rimediava qualche spicciolo e allora
Franco, il ragazzo di bottega, correva complice e felice a
comprare bomboloni caldi per tutti e per un attimo ci
sentivamo bene, gratificati e appagati quasi come quelli che
stavano bene.
L’inverno faceva un freddo boia appena attutito
quando, per scaldare i cilindri per le fusioni in acciaio, si
facevano grandi barche di carbone. Il cilindro diventava
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prima rosso e poi quasi bianco. Era pronto quando i canali
di colata erano completamente bianchi all’interno. Una
volta per poco l’anidride carbonica non ci ha fulminati tutti
tre e a fatica, con la vista che si andava annebbiando sono
arrivato lentamente ad aprire la finestra.
Sotto al laboratorio, il magazzino del Ficai era pieno
di stracci vecchi e pelli di coniglio. In estate il babbo
stendeva un asciugamano sul davanzale della finestra e da
dietro le persiane socchiuse studiava i movimenti delle
persone da via Tolletta a Piazza della Posta. Proprio
davanti un po’ sulla sinistra un vecchio biciclettaio
accomodava come poteva i primi motorini. I primi Ducati
montavano un motore a 4 tempi su tradizionali telai da
bicicletta. Non passava tanto tempo che il telaio andava in
pezzi sotto il martellare del 4 tempi.
Sopra il biciclettaio al primo piano avevamo abitato
per alcuni anni quando ero ancora ragazzo.
Dalle finestre di dietro si vedeva la tettoia di una
vecchia trattoria che apriva le porte in via Garibaldi,
frequentata da mercanti e mediatori; discutevano di affari
e di mercati tra un litro di vino e qualche salsiccia con i
fagioli.
Le finestre davanti davano su via Tolletta, proprio
di fronte all’orto del Brillandi e sullo sfondo a 100, 200
metri in linea d’aria il dietro della Chiesa di san Francesco
con il campanile in bella vista, l’abside tagliato dalle
variopinte vetrate e la ficaia del Brillandi a far da cornice,
in basso, a tutto quel ben di Dio.
Avevamo un grande salotto in quella casa, con due
grandi divani messi ad angolo a nascondere i sacchi di
fagioli e di ceci che la nonna Giannina ci faceva avere dai
poderi di Maccagnolo. La prima stanza vicina alla porta
d’ingresso era stata affittata ad un “pensionante” il
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Ragioniere, un tipo pallido e avvilito che credo lavorasse in
qualche banca, lontano da casa e da ogni affetto. Mangiava
in camera sua quello che la mamma riusciva a preparargli,
una pensione di riguardo e di miseria perché di lussi non ce
n’erano per nessuno. L’altra stanza che ricordo è l’ultima,
quella in fondo al corridoio, la camera da letto del babbo e
della mamma. Il babbo ci si addormentava fino a
mezzogiorno facendo finta di dimenticare che alle 8
avrebbe dovuto dare a mia madre le solite 10 lire per la
spesa del giorno.
Generalmente a quell’ora era tornato da poco dal
Circolo Artistico dove per tutta la notte con altri disperati
come lui cercava di arraffare quel qualcosa che gli avrebbe
dato almeno una giornata di benessere. Se al mattino
veniva qualche contadino a domandare se il “signor
dottore” aveva accomodato la dentiera che senza non
poteva proprio mangiare, la mamma con molta decisione
spiegava loro che il signor dottore era a Firenze, per lavoro,
chiamato da un impegno urgente e che dovevano ritornare
per sapere quando la dentiera sarebbe stata pronta.
A me, per la verità, sembrava un pò strana quella
cosa: se il babbo era a letto perché diceva che era a
Firenze??? Mi dava un certo disagio, ma se mia madre
diceva così capivo che era la soluzione più giusta, capivo
meno mio padre che avrebbe potuto alzarsi e risolvere il
problema di quel disgraziato che proprio non poteva
mangiare. Questo poi è stato sempre il mio limite, perché
nella vita non è vero che le cose più logiche sono quelle
valide, quelle da fare: si trovano meglio quelli che si
negano, che rimandano, che non ci sono quando ci
dovrebbero essere perché tutti possiamo avere impegni
importanti e ce li hanno specialmente quelli che non fanno
mai niente.
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Per la verità qualche volta succedeva che la sorte
fosse benigna anche con mio padre ed allora tornando a
casa depositava sulla consolle dell’ingresso torroni e baci
Perugina, tavolette di cioccolato ed altro. La mamma
approfittava subito, il giorno dopo a pranzo, per parlare di
calzini, di mutande e di lenzuola alle quali aveva già “fatto
Gesù” ma che ora proprio non ne potevano più. Il babbo si
spazientiva subito e si infastidiva anche un po’ a sentir
parlare di tutte quelle voglie che proprio non capiva, fedele
al suo principio che i soldi quando c’erano servivano per
godersi la vita e non per le cose di normale
amministrazione.
Un giorno il campanello della camera del Ragioniere
suonò con particolare vigore verso l’ora di cena, insistente,
troppo insistente per promettere qualcosa di buono.
La mamma si precipitò, chiamò, ci affacciammo
tutti con discrezione alla porta: il Ragioniere, più bianco
che mai, giaceva di fianco sul lettino sopra la coperta a
fiori, in terra a fianco del letto come un tappeto strano e
ribollente si stendeva una grande pozza di sangue. L’ulcera
del Ragioniere non aveva retto a soffritti e malinconie ed
aveva ceduto. Il Ragioniere ci guardava con aria stupita e
terrorizzata insieme. Io non avevo mai visto nulla del
genere nella mia vita, non sapevo neanche come una cosa
del genere poteva succedere. Sapevo solo che vedevo ogni
mese un sacco di pezze di stoffa intrise di sangue fra i panni
che la lavandaia veniva a ritirare e che venivano buttati per
terra in mezzo al corridoio per poterli contare bene, uno ad
uno così che la mamma poteva fare un accurato elenco
mentre la lavandaia contava, ammazzettava e metteva tutto
in una balla.
Non ricordo come finì il Ragioniere, ricordo bene
però che l’importo che lui pagava per la pensione venne a
30
mancare aumentando drammaticamente le difficoltà
quotidiane di mia madre.
La mattina appena recuperate le famose 10 lire,
uscivamo per la spesa. In Piazza Sant’Agostino a due passi
da casa, ci incontravamo con la zia Vittorina che divideva
con mia madre tutte le difficoltà comuni a centinaia di
donne di casa, costrette a far quadrare i conti per
provvedere ai bisogni della famiglia rinnovando
quotidianamente il miracolo della moltiplicazione dei pani e
dei pesci.
Parlavano, la zia Vittorina e la Mamma, parlavano e
piangevano tra l’acquisto di una cavolella ed un etto di
acciughe.
A me sembrava strano che ogni mattina
l’operazione spesa dovesse essere accompagnata da quel
cerimoniale di sofferenza e di lamenti. In parte c’ero
abituato ma non potevo fare a meno di sentire un nodo di
angoscia , anch’io dentro, e non capivo che cosa era.
Tutta quella miseria e quel disagio avevano
comunque il loro lato positivo. Quando qualcosa di normale
accadeva era come veder spuntare l’alba radiosa e dorata,
era come se la vita ad un tratto si aprisse come uno scrigno
prezioso lasciando intravedere tutto quanto avevamo
invano sognato e che invece era possibile ed accadeva
proprio.
Un giorno vicino a Natale sentii dire che sarebbe
arrivato dall’America lo zio Pino. Io non sapevo neanche
che esistesse l’America e neppure lui, anche se qualche
volta avevo sentito fare il suo nome nelle chiacchiere in
occasione dei pranzi a cui, alla villa di Maccagnolo,
partecipavano tutti della famiglia secondo la ferrea regia
della Nonna Giannina.
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Venne lo zio Pino, alto come solo un americano
poteva essere anche se lui poi era di Patrignone vicino a
Quarata ed era andato in America solo nel ’20 quando i
fascisti mal sopportavano quei socialisti rompiscatole.
Discuteva con il babbo e lo prendeva in giro,
specialmente al sabato, quando il babbo si vestiva con la
montura nera e si metteva il cappello con la frangia e il
grande fascio argentato sul davanti. La mamma cercava di
smorzare cercando di difendere con pochi argomenti il
babbo, fiero e convinto per le sue adunate in federazione.
Lo zio Pino argomentava mescolando saggezza contadina a
democrazia americana e faceva battute cattive su fascisti e
Mussolini, e sulla voglia di lavorare del babbo.
Io provavo pena per il babbo che a volte sentivo in
difficoltà anche senza capir perché. Ho capito dopo che lui,
come succede, era partito male, aveva cominciato da una
situazione svantaggiata, figlio di un artigiano modesto era
destinato ad una vita modesta per sempre.
Lo zio Pino raccontava cose strane dell’America,
raccontava di case che aveva costruito da solo, di fabbriche
enormi, di lavori che rendevano soldi, dollari come lui li
chiamava, ed una natura generosa. Ci mostrava foto con
diecine di fagiani stesi a terra, cervi e caprioli, e raccontava
che nei boschi crescevano alberi di mele meravigliose e
asparagi grossi come un dito, e ci mostrava il suo pollice
che era grosso come il mio polso.
Noi ascoltavamo a bocca aperta increduli ma anche
ammirati per tante cose belle. Il babbo, quando ne
parlavamo a tavola la sera, diceva che il Pino era un
contadino venuto da Patrignone ed era fortunato che,
nonostante fosse rosso come un comunista, i fascisti lo
avevano lasciato andare via, ed era meglio per lui perché
alla Federazione di quelli lì ogni tanto ne portavano
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qualcuno e se capitavano tra le mani di quelli che conosceva
lui, un bel bicchiere di olio di ricino non glielo levava
nessuno.
Quando a Natale cominciai ad organizzarmi con la
mamma per tirar fuori le statuine per fare il presepio, lo zio
Pino volle stupire anche me e spiegò che mi avrebbe fatto
un Albero di Natale, così come si faceva ormai in ogni
angolo d’America, dove il Presepio neanche lo conoscevano.
Noi presi da questa insolita disputa internazionale
cercammo di fare ancora meglio il nostro solito Presepio. Il
maestro Giorni, che abitava al piano di sopra mi fece uno
sfondo a gessetti . Moschee e minareti, mercati e abitazioni
arabe dettero vita e maggior realismo alle mie storiche
statuine di gesso. Completò il tutto con un cielo di carta
trasparente blu intenso con tante stelle d’oro incollate
sopra. Un capolavoro che certo avrebbe sbalordito lo zio
Pino che intanto se n’era andato a Firenze per cercare
l’occorrente per il famoso albero.
Non sapevo che cosa aveva intenzione di fare ma
certo nulla avrebbe potuto uguagliare un presepe di quella
fatta, che il maestro aveva tanto magistralmente
realizzato...
Tornò lo zio Pino, e invece fece il miracolo assoluto,
una cosa talmente straordinaria che mai nessuno di noi
aveva visto né avrebbe potuto mai immaginare. Non
ricordo come, ma infilò in casa un abete tanto alto che una
buona parte della cima si piegava contro il soffitto. Poi
cominciò a tirar fuori dalle scatole che aveva riportate da
Firenze cose mai viste: stelle dorate, trombette, tamburi,
pigne e uccelli del paradiso, palle intere, lavorate a metà,
schiacciate, concave pieghettate, molti di questi capolavori
erano contornati e fasciati da filigrane di argento
lucentissimo, gli uccelli avevano code di fibre di vetro
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lunghe e flessibili come forse solo gli uccelli del paradiso
veri riescono ad avere.
Fra lo stupore ed i gridi di gioia generale, lo zio ci
spiegò come attaccare tutti quei ciondoli preziosi all’albero
che presto ne fu pieno come un albero incantato, miracolo
della natura. Poi tirò fuori lungi nastri lucenti, oro e
argento come neanche in chiesa neppure per San Donato o
la Madonna del Conforto se ne vedevano. Quando tutto fu
finito tirò fuori un puntale meraviglioso e per piazzarlo
sulla cima fu necessario svettare l’abete che era troppo
lungo e prendeva tutto il salotto da un divano all’altro
anche se questi erano stati accostati ancora di più alla
parete, sacchi dei fagioli permettendo.
Ma il miracolo americano non era ancora terminato:
da un’altra scatola lo zio Pino tirò fuori diecine di
portacandele in latta stagnata, con una molletta a pinza che
faceva da base, si piazzarono su tutti i rami e poi in ognuno
fu infilata una candela di colori diversi, attorcigliata e tutto
l’albero allora fu una grande monumento scintillante e
colorato, profumato di bosco e di cera tanto che sembrava
di essere in chiesa proprio davanti ad un miracolo. Quelli
sono i momenti di gioia assoluta che solo chi ha provato
miseria e privazioni può sentire veramente. Allora ti senti
alto e sai che dentro tutto quel grigio che ogni giorno ti ha
offuscato la vista, c’è anche una luce; come la vedi tu che
sei stato sempre al buio non la vede nessuno, stai bene, ti
senti grande, ti senti bene come dovrebbero stare quelli a
cui non manca niente e che invece spesso si annoiano e
lamentano perché fortunatamente la felicità non sta
nell’avere le cose sempre e per di più, ma nell’averle ogni
tanto, nel momento buono, quanto ti servono o ti
meravigliano e ti tirano fuori per un pò dalla nebbia.
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Un'altra volta, sempre in quel periodo, venne da
Firenze lo zio Adolfo, lo scapolo d’oro della famiglia, che di
soldi ne aveva tanti diceva il babbo, ma non ne voleva dare
a nessuno specialmente al babbo che li avrebbe apprezzati
molto per tentar la fortuna al Circolo Artistico e non ne
faceva mistero, dicendo che non era giusto comportarsi così
e via via brontolando tra un boccone e l’altro mentre mia
madre cercava di non contraddirlo ma neanche di
incoraggiarlo perché sapeva bene anche lei che quei soldi,
quando mai ce li avesse dati, anziché buttarli al Circolo
sarebbero stati una manna di Dio per la famiglia e
finalmente avrebbe fatto la spesa senza quell’ossessione
delle 10 lire ed il problema dei calzini, delle scarpe, perché i
ragazzi crescono e la roba “sfugge” e non ci puoi far niente.
Venne, dicevo, lo zio Adolfo e mi portò fuori. La mamma
mi mise un vestito da ometto che la sua sarta di fiducia
aveva ricavato con maestria da una vecchia giacca del
babbo.
Con un taglio che “neanche si vedeva” ed una giunta
fatta bene era venuto fuori un piccolo miracolo, che mia
madre mi metteva con grande orgoglio e che io dovevo
portare tutto impettito e dritto come fossi stato di legno,
perché m’avevano detto che vestire me era un piacere
perché i vestiti li sapevo portare e non li sciupavo mai. Io
non potevo deludere tanta attesa e tali convinzioni e me ne
stavo dritto per la paura di sciupare tutto ed il timore che
qualche mia mossa inconsulta potesse mettere in evidenza
quella giunta che la sarta aveva fatto con tanta maestria.
Uscimmo con lo zio e mi portò al negozio dell’Unica,
un negozio di cioccolate che si trovava proprio a metà del
Corso principale. Appena entravi una gran profumo di
cioccolata ti portava lontano, in un mondo da fiaba ed il
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negozio stesso, compresi mobili e commessi, sembrava fatto
completamente di cioccolata profumata.
Sugli scaffali, sopra i mobili preziosi, montagne di
cioccolatini incartati con stagnole brillanti e colorate,
gianduiotti e baci di tutti i tipi, blocchi di cioccolata nera e
dolcissime tavolette di quella chiara, al latte come piaceva a
me. E poi uova di Pasqua di tutti i tipi, incartate con
fazzoletti coloratissimi, scintillanti di cellofan e di stagnole.
Quelle che però mi piacevano di più erano quelle decorate
con figure e fiori di zucchero. Fra i delicati rami di pesco
mani miracolose avevano modellato con zucchero pecorine
da favola e galline paffute e soddisfatte contornate da
pulcini giallo oro con crestine rosse come ciliegie.
Tutta questa grazia di Dio era dominata da una fila
di uova poste nella sommità dello scaffale: dal primo ovetto
piccolo come quelli che avevo sempre avuti fra le mani, a
scalare si saliva uovo dopo uovo a misure sempre maggiori
fino ad arrivare al più grande che era posto al centro dello
scaffale ed era il concentrato di tutte le meraviglie
contenute nel negozio.
“…scegli quello che vuoi…” disse lo zio Adolfo e lo
disse sicuro e deciso tanto che io intesi “prendi pure quello
lassù, quello più grande di tutti…”: presi proprio quello,
tra i gridolini di approvazione della commessa e le
conferme dello zio che mi rassicuravano sulla scelta fatta.
Dentro, per sorpresa c’era un vaso da fiori in
ceramica grande come un comodino, non era proprio la
sorpresa che avrei preferito ma ero già volato alto in
Paradiso per l’uovo, il più grande di tutti e tutto il resto
non ebbe più valore perché ebbi netta la sensazione che
quella sarebbe una cosa che avrei ricordato per tutta la
vita.
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Puoi stare una vita a desiderar qualcosa, puoi tirar la
cinghia e rinunciare a tutto quando proprio lo devi fare, ma
poi quando è il tuo momento devi avere il meglio, l’uovo più
grande, quello posto sulla sommità di tutto e non ti puoi
accontentare delle mezze misure, perché quelle vanno bene
per quelli che galleggiano sempre, che la sofferenza non
sanno neppure cosa è perché di continuo armeggiano per la
sopravvivenza pura e non vogliono guardar lontano, per la
paura di soffrire le rinunce.
Facevo le elementari in piazza Sant’Agostino ed
avevo un maestro scemo come un ciuco. Si mise in fondo
alla classe, una mattina e disse: “Ora vi faccio vedere come
cammina Mussolini" e con quattro passi "romani" alzando
la gamba più che poteva, tutto impettito arrivò fino alla
cattedra. Io mi misi a ridere perché non avevo capito che
era una cosa seria e pensavo che ridere era naturale.
Venne al mio banco mi prese per i capelli e mi alzò da
terra, incazzato nero e quella volta capii che non si può
scherzare con quelli che credono a qualcosa con fanatismo
in qualsiasi campo, politica, sport o religione; con i fanatici
non si scherza, o li prendi come sono o devi prenderli prima
te per i capelli e tenerli ben stretti perché sono pericolosi.
La mamma girando e rigirando vecchi cappotti o
sfruttando sapientemente gli scampoli che acquistava dal
Cecconi, quando usciva con il babbo era sempre elegante.
Queste uscite per la verità non erano frequenti, il
babbo aveva sempre da fare ed il suo posto preferito, per
gli incontri con gli amici, era l’albergo Savoia, in via Guido
Monaco dove Felice , il proprietario progettava e realizzava
con altri sfaccendati scherzi ed evasioni varie. Quando al
Politeama arrivava il varietà avanspettacolo, le ballerine
dormivano da Felice ed allora gli habitué erano tutti li a
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vedere, commentare, ammirare e probabilmente
concludere.
La mamma si agitava ma non affrontava mai il
problema apertamente, almeno per quanto potevo vedere
io. Quando andavamo a Maccagnolo dalla nonna Giannina
sentivo a volte i commenti maligni di qualche parente ma la
mamma difendeva sempre il babbo, anche contro ogni
evidenza e questo a me sembrava molto bello. Lui era molto
bravo a gratificarla al momento giusto e dopo averla fatta
piangere cento volte per quelle benedette 10 lire per la
spesa, un bel giorno la saliva sulla canna della bicicletta e la
portava da qualche parte facendosi vedere in giro il meno
possibile, mentre mia madre sfoderava tutte le sue astuzie
femminili per apparire, per far vedere da tutti che il suo
Mario, Nanni come lo chiamava lei, la portava fuori, a
dispetto di tutti, perché “la moglie è sempre la moglie” e le
altre vanno e vengono ma non lasciano traccia.
Il babbo tornava tardi la notte dal Circolo Artistico
e a volte lo vedevo tornare quando io al mattino stavo
andando a scuola. Durante i pranzi alla Villa qualche
parente velenoso non mancava mai di far battute su questo
fatto, la mamma cercava di intervenire al solito, in favore
del babbo che per tagliar corto sentenziava: “meglio tornar
la mattina presto che la sera tardi” e tutto si concludeva tra
sorrisi sforzati e battutine al vetriolo.
Avevo cominciato a parlar di invidia e poi mi son
lasciato andare dietro i ricordi. Non ricordo grandi invidie
a quel tempo. Tutti vivevano la loro condizione; e per la
verità c’era poco da invidiare perché allora erano poveri
anche i ricchi, e se è vero che tutti i soldi anche quelli dei
contadini li conservava la signora Giannina, è anche vero
che lei conservava anche i suoi perché a tavola si metteva
quello che c’era e si cercava di campare con quello che i
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campi davano, risparmiando e conservando due lire, non si
sa mai, per qualche evenienza se Dio ne guardi, ce n’era
bisogno.
Di macchine ce n’erano poche in giro, ce l’aveva il
dottore e pochi altri e a nessuno passava per la testa che
anche loro avrebbero potuto sedere dentro quel
monumento andando in giro….a far che??? Senza motivo
non ci si muoveva proprio, ed ognuno a casa sua, come si
conviene
alla
gente
dabbene.
A volte alla Villa a Maccagnolo veniva il
Magnanensi, un costruttore che si occupava dei lavori
quando ce n’era bisogno. Arrivava con una lunga Lancia
nera, con un muso lungo lungo, due grandi parafanghi e
dentro vicino alle portiere due vasetti di cristallo con dei
fiori veri.
Veniva e portava la “signorina Bebe” a fare una
girata con la macchina, tutti assistevano alla partenza con
grande emozione, domandandosi che cosa si poteva provare
a sedere dentro quel mostro di metallo, perché nessuno
c’era mai salito e non si sapeva neppure se mai lo
avrebbero potuto fare.
In campagna la casa ce l’avevano tutti: la padrona
nella villa ed i contadini nelle loro case, case che
sembravano nate e cresciute con loro, le stalle, le cantine, i
fienili, i granai i grandi camini dove si cuoceva per bestie e
per cristiani e in ultimo le camere piccole, con un letto di
ferro ed un lavabo con la catinella e la brocca, sopra la
testa ganci e fili per attaccare tabacco e granturco che si
doveva seccare bene, senza prendere l’umido.
Quelli che non avevan casa erano i “pigionali”,
maledizione delle campagne, ladri di erba per i conigli e di
tutto quello che non riuscivano a procurarsi se non
rubando .
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Gli uomini bestemmiavano e mugugnavano quando
li vedevano e si incazzavano anche quando venivano al
pozzo a prendere l’acqua che invece serviva per le bestie e
che non si sapeva mai bene se sarebbe bastata o no.
C’era insofferenza, rifiuto di vivere a stretto
contatto con gente che non apparteneva al sistema, ma non
c’era invidia. Chi aveva lo aveva fatto lavorando o per
antiche proprietà che nessuno poteva in qualche modo
mettere in dubbio e che anzi erano vanto di tutti perché
davano un senso al loro ambiente, perché così si capiva
meglio chi era il padrone e chi il contadino, chi il servo e chi
il fattore, ed ognuno stava bene nella sua parte, ognuno
giustificava e spiegava l’altro completandosi a vicenda
senza contraddirsi. Il pigionale no, era un’anomalia del
sistema, erano operai o manovali che nessuno voleva.
Giravano intorno alle aie quando c’era la battitura
sperando di poter partecipare al lavoro per potersi poi
sedere a tavola assieme a tutti e mangiarsi un bel pezzo di
ocio che il profumo si sentiva arrivare dal forno fin dalla
mattina .
I contadini li vedevano girare attorno come
cornacchie in attesa della preda e brontolavano e
mugugnavano perché di uomini ce n’erano già abbastanza,
dato che fra i contadini si scontavano le “opere” e quindi
bastavano senza dover dare anche mangiare a quegli
sfaccendati.
Le donne chiudevano un occhio e dicevano che “un
boccone nei giorni benedetti dal Signore non si nega a
nessuno” e li mettevano a tavola liete di far sentire a tutto il
paese come avevano arrostito le nane col finocchio e l’ocio
al forno.
Senza tante storie c’erano regole per tutti ed i vecchi
le ripetevano continuamente con proverbi, come litanie,
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ripetuti all’infinito fino a quando anche i giovani non li
avevano imparati bene e fatti propri.
L’invidia non esisteva, c’era poco da invidiare ed
ognuno faceva la sua parte senza mostrar troppo ne
offendere gli altri, perché ognuno aveva quello che era
naturale che avesse, secondo la sua posizione, secondo il suo
lavoro e non lo mostrava in giro anche perché il lavoro ti
dava di che vivere, e non c’era verso di fare il gradasso, non
si era ancora imparata l’arte villana di buttarti in faccia
quello che non dovresti avere.
Ho ripercorso anni, decenni passati e di questa
invidia non trovo traccia, non la ricordo, non ricordo
neppure di averla subita. Quello che avevi te l’eri
guadagnato con fatica e non ti veniva mai l’idea di farne
mostra.
Così ho concluso: l’invidia è una conquista del
nostro tempo, è la molla che muove e promuove gran parte
delle azioni umane oggi. Sgambetti, vigliaccate nel lavoro,
furti, rapine estorsioni, delitti assassini spesso sono frutto di
questo sentimento. Devi impossessarti di ciò che ti
sventolano sotto il naso a tutti i costi. Una volta si sapeva
come uno aveva fatto a comperarsi una macchina: aveva
lavorato bene, aveva fatto ciò che doveva , facevi altrettanto
e il risultato era lo stesso anche per te. Oggi ti arrivano con
una macchina che sembra un carro armato, e ti annunciano
candidi che vanno a fare l’ennesima vacanza e tu che li
conosci e sai che non hanno mai fatto niente, resti lì come
uno scemo ed hai voglia ad essere ben educato….ti
incazzi!!!
Sei lì che lavori 12 ore al giorno ed il cervello ti
sforna di continuo immagini di conti da pagare, bollette
scadute, banche in rosso e problemi di tasse. Non è che te li
ricordi e basta, no… li vedi e il tuo cervello li sfoglia di
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continuo come un libro che non ha fine. Cerchi di pensare
ad altro, agli amici…. quello è in vacanza, quell’altro va a
fare niente con uno stipendio da dio, quell’altro s’è
comprato una macchina come un aeroplano anzi no, tanto
che era lì … due, una anche per la moglie, perché così gli
hanno fatto lo sconto.
C’è quello che stressato dal lavoro che non va, dagli affari
che non girano, distrutto dai conti da pagare… cosa fa???
smette di lavorare, se ne va in vacanza, fa l’americano e tu
lì a saltar padelle e a pensare ai tuoi conti.
Sposto il pensiero cambio città e cerchia di
conoscenze, mi oriento sulla metropoli laboriosa. Ho un
mezzo fratello lì che da anni non ha lavoro, aveva attività di
import: tutto gli è crollato fra le mani e si è mangiato quelli
buoni che la mamma gli aveva lasciato. Ne ha provate di
tutte, anche di affari poco limpidi: un paio di giorni a San
Vittore, denunce, processi. Ora ha risolto: non fa niente,
abita sempre nello stesso appartamento, ha sempre la stessa
Mercedes meravigliosa, fa sempre le stesse vacanze. E’
cambiata una cosa sola: ora non fa niente.
Poi ci sono quelli che invece lavorano. Anch’io una
volta lavoravo: aprivo negozi e li vedevi, erano lì sulla
strada, riempivo vagoni, caricavo navi e vedevi tutto,
c’erano gli operai, un andirivieni di gente indaffarata,
camion che caricavano e scaricavano, tante facce
soddisfatte, alla sera, per aver fatto bene un lavoro. Oggi
anche lavorano, attività principale: il lamento. Il lavoro è
uno schifo, la ditta non va, quello (il capo) è un pazzo
scatenato, così andiamo tutti alla rovina. E intanto partono:
Dubai, Singapore, Londra o New York. Ti arrivano sms
terrificanti “ciao, sono sulla quinta a mangiare Sushi, un
posto splendido!”
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Ciao, sono a farmi manicure, pedicure ed una sauna
con massaggi ad Hong Kong in un posto splendido a due
passi dall’albergo.
Io salto padelle e friggo straccetti. L’odore acre
dell’olio caldo m’entra nella pelle, nei capelli, nell’anima e
vorrei solo starmene tranquillo.
Ieri ero con Marco, nella sua Fiesta sbattuta e da
demolire che non riusciamo a cambiare. Ad un tratto si è
fatto buio, si è oscurato il cielo, siamo semplicemente
entrati nel cono d’ombra di una macchina-camion nera,
grande, enorme. Credo che chi ha girato Batman si sia fatto
sfuggire l’occasione di inserire nel film un aggeggio del
genere. Guardo bene, era una vecchia conoscenza, quello
che fa stracci da bambini a prezzi da collezionista e che dice
ha 120 negozi in Cina. Ma a chi, ai Cinesi vendi i tuoi
stracci con quei prezzi??? Affronto un’altra domanda e mi
incazzo perché ho solo tre fuochi e le cose da fare sarebbero
tante: un giorno o l’altro questa cucina dovrò cambiarla.
Suona il telefono, mi saluta un amico. Lavora in
banca, va ad ispezionare le filiali per vedere se tutto fila
liscio, se i Clienti sono soddisfatti ed i dipendenti fanno il
loro lavoro bene. Mi dice che i dipendenti fanno quello che
possono, spesso quello che vogliono, io per esperienza
diretta so che i Clienti sono tutti incazzati neri, lui mi
raccomanda di essere preciso con la banca: è un problema
di rating. Sembra una cosa pericolosa ma perde per me
ogni valore e lascia solo angoscia perché io i 3000 euro non
li ho e quindi…
E’il computer che decide…mi raccomando. Rimetto
il telefono a posto, mi si è bruciata la salsa, bestemmierei
anche ma non lo faccio più da quando ho capito che le
uniche persone su cui posso contare sono mia Madre ed il
Padreterno. Lo saluto educatamente, mi dice che parte, con
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il Suv stratosferico; deve fare una corsa in bicicletta e poi
deve andare in montagna. Ha comprato una casa, per
riposarsi ogni tanto, l’ha pagata poco ed è la cifra che, io
penso subito, mi farebbe morir tranquillo. Perche io morire
devo e non è giusto che anziché osservare per l’ultima volta
i miracoli della natura e dedicare la mia attenzione alle
persone care che devo lasciare e non rivedere, io dedichi il
mio tempo a spadellare e a raccogliere minacce e
mortificazioni.
Taglio l’erba, porto via un carico di spazzatura che
sembra di essere a Napoli. Ennesimo messaggio dall’amica
giornalista: “Parto da Shangai, vado a Dubai, viaggio di
notte, noia e stanchezza” Ma va affanculo stronza; mi si è
rotto un sacco, per risparmiare compro quelli più fini, su
dieci sacchi 3 si rompono e devo raccattare la spazzatura
con le mani. Odio il mondo, altro che invidia. Penso a
Marco: DEVO farcela, devo tirarlo fuori da questo
labirinto buio. Lo guardo e dentro mi vergogno per i miei
limiti, per tutto quello che deve sopportare. Mi stringe il
braccio per consolarmi, inventa una scusa, mi racconta una
balla, cerca di farmi coraggio e poi va via veloce prima che
io abbia il tempo di replicare e smontare tutta la sua
speranza.
Vanno a far volontariato in Africa questa manica di
stronzi, vanno a romper le palle ai quattro venti per
raccontare poi, per poter giocare ancora con la pelle degli
altri. Ne conosco un altro, fallito ripetutamente. Ora ha
riaperto un negozio ed un call center che sta nuovamente
chiudendo perché falliti, anche questi. E’ tornato ora dal
Sud America dove va a far beneficienza!!! Sono certo che
quando lo vedono arrivare si allarmano, si chiamano:
guarda è tornato quell’italiano che viene a far beneficienza,
se sta qui ancora due mesi come l’ultima volta ci mangia
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anche i risparmi. Io di questa beneficienza non ne posso
più!!!
Quando Aldo disse alla moglie che le aveva fatto uno
sgarro con una romena, lei gli rispose che erano problemi
suoi, prese la valigia e se ne andò. Credo quella valigia fosse
pronta da sempre sotto al letto, in attesa del momento
buono. Perché le donne hanno strategie di lungo periodo.
Fanno come i gatti che stanno immobili per ore sul pagliaio
in attesa che il topo passi di lì per prenderlo al volo e
piantargli i denti appuntiti dove capita, fino a strappargli la
vita. Le donne non hanno pietà, hanno l’accumulo della
noia e della rabbia incorporato, come i cammelli con il
grasso. Accumulano, stanno immobili come i gatti al
pagliaio e aspettano. Quando il momento buono passa da lì,
non se lo fanno scappare, e con il tuo dolore, con i tuoi
lamenti ed i giuramenti ci giocano bene perché devono
smaltire l’accumulo delle rabbie e delle delusioni e la loro
cattiveria è come l’antidoto per un veleno: l’annulla ma ci
vuole tempo, va iniettato piano piano a piccole dosi fino a
che tutto quanto si era stratificato nel loro animo, si
consuma, non esiste più, allora dimenticano e ci ridono
sopra.
Quando le cose vanno per le lunghe e proprio ad
accumular rabbia non ce la fanno più, si immolano
volentieri sull’ara dell’infedeltà. Il sacrificio supremo,
gettano il proprio corpo nel letto del primo venuto.
Guarda che cosa mi hai fatto fare!!! Mi guardava
con rabbia e anche un po’ di schifo la tedesca per spiegarmi
che mentre io ero a lavorare, delusa e offesa per la mia
assenza, s’era portata a letto un rappresentante, bruttino
con le mutande in mano come lo vidi io nascosto dietro la
porta. Ero partito da Arezzo come un ladro, Giulietta
Zagato, gomme che fischiavano, mi bevvi la vecchia statale
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Arezzo Firenze in un’ora e mezza, un record, roba da non
credere.
Quando arrivai a Novoli, quel casermone dove la
tedesca abitava a spese mie, mi sembrò il paradiso.
Pacchetto veloce di cornetti caldi al bar di sotto e poi
via su a piedi, 5 piani di scale, con il fiato in gola senza
risparmiarti perché curva dopo curva da Arezzo A Firenze
m’ero sognato quel momento ed ora finalmente ero lì ad un
passo dal sorprenderla, meravigliarla per quella visita
improvvisa dopo le lacrime e i pianti della sera prima in
Piazza Santa Maria Novella. Pioveva a dirotto e non
riuscivo a calmare la sua delusione, la disperazione, dovevo
andare e lei moriva…le mie offerte al rialzo, per calmare la
sua disperazione, non avevano raggiunto nessun effetto.
Avevamo raggiunto una specie di accordo unilaterale su di
una macchina nuova, nel senso che io avevo proposto,
promesso ma lei, spezzata in due e anche più, dal dolore
non aveva avuta la forza di accettare, anche se per la verità
non aveva rifiutato..
Me ne tornai ad Arezzo maledicendo la mia idiozia e
facendo un elenco implacabile di tutte le idiozie che avevo
commesso durante la mia vita ed in particolare durante
quei pochi mesi trascorsi da quando avevo fortunosamente
incontrato la “tedesca” al River Club e lei, non opponendo
rifiuto alcuno, alla mia illuminata decisione di strapparla
alla vita notturna per offrirle un avvenire meno
avventuroso ma certo più normale, aveva dato un taglio
netto alla sua carriera di “persona del mondo dello
spettacolo” per seguire docile le mie illuminate decisioni.
Via de’ Fossi ultimo piano, la signora??? non
ricordo il nome di quella dolce vecchietta che subaffittava
quell’appartamentino di due stanze; Astrid lo cercò e lo
trovò da se, io non ebbi altro impegno se non quello di
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pagare l’affitto e le varie bollette. Era la prima donna così
autonoma ed indipendente che incontravo lungo la mia
vita.
Perfino mia madre che ho sempre ritenuta la
DONNA per eccellenza, aspettava da mio padre decisioni e
direttive: è vero pensava e sapeva organizzare e provvedere
a tutti bisogni della famiglia, ma poi, anche se doveva
comprarsi un cappellino, aspettava paziente la disponibilità
di mio padre, cercava di convincerlo con appropriati
ragionamenti se necessari, senza mai però agire senza il suo
permesso.
Questa no, Astrid era una che quando mi presentava
il conto aveva già deciso e questa procedura per me insolita
mi faceva star bene, mi sentivo grande e sicuro; che
diavolo, uno come me che aveva fabbrica e negozi e che
sgobbava tutto il giorno come un pazzo per crescere e
costruire, che tutto il giorno doveva pensare e comandare,
decidere e farsi obbedire, che aveva diecine di persone in
attesa passiva di decisioni e di comandi, aveva ben diritto di
non doversi preoccupare anche delle necessità di una
giovane fanciulla che oltretutto aveva sacrificato il suo
radioso avvenire per allietare i suoi rari momenti di libertà.
Correvo come un pazzo, da un negozio ad un altro e
la mattina in fabbrica a vestir la tuta (numero 22) e giù a
verniciare e disegnare, e fotografare e spedire e pensare
come tirar su ancora più grande quella “Fulgenzi” che
miracolosamente mi era sbocciata tra le mani dopo tanta
miseria e tanti sacrifici; correvo e pensavo che ce l’avevo
fatta e che già era una gioia lavorare ripensando ai giorni
bui passati a cercar di capire che cosa avrei potuto fare
senza trovar soluzione, che era gioia impagabile veder tutta
quella gente indaffarata che le mie piccole invenzioni
riuscivano a mettere in moto, correvo e lavoravo,
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convincendo tutti che erano in grado di fare, che era
possibile fare che “TU FAI PARTE DEL NOME FULGENZI, IL
TUO LAVORO È VISTO E GIUDICATO IN TUTTO IL MONDO”
L’avevo scritto su tutti i muri del laboratorio, e non
era una balla, e nessuno pensava che lo fosse perché
vedevano le casse partire con quelle marche strane, quei
nomi di città lontane, di altri paesi di altre parti del mondo
che mai avremmo neppure pensato che esistevano
veramente.
In quella grande giostra, che diavolo, una donna che
non aspettasse le mie decisioni e sapesse da sola cosa doveva
almeno comprarsi, era la manna di Dio. La portavo in giro
con orgoglio, fiero di mostrare agli altri che non avevo solo
una macchina bella, un nome che funzionava e negozi e
gente che lavorava e mi obbediva, ma avevo anche una
donna capace di accudirsi da sola, pronta e disponibile
quando avevo qualche ora libera da quella giostra
miracolosa che avevo inventato e che riuscivo a far girare
come per magia.
“Fulgenzi vola in Australia” scrivevano nel giornale
e tutti mi guardavano come si guarda oggi un’astronauta
che va a vivere un’avventura bella, unica ma anche
talmente insolita che ti viene da farti il segno della croce e
raccomandarti a Dio.
Arrivò un operaio nell’ufficio al primo piano della
villa ormai ridotta dagli antichi allori, a quartier generale
della Fulgenzi e con voce che sollecitava adeguato
entusiasmo in risposta disse: “E’ arrivato Maurizio…”
Gli brillavano gli occhi e per sollecitare ancora di
più la mia attenzione: “ha portato la macchina nuova: il
Maserati”
Avevamo sofferto tanto tutti, era tanta la meraviglia
di quei momenti che quando riuscivamo a conquistare una
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cosa nuova la felicità era generale. Il Maserati che avevo
desiderato da tanto non era né mio né dell’ “Azienda”
(come si usa oggi), era di tutti era la nostra conquista, era la
conferma che avevamo lavorato bene e che appartenere al
gruppo Fulgenzi, significava far parte di un sogno che
appariva a tutti tanto insolito quanto impossibile e
meraviglioso insieme.
Traccheggiai con le carte sulla scrivania perché la
felicità che quella “cosa” aveva portato fosse in qualche
modo di tutti ed avevo quasi pudore nel mostrare troppo
entusiasmo, di far pesare che poi la “cosa” era e sarebbe
stata solo mia. Quando mi affacciai sulla scala che dava nel
piazzale, era lì: un Maserati dorato e scintillante che
Maurizio stava già illustrando agli operai che ammirati e
felici gli si erano fatti attorno.
Mi avvicinai e tutti si scansarono, volevano vedermi
felice, volevano vedere la felicità sulla mia faccia, perché
era la felicità di tutti e ad Arezzo nessuno c’aveva un
Maserati come quello, neppure la Gori e Zucchi che
lavorava l’oro e non la paglia come noi.
Il Maurizio, il Mao (come lo chiamavo io) il
Principe, come lo chiamava tutta Roma, illustrava a tutti le
bellezze di quella “cosa”.
Aprì la portiera e mi disse: “Vieni a veder qua,
guarda cosa c’è!”
Infilai la testa nel grande abitacolo guardando in
qua e in là alla ricerca di qualcosa che avevo capito doveva
stupirmi, e poi le vidi, appoggiate sul sedile di guida c’erano
le cinture, le cinture di sicurezza che mai avevo viste
montate su di un auto, le avevo sempre allacciate in aereo
quando me ne andavo a lavorare per il mondo, le avevo
raccontate a quelli che non avevano mai messo il naso fuori
da casa e volevano sapere che cosa succedeva lassù, dentro
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quegli aerei che passavano piccoli e appena visibili alti nel
cielo, lasciando dietro quelle buffe scie bianche , come
piccole nubi artificiali.
Le cinture furono la grande meraviglia e non
parlammo, né guardammo altro, una macchina con due
cinture come gli aeroplani non poteva che essere un sogno
in terra.
Con il Principe le strade erano fatte per “andare”, e
non perché fosse spericolato, ma quando guidava il
Principe capivi che macchina ed uomo erano una cosa sola
e non c’erano né imprevisti né pericoli, che la macchina era
tutto, che doveva stupire e farti sognare, che era musica
pura.
Al distributore aveva il suo rito da officiare.
Scendeva dall’auto come un marziano potrebbe uscire da
una astronave atterrata in aperta campagna. Quando l’
attenzione degli addetti era stata attivata a sufficienza,
cominciava il rito dei controlli, dei rifornimenti, delle
aggiustatine qua e là con quella attenzione e meticolosità
che solo le imprese eccezionali generalmente richiedono.
Dentro il cofano il Mao ci guardava da solo e ordinava, e
controllava e verificava che tutto fosse a puntino come lui
solo sapeva che doveva essere.
Quando volavo non ho mai visto neppure il mio
motorista preparar con tanta cura una macchina tant’è
vero che una volta mi dette l’aereo con così poca benzina
che dopo pochi minuti si fermò il motore e venni di sotto
come una pera cotta.
Al Principe questo non accadeva, quando tutti
controlli erano finiti saliva al posto di guida e via, sulle
strade lunghe o corte che fossero, nazionali o al di là dei
confini, senza fretta, con i tempi giusti come si conviene a
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chi è abituato a viaggiar davvero per vivere e non per fare
lo spaccone.
E il Principe la vita la conosceva bene ed è l’unica
persona che io ho conosciuto capace di vivere alla grande
per istinto, per predisposizione naturale, con quel fascino
che si imponeva e catturava l’attenzione del benzinaio come
dei maitre più smaliziati, usi a servir Agnelli o i principi
romani.
Era nato così l’appellativo “Principe” che tutti
pronunciavano senza esitazione, come una cosa dovuta,
scontata perché il Maurizio non era altro che un Principe
anche se non si era mai vantato di possedimenti o di averi
che non aveva.
Lui conosceva tutti i migliori locali nella Roma bene,
e in tutti i locali conoscevano lui ed il miglior tavolo era
sempre per il Principe: all’Elefante Bianco, così come al
Piccolo Mondo, al night così come negli alberghi del centro.
Il Principe mi fece aprire le porte dei locali più belli
di Roma, se io avevo il nome, lui aveva il fascino e l’arte di
attirare attenzione.
Ci sentivamo al centro del paradiso, felici in fondo di
poco e godevamo con gioia e discrezione di quel ben di Dio
che ne io né lui avremmo mai pensato di poter vivere.
C’era qualche donna ogni tanto a rallegrare le
nostre ore d’evasione ma soprattutto era la “vita” a farci
felici, felici di poco: io di essere Fulgenzi, lui di essere “il
Principe”, due situazioni tutte nostre che nessuno ci aveva
regalato, che nessuno poteva né uguagliare né invidiare
tanto erano personali ed uniche.
Era tanto l’amore che aveva per la vita che Maurizio
godeva anche per le gioie degli altri, come se fossero state
sue e ne era felice a tal punto da non sentire il disagio
quando a lui da quelle situazioni poteva derivare una
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momentanea difficoltà. Tutto si aggiusta e la soluzione si
trova sempre e quando qualcuno ha potuto godere di una
botta di vita, che diamine non ci si tira indietro e volentieri
si partecipa perché la gioia di un momento è la gioia di
tutti, anche di te che per quel momento devi pagar
qualcosa. Era così il Mao, sia che dovesse coprirti per una
momentanea fuga sia che dovesse soffrire qualche difficoltà
per aver aiutato se c’era l’occasione per una avventura
fuori programma.
Questo mi fu evidente quando il Mao, per risolvere
alcune e momentanee difficoltà decise di farsi
autonoleggiatore acquistando una nuova fiammante Alfa
Romeo.
Scatolone, marito della storica Mimmina, aveva
organizzato una delle sue solite botte di vita che
accumulavano in tempi ristrettissimi evasioni amorose e
visite rapidissime al Casino di Venezia dove la fortuna era,
secondo la filisofia di Scatolone, a portata di mano. Una
volta o l’altra avrebbe certamente colto la palla buona ed
avrebbe dimostrato alla Mimmina che non era quel
vagabondo, buonannulla come lei urlava ai quattro venti.
L’evento era talmente eccezionale che fu necessaria
la complicità del Mao. Quell’Alfa nuova fiammante era il
mezzo ed il complemento indispensabile, la ciliegina rossa
su di una avventura che si preannunciava clamorosa,
organizzata talmente bene che neppure la Mimmina,
sempre all’erta e sempre vigile, si sarebbe accorta di nulla.
L’entusiasmo tradì Scatolone che alla prima galleria
dopo Barberino tamponò e venne a sua volta tamponato.
Galleria completamente intasata, macchine distrutte,
Scatolone ricoverato in Ospedale, Alfa Romeo nuova
fiammante ridotta ad un rottame: il Principe valutò la
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situazione e come prima reazione ribattezzò la galleria nei
pressi di Roncobillaccio “Galleria Rachini".
Con la complicità degli infermieri che ben lo
conoscevano si piazzò vicino al letto di Scatolone, che tutto
ingessato narrava di continuo quanto era accaduto,
aggiungendo via via particolari che pur nella tragedia,
sollecitavano tutta la comprensione del Mao che aveva
perduta l’ Alfa ma che da uomo di mondo non poteva non
partecipare al fatto esprimendo al dolorante infortunato
tutta la sua vicinanza e comprensione.
Insieme ricordavano e valutavano le curve, il
terreno, la visibilità del luogo del disastro e insieme
concludevano sempre che la vita a volte ti tradisce ma che
ci sono momenti in cui l’avventura chiama e se uno è un
uomo come deve essere non si può tirar indietro, costi quel
che costi, e ti ricordi quella volta lì e quell’altra là…
Ma tra una chiacchiera, una rievocazione, una risata
ogni tanto Il Mao si ricordava che per quell’Alfa aveva
firmato un pacco di cambiali che lo stesso Scortecci, il
tabaccaio, quando gliele aveva vendute era rimasto
meravigliato non poco chiedendosi come e chi le avrebbe
mai pagate.
Sia il Mao che Scatolone sapevano bene che la
soluzione era una sola: convincere la Mimmina a pagare il
danno, anche se per il momento era indiavolata per aver
scoperto in modo tanto inatteso quanto drammatico
l’ennesima avventura di Scatolone.
Arrivava la Mimmina in ospedale durante le ore di
passo, il Maurizio si rintanava in un angolo della corsia e
cercava di incassare per quanto era possibile le invettive
che l’infuriata cominciava a vomitargli addosso non appena
metteva piede nella stanza, per aver, secondo lei, agevolato
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e coperto le scappatelle di quell’imbecille che era pur
sempre un padre di famiglia.
Scatolone cominciava ad emettere lamenti che
avrebbero intenerito anche un tedesco e pregava la
Mimmina che, essendo ormai lui in punto di morte, due
erano le cose da fare: perdonare lui per quella stupida
scappatella che mai avrebbe ripetuto anche se fosse rimasto
in vita, e poi saldare il conto al Maurizio perché le cambiali
scadevano e tutta l’attività dell’ autonoleggio era ferma
essendo l’Alfa l’unica componente del parco macchine.
La Mimmina urlava e strepitava dividendo in egual
misura offese e improperi al Maurizio che concorreva tanto
disinvoltamente ad alimentare vizi e scappatelle di mariti
infedeli e a Scatolone ricordandogli,come se non l’avesse
mai sentito dire, che era un vagabondo ed un incapace e che
solo grazie a lei lui si poteva permettere…e questo e quello
e giù con un elenco lungo e stuzzicante che attirava
l’attenzione di tutti quanti nel piano, infermieri e malati
potevano seguire la scena.
Comunque la Mimmina finito lo spettacolo, fedele al
suo principio che i soldi chi li ha li deve tenere ben stretti
perché tanto gli altri non li sanno usare, se ne andava a culo
torto come era venuta seguitando a imprecare e maledire i
due gaudenti fino alla grande scala.
Scatolone e Mao restavano silenziosi, anche i
lamenti di dolore ed i presagi di una fine imminente da
parte dell’infortunato, ora che non servivano più,
cessavano e ricominciava l’attesa che si sapeva lunga ma
certo coronata da felice conclusione, tante volte ormai
Scatolone aveva sperimentato tali evenienze.
Il Principe raccontava spesso questo fatto con gioia e
con partecipazione, eccitato dalla possibile avventura che
Scatolone aveva tanto maldestramente architettato e che
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certo sarebbe stata da ricordare se non fosse finita così
tragicamente. Mai in quell’evento lo sentii lamentare la
distruzione di tutto il suo “parco macchine”.
Ieri il Principe se n’è andato per sempre, me lo ha
detto un amico comune e non sapevamo che cosa dire
perché quando scompare una persona ogni cosa che dici è
inadeguata e stupida. La dici per riempire il vuoto che
senti, inutilmente perché il vuoto che lascia chi se ne va,
specialmente quando uno era Principe per disposizione
naturale, è enorme.
L’avevo incontrato per caso, forse cinque o sei anni
fa: era tornato normale, il Maurizio, oppresso
evidentemente da quella normalità, deluso, stanco.
L’avevo visto con piacere e l’avevo invitato a
ritrovarci stupidamente convinto che insieme avremmo
potuto parlare di quei tempi andati, rivivere per qualche
attimo le emozioni, rinverdire i ricordi…
Il Principe era stato più intelligente di me, lui sapeva
già che tutto quanto avevamo vissuto era inevitabilmente
sepolto sotto un monte di delusioni e di amarezze e che mai
avremmo potuto neppur lontanamente rivivere anche uno
solo di quegli attimi che erano sembrati tanto semplici,
tanto normali ed erano invece stati tanto straordinari.
Non l’ho quindi più visto il Principe, l’ho
ripetutamente chiamato e sollecitato ma lui si è sempre
discretamente negato con più obiettività di quanto io non
sapessi.
Ora che se n’è andato per sempre ho molto
ripensato a questo suo atteggiamento, a questo suo stato
d’animo e mi sono reso conto che tutto quanto abbiamo
avuto ora lo paghiamo a caro prezzo. Che ad ogni gioia , ad
ogni momento speciale passato, corrisponde ora una
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delusione, un qualcosa che ti manca e che non potrai più
avere ed il dolore è grande e non lo puoi spiegare.
Ho capito ora perché generalmente hanno una
vecchiaia se non migliore almeno più tranquilla, quelli che
hanno vissuto una vita piatta e “normale”.
Quando sei stato sopra le nuvole ed hai visto il cielo
azzurro profondo mal sopporti la nebbia di novembre,
quando sei stato Principe, ricordare, pensare, rivivere è
dolore puro e devi essere forte, ma la delusione ti consuma
e la nostalgia ti logora. Non so da quale malattia è stato
sconfitto il Principe, ma sono sicuro che questa è l’origine
certa e la causa principale .
Sono stato al cinema con Marco; o meglio Marco mi
ha portato al cinema, prima io portavo lui, ora lui porta
me, o almeno così io sento anche se lui, gentile e delicato
come è non me lo fa sentire. Probabilmente non sa quanto
io sto bene con lui, quanto è bella la sensazione che mi da
quel suo modo di guidarmi, di prendere le decisioni anche
piccole, anche per me. Stare con Marco, per me, è come
stare in casa, al riparo, quando fuori piove come ieri sera:
pioveva ed io stavo bene anche nella macchina del Napoli.
Seduto dietro in quel posto stretto e senza la possibilità di
avere uno sportello tuo come porta di fuga, stavo comunque
bene. I vetri appannati ed il Napoli che s’era bagnato per
andare a prendere la macchina al parcheggio, s’era
bagnato come quando eravamo ragazzi e quando pioveva
era solo un’occasione diversa e tornavamo a casa zuppi
come pulcini (diceva mia madre) e ti sentivi bene mentre la
mamma ti brontolava, ti stropicciava il viso e la testa con
un asciugamano e ti metteva dei vestiti asciutti. Ti
brontolava, fingendo di essere dura e arrabbiata ma tu
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stavi bene perchè sentivi che quello era tutto amore e c’era
chi si prendeva cura di te anche se tu eri sbadato.
Seduto vicino a me, al cinema, un tizio squallidino
con una biondina degna di lui, si è trangugiato una quantità
industriale di pop-corn. Non sapevo che il pop-corn avesse
quel cattivo odore ed ho sofferto fino a quando non ha
appollottolato il sacchetto ormai vuoto.
Mi ricordava ma molto in peggio, o almeno ha
riportato alla mia memoria, l’odore delle biade bollite alla
sera dai contadini, per far mangiare le bestie.
In estate, quando le giornate erano lunghe e calde,
eravamo indaffarati fino a tardi, spesso concludevamo la
giornata al fiume, io avevo anche inventato una specie di
cerimonia di chiusura proprio nel momento del tramonto
del sole, avevo copiato l’idea da “I Ragazzi della via Pall”
che avevo letto durante i 15 giorni di convalescenza per
un’operazione di appendicite.
In inverno invece, e anche in autunno quando si
faceva buio presto e l’aria cominciava ad essere tagliente,
cercavamo rifugio nella case dei contadini, specialmente in
quella del Ghezzi o del Piccinotti.
Le donne avevano preparato grandi fuochi con
fascine e bronchi di testucchio, gli uomini arrivavano
brontolando e mettevano a cuocere in grandi catini, rape
tritate. A cottura ultimata crusca di grano e farina di
granturco, una gran mescolata ed il bevarone era pronto
per ridar conforto agli animali. I maiali ci infilavano il
muso dentro, succhiando, biascicando, facendo mille
rumori che ti facevano capire che quell’intruglio doveva
essere proprio buono.
Governare, nutricare le bestie era compito del
capoccia e di qualche giovanotto della famiglia. Senza
eccezioni possibili per 365 giorni all’anno, estate o inverno,
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feste o giorni normali, sani o malati, governare le bestie era
un impegno ovvio, di assoluta priorità, che non ho mai
sentito né contestare ma neppure lamentare. Era naturale,
come vivere e respirare, come fare una cosa alla quale eri
stato destinato e che era naturalmente tua, e che nessuno
poteva o doveva fare al tuo posto.
C’era una stanza apposta, il segataio, dove si
conservavano le erbe fresche o no per il mangiare
quotidiano delle bestie. Vacche o mucche che fossero
dovevano avere giornalmente un misto di fresco e secco,
ben tritato e ben conservato. L’erba medica se raccolta
umida ribolliva e se una bestia la mangiava gli si gonfiava
la pancia e scoppiavano come palloni, dicevano i ragazzi
più grandi che l’avevano sentito dire dai vecchi mentre le
donne si segnavano e dicevano fra i denti parole misteriose,
in latino, che conoscevano senza averlo imparato mai .
Nel segataio, l’odore delle erbe variava con il
cambiar delle stagioni, dolce e fresco per le erbe di
primavera piene di fiori colorati, diventava forte e legnoso
sotto i colpi del sole quando in estate l’erba medica ed il
trifoglio si seccavano trasformandosi in preziosi fieni per
l’inverno.
Con il falcione, un’antica lama triangolare con il
manico di legno, i contadini addetti alla stalla affettavano
come grandi torte i pagliai adagiati sulle grandi aie. La
paglia ed i fieni ben asciutti venivano tranciati con una
grande macchina a mano che aveva due lame grandi
arcuate e faceva paura a vederla. I vecchi capoccia
portavano il segato con grandi paniere direttamente nella
mangiatoie e le vacche subito vi tuffavano dentro il muso e
cominciano a masticare con uno strano movimento della
mascella che si muoveva come in un moto circolare. Sul
tetto delle stalle in quell’atmosfera caldo umida, nuvole
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nere di piattole riempivano grandi spazi. In un angolo una
grande barca di paglia asciutta era il nostro rifugio mentre
i vecchi con le forche di legno raccoglievano dalla paglia le
grandi cacche della vacche e le caricavano per portarle
nella concimaia. La luce veniva da piccole lampade di
poche candele e la stalla aveva anche un non so che di
sacro. Lì sotto gli occhi vigili di un piccolo Sant’Antonio
sempre presente, trascorreva la vita di questi mansueti
animali. Le vacche bianche venivano tirate fuori dalla stalla
per i normali lavori dei campi. Tiravano coltri e aratri
spaccando la terra in due e rivoltando le zolle profumate.
Altre volte invece erano attaccate ai carri, unite da grandi
gioghi di legno trascinavano i pesanti carichi abilmente
sistemati sopra i carri secondo regole e arguzie imparate
dai vecchi, sempre nello stesso modo, senza cambiar nulla
perché ormai si sapeva che le manne di grano si caricavano
in un certo modo, i bigoni colmi di uva si allineavano in un
altro rispettando regole precise, passando le corde dove si
doveva, come si era sempre visto fare dai vecchi in quella
casa.
Le mucche da latte invece non uscivano mai,
passavano la loro vita legate davanti alla mangiatoia:
venivano portate fuori solo per andare al mercato per la
vendita o al macello se di latte non ne davano più
abbastanza da coprire spesa e fatica, perché la Padrona
sapeva bene quanto una mucca deve dare in un giorno,
perché in campagna tutti avevano una resa dovuta, uomini
donne e animali, ognuno per la sua parte come si era
sempre visto fare.
Quando si avvicinava l’autunno le erbe fresche
cominciavano a mancare nei campi, erba medica, segale e
trifoglione erano già stati mietuti e abbarcati a seccare,
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portati nell’aia ben composti in pagliai più piccoli proprio
di fianco al grande pagliaio della paglia di grano.
Quella era l’epoca in cui si dava mano alla ricerca di
fogliame di ogni tipo, per risparmiare i fieni e per
prolungare il mangiare fresco alle bestie. Gli uomini
tagliavano i lunghi rami dritti dei mori lungo lo stradone, i
rami contorti dei pioppi giù lungo il fiume, le donne con le
mani che si facevano rosse e sempre più callose, li
sfogliavano e un nuovo profumo si spandeva in ogni dove
dalla stanza del segato alla stalla, un odore diverso da
quello della primaverile erba medica, un odore che parlava
di autunno, di voglia di stare in casa al canto del fuoco in
attesa che la massaia ci allungasse un boccone, o rovesciasse
dal paiolo sulla grande spianatoia una polenta gialla e
profumata che la spianatoia la prendeva tutta ed arrivava
proprio al bordo dove gli uomini armati con un lungo filo
di cotone ne tagliavano lunghe fette, a compenso della fatica
quotidiana e del freddo che ormai era già arrivato.
Non erano ancora grandi freddi, ma un arietta
chiara e pungente che sapeva di semina e di vendemmia.
Avevamo sfogliato le grosse spighe dorate di granturco in
una dolce sera di fine estate. Gli uomini avevano attaccato
fuori una lampada attaccata ad un bastone ed al chiarore
fioco di quella luce ci eravamo tutti seduti in giro, alcuni
sulle sedie altri seduti per terra. Al centro una grande
barca di spighe chiuse come bozzoli di seta giganti e noi
tutti intorno tra chiacchiere, scherzi e battute, le ragazze
sembravano ancora più belle e più desiderabili a quel
chiarore tenue ed il profumo delle foglie di granturco
faceva desiderare di buttarle li fra le foglie a terra ed
abbracciarle forte per sentire quel calore che solo le
ragazze giovani hanno addosso.
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Gli anziani che avevamo mani forti e sapienti
prendevano le spighe sfogliate, le univano insieme e le
legavano a mazzi con i vinchi tenuti a bagno sempre
durante tutto l’anno, sempre con le stesse mosse, sempre
con lo stesso sistema per fermare la legatura, che così
avevano sempre visto fare dai vecchi e così facevano perchè
i ragazzi imparassero.
I grandi mazzi li attaccavano poi sul fronte della
casa o sotto la grondaia delle capanne e sembravano una
decorazione per una grande festa, una decorazione che
nessuno avrebbe mai potuto far meglio e che era segno che
il raccolto era andato bene e si era fatto e finito
ringraziando Iddio.
Le facciate delle vecchie case macchiate dal tempo e
dalle muffe invernali, prendevano colore e si accendevano
di un oro improvviso: i vicini guardavano ammirati,
valutavano il raccolto e già sapevano se oltre che per le
polente di granturco ce n’era a sufficienza anche per quella
scrofa che il Beppe aveva nel maialaio o se, per l’annata
fortunata, il Beppe ne avrebbe potuta anche nutricare una
in più.
Tutto era collegato, prevedibile, come parte di un
grande meccanismo sperimentato: una scrofa in più
avrebbe significato un’altra covata di maialini entro l’anno
e quindi… tanto fa tanto… otto, dieci lattoni da vendere a
fine agosto se il prezzo reggeva, le donne avrebbero potuto
acquistare lenzuola nuove alla fiera di settembre. Gli
uomini invece a Piazza Sant’ Agostino avrebbero studiato e
rigirato per ore bigoni e bigonce, valutando le venature del
legno ed i punti deboli, cercando di capire prima dove il
tempo avrebbe corroso quello che compravano ora, grazie
a quella covata inaspettata di lattoni.
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Era gia stato difficile convincere la Sora Giannina,
la Padrona, che quegli acquisti erano necessari, ed anche se
i soldi erano i loro erano sempre stati conservati nella
cassaforte della Padrona, scritti nel grande libro dal
Computista e ricopiati in bella calligrafia nel piccolo
libretto che il capoccia s’era portato dietro per riporlo poi,
aggiornato, sotto al materasso di foglie di granturco;
perché quel libretto era tutto il suo capitale , il suo avere ed
i soldi li doveva tener la Padrona perché non ci stavano
bene al giro, in una casa da contadini.
Allora non c’era cinema, o io almeno ne avevo mai
sentito far parola. Solo durante la guerra, verso gli anni ’40
ricordo credo di aver visto un film. Sullo schermo,
attraverso un cono di fumo e luce che riempiva la sala,
Alida Valli, dolcissima creatura cantava innamorata “io
t’ho incontrato a Napoli…” e “ma l’amore no!”…l’amore
mio non può disperdersi nel vento fra le rose, finch’io vivo
sarà vivo in me….solo per te!
Nell’intervallo entrava un addetto del bar che con
un vassoio attaccato al collo, come una sigaraia, vendeva
cioccolate e altre dolcezze.
Maccagnolo sembrava così lontano dalla città;
“Vado a Arezzo” si diceva quando con neanche dieci minuti
di camminata arrivavi ai bastioni di Santo Spirito, dove la
città ufficialmente cominciava. Tra Maccagnolo e Arezzo
c’erano alcuni punti fissi, confermati e tramandati dalle
consuetudini della gente. La Girata era proprio in fondo
alla strada sterrata che cominciava da Maccagnolo e
portava verso la città. Da una parte la vigna del Caccialupi,
recintata da una rete che in inverno si riempiva di brina e
di ghiaccioli tanto da sembrare una grande trina che
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brillava al gelido sole della mattina, dall’altra i campi del
Giorgi. Cominciavano subito dopo la concimaia del Ghezzi,
delimitati da una fitta, incolta macchia di more selvatiche.
Su quella strada sterrata giocavano a rulla gli uomini la
domenica e se riuscivano a superare la leggera storta che
tagliava la strada a metà, quello era il punto massimo
d’arrivo. Poi la strada volgeva a destra e giù, con una
leggera discesa, fra piccole case e giardini incolti si arrivava
alla “Botteghina” punto avanzato della civiltà commerciale
verso il nostro paese. Dalla girata a dritto si andava invece
fino alle case del Grotti e poi, subito dopo la vigna del
Piccinotti, si intravedevano misteriose e tetre le costruzioni
del Manicomio quasi completamente nascoste dalla
vegetazione che dal colle del Pionta arrivava giù fino al
Foro Boario.
La “Botteghina” era il sogno, l’evasione, la
gratificazione di tutti noi: gli uomini andavano a comprare
le sigarette, una per volta o i sigari toscani che accendevano
poi nei momenti di calma con uno stizzo di fuoco dal
camino facendolo ballare nelle mani callose per non
bruciarsi. Noi ragazzi andavamo, quando potevano
rimediare qualche centesimo, a comprare due soldi di
Magnesia mussante. La mettevamo direttamente in bocca
perché ci sembrava sciupata a metterla nell’acqua. Ci
riempivamo la bocca di schiuma e di profumo di limone. Le
donne compravano acciughe e aringhe, proprio all’ingresso
il banco cominciava con una marmo bianco scavato a
lavandino ed una cannellina per l’acqua. Li si fermavano
gli uomini tornando dal mercato, per un bicchier di vino
che giudicavano sempre molto severamente pensando a
quello che dormiva nelle loro botti.
Nella cantina c’andava il capoccia, quando la tavola
era pronta e la polenta stava per essere rovesciata sulla
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spianatoia. Le donne sollecitavano gli uomini e questi le
donne e tutti sedevano attorno al tavolo. Il Capoccia
tornava con il fiasco mezzo vuoto, portando il mezzovino
appena splillato, fresco e profumato, leggermente frizzante
per le roselle che ci avevano messo al momento della
vendemmia.
Davanti alla Botteghina, una strada dritta e larga
portava giu fin quasi alla Stazione e al Campo di Marte,
era la via de Ferrovieri. Una doppia fila di casette con il
giardino davanti, tutte recintate con una bella inferriata di
ferro battuto. Erano appena finite quando scoppiò la
Guerra, si accorsero tardi che mancava il ferro e tagliarono
tutte quelle belle inferriate per fonderle e farci attrezzi da
guerra. La stessa sorte era toccata a tutte le inferriate, le
ringhiere e le decorazioni in ferro anche alla Villa. Presero
anche le fedi d’oro dal dite delle spose, la guerra non era
ancora cominciata e gìà divorava tutto come un mostro
affamato.
Purtroppo oltre le inferriate, le fedi ed i giardini
trasformati in orti di guerra, avrebbe poi cominciato in un
crescendo pauroso a distruggere cose e persone come se
tutto fosse senza alcun valore di fronte a tanta violenta
sciagura.
Ai bastioni di Santo Spirito le guardie doganali
facevano buona guardia e le donne non riuscivano a
sottrarsi a dazi, ispezioni e prediche minacciose quando
cercavano di passare quell’assurdo confine casereccio con
un paio di piccioni nascosti dentro la sporta.
A volte le donne andavano fino su nell’Arezzo alta,
al Mercato del sabato, se tra le piante di granturco
riuscivano a raccogliere un cestello di fagiolini, o se con
qualche sacrificio, un po’ di fortuna e la buona volontà
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delle galline, riuscivano a metter via qualche coppia d’uova
in più.
“Sabato mattina portatele al mercato” ordinava la
nonna Giannina non appena veniva a conoscenza di quella
inaspettata disponibilità, ed aspettava il ritorno delle donne
per sapere quanto si era ricavato, quali erano i prezzi, e
lamentandosi che la roba non costava niente, le spese erano
tante e le bocche a mangiare ancora di più, prendeva i soldi
e li rinchiudeva nella grande cassaforte della Camerona. Il
Computista che doveva venire proprio quella settimana
avrebbe poi segnato in bella calligrafia Un cestino di
fagiolini venduti al Mercato per lire…
Una volta o due l’anno i giovanotti organizzavano un
ballo nella cucina della Laurina del Piccinotti. Veniva
Dolfino con una fisarmonica lucida di madreperla, suonava
tanghi appassionati o mazurche che i giovanotti ballavano,
mettendo finalmente le mani addosso a quelle ragazze che
tante volte avevano sfiorate e annusate mentre insieme
lavoravano a sfogliar granturco o a far vendemmia, ma che
ora finalmente potevano liberamente tenere ben strette con
le mani forti appoggiate dietro le loro schiene dure come la
pietra ma nello stesso tempo dolci per quei due lombi
all’altezza della vita che ti facevano intuire tutto e star
male.
Le donne anziane stavano ai lati a guardare curiose
e invidiose i giovani e sapevano bene dove portavano e dove
sarebbero finiti quei primi approcci apparentemente
innocenti.
Gli uomini parlavano di mercati e di concimi, di
raccolti e di fattori, finché qualcuno di loro abbrancava una
moglie ossuta e scontrosa e la trascinava nel mezzo della
cucina, abbozzando un ballo fra gli applausi e le battute
generali .
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Non ricordo poi più cinema fino ai tempi del liceo,
quando il cinema era l’unico posto dove potevi star al buio
vicino ad una ragazza e stropicciarla come si doveva senza
problemi. Si sceglievano gli ultimi posti in galleria, liberi da
sguardi indiscreti. Uscivi con il cervello in fiamme le labbra
rosse e gonfie per i baci pieni di desiderio, che più ne davi e
più ne desideravi.
Siamo stati a mangiar una pizza ieri sera, con Marco
Luana e Franca.
Usciti controvoglia, come sempre ormai. La casa ci
fa sentir sicuri e tranquilli, quando siamo fuori soffri di
mille offese piccole e grandi che il mondo di oggi non ti
risparmia. Non ti consola alcuna certezza: i locali si
rinnovano, aprono e chiudono con frequenza quasi mensile.
Non hai più tempo di affezionarti al tuo negoziante di
fiducia così come loro non hanno più clienti affezionati e
frequentatori del locale. Il rapporto quindi è sempre
improvvisato e deludente. Ti aggiri tra commessi annoiati e
camerieri scorbutici e distratti.
La pizza era buonissima, finalmente una, in gran
parte delle pizzerie ormai lavorano volenterosi di
importazione che tutto san fare all’infuori che la pizza.
Siamo andati ad Arezzo, al Multisala, in una
pizzeria tenuta da veri napoletani che evidentemente sanno
l’arte del mestiere.
Un posto fuori del tempo che mostra insieme vaghi
tentativi per un locale attuale e avanzato (multisala e negozi
annessi) ed una vecchia mentalità, provinciale e becera che
non ha ben compreso il nocciolo del problema. Fra negozi
vuoti e saracinesche tristemente abbassate, vedi agenzie
immobiliari, negozi di mobili, scarpe e giganteschi attrezzi
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da ginnastica; tutto quanto non ha niente a che fare con il
passatempo serale legato a cinema è stato concentrato lì,
per riempire spazi tristemente vuoti.
Siamo tornati a casa presto, lieti di fare una bella
sorpresa alla Pulce in perenne attesa. Appena entrati in
casa, qualcuno di noi sale a chiamarla, in camera mia si
alza insonnolita, si stiracchia e poi si butta giù correndo da
uno all’altro facendo feste a tutti andando e tornando
indietro per la paura di aver dimenticato qualcuno e per il
piacere di raddoppiare l’esibizione della sua gioia. Si scuote
tutta scodinzolando, perde l’equilibrio cerca di prender
velocità scivolando sui mattoni lucidi e poi si ritorce per
ricominciare da capo.
E’ un cerimoniale che sempre ci conforta, che ci fa
sentire amati senza condizioni da questa bestiolina
meravigliosa, attenta sempre pronta a farci festa, che ormai
parla con noi, con un linguaggio chiaro che abbiamo
imparato a capire in questi anni di convivenza.
Era giorno di mercato, in quel periodo mi piaceva
mettere liberi nel giardino polli mungellesi e conigli nani.
La vista di un animale libero che trova intorno a te il suo
ambiente naturale e ti sbuca tra le siepi quando passi e si
abitua alla tua presenza e tu alla sua mi fa star bene,
completa il giardino, da un senso compiuto a tutto questo
verde di siepi e cespugli.
Proprio all’inizio del paese, l’uccellaio aveva messo
per terra la sua stesa di gabbie di ogni tipo e dimensione.
Polli, conigli , quaglie e piccioni: tutti da comprare belli e
preziosi, vorresti averli tutti e tenerteli intorno per
abbellirti la vita. Una donnina comperava delle quaglie;
sono graziose, sembrano starne in miniatura con quelle
penne delicate come seta, maculate e sfumate per imitare il
terreno e nascondersi . Ne ha prese due è m’è sembrata
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gentile e molto delicata, non sono frequenti le vecchiette che
pensano di allietarsi la vita circondandosi da animaletti
fragili e gentili.
Ha stiracchiato sul prezzo…va bene è tipico è
l’attività prediletta per le vecchiette al mercato.
Ho chiesto poi all’uccellaio dove poteva tenere , la
signora, quelle due delicatissime bestiole, con il timore che
mi dicesse che le avrebbe conservate in una piccola gabbia,
prigioniere a vita con il cielo ed il verde dei prati la fuori,
oltre le sbarre invalicabili.
“le cuoce con salvia e uno spicchio d’aglio nella
pancia” mi ha detto l’uccellaio quasi meravigliato che io
non conoscessi il destino naturale delle piccole quaglie. Ti
sentì male quando sentì cose simili: “ne vendo tante ai
mercati - seguita ad informarmi l’uccellaio - preferiscono
prenderle da me perché quelle del supermercato
potrebbero non essere fresche, queste invece le ammazzano
e le cuociono…”
Le ammazzano e le cuociono...sono passati anni e
ancora quelle parole mi risuonano nel cervello, mi
immagino tutte le procedure possibili per il
quaglicidio…..l’umanità è capace di tutto… e le vecchiette
pure, almeno a quanto pare.
Le immagino in cucina a cercare il coltello più
adatto per staccare con un colpo incerto la testa a quel
povero animale ed immagino i suoi occhi impauriti a cercar
la luce fuori della finestra ed una possibile via di fuga.
Oppure l’avrà strozzata, o soffocata o sbattuta per
terra fino a strappare la vita da quel piccolo corpo caldo e
pulsante.
La violenza è incorporata in molte persone, fa parte
della loro natura, del loro modo di essere anche quando per
come le vedi, non ti sembrerebbe possibile.
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Dalle gabbie venivano rumori e odori conosciuti,
sono nato e vissuto in campagna e riconosco l’odore di una
gallina da quello di un coniglio come fossi un cane da
caccia. Fra tutto quello smuoversi di teste e di piume, fra
tutti quei rumori ora acuti e cinguettanti ora fiochi e
appena udibili, una gabbia sola era tranquilla: due piccoli
abitanti la occupavano lasciandone libera più della metà,
tanto erano piccoli e accucciati insieme, stretti uno all’altro
quasi a farsi coraggio e calore.
Due piccoli cani: uno a pelo corto, biondo dorato con
un musino furbo e interrogativo, l’altro a pelo lungo , più
massiccio un lupo bonsai. Scelsi quello a pelo corto furbo
dorato e desideroso di compagnia. Lo scelsi e lo portai a
casa: da quel giorno la nostra famiglia è cambiata, abbiamo
trovato aiuto e consolazione, abbiamo imparato e ogni
giorno impariamo ancora che cosa significa volersi bene
senza compromessi di sorta, felici di vedersi al mattino,
sicuri, deboli ma protetti e consolati quando qualcuno ti
copre con una copertina di lana o ti aggiusta la sedia perché
tu gli vada vicino.
Pulce parla una lingua che ormai noi tutti comprendiamo
benissimo, parla ma non obbedisce ai soliti ordini per cani.
Non obbedisce, ma non per stupida indisciplina, non
obbedisce solo perché fa quello che ritiene giusto fare in
quel momento, dialoga, se qualcosa non gli va con un
grugnito sordo e delicato ti guarda negli occhi ferma e ti
sfida, se ti sei dimenticato di spostargli la sedia o coprirla
con il mio giubbotto emette un gorgoglio annoiato come chi
becca il dipendente smemorato e lo richiama ai suoi doveri.
Grande la Pulce che non sopporta di stare all’altezza
normale dei cani, cioè sull’ impiantito.
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I suoi ambienti naturali sono poltrone, letto, e
tavolo.
Non è il tipo del cane che aspetta l’osso sotto il
tavolo: dalla poltrona sua posta vicino alla mia, con le
zampe davanti sul bracciolo, scruta tutto il tavolo e tra
sguardi acuti e annusate orientate decide e chiede con
pazienza ma con determinazione ciò che sul tavolo fa al
caso suo.
Niente roba calda, niente bocconi grossi, niente di
niente che non sia quanto di meglio la tavola offre.
Quando ha finito di banchettare con la famiglia si
avvia alla sua ciotola per il pasto normale, ma non mangia,
chiama con decisione e mangia solo dopo che qualcuno si
alza e non va lì a vedere la sua “tavola” con attenzione,
come lei ha fatto con la nostra e non le dà il via per
mangiare, dicendo a chiara voce “buon appetito!”.
Se la serata va per le lunghe lei sa cosa fare: lascia
tutti senza complimenti e va al piano di sopra, sulla sua
poltrona a dormire…in attesa che qualcuno vada a coprirla
per la notte.
Conosce i suoi posti, le posizioni, le precedenze,
conosce le nostre abitudini, la nostra psicologia, sa le nostre
debolezze e i nostri nervosismi. Se ha qualcosa da dire lo
dice chiaro e forte, o delicatamente a seconda dei momenti:
ha cambiato la nostra vita, è la nostra forza e la nostra
consolazione…è la Pulce.
Quando dico che ho visto la Madonna nessuno ci
crede, in casa ascoltano come si faceva per cortesia con
quelli che avevano fatto la grande guerra e ti raccontavano
mille volte che dalle nostre trincee si vedevano gli Austriaci,
per mesi uno di fronte all’altro, acqua alla stessa fonte in
fondo al borro tra le due trincee, canti di nostalgia che dopo
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mesi ormai tutti sapevano bene anche dall’altra parte
perché la nostalgia è di tutti i disgraziati di questo mondo.
Mesi nel fango a scrutare con curiosità le mosse e le
abitudini in attesa che qualcuno desse l’ordine di uscire da
quelle benedette trincee piene di fango.
La casa, la famiglia, il lavoro, il caldo di una donna
dietro le spalle a centinaia di km, lontano e davanti un
mondo sconosciuto che non ti appartiene, poche figure
vaghe appena intraviste in quei lunghi mesi, gente che non
hai mai conosciuto e che non capisci neppure bene perche
ce l’ha tanto con te , che non sapevi neppure che esistesse.
Ora dovresti ammazzarli tutti se ti riuscisse
mettergli una palla in testa quando li intravedi per un
attimo così da lontano, ma questo è difficile e allora sai
bene che un giorno prima o poi dovrai corrergli incontro
spinto da ordini urlati a squarciagola, con la baionette in
canna correndo come un pazzo da una buca ad un'altra per
arrivargli tanto vicino da strappargli l’anima e salvare la
tua pelle
Un giorno senza un motivo apparente,l’ordine
arrivava. Gli Ufficiali si facevano seri, i sottufficiali non
ammettevano repliche, qualcuno piangeva , altri affilavano
le armi, oliavano i fucili , con la voglia in corpo di uscire da
quelle tane da topi e strappar la vita al primo crucco che
avrebbero incontrato con la speranza di pareggiare in
qualche modo tutti quei mesi di sofferenze.
Era arrivata una mattina quella cartolina rosa ed il
postino nel consegnarla alla massaia aveva scrollato la testa
, mortificato e imbarazzato per essere l’involontario
portatore di tale notizia.
L’avevano scaraventato lontano dal suo paese, le
donne lasciate sole a curar casa e podere i vecchi a far
71
quello che non potevano più da tempo, bestie e campi
abbandonati.
Ora era lì in attesa di quell’ordine stupido atteso e
temuto insieme ma che almeno avrebbe posto fine a
quell’attesa snervante.
E’ strano : in momenti in cui il problema è la vita o
la morte, quando sai che fra pochi minuti potresti non
esistere più, ancora di più in quei momenti salta fuori la
cura e l’attenzione per particolari che non hanno alcuna
importanza. Come se rendere la cosa più ufficiale e in
qualche modo parte di un cerimoniale ben studiato potesse
in qualche modo alleviare la tragicità di quei momenti o
giustificare il fatto che qualcuno stà andando a morire
senza saper perché.
Dalla trincea del comando usci il sergente con la
bandiera da combattimento che di solito se ne stava dietro
la scrivania del comandante ma che ora sembrava
importante e indispensabile in quella bolgia infernale che si
stava per scatenare.
Il caporale trombettiere , aveva tirato fuori una
tromba ammaccata . cercava di ridarle un po’ di lucido
strusciandola con la manica della giacca, provava in
silenzio i tasti per vedere se erano ancora agevoli dopo tanti
mesi di inattività e si bagnava le labbra e le massaggiava
succhiandosele, come se avesse avuto paura di fare una
stecca e con quella sciupare tutto quel casino che stava per
scatenarsi.
Il senso del dovere ….è una cosa strana inspiegabile,
a volte radicata anche nelle persone più grezze,
involontariamente , contro i tuoi stessi principi ed
interessi…contro la tua stessa vita, a volte, contro ogni
logica ed ogni morale possibile.
72
Mi meraviglia sempre vedere , ad esempio , i
condannati a morte camminare fino al patibolo, mettersi in
buona posizione per la forca, allungare il collo per far
entrare più agevolmente il cappio, mostrare il petto,
guardare in faccia il plotone, quel branco di imbecilli che
solo perché hanno una divisa addosso, ti sparano dei pezzi
di ferro in testa , dritti nel cuore senza neanche saper
perché. Se tu potessi parlarci , se potessero parlarsi fuori da
li, in un incontro occasionale al bar o su di una panchina di
un giardino, certo scoprirebbero che hanno cose in comune
che hanno gli stessi pensieri, le stesse speranze.
Scoprirebbero che potrebbero essere parenti o fratelli ,
capirebbero l’assurdità di quella situazione che si è
costruita solo su carte, divise, incarichi ….e decisioni che
servono solo a giustificare altre divise, altri incarichi, altre
procedure di cui alla fine nessuno riesce a comprendere la
ragione vera.
Sparami, sparami dritto nella testa o nel cuore,
sciupami la vita, rovinami le giornate i minuti, fammi le
ingiunzioni e le minacce, se è questo il compito che
qualcuno ti ha consegnato fallo pure , ma non riuscirai così
a trovar la soluzione. Potresti essere mio fratello, potresti
bere un bicchiere con me , potremmo parlare di vita e di
donne, potremmo giocare con i cani e camminare fra i
campi fioriti, potremmo far festa come se fosse un
anniversario qualsiasi e potremmo caso mai, anche far finta
che fosse e almeno così costruiremmo un ricordo, una
traccia da seguire un contatto grande, gioioso forte che ci
aiuterebbe a vivere ancora meglio. Tu ora invece vuoi
premere quel grilletto perché ti hanno detto di farlo, vuoi
darmi quella carta, vuoi controllarmi e sanzionarmi,: il
sistema così ritroverà il suo equilibrio, la sua organizzata
ragione di essere. Mettimi pure sotto la terra secca , legami
73
i polsi, chiudimi dietro una sbarra, minacciami e
proibiscimi, diffidami , scrivi il mio nome nella lunga lista
di quelli che infrangono la regola. Preparati però ad un
lavoro lungo perché dopo di me ne troverai altri, ed altri
ancora….dopo di me se vuoi che il giochetto delle divise,
degli ordini, delle disposizioni, delle delibere continui ne
avrai di gente da controllare, pallottole da sparare,
intimazioni da consegnare. Vai avanti finchè un giorno al
centro del mondo tu osserverai incredulo quel buco della
canna di fucile che fra pochi secondi ti sparerà dritto
nell’anima un pezzo di ferro arroventato per strapparti la
vita e gettarla via. E allora capirai che tutto quello che
avevi fatto per difendere la “ normalità” era inutile e fuori
luogo, era una follia , una costruzione fantastica diabolica
che si è andata complicando sempre più nel tempo con
l’intento di costruire un’” ordine” assurdo impossibile che
con la motivazione di volerti migliorare la vita , finisce per
complicartela, distruggertela completamente.
Allora comprendi che “ normale”non era tutto
quello, normale non era dipendere, obbedire, essere
inquadrato e controllato, normale non era fare qualcosa
contro i tuoi principi naturali, normale non era provocare,
vessare, torturare, distruggere i tuoi simili. Perché “
normalmente” questi avresti dovuto amarli e loro
avrebbero amato te; “ normale era rispettare le regole
semplici, eterne immutabili che la natura ha tracciate per
ognuno di noi , naturalmente , indipendentemente da razza
e religioni.
Normale era starsene a casa, a governare le bestie,
ed alla sera stanco morto dopo una giornata tra i campi
buttarsi nel letto e mettere una mano ruvida tra le cosce
della tua donna e trovar conforto. Normale era andartene a
ballare , laggiù al garage di Pescaiola dopo il fiume, e
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stringere al petto quelle ragazze profumate di vita, che non
potevi toccare mai.
Normale era tracciare i lunghi solchi nella terra e
mettervi i semi a dimora in attesa che le prime piogge
autunnali facessero miracolosamente , come sempre, da che
mondo è mondo , sbucare quelle due foglioline verdi,
sempre uguali, tutte uguali senza bisogno di regole , di fogli
o di minacce.
Tutto questo era normale e non quella fila di fucili
spianati, in mano a gente come te, come me, desiderosa solo
di un bicchiere di buon rosso all’osteria ed invece ora
vestita tutta uguale, con gradi, medaglie e berretti
complicati a giustificare un sistema , una violenza che
giustificazione non può avere, pronta a premere un
grilletto, un gesto apparentemente innocuo, una flessione di
un dito che la comunità ha deciso sufficiente a stroncar una
vita, senza che nessuno abbia poi a protestare , in nome di
una legge che dovrebbe difendermi, farmi vivere bene e con
gioia , che dovrebbe custodire la mia vita come quella di
tutti , uomini, animali e piante, come una cosa preziosa,
testimonianza muta che un miracolo si perpetua in eterno e
che solo quello a valore .
E’ arrivato ieri un amico di Bob e Barbara, un
americano di quelli fatti in serie, con la moglie educatissima
che esalta e squittisce alle affermazioni del marito, con il
marito che ci tiene a ribadire che le decisioni prese sono
comuni a tutti e due e che , anzi, sono frutto di lei. E’ così
che dovendo fare una vacanza in Italia sono finiti a Spoleto,
un posto dove non andrei mai , tanto m’hanno rotto le palle
con Menotti ed il festival dei 2 Mondi. Sono quei posti dove
si radunano gli intellettuali di mezzo mondo, ( l’altro mezzo
mondo non ha intellettuali perché tutti devono darsi da fare
75
per strappare la vita ), e lì tra un bicchiere ed un caffè,
attenti a non spander denaro in giro per non tentare chi “
deve lavorare, sonnecchiano, dialogano e meditano su
pensieri altissimi che noi, bassa manovalanza, non
potremmo e non dovremmo mai capire.
Ho avuta la fortuna e l’avventura di avere tra i miei
amici alcuni intellettuali, ne ho conosciuti anche strada
facendo. Io sono sempre stato contagiato, infettato dalla
necessità di lavorare e quindi mi hanno sempre trattato
come quello a cui si da confidenza ma che , poveretto, ha i
suoi limiti.
Io lavoravo al banchetto da odontotecnico e
venivano a trovarmi, con quell’aria da presa di culo, i miei
amici che nel frattempo girellavano e dissertavano di Sartre
e di esistenzialismo sghignazzando sul popolo borghese e
pecorone.
Io sapevo bene che stavo li a rivoltar merda per
portar due soldi a casa , sapevo che quella non era la
soluzione e mi dicevo che un giorno sarei anch’io stato
libero da tutti quei problemi ed avrei finalmente potuto dar
sfogo a tutte quelle voglie che avevo dentro, piegare e
plasmare materiali, scrivere e disegnare , forse anche
dipingere perché la voglia c’era e tutte quelle cose le facevo
già la notte , nella mia mente, e non mi restava altro che
trovare tempo libero e quei due soldi che servivano per
buttarle giù tutte quelle idee .
Mentre scrivo la Pulce stà qui vicino a me,
accovacciata sopra il tavolo, tranquilla e paziente
consapevole di questo momento di pace e di rilassamento
che stimola le idee e fa star bene. Non lo fa per
sottomissione, a riprova le ho tolto il guinzaglio ed è libera,
ma evidentemente la sua liberà ora si identifica con la
partecipazione a questa situazione, sente che tutto questo è
76
bello e naturale. Gli animali sempre scelgono la situazione,
il posto, la posizione più conveniente per il loro benessere in
quel particolare momento.
La mattina quando mi alzo i polli sono tutti radunati
vicino al cancello, in quell’angolo che riceve i raggi del sole
che si stà alzando laggiù dietro Marciano.
I conigli sono invece nel prato vicino al nocio della
mamma e stanno indifferenti al mio passaggio essendo
abituati . Qualche mattina invece, hanno passato la rete e
allora mi scrutano con attenzione, a volte addirittura
stanno alzati sulle zampe posteriori. Sanno di aver fatta
una cosa insolita, a suo modo sanno di aver infranto una
regola e mi studiano per vedere la mia reazione: io vado
oltre e dopo poco loro sono già rientrati senza minacce né
inviti ultimativi: sanno che questo è il loro mondo, che
stanno bene qui e qui è naturalmente giusto restare.
Ci sono poi gli intellettuali veri. Ho conosciuto
intellettuali veri : di quelli che con quattro parole ti
mettono giù una cosa alla quale non avevi pensato e che da
quel momento diventa talmente ovvia ma importante che
non non la dimenticherai più: diviene patrimonio tuo e ti fa
più saggio.
Generalmente sono persone apparentemente da
poco, diciamo, di quelle persone che non avendo né titoli ,né
berretto né particolari emblemi, passano inosservati e non
lasciano traccia se non nel ricordo degli altri per quello che
hanno detto, per quello che il loro intelletto naturalmente
ha lasciato in giro nella memoria comune. La loro
intellettualità non è mai orientata a stabilire regole nuove, o
ad inventare di sana pianta principi a cui uno avrebbe
dovuto attenersi non si sa per quale motivo.
La loro intelligenza era ed è sempre spiegazione ed
approfondimento di principi naturali che tutti i comuni
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apprendono naturalmente nella loro immediatezza , ma che
hanno in se possibilità di approfondimento e di sviluppo tali
che ogni nostro agire ed ogni nostra attività possono da essi
trarre guida e sostegno.
Le loro osservazioni cadono nella conversazione
generale, stabilendo dei punti fermi, naturalmente e
ovviamente accettabili, ma a cui nessuno aveva pensato
prima e tutti si meravigliavano che tanta semplicità possa
racchiudere un così grande tesoro di verità, pur nella
semplicità dell’espressione.
Con poche , solenni parole riescono a scolpire verità
incontestabili alle quali ti rendi conto di esserti sempre
riferito nel corso della vita, senza mai averne intuito la
forza di principi generali ed intramontabili.
Armandino parla a voce alta mentre raccoglie
zucchine e melanzane. Declama poemi ed esprime grandi
verità come se fossero prezzi da mercato. Al banchetto del
mercato del mercoledì, al Monte San Savino, meraviglia e
spaventa le donnette a caccia di sconti e di regalie. Con il
misero carico del suo scocciolato furgone blù, gestisce un
commercio fantastico che sembra aver per tema, più la vita
stessa che misere verdure.
Armandino è un vero intellettuale, dolce e patetico
quando lancia inviti osceni alla moglie che da lontano lo
morde con cattiveria , profondamente saggio quando
capisce e sintetizza in poche parole tutta la disgrazia di
essere irrimediabilmente segnato per la vita.
Come tutti gli intellettuali veri, Armandino ha le sue
paure, che identifica poi in cose, situazioni, apparentemente
di scarsa rilevanza.
Per drammatizzare ancora di più la sua situazione,
perché quando sei nella merda fino al collo devi pur
dimostrarlo con segni evidenti e inequivocabili, si è fatto
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strappare tutti i denti e gira mostrandoli a tutti con pudore
e aggressività insieme per dimostrare forse che una
spiegazione c’è a questa sua eterna disgrazia e che non si
può chiedere niente ad uno che non ha più neppure un
dente in bocca.
L’estate passata ha vissuto alla grande terrorizzato
da un serpente “ fischione” che aveva preso possesso del
suo campo dei sedani.
Sotto il sole cuocente raccontava a tutti come quel
pezzo di campo, dove crescevano i sedani più belli ed anche
melanzane giganti, doveva ormai considerarsi abbandonato
perché là imperava il serpente fischione ; diceva eccitato , “
grosso cosi” e intanto con le due mani callose formava un
grosso tondo che se il serpente era proprio grosso così
doveva proprio far paura.
Tutti ascoltavano sempre completando il terrificante
racconto con ricordi e aneddoti che però nulla potevano per
uguagliare il terrore del serpentone fischiatore del campo
dei sedani.
Naturalmente nessuno ha mai potuto verificare se la
qualità dei famosi sedani era talmente strabiliante quanto
Armandino sosteneva, ed in questo anche lui è un vero
intellettuale, perché ha la capacità di buttare lì un racconto
talmente terrificante senza che alcuno abbia la possibilità di
verificarlo.
Armandino l’ho perduto per stupidità mia, per
ingenuità gli ho chiesto di accompagnarlo qualche volta
nelle sue esibizioni ai mercati .
Abbiamo fatto il programma : Monte San Savino,
Pienza, San Giovanni Valdarno….da quel giorno
Armandino mi ha abbandonato, come tutti gli intellettuali
che si rispettano ha intuito che io volevo osservare
79
incuriosito, da vicino, i suoi comportamenti: volevo capire i
suoi trucchi, le sue magie.
Quando io ero ragazzo la povera gente si esprimeva
principalmente attraverso i proverbi : al proverbio si
rispondeva con un altro proverbio certi di aver fatto
ricorso all’archivio di una saggezza popolare che non
poteva tradire.
La conversazione era sostenuta da continui modi di
dire o di frasi fatte.
Un “brutto male” era la sintesi di una malattia
tumorale mentre la peritonite era “ un torcibudello”
Quando c’erano ragazzi in ascolto e non si doveva
parlar liberamente si diceva: “attento, ci sono i tetti bassi”,
e quando si voleva tagliar corto sintetizzando in poche
parole tutto il disappunto possibile “ da me mi dico e da me
m’intendo”
Gli uomini parlavano poco
con le donne, le
consideravano parte di loro stessi, non esistevano
matrimoni separati o unioni interrotte. Le donne faticavano
duro schernendosi davanti a tutti perché tra uomini e
donne non si parlava mai di sesso e neppure di amore
davanti agli “ estranei”. Nascevano i figlioli come i vitelli
nella stalla, servivano al podere ed era la cosa principale.
Gli uomini nella cantina, nella stalla o nel campo a far le
faccende della giornata. Le donne nelle grandi cucine ,
oppure a raccattar spighe dopo le mietiture o falciare erba
medica per i conigli.
Ma arrivava per uomini e donne il momento della
gratificazione. Gli uomini orgogliosi giravano nell’aia
affollata durante le battiture. Era il giorno dell’esame, se il
pagliaio era grande ed il fattore aveva fatto poche tacche
sulla stecca che segnava le staia di grano, gli uomini si
schernivano ricordando quella gelata e quei giorni di
80
mancata pioggia che tanto crudelmente avevano influito sul
raccolto. I vicini accorsi a doverosa opera, li rassicuravano
dicendo che se il pagliaio era così abbondante, anche il
grano raccolto non sarebbe stato da meno, e li consolavano
per consolare se stessi perché il destino era comune e del
male altrui non bisognava mai godere.
I capoccia e gli uomini giovani giuravano comunque
che i campi erano stati concimati a dovere e che , se il
Padreterno li avesse aiutati solo loro sapevano quante staia
in più avrebbero portato
nel granaio. La Padrona
controllava dal grande terrazzo della villa i lavori e via via
spediva le donne a raccoglier notizie sull’andamento del
raccolto e su quanto grano si sarebbe potuto alla fine
contare.
Chiedeva notizie ma già cominciava a scuoter la
testa ed a ricordare a tutti i presenti, come erano più attenti
una volta i contadini e che oggi i giovani non erano più
all’altezza della situazione e che le bocche a mangiare
crescevano mentre i raccolti diminuivano.
Gli uomini avevano preparato il più bel paio di
bestie bianche che avevano nella stalla, strigliate e
spazzolate le addobbavano con grandi nappe di lana rossa
attaccate alle corna attraverso la fronte. Quando le
attaccavano alla trebbia per spostarla da un aia ad un'altra
giuravano a tutti che sarebbero state molto più belle se non
avessero dovuto allattare quei vitelli che purtroppo erano
stati necessari a far quadrare i conti con la Padrona,
mentre i contadini vicini li rassicuravano dicendo che un
paio di bestie così non se ne vedevano intorno da tanto
tempo.
Il capoccia allora, come per ripagare tutti per tante
consolazioni spariva in cantina , e come si fa con uno
scrigno prezioso sturava il caratello del vinsanto , quello
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vecchio di tre anni e ne usciva un liquido ambrato e
invitante che tutti avrebbero apprezzato e lodato come
avevano fatto per il grano e per le vacche bianche.
Ad ottobre , quando l’aria comincia a farsi frizzante
ed il cielo bello pulito, gli uomini avevano affidato alla terra
tutte le loro speranze. Con i coltri avevano rivoltati i campi
con le erbacce secche di fine estate, con i graffi e gli spiani
avevano lavorata e livellata la terra fino a farla fine e
profumata, infine con gli aratri avevano tracciato i solchi,
disegnate le praci, trasformati i campi in splendidi giardini.
Lì avevano seminato, pregando e raccomandandosi a Dio, il
seme di grano che al momento della battitura avevano
messo da parte, conservandolo bene all’asciutto in attesa di
utilizzarlo nell’autunno che sarebbe presto arrivato.
Finita la semina il capoccia come a compimento di
una grande , suggestiva funzione tagliava con il roncolo due
rami dritti dal testucchio, ne incideva uno e infilandoci
dentro l’altro creava una croce tanto semplice tanto bella e
suggestiva. Con passo lento osservando tutto quello che
aveva fatto , controllando che neppure una zolletta fosse
rimasta fuori posto, si avvicinava al centro del campo e vi
piantava la croce con un gesto talmente sincero e solenne
che di colpo il Padreterno azzerava tutte le bestemmie che
inevitabilmente il vecchio capoccia aveva dovuto urlare a
quella vacca che non voleva obbedire ai suoi richiami
disperati. “ Sta su, sta su …..madonna qui e Dio la….” Si
raccomandava di continuo l’uomo pensando con terrore
che poi quei solchi li avrebbero visti tutti e se non erano ben
dritti…………
Durante la semina gli uomini mangiavano al campo
anche se questo era a pochi passi da casa.
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Tutto quel cerimoniale richiedeva concentrazione
massima e non poteva né doveva essere interrotto per
ragione alcuna.
Arrivavano le donne a mezzogiorno quando si
sentivano le campane di Saione e tutto sembrava far parte
di una grande funzione religiosa.
Portavano le grandi ceste di vinco bianco, all’interno
avvolti in un telo di canapa bianca e fresca di bucato, pane,
rigatino, qualche pomodoro, cipolle, salsicce a volte
formaggio.
Vino nel fiasco impagliato e acqua fresca appena
attinta dal pozzo della Villa nella mezzina di rame lucido.
Gli uomini mangiavano all’ombra di un albero
mentre le bestie riposavano all’ombra del grande nocio.
La fatica si stemperava in silenzio, un boccone dietro
l’altro tagliando con in coltello sulla fetta di pane bianco il
rigatino profumato di finocchio.
Gli uomini riflettevano a tutto quanto era stato fatto
consapevoli che quello era il momento magico in cui veniva
affidata alla terra ed alla benevolenza del Signore la
sopravvivenza di tutta la famiglia per il prossimo anno.
Ogni tanto qualche commento a conforto e
consolazione più di se stessi che di chi ascoltava.
Poi in silenzio si tornava a casa la sera, a cena con le
facce illuminate dal rosso delle fiamme nel camino, ci si
riuniva attorno alla grande polenta, finalmente la tensione
si scioglieva, lieti che tutto quanto si doveva fare era stato
fatto ed il Signore certamente c’avrebbe guardato.
Anche le donne avevano comunque il loro momento
di solenne operosità. Se la semina era la grande cerimonia
officiata dagli uomini, il pane era ogni settimana il grande
evento per donne. Solenne, ripetuto mille volte sempre con
gli stessi gesti, le stesse ritualità, restava pur sempre il
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momento della verità e delle incertezze. Le donne anziane
seguivano dal canto del fuoco il lavoro delle massaie,
pregando Iddio che il lievito facesse il suo lavoro e gli
uomini non venissero ad aprire la porta proprio mentre il
pane ,messo al caldo tra le tele di canapa ripiegate, lievitava
e si preparava alla cottura.
Quando il colore della volta del forno è uniforme e
tende al rosso chiaro, il forno è caldo ma qualsiasi massaia
avveduta aveva altre due prove determinanti : strusciava
sul piano del forno la pertica annerita e sbruciacchiata
usata per rivoltare le fascine mentre bruciavano: se dalla
punta carbonizzata del legno scaturiva una miriade di
faville scintillanti il forno era caldo e si poteva procedere
con l’ultima prova , la cottura delle schiacciate. Erano le
prime a spandere tutto intorno il profumo del pane fresco,
era il segnale che il rito eterno e ripetuto stava per
compiersi ancora e che , grazie al Signore, quel grano che
mesi prima era stato affidato alla terra, aveva compensato
fatica e paure e finalmente tornava, nutrimento e
consolazione per chi lo aveva amorevolmente coltivato.
La signora Giannina aspettava nella villa notizie
sull’andamento della cottura del pane e se raramente
succedeva che il lievito non sfogava come dovuto, subito
qualcuno arrivava di corsa a portare la triste novità ,
perchè la Sora Giannina, seguiva queste operazioni con
determinata attenzione consapevole che era compito suo
controllare, sollecitare ed eventualmente sentenziare se
qualcuno osava per incuria o disgrazia , infrangere le
regole.
Marco è andato a lavorare oggi , per il secondo
giorno: il suo primo lavoro in un’Azienda non di famiglia
alle dipendenze di altri, responsabile assoluto di se stesso e
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del suo operato, senza che io possa in alcun modo
intervenire per aiutarlo.
Quando hai un figliolo, le sue prove sono prima di
tutto le tue prove.
Lui va a scuola e tu hai la netta sensazione di
perderlo un po’, come quando vedi la donna che ami allo
spasimo ballare con un altro. Devi fare il superiore, che
diamine, non affidi la tua donna ad una amico per un ballo
?? naturalmente si e intanto gli strapperesti il cuore a
quello stupido che certo sente i suoi fianchi sodi e
provocanti che sfiora i suoi seni che mai nessuno vorresti
potesse in qualche modo toccare.
Quando Marco andò alle elementari l’accompagnai ,
il primo giorno assieme a Luana. Solito rituale, tutti i
genitori a misurarsi a vicenda facendo al figliolo attenzioni
insolite , esagerate. Io forse mi comportai nello stesso modo,
non ricordo onestamente, l’unica cosa che invece ricordo
esattamente è che tornai a casa disperato e piansi tre giorni
come se lo avessi perduto per sempre.
Ogni mattina Marco tornava a scuola ed io piangevo
perché qualcun altro avrebbe interferito nella sua vita,
perché io lo avrei perduto un po’, perché non sapevo cosa
gli avrebbero in segnato, come lo avrebbero aiutato.
Ora il mio stato d’animo è lo stesso, follia pura lo so,
non ho aperto bocca , sono lieto che lo faccia, lo vedo
crescere , lo vedo diventare uomo e ne son felice ma dentro
da un’altra parte l’anima ti si spezza e vorresti poter essere
apertamente così egoista, cosi evidentemente stupido da
tenere il tuo figliolo solo per te.
Marco difficilmente soffre queste mie paranoie ,o
almeno spero, a volte certamente, forse inconsciamente le
intuisce ed allora per poco lo sento lontano e vorrei
corrergli dietro e spiegargli e farmi spiegare, ma ho paura
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di ferirlo ed allora aspetto perché so che lui poi mi manderà
un segnale , un messaggio , una stretta di mano , un bacio
per farmi capire che lo sa che ho paura ma che questa è la
vita ed io la mia l’ho bevuta quando potevo ed ora è giunto
il momento in cui il bicchiere è vuoto e non devi aver più
sete , non devi.
Ora Marco va a lavorare , io lo aspetto a casa e mi
sento inutile , lui mi racconta le sue giornate , i piccoli fatti
del lavoro ed io sento la stessa angoscia dentro di quando lo
accompagnavo a scuola e me ne tornavo a casa
improvvisamente inutile, perché la vita mi sembrava ferma
fino a quando non tornavo a rivederlo.
Ho il cervello vuoto, da due giorni scrivo e cancello
.Scrivo e cancello perché il cervello ti dice una cosa e ne
scrivi una simile, ma non esattamente quella. Sono distratto
.
A mattina alle otto era già li, puntuale come lo
conoscevo. Arrivò con una pick-up bianco con grandi
finiture cromate: quelle cose che i disgraziati sognano
sempre con la certezza che non arriveranno mai a
comprarsele.
Le solite battute : vinto al Totocalcio???? Costa
tanto, costa poco ….ho fatto un affare.
Confortante vedere Sandro, un bravo cristiano
rispettoso e pratico di tubi e di cannelle, l’avevo conosciuto
già tempo prima quando lavorava per una ditta del posto,
ed era considerato un bravo operaio.
Ora s’era fatto coraggio, lasciato il posto…avviata
un’attività propia. Sandro ormai lo conoscevano tutti ,
bravo e puntuale, rispettoso e preciso , poteva farcela.
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Quel mezzo monumento a quattro ruote era la
prova tangibile della sua felice ascesa.
“Non ci vuole niente a metter giù un’ impianto di
irrigazione a goccia, dopo vedrai quanta fatica risparmi e
non hai più bisogno di annaffiare.” Intanto scaricava rotoli
di tubo nero :” questo resiste anche al decespugliatore ,
aggiunse ed io mi sentii ancora più rassicurato.
Era una fortuna aver incontrato quel ragazzo,
quando hai un locale, specialmente un ristorante dove
l’acqua va via a fiumi e gli scarichi sono sempre pieni di
grasso , non hai solo bisogno di un idraulico …….ti serve
un amico, uno schiavo, un negro, uno che è sempre
disponibile. E Sandro lo era , lo chiamavi verso mezzanotte
quando ancora lavori e qualche guaio ti blocca ed eccolo
arrivare, sempre con il sorriso perché lui sapeva la
difficoltà del nostro lavoro.
Quando hai cominciato da nulla , e cominci a vedere
la possibilità di arrampicarti un po’ per arrivare a vedere
cosa c’è al di là del muro della miseria, se hai la voglia di
crescere e di non restare tutta la vita a rimestare sempre
tra fogne a scarichi , le occasioni le fiuti al volo, ti scopri è
logico, abbandoni la posizione di sicurezza, lasci le cautele e
le paure, quando fai un salto per passare il fosso e atterrare
di là dove c’è erba verde e non fango, per un attimo sei a
mezz’aria, sei sospeso nel vuoto: sei vulnerabile.
E Sandro ormai quell’erba verde l’aveva vista ,
quell’albergo tutto nuovo , l’aveva stregato. Quando sei
costretto tutto il giorno a correre per altri ad accomodar
latrine e stasare fogne, quando il meglio che ti capita è
montare un bagno miserevole in una casa popolare, non
puoi non sentirti bene a fare un salto lungo e trovarti nel
giardino incantato.
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Quei grandi fogli pieni di disegni, che l’ingegnere gli
aveva passato avevano fermato per lui un momento
importante.
“Sandro, questi sono gli impianti da fare, è un
lavoro grosso, sarebbe una cosa per una grande impresa,
ma io e i miei fratelli abbiamo fiducia in te. Mettiamo giù i
materiali migliori perché questo è un albergo a quattro
stelle e tutto deve essere grande.”
Quelle Quattro Stelle a Sandro s’erano piantate
nella testa rafforzate e confermate dalla fiducia e dalla
disponibilità dei fratelli.
Mi fece vedere con grande orgoglio tutta quella fila
di manometri luccicanti, il grande aspirapolvere
centralizzato.
“ L’ acqua calda va giù da qui entra in ogni camera,
questo è il ritorno e poi giù alla piscina per tenerla sempre
a temperatura giusta , poi si ripompa e via al depuratore in
modo che poi l’irrigazione………” lui parlava ed io cercavo
di far di conto e mi domandavo come facevo io a
richiamarlo per quella merda di fogna che mi si intasava
sempre o per qualche cannella che sgocciolava. Lo
ascoltavo gli chiedevo….” Sandro ma sei sicuro..??..??..??”
“ ma che scherzi” ribatteva lui , “ quando voglio,
anzi quando ho tempo, perché sono sempre occupato “vado
in ufficio , presento il conto e zac….assegno!!!!”
Mi vergognavo e mi sentivo male io , l’avevo anche
trovato una mattina a casa di uno dei fratelli, a spostare
una catasta di legna per tirar fuori un deposito troppo
grande anche per chi normalmente esagera:
“ mi pagano, disse lui orgoglioso, segno le ore e loro
mi pagano.
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Dietro le sue spalle un impianto simile a quello
dell’albergo testimoniava le possibilità dei padroni e
giustificava l’entusiasmo folle del Sandro.
Ogni tanto passava da me e mi rassicurava, “ oggi
non c’era nessuno ma sicuramente domani riscuoto………
Fu l’inizio , poi ricordo forse un acconto, le
chiacchiere, forse una contestazione ……..
Tornava Sandro sempre più abbacchiato, i lavori
erano ormai terminati sia all’albergo che nelle case dei
padroni , ma di pagare non si parlava , anzi si parlava di
certe inadempienze……anche di danni fatti…
Non so se chiusero prima i rubinetti, le banche o i
fornitori, comunque Sandro arrivava sempre più triste e
spesso con qualche bicchiere di più sullo stomaco. Quando
il mondo sembra volerti mordere come un cane arrabbiato
e non sai come prenderlo, ti rendi conto che la vita si può
vivere anche ad attimi, che quelli non sono controllabili e
quindi un bicchiere ed un attimo di follia nessuno te lo può
togliere.
Le banche , i fornitori, gli avvocati ti scrivono…..” se
lei entro 5 giorni dalla presente…..” si ma se io intanto mi
imbriaco come un ciuco o mi faccio come una scimmia tu i
tuoi cinque giorni te li cacci nel culo, perché allora ti
sembrano un’eternità e ti rendi conto che anche i disperati
hanno attimi da vivere , anche se evidentemente più stretti ,
più concentrati,. Ed allora se li vuoi sfruttar bene , se vuoi
lavarti dal cervello tutti quei numeri, le minacce, gli
ultimatum….un bicchiere t’aiuta perché vuoi capire anche
solo per un secondo che la vita è un’altra cosa e che se sei
nato disperato sei destinato ad essere fregato, e stretto in un
angolo………”se lei entro 5 giorni…..”
L’avvocato lo aveva rassicurato, qui c’è materiale
sufficiente per fare, per agire…..mi lasci un
89
acconto….l’avverto i tempi sono lunghi….la giustizia in
Italia purtroppo…….e noi poveri avvocati siamo i primi a
far la fatica…….
Il Sandro tornava a casa , il padre vecchio e mezzo
infermo cominciava a lamentarsi per le sue assenze e per il
freddo e per il caldo…….Una donna, una donna calda e
consolante ci voleva ma Sandro ricordava sua madre che se
n’era fuggita di casa quando lui era ancora ragazzo e
l’aveva lasciato solo con quel vecchio ormai inutilizzabile.
Al sabato Sandro per sfogare la rabbia e pulire il
cervello, accendeva il trattore e andava a raspare la terra in
quei campi attorno a casa che aveva abbandonato qualche
anno prima; la terra non rende più… ripetevano anche i
contadini vicini e l’unica soluzione sembrava quella di
mettersi a imparare un mestiere e far l’operaio chè almeno
qualcosa la sera la porti a casa.
Raspava quella terra e non sapeva neanche lui cosa
seminarci , girando a vuoto , rischiando di rimetterci anche
la pelle come quel giorno che aveva caricato quelle poche
manne raccolte e s’era ribaltato alla curva sopra il greppo
grande.
Quella mattina però il trattore non c’era: l’ha preso
il tu zio, gli disse il vecchio, quando rientrò in casa, l’ ha
preso tanto tu non ne fai niente e lui aspetta ancora quei
soldi che t’ha prestato e non si sa quando glieli potrai
rendere. Ha detto che se lo vuoi , va a prenderlo e portagli i
quattrini!!!!!
Avrebbe Strozzato su padre , il Sandro, avrebbe
sparato volentieri a tutto quel branco di cornacchie che ora
, da quando i fratelli dell’albergo gli avevano chiuso i conti,
lo evitavano e gli negavano anche il saluto, avrebbe fatto un
gran casino se non ci fosse stato il fiasco del rosso a dargli
90
la forza di essere debole, di sopportare di far finta di
niente……
Ogni tanto arrivavano i Carabinieri, ti cominciano a
girare intorno quando sei nei guai , e tanto era pesante la
situazione, che lo convinsero a vendere il fucile da caccia ,
quello che era stato sempre lì attaccato al chiodo come in
tutte le case della zona.
“ Ma che ne fai di quel fucile….gli aveva detto il
maresciallo, ho un amico che lo vorrebbe comprare,
vendiglielo che ti faccio fare un affare.
Gli abbiamo fatto vendere il fucile, spiegavano quelli
della fedelissima, certi e consapevoli ormai che la situazione
era inevitabilmente matura, e non puoi stroncare la vita
delle persone, prendergli tutto , chiudergli le porte
prenderlo per il culo e poi meravigliarti se prende un fucile
e con un tonfo solo pareggia la partita.
“Perché signora ambulanza ?????” sintetizzava e
farfugliava Sandro , pieno come un’ otre. La donnina si
lamentava
sulla
barella
mentre
la
caricavano
sull’ambulanza, la sua macchinetta giaceva sulla strada con
una ruota davanti rivolta verso il celo in una posizione
innaturale. Sandro guardava tutto quello scompiglio ed il
suo furgone con il muso dentro il fosso appena dopo il
giardino dello Steccheto. Quando avevo aperto lo sportello
per vedere se era già morto, stava ancora telefonando .
La sera tornò a casa dopo ore alla Stazione dei
Caramba.
Verbali,
prediche,
raccomandazioni,
oscuri
presagi…… ”tirma qui”. Tornò a casa che era già buio, i
lamenti del vecchio si sentivano anche dal letto sudicio e
disfatto ormai da settimane, dove s’era buttato, giù a
bocconi,per un attimo di tregua per sfruttare quelle poche
ore in cui caramba, direttori di banca, fornitori e
91
magistrati vanno a dormire ed il mondo per un attimo
respira..
Una donna. ci voleva una donna, che lo aspettasse
per abbracciarlo, sognava il suo lavoro come c’ aveva
prima che gli affari a Quattro Stelle gli stroncassero la vita,
il suo lavoro come l’aveva prima che glielo rubassero, il
grande furgone che per la prima volta s’era
comprato……….Ora anche quella casa gli sembrava
estranea, con il salottino , i faretti nichelati i soprammobili
……ti sembra impossibile : ci sono persone che quelle cose
le vivono, si siedono su quei divani , leggono giornali e
guardano la TV in attesa che u donnana gli prepari la cena
. Lui no, sembrava capitato li per caso braccato di giorno ,
ormai ridotto a cercare il buio , la notte per avere un attimo
di tregua.
Le aveva provate di tutte, era anche riuscito ad
incontrare i fratelli assieme per reclamare il suo, per
chiarire quell’equivoco maledetto che dalle Stelle lo
avevano trascinato in quel casino.
Voleva dormire ma sentiva ancora le risatine
ironiche quando aveva mostrato le bolle, i documenti dei
materiali comprati per l.oro e che ora i fornitori volevano
pagati da lui.
“ ma vai via che sei briaco……..” e con uno
spintone si trovò per terra, deriso disprezzato……..
Raccolse come poteva gattonando nel giardino , i
fogli che si erano sparpagliati in qua e in là.
Raccolse i fogli, avrebbe voluto essere grande ,
grande per poterli prendere per il collo e fargli mangiare
bolle e terra………..
“ è venuto ed era briaco come un ciuco……”
raccontavano i fratelli e tutti scrollavano la testa dicendo
che non si capiva come un bravo ragazzo come Sandro
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aveva potuto ridursi così. Delle bolle, dei materiali, del
lavoro, delle fatture non si parlava più perché quando uno
beve, ha infranto le regole ed i diritti decadono , quando hai
perduto vige ancora l’ antica regola del saccheggio ed il
vincitore si prende tutto anche la tua donna, e questa era
l’unica fortuna di Sandro : donna non ne aveva e quindi
non potevano prendergliela.
Ma il trattore, la casa, le macchine..gli
attrezzi…tutto quello se non sei stato rigido sulle regole non
è più tuo, questo è il mio, questo è il tuo..…questo deciderà
il Signor Giudice sentiti gli Avvocati.
“Ma quelle fatture ….avvocato…..”
“ quelle fatture Sandro, sentenziava, quelle fatture le
presentiamo
dopo,
c’è
temo….il
giudice….la
causa…..dobbiamo provare hai un bel dire che devi avere,
ma loro dicono che non è vero e che anzi ti hanno dato i
soldi prima, così in contanti perché tu dovevi andare a bere
e chiedevi acconti e certo, ubriaco com’eri, ora non te lo
ricordi neanche….., Non è semplice Sandro…..”
E tu vorresti fare un urlo gigante di quelli che
……vorresti fare piazza pulita perché si , è vero che ho
bevuto ma…….
Capita un giorno che non ce la fai più: capita che sei
stanco di sentir balle, di ricevere spintoni, di dover
subire….perché quando sei disgraziato è come un marchio
, come il bollino delle banane: tutti sanno chi sei, tutti sanno
i tuoi problemi e allora con te usano un metro diverso
perché se sei disgraziato io non ti posso trattare come una
persona normale, non fa niente perché, non fa niente come
è cominciato.
Arriva un giorno che……arriva un giorno che non
ce la fai più e afferri la prima cosa che ti capita fra le mani
e gliela spacchi nel capo, o un coltello e glielo infili nella
93
panca , con forza fino in fondo , come loro hanno fatto con
te , e non fa niente a chi tocca, se ti ha fatto qualcosa o no,
basta che sia uno , uno di loro perché ora il fatto è questo :
tu sei qui solo in mezzo ai guai fino al collo e tutti gli altri
sono di la, lontano da te , e ti hanno lasciato solo,
definitivamente terribilmente solo.
Io ho visto la Madonna!! Avevo 5 anni , in via
Tolletta nella casa del Brillandi.
Abitavamo in due o tre stanze, la scala che saliva
dritta dal giardino padronale, sul pianerottolo proprio di
fronte alla scala il gabinetto, a sinistra la porta di casa una
cucina una camera che non ricordo neppure tanto bene.
Io ero piccolo, la mamma mi metteva sulla finestra
di cucina che aveva un’inferriata . Stavo li seduto e vedevo
fuori uno spicchio di via Tolletta e sotto il giardino della
Cetica.
I Brillandi erano i proprietari di tutto quel ben di
Dio, un antico palazzo che aveva la facciata e l’ingresso in
Via Madonna del Prato, e poi quelle casupole che davano
sul giardino situato nel retro del palazzo. Dalla parte
opposta di via Tolletta , il retro della chiesa di San
Francesco trasformava il tutto come parte di un grande
monumento. La ficaia vecchia di cento anni, chiudeva il
giardino verso San Francesco, fresca e profumata in estate.
Dalla porta delle rimesse usciva il signor Carlo, un uomo
rustico e villano, che tutti disprezzavano nemmeno
velatamente, e lui ne andava fiero perché sapeva di essere
ricco e forte e doveva ben difendersi da tutti quei morti di
fame che infestavano il mondo.
La mattina con la bicicletta se ne andava a
Staggiano dove aveva la Villa ed i poderi, a sentir le
94
lamentele dei contadini ed a controllare che la miseria non
li spingesse anche a rubargli qualcosa. Perché i disgraziati ,
secondo la sua teoria, non erano solo poveri, ma spesso
anche ladri .
Non so come il signor Carlo era riuscito a prendere
in moglie la signora Francesca, una donna triste e raffinata
che passava le sue giornate tra merletti e ricette di cucina in
attesa del thè delle cinque.
Il palazzo di Via Madonna del Prato, sembrava
costruito proprio su di lei. Dopo il portone monumentale,
un ingresso grande come un appartamento, fresco e dalle
volte alte, sulla destra un grande scalone monumentale
portava al primo ed unico piano, sulla sinistra la grande
cucina, una saletta da pranzo dove la signora prendeva il
thè e in fondo cantine, magazzini e l’uscita nel giardino di
via Tolletta.
In cima allo scalone sulla destra una stanzetta da
lavoro, piena di stoffe, di fili colorati, lane, macchine da
cucire, scatole di bottoni , un vero laboratorio del cucito,
sulla sinistra un grande salone con alte finestre, vetrine con
armi ed altri ricordi, forse bandiere, senz’altro qualcosa di
militare.
Qualcosa che certamente apparteneva al signor
Beppe, un giovane distinto che, non si sa come, era fratello
del signor Carlo, un tipo raffinato ben educato , militare di
complemento che aveva partecipato ultimamente alla
campagna dì’Africa .
Arrivavano lettere e cartoline a volte con figure di
uomini insoliti che dice, si chiamavano Ascari e che ,
raccontava Beppe, erano molto più servizievoli degli
Italiani.
La signora Francesca aspettava con ansia quelle
lettere, non so se contenevano messaggi segreti , certo è che
95
lei le portava nella stanza da lavoro e tra un ricamo ed un
altro le rileggeva 100 volte e le riponeva poi tutte in un
cofanetto puntaspilli da sempre la sua cassaforte dei
pensieri.
Il signor Carlo andava avanti e indietro da
Staggiano, riportava pomodori e fagiolini e bestemmiava
sempre contro quei bastardi di contadini che “ se non li
guardi tutto il giorno finiscono per rubarti anche il
podere”.
La villa di Staggiano era sempre vuota nel periodo
invernale, il signor Carlo ogni tanto chiamava una delle
ragazze dei contadini per farle dare un po’ d’aria ed una
rinfrescata, mentre ridendo e scherzando gli allungava
qualche manata nel sedere tanto per saggiare la
disponibilità.
D’ estate invece arrivava la signora Francesca in
vacanza ed allora il sole tornava a riscaldare le stanze,
filtrando tra gli alberi da frutto dell’orto che circondava la
villa.
Era il suo rifugio estivo e la Francesca passava li
tutta l’estate ,una solitudine interrotta dalle rare visite di
qualche amica, quando il Carlo brontolando e
sbeffeggiando le donne in generale, attaccava il calesse e
dava loro un passaggio da Arezzo.
Beppe andava e veniva da Arezzo, spesso si fermava
a dormire in città, nella grande casa di via Madonna del
Prato.
La signora Francesca coltivava fiori e solitudine
cercando conforto tra pizzi e cucina.
Le donne dei contadini, venivano ad aiutarla a far
quei mestieri inutili e cercavano di consolarla dicendo che
la vita era dura anche per loro e quando tornavano a casa
raccontavano a cena la disgrazia di quella povera donna
96
che “ non gli mancherebbe niente “ ma che come nessuno
era infelice e sola.
Prima di declassarla a complemento delle sue
proprietà, il signor Carlo aveva provato ad utilizzare la
signora Francesca come moglie. Lui sanguigno, sbrigativo ,
rude e rozzo, lei delicata e impaurita , un’unione
impossibile, praticamente uno stupro.
Era nato un figliolo, Enzino, intelligentissimo e
completamente scemo insieme, curioso per mille problemi
di fisica o di cultura generale, ossessionante e ripetitivo,
incapace, indifeso.
Il signor Carlo che aveva sperato in una specie di
cane da guardia da sguinzagliare dietro a quei ladri di
contadini quando lui non ce la faceva, comprese che da una
sposa come la Francesca non c’era verso di sperare meglio,
e bestemmiando e maledicendo il mondo che andava così
velocemente in rovina accantonò il problema e relegò i due
come le due disgrazie irreparabili della sua vita.
Un giorno d’autunno, le prime nebbie cominciavano
a sfocare le sagome degli alberi da frutto, fuori dalle
finestre della villa di Staggiano, Beppe non si era visto da
tempo, Enzino era anche lui in città, e Carlo appariva e
scompariva, bestemmiando e brontolando, urlando con i
contadini chiamati a render conto, sbraitando contro le
donne ed in particolare Francesca che lo aveva tradito nelle
sue aspettative tutta la vita e che era stata solo capace di
dargli un figliolo scemo.
In quella villa silenziosa la signora Francesca
aspettava di sapere quando Carlo avrebbe preparato il
calesse per tornare in città. I pizzi ed i merletti tutti
ripiegati, la biancheria riposta, i vasi messi al sicuro nella
limonaia, la naftalina negli armadi….la cucina vuota e
pulita…la casa vuota…nessuno intorno…….nulla da
97
fare….nulla da sperare…….non si accorse neppure, la
Francesca che aveva cominciato a salire le scale che
portavano alle camere, Saliva e sentiva che cominciava a
calmarsi, che stava trovando la strada giusta, saliva e
pensava …Beppe….Enzino…la Vittorina….la cognata
amica affezionata e consolatrice….la camera…….grande e
lo stretto corridoio…..Carlo un uomo così sconosciuto,
grande grosso …com’era successo…..la piccola porta della
soffitta…….tutto a posto…….le piccole finestre che dalla
soffitta
sotto
la
gronda
della
Villa
davano
nell’orto………ne apri una, Staggiano ovattato dalla
leggera nebbia autunnale…i contadini nelle case a
governare gli animali….il silenzio…la pace….eccola
finalmente …la pace….scavalcò a mala pena il davanzale,
oltrepassò la piccola finestra e si gettò giu, a capofitto, per
schiantarsi nell’orto della Villa, per stroncare quella vita
sbagliata….per trovare …il silenzio.
Ho visto la Madonna, e non riesco mai a finire il
discorso perche poi ogni volta anche se lontano, quel fatto
mi riporta alla mente altre situazioni, certamente meno
importanti ma che ho paura di dimenticare e quindi le
butto subito giù.
Invece di aver visto la Madonna non te lo scordi :
può passare una vita come è successo a me, e anche lunga
ma ancora la vedo lì, che mi sovrasta, silenziosa con quel
vestito da monaca , misteriosa e dolce ma che mi fece
gridare di paura.
Ero seduto sul “ vasino “ come si usava allora
quando i gabinetti nelle case erano ancora medioevali. La
mamma m’aveva messo li e al solito m’aveva rassicurato”
torno appena l’hai fatta”
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Non so a che cosa pensavo: sulla sinistra avevo la
buca del gabinetto, alla destra la porta che dava sulle scale
e davanti un muro grigio e sporco che non aveva visto un
imbianchino da secoli. Ad un tratto sentii qualcosa ….alzai
lo sguardo ed era li , davanti a me bella, leggera
esattamente come una monaca.
“ la mochena…la mochena “ cominciai a gridare
forte, lei svani….arrivò mia madre raccontai tra le lacrime
e l’emozione, non c’era nessuno, mia madre mi rassicurò,
mi portò in casa….e per qualche giorno stette in pensiero.
Da allora di Madonne non ne ho viste più, frequento
le chiese saltuariamente , ma più per motivi architettonici
che per religioso dovere. Al contrario parlo con me stesso e
con il Padreterno, e con mia Madre più volte al giorno, ed è
per me la cosa che conta perché ce la dovremo vedere fra di
noi , nelle dovute competenze , quando il mio tempo sarà
scaduto.
Parlo e penso, e cerco di capire se il mio confuso
girovagare in questo mondo, le mie giornate inventate e
disarticolate, possono aver urtato il buon senso, quanto mia
madre mi ha insegnato con la sua vita, se posso aver rotto le
scatole a qualcuno o peggio ancora, non aver tenuto conto
di quelle regolette che il Padreterno, o la natura per Lui, o
Lui per la natura…hanno stabilito e che sono sempre una
base solida per il vivere da cristiani.
Onoro mio padre e mia madre che mi hanno dato la
vita e tanto di più. Rispetto la miseria degli altri, le loro
difficoltà, non le do per scontate per la loro condizione e le
trovo profondamente ingiuste.
Non sopporto la violenza , specialmente quella
razionale, senza motivi che non siano quelli della
sopravvivenza vera. Mi urta , mi disgusta, l’ignoranza, la
maleducazione perchè non è naturale , nessuno nasce
99
ignorante nel senso di maleducato, aggressivo, superficiale
opportunista, queste sono caratteristiche negative che non
sono frutto di mancata preparazione, sono anzi
conseguenza di ragionamenti, di scelte precise per assurdo
sono la conseguenza di un periodo di “ formazione” di una
sorta di specializzazione per cui decidi che ottieni di più
fregando, mandando a far un giro chi non ti torna utile, che
puoi crearti dei diritti quando non ne hai, che hai deciso
che aggredire rende più che dialogare, spiegarsi,
prevaricare, aggredire sembra ad un certo punto quasi una
conseguenza naturale del modo di vivere odierno, una
componente
necessaria,
utile,
indispensabile
per
sopravvivere nella bolgia di questo tempo.
Ho visto un film , parlava di ladri di identità, una
storia angosciante di una brava ragazza , vittima a caso di
una disperata che per soddisfare i suoi sogni sfrenati e poi
metter riparo a tutti i danni commessi, si appropria prima
del suo numero di carta di credito, poi delle sue generalità e
infine cerca , con grande disagio della disperata , di
sottrarle l’identità intera praticamente raddoppiando,
fotocopiando la sua. Una storia folle, una persona
completamente distrutta ostaggio di un'altra che però non
conosci e non hai difesa.
Sembra una storia strana , inventata e confezionata
per il cinema , ma poi , ci ripensi e capisci che è storia
contemporanea , è vita di tutti i giorni. Il furto classico è
ormai una sorta di “artigianato del furto” , roba da
amatori da collezionisti, da vecchi romantici a cui piace
l’essenza del furto ma che dimenticano il fine principale : il
tornaconto economico.
Il disperato che ti ruba l’autoradio , la vecchietta che
frega la scatoletta di fagioli, il tizio che cerca di arraffarti la
valigia alla stazione, sono degli inguaribili romantici che
100
rischiano per portarsi a casa cose che non hanno alcun
valore e che non useranno mai.
Beccarono un amico mio a rubare in un
supermercato, lo portarono in ufficio, e gli intimarono di
aprire il giubbotto gonfio in modo assurdo.
Caddero per terra, come una pioggia di sorprese
sotto l’albero della cuccagna, una montagna di forchettine
di plastica da due lire che lo stupido aveva inboscato perché
doveva fare una festa a casa con amici.
Questi sono i furti che ti fanno incazzare più per la
stupidità dei soggetti che per l’atto in se .
La giustizia prevede un’aggravante per il furto con
destrezza ed un’altra per il furto di cose affidate al
pubblico rispetto. Una volta si pretendeva una certa
correttezza anche nelle azioni truffaldine.
Anche in guerra , momento dell’illegalità assoluta,
esistevano regole di buon comportamento.
Non si sparava alle spalle del nemico, si
dichiaravano le tregue e si rispettavano, non si combatteva
prima della dichiarazione di guerra: si consegnava con una
bella lettera come un invito a nozze e dopo, si faceva la
guerra.
I primi ad infrangere queste consuetudini furono i
giapponesi a Pearl Harbour. Era domenica mattina, gli
americani erano tutti sparpagliati tra pick-nick , campi da
golf e gite in barca, tanto sapevano che la letterina non era
ancora arrivata.
Ai giapponesi pratici e spietati come tutti gli
orientali , quella sembrò una prassi inutile e non consona a
uomini che devono battersi e non hanno tempo per
cerimonie.
101
Successe quel che successe e da allora gli occidentali
hanno meditato molto ed hanno aderito volontariamente al
nuovo corso.
Oggi “ scaltrezza” e “ appropriazione di cose
affidate al pubblico rispetto” sono due delle regole
fondamentali che regolano l’alta finanza , specialmente
quella di questo paese.
Una volta, appunto, era reato più grave se mi
fregavi la bicicletta che avevo appoggiata al muro mentre
facevo spesa dall’ortolano.
Ho lasciata li la mia bicicletta, dimostrando di aver
fiducia nel rispetto che gli altri devono alle mie cose, e tu
invece, ladro cialtrone, me la freghi senza colpo ferire.
Giustamente la condanna era più severa.
Oggi affido i miei risparmi al pubblico rispetto,
appoggiandoli ad una banca , come la bicicletta al muro, e
tu, ladro furfante, Tronchetto Primavera o Tanzi, o altri ,
me li fai evaporare con i tuoi acquisti sempre scoperti di
contante , utilizzando a caso i miei risparmi, che un bel
giorno sono ahime, dimezzati o spariti del tutto.
Sei nella grande distribuzione e tra due per tre,
offerte finte speciali, regali, e vincite non richieste, mi fai
mettere una firma qui, un impegno la e mi ritrovo con
settemila rate non previste ma che tu , con scaltrezza, hai
già programmato e giustificato coperto da cavilli legali
ineccepibili.
Il prezzo stesso non è più dedotto , come dovrebbe,
dal valore reale dell’oggetto o della prestazione. Tanto di
materiali, tanto di lavorazione, tanto di utili e tasse e questo
è il prezzo da pagare.
Oggi no: ti pubblicizzo un oggetto senza alcun valore
e di nessuna utilità, ma te lo presento come indispensabile ,
parte integrante del tu modo di vivere oggi, diffondo il
102
messaggio a milioni di persone, con scaltrezza riesco a
venderne centinaia di migliaia di pezzi ed allora il prezzo
non è più determinato dal valore dell’oggetto, ma dalla sua
vendibilità.
Per assurdo, più ne vendo e …..più costa, anzichè al
contrario come dovrebbe essere.
In questo bailame generale, molte regole economiche
si sono rovesciate.
Tu non compri secondo le tue possibilità, trovando
in queste stesse un freno regolatore che ti dà il ritmo degli
acquisti posibili, no!! Tu compri a seconda delle mie
necessità di vendita e a seconda ….delle tue capacità di
rientro. Guardiamo un po’ nelle tue taschine, facci vedere
quanti soldini hai, quanto guadagni, a quanto ammonta la
tua anemica busta paga…facciamo quattro conti e quindi
va tutto bene: un po’ a me , un po’ a te, una rata qui , una
rata lì e tutto quanto incassi ce lo ridistribuisci e se tardi ,
non è poi un gran male perchè possiamo darti tempo
purchè tu paghì gli interessi previsti .
Dice :” ma io ho un Castello, dodici case ed un parco
grande così dove ho investito tutti i miei risparmi……
Fatto male, molto male, i soldi si lasciano in giro,
liberi, nelle banche o nelle Borse affinchè ognuno possa
attingere liberamente……le proprietà non ci interessano, se
con i tuoi risparmi hai costruito, hai acquistato case e
terreni…..non va bene, non ci interessa, a noi interessano
solo soldi contanti , le tue proprietà dovrai custodirle, farvi
manutenzione…….sono praticamente un debito, anche
perché io ti ci metto una tassa qui , una lì, una per uscire
sulla strada, una per l’inquinamento che inevitabilmente
fai, una per il volume della costruzione, una per i servizi ,
etc etc. quindi….quindi se tu hai castelli e poderi, case e
palazzi, devi solo pagare e dimostrarmi che te li puoi
103
mantenere…..se no vendi, realizzi soldi contanti e allora
dopo cominciamo a parlare.
Incontrai mia madre quando avevo 23 anni. Fino ad
allora era stata la mia mamma , ci eravamo parlati poco, il
giusto, le solite parole che le mamme scambiano con i figli e
viceversa.
La vedevo sempre angosciata per le difficoltà
economiche della famiglia e per quel peso che aveva di
dover tirare avanti quei tre figlioli ed un marito che aveva
qualche grillo per la testa e poca fortuna nel lavoro.
La ricordo stanca e nervosa verso la fine degli anni
’30; l’Italia stava per entrare in guerra, abitavamo a
Maccagnolo nell’ultimo piano della villa.
L’ appartamento di via Tolletta ad Arezzo,
l’avevamo lasciato per non pagar più affitto, e la Nonna
Giannina, con qualche brontolo e qualche ma….aveva
accettato di darci quella possibilità, anche perché in
campagna la vita è più facile, un cesto di insalata lo trovi
sempre ed un po’ di fagioli non mancano mai.
C’era già la tessera su tutti i prodotti alimentari e la
mamma faticava ora due volte a mettere insieme il pranzo e
la cena. Al problema economico si era aggiunto quello del
tesseramento, e la mamma a forza di chiacchiere e di
raccomandazioni, riusciva a strappare al macellaio di Via
Romana, qualche pezzetto di lesso in più.
Mancava tutto, stoffe, filo, sapone, zucchero , caffè
etc…la giornata era un’invenzione continua ed un gioco al
rimpiazzo cercando di sostituire con surrogati assurdi le
cose importanti che mancavano.
Mi ricordo un paio di pantaloni fatti da una coperta
militare di lana ruvida che pizzicava a tal punto che non
riuscivo neppure a camminare, e la pelle delle gambe era
104
rossa e sbucciata dove, a meta coscia, finiva l’orlo dei
pantaloni.
Non avevamo acqua in casa, ci lavavamo in una
catinellina di rame con l’acqua portata su con le mezzine
dal pozzo della Villa.
Il babbo partiva con una bicicletta nera e dura come
una carretta.
A metà strada per traversare la ferrovia bisognava
prendere la bicicletta in spalla e portarla su per le due
rampe di scale del soprapassagio, vicino a Porta Santo
Spirito.
Alla sera , dopocena, acqua o vento, anche con la
neve, riprendeva la sua bici perché al Circolo Artistico era
ancora serata di poker ed il gioco è vigliacco, se lasci
perdere un’occasione può darsi che non ti rifai mai…..e il
babbo ne aveva da rifarsi per pareggiare .
Durante la cena, sotto il tavolo, un braciere con la
carbonella infuocata, assicurava un minimo di calore ed un
mal di testa per tutti.
Nelle camere l’acqua sul comodino si ghiacciava ed
al mattino i vetri erano tutti un gran merletto di ghiaccio.
Da Firenze venivano lo zio Armando e la zia Ida, che
era la grande sicurezza della mamma. Quando era
disperata e le sembrava che tutto stesse per crollare, si
sfogava con la zia Ida vuotando quel sacco di amarezze
troppo pesante da portare.
La zia ascoltava e le ricordava che anche lei con
l’Armando aveva sofferto questo e sopportato quello…ma
che poi quando a un uomo gli vuoi bene e per di più ci sono
i figli di mezzo, non è più tempo per ripensamenti o
rimorsi, devi andare avanti e basta.
105
Lo zio Armando , vecchio socialista, lavorava alla
Nazione vero ritrovo di oppositori al fascismo ed
ovviamente a Mussolini.
Un giorno il Duce parlò, era l’imminenza della
guerra, e lo ascoltammo alla radio; mentre con la mamma
ci avvicinavamo a tutti gli altri seduti a conversazione sotto
la pergola di lillà, io dissi che mi sembrava avesse parlato
bene e ma la mamma soggiunse:” stai zitto che qua son tutti
rossi”
Capii solo dopo anni che cosa aveva voluto dire.
La mamma era sempre molto affaticata, ed io la
ricordo spesso a letto …al buio “ per favore non accendete
la luce!!!!!” con le pezze bagnate sulla testa e quegli occhi
tristi e addolorati che ti mettevano pena per non saper
come aiutarla.
Per la verità non era sola e per le faccende avevamo
una donna , una ragazzona mora e robusta di Chiani, di
quelle ragazze che le famiglie più povere della nostra, non
vedevano l’ora di togliersi di casa e le mandavano al
servizio, almeno un pezzo di pane ce l’avevano.
L’Assunta era forte e dura come un sasso , il babbo
quando tornava diceva che doveva scendere per aiutarlo a
cercare un po’ di erba per due conigli che avevamo in un
sottoscala, o per sistemare la bicicletta o portar su
qualcosa….
Tornavano dopo un pezzo, arrossati e affaticati, e la
mamma diceva che quei due conigli era meglio toglierli di
mezzo, e diventava subito triste e nervosa ed era meglio
girargli alla larga anche il giorno dopo. Tornava il mal di
testa e le giornate al buio con le pezze bagnate sulla testa.
La nonna Giannina al piano di sotto sorvegliava ,
come sempre, su tutto il paese ,e doveva affrontare le novità
imposte dalla guerra imminente: conferimento dei raccolti
106
agli ammassi, requisizione di tutto il ferro , comprese le
cancellate della villa che furono segate via e portate a
fondere. Non si poteva neppure crescere un maiale per il
fabbisogno di casa, perché tutto il granturco lo dovevi
portare all’Ammasso e se anche tu lo avessi cresciuto e
ingrassato, poi il maiale lo dovevi consegnare .
Tutta la terra disponibile doveva essere seminata a
grano; ad Arezzo avevano seminato anche le aiole di Piazza
Guido Monaco proprio per insegnare a tutti che ogni metro
di terra doveva essere utilizzato.
I fascisti sorvegliavano tutto e tutti con facce scure e
poche storie: erano finiti i sabato pomeriggio a far adunate
e sfilate significative, ora si faceva sul serio, la guerra era
vicina e guai a chi faceva il “ disfattista”.
Il babbo che era sempre stato presente alle adunate
e che aveva anche l’onore di portare il Gagliardetto”, non
aveva più l’entusiasmo e la convinzione di quando faceva
con lo zio Pino, discussioni per difendere Mussolini.
Ora che si parlava di menar le mani e partire a far a
schioppettate , la storia cominciò a sembrargli meno
affascinante e ripiegò sulla Monarchia , per stare alla larga,
come il Re insegnò, da posizioni troppo decise.
Il pane era sempre più nero e immangiabile e la
mamma tra un mal di testa ed un altro, aveva cominciato
anche ad accusar dolori allo stomaco.
La zia Ida l’accompagnò a Firenze da un “
Professore” molto noto, prof Lunedei, che facilmente gli
diagnosticò un’ulcera di probabile origine nervosa.
Le difficoltà, i nervi, il tesseramento , l’Assunta, la
nonna Giannina che dal piano di sotto sorvegliava e intuiva
tutto, prima ancora che glielo riferissero, tutto questo aveva
fiaccato il fisico della mamma tanto che presto sembrò
veramente malata di cuore , cosa che allarmò tutti lei
107
compresa, perché c’era il precedente della zia Bebe, sorella
della mamma, morta di cuore e di malinconia molto
giovane.
Il babbo, che conosceva bene la vita , ogni tanto
l’esortava :” Marì stai tranquilla, non te la prendere,
riposati, tanto c’è l’ Assunta….” E partiva con la sua
bicicletta nera.
La zia Bebe aveva una bella camicetta “alla russa”,
di raso bianco, con grandi maniche a sbuffo tutte ricamate
con fiori splendidi e fantastici, capelli biondi ondulati, e
caviglie un po’ gonfie perché proprio quel cuore non
andava.
La camicetta l’ aveva ricamata la mamma,
risparmiando dalla spesa qualche lira per comprare quelle
matassine colorate della Cantoni necessarie al ricamo. I
fiori erano tanti e diversi e coloratissimi, sfumati e composti
talmente bene che sembravano nati con il tessuto.
Nella Villa la zia Bebe aveva una camera, proprio
dopo il salotto, nell’angolo della Villa che dava sull’aia del
Caccialupi.
Per quanto la nonna Giannina era forte e
scoglionata, la zia Bebe era dolce e tranquilla. Sembrava
quasi che nella Villa non ci fosse , appariva solo quando
qualcuno veniva a far visita ed allora tutti si riunivano per
bicchierino di vinsanto, sotto la pergola di lillà nel piazzale
inghiaiato , proprio davanti alla rimessa delle carrozze.
Ogni tanto veniva il Magnanensi, un impresario che
via via faceva i lavori di manutenzione alla villa o alle case
dei contadini.
Aveva costruito le concimaie e gli stalletti dei maiali,
secondo le nuove norme che il fascismo aveva decretato per
migliorare la resa delle campagne e modernizzare le
culture.
108
Il Magnanensi aveva una Lancia, nera e lunga, con
grandi parafanghi, le nichelature luccicanti ed i vasetti in
cristallo per i fiori freschi ai lati dei sedili posteriori.
Arrivava alla villa e portava la zia Bebe a far una
girata in macchina, cosa allora molto strana e rara e quasi
avventurosa. I contadini guardavano la Zia Bebe partire
con quel macchinone nero e si toglievano il cappello ,
restando a guardare a bocca aperta con il cappello in mano
fino a quando la macchina non girava alla curva dell’
Orfanotrofio.
Una volta tutti cominciarono a parlottare di
aereoplano. Vidi poi una foto: il Magnanensi aveva portato
la zia al Campo d’ Aviazione e le aveva fatto fare un giro
con un bimotore.
Nella foto si vedeva la zia Bebe, i Piloti ed il signor
Magnanensi, a fianco del grande aereo grigio, con il muso
rivolto in alto, le eliche ferme, tutto fasciato di lamiera
ondulata. La coda era Bianco Rossa e Verde.
La zia Bebe era molto riservata e tranquilla, nella
sua camera un grande specchio incorniciato di legno nero
con due candelabri dorati ai lati, non creava certo una
atmosfera allegra. La zia era sempre triste e sofferente
anche se io ricordo che , essendo sempre molto riservata e
solitaria ,la sua malattia quasi passava inosservata.
Ogni tanto veniva il medico, ma non circolavano
notizie, anche perché alla nonna Giannina erano aumentati
i pensieri: tra gli ammassi e tutti gli affamati che c’erano in
giro, bisognava stare sempre con gli occhi aperti e non
fidarsi mai di nessuno.
Ad un tratto , improvvisamente, come se tutte le
sofferenze non fossero state avviso sufficiente, la zia Bebe
109
dopo una breve malattia mori, in silenzio senza scomodare
nessuno,come era vissuta.
Fedele al suo modo di vivere e di mostrarsi poco,
volle essere cremata , cosa davvero insolita per quei tempi.
Di lei rimase veramente poco, quel suo vivere in disparte ,
sempre in situazioni sfocate e poco incisive, lasciò anche
pochi ricordi. Solo la mamma , ricordo, la piangeva
continuamente e la rammentava sempre con tenerezza e
per ogni tristezza della zia Bebe, risaliva immancabilmente
alla nonna Giannina, che con i figli , come si usava
allora,era sempre stata dura.
Mi sembrava di capire che quella sua malattia di
cuore era generata in fondo da una profonda incapacità di
vivere , anima fragile e gentile, chiusa nella Villa dove la
nonna Giannina gestiva, persone, e animali con decisione e
autorità e non c’era posto per bocche che mangiavano e
non producevano.
La Giannina imponeva a tutti un ritmo ben preciso :
la mattina le ragazze dei contadini venivano alla Villa per i
lavori della giornata.
Il primo e più importante era accudire alla persona
della Giannina. Di famiglia modesta, analfabeta e ballerina
per mestiere , aveva subito capito come gira il mondo
quando il giovane avvocato Calderini, l’aveva tolta da un
cabaret e se l’era portata a casa. Le buone maniere non
l’aveva imparate mai, ma sapeva come portar gioielli,
comandare le persone e farsi rispettare.
Lavarsi e pettinarsi non era affar suo : si metteva
seduta nella camerona e aspettava che le ragazze
cominciassero a girargli attorno e fare quanto dovevano.
Prima la faccia con l’acqua fresca della catinella, poi il
corpo con le spugne bagnate e gli asciugamani di lino con le
lunghe frange. Infine la pettinatura, con le schiacce scaldate
110
bene su un veggio pieno di carbone acceso, cominciavano a
fargli delle onde enormi su tutta la testa, e poi i lunghi
capelli, fermati a crocchia proprio dietro la testa , fermati
con un grosso pettine di tartaruga.
Le ragazze lavoravano , parlando se la Padrona ne
aveva voglia, se no si muovevano tutte in silenzio , attente a
non sbagliare , perché la pazienza, la Giannina non sapeva
neanche che cosa era. Mentre le ragazze si muovevano
attente, lei lanciava urla poderose e sparava accidenti a
questa o quella maledicendo il mondo che le faceva
sopportare tutte quelle incapacità.
Oppure faceva qualche domanda , apparentemente
a caso, ed in un attimo riusciva a cavar fuori da quelle
bocche imprudenti qualcosa che le era sfuggito.
Finita la vestizione e la colazione iniziava un’attività
frenetica che la Padrona sorvegliava attentamente senza
muoversi dal primo piano della Villa. Qualcuno lucidava le
botti di cantina con olio di semi, altri spandevano con i
rastrelli la ghiaia del piazzale, nella rimessa c’erano le
carrozze da lucidare , bisognava dar aria al granaio,
riporre patate e cipolle , rigirar fagioli nei bigoni che non
avessero a prender di muffa, qualcuno doveva imbottigliare
un po’ di vino perchè i contadini attingevano alla cantina
ad ogni pasto, ma nella villa il vino si teneva nella stanza
della dispensa , con il vinsanto, l’aceto e l’olio d’oliva.
Qualcuno cerchi un foglio di carta, raro a quei tempi, per
chiudere con i cartoccini le bottiglie, qualcun altro rimetta
a posto le sdraio nel piazzale attorno ai tavoli di ferro con le
tovagliette a quadretti.
C’era ancora da togliere le foglie secche ai giaggioli
del giardino, cavar quelle che galleggiavano sulla vasca dei
pesci rossi, e togliere le erbacce dal giardino con il bersot e
poi questo e poi quello.
111
Mentre la Padrona impartiva ordini e distribuiva
mansioni come se avesse tutto li davanti a lei, arrivavano gli
uomini di ritorno dal mercato dove avevano venduto
qualche animale cresciuto proprio per far qualche lira. La
Padrona ascoltava tutti i lamenti che il contadino si era
studiato e preparato nella via di casa e poi esplodeva,
quando questo pronunciava il prezzo realizzato, secondo lei
sempre inadeguato : una miseria in confronto a quanto un
uomo accorto sarebbe stato capace di realizzare.
Gli uomini andavano via mortificati , con il cappello
in mano gli occhi bassi inseguiti dalle urla della signora
Giannina, la Padrona che non aveva bisogno di fattori no di
mezzani per fare affari e che anche se al mercato non c’era
mai stata , conosceva bene il valore delle sue bestie e quante
bocche aveva da sfamare.
Le donne nel piazzale nell’udire quelle urla ,
alzavano gli occhi alla villa e si facevano il segno della
croce.
La Giannina ogni tanto si affacciava al balcone del
salotto, per controllare i Piccinotti e i Caccialupi che
uscivano con le bestie e soprattutto per evitare che
convincessero la ciuca a camminare con quel pezzo di legno
che già si erano preparati . Uscivano dalla stalla e
traversavano l’aia a forza di preghiere che la ciuca non
voleva proprio ascoltare , sotto lo sguardo vigile della
Padrona. Poi per pochi metri rimanevano nascosti alla
vista della signora Giannina dietro la limonaia, e come per
miracolo da quel punto in poi la ciuca usciva scalciando e
correndo come se l’avesse morsa il serpente.
La sora Giannina che sapeva bene come era andate
le cose gridava e minacciava mentre gli uomini giurando e
spergiurando partivano con il barroccio che volava dietro
la ciuca invelenita.
112
La Giannina non era sempre stata così , anche se
ormai era lontano il tempo in cui aveva incontrato il
brillante avvocato Gino Calderini che dal clamore del
Cabaret l’aveva portata nell’ovattato appartamento di via
della Vigna a Firenze.
Si era subito adattata a quella vita da signora ed alle
buone maniere. Anche se analfabeta aveva imparato a
misurar le parole e tacere quando era il momento, ma non
aveva dimenticato la miseria e le sofferenze, le umiliazioni
subite ed il periodo duro, al Cabaret, cercando di far
piacere a uomini spesso volgari e smanierati.
L’ Avvocato Calderini era apparso nella sua vita
come un vero e proprio miracolo: colto e raffinato, paziente
e gentile , l’aveva trasportata in un mondo di sogno che lei
aveva sempre giudicato irraggiungibile.
Ora aveva giurato che mai sarebbe tornata indietro,
aveva conosciuto le regole dure della vita: chi è disgraziato
deve obbedire e lei che aveva sempre obbedito ora sapeva
come comandare.
A via della Vigna andava Giolitti a giocare a biliardo
con l’avvocato Calderini, Responsabile Primo dell’Ufficio
Legale del Monte dei Paschi di Siena, e con loro si
ritrovavano altri politici ed uomini d’affari, si sorseggiava
rosolio e si fumavano sigari costosi.
La governante inglese si occupava delle bambine
insegnando loro quell’educazione che alla Giannina era
mancata, al far del buio la cameriera accendeva le lampade
a gas e le bambine auguravano “ Buonasera”, mentre
attorno al biliardo gli uomini parlavano di politica e di
finanza, evitando accuratamente battute su Cabaret e bella
vita .
A cena faceva la sua apparizione la signora
Giannina , ora Calderini, elegantissima ,con le lunghe
113
collane di perle , i vestiti preziosi che mettevano ancora più
in risalto la sua grazia femminile, la sua femminilità
sapiente, con quel fisico tipico delle ballerine francesi da
Can Can.
Sapevano tutti da dove l’avvocato Calderini aveva
tratto quella bellezza, ma allora era normale che un uomo
di successo possedesse carrozze, cavalli, terreni ed una
donna che poteva anche essere una ballerina, o un’attrice di
teatro . . Il prestigio dell’uomo era sufficiente a giustificare
anche la moglie , e se questa era bella ed avvenente e sapeva
indossar vestiti e gioielli …bastava, e tutti l’avrebbero
rispettata ed ammirata.
Vivevano , i Calderini, tra teatri e cene al Circolo,
ricevendo a casa l’ alta borghesia fiorentina. Quando
passavano in carrozza per via de’ Calzaioli erano molti i
cappelli che venivano abbassati per salutare quella
splendida coppia, e soprattutto per rendere omaggio al
signor Gino Calderini, Avvocato responsabile del Monte dei
Paschi di Siena.
Quando l’avvocato rientrava la sera a casa,
ascoltava pazientemente le severe relazioni che la Giannina
faceva circa il comportamento dei figlioli che poi con molta
dolcezza cercava di rassicurare, incapace di essere severo.
La Giannina era cresciuta ad un’altra scuola, e
anche se non le avevano insegnato a leggere o scrivere, con
maniere molto decise le avevano insegnato che la vita non è
uno scherzo e che , chi sta sotto deve obbedire e basta
La sua nonna un giorno per convincerla a non usar
la mano mancina, gliela aveva foracchiata tutta con una
forchetta , in modo da rendergliela inutilizzabile per un po’
di tempo. A questa scuola era cresciuta la Giannina e
sapeva che nulla le era arrivato gratis dalla vita.
114
Ora che era vestita di velluti e di perle, ora che
sedeva ammirata nei palchi del Teatro della Pergola non
s’era dimenticata che le regole vanno rispettate e sapeva
per esperienza che chi è nato per obbedire deve essere
comandato e non te ne devi fidare mai.
Era il tempo in cui ogni famiglia rispettabile doveva
avere proprietà di terre e di Ville , contadini e computisti,
giardini con bersot e pergole di glicine.
Questo mancava all’ Avvocato Calderini ma rimediò
subito alla lacuna comprando vicino ad Arezzo proprio
dopo il colle del Pionta, una proprietà, una bella Villa con
poderi e rimessa delle carrozze, limonaie, giardini e grandi
cantine.
Menco del Ghezzi attaccava la cavalla al calesse e,
tra l’invidia degli altri contadini e le raccomandazioni dei
familiari, andava alla stazione per ricevere l’Avvocato e la
signora Giannina che arrivavano da Firenze, come era
scritto nel telegramma .
Avevano ripulito aie e piazzali, tagliato la siepe di
spini lungo la strada, avevano strigliate e pulite le bestie
della stalla e annaffiato tutto intorno a casa per togliere la
polvere ed accogliere nel modo dovuto i nuovi proprietari.
Grandi cesti di fichi o di ciliegie erano a seconda
della stagione , il primo benvenuto.
Subito dopo le prime visite l’Avvocato dopo aver ben
bene valutato tutto, chiamò il computista e dette istruzioni .
Arrivarono trafelati e sottomessi, mastri muratori,
falegnami, scalpellini, imbianchini .
Sopra questa porta , proprio nella chiave di volta, mi
raccomando ci voglio lo stemma di famiglia, raccomandava
l’avvocato e tutti assentivano e prendevano nota .
Il computista seguiva con attenzione, appuntava
,approvava, facendo già mentalmente i conti che poi
115
avrebbe fatto con maggior cura al momento di pagare tutti
e trascrivere nel grande registro .
La signora Giannina, che in effetti si chiamava Rosa,
aspettava annoiata nel giardino che l’Avvocato avesse
terminato , non vedeva l’ora di tornare a Firenze nel suo
appartamento di via della Vigna, tra agi e lussi ai quali
ormai s’era facilmente abituata.
Presto
i poderi di Maccagnolo e la Villa
assomigliarono più ad un cantiere che ad una tranquilla
proprietà di campagna.
Muratori, imbianchini, scalpellini e falegnami,
giardinieri , dalla mattina alla sera era un gran da fare per
soddisfare gli ordini dell’Avvocato. Alla sera attorno al
fuoco nelle cucine buie artigiani e contadini commentavano
orgogliosi e stupefatti di essere protagonisti di tanto
miracolo.
Veniva spesso il computista, arrivava a piedi con il
suo grande registro sotto il braccio e ad uno ad uno
chiamava tutti per controllare i conti, pagare il dovuto e
raccomandare la massima attenzione perché l’Avvocato era
persona precisa che non lesinava sulle spese ma che era
meticoloso e pretendeva il meglio.
E l’Avvocato che voleva il meglio lo dimostrò presto.
Quando i lavori erano quasi finiti venne a vedere i
marciapiedi in pietra serena, le stalle pavimentate per
risparmiar fatica e tener pulite le bestie, le finestre tutte
nuove con i vetri a posto in modo che i vecchi non avessero
più a soffrire di spifferi gelati, lo stradone con due grandi
siepi di rose di tutti i colori che avevano sostituito le vecchie
siepi di spini.
Una ringhiera in ferro battuto recintava i due
giardini : uno con una grande vasca di pesci rossi, l’altro
che finiva con una grande cupola a bersot di glicine.
116
Canne d’India, alberi di lillà, gigli e aiuole di viole
,foglie verdi e vasi di limoni ovunque.
Sembrava un miracolo: fu messo un grande cancello
all’ingresso del piazzale con due colonne di pietra serena a
grandi blocchi bugnati.
Dall’altra parte del giardino del bersò, passava la
strada che portava alle aie dei contadini , anche questa
delimitata sulla strada con due colonne e una targa di
marmo bianco “ Maccagnolo “
Tutto il paese era incantato da tanta trasformazione
e si capì subito che i contadini del Calderini avevano avuta
una bella fortuna a trovare quel Padrone così bravo come
solo un Avvocato di Firenze poteva essere.
Prima che i lavori finissero arrivò un tizio con
grandi rotoli di filo : cominciò a piantare per le stalle i
granai ,nelle cucine e perfino nelle camere dei piccoli
colonnini di porcellana bianca e poi attaccò a questi i fili e
ai fili , con un marchingegno mai visto delle boccette di
vetro che, spiegò, si chiamavano lampadine.
Le donne avevano paura di girare l’interruttore , la
sera e aspettavano che tornassero i giovanotti per compiere
quel miracolo che spandeva un chiarore da 5 candele nelle
cucine buie.
Gli uomini accettarono perché l’Avvocato aveva
voluto mettere quella diavoleria in casa e discutevano
spesso sotto le capanne, quando pioveva, se le bestie, dio ci
liberi, ne avessero potuto soffrire in qualche modo, oppure
no.
Vicino al piazzale era stato ripulito un grande pozzo,
ed una ditta specializzata era venuta da Firenze per
mettere una pompa che si azionava girando una pesante
ruota.
117
L’acqua poteva essere pompata e diretta , con una
serie di manovelle o direttamente nella villa per riempire
un grande serbatoio, o in una piccola costruzione adiacente
al pozzo , dove erano state costruite le stanze da bagno.
Un miracolo così non s’era mai visto, l’Avvocato
veniva raramente, preceduto dal solito telegramma, in
modo che Menco poteva strigliare a lucido la cavalla e
andare , tutto orgoglioso a riceverlo alla Stazione d’Arezzo.
In Estate veniva la signora Giannina con i 5 figli, 4
femmine ed un maschio. Da Arezzo venivano a trovare le
signorine giovanotti con abiti eleganti e le giannette di
bambù. Si organizzavano cene e festicciole sotto gli occhi
vigili della signora Giannina, che il mondo lo conosceva
bene e gli uomini anche meglio.
L’ Avvocato cominciò a soffrire per qualche
problema di cuore.
A Maccagnolo arrivavano notizie tristi , portate dal
computista che scrollava la testa e raccontava a tutti gli
infiniti meriti dell’Avvocato, e che proprio non era giusto
che una persona cosi dabbene dovesse soffrire tanto, e che a
questo mondo bisogna essere pellacce come tanti se ne
incontrano e che stanno sempre bene.
Una sera al Teatro della Pergola l’Avvocato senti
una stretta al cuore, per un attimo gli si fermò nelle pupille
l’immagine del sipario rosso e poi piano piano si oscurò fino
al nero completo, definitivo.
Lutto , onore e grandi discorsi seguirono nei giorni
immediatamente seguenti, poi la Giannina si trovò sola con
cinque figli , accerchiata da parenti che male avevano
digerito quella sua fortuna e tutto quel lusso che l’Avvocato
le aveva donato. Comprese subito che la vita non sarebbe
stata facile, ma lei conosceva bene la miseria e il peso di
stare sottomessi e giurò che mai si sarebbe fatta sopraffare.
118
L’Avvocato Fei apri il testamento : stabiliva che
tutte le proprietà andavano ai figli ma che la Giannina
sarebbe stata usofruttuaria a vita.
A Firenze , nello studio dell’ Avvocato Calderini , i
giovani avvocati spiegavano alla signora Giannina con
rispetto e poca convinzione, tutti i risvolti del testamento,
che lo Studio in particolare aveva tante pratiche aperte , I
signori Clienti da seguire, alcune cause molto importanti ,
la Banca , la necessità di continuità per non lasciar morire
quello Studio così prestigioso in attesa che il Signorino
Giorgio decidesse se voleva continuare l’attività del babbo
oppure no.
Le pratiche venivano nel frattempo seguite dal
giovane Avvocato Fei , quello che era sempre stato il
prediletto da Calderini e che praticamente aveva preso in
mano la situazione e ……lo Studio.
La signora Rosa Calderini, vedova dell’Avvocato,
noto e rispettato in tutta Firenze, capì subito che la sua vita
era ad una svolta decisiva, ascoltava attenta tutte le
difficoltà, i problemi , le urgenti necessità elencate dagli
Assistenti di Studio, e nello stesso momento pensava che
ormai gran parte del mondo dorato in cui miracolosamente
si era trovata a vivere, le era crollato attorno, senza rimedio
alcuno.
Comprese che ormai il teatro alla Pergola, le
passeggiate in carrozza per via de Calzaioli , i pomeriggi ad
ascoltare l’orchestra al caffè delle Giubbe Rosse, i
ricevimenti , gli omaggi, i saluti rispettosi, dal momento che
l’ Avvocato si era spento tanto tragicamente a teatro, non le
appartenevano più.
Anche se non sapeva ne leggere ne scrivere, aveva
però capito bene come funzionava quel mondo e sapeva
bene che tutti gli omaggi ricevuti, i baciamano, gli inchini
119
erano, omaggi rivolti, attraverso lei, esclusivamente
all’Avvocato, e che ora lei era tornata ad essere , lei, senza
alcuna protezione .
Ora era tornata sola , e per tutti sarebbe sempre
stata la Giannina , quella ballerina che aveva sposato
l’Avvocato Calderini Buonanima, che non si sa bene perché
l’aveva fatto e che l’aveva trattata come una regina.
Gli avvocati dello studio le avevano spiegate bene le
procedure per l’attuazione del testamento che Gino
Calderini, avvocato in Firenze, aveva con tanta previdenza,
a suo tempo dettato: lei avrebbe solo gestito le proprietà in
attesa di passarle ai figli alla sua morte, i figli, che erano i
veri proprietari.
Gli assistenti di Studio ed in particolare l’avvocato
Fei, si incontravano con donna Giannina per esporle i
problemi dello Studio, lei ascoltava e dentro di se cercava di
capire com’era successo che tutto quanto era stato semplice
ora ad un tratto sembrava complicato e per lei, che non
sapeva ne leggere ne scrivere, quasi impossibile da capire.
L’avvocato Fei la vedeva indecisa ed allora prendeva
un libro alto come un mattone e le leggeva un articolo di
quel librone che lui chiamava Codice, e le spiegava che le
decisioni andavano prese e che i Clienti….le cause…..la
Banca……..
La Giannina non l’ascoltava nemmeno, aveva già
capito che senza il suo Gino vicino, in mezzo a tutte quelle
persone gentili ma che sapevano leggere in quei grossi libri,
lei era praticamente persa, che quella gente si era sempre
inchinata con grandi scappellate, per riverire l’ Avvocato
Calderini quello del Monte dei Paschi , e che lei l’avevano
sempre rispettata ed ossequiata per rispetto di lui , anche se
tutti sapevano che la Giannina…….ed ora magari
pensavano anche di poterla fregare.
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Decise senza chiedere consiglio a nessuno,
abbandonò Firenze che ormai non le apparteneva più e con
Firenze anche lo Studio, chè c’erano le cause da seguire, gli
aiutanti di studio da pagare, e c’erano tutte quelle cose da
scrivere o da leggere che l’avvocato Fei sapeva far bene e
avrebbe seguitato a farle, anche se il peso era grande ma in
onore del povero Avvocato…….in attesa che il signorino
Giorgio si decida…….
Arrivò alla stazione di Arezzo dove Menco era
venuto a prenderla con il calesse.
Appena la incontrò , il pover‘ uomo farfugliò parole
incomprensibili che si era preparato per tutta la strada; la
signora Padrona nel calesse cominciò subito a domandare
di questo e di quello, e quando arrivarono a Maccagnolo
aveva già un quadro abbastanza chiaro della situazione,
delle persone che stavano bene e di quelle che avevano
qualche malanno, ma soprattutto aveva già mandato a
memoria, quante bestie c’erano nelle stalle, com’era andato
il raccolto e come si prevedeva la vendemmia.
Alla stazione erano andati anche Poldo e Beppe del
Piccinotti, con un baroccio tirato dalla ciuca.
Dopo aver salutato la Padrona con il cappello in
mano ,avevano caricato valige di cuoio scuro e bauli verdi,
con il coperchio bombato, rinforzati con borchie di ottone
lucido, cappelliere e cassine , una montagna di roba che
legarono a dovere, raccomandandosi a vicenda e che
lasciava capire che la Padrona questa volta non veniva per
la solita vacanza ma che aveva proprio intenzione di
rimanere.
La sera a tavola , al chiarore rossastro delle 5
candele e della fiamma del camino, in tutte le case dei
contadini si commentava il fatto, tutti facevano progetti e
previsioni domandandosi come avrebbe fatto quella donna
121
sola, abituata a gioielli e vestiti di lusso, a mandare avanti
tutta la proprietà.
“Prenderà un fattore così avremo da mangiarci
l’anima con un estraneo che verrà qui a rubare e ci vorrà
anche insegnare il nostro lavoro,”ma il Menco che ci aveva
parlato tutta la strada ed aveva risposto a tutto
quell’interrogatorio, un’idea ce l’aveva ma tutti ripetevano
che non s’era mai vista una proprietà come quella sotto la
guida di una donna di città, elegante e raffinata come loro
l’avevano conosciuta.
Le donne raccomandavano agli uomini prudenza ed
educazione, gli uomini raccomandavano alle donne di tener
la bocca chiusa e non far commenti, specialmente la sera
quando si trovavano tutte insieme al pozzo per attingere
l’acqua e davano la stura alle chiacchiere.
La Giannina entrò nella Villa che i contadini
avevano accuratamente pulita e si senti terribilmente sola ;
gli sfarzi , i lussi fiorentini, la bella vita assieme ad uno
degli uomini più rispettati della città, erano solo un ricordo
.
Si sentiva sola ma non indifesa, qui si muoveva fra
gente che a suo modo conosceva bene, perché la miseria
l’aveva provata anche lei e qui nessuno ti tappava la bocca
leggendoti frasi complicate da quel maledetto librone, qui
la gente parlava di mangiare e di bere, di lavorare e di fare
all’amore, di animali e di soldi contanti: qui la vita era
quella vera , senza tanti inchini , senza tanti scappellamenti.
Chi aveva ragioni da dire le diceva, chi aveva da
comandare comandava e chi aveva da obbedire , qua a
Maccagnolo , obbediva e li riconoscevi al volo, senza tanti
giri di parole senza tante chiacchiere. Una cosa a lei risultò
subito chiara: la Padrona comandava e gli altri
obbedivano.
122
Una campanella fissata in cima ad una molla
attorcigliata come una lumaca, fu piazzata nella cucina del
Ghezzi . Dalla campanella partiva una corda che attraverso
carrucole e tiranti traversava tutta la villa e finiva sopra il
letto della Padrona : una fettuccia di velluto con una
grande nappa, ciondolava proprio sopra il cuscino , a
portata di mano della signora Giannina.
La campanella ciondolava silenziosa proprio sopra
al tavolo della cucina del Ghezzi. Sapevano bene che se
avesse suonato occorreva correre subito perché la Padrona
chiamava.
Nella “ camerona” come fu subito battezzata, lei
stabilì il suo quartier generale: un grande letto
matrimoniale, una imponente toelette con un grande
specchio, l’armadio che fu subito pieno di abiti ormai inutili
e fuoriluogo, una lunga poltrona da riposo in legno e
cannettè , ma soprattutto una grande cassaforte.
La cassaforte era grande come un piccolo armadio,
pesante e imponente tutta di legno lucidato a lacca.
Abbassato un grande sportello a ribaltina si scopriva la
cassaforte di metallo.
La parte anteriore era tutta intarsiata , tutta ornata
di volute e di scorniciature senza capire da dove diavolo si
apriva.
Con un minuscolo punteruolo toccavi dentro alcuni
fori della decorazione e si aprivano, alcuni sportellini
sempre di metallo intarsiato, che lasciavano così liberi i
buchi delle chiavi.
La signora Giannina fece un gran mazzo di tutte le
chiavi , le legò con una fettuccia rossa e se le appese alla
vita, assieme a quelle degli armadi della biancheria e del
primo cassetto del cassettone.
123
In poco tempo senza tanti codici e senza tante
chiacchiere stabili le regole principali di quel piccolo feudo
che ora si trovava a governare , già consapevole che non
avrebbe solo dovuto occuparsi di raccolti e di bestiame, ma
che avrebbe avuto anche il compito di controllare le
persone, valutare e provvedere ai loro bisogni, che avrebbe
dovuto decidere su torti e su meriti, che molti dipendevano
da lei, ma che anche da lei si aspettavano sicurezza e
direttive.
Se c’era una lira in giro si conservava nella
cassaforte della Padrona, se c’era da comprare una vacca,
una zappa, un paio di lenzuoli se ne parlava con la signora
Padrona e lei decideva se la spesa si poteva fare, perché
quei benedetti uomini per dar retta alle donne avrebbero
dato fondo anche ad una nave di sughero e toccava a lei far
quadrare i conti e preoccuparsi di tutto.
E poi quando veniva il computista tutto doveva
essere segnato e trascritto, nel grande registro della
Padrona e nei libretti dei contadini che questi conservavano
.
Il salotto della villa era al primo piano. da un grande
finestrone si accedeva al terrazzo lungo quasi quanto la
facciata della casa. Era stata una sorpresa che la Giannina
aveva preparato per l’avvocato durante uno dei suoi
soggiorni estivi quando Gino era ancora in vita , la famiglia
nella Villa di campagna e lui a Firenze a mandare avanti lo
studio.
Nel salotto mobili monumentali erano ornati con
teste di animali scolpite. Un grande specchio di noce stava
proprio sopra il caminetto che d’estate veniva chiuso da un
siparietto in tela dipinta .
Un grande pianoforte verticale era piazzato d’angolo
vicino al finestrone.
124
Un giorno d’estate la Bebe si mise al pianoforte
suonando dolci canzoni napoletane. La cantante della
famiglia era la Maria Pia, una brunetta tutto pepe che gli
amici in visita alla Villa chiamavano Scampolo per quel suo
carattere vivace , ed i capelli alla “ maschietta”
Sempre chiuse nella Villa le signorine affidavano
spesso le loro romanticherie alla musica: la Bebe suonava e
la Maria Pia cantava dolcissime romanze ed ognuna delle
due sapeva bene a chi si riferiva. Dalle finestre aperte
quella musica dolce si era sparsa nell’aria ed i contadini
piano piano si erano radunati sotto la terrazza della Villa a
naso in su.
Non avevano mai udita una musica tanto dolce e così
appassionatamente interpretata , e a loro pareva un
miracolo divino , loro che al massimo conoscevano le
musiche di chiesa per funerali o matrimoni.
Donna Giannina si affacciò al terrazzo e vedendo
tutta quella piccola folla in ascolto:
“Che fate qui !!!! Andate a lavorare che le giornate
sono corte e le cose da fare tante. Via !!! ”
I contadini si sparpagliarono verso i loro lavori
borbottando parole di scuse e di imbarazzo. Capirono che i
tempi erano cambiati, ora che non c’ era più il signor
Avvocato , uomo gentile e raffinato, c’era solo da rigar
dritti e obbedire alla Padrona che di poesia ne sapeva poco
e che i lavori, che gli altri dovevano fare, li aveva tutti in
testa.
Le signorine trascorrevano il tempo , alla Villa,
ricamando e parlando sottovoce di cose che , guai se la
Giannina le avesse sapute, mentre il signorino Giorgio
mostrava sempre meno interesse per gli studi, sempre
indaffarato a far dimostrazioni e proteste per la Grande
125
Guerra che si stava avvicinando e per la quale, giurava,
sarebbe partito volontario.
I contadini invece di partire non ne avevano affatto
voglia, né volontari né richiamati.
Avevano le bestie nella stalla da governare, i campi
da lavorare e quella famiglia che avevano cresciuta su
misura per il podere, un figliolo dopo l’altro guardando
bene che fossero quelli giusti per tutte le opre che c’erano
da coprire.
Dopo quelle serate a sfogliare il granturco o dopo le
vendemmie , non era difficile che ai giovanotti venisse
qualche ideaccia, con tutte quelle belle citte, sode come
cavalle di razza e gli occhi lucidi di voglie che non potevano
dire.
Mandare una vacca al toro o maritare un
giovanotto, non era cosa da fare senza sentire il parere
decisivo della Padrona.
“ Un'altra bocca a mangiare!!!!!” sbottava subito lei,
e i contadini giù a tessere elogi della futura sposa e giurare
e spergiurare che mai si era vista una citta così modesta,
forte e di poche pretese. Che le spese per il matrimonio
sarebbero state poche e che le donne avevano promesso di
far tutto in casa, come per la battitura , senza esagerare.
Oltre il cancello del piazzale, al di là dell’aia del
Ghezzi c’era il resto del paese, con altre 4 o 5 famiglie
contadine, un falegname, ed un ciuffo di pigionali, che
erano la disperazione di tutti .
Fra i contadini c’erano i Cipriani: due famiglie di
mangiapreti , poco socievoli sempre rintanate nella loro aia,
che non obbedivano a nessuno perché erano i proprietari
del podere, ma che senza Padrona si sentivano insicuri e
inadeguati, perché allora per un contadino avere il Padrone
che ti controllava era come per cane avere il collare
126
In fondo al paese c’era la grande casa del Friggi, con
la piccionaia sopra il tetto la loggia davanti a casa. Una
cucina enorme, per una famiglia numerosa e poco socievole.
Dall’altro lato della strada , i Giorgi , una famiglia
piccola e povera in un podere piccolo e che rendeva poco.
Nel mezzo proprio al centro del paese i “ pigionali”,
un ciuffo di sciagurati che era , dopo la gramigna, la
disgrazia dei contadini.
Dopo la Casa del Ghezzi in cima ad una scaletta che
terminava con una latrina puzzolente, la casa del Donati.
Lui lavorava in Ferrovia, le donne stavano tutto il giorno
radunate in una stanza a cucire e infilzare.
Facevano le sarte , con vecchi giornali ritagliavano i
“modelli” e poi sfacevano cappotti o vecchie coperte per
ricavarne abiti che sembravano davvero nuovi. Scaldavano
i ferri da stiro al fuoco del camino e ci sputavano sopra per
vedere se era caldo giusto. Sedevano tutto il giorno cucendo
vestiti e sparlando di questo e di quello. Riempivano la
stanza di un odore strano, almeno per noi ragazzi,
sapevano di donna ma non come quelle ragazze toste e forti
dei contadini che sapevano di fatica e di salute, queste
avevano un odore stantio, come di vecchi cassetti mai
aperti.
Due porte sotto, 5 o 6 scalini messi dritti sulla strada,
portavano ad una stanza sovraffollata dove si rintanavano
sei disperati : era la famiglia della Catorcia, una donna
affamata , incazzata nera che non si sapeva né come aveva
fatto a rimediar tanti figlioli chè un uomo non ce l’aveva, né
soprattutto come faceva a camparli.
Dopo gli scalini della Catorcia c’era un portoncino,
sempre lucido ed una finestrina con i gerani fioriti. Era la
casa dell’Agnella , una donnina piccola e pulita e mal
127
dicente che in mezzo a quell’inferno proprio non ci legava
per niente.
Un po’ più avanti nella discesa, prima della casa dei
Cipriani, la piccola casa del Daveri, l’unico ad avere un
mestiere comprensibile.
Il Daveri era il mago del gelato, aveva un triciclo
bianco con due grandi coni di metallo nichelato a chiudere i
contenitori.
Nessuno sapeva come faceva il Daveri, con quel
caldo boia , a far il gelato e portarlo tutto il giorno in giro
per Arezzo senza che si squagliasse mai.
A metà paese prima della casa della Catorcia c’era
un piccolo passaggio tra le case: da li si arrivava alla “
Loggina una piccola piazzetta proprio sul retro della Villa
Calderini.
A sinistra, alle spalle della casa del Piccinotti,
abitava la “ Gambe d’Acciaio” una donnona alta e secca
che aveva un figliolo che sembrava più vecchio di lei.
La Gambe d’Acciaio partiva la mattina e non la
rivedevi fino a sera quando riappariva in fondo alla strada
bianca sempre con la sua sporta di vecchia stoffa attaccata
al braccio .
Sbucava dalla girata e nessuno riusciva mai a capire
che cosa era andata a fare.
A metà strada si fermava , allargava un po’ le
gambe e dritta com’era faceva la pipì, senza neanche
scomporsi. Tutti dicevano che gli piaceva anche qualche
bicchiere e volentieri si fermava alla mescita in via
Romana, dove un diecino te lo riempivano fino all’orlo raso
e la prima sorsata dovevi berla chinandoti sul bicchiere
perche non potevi alzarlo.
128
Gli uomini quando la vedevano, snocciolavano
bestemmie ancora peggiori e minacciavano le loro donne
che se un giorno mai …………….
A destra , nella Loggina una scala lunga e dritta
portava in alto…… non si sa bene che cosa ci fosse lassù in
cima, perché nessuno mai , a Maccagnolo aveva avuto il
coraggio o la possibilità di salire quella scala e andare a
vedere .
Di certo si sapeva che ci stava la “ Rosaccia”
raccoglieva stracci e pelli di coniglio, e subito accanto a lei,
Beppe lo zoccolaio, il matto del paese, l’artista degli zoccoli,
un uomo grande e grosso che essendo buono come il pane,
in quella situazione ogni tanto dava di fuori di testa e finiva
ai Tetti Rossi, il Manicomio proprio in fondo alla via.
Nella loggina tra stracci, pelli di coniglio, pozzi neri
e fogne aperte , si respirava un’aria fetida e usurata.
La mattina lo zoccolaio tirava fuori un panchetto
piccolo , pieno di trincetti, di lesine, pece, cordini, bullette,
semense e puntine, martelli strani e tenaglie consunte.
Prendeva due ciocchi di legno di moro e con lo
scorcino e la sciola cominciava il miracolo.
Noi ragazzi andavano spesso a guardare;a me
soprattutto piaceva quando allo zoccolo finito doveva fare
,tutto intorno, l’intacca per fissarci il tomaio. Con il
trincetto tracciava una riga su tutto il perimetro e poi con
un altro taglio, con una facilità poetica, toglieva due o tre
millimetri di legno , proprio lo spessore della tomaia.
Questa l’aveva ricavata da un paio di scarponi
vecchi tagliando via la suola ormai irriparabile.
Metteva la tomaia in un secchio d’acqua per
renderla morbida e malleabile.
Poi la appoggiava sullo zoccolo di legno di moro e
con le Semenze cominciava a fissarla tutta attorno.
129
Aveva sempre una vecchia scatoletta di latta, quelle
dei pomodori , ne tagliava una lunga striscia alta un dito e
la fissava sopra l’attaccatura della tomaia allo zoccolo, per
maggior sicurezza e per rifinire il lavoro come andava
fatto.
Poi tirava fuori un pezzo di sugna di maiale,
ingrassava bene tutta la tomaia e mostrava orgoglioso , a
noi ragazzi, ed a se stesso la sua opera.
Noi si correva a portare la notizia che gli zoccoli
erano pronti: ” Laurina…gli zoccoli di Tonino sono pronti,
l’abbiamo visti noi, Beppe l’ha finiti proprio ora.”
Le donne andavano a ritirare e contrattavano con le
lire in mano, contando centesimi e lamentandosi sempre
che l’ultimo paio che Beppe aveva fatto , non aveva dato
una buona riuscita, e che …..speriamo bene questa volta
perché , non è più come prima ed ora i soldi sono fatti pochi
e bisogna spenderli bene.
A conclusione del lamento informavano Beppe lo
zoccolaio, che ad Arezzo oltretutto,c’era uno che faceva dei
sandali bellissimi e usava per le piante vecchi copertoni ;
erano sandali molto più leggeri, comodi e morbidi, un
giorno bisognava proprio che andassero a vedere perché
ormai di quegli zoccoli erano tutti stanchi , e se uno deve
pagare , è giusto che voglia quelle che di meglio c’è.
Beppe che tutta la vita aveva fatto zoccoli e che non
sapeva fare altro, ascoltava e pensava che non era
assolutamente possibile che ora , con il progresso e quei
maledetti copertoni , il suo lavoro dovesse finire , sentiva
che quelle sue manacce dure e incallite , facevano ogni volta
una specie di miracolo, che lui prendeva un ciocco di legno ,
studiava i nodi e le venature, lo scolpiva talmente bene che
ogni volta lui stesso si meravigliava di tanta bravura , ed
ora non era possibile, che tutto quello stesse per finire e che
130
la gente preferisse andare in giro su due pezzi di copertone
vecchio.
Se questo era un problema per lo Zoccolaio, non era
però quello principale.
La sua stanza , un buco senza finestra, era subito
sopra a quella della Rosaccia. Il puzzo di stracci vecchi e di
pelli di coniglio stese a seccare, gli entrava nel cervello, ogni
sera si ritirava in quel buco infernale, in una solitudine
indicibile.
La mattina quando metteva fuori il banchetto e
ricominciava il suo spettacolo giornaliero davanti a noi
ragazzi, la vita aveva un altro colore, venivano le donne del
paese a portare scarpe vecchie da fare a zoccoli, ed a volte
portavano le figliole , ragazzotte dure e legnose ma che
avevano un odore completamente diverso da quello della
Rosaccia.
Lui gli prendeva il disegno del piede con un lapis
smozzicato direttamente sul ciocco di legno. Guardava quei
piedi giovani, le gambe forti profumate di sole e di
campagna e…sognava .
Ogni tanto la misura era colma, e Beppe allora si
affacciava con un grande camicione in cima alla scala e
cominciava a gridare “ voglio una donna!!”
Si sentivano le urla per tutto il paese, le donne
sorridevano e si scambiavano battute sapendo bene con
quali occhi il Beppe guardava loro i piedi quando era
andate a misurarsi gli zoccoli, e con quale delicatezza aveva
aggiustato i piedi sopra il ciocco di legno.
Gli uomini scrollavano la testa , maledicevano tutti
questi maledetti pigionali che erano sempre fonte di
problemi e di scompiglio.
Qualcuno correva dalla sora Giannina :” andate a
chiamare il dottore che avverta quelli del Manicomio…..”
131
Non c’era bisogno di spiegare molto, al Manicomio il
Beppe ormai lo conoscevano bene e ogni cinque o sei mesi
venivano a prenderlo e lo portavano per qualche settimana
ai Tetti rossi.
Anche gli infermieri che venivano a prenderlo
sapevano bene la sua storia , trattavano con lui la resa
stando in fondo alle scale per ore. Poi il Beppe stanco di
mercanteggiare la sua libertà e dato che donne non se ne
vedevano, domandava:”
Siete con la Madonna o con il Diavolo????
“ Con il Diavolo” rispondevano ormai istruiti gli
infermieri.
“ Allora, concludeva il Beppe, venite tutti su a bere.”
Salivano lo legavano come uno stupido e lo
portavano tra risate e bestemmie al Manicomio.
Quante volte Beppe lo Zoccolaio, avrà sognato di
coricarsi con una donna , in una casa come tutti i contadini
avevano, con il grande focolare, il camino acceso, e la
famiglia attorno ad una grande polenta, quante volte Beppe
lo Zoccolaio, avrà pensato come era vellutata e bella da
toccare la pelle di una donna, perché anche lui era stato
giovanotto e ricordava bene com’è bello il profumo
dell’erba quando lo senti fra i capelli di una ragazza.
Quando alla sera rimetteva sotto una grondaia il suo
banchetto e si avviava verso la sua tana , i topi
cominciavano le loro scorribande; ormai c’era abituato e
loro erano abituati a lui, tanto che non lo scansavano più di
tanto e gli giravano attorno cercando di fregargli , com’era
già successo, quel pezzo di sugna che gli serviva per la
presentazione finale dei suoi capolavori.
Saliva quella scala di pietra e quando era un pezzo
su si girava e intravedeva ,al di là del muro alto, l’aia dei
contadini, la luce fioca che usciva da stalle e fienili, perché
132
lì l’Avvocato aveva messo quella diavoleria della corrente
elettrica e lui invece andava ancora a candela.
Intravedeva l’andirivieni dei contadini, desiderosi di
chiudere la lunga giornata e ritirarsi al canto del fuoco a
commentare i lavori fatti e parlare di quelli per il giorno
dopo, che erano tanti e dovevano essere ben divisi fra tutti.
Quante volte il Beppe lo zoccolaio al lume di candela
, riscaldato da un bicchier di vino aveva ripensato il suo
lavoro.
Ricordava quando ancora faceva i due zoccoli
uguali, destro e sinistro nella stessa maniera, tanto il piede
s’adatta e non c’era bisogno di perderci dietro tanto tempo.
Poi si sa, la passione gli aveva preso la mano, e dare
ai due piedi la loro forma naturale , gli era parso ovvio e
anche se da principio aveva penato un po’, poi gli era
sembrato strano e assurdo che prima si contentasse di
quella soluzione semplificata.
Poi aveva cominciato a scavare le piante secondo la
forma della pianta del piede, al contrario si intende, in
modo che il piede ci trovava alloggio sicuro e più comodo.
Poi il tacco, più slanciato meno pesante appena
affinato verso il terreno, sembravano più leggeri da portare
quegli zoccoli e forse lo erano.
Non aveva mai finito di studiare quei benedetti
ciocchi di legno, quanto e come stagionarli, quanto
bagnarli,; aveva mille volte soppesato e riguardato le piante
di legno finite , cercando di far meglio ed ogni volta
riprendeva in mano il coltello, la sciola e con un colpetto di
più scopriva che non si finisce mai di imparare e che la vita
è quella, è fare e far bene, non solo per gli altri ma anche
per te stesso, chè se dopo devi andare a letto con una
candela ed i topi che ti girano attorno per fregarti la sugna,
beh, quello non è affar tuo. Tu hai fatto il dovuto, tu hai
133
piegato il legno, aguzzato il cervello, hai pensato e non ti sei
risparmiato. Se mentre tu facevi tutto questo quattro topi
di merda dormivano rintanati in attesa che la fatica ti
facesse distrarre un attimo per fregarti quella benedetta
sugna, quello era problema loro non tuo. Tu la mattina ti
alzi e metti il tuo banchetto, e fai la tua opera, topi ce ne
sono sempre, acquattati da una parte ad aspettare il
momento buono per mangiare ciò che è tuo.
Se nella vita ti fai distrarre da questo pensiero, se
hai paura di chi è li pronto per fregarti e non ha problemi a
comportarsi come un topo, allora non fai mai niente.
Quello che un uomo ha da fare è scritto nelle cose, e
non ti puoi tirare indietro o risparmiare per paura o per
pigrizia. Le donne sono fatte per allietare il mondo dare
consolazione e gli uomini, perché senza una donna ti
rimane solo la fatica e la solitudine, ma gli uomini hanno da
fare quanto è giusto, perché la natura è semplice e le regole
le ha già stabilite e segnate da sempre . Se poi quelli
intelligenti hanno via via , una mossa dietro l’altra a piccoli
passi, stravolto le regole e inventato un mondo fasullo dove
solo pochi vivono e tanti soffrono, beh! Anche questo è un
problema loro.
E ti guardano con aria di superiorità, ti danno
pacche sulle spalle, ti dicono “ peccato” ed hanno ragione
perché tu hai perso tempo a lavorare, a migliorarti a cercar
di far calzare bene le scarpe agli altri, e invece loro intanto
stavano li a studiare come mettere qualche regola, come
infilarsi nella schiera di quelli che controllano, perché è
meglio controllare che essere controllato ed è inutile “fare”
“ produrre” “cercar di capire e andare avanti”.
Ce ne sono tanti , a sufficienza bacati dal tarlo del
lavoro, dalla voglia di dare quel colpetto di coltello in più , e
che la notte non ci dormono e non vedono l’ora di arrivare
134
al mattino, tirar fuori il banchetto e vedere se quello che
hanno pensato di notte veramente si può fare , e come.
E allora al Beppe lo Zoccolaio certo pareva
impossibile che ora arrivasse uno scemo che prendeva un
copertone vecchio , lo ritagliava alla bene in meglio, ci
inbulonava tre cinghie come per i finimenti di una ciuca e
la gente impazzisse per il gusto di metterseli ai piedi.
Non gli sembrava vero che non potessero capire che
dare quella curva a quelle piante di legno, creare quegli
avvallamenti per far posto al tallone ed al piede proprio nel
punto dove si piega, non gli sembrava vero che tutto questo
che a lui era costato anni ed anni di attenzione e di furberie,
ora non valesse niente.
Ma vuoi mettere cosa significa prendere in mano
uno zoccolo, scolpito e lavorato come un’opera d’arte,
ancora profumato di legno fresco o un pezzo di copertone
usato e puzzolente di gomma.
Questo faceva impazzire il Beppe e cercava di
resistere fra quelle mura sudice dell’Ospedale psichiatrico,
abbandonato giorno e notte, legato su di un letto tutto
sporco per i suoi bisogni che si faceva addosso e puzzava
più della loggina, Rosaccia compresa.
Resisteva e pensava a Maccagnolo , al profumo del
legno di moro e a quella pelle profumata di sole delle
gambe di quelle ragazzotte forti come le mule.
Lo sapeva che mentre lui era lì, legato come un
salame , quei topi maledetti avrebbero finito per trovare il
suo pezzo di sugna e glielo avrebbero mangiato, lo sapeva e
mandava affanculo gli infermieri che passavano ridendo e
lo prendevano per il culo:
“ Beppe…la vuoi una bella citta????????”
“ Portami quella troia della tu’ moglie!!!” gli
rispondeva lui anche se sapeva già che gli avrebbero stretto
135
ancora di più le cinghie ed l’avrebbero lasciato li a pisciarsi
addosso almeno per un altro giorno.
Sulla loggina si affacciava una finestra: sul
davanzale bomboli e vecchie pentole contenevano
basilico,qualche fiore, e qualche erba per cucinare.
Era la finestra di un piccolo appartamento che era
parte della villa: una cucina a cui la finestra apparteneva e
un grande camera , buia dietro quella cucina.
Una latrina puzzolente scaricava direttamente nella
loggina e contribuiva al fetore generale.
In quel buco di casa abitava un altro pigionale,
Romildo, un tipo viscido e untuoso: dicevano che era
fascista .
Aveva una moglie , Elena , una donnina striminzita,
rintronata dalla fame e dalle botte.
Romildo usciva ogni mattina a piedi, con i suoi
vestiti lisi ma sempre stirati ed i capelli impomatati. Aveva
due baffetti odiosi come lui e non parlava mai con nessuno,
perchè se è vero che i contadini lo odiavano, è anche vero
che lui i contadini li detestava proprio e fra loro non c’era
assolutamente contatto alcuno.
Tornava la sera a piedi, sempre alla stessa ora con
quel suo passo sempre uguale. Le donne dicevano cose
impossibili sulle abitudini sessuali di questo tipo che
arrivando a casa prima di domandare che cosa c’era da
mangiare, chiamava l’ Elena nella camera buia e si faceva
fare certi lavoretti che la povera donna a quell’ora certo
non desiderava.
Per il Romildo questa abitudine era come l’
aperitivo; raccomandava a quel seccaticcio di sua moglie di
non buttar via niente, che era tutta roba buona
specialmente per lei che era così secca. La povera donna
136
taceva e ingoiava tutto, e non vedeva l’ora di tornare in
cucina a far le sue faccende e distrarre i ragazzi che
allungavano gli occhi dalla porta di camera sempre aperta
per un po’ di luce.
Ogni tanto le donne maritate, parlando con la
Padrona raccontavano di queste cose: la signora Giannina
andava su tutte le furie e minacciava di buttar fuori di casa
quel maiale. Le donne ricordavano alla sora Giannina tutte
le sofferenze di quella povera donna, e che proprio uno
sfratto non gli ci voleva proprio, la signora Giannina alla
fine acconsentiva brontolando e accennando a terribili
minacce, se mai avesse avuto modo di incontrare il Romildo
sulla sua strada.
Il Romildo che faceva schifo a tutti lo sapeva, aveva
sparso intorno a se una certa fama di persona erudita ed
educata, anche se non parlava con nessuno e nessuno
sapeva nulla di lui.
Quando usciva di casa per andare ad Arezzo, girava
largo dalla Villa e non traversava mai il piazzale, come tutti
facevano: sapeva bene che la Giannina aveva vecchi conti
da saldare con gli uomini in generale e che con un tipetto
sudicio e smelenzito come lui non ci avrebbe messo due
minuti a dar di fuori e mettergli anche le mani addosso, ed
allora anche i contadini avrebbero dovuto aiutare la
Padrona e non si sa come sarebbe finita..
Si sapeva per sentito dire che di mestiere accordava
pianoforti. Ogni tanto, molto raramente, arrivava a casa
con tutta la parte interna di un pianoforte.
Allora per giorni stava in casa e smontava quel
marchingegno complicatissimo, mettendo tutto in pezzi.
Martelletti, corde, feltri battute, tutto smontato ed in file
meticolose sopra la tavola di cucina. Toccava tutti i pezzi
con grande attenzione, lavorando di carta vetra e colla a
137
caldo usando bene quelle sue mani da vizioso tutte ingiallite
dal fumo delle sigarette.
Per giorni fino a quando il lavoro non era finito e
tutto rimontato, l’Elena non poteva né cucinare né fare
altri lavori in cucina, perché Romildo , raccontava l’ Elena
alle donne al pozzo la sera, , stava aggiustando un
pianoforte ed era un lavoro importante che certamente
avrebbe portato un bel po’ di soldi.
Le donne ascoltavano e ridevano e domandavano
all’Elena se quei lavoretti speciali Romildo glieli chiedeva lo
stesso o se con il pianoforte s’era preso una tregua.
L’Elena si schermiva e alla fine raccontava tutto e si
sfogava perché sembrava proprio che gli pesavano più
quelle prestazioni forzate che la fame , le botte o le fatiche
di ogni giorno.
Era tanta la pena che suscitava in tutto il vicinato,
che a lei avevano lasciato intatto il suo nome.
A Maccagnolo solo i contadini e la Padrona avevano
diritto a nome e cognome. Le donne dei contadini si
chiamavano come erano state battezzate e nessuno si
doveva permettere di appiccicargli soprannomi .
I Pigionali invece non godevano di diritti ….civili. I
loro cognomi erano sconosciuti ed i nomi distorti
,esasperati per rendere meglio l’idea dei loro difetti, o delle
loro caratteristiche personali.
Beppaccia, Rosaccia, Gambe d’Acciaio, la
Prosciutta, l’Agnella,
la Catorcia e così via, nomi come un marchio a
fuoco, con il disprezzo incorporato senza prova d’appello.
Nelle famiglie dei contadini gli uomini erano la forza
trainante, i responsabili, quelli che facevano il lavoro duro
e che all’occorrenza difendevano famiglia e bestiame, i
pigionali avevano una diversa struttura: le donne erano la
138
base di quelle famiglie sgangherate, erano loro che ogni
giorno, in un modo o nell’altro dovevano sfamare i ragazzi
e difender quel poco che avevano.
Gli uomini non esistevano, per lo più ubriachi e
vagabondi , sempre in giro in cerca di soluzioni che non
arrivavano mai e delle quali parlavano, con altri come loro,
sempre preferibilmente dentro qualche mescita fumosa.
Le donne stavano a casa, gomito a gomito con altre
disperate come loro a difendere una pianta di basilico, un
filo dove stendere quattro stracci, conquistare il diritto a un
secchio d’acqua e andare gobbe gobbe lungo i fossi a rubar
erba per quei due conigli.
Erano state anche loro ragazze, avevano riso e
scherzato , era stato bello quel giorno che il su’ ragazzo l’
aveva presa , quasi per forza ridendo di piacere , giù lungo
il greto del fiume. Gli era rimasto nel cervello il profumo
dell’erba e dei papaveri acciaccati, era stato bello, darsi e
sentirsi prendere come a morire e godere fino in fondo per
una cosa desiderata tanto. Ricordava bene il silenzio di
dopo, le frasi smozzicate, imbarazzate…..qualcosa faremo,
vedrai….io lavorerò, avremo casa e ragazzi e non ci
mancherà niente , perché Iddio guarda tutti.
Lei era tornata a casa, terrorizzata che le si leggesse
in faccia quanto era successo. La sera non mangiò neanche:
mi fa male la testa , lavo i piatti e vado a letto.…
Ma lei sapeva che voleva andare a letto, per
ripensare, per rivivere da sola ad occhi chiusi quei momenti
meravigliosi, e insieme a quel profumo di erba e di sudore,
riprovare quel godimento immenso , era come se qualcosa
gli si fosse liquefatto , proprio dentro la pancia e poi si era
sparso per tutto il corpo portando in ogni angolo, in ogni
venuzza un piacere così profondo come non aveva mai
provato.
139
Ora era lì a rubar erba in attesa di un marito
ubriaco che non tornava mai , minacciata e oltraggiata dai
contadini, sfinita dalla chiacchiere che le piovevano addosso
e da tutte quelle parolacce che si sentivano volare in paese
da una finestra alla ‘altra , dalla Loggina fino alla casa
della Catorcia, era tutto un chiacchierare a voce alta, un
offendere e far riferimenti che a ….buon intenditor poche
parole e chi non è sordo e vuol intendere…..
Avevi un bel stare con la testa dentro la tua tana,
guardare quel soffritto fatto con due costole di sedano ed
una cipolla , perché non c’era altro e un po’ di sapore
dovevi pur darglielo a quella zuppa di pane, avevi un bel
far finta di niente ma poi ad un certo punto devi anche dar
sfogo all’animaccia tua che ti scoppia dentro e vuoi anche
tu offendere e gridare, vuoi mettergli le mani in quei capelli
sudici e prendere la Gambe d’Acciaio o la Prosciutta e
sbatterle a terra e rotolarle nella polvere . Ogni tanto
scoppiavano di queste risse, allora scendevano tutte nella
strada ,urlando come pazze tra le risate dei contadini, la
preoccupazione delle massaie, che non amavano quelle
becerate e che in fondo capivano le delusioni di quelle
donne maltrattate.
Un giorno partecipò anche l’Agnella, piccola e
debole com’era non aveva retto alle malignità che le
giungevano attraverso i gerani della sua finestrina, dritte
dritte sparate dalla casa della Catorcia.
Usci fuori decisa anche lei a dar battaglia, ma la
Catorcia che quelle cose le aveva sempre fatte, affrontò
l’Agnella e con un morso sparato in faccia le portò via tre
denti e li sputò in terra facendo capire che sarebbe andata
volentieri anche oltre.
I contadini non intervenivano, era cosa che non li
riguardava ed in fondo da gente che stà a pigione e che per
140
vivere deve andare a rubarti l’erba per i conigli, era il
minimo che ti potevi aspettare.
Le Pigionali finivano quasi sempre sole, gli uomini
tra una sbronza e l’altra finivano per incontrare qualche
donnaccia che di figlioli non ne aveva e che sapeva come
allargare le gambe e richiuderle al momento giusto.
Abbandonavano quelle mezze famiglie che senza
volerlo si erano travate fra i piedi , e poi finivano i loro
giorni abbandonati in qualche posto o con la testa dentro la
bigoncia dell’acqua come successe a Amato, , che lavorava
al fabbricone dove si costruivano i treni, e che alla sera
faceva sosta in tutte le mescite perché non riusciva più a
trovare un senso a quella vita, ed il vino ti aiuta, fino ad un
certo punto, ma poi ti diventa nemico e ti distrugge perché
se vuoi star bene in ogni momento poi finisci per star male
sempre e definitivamente.
La sora Giannina quando aveva capito che era ora
di abbandonar collane e piume di struzzo, per guardare
bene che i contadini non ti fregassero qualche staio di grano
o qualche bigone d’uva, aveva anche deciso di tagliar corto
con tutte quelle comodità che l’avvocato Calderini Gino si
poteva permettere e che era giusto mantenere per il decoro
della Famiglia , ma che orta avrebbero gravato sul bilancio
dei tre poderi . A parte i soldi poi, era bene che i contadini
andassero a lavorare i campi, stessero attenti a gramigna e
pigionali e non facessero mancare niente alle bestie che
nelle stalle erano tutto il capitale.
L’acqua era troppo preziosa per il bestiame, il pozzo
a volte in estate stentava a dar acqua , perché a quel pozzo
attingevano tutti, compresi i pigionali che si mettevano li ad
aspettare guardati male dagli uomini che dovevano
abbeverare mucche, vacche, fare la sbroda ai maiali,
avevano bisogno di acqua fresca per la ciuca etc etc , e che
141
non capivano a che cosa serviva l’acqua a quella gente che
tanto puzzava lo stesso e non si meritava niente.
La Padrona le idee le aveva chiare e chiuse subito i
bagni nella palazzina sul piazzale, fece chiudere le
condutture che portavano alla villa , era sufficiente che le
ragazze portassero su due secchi d’acqua alla mattina e due
alla sera, potevano anche esser buttate via quelle piante di
limone che ad ogni stagione andavano messe dentro e fuori
e occorrevano uomini perché erano pese e grandi e non
servivano a niente se non per figura.
Nella rimessa c’erano tre carrozze ed un calesse, che
da quando non c’era più il Povero Gino non venivano più
attaccate e servivano solo a dar lavoro in più e spese per
olio di lino e Sidol per lucidare. Anche Menco era fatto
vecchio e la cavalla inutile era stata sostituita da una ciuca
che tirava bene il baroccio.
Non sapeva ne leggere ne scrivere la sora Giannina
ma sapeva bene far di conti, e non voleva gente a perder
tempo in giro. La terra serviva per far grano, granturco ed
erba medica : un giorno dal terrazzo vide in un angolo
vicino alla barca delle legne una macchia di colore giallo
oro, sembrava una macchia di sole forte ma lei intuì subito
che l’avevano fregata e qualcuno aveva seminato una
diecina di girasoli per gli uccelli da richiamo.
Alla Giannina non la facevi, dovettero venire i
vecchi con il cappello in mano a spiegare con grandi giri di
parole che i giovani ormai non avevano più freni e che
qualcuno aveva seminato quei girasoli per un frusone da
richiamo che saltellava nella gabbietta di legno,
La sora Giannina non credeva alle proprie orecchie
tanto gli sembrava colossale l’accaduto. Minaccio, imprecò,
spiego ai poveri vecchi che la terra è terra ed è di chi ce l’ha
e nessuno ha il diritto di arrivar lì e piantarci qualcosa per
142
suo tornaconto. Che i giovani non hanno cervello, che i
girasoli sfruttano la terra come niente altro e che , Dio ci
liberi, lei sapeva che in molti poderi dove piantavano
girasoli , non ci nasceva più neppure la gramigna.
Gridò ai quattro venti che i tempi erano duri e che
se non ci fosse stata lei a controllare i desideri e le voglie di
tutti, le stalle sarebbero state vuote, le aie spoglie e le
famiglie a chieder elemosina.
Gli uomini cercarono inutilmente di minimizzare
tutte quelle sventure e piano piano facendo piccoli passi
indietro con il cappello in mano , uscirono dalla villa, e se
ne tornarono a casa dove le donne aspettavano impaurite.
A cena, in ogni casa non si parlò d’altro e tutti
compresero ancora una volta che con la sora Giannina, non
c’era da scherzare; lei riusciva a vedere anche se mancava
un filo d’erba, se un fosso non era pulito, se il nocio aveva le
noci, se i capponi erano ben nutriti o se le bestie erano ben
pulite: vedeva tutto e non si muoveva mai dalla Villa ;
capiva se avevano bastonato la ciuca o se il pane era
lievitato, sapeva quando dicevano di lei e ricordava tutto :”
il dito di Dio….” sentenziava, quando le venivano a riferire
qualche problema di qualcuno e lei immediatamente nella
sua memoria, ritrovava il ricordo di qualche mancanza che
prima o poi devi pagare nella vita, perché il dito di Dio si
alza in segno di giudizio ed al giudizio di Dio non si sfugge.
I contadini e non solo loro, bestemmiavano dalla
mattina alla sera, ma sempre in ogni momento della
giornata, in ogni loro azione , in ogni atto del loro lavoro
era presente un profondo senso della religione.
Non c’ era campo seminato, pagliaio o mucchia del
fieno che non portasse ben piantata , una croce ricavata da
due astecchi di legno incastrati; nelle stalle non mancava
143
mai un quadretto con l’immagine di Sant’ Antonio,
protettore degli animali.
Prima di seminare gli uomini tracciavano con le
mani ruvide una grande croce sul grano da affidare alla
terra, così come le donne facevano sul lievito del pane da
conservare prezioso per la panificazione successiva.
In quasi tutte le cucine c’era sempre un angolo
dedicato a Santi e i morti ornato di fiori e di lumini.
Lungo le strade di campagna , agli angoli tra una
proprietà e l’altra , all’ombra di grandi alberi da sempre si
costruivano tabernacoli con immagini sacre, statuette e
lanternine, le chiamavano Maestà perché pare che da
qualche parte nel sud d’Italia un tempo ci mettevano
l’effige dei Sovrani.
Quando la siccità si faceva sentire e le piante
cominciavano a piegarsi nei campi, senza crescere, gli
uomini spedivano le donne a far novene , giù a Saione.
I frati organizzavano processioni propiziatrici che
passavano tra i campi ed i poderi, con tutte le donne in fila
a recitar Ave Marie e gli uomini che fermavano le bestie e si
toglievano il cappello, perché quando l’acqua non c’è più, i
campi sono asciutti e le bestie soffrono , ti puoi
raccomandare solo al padreterno e devi star attento bene .
Ogni anno, per il giorno della Madonna , la processione
passava per tutte le strade della campagna ,Venivano da
tutto il rione di Saione, i contadini preparavano decorazioni
di fiori e di carta colorata lungo il percorso e buttavano a
terra , davanti alla Statua della Madonna, petali di rose e di
fiori selvatici.
Le ragazze e le donne cantavano in latino o almeno
in un qualcosa di simile , le voci stridule si confondevano ai
gridi delle rondini e stonavano fin tanto che , il frate con la
144
voce grossa e profonda non le riportava sul motivo
principale.
Le maestà agli angoli dei campi erano tutte
infiorettate e le donne con il fazzoletto in testa aprivano la
processione subito dopo il frate ed il Santissimo.
Gli uomini stavano in fondo , un po’ imbarazzati ,
timorosi di dispiacere al Padreterno se per caso avesse letto
loro nel cervello, non sapendo che cosa dire né fare perché
loro quei canti in latino non li sapevano e l’unica cosa che
volevano era un bell’acquazzone che rinfrescasse i campi e
che riempisse i pozzi.
La Padrona dalla terrazza della Villa guardava la
processione che passava tra i campi ingialliti, lungo i
sentieri giù fino al Vingone verso la casa di Boccino.
I Boccino avevano una casa annerita dalla muffa e
dal tempo, laggiù dopo il Vingone, vicino al Campo
d’Aviazione.
Vivevano sempre isolati e lontani com’erano
avevano pochi contatti con gli altri contadini e questo
significava anche poche opere da scontare ma anche da
poterci contare sopra.
Alla domenica le ragazze di Boccino passavano da
Maccagnolo per andare alla messa di Saione.
Arrivavano con i vestiti della festa tirati su a
mezzavita, e gli zoccoli ai piedi perché la strada era tutta
fango specialmente verso il fiume. Si toglievano gli zoccoli
che lasciavano sotto la capanna del Piccinotti e si mettevano
le scarpe che avevano portate fino a li legate al collo.
Partivano da casa che era mattina presto e
tornavano quando la massaia aveva già pronta la minestra
da scodellare calda.
145
Da Saione invece ogni tanto arrivava Padre Marco,
un frate grande e grosso avvezzo a trattare con i contadini
che lo sfottevano e lo provocavano continuamente.
Era il Frate addetto alla “ cerca”, andava in giro con
una balla vuota e di podere in podere, quando tornava la
sera al convento dietro la Chiesa, la balla doveva essere
piena .
Padre Marco, se l’alzate ve se regala, dissero i
contadini ridendo e facendogli vedere una balla con un
quintale di grano dentro.
Padre Marco non rispose neanche , si sputò nelle
mani si concentrò, afferrò la balla e diventando rosso come
un pomodoro per lo sforzo con uno strattone ed un gran
colpo di reni se la caricò sulle spalle, si girò e se ne andò
verso il convento lasciando i contadini a ridacchiare contro
voglia.
Arrivava sempre quando era tempo di battiture, ma
non mancava mai anche durante le vendemmie, quando si
sfogliava il granturco o quando si dava la stura alle botti e
si svinava, tra assaggi e valutazioni , al coperto nelle cantine
mentre fuori l’autunno sgocciolava sulla campagna.
A Padre Marco un buon bicchiere ne suggeriva
sempre un’ altro e così via tra una battuta e una scommessa
finiva a risate e qualche parola di troppo, e più di una volta,
raccontavano gli uomini, in qualche campagna dove gli
animi erano più bollenti , Padre Marco aveva dovuto
rimboccare le maniche del saio, scoprire i bracci forti e
muscolosi e dimostrare a quei villani che esser frati non
significa esser fessi e che lui al convento non ci tornava
sicuramente con un occhio nero.
Quasi sempre però gli uomini si limitavano a battute
pesanti e scherzi volgari perché sapevano che Padre Marco
146
ci stava e non si sarebbe scandalizzato ma che sapeva
sempre rispondere a tono.
“ quant’è Padre Marco che non andate a letto con
una donna??” Gli domandavano gli uomini ridendo mentre
lui si caricava la balla mezza vuota sulle spalle.
Lui senza scomporsi guardandoli fissi rispondeva: “
Domandalo alla tu’ moglie…” e poi aspettava un attimo,
per vedere se doveva buttare la balla e rimboccarsi in fretta
le maniche del saio.
Scherza coi frati e lascia stare i Santi…dicevano le
donne che sapevano di questi fatti e che cercavano di
mettere a freno gli uomini che il Padreterno lo temevano
ma che i frati li avrebbero mandati tutti a zappare, come
dovevano far loro.
Verso l’autunno arrivava una donnona grande o
grossa, e faceva il giro di tutti i poderi a castrare i Capponi.
Le massaie avevano cresciuto giovani galletti con le
creste ancora piccole ma rosse come il fuoco e le prime
penne colorate, inizio di una coda che si annunciava
imponente e seducente.
Le donne ,ormai pratiche della bisogna,
preparavano tutto l’occorrente: una sedia bassa, una balla
che la donnona si metteva fra le gambe uso grembiule, olio
d’oliva, cenere, ago grosso e filo, ed un paio di forbici.
La donnona si sedeva tra le donne che tenevano i
galletti per le gambe con le teste a ciondoloni in attesa del
loro turno.
Il galletto cominciava a gridare come un pazzo
appena la donnona lo agguantava , lo metteva pancia
all’aria tra le sue gambe stretto nella balla e poi senza tanti
complimenti, cominciava a strappargli le penne dalla
pancia e metteva a nudo la pelle gialla .
147
Le grida del galletto aumentavano, se era mai
possibile, quando l’assassina prendeva le forbici e…giù un
taglio netto proprio sopra il buco del sedere.
Urla, penne e commenti di compassione da parte
delle donne che negavano di aver mai il coraggio di far
nulla del genere. Mentre l’infame affondava la manaccia
nella pancia del pollo e cominciava a rovistare tra i budelli
caldi per arrivare a strappare i due fagioli attaccati nella
parte posteriore, le donne raccomandavano di cavarli tutti
interi perché se no i capponi venivano bastardi e la sora
Giannina andava su tutte le furie.
Estraeva i due fagioli, belli, grossi pieni di forza
giovanile e li mostrava alle donne come faceva il boia con
la testa dei condannati. Ormai tutti avevano fatto
l’abitudine alle grida del povero pollo che non si sentivano
quasi più.
La vecchia megera prendeva ago e filo e faceva un
bel rammendo a chiudere il taglio che prima aveva fatto,
poi olio d’oliva sopra la ferita e cenere ‘chè la cenere
disinfetta tutto , ed il povero Menco ci si medicava anche i
tagli sui bracci e sulle dita fasciando tutto poi con una
robusta ragnatela.
Tutte le donne acconsentivano nel dire che una più
veloce e più pratica nel tagliare i coglioni ai polli, non s’era
mai vista. Allora il donnone prendeva coraggio, si riempiva
d’orgoglio e appena vedeva passare un uomo sull’aia:
“Vien qua che te lo faccio anche a te..!!!”
Gli uomini si trattenevano perché quando c’erano
presenti le donne di casa: si poteva bestemmiare, maledire
il mondo, bastonare la ciuca ma non si poteva parlare
liberamente di certi argomenti…..chè se no, la risposta ce
l’avrebbero avuta pronta , anche se la donnona era proprio
contro ogni tentazione.
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I giovanotti avevano sempre guance rosse e occhi
lucidi, non perché bevessero che il vino si beveva a tavola e
innaffiato con l’acqua, ma perché di sfoghi ne avevano
pochi e quelle ragazzotte sode e profumate di sudore
giovane, facevano girar loro la testa e venir strane idee,
innominabili.
Alla domenica giocavano a palla prigioniera, e le
ragazze si facevano sequestrare volentieri, facendo finta di
mancare la palla, e cadere prigioniere di questo o di quello.
La signora Giannina, assisteva divertita ai giochi
accompagnata dalle sue donne, la Cesarina e altre che le
portavano una poltrona di vimini proprio sull’aia.
La Padrona che aveva l’occhio lungo e sapeva come
si fa a sedur un uomo anche con un’occhiata, capiva bene
quelle mosse fatte a malizia, quello sventolar di gonne ,
quelle occhiate sdolcinate che le ragazze rifilavano ai
giovanotti quando le facevano prigioniere. Capiva e andava
indietro con il pensiero , ripensava al Cabaret di Firenze ,
ai trucchi che aveva messo a punto per far battere il cuore
di quei giovani ufficiali tutti baffetti e girigogoli
d’oro,sciabole e mostrine, ad un tratto non reggeva più ed
era il segnale che i giochi erano finiti e tutti tornavano nelle
case, i giovanotti con le facce ancora più rosse e le ragazze
desiderose di andar presto a letto per pensare in
pace…sognare…immaginare.
Prima o poi la massaia l’avrebbe incaricata di
andar a far erba medica: lui l’avrebbe aspettata in fondo al
campo, dove nessuno poteva vedere, l’erba era alta e
profumata e finalmente sia lui che lei avrebbero trovato un
po’ di pace,
Gli uomini anziani vedevano quelle grandi spianate
d’erba, spiaccicata e stropicciata come se un paio di animali
ci si fossero rotolati sopra. Scuotevano il capo,
149
brontolavano qualcosa e sapevano già che presto sarebbero
dovuti andar dalla Padrona a chiedere il permesso per far
sposare quella citta al suo ragazzo.
La sora Giannina viveva isolata nella Villa,
prigioniera del suo ruolo di Padrona e di responsabile di
tanta gente, di tutto un paese; gli unici uomini che si
avvicinavano a lei erano il computista, i Capoccia, gli
uomini più anziani delle famiglie dei contadini che venivano
per fare i conti e chiedere permessi.
Poldo del Ghezzi era quello che praticamente
rappresentava anche un po’ gli altri e quindi per le
faccende di ordine generale, veniva lui, gli altri erano
ammessi solo per i fatti specifici della famiglia.
Il capoccia della famiglia Caccialupi era Riccardo,
un ometto sempre con un sorriso isterico e stiracchiato
sulla bocca . Ti prendeva per il culo solo a guardarti ed era
capace di staccare la testa ad un cagnolino con la zappa
senza batter ciglio.
La Padrona lo utilizzava proprio per queste
eventualità ma per gli affari preferiva parlare con Berto, il
fratello più giovane , un ragazzo tarchiato e robusto pieno
di salute che non aveva ancora preso moglie, aveva capelli
crespi e braccia forti.
Un pomeriggio d’estate quando la canicola
infuocava tutto intorno alla Villa e regnava un gran
silenzio, la sora Giannina lo mandò a chiamare che aveva
da far dei conti urgenti .
Berto arrivò subito, sorpreso ma non troppo, perché
anche lui era di carne ed aveva visto bene che la sora
Giannina, anche se gli anni l’aveva , doveva essere stata
una gran bella donna, ed a volte s’era stranamente
soffermata a guardarlo , tra un conto e un altro e lo
150
sguardo le si era improvvisamente addolcito come mai lui
avrebbe immaginato.
Lei aprì la cassaforte nella camerona, farfugliò
qualche parola che Berto non capì, poi si girò, lo afferrò
stretto con una forza incredibile, lo buttò sul grande letto e
si arrotolò con lui, tra baci e mezze parole: “
“stupido…stupido…”e le sue non erano più le offese o le
minacce che generalmente gridava dal terrazzo, ma erano
parole dolci, quasi piene di dolore che uno non si sarebbe
mai aspettato dalla Giannina. Strappò via i grandi
gonnelloni che portava sempre, strappò via tutto quello che
aveva addosso e si abbandonò come non faceva da anni,
come neanche pensava di poter più essere capace di fare.
Finalmente c’era qualcuno più forte di lei, qualcuno che la
possedeva, stanca di possedere lei tutto e tutti.
Sfinita restò sul letto immobile a guardare il soffitto
della camerona , a godere fino in fondo quel momento : Vai
via ora…gli disse con un filo di voce…ti chiamerò io..”
Nella Villa regnava un gran silenzio, le donne di casa
se n’erano andate a rimettere il Piazzale, avevano capito
subito che quando la Padrona faceva i conti con Berto non
doveva essere disturbata e da quel giorno in poi fu sempre
così.
Berto se ne andò in silenzio, camminando lungo le
ombre della Villa per farsi vedere il meno possibile.
Qualche ragazzotta l’aveva stropicciata, ed anche
più soda della Padrona, ma non aveva mai pensato che si
potesse fare all’amore così, con tanta voga , con tanto
abbandono, rovesciando tutto come se amore e violenza
fossero una cosa sola.
Le ragazze quando ti avvicinavi e ti avevano
stuzzicato a dovere, si allontanavano scontrose “ tieni le
mani a posto “ dicevano e tu sapevi che invece non
151
desideravano altro….ma non potevi far niente . La
Giannina invece era stata un’esplosione inaspettata, s’era
adattata al suo corpo, aveva assorbito i suoi colpi
aumentando piacere al piacere ,con i capelli confusi, sudati
appiccicati sulla faccia, le gambe che ti invitavano ad
entrare ancora sempre più a fondo sempre più forte.
All’Inizio lui era rimasto impietrito dalla sorpresa e
dal timore: mettere le mani addosso alla Padrona non era
mai passato per la testa a nessuno, ed era stato quasi sul
punto di scappare via, poi aveva sentito il corpo di lei caldo
e morbido, agitarsi e abbandonarsi , attaccarsi a lui, aveva
sentito la sua bocca calda e profonda , aveva sentito per la
prima volta in vita sua che era possibile possedere una
donna che ti era sempre sembrata irraggiungibile e che
quando una donna vera si dà, si spoglia di tutti i suoi freni e
la puoi attraversare tutta, puoi entrare dentro di lei con un
piacere tanto assoluto quanto violento.
Avrebbe voluto raccontarlo a tutti, correre per il
paese e gridare che la Padrona era stata domata, che era
morbida e dolce come nessuna di quelle ragazzotte dure
come il legno e che ancora non avevano capito che l’amore
non è solo strette di mano e occhiate fugaci, non è solo una
palla presa al volo o lasciata apposta, l’amore è più di tutto
, è prendersi, ingoiarsi a vicenda, farsi bene tanto da farsi
male, godere tanto da morire di piacere, che una donna è
donna quando si dà , come la Giannina , tutta senza riserve,
senza risparmiarsi perché l’amore è una sensazione troppo
grande per porvi un limite, per prenderne solo una parte: l
‘ amore è tutto e niente, l’amore è dolcezza e violenza
insieme, è desiderio di possedere completamente una
persona e nello stesso tempo desiderio di averla tutta al
punto tale di lasciarla senza vita .
152
Berto comprese che non si sarebbe mai accontentato
più in vita sua di un’altra donna , anche se più giovane, che
non sapesse amare come la Giannina.
Ma tutto quello non poteva dirlo , anche se tutti
sapevano nessuno ebbe mai il coraggio di mostrar di
sapere: la Padrona era sempre lei e solo Berto l’aveva
conosciuta in quel modo e nessuno mai ebbe il coraggio di
dimostrare che sapeva.
Un giorno Berto arrivò alla Villa senza essere
chiamato.
Le donne corsero subito ad avvertire la Padrona ,
mentre lui aspettava serio nel salotto .
Arrivò la Sora Giannina e appena gli vide in mano
una cartolina rosa capì.
La guerra era scoppiata da poco e tutti gli uomini
abili alle armi, venivano richiamati: arrivava la cartolina e
partivi, lasciavi tutto casa, famiglia lavoro, mogli e
fidanzate, figlioli e genitori, un taglio netto e ti trovavi
lontano migliaia di kilometri da casa con un fucile in mano,
e un nemico che vagamente era laggiù , verso l’orizzonte e
lo dovevi uccidere , prima tu, prima che lui uccidesse te,
come in un gioco stupido , un gioco senza senso.
Il punto di raccolta era Firenze, Berto arrivò con un
accellerato da Arezzo, al distretto gli avevano dato un gran
foglio che sostituiva il biglietto. Alla Stazione di Firenze
c’era un picchetto ad accogliere lui ed altri che come lui
arrivavano da tutta Italia.
Lui non lo sapeva ma quella fu l’ultima volta che lui
ebbe la possibilità di muoversi come voleva,
immediatamente lo misero in fila in un gruppo di altri
disorientati come lui. Qualcuno faceva il gradasso e parlava
di continuo prevedendo che avrebbero fatto grandi cose,
153
che era l’ora tanto attesa, che gliele avrebbero suonate dure
a quelli lassù.
Qualcuno con un filo d’angoscia cominciò a parlare
di Russia.
“ Ma chi te la detto ???”
“Me la detto quel caporale , pare che partiremo
subito , dice che lassù ci fa un freddo cane ….”
Berto ascoltava in silenzio, come la maggior parte, e
pensava a Maccagnolo, all’ odore dei suoi posti, pensava
alla famiglia, ma soprattutto pensava alla Giannina , a
quelle sue puntate alla Villa ….
Tutto era ancora li vicino , pochi kilometri, due ore e
mezzo d’accellerato , eppure tutto sembrava già così
lontano, ormai come una cosa d’altri tempi. Tutto era
ormai non più realtà, una di quelle cose che puoi toccare o
fare , se ti va, ma qualcosa che era solo ricordo, che esisteva
, sapevi che era lì, ma ormai non più per te, tu eri ormai
fuori , lontano anche se vicino, ormai estraneo .
Partirono il giorno dopo con una tradotta piena
zeppa di sciagurati.
I Caporali sembravano contenti come quando si va
alla fiera di Settembre e rompevano le palle a tutti per farli
cantare …, canti che Berto non aveva mai sentito.
Parlavano di Patria, di orgoglio, di morte, di
vittoria, di nemici….
Molti le sapevano a memoria come se si fossero
preparati da tempo per quella giornata , la maggior parte ,
come Berto non ne conoscevano neanche una , ed allora
ogni tanto intonavano una canzoncina normale, di quelle
che Dolfino suonava con la fisarmonica quando facevano le
feste sull’aia.
Il viaggio fu lungo , almeno una settimana i vagoni
era ridotti peggio degli stalletti dei maiali, ormai si parlava
154
solo di caporali e di sergenti, quelli più pratici che erano
quelli che sapevano anche le canzoni a memoria
,illustravano la loro vita futura. Dicevano chiaro quello che
si doveva fare e quello che era proibito fare…pena anche la
fucilazione , dicevano, perché ora s’era in guerra e non
c’era da far tanti complimenti con i lavativi.
Sembra che per le infrazioni più gravi, questa
fucilazione si sarebbe fatta alle spalle, mentre i coraggiosi,
quelli che la battaglia l’avevano nel sangue si facevano
sparare al petto, gridando “viva Savoia”
Al Berto sembrava di sentire parlare un mondo di
pazzi scatenati, a lui del petto o della schiena non gliene
importava niente, e gli pareva che la cosa folle sarebbe
stata quella di essere fucilati. Poi potevano spararti anche
in un piede e sempre una schioppettata era, anzi 11 perché
tanti erano, si diceva, quelli del plotone scelti a caso, fra
tutti , così che uno stupido si girò verso Berto e gli disse”
Potrebbe toccare anche a te..”
Berto rimase di sasso, si sentì gelare con quel cazzo
di fucile in mano a prendere bene la mira per sparare
dritto su un bischero come lui, che non sapeva neanche chi
era.
Sembrava un brutto sogno, e pensava a
Maccagnolo….a quell’ora davano il governo alle bestie,
vedeva la stalla, tutti quelli di casa, sapeva esattamente che
cosa stavano facendo, dove erano in quel momento, avrebbe
quasi potuto toccarli, tanto ancora era vivo il ricordo …..il
pensiero.
Dopo che avevano passato il confine italiano , si
erano addentrati in paesi che Berto non aveva mai visto nè
immaginato ed era un mondo completamente diverso dal
suo, da Maccagnolo.
155
Grandi foreste con alberi scuri e bruciati dal freddo,
attraversarono un fiume , tanto grande che non si vedeva
quasi la sponda opposta. Pensò al Vingone, il fiume di
Maccagnolo, da ragazzo gli era sembrato grande e
impetuoso specialmente quando con le piene si portava
dietro tronchi d’albero e , addirittura , una volta anche un
cane morto.
I contadini raccomandavano ai ragazzi di stare
lontani, specialmente da quella gora, su vicino alla casa di
Scoscino, che, dicevano i vecchi, era profonda anche tre
metri e ci si poteva affogare. Una volta era tanta la siccità
che tutti i pozzi erano secchi e allora presero tutti acqua da
quella grande buca e videro bene quanto era profonda e
pericolosa.
Ora a vedere quel grande fiume che già scompariva
dietro il treno, era rimasto stupito ed aveva capito che
attorno a tutta quell’acqua certamente ci doveva essere un
gran da fare, barconi carichi di legna andavano
controcorrente lentamente , bordeggiavano lungo riva ed il
fiume era tanto largo che sembravano piccole barchette ,
ma dai tronchi si capiva bene quanto erano enormi.
Mangiavano gallette e qualche scatoletta da dividere
perché, diceva il caporale, quelli delle salmerie sono sempre
dei lavativi e sono sempre in ritardo rispetto a noi che
siamo in prima linea, e quindi dovevano arrangiarsi , dopo
a destinazione sarebbero stati meglio certamente,
succedeva sempre anche quando facevano i campi estivi in
Italia.
In effetti in prima linea ancora non c’erano, ma
Berto capì e gli altri poco pratici come lui confermavano,
probabilmente quella era la destinazione finale: d’altra
parte il gruppetto degli scalmanati, quelli che le canzoni le
sapevano tutte a memoria e che cantavano più forte,
156
stavano tutto il giorno a parlar di fucili, a lucidare quel
ferrovecchio che avevano e che , dicevano poi certamente,
sarebbe stato sostituito con armi più moderne. Smontavano
e rimontavano caricatori con gli occhi bendati, per passare
il tempo , come gli avevano insegnato nella caserma.
Qualcuno leggeva qualche lettera sgualcita, altri
avevano tirato fuori dal portafoglio piccole foto e
mostravano orgogliosi a quelli vicino ragazzotte, impettite,
ritratte a mezzo busto . I più fortunati avevano qualche
istantanea , con ragazze sorridenti che si schermivano sullo
sfondo di vigne e case di campagna.
Berto non aveva foto, non ne aveva mai avute della
Giannina, e anche se l’avesse avuta non l’avrebbe certo
mostrata né riusciva a parlare di quella storia con nessuno,
nemmeno ora che il vagone era come un gran confessionale,
e, a parte il gruppetto degli scalmanati, tutti gli altri si
dilungavano un racconti e in ricordi,la ragazza, la mamma,
i figlioli, la casa, le bestie etc…
Sembrava a tutti che parlare di tutte quelle cose, li
riportasse a pochi giorni addietro, e li tenesse ben ancorati
ad un mondo che sentivano ancora il loro, un mondo
completamente diverso da quello che avevano visto
scorrere fuori dal treno e che non lasciava presagire nulla
di buono.
Li scaricarono in una stazione che non esisteva , un
lungo capannone grigio vicino ai binari che si perdevano
tra ciuffi di boschi neri e mezze colline , senza che intorno
vi fosse ombra di anima viva.
Avevano visto qualche gruppo di capanne, oppure
case….Berto non aveva neanche capito che cosa fossero,
avevano il tetto di paglia o di qualcosa di simile, e lunghi
camini che fumavano e si capiva che dentro ci dovevano
essere persone.
157
Berto pensò che a Maccagnolo anche la ciuca aveva
una stalla regolare, murata con il letto di paglia fresca,
l’acqua pulita del pozzo della villa e fieno ogni sera; è vero
che qualche bastonata ogni tanto la rimediava, ma tutto qui
sembrava più triste e a volte puoi anche digerire una
bastonata se dopo hai modo di riprender fiato.
Qui sembrava che tutto fosse stranamente smorto, la
luce era sempre fioca , nebbiosa, gli alberi e quei gruppi di
capanne erano sempre sfocati come in vecchie foto ingrigite
dal tempo.
Berto notò che non vedeva campanili né qualcosa
che assomigliasse ad una chiesa , gli sembrava strano ed
impossibile un posto senza una campana che ti ricorda la
mezza, i giardini di glicine e di lillà, il chiacchierio delle
donne, la Villa….la Giannina.
Arrivarono i camion e tutti dovevano salire in
gruppi come i caporali li avevano divisi e organizzati.
Faceva freddo, a Maccagnolo era tempo di
vendemmia, lì , invece, cadevano di continuo piccoli fiocchi
di neve, anche se non nevicava veramente, guardando
lontano vedevi come una nebbia formata da questa infinità
di piccoli fiocchi, nevischio che il vento arrotolava per aria
e poi spingeva con forza da una parte all’altra
abbarcandoli contro cespugli e tronchi d’albero.
Faceva freddo, sempre di più specialmente dentro il
camion coperto solo da un telone grigioverde ; tutti stavano
rintanati più che potevano, uno accanto all’altro cercando
di nascondere dentro il tessuto gelido mani e faccia per
contrastare il freddo tagliente.
Il sergente bestemmiava contro quei lavativi delle
salmerie che certamente avevano le attrezzature necessarie,
che certo avevano giubbotti imbottiti e coperte , ma che non
si sa dove diavolo erano rimasti. Parlò di necessita di
158
indagini e maggior rigore, accennò a fucilazioni sommarie e
quel solo pensiero bloccò lo stomaco di Berto ancora più del
freddo.
Alla sera si fermarono in una zona desolata e brulla
più che mai: la strada era solo una traccia in mezzo a quella
spianata che non finiva a perdita d’occhio. Non c’erano più
ne boschi, né quelle capanne che gli erano sembrate tanto
miserabili ma che almeno ti facevano pensare che quella
era una terra comunque abitata.
Berto , e altri come lui, si guardavano in giro
sgomenti, cercarono di piantar per terra i picchetti delle
tende che con quel vento non la volevano capire di star su.
Appena fu possibile si infilarono tutti sotto,
sgranocchiando un pezzo di galletta gelata come il ghiaccio
che il Daveri a Maccagnolo usava per i suoi miracolosi
gelati.
Il nevischio s’era ingrossato e la neve ora cadeva
lenta , sembrava Natale, ma non c’era niente altro di simile
a quella festa.
In lontananza, proprio dalla parte opposta da quelle
da cui erano arrivati , si vedevano grandi lampi che
illuminavano il celo di bagliori colorati, dall’arancio al
viola: non sembrava un temporale, anche se si sentiva un
rumore sordo simile a quello dei tuoni nella tarda estate.
Con gli occhi tutti cercavano di capire dove e come
poteva essere quella benedetta “ prima linea” , non c’era
niente del genere, solo una grande distesa grigia e quella
maledetta neve che ora aveva cominciato a venir giù
facendo scomparire fossi, avvallamenti, cespugli , tutto si
appiattiva , tutto bianco fino laggiù dove lo sguardo
arrivava ed il bianco diventava grigio per fondersi con il
celo dello stesso colore.
159
Una mattina si sentì da lontano un rumore che
andava via via aumentando, Era un rumore di ferraglia in
movimento che si avvicinava sempre più. Dal fondo di
quella gran coltre bianca cominciarono ad intravedere
qualcosa che stava percorrendo a piccola velocità la pista
dalla quale anche loro erano arrivati.
Ci misero un bel pezzo ad arrivare fino al loro
campo, ma quando furono vicino Berto capì che si trattava
di cose mai viste prima. Alla battitura fino dall’anno prima
avevano sostituito la vecchia macchina a vapore con un
Landini, monocilindrico che faceva un gran rumore e ad
ogni giro del motore faceva uno scoppio come una
schioppettata. A tutti era sembrato quasi un mostro,
quell’attrezzo nuovo, e ci si domandava dove si sarebbe
andati a finire di quel passo, quelli che però stavano
passando a non più di cento metri dal campo degli Italiani
erano dei veri enormi mostri d’acciaio, senza ruote,
camminavano su due grandi cingoli, sferragliando. Dalla
torretta uomini vestiti di nero, con caschi ed occhiali ,
uomini senza paura e d’altra parte come si poteva aver
paura stando dentro ad un aggeggio del genere, che intuivi
immediatamente era tutto di ferro fuso e così forte e
pesante che nulla sembrava poterlo distruggere.
Sulle fiancate avevano dipinti in bianco alcuni
numeri ed una specie di croce bianca e nera : “ sono
tedeschi , disse il sergente che evidentemente ne sapeva più
di tutti, e quelli sono carri armati Tigre” e li si fermò.
Gli uomini neri gridavano dalle torrette frasi
incomprensibili in una lingua dura e sconosciuta.
Qualche parola sembrava accennare agli italiani,
gridavano forte e ridevano; alcuni degli italiani
accennarono saluti con le mani, ma non sembrò che da
sopra i carri si rispondesse in qualche modo, non
160
accennarono neppure un gesto, solo quelle grandi risate e
nessuno capì cosa c’era mai da ridere tanto. Ne passarono
una ventina seguiti da quattro o cinque veicoli stranissimi
con le ruote gommate davanti ed i cingoli dietro, pieni di
roba, con un gran carico coperto da teloni. Dietro a
rimorchio avevano dei cannoni con una lunga canna: anche
i fucili da lago, penso Berto avevano la canna lunga per
colpire lontano
Seguitarono per la loro strada , laggiu, verso il punto
dove il grigio del terreno si confondeva con quello del celo.
Gli Italiani restarono li in silenzio , Berto sentiva
solo una gran disperazione, non sapeva che cosa faceva li,
non sapeva a chi doveva far paura con quel vecchio fucile,
abbandonati in mezzo a quel deserto bianco con due
camion ,che sembravano vecchi da buttare , il freddo e la
fame che ti fiaccavano.
Maccagnolo sembrava ormai un sogno lontano,
Berto cominciava a dubitare di esserci mai stato veramente,
notizie da casa non ne giungevano e scrivere da li non ti
veniva neanche voglia , come potevi pensare che una lettera
potesse rifare tutta quella strada che lui aveva fatto per
arrivare fino a li.
Anche le facce delle persone care , quelli di famiglia ,
cominciavano a diventare più indefinite, più sfocate, come
viste da lontano, troppo lontano
Gli stivali, i fucili nuovi, le cucine per un pasto caldo,
quei famosi giubbotti imbottiti non erano mai arrivati, il
caporale spiegava con poca convinzione che non era facile e
certamente le salmerie avevano trovato problemi, pare che
il ponte sul grande fiume fosse saltato e altre cose del
genere.
161
Figuriamoci se in tutto quel disastro qualcuno
trovava tempo e modo per prendere una lettera e portarla
da li a Maccagnolo o viceversa.
Lui aveva ancora quelle maledette fasce che si
allentavano continuamente e restavi con gli stinchi nudi al
freddo nel bel mezzo di un lavoro.
Pensò a Padre Marco, ed al suo grande mantello di
lana marrone con cui si involtava tutto d’inverno quando
veniva in cerca. Pover’uomo dicevano le donne che lo
guardavano sempre con una certa simpatia , gli uomini
ridevano, invece con una certa cattiveria e dicevano che
tanto con tutto il vino che aveva in corpo il freddo non gli
prendeva di certo, e caso mai, se voleva riscaldarsi una
zappa gliela davano loro ed qualche greppo da ripulire.
Una bella mattina, il sergente arrivò come un
indemoniato dicendo che arrivava il capitano , con il
tenente, tenersi pronti e ben svegli : i due ufficiali si erano
sempre visti poco, perché stavano sempre rintanati dentro
una grande tenda, la tenda del comando e loro, la truppa,
avevano sempre trattato con caporali o sergenti; nella
tenda del comando entravano solo gli attendenti ed i
sergenti a prendere ordini, e il radiotelegrafista sempre a
smoccolare per le batterie che si scaricavano e l’antenna
che, diceva lui, era sempre in ombra..
Il capitano spiegò che il grande momento era
arrivato, si partiva per la prima linea e che quello era
proprio il momento per dimostrare che razza di uomini
erano .
Guardò tutti molto attentamente, con severità, come
per scoprire se fra loro si annidava qualche evidente
lavativo. Berto, tenne gli occhi bassi, come faceva i primi
tempi con la signora Giannina, ed evitò di farsi guardare
dentro.
162
Smontarono tutto, caricarono i camion e si
avviarono seguendo le tracce fangose su quel deserto di
neve.
Ogni tanto qualche camion si impantanava e
bisognava scendere, spingere, tirar su il fango con le corte
pale, con le mani con l’animaccia pur di uscir fuori e
andare avanti.
Andarono avanti fino al tramonto, i camion si
fermarono in un piccolo avvallamento, qualche ciuffo di
alberi, un piccolo laghetto tutto ghiacciato.
Scaricarono tutto e cercarono di montare le tende,
occorreva acquartierarsi, disse il capitano, qua la tenda del
comando e li, dietro le piante le tende della truppa.
Dove l’avvallamento finiva ed il terreno si rialzava
come una mezza ciambella , proprio sulla cima di quella
specie di greppo, scavarono delle trincee, crearono dei
ripari, qualcosa che li nascondesse alla vista di qualcuno
che sarebbe arrivato da laggiù.
I sergenti richiamavano i caporali e questi si
incazzavano con i soldati perché tutto doveva essere finito
prima del sorgere dell’alba.
Tirarono fuori dalle cassette due mitragliatrici,
nuove di zecca, sembrava che non avessero mai sparato. I
mitraglieri le montarono velocemente, si vedeva bene che
era un lavoro che conoscevano bene. I soldati tra una
palata di terra ed un'altra, mentre il caporale si volgeva da
una altra parte, si informavano sulle prestazioni di quei due
attrezzi: quanto era la portata, quanti colpi al minuto, se si
inceppavano facilmente , se avevano bisogno di
raffreddamento aggiunto . I mitraglieri piazzavano e
ripiazzavano i treppiedi, provavano l’alzo, facevano
scattare l’otturatore e poi facendo finta di sparare
giravano la mitraglia a destra o sinistra per vedere se
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coprivano bene tutto il terreno o se erano “ impallati” da
qualche ostacolo.
I soldati si sentirono molto rassicurati perché
capirono che la difesa non dipendeva solo dai loro vecchi
fucili , ma che quelle due mitraglie erano veri sputafuoco e
difficilmente qualcuno sarebbe riuscito a superare la
pioggia di fuoco che erano capaci di spargere su tutto il
terreno attorno.
Cominciò subito il turno delle sentinelle, dei turni di
guardia, e i sergenti in persona vennero a spiegare che ora
si doveva sparare subito, a vista, per uccidere, perché lì
valeva una regola sola : chi spara prima fa due volte…
L’alba arrivò ed il freddo sembrava ancora più
gelido, ma comunque la fatica per l’acquartieramento era
stata tale che tutti avevano dormito profondamente.
Le sentinelle andavano e venivano ogni due ore dalle
postazioni delle mitraglie sistemate proprio sopra le tende.
Tutti parlavano a bassa voce, bisbigliando anche se
il silenzio che regnava faceva pensare che non esisteva
anima viva per molti kilometri intorno.
La giornata trascorse tranquilla fino al pomeriggio
quando ad un tratto si senti un gran fischio e poi qualcosa
che sciaguattava veloce traversando il celo sopra di loro…
un boato terribile scosse la terra, la strappò , la spaccò in
mille pezzi, che volarono per aria mentre tutti si buttarono
giù cercando di entrare in qualsiasi anfratto, avvallamento ,
un buco qualsiasi dove infilare il capo strusciando a terra
come topi in cerca di riparo.
Una grande nube nera si era alzata proprio dietro
l’accampamento forse a100, 200 metri. Non fecero neanche
a tempo a dir qualcosa che un nuovo fischio squarciò quel
celo gelido, ed un altro ancora e subito un altro ed erano
tanti che ormai non riuscivi più a distinguere niente. Era
164
un susseguirsi di fischi, sciaguattamenti e scoppi, uno dopo
l’altro. Ormai nessuno parlava più sottovoce, i sergenti
urlavano, i caporali ripetevano gli urli, i soldati
bestemmiavano e pregavano tutti i Santi .
Seguitarono a scaricare quell’ inferno per tutto il
pomeriggio. Avevano accorciato un po’ il tiro e quindi tutti
gli scoppi avvenivano davanti a loro, proprio davanti alle
postazioni delle mitraglie.
Tutto il terreno da li in avanti per qualche kilometro
fu rivoltato come un campo per una semina .
Dopo ogni scoppio, sentivi centinaia , migliaia di
piccoli sibili, fischi zig-zaganti , striduli , acuti laceranti.
Erano le scheggie che si spandevano ovunque .
Praticamente del campo non esisteva più niente, le
tende erano state spazzate via dallo spostamento d’aria e
ancor prima dal confuso, tentativo di tutti di mettersi in
salvo in qualche modo.
Gli uomini non si vedevano più, prima si erano
schiacciati a terra, poi avevano cominciato a scavare in
qualche modo, a farsi posto come una topa-ceca nell’orto,
erano praticamente stati inghiottiti dal paesaggio.
Qualcuno non sapeva , nella confusione , dove era
finito il lungo fucile, che in ogni caso, in quella situazione
non sembrava molto utilizzabile, Stettero spiaccicati nel
fango o nelle piccole trincee che avevano scavato al loro
arrivo, tutta la giornata e gran parte della notte.
Ogni tanto un lamento , una richiesta di aiuto si
sentiva da una parte o l’altra del campo.
Gli infermieri correvano carponi, in qua e in là
bestemmiando contro quelle maledette schegge che
seminavano ferite e strappi in ogni dove.
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Berto aveva trovato riparo in una piccola buca che
poi , con la disperazione aveva affondato ancora, aiutandosi
con la baionetta e le mani che ormai facevano sangue .
Furono ore lunghissime, ma stranamente da tanto
disagio cominciò a farsi strada una sensazione mai provata,
la conquista di ogni piccolo spazio in più, riuscire ad
acquattarsi ancora un po’, trovare un altro piccolo spazio
per la testa o infilare una mano sotto il fango , cominciò a
dargli una sensazione di sicurezza certo sproporzionata alla
realtà del momento; addirittura cominciò a studiare le
traiettorie dei proiettili e già dal primo fischio e poi da
quello sciacquettio del proiettile che perdeva velocità
cominciò ad intuire la direzione e la distanza dello scoppio.
Ogni tanto pensava a casa , e cercava di immaginare
che cosa avrebbero detto a Maccagnolo nel vederlo ora in
quella situazione, e si domandava come avrebbe mai
potuto, quando sarebbe tornato a casa, raccontare in modo
giusto tutto quello che aveva vissuto.
Poldo del Ghezzi, che aveva fatto la Grande Guerra,
aveva più volte in cantina, durante le svinature autunnali,
raccontato di quei colpi terribili che gli Austriaci sparavano
sulle nostre linee con obici mostruosi. Tiravano su dei
maiali grossi così, diceva e con i bracci messi a cerchio
sembrava abbracciare un proiettile grosso come un alberoEra anche vero però che a quell’epoca si sparava un
colpo ogni 5 minuti e la lunga permanenza nelle trincee
aveva permesso ai soldati di scavarsi trincee profonde e
relativamente sicure.
Ora invece quei maledetti sparavano con un ritmo
impressionante e non tutti erano colpi di cannone, ogni
tanto vedevi nel celo come una grande stella cometa che
lasciava una scia di fuoco striata e luminosissima.
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Era accompagnata da un rumore strano, come uno
straziante lamento di un gigante ferito; quando la stella
cometa toccava terra erano diecine di scoppi tremendi ,
come diecine di cannonate sparate tutte insieme da un
cannone solo.
Comunque Berto si meravigliò di come ci si può
abituare a tutto: dopo due o tre ore dall’inizio del
bombardamento una certa sicurezza tornò ad animare un
po’ tutti, qualcuno cominciò a tirar su la testa, tra uno
scoppio e l’altro, tenendo l’elmetto fermo con la mano ,
tanto per dare un’occhiata in giro e vedere cosa era
successo. Altri andaro carponi a frugare dove avevano
lasciato la tenda in cerca di gallette e qualcosa da mettere
sotto i denti, perché la fame cominciava a farsi sentire, ora
che alla paura s’era fatta l’abitudine, e come dicevano i
vecchi, la fame fa uscir il lupo dalla tana.
I caporali ripresero fiato e cominciarono a urlare
imprecazioni :
“ Stai giù imbecille” gridavano e dicevano a tutti di
scavarsi ancora meglio la buca.
Quelli che avevano pratica di guerra e di cose
militari cominciarono a dire che quella era la preparazione
per un attacco e che il brutto sarebbe cominciato quando il
bombardamento sarebbe finito.” Al mattino , verso l’alba ,
tutto ad un tratto si sentì un gran silenzio, sembrava di
sentirlo proprio, era l’esatto contrario di tutto quel rumore
infernale che avevano sopportato per ore.
Piano piano cominciarono a rialzarsi, tutti sporchi di
fango, irriconoscibili, alcuni avevano graffi e botte che si
erano procurati buttandosi giù a capofitto senza guardare
dove. Cominciarono a vagare per il campo cercando di
capire dove erano finiti i fucili, le cassette delle munizioni,
quelle delle bombe a mano.
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Berto pensò che se la guerra la facevano in quel
modo , era un po’ difficile riuscire a tirare una bomba a
mano così lontano da offendere chi aveva sparato
quell’inferno per tutta la notte.
I graduati avevano ricevuto ordini precisi dal
Capitano e dal Tenente che non avevano più la tenda
comando e che ora erano acquattati dietro un piccolo
greppo con il radiotelegrafista che chiamava di continuo
senza riuscire ad ottenere risposta.
L’ordine era chiaro: prepararsi a respingere un
attacco che molto probabilmente avrebbe avuto luogo di li
a breve.
Furono distribuite bombe a mano e caricatori a
volontà. Gli ufficiali controllarono le pistole ed il Capitano
volle anche provare qualche colpo sparando per terra.
Fu ordinato di tenere pronte le baionette ed al
momento buono innestarle sul fucile, perché spesso
succedeva che dopo una furibonda sparatoria seguiva un
attacco all’arma bianca ed allora bisognava essere pronti e
decisi perché quando sei di fronte ad un uomo che vuoi
uccidere quello si difende con ogni mezzo: “ o voi o lui “
disse il sergente, come se si trattasse di giocare a
nascondino.
Berto non aveva mai ammazzato neppure un pollo, a
quelli tirava il collo la Vittoria che quando doveva tirarlo
agli oci, invece prendeva un palo, gli ci metteva sotto la
testa, montava sul palo con i piedi e tirava l’ocio per le
gambe fino a che quello non smetteva di sbattere le grandi
ali bianche come quelle di un cigno. Non gli piaceva
neanche quando veniva Caruso ad ammazzate il maiale: tre
o quattro contadini accerchiavano l’animale che aveva già
fiutato l’agguato e tutti insieme lo prendevano per le gambe
e lo giravano pacia all’aria.
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Il maiale strillava come solo può strillare chi vede i
suoi assassini davanti: Caruso si avvicinava, prendeva il
suo punteruolo che aveva ricavato da un tondino di ferro,
glielo infilava dritto nel cuore e iniziava un movimento
schifoso roteando il punteruolo per far più danno possibile
a quel cuore che non voleva fermarsi.
Berto pensava a queste cose mentre sentiva i
comandi urlati forte senza comprenderne il senso.
Erano tutti pronti, in attesa di qualcosa che nessuno
sapeva cosa poteva essere, dalle postazioni delle mitraglie
gli ufficiali scrutavano l’orizzonte con dei binocoli.
Berto ne aveva visto uno simile, solo un po’ più
piccolo, alla signora Giannina, aveva spiegato che era utile
a teatro, quando ci andava con il povero Gino: con quello
vedevi le facce degli attori proprio vicine come se tu fossi
stato a due metri da loro.
Ad un tratto qualcosa parve muoversi qua e là nella
grande pianura davanti a loro, sembravano altri campi con
il loro, si vedeva un affaccendarsi di uomini e qualche
mezzo che si muoveva. Riuscivi a distinguerli male sia per
la lontananza sia perché molti dovevano essere coperti con
ramaglie o altro per mimetizzarli, come avevamo fatto noi
con i camion.
Capimmo che quella pianura che ci era sempre
sembrata deserta era invece costellata di piccoli campi
simili al nostro una specie di schieramento a difesa per
contrastare l'eventuale nemico in arrivo.
Berto pensò che fortunatamente i mitraglieri non
avevano sparato veramente per provare le mitraglie
quando le avevano piazzate , perché ora si vedeva che
davanti a loro , dove sembrava non esserci nessuno, invece
c’erano soldati e qualcuno potrebbe essere stato colpito .
169
Ora a tutti i soldati risultava chiara la strategia che
appariva nota ai due ufficiali; indicavano infatti quei
piccoli gruppi affaccendati e li chiamavano con numeri e
sigle, senza mostrarsi stupiti di vederli ora per la prima
volta.
Berto cominciò a capire ora bene che cosa era la “
prima linea “: qualche ciuffo di disperati sparsi qua e la, .
Pensò a quanta strada avevano fatto per arrivare fino a lì,
pensò a quante pianure sconfinate, grandi fiumi, paesi e
città aveva visto e si era lasciato dietro le spalle, e
fortemente sperò che ci fosse anche qualcun altro a difesa
di tutto quel pezzo di mondo, perché era chiaro che quei
gruppetti di disperati sparsi in mezzo a quella piana
sconfinata avrebbero potuto far ben poco.
I sergenti ora avevano preso il sopravvento su i
caporali e sparavano gli ordini direttamente senza tanti
intermediari: tu qui, voi la in fondo a quel fosso, il terzo
tutto avanti dalla parte sinistra, attenzione ricordate
quando si toglie la sicura prima di lanciare la bomba
contare fino a cinque.
Il radiotelegrafista sembrava aver trovata la
giornata buona ed era tutto un parlare e passare al
capitano la cuffia ogni tanto quando evidentemente le
comunicazioni erano più importanti.
Ad un tratto una delle sentinelle chiamò a gran voce
il caporale, questo dopo un breve parlottio chiamò il
sergente e questo il capitano che si tolse la cuffia per
portarsi in cima all’altura, vicino alle mitraglie.
Prese il binocolo e cominciò a scrutare l’orizzonte.
Molti soldati si erano portati sulla sommità
dell’altura e scrutavano la faccia del Capitano per capire la
gravità di ciò che stava vedendo con il binocolo.
170
“ Stare giù “ ordinarono i caporali a quelli che erano
accorsi curiosi.
Berto guardò verso la linea dell’orizzonte, non c’era
bisogno di binocolo per vedere che dove prima il grigio
della terra si continuava e si fondeva con quello del celo,
ora una sottile linea scura che occupava l’orizzonte tutto da
destra a sinistra si muoveva impercettibilmente.
Non potevi capire che cosa era , certo non era niente
di tranquillizzante anche se per il momento non si udivano
spari ma solo un leggero ronzio lontano, come uno sciame
di api in attesa di pungerti.
Il Capitano si precipitò con il tenente ed i sergenti
alla ricetrasmittente. e cominciò a chiedere collegamenti
elencando numeri e sigle sconosciute ai soldati, ma
certamente note al radiotelegrafista.
Dopo ogni collegamento parlava serio con il Tenente
, corrucciato e deluso per qualcosa che non si riusciva a
comprendere ma che che si vedeva chiara nella sua faccia.
La linea scura all’orizzonte, nel frattempo si andava
spezzettando e si cominciavano a vedere mezzi in
movimento, non si distingueva bene che cosa fossero in
realtà ma certo erano tanti, troppi , pensò Berto, e un
amaro terribile gli salì su dallo stomaco, gli bloccò la gola e
capì che era paura, una paura profonda come non aveva
mai provato in vita sua.
Il brusio dello sciame di api aumentava, ma ora era
accompagnato da un crepitio continuo, e dalla linea scura
in movimento cominciarono a sprizzare scintille, tante che
la linea scura divenne in breve una striscia continua
scintillante. Dai mezzi in movimento, che si capì subito
erano carri armati, si aprivano vampate di fuoco
improvvise alle quali poi corrispondeva quasi subito uno
scoppio che dopo un lampo chiarissimo liberava una
171
nuvoletta bianca, laggiù nella pianura davanti a loro
attorno ai campi, agli attendamenti che ormai sapevano
sparsi in qua ed in la su tutta la piana.
Il Capitano dette ordine alle due mitraglie di non
aprire il fuoco: erano ancora troppo lontani , fuori dalla
loro gittata.
Praticamente assistevano impotenti e tutto
quell’inferno. La linea in avanzamento si andava sempre
meglio dettagliando: ora si distinguevano carri armati che
avanzavano sparando e mitragliando e dietro ogni carro si
intravedevano gruppi confusi di soldati appiedati ma
numerosi che si facevano scudo del carro per avanzare
coperti.
Dai nostri insediamenti un crepitio di mitraglie e un
confuso muoversi di uomini in cerca di riparo, faceva
intuire che la lotta era comunque impari e disperata.
Come una grande falciatrice, la linea che avanzava
composta da carri e da soldati ogni tanto si soffermava
leggermente a poca distanza da un nostro campo, qualche
carro cambiava posizione spostandosi di lato e si vedeva
bene che il campo era poi sotto un tiro incrociato e
terribilmente inarrestabile.
Poi vedevi uomini uscire a frotte da dietro i carri ,
invadere tutta l’area del campo : aumentava il crepitio , si
vedevano gli sbuffi delle bombe a mano , ora si sentivano
anche urla terribili, un vociare tragico, scomposto, misto di
trionfo da una parte e terrore e morte dall’altra.
Le due mitraglie cominciarono a sparare , così come
tutti i soldati.
I nemici erano lontani , piccoli e in movimento
continuo, era quasi impossibile mirare: sparavano tutti nel
mucchio più per dare a se stessi la sensazione che
quell’orda in avanzamento poteva essere in qualche modo
172
contrastata che per la convinzione di abbattere veramente
un bersaglio.
La confusione era al massimo ,caporali e sergenti
seguitavano a ripetere “ sparate” come se qualcuno potesse
non aver capito che quello era proprio il momento in cui o
spari a tutto e a tutti o sei fregato.
Ad un tratto uno strano rumore cominciò a
sovrastare tutto quel crepitio, quel vociare scomposto di
migliaia di uomini inferociti.
Per un attimo Berto non capì, poi con la coda
dell’occhio intuì qualcosa che stava arrivando dal celo, una
grande ombra grigio scuro, un aero lanciato in picchiata si
stava avventando su di loro arrivando di lato.
Per un attimo vide una grande stella rossa sotto un
ala, l’aereo era talmente basso che riuscì a intravedere
anche la sagoma del pilota nell’abitacolo, qualcosa si staccò
da sotto l’aereo, una cosa strana sembrava una grossa
bottiglia, non tanto grossa, anzi, ripensò Berto: la vide
arrivare inevitabilmente verso di loro, dondolando
leggermente per aria, ma dritta nella sua terribile
traiettoria.
Fece caso che non sentiva più il crepitio delle
mitraglie, i colpi dei carri , le urla dei nemici, il rombo
dell’aereo: un silenzio terribile , definitivo annullò qualsiasi
rumore: vide bene la bomba arrivare dritta, un gioiello di
meccanica, distinse bene le alette di direzione, pensò,
proprio nel momento in cui la vide tuffarsi con la punta di
acciaio a pochi metri da lui , dritta dentro il terreno.
Il terreno si sollevò improvvisamente, ormai i
rumori erano tutti scomparsi, ebbe la sensazione di essere
in qualche modo per aria, pensò che voleva tornare a
Maccagnolo, che era troppo stanco,…. era tutto buio , solo
buio …non sentì altro, ebbe la netta sensazione di essere
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risucchiato dentro un grande tubo, senti che
inesorabilmente scivolava in quel buio profondo, portato
lontano …per sempre.
A Maccagnolo in quel momento era mattina presto.
Gli uomini giovani erano tutti stati richiamati in guerra. In
quasi tutte le famiglie ne mancava qualcuno e a guardare
bestie e famiglia c’erano rimasti i vecchi . Le donne
avevano raddoppiato preghiere e fiori di campo alle
maestà, il postino ogni tanto, troppo raramente portava
qualche lettera dal fronte.
A scuola ci davano istruzioni sui comportamenti da
tenere in caso di bombardamenti, e tutti erano stati istruiti
con manifesti e comunicati a incollare strisce di carta sui
vetri perché quando si fossero rotti per lo spostamento
d’aria non dovevano cadere e ferire qualcuno.
A scuola ci insegnarono a stare ritti appoggiati alle
pareti principali o sotto gli architravi delle porte, e
comunque radunarci tutti nelle stanze a pianterreno.
Si facevano prove per indossare le maschere antigas
che nessuno aveva, ed al primo allarme la gente correva
verso i rifugi ricavati da cantine o locali sotterranei.
Erano preoccupazioni vaghe, nessuno in effetti
credeva che sarebbero arrivati un bel giorno degli aerei a
sganciare bombe su Arezzo, né tanto meno su Maccagnolo
che allora era lontano dalla città e ci sembrava al sicuro..
Non era mai successo, neppure durante la grande guerra,
“ la guerra si fa in prima linea…” spiegava Poldo del
Ghezzi che l’aveva fatta ed era stato mesi in trincea a
scrutare gli austriaci, che avevano le trincee a 200 metri
dalle nostre e prendevano l’acqua alla stessa fonte.
Comunque eravamo tutti avvisati: in caso di
incursione aerea le persone dovevamo seguire le istruzioni
174
del capo-fabbricato, avviarsi disciplinatamente ai rifugi,
tenere pronte le maschere antigas, che nessuno aveva.
All’inizio di novembre in una serata di luna piena,
proprio mentre eravamo a tavola per la cena sentimmo un
aereo che girava sopra le nostre teste, ad una quota
certamente bassa. Spengemmo tutte le luci ed aprimmo le
finestre per vedere che cosa poteva mai essere.
Una grande ombra nera passò proprio sopra la villa:
si vedeva chiaramente contro il celo madreperlato per il
chiaror lunare.
Fece due o tre giri tra noi e la città ,mentre affacciati
alle finestre cercavamo di vederlo ancora e ci
domandavamo che cosa mai poteva fare un aereo isolato a
quell’ora.
Qualcuno parlò di ricognitori, qualcun altro penso
ad un aereo che si era perso e stava cercando un posto dove
mettere le ruote a terra.
I contadini erano tutti fuori , nelle aie a naso in su
facendo commenti, divertiti per quell’insolito fatto.
Molti commentavano e si immedesimavano sui
problemi del pilota che, poveraccio, era lassù , magari con
un guasto o a corto di carburante , e non sapeva come
scendere giù.
Ci venne quasi la voglia di cercare di dargli una
mano, che so, accendergli dei fuochi per indicargli una
possibilità di atterraggio in campo appena seminato.
Mentre i commenti si intrecciavano e gli
avvistamenti si rinnovavano, ad un tratto un boato terribile
strappò l’aria, una gran fiammata, un colpo così forte che
mai ti saresti aspettato da un aereo solitario, così tranquillo
che ti vola sopra la testa e che avresti anche voluto aiutare.
Ci buttammo giù per le scale tutti a rotta di collo, la
mamma aveva però prima recuperato una scatola dove
175
aveva radunato tutti gli averi di casa, pochi gioielli, qualche
catenina, e che era stata preparata appunto, in caso di
emergenze. Ci ritrovammo nel piazzale , i contadini s’erano
sparpagliati in qua e in là e in pochi minuti, tutti erano
nascosti da qualche parte e non si sentiva più anima viva.
Ci raggiunse Poldo del Ghezzi:
“ Sora Padrona, non potete star qui , disse, venite in
cantina e mettetevi sotto gli archi , così e mentre lo diceva ci
spingeva nei posti più giusti.
“ qui anche se colpiscono la casa , siete al sicuro.” E
corse via per andare a controllare la famiglia e gli animali
che erano nelle stalle .
Era forse la prima volta che il Poldo comandava e la
Padrona , in silenzio, obbediva.
L’aereo seguitava a girare ; dalla cantina, un locale
grande al piano terra della Villa, non vedevamo niente:
sentivamo solo il rombo dell’aereo che volava basso e molto
lentamente: girava sopra Arezzo, evidentemente cercando
gli obiettivi giusti, ogni tanto buttava giù una bomba, più o
meno una per ogni giro, un grande schianto ed il bagliore
che entrava dalla porta della cantina socchiusa.
Nel frattempo avevano cominciato a suonare anche
le sirene dell’allarme. Quella più forte era quella del
Fabbricone che fino a quei giorni aveva suonato l’inizio e la
fine dei turni di lavoro.
Dopo quaranta, cinquanta minuti l’aereo se ne andò
puntando a sud da dove era arrivato.
Uscimmo tutti fuori, dall’aia del Ghezzi, si vedevano
chiaramente bagliori di piccoli incendi . Era chiaro che
Arezzo era stata colpita in qua e in là, sembrava
soprattutto da Saione al Fabbricone e lo zuccherificio.
Non sapevamo che cosa dire, ora era chiaro che la
guerra sarebbe arrivata anche da noi, e che quei manifesti
176
che istruivano la gente in caso di attacchi aerei, erano
proprio necessari.
La mattina dopo andammo a vedere che cosa era
successo vicino a noi: la nostra strada sterrata, in fondo alla
curva piegava a destra : quella era via Curtatone, una
strada di piccole abitazioni , per lo più, piccole palazzine ad
un piano.
Proprio in fondo a via Curtatone, sulla sinistra ,
prima di girare verso Saione, una di quelle bombe aveva
centrato una piccola villetta: c’era un sacco di gente a
guardare che cosa ne rimaneva. La bomba l’aveva presa di
lato, e l’aveva sbriciolata tutta come un biscotto secco, dal
lato opposto a dove la bomba era caduta un muro era
ancora in piedi , un paio di finestre con gli infissi a
ciondoloni, la tenda che svolazzava; nel punto dove la
bomba era caduta, si intuiva l’accenno di un cratere non
molto grande , tutto intorno, sassi calcinacci, pezzi di porte,
travi spezzate, come se un pugno gigante avesse sbriciolato
la casa con una gran manata.
Eravamo tutti sbalorditi, gli uomini anziani , quelli
che la guerra l’avevano conosciuta , parlarono di piccole
bombe, più che altro di una specie di avviso, di prova in
attesa di qualcosa di peggio che sarebbe certamente
avvenuto e che non era certo tranquillizzante.
Le altre bombe avevano colpito un camion, lo
zuccherificio e qualcuna il fabbricone, provocando pochi
danni e piccoli incendi.
Per giorni non parlammo di altro ed era tanto il
parlare che dopo poco eravamo ormai tutti esperti di
bombardamenti. Tra quanto avevamo visto, i ricordi degli
uomini, le fantasie e le paure, ormai ci eravamo fatti un
quadro preciso della situazione.
177
Una cosa fu subito certa: non era assolutamente il
caso di stare in casa, e capimmo subito che se la bomba
arrivava non c’era arco o architrave che ci potesse salvare.
L’unica speranza era quella di buttarsi fra i campi,
magari dentro un fosso per evitare spostamenti d’aria e
schegge impazzite.
Cominciarono anche a suonare l’allarme, quasi ogni
sera quasi sempre subito dopo cena: scappavamo giù per lo
stradone pronti a buttarci in un fosso alla prima necessità.
Eravamo già a fine novembre , il freddo cominciava
a tagliare la pelle e mordere le dita, non avevamo
indumenti adatti per difenderci da tanto disagio, e star
fuori di notte per due o tre ore in mezzo ad un campo non è
proprio una situazione di conforto.
Gli adulti si radunavano a gruppetti : le donne
lamentavano tutti i disagi di ogni giorno: la tessera su tutto,
la carne che non si trovava mai, e Silvio, il macellaio di via
Romana, che approfittava della sua situazione di potere e ,
dall’alto del suo bancone di marmo bianco, rispondeva
male alle donne e distribuiva a modo suo, pare secondo le
personali simpatie, i pezzi migliori a chi voleva.
Pare che aveva sempre da qualche parte, un pezzo di
rigatino in più per qualche sposina che riusciva a far la
simpatica.
Gli uomini parlavano sottovoce e i più temerari
fumavano una mezzo sigaro fecendosi ombra con le mani ,
che dicevano tutti, dagli aerei si vedeva certamente tutto e
non era proprio il caso di rischiare facendo vedere un
sigaro acceso. Parlavano di certe bombe grandi più di un
maiale, capaci di fare quattro volte il disastro che quella
aveva fatto, sere prima, in Via Curtatone. Alcuni sapevano
tutto su spostamento d’aria , schegge e si diceva che quando
eri dentro un fosso profondo, bisognava proprio che la
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bomba ti centrasse in pieno perché anche se cadeva a pochi
metri nulla poteva succederti.
Gli altri ascoltavano e pensavano che l’eventualità
che una aggeggio sganciato dall’alto ti potesse cadere
proprio addosso, erano tanto minime che noi, a Maccagnolo
, potevamo stare relativamente tranquilli.
Si diceva che l’ allarme lo suonavano quando dal sud
qualcuno telefonava ad Arezzo, al Prefetto, che gli aerei
stavano arrivando; altri sostenevano che qualcuno, forse
l’esercito, aveva in dotazione degli apparecchi, fatti come
dei grandi orecchi, che riuscivano a sentire il rombo degli
aerei anche lontano più di cento kilometri.
Naturalmente nelle nottate di buio completo ,
nuvolose o piovigginose, stavamo relativamente più
tranquilli, quella serata di novembre quando ebbe luogo il
primo bombardamento, era una splendida serata
illuminata da una luna piena e quindi era chiaro che quell’
uccellacio nero che c’era girato sulla testa per più di
mezz’ora, volando anche relativamente basso, riusciva a
distinguere tutto e quella era la condizione ideale per un
bombardamento notturno.
Comunque le sirene cominciarono a suonare
l’allarme anche di mattina: alle 11 circa suonavano e per 2
o 3 ore ce ne stavamo laggiù, a metà stradone pronti a
schizzare nel fosso più vicino in caso di bisogno.
Era tanto frequente questo fatto che ormai era
entrato come regolare avvenimento nelle nostre giornate.
La vita di tutti, dai lavori nei campi , alle uscite delle donne
per far la spesa, tutto era stato programmato attorno a
quell’appuntamento quotidiano con gli allarmi e le possibili
incursioni.
Il 2 dicembre era una giornata chiara e fredda, il
celo azzurro chiaro senza un fiocco di nuvola, era quasi
179
l’ora del solito allarme quando cominciammo a sentire un
brontolio strano, lontanissimo provenire dalla parte di
Lignano.
Era un rumore meccanico, un rombo cupo che aveva
un ritmo preciso e che aumentava con il passare dei minuti.
Eravamo tutti, sullo stradone, a naso ritto perché
avevamo ormai capito che doveva trattarsi di uno o più
aerei, ma il rumore era comunque strano, quasi un ritmico
rullo di tamburi, confuso, grave che proveniva da molto
lontano.
Ormai esperti per il bombardamento di novembre,
ci aspettavamo qualche aereo a bassa quota pronto a
sganciare e cercavamo tutti ansiosi scrutando l’orizzonte,
specialmente dalla parte di Lignano perché era certo che da
li sarebbero arrivati
“Eccoli lassù!!!”
Gridò uno che guardava da tutt’altra parte ,
proprio sopra le nostre teste
“Dove ??non vedo niente!!”
“Lassù vedi quasi sopra noi” e con un dito ci dava la
direzione sommaria.
Capimmo perché erano invisibili, erano talmente alti
che si vedevano piccoli piccoli, disposti in file di tre
ripetute, erano una trentina circa e d’un tratto , mentre
cercavano di allargare la formazione, forse inclinandosi per
la manovra, offrirono il fianco al sole e allora scintillarono
belli, lucidi e puliti immersi in quel grande azzurro.
“ I manifestini, hanno tirato i manifestini..” gridò il
Calderini il nipote della signora Giannina .
In effetti si era visto uno scintillio sotto gli aerei ,
qualcosa che avevano lanciato e che era stato visibile per
un attimo.
180
Per qualche diecina di secondi non si vide più niente
se non gli aerei che si ricomponevano e dirigevano verso
Firenze,virando a sinistra.
Una bomba ci mette qualche secondo ad arrivare da
13 mila metri a terra e dopo il momento dello sgancio,
quando la vedi per un attimo, sparisce e non riesci più a
metterla a fuoco mentre si precipita a velocità sempre
maggiore, giù verso il terreno.
Non la vedi, ma ad un certo punto cominci a sentire
il fischio, un fischio lacerante, terribile di qualcosa che in
modo assolutamente inarrestabile , ti stà precipitando sulla
testa.
Il proiettile di cannone prima fischia ma poi quando
stà per arrivare , perde velocità e comincia a sciacquettare
per aria, la bomba di aereo no, viene giù a capofitto,
aumenta sempre più la velocità, ed il fischio che emette è
sempre più acuto e lacerante.
I fischi, quella mattina erano tanti non avemmo più
tempo per chiederci, ne per capire niente. Non avevamo
mai sentito qualcosa del genere, non avevamo mai vissuta
una situazione come quella: i bombardamenti a tappeto
non li avevamo mai neppure sentiti nominare; la prima
linea, la maschera antigas, le strisce di carta incollate sui
vetri perché non cadessero a terra, tutto quello che
sapevamo non aveva più alcun valore: ci buttammo tutti a
capofitto nei fossi intorno, erano i più piccoli
probabilmente di tutto il podere, erano fossetti che
costeggiavano lo stradone e che non erano sufficienti
neppure a riparare una persona sdraiata bene, e veramente
bene ci sdraiammo perché quando senti quell’inferno,
quando senti la terra che ti balla sotto la pancia come se un
gigante sotterraneo la scuotesse bene bene, ti spiaccichi
comunque giù fino a renderti inesistente.
181
Cominciarono gli scoppi, uno in fila all’altro e poi
cominciarono a sovrapporsi in un unico boato quasi
continuo tante erano le bombe che cadevano.
La terra veniva strappata a pezzi, lacerata, i boati
non erano secchi come un colpo di cannone, erano un misto
di scoppio e di profondo strappo, di lacerazioni gigantesche.
Arezzo doveva essere completamente distrutta e certo il
mondo non doveva essere più lo stesso dopo quel terremoto.
Con la faccia contro la terra cercavo di immaginare quale
sarebbe stato lo spettacolo che avrei visto quando tutto
finito, avrei potuto rialzarmi, se mai fosse stato possibile.
Sentivo l’odore della terra bagnata , il profumo delle
erbe che d’inverno si mescolano con il muschio e le foglie
marcite, e non riuscivo a capire il senso di quell’inferno.
Finì quasi subito, improvvisamente come era
cominciato, probabilmente due minuti non di più; restava
il rombo sordo, monotono degli aerei che si allontanavano
apparentemente lenti nel celo: erano tanto alti che
sembravano quasi fermi.
Arezzo era nascosta da una nube grigio scuro
attaccata al terreno , alle case, ai campanili: la nube si
spostava piano piano in una direzione unica, come spostata,
con fatica, dal vento e piano piano le case, i palazzi, i
campanili riapparvero alla vista e apparentemente così da
lontano, sembrò che tutto era come prima e che tutto quello
sconquasso non aveva causato poi tanti danni.
Dopo un attimo di silenzio generale, cominciammo a
parlare tutti insieme: hai visto come luccicavano..erano
trenta…no
trentasei,
li
ho
contati….e
come
fischiavano….meno male che noi siamo lontani…..eh ma ad
Arezzo disgraziati….i manifestini, io credevo che erano
manifestini…
182
E tutti giù a ridere per scaricare la paura e la
tensione che era alle stelle. In due o tre minuti tutto era
avvenuto così repentinamente che nessuno aveva avuto
tempo di prepararsi. Noi ragazzi giocavamo e scherzavamo,
gli adulti parlavano e commentavano i vari problemi:
nessuno aveva mai visto aerei volare così in alto, nessuno ne
aveva mai visti tanti tutti assieme, nessuno aveva mai
pensato che persone normali avrebbero potuto venir fino a
lì da qualche paese lontano , a scaricare tutto quell’inferno
addosso a noi.
Le donne alternavano commenti impauriti a
generiche raccomandazioni dirette a non si sa chi tirando
nel mezzo tutti i Santi compreso Sant Antonio che secondo
la tradizione, era protettore degli animali e quindi non si
capiva perché avrebbe dovuto interessarsi a noi cristiani.
Gli uomini invece cominciarono subito a parlare di
iniziative da prendere per mettere al sicuro bestie e
cristiani e non farsi prendere ancora alla sprovvista a naso
per aria.
Ma ormai le regole erano infrante, nulla più era
certo, tutto quello che sapevamo su eventuali
bombardamenti si era rivelato inutile, le sirene avevano
cominciato a suonare l’allarme subito dopo i primi scoppi e
suonava ancora quando gli aerei erano già spariti
all’orizzonte, sapevamo a mente la storia dei fossi, ma poi ci
eravamo tutti insieme messi a parlare vicino a due fossetti
che non avrebbero riparato neppure un gatto, soprattutto
nessuno avrebbe mai pensato che una trentina di aerei
grandi, grossi e scintillanti come quelli, se n’erano venuti
chissà da dove per sganciare quell’inferno artificiale sopra
di noi che , onestamente non avevamo fatto niente per
meritarcelo.
183
Ancora una volta però dopo tante discussioni alcune
certezze risultarono chiare a tutti:
Primo eravamo stati degli stupidi a star li a faccia in
su : da lassù si diceva riuscivano a veder tutto specialmente
le facce delle persone che essendo chiare risaltavano bene e
sollecitavano lo sgancio, secondo, occorreva trovare o
creare un rifugio più adatto di quei semplici fossetti perché
ora non si trattava più di una bomba ogni tre o quattro
minuti e che quindi facevi quasi a tempo a capire dove
andava, ora dovevamo preparaci a quella specie di diluvio
universale , contro il quale ogni riparo sembrava
impossibile.
Rientrammo nelle case più insicuri, sapevamo bene
ormai che gli allarmi venivano suonati a caso, che le grandi
orecchie dell’esercito non funzionavano e che difficilmente
avremmo fatto a tempo ad uscire dalle case per qualche
attacco improvviso.
Era chiaro che una pioggia di bombe come quella
non era mirata a qualche obiettivo in particolare ma che
era programmata appunto , per una distruzione “ a
tappeto”
Ormai sapevamo che ogni bomba spandeva per
centinaia di metri schegge micidiali, pezzi di ferro taglienti
e pesanti che a velocità folle tranciavano tutto quello che
trovavano nella loro strada.
Per un raggio di qualche centinaio di metri tutta la
terra , le rocce, sassi e alberi che la bomba aveva strappato
dal suolo e lanciato in aria, ricadevano ricoprendo ogni
metro di spazio.
Gli uomini decisero subito che , a parte il freddo che
veramente cominciava a fiaccare giovani e vecchi ogni sera
costretti a passare due o tre ore fuori in pieno inverno,si
poneva anche il problema di trovare rifugio dalle schegge e
184
daper tutto quel diluvio di roba che ricadeva per centinaia
di metri attorno ad ogni cratere di bomba.
A metà stradone, sulla sinistra in corrispondenza di
un varco un greppo alto poco più di un metro divideva due
campi che degradavano dal paese giù verso il Vingone.
A metà del greppo un grande mandorlo , subito
dopo il mandorlo gli uomini decisero di scavare una cavità,
parallela al greppo lunga cinque o sei metri. Fu lasciata una
apertura stretta , poco più di 50 centimetri nel greppo in
modo da poter entrare nello scavo. Per tutta la lunghezza la
terra era stata tagliata in modo da formare come due
scalini in modo che si poteva sedere stando su due file uno
di fronte all’altro.
Lo scavo fu coperto con tronchi d’albero a mo’ di
travi e poi fascine e sopra tutta la terra che era stata tolta
dallo scavo.
Alla sera il rifugio paraschegge era già pronto.
Proprio come scavare una trincea in guerra, gli uomini si
erano dati da fare per approntare il tutto in tempo
brevissimo.
A me fu data la responsabilità della lampada a
carburo che già utilizzavamo in casa da tempo, dato che la
corrente mancava spesso per ore o giornate intere.
Alla sera tutto era pronto e fummo quasi felici
quando alle nove suonarono le sirene per il solito allarme.
Andammo tutti al nostro rifugio, cominciammo a
entrare e uscire per provare, quasi un gioco. Era bello
trovarsi li tutti insieme stretti in quel piccolo spazio,
davanti a me sedeva una ragazzetta che mi faceva venire
certe voglie che non riuscivo a capir bene ma che partivano
proprio dal fondo dello stomaco.
Con i ginocchi toccavo i suoi, dato che era seduta
proprio di fronte a me e quella mi sembrò una situazione
185
tanto bella che mi augurai che l’allarme durasse a lungo :
non sentivo più freddo ed attendevo che anche un piccolo
movimento da parte sua mi trasmettesse la sua complicità
per tutto quello. Troppo bello, dolce e struggente il contatto
semplice con la pelle di una donna , quando la desideri. Un
godimento superiore a qualsiasi azione fisica, mi
attanagliava lo stomaco e l’attesa di una sua reazione
aumentava il piacere .
“Senti, arrivano…” qualcuno disse fuori dal piccolo
rifugio.
Contrariamente a quanto ci eravamo ripromessi
uscimmo tutti a vedere cosa succedeva: era una notte buia e
non riuscivamo a capire come senza la luna piena del primo
bombardamento un aereo avrebbe potuto cercare obiettivi.
Pensavamo che non avrebbe visto neppure Arezzo che era
completamente oscurata .
Si sentiva un rombo di aerei in arrivo, non bassi
come quella sera di novembre, ma neanche alti come quelli
della mattina.
Arrivavano al solito da sud, dalla parte di Lignano,
non era un aereo solo, si intuiva bene dal rumore, forse tre
o quattro, non certo una formazione grossa come la
mattina, ed erano certamente aerei più piccoli , non come
quelli della mattina che qualcuno aveva detto si
chiamavano fortezze volanti, ed erano grandi quadrimotori
.
Quando furono sopra la piana di Arezzo virarono,
cominciando a girare in tondo. Non si riusciva a veder
niente , la serata era troppo buia perché anche loro
potessero veder qualcosa a terra.
Ad un tratto , laggiù dopo il Foro Boario dalle parti
di Pescaiola una stella si accese improvvisamente nel celo:
ondeggiava scendendo piano piano, poi un’altra e un’altra
186
ancora e tante altre, via via che gli aerei completavano i
loro giri, lanciavano quelle palle luminose che si
accendevano subito e poi aumentavano di luminosità via via
che scendevano dondolando lentamente , trasformandosi in
tanti piccoli soli che spandevano ogni dove una luce
fortissima, chiara, quasi come a mezzogiorno. Sopra la
palla di luce un pennacchietto di fumo bianco stava a
indicare che la “ cosa” bruciava , piano piano mentre
scendeva.
.
Alla vista di quegli strani lampioni qualcuno disse:
“ i bengala …tirano i bengala….”
Ormai la nostra attenzione era tutta tesa verso quei
soli in miniatura; non avremmo mai potuto pensare che era
possibile illuminare tutta la piana d’Arezzo a giorno , in
quel modo.
La luce era talmente forte e talmente chiara che
faceva di ogni cosa ombre nette , ma erano anche tante
quelle luci appese in celo che praticamente ogni cosa era
illuminata da più lati contemporaneamente.
Sopra la vaga coda di fumo bianco, si vedeva chiaro
il paracadute che le sorreggeva e le faceva scendere
lentamente.
Cominciarono a sganciare , una bomba dietro l’altra
, con calma, la maggior parte verso la stazione e poi tutto
lungo la ferrovia. Ogni tanto buttavano qualche altro
bengala, forse per illuminare qualche zona buia o per
sostituire quelli che nel frattempo erano arrivati a terra.
Finì il bombardamento che quasi non ce ne
accorgemmo: ancora una volta era strano come tutti
riuscivamo ad adattarci anche a situazioni diverse e
tragiche come un bombardamento: la guerra ti abitua e ti
fa accettare come normale ogni sorta di disagio, la fame, il
187
freddo, ma si arriva anche all’assurdo che la violenza e la
morte stessa vengono accettate come parte normale della
vita quotidiana e le persone si adoperano per sfuggir loro
ma senza drammatizzare poi troppo; ripararsi da una
cannonata diventa normale come riparasi dalla pioggia
quando vivi tempi di pace.
I bengala piano piano arrivavano a terra e si
spegnevano, dopo poco piombammo in un buio profondo,
ancora più nero dopo la grande luminaria di prima.
Suonò la fine dell’allarme e tornammo tutti a casa
ma avevamo tutti voglia di parlare e poco sonno. Due
bombardamenti in un giorno e comunque assolutamente
nuovi e inaspettati: quello della mattina ad opera di 24
fortezze volanti che avevano scaricato un inferno
indescrivibile. Alcune bombe restavano inesplose e
potemmo vedere che erano lunghe quasi 2 metri , altre
erano a scoppio ritardato e scoppiavano improvvisamente a
volte anche 2 giorni dopo. Il bombardamento della sera
completamente diverso, aveva acceso la nostra fantasia con
tutte quelle luci cadenti, ci ritirammo carichi di tensione,
eccitati per la paura e la stanchezza non riusciva a vincere
l’eccitazione che inevitabilmente accumuli con esperienze
così forti e inaspettate.
La mattina dopo , tutti in cerca dei resti dei bengala.
Il tessuto dei paracadute era simile a seta, probabilmente
un tessuto sintetico , una vera manna di Dio per le donne
che da tre anni non vedevano tessuti nuovi. Avevano usato
di tutto: vecchie coperte militari, vecchi abiti girati e
rigirati, avevano “fatto Gesù” ad ogni tipo di biancheria e
finalmente erano arrivate a utilizzare vecchie balle di iuta
per fare indumenti; tutto era stato consumato, utilizzato e
riutilizzato fino alla fine. Le corde che legavano il bengala
al paracadute erano lunghe e potevano essere , con
188
pazienza disfatte e permettevano di ricavare certi filati
molto simili al cotone che le donne cominciarono subito a
trasformare in calzini, guanti etc dando mano a ferri da
calza e uncinetti.
La guerra ci aveva abituati a utilizzare e riutilizzare
tutto, niente veniva buttato.
Quando avevamo la fortuna di avere carta vecchia o
cartoni, la mettevamo a bagno e poi ci facevamo delle palle
ben strizzate che mettevamo a seccare al sole. Quando
erano belle secche e dure le usavamo per fare il fuoco.
Io non ricordo neanche bene come, riuscivo ad avere
cartocciate di cicche di sigaretta. Le sigarette allora erano
senza filtro e quindi la cicca, anche se puzzolente , era
riutilizzabile.
Sfacevo le cicche dopo aver tagliato la parte
bruciata, rimescolavo tutto il tabacco e poi con una
macchinettina a mano e le cartine facevo scatolate di
sigarette che il babbo fumava in gara dura con la mia
capacità di produzione.
Gli uomini fumavano anche foglie di vite tritate e
fatte a sigaretta utilizzando carta di giornale.
La mamma faceva esperimenti continui: ogni tanto
correva voce che si poteva fare una specie di caffè,
utilizzando le cose più strane: il risultato più accettabile fu
ottenuto tostando e macinando ghiande di quercia. Per il
sapone invece, soda caustica e qualche pezzo di grasso di
pecora introvabile. Una polverina bianca di cui non ricordo
il nome, sostituiva, quando si trovava lo zucchero, mentre
con la farina di castagne rara e ricercata facevano dei pani
che avrebbero dovuto dare idea della cioccolata.
Il pane che si comprava al forno con la tessera
annonaria, era nerissimo , pesante , e non si capiva bene
con quali sfarinati era fatto.
189
Dato che era poco, si cercava a casa di farne altro
utilizzando i materiali più impensati: si macinava di tutto
purchè avesse anche lontanamente le sembianze di un seme.
L‘ olio era inesistente, e si utilizzava in sostituzione
una specie di grasso a blocchi, difficilmente reperibile la cui
natura era sconosciuta.
Ogni metro di terra doveva essere coltivato a grano,
per disposizioni delle autorità, e quindi non si facevano orti,
né verdure in genere, erano a grano anche i giardini,
compresi quelli in città.
Mancavano addirittura le patate ed il granturco e
quindi le farine per la polenta.
Non si allevavano maiali, che avrebbero avuto
bisogno di castagne, granturco e ghiande, tutte cose che non
si trovavano e quando c’erano servivano per le persone e
non per i maiali, nelle aie deserte non schiamazzavano più
polli o anatre, non c’era ne tempo ne voglia per allevar
pulcini o far covare chiocce.
Non c’era niente da comprare, c’era quindi meno
bisogno di soldi, c’era quindi meno spinta a lavorare.
Vivemmo circa 1 anno e più senza stimoli né interessi se
non quello della pura sopravvivenza. Tornammo allo stato
elementare della vita, specialmente quando a causa dei
bombardamenti ripetuti, fummo costretti a sfollare la città
e le zone circostanti per rifugiarci tutti nelle colline attorno
alla piana di Arezzo, con l’illusione di essere in condizioni
di maggior sicurezza.
Gli uomini non parlavano più di lavoro, i soldi
aveva perduto la loro ragione di essere perché non c’era
niente da acquistare e le uniche cose che potevi avere erano
quelle previste dalla tessera annonaria che stabiliva
quantità minime e per di più soggette ad una disponibilità
190
intermittente, ed era tutto così poco che bastavano poche
lire per pagare quello che ti spettava.
I consumi si erano ridotti al minimo, in tavola si
metteva quello che era stato possibile trovare non quello
che ti piaceva, i gusti personali non avevano più
importanza: c’era la fame e poche cose con cui cavarsela,
c’era il freddo e pochi stracci con cui coprirsi.
Finiti i mercati, ormai un ricordo i sabati al Foro
Boario, l’orgoglio dei contadini per le vacche bianche e
strigliate da mostrare agli altri, le massaie che facevano a
gara per i capponi più belli o la sfornata di pane più
croccante, dimenticate le festose battiture, i balli sulle aie:
tutto quello che era stato valido per decenni e che sembrava
intoccabile e capace di resistere a qualsiasi cambiamento
era finito o non aveva più alcun valore . In poche settimane
erano crollate abitudini e gerarchie radicate nelle abitudini
e nel cuore delle persone. La necessità di sopravvivere,
quegli eventi minacciosi che potevano irrompere nella vita
quotidiana inaspettatamente e contro i quali sembrava non
esistere difesa, tolsero valore e certezza a tutte le abitudini
che per tanto tempo erano state punto di riferimento della
vita di tutti noi.
Cambiarono i rapporti fra le persone, nella stesse
famiglie cambiarono ruoli e importanza dei singoli: fino ad
allora avevano comandato i capoccia e le massaie, e sopra
tutti la Padrona, secondo una gerarchia vecchia di secoli;
ora avevano preso potere i più giovani, facevano da guida e
nei momenti più difficili, decidevano, sollecitavano
aiutavano vecchi , bambini e donne a nascondersi .
I rapporti tra mezzadri e Padroni erano regolati da
precise disposizioni che risalivano a secoli prima e che
erano state definitivamente messe a punto da Leopoldo
191
d’Austria e prevedevano “ Obblighi” del contadino verso il
padrone.
36 coppie di uova fresche, 4 capponi, 2 galline, dolci
al finocchio per Pasqua, ciambelloni per natale e
schiacciate ad ogni infornata di pane, conigli, anatre,
l’opera dei contadini nella cantina padronale, per la
vendemmia e la svinatura, opera dei contadini per la
battitura , l’imballo del grano e l’eventuale vendita,
raccolta e vendita di frutta o verdure di stagione, eventuale
vendita al mercato, mungitura di mucche, raccolta e del
latte e vendita dello stesso, porta a porta, servizi giornalieri
delle donne per la manutenzione della Villa, dei giardini e
la cura della Padrona, pulizia delle carrozze, dei pozzi neri,
manutenzione del pozzo per l’acqua e altri impegni
quotidiani: per secoli gli obblighi avevano regolato i
rapporti tra contadini e Padroni senza eccezioni, senza mai
che nessuno potesse neanche pensare alla possibilità di non
rispettarli completamente o di chiedere eccezioni o anche
parziali modifiche.
Era così per tutti e sempre, sembrava, sarebbe stato
così.
Tutto ad un tratto, in poche settimane tutto questo
non era più vero, eravamo diventati tutti uguali: la
Padrona ed i contadini, i pigionali , le donne di
Maccagnolo, zoccolai e cenciaioli, computisti e religiosi.
Sotto la pioggia di bombe sganciate a caso da 13 mila metri,
non c’era più alcune differenza tra le persone, la fredda
luce dei bengala illuminava senza pietà un’umanità
impaurita in attesa di qualcosa che si sapeva, avrebbe
colpito a caso, senza privilegi né eccezioni.
Non esistevano più obblighi, non esistevano più
diritti, tutto era stato livellato e riportato a zero nel giro di
qualche settimana.
192
La sora Giannina, la Padrona, come ormai la
chiamavano solo per abitudine , si era trasferita dal primo
piano della Villa, in una piccola stanza del pianterreno:
s’era rotta una gamba scivolando in casa ed era necessario
poterla portar fuori velocemente quando suonava
l’allarme.
Lei aveva naturalmente protestato ed aveva deciso
che sarebbe rimasta nella camerona, vicino alla cassaforte
ed alla cassa da morto: si accorse con sgomento che nessuno
l’ascoltava più. Con due parole le spiegarono che doveva
stare nella piccola stanza a pianterreno, e la trasportarono
laggiù senza tanti complimenti , incuranti delle sue
proteste.
Lei aveva vissuto sempre fedele al suo modo di dire
“ io non ho bisogno di nessuno”
Ora se ne stava li, in quella piccola stanza al freddo
pungente;
Gli uomini avevano costruito una specie di barella,
mettendo due pertiche di legno legate alla rete di un letto.
Ogni tanto una delle donne si affacciava alla porta
che dava direttamente sul piazzale della Villa e
domandava:
“ ha bisogno di niente , sora Padrona ???”
La
Giannina
rispondeva
mugugnando
e
maledicendo il destino che l’aveva condannata a quel modo.
Le donne buttavano là due parole di consolazione
ricordandole che ormai eravamo tutti nelle mani del
Signore; alla sera commentavano con gli uomini ma quelli
ricordavano che “ il mondo gira…oggi a me, domani a
te….”
E scusavano così con due parole le loro piccole
vendette, tutti quei piccoli atti di insofferenza che una volta
non si sarebbero mai permessi e che la Giannina sentiva
193
arrivare come staffilate cattive, ingiuste specialmente
contro di lei che per tanto tempo aveva esercitato il suo
potere preoccupandosi di tutti, animali e cristiani.
Ora che era sola in quello stanzino del pianterreno,
con una gamba ingessata alla meglio, impossibilitata a
muoversi, sapeva bene che tutto era cambiato e che i
contadini s’eran montata la testa e non sarebbero stati più
gli stessi.
La Giannina vedeva tutto quello che stava
accadendo, come una grande maledizione di Dio, come se
un’epidemia stesse dilagando contaminando tutti e
distruggendo ogni certezza.
Dopo che Berto era sparito nel nulla e nessuna
notizia era arrivata dalla Russia, aveva capito che
comunque la sua vita era finita e che la vecchiaia che aveva
fatto finta di ignorare fino ad allora, l’avrebbe vinta e
travolta definitivamente.
“ non ho bisogno di nessuno io” aveva proprio pochi
giorni prima ripetuto ed aveva spedito Poldo del Ghezzi a
comprarle una cassa da morto che sistemò in fondo al letto,
nella camerona, per essere sicura che dagli altri non doveva
attendere neppure quell’ultimo gesto di pietà.
Quella cassa stava lì a darle la sicurezza che non
sarebbe stata di peso a nessuno neanche ..dopo, ma serviva
anche a ricordare a tutti che la Giannina non aveva paura
di niente e di nessuno, ed era capace di badare a se stessa
sempre.
Le donne sentivano comunque che tutto quello che
stava accadendo poneva fine a troppe certezze e sentivano
che la vita non sarebbe stata più la stessa. Sapevano che la
sora Giannina aveva un caratteraccio e le aveva riempite di
urli ogni giorno, ma ricordavano anche che era stata lei a
dirigere e coordinare le cose quando avevano partorito i
194
loro figlioli, che si era sempre preoccupata delle famiglie,
della salute dei vecchi, che aveva sempre aspettato con la
stessa loro ansia di sapere se il pane aveva lievitato a
dovere, che aveva sempre conservato lei, nella grande
cassaforte, i soldi di casa che stavano lì “ nel caso di un
bisogno” per matrimoni ,funerali e per comprare
biancheria nuova o attrezzi da lavoro alla fiera di
settembre.
Anche se tutti sapevano che per la bronchite dei
vecchi erano indispensabili, impiastri di semi li lino e
copertoie calde, sembrava che fossero più efficaci quando a
deciderli era la sora Giannina prontamente informata sulle
malattie di tutti.
Per l’obbligo che avevano di fare i servizi nella Villa,
le donne erano poi quelle che avevano frequentato di più la
sora Giannina, e qualche volta, quando era in giornata
buona, avevano parlato con lei delle cose della vita e non
solo di soldi ,di bestie o di raccolti come succedeva agli
uomini.
Anche per questo loro erano diversi, gli uomini
cominciavano a sentire che la frittata si stava per rigirare, e
che era finito il tempo in cui dovevi obbedire e stare zitto,
ora era l’ora di salvare la pelle e quello era già un fatto che
non prevedeva privilegi di sorta, poi si sarebbe visto: erano
bastate poche bombe ed una serata di bengala per far
capire a tutti che non c’erano differenze tra loro e chi aveva
comandato fino ad allora: con una bomba piazzata bene,
poteva cadere la casa del contadino, così come la Villa della
Padrona, non c’era differenza.
Quando suonava l’allarme arrivavano comunque i
contadini e direttamente con tutto il letto portavano la
signora Giannina giù per lo stradone e la mettevano vicino
al nostro rifugio improvvisato .
195
Mentre correvano, spesso già le prime bombe
fischiavano per aria e la Giannina reggendosi come poteva
ai lati della rete , urlava e imprecava contro le cattive
maniere dei contadini che spesso ai primi scoppi, mollavano
l’improvvisata barella e si buttavano a terra.
Alla Giannina quelle bombe avevano già distrutto
tutto, il suo “ palazzo”, il suo mondo era già crollato,
sentiva bene che al timore e al rispetto che sempre tutti le
avevano sempre portato, ora si era sostituito solo un
sentimento di pietà e di solidarietà cristiana molto vaga ,
condita con qualche qualche punta di cattiveria mal celata,
e qualche battuta che mai prima nessuno si sarebbe
permesso, perché tutti ricordavano bene che quando la
sora Giannina era nei suoi panni, aveva fatto correre tutti,
e quel tempo era finito.
La Padrona non era l’unica a dover soffrire quel
cambiamento improvviso: in paese i pigionali sembravano
scomparsi: quando suonava l’allarme non si sa bene dove
andavano a nascondersi, certo è che non si univano mai al
gruppo dei contadini e degli abitanti della Villa, sapevano
che gli uomini avevano fiutata ormai quell’aria diversa e
che di pazienza ne avevano ormai poca e non vedevano
l’ora di sfogarsi un po’, ricordavano l’erba buona per i
conigli che spariva dai fossi, l’acqua del pozzo che venivano
a prendere magari per annaffiare qualche pianta di
malvoni e le ciliegie o qualche grappolo di malmagia che
vedevano sparire misteriosamente ma che sapevano bene
dove erano finiti.
Due poi, in particolare non erano mai stati molto
simpatici ai contadini :tutti sapevano che Romildo era
proprio fascista nell’animo, viscido e prepotente ed il fatto
che non si sapesse mai dove andava durante la giornata
accresceva il mistero e la sfiducia che tutto il paese gli
196
portava, tutti riprovavano quei suoi atteggiamenti verso la
famiglia e specialmente quelle indicibili abitudini sessuali
con quella disgraziata della moglie: è vero che gli uomini
facevano battute pesanti e grandi risate ma al di là di quello
le pensavano abitudini da depravati , che mai avrebbero
imposto alla donna che avevano scelto per far figlioli.
L’altro guardato con sospetto da tutti i contadini era
Gualtiero. S’era sposato con una delle figliole del Ghezzi: la
Cesarina e quella era la prima cosa che proprio non era
andata giù a nessuno, la figliola di una delle famiglie
contadine più stimate del paese che era da 150 su quel
podere, non avrebbe mai dovuto mettersi con uno
sfaccendato, debole di carattere, forte solo per scelta
politica. Fascistello di terza categoria lavorava in qualche
anfratto del regime e per questo si dava un sacco d’arie nel
paese, e quando i contadini andando a lavorare nei campi,
lo vedevano partire in bicicletta con la sua divisa nera e
l’uccellone argentato sul cappello e gli stivali lucidi ,
tiravano delle bestemmie colossali che neppure Padre
Marco avrebbe sopportato d’udire.
La Cesarina lo difendeva e anzi per prevenire
raccontava a destra e a manca che Gualtiero aveva
incarichi di responsabilità, che era tanto onesto che non
avrebbe mai sopportato di sapere che qualcuno non
ottemperava a tutte le regole e le disposizioni che venivano
di continuo emanate dalla Federazione. I contadini
odiavano per principio e difesa naturale, gli spioni e di
regole ne riconoscevano una sola: alzarsi prima del sole,
prendere la zappa o la vanga e spezzarsi la schiena sulle
prode da dissodare, tutto il resto erano chiacchiere e storie
da uomini che non valevano una cicca.
Anche sulle donne gli uomini avevano le idee chiare
ed erano inflessibili: le donne lavoravano duro come tutti in
197
casa tanto che finivano in vecchiaia con la schiena ricurva e
la faccia rivolta a terra, a forza di falciare campi di erba
medica e portar sulle spalle fastelli di erba fresca per le
stalle, ma erano tenute in gran conto dagli uomini: le donne
assolvevano a delle funzioni che avevano un non so che di
sacro e gli uomini portavano loro per questo profondo
rispetto. Gli uomini comandavano nella stalla e in cantina,
tenevano i rapporti con la Padrona e facevano gli affari, ma
in casa comandavano le massaie, consapevoli che quando
gli uomini tornavano dalle faccende- la zuppa doveva essere
sul tavolo, il fuoco acceso, il pane pronto,e le donne giovani
sapevano che il podere aveva bisogno di braccia .
Gli uomini prima di sedere a tavola, prendevano un
fiasco vuoto e andavano in cantina a spillare vino o
mezzovino tanto quanto ne bastava per il pasto.
La massaia allora toglieva la copertoia da sopra la
zuppiera e scoprendo la zuppa di pane fumante, significava
che si poteva iniziare il pasto.
Mentre gli uomini mangiavano le donne giravano
attorno al tavolo pronte a porgere qualcosa che poteva
mancare, oppure se ne stavano in disparte al fuoco, finendo
di arrostire qualcosa da mettere poi sul tavolo, e
mangiando qualcosa sopra una fetta di pane.
Le donne erano considerate per la loro possibilità di
far figlioli in modo che la famiglia potesse crescere e
mantenere intatta la sua capacità di lavoro , via via che i
vecchi se ne andavano. Un Padrone giudicava soprattutto
dal numero e dalla qualità dei giovani , la validità di una
famiglia contadina e su quella base decideva se affidargli o
no un podere.
Una donna che non fosse stata in grado di far figlioli,
possibilmente maschi, sarebbe stata come una vacca che
nella stalla non avesse dato vitelli.
198
Ogni settimana le massaie facevano il pane ed era
come se dicessero messa: gli uomini si guardavano bene
dall’entrare in casa in quelle mattinate perché aprir la
porta significava rovinare il lievito e mandare tutto al
diavolo.
Quei mezzi uomini che trattavano le donne come
puttane da casino, o che cercavano nel partito la forza che
non avevano, facevano quindi imbestialire i contadini, che
di politica non volevano occuparsi , ma avevano notato che
la gran parte di quelli che il sabato andavano in giro con gli
stivali lucidi e le divise nere, non erano proprio dei gran
lavoratori e per la verità con la zappa in mano non ne
avevano mai visto neppure uno.
A circa sessanta anni da quegli eventi oggi è chiaro
che le distruzioni maggiori non furono quelle causate a
case, palazzi o Ferrovie: tutto quello è stato ricostruito, a
volte meglio di prima a volte in modo diverso, oggi
comunque rovine di quel tempo non esistono più.
Ciò che invece fu distrutto in pochi giorni e che mai
si è ricostituito, va ricercato nell’anima e nel cervello delle
persone.
Stavo nel buio acquattato come un animale, vedevo
la casa illuminata in mezzo alla pineta, i grandi finestroni
spalancati sul giardino. Lui insonnolito dormicchiava
davanti al televisore , steso sul divano; lei metteva a posto
qualcosa sparecchiando il tavolo della cena :
“ fa caldo stasera ……vado un po’ in giardino, ho
voglia di fresco!!”
Girellava un po’ tra le piante di oleandro,
controllando il suo uomo , dormicchiava , era chiaro, non si
sarebbe mosso e comunque dalla sua posizione illuminata
non poteva vedere niente nel giardino buio.
199
Venne avanti fra le siepi fiorite voltandosi ogni tanto
per controllare la casa :la presi al volo, per un braccio e la
strinsi forte, rotolando a terra incuranti di tutto. Non erano
baci quelli, ma voglia di prendere una persona dentro di te,
entrarle dentro con tutta la forza che hai, non è godere, è
morire non sai più cosa fai ne cosa faresti per toglierle tutto
lasciarla vuota, toglierle anche l’anima . Quando una donna
si dà a quel modo , con il suo uomo lì a pochi passi , tu sei in
paradiso, oggi direbbero che quella è adrenalina pura, non
so se l’adrenalina dà piacere, ma lei mi faceva morire .
Il piacere ci consumò , un attimo di respiro, :”
amore sei bella….non dimenticarmi”
Ti penso di continuo, impazzisco senza di te….”
Si rialzò mi dette ancora un bacio tranquillo,
rilassato, senza la passione che si era consumata ma
profondamente dolce, lo sentivi…con ancora la voglia di
entrarti dentro, prendere la tua saliva , la lingua…prendere
tutto per non lasciarti portar via niente…
“ ciao…ti amo…”
uscì da dietro l’oleandro tornando lentamente verso
la casa, rientrò nella luce.…
” io vado a letto….sono stanca…”
dal divano non sentii arrivare risposta……vidi lei
che scompariva dietro una porta: avrei voluto chiamarla,
ora dopo tanti anni so che avrei dovuto chiamarla.
Tornai alla macchina con il desiderio di andar via,
tornare presto a casa, con i sensi appagati ma l’animo in
subbuglio.
La presenza dell’uomo mi aveva angosciato, e alla
passione dell’incontro si era poi sostituito un senso
d’angoscia terribile.
200
Se ad una donna ci tieni e l’hai avuta dentro di te e
tu sei stato dentro di lei fino a succhiarle l’anima, non puoi
lasciarla tornare indietro, nel letto di un incapace.
Non potrò mai dirle quanto l’amavo, stavamo
insieme e non ci incontravamo mai. I nostri mondi diversi ,
le piccole abitudini quotidiane, vecchi legami ci dividevano
e non li superammo mai, non ne parlammo neppure forse
per pudore forse perché sapevamo che il problema vero era
ben un altro, indipendente da noi. Lei preferiva riderci su ,
quando riusciva, e far finta di pensare che io ero per lei e lei
per me una delle tante avventure e che era logico poi
tornare sempre nelle nostre realtà.
Sapevamo bene che esisteva un problema ben più
grande dei nostri sentimenti, della voglia di stare
assieme…e sapevamo bene che il problema non era
quell’uomo addormentato, ma non era certamente neanche
rappresentato da qualche altra donna perché nessuna
avrebbe mai potuto, anche vagamente, paragonarsi a lei.
Ci incontrammo a Firenze una sera e probabilmente
sapevamo bene che non ci saremmo rivisti più.
Per la prima volta liberi di camminare per la strada
mano nella mano, ridendo e scherzando come se quella
fosse stata la nostra vera vita, per provare almeno una
volta a stare insieme come due persone normali.
Parlavamo di continuo, di cose stupide, inutili che
non ci riguardavano né ci interessavano, probabilmente
proprio per evitare di affrontare altri argomenti . Lei aveva
gli occhi lucidi come una donna innamorata e disperata , mi
guardava senza fiducia sapendo che non era da me che
avrebbe avuto niente, né tanto meno la soluzione al suo
problema.
Cercavamo tutti e due di evitare di parlarne , dando
sfogo alla voglia di noi, al desiderio di possederci a vicenda
201
e poi subito scappavamo sperando stupidamente di aver
trovato una momentanea soluzione.
Io la vedevo come era , bellissima, piena di voglia di
vivere ma con un dolore dentro che mi faceva star male.
A volte ci incontravamo con amici comuni, lei era la
signora X ed io lo sciagurato che giocava con la vita
“zaccarone…” mi diceva, sapendo che io avrei
capito mentre tutti gli altri ridevano .
Mi voleva a cena a casa sua con lui ed i figli, io
cercavo di evitare ma lei insisteva: forse voleva ricordarmi
in quale realtà viveva, voleva che vedessi da vicino per
ricordare sempre , il dramma che stava vivendo, come
madre.
“ dove sei stata oggi tutto il pomeriggio????”
domandò improvvisamente lui, come per rimarcare
il suo diritto di sapere.
Lei sorrise tranquilla e guardandolo negli occhi :
” sono stata al bosco a far l’amore con lui “
e rise mentre lui imbarazzato faceva finta di pensare
che era uno scherzo.
Avrei voluto, avrei dovuto dire forte che era mia,
che non sarebbe stata sola e che le sarei stato
vicino…sempre.
Cercavo di evitare ogni posto, ogni strada dove
potevo essere stato in compagnia di altre donne. Ci
sedemmo a bere in un bar di Piazza Santissima
Annunziata, una zona dove non andavo mai .
Sotto gli ombrelloni, tavoli e poltrocine di vimini, un
cameriere sciatto, le lastre di pietra della piazza
rimandavano il caldo del pomeriggio estivo.
Bevemmo parlando a caso, guardando bene di non
affrontare alcun argomento che sapevamo bene non
avrebbe avuta una risposta possibile.
202
“ prendo i gettoni…telefono a casa …la donna…i
ragazzi….
Lasciai che facesse da se, stavo male solo a sentir
quelle poche parole, avrei voluto cancellare tutto, magari
non essere neppure lì….ora so che l’amavo veramente e che
è sempre nel mio cuore.
“ tutto bene , tutto a posto…ora sono tranquilla..”
disse tornando al tavolo e parlava con quell’eccitazione che
vorresti ma non riesci a nascondere.
Bevemmo e lei cominciò a ridere : la sua bocca era
bellissima avrei voluto baciarla ed averla subito tutta ma
era bella quell’attesa , quel gioco sempre affascinante: io
che sapevo che era mia, lei che fingeva di sfuggirmi di farsi
desiderare ancora di più.
Rideva ancora, ricordava amici e scherzi comuni, mi
accusava di aver fatto cose che io non ricordavo:
"”zaccarone.…”
e chiaramente cercava una scusa per non attaccarsi
a me , per non dire che non potevamo stare divisi, per farmi
capire che sapeva che i nostri incontri dovevano rimanere
quello che erano stati e che stavano per finire.
E rideva. Lasciammo il bar che ormai non ci faceva
più star bene e cominciammo ad abbracciarci, stringerci e
provocarci. Al centro della piazza ci avvicinammo alla
fontana , lei era splendida, felice , mi stuzzicava di
continuo: ora sembrava veramente tranquilla e pareva aver
scacciato quell’ombra di tristezza che le leggevo sempre
negli occhi.
Volò le scarpe per terra, una di qua e una di là, io le
raccolsi goffo e impreparato, pensai che scalza si sarebbe
fatta male, ma mi piaceva , era ancora più attraente e la
voglia di possederla mi faceva male allo stomaco.
203
Rideva come una pazza, come se fossimo stati soli a
questo mondo, era dentro le fontana, con l’acqua fino a
metà gambe: bellissima.
Rideva come una bambina felice, che ha finalmente
realizzato un sogno per tanto tempo tenuto dentro.
E’ stato quello il momento in cui siamo stati
veramente uno dentro l’altro, io ero fuori dal mondo e se
una sensazione spiacevole l’avevo era quella di sentirmi
inadeguato, incapace a far esplodere la sua gioia al
massimo fino a consumarci lì completamente, a farla star
tranquilla e dirle che non doveva aver paura perché ,
quando sarebbe stato il momento io sarei stato lì, accanto a
lei.
Per pochi attimi , quel pomeriggio di fine estate,
vivemmo e capimmo quanto sarebbe stato bello
…..Avremmo dovuto parlare ma non lo facemmo e
continuammo a scherzare e ridere come due ragazzi senza
pensieri, lontano da tutto e da tutti.
Dopo non ricordo se non vagamente un ristorante e
poi lei accanto a me, in un letto d’albergo . Non ricordo
altro, tutto quello che volevo che di lei restasse dentro di me
era accaduto prima alla fontana della Santissima
Annunziata.
La mattina ci lasciammo imbarazzati sapendo
benissimo che avevamo perduta l’ultima occasione .
Nei suoi occhi era tornata quell’ombra di paura e di
sgomento, sorrideva forzatamente , forse aspettava una
parola da me o forse proprio lei non volle.
Tornai ad Arezzo con l’angoscia che mi chiudeva lo
stomaco, la rividi qualche mese dopo.
Quel dolore che l’ aveva accompagnata sempre e che
le velava gli occhi di paura, l’aveva vinta e piano piano e le
aveva tolto ogni forza.
204
Era distesa su un divano nella sua casa di campagna
circondata da amici caritatevoli desiderosi di vivere in
diretta il dramma di una persona che si stava distruggendo
.
Mi sorrise vagamente, i suoi occhi erano sempre
belli anche se non avevano più quella luce che la faceva
splendida.
“ Zaccarone…” disse piano e mi guardò triste.
Non riuscivo a capire , gli amici intorno ci
impedirono di parlare , uscii fuori, su per la collina veniva
un vento fresco e umido che portava lontano il profumo dei
rosmarini.
Pensai che senza di lei tutto quello che vedevo non
sarebbe stato più lo stesso.
Volevo andar via e non vederla mai più, e così fu.
Ci sono momenti in cui ti rendi conto che non ne hai
azzeccata una e che ti sei fatto sopraffare da un’idea un
pensiero, un progetto e non hai neanche dato uno sguardo a
possibili alternative.
Ero andato avanti così, con l’idea fissa che non
avevamo possibilità, che tutto quanto stava accadendo era
più forte di noi e non esisteva alcuna diversa soluzione.
Sono momenti invece, che richiedono scelte, magari
coraggiose ma sempre possibili.
Se guardo indietro nella mia vita ora so che molte
volte avrei avuta la possibilità di scegliere, di cambiare il
corso delle cose e imboccare strade
che allora mi
sembravano chiuse, impraticabili, ed oggi tutto sarebbe
diverso, una vita diversa completamente che dipendeva solo
da una decisione presa tanti tanti anni fa.
Quante notti passate con l’ossessione della mattina
dopo, di quello che sarebbe successo!!!
205
La mattina dopo generalmente non succede niente,
avresti dovuto prendere qualche decisione che era
impegnativa, faticosa o presupponeva scelte e rinunce
importanti, ma avresti aperto orizzonti diversi e
probabilmente avresti dato sfogo alla tua vita, ma
stupidamente scegli la via più facile anche se per assurdo la
più faticosa.
Se c’è qualcosa che ti terrorizza e ti angoscia, non
vedi l’ora che finisca e passi tutto e in quel momento non
pensi che probabilmente potresti attuare un progetto
diverso, hai ancora tempo per le scelte, non devi subire per
forza, rinunciare alla vita per tutto quello che tu e chi ti stà
attorno dà per scontato.
E alcune scelte oppure anche alcune “ non scelte”
avrebbero cambiato completamente il corso della tua vita
ed oggi saresti stato completamente diverso, forse in
un'altra città o in un altro paese, addirittura con un lavoro
diverso , legato a persone completamente diverse. E se la
tua vita fosse stata diversa pensa quante persone sarebbero
coinvolte in questo cambiamento: ci sarebbe stata un’altra
moglie,
figli
diversi,
lavoro,
amici,
situazioni
completamente nuove.
Potresti essere stato un grande finanziere, o un
assassino, oppure un ubriacone, o un marinaio imbarcato
su una carretta che va per mari lontani, avresti avuta una
casa in centro a New York oppure potevi essere in
Germania titolare di un ristorante “ Alla Bella Italia”,
avresti magari cantato messa ogni domenica o potevi aver
sposato una ricca vedova inglese conosciuta per caso sul
lungomare di Viareggio un giorno che eri andato la per
vendere alcune mercanzie.
Guardati attorno e tutto quanto vedi poteva non
esserci, le persone con cui parli sono una tua creazione, le
206
hai costruite piano piano con le tue decisioni , con le tue
scelte.
Hai formato i loro destini, essendo legate al tuo, ed
hai formato i loro caratteri i loro modi di essere dato che a
te si rapportano e a te adattano i loro modi di vita, tu sei
nella loro vita , la condizioni , la plasmi , anche senza
volerlo, perché loro vivono con te presente nella loro vita.
Tu sei un tassello in un grande puzzle, tu sei una
delle tante carte che formano il grande castello: togli la
carta e tutto cambia tutto il castello non stà più su ed ogni
carta avrà una disposizione diversa.
Guarda tua moglie e cerca di immaginare quale
sarebbe stata la sua vita se non avesse incontrato te!!:
Per assurdo i tuoi fallimenti ripetuti hanno
condizionato più lei che te.
Tu sei rimasto come eri, più o meno avresti potuto
rubacchiare e arrangiarti in situazioni diverse ma alla fine
sempre così saresti stato, perché quello che tu sei ora non è
una scelta tua, lo sai, ma una inevitabile conseguenza della
tua gioventù, quando tuo padre ti sbatteva a destra o
sinistra sgomberando di continuo, cambiando casa ogni
cinque mesi , inseguendo sempre quei sogni di vita facilona,
che alla fine ti sono rimasti attaccati alla pelle e che ora
danno l’impronta alle tue giornate.
“ Giulia lucida l’argenteria “ mi sparò secco il
Giovanni al telefono, come se qualcuno potesse dubitare
che in un castello come il suo mancava dell’argenteria.
Lei lucida quei quattro ciaffi di metallo che potresti
tranquillamente buttare nei rifiuti senza che la tua vita
subisse la minima modifica.
Li lucida pensando e sognando una vita lucida,
sopra le righe , una vita volgare fatta di cose inutili, come
lei, come te, come tu le hai insegnato che si fa , perché così è
207
bello ed è in chiave con i sogni di qualsiasi borghese di
mezza tacca che sogna di essere Berlusconi, illuso che con
quei soldi in tasca volerebbe alto e farebbe paura al
prossimo.
“ Noi abbiamo fatto 20 anni di vita d’ Osteria “
aveva spiegato Giulia alla vicina di casa che la guardava tra
lo sbalordito e l’ammirazione, cercando di capire come si
doveva essere veramente fatti per fare vita d’Osteria .
Anzi , una sera Giovanni vorrebbe portarvi qua , da
un nostro amico, che ha un locale: la moglie cucina
divinamente e lui canta e vengono fuori delle serate….”
“Naturalmente a Milano era diverso, lì c’era il
Cesare ed il Roberto, il Vecchioni sai, e facevamo delle
serate……ma anche qui da questo mio amico, passiamo
delle belle serate perché , vedi , quando hai fatto vita d’
Osteria per tanto tempo, poi ce l’hai nel sangue e riesci a
creare atmosfera in ogni posto dove vai.
La Luigina l’ascoltava sognante ed ora capiva
perché quando lei era andata all’Osteria della Pecora nera ,
aveva mangiato tanto male, gli erano venuti i bruciori di
stomaco e dopo l’arrosto misto gli era preso un sonno tale
che a fatica era tornata a casa . Aveva capito che il su’
marito, il Beppe, non era adatto a quelle cose, non aveva lo
spirito del Giovanni che essendo vissuto a Milano era
capace di ridere e scherzare e che , a quanto raccontava a
Giulia, cantava tra una portata e l’altra anche per ore così
come gli avevano insegnato i suoi amici di Milano, cantanti
veri che avevano anche inciso dischi .
“ Raccontami ancora di quella volta che sei stata a
dormire nella capanna dei mangiatori di teste” disse la
Luigina, cambiando tema ma desiderosa di essere
meravigliata sempre di più.
208
“Eh! È semplice, io e il Giovanni, lo sai, abbiamo
girato il mondo specialmente sempre in quei posti dove i
turisti non vanno, così una volta eravamo in Africa con un
amico che aveva lì una grande Casa da Gioco, l’ aveva da
tanti anni ma mai aveva avuto modo di vederla perché lui
abitava in Croazia, in una fantastica casa, proprio di fronte
al mare , con quindici isolette proprio fuori dalla finestra di
cucina, e la casa da gioco l’aveva comprata per telefono . Al
mattino facevamo colazione con questo spettacolo davanti e
Giovanni arrivava ogni mattina con fasci di rose e di
convolvoli slavi ( una razza speciale che non cresce da
queste parti).
Dopo colazione andavamo giù al porto, a piedi
naturalmente prima perché il porto è suo personale ,e
nessuno ci deve parcheggiare per non sporcare la moquette,
ed è a soli cinquanta metri dalla casa e poi perché le
persone che hanno soldi hanno sempre abitudini semplici e
non amano esagerare.
Sulla barca , che era naturalmente uno yacth fra i
più belli anzi, il più bello , essendo proprio quello che era
stato di proprietà di un principe Austriaco che poi, non
potendoselo permettere l’aveva ceduto al nostro amico,
sulla barca , dicevo, non ci crederai c’era ad aspettarci ogni
mattina, tutto l’equipaggio in fila:aspettavano che si salisse
a bordo per cominciare a stappare champagne .”
La Luigina ascoltava trasognata e pensava con un
filo
d’ angoscia come erano diverse le sue vacanze a
Follonica e gli traversò la mente, provocandole un dolore
quasi fisico, il ricordo di quel giorno quando il suo Beppe
aveva preso a noleggio il patino ed avendo perso un remo in
mare; avevano dovuto chiedere aiuto sbracciandosi per
209
un’ora fino a quando il bagnino da riva non li aveva visti ed
era andato a recuperarli.
“ ma come cazzo si fa a perdere un remo in
mare….disse appena arrivato vicino con la sua barchetta
dipinta di rosso” voi di città pensate sempre di venire al
mare a fare i bravi e dopo tocca sempre a noi levarvi dai
guai.”
Il Beppe, cercò di rimediare spiegando che lui, a
Rimini, era abituato con i “pedalò” che non avevano remi
ed erano molto più pratici.
Il Bagnino che aveva smesso di fare il pescatore per
dedicarsi ai turisti che sembravano miglior fonte di
guadagno,a quel punto perse la pazienza completamente,
tirò un moccolo olimpionico e maledisse senza mezzi
termini il giorno in cui aveva preso quella decisione ed
aveva venduto reti e gozzo per un pezzo di pane abbagliato
da quella nuova miniera d’ oro che il turismo sembrava
essere, e invece non era.
“ ma figurati ……” continuava la Giulia” bisogna
saper vedere le cose e scovarle dove sono….figurati che in
Madagascar cresce una nocciolina che ha un leggero sapore
di limone, l’hanno piantata i Russi quando facevano la
guerra fredda agli Americani per far loro dispetto e cercare
di inquinare le piantagioni di noccioline che invece servono
agli Americani per il famoso burro.
Noi lo sappiamo perché il Giovanni ha laggiù un
amico Ambasciatore che gli ha raccontato questa storia e
allora ogni volta che andiamo in Africa, il Giovanni vuole
andar là perché va pazzo per quelle noccioline e ce le
facciamo servire fuori dal Bungalow, sotto le palme che
fanno banane al sapore di cioccolato.”
La Luigina ascoltava estasiata e cominciava a
pensare che la scelta del Beppe non era stata poi un gran
210
chè, anche se, passando in rassegna veloce tutti quelli che
l’avevano bazzicata quando aveva diciotto anni, non vedeva
proprio quale potrebbe essere stato un altro partito da
poter paragonare al signor Giovanni.
Certo che fu troppo stupida ad accettare quell’
invito del Beppe a raccogliere more laggiù lungo la Chiana,
quando da poco aveva finito i suoi diciott’anni. Era un
caldo terribile e lungo il canale erano cresciute le canne
d’acqua alte più di un uomo.
Lei sapeva bene che le more non crescono in mezzo
alle canne, ma quel caldo infernale, il canto ossessivo delle
cicale le avevano messo una voglia addosso che da tempo la
tormentava ma che non sapeva bene neppure lei come fare
a calmarla.
Ora stranamente sentiva che in mezzo a quelle
canne, con quel profumo di acqua e di erba che la stordiva,
poteva esserci la soluzione a tutta la sua agitazione.
Lui la tirava per mano e lei non vedeva più neppure
dove camminava.
Non sapeva che cosa avrebbe dovuto fare, ne se era
il caso di andare avanti, certo è che non voleva tornare
indietro.
Lui la spinse a terra sorreggendola per la vita, la
sdraiò sull’erba e lei sentì che quell’odore forte di erba e
terra surriscaldata le aumentava l’eccitazione e che
avrebbe voluto fare un urlo immenso pur di trovare sfogo.
Quando lui le tirò su le gonne lei sentì come una
grande liberazione ed un gran caldo proprio i fondo alla
pancia, allargò le gambe perché sentiva che era lì per farsi
prendere , perché qualcosa o qualcuno entrasse dentro di
lei per calmare quella voglia che non la faceva dormire
ormai da tanto tempo e che non sapeva calmare, che aveva
voglia che qualcuno le facesse anche male, anche dolore,
211
aveva qualcosa dentro che qualcuno doveva tirargli fuori
per farla star bene .
Ora sapeva che quella voglia l’aveva pagata cara e
che se si ritrovava a far da mangiare al Beppe ogni giorno,
e a lavargli le mutande ogni momento , quello era il prezzo
rateizzato che pagava per quel pomeriggio di piacere in
mezzo alle canne della Chiana.
Un pensiero stupido gli traversò la mente e quasi se
ne vergognò e benedisse il Signore che ci ha permesso di
tenere i pensieri segreti: si domandò se anche la signora
Giulia lavava le mutande del signor Giovanni o come
veniva risolto quel problema in quella casa che certamente
aveva un andazzo molto diverso dalla sua.
Si domandò anche se chi fa vita d’ Osteria le
mutande le lava o le butta via ogni giorno, o se, al limite le
porta oppure no, anche perché lei vedeva la Giulia sempre
vestita, anche d’inverno, con quelle camice di seta anche
quando faceva un freddo cane, e quindi era chiaro che lei
aveva altre esigenze ed altre abitudini .
Aveva anche notato che ogni giorno la signora Giulia
era vestita come si conviene a chi viaggia tanto e quindi
perde le abitudini sue per assumere quelle del mondo
intero: la vedeva quando andava a far spesa con quei suoi
vestiti lunghi come si vedono in televisione quando fanno
servizi da paesi arabi, e si diceva che lei non avrebbe mai
potuto metterli anche se avesse voluto, e si immaginava i
commenti e le battute delle altre donne e le risate sfacciate
degli uomini che certo non gliele avrebbero fatto mancare.
La Giulia invece no, lei veniva da Milano, aveva
girato il mondo e quindi la Luigina capì anche che non
siamo tutti uguali a questo mondo e che alcuni possono
portare i vestiti strani ed altri no e rimase sconcertata da
212
questa classifica che le sembrò ingiusta e in qualche modo
invalicabile.
Una volta anche il Giovanni era li fuori dall’uscio di
casa che beveva qualcosa con un tonacone da frate, che
però si vedeva bene doveva essere di qualche paese strano
tanto che anche le scarpe, o meglio le ciabatte erano
intonate.
La sera a cena la Luigina lo raccontava al Beppe e
quando lui si mise a scrollare la testa senza parlare lei capì
ancora meglio che quella volta lungo la Chiana aveva
proprio sbagliato a spalancar le gambe in quel modo e che
s’era giocata la vita in cinque minuti.
“….perchè vedi, se io non ho sempre i fiori in casa ,
sto male e il Giovanni lo sa e allora la mattina fa un salto
qui a Cesa , dove abbiamo una fioraia bravissima , e mi
prende i fiori per tutta la casa………”proseguiva la Giulia .
Ma la Luigina era distratta da altri pensieri e
pensava che ti sembra impossibile che per aver allargato le
gambe un attimo tanto per calmare quell’uggia che ti
tormenta dentro, ti devi giocar la vita a questo modo; così
pensava la Luigina, che aveva invano chiesto al Beppe di
piantar qualche malvone in quei vasi dietro casa perché
anche a lei i fiori piacevano ma lui invece aveva preferito
piantar pomodori e cipolle perché tutta l’estate lui voleva
panzanella che, diceva lui” è meglio del caviale e se io
l’avessi, non ce la cambierei e son convinto che la
cambierebbero volentieri anche loro se sapessero com’è,
specialmente come la condisci te che azzecchi sempre il sale
e l’aceto giusto.”
La Luigina a sentir quei discorsi si sentiva
attanagliar lo stomaco da un senso di sgomento, quel suo
essere importante per il condimento della panzanella la
faceva sentire piccola e inutile e il piacere di quel lavoro
213
non le calmava quelle voglie che ogni tanto, anche se
raramente, la riprendevano provocandola .
Per la verità aveva anche provato, quando il Beppe
la sera si stendeva accanto a lei , ad allargar le gambe come
quel pomeriggio alla Chiana.
“ ma non puoi star dalla tu’ parte…” aveva detto
lui” stasera fa un caldo …che andrei a dormir lungo la
Chiana….”
Per un attimo lei sperò ma poi capì che lui non si
ricordava neanche quel momento magico che aveva
cambiato la loro vita, laggiù sulla riva del canale fra le
canne d’acqua.
“ ma cosa dici Giulia.” disse il Giovanni che si era
seduto vicino alle due donne “ noi non potremmo mai
vivere senza fiori freschi , anzi sai cosa ti dico, voglio
cercare un volo su Internet per andare a vedere come
coltivano i gelsomini in India perché ho notato che il nostro
qui perde le foglie ed il fioraio non m’ha dato una
spiegazione chiara. Gli indiani sono famosi per i gelsomini e
tanto che siamo lì ci compriamo qualche sahari e un paio di
sandali perché quelli che presi ad Abijan li ho finiti .”
“ va bene Giovanni , come vuoi te, lo sai io sono
sempre pronta”
La Luigina restò ancora più sconcertata, pensava ai
bucati da stendere, al Beppe che voleva cena ogni sera alle
nove esatte perché doveva vedere il telegiornale, al gatto
che aspettava sempre di entrare e uscire dalla casa come in
un albergo e non si rendeva conto come si poteva vivere
così felicemente liberi; e non potè fare a meno di ammirare
profondamente quella donna che aveva sempre tutto a
posto, perfino la’ argenteria lucida ed era sempre pronta a
partire.
214
“ Ho smesso di lavorare “ incalzò il Giovanni” ho
smesso perché lavorare non merita più, sciupi tutto il tuo
tempo e non hai tempo per riposarti e andare in giro, e a
me piace viaggiare.” E lo disse con tale decisione che
sembrò classificare in un attimo tutta l’umanità:
gli stupidi ai quali piace lavorare come negri e gli
intelligenti ai quali piace la bella vita e il viaggiare.
Alla Luigina quei discorsi sembravano tanto
semplici e tanto logici che detestò ancora di più il Beppe che
aveva preso il lavoro come una condanna e se una mattina
faceva tardi cinque minuti bestemmiava come un turco e si
sparava fuori di casa come questa avesse preso
improvvisamente fuoco.
Evidentemente il Beppe non ci sa fare , pensò la
povera donna, e capì che nascere in Val di Chiana era stata
una grande sciagura e che queste cose non si imparano se
non sei nato a Milano, non hai cantato nelle osterie e non
hai girato il mondo. Il Beppe lavorava come un pazzo e
sembrava che se perdeva un’ora di lavoro tutto il mondo
sarebbe crollato. A tavola, tra una notizia e l’altra parlava
sempre di bollette e di fatture e brontolava continuamente
ripetendo che ogni giorno era più difficile e così via.
La Luigina provò una sera a spiegargli che il signor
Giovanni e la signora Giulia………..
“ Ma non mi rompere i coglioni, “sbottò il Beppe
inviperito” ti fai sempre imbottire il cervello di bischerate,
quelli non lavorano perché si vede che i soldi da qualche
parte gli arrivano….e lo so io da dove!!! Era meglio se
anch’io invece di lavorare m’ ero fatto più furbo!! Ora
fammi vedere la partita e stà zitta” taglio corto il Beppe.
Era chiaro che il mondo era diviso in due : da una
parte tutti gli ignoranti che non sapevano vivere e dall’
altra i Giovanni e le signore Giulie tutti quelli che la vita la
215
conoscono bene,che sanno che non è necessario rompersi la
schiena ogni giorno per mangiare, che le bollette le
digeriscono come salatini con l’aperitivo e che le fatture da
pagare non ce l’hanno per la semplicissima ragione che se
non lavorano non hanno nulla da pagare.
La Luigina capì che di quelle cose con il Beppe non
poteva parlarne e che era inutile ogni tentativo per fargli
capire come si vive perché per lei era chiaro che se lo faceva
il Giovanni lo potevano fare tutti: bastava avere un po’ di
cervello e di buon senso.
La mattina quando il Beppe era al lavoro, la Luigina
faceva finta di passare per caso davanti alla casa dei
milanesi: se la vedevano attaccava discorso e il suo cervello
partiva alla grande sognando paesi lontani, barche,
ambasciatori e case da gioco.
Una mattina che il signor Giovanni era solo lei era
passata con la scusa di portargli un mazzo di insalata e due
pomodori.
“Grazie, le disse lui , ma è troppa perché io e la
Giulia con un mazzo d’insalata ci mangiamo una
settimana.”
“ E’ per questo che io e la Giulia siamo venuti in
Toscana: a Milano l’insalata non esiste mica……te la
danno di plastica che sembra vera, ai ragazzi nelle scuole la
fanno vedere in fotografia e non ci credono che esiste in
natura l’insalata a cesti così come la crescete voi qui in
toscana….” La Luigina era già nel pallone e non riusciva
proprio ad immaginare un mondo senza insalata
” noi la conosciamo” incalzò il Giovanni “ perché a
me la mandavano da Parigi fresca ogni giorno in cambio di
charter di giocatori che io gli spedivo da Milano per i
Casinò francesi, ma a Milano queste cose non si vedono, e
poi c’è lo smog che ti rovina i polmoni e se vuoi vivere di
216
più devi venire qua , a Milano muori, la vita media sarà di
30 anni “
La poveretta a questo punto si penti di aver
desiderato a volte di andare in quella Milano che da certi
discorsi a volte, le era sembrata quasi un sogno in terra, ma
non potè fare a meno di pensare con fastidio a quel becero
del Beppe che si ingozzava con tre scodelle di panzanella .
Così sogno dopo sogno la Luigina finì per vivere
zitta e muta in casa facendo panzanelle e lavando mutande;
ormai aveva capito che con il Beppe ogni colloquio era
inutile e che doveva dividere nettamente le due cose: da una
parte la casa, il Beppe e tutta quella valanga di delusioni ,
dall’altra il sogno, una vita fantastica che si era giocata
tanti anni fa sulle rive della Chiana in un pomeriggio
d’estate.
Ormai i “ milanesi”s le avevano aperto il cervello e
lei sognava attraverso i loro racconti tutto quello che non
aveva neppure mai pensato potesse esistere.
Sapeva bene comunque che a tutto c’è un limite e la
signora Giulia le aveva spiegato bene che per fare quella
vita bisogna aver avuto una certa formazione, non facile da
realizzare : cantare nelle osterie non bastava, ci volevano
gli amici giusti e le idee , bisognava aver letto e giostrata la
vita, bisognava aver viaggiato e fatto esperienze dure e
faticose, aver conosciuto popoli a volte primitivi e anche
pericolosi.
Una volta , ad esempio, il Giovanni le aveva spiegato
che quando lui andava come un americano a far la vita da
pascià negli alberghi da bianchi in Africa, evitava di dar la
mancia al personale, perché essendo abituati a una miseria
dura e incurabile, dandogli dei soldi in più potevi stravolger
loro la vita e quindi finire per far loro del male.
217
La Luigina si disse che lei non ci avrebbe mai
pensato e che la cosa più logica a lei era sempre sembrata
quella che ad un povero se gli dai dei soldi non gli fai altro
che bene. Quella fu la riprova che non era facile muoversi
nel mondo e che capiva benissimo come era bene che non
tutti potessero viaggiare e andare in giro per il mondo
perché chi lo fa ha una grande responsabilità e se non stà
attento rischia di turbare la povertà delle persone
distraendoli con i soldi che alla fine non sono la felicità.
La mattina non vedeva l’ora che il Beppe si sparasse
fuori di casa a far i suoi lavori che sembravano non aver
mai fine né conclusione alcuna: una gran fatica, tanti
moccoli, un mucchio di fatture e….tante mutande da
lavare.
Appena il Beppe se n’era andato lei si precipitava
dai vicini :
“ma che stà facendo stamani signor Giovanni ????”
“ma! Tu lo sai la Giulia come è ,no??”
“Ha tirato fuori da un baule queste due lampade e ,
vedi queste macchioline???? Vuole che gliele levo via e
quindi stamani ho un bel da fare …”
Aveva smontato i paralumi alle due piccole lampade
da tavolo e con uno straccetto lucidava le basi :
“ le ho comprate in gioielleria”
disse il Giacomo e lei subito pensò che anche questa
non l’aveva indovinata perchè era sempre andata dal
Benassi
per comprare i lumi per il comodino e
stupidamente in gioielleria c’era andata solo per le catenine
da regalare per le prime comunioni.
“ Questo è l’unico prodotto buono per l’argento ,
precisò il Giovanni, qui non si trova , lo prendo sempre
quando vado a Milano La Luigina non riusciva neppure a
vedere le due piccole macchie sui paralumi che nel
218
frattempo aveva preso in mano per esaminarli da vicino e si
ripromise di tornare a casa prima possibile per dare una
lavata al lampadario di cucina.
“ ma a Milano, lei signor Giovanni cosa fa???”
azzardò la Luigina e si pentì subito di aver fatto una
domanda tanto impertinente perché era ormai chiaro che
gli interessi di un uomo di quella portata era tanti e tali che
probabilmente non amava rivelare particolari e dettagli e
difficilmente lei avrebbe potuto capirli, e inoltre era tanto
impegnato in quel lavoro così delicato che non potè fare a
meno di fare un paragone con quella bestia del Beppe che
quando faceva un lavoro sembrava ci dovesse buttar dentro
l’animaccia sua e doveva anche sempre bestemmiare .
“ a Milano ho degli affari nei surgelati , negozi,
ingrossi, problemi continui, camion e celle frigorifere,
personale dipendente… problemi di cui non mi voglio più
occupare, importazione, traffico in tangenziale, un bel
giorno mi son detto: Giovanni se non vuoi morire te ne devi
andare.. ………
Lei si immaginò file interminabili di camion che
uscivano da un edificio sconfinato e si addentravano nella
nebbia milanese per andare a portare surgelati in ogni
angolo della città.
Vide il Giovanni che da un ufficio alto alto contava i
camion che uscivano, moltiplicava per i pacchetti contenuti
e poi questi per il numero di sofficini di ogni pacchetto e si
rese conto che era un lavoro talmente stressante che il
signor Giovanni proprio non poteva fare.
Stranamente vide che i camion che rientravano alla
sera erano molto meno di quelli usciti al mattino ed allora
capi che il traffico della tangenziale, la nebbia lo smog
……quante persone ogni giorno perdevano la vita in quella
guerra assurda a suon di sofficini!!!
219
Giurò che non li avrebbe comprati mai più, perché
non voleva avere tanti problemi sulla coscienza e capì che il
Giovanni era miracolosamente sfuggito ad una strage che
solo pochi , viaggiatori esperti, sapevano prevedere.
Pensò anche che come usciva quel fiume di surgelati,
così doveva a sera rientrare un fiume di quattrini perché a
Milano aveva sentito dire, pagavano tutti senza tante storie
, non come qua , dove a sentire il Beppe, son tutti bravi a
ordinare ma poi a pagare ………
Intanto il Giovanni guardava e riguardava le due
piccole lampade e la Luigina ebbe la certezza che un uomo
tanto delicato era una vera benedizione in una casa , ed era
un miracolo che si fosse salvato da quell’inferno che
fortunatamente lei aveva conosciuto solo per i suoi racconti.
Il Beppe la sera tornava e trovava la su donna
sempre più nel pallone: vedeva bene che ormai il cervello
l’aveva da un’altra parte e che sognava a occhi aperti.
Anche la panzanella ogni tanto era piena di sale e a
volte di aceto e dopo una giornata di lavoro non era certo
quello che ti ci voleva.
Era già diverso tempo che la studiava, quando una
sera la vide arrivare a cena con un gonnellone lungo e una
collana di lupini al collo: il Beppe di botte dalla vita ne
aveva ricevute tante ma quella scena gli fece crollare il
mondo intorno:
“ma che fai???vai a letto senza cenare
????”domandò l’uomo sperando che quella fosse solo una
camicia da notte.
“ no , è solo per star più libera “ e intanto posava nel
mezzo della tavola un gran piatto di insalata con cubettini
di formaggio e altre cose che lui per il nervoso non riusciva
neppure a vedere.
220
Mise a fuoco del granturco e altre scemenze mentre
guardava impaurito sulla tavola in cerca della sua
panzanella che non vedeva..
Divorò l’ insalatona in silenzio, come fosse stato una
capra digiuna, e mentre ruminava tutta quell’erba pensò
che ormai era tempo di prendere qualche decisione se non
voleva che la sua vita e tutta la casa fossero coinvolte e
distrutte definitivamente.
Un giorno arrivò un tizio con una chitarra ed una
bionda trascurata:
“ è il Cesare, disse Giovanni , un amico di Milano,
canta come il Vecchioni, anche meglio….
Alla sera la Luigina con la scusa di andare a
raccattare i panni dette un’occhiata da lontano: vide
l’ombrellone e dietro la siepe intravide, attorno al chiarore
di candele, i milanesi, il vice di Vecchioni e la bionda .
Cantavano di Milano una canzone dolce e nostalgica
che parlava di San Siro, di nebbia e di qualche sciagura che
aveva colpito chi l’aveva scritta.
Nel buio della sera i quattro immersi in quella
piccola isola di luce e di musica avrebbero potuto essere in
qualsiasi posto: la Luigina immaginò che quella era solo
una piccola parte di un mondo immenso , felice, colorato ,
un mondo fatto di musica e di candele , di profumi e di
vestiti strani; fu ancora più certa che il Beppe era un
animale e mai avrebbe cantato a lume di candela una
canzone tanto dolce.
Quando rientrò in casa con il mucchio dei panni che
aveva raccattato, ne parlò al Beppe con la speranza che
tanta dolcezza riuscisse a toccare anche un animo ormai
tanto inaridito; lui guardava lo sport in TV e ascoltò
distrattamente
il
racconto
appassionato
della
Luigina…quando sentì rammentar San Siro si riprese e
221
disse “ a si !! è lo stadio di Milano….. ma quest’anno ha
vinto la Iuve così se lo son preso in culo!”
La Luigina per la prima volta in vita sua non disse
neanche buona notte, entrò in camera al buio, si infilò a
letto con tutto il gonnellone e pianse in silenzio fino a che il
sonno non la calmò.
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