Emancipazione femminile:un
percorso lungo e faticoso.
La donna.
di Mariani Anna Francesca .
Cronistoria
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A partire dagli ultimi anni del XVIII secolo in Europa si svilupparono i primi
movimenti femministi con il fine di conseguire l’eguaglianza politica, sociale,
economica e giuridica tra uomini e donne. Diversi tra loro per analisi teoriche,
pratiche politiche e obiettivi, questi movimenti crearono le condizioni per un
inedito protagonismo delle donne e influirono profondamente sulla cultura e
sui costumi delle società occidentali.
I movimenti femministi si diffusero in breve tempo in molti paesi europei e
negli Stati Uniti, rivendicando diritti dai quali le donne erano escluse a causa
di una cultura predominante che vedeva in esse degli individui meno forti e
intelligenti dell’uomo, cui assegnare un ruolo sociale marginale e legato quasi
esclusivamente alla cura della famiglia e dei figli.
Le donne si batterono per l’estensione a tutti, senza differenze di sesso:
del diritto all’istruzione, del diritto al lavoro, del suffragio universale e per
conquistare uguali diritti nella famiglia.
Dalle origini..
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L'Illuminismo e la rivoluzione industriale contribuirono a creare in Europa un clima favorevole allo
sviluppo del femminismo, sull'onda dell'influenza dei movimenti riformatori a cavallo fra il XVIII e
il XIX secolo. In Francia, durante la Rivoluzione francese, le associazioni repubblicane delle donne
invocarono l'estensione universale dei diritti di libertà, eguaglianza e fraternità senza preclusioni di
sesso.
Nel 1789 iniziò infatti la pubblicazione dei Cahiers de doléances des femmes, una forte
testimonianza del senso di esclusione provato dalle donne nel processo rivoluzionario, di cui esse si
sentivano invece parte integrante.
In quegli anni l’inglese Mary Wollstonecraft scrisse un pamphlet intitolato A Vindication of the
Rights of Woman (1792), in cui denunciava la forte discriminazione nei confronti delle donne nella
società del suo tempo, richiedendo l'eguaglianza fra i generi.
Durante la rivoluzione industriale il passaggio dal lavoro artigianale (che le donne svolgevano in casa
e senza essere retribuite) alla produzione di massa fece sì che le donne entrassero in fabbrica come
salariate. Ciò rappresentò, pur tra grandi contraddizioni sociali, il primo passo verso la conquista di
una maggiore autonomia. Fu nell’ambito della fabbrica che infatti si svilupparono le lotte per ottenere
la parità di salario con gli uomini, migliori condizioni di lavoro e riduzioni dell’orario di lavoro, che
si saldarono a quelle per il suffragio condotte dalle donne di classe media e alta.
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Mentre nei paesi di religione cattolica la Chiesa si oppose duramente al femminismo, in quanto
riteneva che distruggesse la famiglia patriarcale, nei paesi di religione protestante (come la Gran
Bretagna e gli Stati Uniti d'America) il movimento femminista ebbe maggiori possibilità di
svilupparsi. Alla sua guida si posero donne istruite e riformiste, come Lucrezia Coffin Mott,
personaggio di primo piano nella lotta contro la schiavitù, Elizabeth Cady Stanton ed Emmeline
Pankhurst (fondò nel 1903 l'Unione sociale e politica femminile Women's Social and Political
Union). Negli Stati Uniti nel 1848 più di cento persone tennero la Convenzione di Seneca Falls, che
chiese la piena parità di diritti tra uomini e donne e l'estensione a queste del suffragio.
Le femministe inglesi invece si riunirono per la prima volta nel 1855 per ottenere pari diritti di
proprietà. Nel 1791, la scrittrice Olympe de Gouges presentò di fronte all'Assemblea Costituente di
Parigi, una Dichiarazione dei diritti della donna e della cittadina rivendicando i diritti delle donne. La
petizione fu respinta da Robespierre, che fece ghigliottinare la de Gouges, ma il movimento
femminista non si arrestò e anzi, crebbe sempre più numeroso in Francia, in Inghilterra e in Germania
sostenendo fermamente l'emancipazione femminile.
In Gran Bretagna, inoltre, l'opera Schiavitù delle donne (pubblicata nel 1869 e tutt’oggi considerata
cardine della letteratura femminista), del filosofo John Stuart Mill, influenzata probabilmente dalle
conversazioni con la moglie Harriet Taylor Mill, richiamò l'attenzione sulla questione femminile e
portò alla concessione nel 1870 dei diritti di proprietà alle donne sposate. In seguito furono introdotte
le leggi sul divorzio, sul mantenimento e sul sostegno nella cura dei figli, e la legislazione del lavoro
introdusse minimi salariali e limiti all'orario di lavoro.
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In Italia il movimento delle donne fece la sua comparsa all’indomani dell’Unità e si sviluppò per
opera di Anna Maria Mozzoni, Anna Kuliscioff, Carlotta Clerici, Linda Malnati ed Emilia Mariani tra
le altre.
I primi a introdurre ampi programmi per i diritti delle donne, che inclusero tra l'altro strutture di
assistenza per i bambini, furono negli anni Trenta i governi socialisti della Svezia.
Un ruolo determinante nell'affermazione delle lotte femministe ebbe il movimento delle suffragette,
che fiorì dal 1860 al 1930, riunendo donne di diversa classe sociale e di diversa istruzione attorno al
comune obiettivo del diritto di voto. Nonostante le mobilitazioni di massa, la richiesta del diritto di
voto, divenuto irrinunciabile per le femministe britanniche e statunitensi, incontrò durissime
resistenze. Fu la Nuova Zelanda il primo paese a estendere il diritto di voto alle donne nel 1893. In
altre nazioni del mondo ciò avvenne soltanto dopo la prima guerra mondiale, anche come concreto
segno di riconoscimento del contributo dato dalle donne durante la guerra sia come lavoratrici sia
come volontarie. In Italia le donne iniziarono a votare soltanto nel 1946. In Svizzera invece furono
escluse dal voto federale sino al 1971. Ancora oggi le donne non votano in molti paesi islamici.
Durante gli anni Sessanta i profondi mutamenti politici, economici, sociali e culturali portarono in
tutto l'Occidente a una rinascita dei movimenti femminili e alla diffusione di istanze che superavano
la fase della rivendicazione della parità tra i sessi per affermare con forza la specificità dell'identità
femminile. Essi si ispiravano a opere come Il secondo sesso (1949) di Simone de Beauvoir, La
mistica femminile (1963 ) di Betty Friedan e La politica sessuale (1969) di Kate Millet.
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Il movimento femminista mise in discussione le istituzioni sociali e i valori dominanti, fondando le
proprie critiche su una vasta produzione teorica raccolta intorno ai women’s studies (studi delle
donne), che affrontava la condizione femminile dai vari punti di vista della discriminazione, della
famiglia, della sessualità, dell’istruzione, del lavoro ecc. Il nuovo femminismo indicava nel
sovvertimento della società patriarcale e sessista la strada per affermare l’identità e la libertà della
donna e definiva il linguaggio stesso, in quanto 'specchio linguistico' del tradizionale predominio
maschile, uno strumento attraverso il quale si perpetuava la discriminazione.
L’obiettivo delle donne non era più quindi l’emancipazione, ma la “liberazione”, rivendicata già a
partire dalla denominazione che il movimento prese nella gran parte dei paesi occidentali:
“movimento di liberazione della donna”. Inizialmente legato anche ai tradizionali movimenti, partiti
e sindacati di sinistra – con i quali condusse varie battaglie, tra cui quella per la legalizzazione
dell’aborto o contro la violenza sessuale –, il femminismo si mostrò presto irriducibile a
organizzazioni gerarchiche e a strategie che non ponevano al primo posto la differenza, e quindi la
contraddizione, ritenuta principale: quella cioè tra l’uomo e la donna.
Movimenti dagli inizi del 900’ ad
oggi:
• Suffragette e Suffragiste
• Associazionismo femminile e movimenti
emancipazionisti
• Lesbo-femminismo
• Sessismo
• “Pensiero della differenza”
• Femminismo post-moderno
• Cyber-femminismo
• Diotima
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Una festa per le donne in ricordo di una
tragedia
Le origini della festa dell'8 Marzo risalgono al lontano
1908, quando, pochi giorni prima di questa data, a
New York, le operaie dell'industria tessile Cotton
scioperarono per protestare contro le terribili
condizioni in cui erano costrette a lavorare. Lo
sciopero si protrasse per alcuni giorni, finché l'8 marzo
il proprietario Mr. Johnson, bloccò tutte le porte della
fabbrica per impedire alle operaie di uscire. Allo
stabilimento venne appiccato il fuoco e le 129 operaie
prigioniere all'interno morirono arse dalle fiamme.
Successivamente questa data venne proposta come
giornata di lotta internazionale, a favore delle donne,
da Rosa Luxemburg, proprio in ricordo della tragedia.
Questo triste accadimento, ha dato il via negli anni
immediatamente successivi ad una serie di
celebrazioni che i primi tempi erano circoscritte agli
Stati Uniti e avevano come unico scopo il ricordo
della orribile fine fatta dalle operaie morte nel rogo
della fabbrica.
Successivamente, con il diffondersi e il moltiplicarsi
delle iniziative, che vedevano come protagoniste le
rivendicazioni femminili in merito al lavoro e alla
condizione sociale, la data dell'8 marzo assunse
un'importanza mondiale, diventando, grazie alle
associazioni femministe, il simbolo delle vessazioni
che la donna ha dovuto subire nel corso dei secoli, ma
anche il punto di partenza per il proprio riscatto.
Tappe principali dell'emancipazione
femminile nel mondo:
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1628 Papa Urbano VIII autorizza le suore dell'ordine delle Orsoline e delle Agostiniane a fondare
scuole femminili per ovviare "all'ignoranza delle ragazze e alla corruzione dei costumi". Negli stessi
anni, la figlia adottiva di Montaigne, Marie Le Jars de Gournay (1566 - 1645), scrive un Trattato
sull'uguaglianza degli uomini e delle donne e uno scritto Lamenti delle dame, che inquadra la
sottomessa condizione femminile, anche nei ceti più nobili.
1647 In Inghilterra Mary Astell propone la fondazione di una università femminile (poiché alle donne
non è permesso frequentare le altre, esclusivo privilegio degli uomini), la proposta però fu bocciata.
1785 Sarah Trimmer riesce a fondare delle scuole specializzate di istruzione tecnica, che trovano la
loro collocazione alla luce dello sviluppo industriale della Nazione Inglese.
1791 In Francia, Olympe de Gouges prepara la "Dichiarazione dei diritti delle donne".
1832 Ancora in Francia Marie Reine Guindorf e Désirée Véret fondano il giornale "La donna libera",
redatto esclusivamente da donne.
1835 Nasce in Inghilterra il movimento detto delle "suffragette", perché chiedono che il suffragio,
cioè il diritto di voto, sia veramente universale, esteso quindi anche alle donne.
1865-70 Due donne inglesi, dopo aver ottenuto di essere ammesse a frequentare l'Università,
conseguono la laurea in medicina.
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1866 Per la prima volta in Europa, precisamente in Svezia, la donna viene ammessa al voto.
1871 Nasce in Francia "l'Unione Donne" per iniziativa di Elisabeth Dimitriev, amica di Marx. E' una
specie di camera del lavoro che si propone di raggruppare le donne secondo le categorie lavorative.
1900 Viene approvata in Francia una legge che permette alle donne di esercitare la professione di
avvocato.
1907-1914 Mary Jacobs, una ricca e annoiata statunitense inventò il reggiseno.
1920 Per la prima volta nella storia, una donna, Jean Tardy entra a far parte di un ministero, il
Ministero del Lavoro.
1947 Viene eletta la prima donna Ministro della Francia: Madame Poins - Chapuis, che assumerà il
dicastero della Sanità Pubblica. Nel 1945 le francesi avevano ottenuto finalmente di andare a votare.
1963 Valentina Tereskova, russa, è la prima donna astronauta lanciata nello spazio.
1966 Indira Gandhi diventa Primo ministro dell'India; il fatto desta grande stupore, mai fino ad allora,
una donna aveva ricoperto questo ruolo.
1969 Golda Meir, ucraina emigrata negli Stati Uniti dalla Russia nel 1906, e stabilitasi in Palestina
nel 1920, diventa Primo Ministro dello Stato di Israele.
1993 Dichiarazione di Vienna Tutti i Paesi venivano sollecitati a ratificare la Convenzione dell'ONU
sull'eliminazione delle discriminazioni nei confronti delle donne (nel 1997 solo 162 Stati su 190
avevano ratificato il documento, si spera che per il 50° anniversario della Dichiarazione dei Diritti
dell'Uomo anche i 28 Stati restanti adottino tali disposizioni).
1995 Quarta Conferenza Mondiale per i Diritti della Donna.
Tappe principali dell'emancipazione
femminile in Italia:
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1678 Lucrezia Cornaro, giovane di vastissima cultura (parla correntemente 6 lingue ed è studiosa di
teologia e filosofia), diventa, per incarico della Repubblica di Venezia, la prima professoressa
universitaria.
1758 La bolognese Anna Morandi, occupa la cattedra di anatomia all'Università di Firenze.
Nei moti carbonari del 1821 si distingueranno le donne chiamate in codice "giardiniere", ma si tratta
soltanto di casi isolati, in generale, nelle donne si continua a vedere solo qualcuno da destinare alla
cura della casa e dei figli, da tenere lontano dalle attività politiche e sociali.
1889 Viene fondato a Varese il primo sindacato femminile che difende i diritti delle tessitrici.
1907 Entra in vigore la prima legge sulla tutela del lavoro femminile e minorile. La prima donna
italiana, la torinese Ernestina Prola, ottiene la patente per la guida automobilistica.
Maria Montessori fonda, nel quartiere popolare di S. Lorenzo, a Roma, la prima "casa del bambino".
1908 Si tenne a Roma, nel Campidoglio, il primo Congresso delle Donne Italiane, inaugurato dalla
Regina Elena, al quale erano presenti molte donne della nobiltà. Le risoluzioni del congresso
auspicavano una rigorosa applicazione sull’obbligo scolastico, la fondazione di casse di assistenza e
previdenza per la maternità e la richiesta di poter esercitare gli uffici tutelari (autorizzate dal marito
se sposate). Tutte le mozioni vennero accettate a maggioranza, tranne una sull’insegnamento
religioso, che determinò la scissione delle donne cattoliche e la fondazione dell'Unione Donne di
Azione Cattolica (UDACI).
1912 Teresa Labriola si iscrisse all’Albo degli Avvocati e Argentina Altobelli e Carlotta Chierici
vennero elette al Consiglio Superiore del lavoro.
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1912 Sulla scia della Lega Socialista, nata agli inizi del secolo, si costituisce l'Unione Nazionale delle
donne socialiste. Da qualche tempo esule in Italia, Anna Michailovna Kuliscioff, a fianco di Filippo
Turati, lavora per inserire la donna nella vita politica e affinchè lo Stato riconosca i suoi diritti. Nel
"Primo Congresso delle Donne Italiane", al quale parteciparono tanto le donne cattoliche quanto le
socialiste, le ideologie e le mete, però, differiscono troppo fra loro e ciascun gruppo intraprende strade
differenti, perseguendo obbiettivi diversi.
1918 Nasce la Gioventù Cattolica, destinata a formare le giovani dall'infanzia fino ai 30 anni alla vita
religiosa e sociale.
1931 Il Fascismo abolisce tutte le associazioni cattoliche e solo dopo la ferma presa di posizione di Pio
XI, permetterà loro di vivere a condizione che esse abbiano solo uno scopo religioso.
Tuttavia la seconda guerra mondiale, assai più della prima, porterà la donna, ad occupare anche posti di
grande responsabilità civile considerati fino a quel momento soltanto "maschili" ottenendo non di rado
risultati anche migliori. L'apporto dato dalla donna alla Resistenza è stato spesso insostituibile.
1945 Nascono il Centro Femminile Italiano (CIF) che si propone di ottenere la ricostruzione della
Patria, devastata dalla guerra e impoverita già precedentemente dalla politica ambiziosa di Mussolini,
attraverso la giusta valorizzazione delle risorse femminili, e l'Unione Donne Italiane (UDI), propaggine
del Partito Comunista, che si propone di coinvolgere attivamente le donne nella vita del Paese.
Anche in Italia (1946) dopo Svezia (1866), Finlandia (1906), Norvegia (1909), Danimarca (1915),
U.R.S.S. (1917), Inghilterra (1918), Stati Uniti (1920) e Francia (1945) fu riconosciuto alle donne il
diritto di voto.
1950 Viene emanata la prima legge che garantisce la conservazione del posto di lavoro per la
lavoratrice madre.
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1951 Angela Cingolani, democristiana, è la prima donna sottosegretario d'Italia.
1958 E' approvata dal Parlamento, una legge, proposta dalla senatrice Lina Merlin (socialista), in cui
si sancisce la chiusura dei bordelli, la legge che aveva lo scopo di eliminare dal Paese la piaga della
prostituzione, mostra subito i suoi limiti, infatti la prostituzione dalle famose "case chiuse", si riversa
nelle strade, non diminuendo affatto il giro di affari.
1959 Uscì il libro di Gabriella Parca Le italiane si confessano suscitando un vero scandalo. Per la
prima volta donne di ogni strato sociale confessavano i rapporti con l’altro sesso, i ricatti subiti, le
prevaricazioni, ma anche i diffusi pregiudizi.
1959 Nasce il Corpo di Polizia femminile.
1961 Le donne possono intraprendere senza più ostacoli la carriera della magistratura e della
diplomazia.
1963 Alle casalinghe viene riconosciuto il diritto alla pensione di invalidità e vecchiaia.
1975 Entra in vigore il nuovo Diritto di famiglia.
1976 Per la prima volta in Italia una donna, la democristiana Tina Anselmi, assume la carica di
Ministro di un settore piuttosto difficile: quello del Lavoro.
1979 Leonilde Jotti (comunista) è eletta presidente della Camera dei Deputati italiana. La francese
Simone Weil , è eletta presidente del Parlamento Europeo.
Donne in rassegna:
Personalità e storie diverse.
Amelia Mary Earhart
Amelia Mary Earhart (Atchinson, 24 luglio 1897 – Oceano Pacifico, 2 luglio 1937) è stata una aviatrice statunitense.
Amelia Earhart nasce nella casa dei nonni ad Atchinson, nel Kansas, dove la madre Amy preferisce partorire, mentre il
padre, Edwin, fa pratica legale a Kansas City. Dopo due anni e mezzo nasce la sorella, Muriel. Nel 1905 i genitori di
Amelia si trasferiscono a Des Moines, Iowa, lasciando le figlie con i nonni. Solo nel 1908 queste raggiungeranno i
loro genitori.
Nel 1914, Amelia decide di frequentare i corsi per infermiera, che la porteranno a prestare servizio in un ospedale militare
in Canada, durante tutta la durata della Prima guerra mondiale. Nel 1920, all'età di 23 anni, va insieme al padre ad un
raduno aeronautico presso il Daugherty Airfield a Long Beach in California e, pagando un dollaro, per la prima volta
sale a bordo di un biplano, per un giro turistico di dieci minuti sopra Los Angeles.
È in quell'occasione che decide di imparare a volare. Comincia a frequentare le lezioni di volo e ad un anno di distanza, con
l'aiuto della madre, acquista il suo primo biplano, con il quale stabilirà il primo dei suoi record femminili, salendo ad
un'altitudine di 14.000 piedi.
Nell'aprile del 1928 il capitano Hilton H. Railey, le propone di essere la prima donna ad attraversare l'Atlantico e il 17
giugno, dopo diversi rinvii per le brutte condizioni del tempo, a bordo di un Fokker F7, chiamato Friendship
(amicizia), decollano con Amelia Earhart, il pilota Stultz e il co-pilota e meccanico Gordon. Sebbene sia relegata a
ben poche funzioni, quando il team arriva in Galles, 21 ore dopo, gli onori sono quasi tutti per lei. Anche il Presidente
Coolidge le invia con un cablogramma le sue personali congratulazioni.
All'inizio del 1932 nessun altro pilota, dopo Lindbergh, ha compiuto la trasvolata in solitaria; ci riesce Lady Lindy, come
viene soprannominata, impiegando quattordici ore e cinquantasei minuti per volare da Terranova a Londonderry
nell'Irlanda del Nord. Il 24 agosto 1932 è la prima donna a volare attraverso gli Stati Uniti senza scalo partendo da
Los Angeles (California) a Newark (New Jersey). Sempre determinata e con l'intento di arrivare dove altri hanno
fallito diventa la prima persona ad attraversare il Pacifico da Oakland in California ad Honolulu nelle Hawaii.
Nel 1937, quando ha quasi 40 anni, sente di essere pronta per la sfida finale: vuole essere la prima donna a fare il giro del
mondo in aereo. Dopo un tentativo fallito, il 1° giugno dello stesso anno, insieme con il navigatore Frederick J.
Noonan, parte da Miami e comincia la trasvolata di ben 29.000 miglia che la porterà a San Juan in Porto Rico e poi,
seguendo la costa nord-orientale del Sud America, verso l'Africa e quindi in India. Il 29 giugno quando arrivano a Lae
in Nuova Guinea, hanno fatto 22.000 miglia e ne mancano solo 7.000 ormai per arrivare alla conclusione del viaggio.
Tutto quello che è superfluo nell'aereo viene rimosso per far posto a più carburante che possa consentire
approssimativamente 280 miglia extra. Le mappe che Noonan ha a disposizione non si sono rivelate molto accurate,
ma ormai sono in prossimità dell'isola di Howland, dove è dislocata la guardia costiera con la quale sono in contatto
radio. All'alba del 2 luglio Amelia Earhart chiama insistentemente alla radio: "Dobbiamo essere sopra di voi ma non
riusciamo a vedervi. Il carburante sta finendo..." A nulla valgono i tentativi compiuti dalla guardia costiera per farsi
notare. Probabilmente l'aeroplano si perde e precipita ad una distanza calcolabile fra 35 e 100 miglia dall'isola di
Howland.
La notizia fa presto il giro del mondo, il Presidente Roosevelt autorizza le ricerche con l'impiego di nove navi e 66 aerei per
un costo stimato di circa quattro milioni di dollari. Le navi e gli aerei impegnati nella ricerca, il cui mandante era
amico personale di Amelia, non giungono sul luogo se non dopo cinque giorni.
Le ricerche vengono interrotte il 18 luglio dopo aver cercato su una superficie di 250.000 miglia quadrate di oceano.
Leggende metropolitane
Analizzando le varie teorie, tenta di resistere a tutte le obiezioni e scetticismi quella riguardante il coinvolgimento di
Amelia in una missione di spionaggio. Secondo questa teoria, in una sosta erano stati potenziati i motori in modo tale
che l'aereo potesse compiere una rotta più ampia, per arrivare a Howland nello stesso tempo che avrebbe impiegato
viaggiando in linea retta. Questa teoria sostiene anche che furono montate delle potenti macchine fotografiche. Infine
la trasvolatrice avrebbe poi simulato una avaria in modo tale da permettere agli americani di compiere le loro
manovre. Il volo fu però compiuto di notte.
Nell'isola Nikumaroro (Kiribati) sarebbe stata ritrovata la
suola di una scarpa numero 39 o 40 dello stesso
modello di quelle indossate da Amelia. In più,
analizzando una foto della trasvolatrice che scende
dall'ala dell'aereo si sarebbe risaliti al suo numero di
scarpe, che è per l'appunto 39. L'isola sarebbe stata
perlustrata in modo superficiale e dall'aria.
Esiste anche un'altra teoria: sarebbe stata fatta prigioniera
dai giapponesi con l'accusa di essere una spia ed in
seguito giustiziata. Una donna afferma di averle
parlato via radio mentre era tenuta prigioniera.
Un'altra donna fornisce un'ulteriore testimonianza su
alcuni dialoghi scambiati con una presunta Amelia,
aggiungendo di aver assistito al momento
dell'esecuzione; afferma di aver taciuto per più di 30
anni temendo che, parlando della Earhart, avrebbe
potuto essere arrestata.
Laika è uno dei nomi con cui è nota la cagnetta che il 3 novembre 1957 lasciò la Terra a bordo della
capsula spaziale sovietica Sputnik 2 diventando il primo essere vivente terrestre ad entrare in orbita.
Il suo vero nome era Kudrjavka mentre viene spesso chiamata anche Muttnik (da mutt che in inglese
significa bastardino e dal nome della capsula Sputnik).
La capsula Sputnik 2 era attrezzata per il supporto vitale e portava cibo ed acqua ma non prevedeva il
rientro, quindi la sorte di Laika era segnata fin dall'inizio della missione. La capsula era inoltre
attrezzata con sensori tali da permettere il monitoraggio dei segnali vitali del passeggero come
pressione sanguigna, battiti cardiaci e frequenza del respiro.
È certo che, dopo il lancio dello Sputnik 2 dal cosmodromo di Baikonur, Laika arrivò viva in orbita ma
dopo l'entrata in orbita i dettagli della sua sorte sono incerti. Esistono infatti diverse versioni dei fatti
tra loro contrastanti.
Secondo alcune Laika morì poche ore dopo l'entrata in orbita mentre altre stimano che Laika sopravvisse
per circa dieci giorni (ipotesi inverosimile poiché le batterie che alimentavano i sistemi dello Sputnik
2 si esaurirono dopo circa sei giorni).
La versione ufficiale dell'epoca data dal governo sovietico è che Laika sopravvisse per "oltre quattro
giorni". Tuttavia, nell'ottobre 2002 furono resi noti i risultati di nuove ricerche compiute da uno
scienziato russo (Dimitri Malashenkov), che rivelarono che Laika sopravvisse unicamente per un
periodo compreso tra le 5 e le 7 ore dopo il decollo.
Lo Sputnik 2 proseguì il suo viaggio compiendo oltre duemila orbite per poi bruciare il 14 aprile 1958 al
rientro nell'atmosfera terrestre.
Florence Nightingale
Florence Nightingale (Firenze, 12 maggio 1820 – Londra, 13 agosto 1910) è stata una infermiera
britannica nota come La signora con la lampada. È considerata la pioniera della moderna professione
di infermiere e dell'organizzazione degli ospedali da campo militari.
Nacque in una famiglia molto benestante e fu chiamata Florence in onore di Firenze, Florence in inglese,
la sua città natale. Di carattere molto forte e determinato nel 1845 annuncia alla famiglia di volersi
dedicare alla cura di malati e indigenti. Pur non avendo una formazione di tipo medicoinfermieristico riconobbe ben presto le carenze della professione infermieristica come era esercitata
ai tempi.
Nel 1846 soggiornò per un periodo a Kaiserwerth, un ospedale gestito da un ordine di suore e rimase
molto impressionata dall'elevata qualità delle cure mediche fornite, vi tornò nel 1851 per un periodo
di formazione.
Nel 1853 la stampa riportò notizie delle gravissime condizioni in cui venivano curati i feriti nel corso
della Guerra di Crimea. Florence offrì la sua collaborazione al governo britannico e insieme a 38
infermiere da lei formate partì alla volta di Scutari (Turchia) dove trovò un ospedale militare
iperaffollato, scarso di medicinali e con condizioni igieniche disastrose. Nonostante qualche
resistenza da parte dei medici l'ospedale fu rivoluzionato e in pochi mesi il tasso di decessi crollò.
Dovette lasciare la Crimea in seguito ad una malattia.
La fama raggiunta per merito del suo intervento in Crimea le permise di ottenere fondi sufficienti per la
formazione di infermiere. La professione infermieristica, fino ad allora piuttosto mal considerata,
guadagnò di status. Molti ospedali, soprattutto militari, vennero costruiti seguendo le indicazioni di
Florence.
Nei decenni successivi si dedicò all'osservazione
critica e all'attività di consulenza per la sanità
britannica. Sotto la sua guida venne introdotta
la raccolta di dati per ottenere delle statistiche
sui tassi di natalità, mortalità e sulle cause dei
decessi. Nel 1858 divenne la prima donna
membro della Royal Statistical Society. La
sua fama si estese anche all'estero.
Si occupò anche di assistenza sociale e contribuì
alla nascita dei servizi sociali inglesi.
Nella Chiesa di Santa Croce a Firenze c'è il
monumento con la sua statua.
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Marie Curie
Maria Skłodowska (meglio nota come Marie Curie) (Varsavia, 7 novembre 1867 – Sancellemoz, 4 luglio 1934) è stata
una chimica e fisica polacca.
Nel 1903 fu insignita del premio Nobel per la fisica (assieme al marito Pierre Curie e a Antoine Henri Becquerel) e, nel
1911, del premio Nobel per la chimica per i suoi lavori sul radio.
Le origini Nata a Varsavia, figlia di Wladyslaw Skłodowski e di Bronislawa Boguska; in Polonia, iniziò gli studi con il
padre proseguendoli a Varsavia ed infine all'Università della Sorbona di Parigi, laureandosi in chimica e fisica. Maria
fu la prima donna ad insegnare nell'università parigina. Alla Sorbona incontrò un altro docente, Pierre Curie che poi
sposò.
Dopo che Antoine Henri Becquerel aveva scoperto le sue lastre fotografiche impressionate dal solfato di potassio-uranile
con il quale le aveva riposte, deducendone che a produrre tale effetto era stato l'uranio contenuto nel solfato, Maria
Skłodowska iniziò a misurare la radiazione dell'uranio mediante la piezoelettricità, scoperta dal marito Pierre in
collaborazione con il fratello Jacques, facendo ionizzare l'aria tra due elettrodi e provocando il passaggio di una
piccola corrente di cui misurava l'intensità in rapporto alla pressione su un cristallo necessaria a produrre un'altra
corrente tale da bilanciare la prima. Tale sistema funzionò ed il marito Pierre abbandonò il suo lavoro per affiancare
Maria Skłodowska in tali ricerche. Fu Maria Skłodowska a proporre il termine radioattività per indicare la capacità
dell'uranio di produrre radiazioni e dimostrò la presenza di tale radioattività anche in un altro elemento: il torio. Con il
marito Pierre, saggiando il contenuto di uranio della pechblenda al fine di raffinare tale elemento, rilevò che alcuni
campioni erano più radioattivi di quanto lo sarebbero stato se costituiti di uranio puro e ciò implicava che nella
pechblenda fossero presenti elementi in quantità minime non rilevate dalla normale analisi chimica e che la loro
radioattività fosse molto alta. Il passo successivo fu quello di esaminare tonnellate di pechblenda (delle miniere di
Joachimstal in Cecoslovacchia) che vennero stipate in una baracca nella quale era stata installata un'officina e, nel
1898, isolò una piccola quantità di polvere nera avente radioattività pari a circa 400 volte quella di un'analoga
quantità di uranio. In tale polvere era contenuto un nuovo elemento dalle caratteristiche simili al tellurio (sotto il
quale venne successivamente sistemato nella tavola periodica) che fu chiamato polonio in onore del suo paese natale,
la Polonia. Tale scoperta fu annunciata dal suo amico Gabriel Lippmann con una nota all'Accademia delle Scienze di
Parigi.
L'ulteriore lavoro conseguente al rilievo che quest'ultimo elemento, il polonio, non potesse giustificare gli alti livelli di
radioattività rilevati, la condusse, sempre nel 1898, alla scoperta di un elemento ancor più radioattivo del polonio,
avente proprietà simili al bario (sotto il quale venne successivamente sistemato nella tavola periodica) e dal quale fu
separato mediante cristallizazioni frazionate, che fu chiamato radio per la sua intensa radioattività. Anche tale
scoperta fu oggetto di una nota scritta in collaborazione con Gustave Bémont che aveva lavorato con i coniugi Curie.
Il resoconto di tale lavoro divenne nel 1903 la tesi di dottorato di Maria Sklodowska.
I premi Nobel
Insieme al marito Pierre Curie ed a Antoine Henri Becquerel, Maria Sklodowska-Curie ricevette - prima donna della storia il premio Nobel per la fisica nel 1903:
« in riconoscimento dei servizi straordinari che essi hanno reso nella loro ricerca congiunta sui fenomeni radioattivi
scoperti dal professor Henri Becquerel. »
Otto anni dopo, nel 1911, fu insignita di un altro premio Nobel, questa volta per la chimica:
« in riconoscimento dei suoi servizi all'avanzamento della chimica tramite la scoperta del radio e del polonio,
dall'isolamento del radio e dallo studio della natura e dei componenti di questo notevole elemento. »
La vita e alcune applicazioni delle sue scoperte
Con una mossa insolita, la Sklodowska-Curie intenzionalmente non depositò il brevetto internazionale per il processo di
isolamento del radio preferendo lasciarlo libero affinché la comunità scientifica potesse effettuare ricerche in questo
campo senza ostacoli, in maniera tale da favorire il progresso in questo settore scientifico.
Maria Sklodowska-Curie fu la prima persona a vincere o condividere due premi Nobel. Oltre a lei soltanto un'altra persona
sino ad ora, ha ricevuto due premi Nobel in due campi scientifici differenti: Linus Pauling.
Dopo la morte del marito, la Sklodowska-Curie ebbe una relazione con il fisico Paul Langevin, relazione che, essendo
questo studioso sposato, provocò uno scandalo riportato ampiamente dalla stampa dell'epoca, spesso soggetta a
pressioni xenofobe.
Durante la prima guerra mondiale, Maria Sklodowska-Curie sostenne l'uso delle unità mobili di radiografia come mezzo di
diagnosi per i soldati feriti. Nel 1921 effettuò un viaggio negli Stati Uniti per raccogliere i fondi monetari necessari a
continuare le ricerche sul radio; ovunque fu accolta in modo trionfale.
Fondò l'Istituto del Radio, oggi noto come Istituto Curie, dapprima a Parigi e successivamente a Varsavia.
Gli ultimi suoi anni di vita furono turbati dall'uso improprio e privo di precauzioni del materiale radioattivo attorno al quale
aveva molto lavorato. Morì vicino a Sallanches, in Francia, nel 1934; la causa fu quasi certamente la leucemia, molto
probabilmente dovuta all'esposizione massiccia alle radiazioni durante i suoi lunghi anni di lavoro.
La sua figlia più grande, Irène Joliot-Curie, vinse anch'essa un premio Nobel per la chimica nel 1935, l'anno successivo la
morte della madre. La secondogenita, Eve Denise Curie, è oggi membro onorario dell'UNICEF.
Altri riconoscimenti
Assieme al marito Pierre ricevette la Medaglia Davy nel 1903.
Nel 1995 le spoglie di Maria Sklodowska-Curie furono trasferite,
prima donna della storia, sotto la cupola del Pantheon di Parigi
in segno di onore per i suoi meriti.
Una banconota da 20 mila złoty polacchi che la raffigura
fu emessa negli anni '90.
Non molti premi Nobel per le donne
A partire dalla creazione del premio Nobel, nel 1901, solo 28 premi su 634 sono andati alle donne, 12 dei quali
divisi con uomini. Otto donne hanno ricevuto il premio Nobel per la letteratura e nove per la pace. Solo
alcune hanno ricevuto riconoscimenti in campo scientifico: cinque in medicina o psicologia, quattro in
chimica, due in fisica - e nemmeno uno in economia, riserva esclusivamente maschile.
Per la pace, nove donne - di cui tre in comune con uomini - su 80 premiati:
1905 Baronessa Bertha von Suttner (Austria)
1931 Jane Addams (USA) con Nicholas Murray Butler
1946 Emily Green Balch (USA) con John R. Mott
1976 Maircad Corrigan e Betty Williams (Gran Bretagna)
1979 Madre Teresa (India)
1982 Alva Mirdal (Svezia) con Alfonso Garcia Robles
1991 Aung San Suu Kyí (Birmania)
1992 Rigoberta Menchu (Guatemala)
Per la letteratura, otto donne - una in comune - su 91 premiati.
1909 Selma Largelof (Svezia)
1926 Grazia Deledda (Italia)
1928 Sígrid Undset (Norvegia)
1938 Pearl S. Buck (USA)
1945 Gabriela Mistral ( Cile)
1966 Nelly Sachs (Germania) con Shmucl Y. Agnon
1991 Nadine Gordimer (Sudafrica)
1993 Toni Morrison (USA)
Per la psicologia o la medicina, cinque donne - quattro in comune - su 158 premiati.
1947 Gerty T. Cori (USA) con Carl F. Cori e Bernardo A. Hossay
1977 Rosalyn Yalow (USA) con Roger Charles L. Guiflemin e Andrew V. Schalley
1983 Barbara McClintock (USA)
1986 Rita Levi Montalcini (Italia) con Stanley Cohen
1988 Gertrude Belle Elion (USA) con Georges H. Hitchings e Sir James W. Black
Per la chimica, quattro donne - due in comune - su 121 premiati.
1911 Marie Curie (Francia)
1935 Irene Joliot Curie (Francia) con Frederich jobot Curie
1964 Dorothy Crowfood Hodgkin (Gran Bretagna)
1993 Kary B. Muflis (USA) con Michacl Smith
Per la fisica, due donne, entrambe in comune con uomini, su 146 premiati
1903 Marie Curie (Francia) con Pierre Curie e Henri Becquere
1963 Maria Geppert Mayer (USA) con Hans D. Iensen e Eugene P. Wigner
Per le scienze economiche nessuna donna su 38 premiati
Maria Montessori
Maria Montessori (Chiaravalle, 31 agosto 1870 – Noordwijk aan Zee, 6 maggio 1952) è stata una pedagogista, scienziata,
medico e filosofa, femminista e volontaria italiana.
Maria Montessori, figlia di Alessandro e Renilde Stoppani e nipote dell'abate Antonio Stoppani, geologo e patriota, nasce,
come ci informa il suo certificato di battesimo, il 31 agosto 1870 a Chiaravalle (AN), in un'abitazione al civico 10 di
Piazza Mazzini. Pochi anni dopo si trasferisce, con tutta la famiglia, a Roma, divenuta da poco capitale. Fin dai primi
anni di studio manifesta interesse per le materie scientifiche, soprattutto matematica e biologia, una circostanza che le
causerà contrasti con i genitori, i quali avrebbero voluto avviarla alla carriera di insegnante. Andando contro le
aspettative familiari, si iscrive alla Facoltà di Medicina dell'Università "La Sapienza" scelta che la porterà a diventare,
nel 1896, la prima donna medico dopo l'unità d'Italia.
Ottiene la nomina di assistente presso la clinica psichiatrica dell'università, dedicandosi al recupero dei bambini con
problemi psichici, da lei definiti anormali. Il lavoro in clinica la porta ad entrare materialmente in contatto con gli
ambienti scientifici di Inghilterra e Francia. Nasce così il suo interesse per la letteratura scientifica francese del primo
Ottocento a proposito dei casi di fanciulli selvaggi, allevati da animali, ritrovati in zone isolate nel corso del
Settecento e per gli esperimenti rieducativi tentati da Jean Marc Itard (1765-1835). Attira inoltre la sua attenzione il
lavoro svolto da Itard e il suo collaboratore, Edouard Seguin (1812-1880), riguardo alla possibilità di inserimento
nella comunità dei bambini anormali, attraverso un percorso di educazione adeguato. Proprio la partecipazione a
numerosi convegni pedagogici, in varie città europee, le permettere di entrare in contatto con la scuola di Itard e
Seguin e di apprendere i loro metodi sperimentali di rieducazione dei minorati mentali, applicato dai due medici
francesi.
Contribuisce con il suo impegno all'emancipazione femminile ed è rimasto famoso un suo intervento al Congresso
femminile di Berlino nel 1896.
Nel 1898 presenta a Torino, al congresso pedagogico, i risultati delle sue prime ricerche e dopo breve tempo, diventa
direttrice della scuola magistrale ortofrenica di Roma.
Con lo spostamento dei suoi interessi sul lato dell'educazione, decide di rinnovare le sue basi culturali laureandosi in
Filosofia. Nel 1907, a San Lorenzo, apre la prima Casa dei Bambini, in cui applica una nuova concezione di scuola
d'infanzia: Il metodo della pedagogia scientifica, volume scritto e pubblicato a Città di Castello (Perugia) durante il
primo Corso di specializzazione (1909), viene tradotto e accolto in tutto il mondo con grande entusiasmo. Nel 1913,
ad esempio, il suo metodo riscosse un discreto interesse nel Nord America, col tempo poi affievolitosi, fino a quando
non fu riportato in auge da Nancy McCormick Rambusch, fondatrice, nel 1960, della Società Montessori Americana.
Dal successo del suo esperimento nasce il movimento montessoriano, dal quale nel 1924 avrà origine la scuola magistrale
Montessori e l'"opera Nazionale Montessori", eretta, quest'ultima, in Ente Morale e volta alla conoscenza, alla
diffusione, all'attuazione e alla tutela del suo Metodo. Maria Montessori ne diviene Presidente onoraria.
Nel 1929 viene fondata l'Associazione Montessori Internazionale (A.M.I.) di cui attualmente è presidente la nipote Renilde
Montessori. Nei primi anni trenta incontra incomprensioni e crescenti difficoltà da parte del regime fascista che aveva
tentato di farne uno strumento di propaganda politica e nazionalistica e soprattutto da parte del regime nazista che
fece sì che la sua immagine e i suoi libri venissero dati alle fiamme prima a Berlino e poi a Vienna.
Nel 1933 esce "La pace e l'educazione", ma la Montessori è ormai emarginata dalla cultura fascista.
Nel 1933 Maria e il figlio Mario Montessori decidono di dimettersi dall'Opera Nazionale, che in pratica verrà
definitivamente chiusa dal fascismo nel 1936, insieme alla "Scuola di metodo" operante a Roma dal 1928. A causa
degli ormai insanabili contrasti con il regime fascista si trova costretta ad abbandonare l'Italia, nel 1934. Continuano
così i suoi viaggi in vari paesi per diffondere la propria teoria educativa. Si reca in India, durante la seconda guerra
mondiale, dove continua a diffondere la sua opera pedagogica, per tornare poi in Europa nel 1946.
Ovunque viene accolta con onori.
Al suo rientro in Italia, nel 1947, si preoccupa innanzitutto di ricostruire l'Opera Nazionale alla quale vengono affidati
praticamente gli stessi compiti previsti dallo Statuto del 1924, la cui attuazione e il cui sviluppo venne favorito anche
attraverso la presenza di "Vita dell'infanzia" di cui ispirò e determinò la nascita.
Grazie all'impulso datole da Maria Jervolino e Salvatore Valitutti, l'Opera Montessori poté riprendere e sviluppare le
proprie finalità valorizzando i principi pedagogici della fondatrice e diffondendo la conoscenza e l'attuazione del
Metodo.
A causa di una grave crisi finanziaria ed organizzativa ne fu commissariata la gestione fino al 1986, quando,
completamente risanata, riacquistò la propria fisionomia statutaria che ancor oggi la caratterizza.
Maria Montessori muore il 6 maggio 1952
nella città di Noordwijk in Olanda.
Il pensiero pedagogico montessoriano parte dallo studio dei bambini con problemi psichici, espandendosi
successivamente allo studio dell'educazione per tutti i bambini. La Montessori stessa sosteneva che il
metodo applicato su persone subnormali aveva effetti stimolanti anche se applicato all'educazione di
bambini normali.
Il suo pensiero identifica il bambino come essere completo, capace di sviluppare energie creative e
possessore di disposizioni morali (come l'amore), che l'adulto ha ormai compresso dentro di sé
rendendole inattive. L'adulto ha la tendenza a reprimere la personalità del bambino e spesso lo
costringe a vivere in un ambiente di altra misura con ritmi di vita innaturali.
Il principio fondamentale deve essere la libertà dell'allievo, poiché solo la libertà favorisce la creatività
del bambino già presente nella sua natura. Dalla libertà deve emergere la disciplina. Un individuo
disciplinato è capace di regolarsi da solo quando sarà necessario seguire delle regole di vita.
Il periodo infantile è un periodo di enorme creatività, è una fase della vita in cui la mente del bambino
assorbe le caratteristiche dell'ambiente circostante facendole proprie, crescendo per mezzo di esse, in
modo naturale e spontaneo, senza dover compiere alcuno sforzo cognitivo.
Con la Montessori molte regole dell'educazione consolidate nei primi anni del secolo cambiarono. I
bambini subnormali venivano trattati con rispetto, venivano organizzate per loro delle attività
didattiche. I bambini dovevano imparare a prendersi cura di se stessi e venivano incoraggiati a
prendere decisioni autonome.
La Montessori sviluppò tutto il suo pensiero pedagogico partendo da una costruttiva critica della
psicologia scientifica, corrente di pensiero affermatasi nei primi anni del secolo.
L'equivoco di base della psicologia scientifica era da ricercare nella sua illusione di fondo, secondo la
quale erano sufficienti una osservazione pura e semplice e una misurazione scientifica per creare una
scuola nuova, rinnovata ed efficiente.
Il pensiero pedagogico montessoriano riparte dalla pedagogia scientifica infatti l'introduzione della
scienza nel campo dell'educazione è il primo passo fondamentale per poter costruire un'osservazione
obiettiva dell'oggetto.
L'oggetto dell'osservazione non è il bambino in sé, ma la scoperta del bambino nella sua spontaneità ed
autenticità.
Infine, della scuola tradizionale infantile Maria Montessori critica il fatto che, in essa, tutto l'ambiente sia
pensato a misura di adulto. In un ambiente così concepito il bambino non si trova a suo agio e quindi
nelle condizioni per poter agire spontaneamente.
La Montessori definisce il bambino come un embrione spirituale nel quale lo sviluppo psichico si associa allo
sviluppo biologico. Nello sviluppo psichico sono presenti dei periodi sensitivi, definiti nebule, cioè periodi
specifici in cui si sviluppano particolari capacità.
Le fasi di sviluppo sono così delineate:
•dai 0 ai 3 anni: il bambino ha una mente assorbente, la sua intelligenza opera inconsciamente
assorbendo ogni dato ambientale. In questa fase si formano le strutture essenziali della personalità.
•dai 3 ai 6 anni: fase in cui inizia l'educazione prescolastica. Alla mente assorbente si associa la mente
cosciente. Il bambino sembra ora avere la necessità di organizzare logicamente i contenuti mentali
assorbiti.
Nel 1907 fonda a Roma la prima casa dei bambini, destinata non più ai bambini ritardati ma ai figli degli
abitanti del quartiere San Lorenzo.
Si tratta di una casa speciale, non costruita per i bambini ma è una casa dei bambini. È ordinata in
maniera tale che i bambini la sentano veramente come loro.
L'intero arredamento della casa è progettato e proporzionato alle possibilità del bambino. In questo
ambiente il bambino interagisce attivamente con il materiale proposto, mostrandosi concentrato,
creativo e volenteroso. Il bambino trova un ambiente per potersi esprimere in maniera originale e allo
stesso tempo apprende gli aspetti fondamentali della vita comunitaria.
Essenziale è la partecipazione dei genitori per la cura della salute e dell'igiene come prerequisito per la
scuola.
Il compito dell'insegnante è l'organizzazione dell'ambiente. Deve attendere che i bambini si concentrino su
un determinato materiale, per poi dedicarsi all'osservazione dei comportamenti individuali.
L'insegnante aiuta il bambino, lo sviluppo del quale deve compiersi secondo i ritmi naturali e in base alla
personalità che il bambino dimostra.
La Montessori realizza del materiale didattico specifico per l'educazione sensoriale e motoria del bambino
e lo suddivide in:
materiale didattico analitico, incentrato su un'unica qualità dell'oggetto, per esempio peso, forma e
dimensioni. Educa i sensi isolatamente.
materiale didattico autocorrettivo, educa il bambino all'autocorrezione dell'errore e al controllo dell'errore,
senza l'intervento dell'educatore.
materiale didattico attraente, oggetti di facile manipolazione e uso, creato per invogliare il bambino
all'attività di gioco-lavoro con esso.
Il bambino è libero nella scelta del materiale. Tutto deve scaturire dall'interesse spontaneo del bambino,
sviluppando così un processo di autoeducazione e di autocontrollo.
Alla Montessori sono state mosse accuse sul piano ideologico per quanto riguarda la contrapposizione
troppo rigida tra il fanciullo buono e l'adulto sclerotizzato e corrotto.
Sul piano didattico è stato criticato il carattere artificioso dei materiali e le modalità troppo rigide del loro
impiego.
Nonostante le critiche il metodo montessoriano è tuttora diffuso ed utilizzato in modo particolare
all'estero.
Rosa Luxemburg
Rosa Luxemburg (Rozalia Luksenburg) (Zamość, 5 marzo 1870 o 1871 - Berlino, 15 gennaio 1919), esponente politica,
teorica socialista e rivoluzionaria.Rosa Luxemburg nacque a Zamość nel Voivodato di Lublino, ora in Polonia, da una
famiglia ebraica. Dopo essere fuggita in Svizzera per evitare la detenzione, frequentò l'Università di Zurigo assieme
ad altre figure di spicco del socialismo, come Anatoli Lunacharsky e Leo Jogiches. Contro il nazionalismo del Partito
Socialista Polacco (PPS) creò, nel 1893, assieme a Leo Jogiches e Julian Marchlewski, la rivista Sprawa Robotnicza
(La causa dei lavoratori). Riteneva che l'indipendenza della Polonia sarebbe stata possibile solo tramite una
rivoluzione in Germania, Austria e Russia, e che la lotta contro il capitalismo fosse più importante dell'indipendenza.
Negava il diritto di autodeterminazione delle nazioni, in disaccordo con Lenin.
Nel 1897 ottenne la cittadinanza tedesca e l'anno successivo aderì al Partito Socialdemocratico. Il Partito Socialdemocratico
Tedesco (SPD), cui Rosa si iscrisse, era, prima del 1914, il più forte partito socialista d'Europa ed il suo segretario
Karl Kautsky era considerato l'erede ed il continuatore di Marx ed Engels, il detentore ed il custode della autentica
dottrina marxista, del marxismo più "puro" ed ortodosso.È a fianco di Kautsky che Rosa Luxemburg condusse la
polemica con i riformisti, quando nel suo scritto intitolato Riforma sociale o rivoluzione? (1899) prese risolutamente
posizione per il secondo termine dell'alternativa. Nella sua difesa del marxismo "classico" contro il revisionismo
riformista, Rosa introdusse però alcune importanti note personali: interamente suo è l'accento sulla creatività delle
masse, sulla loro spontaneità rivoluzionaria che i dirigenti del partito operaio non devono né forzare, né reprimere o
bloccare in una "camicia di forza burocratica".
Per Rosa, il compito del partito è quello di indicare la via, ma l'iniziativa storica non spetta ad esso, bensì alle masse: anche
i passi falsi di un reale movimento operaio sono storicamente più utili dell'infallibilità del miglior comitato centrale.
Fece parte del fronte pacifista all'inizio della prima guerra mondiale e assieme a Karl Liebknecht, nel 1915, creò il
Gruppo Internazionale, che sarebbe diventato in seguito la Lega Spartachista. Questa fece parte in un primo tempo del
Partito Socialdemocratico e poi del Partito Socialdemocratico Indipendente, prima di divenire il nucleo del Partito
Comunista Tedesco.
Il 28 giugno 1916 la Luxemburg, assieme a Karl Liebknecht, venne arrestata dopo il fallimento di uno sciopero
internazionale e condannata a due anni di reclusione. Durante questo periodo scrisse diversi articoli, compreso La
Rivoluzione Russa, che fa riferimento al pericolo di una dittatura bolscevica in Russia, e anche il cosiddetto
«Pamphlet Junius», che contiene la nota espressione socialismo o barbarie, che sta ad indicare che in futuro gli unici
esiti possibili saranno l'instaurazione della società socialista o la barbarie.[1]
Sullo stesso argomento è notevole la breve opera, pubblicata postuma, La rivoluzione russa. Un esame critico
(recentemente ripubblicata in italiano in un'edizione a cura di R. Massari, Bolsena 2004).
In questo scritto la Luxemburg esalta il coraggio dei bolscevichi che in condizioni difficilissime, quasi disperate, hanno
osato lanciare la parola d'ordine dell'insurrezione, e contrappone questo coraggio alla pusillanimità dei
socialdemocratici tedeschi che si sono resi complici del militarismo del loro governo.
Per Rosa, l'unica possibilità di salvezza per la rivoluzione russa è che il proletariato europeo, stimolato dall'esempio dei
russi, si sollevi a sua volta: non solo non è possibile realizzare una società socialista in un solo paese, per di più
arretrato come la Russia, ma la situazione di isolamento e di difficoltà oggettiva in cui si trovano i bolscevichi li
costringe, secondo la Luxemburg, a commettere degli errori, ad attuare delle misure che non vanno in direzione del
socialismo.
Rosa Luxemburg critica in particolare l'abolizione delle libertà democratiche: senza libertà di stampa, senza diritto
d'associazione e di riunione, la rivoluzione non può andare avanti, perché questi diritti sono uno strumento
indispensabile per l'auto-educazione politica delle masse popolari. I bolscevichi hanno istituito i Soviet come
organismo rappresentativo delle masse lavoratrici: "ma col soffocamento della vita politica in tutto il paese - scrive
Rosa - anche la vita dei soviet non potrà sfuggire a una paralisi sempre più estesa. Senza elezioni generali, libertà di
stampa e di riunione illimitata, libera lotta d'opinione in ogni pubblica istituzione, la vita si spegne, diventa apparente
e in essa l'unico elemento attivo rimane la burocrazia". Rosa Luxemburg condivide il principio della dittatura del
proletariato, ma per lei "questa dittatura deve essere opera della classe, e non di una piccola minoranza di dirigenti in
nome della classe".
Nel 1918 si oppose alla cosiddetta Sollevazione Spartachista perché la riteneva avventurista, ed alla formazione del Partito
Comunista Tedesco perché prematura. All'alba della "Rivolta di Gennaio", il 15 gennaio 1919, venne rapita ed in
seguito assassinata, insieme con Liebknecht, dai soldati dei cosiddetti Freikorps, agli ordini del governo del
socialdemocratico Friedrich Ebert.
Nel 1926, a lei e a Liebknecht venne dedicato un monumento di Ludwig Mies van der Rohe.
Lou von Salomé (San Pietroburgo, 12 febbraio 1861 - Gottinga, 5 febbraio 1937) fu "la giovane e
affascinante russa", che Friedrich Nietzsche conobbe nel 1882 e che probabilmente lo ispirò a creare
le prime due parti della sua opera più importante: Così parlò Zarathustra.
Lou von Salomé naque il 12 febbraio 1861 a S.Pietroburgo nella famiglia di un generale russo, d'origine
tedesca. A parte Lou, nella famiglia c'erano altri cinque fratelli, che parlavano sia francese che
tedesco, anche se il generale considerava se stesso un gran patriota.
Dopo la morte di Nietzsche due donne pubblicarono le loro memorie: Elisabeth Förster-Nietzsche e Lou
Andreas von Salomé.
Alcuni chiamarono Lou "La Grande Rivoluzione Russa" nella vita di Nietzsche. Di lei era innamorato
anche il poeta Rilke. Lei elogiava particolarmente il padre della psicoanalisi Sigmund Freud ed era
una profonda conoscitrice di Henrik Ibsen, Lev Nikolaevic Tolstoj, Ivan Sergeyevich Turgenev,
Richard Wagner, ecc. Lei, che fu vergine fino all'età di trent'anni, dopo aver avuto finalmente la
prima esperienza intima, scrisse un libro che divenne un vero bestseller nei paesi europei, "Erotica".
Si interessò a lungo di psicoanalisi, e rimase a lungo in contatto con i circoli psicoanalitici ed alcuni dei
più noti psicoanalisti dell'epoca (tra cui Sandor Ferenczi e Viktor Tausk, con cui ebbe una relazione
sentimentale).
Nel 1882, Friedrich Nietzsche, trentottenne, conobbe Lou Andreas Salomé, che all'epoca aveva solo 21
anni. Lou Andreas Salomé voleva costruire una piccola comune intelettuale, una specie di "trinità"
filosofica tra lei, Nietzsche e l'amico Paul Rée, di 32 anni. Nietzsche, innamorato della "giovane e
affascinante russa", volle sposarla, ma ottenne solo il rifiuto. Deluso nelle sue aspettative, in una
grande depressione Nietzsche scrisse la prima parte del libro Così parlò Zarathustra.
Movimento delle suffragette
Movimento sorto in Gran Bretagna alla fine dell'Ottocento per ottenere il suffragio elettorale
femminile. Pronunciamenti in favore del voto femminile si erano avuti in Francia e in Inghilterra alla
fine del XVIII secolo, ma un movimento di donne nacque in Inghilterra solo nel secolo successivo.
Ottenuto il voto municipale (1869) e di contea (1880), esso si pose l'obiettivo del voto per il
parlamento. Nel 1897 il movimento si strutturò nelle National Union of Women's Suffrage Societies.
Il rifiuto di concedere l'estensione del voto femminile portò Emmeline Pankhurst a fondare nel 1903
un movimento che venne definito "militante": l'Unione nazionale sociale e politica delle donne.
Questo si fece promotore di agitazioni culminate in numerosi arresti. Tale movimento fu definito
delle "suffragette" in contrapposizione a quello delle "suffragiste" che perseguiva lo stesso obiettivo
con metodi più moderati. Interrotte le proteste nel 1914 per contribuire alla causa nazionale, nel 1918
le donne sopra i trent'anni furono ammesse al voto politico e nel 1928 il suffragio fu esteso a tutte le
donne. Anche negli Stati uniti si formarono dal 1869 movimenti analoghi che riuscirono a ottenere il
suffragio nel 1920. Il movimento statunitense diede vita anche all'Alleanza internazionale per il
suffragio della donna. Ma il primo paese in cui le donne ottennero il diritto di voto fu l'Australia, nel
1903.
Emmeline Pankhurst
Emmeline Pankhurst (Manchester 1858 Londra 1928) fu una femminista inglese
che guidò il movimento suffragista
femminile inglese.
Nel 1894 ottenne per le donne sposate il
diritto al voto nelle elezioni locali.
Arrestata e processata diverse volte,
riuscì con la sua incessante attività ad
assicurare fondamentali diritti politici a
tutte le donne inglesi, come il suffragio
femminile per la camera dei Comuni
nel 1918.
Movimento delle suffragiste:
La richiesta del suffragio femminile venne
avanzata per la prima volta nel 1848 alla
Convenzione di Seneca Falls e nel 1869
venne fondata la National Woman Suffrage
Association (Nwsa, Associazione nazionale
femminile per il suffragio). Il quindicesimo
emendamento della Costituzione, che nel
1869 riconobbe il diritto di voto ai neri ma
non alle donne, provocò scontento e divisione
tra le appartenenti al movimento suffragista.
Si formarono due organizzazioni:
•
la più conservatrice American Woman Suffrage
Association, guidata da Lucy Stone, che decise di
appoggiare l'emendamento,
•
e la radicale Nwsa che ruppe i suoi legami con gli
abolizionisti e ammise soltanto donne tra i suoi
membri.
La prima ebbe centro a Boston e cercò, in particolare
attraverso la pubblicazione della rivista "Woman's
Journal", di diffondere l'idea del suffragio femminile.
La seconda, con base a New York, fece del diritto al voto
l'obiettivo di un programma per la parità dei diritti in
ogni campo, occupandosi nel settimanale "The
Revolution" di temi sociali scottanti. Le due
organizzazioni si riunirono solo nel 1890 nella
National American Woman Suffrage Association
(Nawsa), dalla quale si staccò più tardi il gruppo di
Alice Paul che fondò nel 1916 il National Woman's
Party. Nel 1878 fu presentato al Congresso
l'emendamento Anthony, approvato dal Senato solo il
26 agosto 1920 come diciannovesimo emendamento
alla Costituzione. Il primo stato che concesse il
diritto di voto fu il Wyoming (1869), l'ultimo a
ratificare l'emendamento fu il Tennessee (1920).
Il voto alle donne in Italia
In Italia l'organizzazione di gruppi femministi favorevoli al voto politico seguì di poco l'istituzione delle grandi
centrali internazionali di cui erano attive animatrici le anglosassoni: il Consiglio nazionale delle donne italiane fu
fondato a Roma nel 1903; allo stesso periodo risale l'Alleanza femminile pro suffragio. Già da tempo, tuttavia, gli
ambienti intellettuali influenzati dalle idee positivistiche e socialiste avevano cominciato a interessarsi alla questione
femminile, benché la sensibilità del legislatore al riguardo continuasse ad apparire assai debole. Nella legge del 1882
l'esplicita esclusione delle donne dal diritto di voto non era prevista, in quanto la loro condizione di minorità politica
era ovvia; le leggi sull'elettorato amministrativo, invece, le escludevano sfacciatamente perché, prima
dell'unificazione del paese nel Lombardo-veneto e in Toscana, alle donne proprietarie era riconosciuta la facoltà di
partecipare alla scelta degli amministratori locali, purché per mezzo di rappresentanti o di una "scheda suggellata". Su
questa base fra il 1863 e il 1876 furono presentate varie proposte di modifica alla legge comunale e provinciale del
1859, tutte tendenti a sancire il principio dell'elettorato attivo delle donne possidenti. Ancora nel 1880-1882 con
Depretis, e poi nel 1888 con Crispi e nel 1907 con Giolitti, il tema fu affrontato in sede parlamentare, senza tuttavia
sfociare in alcun provvedimento legislativo. La questione del voto politico femminile riprese vigore durante il
dibattito sul suffragio universale, aperto da Giolitti nel 1912; le resistenze a un allargamento eccessivo della base
elettorale furono notevoli anche all'interno dell'estrema sinistra, dove prevalevano i timori di un'eccessiva influenza
clericale sulle masse, al punto che solo l'intransigenza di Anna Kuliscioff consentì al Psi di tenere a Montecitorio una
posizione coerente con l'impostazione etico-politica della tradizione socialista. Nel 1919 Nitti propose l'allargamento
del diritto di voto politico e amministrativo alle donne, ma la crisi del sistema liberale impedì al progetto di approdare
all'esame delle Camere. Fu Mussolini, nel 1923, a introdurre il suffragio amministrativo femminile, che tuttavia non
trovò applicazione a causa della stessa riforma fascista degli enti locali; le suffragiste che avevano appoggiato il
fascismo credendolo una forza di rinnovamento e modernizzazione nazionale videro così la loro aspirazione travolta
dal sistematico smantellamento degli istituti di partecipazione individuale alla vita dello stato. Per un pieno
riconoscimento dell'elettorato attivo le donne italiane dovettero attendere, dunque, la liberazione del paese dalla
dittatura e l'instaurazione della democrazia: nella primavera del 1946 esse si recarono alle urne per la prima volta.
•
•
"L’emancipazione della donna sancirebbe una
grande verità base a tutte le altre, l’unità del genere
umano, e assocerebbe nella ricerca del vero e del
progresso comune una somma di facoltà e di forze,
isterilite da quella inferiorità che dimezza l’anima.
Ma sperare di ottenerla alla Camera come è
costituita, e sotto l’istituzione che regge l’Italia [la
monarchia] è, a un dipresso, come se i primi cristiani
avessero sperato di ottenere dal paganesimo
l’inaugurazione del monoteismo e l’abolizione della
schiavitù". Mazzini.
"la proposta femminista ha lo scopo di attribuire
maggiori diritti alla donna, entro la cerchia delle
forme di proprietà e di famiglia borghese. Dunque il
movimento femminista è un movimento conservatore.
Quand’anche raggiungesse i suoi fini, non avrebbe
ottenuto altro che interessare attivamente un
maggior numero di persone alla conservazione degli
attuali ordinamento sociali. All’opposto, la lotta di
classe porta con sé una vera elevazione sociale della
donna ... [Il femminismo] esiste in quanto non vede
tale soluzione. Esso non è dunque altro che un
fenomeno di incoscienza sociale". Bissolati.
•
"Noi che abbiamo nel nostro programma
cristiano l’integrità e lo sviluppo dell’istituto
familiare, sentiamo che a questo programma
non si oppone, in alcun modo, la riforma del
suffragio alla donna, che anzi è conseguente
ad esso ogni riforma la quale tenda ad
elevare al donna e a conferirle nella vita
autorità, dignità e grandezza".Don Sturzo.
•
"Se temeste che il suffragio alle donne spingesse a
corsa vertiginosa il carro del progresso sulla via
delle riforme sociali, calmatevi! Vi è chi provvede
freni efficace: vi è il Quirinale, il Vaticano,
Montecitorio e Palazzo Madama, vi è il pergamo e il
confessionale, il catechismo nelle scuole e ... la
democrazia opportunista!". A.M. Mozzoni.
•
"L’emancipazione femminile è la suprema, la più
vasta e radicale delle questioni sociali, capace di
unire le donne di tutti i ceti per a causa della loro
libertà e del loro riscatto". Mozzoni.
Anna Maria Mozzoni & Anna Kuliscioff
Anna Maria Mozzoni (Rescaldina, 1837 - Roma,
1920) è stata una pioniera italiana del
femminismo.
Cresciuta in una famiglia dell'alta borghesia
milanese, scrisse numerosi libri e opuscoli
sulla condizione femminile ("La donna e i
suoi rapporti sociali", 1864, "La donna in
faccia al progetto del nuovo codice civile
italiano").
Si batté per tutta la vita per la concessione del
voto alle donne, presentando mozioni al
parlamento italiano nel 1877 e nel 1906.
Nel 1878 rappresentò l'Italia al Congresso
internazionale per i diritti delle donne di
Parigi. L'anno seguente fondò a Milano la
"Lega promotrice degli interessi femminili".
Avvicinatasi al movimento socialista, nei
primi anni del Novecento criticò le proposte
di tutela del lavoro femminile sostenute da
Anna Kuliscioff, convinta che avrebbero
legittimato differenziazioni salariali.
Morì a 83 anni nel 1920.
Anna Kuliscioff (vero nome Anija Rosenstein)
(Moskaja, Crimea, 1857 - Milano, 27
dicembre 1925) fu una socialista e
rivoluzionaria russa.
Nata in una ricca famiglia ebrea, iniziò fin da
giovane a professare idee vicine alle posizioni
anarchiche di Bakunin. Perseguita dal regime
zarista si rifugiò prima a Parigi, dove
conobbe Andrea Costa e, dopo esserne stata
espulsa nel 1878, in Italia dove ebbe una
parte molto attiva nelle battaglie politiche e
libertarie e nella lotta per l'estensione del voto
alle donne.
Diresse dal 1891 la rivista del socialismo
italiano Critica sociale. Fu più volte
imprigionata e condannata con l'accusa di
cospirazione contro l'ordine costituito.
Compagna di Filippo Turati, è considerata
un'antesignana del movimento femminista. In
suo onore a Milano è stata costituita la
Fondazione Anna Kuliscioff, che ha una
biblioteca di 35.000 volumi ed opuscoli, tutti
dedicati alla storia del Socialismo.
Una nuova figura: la femme
fatale
La femme fatale, termine francese che ha il suo corrispettivo nell'italiano donna fatale, o vamp, è un
personaggio tipo molto diffuso nella letteratura europea e spesso rappresentato in numerose opere
cinematografiche. Dominatrice del maschio fragile e sottomesso, lussuriosa e perversa, crudele
torturatrice, maga ammaliatrice al cui fascino nessuno può sfuggire, succhia le energie vitali
dell'uomo come un vampiro (da cui il termine vamp), portandolo alla follia, alla perdizione, alla
distruzione.
È affine alla dark lady, ma le due figure non coincidono: la femme fatale è una donna maliziosa e
disinvolta, ma in genere non nasconde la cattiveria e il desiderio di annientamento tipico della dark
lady.
Nella letteratura decadente era utilizzata spesso la figura dell'"inetto a vivere", ovvero un uomo timido,
escluso dalla vita, impotente ed incapace di assumersi responsabilità perché indebolito da un forte
senso di inferiorità che nutre nei riguardi di tutti gli altri cittadini del mondo. Di contro a questi
uomini deboli e malati viene realizzata l'immagine antitetica di donna: la femme fatale, dominatrice,
lussuriosa e perversa.
Malgrado il termine sia di derivazione francese, il primo esempio di femme fatale è la Fosca di Iginio Ugo
Tarchetti, ma simili eroine popolano i romanzi di Gabriele D'Annunzio, in cui la donna è
costantemente la nemica che si oppone ai sogni eroici dei protagonisti. In ambito europeo, la figura
ricorre in tutta la letteratura di fine Ottocento ed inizio Novecento, dalla Salomè di Oscar Wilde alla
Lulu di Wedekind, il cui personaggio è divenuto un archetipo, alla Venere in pelliccia di Leopold von
Sacher-Masoch. Si verifica come un meccanismo di proiezione: la coscienza in crisi dell'uomo
decadente, malato e debole, erige di fronte a sé la sua parte perduta, la sua forza dominatrice del
reale, come una potenza esterna malefica ed ostile, che lo insidia e lo minaccia, ed in cui si
obiettivano le sue angosce ed i suoi terrori.
La femme fatale è una figura che esprime conflitti profondi e per questo appare l'equivalente dei mostri
che emergono dagli incubi degli scrittori romantici: non a caso essa assume spesso tratti che sono
propri di Satana, o comunque caratteri vampireschi.
Questa condizione però non si verifica nel cinema, in cui la femme fatale vede "ammorbidito" il suo ruolo:
continua a sedurre l'uomo senza personalità in modo da renderlo suo schiavo, ma quasi sempre si
"limita" a rubargli denaro o fargli fare grandi sacrifici, quasi mai lo distrugge completamente.
Mata Hari
Mata Hari è il nome d'arte usato da Margaretha Geertruida Zelle (7 agosto 1876 - 15 ottobre 1917), una ballerina
esotica olandese che fu accusata, condannata e giustiziata per spionaggio durante la prima guerra mondiale.
Mata Hari nacque in Olanda a Leeuwarden, suo padre era un uomo d'affari mentre sua madre era nativa di Giava. All'inizio
del Novecento, dopo aver tentato senza successo la professione di insegnante e con alle spalle un matrimonio fallito e
due bambini, si trasferì a Parigi. Qui cominciò una carriera di ballerina esotica, esibendosi in danze in stile orientale.
Il suo nome d'arte, Mata Hari, significa "sole" o "occhio del giorno" in malese e in indonesiano. Di lei fu detto che
avesse relazioni amorose con importanti ufficiali militari e uomini politici dell'epoca.
Mata Hari si trovò, probabilmente, coinvolta in alcuni intrighi internazionali, sebbene gli storici non abbiano mai chiarito
quale fosse l'esatta natura delle sue operazioni di spionaggio. Nel 1917 venne incriminata in Francia per attività
spionistiche e fu accusata di aver causato la morte di migliaia di soldati durante la prima guerra mondiale.
Il suo arresto in Francia fu provocato da un messaggio radio inviato a Berlino dall'addetto militare tedesco in Spagna,
intercettato dai francesi, in cui si parlava di Mata Hari come di una spia tedesca, con nome in codice H-21. Una
coincidenza poco chiara è che questo messaggio fu inviato utilizzando un codice che si sapeva essere già stato
decrittato dai francesi. Le accuse a Mata Hari ebbero luogo in un momento di grande difficoltà per la Francia,
dissanguata sul fronte occidentale, una fase in cui al governo francese faceva particolarmente comodo trovare un
capro espiatorio su cui riversare tutta la responsabilità dei rovesci militari. Ella fu giudicata colpevole e fucilata il 15
ottobre 1917. Mata Hari svolse probabilmente azioni di spionaggio per conto dei francesi o dei tedeschi, ma tale
attività spionistica non è stata mai realmente documentata in modo convincente.
Tutto ciò che è stato raccontato, circa le sorti di intere nazioni condizionate dall'attività spionistica di Mata Hari, va
considerato solo una fantasia.
Svariate storie relative alla sua esecuzione furono fatte circolare. In base ad uno di questi racconti, particolarmente famoso
quanto probabilmente irrealistico, fu necessario bendare il plotone di esecuzione affinché non fosse sopraffatto dal
fascino della donna. Un'altra leggenda vuole che Mata Hari lanciasse un bacio ai suoi giustizieri, prima di venire
fucilata. Una terza storia racconta che, oltre al dettaglio del bacio, ella lasciasse aperto il soprabito e morisse
esponendo il proprio corpo nudo.Vi è, infine, un'altra storia che forse è la più famosa e la meno verosimile al tempo
stesso: si racconta che Mata Hari fosse insolitamente tranquilla durante l'esecuzione, accettando un sorso di rum e
rifiutando di essere bendata o legata ad un albero. Tale atteggiamento sarebbe stato giustificato dal tentativo di
corruzione del plotone di esecuzione, operato da un giovane di nome Pierre de Morrisac, il quale avrebbe pagato una
somma di danaro per inscenare una falsa esecuzione con fucili caricati a salve. Tale tentativo sarebbe però fallito e la
fucilazione avvenuta normalmente.
Questa storia, tanto romanzata, sembra ancor più falsa in quanto ricorda in modo "sospetto" la vicenda della Tosca di
Puccini.
"Corrotta sì, ma traditrice mai!" — è una frase attibuita a Mata Hari, durante il processo.
Si noti che, per coincidenza, "mata-mata" significa "spia" in indonesiano.
Donne e letteratura
Le donne si dedicano con sempre maggiore frequenza all'attività letteraria e intellettuale in
qualità di scrittrici, anche in Italia. Alcune, come Carolina Invernizio (1858-1916), ebbero
grandissimo successo in un settore - la letteratura "rosa" - specificamente indirizzato alle
donne, alle quali la Invernizio propose però un'immagine di sé tradizionale e quietamente
sottomessa. Altre, come Sibilla Aleramo (1876-1960), inventarono una vera e propria
letteratura femminista, in cui riflettevano sulla condizione di oppressione delle donne per
denunciarla. Altre ancora, come Matilde Serao (1856-1927), si dividevano tra letteratura e
giornalismo. Ricordiamo anche Grazia Deledda (1871-1936), vincitrice del premio Nobel per
la letteratura nel 1926, Cristina Trivulzio di Belgioioso (1808-1871), singolare figura di
viaggiatrice e intellettuale, le scrittrici e poetesse Neera (pseudonimo di Anna Radius
Zuccari, 1846-1918) e Ada Negri (1870-1945). Fuori d'Italia figure esemplari furono la
filosofa e psicologa Lou Andreas-Salomé (1861-1937), amica e ispiratrice di Nietzsche,
Rilke, Freud; la scrittrice e grande animatrice culturale Gertrude Stein (1874-1946), del cui
salotto parigino furono ospiti Hemingway, Fitzgerald, Braque, Matisse, Picasso; la filosofa e
mistica Simone Weil (1909-1943). Una delle scrittrici in assoluto con maggior successo di
pubblico di ogni tempo fu la giallista inglese Agatha Christie (1890-1976), autrice di un
numero sterminato di romanzi e drammi. Occorre citare anche nomi di scrittrici che hanno
profondamente inciso sul panorama letterario internazionale: la grande poetessa americana
Emily Dickinson (1830-86), la cui produzione venne pubblicata solo a partire dal 1955,
riconosciuta come quella di uno dei più grandi poeti lirici moderni; la scrittrice inglese di
racconti Katherine Mansfield (1888-1923), creatrice di atmosfere cariche di sensibilità ed
emozione; e soprattutto la grande romanziera inglese Virginia Woolf (1882-1941), autrice di
racconti, romanzi e saggi, che seppe anche acutamente indagare in modo specifico la
condizione femminile
Uno degli scrittori europei che proposero con maggiore efficacia il tema della condizione
femminile è il norvegese Henrik Ibsen (1828-1906): soprattutto in Casa di bambola (1879),
Ibsen mette in scena il tema della donna come individuo che non riesce a diventare adulto,
perché è tenuto dalla società e dalla famiglia in un ruolo di costante minorità, quello della
"bambola". Altri, come lo statunitense Henry James (1843-1916) in Ritratto di signora
(1879), descrivono la condizione di sofferenza creata nella donna dalla crescente
consapevolezza di sé e dell'impossibilità di vivere liberamente. A fronte di queste
rappresentazioni intense e problematiche, la maggior parte degli scrittori continuava a
proporre invece immagini stereotipate della femminilità: per il poeta francese Charles
Baudelaire (1821-1867) la donna è vampiro, incarnazione satanica della perdizione, cui può
condurre l'uomo-razionalità esaltandone i sensi. Gabriele D'Annunzio (1863-1938), insieme
a moltissimi scrittori decadenti, riprende e amplifica questa immagine di donna lussuriosa,
bella e perversa, incarnazione di tutto ciò che è estraneo e insieme affascinante e rovinoso
per l'uomo. Il punto di vista della donna non è mai indagato, la sua interiorità è
schematizzata in pochi tratti convenzionali e la sua esistenza si invera solo in funzione
dell'uomo. Sono gli stessi anni in cui Filippo Tommaso Marinetti (1876-1944) identifica le
donne con la forza della conservazione e della tradizione, da abbattere, ma anche con un
avversario pericoloso che sta prendendo coscienza di sé (il femminismo). Con diverso
atteggiamento ma con uguale distanza critica, La signorina Felicita (1911) di Guido
Gozzano (1883-1916) è invece la donna che incarna il lato operoso e buono dell'esistenza,
casalingo e quotidiano, che però è drammaticamente scipito e privo di interesse per chi
abbia acquisito un po' di coscienza critica e di consapevolezza della complessità del mondo,
negata comunque alla maggioranza delle donne.
Anche la "salute di Augusta", di cui Italo Svevo (1861-1928) parla nella Coscienza di Zeno
(1923), - la quale è appagata da ciò che esiste, dalle autorità costituite, dalle istituzioni e
dalle tradizioni, non è mai sfiorata dal dubbio che la realtà sia complessa e stratificata, è
priva di immaginazione e di aspirazioni - è un'oasi di tranquillità per l'uomo tormentato e
incapace di vivere, ma appare assolutamente inappagante nella sua imbecillità, una salute
più bisognosa di "istruzione" che di cure, per "guarire".
Sibilla Aleràmo
Sibilla Aleràmo pseudonimo di Rina Faccio (Alessandria, 14 agosto 1876 – Roma, 13 gennaio 1960) è
stata una scrittrice italiana.
Figlia di Ambrogio Faccio, professore di scienze, e di Ernesta, casalinga, era la maggiore di quattro
fratelli. Trascorse l'infanzia a Milano fino all'età di 12 anni, quando il padre ottenne un posto di
dirigente al porto di Civitanova Marche.
Infanzia e adolescenza - La prima vita L'adolescenza della giovane Rina fu tutt'altro che felice: il
matrimonio dei genitori fu un fallimento e la madre, psichicamente instabile, tentò pure il suicidio.
La giovane reagì con un atteggiamento anticonformista e già a 16 anni cominciò a lavorare come
bibliotecaria nella fabbrica del padre.
Imprigionata in una realtà infelice, entrò in crisi e tentò il suicidio, gettandosi dal balcone di casa,
rimanendo anche in seguito soggetta a sbalzi depressivi.
Giovanissima, fu costretta ad un matrimonio riparatore con Ulderico Pierangeli, di cui era rimasta incinta,
gravidanza che non portò a termine per un aborto spontaneo. Prigioniera di un matrimonio non voluto
e di un marito manesco, cercò una via di fuga in una nuova gravidanza, che portò alla nascita del
figlio Walter.
Ma la nascita del bambino non migliorò le cose e Rina tentò di avvelenarsi. Cominciò così a scrivere
racconti e articoli e a collaborare con riviste femministe (Vita moderna), nonostante il suo titolo di
studio fosse solo la licenza elementare.
La seconda vita Trasferitasi a Milano con la famiglia del marito, nel 1899 le fu offerta la direzione della
rivista Italia femminile. Desiderosa di separarsi, fu obbligata con le percosse a rimanere. Solo nel
1901 abbandonò il marito e il figlio, condizione per la separazione, e cominciò una nuova vita. Il suo
allontanamento dal figlio fu una decisione molto sofferta, di cui sono testimonianza le pagine di Una
donna.
Si legò dapprima al poeta Damiani; ebbe poi una lunga relazione con lo scrittore Giovanni Cena, direttore
della rivista letteraria Nuova Antologia.
Nel 1906, pubblicò il suo primo libro, Una donna, fortemente autobiografico. Con quest'opera la scrittrice
assunse il nome di Sibilla Aleramo.
La terza vita Terminata la relazione con Cena, condusse una vita piuttosto errabonda. Ebbe una relazione
con la giovane intellettuale ravennate Lina Poletti, nel 1911 soggiornò a Firenze, collaborando al
Marzocco. Nel 1913, a Milano, si avvicinò ai Futuristi. A Parigi (1913-1914) conobbe Guillaume
Apollinaire e Verhaeren, a Roma Grazia Deledda. In questo periodo ebbe numerose e brevi relazioni
sentimentali: il primo fu Vincenzo Cardarelli, seguito da altre personalità già celebri o che lo
diverranno: Papini, Boine, Clemente Rebora, Umberto Boccioni, Franco Franchi.
Una tormentata storia d'amore Durante la prima guerra mondiale conobbe Dino Campana. Il poeta non
era al fronte, ufficialmente in cura a causa di una nefrite, ma in realtà perché già era stata
diagnosticata la sua malattia mentale quando era stato in cura nell'ospedale di Marradi nell'estate del
1915. I due erano molto diversi: lei estremamente mondana e frequentatrice di salotti, lui schivo e
appartato. Per Campana, poi, la relazione era essenzialmente di tipo fisico. Il rapporto fu quindi
estremamente tormentato, e i due giunsero spesso a battersi. La Aleramo lo portò anche da un noto
psichiatra dell'epoca, visita che segnerà la fine del rapporto. Il rapporto tra i due è il soggetto del film
Un viaggio chiamato amore (2002), diretto da Michele Placido, con Laura Morante e Stefano
Accorsi.
Nel 1919 pubblicò Il passaggio e nel 1921 la sua prima raccolta di poesie, Momenti. Nel 1920 è a Napoli,
dove scrive Endimione, dedicato a D'Annunzio. L'opera, ispirata alla sua vicenda amorosa con il
giovane atleta Tullio Bozza, finita tragicamente con la morte di lui, riscosse successo nella
rappresentazione parigina, ma non in quella torinese, dove al teatro Carignano fu fischiata.
Femminista, pacifista e comunista, la scrittrice Sibilla Aleramo era solita concedersi a qualunque artista e
per ciò fu definita da Giuseppe Prezzolini "lavatoio sessuale della cultura italiana".
Il compromesso con il fascismo Nel 1925 è firmataria del Manifesto degli intellettuali antifascisti e,
poiché conosceva Anteo Zamboni, l'attentatore del duce, fu persino arrestata, ma in seguito, ottenuto
un colloquio con lo stesso Benito Mussolini, ne uscì indenne. Le fu anzi concesso un mensile di mille
lire e un premio di cinquantamila lire dell'Accademia d'Italia. Nel 1927 uscì il romanzo epistolare
Amo dunque sono, raccolta di lettere, non spedite, a Giulio Parise. Sempre in quegli anni ebbe una
breve ma intensa relazione col filosofo vicino al fascismo Julius Evola.
Nel 1928, ormai ridotta in povertà, tornò a Roma. Del 1929 è la raccolta Poesie. Un anno dopo pubblicò
un volume di prose, Gioie d'occasione. Tra il 1932 e il 1938 uscì un romanzo, Il frustino, e un'altra
raccolta di poesie, Sì alla terra, ed una nuova serie di prose, Orsa minore. Nel 1933 si iscrisse
all'"Associazione nazionale fascista donne artiste e laureate".
La quarta vita Nel 1936 si innamorò di Franco Matacotta, uno studente di quarant'anni più giovane di lei,
a cui restò legata per 10 anni.
Al termine della seconda guerra mondiale si iscrisse al PCI, impegnandosi intensamente in campo politico
e sociale e collaborando con l'Unità.
Morì a Roma nel 1960, dopo una lunga malattia. Aveva 83 anni.
Simone de Beauvoir
Simone Lucie-Ernestine-Marie-Bertrand de Beauvoir o più semplicemente Simone de Beauvoir
(Parigi, 9 gennaio 1908 – Parigi, 14 aprile 1986) è stata una scrittrice, filosofa e femminista francese.
Simone de Beauvoir nacque a Parigi il 9 gennaio 1908 da una famiglia altoborghese, segnata presto
dalla bancarotta del nonno paterno. Simone e Hélène, sua sorella, vissero lunghi anni di disagi e
ristrettezze economiche: "usavamo i vestiti fino alla corda, e anche oltre". Ben presto Simone rivelò
un'intensa passione per lo studio. Iscritta all'Istituto Désir, diventò un'allieva esemplare, e decise –
fatto allora eccezionale – di continuare a studiare e di dedicarsi all'insegnamento, allontanandosi allo
stesso tempo dalla religione.
Studiò alla Sorbona, dove nel 1929 ottenne "l'agrégation" (idoneità) in filosofia e dove incontrò colui che,
senza matrimonio né convivenza, sarebbe diventato il compagno della sua vita, il filosofo
esistenzialista Jean-Paul Sartre. Sono, questi, gli anni in cui conosce Merleau-Ponty, Levy-Strauss,
Raymond Aron, Paul Nizan.
Inizia a insegnare, prima a Marsiglia, poi a Rouen, infine a Parigi. Con Sartre compie i suoi primi viaggi,
in Spagna, in Italia, in Grecia, in Marocco; nulla sfugge a questi due intellettuali degli eventi
culturalmente significativi di questo periodo, si appassionano al cinema e al jazz e vivono con
partecipazione i grandi rivolgimenti politici di quegli anni: il nazismo in Germania, la guerra civile
spagnola del 1936, la seconda guerra mondiale. Durante la guerra, Simone de Beauvoir rimane a
Parigi, occupata dai nazisti, e condivide con Sartre la breve esperienza del gruppo di Resistenza
"Socialismo e Libertà". Dopo la Liberazione lascia l'insegnamento ed entra a far parte del comitato di
redazione della rivista Les Temps Modernes, insieme a Sartre, Leiris, Merleau-Ponty e altri.
Nel 1947 si reca negli Stati Uniti per una serie di conferenze e incontra lo scrittore Nelson Algren, con cui
stabilisce un intenso rapporto d'amore. Compie altri viaggi significativi (Brasile, Cuba, Cina, Russia)
e ritorna molto spesso in Italia con Sartre.
Dopo Il secondo sesso (1949), ormai famosa in tutto il mondo, Simone de Beauvoir, per le particolari
posizioni assunte come scrittrice e come donna, è oggetto di grande ammirazione ma anche di aspre
polemiche. Allo scoppio della guerra di liberazione algerina, prende posizione a favore di questa
lotta, cosa che renderà il suo isolamento ancora più pesante.
Simone de Beauvoir è considerata la madre del movimento femminista, nato in occasione della
contestazione studentesca del maggio 1968, che seguirà con partecipazione e simpatia.
Gli anni settanta la vedono fervidamente in prima linea in varie cause del progresso civile: la dissidenza
sovietica, il conflitto arabo-israeliano, l'aborto, il Cile, la donna (è presidentessa dell'associazione
"Choisir [1]" e della Lega dei diritti della donna).
Nell'ultimo periodo della sua vita, Simone de Beauvoir affronta con coraggio un altro problema sociale,
quello della vecchiaia, cui dedica un importante saggio, La Terza Età (1970).
Nel 1981, in occasione della morte di Sartre, scrisse La cerimonia degli addii (La Cérémonie des adieux),
cronaca degli ultimi anni del celebre pensatore.
Simone de Beauvoir morì il 14 aprile 1986 e venne seppellita nel cimitero di Montparnasse di Parigi
accanto al suo compagno di una vita Jean-Paul Sartre, morto 6 anni prima, il 15 aprile 1980.
Radicalmente atea proprio come Sartre del resto, in La Cérémonie des Adieux, aveva scritto al
riguardo della morte di colui col quale aveva condiviso gran parte della sua esistenza e delle sue idee:
«La sua morte ci separa. La mia morte non ci riunirà. È così; è già bello che le nostre vite abbiano
potuto accordarsi per un così lungo tempo» («Sa mort nous sépare. Ma mort ne nous réunira pas.
C'est ainsi; il est déjà beau que nos vies aient pu si longtemps s'accorder»).
L'invitata (1943) è il primo romanzo pubblicato da Simone de Beauvoir, quello che la rivelò come
scrittrice. Vi è affrontato con coraggio un tema difficile: l'inserimento nell'ambito di una coppia di un
terzo personaggio, che ne muta l'intero equilibrio, costringendo ognuno a svelarsi sotto lo sguardo
dell'Altro. La tematica della responsabilità ritorna nel suo secondo romanzo, Il sangue degli altri
(1945): durante la seconda guerra mondiale, nella Francia occupata, coloro che si erano accostati alla
Resistenza si erano trovati di fronte a una duplice assunzione di responsabilità: quella di lottare
contro l'oppressione nazista e quella di spingere gli altri (spesso le persone più care) a rischiare la
vita. Di fronte allo strazio di queste morti, Simone de Beauvoir riafferma che non c'era altra via
possibile, e che ognuno è sempre responsabile in prima persona delle proprie scelte, della propria
libertà.
Dopo il suo viaggio negli Stati Uniti, pubblica Il secondo sesso (1949), un saggio fondamentale che da un
lato fa il punto sulle conoscenze biologiche, psicoanalitiche, storiche, antropologiche esistenti sulla
donna, e dall'altro apre la strada a quella discussione radicale sulla condizione femminile che avrebbe
caratterizzato i decenni successivi.
Sono, questi, anni ricchi per la de Beauvoir, che riesce ad affrontare opere di grande respiro con forza e
originalità. Nel 1954 esce I Mandarini, con cui vince il premio Goncourt, considerato il suo più bel
romanzo.
A partire dal 1958, si dedica alla sua autobiografia, uscita in quattro volumi: Memorie di una ragazza
perbene (1958), L'età forte (1960), La forza delle cose (1963), A conti fatti (1972). È un'opera
particolarmente preziosa perché offre, oltre alla storia personale della scrittrice, la diretta
testimonianza sull'atmosfera e sul grande dibattito culturale svoltosi in Francia dagli anni trenta fino
alla fine degli anni sessanta.
Una morte dolcissima (1964) è la recita intensamente commossa dedicata alla morte della madre. I temi
angosciosi della malattia, della vecchiaia e della morte sono quelli che Simone de Beauvoir ha voluto
affrontare, una volta di più con grande coraggio, negli ultimi anni della sua vita (La Terza Età, 1970).
La cerimonia degli addii (1981) è l'ultimo suo grande lavoro letterario che conclude in qualche modo
descrivendo la morte per lei più straziante, quella di Jean-Paul Sartre, la sua autobiografia in più
volumi.
Gertrude Stein
Gertrude Stein (Allegheny, 3 febbraio 1874 – Neuilly-sur-Seine, 27 luglio 1946) è stata una scrittrice,
poetessa e femminista statunitense.Con la sua attività e la sua opera diede un impulso rilevante allo
sviluppo dell'arte moderna e della letteratura modernista. Trascorse la maggior parte della sua vita in
Francia. Apertamente lesbica, la sua relazione praticamente "matrimoniale" con Alice Toklas è una
delle più celebri della storia LGBT.
Celebre è il Ritratto di Gertrude Stein del 1906 che le fece Picasso, conosciuto nel novembre 1905 grazie
al mercante d'arte Clovis Sagot. Il quadro, riconosciuto dagli storici dell'arte come il primo passo
embrionale verso lo stile cubista, è attualmente al Metropolitan Museum of Art di New York.
Nata il 3 febbraio 1874 alle ore 8 in un sobborgo (annesso a Pittsburgh nel 1907) di Allegheny
(Pennsylvania) da Daniel Stein e Amelia Keyser, da una famiglia tedesca di origine ebraica ebbe tre
fratelli (Michael, Simon e Leo) ed una sorella (Bertha), tutti maggiori.
All'età di tre anni si trasferisce con la famiglia prima a Vienna e poi a Parigi. Due anni dopo la famiglia fa
ritorno in USA e si trasferiscono ad Oakland in California dove Getrude inizia gli studi. Nel 1893 si
trasferisce con il fratello Leo a Cambridge (USA) dove studia biologia e filosofia al Radcliffe
College (la versione femminile della più famosa Harvard University) laureandosi nel 1897. Fecero
seguito due anni al Johns Hopkins Medical School (Baltimora) dove studiò psicologia e medicina
(esperienza negativa per Gertrude che comunque le servì come base per il racconto Melanctha).Nel
1902 si trasferì in Francia, che era allora al culmine del momento di creatività artistica, a
Montparnasse. Dal 1903 al 1912 la Stein visse a Parigi assieme a suo fratello Leo, che divenne un
raffinato critico d'arte. Per l'intera vita, la Stein non ebbe preoccupazioni finanziarie, vivendo di un
vitalizio garantito dall'azienda del fratello Michael.
Stein incontrò la compagna della sua vita, Alice B. Toklas nel settembre 1907, in compagnia di Harriet
Levy. Gertude e Alice s'innamorarono, e la loro relazione (nonostante momenti difficili, specie a
causa dei numerosi tradimenti con altre donne da parte di Gertude) durò per tutto il resto della loro
vita, fino alla morte della Stein.
Alice andò a vivere con Leo e Gertrude nel 1909, fornendo un sostegno importante al lavoro della Stein,
della quale diventò ufficialmente la dattilografa, ma di fatto la manager e il nume tutelare. Fu un
rapporto di co-dipendenza, reso possibile da un amore intensissimo, apparentemente modellato sul
rapporto butch-femme, in cui la Stein era l'elemento dominante, ma nel quale la Toklas (che amava
ostentare il ruolo di "moglie" femminile e dominata, al punto da aver voluto essere sepolta sì assieme
alla Stein, ma con il nome scritto sul retro della lapide) giocava il ruolo dell'"eminenza grigia".
D'altro canto, a ulteriore simbolo del rapporto di co-dipendenza della coppia, non si può non
osservare come l'opera della Stein più nota al grande pubblico sia la Autobiografia di Alice Toklas,
che fu scritta da lei e non da Toklas.
Leo e Gertrude Stein misero insieme una delle prime collezioni di arte cubista, includendo tele di artisti
come Pablo Picasso, Henri Matisse, André Derain. Letteralmente tappezzato di quadri
dell'avanguardia, lo studio condiviso da fratello e sorella in rue de Flueurus 27 a Parigi ospitò
scrittori come Ezra Pound, Ernest Hemingway e di artisti come Thornton Wilder, Sherwood
Anderson e Georges Braque. Per alcuni degli scrittori americani lontani dalla propria terra che ebbe
modo di ospitare coniò il termine Lost Generation (generazione perduta).
Entrata all'ospedale americano di Neuilly-sur-Seine il 19 luglio 1946 per essere operata allo stomaco per
un cancro, morì il 27 luglio. Riposa poco distante nel cimitero di Père Lachaise.
Alice B. Toklas
Alice B. Toklas (30 aprile 1877 – 7 marzo 1967) è stata la compagna di vita della scrittrice statunitense
Gertrude Stein, e scrittrice a sua volta.
Nata Alice Babette Toklas a San Francisco (California), da una famiglia ebraica della classe media,
frequentò le scuole a San Francisco e a Seattle. Per un breve periodo inoltre, studiò musica
all'Università di Washington. L'incontro con la Stein avvenne a Parigi nel 1907, nel giorno in cui
Alice Toklas arrivò in città. Assieme gestirono un salone che attrasse scrittori statunitensi espatriati
quali Ernest Hemingway, Thornton Wilder e Sherwood Anderson, e pittori d'avanguardia tra cui
Picasso, Matisse e Braque.Nel ruolo di confidente, amante, cuoca, segretaria, musa, editrice critica e
organizzatrice della Stein, Alice Toklas rimase una figura sullo sfondo fin quando Gertrude Stein
pubblicò le sue memorie nel 1933, sotto il titolo di Autobiografia di Alice Toklas. Ironicamente,
divenne il libro più venduto della Stein. Fino alla morte di quest'ultima, avvenuta nel 1946, le due
donne vissero assieme.
Dopo la morte di Gertrude Stein, Alice Toklas scrisse e pubblicò le sue memorie, un libro del 1954 che
mischiava ricordi e ricette, con il titolo Il libro di cucina di Alice Toklas. La più famosa delle ricette
contenute (in realtà fornita dall'amico Brion Gysin) era chiamata "Hashisch Fudge", una mistura di
frutta, noci, spezie e "canibus sativa". per questo motivo il suo nome venne prestato a quell'insieme
di miscugli di cannabis chiamati "Alice B. Toklas brownies". Il ricettario non è ancora uscito dalla
produzione fin da quando venne pubblicato per la prima volta. un secondo libro di cucina seguì nel
1958, intitolato "Aromas and Flavors of Past and Present", comunque la Toklas non lo approvò,
essendo stato modificato pesantemente da Poppy Cannon, un redattore della rivista House Beautiful.
Alice Toklas scrisse inoltre articoli per diverse riviste e giornali, tra cui The New Republic e il New
York Times.Nel 1963 pubblicò la sua autobiografia, What Is Remembered, che termina
improvvisamente con la morte della Stein.
I suoi ultimi anni furono molto difficili a causa della cattiva salute e di problemi economici, che vennero
aggravati dal fatto che gli eredi di Getrude Stein le portarono via i dipinti che questa le aveva
lasciato. Alice Toklas si convertì al cattolicesimo e chiese ad un sacerdote di assisterla al momento
della morte, in cui avrebbe incontrato Gertrude in paradiso. Alice Toklas morì all'età di 89 anni ed è
sepolta a Parigi nel cimitero Père Lachaise.
Bertha Pappenheim
Bertha Pappenheim (Vienna, 27 febbraio 1859 – Neu-Isenburg, 28 maggio 1936) è stata una scrittrice e
giornalista austriaca. Fu inoltre promotrice dell'associazionismo femminile in Germania già all'inizio
del 1900 ed è ritenuta un'antesignana del movimento femminista.
Più nota come Anna O., fu la celebre paziente di Josef Breuer trattata mediante ipnosi per diversi
sintomi dell'isteria finché del caso non si interessò Freud e da tale interesse derivò un importante
stimolo per la nascente psicoanalisi. Divenne quindi celebre per essere stata la prima persona ad
essere trattata per l'isteria con la tecnica della talking cure e l’uso del lettino, che divenne poi il
simbolo della stessa psicoanalisi, ma non si può sapere cosa ne pensasse in quanto avrebbe distrutto
tutti i documenti riguardanti la sua infanzia e i suoi disturbi giovanili.
Dora Edinger [1], la sua biografa, scrisse che dopo la guarigione "Berta Pappenheim non parlava mai
di questo periodo della sua vita e si opponeva con veemenza a ogni proposta di cura psicoanalitica
per le persone di cui era responsabile, con grande sorpresa di quanti lavoravano con lei.".
Anna O. dedicò la propria vita al miglioramento della posizione sociale ed economica delle donne e dei
bambini ebrei in Germania ottenendo sostegni nazionali ed internazionali per la causa delle donne
ebree.
Nacque terza di quattro figli in una famiglia benestante, ebrea ortodossa, si confrontò molto precocemente
coi privilegi riconosciuti al fratello più giovane del quale fu acerrima rivale e arrivò a detestare la
condizione che la costringeva ad essere solo una ragazza [2], ritenendo che il suo intelletto fosse
soffocato dalle attese della famiglia e dalla tradizione che la destinava al ruolo di moglie e madre.
Perciò pretese di studiare e si laureò in una università cattolica con ottimi risultati in francese,
italiano ed inglese, impegnandosi occasionalmente, già in quel tempo, in opere di solidarietà preludio
al suo successivo occuparsi delle donne delle classi più trascurate in iniziative di giustizia sociale.
Poco dopo la morte del padre, alla cui assistenza si dovette dedicare per un lungo periodo a causa
della grave malattia, iniziò a manifestare sintomi invalidanti, diagnosticati come isterici, in virtù dei
quali divenne nota come Anna O.
Per parecchi anni, anche dopo la conclusione del trattamento di Josef Breuer, soffrì di ricadute gravi che
causarono occasionali ricoveri; ciò fino al 1889 e al suo trasferimento a Francoforte dove, con l'aiuto
di benefattori, iniziò a coltivare assiduamente il suo interesse per la giustizia sociale e nel 1890, con
un libro scritto sotto lo pseudonimo di Paul Berthold dal titolo “In the Second Hand Shop”, una
raccolta di brevi narrazioni, delineò la condizione dei bambini e dei poveri.
Più tardi si lasciò attrarre dai lavori di Helen Lange nella sfera culturare e politica del femminismo
tedesco e cercò di integrare tale nuova passione con le sue preoccupazioni per giustizia sociale e la
propria identità di donna ebrea.
In tale contesto si colloca un suo lavoro del 1899, “I diritti delle donne” e la decisione di pubblicare in
tedesco il testo di Mary Wollstonecraft “A Vindication of the Rights of Women”. Dopo un periodo di
volontariato in un orfanotrofio di Francoforte, come cuoca, amministratrice della scuola materna e
infine direttrice, pubblica nel 1910 due testi sulle modeste occasioni educative e l’indigenza delle
ragazze ebree: “Il problema ebreo in Galizia„ e “Sullo stato della popolazione ebrea in Galizia„.
Nel 1902 fondò la “Weibliche Fuersorge” (Assistenza alla società delle donne), una lega destinata
all’inserimento degli orfani in nuove famiglie, all’istruzione delle madri nella cura dei bambini e a
fornire consigli e possibilità d'impiego professionali per le donne. Come rappresentante di tale lega
viaggiò in Medio Oriente, Europa ed in Russia interessandosi alla prostituzione e alla tratta della
bianche e allora - raccogliendo il materiale poi divulgato nella più nota tra le sue pubblicazioni,
“Sisyphus Work” (Fatica di Sisifo) - avvertì l'esigenza di una grande organizzazione dedita a
iniziative sociali ed ai problemi delle donne ebree, che fosse indipendente e rivale dalle paragonabili
istituzioni ebraiche istituite in funzione maschile.
Con altri attivisti, nel 1904 fondò il Juedischer Frauenbund (lega delle donne ebraiche), di cui rimase
presidente per vent'anni, un sodalizio che tra l’altro, conduceva la campagna contro la tratta delle
bianche, particolarmente in Europa Orientale, contribuendo all’incremento delle tutele legali per le
donne. Bertha Pappenheim definì “sisyphean„ questa fase del suo lavoro, una fatica di Sisifo, in
quanto spesso i progressi nella consapevolezza delle donne ebree sollevavano forti resistenze nelle
stesse Comunità ebraiche che negavano l’esistenza di simili problemi nella loro popolazione. Ella più
avanti dimostrò ironicamente come il nazismo usasse i suoi testi sulla tratta delle bianche tra gli ebrei
come propaganda antisemitica.
Il Frauenbund ebbe inoltre la funzione di stabilire l'uguaglianza tra le donne e gli uomini in secolari
questioni della Comunità: fu Bertha Pappenheim a promuovere l’accesso delle donne all’ambito
altamente selezionato del Gemeinde, la Comunità ebrea tedesca.
Un obiettivo del Frauenbund fu la formazione finalizzata alla carriera, promossa quale percorso di
indipendenza finanziaria e di realizzazione personale per le donne, malgrado le difficoltà causta dalle
condizioni e dai ruoli tradizionali, quali il governo della casa, la professione d'infermiera ed il lavoro
sociale; in tale progetto Bertha Pappenheim si accertava comunque che la cultura delle tradizioni
ebraiche, specie riguardo al rispetto dei ruoli nella famiglia e delle ricorrenze, restasse centrale nella
formazione femminile.
Oltre che la compilazione e la pubblicazione dei periodici del Frauenbund, nel 1910 tradusse in tedesco
moderno le memorie di Gluekl von Hameln, suo parente lontano. Nel 1913, pubblicò un gioco, “I
momenti tragici„ e nel 1916 numerosi brevi racconti sulla condizione delle donne nel Giudaismo,
nell’anti-Semitismo e nell’assimilationismo. Ella criticava con severità il Sionismo nei suoi scritti,
ritenendo che dividesse le famiglie e trascurasse quanto riguardava le donne.
Dopo avere lasciato la presidenza del Frauenbund, durante un periodo di salute precaria , Bertha
Pappenheim tradusse testi ebraici come il Ma-àseh Buch (Il libro dei fatti, una collezione di narrativa
ebraica tradizionale), il Ze'enah u-Re'enah (Traduzioni e interpetazioni della bibbia per le donne
risalente al sedicesimo secolo), il Pentateuco e le Haftarot (Commenti per il sabato tratti dai Profeti).
Negli ultimi anni della sua vita si espresse patriotticamente contro l’emigrazione degli ebrei dalla
Germania, malgrado l’incombere delle leggi anti-ebraiche.
Morì il 28 maggio 1936, a Neu-Isenburg, poco dopo un interrogatorio della Gestapo seguito a un’accusa
di antinazismo fattale da un conoscente.
La sua morte fu commemorata con un modesto funerale il cui necrologio si concludeva così: “Nel 1904,
fondò il Juedischer Frauenbund, la cui importanza ancora non è stata compresa. Gli ebrei del
mondo intero - uomini e donne - devono ringraziarla per questo successo sociale. Ma si rifiutano.
Che peccato!„
Donne e arte
Gli ultimi anni del secolo XIX sono dominati dal movimento simbolista, che si esprime però con
modalità molto diverse da un autore all'altro. Anche il corpo femminile - molto spesso
raffigurato nudo - assume un forte valore simbolico, per esprimere significati molto vari: Paul
Gauguin (1848-1903) identifica nei nudi delle donne polinesiane l'innocente felicità di una
natura libera e incontaminata dalla civiltà; ma altri, come Gustave Moreau (1826-1910),
Aubrey Beardsley (1872-1898) o Gustav Klimt (1862-1918), scelgono come soggetto di
raffigurazione la "Salomé" (la principessa giudaica che ballò per compiacere ed eccitare il re
Erode, amante di sua madre Erodiade, e chiese come compenso della propria danza la
testa di Giovanni Battista), e riprendono l'interpretazione, tipica del decadentismo
estetizzante, della donna come inquietante trappola sensuale, bella e irrazionale, miscela di
amore e morte. Nel viso e nel corpo femminile sembra spesso essere raffigurato il senso di
precarietà e di decadenza avvertita dagli artisti: le ballerine o le prostitute di Henri ToulouseLautrec (1864-1901) esprimono un'allegria sforzata; i visi un po' androgini e indistinti di
Edvard Munch (1865-1944) comunicano sofferenza e terrore; Egon Schiele (1880-1918) e
Oskar Kokoschka (1886-1980) traducono nei corpi straziati e febbrili l'angoscia di un'epoca.
Anche la scomposizione dei volti e dei corpi soprattutto femminili operata da Pablo Picasso
(1881-1973) nella sua fase cubista e surrealista crea effetti di grande espressività, dolente e
intensa.
Donne e filosofia
Uno degli spunti di riflessione più interessanti e peculiari degli ultimi decenni è legato al cosiddetto "pensiero
della differenza". Esso afferma che la filosofia, e la cultura in generale, hanno sempre parlato in nome di un
essere umano neutro, senza tenere mai conto della specificità di genere uomo-donna (che ha trovato
spazio solo nel mito, nella letteratura o nella psicoanalisi). Così facendo, la riflessione filosofica ha in realtà
innalzato a unico vero modello di umanità l'uomo maschio, considerando la donna una sorta di incidente,
appunto di "uomo mancato". A porre con forza questa obiezione fu dapprima la filosofa marxista ed
esistenzialista Simone de Beauvoir (1908-86), nel libro Il secondo sesso (1949): se l'uomo è modello
dell'umano, la donna non può che considerarsene una brutta copia, impossibilitata per definizione a
raggiungere quelle virtù che contraddistinguono il modello maschile. Ma poiché "donna non si nasce, lo si
diventa", a seguito di condizionamenti psicologici, sociali ed economici, occorre che le donne si impegnino
a prescindere dal dato corporeo per progettare autonomamente la propria identità. In Maschio e femmina
(1949), l'antropologa statunitense Margaret Mead (1901-79) proponeva una visione diversa della differenza:
essere donna non è un difetto da superare, ma una potenzialità, una risorsa da sfruttare a favore degli
individui e della società. Il cosiddetto "femminismo culturale" americano ha individuato una specificità dello
sguardo femminile sul mondo e l'ha giustificato con le caratteristiche proprie del corpo della donna (la
capacità di generare la vita, un rapporto più intenso con la natura e la sessualità, il pacifismo ecc.). Queste
riflessioni sono state riprese dalla psicoanalista e filosofa francese Luce Irigaray (1930) e dal gruppo di
filosofe veronesi Diotima che, assegnando centralità alla potenza generatrice del corpo materno,
riformulano una interpretazione della storia della filosofia che dia voce al pensiero delle donne. In sostanza,
la riflessione femminista ha imboccato due strade: la prima (più lontana storicamente) è quella di chi
rivendica l'uguaglianza di diritti delle donne rispetto agli uomini e si batte quindi soprattutto per la parità
giuridica; la seconda è quella di chi sottolinea invece la differenza delle donne rispetto agli uomini e
propone, al limite, l'esigenza di rifondare la società (creata sul modello e sulle esigenze dei maschi) in
chiave femminile. Questo discorso sulla differenza non è però unitario.
Alla posizione più radicale della Irigaray e del gruppo Diotima si affiancano altre interpretazioni:
c'è chi, come la filosofa e semiologa franco-bulgara Julia Kristeva (1941), afferma che è
impossibile definire le caratteristiche del genere femminile perché ogni tentativo di
definizione si dissolve nelle migliaia di differenze individuali: non c'è "la donna", ci sono le
donne. C'è anche chi obietta che le differenze tra maschile e femminile non dipendono tanto
dalla realtà biologica, quanto dall'esperienza storica e sociale. In tal senso, si inscrive anche
la consuetudine attestata grammaticalmente di un uso orientato al maschile della lingua,
che oltre a strumento di comunicazione è primarimanete strumento di identità piscologica e
culturale: è recente (1986) l'attenzione posta al problema del "sessismo" insito nella prassi
linguistica.
Simone Weil
Simone Weil (Parigi, 3 febbraio 1909 – Ashford, 24 agosto 1943) è stata una mistica e filosofa francese,
sorella del matematico André Weil. Simone Weil, nata a Parigi nel 1909, allieva di Alain, fu
insegnante di liceo, militante sindacale, attivista politica di sinistra, libertaria, cristiana anarchica,
operaia di fabbrica, miliziana nella guerra di Spagna contro i fascisti di Francisco Franco, lavoratrice
agricola, poi esule in America, infine a Londra impegnata a lavorare per la Resistenza. Dopo aver
trascorso una vita di generosità, abnegazione, sofferenze, morì in Inghilterra nel 1943. Una
descrizione meramente esterna non rende però conto della vita interiore della Weil ed in particolare
della svolta, o radicalizzazione ulteriore, seguita alle prime esperienze mistiche del 1938. Ha scritto
di lei Susan Sontag: "Nessuno che ami la vita vorrebbe imitare la sua dedizione al martirio o se
l'augurerebbe per i propri figli o per qualunque altra persona cara. Tuttavia, Simone Weil ci
commuove, ci dà nutrimento".
Per l'esemplare specularità tra pensiero e vita, e l'impossibilità o non volontà di pubblicare un contributo
che rappresentasse in sintesi il proprio articolato pensiero, risulta difficile un'esposizione sintetica
della riflessione weiliana. Un altro aspetto critico che ha per lungo tempo viziato l'interpretazione
della filosofa è da individuare nella scissione solo apparentemente inspiegabile, o irrazionale, tra la
precedente fase di impegno militante di ispirazione comunista-sindacalista e la fase religiosa, mistica.
Una svolta importante avviene allorché editorialmente si è proceduto alla pubblicazione integrale e
rispettosa del materiale scritto dalla Weil, secondo criteri filologici e non arbitrarii. In particolar
modo si sono mostrati assai preziosi gli scritti giovanili, scolastici, assai decisivi per rilevare la
profonda continuità del suo pensiero e le problematiche costanti che portano Simone a un percorso
tanto travagliato quanto sviluppato filosoficamente.
Simone Weil fu allieva di Emile Chartier, più noto come Alain e da lui eredita un'impostazione e una serie
di questioni aperte che risalgono alla tradizione spiritualista laica e radicale della filosofia francese,
tra la seconda metà dell'Ottocento e la prima metà del Novecento. Gioca un ruolo importante in
questo contesto la ricezione del kantismo tradotto coi concetti di Maine de Biran, quindi l'importanza
dell'esperienza volontaristica dell'"effort" (lo sforzo) come fondazione autonoma dello spirito e
decisione sul valore della conoscenza.
Già solo questa tematica, la fondazione dei valori (l'armonia tra sensazioni e concetti e quindi i valori del
bello, del vero e del bene), rappresenta un tratto di forte continuità nel pensiero di Simone Weil,
preponderante tanto nei primissi scritti come Le Beau et le Bien quanto negli ultimi Cahiers. Un altro
problema decisivo che la Weil affronta fin da subito (ancora di matrice kantiana) riguarda una
questione gnoseologica e semiotica. Abbiamo di fronte soltanto cose individuali e concrete eppure
per conoscere usiamo termini universali e astratti, come si concilia la dicotomia? Ad esergere è una
soluzione accostabile alla spinoziana conoscenza di terzo genere, ciò che con linguaggio hegeliano si
potrebbe definire anche come universale concreto. Tenere a mente questa problematica consente una
maggiore comprensione della svolta religiosa e cristiana della Weil. Se dapprima infatti a mediare tra
concetti e cose, tra spirito e materia è la volontà coraggiosa e generosa dell'uomo (così come le aveva
insegnato Alain), la crisi che attraversa nella sua esperienza di fabbrica, crisi e sfiducia nei confronti
dell'umanesimo antropocentrico laico, la porta a una soluzione teologica e cristocentrica, di
rivalutazione dell'esperienza del sacrificio cristiano e di tutta la simbologia religiosa come
mediazione tra l'ordine materiale e quello spirituale e ponte per il soprannaturale, misura senza la
quale il mondo sarebbe condananto all'irrazionale della forza, al male.
Hannah Arendt
Hannah Arendt (Hannover, 14 ottobre 1906 – New York, 4 dicembre 1975) è stata una politica e filosofa
tedesca. Emigrata negli Stati uniti d'America da cui ottenne anche la cittadinanza, rifiutò comunque
di essere categorizzata come filosofa.
Nata da una famiglia ebrea ad Hannover e cresciuta a Königsberg prima (città natale del suo ammirato
precursore Immanuel Kant) e Berlino poi, la Arendt fu studentessa di filosofia presso Martin
Heidegger, all'università di Marburg. Ebbe una relazione sentimentale con quest'ultimo, rapporto che
non le impedì poi di criticarne le simpatie naziste. Dopo aver chiuso questa relazione, la Arendt si
trasferì a Heidelberg dove si laureò su una tesi sul concetto d'amore di sant'Agostino, sotto la tutela
del filosofo (ex psicologo) Karl Jaspers.
La tesi fu pubblicata nel 1929, ma alla Arendt fu negata la possibilità di venire abilitata all'insegnamento
nelle università tedesche (mediante la possibilità di scrivere una seconda tesi) nel 1933, per via delle
sue origini ebraiche. Dopodiché lasciò la Germania per Parigi, dove conobbe il critico letterario
marxista Walter Benjamin. Durante la sua permanenza in Francia la Arendt si prodigò per aiutare gli
esuli ebrei della Germania nazista. Ad ogni modo, dopo l'invasione tedesca (e conseguente
occupazione) della Francia durante la seconda guerra mondiale, e la seguente deportazione degli
ebrei verso i campi di concentramento tedeschi, Hannah Arendt dovette emigrare anche da qui. Nel
1940 sposò il poeta e filosofo tedesco Heinrich Blücher, con cui emigrò (assieme a sua madre) per gli
Stati Uniti, con l'aiuto del giornalista americano Varian Fry. Dopodiché divenne attivista nella
comunità ebrea tedesca di New York, e scrisse per il settimanale Aufbau.
Dopo la seconda guerra mondiale si riconciliò con Heidegger e testimoniò in suo favore durante un
processo in cui lo si accusava di aver favorito il regime nazista. Alla sua morte nel 1975, Hannah
Arendt fu seppellita al Bard College, in Annandale sullo Hudson, New York, dove suo marito insegnò
per molti anni.
I lavori della Arendt riguardarono la natura del potere, la politica, l'autorità e il totalitarismo. Nel suo
resoconto del processo ad Eichmann per il New Yorker, che divenne poi il libro “La banalità del male
– Eichmann a Gerusalemme” (1963), ha sollevato la questione che il male possa non essere radicale
ma semplicemente originato dalla banalità e dalla propensione del popolo a non correre rischi sotto il
regime nazista, atteggiamento che evitò ogni ribellione. Scrisse anche Le origini del totalitarismo
(1951), in cui tracciò le radici dello stalinismo e del nazismo, e le loro connessioni con
l'antisemitismo. Questo libro fu al centro di molte controversie, poiché comparava due sistemi che
alla maggior parte degli studiosi europei - e anche molti americani - sembravano diametralmente
opposti. Ma l'opera che delinea in maniera esemplare la sua teoria politica venne pubblicata nel 1958
con il titolo Vita Activa. La Condizione umana in cui la Arendt intende recuperare tutta la portata del
politico nella dimensione dell'uomo nel tentativo di restituire "una teoria libertaria dell'azione
nell'epoca del conformismo sociale", come rileva Alessandro Dal Lago nella sua Introduzione per
l'edizione italiana.
Luce Irigaray
Luce Irigaray è una filosofa e una psicoanalista, che ha fatto parte dell’École Freudienne de Paris aperta
da Jacques Lacan. Come per la maggior parte delle pensatrici francesi di questi anni il legame con il
movimento delle donne è stato un punto vitale di svolta nel percorso di Luce Irigaray. In particolare
Irigaray era in contatto con Antoinette Fouque, la donna che ha guidato uno dei gruppi più importanti
del movimento delle donne francesi: “Politique et psychanalyse”.
Vicina al movimento delle donne, anche se non direttamente coinvolta in esso, Irigaray ripensa al legame
senza parole delle donne tra loro e con la madre.
Il frutto di questa sua riflessione è la tesi di dottorato, pubblicata con il titolo Speculum. L’altra donna
nel 1974. La partecipazione alla scuola Lacaniana doveva essersi fatta ad un certo punto burrascosa,
dato che non riuscì ad ottenere dalla sua scuola l’appoggio per i finanziamenti che dovevano servire a
pubblicare Speculum. Con Speculum si matura cosi la rottura tra Irigaray e Lacan riguardo alla loro
collaborazione all’interno della scuola. Lacan aveva sostenuto che una bambina o un bambino
divengono dei soggetti veri e propri quando entrano nel circuito di una rete di significati sociali, che
danno loro una posizione precisa in rapporto agli altri. Questa posizione, secondo Lacan, è garantita
dalla figura paterna. E’ la figura paterna che simbolicamente fa sì che si sciolga quel rapporto di
fusione amorosa con la madre, che altrimenti i bambini manterrebbero, rimanendo al di qua delle
regole sociali. E’ solo con questo passaggio che le bambine e i bambini divengono degli individui
nella società, uscendo dallo stato d’infanzia. Lacan, seguendo Freud, aveva dato il nome di
“superamento del complesso di Edipo” al divenire individui andando oltre il legame amoroso con la
madre.Ciò che è stato posto sotto accusa da parte di molte donne è che Freud e Lacan insistessero
sulla figura del padre, come quella che simbolicamente poteva garantire il divenire un individuo
sociale delle bambine e dei bambini. Probabilmente pensavano entrambi al patriarcato come alla
struttura sociale che permette di divenire pienamente individui.
Nel suo testo del 1966, Comunicazione linguistica e speculare, Irigaray non critica direttamente
quest’idea, ma con più semplicità pensa a una strada obbligata e appartenente a tutti per divenire
individui a pieno titolo che non sia quella garantita dal padre e si sottragga così ad ogni forma di
patriarcato.
Speculum è il testo nel quale la critica di Irigaray alla filosofia classica maschile e alla psicoanalisi di
Freud e di Lacan si fa ironica e dura.
Seguiamo il procedere di Irigaray sulla via ironica del leggere nel grande libro della cultura maschile le
figure simboliche che parlano della donna. Una figura sulla quale lei si ferma è proprio quella
dell’isterica.
Quando si ragiona sulla condizione femminile, di solito abbiamo presente lo stato di confusione che
l’essere trapiantata nelle genealogie maschili fa nascere in una donna fra il suo essere corpo e il suo
essere parola. Ossia, quello stato noto come isteria femminile, femminile quasi per definizione.
Donne e Cinema: il Divismo
In Italia verso la metà degli anni Dieci con il divismo cinematografico dell’interprete femminile prende vita un fenomeno
spettacolare di vaste proporzioni. Vi trasmigrano i modelli legati alla tradizione ottocentesca dei grandi attori teatrali:
la volontà autoriale e l’impegno profuso nel forgiare l’immagine divistica accomunano le attrici del cinematografo
alle più acclamate interpreti di prosa del secondo Ottocento, capocomiche di fama internazionale come Adelaide
Ristori ed Eleonora Duse.
La diva cinematografica italiana si inserisce consapevolmente in questo solco, perseguendo in molti casi il modello
dell’impresariato artistico già presente nel teatro di prosa: Lyda Borelli a teatro fu capocomica, Francesca Bertini e
Diana Karenne dettero il proprio nome a case di produzione, divennero cioè un marchio di fabbrica, la stessa Eleonora
Duse partecipò all’impresa produttiva del suo unico film.
La diva delinea l’esistenza di una nuova figura di donna: è una bellezza particolarmente fotogenica lautamente remunerata
dalla nascente industria cinematografica per le sue performance spettacolari.
Il legame del divismo italiano con i temi dell’emancipazione femminile del periodo è testimoniato dalle amicizie che le
attrici vantano in ambito intellettuale (Lyda Borelli e Amalia Guglielminetti, Francesca Bertini e Matilde Serao,
Eleonora Duse e Grazia Deledda). Nel 1908, durante il Primo Congresso delle Donne Italiane è fra i punti dell’ordine
del giorno il riconoscimento della morale unica fra i due sessi, la riforma della patria potestà, il riordino giuridico in
materia di adulterio che per le donne è punibile con il carcere mentre per l’uomo solo il concubinato è reato. Il 17
luglio 1919 viene abolito l’istituto dell’autorizzazione maritale che apre l’accesso delle donne alle professioni liberali.
Le dive sono spesso, sullo schermo, delle adultere, affrontano l’uomo ingaggiando serrati corpo a corpo, sfidano il
maschio con il loro fascino irresistibile e dettano legge in materia d’amore: così si propongono al pubblico femminile
come modello di un’emancipazione che investe soprattutto la sfera dei comportamenti privati mentre gli uomini
restano soggiogati dalla loro seduzione disinibita.
Francesca Bertini, Lyda Borelli, Pina Menichelli e Diana Karenne sono le dive più rappresentative in un panorama
assai più vasto che comprendeva, fra le più note, almeno Leda Gys, Maria Jacobini, Hesperia e Italia Almirante
Manzini ma anche altre che, magari per poche interpretazioni di successo, s’impressero nella memoria del pubblico e
ne conquistarono l’ammirazione.
Lyda Borelli
Lyda Borelli (Genova, 22 marzo 1884 – Roma, 2 giugno 1959) è stata un'attrice teatrale, attrice
cinematografica e diva del cinema muto italiana.
La carriera artistica Nata nel quartiere di Rivarolo in una famiglia di artisti (il padre Napoleone e la sorella
Alda erano attori), Lyda Borelli cominciò la sua carriera in teatro, dove debuttò nel 1902. Nel 1904 fece parte
della compagnia di Virgilio Talli con Emma Gramatica e recitò nella prima rappresentazione de La figlia di
Iorio di Gabriele D'Annunzio, nel ruolo di Splendore. In breve tempo diventò una delle prime donne più
apprezzate e celebri del teatro italiano, considerata l'erede della grande Eleonora Duse, accanto alla quale
recitò nel 1905.
Nel 1913, mentre era alla compagnia Piperno-Borelli-Gandusio, partecipò al suo primo film, Ma l'amore mio
non muore diretto da Mario Caserini. La pellicola ebbe un grandissimo successo, e Lyda Borelli diventò subito
una divina amata e ammirata dal pubblico. Nacquero neologismi come "borellismo" e "borelleggiare" per
descrivere il fenomeno di imitazione che aveva scatenato nel pubblico femminile. La sua fama era eguagliata
solo dall'altra divina Francesca Bertini.
Lyda Borelli era un'attrice capace di grande espressività fisica, dalla gestualità ampia ed enfatica, che
incontrava perfettamente i gusti della critica e degli spettatori dell'epoca. In assenza del sonoro, che in Italia
arrivò verso la fine degli anni Venti, nei film anche l'espressione di sensazioni e sentimenti poteva avvenire
solo attraverso i gesti del corpo. Antonio Gramsci sull'Avanti scrisse di lei: "La Borelli è l'artista per
eccellenza del film in cui la lingua è il corpo umano nella sua plasticità sempre rinnovantesi".
La carriera cinematografica di Lyda Borelli fu intensa ma molto breve. Durò appena cinque anni, in cui girò
13 film. Tra i suoi più grandi successi, Fior di male, Rapsodia satanica con le musiche di Pietro Mascagni e
Malombra. Nel 1918 lasciò il cinema in seguito al matrimonio con il Conte Vittorio Cini.
A Bologna è stata intitolata a lei la "Casa di riposo per artisti drammatici" che si trova in Via Saragozza, nei
pressi dell'Arco del Meloncello.
Elvira Coda Notari
Elvira Coda Notari (Salerno 1875 - Cava de' Tirreni 1946), fu una delle prime donne regista della storia
del cinema e la prima in Italia.
Trasferitasi a Napoli, nel 1902 vi sposò il fotografo Nicola Notari e insieme fondarono la casa di
produzione cinematografica Film Dora producendo, con tecnica pionieristica (i fotogrammi venivano
colorati a mano singolarmente) documentari di attualità e cortometraggi. Più tardi la casa, col nuovo
nome di Dora Film, produsse anche film spesso tratti da romanzi popolari della tradizione
meridionale diventando una delle più importanti case di produzione del cinema italiano dell'epoca.
Elvira esercitò l'attività di regista con precisione e rigore, scegliendo come set privilegiato delle sue storie
la Napoli popolare e impegnando nella recitazione familiari e amici (e qualche volta anche lei stessa),
dando vita a personaggi tipici napoletani di indimenticabile impatto emotivo. Elvira Notari aprì una
Scuola di arte cinematografica dove insegnava una recitazione lineare, senza eccessi in rapporto al
gusto dell'epoca, e un metodo di esprimere le emozioni basato, modernamente, sulla dimensione
psicologica.
La Dora Film ebbe una sede anche a New York dove i film erano molto seguiti dalla popolazione di
origine italiana. Chiuse le sue attività nel 1930. Elvira si ritirò a Cava de' Tirreni, dove morì nel 1946.
Aveva diretto circa 60 film, di cui scriveva anche i soggetti, spesso ispirati a canzoni napoletane o a fatti
tragici, e realizzati facendo appello ai sentimenti e alle emozioni in modo tanto convincente che
divenne proverbiale l'episodio di uno spettatore che sparò alcuni colpi di pistola sullo schermo, per
uccidere il ‘cattivo’. Il mondo ritratto nei suoi film era quello dei "bassi", dei pescatori, dei guappi,
degli scugnizzi, un mondo di forte disagio sociale sulle cui ingiustizie e drammi finiva sempre col
trionfare l'amore.
Il successo commerciale dei suoi film fu enorme. Un esempio: il film 'Nfama al Vittoria di Napoli ebbe
una tenitura di 32 giorni con circa 6.000 presenze.
Nell’Italia Risorgimentale:
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Idee illuminate:
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"In tutto quello che non dipende dal sesso, la
donna è uomo (…) In tutto quello che dipende
dal sesso, la donna e l’uomo hanno
dappertutto dei rapporti e dappertutto delle
differenze: la difficoltà di confrontarli viene
da quella di determinare, nella costituzione
dell’una e dell’altra, ciò che è inerente al
sesso e ciò che non lo è".
Da "Emilio" di Jean-Jacques Rousseau.
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Gioberti: "La donna, insomma, è in un certo
modo verso l’uomo ciò che è il vegetale verso
l’animale, o la pianta parassita verso quella
che si regge e si sostentata da sé".
Rosmini: "Compete al marito, secondo la
convenienza della natura, essere capo e
signore; compete alla moglie, e sta bene,
essere quasi un’accessione, un compimento
del marito, tutta consacrata a lui e dal suo
nome dominata".
Filangieri: “spetta alla donna
l’amministrazione della famiglia e della
prole, mentre le funzioni civili spettano
all’uomo”.