Donne in movimento
La storia di ogni tempo, e di oggi in particolare,
insegna che ...le donne verranno dimenticate
se si dimenticano di pensare a loro stesse.
Louise Otto-Petein (1849)
a cura della studentessa Amelia Rodofili
Donne in movimento
Sibilla Aleramo e “Una donna”
Simone De Beauvoir e “il secondo sesso”
Eros guerra e poesia
Frida surrealista o Frida realista ?
Donne partigiane
Donne in movimento
Sibilla Aleramo e “Una donna”
“Io ho dinanzi a me il futuro, anche se voi non lo credete”
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Donne in movimento
Sibilla Aleramo e “Una donna”
Sibilla Aleramo, in una prosa del 1911, “Apologia dello spirito
femminista”1 , scrive: “Il femminismo, movimento sociale, è stato
una breve avventura, eroica all’inizio, grottesca sul finire,
un’avventura di adolescenti, inevitabile ed ormai superata”.
L’istanza femminista si è ora riversata sul lato letterario e spirituale, sulla
rivendicazione della “diversità …” femminile e della necessità … della
“libera estrinsecazione dell’energia femminile”. Negli anni del suo
apprendistato, Sibilla è attiva nel movimento per l’emancipazione della
donna, collaborando a riviste e a giornali, e partecipando alle campagne
più significative, come quelle per il voto alle donne e per la pace, contro
l’alcolismo, la prostituzione, la tratta delle bianche. Accoglie l’offerta di
dirigere “L’Italia femminile”, un settimanale fondato dalla socialista Emilia
Mariani, al quale imprime un carattere più politico e d’attualità. Intensifica
il suo impegno, dalla creazione delle scuole nell’Agro romano, alla
partecipazione al Comitato per promuovere l’istruzione nel Mezzogiorno.
E’ presente al I congresso femminile nazionale indetto dal Consiglio
nazionale delle donne italiane.
[1] S.
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Aleramo “Andando e stando”.
Donne in movimento
Sibilla Aleramo e “Una donna”
Nel 1906 viene pubblicato per la prima volta, il romanzo “Una donna”,
dove è ancora evidente una cultura intrica d’ideologie socialiste,
umanitarie e soprattutto femministe. Si tratta di un testo fortemente
autobiografico, rielaborato però dall’autrice con tagli e variazioni, sia per
quanto riguarda le vicende che le ambientazioni. Protagonista è una
giovane donna che, dopo una fanciullezza“libera e gagliarda”, dominata
dalla figura affascinata del padre “per il babbo avevo un’adorazione
illimitata;era lui il luminoso esemplare per la mia piccola individualità, lui
che mi rappresentava la bellezza della vita”2, conosce una progressiva
chiusura in seguito ad una serie di traumi: la crisi del rapporto dei
genitori, la malattia mentale della madre, il matrimonio precoce e coatto
con un uomo ottuso e brutale, la vita in un ambiente provinciale
retrogrado e mortificante. Dopo la nascita del figlio, inizia un’attività
intellettuale come saggista e collaboratrice editoriale, si lega ad ambienti
intellettuali e femministi che l’aiutano ad evadere dalla sua prigione
familiare e provinciale, e infine si trasferisce a Milano, dove esprime le
sue attività creative, intellettuali e sociali, costretta però ad affrontare
una durissima separazione dal figlio, imposta dal marito.
2
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S. Aleramo, “Una donna”, parte prima, cap.1.
Donne in movimento
Sibilla Aleramo e “Una donna”
“Una donna” lotta per proporre un’immagine non “sacrificale” della maternità. Una
vera madre deve essere innanzitutto una personalità autonoma ed indipendente:
“Ed ero più che mai persuasa che spetta alla donna di rivendicare sé stessa, ch’ella
sola può rivelar l’essenza vera della propria psiche, composta, sì, d’amore e di
maternità e di pietà, ma anche, anche di dignità umana!”[1]. L’Aleramo chiede, per
le donne, la libertà, la stessa cui anela una femminista militante e progressista
battagliera d’ogni tempo, quella stessa libertà che non troverà mai: “Un attimo
avevo tentato ancora di strappargli la mia libertà, e non avevo che ribadito la mia
catena”.[2] Eppure è in grado di battersi, con le proprie armi, per l’emancipazione
delle donne e perché alle categorie più disagiate spettino più chiari diritti e stipendi
maggiori. Dopo l’adesione al manifesto antifascista degli intellettuali, s’iscrive al
PCI e, in veste di scrittrice essenziale e oggettiva, collabora all’Unità e a Noi donne.
Con altre tradizioni, in altri tempi e civiltà, ella forse sarebbe riuscita qualcosa
come una mistica, una santa, che nel trascendente trova il compenso d’ogni
vissuta insoddisfazione. Nella condizione in cui invece le è toccato vivere, non può
che raccontare la via crucis della sua solitudine, simile a quella di tante altre
creature muliebri, e affidarsi unicamente alla poesia: “Ed è per questo che scrissi.
Le mie parole lo raggiungeranno”[3].
[1] S. Aleramo,“Una donna”, parte seconda, cap. 17.
[2] S. Aleramo,“Una donna”, parte seconda, cap. 18.
[3] S. Aleramo,“Una donna”, parte terza, cap. 22.
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Donne in movimento
Simone De Beauvoir
e “il secondo sesso”
“… C’è un principio
buono che ha creato
l’ordine, la luce e
l’uomo, e un principio
cattivo che ha creato il
caos, le tenebre, la
donna…”
Tratto dalla dedica
del Secondo Sesso.
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Donne in movimento
Simone De Beauvoir
e “il secondo sesso”
Simne De Beauvoir è uno degli esempi più importanti che si possono fare parlando
di “donne in movimento”. Non solo nella vita, ma anche nei suoi scritti la Beauvoir
dimostra una grande autonomia e una straordinaria capacità di analisi. Nel suo libro
intitolato “Il Secondo Sesso”, analizza attentamente la condizione presente e passata
della donna, rileggendo e discutendo molti dei miti e delle “false interpretazioni”,
sulla figura femminile, operata dagli uomini. Per questo motivo si possono
considerare i primi tre capitoli del suo libro come i più significativi e rappresentativi
del suo pensiero:
Ne “I dati della biologia” analizza in che modo gli uomini abbiano sempre considerato
la donna come uno “spregevole nemico” e in che modo essi abbiano tentato di
giustificare questo loro sentimento attraverso lo studio della biologia, considerando la
distinzione tra i sessi come un fatto irriducibile e contingente, senza mai spiegarlo
scientificamente.
Ne “Il punto di vista psicoanalitico” critica la descrizione freudiana del destino
femminile, accusando il padre della psicoanalisi di aver ricalcato tale descrizione sul
modello maschile, senza aver realmente considerato la libido femminile nella sua
originalità.
Ne “Il punto di vista del materialismo storico” critica la visione di Engels che riteneva
l’oppressione femminile causata solamente dall’oppressione economica, dovuta alla
nascita della proprietà privata.
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Donne in movimento
Simone De Beauvoir
e “il secondo sesso”
I dati della biologia
Come si può definire una donna? Per coloro che amano la formule
semplici è una matrice, un’ovaia, una femmina. Quest’ultimo vocabolo è
sempre stato usato come un peggiorativo, poiché imprigiona la donna nel
suo sesso, che appare al maschio spregevole nemico. Gli uomini, i maschi,
hanno quindi cercato di trovare nella biologia una giustificazione a tale
sentimento: maschi e femmine si differenziano ai fini della riproduzione.
Solo oggigiorno si è arrivati alla conclusione che questo fenomeno di
distinzione sia utile ai fini del rinvigorimento della specie.
Platone e Aristotele accettano questa differenza a priori.
San Tommaso sostiene che la donna “è un essere occasionale”, Hegel che
sia “mezzo” di mediazione attraverso la quale il soggetto si realizza
concretamente come generale. Sartre dichiara che la perpetuazione della
specie si può considerare ontologicamente fondata, poiché è il correlativo
della morte: ma la perpetuazione non implica la differenziazione sessuale.
Dal punto di vista scientifico, Aristotele credeva che i mestrui della donna
fossero la parte passiva e Ippocrate che il seme femminile fosse debole.
Solamente con l’invenzione del microscopio nel 1833 fu accettata per la
prima volta la teoria della simmetria dei nuclei dei gameti.
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Simone De Beauvoir
e “il secondo sesso”
Donne in movimento
Il punto di vista psicoanalitico
Freud non si è molto preoccupato del destino della donna e ne ha ricalcato la descrizione
su quella del destino maschile, limitandosi a modificare alcuni tratti. La libido ha
un’essenza maschile, sia che appaia nell’uomo, sia che appaia nella donna: si sviluppa
inizialmente in modo analogo nel maschio e nella femmina attraverso la fase orale, la fase
anale e la fase genitale. Solo in quest’ultima fase avviene la differenziazione: mentre
l’erotismo maschile si localizza sul pene, quello femminile segue due distinti sistemi, quello
clitorideo, che si sviluppa nella fase infantile, e quello vaginale che si sviluppa durante la
pubertà. E’ maggiore per la donna il rischio di non toccare il pieno sviluppo, di restare
imprigionata nell’infanzia e quindi di sviluppare una nevrosi. La bambina è inizialmente
attratta dalla madre (“complesso di Elettra”) come strascico della fase orale. Verso i cinque
anni scopre la differenza anatomica dei sessi e pensa di essere stata mutilata (“complesso
di castrazione”); quindi deve abbandonare ogni pretesa verso la madre, cercando invece
di identificarsi con lei e di sedurre il padre. Lo scacco della bambina è tanto più cocente in
quanto amando il padre vorrebbe essere simile a lui. Essa prova un sentimento di ostilità
nei confronti della madre, poi anche in lei si forma il Super-Io, ma che è più fragile di
quello maschile. La bambina può, infatti, reagire al complesso di castrazione negando la
propria femminilità o fissandosi allo stato clitorideo. Secondo la Beauvoir questa
descrizione è ricalcata sul modello maschile: Freud immagina che la donna si senta un
uomo mutilato, ma l’idea di mutilazione implica un confronto e una valorizzazione. E
sostiene, per di più, che il sistema del padre della psicoanalitica, così vago per quel che
concerne la donna, non sia affatto soddisfacente.
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Simone De Beauvoir
e “il secondo sesso”
Donne in movimento
Il punto di vista del materialismo storico
Secondo Engels la storia della donna dipenderebbe essenzialmente
dall’evoluzione della tecnica. La divisione primitiva del lavoro comportava già
una distinzione in due classi tra cui vi era uguaglianza: il lavoro della donna
aveva sul piano sociale lo stesso peso di quello dell’uomo.
“ Quando l’agricoltura estese il suo campo d’azione, nasce la schiavitù.”
L’uomo è padrone anche della donna: questa è “la grande disfatta storica del
sesso femminile”. Appare così la famiglia patriarcale fondata sulla proprietà
privata. L’oppressione sociale che la donna subisce è quindi una conseguenza
dell’oppressione economica. Simone De Beauvoir ritiene che Engels abbia
ridotto l’opposizione tra i sessi a un conflitto di classe, ma non è possibile
confondere le due distinzioni, poiché nella scissione tra classi non c’è
fondamento biologico: mentre una classe può volere la rivolta, la donna non è
posseduta da alcun desiderio di rivoluzione, non vuole abolirsi come sesso,
chiede soltanto che siano eliminate talune conseguenze della differenza
sessuale. Poi, fa notare la Beauvoir, non si può considerare la donna solo come
lavoratrice: importante è anche la sua funzione riproduttrice, che non deve
essere esaminata alla stregua di un lavoro, se non si vuole aggredire in
profondità la vita di una donna.
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Donne in movimento
Eros guerra e poesia
“Un uomo può
sfidare
l’opinione
pubblica; una
donna deve
sottomettersi
ad essa”
Madame de Staël, Delphine,
epigrafe.
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Donne in movimento
Eros guerra e poesia
Ovidio scrisse l’Epistulae heroidum, cioè Lettere di eroine, abbreviate poi in Heroides, forse per
evitare confusione con le Epistulae ex Ponto. Si tratta di 21 epistole delle quali le prime 14 si
immaginano scritte da eroine del mito abbandonate o lontane dal loro innamorato, la
quindicesima da un personaggio storico, la poetessa Saffo, e le ultime sei costituiscono il gruppo
delle epistole doppie, nelle quali alla lettera di un personaggio maschile segue la risposta
dell’amata. Ogni lettera conserva la propria autonomia poetica, ma la loro successione dà vita ad
un insieme unitario. Non sono donne sconosciute ad esprimere i propri sentimenti ma eroine che
trovano nella scrittura un tentativo di gratificazione psichica, di sfogo “Est aliqua ingrato meritum
exprobare voluptas: fa un certo piacere rinfacciare i propri meriti ad un ingrato”[1], come lo sono
le lacrime e i lamenti; è un modo di riempire il vuoto di attese interminabili con i ricordi, trovando
in essi un surrogato della presenza dell’amante. La serie delle Eroidi si apre con la lettera di
Penelope, simbolo della fedeltà coniugale: è una donna relicta[2] che si logora nell’attesa di un
marito lentus[3], e lamenta la sua assenza. Penelope scrive per far sentire la sua voce, per
offrire il suo punto di vista; mette a nudo le sue sofferenze d’amore “Res est solleciti plena
timoris amor: l’amore è un sentimento permeato di paure angosciose”[4], il senso della
solitudine e dell’abbandono “Non ego deserto iacuissem frigida lecto: io non sarei rimasta nel
gelo di un letto vuoto”[5], il timor di veder sfiorire nell’attesa la propria bellezza; manifesta
l’orrore e l’odio per la guerra “…totque simul mactare viros adiutus ab uno:…di trucidare con
l’aiuto di un solo compagno tanti guerrieri [6]; Troia iacet certe, Danais invisa puellis: Troia,
odiata dalle donne greche, di certo è abbattuta [7]; monstrat fera proelia: illustra gli aspri
combattimenti [8]”.
[1] Ovidio, Parole di Medea, epistola 12, v. 23. [2] Ovidio, Epistola 1, v. 8 [3] Idem, v. 1 [4] Idem, v. 12. [5] Idem, v. 7.
[6] Idem, v. 43. [7] Idem, v. 3. [8] Idem, v. 31.
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Donne in movimento
Eros guerra e poesia
Protagonista dell’epistola 6 è Ipsipile di Lemno, figura ripresa dalle Argonautiche di Apollonio
Rodio. Il mito raccontava che le donne di quest’isola, incorse nell’ira di Afrodite, erano state punite
dalla dea con la dusosmίa (“cattivo odore”) e per questa ragione i mariti le tradivano. Le donne,
allora, per vendicarsi, uccisero tutti i loro uomini con una tremenda strage, alla quale sfuggì solo il
re Toante, padre di Ipsipile, salvato segretamente dalla figlia
sola fra tutte, Issipile risparmiò il vecchio padre Toante [1]; rapui de caede Thoanta: io ho strappato Toante alla
strage [2]”. Quando giunse Giasone e gli altri Argonauti tutto ritornò nell’ordine e le donne li accolsero nei loro
letti. Dopo due anni d’amore, Giasone abbandonò Ipsipile per partire alla ricerca del vello d’oro. La regina di
Lemno, indossa le armi del padre, solo perché è il suo dovere “Lemniadum facinus culpo, non miror, Iason: io
condanno il crimine delle donne di Lemno, Giasone, non l’ammiro”[3]; è una donna innamorata ma anche
orgogliosa, che non si lascia andare al dolore “Cor dolet atque ira mixtus abundat amor:il cuore prova dolore e
l’amore misto all’ira trabocca”[4] ; e, sapendo dell’amore tra Giasone e Medea, conclude la lettera con una
maledizione-predizione “Vivite devoto nuptaque virque toro!:Vivete, moglie e marito, in un talamo maledetto!”.
Tra tutte, l’unica donna alla quale è concesso un remedium amoris, quindi la possibilità di liberarsi dalla
passione amorosa, nel caso del mancato ritorno dell’amato, attraverso il salto dalla rupe Leucade , è la poetessa
Saffo. Nell’epistola 15 Ovidio le da una posizione di particolare rilievo, motivata non tanto dalla vicenda amorosa
col nocchiero Faone, quanto dall’attività dell’eroina, come poetessa d’amore “At mihi Pegasides blandissima
carmina dictant; iamcanitur toto nomen in orbe meum: a me invece le Muse dettano i versi più soavi e ormai il
mio nome risuona in tutto il mondo”[5]. Saffo di Lesbo dirigeva l ‘ambiente del tìaso, struttura tipica della
società arcaica riservata alle ragazze aristocratiche, in parte “college” femminile e in parte associazione religiosa
collegata al culto di Afrodite. Alle ragazze s’impartiva un’educazione consona al costume del tempo e si
preparava la fanciulla a sostenere il duplice ruolo di moglie di un cittadino e di futura madre di altri cittadini.
[1] Apollonio Rodio, le Argonautiche, libro 1, vv. 620-621. [2] Ovidio, Epistola 6, v. 135. [3]Ovidio, Epistola 6, v. 139.
[4]Ovidio, Epistola 6, v. 76. [5] Ovidio, Epistola15, vv. 27-28.
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Donne in movimento
Eros guerra e poesia
Trovavano dunque posto l’insegnamento delle leggi d’amore, la raffinatezza, la grazia, la capacità di
sedurre, l’eleganza dell’espressione. L’abilità nel canto e nella poesia era rivendicata con orgoglio come
parte essenziale di un’educazione veramente elevata; chi non poteva accedere all’arte sublime del
portare non solo restava rozzo, ma era anche escluso dal ricordo
“qualcuno, io dico, si ricorderà di noi in futuro” e l’oblio scolorava la sua memoria fino a cancellarne persino
il nome. Anche nella Medea di Euripide, le donne di Corinto, che costituiscono il coro, esaltano la poesia,
eternatrice e paideutica, e mettono in evidenza il condizionamento della fama delle donne che deriva dalla
gestione dei soli maschi della cosa poetica
“Febo, guida dei canti, non ha voluto donare alla nostra mente
il canto divino della lira, giacchè avrei fatto risuonare un canto
contro la razza dei maschi”[1]. Saffo non intendeva
contrapporsi al mondo degli uomini, ma ritagliarsi una sfera
autonoma e sufficiente.
Nell’Ode della gelosia l’uomo, in quanto soggetto autonomo, tende a porsi fuori campo e si trova in una posizione
subordinata rispetto alla ragazza, che costituisce il punto esclusivo di riferimento. E’ significativo l’uso al v. 2 del
pronome relativo generalizzante “όττις” invece di “ός”: non “ l’uomo il quale siede” ma “l’uomo in quanto siede
(qualunque egli sia)”; la figura dell’uomo si definisce solo in funzione del suo essere insieme con la ragazza e si
capisce pertanto che esso venga dimenticato nel resto del carme quando Saffo descrive i sintomi del suo amoremalattia
“dolceamara invincibile belva”[2]. Ovidio conosceva e apprezzava la poesia di quest’eroina tanto che ne riassume nei
versi 111-112 l’esperienza interiore, descritta dalla stessa poetessa, nell’Ode della gelosia.
[1] Euripide, Medea, stasimo 1, vv. 424 428.
[2] Saffo, Eros, frammento 2, v. 2.
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Donne in movimento
Eros guerra e poesia
Altre volte il distacco di Saffo rispetto al mondo degli uomini si configura come presa
di distanza di fronte alla logica della guerra: l’episodio del libro 5 dell’Iliade, quando
Afrodite è ferita in un combattimento da Diomede, viene rovesciato nell’Ode ad
Afrodite. Ancor più ostile alla guerra e, quindi, pacifista è la protagonista di una
commedia di Aristofane “Lisistrata”, rappresentata alle Lenee del 411 a. C., quando la
spedizione contro Siracusa si era risolta in un disastro ed Atene era vicinissima alla
sconfitta. L’ Ateniese “dissolvitrice di eserciti” propone alle donne greche, stanche
della guerra fra Sparta e Atene, un’astensione collettiva dai rapporti sessuali con i
mariti fino a che questi non avranno posto fine al conflitto. Le donne assecondano il
piano della protagonista e occupano l’Acropoli: mentre alcune (Mirrina) cedono al
desiderio e abbandonano la lotta, la maggior parte resiste. Infine si conclude una
pace: le donne vincono e non hanno bisogno di armi; basta far leva sulla sfera della
sessualità, il regno che Afrodite ha loro assegnato, per smascherare la fragilità dei
maschi che sono costretti ad arrendersi. Così la “scena di seduzione” è costruita sullo
schema comico del ritardo, perciò il piacere continuamente rimandato con una serie
di pretesti finisce per vanificarsi, tracciando così la superiore cultura emotiva delle
donne, ormai ben consapevoli del loro potere “Ricordati di votare per la pace”.
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Donne in movimento
Frida surrealista o Frida realista?
“… E’ la prima volta nella storia dell’arte che una
donna esprime con totale sincerità, scarnificata e,
potremmo dire, tranquillamente feroce, i fatti e
particolari che riguardano esclusivamente la
donna. La sua sincerità, che si potrebbe definire
insieme molto tenera e crudele, la portò a dare, di
certi fatti, la testimonianza più indiscutibile e
sicura; è perciò che dipinse la sua stessa nascita, il
suo allattamento, la sua crescita dentro la sua
famiglia e le sue terribili sofferenze, e di ogni cosa
senza permettersi mai la minima esagerazione né
divergenza dai fatti precisi, mantenendosi realista
e profonda, come lo è sempre il popolo messicano
nella sua arte, compresi i casi in cui generalizza
fatti e sentimenti, arrivando alla loro espressione
cosmogonica…”
Diego Rivera
Tratto da uno scritto del pittore Rivera,marito di Frida,
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Donne in movimento
Frida surrealista o Frida realista?
Tre anni dopo la nascita di Frieda Kahlo scoppia la rivoluzione
messicana e Frieda, sentendosi figlia della Rivoluzione, cambia
la sua data di nascita sostenendo di essere nata il 7 luglio
1910. Non solo, alla vigilia della Seconda Guerra Mondiale,
cambia anche il nome in Frida, sostenuta da Emiliano Zapata e
Pancho Villa. A 15 anni, l’autobus, sul quale viaggia, è travolto
da un tram: da questo momento in poi, la vita della giovane
donna diventa un autentico calvario, una lotta estrema contro
il dolore e il decadimento fisico. La forzata immobilità l’avvicina
alla pittura: “La colonna spezzata”[1] è il riassunto della sua
tragedia. In esso si vede il corpo dell’autrice, aperto in due
parti tenute insieme dal busto ortopedico, al posto della spina
dorsale deteriorata c’è una colonna ionica spezzata che
simboleggia la sua vita sostituita da un rudere che sta andando
in pezzi.
Nel 1937 accoglie ed ospita nella sua casa per un certo periodo l’esule Lev Trockij[2]
e diviene complice del rivoluzionario russo, specie nell’impegno politico. Ormai
trentenne Frida non passa inosservata sia per il suo spirito, mordace e colorito, sia per
il suo modo di vestire alquanto stravagante: indossa il classico costume delle donne
messicane, composto di una camicia bianca ricamata, una lunga gonna rossa o viola,
ed uno scialle ricamato. Fa propria l’arte messicana, quella indigena, delle masse di
cui è parte integrante in quanto membro della lega giovanile comunista.
[1] Dipinto del 1944. [2] Autoritratto con dedica a Lev Trockij.
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Donne in movimento
Frida surrealista o Frida realista?
A. Breton, poeta e saggista surrealista, lancia la pittrice sul panorama mondiale del
surrealismo. Eppure Frida non si ritiene una surrealista: “Si, è vero, grazie al surrealismo ho
avuto modo di frequentare ambienti artistici dai quali altrimenti sarei stata esclusa, ma non
ho mai pensato di essere una pittrice con la volontà di fare della pittura surrealista. Ho
sempre dipinto la mia quotidiana realtà di sofferenza e anche i miei quadri più strani non
sono nient’altro che la fedele cronaca della mia vita.”[1]
Il quadro forse più grande per dimensioni e più famoso è “Le due Frida”[2], dove le
apparenti ferite altro non sono che quelle psichiche prodotte dalle vicende della vita. I visi
sono rivolti a chi le sta guardando, sono duri e alteri e così fieri di mostrare il dolore: due
folte sopracciglia li evidenziano, così come le labbra rosse e la peluria dei baffi che fanno
risaltare i lineamenti (particolare sempre presente nei suoi quadri). Tanto penetrante lo
sguardo che è lo spettatore a distogliere il suo. Il cuore trafitto, squartato è la Frida, lasciata
da Rivera, che veste l’abito bianco di foggia europea macchiato dal sangue trattenuto,chiuso,
fermato da una mano che impugna una pinza emostatica. L’altro cuore, invece, è integro, è la
Frida vestita da messicana, amata da Rivera, che tiene in mano un piccolo medaglione con
Diego bambino. Le due donne sono sedute sulla stessa panchina, si tengono per mano e
sono, allo stesso tempo, legate da un filo-cordone-vena che parte dal cuore sano per arrivare
al cuore malato, trafitto dalla separazione: dietro le spalle delle due lo sfondo di un cielo
tempestoso carico di brutti presagi.[3] Frida, col suo disegno minimalista-primitivo, penetra
nel particolare, va a cogliere il dettaglio e lo ingigantisce, come le foglie che diventano alberi;
anche l’interno di un frutto, di un fiore viene ingigantito, così il corpo viene come “sezionato”,
per mostrarne tutto quello che si trova dentro, fin nelle viscere.
[1] Da www. Frida, una biografia surreale. it.
[2]Dipinto il 1939 (172*173 cm).
[3] I documenti del divorzio arrivano tre mesi prima che Frida termini il dipinto.
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Donne in movimento
Frida surrealista o Frida realista?
Il surrealismo
“Surrealismo, s.m. Automatismo psichico puro mediante il quale ci si propone di
esprimere sia verbalmente, sia per scritto o in altri modi, il funzionamento reale
del pensiero; è il dettato del pensiero, con assenza di ogni controllo esercitato
dalla ragione, al di là di ogni preoccupazione estetica e morale”.
A. Breton, dal Manifesto del surrealismo, 1924
Questo movimento è dunque il tentativo di esprimere l’io interiore in piena libertà, com’è
realmente, senza l’intervento della ragione che ci condiziona, obbligandoci a reprimere istinti
e sentimenti, a nasconderli, seppellendoli nel più profondo di noi stessi, ad apparire
insomma come la società costituita vuole che siamo. Le scelte dell’uomo sono dettate dalla
psiche e saranno quindi rivelatrici della nostra autentica realtà, quindi una realtà superiore,
una “sovrarealtà” o, per usare il termine francese di cui quello italiano è una semplice
trasposizione, una sur-réalité, una “surrealtà”. Nella pittura surrealista può essere bello
“l’incontro casuale di una macchina per cucire con un ombrello su un tavolo operatorio”,
perché le due realtà si trovano assurdamente “in un luogo dove tutte e due si sentono
estranee”, sfuggendo così alla propria identità e facendo l’amore fra loro. “La trasfigurazione
completa, seguita da un atto puro come quello dell’amore, si verificherà necessariamente
tutte le volte” che vi sarà “l’accoppiamento di due realtà in apparenza inconciliabili su un
piano che in apparenza non è loro conveniente”. Fra i principali surrealisti ricordiamo (oltre
Ernest e Duchamp): Joan Mirò, Salvador Dalì, André Masson, Paul Delvaux. Non è un gruppo
omogeneo rispondente ad un unico programma. Anzi ognuno sviluppa il tema fondamentale
secondo la propria personalità, con divergenze anche profonde che si possono sintetizzare in
almeno due filoni principali: quello che parte da immagini che derivano dalla realtà
giornaliera, anche se prive di coordinamento logico usuale, così come avviene nei sogni, e
quello invece che giunge ai limiti delle forme astratte non per ragionamento costruttivo e
organizzatore di esse , ma per scelta istintiva, o meglio, per scelta automatica.
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Donne in movimento
Donne partigiane
Prigione di Pavullo, 26.11.1944
Mia adorata Pally,
sono gli ultimi istanti della mia vita. Pally adorata ti dico a te saluta e bacia tutti
quelli che mi ricorderanno. Credimi non ho mai fatto nessuna cosa che potesse
offendere il nostro nome. Ho sentito il richiamo della Patria per la quale ho
combattuto, ora sono qui… fra poco non sarò più, muoio sicura di aver fatto
quanto mi era possibile affinché la libertà trionfasse.
Baci e baci dal tuo e vostro
Paggetto
Vorrei essere seppellita a Sestola.
Ultime parole di Irma Marchiani, fucilata dal plotone tedesco.
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Donne in movimento
Donne partigiane
Negli anni della Resistenza le donne ebbero l’opportunità di testimoniare, nella forma
più completa e differenziata, le innate qualità di intelligenza, di coraggio, di fermezza
d’animo e di spirito di sacrificio, da sempre misconosciute in ordinamenti politici e
sociali ispirati al concetto della loro “inferiorità” rispetto all’uomo. Ada Gobetti, in un
suo articolo dal titolo “Quello che allora facevano tutte”[1], caratterizza così questa
larga partecipazione femminile alla lotta di liberazione: “Chi si proponga di scrivere la
storia della Resistenza femminile dovrà constatarne anzitutto il carattere anonimo e
collettivo. Non che manchino le eroine: donne a cui le circostanze concessero di
compiere gesta eroiche o imposero il sacrificio supremo; ma la loro gloria illumina
d’una stessa luce l’anonimo eroismo quotidiano delle migliaia e migliaia di altre donne
che nella Resistenza trovarono modo di esprimere le virtù tradizionalmente femminili
della devozione, della pazienza, della lunga, tenace, indomabile sopportazione.” Nel
Novembre del 1943 alcune donne appartenenti ai partiti del CLN, Rina Picolato, Ada
Gobetti, Lina Fibbi, Giovanna Barcellona, si riuniscono a Milano, e gettano le basi di
un’organizzazione femminile “aperta a tutte le donne, di ogni ceto sociale, di ogni fede
politica e religiosa, che vogliano partecipare all’opera di liberazione della patria e
lottare per la propria emancipazione”. Si formano i Gruppi di difesa della donna e per
l’assistenza ai combattenti della libertà, e prendono essi stessi l’iniziativa e la direzione
di grandi manifestazioni, dove le donne protestano in massa, chiedono viveri, esigono
la cessazione delle deportazioni e dei massacri
[1] Apparso su “Donne della Resistenza”
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Donne in movimento
Donne partigiane
Operaie, mondine, casalinghe, impiegate, professioniste, intellettuali, infermiere e almeno una ventina di
donne appartenenti a illustri famiglie aristocratiche, tra cui Maria Josè[1], lavorano nelle loro case, ormai
vuote, o, raccolgono medicinali e materiale per le medicazioni, in città, o, tra le file stesse dei partigiani,
sui monti, “Combattono, lavorando a preparare divise, a lavare, stirare, rattoppare.”[2] Le staffette, le
corriere, mantengono i collegamenti tra i monti e le città, viaggiando su treni stipati, su autocarri a cui
hanno chiesto un passaggio, in bicicletta, a piedi, portano le direttive preziose, le armi, la stampa e le
lettere attese con tanto desiderio, e le parole forti che incoraggiano a lottare. L’8 marzo, giornata
internazionale della donna, diviene un’occasione per mobilitare tutte le forze femminili contro i tedeschi e
i fascisti e così, da manifestini a scontri armati, tutte le donne prendono il loro posto di battaglia.
E quando l’Italia, liberata, passerà in rassegna i suoi caduti, i suoi martiri, i suoi eroi, molti nomi di donna
brilleranno in quella schiera gloriosa: “Esse sono cadute per voi, per la vostra emancipazione; hanno
fornito alla nazione intera la prova che la donna italiana è capace di dare nelle prime file il suo contributo
alla nuova storia d’Italia…”.[3] Sono donne che hanno combattuto per la liberazione della patria, che
hanno resistito nei campi di deportazione, eroine che hanno conosciuto e sofferto sulle loro carni tutte le
aberrazioni in cui l’umanità è caduta in quei tristi anni e hanno ridato a noi la fede nell’Italia e nella
vittoria, con l’eroismo della loro resistenza e l’altezza del loro sacrificio.
“Domani, finita questa tragedia, quando rientrerai a casa tua, a riabbracciare i tuoi bimbi, dillo pure, dillo
forte, santa donna: “Sono stata lassù, sulla montagna, a rappresentare la donna d’Italia così com’è,
semplice, senza montature; sono stata sui monti a portare un po’ di famiglia, un po’ di mamma a questi
ragazzi che hanno riscattato il nostro paese: in una parola, sono stata a far la PARTIGIANA”.[4]
[1] Detta la “regina di maggio”era nata in Belgio e di tendenze socialiste.
[2] Da “Noi donne”, 1944.
[3] Discorso alle donne di P. Togliatti, tenuto a Roma nel giugno 1945.
[4] Dal giornale dei partigiani.
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Donne partigiane
La Resistenza
Durante la seconda guerra mondiale, in Europa,
si sviluppò un movimento di opposizione politica
e di lotta armata contro le forze tedesche di
occupazione e i governi che le fiancheggiavano. I
primi episodi di Resistenza in Italia si ebbero
dopo l’armistizio dell’8 settembre 1943, quando lo
sfacelo dell’apparato statale e militare provocato
dall’inettitudine della monarchia e del suo
governo espose gli italiani all’instaurazione di un
durissimo regime di occupazione da parte dei
tedeschi.
Subito nei giorni successivi all’armistizio fu tentata invano la difesa di Roma; poche settimane
dopo si ebbe la vittoriosa insurrezione di Napoli. Poi la Resistenza si venne piano piano
organizzando nell’Italia occupata, anche con l’aiuto materiale degli alleati angloamericani.
All’unificazione delle forze partigiane nel Corpo volontari della libertà corrispose sul piano
politico il loro collegamento con il Comitato di liberazione nazionale (CLN), espressione dei
partiti antifascisti, e con il governo dell’Italia liberata, residente al Sud. Un triumvirato,
composto dal generale Raffaele Cadorna, dal comunista Luigi Longo e dall’azionista Ferruccio
Parri, si pose alla testa del movimento partigiano, nel quale una parte preponderante ebbero le
Brigate Garibaldi comuniste e quelle del gruppo “Giustizia e Libertà”, organizzate dal Partito
d’azione.
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Donne in movimento
Donne partigiane
L’insurrezione popolare del 24-25 aprile 1945 coronò la lotta e portò alla liberazione delle
principali città dell’Italia settentrionale, prima che vi giungessero i reparti alleati. Dopo la
seconda guerra mondiale, a liberazione avvenuta, la Resistenza fu interpretata
positivamente da quasi tutte le correnti storiografiche; solo la stampa e la storiografia
neofasciste o di tendenza reazionaria hanno continuato nei loro attacchi contro di essa e
contro il momento storico in cui essa si impose da protagonista. Si è parlato del
movimento antifascista come di un “secondo Risorgimento” e si è sottolineato il rapporto
di continuità che lo lega alle lotte e alle guerre per l’indipendenza nazionale. Ma
Alessandro Galante Garrone rileva giustamente che la Resistenza ha inciso ben più nel
profondo che le guerre del Risorgimento; anzi, per certi versi, fu quello che il
Risorgimento non seppe essere: “una lotta insurrezionale del popolo che, non trascinato
da una dinastia o da un esercito o da un governo legittimo, spontaneamente scese a
combattere per la libertà”.[1] La storiografia più seria ha ormai accertato che il
contributo partigiano alla vittoria alleata in Italia fu assai notevole, se si pensa a come la
guerriglia riuscì a minare la potenza e il morale dell’esercito tedesco e a distogliere grossi
contingenti di truppe dalla linea di fronte; senza di ciò la vittoria sarebbe stata più lenta e
difficile, o addirittura impossibile. Con questo impegno di lotta il popolo italiano ha
riconquistato la libertà con le sue forze e con i suoi sacrifici, senza aspettarla in dono,
passivamente, dagli angloamericani.
[1] A. Galante Garrone, “Aspetti politici della guerra partigiana in Italia”.
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