Domenica La di DOMENICA 6 NOVEMBRE 2005 Repubblica il fatto Periferie, il lato oscuro delle città GIORGIO BOCCA e FILIPPO CECCARELLI il reportage L’utopia femminista nella Svezia rosa CONCITA DE GREGORIO Il Re democratico L’educazione rigida, Franco, la democrazia, il tentato golpe: è la storia di Juan Carlos, che adesso festeggia i trent’anni di regno SANDRO VIOLA N el vagone-letto dove l’hanno sistemato, mentre il Lusitania Express viaggia nel buio da Lisbona a Madrid, il piccolo principe può finalmente piangere. Sin allora non ha potuto farlo. Mentre usciva da Villa Giralda, la casa sulla costa di Estoril dove ha lasciato i genitori e i fratelli, le lagrime gli erano già spuntate negli occhi. Ma suo padre è subito intervenuto con voce brusca: «Ricordati che un Borbone piange soltanto nel suo letto». Il bambino è riuscito a trattenersi. Ha varcato la soglia della villa senza voltare il capo, e una grande automobile nera lo ha condotto alla stazione. Ma adesso che nella cuccetta del Lusitania Express è rimasto solo (i suoi accompagnatori, il visconte di Rocamora e il duca di Sotomayor, sono nello scompartimento a fianco), può dare sfogo alla sua tristezza. Il principe si chiama Juan Carlos, ha dieci anni. Una prima, bruciante solitudine l’aveva conosciuta due anni prima, quando era entrato in un collegio religioso a Friburgo. Ma stavolta è peggio. A Friburgo, dov’era giunto accompagnato da suo padre, l’avevano accolto altri bambini e preti sorridenti. Mentre adesso, nella stazioncina prima di Madrid dove poco dopo l’alba il treno viene fatto fermare eccezionalmente, trova un gruppo di anziani signori vestiti di scuro, sui volti un’espressione grave. Sono duchi o marchesi o conti di fede monarchica, e gli s’avvicinano chiamandolo Vostra Altezza: gli chiedono se il viaggio è andato bene, e se sta bene suo padre, che essi chiamano «el Rey», il re. «El rey està bien», risponde compunto il piccolo principe. Dopo di che la comitiva si trasferisce non lontano da lì, in un convento carmelitano, per assistere ad una messa. Nella cappella del convento fa un gran freddo, e il bambino, che non ha ancora fatto colazione, trema per tutto il tempo della messa. Juan Carlos di Borbone festeggerà il 22 novembre il trentennale della sua ascesa al trono. In patria gode d’un vasto e affettuoso consenso, all’estero è uno dei personaggi più rispettati. Ma quando mi capita di vederlo alla televisione — la sua espressione fiduciosa, il sorriso costante, l’allegra e signorile semplicità dei modi con cui tratta gli interlocutori—, mi viene sempre in mente la sua infanzia malinconica. Mi chiedo come mai le tante tristezze dei suoi anni di bambino e d’adolescente (solitudini, costrizioni, umiliazioni non molto diverse da quelle che Dickens immaginò per Oliver Twist e David Copperfield) siano trascorse senza lasciare una traccia visibile nel suo aspetto. Ma l’aspetto è una cosa, e la personalità un’altra. Sicché è certo che al fondo del suo carattere tutto quel che ha dovuto subire, ingoiare in silenzio, dai dieci ai trent’anni, ha lasciato una ferita. (segue nelle pagine successive) con un commento di JAVIER CERCAS la memoria La conquista raccontata dagli indios MASSIMO LIVI BACCI e GUIDO RAMPOLDI cultura Il mondo inventato dalle mappe PINO CORRIAS e AMBRA SOMASCHINI spettacoli L’universo secondo Herzog EMANUELA AUDISIO e PAOLO D’AGOSTINI le tendenze Cappotto, l’eterno abito invernale LAURA ASNAGHI e MICHELE SERRA 28 LA DOMENICA DI REPUBBLICA DOMENICA 6 NOVEMBRE 2005 la copertina Trent’anni fa In una fredda mattina del 1948, il piccolo Juan Carlos di Borbone arriva in treno a Madrid: ad aspettarlo un gruppo di monarchici con l’incarico di occuparsi della sua formazione. È l’inizio della lunga marcia d’avvicinamento al trono, che si lega alla transizione della Spagna da Franco alla democrazia L’educazione del Re bambino SANDRO VIOLA (segue dalla copertina) M a torniamoal suo arrivo in Spagna, a quel rigido mattino di novembre del 1948, quando gli aristocratici che gli sono andati incontro hanno chiesto notizie di suo padre “el Rey”. In realtà il padre del bambino non è affatto re. Don Juan di Borbone è soltanto il pretendente al trono di Spagna, una Spagna che nel 1948 il generalissimo Francisco Franco tiene da quasi dieci anni, da quando ha vinto la guerra civile, strettamente in pugno. È vero però che se sul suolo spagnolo il generalissimo ha ormai domato con la forza (e migliaia di fucilazioni) ogni opposizione o resistenza, sulla scena internazionale il regime franchista è in gravi difficoltà. Qualcuno, nelle cancellerie di Londra, Parigi e Washington, sta addirittura pensando a come farlo cadere. Le nazioni democratiche uscite vincitrici dalla Seconda guerra mondiale non hanno infatti intenzione, per il momento, di perdonare a Francisco Franco i suoi rapporti col nazifascismo, né il sistema duramente autoritario, parafascista, che ha instaurato in Spagna con l’appoggio indecente della Chiesa. Esse non hanno perciò relazioni diplomatiche con Madrid. Franco è totalmente isolato, e il paese è allo stremo. A tre anni dalla fine della guerra civile la situazione economica risulta disastrosa, e senza aiuti internazionali rischia di farsi drammatica. È principalmente per questo che Franco ha cominciato a pensare ad una restaurazione della monarchia. Il trono di Spagna è vacante dal 1931, da quando Alfonso XIII — padre di don Juan e nonno del piccolo principe — ha abdicato in favore dei suoi successori trasferendosi a Roma. E quel che è avvenuto in seguito, è noto. L’instaurazione (e l’instabilità) della Seconda repubblica, la sollevazione dei generali golpisti e tre anni sanguinosi di guerra civile. Ma se Franco ha trionfato, la Spagna è adesso, dopo la disfatta del nazifascismo, un rottame dell’Europa sognata da Hitler e Mussolini. Uomo di leggendaria scaltrezza, il Caudillo si mette quindi alla ricerca d’una via d’uscita dall’isolamento. E presto intuisce che ventilare una restaurazione della monarchia, suggerendo così l’idea d’una transitorietà del franchismo, potrebbe servire alla sopravvivenza del regime. Nel ‘47 promulga perciò una legge costituzionale che fa della Spagna una monarchia con lui, Fran- co, reggente a vita, e subito dopo avvia i contatti col pretendente don Juan. Come altri ex re e pretendenti in esilio, questi abita ad Estoril, poco fuori Lisbona: il primo tramite cui Franco ricorre è quindi suo fratello Nicolàs, ambasciatore in Portogallo. Una cosa è però certa sin dall’inizio: Franco detesta don Juan. Il pretendente è troppo maturo, volitivo, politicante, perché il generalissimo (il cui istinto più forte e profondo è la diffidenza) possa volerlo sul trono. Così, dopo un lungo scambio di lettere e un intenso va e vieni di mediatori, Franco mette sul tavolo la proposta d’educare in Spagna il principe Juan Carlos. Impegni circa la data della restaurazione, non ne prende: né dice chi sarà, se il padre o il figlio Juan Carlos, il re di Spagna. Anzi, per anni terrà contatti con gli altri preten- la nostalgia della famiglia e dall’incertezza del futuro. Prima in una villa nei dintorni di Madrid, Las Jarillas, dove lo mettono a studiare insieme a tre rampolli dell’aristocrazia e tre dell’alta borghesia, con precettori di stretta osservanza franchista. Poi, dai dodici ai quindici anni, a San Sebastiàn, nell’ex residenza estiva di suo nonno Alfonso XIII. Quindi di nuovo a Madrid dove viene preparato per l’ingresso nelle accademie militari, e infine all’Accademia dell’Esercito a Saragozza. Che tipo di formazione viene all’adolescente Juan Carlos dagli studi che gli impartiscono i precettori scelti dal generalissimo? Quale cultura, quale visione politica e sociale ricava dai militari, dagli anziani aristocratici, dai preti (ce n’è uno a Las Jarillas, il padre Ignacio de Zulueta, un franchista fanatico, le cui lezioni di etica e religione angustiano in modo particolare il piccolo principe) che gli sono stati messi attorno? Le voci che circolano a Madrid verso la fine dei Cinquanta non sono affatto lusinghiere. Juan Carlos viene descritto come un giovanotto con grandi doti sportive ma non molto intelligente, che matura a fatica, e comunque totalmente sottomesso all’influenza di Franco e dei suoi consiglieri. Così, quando si presenta la prima volta all’Università, la Gioventù Falangista — che è repubblicana — inalbera cartelli con su scritto “No queremos principes imbeciles” e “Abajo los principes tontos”. Il giudizio non corrisponde al vero, come si vedrà bene in seguito, ma al momento è il più diffuso. Io stesso ne sarò ingannato. È l’inizio di maggio del 1962, Juan Carlos è già ad Atene dove il La notte che lo trasformò in eroe della libertà JAVIER CERCAS C Il Caudillo ha deciso di puntare sul principe Repubblica Nazionale 28 06/11/2005 denti al trono (col fratello sordomuto di don Juan, don Jaime, e con il ramo Carlista dei Borbone) così da conservarsi intero lo spazio di manovra. Per ora, quel che gli serve è soltanto mostrare all’esterno che un giorno, forse, la Spagna sarà di nuovo una monarchia. Il piccolo principe che giunge a dieci anni nella patria dei suoi avi, diventa così la carta più importante nella partita apertasi tra la Casa Borbone e il generalissimo. Sulla sua testa pesano da subito, e peseranno per altri ventun anni (sino a quando nel ‘69 Franco non lo indicherà ufficialmente come suo successore), gli intrighi, le astuzie, i voltafaccia e la reciproca avversione dei due giocatori della partita: suo padre e il Caudillo. L’infanzia, l’adolescenza e la prima giovinezza di Juan Carlos trascorrono quindi marcati dal- per uscire dalla crisi della Seconda guerra mondiale, ma l’incoronazione avverrà solo dopo la sua morte: il 22 novembre del 1975 IL GOLPE SVENTATO Dall’alto: il principe Juan Carlos con il padre Alfonso XIII, la madre Maria Mercedes e i fratelli nell’agosto 1945. Sotto, Juan Carlos con il generale Franco nel 1971. Qui sopra: l’irruzione del colonnello Tejero in Parlamento nel 1981; il golpe fu sventato ome qualsiasi altro spagnolo, neanch’io dimenticherò mai la sera del 23 febbraio 1981. Quel giorno arrivai a casa dall’università verso le sei e mezza del pomeriggio e trovai mia madre allarmatissima: stava succedendo qualcosa al Congresso dei deputati; mi raccontò che soltanto pochi minuti prima, mentre ascoltava alla radio, stirando, la seduta di investitura a presidente del governo di Leopoldo Calvo Sotelo, un gruppo di soldati della Guardia Civil aveva interrotto la cerimonia tra urla e spari. Non ricordo che cosa facemmo subito dopo io e mia madre: forse continuammo ad ascoltare il funesto silenzio della radio, forse accendemmo la televisione; non mi ricordo neppure con esattezza il mio stato d’animo, che senza dubbio oscillava tra il nervosismo e l’esaltazione. Perché non c’era bisogno di conoscere a menadito tutte le voci di colpo di Stato che circolavano per il Paese già da ben prima delle dimissioni del presidente Adolfo Suárez per comprendere che cosa era successo. Allora avevo 18 anni, frequentavo il primo anno di università, non militavo in nessun partito politico, sognavo di scrivere romanzi; per giunta, temo che fossi, come sono anche ora, un tipo ragionevolmente codardo. Perciò non sono ancora riuscito a comprendere del tutto la mia reazione di quella sera, anche se sarei bugiardo a dire che me ne pento; a dire il vero, è una delle poche cose che ho fatto in vita mia di cui non mi pento. La mia reazione fu di scendere in strada (con l’opposizione frontale di mia madre) e andare di corsa all’università. Non so che cosa pensassi di trovare laggiù: oltre che ragionevolmente codardo, a quell’epoca ero anche ragionevolmente ignorante e avevo la testa ragionevolmente piena di romanzi, e perciò non è da scartare l’ipotesi che per la mia immaginazione passassero immagini bellicose di una città messa a soqquadro da moltitudini manifestanti, disseminata di barricate a ogni angolo e armata da uomini enigmatici che distribuivano fucili tra gli studenti nell’atrio della facoltà di lettere. La realtà ci mise poco a smentire quell’atroce miraggio romantico: ben presto mi resi conto che la mia città era tranquilla in maniera sconcertante, come lo erano, secondo quanto appresi più tardi, tutte le altre città della Spagna, e quando arrivai alla facoltà di lettere constatai con incredulità che l’atrio era quasi vuoto. Ma soltanto quasi: in un angolo, tranquilli e sorridenti, stavano a conversare un poeta di qualche anno più grande di me e due compagne di corso, una di loro poetessa. Mi raccontarono che avevano appreso la notizia del golpe da un professore che aveva aperto la porta della facoltà facendo un osceno gesto dell’ombrello, che le lezioni erano state immediatamente sospese e che la gente era fuggita a casa alla rinfusa. I miei ricordi del resto della sera sono confusi. La verità è che non c’era molto da fare salvo attendere gli eventi: e poi ero innamorato della mia compagna di corso poetessa, e questo forse spiega tutto. La sola cosa che mi ricordo con certezza è che uscimmo tutti e tre insieme dall’università, che andammo in un bar triste e annoiato, e che rimanemmo là a lungo, parlando vagamente di quello che era successo a Madrid, di letteratura, di qualche film. Non escludo di essermi completamente dimenticato del colpo di Stato, perché ero troppo occupato con la mia poetessa, ma sono quasi sicuro che quando tor- nai a casa, l’inquietudine dei miei genitori — che erano stati tiepidamente franchisti e che ora votavano per Adolfo Suárez — mi fece tornare l’inquietudine. Tutto continuava più o meno uguale, e come in tutte le case, anche nella mia rimanemmo svegli fino a quando, a sera già inoltrata, il re apparve in televisione ordinando ai militari insorti di deporre le armi, e solo allora respirammo sollevati. Questa è la mia storia di quel giorno, una storia anodina, molto più di quella di tanta gente, come quei miei amici che prevedendo il regime di terrore che si avvicinava, cercarono di consolarsi fumando marijuana in un’auto, al buio, vicino a un campo di calcio, talmente nervosi che l’auto finì giù da un terrapieno e loro dovettero tornare a casa a piedi; o quella di quell’altro che fece il giro delle edicole per fare incetta di riviste pornografiche; o quella dei tanti politici e militanti di partiti di sinistra che quella stessa sera, un po’ più che ragionevolmente codardi, si misero in salvo attraversando la frontiera con la Francia. Tutto ciò suona come una commedia, ed è naturale, perché presto o tardi tutto quello che comincia come tragedia finisce come commedia, o perché, come dice Woody Allen, la commedia è la tragedia più il tempo. Per questo è stato possibile scrivere che quello fu un golpe da operetta. Lo fu naturalmente nella forma (a partire dall’ingresso delle guardie in Parlamento, degno di Valle-Inclán, fino all’uscita delle medesime dalle finestre, degna di Buster Keaton, per non parlare dell’organizzazione stessa del golpe, un prodigio di confusionismo e incompetenza eguagliabile solo dai Fratelli Marx): ma non lo fu nella sostanza. In realtà, nonostante la sua pessima preparazione e nonostante il fatto che quasi nessuno lo appoggiava, il golpe fu sul punto di trionfare, senza lasciare il tempo alla tragedia di trasformarsi in commedia. Se non lo fece, se non trionfò, non fu perché gli spagnoli scesero in piazza a difendere la democrazia, come successe il 18 luglio del 1936, ma perché lo impedì l’unica persona che poteva impedirlo. Suppongo che l’estrema destra e l’estrema sinistra spagnole non smetteranno mai di insinuare che il re Juan Carlos era connivente con il golpe: oltre che falsa, è un’accusa stupida. Accludo una prova soltanto a sostegno della tesi che i militari insorti l’avrebbero spuntata se non fosse stato per l’intervento del re. Qualche giorno dopo il 23 febbraio, Guillermo Quintana Lacaci — il capitano generale di Madrid che impedì che la divisione corazzata Brunete quella sera prendesse il controllo della capitale, cosa che avrebbe comportato, senza il minimo dubbio, il successo del golpe — disse al nuovo ministro della Difesa, Alberto Oliart: «Ministro, prima di sedermi, tengo a dirle che io sono franchista, che venero la memoria del generale Franco, che ho fatto la guerra civile; pertanto, può immaginare come la pensi. Ma il Caudillo mi ordinò di ubbidire al suo successore, e il re mi ha ordinato di fermare il colpo di Stato del 23 febbraio, e io l’ho fermato; se mi avesse ordinato di assaltare le Cortes, lo avrei fatto». Oppure, se vogliamo dirla in forma più chiara: che io sappia, nessuno quella sera in Spagna diventò monarchico, ma tutti diventammo come minimo juancarlisti. Per il resto, qualche settimana o qualche mese più tardi, l’Eta assassinò Quintana Lacaci, e io mi fidanzai con la poetessa, fidanzamento che naturalmente finì in catastrofe. A pensarci bene, forse tutto quello che inizia, sia come commedia che come tragedia, finisce sempre in tragedia. L’autore ha scritto “Soldati di Salamina” (Traduzione di Fabio Galimberti) DOMENICA 6 NOVEMBRE 2005 LA DOMENICA DI REPUBBLICA 29 IL SECOLO TURBOLENTO DELLA SPAGNA Il ’900 si apre e si chiude con i Borbone sul trono: nel mezzo, la dittatura del generale Primo de Rivera che prende il potere nel ’23 col consenso di Alfonso XIII, la proclamazione della Repubblica e la guerra civile che si chiude nel ’36 con l’ascesa di Franco. Dopo 40 anni di franchismo, è Juan Carlos (nella foto con la regina Sofia) a gestire il ritorno alla democrazia 14 di quel mese sposerà Sofia di Grecia. A Madrid, incontro ad un pranzo Nicolàs de Cotoner y Cotoner, marchese di Mondèjar, che è il capo della Casa Civile del principe. Il marchese è un gentiluomo d’altri tempi, elegante, gentilissimo: e quando vede che mostro un interesse per il giovane Juan Carlos, propone di farmi visitare la Zarzuela, il palazzetto vicino alla residenza di Franco, il Pardo, dove gli sposi andranno ad abitare (ed abitano tuttora). Nel maggio ‘62 la Zarzuela è stata appena riarredata dalla moglie del generalissimo, donna Carmen Polo, del cui cattivo gusto si ride in tutti i salotti di Madrid. Fortuna che alle pareti ci sono dei Luca Giordano e dei Ribera di tutto rispetto, così che posso tralasciare ogni commento sull’arredo e soffermarmi ammirato, invece, davanti ai LA DINASTIA LE ORIGINI I Borbone sono una famiglia originaria della Francia centrale: nel 1589 salgono al potere e governano la Francia per oltre due secoli. A questa famiglia appartengono sovrani di eccezionale importanza come Enrico IV e Luigi XIV I BORBONE D’ITALIA Repubblica Nazionale 29 06/11/2005 Un ramo della famiglia nel 1734 conquista Napoli e la Sicilia: Carlo di Borbone è il primo re delle Due Sicilie: nel 1816 gli succede il figlio Ferdinando I. Restano al potere fino all’annessione nel Regno d’Italia IL RAMO SPAGNOLO Capostipite è Filippo V, duca d’Angiò, nipote di Luigi XIV di Francia, diventato re nel 1700. Nel 1931 con la proclamazione della repubblica sono costretti ad abbandonare la Spagna: Alfonso XIII viene deposto GLI EREDI Il 31 ottobre scorso è nata Leonor, figlia di Felipe e nipote di Juan Carlos. Sarà regina di Spagna: si parla di un emendamento alla Costituzione per consentire la successione al trono anche alle donne quadri. Il marchese mi guida per tutto il piano inferiore, e ad un certo punto arriviamo in quello che Mondejar chiama il «salottino del principe»: due o tre poltrone, l’apparecchio televisivo, una scaffalatura che contiene una dozzina di volumi. Quando ne occhieggio i titoli, devo trattenere un sorriso. Cinque o sei fanno infatti parte d’una collana di libri per ragazzi come ce n’è in tutti i paesi: le avventure d’un certo Pablito o Juanito o Luisito — non ricordo bene—, che in uno dei libretti è pilota, in un altro esploratore, in un altro ancora scienziato, e così via. Altri due o tre libri sono da accademia militare: le autoblinde, l’uso della mitragliatrice. Infine due veri libri: Bernadette di Franz Werfel, e le memorie di Viktor Kravcenko, il primo e celebre transfuga dall’Urss a descrivere gli orrori del comunismo. Memorie che in tutta Europa s’intitolano Ho scelto la libertà, ma alle quali la propaganda franchista ha messo un titolo politicamente più incisivo: Urss, il paese delle lagrime. Un giovane di ventiquattr’anni con questi libri alle spalle non poteva certo apparire promettente, ed è appunto questo che scrissi in un articolo per il Mondo. Quel che non sapevo è che tra tanto scetticismo sulle qualità del principe, l’unico ad essere convinto che si trattasse d’un giovane intelligente e di carattere forte, era Francisco Franco: uno che si sbagliava raramente nel giudicare gli uomini. Il Caudillo s’è affezionato al giovane Juan Carlos. Negli anni Sessanta comincia a vederlo frequentemente, lo studia, lo ammaestra. E infine (anche per i consigli dei tecnocrati dell’Opus Dei che stavano intanto ammodernando l’economia spagnola) si decide a delineare la successione. Nel ‘69, con una nuova legge, stabilisce infatti che alla sua morte Juan Carlos salirà al trono. Se leggiamo oggi il discorso d’accettazione che il principe pronunciò davanti alle Cortes, emerge clamoroso il contrasto con tutto quel che Juan Carlos è stato in seguito: un democratico convinto, il re che ha riconciliato i vinti e i vincitori della guerra civile, il paziente ma implacabile demolitore del vecchio regime. Il discorso alle Cortes fu infatti di tono e contenuti strettamente franchisti. I deputati applaudirono entusiasti, la tesi che il successore fosse poco più d’una marionetta manovrata dal Caudillo (e alla scomparsa di questi manovrabile dal “bunker”, come veniva chiamato il nucleo duro del regime) si diffuse in Spagna e all’estero. Ma poi, quando trent’anni fa Juan Carlos divenne re, il discorso del ‘69 si rivelò per quel che era: una penosa ma inevitabile finzione. Beninteso, la svolta verso una politica che presto non avrebbe avuto più nulla di franchista dovè essere cauta perché il “bunker” faceva buona guardia. Ma dalle prime elezioni democratiche del ‘77 in poi, il re di Spagna fece capire di che pasta è fatto. Si trattava di smantellare i residui pilastri del regime: il Movimiento — la struttura politica del franchismo — e l’esercito. Il Movimiento era ormai decrepito, cadente, e metterlo fuori gioco non fu difficilissimo. Mentre l’esercito era, nella Spagna del 1975, il potere stesso. E all’interno dell’esercito l’ala conservatrice, per non dire reazionaria, restava la più forte. In quei primi anni del regno, la Spagna era dunque ancora in bilico tra passato e futuro. Mentre il sovrano dialogava con tutti i partiti politici, il comunista compreso, e si varavano le autonomie regionali dopo i quasi quarant’anni del rigido centralismo franchista, a Madrid si rincorrevano le voci d’un prossimo colpo di Stato ad opera degli alti gradi militari. Sinché nel febbraio dell’81 il putsch non venne effettivamente tentato, con l’irruzione d’un reparto della Guardia Civil nel Parlamento e vasti movimenti di truppe in direzione di Madrid. Fu la giornata cruciale nell’ormai lungo regno di Juan Carlos de Bòrbon y Borbòn. Un giro di boa che relegò tra le ombre del passato quel che ancora restava del regime franchista. Il sovrano sconfessò infatti i generali golpisti, rassicurò il paese, e il putsch fallì. Da allora, con una rapidità imprevedibile e mettendo in mostra energie e intelligenza politica stupefacenti, la Spagna imboccò la strada che l’ha portata ad essere uno dei paesi più vivi, moderni e meglio governati dell’Occidente. 30 LA DOMENICA DI REPUBBLICA il fatto Le banlieues francesi scosse oggi dalla rivolta, l’allarme lanciato anche per quelle italiane: sono le barriere coralline di case e casermoni che circondano e assediano le metropoli, che si trasformano con grande rapidità travolte dai flussi migratori interni ed esterni. Nomi e realtà diverse, unite dalla grande difficoltà di essere terre di frontiera FOTO ULIANO LUCAS Zone a rischio DOMENICA 6 NOVEMBRE 2005 Periferie, il lato oscuro delle città L Repubblica Nazionale 30 06/11/2005 GIORGIO BOCCA e periferie metropolitane dell’Italia padana. Sterminate barriere coralline di case e di casoni, di milioni di tane per esseri umani. Quella milanese: quaranta chilometri in verticale, dalle marcite di Pieve Emanuele ai laghi di Varese e di Como, quaranta chilometri in orizzontale fra Busto Arsizio e Treviglio, in espansione continua con la Nuova Fiera e l’Hub della Malpensa verso Novara. Una sessantina di chilometri quella torinese, a cerchio attorno alla città sabauda, fiumi di auto sulla circolare, lassù la basilica di Superga a fare da perno. Due immensi agglomerati urbani in cui nel giro breve di mezzo secolo si sono scaricate le invasioni senza battaglie ma con fatiche e pene senza fine delle immigrazioni interne ed esterne, che non si faceva tempo a capirle ed erano già digerite o cambiate: un va e vieni di moltitudini dalle antiche città di Ambrogio e dei Savoia al tessuto interminabile di borghi che si sono fusi e si riconoscono solo da indicazioni grafiche, i cartelli stradali, le insegne del metrò, le bandiere delle squadre di calcio, non le divise dei vigili urbani, rimaste identiche a quelle vecchie dei “ghisa” milanesi o dei “civic” torinesi. Primi arrivano i “terroni” del miracolo economico negli anni Cinquanta con le loro “coree”: le baracche di legno e di latta e gli orti da coltivarci insalata e pomodori che nelle notti lombarde e torinesi diventeranno case in muratura, tetti a riparo delle piogge e della neve. Poi la mescolanza definitiva, il meticciato generale e spontaneo delle etnie, questo sì un miracolo vero, destinato in parte a finire nel patriottismo leghista, il patriottismo trasformista degli ultimi arrivati. Che ne è rimasto della gloriosa classe operaia e del partito di Gramsci e di Togliatti nel- le periferie del Nord? Poco, dentro una decadenza direi logistica: da un anno all’altro le sedi del partito chiuse o trasferite, le camere del lavoro chi sa dove a indirizzi sconosciuti. Nelle periferie del Nord la classe operaia non esiste più. L’hanno politicamente massacrata, l’automazione le ha tolto il controllo del lavoro, l’unica vera arma che possedesse. Gli operai ci sono ancora ma non sono più al centro della politica, campano anche loro in qualche tana della “barriera corallina”. Molti si drogano come i borghesi, la cocaina arriva ogni mattina con i camionisti, da Genova. E passa subito nei bar, dove la mettono nei sacchetti delle patatine fritte o dello zucchero. Drogati ormai di ogni ceto abitano in tutta la periferia di Milano e di Torino. Un vecchio socialista che si occupa dell’Unità sanitaria di Gorgonzola, ogni tanto mi telefona per raccontarmi cosa succede ogni sera a Sant’Elembardo dove c’è il villaggio della fondazione Crespi, vicino a Gorla e dove — dice lui — «i ragazzi sono bianchi come un lenzuolo in viso e dentro neri come la morte. Sai quanto durano i soldi di un’auto rubata per drogarsi, il centone che prendono dai carrozzieri ricettatori? Due o tre giorni». La droga gira veloce nella periferia milanese. A due passi dall’aeroporto dei vip c’è via Uccelli di Nemi, dove sta l’aula di giustizia in cui hanno processato Adriano Sofri. Uccelli di Nemi, un ingegnere che ha dato nome a una strada che sta fra i casoni di Ponte Lambro, dove c’è anche una caserma dei carabinieri con porte e finestre sempre chiuse, forse per non vedere ciò che accade nel quartiere. Quattro famiglie mafiose controllano il mercato della “roba”, nei portici sono ancora appesi i manifesti del politico che annuncia una sua visita «per conoscere meglio i problemi della zona 13, la cittadinanza è pregata di intervenire». Ma non lo sa che le vedette della droga vanno su e giù in auto per la strada che sta fra i due casoni bianchi, a passo d’uomo, come se scivolassero sull’asfalto. C’è molta droga e poca politica nelle periferie del Nord. Milano si è svuotata, il costo delle case e quello degli affitti sono insostenibili dal ceto medio, gli annunci pubblicitari in televisione mostrano i nuovi quartieri residenziali appena costruiti, le villette con giardinetto e garage che a pensare di doverci vivere ti si gela il cuore. Eppure c’è gente anche ricca che ha il gusto della periferia, forse gli piace vedere da vicino come vivono gli italiani comuni. Anni fa conoscevo una figlia del banchiere Zincone. «Tu che fai il giornalista, mi disse, potresti aiutare mio padre a cercare un nome per il quartiere che sta costruendo vicino all’autostrada per Bergamo?». Ci studiai per qualche giorno e le diedi un elenco. Una settimana dopo mi telefona per invitarmi a pranzo al quartiere Zincone dalle parti del Giambellino e mi DOMENICA 6 NOVEMBRE 2005 ‘‘ LA DOMENICA DI REPUBBLICA 31 LE FOTO Orti e praterie Dietro alla borgata Gordiani, in una prateria da dove si vedeva tutta la periferia con le borgate, da Centocelle a Tiburtino, in fondo ad un orto zuppo di guazza, ci stavano dei grossi bidoni arruzzoniti, abbandonati lì insieme a altri ferrivecchi, in un recinto Da RAGAZZI DI VITA di Pier Paolo Pasolini Nell’altra pagina (a sinistra) Gratosoglio (Milano) nei primi anni ’70 e (sotto) una veduta aerea di Mirafiori e della periferia torinese Qui e in basso, la periferia romana alla fine degli anni ’50 ’’ Le borgate perdute di Pasolini FILIPPO CECCARELLI LE PERIFERIE ITALIANE Repubblica Nazionale 31 06/11/2005 È negli anni del boom economico (inizio ’60) che le borgate e i sobborghi delle città italiane si trasformano: l’edilizia popolare dà vita a palazzoni tutti uguali dice che suo padre aveva già trovato il nome: Zinconia. Sono andato al pranzo nella villa del Giambellino. Al centro di un prato enorme c’era una piscina enorme. Erano invitati i più noti immobiliaristi di Milano. Forse gli piaceva essere osservati dai balconi dei condomini circostanti. Adesso poco distante c’è un ristorante che apre alle sette del mattino. Si fermano a mangiare una bistecca fiorentina quelli che vanno in ufficio. Gli abitanti di Milano e di Torino, città cariche di storia, di opere d’arte e di bellezze architettoniche, hanno un debole un po’ perverso per le periferie puzzolenti e rugginose. A Milano la buona società predilige le osterie lungo i navigli verso Pavia e Vigevano. Ce n’è una, il Bettolino di Gazzano, dove era difficile trovare posto; ci arrivai una sera e in una saletta c’erano Giangiacomo Feltrinelli e Rudi Dutschke, il rivoluzionario, a mangiare il pollo alla piastra e i nervetti. È sempre rimasta a Milano una oscura attrazione per la periferia. E anche quando vennero i Natali tutti d’oro della Rinascente, a celebrare le feste si andava a Quarto Oggiaro, l’Ortica, Lambrate, il Giambellino, nei piccoli ristoranti sotto un gasometro; ma soprattutto a Carnevale e a Pasqua forse per sfuggire alla terrea felicità di massa, cupa, totale, obbligatoria. Natali tutti d’oro in piazza Duomo, Natali di eccitazione e di novità nelle periferie, dove l’Italia povera cercava di sopravvivere, ma si toglieva anche il gusto della prima volta: la prima volta che i “cafoni” delle terre del sud andavano al lavoro in motoretta; la prima volta che a Ferragosto i poveracci andavano al mare e stavano in coda nelle auto; la prima volta che gli operai della Fiat e della Pirelli si fermavano e con loro si fermava l’Italia intera. Eravamo eccitati, presi dal nuovo, solo ogni tanto ci accorgevamo che il mondo stava cambiando. Me ne accorsi una mattina a Bergamo. LE BANLIEUES PARIGINE Comprende i quartieri esterni all’agglomerato urbano: dalla multietinica Belleville di Pennac ad Auteuil, il villaggio prediletto dai letterati, alla Goutte d’or, la Casbah di Parigi LE FAVELAS BRASILIANE Le prime favelas nascono negli anni ’60 sui terreni lasciati liberi dai contadini che si spostano verso le grandi città: pessime sono le condizioni di vita GLI SLUMS INGLESI Risalgono alla sovraffolata Londra di metà Ottocento i primi famigerati slum con le malsane abitazioni collocate a ridosso delle ciminiere delle fabbriche Solo pochi anni prima dalla città alta vedevi l’ordine contadino ai tuoi piedi, immobile da millenni: i campi verdi di erba; quelli gialli del frumento dentro la punteggiatura dei gelsi; i cascinali a distanza regolare, la distanza percorribile dalle bestie da lavoro; e laggiù, in un tempo silente, Milano. E ora tutto era cambiato, violentato, case e fabbriche nate con la benedizione del papa bergamasco, il Giovanni XXIII di Sotto il Monte. «Mi sun mia bigot — diceva suo fratello Giusepi — ma i me porta i bloc». Così partiva con le prime pietre in valigia, a farle benedire dal fratello. Nella periferia che cambiava, la Chiesa dei parroci era molto più attenta alle mutazioni sociali che non i partiti del cambiamento. Il Partito comunista di Togliatti si era mosso alla conquista del Paese al motto: «Una sezione in ogni parrocchia». Ma non era di sezioni che avevano bisogno gli immigrati, ma di oratori per farci giocare i loro bambini, di preti caritatevoli per aiutare anche i figli finiti in prigione. La Celere di Scelba faceva sparire i briganti politici: quelli della Banda Cavallero, di via Osoppo o della Volante rossa di Lambrate. Ma per aiutare le famiglie, per sistemare i figli, ci volevano i don Colmegna della Caritas, la preveggenza del cardinal Martini. C’è stato negli anni un grande andirivieni fra città e periferie. Alcuni dei ricchi che si erano rifugiati nella villetta in campagna dalle parti della Malpensa sono stati costretti dal fragore degli aerei a far ritorno in città. Ad altri è andata peggio, sono stati rapinati con violenza e stupri dalla nuova delinquenza arrivata dai Balcani o dall’Africa. E così l’anagrafe ha registrato negli ultimi due anni un piccolo ritorno a Torino e a Milano. Torino è di nuovo sul milione di abitanti, Milano sul milione e trecentomila, ma il grande ritorno non ci sarà: il traffico nelle città continua a crescere, così come l’aria avvelenata. FOTO MAGNUM CONTRASTO FOTO HENRI CARTIER-BRESSON / MAGNUM A Ponte Mammolo, in fondo alla Tiburtina, dove Pier Paolo Pasolini venne ad abitare appena fuggito a Roma, ci si arriva con la metropolitana. E nel vecchio palazzo «senza tetto», via Tagliere numero 3, oggi trova sede addirittura la Casa internazionale della poesia. Tutto intorno parabole, videonoleggi, gelaterie che offrono prodotti dai gusti e dai colori inorganici, ricariche di cellulari. Inesorabilmente cancellata, sul limes di Pietralata, la storica scritta a vernice: «Qua so’ cazzi!». E i “pischelli” sfoggiano cappellini da baseball. La mutazione antropologica, d’altra parte, ha investito anche il Pigneto, sulla Casilina, che ormai va di moda ed è quasi un quartiere “fichetto”. Qui fu girato Accattone: «Erano giorni stupendi in cui l’estate ardeva ancora purissima, appena svuotata un po’ dentro, della sua furia». Niente più «casupole basse», né «muretti screpolati» con un sottofondo di Bach; si è spenta «la granulosa grandiosità» delle «povere, umili, sconosciute stradelle, perdute sotto il sole, in una Roma che non era Roma». Ci sono oggi, al Pigneto, che è Roma assoluta e quintessenziale, interessanti librerie dai nomi pasoliniani come Il Corsaro; ci sono eventi culturali, compreso il premio Pasolini-Pigneto, ci sono ristorantini, negozi equo-solidali e con qualche azzardo mercantilistico appaiono maturi i tempi anche per un sushi-bar. I fratelli Citti, Franco e Sergio, venivano da Torpignattara. Ma la luce della borgata non è più quella «lercia e bituminosa» che ancora segna il cielo di Mamma Roma. In compenso qui sono venuti a vivere i cinesi. Lavorano il cuoio, stanno tra loro e non ridono mai. Quarant’anni fa il sottoproletariato romano aveva anch’esso i suoi problemi, ma era più allegro. O così almeno sembrò a quel giovane e strano intellettuale con gli occhiali da sole — un grandissimo filologo, in realtà — che da Sergio e Franco a tutti costi voleva sapere cosa significava «ghisciorfo». Oppure, piuttosto, «ghisorfo»? Alla borgata Gordiani, nel frattempo, gli orticelli e i pratoni sono diventati “Parco”. Ci fanno anche il calcio femminile, oltre che meritorie ricerche etno-musicologiche. E tuttavia anche qui, come negli altri luoghi che frequentavano il Tommasino di Una vita violentacon i suoi compari Lello, il Zimmìo, il Cagone, il Budda e il Zucabbo, ecco, nella immensa periferia pasoliniana le scavatrici hanno smesso di piangere, sono state divelte le reti, disseccate le marane, chiusi gli sfasciacarrozze, abbattuti i villaggetti di tuguri, né si ascoltano più in lontananza le voci dei grammofoni. Ed è come se il benessere avesse annientato la poesia. E forse saranno solo fantasie di letterati. Forse adesso tocca all’economia, alla sociologia, all’urbanistica o alla Polizia, al limite, di mettere l’ultima parola a suggello delle più profonde trasformazioni. Ma di sicuro quei pezzi un tempo estremi della città eterna, della “città di Dite”, hanno trovato un destino di fuga nel vuoto abitabile dell’omologazione e del superfluo. Quando il necessario, se non l’indispensabile, per mezzo secolo almeno ha funzionato come magnifica e cupa risorsa evocativa. «Nessun nome grazioso, nessuna bella vista o bel vedere, nessun prato fiorito o valle fiorita, o ombrosa — scrive Ennio Flaiano (sceneggiatore di Fellini) sulla toponomastica della ex periferia romana — nessuna concessione al forestiero o al viandante. Tutto parla di misfatti, di fughe, di cattivi incontri. “Il Malincontro”, “la Casaccia”, “la Chiesaccia”, “la Coccia di morto”, “il Fosso del Malpasso”, l’osteria “Pisciacavallo” o quella “della Puttanella”, “il Casale Abbruciato” e quello “della Pidocchiosa”». Di “Femmine morte” Flaiano ne contò addirittura tre e a cercar bene si trovano ancora una via “della Contumacia”, una via “Affogalasino” e una invero poco amena località scelta come ricovero da Maurizio Arena e dal leader curdo Ocalan e intitolata con graziosa ironia “l’Infernetto”. Ebbene: questa periferia ha cessato di essere tale. E magari, rispetto a Pasolini, a suo modo ha perfino recuperato dignità. Nel 1972, a Sanremo, Vianello e la Goich cantarono l’ottimismo della marginalità: Semo gente de borgata («ma stamo mejo noi...»). Quattro anni dopo il sindaco comunista Petroselli buttò giù i borghetti. Ancora un decennio e, «Nato ai bordi di periferia», ebbe successo l’inno inaugurale di Eros Ramazzotti (però era sparito pure il dialetto). Vennero poi Sbardella, e Rutelli, e Veltroni; e piscine vanitose alla Storta, ruspe anti-abusivismo — «L’abusivismo è come il vento» gridava Teodoro Buontempo — proteste sui tetti, e consiglieri di An che si dettero fuoco, addirittura. Ma intanto, alla Magliana, il negozio del “Canaro” — “Mambli Lavaggio Cani” si leggeva con un brivido — vende intimo femminile, anzi lingerie. «C’era calma e sole dietro il Quadraro» scrive Pasolini. Bene: non c’è più. Non c’è più il 409 che sulla Tuscolana, verso Porta Furba, «cambiava marcia raschiando in mezzo alla folla, fra i tricicli e i carretti degli stracciaroli, le biciclette dei pischelli e i birroccioni rossi dei burini che se ne tornavano calmi calmi dai mercati verso gli orti della periferia». Là in fondo, adesso, c’è Ikea, penultima cattedrale del consumo. L’acquedotto è rimasto: restaurato dalla Banca d’Italia e illuminato dall’Acea. 32 LA DOMENICA DI REPUBBLICA DOMENICA 6 NOVEMBRE 2005 il reportage Ideologie estreme Qui le signore siedono nelle poltrone di comando in politica e negli affari, qui non c’è bisogno di quote, la parità tra i sessi è quasi perfetta: eppure, in aprile è nato un “partito delle donne” che ha sbancato i sondaggi, per poi imboccare una via bizzarra L’utopia femminista nella Svezia rosa LE CAPITALE DEL BENESSERE CONCITA DE GREGORIO Dopo l’iniziale successo, il movimento è imploso in una serie di risse interne che hanno portato quattro fondatrici ad andarsene sbattendo la porta me avevano fondato il gruppo: vendetta sui maschi. L’ala omosessuale, bisessuale, transessuale del partito ha imposto il suo programma: distruggere l’ordine patriarcale. Proprio così: distruggere. Di seguito, i punti del programma. Primo, tassare alla nascita tutti i bambini maschi. Tassarli in quanto maschi, perché siccome gli uomini a parità di incarico guadagnano il 25 per cento in più delle donne è giusto che rifondano la somma che usurperanno fin dal momento in cui vengono al mondo. Secondo, e conseguente: risarcire del 25 per cento di salario sottratto e ristabilire immediatamente la norma «equal pay for equal work». Terzo: eliminare i nomi sessuati, dare ai bambini nomi neutri in modo che possano decidere loro, da grandi, se si sentono maschi o femmine. Quarto: obbligare gli uomini a stare a casa otto dei sedici mesi concessi dallo Stato per la maternità/paternità. Non «dar loro la possibilità di»: questo è già legge. Obbligarli. Quinto: abolire il matrimonio e sostituirlo con un «codice di convivenza civile» che non faccia riferimento al genere e al numero delle persone coinvolte. Il quinto punto ha subito fatto pensare ad una legittimazione della poligamia perciò le proponenti hanno dovuto precisare: odiosa poligamia esclusa. Sesto: limitare la presenza degli uomini dei gruppi direttivi al 25 per cento. Settimo: stabilire per legge che nessuna donna deve percorrere più di 15 minuti di strada a piedi per raggiungere un servizio essen- FOTO CONTRASTO uestoè un viaggio spettacolare: è come salire su una macchina del tempo e mettere la lancetta al 2055, scendere e vedere com’è. Vedi meraviglie e schifezze naturalmente, prima fai oohh a bocca aperta poi guardi meglio e fai mah, però dei dubbi parliamo dopo. Prima lo stupore. Il viaggio è breve: tre ore di volo da Roma a Stoccolma. Da Roma, dove in Parlamento gli uomini dicono «quelle, le donne, non devono scassare la minchia» e bocciano una legge sulle “quote rosa” di per sé già ridicola — ne sarebbero entrate una su dieci, alle Camere — fino alle isolette di Stoccolma dove le signore sono la metà del Riksdag, in otto hanno progettato l’ultima Volvo, c’è una vicecapo di Stato maggiore, quando fanno un figlio stanno a casa (pagate) quasi un anno e mezzo, le ministre sono undici, le pilote di aereo in percentuale più delle maestre d’asilo, Vittoria sarà regina, Anne Lindh sarebbe stata primo ministro se un pazzo non l’avesse accoltellata al secondo piano dei grandi magazzini dove da ministro degli Esteri era senza scorta a fare la spesa, le prostitute sono accudite come vittime e i clienti vanno in galera, già Cristina di Svezia nel 1600 aveva una fidanzata, Cartesio come insegnante di filosofia e abdicò pur di non sposarsi, gli uomini fanno più fatica a trovare lavoro (il loro problema è il tasso di disoccupazione maschile) e non c’è ufficio, non c’è sala d’attesa né centrale comandi dove la parità sia meno che perfetta, del resto anche gli Abba erano in quattro divisi così: due e due. Dunque, la Svezia. Adesso non stiamo qui a dire la meraviglia dell’uguaglianza fra i generi che il Nord Europa ha prodotto perché si sa che tanto le obiezioni sono sempre le stesse: quella è un’altra cultura, sono in pochi, non hanno il Papa, eccetera. No, la questione è un’altra. La questione è che in Svezia nell’aprile di quest’anno è nato un Partito Femminista — è nato, non esisteva prima — che si candiderà alle elezioni politiche del prossimo anno e che i sondaggi hanno accreditato al suo esordio di un gradimento del 25 per cento da parte dell’elettorato, e di una ragionevole intenzione di voto dell’8 per cento. Un’enormità, difatti Le Monde, il New York Times e l’Herald Tribune gli hanno subito dedicato le prime pagine sotto titoli che dicono, più o meno: che altro vogliono le donne, in Svezia? Una buona domanda, quindi tutti a leggere il programma di Feministiskt initiative e della sua energica ma esile e sorridente leader Gudrun Schyman, già segretario dell’ex Partito comunista, ora Partito della sinistra, abbandonato appunto per «manifesto maschilismo». La seconda notizia, assai meno divulgata, è che nel giro di sei mesi il Partito di iniziativa femminista è imploso in una ridda di risse interne, quattro delle fondatrici se ne sono andate dicendo una di essere vessata in quanto «eterosessuale borghese», un’altra «per deficit democratico», una terza per «l’effetto boomerang che la proposta sta producendo». Ad oggi le intenzioni di voto sono crollate all’1,3 per cento, le chat pullulano di frasi di scherno (maschili) corredate con le facce dei diavoletti sorridenti, l’agenzia Internet di scommesse Unibet dà l’ingresso delle femministe in Parlamento al 4.5: punti 100 corone ne vinci 450, non è moltissimo ma fa già gola. Dunque cosa è successo? È successo questo: l’ala radicale ha preso il sopravvento. Al congresso di settembre, il primo congresso, il femminismo per così dire gentile e dialogante è stato sconfitto dal femminismo armato. Il vento della vendetta storica si è abbattuto sulle docenti universitarie, le filosofe del pensiero di genere, le liberali che insie- FOTO MAGNUM/CONTRASTO Repubblica Nazionale 32 06/11/2005 Q Nelle foto in queste pagine, scene di vita quotidiana a Stoccolma La Svezia gode di uno tra i sistemi di protezione sociale più avanzato d’Europa ed è il paese con la più alta percentuale di donne in posizioni di potere STOCCOLMA ziale. Ottavo: rivedere la legge sulla violenza sessuale nel punto in cui si dice che la donna offesa deve dimostrare di aver resistito. La donna, anche nell’ambito domestico, non deve fornire un silenzio assenso all’atto sessuale ma deve esplicitamente richiederlo. Nono: aprire un’inchiesta governativa che stabilisca perché le ambulanze arrivano più tardi quando a patire un infarto è una donna. Decimo: abolire la monarchia. Ora, come chiunque può apprezzare, il decalogo ha punti di forza e altri di debolezza. Il punto due, «equal pay for equal work», è sacrosanto e difatti il governo socialdemocratico di Goran Persson ne ha fatto l’asse del suo programma di «gender equality», uguaglianza di genere: non c’è una ragione al mondo per cui le donne che fanno lo stesso lavoro degli uomini debbano guadagnare di meno. Al punto nove, quello degli infarti, si può obiettare che le donne — è scientificamente provato — ne accusano di meno ma, certo, quando capita le ambulanze non devono arrivare in ritardo. Più complesso appare regolare per legge la sessualità domestica. Persino più complesso tassare i neonati maschi e obbligare i genitori a dar loro un nome neutro. Lasciando il partito, Helena Brandt, verde, ha detto che «Iniziativa femminista è diventato un partito omosessuale, bisessuale, transessuale. Non quello che io pensavo all’atto della fondazione: io sono contro le discriminazioni di genere, tutte». In effetti il primo quoti- LA DOMENICA DI REPUBBLICA 33 FOTO CONTRASTO DOMENICA 6 NOVEMBRE 2005 L’ALTRA METÀ CRISTINA DI SVEZIA ANN LINDH GUDRUN SCHYMAN EBBA WITT BRATTSTROM DEL CIELO La regina illuminata eredita la corona a sei anni, nel 1632: ha Cartesio come insegnante di filosofia e pur di non sposarsi preferisce rinunciare al trono Già ministro degli Esteri e candidata premier, viene uccisa il 10 settembre 2003, alla vigilia del referendum sull’euro, da un folle mentre fa la spesa senza scorta Ex presidente del Partito della sinistra e leader di Feministiskt Iniziative è una delle femministe più note da quando confessò in tv di essere alcolizzata Docente di letteratura e femminista storica, 50 anni, quattro figli, ultima delle fondatrici di Feministiskt Iniziative ad aver abbandonato il partito Repubblica Nazionale 33 06/11/2005 diano di Svezia, Dagens Nyheter, osserva come transessuali e transgender abbiano trovato lì ospitalità. Il commentatore politico Bjorn Elmbrant rileva che «bello o brutto che sia le questioni legate ai diritti dei gay non possono interessare più di ottocento elettori». Forse qualcosa di più, ottocento sono pochi, ma resta in effetti sorprendente come una politica di lunghissimo corso parlamentare come Gudrun Schyman abbia lasciato sbattendo la porta la guida del Partito della sinistra per mettersi a capo di una formazione così connotata. Sarebbe come se, fatte le proporzioni, Fassino lasciasse i Ds per capitanare alle prossime politiche un Partito Priscilla. Lei, Schyman, respinge fermissima le obiezioni: «È un mito che la Svezia sia un paese egualitario. Anche gli svedesi pensano che il più sia fatto, che resti solo un po’ di polvere negli angoli, ma nella vita reale le cose stanno andando indietro. La sinistra è incapace di vedere la sottomissione della donna. Preferirei un governo borghese con orientamento femminista che un governo di sinistra così». Delle compagne che se ne sono andate dice che erano «esasperate dalle pressioni esterne», niente rivalità interna al partito. Tuttavia la cronistoria è questa. I primi malumori dell’ala moderata sono iniziati in estate, dopo la messa in onda sul primo canale tv del documentario La guerra di genere, The gender war. Il programma conteneva affermazioni assai poco dialoganti tipo «gli uomini sono animali», opinione di Ireen von Wachenfeldt. Vivaci reazioni sulla stampa. La prima a lasciare è stata a settembre Tina Rosemberg, docente di teorie di genere all’Università di Stoccolma: «In sei mesi la parola “femmini- sta” è diventata in Svezia un epiteto offensivo. Siamo colpite da un antifemminismo di ritorno». La seconda, la verde Helena Brandt: «È diventato un partito omosessuale». La terza, Susanne Linde, nata nella sinistra del partito liberale: «Me ne vado perché mi vessano per il fatto di essere una eterosessuale borghese». Ultima Ebba Witt Brattstrom, docente di letteratura e femminista storica, 50 anni, 4 figli, capofila del pensiero di genere: «C’era un deficit democratico, avevamo difficoltà a lavorare insieme». Nel frattempo al governo qualcosa è successo. Goran Parsson, impressionato dai primi sondaggi di Feministiskt initiative, ha dato nuovo impulso e nuova linfa alla battaglia per l’equilibrio: ha stanziato il 30 per cento di fondi in più per le associazioni femminili che lo studiano e lo promuovono, ha proposto in Europa un osservatorio comunitario per le Pari opportunità. I sindacati valutano nel merito. Wanja Lundy Wedin, della LO Union Group, trova che in effetti «Iniziativa femminista sia diventata un freno al femminismo per le modalità con cui si pone, ma alcuni dei temi sono seri: sull’aspettativa per maternità/paternità per esempio noi proponiamo che sia divisa in tre parti. Obbligatoria cinque mesi per la madre, cinque per il padre e cinque a scelta». Al momento sono le donne che ne usufruiscono all’80 per cento: massima riprovazione pubblica e condivisa. Sten Dahlborg, giovane amministratore delegato di un’impresa di oggetti di alta tecnologia medica, padre di due figli piccoli, moglie nordafricana con studi e passaporto americano, trova che «sia insensato obbligare i padri a stare a casa cinque o otto mesi, come è insen- Sull’ala moderata ha prevalso quella oltranzista, gay e transessuale, che ora punta a “distruggere l’ordine patriarcale” Nel programma anche una tassa da imporre ai neonati maschi sato obbligare le madri. Bisogna far prevalere il buon senso, oltre che il libero arbitrio. Ci sono ragioni per cui le famiglie scelgono come comportarsi e in quelle ragioni lo Stato non può entrare. Trovo giustissima la battaglia per la parità di stipendio, mi stupisco che non sia ancora così. Trovo ingiusto che ancora oggi ci sia qualche azienda che blocca l’accesso delle donne ai livelli di comando. Trovo insensato che mi dicano come devo chiamare mio figlio e che devo pagare una tassa se nasce maschio: grottesco direi. Non rende un buon servizio alla causa, giusta, della loro battaglia». Anche il nuovo ambasciatore italiano a Stoccolma, Francesco Caruso, si sorprende dell’ingenuità con cui il nuovo partito usa un argomento così impopolare come l’abolizione della monarchia: «Qui in Svezia la monarchia è davvero un simbolo dell’unità nazionale, ed è amatissima». Sulla presenza delle donne nella società produttiva alla Camera del lavoro di Stoccolma mostrano dati che a noi sembrano lunari, venusiani: il “gender gap”, la differenza fra la percentuale di lavoratori uomini e donne, nel caso di donne con un figlio è del 9,8 per cento (Italia: 40,9) e scende, nel caso di due figli, al 9,4 (Italia: 49,9). Vuol dire che, rispetto a quel che fanno gli uomini, meno di una su dieci madri rinuncia al lavoro per stare a casa. Otto donne su dieci in Svezia hanno un impiego fuori casa: sono la metà della forza lavoro complessiva, il tasso di disoccupazione femminile è di un punto più basso di quello maschile. In Parlamento le elette sono il 45,3 per cento, quasi la metà. In Italia l’11, per ora. Con la nuova legge vedremo. In Namibia — per intendersi — sono il 22, in Mozambico il 25. Nove bambini su dieci fino ai sei anni sono assistiti a tempo pieno dalla scuola materna pubblica. Gli asili privati non esistono. «Detto questo, bisogna stare attenti alle esagerazioni del welfare: da noi si sta talmente bene anche in carcere, ti danno persino uno stipendio, che certi studi dimostrano come tra gli immigrati in arrivo dai Paesi Baltici ci sia gente che commette reati perché preferisce stare in galera qui piuttosto che a casa nel suo paese», dice il giovane manager. Chissà se questa è già una di quelle leggende che alimentano la xenofobia di ritorno. Di Gudrun Schyman i giornali di destra e i siti Internet ostili ricordano un passato di alcolismo, alcuni ricoveri e un episodio minore di corruzione. L’alcolismo nei paesi che gelano a novembre e rivedono terra e luce a maggio è piuttosto diffuso. L’episodio di corruzione è paragonabile all’uso di un telefono di servizio per chiamate di famiglia. Anche qui: un’altra cultura, a certe latitudini anche le parole cambiano senso. La signora Schyman al momento sta benissimo: avverte che le campagne di disinformazione «si inquadrano nell’opera capillare di denigrazione della battaglia delle donne». È sicura che a settembre del 2006 — in Svezia si vota sempre a settembre, sempre la stessa settimana del mese — il suo partito sarà al Riksdag, in Parlamento. La sua assistente, congedandosi, chiede notizie di Buttiglione, «quello che doveva fare il commissario europeo. Cosa fa ora da voi, è vero che è ministro?». Ministro, sì. Cultura. 34 LA DOMENICA DI REPUBBLICA la memoria America DOMENICA 6 NOVEMBRE 2005 Il 13 agosto 1521 Tenochtitlan, la capitale dell’impero azteco, si arrese a Cortés e sulle sue rovine sorse in pochi anni la nuova “Città di Messico”. La colonizzazione spazzò via in brevissimo tempo gran parte delle testimonianze di questo popolo. Con rare eccezioni, come questi disegni, dove i nativi illustrano la loro civiltà e la sconfitta La conquista spagnola MASSIMO LIVI BACCI Repubblica Nazionale 34 06/11/2005 I la città Tenochtitlan... un’isola ovale collegata alla costa da tre arterie interrotte trasversalmente da canali, sormontati da ponti amovibili. Le rive erano orlate dal verde dei giardini galleggianti, mentre al centro predominava il bianco brillante delle case ’’ la casa Un patio ombroso era circondato da edifici con stanze fresche e spaziose. Stuoie e cuscini di paglia sparsi sul rosso lucido del pavimento invitavano il visitatore al riposo, mentre dalla cucina provenivano ritmici colpi di mano ’’ l 13 Agosto del 1521 la grande Tenochtitlan, il centro del potere della confederazione Azteca, capitolò dopo sei mesi del durissimo assedio imposto da Cortés e dai suoi alleati indigeni. Per tre giorni, racconta Bernal Diaz del Castillo, i superstiti ridotti allo stremo sfilarono lungo i terrapieni che congiungevano alla terraferma la città semidistrutta, posta al centro della laguna. «Così magri, giallognoli, sudici e puzzolenti che dava pena a vederli» scrisse Bernal. Sulle rovine sorse in pochi anni la nuova “Città di Messico”, città degli spagnoli, edificata allo stile castigliano con le pietre dei templi in rovina. La vittoria degli spagnoli fu netta e incontrastata ed il loro potere si estese rapidamente e quasi senza opposizione a tutto il Messico centrale, fino alla “frontiera chichimeca” dei barbari seminomadi e guerrieri. Assai diversa fu la situazione nel Perù, dove la resistenza indigena durò decenni, la religione cattolica rimase per secoli in superficie ma idoli e centri cerimoniali continuarono a funzionare nella clandestinità. La Conquista fece piazza pulita della simbologia religiosa, dei riti e dei templi. La maggior parte delle testimonianze della vita civile e religiosa di una società evoluta e complessa furono spazzate via senza pietà. Ma la società indigena, subíto lo shock, continuò a funzionare più o meno come prima, pur nel quadro di una nuova organizzazione politica e amministrativa. La nobiltà indigena mantenne il suo ruolo, diverse autonomie locali vennero rispettate, il sistema dei tributi rimase a lungo quello imposto dagli aztechi, le tecniche di coltivazione non mutarono se non con grande lentezza, gli stili di vita conservati. Gli ordini religiosi — francescani, agostiniani, domenicani — cui fu affidata la missione evangelizzatrice degli indios furono assai efficienti nell’opera di conversione ma giocarono anche un importante ruolo nella difesa delle prerogative degli indios a fronte della violenza dei colonifeudatari spagnoli. Nel 1536 fu fondato il Collegio de la Santa Cruz di Tlatelolco, con l’obbiettivo di creare una classe dirigente indigena. Presso lo stesso Collegio, un francescano sapiente — Bernardino de Sahagún — per decenni raccolse notizie e materiale storico e etnografico dalla viva voce di nativi sapienti. La sua opera Historia Universal de las Cosas de Nueva España fu redatta nel 1576-77, arricchita dai pittogrammi di artisti indigeni (in parte riprodotti in queste pagi- ne). L’originale è conservato nella Biblioteca Mediceo-Laurenziana di Firenze (fac-simile editore Giunti, Firenze 1996). È un’opera antropologica ed etnografica che fornisce un quadro completo dei modi di vita delle popolazioni mesoamericane nei primi decenni della Conquista, estensibile anche all’epoca ad essa precedente. Dei dodici libri della “Historia Universal”, i primi sei trattano degli dei e della loro origine, delle cerimonie, della filosofia e religione; il settimo del sole, della luna e delle stelle; l’ottavo dei re e dei signori; il nono dei mercanti; il decimo e l’undicesimo del popolo e della sua vita; il dodicesimo delle vicende della Conquista. Ho detto prima che per molti decenni gli spagnoli adottarono, con le opportune varianti, il sistema tributario pre-Conquista. Non essendoci moneta, i tributi venivano riscossi in natura, ed i soggetti contribuenti erano le singole comunità e città-stato secondo quantità stipulate. Il sistema venne poi interamente riformato sotto Filippo secondo. Molte illustrazioni riportate in queste pagine sono tratte dal Codex Mendoza (primo Viceré del Messico), il cui originale si trova presso la Bodleian Library di Oxford. Il Codice fu compilato nel 1541 da artisti indigeni, sotto la supervisione di religiosi. Il suo interesse sta nel fatto che in una serie di pittogrammi vengono riprodotti l’ammontare e le caratteristiche dei tributi dovuti dalle singole città in epoca anteriore alla conquista. Per esempio, i 12 villaggi della provincia di Toluca dovevano fornire, ogni 80 giorni, 400 mantelli bianchi, bordati in rosso e nero; 400 mantelli bianchi in fibra di maguey con strisce rosse; 1200 mantelli bianchi. Una volta l’anno, invece, doveva essere pagato il tributo di 22 costumi per guerrieri; 22 scudi piumati; l’equivalente di tre silos di mais; tre silos di fagioli, tre di chia (pianta dai semi oleosi) e tre di una varietà di barbabietola. Ma sono oggetto di tributo anche altri beni, presumibilmente in funzione delle caratteristiche di ciascuna provincia: Oaxtepec doveva fornire fogli di carta, Axacopan miele di maguey; Jilotepec aquile vive; Cahuacán legname, Ocuilan sale, Taxco coppale, Tlapa oro… Gran parte del Codice contiene pittogrammi che descrivono la vita familiare, i modi di educazione dei figli, l’istruzione impartita, i consigli e le esortazioni, le punizioni, l’avvio al lavoro, il passaggio alla vita adulta. Documenti preziosi ed affascinanti che hanno fatto rivivere un mondo scomparso. VITA QUOTIDIANA DEGLI AZTECHI I disegni qui sopra, tratti dal “Codex Mendoza”, furono eseguiti da artisti locali sotto la supervisione di religiosi spagnoli e raffigurano scene di vita quotidiana del popolo azteco prima della conquista DOMENICA 6 NOVEMBRE 2005 LA DOMENICA DI REPUBBLICA 35 LA STORIA PER IMMAGINI Le immagini sono tratte dal libro di Massimo Livi Bacci “Conquista. La distruzione degli indios americani” pubblicato dal Mulino, e appartengono a tre opere del XVI e XVII secolo: “El primer Nueva corònica y buen gobierno” di Felipe Guamàn Poma de Ayala; “Historia universal de las cosas de Nueva España” di fray Bernardino de Sahagùn; “Codex Mendoza”, fatto compilare per Carlo V dall’omonimo vicerè. Le citazioni sulla vita del popolo azteco sono tratte dal saggio “La civiltà azteca” di George C. Vaillant, pubblicato da Einaudi raccontata dagli indios Nei codici lo “status di uomini” che i missionari ridiedero ai vinti GUIDO RAMPOLDI ’’ scienziato inglese non considerasse pienamente umani gli indios della Terra del Fuoco, e anzi li disprezzasse al punto da vedere in essi una tappa intermedia tra gli animali e noi nella scala dell’evoluzione. Però l’atteggiamento del cristianesimo non fu affatto univoco. Se infatti molti missionari si batterono con coraggio per difendere quei popoli, un’altra parte preferì non contrastare i fedeli che li schiavizzavano e sterminavano. Lo stesso Bartolomeo de las Casas ebbe i suoi problemi con la curia e con i cattolicissimi compatrioti nei tre anni, dal 1544 al 1547, in cui fu vescovo del Chiapas, in Messico; e fu costretto a rimpatriare per non essere ammazzato come «difensore degli infedeli e venduto agli inglesi eretici e nemico della Spagna». Il conflitto tra la Chiesa del silenzio, bianca, latifondista e alleata della borghesia agraria, e la Chiesa dell’impegno sociale, povera e schierata con i poveri, meticcia almeno in termini culturali, attraversa tutta la storia sudamericana, fino ai giorni nostri. Le malefatte della prima sono ampiamente note, così come i meriti della seconda. Che però non andrebbe assolta per l’ingenuità con cui costruì un’illusione tra le più devastanti, e cioè l’idea che l’umanità sia predisposta dalla natura (da Dio) al bene. Osservando gli indios Bartolomeo de las Casas si convinse che le loro nazioni esprimessero «bontà naturale, mitezza, umiltà e amor di pace (giacché in tutte le Indie è la stessa cosa)». Ma l’impero azteco, con i suoi altari insanguinati da pile di cuori umani, non corrispondeva affatto a questa tesi: e anzi, a costo di irritare qualche storico sudamericano, si potrebbe sostenere che la ferocia spagnola non raggiunse mai gli apici aztechi. Per essere equanimi potremmo concludere che la naturale ferocia degli uni e degli altri si esprimeva in modi culturalmente dissimili. ’’ L a storia della Conquista ha segnato così in profondità l’America latina che tuttora non è del tutto risolta. In genere la storiografia sudamericana tende a ricostruirla con l’intensità e l’angolaura che fra’ Bartolomeo de las Casas tramanda nella sua Brevisima relaciòn de la destruccion de las Indias presentata a Carlo quinto nel 1542. In quel rapporto famoso il missionario documentava le spaventose violenze che i conquistadores avevano abbattuto sulle popolazioni indie del Caribe e dell’America centrale, decimate dai massacri e dalle malattie importate dagli spagnoli, sfruttate nei modi più brutali, convertite a forza al cristianesimo e in genere trattate dai bianchi come una razza inferiore, come selvaggi da assoggettare con il sistema delle encomiendas in uno stato di semi-schiavitù. L’orrore prodotto nei religiosi dai fatti di cui erano testimoni determinò nella storia dell’Occidente un evento fondamentale, la nascita d’una teoria dei diritti umani. E papa Ratzinger ha ragione quando rivendica questo merito straordinario al cristianesimo. Infatti proprio l’incalzare dei missionari spinse Spagna e Portogallo a riconoscere per successive approssimazioni l’umanità di quegli esseri così simili ai loro invasori e allo stesso tempo cosi diversi. Di conseguenza i codici riconobbero all’indio uno statuto umano, sia pure equiparandolo all’incapace, quale il bambino e il pazzo; e in quanto «razza debole» gli risparmiarono la schiavitù, invece considerata legittima con i neri, in quanto «razza forte» che la natura avrebbe predisposto a servire la razza bianca. In sostanza l’occhio appassionato dei religiosi scorse ciò che non era affatto evidente per la cultura dell’epoca, e non lo fu a lungo. Chi per esempio legga il diario scritto da Darwin durante la spedizione del Beagle, ha l’impressione che il grande la festa Si udivano di lontano le profonde vibrazioni dei tamburi di legno e le note acute dei flauti di canna. Il patio era pieno di invitati indossanti vivaci abiti festivi dai colori brillanti; l’aria era appesantita dal profumo dei gigli il tempio Una grande piazza, dove troneggiavano i templi sulle loro maestose piramidi... Migliaia di crani, infilati in pioli, erano disposti simmetricamente uno accanto all’altro... le nere cavità delle orbite li facevano sembrare dadi infernali L’INVENTARIO DEI TRIBUTI Nel “Codex Mendoza” è contenuta la “Matricola de Tributos” (le illustrazioni sopra il titolo), che elenca il tipo e la quantità dei tributi in natura dovuti dai popoli sottomessi ai re aztechi 36 LA DOMENICA DI REPUBBLICA DOMENICA 6 NOVEMBRE 2005 Le carte geografiche sono macchine narrative che accompagnano la storia dell’uomo: dai viaggiatori dell’antichità ai grandi esploratori. E oggi il loro fascino ritorna con una serie di novità editoriali Mappe Quei disegni magici che hanno inventato il mondo PINO CORRIAS Repubblica Nazionale 36 06/11/2005 L e carte geografiche sono mondi portatili, dove abitano infinite sequenze di punti di partenza. Le carte geografiche sono macchine narrative che rendono plausibili le promesse non mantenute degli arrivi. Contengono il respiro della Natura e l’artificio geometrico dell’uomo. Noi continuiamo a incantarci al loro cospetto — come davanti alla grandiosa noncuranza di un erbivoro che rumina dentro l’estate rovente, come davanti ai rettangoli di luce delle piscine di David Hockney — nonostante la perfezione tridimensionale degli occhi geostazionari che di minuto in minuto carteggiano la deriva dei continenti e la ricorrenza caotica delle nuvole. Continuiamo a piegarci dentro al racconto mentale di un oceano declinato in blu, dalla Fossa delle Marianne alle scogliere ancestrali delle isole Galapagos, sebbene il loro blu, oggi, contenga le scie bianche dei transatlantici in crociere last minute, il veleno delle petroliere, le inondazioni e la luce perpetua delle dirette tv satellitari. Nessuna carta geografica, anche se il mondo è diventato perfettamente visibile, ha smesso di raccontarci l’invisibile che sta dentro di noi e che dalle verticali del cuore si espande sulla superficie orizzontale del mondo. Siamo noi il loro specchio. Siamo ancora noi il ragazzo di Baudelaire, imprigionato nell’inchiostro, mentre naviga il mondo di un Atlante alla luce della lampada. O i marinai di Stevenson che salpano da una mappa, verso l’Isola del tesoro. O i fuggitivi di Philip K. Dick che cercano scampo nelle geografie parallele di altri universi. Da altri universi mentali viene la storia degli Atlanti. Da altre invenzioni: quando gli orizzonti dello spazio terrestre erano ancora da riempire e i cieli divini da svuotare, cominciando dai perimetri rettangolari dei babilonesi e del greco Anassimene, che immaginavano bordi oceanici sul vuoto. Per migliaia di anni, compresi i secoli cristiani del Medioevo, e quelli dei viaggiatori arabi, gli Atlanti non hanno affatto descritto il mondo ma, raccontandolo, lo hanno inventato. Lo hanno percorso dentro agli sguardi degli uomini — marinai, guerrieri, scienziati, commercianti — assecondando l’ostinazione di Ulisse, il passo svelto di Marco Polo e gli inganni matematici di Cristoforo Colombo. Ne hanno estratto gli incubi, trasformandoli in draghi, lotofagi e leones, sempre Per migliaia di anni non si sono limitate a misurare la Terra, ma l’hanno raccontata: ne hanno estratto gli incubi, simbolizzandoli in mostri feroci collocati ai bordi di mari senza rotta di andata e di equatori senza ritorno. La Terra, in scala uno a uno, ha curvato a poco a poco il pensiero degli uomini. È piatta per Omero e per Talete. È un orizzonte tondo per Eratostene, già divisibile in 360 gradi. È una sfera per Aristotele e Pitagora, per Archimede e Tolomeo. È mito, invenzione, leggenda e poi volontà di Dio. È regno dell’uomo, Imperator Universi, come scriverà l’olandese Mercatore a sigillo del suo primo mappamondo, anno 1569, centro immobile di tutte le sfere celesti, fino alla rivoluzione di Copernico e all’abiura di Galileo. Le carte del mondo latino declinano lo spazio dal quadrato centrale di Roma che irradia l’equilibrio gravitazionale di ogni distanza, di ogni conoscenza, fino ai confini remoti dei barbari. Le carte del mondo cristiano spostano il punto di incrocio a Gerusalemme, pietra del Santo Sepolcro, centro di tutte le terre emerse, dalle Colonne d’Ercole al Polo Artico. Ma quelle del mondo cinese e buddista hanno una diversa pietra per centro, quella monumentale e ghiacciata dell’Himalaya. Tramandano un continente a forma di conchiglia circondato dall’acqua. Con altra acqua al centro, un lago, collocato tra le nuvole della montagna, dal quale nascono i cinque fiumi, sulle cui rive viaggia l’alito dolce della vita. Ma le carte sono anche il segno a posteriori della morte. Il suo sedimento. Il perimetro e il racconto di ogni dominio militare che tende l’agguato ai secoli, ridisegna il mondo, sbaraglia le torri d’avvistamento sui passi montani, gli inganni delle coste e calcola i vantaggi degli scontri di pianura. È sangue il colore che all’apparenza non si vede nelle sue sequenze cromatiche. Anche se basterebbero i massacri e le battaglie affrescate nell’immensa sala vaticana intitolata proprio alle Carte Geografiche a dircene la radice e il destino del loro ulteriore valore d’uso: spazio che si conquista e che si domina. Di sangue sono fatte le rotte per l’Africa e per il nuovo mondo. Imbrattano le Americhe. Guidano il genocidio della Conquista, ne trascrivono il nuovo paesaggio in nome di un dio cannibale che divora uomini, divora civiltà. Gli ammiragli che le maneggiano hanno imparato, con il calcolo differenziale, a misurare gli esatti meridiani per le cir- DOMENICA 6 NOVEMBRE 2005 LA DOMENICA DI REPUBBLICA 37 C’ERA UNA VOLTA “La nuova e accuratissima mappa del mondo” disegnata da Joan Blaeu nel 1665. Nell’altra pagina (da sinistra) le mappe dell’Asia e della Britannia e le sue divisioni ai tempi dell’eptarchia Anglo-Sassone Sotto: la Cina imperiale con la demarcazione della prima provincia di Pechino Tutte le mappe di Blaeu sono tratte dal libro “Atlas Maior” edito da Taschen in libreria dall’11 novembre Da Baudelaire alle suggestioni di Borges e Philip K. Dick cumnavigazioni. Possono andare e tornare. E ogni loro ritorno avvera gli inferni terrestri di Gog e Magog. I draghi predatori indossano le armature dei predatori a cavallo. In meno di tre secoli perquisiscono l’Africa deportando schiavi. Nelle nuove Americhe spianano antiche città, incendiano foreste equatoriali. Svuotano praterie. Guidano emigrazioni verso Ovest. Fondano metropoli e piantagioni di cotone. Le nuove carte sono così cariche di massacri e del loro corrispettivo in oro, che hanno dimenticato di aver mai collocato un Paradiso in Terra, precisamente sulle rive remote del Nilo. Per questo i futuri paradisi terrestri hanno geografia immaginaria e indirizzi solo filosofici. Thomas More, anno 1516, colloca Utopia in fondo all’America del Sud. Tommaso Campanella, cento anni dopo, sceglie la solitudine dell’Oceano Indiano per la sua Città del Sole. Samuel Butler, anno 1827, addirittura l’Oceania per il suo introvabile Erewhon. Persino il grande romanzo d’Ottocento, al colmo di ogni geografia esplo- Repubblica Nazionale 37 06/11/2005 Si riaccende l’interesse: in arrivo anche aste dei pezzi pregiati Libri e mostre, la seconda vita AMBRA SOMASCHINI L a parola mappa deriva dall’arabo e significa “pezzo di stoffa ripiegato” o “fagotto per trasportare oggetti”. Un frammento di tessuto, insomma, che aperto è diventato poi una carta per capire dove il mondo arrivava, fin dove l’uomo poteva spingersi a guardare. Oggi che le mappe servono per viaggiare, approfondire itinerari, seguire i rapidi mutamenti geo-politici delle guerre; oggi che la Terra viene chirurgicamente sezionata, ricomposta e riprodotta in ogni remoto angolo con l’aiuto di satelliti e computer e tracciatori di rotta digitali; oggi torna prepotente il fascino delle antiche mappe, dei pezzi di stoffa ripiegati che aprendosi diventano specchio della nostra curiosità e della nostra inquietudine. Il mercato risponde e intercetta la tendenza: libri, mostre, manifestazioni e aste per collezionisti. Per «ricordare come era una volta» Taschen l’11 novembre manda in libreria (in versione integrale) Atlas Maior, 594 mappe del 1665 di Joan Blaeu, l’atlante più completo dell’epoca barocca con Europa, Africa, Asia e Americhe. Altre mappe antiche sono in mostra per i cinquecento anni dalla morte di Cristoforo Colombo con Cartografia e storia naturale del nuovo mondo a Fermo e, da marzo, a Valladolid in Spagna. E per gli appassionati di cartografia, a Roma, il prossimo mese, è in programma la rassegna su Marco Polo e l’estremo oriente. «Le mappe sono molto di più di quello che mostrano nei disegni — osserva Peter Barber della British Library — parlano direttamente delle vicende dell’umanità. Riflettono il punto di vista soggettivo di chi le ha realizzate. Ogni carta è un autoritratto della cultura che l’ha creata». È il caso dell’Atlas Maiordi Joan Blaeu, curato da Petra Lamers-Schutze, che si basa sulla copia originale conservata alla Biblioteca Nazionale di Vienna. La cartografia si fa risalire al secondo secolo dopo Cristo, con Tolomeo che stimola le imprese di studiosi, viaggiatori, esploratori. E si sviluppa, grazie ai primi collezionisti, nel Rinascimento (Theatrum Orbis Terrarum di Abraham Ortelius, 1570). Ma è solo nel 1630 che due editori di Amsterdam, Joan Blaeu e Johannes Janssonius, conquistano il mercato editoriale stampando mappe in latino, tedesco, francese. Le mappe, come le lettere e i diari raccontano le storie degli uomini. Per questo restano la grande passione dei collezionisti. «In Giappone, negli Usa, in Europa biblioteche e privati le acquistano alle aste — spiega Simonetta Conti docente di geografia alla Seconda Università di Napoli — Le più ricercate sono quelle di Tolomeo, insieme alle antiche carte nautiche rinascimentali su pergamena e a quelle ottocentesche stampate». rata, fa viaggiare i suoi personaggi dentro altre mappe, che annoverano abissi solo interiori. Paesaggi sentimentali dileguano, come la neve di Tolstoi, come l’ultima carrozza di Stendhal. Nuove esplorazioni indagano il sottosuolo — quello di Dostoevski, il cartografo — che diventa gli antipodi del mondo conosciuto, l’oscurità che ne giustifica la luce, il luogo di tutte le radici. L’esodo geografico viaggia verso altri mondi, addirittura altri pianeti. Edgar Rice Burroghs esplora le lune di Marte, apre rotte di pura fantasia, per ricascare, però, nel punto più inesplorato della Terra, la jungla magica di Tarzan e delle scimmie parlanti. Ultimo altrove terrestre prima della più sorprendente invenzione di Jorge Luis Borges: l’imperatore che ordinando una mappa geografica così grande da coincidere con l’impero, raddoppia il mondo. Restaura lo stupore di una Terra in scala uno a uno. E finisce per nasconderla dentro a un nuovo racconto. Dentro a un sipario virtuale. Premonizione di quel nuovo Atlante navigabile, che dal Ventunesimo secolo ci respira accanto e che davvero ha sovrapposto, all’intera morfologia terrestre, la sua luce cibernetica con rotte così istantanee da cancellare il tempo e lo spazio. Da colmare, con un solo impulso, la distanza tra due emisferi. E collegare in un istante il viaggiatore e la sua meta. La Rete, che non ha mappa, ma é la mappa, disegna la nuova geografia contemporaneamente immateriale e solida. In grado di archiviare un numero infinito di traiettorie e di percorrerle. In grado di far esistere luoghi e cose solo sfiorandone il nome. Come nei riti magici degli sciamani. Come nelle Vie dei Canti degli aborigeni australiani, raccontati da Bruce Chatwin, che si tramandano il territorio e il mondo dentro a mappe cantate. Mappe percorse dai loro antenati, con cantilene di parole, che nominando il paesaggio hanno messo in moto la vita e il suo ricordo. Internet perfeziona il sogno fondante della Geografia. Rende visibile e abitabile qualunque perimetro all’orizzonte. Non prevede luoghi fuori dal proprio controllo. Mette mano a errori o imprevisti di rotta. Calcola il tempo di ogni viaggio. È perfettamente funzionale. I suoi tessuti connettono il mondo globale. Fanno implodere lo spazio e i tempi dei mutamenti. Accelerano le migrazioni. E capovolgendo il mondo, lo riempiono di nuove tracce narrative. Ora che abbiamo davvero il mondo sotto mano, le carte geografiche dismettono le loro residue astrazioni. Tutto é perfettamente raccontato, perfettamente descritto. L’imperfezione é solo in noi che guardiamo. Siamo noi il rumore della carta che si dispiega, il profumo dell’inchiostro. Persino le lucentezze dei colori. Che solo ai nostri occhi contengono navi, contengono addii. DOMENICA 6 NOVEMBRE 2005 LA DOMENICA DI REPUBBLICA 39 le storie Progetto operaio È il 1952, al segretario della Camera del Lavoro di Torino viene un’idea: costruire una “vetturetta” a prezzi popolari. Con due collaboratori traccia i bozzetti, poi i disegni a grandezza naturale e infine il prototipo che sfila in corteo il primo maggio. Ora la vicenda è riemersa dagli archivi Cgil aperti per il centenario FILLIPPO CECCARELLI Repubblica Nazionale 39 06/11/2005 E alla fine che ne fu della “vetturetta”? «Eh — sospira Renzo Gianotti, memoria storica del movimento operaio torinese — credo che l’avessero parcheggiata in qualche cantina o magazzino della vecchia Camera del Lavoro, in corso Galileo Ferraris. E lì è stata per anni. Ma quando il sindacato dovette abbandonare quel palazzo, che oggi non esiste più, beh, davvero non so, forse se l’è presa qualche amatore, oppure è finita in qualche ferravecchio». Ed era bella? Ma questa, nel tempo della Smart e delle incombenti automobiline cinesi da cinquemila euro, è la classica domanda che non porta a nulla. Perché a guardarsela in foto, e ancora di più a ricostruirne passo passo l’avventurosa creazione, più che bella la vetturetta appare tenera e superba. Blu o forse grigia scura, non si capisce bene, una scatoletta di lamiera perfino elegante nelle sue linee bombate; e commovente. L’utilitaria popolare, progettata dai lavoratori per i lavoratori. Questi allora andavano a piedi o in tram, in bici o al massimo in moto. E invece, un giorno, gli si spalancò davanti una visione possibile: quattro posti, 400 di cilindrata, consumo minimo, tre marce, 70 chilometri all’ora, tettino apribile, per le belle giornate. E così, a mezzo secolo di distanza, quell’umile prototipo di cui si è quasi persa la memoria, quel prodigio di arcaica carrozzeria si conquista un posto nell’immaginario con la potenza profetica del futuro. Storia di automobili, di classe operaia ingegnosa e di padroni orgogliosi. Sembra un film: la Fiat e Valletta sfidati dal sindacato sul loro stesso terreno, il lavoro, la produzione, lo sviluppo industriale. Una vicenda che più torinese non si potrebbe. Era la primavera del 1952, anno del cinquantenario della Fiat, quando sui muri della città compare un manifesto della Camera del Lavoro e del Consiglio di gestione Fiat. Si annuncia a sorpresa: «La grande assente al Salone dell’auto», che sta per aprirsi proprio in quei giorni. E sotto la scritta, su un bel fondo azzurro si staglia lei, la vetturetta: «Concreta proposta di risanamento aziendale per la ripresa del mercato automobilistico italiano». Un sogno meccanico finalmente alla portata perché, se la Fiat s’impegnasse in quel senso, potrebbe costare 400mila lire appena, la metà di quel che a quel tempo si spende per acquistare “il privilegio” di una qualunque macchina. Una reclame a suo modo fantastica, una partenza fin troppo baldanzosa a giudicare dalla vignetta, invero non esattamente politically correct, che compare sul settimanale della Cgil, Il Lavoro: c’è Valletta, il temuto professore, che si tiene un piede dolorante: «Accidenti — gli fanno dire — è appena progettata e mi ha già investito». Ora, a veder bene, il trionfalismo non è poi così giustificato. E non solo perché il Professore prende quasi immediatamente le sue contromisure: una denuncia in cui la Fiat sostiene che il progetto dell’automobilina è stato sottratto all’Ufficio Tecnico di corso Marco- Quando il sindacato anticipò la Seicento L’UTILITARIA L’immagine della “vetturetta” il cui progetto fu elaborato dai Consigli di Gestione di Torino nel 1952 ni, che ci stava lavorando da anni. Ma più in generale per il Pci e il sindacato, la mini-utilitaria risponde a una necessità di sopravvivenza. Nella città degli operai il comparto industriale ristagna, le materie prime rincarano, si riduce ulteriormente l’orario di lavoro, cominciano a farsi sentire i licenziamenti nelle piccole aziende dell’indotto Fiat. In pratica, l’unica speranza di ripresa è affidata alle commesse militari. L’azienda punta sulle jeep (la “Campagnola”) e sui motori degli aeroplani da caccia. Ma proprio per questo è decisivo l’atteggiamento degli Stati Uniti. Valletta vola spesso in America, e qui capisce che gli americani non si fidano; si sente ripetere che in fabbrica i comunisti contano troppo, che deve stroncarne ogni attività. Facile a dirsi. A Washington non sanno, o comunque poco gli importa che a Torino i quadri e i militanti del sindacato comunista saranno pure fedeli a Stalin, ma ancor più si identificano in un si- LE CELEBRAZIONI Le iniziative dedicate al centenario della Cgil saranno aperte dal convegno “I diritti sociali e del lavoro nella Costituzione”, che si terrà a Roma (Palazzo Marini) l’11 e il 12 novembre stema del tutto centrato sull’etica del lavoro. È questo un valore fondante, un tratto antropologico, anzi etnico, un vero e proprio culto che non ha nulla da invidiare a quello per la rivoluzione. Sta di fatto che lo scontro con l’azienda si fa terribile. Scioperi, picchetti e accuse sanguinose da una parte; rafforzamento della vigilanza, discriminazioni e trasferimenti nei reparti punitivi (la famigerata Officina Sussidiaria Ricambi, ribattezzata Officina Stella Rossa) dall’altra. In questo contesto, si colloca un misterioso fatto di sangue. Il 16 aprile 1952 viene assassinato a pistolettate il direttore della Fiat Spa Erio Codecà. Il giorno dopo sul muro di cinta della Grandi Motori compare la scritta: «E uno!». All’inizio, le indagini prendono una pista politica. Già indicati da Valletta come “distruttori”, i comunisti rischiano di passare anche come degli assassini. Occorre rovesciare quest’immagine, presentarsi in modo costruttivo, positivo. Stylos Pasha de Cartier www.cartier.com L’idea della vetturetta viene in testa al segretario della Camera del Lavoro, Egidio Sulotto, che ha gestito il passaggio di poteri alla Fiat al momento della Liberazione. È un piccoletto, tutto nervi, dal gran vocione. Tecnico diplomato, disegnatore e progettista. Le prime riunioni, le prime linee tirate sulla carta si svolgono nel suo ufficio a corso Galileo Ferraris. In segreto viene disegnato il bozzetto e poi, a grandezza naturale, la carrozzeria e tutte le parti visibili. Ma ciò che rende la storia eccezionale è che, una volta raffigurato il prototipo della vetturetta, questi comunisti torinesi decidono di dargli vita. Cioè di costruirla con le loro mani. Com’è nello stile comunista di allora, l’utilitaria popolare deve risultare un’opera collettiva. Ma oggi non è difficile conoscere i nomi degli altri due protagonisti dell’impresa. Uno è il capo della Fiom, Sergio Garavini, un uomo alto e affascinante, un borghese che dopo la Resistenza ha deciso di sposare la causa degli operai. L’altro è un giovane economista collaboratore della Cgil che non ha mai ceduto alle lusinghe del palcoscenico. Si chiama Ruggero Cominotti e diverrà un grande esperto di politica industriale. Arcane sono le vie che anticipano la ripresa produttiva della Fiat e la motorizzazione di massa. Un anonimo “compagno partigiano” presta la sua officina, a Borgo San Paolo. In due notti viene montato il telaio in legno; quindi Sulotto chiama a raccolta i migliori “battilastra” del partito. Sono operai-artigiani che sanno usare il martello come degli artisti; arrivano dal Lingotto, da Mirafiori, dalla Pininfarina; lavorano fuori orario con una tale furia da strappare una battuta anche che a Sulotto: «Se viene qui Valletta e ci vede lavorare in questo modo — ridacchia — non possiamo più lamentarci che i tempi che ci impone in fabbrica sono troppo stretti». Altre due notti, e la carrozzeria è pronta. Quando però si montano le ruote, la vetturetta pende in basso. È prototipo, del resto, mica deve camminare. Non c’è né il motore, né la chiave d’avviamento. Però loro sono operai torinesi: e allora rismontano tutto, lamiera dopo lamiera, e tutto rimontano, allo stremo, fino a quando l’automobilina del popolo non è perfetta. Sfila in corteo su una specie di carro allegorico il primo maggio. Ad Aris Accornero, un ex operaio comunista licenziato e poi divenuto economista, sembra di ricordare che in polemica con la produzione bellica della Fiat fosse presentata come «la vetturetta di pace». In ogni caso: «Sembrava vera». Poi sparisce. Due mesi dopo ricompare, in lucidatissima ostensione, alla festa dell’Unità, al parco Michelotti. C’è anche Togliatti che la esamina, assai compiaciuto. Non si muove, né doveva muoversi, dopo tutto, la vetturetta. Ma la sua gloria sta nell’aver concettualmente anticipato di due anni la Seicento. «Eravamo noi, allora, i cinesi d’Europa» fa notare Gianotti. Noi: strano a sentirsi. Noi chi? Noi sindacato, noi Fiat, noi Sulotto, noi Valletta, noi torinesi, noi italiani, dopo tutto. Noi sognatori ad occhi aperti e quando serviva anche con i piedi per terra. 40 LA DOMENICA DI REPUBBLICA la lettura Fumetti culto DOMENICA 6 NOVEMBRE 2005 Trent’anni fa usciva il primo numero della dirompente rivista di Moebius e soci. Adesso viene pubblicato in Francia un libro che ripercorre i dodici anni tumultuosi di quell’esperienza unica LAURA PUTTI Repubblica Nazionale 40 06/11/2005 «I PARIGI l 19 dicembre 1974 alle quattro del mattino ora locale, finalmente riuniti: Philippe Druillet, illuminatore paranoico; Moebius, alias Gir, alias Giraud, alias «il disegnatore dalle mille facce»; Jean-Pierre Dionnet, detto grat-grat, servitore vostro; et Bernard Farkas, venuto a mettere un po’ d’ordine nei nostri progetti grandiosi e un po’ d’anima nei nostri conti; decisero simultaneamente e all’unanimità di non rispondere, ormai, che al solo nome collettivo di: «LES HUMANOIDES ASSOCIES»; di pubblicare ogni tre mesi un magazine di fantascienza a fumetti nei quali spargeranno con compiacenza i loro fantasmi putridi: anche quello che tenete tra le vostre mani screpolate o fresche di manicure». Nasceva così, su un fogliolino volante, battuto a macchina in un’alba etilica, l’idea editoriale che avrebbe rivoluzionato la cultura giovanile, che avrebbe scatenato la fantasia ultraterrena ed erotica di una generazione. Il primo numero di Metal hurlant uscì nel gennaio del 1975 e fu tirato in cinquantamila copie. Per la copertina numero uno, Moebius si era ispirato a un quadro di Maxfield Parrish: ma, al posto della donna nuda su una roccia, dipinta dal pittore americano alla fine dell’Ottocento, Jean Giraud aveva disegnato un mostro appollaiato, con una spaventosa testa di dinosauro e il corpo di scimmia deforme. Sotto al titolo era scritto: «Trimestrale. Riservato agli adulti». Metal hurlant, la cui straordinaria avventura durò fino al 1987, fu per dodici anni un’isola infelice. Isola: perché i disegnatori che la abitarono erano transfughi da un’altra rivista a fumetti importantissima in quegli anni: Pilote. Infelice: perché sin dall’inizio il trimestrale (che divenne mensile, poi quindicinale) traeva la sua spaventosa energia da conflitti interni, da litigate epocali e atmosfere redazionali assai tumultuose. Da questo nacque e a causa di questo morì. C’è adesso un libro che viene a rimestare le coscienze e i cuori di coloro che presero parte a tanta avventura: si intitola Metal hurlant 1975-1987. La machine à rever (166 pagine scritte, più altrettante di album con fumetti inediti, 40 euro), è firmato da Gilles Poussin e Christian Marmonnier e uscirà in Francia il 17 novembre per Denoel Graphic. E non per caso: a capo della collana grafica dell’editrice Denoel è Jean-Luc Fromental che di Metal hurlant fu dapprima giornalista collaboratore e, alla fine, caporedattore al posto di Dionnet. Scartato l’approccio storico-romanzesco, è con un gioco a incastro che Poussin e Marmonnier raccontano la storia della «Macchina per sognare»: suddiviso in cinque capitoli e un epilogo, il libro dà voce diretta ai protagonisti. «Abbiamo registrato e trascritto tra le quaranta e le cinquanta interviste», dice Marmonnier. «Poi siamo andati avanti per “short cuts”, brevi capoversi, ognuno con la voce di un personaggio: un puzzle che alla fine ricostruisce l’intero quadro della vicenda». Gli autori hanno preferito non riunire Moebius, Dionnet e gli altri, ma farli parlare singolarmente: certi rancori non sono ancora sopiti, perché l’avventura di Metal hurlant si incrociò con le vite di ognuno di loro e con un tormentato momento storico: gli anni a cavallo tra i Settanta e gli Ottanta, l’epoca dura del rock, delle droghe, e una libertà che in certi casi divenne un pericoloso disordine, un baratro, una scimmia sulla schiena. «Quando, nel ‘74, Druillet, Moebius, Dionnet e Farkas fondano gli Humanoides Associés hanno voglia di essere liberi di creare un immaginario personale», dice Christian Marmonnier. «Druillet e Moebius in quel momento collaboravano con Pilote, ma René Goscinny (con Uderzo, creatore di Asterix, ndr), pur permet- LA LOCANDINA Qui sopra, la locandina del film “Heavy Metal” uscito nel 1981 ed ispirato ai fumetti di Metal Hurlant A destra, l’inconfondibile tratto di Moebius Nella pagina accanto, una serie di copertine degli album che ne sottolineano l’evoluzione grafica I fondatori, dopo una notte etilica, si battezzarono col nome collettivo di “Les humanoides associes” tendo un minimo di fantascienza, detestava il sesso e l’escatologia. Quindi Pilote va stretto alle loro idee, ispirate a modelli americani». Moebius-Giraud è già famoso: il suo Blueberry con le storie di Jean-Michel Charlier è un personaggio importante nell’editoria delle “bandes dessinées”. Ma, grazie a Metal hurlant, Moebius potrà spingere fino all’estremo limite i suoi «fantasmi putridi» e il suo geniale tratto di matita: scambierà il suo cowboy con i mostri fantascientifici, con un delirio onirico-tecnologico, con l’uomo che cade nel vuoto, con l’atmosfera solforosa di Incal creato in coppia con Alejandro Jodorowski (in seguito regista, poi «psicomago», non amato da una parte del giornale che lo considerava uno scroccone). Sempre con Jodorowski, Moebius fece centinaia di tavole, disegni e storyboard per Dune, film dal romanzo di Frank Herbert girato poi da David Lynch. «La fantascienza fu alla base di Metal hurlant», dice Marmonnier «e JeanPierre Donnet, intellettuale e grande lettore, inaugurò una editrice parallela che fece conoscere in Francia autori come Philip K. Dick, ristampò Jules Verne, ma pubblicò anche Selby e Bukowski». Nell’86, quasi alla fine dell’avventura di DOMENICA 6 NOVEMBRE 2005 LA DOMENICA DI REPUBBLICA 41 Metal Hurlant la macchina dei sogni ribelli TESTIMONI E PROTAGONISTI Sulla sulfurea parabola della celebre rivista a fumetti è in uscita in Francia (17 novembre) il libro “Metal Hurlant 1975-1987. La machine à rever”: 40 euro, 166 pagine corredate da molte strisce inedite, con il racconto di protagonisti e testimoni raccolto dagli autori Gilles Poussin e Christian Marmonnier per le edizioni Denoel Graphic Anima e acciaio, ecco il regno delle fantasie adolescenti MARCO LODOLI D Repubblica Nazionale 41 06/11/2005 Metal hurlant, il catalogo Humanos (che esiste ancora) contava 224 libri, 217 dei quali erano album di fumetti. La rivista era diventata sempre più scritta e si era arricchita di critiche cinematografiche (di Olivier Assayas, poi regista), di articoli di rock (di Philippe Manoeuvre, arrivato dal giornale Rock & Folk, finanziatore degli inizi) e di inchieste sociali, per esempio su temi ecologici o dell’alimentazione. «Pur senza prendere una chiara posizione politica, Metal hurlant aveva scatenato attorno a sé un dibattito culturale giovanile molto vivace. L’atmosfera del giornale era indefinibile, né di destra né di sinistra, anche se lo pseudonimo utilizzato da tutti era Joe Staline, e la redazione esultò quando nel maggio dell’81 in Francia vinsero i socialisti» dice Marmonnier, il quale considera i primi cinque gli anni d’oro del giornale, quelli in cui arrivò a vendere più di 120mila copie. I disegnatori erano Moebius, Druillet, Gal, Corben, Doury, Chaland; poi arrivò lo Psychorock di Macedo, Exterminateur 17 con le storie di Dionnet e i disegni di Enki Bilal, Les naufragés du temps di Forest e Gillon, Laurent Theureau che adatta le Motel chronicles di Sam Shepard, Rupture di Chantal Montellier, L’isola del tesoro di Hugo Pratt, e Lorenzo Mattotti, Attilio Micheluzzi, Dino Battaglia. Il grande rimpianto è quello di non aver «catturato» Tanino Liberatore che manda il suo Rank Xerox a un’altra editrice francese. In Italia i fumetti di Metal hurlant sono pubblicati da Linus e negli Stati Uniti escono con il titolo di Heavy metal. Ma anche i sogni finiscono. A cavallo tra gli anni Settanta e gli Ottanta, il messaggio fantastico, gotico, erotico, tecnologico, sadomaso, futuristico di Metal hurlant aveva un senso. Dirompente, rivoluzionario. Poi sempre meno. Nei suoi ultimi due anni di vita il giornale passa al gruppo Hachette, Dionnet (che ne era l’anima) se ne va e con Manoeuvre crea, su Antenne 2, Les enfants du rock, trasmissione televisiva musicale che farà epoca. E quando i ribelli si integrano, la magia si rompe. Nell’87 Metal hurlant vende meno di ventimila copie e Hachette lo chiude. «Resta nelle memorie un monolite di carta unico che ha modificato in profondità il campo culturale mondiale e il cui rimbombo ancora oggi si fa sentire» scrivono Poussin e Marmonnier nell’ultima frase del loro libro. a noi ci sono i fumetti, in Francia le “bandes dessinées”, da noi si comprano quasi esclusivamente in edicola, da loro ogni libreria ha il suo bravo settore di BD, proprio come i volumi d’arte o la psicanalisi. Noi siamo cresciuti con i giornalini, Topolino o l’Intrepido, Soldino e Nonna Abelarda, il passatempo di un pomeriggio piovoso o la compagnia per un quarto d’ora al bagno. I francesi invece hanno preso tremendamente sul serio la possibilità artistica che è nascosta dentro una matita colorata o nella punta di un pennino. Noi a un certo punto abbiamo cominciato a sfogliare Linus, e abbiamo sorriso malinconicamente sulle strisce dei Peanuts o dell’impiegato Bristow o sui Nixon di Feiffer, avevamo quattordici anni e spesso non capivamo dov’era il divertimento, ma era chiaro che l’infanzia stava finendo, che era arrivato un tempo in cui anche i fumetti diventavano adulti e problematici, che purtroppo bisognava togliersi i pantaloni corti e cominciare a ragionare. La maturità ci convocava nel suo territorio minato anche attraverso le vignette. In Francia, invece, i disegnatori più ispirati immaginarono un’altra strada, indicarono altri regni, violenti e scatenati come l’adolescenza. Moebius, il più celebre del gruppo degli Umanoidi Associati che diedero vita a Metal Hurlant, ha dichiarato in una recente intervista che negli anni Sessanta è per l’appunto apparsa una nuova classe sociale, gli adolescenti. E il loro tempo si è dilatato, si è prolungato con ostinazione fino quasi ai trent’anni e anche oltre. Questi ragazzi hanno avuto la necessità di crearsi un nuovo linguaggio, entusiasta e sarcastico, brufoloso e battagliero, inaccessibile al buon senso degli adulti. Le antiche categorie logiche, le solite e polverose forme narrative non funzionavano più per quei ragazzi niente affatto disposti a diventare grandi e ad accettare a testa china il peso delle responsabilità. Forse l’immaginazione non arriverà mai al potere, dice Moebius, ma può creare dei mondi straordinari — e non è un caso se Federico Fellini una mattina si materializzò nella redazione della rivista cercando «il maestro Moebius». E così, mentre in Italia l’unico metallo urlante era quello delle P38, quello che fondeva negli anni di piombo, in Francia si costruiva con fogli e matite un nuovo paesaggio fantastico, proiezione di tutte le contorte, maleducate e strabilianti fantasie dell’adolescenza militante. Alla base c’era un’idea heavy metal della fantasia, anima e acciaio, sensibilità e macchina, ali e ingranaggi. Qualcosa in cui poesia e violenza, solitudine e mondo futuro si incontrano e si scontrano pesantemente. In Italia Metal Hurlant arrivava solo nella valigia di qualche amico che tornava da un viaggio a Parigi, magari insieme a un paio di numeri di Actuel. Io sfogliavo e capivo poco o nulla. Mi ero appena abituato all’umorismo tenero e laconico di Linus, proprio non riuscivo a orizzontarmi in quelle storie veementi e profetiche. Ho dovuto aspettare Blade Runner e Frigidaire e il Ranxerox di Tamburini e Liberatore, che forse non sarebbe esistito senza i metallari urlanti, per prendere confidenza con l’apocalisse pop. Metal Hurlant ha chiuso i battenti, nel 1987, perché l’epoca dei sogni si era conclusa, come sostengono gli Umanoidi: ma forse anche perché quei sogni ormai sono stati digeriti e metabolizzati dalle forme espressive più scafate e aggressive, dalla televisione, dalla narrativa di consumo, dai videogiochi, dal cinema medio e dalla pubblicità. Temo che senza volerlo, gli Umanoidi Associati abbiano suggerito nuove soluzioni a chi lavora per l’Eterna Adolescenza Consumatrice di tutto il mondo, per tutti noi che stiamo in fila per acquistare qualche emozione a buon mercato. PER FARVI VENIRE IN SUDAFRICA ABBIAMO FATTO I SALTI MORTALI. Guardate che offerta: da 1299 Euro volo a/r South African Airways 8 notti B&B noleggio auto Oppure solo volo a/r con SAA a 550 euro. Valida dal 1° novembre all’11 dicembre. Esplorate tutte le offerte su www.southafrica.net 42 LA DOMENICA DI REPUBBLICA DOMENICA 6 NOVEMBRE 2005 Il regista di “Fitzcarraldo” torna con un’opera ipnotica e spiazzante, EMANUELA AUDISIO S cappi, certo. Lasci tutto, parti. Prendi il vaso dei pesci rossi, te lo metti testa. Non sei più bambino, ma astronauta. Speri in Andromeda, monti sulla bici, pedali alla velocità della luce. A qualcuno piace spazio. Niente buche, solo buchi neri. Elio liquido e cielo ghiacciato. Sulla via Lattea non c’è turbolenza. Flutti. Marte e Venere sono le tue biglie, fisica e matematica il tuo Lego. Giochi con le possibilità, hai le formule nel vaso della caramelle. Guardi gli altri pianeti, cerchi altra vita, diverse armonie. Aria, sabbia, roccia, acqua. La musica dell’universo, la chiama Hawking. Senti, ti chini; ogni grumo ha il suo suono, le particelle ti parlano, l’ecografia celeste non è muta: violoncello, canti wolofe, coro di pastori sardi. Jazz olandese, flauti del Senegal, tenori di Orosei, ognuno ha la sua Africa. Sei molto vicino al nulla. Lassù, laggiù. Lo spazio, gli abissi. Sopra, sotto, le nostre teste, i nostri piedi. Cieli rovesciati, fondali pure. Dove l’uomo cerca, ma non arriva. Dove non ci sono orme. La fantascienza, quella che abbia- L’autore è un uomo solitario, amante dell’impresa titanica: sempre al massimo FOTO CORBIS Repubblica Nazionale 42 06/11/2005 un viaggio sospeso tra il documentario e la fantascienza nel “blu profondo ed ignoto” tra sub e missioni spaziali. Un film girato con la collaborazione della Nasa che mette a disposizione frammenti video mai visti. Un racconto per immagini dell’eterno sogno dell’uomo: quello di trovare un altro mondo, più bello, più puro, senza conflitti. Magari con gli alieni a tenerci compagnia Il regista Werner Herzog mo letto da ragazzi e studiato da grandi. Verne, Asimov, Phil Dick, Bradbury, Ballard. Altri misteri e futuri, lo diceva anche Einstein: «Lassù qualcuno non gioca a dadi». Altri film: Odissea 2001, E. T, Star Trek. Il nostro sogno di trovare un altro mondo: più bello, più puro, meno devastato. Senza conflitti, né mostri, basta con i draghi. Gli effetti speciali non servono sotto la calotta artica, basta far galleggiare l’anima, lasciare che si bagni almeno un po’. Veniamo tutti da lì: dalle acque di un utero, un suono familiare che ci sembra di conoscere. Cousteau e Besson si sono immersi nelle stesse onde del destino, volevano far capire che lì sotto le creature respirano, comunicano, cantano, ballano. Meduse e plancton, fosforescenza e opacità. Fratello sole, sorella luna. San Francesco e Walt Disney a braccetto. Colori vecchi e nuovi, scelte cromatiche da Giudizio Universale: Michelangelo, ma anche Turner e Basquiat. Esaltazione, da fede New Age. L’altro mondo è il tuo stesso mondo. Se solo tu sapessi riconoscere, apprezzare, proteggere. Usare gli infiniti nella quotidianità, partecipare all’esistente. Sei partito verso il Big Bang: non volevi di più, volevi altro, cosa c’è dopo l’ultima orbita? Hai sempre il vaso dei pesci rovesciato in testa. Sei il capitano della tua Entreprise, ti guardi attorno: il cielo si è rovesciato, il futuro è capovolto. Possibilità di vita? Tanta, dove non c’è l’uomo che tappa la bocca. Lo capisci dalle bolle. La natura si muove, ha le sue coreografie: perché non te ne sei accorto prima? Sembri Gauguin in Polinesia, sorpreso da colori, estetica e mistica. Poi ti accorgi: sei solo stato a testa in giù. Quello che volevi trovare, un mondo abitabile, è quello che hai perso: la terra. Il suo sussurro da antenata. Alien sta qui, alieni siamo noi, questa crosta terrestre, martoriata, persa, resa irriconoscibile dall’uomo. Ma dove lui non è arrivato, c’è futuro, bellezza, sacralità. Ci sono registi che non saprebbero far respirare una balena, poi c’è Herzog che ti fa un kolossal con i granchi Non cercare lavoro. Trovalo. CAREER BOOK LAVORO 2006. La guida al lavoro e ai master. Solo 9,50 euro in edicola, libreria e online dal 22 novembre. SOMEDIA www.careerbooklavoro.somedia.it DOMENICA 6 NOVEMBRE 2005 LA DOMENICA DI REPUBBLICA 43 NELLE SALE IL 18 NOVEMBRE Si intitola “The wild blue yonder” (in originale) l’ultimo lavoro di Werner Herzog. Il film, presentato al Festival di Venezia e vincitore del Premio Fipresci, uscirà il 18 novembre distribuito in Italia da Fandango. Il protagonista del film è Brad Dourif, già noto interprete di “Qualcuno volò sul nido del cuculo”: accanto a lui gli Astronauti dello Space Shuttle Sts-43 e i Matematici della Nasa/Jpl/Caltech di Pasadena Le sfide estreme di un visionario PAOLO D’AGOSTINI N L’universo di Il mistero svelato tra spazio e abissi rossi, che con oblò e maschera ti restituisce un mondo. Il nostro mondo. A volte invisibile, ma qui sott’acqua si vedono alcune particelle, le bollicine, che sembrano aver formato in superficie una cattedrale che scende capovolta verso il fondale marino. La chiamano science fiction fantasy. Un po’ documentario, un po’ fantasia. Senza la curiosità di come fanno sesso i pianeti. In The wild blue yonder, distribuito ora dalla Fandango, c’è invenzione, realtà, dolcezza, inquietudine, la prima volta delle immagini Nasa, la sonda Galileo, audiovisione pura. Scalare le montagne significa rubarne la dignità, stare fermi e stanziali vuol dire non evolversi, il movimento fa la differenza, il caos è energia esplosiva, lo scombussolamento creerà la possibilità di autostrade galattiche spontanee. Il futuro ci riserverà non più un sistema solare fatto di pianeti e di orbite concentriche, ma un intricato labirinto di tubi in cui viaggiare senza muoversi. Fantascienza, appunto. Herzog è il bambino con il vaso da pesci in testa, un solitario, un amante dell’impresa titanica: l’Amazzonia di Fitzcarraldo, le Ande di Aguirre, il Cerro Torre di Grido di pietra. Tutto al massimo: natura, follia, estetica. Ci fosse Leni Riefenstahl applaudirebbe. Herzog non si lascia spaventare dall’impossibile: ha puntato la pistola contro il suo attore Klaus Kinski, ha trasportato una nave nella foresta amazzonica. Si può, sempre, in qualche modo. Il cinema per lui è una traccia subliminale: non deve darti la ve- LA SEQUENZA Nelle pagine, una serie di immagini di “The wild blue yonder”. Nella quinta foto in alto, il protagonista del film Brad Dourif Se Salgado mostra l’essenza primitiva della Terra, qui il regista fa l’opposto: mescola emozioni e colori rità. Nessuno ti cambia, se non sai cambiare i tuoi occhi, il vero lago è quello della tua intimità. Ci sono spezzoni di archivio della Nasa dell’89, immagini di repertorio mai viste, la navicella STS-34, i particolari della scienza, gli astronauti Donald Williams, Ellen Baker, Franklin Chang-Diaz, Shannon Lucid e Michael McCulley che fluttuano, smaterializzati, nell’assenza di gravità alla ricerca del letto, del pranzo e dello spazzolino. Se Salgado con le sue foto mostra l’essenza primitiva della terra e t’incanti davanti a un ramarro convinto che sia il dio-serpente, Herzog fa l’opposto, confonde lo spazio con l’oceano, l’alieno con l’umano, Freud con capitan Nemo, le filamenta delle medusa con il cordone ombelicale, le membrane delle creature del mare con le prime ombre del feto, tutto si replica in forme liquide, plancton e albume. Bricolage ipnotico e emotivo. I pesci parlano, come gli uomini pregano. Il fondo dell’oceano è l’ignoto spazio profondo. Perfino un neurologo e scrittore come Oliver Sacks ne I diari di Oaxaca, si dichiara incuriosito da chi ha frequentato la natura in maniera più vitale di noi. «Mi è sempre piaciuto leggere i diari di storia naturale del diciannovesimo secolo, che avevano come denominatore comune l’esperienza personale e scientifica dell’autore, in modo particolare The Malay Archipelago di Wallace, Naturalist on the River Amazon di Bates, Notes of a Botanist di Spruce, e naturalmente l’opera che li aveva ispirati tutti, Per- sonal Narrative di Humboldt. Quest’atmosfera professionale discreta, incontaminata, governata dal piacere dell’avventura e della conoscenza, piuttosto che dall’egoismo e dall’ambizione sfrenata, sopravvive ancora oggi da qualche parte, per esempio in certe associazioni di naturalisti, o in certe associazioni di astronomi o archeologi dilettanti, le cui vite tranquille, ma essenziali, sono sconosciute al grande pubblico. È stato questo tipo di atmosfera a spingermi a condividere l’esperienza di un viaggio di ricerca nell’affascinante regione di Oaxaca, in Messico. C’era dell’altro, naturalmente: l’incontro con un popolo, un paese, una cultura e una storia dei quali conoscevo ben poco, nei diciotto mesi successivi alla visita a Oaxaca, mi sono recato in Groenlandia e a Cuba, alla ricerca di fossili in Australia, e in Guadalupa per osservare un singolare caso neurologico». Nervi e natura, ognuno ha i suoi incroci preferiti. Il viaggio al termine della notte finisce. Ridai il vaso ai pesci rossi. Sei confuso, ma ti pare di capire, di vedere: una landa vergine e sconfinata, monti, ovunque alberi e rocce, fiotti d’acqua che si buttano nel nulla. Cascate. Possibile prossimo pianeta da occupare e sfruttare. Poi ti accorgi: la fantascienza è qui. Benvenuti a casa. Home, sul pianeta Terra. FOTO CORBIS Herzog eanche tenere il conto preciso delle sue opere è lineare. Tutto di Werner Herzog è ribelle. I suoi film non si sa se siano di finzione o documentari. Si è lasciato alle spalle una stagione di cinema da grandi circuiti per fare film destinati a una distribuzione obliqua, sotterranea, “minore”. Continua a essere, a 63 anni, un grande sperimentatore. Sorprendente, estremo. Il frutto più resistente, tra il fiammeggiante ma breve percorso di Fassbinder e la gloria più accomodante di Wenders, di quella stagione innovatrice che si chiamò del “Nuovo cinema tedesco”. Ora, mentre arriva in Italia il suo L’ignoto spazio profondo che mescola fonti scientifiche e fantasia a briglia sciolta nel fittizio resoconto incrociato di un alieno sulla Terra e di una spedizione spaziale di astronauti terrestri che cercano nel cosmo — perdendosi — nuovi spazi vitali, con un epilogo che vede riemergere dalla catastrofe e dal caos la verginità preistorica del nostro pianeta, lo stesso distributore italiano (Fandango) annuncia altri due titoli provenienti dalla recente vasta e limitatamente conosciuta produzione del regista tedesco. Anche più esemplari della sua sensibilità di confine. Uno è Grizzly Man. Inchiesta o racconto sulla vita di Timothy Treadwell, ritiratosi nel 1990 in Alaska per osservare da vicino la vita dei grizzly. Tredici anni dopo, ottobre 2003, lui e la sua compagna dagli orsi sono stati attaccati e uccisi. Volendo si può andare giù pesanti di metafore. L’istinto primordiale dell’uomo a spingersi oltre l’ignoto, a nutrire la sete di conoscenza, a sfidare il pericolo, a dominare la natura. Gli uomini che, paradossalmente rivestiti delle vesti moderne della sensibilità ecologista, finiscono comunque per scontrarsi con il Selvaggio in una competizione che non conosce ideologie: o me o te. E poi c’è in arrivo The White Diamond. Che è il nome del dirigibile progettato dall’ingegnere aeronautico Graham Dorrington, a bordo del quale regista e inventore hanno compiuto una rischiosa ricognizione sopra le più remote foreste tropicali della Guyana. Ma Herzog i guai è sempre andato a cercarseli. Con una certa voluttà. Con risultati discontinui ma mai comuni. Ha cominciato a cercarseli quando ancora ragazzo, Monaco anni Cinquanta, si trovò un compagno con cui dividere l’appartamento. Era Klaus Kinski. Se non è vocazione questa. All’incontro (e all’odio-amore che ne è scaturito) con quello che sarebbe diventato il complice di molte imprese spericolate, visionarie, autolesioniste, portatrici di oscuri presagi (Aguirre, Woyzeck, Nosferatu, Fitzcarraldo, Cobra verde) nel ‘99 Herzog ha dedicato un personale e sentimentale documentario, a otto anni dalla morte dell’attore avvenuta a 65 anni. A vedere Kinski, il mio nemico più caro (come in Italia si chiamò) Herzog il tenebroso pare uno sprovveduto e candido scolaretto a confronto con l’incarnazione del Genio e del Male. Colui che, un giorno che gli girava storto, demolì sistematicamente l’intero arredo. Ma, dallo stesso giorno, Klaus il rabbioso divenne un interlocutore decisivo e prezioso, una fonte d’ispirazione, una musa profetica, un alter ego artistico. E l’amicizia, pur destinata a rimanere contrastata, si rinsaldò. Alti e bassi, risultati discontinui ma una coerente continuità di spirito. Pescando tra i titoli dell’ultimo quindicennio. Grido di pietra, soggetto di Reinhold Messner e ipotesi di compromesso tra produzione industriale e anima avventurosa (e avventurista), su un’impresa impossibile sulla cima del Cerro Torre e sul disprezzo dell’alpinista vero verso i simulatori del free climbing. Il piccolo Dieter vuole volare, che è la storia di Dieter Dungler, nato in Germania emigrato negli Stati Uniti e pilota di guerra in Vietnam, catturato, evaso dopo 136 giorni di prigionia, caso unico. Tutte dichiarazioni di passione per le sfide e le condizioni estreme. Che Herzog ha raccontato ma anche personalmente vissuto a rischio della propria incolumità (e fatto vivere, e a rischio dell’incolumità altrui: vedi, tra cronaca e leggenda, l’enormità di soldi spesi anche di tasca sua, il protrarsi temporale in ambienti inospitali, e lo strascico di feriti e morti della lavorazione di Fitzcarraldo) alla ricerca tenace e un po’ fanatica di un’originale formula, di una personale applicazione di molte lezioni, di una singolare sintesi tra verità neorealista, ammirazione e fascinazione per i cineartisti che hanno sfidato il limite — Murnau, Tod Browning, Buñuel — e attrazione truffautiana per i margini, per le irregolarità, per la ribellione. 44 LA DOMENICA DI REPUBBLICA i sapori Piatti passe-partout DOMENICA 6 NOVEMBRE 2005 Rosso, Bianco o Pinna Gialla, piccolo o di grande stazza, è sempre più richiesto, soprattutto dai giapponesi, tanto da essere ormai a rischio di sovrappesca. Allo “Slow Fish” di Genova, in programma il prossimo weekend, le comunità mondiali dei pescatori si confrontano su rischi,inganni e prospettive del mercato di un pesce davvero global LE VARIETÀ Rosso Pinna Gialla Alletterato Il Thunnus Thynnus, pescato soprattutto nel Mediterraneo, può essere lungo anche tre metri e pesare fino a 660 chilogrammi. Viene destinato quasi totalmente al mercato giapponese perché il Rosso è considerato la varietà più pregiata per i crudi Diffuso nei mari tropicali, si differenzia dal Rosso, pur avendo dimensioni poco inferiori e uguale vocazione migratoria, per le lunghe pinne e le sfumature giallastre. La carne, meno pregiata, è destinata soprattutto alla conservazione Altro tonno di piccole dimensioni, simile al Rosso anche nelle qualità organolettiche delle carni Dal punto di vista gustativo, invece, è di minor pregio Si commercializza soprattutto nell’Italia del Sud Si cucina in padella o arrosto Alalunga Di piccola pezzatura – meno di 20 chilogrammi – e colorito biancastro, ha carni molto fini e gustose, a livello del Rosso. Il suo habitat naturale è il Mediterraneo. Periodo ideale per gustarlo, inizio autunno. Cotture di elezione: alla griglia o bollito Tonno Repubblica Nazionale 44 06/11/2005 il Crudo, in padella o sott’olio trionfa il “manzo del mare” LICIA GRANELLO S i fa presto a dire tonno. Fresco, di lenza, da ingrasso, pescato prima o dopo la deposizione delle uova, rosso, a pinna gialla, simil-tonno, di dieci chili o tre quintali, mar Mediterrano o tropicale. In scatola... Genova dedica il prossimo fine settimana a “Slow Fish”, seconda edizione del Salone del pesce sostenibile, ultimo nato nel poderoso elenco di eventi della gioiosa macchina da guerra chiamata Slow Food. Tre giorni di passione ittica declinata a 360 gradi, con i laboratori dell’acqua e i seminari, l’asta e il mercato, il bazar e i percorsi didattici. Tre giorni in cui saranno presenti 55 comunità di pescatori del mondo, dal Ghana al Giappone passando per Messico e Australia. Pronti a raccontare storie, culture e problematiche, a confrontarle con quelle dei nostri pescatori. Felici di offrire piatti, insieme alle parole, perché la globalizzazione alimentare virtuosa passa dai progetti, dalla solidarietà, ma anche dal palato. Il tonno è già stato eletto re del salone ante litteram: se esiste una case history capace di raccontare lo stato del mare in questo inquieto (e inquietante) inizio millennio, riguarda il “manzo di mare”, mai tanto appetito e quindi soggetto ad alto rischio. Non di estinzione, se è vero che tra creature terrestri e acquatiche le differenze di quantità sono enormi. A preoccupare è però la “sovrappesca”, che abbassa età media e dimensioni dei pesci, alterando gli equilibri del mare, con prospettive non molto più allegre della scomparsa di una specie. Racconta Stefano Cataudella, professore di ecologia applicata all’Università di Roma Tor Vergata: «I nostri sforzi, oggi, vanno in due direzioni. Da una parte, bisogna stare attenti che tutti i Paesi rispettino le quote di pesca stabilite dalla Fao. Dall’altra, lavoriamo con grande attenzione sull’ingrasso dei ton- ni pescati». Succede così: dopo la pesca con reti a circuizioni, gli animali sono trasportati con gabbie dai rimorchiatori da una parte all’altra del Mediterraneo, dove si trovano gli impianti di acquacoltura. Qui, i tonni vengono nutriti con pesce azzurro congelato a bassa temperatura, fino a quando la taglia raggiunta soddisfa i compratori, soprattutto giapponesi, dato che il tonno sta diventando il loro foie gras, grazie allo spiccato sapore e all’alto contenuto di grasso. «Gli studi sulla biologia del tonno sono doppiamente approfonditi, perché essendo un animale migratore, qualsiasi manipolazione genetica ha un impatto mondiale. L’allevamento in mare aperto e l’acquacoltura responsabile sono le grandi sfide del futuro». Se in Oriente il “crudo” è considerato una modalità gastronomica senza rivali, noi siamo soprattutto grandi consumatori di tonno in scatola. Che in teoria sarebbe un cibo sano — cotto al vapore, variante naturale o sott’olio, massimo additivo consentito il glutammato monosodico (quello dei dadi da brodo). In realtà, anche tra i conservati, c’è tonno e tonno. Tra le sette varietà a disposizione, senza l’obbligo di specifica in etichetta, si va dalle carni più pregiate — rosso o bianco — a quelle meno gustose — pinna gialla, skip jack — quasi sempre congelate e cotte a vapore. Valgono naturalmente di più i tonni lavorati a fresco — carni più chiare, perché il congelamento scurisce le fibre — e conservati in extravergine. Altro bonus per le parti utilizzate: capoclassifica la ventresca, grassa e saporita, seguita dal tarantello (il filetto), mentre la buzzonaglia (la carne intorno alla spina dorsale, più ricca di sangue) è la meno quotata. Anche la presenza di pezzi interi, a differenza delle sbriciolature ricompattate, fa la differenza: insomma, diffidate dei grissini usati a mo’ di coltello. Siamo tra i maggiori consumatori del prodotto in scatola ma non distinguiamo le diverse tipologie LE SPECIE A TAVOLA Delle 550 specie di tonno commestibile, ne vengono consumate regolarmente soltanto 60. L’industria conserviera, e il mercato giapponese, si riservano gran parte del pescato DOMENICA 6 NOVEMBRE 2005 LA DOMENICA DI REPUBBLICA 45 Genova itinerari Moreno Cedroni gestisce insieme alla moglie Mariella “La Madonnina del Pescatore” di Senigallia, ristoranteculto per appassionati di pesce. Nei suoi piatti, il tonno diventa gioco, porchetta, cubo, prosciutto, spezzatino, “susci mediterraneo” S. Benedetto del Tronto (Ap) Mazara del Vallo (Tp) La capitale europea della cultura del 2004, già storica Genova Repubblica marinara, patrocina la seconda edizione della rassegna Slow Fish mettendo tra l’altro, per l’occasione, a disposizione i suoi migliori esperti di pesce e cultura ittica Il piccolo paese di pescatori di inizio Novecento oggi è uno dei porti pescherecci più importanti dell’Adriatico, con oltre 250 imbarcazioni Deve il suo nome al ritrovamento sulla spiaggia delle spoglie di un martire cristiano, Benedetto Insediamento fenicio sorto sulle rive del Mazaro, vanta la flotta peschereccia più grande d'Europa Tra i richiami cittadini, il bronzo del Satiro Danzante, i sei chilometri di spiaggia bianca della Tonnarella e il mercato del pesce, proprio a ridosso del porto DOVE DORMIRE DOVE DORMIRE DOVE DORMIRE HOTEL AGNELLO D’ORO Via Monachette 6 Tel. 010-2462084 Camera doppia da 60 euro, colazione inclusa LOCANDA DI PORTA ANTICA Piazza Dante 7 Tel. 0735-595253 Camera doppia da 104 euro, colazione inclusa POGGIO GILLETTO Contrada S. Nicola Bocca Gilletto Tel. 0923-711551 Camera doppia da 56 euro, colazione inclusa DOVE MANGIARE DOVE MANGIARE DOVE MANGIARE ANTICA OSTERIA DI VICO PALLA Vico Palla 15r Tel. 010 2466575 Chiuso lunedì, menù da 25 euro CASERMA GUELFA Via Caserma Guelfa 5 Tel. 0735-753900 Chiuso lunedì, menù da 33 euro LA TAVERNETTA Via Ospedale 9 Tel. 0923-934242 Chiuso domenica, menù da 25 euro DOVE COMPRARE DOVE COMPRARE DOVE COMPRARE COOPERATIVA PESCATORI CAMOGLI Mercato Ittico Comunale Piazza Cavour 20 Tel. 010-2466518 ASSOCIAZIONE PRODUTTORI PESCATORI Mercato Ittico Comunale Banchina di Riva Malfizia 19 Tel. 0735-588850 DIRETTAMENTE DALLE BARCHE Porto Canale Piazzetta Scalo LE RICETTE Alla giapponese Alla siciliana Il filetto di tonno viene tagliato verticalmente con un coltello affilatissimo in fette di mezzo centimetro, intere o ridotte a dadini. Il Sashimi si serve con rafano tagliato sottile o grattugiato, salsa di soia e pasta di wasabi (radice ad alto potere battericida) La cottura-base è quella che più rispetta freschezza e consistenza delle carni I tranci di tonno, lavati e asciugati, si ungono con olio. Dopo la cottura sulla griglia, si condiscono con un mix di olio, limone, origano, sale e peperoncino Alla genovese A conferma dello stretto rapporto tra mare e terra che caratterizza la gastronomia ligure, i tranci si cuociono in una salsa con funghi, acciughe, aglio e prezzemolo tritati, addensata con farina e vino bianco. Rifinitura: burro sciolto e limone Alla livornese 247 Le calorie in 100 grammi di tonno sott’olio Repubblica Nazionale 45 06/11/2005 Camere della morte e danze d’amore SILVIO GRECO l tonno rosso (Thunnus thynnus) è diffuso negli oceani Indiano, Atlantico, Pacifico, e nel mar Mediterraneo. Può raggiungere i tre metri e un peso di 660 kg, ha una coda a semiluna, la livrea è blu intenso sul dorso e sui lati, e grigio argentata sul ventre: un modo per mimetizzarsi ai predatori che stanno sopra con il blu marino e a quelli sotto con il bianco luminoso. La specie è particolarmente adatta al nuoto. Già Aristotele ipotizzò migrazioni del tonno basandosi sulla ciclicità dei periodi di cattura. Ma solo nel 1929 uno studioso italiano, il Sella, tracciò i percorsi nel Mediterraneo studiando la fattura degli ami ritrovati nello stomaco o nella bocca dei tonni precedentemente scampati alla cattura: la forma e i materiali rivelavano ami appartenenti a marinerie tra loro distanti centinaia di miglia. Alla luce degli ultimi studi, sappiamo che i tonni che a maggio si avvicinano alle nostre coste per deporre le uova vengono da mari ben più lontani. Il tonno rosso mediterraneo viene da una popolazione atlantica che gli studiosi dividono in due sottopopolazioni: orientale (vive dalla Norvegia al Marocco e si riproduce in Mediterraneo) e occidentale (dal Canada al Brasile e si riproduce nel Golfo del Messico). Le ricerche di Barbara Blocks, biologa marina dell’Università di Stanford, dimostrano però che anche queste sottopopolazioni sono mescolate. “Tags” elettronici applicati sui tonni hanno registrato posizione e profondità di navigazione, si sono staccati a fine viaggio e dalla superficie del mare hanno trasmesso i dati al sistema satellitare “Argos” e da qui ai computer dei ricercatori. Così sono state tracciate rotte di migrazione e velocità: ad esempio, 119 giorni da una sponda all’altra dell’Atlantico, quasi novemila chilometri a una media di 40 miglia nautiche al giorno. In Mediterraneo le aree di riproduzione sono molte e i tonni vi sostano fino a 6-7 anni di età, quando raggiunti circa 70 chili si spostano in Atlantico alla ricerca di cibo più idoneo, tornando in primavera per riprodursi. La prima maturità sessuale arriva tra la fine del terzo ed il quarto anno. Interessante il rituale di accoppiamento: i pesci iniziano a nuotare vorticosamente e formano un enorme cilindro rotante da cui ciascun tonno scatta a turno verso il centro dove emette i suoi prodotti sessuali che la forza centripeta prodotta dal movimento concentra lungo l’asse verticale, facilitandone l’incontro e la fusione. La girandola definita anche “palla genica” si ripete più volte perché gli animali non emettono tutti i loro gameti contemporaneamente (le femmine producono decine di milioni di uova per stagione). Le uova sono sferiche e con una goccia oleosa. Le larve nascono dopo due giorni e sono lunghe tre millimetri. Nella prima fase di sviluppo il tonno si nutre di plancton, da adulto diviene un predatore che attacca piccoli banchi di pesci, cefalopodi e crostacei. È tra i pesci più longevi: può arrivare a 18 anni. Longevità e maturità sessuale tardiva rendono la specie molto vulnerabile all’over-fishing (l’eccesso della pressione di pesca). Pesca che veniva fatta nelle camere della morte delle “tonnare fisse”, ormai soppiantate dalle moderne flotte — le “tonnare volanti” — che con aerei da avvistamento e reti a circuizione catturano il branco al largo. La facilità della cattura comporta — a giudizio di molte associazioni ambientaliste — uno sfruttamento eccessivo dovuto alla forte richiesta del mercato, in particolare quello giapponese. L’autore è biologo marino dell’Istituto centrale per la ricerca applicata al mare I 64mila Le tonnellate annue di tonno vendute in scatola 550 Le varietà di tonno commestibili Una preparazione gustosa, figlia di una cucina dai sapori forti. Le fette di tonno, passate nella farina quindi dorate in un soffritto di cipolla e prezzemolo e sfumate con vino bianco, vengono insaporite a coperchio chiuso con capperi, alloro e cannella 46 LA DOMENICA DI REPUBBLICA DOMENICA 6 NOVEMBRE 2005 le tendenze Classico, con cintura alta stretta in vita, a ruota o simil-militare, il paletot è di nuovo protagonista nei guardaroba femminili dopo essere stato per anni surclassato da piumini imbottiti e giacche hi-tech Una riscoperta di stile che, tra tessuti e colori, riserva molte sorprese per le più giovani Griffe in vetrina EFFETTO ZARINA IL GRANDE FREDDO BON TON PER LE SPORTIVE ISPIRAZIONE CLASSICA Elegante come una pelliccia, con alamari, dal taglio sartoriale. Prada È rosa fucsia il cappotto Fay con interno supertermico Contro il grande freddo Monopetto bon ton, è firmato Blumarine di Anna Molinari Con la cintura stretta in vita il cappotto verde, sportivissimo. Benetton Ampio collo in pelliccia, tessuto spigato. Un classico rivisitato di Caractère Rinasce l’abito dell’inverno Cappotto il LAURA ASNAGHI Repubblica Nazionale 46 06/11/2005 S otto il cappotto, niente. Protagonista Demi Moore nella sua versione più sensuale: nella pubblicità Versace, l’attrice indossa un paletot verde acido sul corpo nudo, senza ombra di biancheria intima. Un modo antico per stuzzicare l’immaginario erotico. Ma anche un moderno omaggio al cappotto che oggi vive una stagione-boom sulle passerelle e nei guardaroba femminili. Filiforme e con taglio sartoriale, esalta la curve, favorisce la seduzione ed è senza dubbio di gran moda. Conferma Roberto Cavalli: «Un capo che non può mancare, un must to have; ma deve essere molto glamour, con cinture a vita alta, quasi dei corsetti che enfatizzano il punto vita». Per le donne stanche dei piumini «effetto omino Michelin» ecco dunque avanzare un esercito di paletot: sobri o con tocchi etnici, minimalisti o pluridecorati, anatomici o con trionfi di balze e volant, coloratissimi o dai toni neutri. A ricordare che per il prossimo inverno, sarà il cappotto a dominare la scena, c’è anche Karl Lagerfeld, lo stilista-guru di Chanel. In passerella ne ha portati cinquanta, tutti pezzi unici di alta sartoria, preziosi e da gran sera. Sui soprabiti-capolavoro punta da sempre Valentino, ma anche Giorgio Armani. Quelli più fascinosi, con il logo dello stilista milanese, hanno colli importanti, arricchiti da anelli di pelliccia. Di vaga impronta militare sono i modelli di Alberta Ferretti (lei sposa lo stile direttorio), Gucci sceglie il taglio “navy” mentre da Balenciaga, disegnato dal giovane Nicolas Ghesquiere, il cappotto ricorda le divise da ussaro con alamari. Gianfranco Ferré fa delle sue proposte meravigliose architetture che valorizzano le curve femminili. Tra i grandi marchi un posto d’onore spetta a Max Mara. L’azienda, fondata negli anni Cinquanta a Reggio Emilia da Achille Maramotti, è diventata un colosso del settore proprio grazie alla produzione di cappotti superfemminili. Un esempio per tutti: il “modello 101801”, uno dei più celebri, creato nel 1982, ha venduto 120mila pezzi. Un vero record. Tra i capi di culto dell’autunno inverno 2005-2006 figurano i paletot di Prada (sartoriali e “sovratinti” con pennellate di colore), i modelli british dei Dolce e Gabbana da indossare con i colbacchi delle guardie reali inglesi, quelli di Hermes in cachemire double face o quelli dai tagli impeccabili di Alberto Biani. Di impronta romantica le creazioni di Mariella Burani, di Fuzzi (con rose intarsiate), di Kristina Ti e di Blumarine. I manteau disegnati da Anna Molinari sono caldi, avvolgenti e resi preziosi da ricami. Il cappotto a «corolla» trionfa da Darel mentre da Burberry il classico tessuto scozzese viene utilizzato per capi da «romantica donna inglese che ascolta musica rock». Stessa filosofia per Costume National. Le creazioni di Ennio Capasa sono un misto di “sartorialrock”, cento per cento cachemire. Fendi fa paletot che sembrano di tessuto e sono in realtà di pelliccia trattata con tecniche innovative. Sulle lavorazioni artigianali punta molto anche Trussardi. Le versioni in capretto hanno stampe optical e quelli in camoscio si chiudono con alamari fatti a mano. «I cappotti devono essere intriganti» teorizza Graeme Black, lo stilista di Ferragamo, che, in omaggio al libro di Piero Chiara, mette in collezione anche «il cappotto di astrakan». Etro punta all’incanto di geometrie etniche, altrettanto fa Antonio Marras per Kenzo, Malo è tutto un richiamo ai cristalli di ghiaccio, mentre Celine (nella collezione invernale disegnata da Roberto Menichetti) osa scollature profonde, dove al massimo ci può stare un reggiseno speciale, come il nuovo Hypnotic della Wonderbra, con coppe a copertura minima, unite da un esile laccetto. Per i classici modelli maschili, con sciancrature femminili, i marchi di riferimento sono due: Montedoro e Allegri, con tessuti anti-pioggia. Una sicurezza per l’inverno che verrà. È QUI IL PARTY? Un classico “rosso” Valentino, perfetto per party e cocktail Da vera signora DOMENICA 6 NOVEMBRE 2005 LA DOMENICA DI REPUBBLICA 47 RITRATTO DI DIVA L’attrice Mary Louise Brooks, in una foto degli anni Trenta, mentre posa con un paletot dal collo sciallato Il saio laico che ci mimetizza MICHELE SERRA Repubblica Nazionale 47 06/11/2005 D VIA CON I CONTRASTI SENZA TEMPO TUTTE IN CASERMA LOOK RIGOROSO Stretto in vita dalla cintura etnica colorata, il trequarti di Marni punta sui contrasti Uno dei paletot “senza tempo” della linea Max Mara elegante e raffinato Di ispirazione militare la proposta di Seventy con collo di pelliccia È di taglio rigoroso, maschile il cappotto Gaultier pensato per una donna sexy ice che torna di moda il cappotto, e sono pregiudizialmente favorevole. Il lungo evo dei giubbotti apparteneva al giovanilismo obbligatorio, non siamo tutti rocker, è bene che il girovita almeno ogni tanto scompaia dietro la larga e ondeggiante quinta del cappotto. Fa parte della neo-sobrietà, tanto invocata, l’idea di un saio laico che rivesta le figure, in fondo la cosa più invidiabile dei preti è l’eleganza metafisica dei loro sottanoni, è bello potersi permettere un surrogato di tonaca almeno lungo i marciapiedi, prima che il luogo chiuso ci costringa a smascherarci. Certo non penso ai miseri trequartini a fior di culo che furoreggiavano negli anni del mio ginnasio, né agli striminziti e costosissimi cappotti neri da prima teatrale, spesso tristemente guarniti da sciarpette bianche che fanno tanto cumenda alle prime del Teatro Manzoni, quando la Wandissima era la Wandissima. No, se deve essere cappotto allora bisogna che sia. Il largo campanone dei loden, gli enormi tweed anni Cinquanta che pesavano come sarcofagi e facevano gemere gli attaccapanni, i cappotti scuri e quaresimali degli impiegati degli anni Sessanta. I maxicappotti delle femmine di vent’anni fa (o forse erano trenta) MAXI che sfioravano ter- FORMATO Una modella ra e affilavano le fi- americana indossa gure, perfino i tren- un maxicappotto: ch slabbrati con ta- è il 1968, la moda sche grandi come torna al pastrano otri, prediletti nei rivisitato e corretto defilée da corteo del tempo che fu. Mi piacerebbero larghi e comodi, in controtendenza rispetto alla penuria e alle costrizioni degli ultimi anni, anni di strizzature. Per me l’idea dell’eleganza somma è il caftano, e il cappotto è il solo indumento occidentale che si avvicini a quell’agio privo di linee anguste, di sciancrature, di tagli costrittivi. Qualcosa che, al passo, sventoli ma non troppo, senza gli eccessi gotici di certi mantelloni da Londra ottocentesca, tipo Hide che rincasa correndo e ghignando, alla luce barcollante dei lampioni. No, un po’ meno svolazzante, meno pletorico, però che ci vendichi delle uniformi da fichetto, delle giubbe da bulletto, dei giacconi da studentello, dunque un cappotto dentro il quale circoli l’aria, e il portafogli nel taschino nemmeno lo si avverta: negli ultimi anni la pressione del portafogli nel giaccone abbottonato poteva provocare anche delle cardiopatie. Novità clamorosa sarebbe rivedere cappotti all’uscita delle scuole, salvando i ragazzini dalla dittatura del casual firmato e modificando le statistiche di raffreddori e congestioni. Chissà se, in qualche liceo, qualche gagà implume non sia già predisposto a cogliere il significato rivoluzionario del cappotto, che copre la griffe stampata sulla felpa, il cappotto egualitario che esalta la comodità dell’anonimato, che allude all’esaltante, pudico decoro borghese bandito dalla televisione e dunque dalle strade. A meno che i cappotti prossimi venturi non siano orrendamente guarniti di grossa scritta sulla schiena, marchiati come l’ultima delle magliette — qualche stilista ci starà già pensando. Il cappotto, in fin dei conti, è l’ultima spiaggia da conquistare per gli spacciatori di griffe. Ma sia chiaro, e diciamolo in anticipo: ha da essere in tinta unita, possibilmente scuro, poco vistoso e senza l’ombra di una scritta. Altrimenti non lo chiamino cappotto e lo lascino riposare in pace. 48 LA DOMENICA DI REPUBBLICA DOMENICA 6 NOVEMBRE 2005 l’incontro Una vita passata tra il suo Veneto e l’Inghilterra, la morte della moglie amatissima e il ritorno definitivo nella casa di Thiene. Ottant’anni suonati, una faccia da ragazzo, l’autore de “I piccoli maestri” è un antitaliano speciale: orgoglioso, ironico, sempre un passo indietro dalla ribalta. Nel ’47 lasciò un paese diviso, uno altrettanto diviso ritrova oggi: “Ma allora c’erano due enormi forze equivalenti dove non c’era posto per me; adesso la contrapposizione è a vuoto” Grandi vecchi Luigi Meneghello a geografia essenziale della sua vita è qui intorno, a portata di mano. Il paese dove è cresciuto, Malo, ormai familiare a legioni di lettori. L’Altipiano di Asiago, dove con la sua banda di «piccoli maestri» visse le fondamentali settimane della guerra partigiana. E i libri da Londra, traslocati perché, dopo la morte dell’amatissima moglie Katia, anche la casa dietro al British Museum è stata messa in vendita: «Non ci potrei tornare senza di lei». Luigi Meneghello, ottant’anni passati e una bella faccia da ragazzo con gli occhi un po’ cinesi, è tornato in pianta stabile nel suo Veneto, dopo una vita passata fra l’Italia e l’Inghilterra. Sempre un passo indietro dalla ribalta. Dando per scontato che l’etichetta potrebbe fargli storcere la bocca, viene da dire che Meneghello è un tipo speciale di antitaliano, di quella razza cresciuta nell’estraneità militante ai vizi del carattere nazionale. Gente nata nel fascismo, passata per l’antifascismo, l’esperienza partigiana, e infine il mai dimenticato shock di quando il Partito d’azione fece naufragio elettorale: «Alle prime elezioni non ci votarono neanche le morose e le mogli, chi ce le aveva». Ma un antitaliano che, dopo essere fuggito da un Paese immutabile, ha raccontato se stesso e la sua generazione parlando con affetto di un paese (Malo, appunto), di una lingua (il dialetto vicentino), di una Resistenza antiretorica e vera (I piccoli maestri). Un antitaliano timido, orgoglioso ma pieno di umorismo: «A una certa età tutto sembra aggravato. Io certe volte vorrei essere più radicale, però mancano i modelli». E poi, però, i modelli (o i ricordi) uno fa parlò tre ore, e io pensai: “el spaca tuto”. Lussu parlò cinque ore, e spaccò tutto anche lui». Quegli anni lì della rinascita e dello scontento, dall’aprile ‘45 al settembre ‘47, Meneghello li ha raccontati in Bausète. Adesso, qui nella sua bella casa di Thiene, si rigira fra le mani con emozione da adolescente una copia del libro piena di sottolineature a penna, di commenti («Bravo! Giusto!», ma anche «No, no!») vergati con una calligrafia nervosa. Quella di Mario Soldati che, si capisce, non era rimasto indifferente: a tratti entusiasta, a tratti ipercritico. «Gli eredi di Soldati me l’hanno mandato, e mi ha fatto molto piacere. Anche se ho visto che certe cose, forse, non le aveva capite. Colpa mia, magari». Per Meneghello, che come Fenoglio parlava e amava l’inglese, e che in inglese cominciò a scrivere I piccoli maestri, l’Inghilterra fu la scoperta di un mondo: «C’era un gran senso di sobrietà, erano così impoveriti dalla guerra ma spartivano tutto. Questo era Quell’avventura nostra di ragazzi sull’altopiano di Asiago nel maggio-giugno ’44 ci ha segnato la vita Si facevano cose che univano il dovere morale e la voglia FOTO BASSO CANNARSA L THIENE se li porta dentro. L’Altipiano di Asiago a due passi, per esempio. Meneghello ci è appena tornato, un’altra volta: «Con Dante e Renzo, gli altri due superstiti. Era il sessantunesimo anniversario del rastrellamento a cui scampammo. Ci siamo inoltrati, e abbiamo bevuto champagne». La montagna della loro guerra partigiana. Viene in mente quella pagina de I piccoli maestri, la prima volta a guerra finita che Meneghello torna sul Colombara a rivedere il posto, con «la Simonetta». «Mi sento come a casa — dice lui — ma più esaltato». Lei: «Sarà perché facevate gli atti di valore, qui». «Macché. Facevamo le fughe». «Scommetto che avete fatto gli atti di valore». E lui giura: «San Piero fa dire il vero. Non eravamo mica buoni, a fare la guerra». Dante, il solo della banda ad avere confidenza con le armi: «Quell’avventura nostra di ragazzi — racconta Meneghello — si è impressa tanto fortemente in lui, è il senso di una vita. Lui vuole sempre andare sull’Altipiano, prima di tutto. Mi chiama per una gita a Mantova, e prima facciamo una scappata lassù. Perfino quando siamo andati in Portogallo, siamo passati dall’Altipiano. Dante ha avuto successo nella vita, è un industriale affermato. Ma niente conta per lui come quelle settimane, del maggio e giugno ‘44. Hanno segnato le nostre vite. Si facevano cose che erano il dovere e il piacere, il dovere morale e la voglia. Era una condizione straordinaria». La banda di studenti vicentini, educati alla democrazia e poi guidati da quella memorabile figura che fu Antonio Giuriolo, il comandante partigiano che non voleva sparare, e cadde poi a Lizzano in Belvedere. Il Giuriolo maestro di antiretorica, quello dell’incontro con il capo di un reparto comunista, «giovane, robusto, disinvolto... calzoni da ufficiale, il cinturone di cuoio, il fazzoletto rosso», che alza il pugno chiuso e saluta: «Morte al fascismo». E Giuriolo («...con la sua aria dimessa e riservata: pareva un escursionista»): «Piacere, Giuriolo». Meneghello ha chiuso solo da poco l’altra metà della sua vita, quella inglese. Partì nel ‘47 («Avevo 25 anni e mi sentivo abbastanza esperto della vita. Ma avevo anche un po’ di angoscia. Però angoscia no, non so cosa vuol dire») con una borsa di studio a Reading. Doveva restare dieci mesi, e furono più di vent’anni, a fondare e poi dirigere il dipartimento di italianistica. Se ne andò da antitaliano, appunto. Con la voglia di scoprire l’Europa, e la sua cultura aperta. Con l’ammirazione per l’Inghilterra, «che aveva resistito». E con la delusione di un dopoguerra traumatico: «Noi del Partito d’azione ci sentivamo un pochino d’élite, eravamo ragazzi e presuntuosi. Poi c’erano i più vecchi, colorati d’esilio: i Valiani, i La Malfa, i Lussu. Al congresso ci fu un drammatico contrasto fra loro. La Mal- il fascino, per me. Noi facevamo la figura di spreconi e signoroni». E poi la libertà, anche nell’organizzazione universitaria: «L’istituto a Reading l’ho creato io. Potevo fare quello che volevo, scegliermi collaboratori più bravi e più giovani di me. Il mio contratto era una lettera. La mia responsabilità era solo, si può dire scherzando, verso la Regina. Insomma, era più facile, e non c’era burocrazia. Non ho mai fatto un concorso in vita mia». Il Meneghello che ospita Montale, la Morante e Moravia (per il quale conia la definizione: «Il marito del più grande romanziere italiano vivente»). Che insegna Ungaretti e Belli: «Il Belli letto da un vicentino. Ci ho fatto anche un programma per la Bbc, e ho pensato ci volesse un romano, così ho chiamato Giorgio Vigolo. Ma ero meglio io. Il mio era uno scempio, ma bello». E che, in qualche modo, si “anglicizza”: «Anche se io sono rimasto italianissimo. Perché io son da Malo». La scelta di star fuori dall’Italia «è venuta naturale», fuori anche dalla scena editoriale e dai suoi riti: «Mai pensato di fare il mestiere di scrittore, in fondo. Anche se coi miei libri mi hanno sempre trattato troppo bene. E gli editori, alle mie condizioni che erano quelle di non partecipare, sono sempre stati gentili». Anche adesso che ha dato l’addio alla casa di Londra, che ha portato qui i libri e le carte, che si è fatto costruire un bel tavolo scrivania dove tenere il calamaio e le penne coi pennini “attorney”, a Meneghello non sembra che questo sia un ritorno: «Abbiamo sempre fatto, la Katia e io, avanti e indietro. Per vent’anni in Inghilterra non avevamo i mezzi e nemmeno forse la voglia di tornare spesso, se non per le vacanze. Però quando finivo un trimestre, sempre di giovedì, andavo via nel giro di ore. Fino a Southampton, poi il battello per la Francia. Ancora adesso io penso per trimestri». E se aveva lasciato un Paese diviso nel ‘47, un altro altrettanto diviso ne trova oggi: «Ma allora non si era contrapposti a vuoto. C’erano due grandi forze equivalenti, dove non c’era posto per me. Adesso mi pare ci sia una contrapposizione a vuoto, dove non ci si può mettere a recitare per parti organizzate». Qui nel suo Veneto, che è diventato un settore del famoso o famigerato Nordest, del miracolo, delle fabbrichette, del leghismo, e ora della crisi. «Diciamo che sono sufficientemente protetto rispetto agli aspetti meno gradevoli. Come studioso, sono al riparo, non sono immerso», dice sorridendo. Conosce la gente a la terra: «Non ho nessuna difficoltà di ambientamento. Solo, devo evitare certi argomenti con una parte cospicua dei miei concittadini, anche degli amici. C’è un sottofondo di pensieri, un sentimento della condotta politica, che non conviene. Gli amici restano simpatici, anche se so che il fondo delle loro idee non mi è congeniale». Ritrova un Veneto «di grandi cambiamenti, che vanno accelerando». Una società dove «molti si lamentano della crisi, però in alcuni aspetti del costume di questa crisi non c’è traccia». E uno come Meneghello, che da «dispatriato» è stato uno dei più grandi esploratori della lingua madre, deve anche sentirsi un po’ sperduto nel suo recupero provinciale, nella parodia di chi toglie l’ultima vocale ai cartelli stradali. Lui ha tradotto anche Shakespeare in vicentino. Ha scritto: «Adopero la mia roba vicentina, ma non ho alcun interesse per il suo lato provinciale». Le sue parole in dialetto erano «croste sulle ferite antiche», che bastava sgrattarle un tantino per tirar fuori la natura delle cose. «Mi ricordo quando nascevano i primi sentimenti venetisti, prima ancora dell’organizzazione, prima della Lega. Ricordo che un amico mi diceva: quella roba lì, cambiare i cartelli, è l’opposto di te, non bisogna mettersi su quella strada». Il lavoro suo, da Libera nos a malo in avanti, è un’altra faccenda: «Perché abbiamo avuto una civiltà comune, in questa Italia. La cultura contadina era comune, dal Nord al Sud. Ricordo quanti mi hanno scritto, da Norberto Bobbio, ai toscani, a quell’insegnante di terza media, napoletano di origine sottoproletaria, che usava Libera nos e Pomo Pero come libri di testo, e lo capivano tutti». Al riparo dalle intrusioni, anche quelle benintenzionate di chi lo invita («ogni paese e frazione ha un suo festival»), l’antitaliano timido Meneghello se ne sta nella casa silenziosa di Thiene, che a lui pare disordinata anche se penne e pennini stanno in fila rigorosa sulla scrivania. Si può essere «radicali» anche senza comparire, aspettando una telefonata di Dante per andare in Altipiano. ‘‘ FABRIZIO RAVELLI