Domenica
La
di
DOMENICA 6 NOVEMBRE 2005
Repubblica
il fatto
Periferie, il lato oscuro delle città
GIORGIO BOCCA e FILIPPO CECCARELLI
il reportage
L’utopia femminista nella Svezia rosa
CONCITA DE GREGORIO
Il Re
democratico
L’educazione rigida, Franco, la democrazia,
il tentato golpe: è la storia di Juan Carlos,
che adesso festeggia i trent’anni di regno
SANDRO VIOLA
N
el vagone-letto dove l’hanno sistemato, mentre il
Lusitania Express viaggia nel buio da Lisbona a
Madrid, il piccolo principe può finalmente piangere. Sin allora non ha potuto farlo. Mentre usciva
da Villa Giralda, la casa sulla costa di Estoril dove
ha lasciato i genitori e i fratelli, le lagrime gli erano
già spuntate negli occhi. Ma suo padre è subito intervenuto con
voce brusca: «Ricordati che un Borbone piange soltanto nel suo
letto». Il bambino è riuscito a trattenersi. Ha varcato la soglia della villa senza voltare il capo, e una grande automobile nera lo ha
condotto alla stazione. Ma adesso che nella cuccetta del Lusitania Express è rimasto solo (i suoi accompagnatori, il visconte di
Rocamora e il duca di Sotomayor, sono nello scompartimento a
fianco), può dare sfogo alla sua tristezza.
Il principe si chiama Juan Carlos, ha dieci anni. Una prima,
bruciante solitudine l’aveva conosciuta due anni prima, quando era entrato in un collegio religioso a Friburgo. Ma stavolta è
peggio. A Friburgo, dov’era giunto accompagnato da suo padre,
l’avevano accolto altri bambini e preti sorridenti. Mentre adesso, nella stazioncina prima di Madrid dove poco dopo l’alba il
treno viene fatto fermare eccezionalmente, trova un gruppo di
anziani signori vestiti di scuro, sui volti un’espressione grave.
Sono duchi o marchesi o conti di fede monarchica, e gli s’avvicinano chiamandolo Vostra Altezza: gli chiedono se il viaggio è andato bene, e se sta bene suo padre, che essi chiamano «el Rey», il
re. «El rey està bien», risponde compunto il piccolo principe. Dopo di che la comitiva si trasferisce non lontano da lì, in un convento carmelitano, per assistere ad una messa. Nella cappella
del convento fa un gran freddo, e il bambino, che non ha ancora
fatto colazione, trema per tutto il tempo della messa.
Juan Carlos di Borbone festeggerà il 22 novembre il trentennale della sua ascesa al trono. In patria gode d’un vasto e affettuoso consenso, all’estero è uno dei personaggi più rispettati.
Ma quando mi capita di vederlo alla televisione — la sua espressione fiduciosa, il sorriso costante, l’allegra e signorile semplicità dei modi con cui tratta gli interlocutori—, mi viene sempre
in mente la sua infanzia malinconica. Mi chiedo come mai le
tante tristezze dei suoi anni di bambino e d’adolescente (solitudini, costrizioni, umiliazioni non molto diverse da quelle che
Dickens immaginò per Oliver Twist e David Copperfield) siano
trascorse senza lasciare una traccia visibile nel suo aspetto. Ma
l’aspetto è una cosa, e la personalità un’altra. Sicché è certo che
al fondo del suo carattere tutto quel che ha dovuto subire, ingoiare in silenzio, dai dieci ai trent’anni, ha lasciato una ferita.
(segue nelle pagine successive)
con un commento di JAVIER CERCAS
la memoria
La conquista raccontata dagli indios
MASSIMO LIVI BACCI e GUIDO RAMPOLDI
cultura
Il mondo inventato dalle mappe
PINO CORRIAS e AMBRA SOMASCHINI
spettacoli
L’universo secondo Herzog
EMANUELA AUDISIO e PAOLO D’AGOSTINI
le tendenze
Cappotto, l’eterno abito invernale
LAURA ASNAGHI e MICHELE SERRA
28 LA DOMENICA DI REPUBBLICA
DOMENICA 6 NOVEMBRE 2005
la copertina
Trent’anni fa
In una fredda mattina del 1948, il piccolo Juan Carlos
di Borbone arriva in treno a Madrid: ad aspettarlo
un gruppo di monarchici con l’incarico di occuparsi
della sua formazione. È l’inizio della lunga marcia
d’avvicinamento al trono, che si lega alla transizione
della Spagna da Franco alla democrazia
L’educazione del Re bambino
SANDRO VIOLA
(segue dalla copertina)
M
a torniamoal suo arrivo in Spagna, a quel
rigido mattino di novembre del 1948,
quando gli aristocratici che gli sono andati incontro hanno chiesto notizie di suo
padre “el Rey”. In realtà il padre del
bambino non è affatto re. Don Juan di
Borbone è soltanto il pretendente al
trono di Spagna, una Spagna che nel
1948 il generalissimo Francisco Franco
tiene da quasi dieci anni, da quando ha
vinto la guerra civile, strettamente in
pugno. È vero però che se sul suolo spagnolo il generalissimo ha ormai domato con la forza (e migliaia di fucilazioni)
ogni opposizione
o resistenza, sulla
scena internazionale il regime franchista è in gravi difficoltà. Qualcuno,
nelle cancellerie di
Londra, Parigi e
Washington, sta
addirittura pensando a come farlo
cadere.
Le nazioni democratiche uscite
vincitrici dalla Seconda
guerra
mondiale non
hanno infatti intenzione, per il
momento, di perdonare a Francisco Franco i suoi
rapporti col nazifascismo, né il sistema duramente
autoritario, parafascista, che ha instaurato in Spagna
con l’appoggio indecente
della
Chiesa. Esse non
hanno perciò relazioni diplomatiche con Madrid.
Franco è totalmente isolato, e il
paese è allo stremo. A tre anni dalla fine della guerra
civile la situazione
economica risulta
disastrosa, e senza
aiuti internazionali rischia di farsi
drammatica.
È principalmente per questo che
Franco ha cominciato a pensare ad
una restaurazione
della monarchia. Il
trono di Spagna è
vacante dal 1931,
da quando Alfonso
XIII — padre di
don Juan e nonno
del piccolo principe — ha abdicato
in favore dei suoi
successori trasferendosi a Roma. E
quel che è avvenuto in seguito, è noto. L’instaurazione (e l’instabilità)
della Seconda repubblica, la sollevazione dei generali golpisti e tre
anni sanguinosi di
guerra civile. Ma se
Franco ha trionfato, la Spagna è
adesso, dopo la disfatta del nazifascismo, un rottame dell’Europa sognata da Hitler e
Mussolini.
Uomo di leggendaria scaltrezza, il
Caudillo si mette
quindi alla ricerca
d’una via d’uscita
dall’isolamento. E
presto intuisce
che ventilare una restaurazione della
monarchia, suggerendo così l’idea
d’una transitorietà del franchismo,
potrebbe servire alla sopravvivenza
del regime. Nel ‘47 promulga perciò
una legge costituzionale che fa della
Spagna una monarchia con lui, Fran-
co, reggente a vita, e subito dopo avvia
i contatti col pretendente don Juan.
Come altri ex re e pretendenti in esilio,
questi abita ad Estoril, poco fuori Lisbona: il primo tramite cui Franco ricorre è quindi suo fratello Nicolàs,
ambasciatore in Portogallo.
Una cosa è però certa sin dall’inizio:
Franco detesta don Juan. Il pretendente è troppo maturo, volitivo, politicante, perché il generalissimo (il cui istinto
più forte e profondo è la diffidenza)
possa volerlo sul trono. Così, dopo un
lungo scambio di lettere e un intenso va
e vieni di mediatori, Franco mette sul
tavolo la proposta d’educare in Spagna
il principe Juan Carlos. Impegni circa la
data della restaurazione, non ne prende: né dice chi sarà, se il padre o il figlio
Juan Carlos, il re di Spagna. Anzi, per
anni terrà contatti con gli altri preten-
la nostalgia della famiglia e dall’incertezza del futuro. Prima in una villa nei
dintorni di Madrid, Las Jarillas, dove lo
mettono a studiare insieme a tre rampolli dell’aristocrazia e tre dell’alta
borghesia, con precettori di stretta osservanza franchista. Poi, dai dodici ai
quindici anni, a San Sebastiàn, nell’ex
residenza estiva di suo nonno Alfonso
XIII. Quindi di nuovo a Madrid dove
viene preparato per l’ingresso nelle accademie militari, e infine all’Accademia dell’Esercito a Saragozza.
Che tipo di formazione viene all’adolescente Juan Carlos dagli studi che gli
impartiscono i precettori scelti dal generalissimo? Quale cultura, quale visione politica e sociale ricava dai militari, dagli anziani aristocratici, dai preti (ce n’è uno a Las Jarillas, il padre Ignacio de Zulueta, un franchista fanatico,
le cui lezioni di etica e religione angustiano in modo particolare il piccolo
principe) che gli sono stati messi attorno? Le voci che circolano a Madrid verso la fine dei Cinquanta non sono affatto lusinghiere. Juan Carlos viene descritto come un giovanotto con grandi
doti sportive ma non molto intelligente, che matura a fatica, e comunque totalmente sottomesso all’influenza di
Franco e dei suoi consiglieri. Così,
quando si presenta la prima volta all’Università, la Gioventù Falangista — che
è repubblicana — inalbera cartelli con
su scritto “No queremos principes imbeciles” e “Abajo los principes tontos”.
Il giudizio non corrisponde al vero,
come si vedrà bene in seguito, ma al
momento è il più diffuso. Io stesso ne
sarò ingannato. È l’inizio di maggio del
1962, Juan Carlos è già ad Atene dove il
La notte che lo trasformò
in eroe della libertà
JAVIER CERCAS
C
Il Caudillo ha
deciso di puntare
sul principe
Repubblica Nazionale 28 06/11/2005
denti al trono (col fratello sordomuto di
don Juan, don Jaime, e con il ramo Carlista dei Borbone) così da conservarsi
intero lo spazio di manovra. Per ora,
quel che gli serve è soltanto mostrare
all’esterno che un giorno, forse, la Spagna sarà di nuovo una monarchia.
Il piccolo principe che giunge a dieci
anni nella patria dei suoi avi, diventa
così la carta più importante nella partita apertasi tra la Casa Borbone e il generalissimo. Sulla sua testa pesano da
subito, e peseranno per altri ventun
anni (sino a quando nel ‘69 Franco non
lo indicherà ufficialmente come suo
successore), gli intrighi, le astuzie, i
voltafaccia e la reciproca avversione
dei due giocatori della partita: suo padre e il Caudillo. L’infanzia, l’adolescenza e la prima giovinezza di Juan
Carlos trascorrono quindi marcati dal-
per uscire
dalla crisi
della Seconda
guerra mondiale,
ma l’incoronazione
avverrà solo
dopo la sua morte:
il 22 novembre
del 1975
IL GOLPE SVENTATO
Dall’alto: il principe Juan Carlos con il padre
Alfonso XIII, la madre Maria Mercedes e i
fratelli nell’agosto 1945. Sotto, Juan Carlos
con il generale Franco nel 1971. Qui sopra:
l’irruzione del colonnello Tejero in Parlamento
nel 1981; il golpe fu sventato
ome qualsiasi altro spagnolo, neanch’io
dimenticherò mai la sera del 23 febbraio
1981. Quel giorno arrivai a casa dall’università verso le sei e mezza del pomeriggio e trovai mia madre allarmatissima: stava succedendo qualcosa al Congresso dei deputati; mi raccontò che soltanto pochi minuti prima, mentre
ascoltava alla radio, stirando, la seduta di investitura a presidente del governo di Leopoldo Calvo Sotelo, un gruppo di soldati della Guardia Civil aveva interrotto la cerimonia tra urla e spari.
Non ricordo che cosa facemmo subito dopo io e
mia madre: forse continuammo ad ascoltare il
funesto silenzio della radio, forse accendemmo
la televisione; non mi ricordo neppure con esattezza il mio stato d’animo, che senza dubbio
oscillava tra il nervosismo e l’esaltazione. Perché non c’era bisogno di conoscere a menadito tutte le voci di colpo di
Stato che circolavano per il Paese già da
ben prima delle dimissioni del presidente Adolfo Suárez per comprendere che
cosa era successo.
Allora avevo 18 anni, frequentavo il
primo anno di università, non militavo
in nessun partito politico, sognavo di
scrivere romanzi; per giunta, temo che
fossi, come sono anche ora, un tipo ragionevolmente codardo. Perciò non sono ancora riuscito a comprendere del
tutto la mia reazione di quella sera, anche se sarei bugiardo a dire che me ne
pento; a dire il vero, è una delle poche cose che ho fatto in vita mia di cui non mi
pento. La mia reazione fu di scendere in
strada (con l’opposizione frontale di mia
madre) e andare di corsa all’università.
Non so che cosa pensassi di trovare
laggiù: oltre che ragionevolmente codardo, a quell’epoca ero anche ragionevolmente ignorante e avevo la testa ragionevolmente piena di romanzi, e perciò non è da scartare l’ipotesi che per la
mia immaginazione passassero immagini bellicose di una città messa a soqquadro da
moltitudini manifestanti, disseminata di barricate a ogni angolo e armata da uomini enigmatici che distribuivano fucili tra gli studenti
nell’atrio della facoltà di lettere. La realtà ci mise poco a smentire quell’atroce miraggio romantico: ben presto mi resi conto che la mia
città era tranquilla in maniera sconcertante,
come lo erano, secondo quanto appresi più tardi, tutte le altre città della Spagna, e quando arrivai alla facoltà di lettere constatai con incredulità che l’atrio era quasi vuoto. Ma soltanto
quasi: in un angolo, tranquilli e sorridenti, stavano a conversare un poeta di qualche anno
più grande di me e due compagne di corso, una
di loro poetessa. Mi raccontarono che avevano
appreso la notizia del golpe da un professore
che aveva aperto la porta della facoltà facendo
un osceno gesto dell’ombrello, che le lezioni
erano state immediatamente sospese e che la
gente era fuggita a casa alla rinfusa.
I miei ricordi del resto della sera sono confusi. La verità è che non c’era molto da fare salvo
attendere gli eventi: e poi ero innamorato della
mia compagna di corso poetessa, e questo forse spiega tutto. La sola cosa che mi ricordo con
certezza è che uscimmo tutti e tre insieme dall’università, che andammo in un bar triste e annoiato, e che rimanemmo là a lungo, parlando
vagamente di quello che era successo a Madrid,
di letteratura, di qualche film. Non escludo di
essermi completamente dimenticato del colpo
di Stato, perché ero troppo occupato con la mia
poetessa, ma sono quasi sicuro che quando tor-
nai a casa, l’inquietudine dei miei genitori —
che erano stati tiepidamente franchisti e che
ora votavano per Adolfo Suárez — mi fece tornare l’inquietudine. Tutto continuava più o
meno uguale, e come in tutte le case, anche nella mia rimanemmo svegli fino a quando, a sera
già inoltrata, il re apparve in televisione ordinando ai militari insorti di deporre le armi, e solo allora respirammo sollevati.
Questa è la mia storia di quel giorno, una storia anodina, molto più di quella di tanta gente,
come quei miei amici che prevedendo il regime
di terrore che si avvicinava, cercarono di consolarsi fumando marijuana in un’auto, al buio, vicino a un campo di calcio, talmente nervosi che
l’auto finì giù da un terrapieno e loro dovettero
tornare a casa a piedi; o quella di quell’altro che
fece il giro delle edicole per fare incetta di riviste
pornografiche; o quella dei tanti politici e militanti di partiti di sinistra che quella stessa sera, un
po’ più che ragionevolmente codardi, si misero
in salvo attraversando la frontiera con la Francia.
Tutto ciò suona come una commedia, ed è naturale, perché presto o tardi tutto quello che comincia come tragedia finisce come commedia,
o perché, come dice Woody Allen, la commedia
è la tragedia più il tempo. Per questo è stato possibile scrivere che quello fu un golpe da operetta. Lo fu naturalmente nella forma (a partire dall’ingresso delle guardie in Parlamento, degno di
Valle-Inclán, fino all’uscita delle medesime dalle finestre, degna di Buster Keaton, per non parlare dell’organizzazione stessa del golpe, un prodigio di confusionismo e incompetenza eguagliabile solo dai Fratelli Marx): ma non lo fu nella sostanza.
In realtà, nonostante la sua pessima preparazione e nonostante il fatto che quasi nessuno lo
appoggiava, il golpe fu sul punto di trionfare,
senza lasciare il tempo alla tragedia di trasformarsi in commedia. Se non lo fece, se non
trionfò, non fu perché gli spagnoli scesero in
piazza a difendere la democrazia, come successe il 18 luglio del 1936, ma perché lo impedì l’unica persona che poteva impedirlo. Suppongo
che l’estrema destra e l’estrema sinistra spagnole non smetteranno mai di insinuare che il re
Juan Carlos era connivente con il golpe: oltre che
falsa, è un’accusa stupida.
Accludo una prova soltanto a sostegno della
tesi che i militari insorti l’avrebbero spuntata se
non fosse stato per l’intervento del re. Qualche
giorno dopo il 23 febbraio, Guillermo Quintana
Lacaci — il capitano generale di Madrid che impedì che la divisione corazzata Brunete quella
sera prendesse il controllo della capitale, cosa
che avrebbe comportato, senza il minimo dubbio, il successo del golpe — disse al nuovo ministro della Difesa, Alberto Oliart: «Ministro, prima
di sedermi, tengo a dirle che io sono franchista,
che venero la memoria del generale Franco, che
ho fatto la guerra civile; pertanto, può immaginare come la pensi. Ma il Caudillo mi ordinò di
ubbidire al suo successore, e il re mi ha ordinato
di fermare il colpo di Stato del 23 febbraio, e io
l’ho fermato; se mi avesse ordinato di assaltare le
Cortes, lo avrei fatto». Oppure, se vogliamo dirla
in forma più chiara: che io sappia, nessuno quella sera in Spagna diventò monarchico, ma tutti
diventammo come minimo juancarlisti. Per il
resto, qualche settimana o qualche mese più tardi, l’Eta assassinò Quintana Lacaci, e io mi fidanzai con la poetessa, fidanzamento che naturalmente finì in catastrofe. A pensarci bene, forse
tutto quello che inizia, sia come commedia che
come tragedia, finisce sempre in tragedia.
L’autore ha scritto “Soldati di Salamina”
(Traduzione di Fabio Galimberti)
DOMENICA 6 NOVEMBRE 2005
LA DOMENICA DI REPUBBLICA 29
IL SECOLO TURBOLENTO DELLA SPAGNA
Il ’900 si apre e si chiude con i Borbone sul trono:
nel mezzo, la dittatura del generale Primo
de Rivera che prende il potere nel ’23 col consenso
di Alfonso XIII, la proclamazione della Repubblica
e la guerra civile che si chiude nel ’36 con l’ascesa
di Franco. Dopo 40 anni di franchismo,
è Juan Carlos (nella foto con la regina Sofia)
a gestire il ritorno alla democrazia
14 di quel mese sposerà Sofia di Grecia.
A Madrid, incontro ad un pranzo Nicolàs de Cotoner y Cotoner, marchese
di Mondèjar, che è il capo della Casa Civile del principe. Il marchese è un gentiluomo d’altri tempi, elegante, gentilissimo: e quando vede che mostro un
interesse per il giovane Juan Carlos,
propone di farmi visitare la Zarzuela, il
palazzetto vicino alla residenza di
Franco, il Pardo, dove gli sposi andranno ad abitare (ed abitano tuttora).
Nel maggio ‘62 la Zarzuela è stata appena riarredata dalla moglie del generalissimo, donna Carmen Polo, del cui
cattivo gusto si ride in tutti i salotti di
Madrid. Fortuna che alle pareti ci sono
dei Luca Giordano e dei Ribera di tutto
rispetto, così che posso tralasciare
ogni commento sull’arredo e soffermarmi ammirato, invece, davanti ai
LA DINASTIA
LE ORIGINI
I Borbone sono una famiglia
originaria della Francia
centrale: nel 1589 salgono
al potere e governano
la Francia per oltre due secoli.
A questa famiglia
appartengono sovrani di
eccezionale importanza
come Enrico IV e Luigi XIV
I BORBONE D’ITALIA
Repubblica Nazionale 29 06/11/2005
Un ramo della famiglia nel
1734 conquista Napoli
e la Sicilia: Carlo di Borbone
è il primo re delle Due Sicilie:
nel 1816 gli succede il figlio
Ferdinando I. Restano
al potere fino all’annessione
nel Regno d’Italia
IL RAMO SPAGNOLO
Capostipite è Filippo V,
duca d’Angiò, nipote di Luigi XIV
di Francia, diventato re
nel 1700. Nel 1931
con la proclamazione
della repubblica sono costretti
ad abbandonare la Spagna:
Alfonso XIII viene deposto
GLI EREDI
Il 31 ottobre scorso è nata
Leonor, figlia di Felipe
e nipote di Juan Carlos.
Sarà regina di Spagna:
si parla di un emendamento
alla Costituzione per consentire
la successione al trono
anche alle donne
quadri. Il marchese mi guida per tutto
il piano inferiore, e ad un certo punto
arriviamo in quello che Mondejar
chiama il «salottino del principe»: due
o tre poltrone, l’apparecchio televisivo, una scaffalatura che contiene una
dozzina di volumi.
Quando ne occhieggio i titoli, devo
trattenere un sorriso. Cinque o sei fanno infatti parte d’una collana di libri
per ragazzi come ce n’è in tutti i paesi:
le avventure d’un certo Pablito o Juanito o Luisito — non ricordo bene—, che
in uno dei libretti è pilota, in un altro
esploratore, in un altro ancora scienziato, e così via. Altri due o tre libri sono da accademia militare: le autoblinde, l’uso della mitragliatrice. Infine
due veri libri: Bernadette di Franz Werfel, e le memorie di Viktor Kravcenko, il
primo e celebre transfuga dall’Urss a
descrivere gli orrori del comunismo.
Memorie che in tutta Europa s’intitolano Ho scelto la libertà, ma alle quali la
propaganda franchista ha messo un titolo politicamente più incisivo: Urss, il
paese delle lagrime.
Un giovane di ventiquattr’anni con
questi libri alle spalle non poteva certo
apparire promettente, ed è appunto
questo che scrissi in un articolo per il
Mondo. Quel che non sapevo è che tra
tanto scetticismo sulle qualità del principe, l’unico ad essere convinto che si
trattasse d’un giovane intelligente e di
carattere forte, era Francisco Franco:
uno che si sbagliava raramente nel giudicare gli uomini. Il Caudillo s’è affezionato al giovane Juan Carlos. Negli
anni Sessanta comincia a vederlo frequentemente, lo studia, lo ammaestra.
E infine (anche per i consigli dei tecnocrati dell’Opus Dei che stavano intanto ammodernando l’economia
spagnola) si decide a delineare la successione. Nel ‘69, con una nuova legge, stabilisce infatti che alla sua morte
Juan Carlos salirà al trono.
Se leggiamo oggi il discorso d’accettazione che il principe pronunciò davanti alle Cortes, emerge clamoroso il
contrasto con tutto quel che Juan Carlos è stato in seguito: un democratico
convinto, il re che ha riconciliato i vinti e i vincitori della guerra civile, il paziente ma implacabile demolitore del
vecchio regime. Il discorso alle Cortes
fu infatti di tono e contenuti strettamente franchisti. I deputati applaudirono entusiasti, la tesi che il successore fosse poco più d’una marionetta
manovrata dal Caudillo (e alla scomparsa di questi manovrabile dal
“bunker”, come veniva chiamato il
nucleo duro del regime) si diffuse in
Spagna e all’estero.
Ma poi, quando trent’anni fa Juan
Carlos divenne re, il discorso del ‘69 si
rivelò per quel che era: una penosa ma
inevitabile finzione. Beninteso, la svolta verso una politica che presto non
avrebbe avuto più nulla di franchista
dovè essere cauta perché il “bunker” faceva buona guardia. Ma dalle prime
elezioni democratiche del ‘77 in poi, il
re di Spagna fece capire di che pasta è
fatto. Si trattava di smantellare i residui
pilastri del regime: il Movimiento — la
struttura politica del franchismo — e
l’esercito. Il Movimiento era ormai decrepito, cadente, e metterlo fuori gioco
non fu difficilissimo. Mentre l’esercito
era, nella Spagna del 1975, il potere
stesso. E all’interno dell’esercito l’ala
conservatrice, per non dire reazionaria, restava la più forte.
In quei primi anni del regno, la Spagna era dunque ancora in bilico tra passato e futuro. Mentre il sovrano dialogava con tutti i partiti politici, il comunista compreso, e si varavano le autonomie regionali dopo i quasi quarant’anni del rigido centralismo franchista, a Madrid si rincorrevano le voci
d’un prossimo colpo di Stato ad opera
degli alti gradi militari. Sinché nel febbraio dell’81 il putsch non venne effettivamente tentato, con l’irruzione d’un
reparto della Guardia Civil nel Parlamento e vasti movimenti di truppe in
direzione di Madrid.
Fu la giornata cruciale nell’ormai
lungo regno di Juan Carlos de Bòrbon y
Borbòn. Un giro di boa che relegò tra le
ombre del passato quel che ancora restava del regime franchista. Il sovrano
sconfessò infatti i generali golpisti, rassicurò il paese, e il putsch fallì. Da allora, con una rapidità imprevedibile e
mettendo in mostra energie e intelligenza politica stupefacenti, la Spagna
imboccò la strada che l’ha portata ad
essere uno dei paesi più vivi, moderni e
meglio governati dell’Occidente.
30 LA DOMENICA DI REPUBBLICA
il fatto
Le banlieues francesi scosse oggi dalla rivolta, l’allarme
lanciato anche per quelle italiane: sono le barriere coralline
di case e casermoni che circondano e assediano le metropoli,
che si trasformano con grande rapidità travolte
dai flussi migratori interni ed esterni. Nomi e realtà diverse,
unite dalla grande difficoltà di essere terre di frontiera
FOTO ULIANO LUCAS
Zone a rischio
DOMENICA 6 NOVEMBRE 2005
Periferie, il lato oscuro delle città
L
Repubblica Nazionale 30 06/11/2005
GIORGIO BOCCA
e periferie metropolitane dell’Italia padana. Sterminate barriere coralline di case e di casoni, di milioni di tane per esseri umani. Quella
milanese: quaranta chilometri in
verticale, dalle marcite di Pieve
Emanuele ai laghi di Varese e di Como, quaranta chilometri in orizzontale fra Busto Arsizio e Treviglio, in espansione continua con la
Nuova Fiera e l’Hub della Malpensa verso Novara. Una sessantina di chilometri quella torinese, a cerchio attorno alla città sabauda, fiumi di auto sulla circolare, lassù la basilica di
Superga a fare da perno.
Due immensi agglomerati urbani in cui nel
giro breve di mezzo secolo si sono scaricate le
invasioni senza battaglie ma con fatiche e pene
senza fine delle immigrazioni interne ed esterne, che non si faceva tempo a capirle ed erano
già digerite o cambiate: un va e vieni di moltitudini dalle antiche città di Ambrogio e dei Savoia al tessuto interminabile di borghi che si sono fusi e si riconoscono solo da indicazioni grafiche, i cartelli stradali, le insegne del metrò, le
bandiere delle squadre di calcio, non le divise
dei vigili urbani, rimaste identiche a quelle vecchie dei “ghisa” milanesi o dei “civic” torinesi.
Primi arrivano i “terroni” del miracolo economico negli anni Cinquanta con le loro “coree”: le baracche di legno e di latta e gli orti da
coltivarci insalata e pomodori che nelle notti
lombarde e torinesi diventeranno case in muratura, tetti a riparo delle piogge e della neve.
Poi la mescolanza definitiva, il meticciato generale e spontaneo delle etnie, questo sì un
miracolo vero, destinato in parte a finire nel
patriottismo leghista, il patriottismo trasformista degli ultimi arrivati.
Che ne è rimasto della gloriosa classe operaia e del partito di Gramsci e di Togliatti nel-
le periferie del Nord? Poco, dentro una decadenza direi logistica: da un anno all’altro le sedi del partito chiuse o trasferite, le camere del
lavoro chi sa dove a indirizzi sconosciuti. Nelle periferie del Nord la classe operaia non esiste più. L’hanno politicamente massacrata,
l’automazione le ha tolto il controllo del lavoro, l’unica vera arma che possedesse. Gli operai ci sono ancora ma non sono più al centro
della politica, campano anche loro in qualche
tana della “barriera corallina”. Molti si drogano come i borghesi, la cocaina arriva ogni mattina con i camionisti, da Genova. E passa subito nei bar, dove la mettono nei sacchetti delle
patatine fritte o dello zucchero. Drogati ormai
di ogni ceto abitano in tutta la periferia di Milano e di Torino. Un vecchio socialista che si
occupa dell’Unità sanitaria di Gorgonzola,
ogni tanto mi telefona per raccontarmi cosa
succede ogni sera a Sant’Elembardo dove c’è il
villaggio della fondazione Crespi, vicino a Gorla e dove — dice lui — «i ragazzi sono bianchi
come un lenzuolo in viso e dentro neri come la
morte. Sai quanto durano i soldi di un’auto rubata per drogarsi, il centone che prendono dai
carrozzieri ricettatori? Due o tre giorni».
La droga gira veloce nella periferia milanese. A due passi dall’aeroporto dei vip c’è via
Uccelli di Nemi, dove sta l’aula di giustizia in
cui hanno processato Adriano Sofri. Uccelli di
Nemi, un ingegnere che ha dato nome a una
strada che sta fra i casoni di Ponte Lambro, dove c’è anche una caserma dei carabinieri con
porte e finestre sempre chiuse, forse per non
vedere ciò che accade nel quartiere. Quattro
famiglie mafiose controllano il mercato della
“roba”, nei portici sono ancora appesi i manifesti del politico che annuncia una sua visita
«per conoscere meglio i problemi della zona
13, la cittadinanza è pregata di intervenire».
Ma non lo sa che le vedette della droga vanno
su e giù in auto per la strada che sta fra i due casoni bianchi, a passo d’uomo, come se scivolassero sull’asfalto.
C’è molta droga e poca politica nelle periferie del Nord. Milano si è svuotata, il costo delle case e quello degli affitti sono insostenibili
dal ceto medio, gli annunci pubblicitari in televisione mostrano i nuovi quartieri residenziali appena costruiti, le villette con giardinetto e garage che a pensare di doverci vivere ti si
gela il cuore. Eppure c’è gente anche ricca che
ha il gusto della periferia, forse gli piace vedere da vicino come vivono gli italiani comuni.
Anni fa conoscevo una figlia del banchiere
Zincone. «Tu che fai il giornalista, mi disse, potresti aiutare mio padre a cercare un nome per
il quartiere che sta costruendo vicino all’autostrada per Bergamo?». Ci studiai per qualche
giorno e le diedi un elenco. Una settimana dopo mi telefona per invitarmi a pranzo al quartiere Zincone dalle parti del Giambellino e mi
DOMENICA 6 NOVEMBRE 2005
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LA DOMENICA DI REPUBBLICA 31
LE FOTO
Orti e praterie
Dietro alla borgata Gordiani, in una prateria
da dove si vedeva tutta la periferia con le borgate,
da Centocelle a Tiburtino, in fondo ad un orto
zuppo di guazza, ci stavano dei grossi
bidoni arruzzoniti, abbandonati lì insieme
a altri ferrivecchi, in un recinto
Da RAGAZZI DI VITA di Pier Paolo Pasolini
Nell’altra pagina (a sinistra) Gratosoglio
(Milano) nei primi anni ’70 e (sotto)
una veduta aerea di Mirafiori
e della periferia torinese
Qui e in basso, la periferia romana
alla fine degli anni ’50
’’
Le borgate
perdute
di Pasolini
FILIPPO CECCARELLI
LE PERIFERIE ITALIANE
Repubblica Nazionale 31 06/11/2005
È negli anni del boom economico
(inizio ’60) che le borgate
e i sobborghi delle città italiane
si trasformano: l’edilizia popolare
dà vita a palazzoni tutti uguali
dice che suo padre aveva già trovato il nome:
Zinconia. Sono andato al pranzo nella villa del
Giambellino. Al centro di un prato enorme c’era una piscina enorme. Erano invitati i più noti immobiliaristi di Milano. Forse gli piaceva
essere osservati dai balconi dei condomini circostanti. Adesso poco distante c’è un ristorante che apre alle sette del mattino. Si fermano a
mangiare una bistecca fiorentina quelli che
vanno in ufficio.
Gli abitanti di Milano e di Torino, città cariche di storia, di opere d’arte e di bellezze architettoniche, hanno un debole un po’ perverso per le periferie puzzolenti e rugginose. A Milano la buona società predilige le osterie lungo
i navigli verso Pavia e Vigevano. Ce n’è una, il
Bettolino di Gazzano, dove era difficile trovare posto; ci arrivai una sera e in una saletta c’erano Giangiacomo Feltrinelli e Rudi Dutschke,
il rivoluzionario, a mangiare il pollo alla piastra e i nervetti. È sempre rimasta a Milano una
oscura attrazione per la periferia. E anche
quando vennero i Natali tutti d’oro della Rinascente, a celebrare le feste si andava a Quarto
Oggiaro, l’Ortica, Lambrate, il Giambellino,
nei piccoli ristoranti sotto un gasometro; ma
soprattutto a Carnevale e a Pasqua forse per
sfuggire alla terrea felicità di massa, cupa, totale, obbligatoria.
Natali tutti d’oro in piazza Duomo, Natali di
eccitazione e di novità nelle periferie, dove l’Italia povera cercava di sopravvivere, ma si toglieva anche il gusto della prima volta: la prima
volta che i “cafoni” delle terre del sud andavano al lavoro in motoretta; la prima volta che a
Ferragosto i poveracci andavano al mare e stavano in coda nelle auto; la prima volta che gli
operai della Fiat e della Pirelli si fermavano e
con loro si fermava l’Italia intera.
Eravamo eccitati, presi dal nuovo, solo ogni
tanto ci accorgevamo che il mondo stava cambiando. Me ne accorsi una mattina a Bergamo.
LE BANLIEUES PARIGINE
Comprende i quartieri esterni
all’agglomerato urbano:
dalla multietinica Belleville
di Pennac ad Auteuil, il villaggio
prediletto dai letterati, alla
Goutte d’or, la Casbah di Parigi
LE FAVELAS BRASILIANE
Le prime favelas nascono
negli anni ’60 sui terreni
lasciati liberi dai contadini
che si spostano verso
le grandi città: pessime
sono le condizioni di vita
GLI SLUMS INGLESI
Risalgono alla sovraffolata
Londra di metà Ottocento
i primi famigerati slum
con le malsane abitazioni
collocate a ridosso
delle ciminiere delle fabbriche
Solo pochi anni prima dalla città alta vedevi
l’ordine contadino ai tuoi piedi, immobile da
millenni: i campi verdi di erba; quelli gialli del
frumento dentro la punteggiatura dei gelsi; i
cascinali a distanza regolare, la distanza percorribile dalle bestie da lavoro; e laggiù, in un
tempo silente, Milano. E ora tutto era cambiato, violentato, case e fabbriche nate con la benedizione del papa bergamasco, il Giovanni
XXIII di Sotto il Monte. «Mi sun mia bigot — diceva suo fratello Giusepi — ma i me porta i
bloc». Così partiva con le prime pietre in valigia, a farle benedire dal fratello.
Nella periferia che cambiava, la Chiesa dei
parroci era molto più attenta alle mutazioni
sociali che non i partiti del cambiamento. Il
Partito comunista di Togliatti si era mosso alla conquista del Paese al motto: «Una sezione
in ogni parrocchia». Ma non era di sezioni che
avevano bisogno gli immigrati, ma di oratori
per farci giocare i loro bambini, di preti caritatevoli per aiutare anche i figli finiti in prigione.
La Celere di Scelba faceva sparire i briganti politici: quelli della Banda Cavallero, di via Osoppo o della Volante rossa di Lambrate. Ma per
aiutare le famiglie, per sistemare i figli, ci volevano i don Colmegna della Caritas, la preveggenza del cardinal Martini.
C’è stato negli anni un grande andirivieni fra
città e periferie. Alcuni dei ricchi che si erano
rifugiati nella villetta in campagna dalle parti
della Malpensa sono stati costretti dal fragore
degli aerei a far ritorno in città. Ad altri è andata peggio, sono stati rapinati con violenza e
stupri dalla nuova delinquenza arrivata dai
Balcani o dall’Africa. E così l’anagrafe ha registrato negli ultimi due anni un piccolo ritorno
a Torino e a Milano. Torino è di nuovo sul milione di abitanti, Milano sul milione e trecentomila, ma il grande ritorno non ci sarà: il traffico nelle città continua a crescere, così come
l’aria avvelenata.
FOTO MAGNUM CONTRASTO
FOTO HENRI CARTIER-BRESSON / MAGNUM
A
Ponte Mammolo, in fondo alla Tiburtina, dove Pier Paolo Pasolini venne ad abitare appena fuggito a Roma, ci si
arriva con la metropolitana. E nel vecchio palazzo «senza
tetto», via Tagliere numero 3, oggi trova sede addirittura la Casa
internazionale della poesia. Tutto intorno parabole, videonoleggi, gelaterie che offrono prodotti dai gusti e dai colori inorganici, ricariche di cellulari. Inesorabilmente cancellata, sul limes
di Pietralata, la storica scritta a vernice: «Qua so’ cazzi!». E i “pischelli” sfoggiano cappellini da baseball.
La mutazione antropologica, d’altra parte, ha investito anche
il Pigneto, sulla Casilina, che ormai va di moda ed è quasi un
quartiere “fichetto”. Qui fu girato Accattone: «Erano giorni stupendi in cui l’estate ardeva ancora purissima, appena svuotata
un po’ dentro, della sua furia». Niente più «casupole basse», né
«muretti screpolati» con un sottofondo di Bach; si è spenta «la
granulosa grandiosità» delle «povere, umili, sconosciute stradelle, perdute sotto il sole, in una Roma che non era Roma». Ci
sono oggi, al Pigneto, che è Roma assoluta e quintessenziale, interessanti librerie dai nomi pasoliniani come Il Corsaro; ci sono
eventi culturali, compreso il premio Pasolini-Pigneto, ci sono ristorantini, negozi equo-solidali e con qualche azzardo mercantilistico appaiono maturi i tempi anche per un sushi-bar.
I fratelli Citti, Franco e Sergio, venivano da Torpignattara. Ma la
luce della borgata non è più quella «lercia e bituminosa» che ancora segna il cielo di Mamma Roma. In compenso qui sono venuti a vivere i cinesi. Lavorano il cuoio, stanno tra loro e non ridono mai.
Quarant’anni fa il sottoproletariato romano aveva anch’esso i suoi
problemi, ma era più allegro. O così almeno sembrò a quel giovane
e strano intellettuale con gli occhiali da sole — un grandissimo filologo, in realtà — che da Sergio e Franco a tutti costi voleva sapere cosa significava «ghisciorfo». Oppure, piuttosto, «ghisorfo»?
Alla borgata Gordiani, nel frattempo, gli orticelli e i pratoni sono
diventati “Parco”. Ci fanno anche il calcio femminile, oltre che meritorie ricerche etno-musicologiche. E tuttavia anche qui, come
negli altri luoghi che frequentavano il Tommasino di Una vita violentacon i suoi compari Lello, il Zimmìo, il Cagone, il Budda e il Zucabbo, ecco, nella immensa periferia pasoliniana le scavatrici
hanno smesso di piangere, sono state divelte le reti, disseccate le
marane, chiusi gli sfasciacarrozze, abbattuti i villaggetti di tuguri,
né si ascoltano più in lontananza le voci dei grammofoni. Ed è come se il benessere avesse annientato la poesia.
E forse saranno solo fantasie di letterati. Forse adesso tocca all’economia, alla sociologia, all’urbanistica o alla Polizia, al limite,
di mettere l’ultima parola a suggello delle più profonde trasformazioni. Ma di sicuro quei pezzi un tempo estremi della città eterna, della “città di Dite”, hanno trovato un destino di fuga nel vuoto abitabile dell’omologazione e del superfluo. Quando il necessario, se non l’indispensabile, per mezzo secolo almeno ha funzionato come magnifica e cupa risorsa evocativa. «Nessun nome
grazioso, nessuna bella vista o bel vedere, nessun prato fiorito o
valle fiorita, o ombrosa — scrive Ennio Flaiano (sceneggiatore di
Fellini) sulla toponomastica della ex periferia romana — nessuna
concessione al forestiero o al viandante. Tutto parla di misfatti, di
fughe, di cattivi incontri. “Il Malincontro”, “la Casaccia”, “la Chiesaccia”, “la Coccia di morto”, “il Fosso del Malpasso”, l’osteria “Pisciacavallo” o quella “della Puttanella”, “il Casale Abbruciato” e
quello “della Pidocchiosa”». Di “Femmine morte” Flaiano ne
contò addirittura tre e a cercar bene si trovano ancora una via “della Contumacia”, una via “Affogalasino” e una invero poco amena
località scelta come ricovero da Maurizio Arena e dal leader curdo
Ocalan e intitolata con graziosa ironia “l’Infernetto”.
Ebbene: questa periferia ha cessato di essere tale. E magari, rispetto a Pasolini, a suo modo ha perfino recuperato dignità. Nel
1972, a Sanremo, Vianello e la Goich cantarono l’ottimismo della
marginalità: Semo gente de borgata («ma stamo mejo noi...»). Quattro anni dopo il sindaco comunista Petroselli buttò giù i borghetti.
Ancora un decennio e, «Nato ai bordi di periferia», ebbe successo
l’inno inaugurale di Eros Ramazzotti (però era sparito pure il dialetto). Vennero poi Sbardella, e Rutelli, e Veltroni; e piscine vanitose alla Storta, ruspe anti-abusivismo — «L’abusivismo è come il vento»
gridava Teodoro Buontempo — proteste sui tetti, e consiglieri di An
che si dettero fuoco, addirittura. Ma intanto, alla Magliana, il negozio del “Canaro” — “Mambli Lavaggio Cani” si leggeva con un brivido — vende intimo femminile, anzi lingerie.
«C’era calma e sole dietro il Quadraro» scrive Pasolini. Bene:
non c’è più. Non c’è più il 409 che sulla Tuscolana, verso Porta Furba, «cambiava marcia raschiando in mezzo alla folla, fra i tricicli e
i carretti degli stracciaroli, le biciclette dei pischelli e i birroccioni
rossi dei burini che se ne tornavano calmi calmi dai mercati verso gli orti della periferia». Là in fondo, adesso, c’è Ikea, penultima
cattedrale del consumo. L’acquedotto è rimasto: restaurato dalla Banca d’Italia e illuminato dall’Acea.
32 LA DOMENICA DI REPUBBLICA
DOMENICA 6 NOVEMBRE 2005
il reportage
Ideologie estreme
Qui le signore siedono nelle poltrone
di comando in politica e negli affari, qui
non c’è bisogno di quote, la parità tra i sessi
è quasi perfetta: eppure, in aprile è nato
un “partito delle donne” che ha sbancato
i sondaggi, per poi imboccare una via bizzarra
L’utopia femminista
nella Svezia rosa
LE CAPITALE
DEL BENESSERE
CONCITA DE GREGORIO
Dopo l’iniziale successo, il movimento
è imploso in una serie di risse interne
che hanno portato quattro fondatrici
ad andarsene sbattendo la porta
me avevano fondato il gruppo: vendetta sui maschi. L’ala omosessuale, bisessuale, transessuale del partito ha imposto il suo programma: distruggere l’ordine patriarcale. Proprio così: distruggere. Di seguito, i punti del programma.
Primo, tassare alla nascita tutti i bambini maschi. Tassarli in quanto maschi,
perché siccome gli uomini a parità di incarico guadagnano il 25 per cento in più
delle donne è giusto che rifondano la
somma che usurperanno fin dal momento in cui vengono al mondo. Secondo, e conseguente: risarcire del 25
per cento di salario sottratto e ristabilire immediatamente la norma «equal
pay for equal work». Terzo: eliminare i
nomi sessuati, dare ai bambini nomi
neutri in modo che possano decidere
loro, da grandi, se si sentono maschi o
femmine. Quarto: obbligare gli uomini
a stare a casa otto dei sedici mesi concessi dallo Stato per la maternità/paternità. Non «dar loro la possibilità di»:
questo è già legge. Obbligarli. Quinto:
abolire il matrimonio e sostituirlo con
un «codice di convivenza civile» che
non faccia riferimento al genere e al numero delle persone coinvolte. Il quinto
punto ha subito fatto pensare ad una legittimazione della poligamia perciò le
proponenti hanno dovuto precisare:
odiosa poligamia esclusa. Sesto: limitare la presenza degli uomini dei gruppi
direttivi al 25 per cento. Settimo: stabilire per legge che nessuna donna deve
percorrere più di 15 minuti di strada a
piedi per raggiungere un servizio essen-
FOTO CONTRASTO
uestoè un viaggio spettacolare: è come salire su una
macchina del tempo e mettere la lancetta al 2055,
scendere e vedere com’è. Vedi meraviglie e schifezze naturalmente, prima fai
oohh a bocca aperta poi guardi meglio
e fai mah, però dei dubbi parliamo dopo. Prima lo stupore. Il viaggio è breve:
tre ore di volo da Roma a Stoccolma. Da
Roma, dove in Parlamento gli uomini
dicono «quelle, le donne, non devono
scassare la minchia» e bocciano una
legge sulle “quote rosa” di per sé già ridicola — ne sarebbero entrate una su
dieci, alle Camere — fino alle isolette di
Stoccolma dove le signore sono la metà
del Riksdag, in otto hanno progettato
l’ultima Volvo, c’è una vicecapo di Stato maggiore, quando fanno un figlio
stanno a casa (pagate) quasi un anno e
mezzo, le ministre sono undici, le pilote di aereo in percentuale più delle maestre d’asilo, Vittoria sarà regina, Anne
Lindh sarebbe stata primo ministro se
un pazzo non l’avesse accoltellata al secondo piano dei grandi magazzini dove
da ministro degli Esteri era senza scorta
a fare la spesa, le prostitute sono accudite come vittime e i clienti vanno in galera, già Cristina di Svezia nel 1600 aveva una fidanzata, Cartesio come insegnante di filosofia e abdicò pur di non
sposarsi, gli uomini fanno più fatica a
trovare lavoro (il loro problema è il tasso di disoccupazione maschile) e non
c’è ufficio, non c’è sala d’attesa né centrale comandi dove la parità sia meno
che perfetta, del resto anche gli Abba
erano in quattro divisi così: due e due.
Dunque, la Svezia.
Adesso non stiamo qui a dire la meraviglia dell’uguaglianza fra i generi che il
Nord Europa ha prodotto perché si sa
che tanto le obiezioni sono sempre le
stesse: quella è un’altra cultura, sono in
pochi, non hanno il Papa, eccetera. No,
la questione è un’altra. La questione è
che in Svezia nell’aprile di quest’anno è
nato un Partito Femminista — è nato,
non esisteva prima — che si candiderà
alle elezioni politiche del prossimo anno e che i sondaggi hanno accreditato al
suo esordio di un gradimento del 25 per
cento da parte dell’elettorato, e di una
ragionevole intenzione di voto dell’8
per cento. Un’enormità, difatti Le Monde, il New York Times e l’Herald Tribune
gli hanno subito dedicato le prime pagine sotto titoli che dicono, più o meno:
che altro vogliono le donne, in Svezia?
Una buona domanda, quindi tutti a leggere il programma di Feministiskt initiative e della sua energica ma esile e
sorridente leader Gudrun Schyman, già
segretario dell’ex Partito comunista,
ora Partito della sinistra, abbandonato
appunto per «manifesto maschilismo».
La seconda notizia, assai meno divulgata, è che nel giro di sei mesi il Partito di iniziativa femminista è imploso
in una ridda di risse interne, quattro
delle fondatrici se ne sono andate dicendo una di essere vessata in quanto
«eterosessuale borghese», un’altra
«per deficit democratico», una terza
per «l’effetto boomerang che la proposta sta producendo». Ad oggi le intenzioni di voto sono crollate all’1,3 per
cento, le chat pullulano di frasi di
scherno (maschili) corredate con le
facce dei diavoletti sorridenti, l’agenzia Internet di scommesse Unibet dà
l’ingresso delle femministe in Parlamento al 4.5: punti 100 corone ne vinci
450, non è moltissimo ma fa già gola.
Dunque cosa è successo? È successo
questo: l’ala radicale ha preso il sopravvento. Al congresso di settembre, il primo congresso, il femminismo per così
dire gentile e dialogante è stato sconfitto dal femminismo armato. Il vento della vendetta storica si è abbattuto sulle
docenti universitarie, le filosofe del
pensiero di genere, le liberali che insie-
FOTO MAGNUM/CONTRASTO
Repubblica Nazionale 32 06/11/2005
Q
Nelle foto in queste
pagine, scene
di vita quotidiana
a Stoccolma
La Svezia gode
di uno tra i sistemi
di protezione
sociale più avanzato
d’Europa
ed è il paese
con la più alta
percentuale
di donne
in posizioni
di potere
STOCCOLMA
ziale. Ottavo: rivedere la legge sulla violenza sessuale nel punto in cui si dice
che la donna offesa deve dimostrare di
aver resistito. La donna, anche nell’ambito domestico, non deve fornire un silenzio assenso all’atto sessuale ma deve
esplicitamente richiederlo. Nono: aprire un’inchiesta governativa che stabilisca perché le ambulanze arrivano più
tardi quando a patire un infarto è una
donna. Decimo: abolire la monarchia.
Ora, come chiunque può apprezzare,
il decalogo ha punti di forza e altri di debolezza. Il punto due, «equal pay for
equal work», è sacrosanto e difatti il governo socialdemocratico di Goran
Persson ne ha fatto l’asse del suo programma di «gender equality», uguaglianza di genere: non c’è una ragione al
mondo per cui le donne che fanno lo
stesso lavoro degli uomini debbano
guadagnare di meno. Al punto nove,
quello degli infarti, si può obiettare che
le donne — è scientificamente provato
— ne accusano di meno ma, certo,
quando capita le ambulanze non devono arrivare in ritardo. Più complesso
appare regolare per legge la sessualità
domestica. Persino più complesso tassare i neonati maschi e obbligare i genitori a dar loro un nome neutro.
Lasciando il partito, Helena Brandt,
verde, ha detto che «Iniziativa femminista è diventato un partito omosessuale,
bisessuale, transessuale. Non quello
che io pensavo all’atto della fondazione: io sono contro le discriminazioni di
genere, tutte». In effetti il primo quoti-
LA DOMENICA DI REPUBBLICA 33
FOTO CONTRASTO
DOMENICA 6 NOVEMBRE 2005
L’ALTRA METÀ
CRISTINA DI SVEZIA
ANN LINDH
GUDRUN SCHYMAN
EBBA WITT BRATTSTROM
DEL CIELO
La regina illuminata eredita
la corona a sei anni,
nel 1632: ha Cartesio
come insegnante di filosofia
e pur di non sposarsi
preferisce rinunciare al trono
Già ministro degli Esteri
e candidata premier, viene
uccisa il 10 settembre 2003,
alla vigilia del referendum
sull’euro, da un folle mentre
fa la spesa senza scorta
Ex presidente del Partito
della sinistra e leader
di Feministiskt Iniziative
è una delle femministe
più note da quando confessò
in tv di essere alcolizzata
Docente di letteratura
e femminista storica, 50 anni,
quattro figli, ultima delle
fondatrici di Feministiskt
Iniziative ad aver
abbandonato il partito
Repubblica Nazionale 33 06/11/2005
diano di Svezia, Dagens Nyheter, osserva come transessuali e transgender abbiano trovato lì ospitalità. Il commentatore politico Bjorn Elmbrant rileva che
«bello o brutto che sia le questioni legate ai diritti dei gay non possono interessare più di ottocento elettori».
Forse qualcosa di più, ottocento sono
pochi, ma resta in effetti sorprendente
come una politica di lunghissimo corso
parlamentare come Gudrun Schyman
abbia lasciato sbattendo la porta la guida del Partito della sinistra per mettersi
a capo di una formazione così connotata. Sarebbe come se, fatte le proporzioni, Fassino lasciasse i Ds per capitanare
alle prossime politiche un Partito Priscilla. Lei, Schyman, respinge fermissima le obiezioni: «È un mito che la Svezia
sia un paese egualitario. Anche gli svedesi pensano che il più sia fatto, che resti solo un po’ di polvere negli angoli,
ma nella vita reale le cose stanno andando indietro. La sinistra è incapace di
vedere la sottomissione della donna.
Preferirei un governo borghese con
orientamento femminista che un governo di sinistra così». Delle compagne
che se ne sono andate dice che erano
«esasperate dalle pressioni esterne»,
niente rivalità interna al partito.
Tuttavia la cronistoria è questa. I primi malumori dell’ala moderata sono
iniziati in estate, dopo la messa in onda
sul primo canale tv del documentario
La guerra di genere, The gender war. Il
programma conteneva affermazioni
assai poco dialoganti tipo «gli uomini
sono animali», opinione di Ireen von
Wachenfeldt. Vivaci reazioni sulla
stampa. La prima a lasciare è stata a settembre Tina Rosemberg, docente di
teorie di genere all’Università di Stoccolma: «In sei mesi la parola “femmini-
sta” è diventata in Svezia un epiteto offensivo. Siamo colpite da un antifemminismo di ritorno». La seconda, la
verde Helena Brandt: «È diventato un
partito omosessuale». La terza, Susanne Linde, nata nella sinistra del partito
liberale: «Me ne vado perché mi vessano per il fatto di essere una eterosessuale borghese». Ultima Ebba Witt
Brattstrom, docente di letteratura e
femminista storica, 50 anni, 4 figli, capofila del pensiero di genere: «C’era un
deficit democratico, avevamo difficoltà a lavorare insieme».
Nel frattempo al governo qualcosa è
successo. Goran Parsson, impressionato dai primi sondaggi di Feministiskt initiative, ha dato nuovo impulso e nuova
linfa alla battaglia per l’equilibrio: ha
stanziato il 30 per cento di fondi in più
per le associazioni femminili che lo studiano e lo promuovono, ha proposto in
Europa un osservatorio comunitario
per le Pari opportunità. I sindacati valutano nel merito. Wanja Lundy Wedin,
della LO Union Group, trova che in effetti «Iniziativa femminista sia diventata un freno al femminismo per le modalità con cui si pone, ma alcuni dei temi
sono seri: sull’aspettativa per maternità/paternità per esempio noi proponiamo che sia divisa in tre parti. Obbligatoria cinque mesi per la madre, cinque per il padre e cinque a scelta». Al momento sono le donne che ne usufruiscono all’80 per cento: massima riprovazione pubblica e condivisa.
Sten Dahlborg, giovane amministratore delegato di un’impresa di oggetti di
alta tecnologia medica, padre di due figli piccoli, moglie nordafricana con studi e passaporto americano, trova che
«sia insensato obbligare i padri a stare a
casa cinque o otto mesi, come è insen-
Sull’ala moderata
ha prevalso
quella oltranzista,
gay e transessuale,
che ora punta
a “distruggere
l’ordine patriarcale”
Nel programma
anche una tassa
da imporre
ai neonati maschi
sato obbligare le madri. Bisogna far prevalere il buon senso, oltre che il libero
arbitrio. Ci sono ragioni per cui le famiglie scelgono come comportarsi e in
quelle ragioni lo Stato non può entrare.
Trovo giustissima la battaglia per la parità di stipendio, mi stupisco che non sia
ancora così. Trovo ingiusto che ancora
oggi ci sia qualche azienda che blocca
l’accesso delle donne ai livelli di comando. Trovo insensato che mi dicano
come devo chiamare mio figlio e che devo pagare una tassa se nasce maschio:
grottesco direi. Non rende un buon servizio alla causa, giusta, della loro battaglia». Anche il nuovo ambasciatore italiano a Stoccolma, Francesco Caruso, si
sorprende dell’ingenuità con cui il nuovo partito usa un argomento così impopolare come l’abolizione della monarchia: «Qui in Svezia la monarchia è davvero un simbolo dell’unità nazionale,
ed è amatissima».
Sulla presenza delle donne nella società produttiva alla Camera del lavoro
di Stoccolma mostrano dati che a noi
sembrano lunari, venusiani: il “gender
gap”, la differenza fra la percentuale di
lavoratori uomini e donne, nel caso di
donne con un figlio è del 9,8 per cento
(Italia: 40,9) e scende, nel caso di due figli, al 9,4 (Italia: 49,9). Vuol dire che, rispetto a quel che fanno gli uomini, meno di una su dieci madri rinuncia al lavoro per stare a casa. Otto donne su dieci in Svezia hanno un impiego fuori casa: sono la metà della forza lavoro complessiva, il tasso di disoccupazione
femminile è di un punto più basso di
quello maschile. In Parlamento le elette sono il 45,3 per cento, quasi la metà.
In Italia l’11, per ora. Con la nuova legge vedremo. In Namibia — per intendersi — sono il 22, in Mozambico il 25.
Nove bambini su dieci fino ai sei anni
sono assistiti a tempo pieno dalla scuola materna pubblica. Gli asili privati
non esistono.
«Detto questo, bisogna stare attenti
alle esagerazioni del welfare: da noi si sta
talmente bene anche in carcere, ti danno persino uno stipendio, che certi studi dimostrano come tra gli immigrati in
arrivo dai Paesi Baltici ci sia gente che
commette reati perché preferisce stare
in galera qui piuttosto che a casa nel suo
paese», dice il giovane manager. Chissà
se questa è già una di quelle leggende
che alimentano la xenofobia di ritorno.
Di Gudrun Schyman i giornali di destra
e i siti Internet ostili ricordano un passato di alcolismo, alcuni ricoveri e un episodio minore di corruzione. L’alcolismo
nei paesi che gelano a novembre e rivedono terra e luce a maggio è piuttosto
diffuso. L’episodio di corruzione è paragonabile all’uso di un telefono di servizio per chiamate di famiglia. Anche qui:
un’altra cultura, a certe latitudini anche
le parole cambiano senso.
La signora Schyman al momento sta
benissimo: avverte che le campagne di
disinformazione «si inquadrano nell’opera capillare di denigrazione della
battaglia delle donne». È sicura che a
settembre del 2006 — in Svezia si vota
sempre a settembre, sempre la stessa
settimana del mese — il suo partito
sarà al Riksdag, in Parlamento. La sua
assistente, congedandosi, chiede notizie di Buttiglione, «quello che doveva
fare il commissario europeo. Cosa fa
ora da voi, è vero che è ministro?». Ministro, sì. Cultura.
34 LA DOMENICA DI REPUBBLICA
la memoria
America
DOMENICA 6 NOVEMBRE 2005
Il 13 agosto 1521 Tenochtitlan, la capitale dell’impero azteco,
si arrese a Cortés e sulle sue rovine sorse in pochi anni
la nuova “Città di Messico”. La colonizzazione spazzò
via in brevissimo tempo gran parte delle testimonianze
di questo popolo. Con rare eccezioni, come questi disegni,
dove i nativi illustrano la loro civiltà e la sconfitta
La conquista spagnola
MASSIMO LIVI BACCI
Repubblica Nazionale 34 06/11/2005
I
la città
Tenochtitlan... un’isola ovale collegata alla costa
da tre arterie interrotte trasversalmente da canali,
sormontati da ponti amovibili. Le rive erano orlate
dal verde dei giardini galleggianti, mentre al centro
predominava il bianco brillante delle case
’’
la casa
Un patio ombroso era circondato da edifici
con stanze fresche e spaziose. Stuoie e cuscini
di paglia sparsi sul rosso lucido del pavimento
invitavano il visitatore al riposo, mentre
dalla cucina provenivano ritmici colpi di mano
’’
l 13 Agosto del 1521 la grande Tenochtitlan, il centro del potere della confederazione Azteca, capitolò dopo sei mesi del
durissimo assedio imposto da Cortés e dai
suoi alleati indigeni. Per tre giorni, racconta Bernal Diaz del Castillo, i superstiti
ridotti allo stremo sfilarono lungo i terrapieni
che congiungevano alla terraferma la città semidistrutta, posta al centro della laguna. «Così magri, giallognoli, sudici e puzzolenti che dava pena a vederli» scrisse Bernal. Sulle rovine sorse in
pochi anni la nuova “Città di Messico”, città degli spagnoli, edificata allo stile castigliano con le
pietre dei templi in rovina. La vittoria degli spagnoli fu netta e incontrastata ed il loro potere si
estese rapidamente e quasi senza opposizione a
tutto il Messico centrale, fino alla “frontiera chichimeca” dei
barbari seminomadi e guerrieri.
Assai diversa fu la situazione
nel Perù, dove la resistenza indigena durò decenni, la religione
cattolica rimase per secoli in superficie ma idoli e centri cerimoniali continuarono a funzionare
nella clandestinità.
La Conquista fece piazza pulita della simbologia religiosa, dei
riti e dei templi. La maggior parte delle testimonianze della vita
civile e religiosa di una società
evoluta e complessa furono
spazzate via senza pietà. Ma la
società indigena, subíto lo shock, continuò a
funzionare più o meno come prima, pur nel quadro di una nuova organizzazione politica e amministrativa. La nobiltà indigena mantenne il
suo ruolo, diverse autonomie locali vennero rispettate, il sistema dei tributi rimase a lungo
quello imposto dagli aztechi, le tecniche di coltivazione non mutarono se non con grande lentezza, gli stili di vita conservati.
Gli ordini religiosi — francescani, agostiniani,
domenicani — cui fu affidata la missione evangelizzatrice degli indios furono assai efficienti
nell’opera di conversione ma giocarono anche
un importante ruolo nella difesa delle prerogative degli indios a fronte della violenza dei colonifeudatari spagnoli. Nel 1536 fu fondato il Collegio de la Santa Cruz di Tlatelolco, con l’obbiettivo di creare una classe dirigente indigena. Presso lo stesso Collegio, un francescano sapiente —
Bernardino de Sahagún — per decenni raccolse
notizie e materiale storico e etnografico dalla viva voce di nativi sapienti. La sua opera Historia
Universal de las Cosas de Nueva España fu redatta nel 1576-77, arricchita dai pittogrammi di artisti indigeni (in parte riprodotti in queste pagi-
ne). L’originale è conservato nella Biblioteca Mediceo-Laurenziana di Firenze (fac-simile editore
Giunti, Firenze 1996). È un’opera antropologica
ed etnografica che fornisce un quadro completo
dei modi di vita delle popolazioni mesoamericane nei primi decenni della Conquista, estensibile anche all’epoca ad essa precedente. Dei dodici libri della “Historia Universal”, i primi sei trattano degli dei e della loro origine, delle cerimonie, della filosofia e religione; il settimo del sole,
della luna e delle stelle; l’ottavo dei re e dei signori; il nono dei mercanti; il decimo e l’undicesimo del popolo e della sua vita; il dodicesimo
delle vicende della Conquista.
Ho detto prima che per molti decenni gli spagnoli adottarono, con le opportune varianti, il
sistema tributario pre-Conquista. Non essendoci moneta, i tributi venivano riscossi in natura,
ed i soggetti contribuenti erano le
singole comunità e città-stato secondo quantità stipulate. Il sistema venne poi interamente riformato sotto Filippo secondo. Molte illustrazioni riportate in queste
pagine sono tratte dal Codex
Mendoza (primo Viceré del Messico), il cui originale si trova presso la Bodleian Library di Oxford.
Il Codice fu compilato nel 1541
da artisti indigeni, sotto la supervisione di religiosi. Il suo interesse sta nel fatto che in una serie di
pittogrammi vengono riprodotti l’ammontare e
le caratteristiche dei tributi dovuti dalle singole
città in epoca anteriore alla conquista. Per
esempio, i 12 villaggi della provincia di Toluca
dovevano fornire, ogni 80 giorni, 400 mantelli
bianchi, bordati in rosso e nero; 400 mantelli
bianchi in fibra di maguey con strisce rosse;
1200 mantelli bianchi. Una volta l’anno, invece,
doveva essere pagato il tributo di 22 costumi per
guerrieri; 22 scudi piumati; l’equivalente di tre
silos di mais; tre silos di fagioli, tre di chia (pianta dai semi oleosi) e tre di una varietà di barbabietola. Ma sono oggetto di tributo anche altri
beni, presumibilmente in funzione delle caratteristiche di ciascuna provincia: Oaxtepec doveva fornire fogli di carta, Axacopan miele di
maguey; Jilotepec aquile vive; Cahuacán legname, Ocuilan sale, Taxco coppale, Tlapa oro…
Gran parte del Codice contiene pittogrammi
che descrivono la vita familiare, i modi di educazione dei figli, l’istruzione impartita, i consigli e le esortazioni, le punizioni, l’avvio al lavoro, il passaggio alla vita adulta. Documenti preziosi ed affascinanti che hanno fatto rivivere un
mondo scomparso.
VITA QUOTIDIANA DEGLI AZTECHI I disegni qui sopra, tratti dal “Codex Mendoza”, furono eseguiti da artisti locali sotto la supervisione di religiosi spagnoli e raffigurano scene di vita quotidiana del popolo azteco prima della conquista
DOMENICA 6 NOVEMBRE 2005
LA DOMENICA DI REPUBBLICA 35
LA STORIA PER IMMAGINI
Le immagini sono tratte dal libro di Massimo Livi Bacci
“Conquista. La distruzione degli indios americani” pubblicato
dal Mulino, e appartengono a tre opere del XVI e XVII secolo:
“El primer Nueva corònica y buen gobierno” di Felipe Guamàn
Poma de Ayala; “Historia universal de las cosas de Nueva
España” di fray Bernardino de Sahagùn; “Codex Mendoza”,
fatto compilare per Carlo V dall’omonimo vicerè.
Le citazioni sulla vita del popolo azteco sono tratte dal saggio
“La civiltà azteca” di George C. Vaillant, pubblicato da Einaudi
raccontata dagli indios
Nei codici lo “status di uomini”
che i missionari ridiedero ai vinti
GUIDO RAMPOLDI
’’
scienziato inglese non considerasse pienamente umani gli indios della Terra del Fuoco, e anzi li disprezzasse al punto da vedere in
essi una tappa intermedia tra gli animali e noi
nella scala dell’evoluzione.
Però l’atteggiamento del cristianesimo
non fu affatto univoco. Se infatti molti missionari si batterono con coraggio per difendere quei popoli, un’altra
parte preferì non contrastare
i fedeli che li schiavizzavano e
sterminavano. Lo stesso Bartolomeo de las Casas ebbe i
suoi problemi con la curia e
con i cattolicissimi compatrioti nei tre anni, dal 1544 al
1547, in cui fu vescovo del
Chiapas, in Messico; e fu costretto a rimpatriare per non
essere ammazzato come «difensore degli infedeli e venduto agli inglesi eretici e nemico della Spagna».
Il conflitto tra la Chiesa del
silenzio, bianca, latifondista
e alleata della borghesia agraria, e la Chiesa
dell’impegno sociale, povera e schierata con
i poveri, meticcia almeno in termini culturali, attraversa tutta la storia sudamericana, fino ai giorni nostri. Le malefatte della prima
sono ampiamente note, così come i meriti
della seconda. Che però non andrebbe assolta per l’ingenuità con cui costruì un’illusione
tra le più devastanti, e cioè l’idea che l’umanità sia predisposta dalla natura (da Dio) al
bene. Osservando gli indios Bartolomeo de
las Casas si convinse che le loro nazioni esprimessero «bontà naturale, mitezza, umiltà e
amor di pace (giacché in tutte le Indie è la
stessa cosa)». Ma l’impero azteco, con i suoi
altari insanguinati da pile di cuori umani,
non corrispondeva affatto a questa tesi: e anzi, a costo di irritare qualche storico sudamericano, si potrebbe sostenere che la ferocia
spagnola non raggiunse mai gli apici aztechi.
Per essere equanimi potremmo concludere
che la naturale ferocia degli uni e degli altri si
esprimeva in modi culturalmente dissimili.
’’
L
a storia della Conquista ha segnato così in profondità l’America latina che
tuttora non è del tutto risolta. In genere la storiografia sudamericana tende a ricostruirla con l’intensità e l’angolaura che
fra’ Bartolomeo de las Casas tramanda nella sua Brevisima relaciòn de la destruccion
de las Indias presentata a Carlo quinto nel
1542. In quel rapporto famoso il missionario documentava le spaventose violenze
che i conquistadores avevano abbattuto sulle popolazioni indie del Caribe e dell’America centrale, decimate dai massacri e dalle malattie importate dagli spagnoli,
sfruttate nei modi più brutali, convertite a forza al cristianesimo e in genere trattate dai bianchi come una
razza inferiore, come selvaggi da assoggettare con il sistema delle encomiendas in
uno stato di semi-schiavitù.
L’orrore prodotto nei religiosi dai fatti di
cui erano testimoni determinò nella storia
dell’Occidente un evento fondamentale, la
nascita d’una teoria dei diritti umani. E papa
Ratzinger ha ragione quando rivendica questo merito straordinario al cristianesimo. Infatti proprio l’incalzare dei missionari spinse
Spagna e Portogallo a riconoscere per successive approssimazioni l’umanità di quegli
esseri così simili ai loro invasori e allo stesso
tempo cosi diversi. Di conseguenza i codici
riconobbero all’indio uno statuto umano, sia
pure equiparandolo all’incapace, quale il
bambino e il pazzo; e in quanto «razza debole» gli risparmiarono la schiavitù, invece considerata legittima con i neri, in quanto «razza
forte» che la natura avrebbe predisposto a
servire la razza bianca. In sostanza l’occhio
appassionato dei religiosi scorse ciò che non
era affatto evidente per la cultura dell’epoca,
e non lo fu a lungo. Chi per esempio legga il
diario scritto da Darwin durante la spedizione del Beagle, ha l’impressione che il grande
la festa
Si udivano di lontano le profonde vibrazioni
dei tamburi di legno e le note acute dei flauti
di canna. Il patio era pieno di invitati indossanti
vivaci abiti festivi dai colori brillanti; l’aria
era appesantita dal profumo dei gigli
il tempio
Una grande piazza, dove troneggiavano i templi
sulle loro maestose piramidi... Migliaia di crani,
infilati in pioli, erano disposti simmetricamente
uno accanto all’altro... le nere cavità delle orbite
li facevano sembrare dadi infernali
L’INVENTARIO DEI TRIBUTI Nel “Codex Mendoza” è contenuta la “Matricola de Tributos” (le illustrazioni sopra il titolo), che elenca il tipo e la quantità dei tributi in natura dovuti dai popoli sottomessi ai re aztechi
36 LA DOMENICA DI REPUBBLICA
DOMENICA 6 NOVEMBRE 2005
Le carte geografiche
sono macchine narrative
che accompagnano la storia
dell’uomo: dai viaggiatori dell’antichità
ai grandi esploratori. E oggi il loro fascino
ritorna con una serie di novità editoriali
Mappe
Quei disegni magici
che hanno
inventato il mondo
PINO CORRIAS
Repubblica Nazionale 36 06/11/2005
L
e carte geografiche sono
mondi portatili, dove abitano infinite sequenze di
punti di partenza. Le carte
geografiche sono macchine narrative che rendono
plausibili le promesse non mantenute
degli arrivi.
Contengono il respiro della Natura e
l’artificio geometrico dell’uomo. Noi
continuiamo a incantarci al loro cospetto — come davanti alla grandiosa
noncuranza di un erbivoro che rumina
dentro l’estate rovente, come davanti ai
rettangoli di luce delle piscine di David
Hockney — nonostante la
perfezione tridimensionale
degli occhi geostazionari che
di minuto in minuto carteggiano la deriva dei continenti
e la ricorrenza caotica delle
nuvole. Continuiamo a piegarci dentro al racconto mentale di un oceano declinato in
blu, dalla Fossa delle Marianne alle scogliere ancestrali
delle isole Galapagos, sebbene il loro blu, oggi, contenga le
scie bianche dei transatlantici in crociere last minute, il veleno delle petroliere, le inondazioni e la luce perpetua delle dirette tv satellitari.
Nessuna carta geografica,
anche se il mondo è diventato
perfettamente visibile, ha
smesso di raccontarci l’invisibile che sta dentro di noi e che
dalle verticali del cuore si
espande sulla superficie orizzontale del mondo. Siamo noi
il loro specchio. Siamo ancora
noi il ragazzo di Baudelaire,
imprigionato nell’inchiostro,
mentre naviga il mondo di un Atlante
alla luce della lampada. O i marinai di
Stevenson che salpano da una mappa,
verso l’Isola del tesoro. O i fuggitivi di
Philip K. Dick che cercano scampo nelle geografie parallele di altri universi.
Da altri universi mentali viene la storia degli Atlanti. Da altre invenzioni:
quando gli orizzonti dello spazio terrestre erano ancora da riempire e i cieli divini da svuotare, cominciando dai perimetri rettangolari dei babilonesi e del
greco Anassimene, che immaginavano
bordi oceanici sul vuoto. Per migliaia di
anni, compresi i secoli cristiani del Medioevo, e quelli dei viaggiatori arabi, gli
Atlanti non hanno affatto descritto il
mondo ma, raccontandolo, lo hanno
inventato. Lo hanno percorso dentro
agli sguardi degli uomini — marinai,
guerrieri, scienziati, commercianti —
assecondando l’ostinazione di Ulisse, il
passo svelto di Marco Polo e gli inganni
matematici di Cristoforo Colombo. Ne
hanno estratto gli incubi, trasformandoli in draghi, lotofagi e leones, sempre
Per migliaia di anni
non si sono limitate
a misurare la Terra,
ma l’hanno
raccontata: ne hanno
estratto gli incubi,
simbolizzandoli
in mostri feroci
collocati ai bordi di mari senza rotta di
andata e di equatori senza ritorno.
La Terra, in scala uno a uno, ha curvato a poco a poco il pensiero degli uomini. È piatta per Omero e per Talete. È
un orizzonte tondo per Eratostene, già
divisibile in 360 gradi. È una sfera per
Aristotele e Pitagora, per Archimede e
Tolomeo. È mito, invenzione, leggenda
e poi volontà di Dio. È regno dell’uomo,
Imperator Universi, come scriverà l’olandese Mercatore a sigillo del suo primo mappamondo, anno 1569, centro
immobile di tutte le sfere celesti, fino alla rivoluzione di Copernico e all’abiura
di Galileo.
Le carte del mondo latino declinano
lo spazio dal quadrato centrale di Roma
che irradia l’equilibrio gravitazionale
di ogni distanza, di ogni conoscenza, fino ai confini remoti dei barbari. Le carte del mondo cristiano spostano il punto di incrocio a Gerusalemme, pietra
del Santo Sepolcro, centro di tutte le
terre emerse, dalle Colonne d’Ercole al
Polo Artico. Ma quelle del mondo cinese e buddista hanno una diversa pietra
per centro, quella monumentale e
ghiacciata dell’Himalaya. Tramandano un continente a forma di conchiglia
circondato dall’acqua. Con altra acqua
al centro, un lago, collocato tra le nuvole della montagna, dal quale nascono i
cinque fiumi, sulle cui rive viaggia l’alito dolce della vita.
Ma le carte sono anche il segno a posteriori della morte. Il suo sedimento. Il
perimetro e il racconto di ogni dominio
militare che tende l’agguato ai secoli, ridisegna il mondo, sbaraglia le torri
d’avvistamento sui passi montani, gli
inganni delle coste e calcola i vantaggi
degli scontri di pianura. È sangue il colore che all’apparenza non si vede nelle
sue sequenze cromatiche. Anche se basterebbero i massacri e le battaglie affrescate nell’immensa sala vaticana intitolata proprio alle Carte Geografiche a
dircene la radice e il destino del loro ulteriore valore d’uso: spazio che si conquista e che si domina.
Di sangue sono fatte le rotte per l’Africa e per il nuovo mondo. Imbrattano
le Americhe. Guidano il genocidio della Conquista, ne trascrivono il nuovo
paesaggio in nome di un dio cannibale
che divora uomini, divora civiltà. Gli
ammiragli che le maneggiano hanno
imparato, con il calcolo differenziale, a
misurare gli esatti meridiani per le cir-
DOMENICA 6 NOVEMBRE 2005
LA DOMENICA DI REPUBBLICA 37
C’ERA UNA VOLTA
“La nuova e accuratissima
mappa del mondo”
disegnata da Joan Blaeu
nel 1665. Nell’altra pagina
(da sinistra) le mappe
dell’Asia e della Britannia
e le sue divisioni ai tempi
dell’eptarchia Anglo-Sassone
Sotto: la Cina imperiale
con la demarcazione
della prima provincia
di Pechino
Tutte le mappe di Blaeu
sono tratte dal libro
“Atlas Maior” edito
da Taschen in libreria
dall’11 novembre
Da Baudelaire
alle suggestioni
di Borges
e Philip K. Dick
cumnavigazioni. Possono andare e tornare. E ogni loro ritorno avvera gli inferni terrestri di Gog e Magog.
I draghi predatori indossano le armature dei predatori a cavallo. In meno di
tre secoli perquisiscono l’Africa deportando schiavi. Nelle nuove Americhe
spianano antiche città, incendiano foreste equatoriali. Svuotano praterie.
Guidano emigrazioni verso Ovest. Fondano metropoli e piantagioni di cotone.
Le nuove carte sono così cariche di
massacri e del loro corrispettivo in oro,
che hanno dimenticato di aver mai collocato un Paradiso in Terra, precisamente sulle rive remote del Nilo. Per
questo i futuri paradisi terrestri hanno
geografia immaginaria e indirizzi solo
filosofici. Thomas More, anno 1516,
colloca Utopia in fondo all’America del
Sud. Tommaso Campanella, cento anni dopo, sceglie la solitudine dell’Oceano Indiano per la sua Città del Sole. Samuel Butler, anno 1827, addirittura l’Oceania per il suo introvabile Erewhon.
Persino il grande romanzo d’Ottocento, al colmo di ogni geografia esplo-
Repubblica Nazionale 37 06/11/2005
Si riaccende l’interesse: in arrivo anche aste dei pezzi pregiati
Libri e mostre, la seconda vita
AMBRA SOMASCHINI
L
a parola mappa deriva dall’arabo e significa “pezzo di stoffa ripiegato” o “fagotto per trasportare oggetti”. Un frammento di tessuto, insomma, che aperto è diventato poi una carta per capire dove il mondo arrivava, fin dove l’uomo poteva spingersi a guardare. Oggi che le mappe servono per viaggiare, approfondire itinerari, seguire i rapidi mutamenti geo-politici delle guerre; oggi che la Terra viene chirurgicamente sezionata, ricomposta e riprodotta in ogni remoto angolo con l’aiuto di satelliti e
computer e tracciatori di rotta digitali; oggi torna prepotente il fascino delle antiche mappe, dei pezzi di stoffa ripiegati che aprendosi diventano specchio della nostra curiosità e della nostra inquietudine.
Il mercato risponde e intercetta la tendenza: libri, mostre, manifestazioni e aste per collezionisti. Per «ricordare come era una volta» Taschen l’11
novembre manda in libreria (in versione integrale) Atlas Maior, 594 mappe
del 1665 di Joan Blaeu, l’atlante più completo dell’epoca barocca con Europa, Africa, Asia e Americhe. Altre mappe antiche sono in mostra per i cinquecento anni dalla morte di Cristoforo Colombo con Cartografia e storia
naturale del nuovo mondo a Fermo e, da marzo, a Valladolid in Spagna. E
per gli appassionati di cartografia, a Roma, il prossimo mese, è in programma la rassegna su Marco Polo e l’estremo oriente.
«Le mappe sono molto di più di quello che mostrano nei disegni — osserva Peter Barber della British Library — parlano direttamente delle vicende dell’umanità. Riflettono il punto di vista soggettivo di chi le ha realizzate. Ogni carta è un autoritratto della cultura che l’ha creata». È il caso dell’Atlas Maiordi Joan Blaeu, curato da Petra Lamers-Schutze, che si basa sulla copia originale conservata alla Biblioteca Nazionale di Vienna.
La cartografia si fa risalire al secondo secolo dopo Cristo, con Tolomeo che
stimola le imprese di studiosi, viaggiatori, esploratori. E si sviluppa, grazie
ai primi collezionisti, nel Rinascimento (Theatrum Orbis Terrarum di
Abraham Ortelius, 1570). Ma è solo nel 1630 che due editori di Amsterdam,
Joan Blaeu e Johannes Janssonius, conquistano il mercato editoriale stampando mappe in latino, tedesco, francese.
Le mappe, come le lettere e i diari raccontano le storie degli uomini. Per
questo restano la grande passione dei collezionisti. «In Giappone, negli Usa,
in Europa biblioteche e privati le acquistano alle aste — spiega Simonetta
Conti docente di geografia alla Seconda Università di Napoli — Le più ricercate sono quelle di Tolomeo, insieme alle antiche carte nautiche rinascimentali su pergamena e a quelle ottocentesche stampate».
rata, fa viaggiare i suoi personaggi dentro altre mappe, che annoverano abissi
solo interiori. Paesaggi sentimentali dileguano, come la neve di Tolstoi, come
l’ultima carrozza di Stendhal. Nuove
esplorazioni indagano il sottosuolo —
quello di Dostoevski, il cartografo —
che diventa gli antipodi del mondo conosciuto, l’oscurità che ne giustifica la
luce, il luogo di tutte le radici.
L’esodo geografico viaggia verso altri
mondi, addirittura altri pianeti. Edgar
Rice Burroghs esplora le lune di Marte,
apre rotte di pura fantasia, per ricascare, però, nel punto più inesplorato della Terra, la jungla magica di Tarzan e
delle scimmie parlanti. Ultimo altrove
terrestre prima della più sorprendente
invenzione di Jorge Luis Borges: l’imperatore che ordinando una mappa
geografica così grande da coincidere
con l’impero, raddoppia il mondo. Restaura lo stupore di una Terra in scala
uno a uno. E finisce per nasconderla
dentro a un nuovo racconto. Dentro a
un sipario virtuale. Premonizione di
quel nuovo Atlante navigabile, che dal
Ventunesimo secolo ci respira accanto
e che davvero ha sovrapposto, all’intera morfologia terrestre, la sua luce cibernetica con rotte così istantanee da
cancellare il tempo e lo spazio. Da colmare, con un solo impulso, la distanza
tra due emisferi. E collegare in un istante il viaggiatore e la sua meta.
La Rete, che non ha mappa, ma é la
mappa, disegna la nuova geografia
contemporaneamente immateriale e
solida. In grado di archiviare un numero infinito di traiettorie e di percorrerle.
In grado di far esistere luoghi e cose solo sfiorandone il nome. Come nei riti
magici degli sciamani. Come nelle Vie
dei Canti degli aborigeni australiani,
raccontati da Bruce Chatwin, che si tramandano il territorio e il mondo dentro
a mappe cantate. Mappe percorse dai
loro antenati, con cantilene di parole,
che nominando il paesaggio hanno
messo in moto la vita e il suo ricordo.
Internet perfeziona il sogno fondante della Geografia. Rende visibile e abitabile qualunque perimetro all’orizzonte. Non prevede luoghi fuori dal
proprio controllo. Mette mano a errori
o imprevisti di rotta. Calcola il tempo di
ogni viaggio. È perfettamente funzionale. I suoi tessuti connettono il mondo
globale. Fanno implodere lo spazio e i
tempi dei mutamenti. Accelerano le
migrazioni. E capovolgendo il mondo,
lo riempiono di nuove tracce narrative.
Ora che abbiamo davvero il mondo
sotto mano, le carte geografiche dismettono le loro residue astrazioni. Tutto é
perfettamente raccontato, perfettamente descritto. L’imperfezione é solo
in noi che guardiamo. Siamo noi il rumore della carta che si dispiega, il profumo dell’inchiostro. Persino le lucentezze dei colori. Che solo ai nostri occhi
contengono navi, contengono addii.
DOMENICA 6 NOVEMBRE 2005
LA DOMENICA DI REPUBBLICA 39
le storie
Progetto operaio
È il 1952, al segretario della Camera del Lavoro
di Torino viene un’idea: costruire una “vetturetta”
a prezzi popolari. Con due collaboratori traccia i bozzetti,
poi i disegni a grandezza naturale e infine il prototipo
che sfila in corteo il primo maggio. Ora la vicenda
è riemersa dagli archivi Cgil aperti per il centenario
FILLIPPO CECCARELLI
Repubblica Nazionale 39 06/11/2005
E
alla fine che ne fu della “vetturetta”? «Eh — sospira
Renzo Gianotti, memoria
storica del movimento operaio torinese — credo che
l’avessero parcheggiata in
qualche cantina o magazzino della vecchia Camera del Lavoro, in corso Galileo
Ferraris. E lì è stata per anni. Ma quando
il sindacato dovette abbandonare quel
palazzo, che oggi non esiste più, beh,
davvero non so, forse se l’è presa qualche
amatore, oppure è finita in qualche ferravecchio».
Ed era bella? Ma questa, nel tempo della Smart e delle incombenti automobiline cinesi da cinquemila euro, è la classica domanda che non porta a nulla. Perché a guardarsela in foto, e ancora di più
a ricostruirne passo passo l’avventurosa
creazione, più che bella la vetturetta appare tenera e superba. Blu o forse grigia
scura, non si capisce bene, una scatoletta di lamiera perfino elegante nelle sue linee bombate; e commovente. L’utilitaria
popolare, progettata dai lavoratori per i
lavoratori. Questi allora andavano a piedi o in tram, in bici o al massimo in moto.
E invece, un giorno, gli si spalancò davanti una visione possibile: quattro posti,
400 di cilindrata, consumo minimo, tre
marce, 70 chilometri all’ora, tettino apribile, per le belle giornate. E così, a mezzo
secolo di distanza, quell’umile prototipo
di cui si è quasi persa la memoria, quel
prodigio di arcaica carrozzeria si conquista un posto nell’immaginario con la potenza profetica del futuro.
Storia di automobili, di classe
operaia ingegnosa e di padroni orgogliosi. Sembra un
film: la Fiat e Valletta sfidati
dal sindacato sul loro stesso
terreno, il lavoro, la produzione, lo sviluppo industriale. Una vicenda che più torinese non si potrebbe. Era la
primavera del 1952, anno del
cinquantenario della Fiat,
quando sui muri della città
compare un manifesto della
Camera del Lavoro e del Consiglio
di gestione Fiat. Si annuncia a sorpresa: «La grande assente al Salone dell’auto», che sta per aprirsi proprio in quei
giorni. E sotto la scritta, su un bel fondo
azzurro si staglia lei, la vetturetta: «Concreta proposta di risanamento aziendale per la ripresa del mercato automobilistico italiano». Un sogno meccanico finalmente alla portata perché, se la Fiat
s’impegnasse in quel senso, potrebbe
costare 400mila lire appena, la metà di
quel che a quel tempo si spende per acquistare “il privilegio” di una qualunque
macchina.
Una reclame a suo modo fantastica,
una partenza fin troppo baldanzosa a
giudicare dalla vignetta, invero non esattamente politically correct, che compare
sul settimanale della Cgil, Il Lavoro: c’è
Valletta, il temuto professore, che si tiene un piede dolorante: «Accidenti — gli
fanno dire — è appena progettata e mi ha
già investito». Ora, a veder bene, il trionfalismo non è poi così giustificato. E non
solo perché il Professore prende quasi
immediatamente le sue contromisure:
una denuncia in cui la Fiat sostiene che il
progetto dell’automobilina è stato sottratto all’Ufficio Tecnico di corso Marco-
Quando il sindacato
anticipò la Seicento
L’UTILITARIA
L’immagine della
“vetturetta” il cui
progetto fu elaborato
dai Consigli di Gestione
di Torino nel 1952
ni, che ci stava lavorando da anni.
Ma più in generale per il Pci e il sindacato, la mini-utilitaria risponde a una necessità di sopravvivenza. Nella città degli
operai il comparto industriale ristagna, le
materie prime rincarano, si riduce ulteriormente l’orario di lavoro, cominciano
a farsi sentire i licenziamenti nelle piccole aziende dell’indotto Fiat. In pratica,
l’unica speranza di ripresa è affidata alle
commesse militari. L’azienda punta sulle jeep (la “Campagnola”) e sui motori
degli aeroplani da caccia. Ma proprio per
questo è decisivo l’atteggiamento degli
Stati Uniti. Valletta vola spesso in America, e qui capisce che gli americani non si
fidano; si sente ripetere che in fabbrica i
comunisti contano troppo, che deve
stroncarne ogni attività.
Facile a dirsi. A Washington non sanno, o comunque poco gli importa che a
Torino i quadri e i militanti del sindacato comunista saranno pure fedeli a Stalin, ma ancor più si identificano in un si-
LE CELEBRAZIONI
Le iniziative dedicate
al centenario della Cgil saranno
aperte dal convegno “I diritti sociali
e del lavoro nella Costituzione”,
che si terrà a Roma (Palazzo Marini)
l’11 e il 12 novembre
stema del tutto centrato sull’etica del lavoro. È questo un valore fondante, un
tratto antropologico, anzi etnico, un vero e proprio culto che non ha nulla da invidiare a quello per la rivoluzione. Sta di
fatto che lo scontro con l’azienda si fa terribile. Scioperi, picchetti e accuse sanguinose da una parte; rafforzamento
della vigilanza, discriminazioni e trasferimenti nei reparti punitivi (la famigerata Officina Sussidiaria Ricambi, ribattezzata Officina Stella Rossa) dall’altra.
In questo contesto, si colloca un misterioso fatto di sangue. Il 16 aprile 1952
viene assassinato a pistolettate il direttore della Fiat Spa Erio Codecà. Il giorno
dopo sul muro di cinta della Grandi Motori compare la scritta: «E uno!». All’inizio, le indagini prendono una pista politica. Già indicati da Valletta come “distruttori”, i comunisti rischiano di passare anche come degli assassini. Occorre rovesciare quest’immagine, presentarsi in modo costruttivo, positivo.
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L’idea della vetturetta viene in testa al
segretario della Camera del Lavoro, Egidio Sulotto, che ha gestito il passaggio di
poteri alla Fiat al momento della Liberazione. È un piccoletto, tutto nervi, dal
gran vocione. Tecnico diplomato, disegnatore e progettista. Le prime riunioni,
le prime linee tirate sulla carta si svolgono nel suo ufficio a corso Galileo Ferraris.
In segreto viene disegnato il bozzetto e
poi, a grandezza naturale, la carrozzeria
e tutte le parti visibili. Ma ciò che rende la
storia eccezionale è che, una volta raffigurato il prototipo della vetturetta, questi comunisti torinesi decidono di dargli
vita. Cioè di costruirla con le loro mani.
Com’è nello stile comunista di allora,
l’utilitaria popolare deve risultare un’opera collettiva. Ma oggi non è difficile conoscere i nomi degli altri due protagonisti dell’impresa. Uno è il capo della Fiom,
Sergio Garavini, un uomo alto e affascinante, un borghese che dopo la Resistenza ha deciso di sposare la causa degli operai. L’altro è un giovane economista collaboratore della Cgil che non ha mai ceduto alle lusinghe del palcoscenico. Si
chiama Ruggero Cominotti e diverrà un
grande esperto di politica industriale.
Arcane sono le vie che anticipano la ripresa produttiva della Fiat e la motorizzazione di massa. Un anonimo “compagno partigiano” presta la sua officina, a
Borgo San Paolo. In due notti viene montato il telaio in legno; quindi Sulotto chiama a raccolta i migliori “battilastra” del
partito. Sono operai-artigiani che sanno
usare il martello come degli artisti; arrivano dal Lingotto, da Mirafiori, dalla Pininfarina; lavorano fuori orario con una
tale furia da strappare una battuta
anche che a Sulotto: «Se viene
qui Valletta e ci vede lavorare
in questo modo — ridacchia — non possiamo più
lamentarci che i tempi
che ci impone in fabbrica sono troppo stretti».
Altre due notti, e la carrozzeria è pronta. Quando però si montano le
ruote, la vetturetta pende in basso. È prototipo,
del resto, mica deve camminare. Non c’è né il motore, né la chiave
d’avviamento. Però loro sono operai torinesi: e allora rismontano tutto, lamiera
dopo lamiera, e tutto rimontano, allo
stremo, fino a quando l’automobilina del
popolo non è perfetta.
Sfila in corteo su una specie di carro allegorico il primo maggio. Ad Aris Accornero, un ex operaio comunista licenziato e poi divenuto economista, sembra di
ricordare che in polemica con la produzione bellica della Fiat fosse presentata
come «la vetturetta di pace». In ogni caso: «Sembrava vera». Poi sparisce. Due
mesi dopo ricompare, in lucidatissima
ostensione, alla festa dell’Unità, al parco
Michelotti. C’è anche Togliatti che la
esamina, assai compiaciuto. Non si
muove, né doveva muoversi, dopo tutto,
la vetturetta. Ma la sua gloria sta nell’aver
concettualmente anticipato di due anni
la Seicento.
«Eravamo noi, allora, i cinesi d’Europa» fa notare Gianotti. Noi: strano a sentirsi. Noi chi? Noi sindacato, noi Fiat, noi
Sulotto, noi Valletta, noi torinesi, noi italiani, dopo tutto. Noi sognatori ad occhi
aperti e quando serviva anche con i piedi per terra.
40 LA DOMENICA DI REPUBBLICA
la lettura
Fumetti culto
DOMENICA 6 NOVEMBRE 2005
Trent’anni fa usciva il primo numero
della dirompente rivista di Moebius
e soci. Adesso viene pubblicato in Francia
un libro che ripercorre i dodici anni
tumultuosi di quell’esperienza unica
LAURA PUTTI
Repubblica Nazionale 40 06/11/2005
«I
PARIGI
l 19 dicembre 1974 alle
quattro del mattino ora locale, finalmente riuniti:
Philippe Druillet, illuminatore paranoico; Moebius, alias Gir,
alias Giraud, alias «il disegnatore dalle
mille facce»; Jean-Pierre Dionnet, detto
grat-grat, servitore vostro; et Bernard
Farkas, venuto a mettere un po’ d’ordine nei nostri progetti grandiosi e un po’
d’anima nei nostri conti; decisero simultaneamente e all’unanimità di non
rispondere, ormai, che al solo nome
collettivo di: «LES HUMANOIDES ASSOCIES»; di pubblicare ogni tre mesi un
magazine di fantascienza a fumetti nei
quali spargeranno con compiacenza i
loro fantasmi putridi: anche quello che
tenete tra le vostre mani screpolate o
fresche di manicure». Nasceva così, su
un fogliolino volante, battuto a macchina in un’alba etilica, l’idea editoriale
che avrebbe rivoluzionato la cultura
giovanile, che avrebbe scatenato la fantasia ultraterrena ed erotica di una generazione. Il primo numero di Metal
hurlant uscì nel gennaio del 1975 e fu tirato in cinquantamila copie. Per la copertina numero uno, Moebius si era
ispirato a un quadro di Maxfield Parrish: ma, al posto della donna nuda su
una roccia, dipinta dal pittore americano alla fine dell’Ottocento, Jean Giraud
aveva disegnato un mostro appollaiato,
con una spaventosa testa di dinosauro
e il corpo di scimmia deforme. Sotto al
titolo era scritto: «Trimestrale. Riservato agli adulti».
Metal hurlant, la cui straordinaria
avventura durò fino al 1987, fu per dodici anni un’isola infelice. Isola: perché
i disegnatori che la abitarono erano
transfughi da un’altra rivista a fumetti
importantissima in quegli anni: Pilote.
Infelice: perché sin dall’inizio il trimestrale (che divenne mensile, poi quindicinale) traeva la sua spaventosa energia da conflitti interni, da litigate epocali e atmosfere redazionali assai tumultuose. Da questo nacque e a causa
di questo morì.
C’è adesso un libro che viene a rimestare le coscienze e i cuori di coloro che
presero parte a tanta avventura: si intitola Metal hurlant 1975-1987. La machine à rever (166 pagine scritte, più altrettante di album con fumetti inediti,
40 euro), è firmato da Gilles Poussin e
Christian Marmonnier e uscirà in Francia il 17 novembre per Denoel Graphic.
E non per caso: a capo della collana grafica dell’editrice Denoel è Jean-Luc
Fromental che di Metal hurlant fu dapprima giornalista collaboratore e, alla
fine, caporedattore al posto di Dionnet.
Scartato l’approccio storico-romanzesco, è con un gioco a incastro che Poussin e Marmonnier raccontano la storia
della «Macchina per sognare»: suddiviso in cinque capitoli e un epilogo, il libro dà voce diretta ai protagonisti.
«Abbiamo registrato e trascritto tra le
quaranta e le cinquanta interviste», dice Marmonnier. «Poi
siamo andati avanti per
“short cuts”, brevi capoversi,
ognuno con la voce di un personaggio: un puzzle che alla
fine ricostruisce l’intero quadro della vicenda». Gli autori
hanno preferito non riunire
Moebius, Dionnet e gli altri,
ma farli parlare singolarmente: certi rancori non sono ancora sopiti, perché l’avventura di Metal hurlant si incrociò
con le vite di ognuno di loro e
con un tormentato momento
storico: gli anni a cavallo tra i
Settanta e gli Ottanta, l’epoca
dura del rock, delle droghe, e
una libertà che in certi casi divenne un pericoloso disordine, un baratro, una scimmia
sulla schiena.
«Quando, nel ‘74, Druillet,
Moebius, Dionnet e Farkas fondano
gli Humanoides Associés hanno voglia di essere liberi di creare un immaginario personale», dice Christian
Marmonnier. «Druillet e Moebius in
quel momento collaboravano con Pilote, ma René Goscinny (con Uderzo,
creatore di Asterix, ndr), pur permet-
LA LOCANDINA
Qui sopra, la locandina
del film “Heavy Metal”
uscito nel 1981 ed ispirato
ai fumetti di Metal Hurlant
A destra, l’inconfondibile
tratto di Moebius
Nella pagina accanto,
una serie di copertine
degli album
che ne sottolineano
l’evoluzione grafica
I fondatori, dopo una notte
etilica, si battezzarono
col nome collettivo
di “Les humanoides associes”
tendo un minimo di fantascienza, detestava il sesso e l’escatologia. Quindi
Pilote va stretto alle loro idee, ispirate
a modelli americani».
Moebius-Giraud è già famoso: il suo
Blueberry con le storie di Jean-Michel
Charlier è un personaggio importante
nell’editoria delle “bandes dessinées”.
Ma, grazie a Metal hurlant, Moebius
potrà spingere fino all’estremo limite i
suoi «fantasmi putridi» e il suo geniale
tratto di matita: scambierà il suo cowboy con i mostri fantascientifici, con un
delirio onirico-tecnologico, con l’uomo che cade nel vuoto, con l’atmosfera
solforosa di Incal creato in coppia con
Alejandro Jodorowski (in seguito regista, poi «psicomago», non amato da
una parte del giornale che lo considerava uno scroccone). Sempre con Jodorowski, Moebius fece centinaia di tavole, disegni e storyboard per Dune, film
dal romanzo di Frank Herbert girato
poi da David Lynch.
«La fantascienza fu alla base di Metal
hurlant», dice Marmonnier «e JeanPierre Donnet, intellettuale e grande lettore, inaugurò una editrice parallela che
fece conoscere in Francia autori come
Philip K. Dick, ristampò Jules Verne, ma
pubblicò anche Selby e Bukowski».
Nell’86, quasi alla fine dell’avventura di
DOMENICA 6 NOVEMBRE 2005
LA DOMENICA DI REPUBBLICA 41
Metal Hurlant
la macchina
dei sogni ribelli
TESTIMONI E PROTAGONISTI
Sulla sulfurea parabola della celebre
rivista a fumetti è in uscita in Francia
(17 novembre) il libro “Metal Hurlant
1975-1987. La machine à rever”:
40 euro, 166 pagine corredate
da molte strisce inedite, con il racconto
di protagonisti e testimoni raccolto
dagli autori Gilles Poussin
e Christian Marmonnier
per le edizioni Denoel Graphic
Anima e acciaio, ecco il regno
delle fantasie adolescenti
MARCO LODOLI
D
Repubblica Nazionale 41 06/11/2005
Metal hurlant, il catalogo Humanos
(che esiste ancora) contava 224 libri, 217
dei quali erano album di fumetti. La rivista era diventata sempre più scritta e si
era arricchita di critiche cinematografiche (di Olivier Assayas, poi regista), di articoli di rock (di Philippe Manoeuvre, arrivato dal giornale Rock & Folk, finanziatore degli inizi) e di inchieste sociali,
per esempio su temi ecologici o dell’alimentazione. «Pur senza prendere una
chiara posizione politica, Metal hurlant
aveva scatenato attorno a sé un dibattito culturale giovanile molto vivace. L’atmosfera del giornale era indefinibile, né
di destra né di sinistra, anche se lo pseudonimo utilizzato da tutti era Joe Staline, e la redazione esultò quando nel
maggio dell’81 in Francia vinsero i socialisti» dice Marmonnier, il quale considera i primi cinque gli anni d’oro del
giornale, quelli in cui arrivò a vendere
più di 120mila copie.
I disegnatori erano Moebius, Druillet, Gal, Corben, Doury, Chaland; poi
arrivò lo Psychorock di Macedo, Exterminateur 17 con le storie di Dionnet e i
disegni di Enki Bilal, Les naufragés du
temps di Forest e Gillon, Laurent Theureau che adatta le Motel chronicles di
Sam Shepard, Rupture di Chantal
Montellier, L’isola del tesoro di Hugo
Pratt, e Lorenzo Mattotti, Attilio Micheluzzi, Dino Battaglia. Il grande rimpianto è quello di non aver «catturato»
Tanino Liberatore che manda il suo
Rank Xerox a un’altra editrice francese.
In Italia i fumetti di Metal hurlant sono
pubblicati da Linus e negli Stati Uniti
escono con il titolo di Heavy metal.
Ma anche i sogni finiscono. A cavallo
tra gli anni Settanta e gli Ottanta, il messaggio fantastico, gotico, erotico, tecnologico, sadomaso, futuristico di Metal hurlant aveva un senso. Dirompente, rivoluzionario. Poi sempre meno.
Nei suoi ultimi due anni di vita il giornale passa al gruppo Hachette, Dionnet (che ne era l’anima) se ne va e con
Manoeuvre crea, su Antenne 2, Les enfants du rock, trasmissione televisiva
musicale che farà epoca.
E quando i ribelli si integrano, la
magia si rompe. Nell’87 Metal hurlant vende meno di ventimila copie e
Hachette lo chiude. «Resta nelle memorie un monolite di carta unico che
ha modificato in profondità il campo
culturale mondiale e il cui rimbombo
ancora oggi si fa sentire» scrivono
Poussin e Marmonnier nell’ultima
frase del loro libro.
a noi ci sono i fumetti, in Francia le “bandes dessinées”,
da noi si comprano quasi esclusivamente in edicola, da
loro ogni libreria ha il suo bravo settore di BD, proprio come i volumi d’arte o la psicanalisi. Noi siamo cresciuti con i
giornalini, Topolino o l’Intrepido, Soldino e Nonna Abelarda, il
passatempo di un pomeriggio piovoso o la compagnia per un
quarto d’ora al bagno. I francesi invece hanno preso tremendamente sul serio la possibilità artistica che è nascosta dentro
una matita colorata o nella punta di un pennino. Noi a un certo punto abbiamo cominciato a sfogliare Linus, e abbiamo sorriso malinconicamente sulle strisce dei Peanuts o dell’impiegato Bristow o sui Nixon di Feiffer, avevamo quattordici anni e
spesso non capivamo dov’era il divertimento, ma era chiaro
che l’infanzia stava finendo, che era arrivato un tempo in cui
anche i fumetti diventavano adulti e problematici, che purtroppo bisognava togliersi i pantaloni corti e cominciare a ragionare. La maturità ci convocava nel suo territorio minato anche attraverso le vignette.
In Francia, invece, i disegnatori più ispirati immaginarono
un’altra strada, indicarono altri regni, violenti e scatenati come
l’adolescenza. Moebius, il più celebre del gruppo degli Umanoidi Associati che diedero vita a Metal Hurlant, ha dichiarato
in una recente intervista che negli anni Sessanta è per l’appunto apparsa una nuova classe sociale, gli adolescenti. E il loro
tempo si è dilatato, si è prolungato con ostinazione fino quasi
ai trent’anni e anche oltre. Questi ragazzi hanno avuto la necessità di crearsi un nuovo linguaggio, entusiasta e sarcastico,
brufoloso e battagliero, inaccessibile al buon senso degli adulti. Le antiche categorie logiche, le solite e polverose forme narrative non funzionavano più per quei ragazzi niente affatto disposti a diventare grandi e ad accettare a testa china il peso delle responsabilità. Forse l’immaginazione non arriverà mai al
potere, dice Moebius, ma può creare dei mondi straordinari —
e non è un caso se Federico Fellini una mattina si materializzò
nella redazione della rivista cercando «il maestro Moebius».
E così, mentre in Italia l’unico metallo urlante era quello delle P38, quello che fondeva negli anni di piombo, in Francia si
costruiva con fogli e matite un nuovo paesaggio fantastico,
proiezione di tutte le contorte, maleducate e strabilianti fantasie dell’adolescenza militante. Alla base c’era un’idea heavy
metal della fantasia, anima e acciaio, sensibilità e macchina, ali
e ingranaggi. Qualcosa in cui poesia e violenza, solitudine e
mondo futuro si incontrano e si scontrano pesantemente.
In Italia Metal Hurlant arrivava solo nella valigia di qualche
amico che tornava da un viaggio a Parigi, magari insieme a un
paio di numeri di Actuel. Io sfogliavo e capivo poco o nulla. Mi
ero appena abituato all’umorismo tenero e laconico di Linus,
proprio non riuscivo a orizzontarmi in quelle storie veementi e
profetiche. Ho dovuto aspettare Blade Runner e Frigidaire e il
Ranxerox di Tamburini e Liberatore, che forse non sarebbe esistito senza i metallari urlanti, per prendere confidenza con l’apocalisse pop.
Metal Hurlant ha chiuso i battenti, nel 1987, perché l’epoca
dei sogni si era conclusa, come sostengono gli Umanoidi: ma
forse anche perché quei sogni ormai sono stati digeriti e metabolizzati dalle forme espressive più scafate e aggressive, dalla
televisione, dalla narrativa di consumo, dai videogiochi, dal cinema medio e dalla pubblicità. Temo che senza volerlo, gli
Umanoidi Associati abbiano suggerito nuove soluzioni a chi lavora per l’Eterna Adolescenza Consumatrice di tutto il mondo,
per tutti noi che stiamo in fila per acquistare qualche emozione a buon mercato.
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42 LA DOMENICA DI REPUBBLICA
DOMENICA 6 NOVEMBRE 2005
Il regista di “Fitzcarraldo” torna con un’opera ipnotica e spiazzante,
EMANUELA AUDISIO
S
cappi, certo. Lasci tutto,
parti. Prendi il vaso dei pesci rossi, te lo metti testa.
Non sei più bambino, ma
astronauta. Speri in Andromeda, monti sulla bici, pedali alla velocità della luce. A qualcuno piace spazio. Niente buche,
solo buchi neri. Elio liquido e
cielo ghiacciato. Sulla via Lattea non c’è turbolenza. Flutti.
Marte e Venere sono le tue biglie, fisica e matematica il tuo
Lego. Giochi con le possibilità,
hai le formule nel vaso della caramelle. Guardi gli altri pianeti,
cerchi altra vita, diverse armonie. Aria, sabbia, roccia, acqua.
La musica dell’universo, la
chiama Hawking. Senti, ti chini; ogni grumo ha il suo suono,
le particelle ti parlano, l’ecografia celeste non è muta: violoncello, canti wolofe, coro di
pastori sardi. Jazz olandese,
flauti del Senegal, tenori di Orosei, ognuno ha la sua Africa. Sei
molto vicino al nulla. Lassù,
laggiù. Lo spazio, gli abissi. Sopra, sotto, le nostre teste, i nostri piedi. Cieli rovesciati, fondali pure. Dove l’uomo cerca, ma non arriva.
Dove non ci sono orme.
La fantascienza, quella che abbia-
L’autore è un uomo
solitario, amante
dell’impresa titanica:
sempre al massimo
FOTO CORBIS
Repubblica Nazionale 42 06/11/2005
un viaggio sospeso tra il documentario e la fantascienza nel “blu
profondo ed ignoto” tra sub e missioni spaziali. Un film girato
con la collaborazione della Nasa che mette a disposizione frammenti video mai visti.
Un racconto per immagini dell’eterno sogno dell’uomo: quello di trovare un altro mondo,
più bello, più puro, senza conflitti. Magari con gli alieni a tenerci compagnia
Il regista Werner Herzog
mo letto da ragazzi e studiato da grandi. Verne, Asimov, Phil Dick, Bradbury, Ballard. Altri misteri e futuri, lo
diceva anche Einstein: «Lassù qualcuno non gioca a dadi». Altri film: Odissea 2001, E. T, Star Trek. Il nostro sogno
di trovare un altro mondo: più bello,
più puro, meno devastato. Senza conflitti, né mostri, basta con i draghi. Gli
effetti speciali non servono sotto la calotta artica, basta far galleggiare l’anima, lasciare che si bagni almeno un
po’. Veniamo tutti da lì: dalle acque di
un utero, un suono familiare che ci
sembra di conoscere. Cousteau e Besson si sono immersi nelle stesse onde
del destino, volevano far capire che lì
sotto le creature respirano, comunicano, cantano, ballano. Meduse e
plancton, fosforescenza e opacità.
Fratello sole, sorella luna. San Francesco e Walt Disney a braccetto. Colori
vecchi e nuovi, scelte cromatiche da
Giudizio Universale: Michelangelo,
ma anche Turner e Basquiat. Esaltazione, da fede New Age. L’altro mondo
è il tuo stesso mondo. Se solo tu sapessi riconoscere, apprezzare, proteggere. Usare gli infiniti nella quotidianità,
partecipare all’esistente. Sei partito
verso il Big Bang: non volevi di più, volevi altro, cosa c’è dopo l’ultima orbita? Hai sempre il vaso dei pesci rovesciato in testa. Sei il capitano della tua
Entreprise, ti guardi attorno: il cielo si
è rovesciato, il futuro è capovolto.
Possibilità di vita? Tanta, dove non c’è
l’uomo che tappa la bocca. Lo capisci
dalle bolle. La natura si muove, ha le
sue coreografie: perché non te ne sei
accorto prima? Sembri Gauguin in Polinesia, sorpreso da colori, estetica e
mistica. Poi ti accorgi: sei solo stato a
testa in giù. Quello che volevi trovare,
un mondo abitabile, è quello che hai
perso: la terra. Il suo sussurro da antenata. Alien sta qui, alieni siamo noi,
questa crosta terrestre, martoriata,
persa, resa irriconoscibile dall’uomo.
Ma dove lui non è arrivato, c’è futuro,
bellezza, sacralità.
Ci sono registi che non saprebbero
far respirare una balena, poi c’è Herzog che ti fa un kolossal con i granchi
Non cercare lavoro.
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DOMENICA 6 NOVEMBRE 2005
LA DOMENICA DI REPUBBLICA 43
NELLE SALE IL 18 NOVEMBRE
Si intitola “The wild blue yonder” (in originale) l’ultimo
lavoro di Werner Herzog. Il film, presentato al Festival
di Venezia e vincitore del Premio Fipresci, uscirà
il 18 novembre distribuito in Italia da Fandango.
Il protagonista del film è Brad Dourif, già noto interprete
di “Qualcuno volò sul nido del cuculo”: accanto a lui
gli Astronauti dello Space Shuttle Sts-43
e i Matematici della Nasa/Jpl/Caltech di Pasadena
Le sfide estreme
di un visionario
PAOLO D’AGOSTINI
N
L’universo di
Il mistero svelato
tra spazio e abissi
rossi, che con oblò e maschera ti restituisce un mondo. Il nostro mondo. A
volte invisibile, ma qui sott’acqua si
vedono alcune particelle, le bollicine,
che sembrano aver formato in superficie una cattedrale che scende capovolta verso il fondale marino. La chiamano science fiction fantasy. Un po’
documentario, un po’ fantasia. Senza
la curiosità di come fanno sesso i pianeti. In The wild blue yonder, distribuito ora dalla Fandango, c’è invenzione, realtà, dolcezza, inquietudine,
la prima volta delle immagini Nasa, la
sonda Galileo, audiovisione pura.
Scalare le montagne significa rubarne
la dignità, stare fermi e stanziali vuol
dire non evolversi, il movimento fa la
differenza, il caos è energia esplosiva,
lo scombussolamento creerà la possibilità di autostrade galattiche spontanee. Il futuro ci riserverà non più un sistema solare fatto di pianeti e di orbite concentriche, ma un intricato labirinto di tubi in cui viaggiare senza
muoversi. Fantascienza, appunto.
Herzog è il bambino con il vaso da
pesci in testa, un solitario, un amante
dell’impresa titanica: l’Amazzonia di
Fitzcarraldo, le Ande di Aguirre, il Cerro Torre di Grido di pietra. Tutto al
massimo: natura, follia, estetica. Ci
fosse Leni Riefenstahl applaudirebbe.
Herzog non si lascia spaventare dall’impossibile: ha puntato la pistola
contro il suo attore Klaus Kinski, ha
trasportato una nave nella foresta
amazzonica. Si può, sempre, in qualche modo. Il cinema per lui è una traccia subliminale: non deve darti la ve-
LA SEQUENZA
Nelle pagine, una serie
di immagini di “The wild blue
yonder”. Nella quinta foto
in alto, il protagonista
del film Brad Dourif
Se Salgado
mostra
l’essenza
primitiva
della Terra,
qui il regista
fa l’opposto:
mescola
emozioni
e colori
rità. Nessuno ti cambia, se non sai
cambiare i tuoi occhi, il vero lago è
quello della tua intimità. Ci sono spezzoni di archivio della Nasa dell’89, immagini di repertorio mai viste, la navicella STS-34, i particolari della scienza,
gli astronauti Donald Williams, Ellen
Baker, Franklin Chang-Diaz, Shannon
Lucid e Michael McCulley che fluttuano, smaterializzati, nell’assenza di
gravità alla ricerca del letto, del pranzo
e dello spazzolino. Se Salgado con le
sue foto mostra l’essenza primitiva
della terra e t’incanti davanti a un ramarro convinto che sia il dio-serpente,
Herzog fa l’opposto, confonde lo spazio con l’oceano, l’alieno con l’umano,
Freud con capitan Nemo, le filamenta
delle medusa con il cordone ombelicale, le membrane delle creature del
mare con le prime ombre del feto, tutto si replica in forme liquide, plancton
e albume. Bricolage ipnotico e emotivo. I pesci parlano, come gli uomini
pregano. Il fondo dell’oceano è l’ignoto spazio profondo.
Perfino un neurologo e scrittore
come Oliver Sacks ne I diari di Oaxaca, si dichiara incuriosito da chi ha
frequentato la natura in maniera più
vitale di noi. «Mi è sempre piaciuto
leggere i diari di storia naturale del diciannovesimo secolo, che avevano
come denominatore comune l’esperienza personale e scientifica dell’autore, in modo particolare The Malay
Archipelago di Wallace, Naturalist on
the River Amazon di Bates, Notes of a
Botanist di Spruce, e naturalmente
l’opera che li aveva ispirati tutti, Per-
sonal Narrative di Humboldt. Quest’atmosfera professionale discreta,
incontaminata, governata dal piacere dell’avventura e della conoscenza,
piuttosto che dall’egoismo e dall’ambizione sfrenata, sopravvive ancora
oggi da qualche parte, per esempio in
certe associazioni di naturalisti, o in
certe associazioni di astronomi o archeologi dilettanti, le cui vite tranquille, ma essenziali, sono sconosciute al grande pubblico. È stato
questo tipo di atmosfera a spingermi
a condividere l’esperienza di un viaggio di ricerca nell’affascinante regione di Oaxaca, in Messico. C’era dell’altro, naturalmente: l’incontro con
un popolo, un paese, una cultura e
una storia dei quali conoscevo ben
poco, nei diciotto mesi successivi alla visita a Oaxaca, mi sono recato in
Groenlandia e a Cuba, alla ricerca di
fossili in Australia, e in Guadalupa
per osservare un singolare caso neurologico». Nervi e natura, ognuno ha
i suoi incroci preferiti.
Il viaggio al termine della notte finisce. Ridai il vaso ai pesci rossi. Sei
confuso, ma ti pare di capire, di vedere: una landa vergine e sconfinata,
monti, ovunque alberi e rocce, fiotti
d’acqua che si buttano nel nulla. Cascate. Possibile prossimo pianeta da
occupare e sfruttare. Poi ti accorgi: la
fantascienza è qui. Benvenuti a casa.
Home, sul pianeta Terra.
FOTO CORBIS
Herzog
eanche tenere il conto preciso
delle sue opere è lineare. Tutto di
Werner Herzog è ribelle. I suoi film
non si sa se siano di finzione o documentari. Si è lasciato alle spalle una stagione
di cinema da grandi circuiti per fare film
destinati a una distribuzione obliqua,
sotterranea, “minore”. Continua a essere, a 63 anni, un grande sperimentatore.
Sorprendente, estremo. Il frutto più resistente, tra il fiammeggiante ma breve
percorso di Fassbinder e la gloria più accomodante di Wenders, di quella stagione innovatrice che si chiamò del “Nuovo
cinema tedesco”.
Ora, mentre arriva in Italia il suo L’ignoto spazio profondo che mescola fonti
scientifiche e fantasia a briglia sciolta nel
fittizio resoconto incrociato di un alieno
sulla Terra e di una spedizione spaziale di
astronauti terrestri che cercano nel cosmo
— perdendosi — nuovi spazi vitali, con un
epilogo che vede riemergere dalla catastrofe e dal caos la verginità preistorica del
nostro pianeta, lo stesso distributore italiano (Fandango) annuncia altri due titoli
provenienti dalla recente vasta e limitatamente conosciuta produzione del regista
tedesco. Anche più esemplari della sua
sensibilità di confine.
Uno è Grizzly Man. Inchiesta o racconto sulla vita di Timothy Treadwell, ritiratosi nel 1990 in Alaska per osservare da vicino la vita dei grizzly. Tredici anni dopo, ottobre 2003, lui e la sua compagna dagli orsi sono stati attaccati e uccisi. Volendo si
può andare giù pesanti di metafore. L’istinto primordiale dell’uomo a spingersi
oltre l’ignoto, a nutrire la sete di conoscenza, a sfidare il pericolo, a dominare la
natura. Gli uomini che, paradossalmente
rivestiti delle vesti moderne della sensibilità ecologista, finiscono comunque per
scontrarsi con il Selvaggio in una competizione che non conosce ideologie: o me o
te. E poi c’è in arrivo The White Diamond.
Che è il nome del dirigibile progettato dall’ingegnere aeronautico Graham Dorrington, a bordo del quale regista e inventore hanno compiuto una rischiosa ricognizione sopra le più remote foreste tropicali della Guyana.
Ma Herzog i guai è sempre andato a cercarseli. Con una certa voluttà. Con risultati discontinui ma mai comuni. Ha cominciato a cercarseli quando ancora ragazzo,
Monaco anni Cinquanta, si trovò un compagno con cui dividere l’appartamento.
Era Klaus Kinski. Se non è vocazione questa. All’incontro (e all’odio-amore che ne
è scaturito) con quello che sarebbe diventato il complice di molte imprese spericolate, visionarie, autolesioniste, portatrici
di oscuri presagi (Aguirre, Woyzeck, Nosferatu, Fitzcarraldo, Cobra verde) nel ‘99
Herzog ha dedicato un personale e sentimentale documentario, a otto anni dalla
morte dell’attore avvenuta a 65 anni. A vedere Kinski, il mio nemico più caro (come
in Italia si chiamò) Herzog il tenebroso pare uno sprovveduto e candido scolaretto a
confronto con l’incarnazione del Genio e
del Male. Colui che, un giorno che gli girava storto, demolì sistematicamente l’intero arredo. Ma, dallo stesso giorno, Klaus il
rabbioso divenne un interlocutore decisivo e prezioso, una fonte d’ispirazione, una
musa profetica, un alter ego artistico. E l’amicizia, pur destinata a rimanere contrastata, si rinsaldò.
Alti e bassi, risultati discontinui ma una
coerente continuità di spirito. Pescando
tra i titoli dell’ultimo quindicennio. Grido
di pietra, soggetto di Reinhold Messner e
ipotesi di compromesso tra produzione
industriale e anima avventurosa (e avventurista), su un’impresa impossibile sulla
cima del Cerro Torre e sul disprezzo dell’alpinista vero verso i simulatori del free
climbing. Il piccolo Dieter vuole volare,
che è la storia di Dieter Dungler, nato in
Germania emigrato negli Stati Uniti e pilota di guerra in Vietnam, catturato, evaso
dopo 136 giorni di prigionia, caso unico.
Tutte dichiarazioni di passione per le
sfide e le condizioni estreme. Che Herzog
ha raccontato ma anche personalmente
vissuto a rischio della propria incolumità
(e fatto vivere, e a rischio dell’incolumità
altrui: vedi, tra cronaca e leggenda, l’enormità di soldi spesi anche di tasca sua, il
protrarsi temporale in ambienti inospitali, e lo strascico di feriti e morti della lavorazione di Fitzcarraldo) alla ricerca tenace
e un po’ fanatica di un’originale formula,
di una personale applicazione di molte lezioni, di una singolare sintesi tra verità
neorealista, ammirazione e fascinazione
per i cineartisti che hanno sfidato il limite
— Murnau, Tod Browning, Buñuel — e attrazione truffautiana per i margini, per le
irregolarità, per la ribellione.
44 LA DOMENICA DI REPUBBLICA
i sapori
Piatti passe-partout
DOMENICA 6 NOVEMBRE 2005
Rosso, Bianco o Pinna Gialla, piccolo o di grande stazza,
è sempre più richiesto, soprattutto dai giapponesi, tanto
da essere ormai a rischio di sovrappesca. Allo “Slow Fish”
di Genova, in programma il prossimo weekend, le comunità
mondiali dei pescatori si confrontano su rischi,inganni
e prospettive del mercato di un pesce davvero global
LE VARIETÀ
Rosso
Pinna Gialla
Alletterato
Il Thunnus Thynnus, pescato soprattutto nel
Mediterraneo, può essere lungo anche tre metri e
pesare fino a 660 chilogrammi. Viene destinato quasi
totalmente al mercato giapponese perché il Rosso è
considerato la varietà più pregiata per i crudi
Diffuso nei mari tropicali, si differenzia dal Rosso,
pur avendo dimensioni poco inferiori e uguale
vocazione migratoria, per le lunghe pinne
e le sfumature giallastre. La carne, meno pregiata,
è destinata soprattutto alla conservazione
Altro tonno di piccole dimensioni, simile al Rosso
anche nelle qualità organolettiche delle carni
Dal punto di vista gustativo, invece, è di minor pregio
Si commercializza soprattutto nell’Italia del Sud
Si cucina in padella o arrosto
Alalunga
Di piccola pezzatura – meno di 20 chilogrammi –
e colorito biancastro, ha carni molto fini e gustose,
a livello del Rosso. Il suo habitat naturale
è il Mediterraneo. Periodo ideale per gustarlo, inizio
autunno. Cotture di elezione: alla griglia o bollito
Tonno
Repubblica Nazionale 44 06/11/2005
il
Crudo, in padella o sott’olio
trionfa il “manzo del mare”
LICIA GRANELLO
S
i fa presto a dire tonno. Fresco, di lenza, da ingrasso, pescato prima o dopo la deposizione delle uova,
rosso, a pinna gialla, simil-tonno, di dieci chili o tre
quintali, mar Mediterrano o tropicale. In scatola...
Genova dedica il prossimo fine settimana a “Slow
Fish”, seconda edizione del Salone del pesce sostenibile, ultimo nato nel poderoso elenco di eventi della gioiosa
macchina da guerra chiamata Slow Food. Tre giorni di passione ittica declinata a 360 gradi, con i laboratori dell’acqua e i seminari, l’asta e il mercato, il bazar e i percorsi didattici. Tre giorni in cui saranno presenti 55 comunità di
pescatori del mondo, dal Ghana al Giappone passando per Messico e Australia.
Pronti a raccontare storie, culture e problematiche, a confrontarle con quelle dei
nostri pescatori. Felici di offrire piatti, insieme alle parole, perché la globalizzazione alimentare virtuosa passa dai progetti,
dalla solidarietà, ma anche dal palato.
Il tonno è già stato eletto re del salone
ante litteram: se esiste una case history capace di raccontare lo stato del mare in
questo inquieto (e inquietante) inizio millennio, riguarda il “manzo di mare”, mai
tanto appetito e quindi soggetto ad alto rischio. Non di estinzione, se è vero che tra creature terrestri e acquatiche le differenze di quantità sono enormi. A preoccupare è però la “sovrappesca”, che abbassa età media e dimensioni dei pesci, alterando gli equilibri del mare, con prospettive non molto più
allegre della scomparsa di una specie.
Racconta Stefano Cataudella, professore di ecologia applicata all’Università di Roma Tor Vergata: «I nostri sforzi, oggi,
vanno in due direzioni. Da una parte, bisogna stare attenti che
tutti i Paesi rispettino le quote di pesca stabilite dalla Fao. Dall’altra, lavoriamo con grande attenzione sull’ingrasso dei ton-
ni pescati». Succede così: dopo la pesca con reti a circuizioni,
gli animali sono trasportati con gabbie dai rimorchiatori da
una parte all’altra del Mediterraneo, dove si trovano gli impianti di acquacoltura. Qui, i tonni vengono nutriti con pesce
azzurro congelato a bassa temperatura, fino a quando la taglia
raggiunta soddisfa i compratori, soprattutto giapponesi, dato
che il tonno sta diventando il loro foie gras, grazie allo spiccato
sapore e all’alto contenuto di grasso. «Gli studi sulla biologia
del tonno sono doppiamente approfonditi, perché essendo un
animale migratore, qualsiasi manipolazione genetica ha un
impatto mondiale. L’allevamento in mare aperto e l’acquacoltura responsabile
sono le grandi sfide del futuro».
Se in Oriente il “crudo” è considerato
una modalità gastronomica senza rivali,
noi siamo soprattutto grandi consumatori di tonno in scatola. Che in teoria sarebbe un cibo sano — cotto al vapore, variante naturale o sott’olio, massimo additivo
consentito il glutammato monosodico
(quello dei dadi da brodo). In realtà, anche
tra i conservati, c’è tonno e tonno. Tra le
sette varietà a disposizione, senza l’obbligo di specifica in etichetta, si va dalle carni più pregiate — rosso o bianco — a quelle meno gustose —
pinna gialla, skip jack — quasi sempre congelate e cotte a vapore. Valgono naturalmente di più i tonni lavorati a fresco —
carni più chiare, perché il congelamento scurisce le fibre — e
conservati in extravergine. Altro bonus per le parti utilizzate:
capoclassifica la ventresca, grassa e saporita, seguita dal tarantello (il filetto), mentre la buzzonaglia (la carne intorno alla
spina dorsale, più ricca di sangue) è la meno quotata. Anche la
presenza di pezzi interi, a differenza delle sbriciolature ricompattate, fa la differenza: insomma, diffidate dei grissini usati a
mo’ di coltello.
Siamo tra i maggiori
consumatori
del prodotto in scatola
ma non distinguiamo
le diverse tipologie
LE SPECIE A TAVOLA
Delle 550 specie
di tonno commestibile,
ne vengono consumate
regolarmente soltanto 60.
L’industria conserviera,
e il mercato giapponese,
si riservano gran parte
del pescato
DOMENICA 6 NOVEMBRE 2005
LA DOMENICA DI REPUBBLICA 45
Genova
itinerari
Moreno Cedroni
gestisce
insieme
alla moglie
Mariella
“La Madonnina
del Pescatore”
di Senigallia, ristoranteculto per appassionati
di pesce. Nei suoi piatti,
il tonno diventa gioco,
porchetta, cubo,
prosciutto, spezzatino,
“susci mediterraneo”
S. Benedetto del Tronto (Ap) Mazara del Vallo (Tp)
La capitale europea
della cultura
del 2004, già storica
Genova
Repubblica
marinara, patrocina
la seconda edizione
della rassegna
Slow Fish
mettendo tra l’altro,
per l’occasione, a disposizione i suoi migliori
esperti di pesce e cultura ittica
Il piccolo paese
di pescatori di inizio
Novecento
oggi è uno dei porti
pescherecci
più importanti
dell’Adriatico,
con oltre 250
imbarcazioni
Deve il suo nome al ritrovamento sulla spiaggia
delle spoglie di un martire cristiano, Benedetto
Insediamento fenicio
sorto sulle rive
del Mazaro, vanta
la flotta peschereccia
più grande d'Europa
Tra i richiami cittadini,
il bronzo del Satiro
Danzante, i sei
chilometri di spiaggia
bianca della Tonnarella e il mercato del pesce,
proprio a ridosso del porto
DOVE DORMIRE
DOVE DORMIRE
DOVE DORMIRE
HOTEL AGNELLO D’ORO
Via Monachette 6
Tel. 010-2462084
Camera doppia da 60 euro, colazione inclusa
LOCANDA DI PORTA ANTICA
Piazza Dante 7
Tel. 0735-595253
Camera doppia da 104 euro, colazione inclusa
POGGIO GILLETTO
Contrada S. Nicola Bocca Gilletto
Tel. 0923-711551
Camera doppia da 56 euro, colazione inclusa
DOVE MANGIARE
DOVE MANGIARE
DOVE MANGIARE
ANTICA OSTERIA DI VICO PALLA
Vico Palla 15r
Tel. 010 2466575
Chiuso lunedì, menù da 25 euro
CASERMA GUELFA
Via Caserma Guelfa 5
Tel. 0735-753900
Chiuso lunedì, menù da 33 euro
LA TAVERNETTA
Via Ospedale 9
Tel. 0923-934242
Chiuso domenica, menù da 25 euro
DOVE COMPRARE
DOVE COMPRARE
DOVE COMPRARE
COOPERATIVA PESCATORI CAMOGLI
Mercato Ittico Comunale
Piazza Cavour 20
Tel. 010-2466518
ASSOCIAZIONE PRODUTTORI PESCATORI
Mercato Ittico Comunale
Banchina di Riva Malfizia 19
Tel. 0735-588850
DIRETTAMENTE DALLE BARCHE
Porto Canale
Piazzetta Scalo
LE RICETTE
Alla giapponese
Alla siciliana
Il filetto di tonno viene tagliato
verticalmente con un coltello
affilatissimo in fette di mezzo
centimetro, intere o ridotte
a dadini. Il Sashimi si serve
con rafano tagliato sottile
o grattugiato, salsa di soia
e pasta di wasabi (radice
ad alto potere battericida)
La cottura-base è quella
che più rispetta freschezza
e consistenza delle carni
I tranci di tonno, lavati
e asciugati, si ungono
con olio. Dopo la cottura
sulla griglia, si condiscono
con un mix di olio, limone,
origano, sale e peperoncino
Alla genovese
A conferma dello stretto
rapporto tra mare e terra
che caratterizza
la gastronomia ligure, i tranci
si cuociono in una salsa
con funghi, acciughe, aglio
e prezzemolo tritati, addensata
con farina e vino bianco.
Rifinitura: burro sciolto e limone
Alla livornese
247
Le calorie in 100 grammi
di tonno sott’olio
Repubblica Nazionale 45 06/11/2005
Camere della morte e danze d’amore
SILVIO GRECO
l tonno rosso (Thunnus thynnus) è diffuso negli oceani Indiano, Atlantico, Pacifico, e nel
mar Mediterraneo. Può raggiungere i tre metri e un peso di 660 kg, ha una coda a semiluna,
la livrea è blu intenso sul dorso e sui lati, e grigio argentata sul ventre: un modo per mimetizzarsi ai predatori che stanno sopra con il blu marino e a quelli sotto con il bianco luminoso.
La specie è particolarmente adatta al nuoto. Già Aristotele ipotizzò migrazioni del tonno basandosi sulla ciclicità dei periodi di cattura. Ma solo nel 1929 uno studioso italiano,
il Sella, tracciò i percorsi nel Mediterraneo studiando la fattura degli ami ritrovati nello
stomaco o nella bocca dei tonni precedentemente scampati alla cattura: la forma e i materiali rivelavano ami appartenenti a marinerie tra loro distanti centinaia di miglia. Alla
luce degli ultimi studi, sappiamo che i tonni che a maggio si avvicinano alle nostre coste
per deporre le uova vengono da mari ben più lontani. Il tonno rosso mediterraneo viene
da una popolazione atlantica che gli studiosi dividono in due sottopopolazioni: orientale (vive dalla Norvegia al Marocco e si riproduce in Mediterraneo) e occidentale (dal Canada al Brasile e si riproduce nel Golfo del Messico).
Le ricerche di Barbara Blocks, biologa marina dell’Università di Stanford, dimostrano
però che anche queste sottopopolazioni sono mescolate. “Tags” elettronici applicati sui
tonni hanno registrato posizione e profondità di navigazione, si sono staccati a fine viaggio e dalla superficie del mare hanno trasmesso i dati al sistema satellitare “Argos” e da qui
ai computer dei ricercatori. Così sono state tracciate rotte di migrazione e velocità: ad esempio, 119 giorni da una sponda all’altra dell’Atlantico, quasi novemila chilometri a una media di 40 miglia nautiche al giorno.
In Mediterraneo le aree di riproduzione sono molte e i tonni vi sostano fino a 6-7 anni di età,
quando raggiunti circa 70 chili si spostano in Atlantico alla ricerca di cibo più idoneo, tornando in primavera per riprodursi. La prima maturità sessuale arriva tra la fine del terzo ed il quarto anno. Interessante il rituale di accoppiamento: i pesci iniziano a nuotare vorticosamente e
formano un enorme cilindro rotante da cui ciascun tonno scatta a turno verso il centro dove
emette i suoi prodotti sessuali che la forza centripeta prodotta dal movimento concentra lungo l’asse verticale, facilitandone l’incontro e la fusione. La girandola definita anche “palla genica” si ripete più volte perché gli animali non emettono tutti i loro gameti contemporaneamente (le femmine producono decine di milioni di uova per stagione). Le uova sono sferiche
e con una goccia oleosa. Le larve nascono dopo due giorni e sono lunghe tre millimetri.
Nella prima fase di sviluppo il tonno si nutre di plancton, da adulto diviene un predatore che
attacca piccoli banchi di pesci, cefalopodi e crostacei. È tra i pesci più longevi: può arrivare a
18 anni. Longevità e maturità sessuale tardiva rendono la specie molto vulnerabile all’over-fishing (l’eccesso della pressione di pesca). Pesca che veniva fatta nelle camere della morte delle “tonnare fisse”, ormai soppiantate dalle moderne flotte — le “tonnare volanti” — che con
aerei da avvistamento e reti a circuizione catturano il branco al largo. La facilità della cattura
comporta — a giudizio di molte associazioni ambientaliste — uno sfruttamento eccessivo dovuto alla forte richiesta del mercato, in particolare quello giapponese.
L’autore è biologo marino dell’Istituto centrale per la ricerca applicata al mare
I
64mila
Le tonnellate annue di tonno
vendute in scatola
550
Le varietà di tonno
commestibili
Una preparazione gustosa,
figlia di una cucina dai sapori
forti. Le fette di tonno, passate
nella farina quindi dorate
in un soffritto di cipolla
e prezzemolo e sfumate
con vino bianco, vengono
insaporite a coperchio chiuso
con capperi, alloro e cannella
46 LA DOMENICA DI REPUBBLICA
DOMENICA 6 NOVEMBRE 2005
le tendenze
Classico, con cintura alta stretta in vita, a ruota
o simil-militare, il paletot è di nuovo protagonista
nei guardaroba femminili dopo essere stato per anni
surclassato da piumini imbottiti e giacche hi-tech
Una riscoperta di stile che, tra tessuti e colori,
riserva molte sorprese per le più giovani
Griffe in vetrina
EFFETTO ZARINA
IL GRANDE FREDDO
BON TON
PER LE SPORTIVE
ISPIRAZIONE CLASSICA
Elegante come una pelliccia,
con alamari, dal taglio
sartoriale. Prada
È rosa fucsia il cappotto Fay
con interno supertermico
Contro il grande freddo
Monopetto bon ton,
è firmato Blumarine
di Anna Molinari
Con la cintura stretta in vita
il cappotto verde,
sportivissimo. Benetton
Ampio collo in pelliccia,
tessuto spigato. Un classico
rivisitato di Caractère
Rinasce l’abito dell’inverno
Cappotto
il
LAURA ASNAGHI
Repubblica Nazionale 46 06/11/2005
S
otto il cappotto, niente. Protagonista Demi Moore nella sua versione più sensuale: nella pubblicità Versace, l’attrice indossa un
paletot verde acido sul corpo nudo, senza ombra di biancheria intima. Un modo antico per stuzzicare l’immaginario erotico. Ma
anche un moderno omaggio al cappotto che oggi vive una stagione-boom sulle passerelle e nei guardaroba femminili. Filiforme e
con taglio sartoriale, esalta la curve, favorisce la seduzione ed è senza dubbio di gran moda. Conferma Roberto Cavalli: «Un capo che non può mancare, un must to have; ma deve essere molto glamour, con cinture a vita alta,
quasi dei corsetti che enfatizzano il punto vita». Per le donne stanche dei piumini «effetto omino Michelin» ecco dunque avanzare un esercito di paletot:
sobri o con tocchi etnici, minimalisti o pluridecorati, anatomici o con trionfi di balze e volant, coloratissimi o dai toni neutri.
A ricordare che per il prossimo inverno, sarà il cappotto a dominare la scena, c’è anche Karl Lagerfeld, lo stilista-guru di Chanel. In passerella ne ha portati cinquanta, tutti pezzi unici di alta sartoria, preziosi e da gran sera. Sui soprabiti-capolavoro punta da sempre Valentino, ma anche Giorgio Armani.
Quelli più fascinosi, con il logo dello stilista milanese, hanno colli importanti,
arricchiti da anelli di pelliccia. Di vaga impronta militare sono i modelli di Alberta Ferretti (lei sposa lo stile direttorio), Gucci sceglie il taglio “navy” mentre
da Balenciaga, disegnato dal giovane Nicolas Ghesquiere, il cappotto ricorda
le divise da ussaro con alamari. Gianfranco Ferré fa delle sue proposte meravigliose architetture che valorizzano le curve femminili. Tra i grandi marchi un
posto d’onore spetta a Max Mara. L’azienda, fondata negli anni Cinquanta a
Reggio Emilia da Achille Maramotti, è diventata un colosso del settore proprio
grazie alla produzione di cappotti superfemminili. Un esempio per tutti: il
“modello 101801”, uno dei più celebri, creato nel 1982, ha venduto 120mila
pezzi. Un vero record.
Tra i capi di culto dell’autunno inverno 2005-2006 figurano i paletot di Prada (sartoriali e “sovratinti” con pennellate di colore), i modelli british dei Dolce e Gabbana da indossare con i colbacchi delle guardie reali inglesi, quelli di
Hermes in cachemire double face o quelli dai tagli impeccabili di Alberto Biani. Di impronta romantica le creazioni di Mariella Burani, di Fuzzi (con rose
intarsiate), di Kristina Ti e di Blumarine. I manteau disegnati da Anna Molinari sono caldi, avvolgenti e resi preziosi da ricami. Il cappotto a «corolla» trionfa da Darel mentre da Burberry il classico tessuto scozzese viene utilizzato per
capi da «romantica donna inglese che ascolta musica rock». Stessa filosofia per
Costume National. Le creazioni di Ennio Capasa sono un misto di “sartorialrock”, cento per cento cachemire. Fendi fa paletot che sembrano di tessuto e
sono in realtà di pelliccia trattata con tecniche innovative. Sulle lavorazioni artigianali punta molto anche Trussardi. Le versioni in capretto hanno stampe
optical e quelli in camoscio si chiudono con alamari fatti a mano.
«I cappotti devono essere intriganti» teorizza Graeme Black, lo stilista di Ferragamo, che, in omaggio al libro di Piero Chiara, mette in collezione anche «il
cappotto di astrakan». Etro punta all’incanto di geometrie etniche, altrettanto fa Antonio Marras per Kenzo, Malo è tutto un richiamo ai cristalli di ghiaccio, mentre Celine (nella collezione invernale disegnata da Roberto Menichetti) osa scollature profonde, dove al massimo ci può stare un reggiseno speciale, come il nuovo Hypnotic della Wonderbra, con coppe a copertura minima, unite da un esile laccetto. Per i classici modelli maschili, con sciancrature
femminili, i marchi di riferimento sono due: Montedoro e Allegri, con tessuti
anti-pioggia. Una sicurezza per l’inverno che verrà.
È QUI IL PARTY?
Un classico “rosso” Valentino,
perfetto per party e cocktail
Da vera signora
DOMENICA 6 NOVEMBRE 2005
LA DOMENICA DI REPUBBLICA 47
RITRATTO DI DIVA
L’attrice Mary Louise
Brooks, in una foto
degli anni Trenta,
mentre posa
con un paletot
dal collo sciallato
Il saio laico
che ci mimetizza
MICHELE SERRA
Repubblica Nazionale 47 06/11/2005
D
VIA CON I CONTRASTI
SENZA TEMPO
TUTTE IN CASERMA
LOOK RIGOROSO
Stretto in vita dalla cintura
etnica colorata, il trequarti
di Marni punta sui contrasti
Uno dei paletot “senza
tempo” della linea Max Mara
elegante e raffinato
Di ispirazione militare
la proposta di Seventy
con collo di pelliccia
È di taglio rigoroso, maschile
il cappotto Gaultier pensato
per una donna sexy
ice che torna di moda il cappotto, e sono pregiudizialmente favorevole. Il lungo
evo dei giubbotti apparteneva al
giovanilismo obbligatorio, non siamo tutti rocker, è bene che il girovita almeno ogni tanto scompaia dietro la larga e ondeggiante quinta del
cappotto. Fa parte della neo-sobrietà, tanto invocata, l’idea di un
saio laico che rivesta le figure, in
fondo la cosa più invidiabile dei
preti è l’eleganza metafisica dei loro sottanoni, è bello potersi permettere un surrogato di tonaca almeno lungo i marciapiedi, prima
che il luogo chiuso ci costringa a
smascherarci.
Certo non penso ai miseri trequartini a fior di culo che furoreggiavano negli anni del mio ginnasio, né agli striminziti e costosissimi cappotti neri da prima teatrale,
spesso tristemente guarniti da
sciarpette bianche che fanno tanto
cumenda alle prime del Teatro
Manzoni, quando la Wandissima
era la Wandissima.
No, se deve essere cappotto allora
bisogna che sia. Il
largo campanone
dei loden, gli enormi tweed anni Cinquanta che pesavano come sarcofagi e facevano gemere gli attaccapanni, i cappotti
scuri e quaresimali
degli impiegati degli anni Sessanta. I
maxicappotti delle
femmine
di
vent’anni fa (o forse erano trenta)
MAXI
che sfioravano ter- FORMATO
Una modella
ra e affilavano le fi- americana indossa
gure, perfino i tren- un maxicappotto:
ch slabbrati con ta- è il 1968, la moda
sche grandi come torna al pastrano
otri, prediletti nei rivisitato e corretto
defilée da corteo
del tempo che fu.
Mi piacerebbero larghi e comodi, in controtendenza rispetto alla
penuria e alle costrizioni degli ultimi anni, anni di strizzature. Per me
l’idea dell’eleganza somma è il caftano, e il cappotto è il solo indumento occidentale che si avvicini a
quell’agio privo di linee anguste, di
sciancrature, di tagli costrittivi.
Qualcosa che, al passo, sventoli ma
non troppo, senza gli eccessi gotici
di certi mantelloni da Londra ottocentesca, tipo Hide che rincasa
correndo e ghignando, alla luce
barcollante dei lampioni. No, un
po’ meno svolazzante, meno pletorico, però che ci vendichi delle
uniformi da fichetto, delle giubbe
da bulletto, dei giacconi da studentello, dunque un cappotto dentro il
quale circoli l’aria, e il portafogli nel
taschino nemmeno lo si avverta:
negli ultimi anni la pressione del
portafogli nel giaccone abbottonato poteva provocare anche delle
cardiopatie.
Novità clamorosa sarebbe rivedere cappotti all’uscita delle
scuole, salvando i ragazzini dalla
dittatura del casual firmato e modificando le statistiche di raffreddori e congestioni. Chissà se, in
qualche liceo, qualche gagà implume non sia già predisposto a
cogliere il significato rivoluzionario del cappotto, che copre la griffe stampata sulla felpa, il cappotto egualitario che esalta la comodità dell’anonimato, che allude
all’esaltante, pudico decoro borghese bandito dalla televisione e
dunque dalle strade.
A meno che i cappotti prossimi
venturi non siano orrendamente
guarniti di grossa scritta sulla
schiena, marchiati come l’ultima
delle magliette — qualche stilista
ci starà già pensando. Il cappotto,
in fin dei conti, è l’ultima spiaggia
da conquistare per gli spacciatori
di griffe. Ma sia chiaro, e diciamolo in anticipo: ha da essere in tinta
unita, possibilmente scuro, poco
vistoso e senza l’ombra di una
scritta. Altrimenti non lo chiamino cappotto e lo lascino riposare
in pace.
48 LA DOMENICA DI REPUBBLICA
DOMENICA 6 NOVEMBRE 2005
l’incontro
Una vita passata tra il suo Veneto
e l’Inghilterra, la morte della moglie
amatissima e il ritorno definitivo
nella casa di Thiene. Ottant’anni
suonati, una faccia da ragazzo,
l’autore de “I piccoli
maestri” è un antitaliano
speciale: orgoglioso,
ironico, sempre un passo
indietro dalla ribalta.
Nel ’47 lasciò un paese
diviso, uno altrettanto
diviso ritrova oggi:
“Ma allora c’erano due enormi forze
equivalenti dove non c’era posto per me;
adesso la contrapposizione è a vuoto”
Grandi vecchi
Luigi Meneghello
a geografia essenziale della
sua vita è qui intorno, a portata di mano. Il paese dove
è cresciuto, Malo, ormai familiare a legioni di lettori. L’Altipiano
di Asiago, dove con la sua banda di «piccoli maestri» visse le fondamentali settimane della guerra partigiana. E i libri
da Londra, traslocati perché, dopo la
morte dell’amatissima moglie Katia,
anche la casa dietro al British Museum
è stata messa in vendita: «Non ci potrei
tornare senza di lei». Luigi Meneghello,
ottant’anni passati e una bella faccia da
ragazzo con gli occhi un po’ cinesi, è
tornato in pianta stabile nel suo Veneto, dopo una vita passata fra l’Italia e
l’Inghilterra. Sempre un passo indietro
dalla ribalta.
Dando per scontato che l’etichetta
potrebbe fargli storcere la bocca, viene
da dire che Meneghello è un tipo speciale di antitaliano, di quella razza cresciuta nell’estraneità militante ai vizi
del carattere nazionale. Gente nata nel
fascismo, passata per l’antifascismo,
l’esperienza partigiana, e infine il mai
dimenticato shock di quando il Partito
d’azione fece naufragio elettorale: «Alle prime elezioni non ci votarono
neanche le morose e le mogli, chi ce le
aveva». Ma un antitaliano che, dopo
essere fuggito da un Paese immutabile, ha raccontato se stesso e la sua generazione parlando con affetto di un
paese (Malo, appunto), di una lingua
(il dialetto vicentino), di una Resistenza antiretorica e vera (I piccoli maestri). Un antitaliano timido, orgoglioso
ma pieno di umorismo: «A una certa
età tutto sembra aggravato. Io certe
volte vorrei essere più radicale, però
mancano i modelli».
E poi, però, i modelli (o i ricordi) uno
fa parlò tre ore, e io pensai: “el spaca tuto”. Lussu parlò cinque ore, e spaccò
tutto anche lui».
Quegli anni lì della rinascita e dello
scontento, dall’aprile ‘45 al settembre
‘47, Meneghello li ha raccontati in Bausète. Adesso, qui nella sua bella casa di
Thiene, si rigira fra le mani con emozione da adolescente una copia del libro piena di sottolineature a penna, di
commenti («Bravo! Giusto!», ma anche
«No, no!») vergati con una calligrafia
nervosa. Quella di Mario Soldati che, si
capisce, non era rimasto indifferente: a
tratti entusiasta, a tratti ipercritico. «Gli
eredi di Soldati me l’hanno mandato, e
mi ha fatto molto piacere. Anche se ho
visto che certe cose, forse, non le aveva
capite. Colpa mia, magari».
Per Meneghello, che come Fenoglio
parlava e amava l’inglese, e che in inglese cominciò a scrivere I piccoli maestri, l’Inghilterra fu la scoperta di un
mondo: «C’era un gran senso di sobrietà, erano così impoveriti dalla
guerra ma spartivano tutto. Questo era
Quell’avventura
nostra di ragazzi
sull’altopiano
di Asiago
nel maggio-giugno ’44
ci ha segnato la vita
Si facevano cose
che univano il dovere
morale e la voglia
FOTO BASSO CANNARSA
L
THIENE
se li porta dentro. L’Altipiano di Asiago
a due passi, per esempio. Meneghello
ci è appena tornato, un’altra volta:
«Con Dante e Renzo, gli altri due superstiti. Era il sessantunesimo anniversario del rastrellamento a cui scampammo. Ci siamo inoltrati, e abbiamo bevuto champagne». La montagna della
loro guerra partigiana.
Viene in mente quella pagina de I piccoli maestri, la prima volta a guerra finita che Meneghello torna sul Colombara a rivedere il posto, con «la Simonetta». «Mi sento come a casa — dice lui
— ma più esaltato». Lei: «Sarà perché
facevate gli atti di valore, qui». «Macché. Facevamo le fughe». «Scommetto
che avete fatto gli atti di valore». E lui
giura: «San Piero fa dire il vero. Non eravamo mica buoni, a fare la guerra».
Dante, il solo della banda ad avere
confidenza con le armi: «Quell’avventura nostra di ragazzi — racconta Meneghello — si è impressa tanto fortemente in lui, è il senso di una vita. Lui
vuole sempre andare sull’Altipiano,
prima di tutto. Mi chiama per una gita a
Mantova, e prima facciamo una scappata lassù. Perfino quando siamo andati in Portogallo, siamo passati dall’Altipiano. Dante ha avuto successo
nella vita, è un industriale affermato.
Ma niente conta per lui come quelle
settimane, del maggio e giugno ‘44.
Hanno segnato le nostre vite. Si facevano cose che erano il dovere e il piacere,
il dovere morale e la voglia. Era una
condizione straordinaria».
La banda di studenti vicentini, educati alla democrazia e poi guidati da
quella memorabile figura che fu Antonio Giuriolo, il comandante partigiano
che non voleva sparare, e cadde poi a
Lizzano in Belvedere. Il Giuriolo maestro di antiretorica, quello dell’incontro con il capo di un reparto comunista, «giovane, robusto, disinvolto...
calzoni da ufficiale, il cinturone di
cuoio, il fazzoletto rosso», che alza il
pugno chiuso e saluta: «Morte al fascismo». E Giuriolo («...con la sua aria dimessa e riservata: pareva un escursionista»): «Piacere, Giuriolo».
Meneghello ha chiuso solo da poco
l’altra metà della sua vita, quella inglese. Partì nel ‘47 («Avevo 25 anni e mi
sentivo abbastanza esperto della vita.
Ma avevo anche un po’ di angoscia.
Però angoscia no, non so cosa vuol dire») con una borsa di studio a Reading.
Doveva restare dieci mesi, e furono più
di vent’anni, a fondare e poi dirigere il
dipartimento di italianistica.
Se ne andò da antitaliano, appunto.
Con la voglia di scoprire l’Europa, e la
sua cultura aperta. Con l’ammirazione
per l’Inghilterra, «che aveva resistito».
E con la delusione di un dopoguerra
traumatico: «Noi del Partito d’azione ci
sentivamo un pochino d’élite, eravamo ragazzi e presuntuosi. Poi c’erano i
più vecchi, colorati d’esilio: i Valiani, i
La Malfa, i Lussu. Al congresso ci fu un
drammatico contrasto fra loro. La Mal-
il fascino, per me. Noi facevamo la figura di spreconi e signoroni». E poi la
libertà, anche nell’organizzazione
universitaria: «L’istituto a Reading l’ho
creato io. Potevo fare quello che volevo, scegliermi collaboratori più bravi e
più giovani di me. Il mio contratto era
una lettera. La mia responsabilità era
solo, si può dire scherzando, verso la
Regina. Insomma, era più facile, e non
c’era burocrazia. Non ho mai fatto un
concorso in vita mia».
Il Meneghello che ospita Montale, la
Morante e Moravia (per il quale conia la
definizione: «Il marito del più grande
romanziere italiano vivente»). Che insegna Ungaretti e Belli: «Il Belli letto da
un vicentino. Ci ho fatto anche un programma per la Bbc, e ho pensato ci volesse un romano, così ho chiamato
Giorgio Vigolo. Ma ero meglio io. Il mio
era uno scempio, ma bello». E che, in
qualche modo, si “anglicizza”: «Anche
se io sono rimasto italianissimo. Perché io son da Malo». La scelta di star
fuori dall’Italia «è venuta naturale»,
fuori anche dalla scena editoriale e dai
suoi riti: «Mai pensato di fare il mestiere di scrittore, in fondo. Anche se coi
miei libri mi hanno sempre trattato
troppo bene. E gli editori, alle mie condizioni che erano quelle di non partecipare, sono sempre stati gentili».
Anche adesso che ha dato l’addio alla casa di Londra, che ha portato qui i
libri e le carte, che si è fatto costruire
un bel tavolo scrivania dove tenere il
calamaio e le penne coi pennini “attorney”, a Meneghello non sembra
che questo sia un ritorno: «Abbiamo
sempre fatto, la Katia e io, avanti e indietro. Per vent’anni in Inghilterra
non avevamo i mezzi e nemmeno forse la voglia di tornare spesso, se non
per le vacanze. Però quando finivo un
trimestre, sempre di giovedì, andavo
via nel giro di ore. Fino a Southampton,
poi il battello per la Francia. Ancora
adesso io penso per trimestri». E se
aveva lasciato un Paese diviso nel ‘47,
un altro altrettanto diviso ne trova oggi: «Ma allora non si era contrapposti a
vuoto. C’erano due grandi forze equivalenti, dove non c’era posto per me.
Adesso mi pare ci sia una contrapposizione a vuoto, dove non ci si può mettere a recitare per parti organizzate».
Qui nel suo Veneto, che è diventato
un settore del famoso o famigerato
Nordest, del miracolo, delle fabbrichette, del leghismo, e ora della crisi.
«Diciamo che sono sufficientemente
protetto rispetto agli aspetti meno
gradevoli. Come studioso, sono al riparo, non sono immerso», dice sorridendo. Conosce la gente a la terra:
«Non ho nessuna difficoltà di ambientamento. Solo, devo evitare certi argomenti con una parte cospicua dei miei
concittadini, anche degli amici. C’è
un sottofondo di pensieri, un sentimento della condotta politica, che
non conviene. Gli amici restano simpatici, anche se so che il fondo delle
loro idee non mi è congeniale».
Ritrova un Veneto «di grandi cambiamenti, che vanno accelerando».
Una società dove «molti si lamentano
della crisi, però in alcuni aspetti del
costume di questa crisi non c’è traccia». E uno come Meneghello, che da
«dispatriato» è stato uno dei più grandi esploratori della lingua madre, deve
anche sentirsi un po’ sperduto nel suo
recupero provinciale, nella parodia di
chi toglie l’ultima vocale ai cartelli
stradali. Lui ha tradotto anche Shakespeare in vicentino. Ha scritto: «Adopero la mia roba vicentina, ma non ho
alcun interesse per il suo lato provinciale». Le sue parole in dialetto erano
«croste sulle ferite antiche», che bastava sgrattarle un tantino per tirar fuori
la natura delle cose.
«Mi ricordo quando nascevano i primi sentimenti venetisti, prima ancora
dell’organizzazione, prima della Lega.
Ricordo che un amico mi diceva: quella roba lì, cambiare i cartelli, è l’opposto di te, non bisogna mettersi su quella strada». Il lavoro suo, da Libera nos a
malo in avanti, è un’altra faccenda:
«Perché abbiamo avuto una civiltà comune, in questa Italia. La cultura contadina era comune, dal Nord al Sud. Ricordo quanti mi hanno scritto, da Norberto Bobbio, ai toscani, a quell’insegnante di terza media, napoletano di
origine sottoproletaria, che usava Libera nos e Pomo Pero come libri di testo, e
lo capivano tutti».
Al riparo dalle intrusioni, anche
quelle benintenzionate di chi lo invita
(«ogni paese e frazione ha un suo festival»), l’antitaliano timido Meneghello
se ne sta nella casa silenziosa di Thiene, che a lui pare disordinata anche se
penne e pennini stanno in fila rigorosa sulla scrivania. Si può essere «radicali» anche senza comparire, aspettando una telefonata di Dante per andare in Altipiano.
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FABRIZIO RAVELLI
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