Le lettere copernicane
Galileo e la teologia del suo tempo
Stefano Sodi
Uno dei costituti o interrogatori originali di Galileo Galilei di fronte all’Inquisizione (ff. 78r-87r).
Si tratta della parte finale della deposizione che Galileo rese il 12 aprile 1633, da lui
sottoscritta, secondo la regola (alla riga 8: Io Galileo Galilei ho deposto come di sopra), e
dell’inizio del costituto seguente.
La grandezza di Galileo è a tutti nota, come quella di Einstein; ma a differenza di
questi […] il primo ebbe molto a soffrire […] da parte di uomini e organismi di
Chiesa. Il Concilio Vaticano II ha riconosciuto e deplorato certi indebiti interventi:
«Ci sia concesso di deplorare – è scritto al n. 36 della Costituzione conciliare
Gaudium et Spes – certi atteggiamenti mentali, che talvolta non mancarono
nemmeno tra i cristiani, derivati dal non avere sufficientemente percepito la
legittima autonomia della scienza, e che, suscitando contese e controversie,
trascinarono molti spiriti a tal punto da ritenere che scienza e fede si oppongano
tra loro». Il riferimento a Galileo è reso esplicito dalla nota aggiunta, che cita il
volume Vita e opere di Galileo Galilei, di mons. Paschini, edito dalla Pontificia
Accademia delle Scienze.
A ulteriore sviluppo di quella presa di posizione del Concilio, io auspico che
teologi, scienziati e storici, animati da uno spirito di sincera collaborazione,
approfondiscano l’esame del caso Galileo e, nel leale riconoscimento dei torti, da
qualunque parte provengano, rimuovano le diffidenze che quel caso tuttora
frappone, nella mente di molti, alla fruttuosa concordia tra scienza e fede, tra
Chiesa e mondo. A questo compito che potrà onorare la verità della fede e della
scienza, e di schiudere la porta a future collaborazioni, io assicuro tutto il mio
appoggio.
Mi sia lecito, Signori, offrire alla loro attenta considerazione e meditata riflessione, alcuni punti che
mi appaiono importanti per collocare nella sua vera luce il caso Galileo, nel quale le concordanze
tra religione e scienza sono più numerose, e soprattutto più importanti, delle incomprensioni che
hanno causato l’aspro e doloroso conflitto che si è trascinato nei secoli successivi.
Colui che è chiamato a buon diritto il fondatore della fisica moderna, ha dichiarato esplicitamente
che le due verità, di fede e di scienza, non possono mai contrariarsi «procedendo di pari dal Verbo
divino la Scrittura sacra e la natura, quella come dettatura dello Spirito Santo, e questa come
osservantissima esecutrice degli ordini di Dio» come scrive nella lettera al Padre Benedetto
Castelli il 21 dicembre 1613. Non diversamente, anzi con parole simili, insegna il Concilio Vaticano
II: «La ricerca metodica di ogni disciplina, se procede in maniera veramente scientifica e secondo
le norme morali, non sarà mai in reale contrasto con la fede, perché le realtà profane e le realtà
della fede hanno origine dal medesimo Iddio» (Gaudium et Spes, 36). Galileo ha enunciato delle
importanti norme di carattere epistemologico indispensabili per accordare la Sacra Scrittura con la
scienza. Nella Lettera alla Granduchessa Madre di Toscana, Cristina di Lorena, Galileo riafferma
la verità della Scrittura: «Non poter mai la Sacra Scrittura mentire, tutta volta che sia penetrato il
suo vero sentimento, il qual non credo che si possa negare essere molte volte recondito e molto
diverso da quello che suona il puro significato delle parole». Galileo introduce il principio di una
interpretazione dei libri sacri, al di là anche del senso letterale, ma conforme all’intento e al tipo di
esposizione propri di ognuno di essi. È necessario, come egli afferma, che «i saggi espositori ne
produchino i veri sensi».
La pluralità delle regole di interpretazione della Sacra Scrittura, trova consenziente il magistero
ecclesiastico, che espressamente insegna, con l’enciclica Divino afflante Spiritu di Pio XII, la
presenza di diversi generi letterari nei libri sacri e quindi la necessità di interpretazioni conformi al
carattere di ognuno di essi.
Giovanni Paolo II, Discorso per la commemorazione della nascita di Albert Einstein, 10 novembre 1979
Le Lettere copernicane
Le cosiddette Lettere copernicane che, pur essendo inviate a privati, vennero
fatte circolare fra numerosi amici e conoscenti, furono scritte dallo scienziato
pisano dopo la pubblicazione del Sidereus Nuncius (1610).
1. Lettera all’abate benedettino Benedetto Castelli (21 dicembre 1613)
Galilei affronta il problema della diversità
fra il linguaggio scientifico e quello
biblico. La lettera si conclude con il
tentativo di dimostrare come il sistema
copernicano si adatti meglio di quello
tolemaico all’affermazione di Giosuè 10,
24 che Dio impose al Sole di fermarsi in
cielo.
2. Prima lettera a monsignor Piero Dini, referendario apostolico a
Roma e poi dal 1621 arcivescovo di Ferrara (16 febbraio 1615)
In questa lettera, che risente del clima di accuse che i domenicani (in
particolare Tommaso Caccini e Niccolò Lorini) lanciano contro il
copernicanesimo, Galilei vuole esplicitare la sua posizione rispetto alle accuse
che gli erano state mosse. In particolare sottolinea da un lato il rischio per la
Chiesa di sostenere un’interpretazione letterale della Bibbia in quelle
conclusioni naturali che non sono de fide, dall’altro la cattolicità e la buona fede
di Copernico.
3. Seconda lettera a monsignor Piero Dini (23 marzo1615)
Galilei risponde ad un’osservazione che il Dini gli aveva fatto in una lettera
inviatagli il 14 marzo 1615 in cui il presule affermava che, riguardo all’opera di
Copernico, sarebbe stato meglio se si fossero “salvate le apparenze”,
aggiungendo qualche postilla al testo, per non incorrere nella censura
ecclesiastica (il Dini sembra qui suggerire la “lettura” non realistica del De
Revolutionibus Orbium Coelestium che l’Osiander aveva proposto nella sua
introduzione del 1543). Galilei difende invece l’interpretazione realistica
dell’opera di Copernico. Sostiene inoltre che danni minori avrebbe avuto la
Chiesa non “salvando le apparenze” piuttosto che difendendo ostinatamente
una teoria falsa (quella geocentrica).
4. Lettera a Cristina di Lorena, Granduchessa di Toscana (1615)
Affronta il problema dei rapporti fra scienza e fede con
argomentazioni fondate sull’esegesi del testo biblico.
Galilei introduce il tema mostrando come molti uomini,
non avendo seguito il consiglio di S. Agostino a non
avere paura della verità per amore del proprio errore,
usino il testo biblico per sostenere tesi non de fide, ma
riguardanti le “sensate esperienze e certe
dimostrazioni”.
Riconosce di essersi convinto della verità della teoria
eliocentrica e si lamenta per il fatto che ci si accanisca
contro di lui, quasi ne fosse l’autore. Comunque sia,
intende mostrare l’errore dei suoi critici, confrontandosi
in un’analisi esegetica della Scrittura.
Galilei non solo mette in dubbio il primato della teologia
sulle altre scienze, affermando la sua indiscutibile
autorità nella questioni de fide ma non in quelle di
natura, ma sembra voler competere con i teologi anche
nel loro ambito. Probabilmente fu proprio
quest’atteggiamento a indispettire l’Inquisizione, alla
quale sembrò che Galileo intendesse insegnare alle
gerarchie ecclesiastiche qualcosa in fatto di esegesi
biblica.
La lettera all’abate Castelli (21 dicembre 1613)
Dalla lettera all’abate Castelli (21 dicembre 1613)
Quanto alla prima domanda generica di Madama Serenissima, parmi che
prudentissimamente fusse proposto da quella e conceduto e stabilito dalla
Paternità Vostra, non poter mai la Scrittura Sacra mentire o errare, ma
essere i suoi decreti d’assoluta ed inviolabile verità. Solo avrei aggiunto,
che, se bene la Scrittura non può errare, potrebbe nondimeno talvolta
errare alcuno de’ suoi interpreti ed espositori, in varii modi: tra i quali uno
sarebbe gravissimo e frequentissimo, quando volessero fermarsi sempre
nel puro significato delle parole, perché così vi apparirebbono non solo
diverse contradizioni, ma gravi eresie e bestemmie ancora; poi che
sarebbe necessario dare a Iddio e piedi e mani e occhi, e non meno affetti
corporali e umani, come d’ira, di pentimento, d’odio, e anco talvolta
l’obblivione delle cose passate e l’ignoranza delle future. Onde, sì come
nella Scrittura si trovano molte proposizioni le quali, quanto al nudo
senso delle parole, hanno aspetto diverso dal vero, ma son poste in cotal
guisa per accomodarsi all’incapacità del vulgo, così per quei pochi che
meritano d’esser separati dalla plebe è necessario che i saggi espositori
produchino i veri sensi, e n’additino le ragioni particolari per che siano
sotto cotali parole stati profferiti.
Stante, dunque, che la Scrittura in molti luoghi è non solamente capace, ma
necessariamente bisognosa d’esposizioni diverse dall’apparente significato delle parole,
mi par che nelle dispute naturali ella doverebbe esser riserbata nell’ultimo luogo: perché,
procedendo di pari dal Verbo divino la Scrittura Sacra e la natura, quella come dettatura
dello Spirito Santo, e questa come osservantissima esecutrice de gli ordini di Dio; ed
essendo, di più, convenuto nelle Scritture, per accomodarsi all’intendimento
dell’universale, dir molte cose diverse, in aspetto e quanto al significato delle parole, dal
vero assoluto; ma, all’incontro, essendo la natura inesorabile e immutabile e nulla
curante che le sue recondite ragioni e modi d’operare sieno o non sieno esposti alla
capacità de gli uomini, per lo che ella non trasgredisce mai i termini delle leggi imposteli;
pare che quello de gli effetti naturali che o la sensata esperienza ci pone innanzi a gli
occhi o le necessarie dimostrazioni ci concludono, non debba in conto alcuno esser
revocato in dubbio per luoghi della Scrittura ch’avesser nelle parole diverso sembiante,
poi che non ogni detto della Scrittura è legato a obblighi così severi com’ogni effetto di
natura. Anzi, se per questo solo rispetto, d’accomodarsi alla capacità de’ popoli rozzi e
indisciplinati, non s’è astenuta la Scrittura d’adombrare de’ suoi principalissimi dogmi,
attribuendo sino all’istesso Dio condizioni lontanissime e contrarie alla sua essenza, chi
vorrà asseverantemente sostenere che ella, posto da banda cotal rispetto, nel parlare
anco incidentemente di Terra o di Sole o d’altra creatura, abbia eletto di contenersi con
tutto rigore dentro a i limitati e ristretti significati delle parole? E massime pronunziando di
esse creature cose lontanissime dal primario instituto di esse Sacre Lettere, anzi cose
tali, che, dette e portate con verità nuda e scoperta, avrebbon più presto danneggiata
l’intenzion primaria, rendendo il vulgo più contumace alle persuasioni de gli articoli
concernenti alla salute.
Stante questo, ed essendo di più manifesto che due verità non posson mai
contrariarsi, è ofizio de’ saggi espositori affaticarsi per trovare i veri sensi
de’ luoghi sacri, concordanti con quelle conclusioni naturali delle quali
prima il senso manifesto o le dimostrazioni necessarie ci avesser resi
certi e sicuri. Anzi, essendo, come ho detto, che le Scritture, ben che dettate
dallo Spirito Santo, per l’addotte cagioni ammetton in molti luoghi esposizioni
lontane dal suono litterale, e, di più, non potendo noi con certezza asserire che
tutti gl’interpreti parlino inspirati divinamente, crederei che fusse prudentemente
fatto se non si permettesse ad alcuno l’impegnar i luoghi della Scrittura e
obbligargli in certo modo a dover sostenere per vere alcune conclusioni
naturali, delle quali una volta il senso e le ragioni dimostrative e necessarie ci
potessero manifestare il contrario. E chi vuol por termine a gli umani ingegni?
chi vorrà asserire, già essersi saputo tutto quello che è al mondo di scibile? E
per questo, oltre a gli articoli concernenti alla salute ed allo stabilimento della
Fede, contro la fermezza de’ quali non è pericolo alcuno che possa insurger
mai dottrina valida ed efficace, sarebbe forse ottimo consiglio il non ne
aggiunger altri senza necessità: e se così è, quanto maggior disordine sarebbe
l’aggiugnerli a richiesta di persone, le quali, oltre che noi ignoriamo se
parlino inspirate da celeste virtù, chiaramente vediamo ch’elleno son del
tutto ignude di quella intelligenza che sarebbe necessaria non dirò a
redarguire, ma a capire, le dimostrazioni con le quali le acutissime
scienze procedono nel confermare alcune lor conclusioni?
Io crederei che l’autorità delle Sacre Lettere avesse avuto solamente la
mira a persuader a gli uomini quegli articoli e proposizioni, che, sendo
necessarie per la salute loro e superando ogni umano discorso, non
potevano per altra scienza né per altro mezzo farcisi credibili, che per
la bocca dell’istesso Spirito Santo. Ma che quel medesimo Dio che ci
ha dotati di sensi, di discorso e d’intelletto, abbia voluto, posponendo
l’uso di questi, darci con altro mezzo le notizie che per quelli possiamo
conseguire, non penso che sia necessario il crederlo, e massime in
quelle scienze delle quali una minima particella e in conclusioni divise
se ne legge nella Scrittura; qual appunto è l’astronomia, di cui ve n’è
così piccola parte, che non vi si trovano né pur nominati i pianeti. Però
se i primi scrittori sacri avessero auto pensiero di persuader al popolo
le disposizioni e movimenti de’ corpi celesti, non ne avrebbon trattato
così poco, che è come niente in comparazione dell’infinite conclusioni
altissime e ammirande che in tale scienza si contengono.
Dopo la condanna delle tesi scientifiche
sostenute da Galileo si giunse all’abiura
pronunciata nella chiesa della Minerva il 22
giugno 1633. Nei mesi che seguirono Galileo
ottenne da Urbano VIII di poter scontare la
pena della prigionia nella sua villa di Arcetri
(1 dicembre 1633). Da qui il 17 dicembre
1633 inviò questa lettera interamente
autografa al suo «protettore», il cardinale
Francesco Barberini, per il cui intervento
aveva ottenuto quel favore.
[…] Ero mosso da simili preoccupazioni, il 10 novembre 1979, in
occasione della celebrazione del primo centenario della nascita di Albert
Einstein […]
Una commissione di studio è stata costituita a tal fine il 3 luglio 1981. Ed
ora, nell’anno stesso in cui si celebra il 350° anniversario della morte di
Galileo [1992], la Commissione presenta, a conclusione dei suoi lavori, un
complesso di pubblicazioni che apprezzo vivamente. […]
Il lavoro svolto per oltre dieci anni risponde a un orientamento suggerito
dal Concilio Vaticano II e permette di porre meglio in luce vari punti
importanti della questione.
In avvenire, non si potrà non tener conto delle conclusioni della
Commissione.
[…] Una doppia questione sta al cuore del dibattito di cui Galileo fu il centro.
La prima è di ordine epistemologico e concerne l’ermeneutica biblica. A tal
proposito, sono da rilevare due punti. Anzitutto, come la maggior parte dei suoi
avversari, Galileo non fa distinzione tra quello che è l’approccio scientifico ai
fenomeni naturali e la riflessione sulla natura, di ordine filosofico, che esso
generalmente richiama. È per questo che egli rifiutò il suggerimento che gli era
stato dato di presentare come un’ipotesi il sistema di Copernico, fin tanto che
esso non fosse confermato da prove irrefutabili. Era quella, peraltro, un’esigenza
del metodo sperimentale di cui egli fu il geniale iniziatore.
Inoltre, la rappresentazione geocentrica del mondo era comunemente accettata
nella cultura del tempo come pienamente concorde con l’insegnamento della
Bibbia, nella quale alcune espressioni, prese alla lettera, sembravano costituire
delle affermazioni di geocentrismo. Il problema che si posero dunque i teologi
dell’epoca era quello della compatibilità dell’eliocentrismo e della Scrittura.
Così la scienza nuova, con i suoi metodi e la libertà di ricerca che essi
suppongono, obbligava i teologi a interrogarsi sui loro criteri di interpretazione
della Scrittura. La maggior parte non seppe farlo.
Paradossalmente, Galileo, sincero credente, si mostrò su questo punto più
perspicace dei suoi avversari teologi. […] Si conosce anche la sua lettera a
Cristina di Lorena (1615) che è come un piccolo trattato di ermeneutica biblica.
[…]
Possiamo già qui formulare una prima conclusione. L’irruzione di una
nuova maniera di affrontare lo studio dei fenomeni naturali impone una
chiarificazione dell’insieme delle discipline del sapere. Essa le obbliga a
delimitare meglio il loro campo proprio, il loro angolo di approccio, i loro
metodi, così come l’esatta portata delle loro conclusioni. In altri termini,
questa novità obbliga ciascuna delle discipline a prendere una coscienza
più rigorosa della propria natura.
Il capovolgimento provocato dal sistema di Copernico ha così richiesto
uno sforzo di riflessione epistemologica sulle scienze bibliche, sforzo che
doveva portare più tardi frutti abbondanti nei lavori esegetici moderni e
che ha trovato nella Costituzione conciliare Dei Verbum una
consacrazione e un nuovo impulso. […]
La crisi che ho appena evocato non è il solo fattore ad aver avuto delle
ripercussioni sull’interpretazione della Bibbia. Noi tocchiamo qui il secondo
aspetto del problema, l’aspetto pastorale.
[…] si tratta di sapere come prendere in considerazione un dato scientifico nuovo
quando esso sembra contraddire delle verità di fede. Il giudizio pastorale che
richiedeva la teoria copernicana era difficile da esprimere nella misura in cui il
geocentrismo sembrava far parte dell’insegnamento stesso della Scrittura.
Sarebbe stato necessario contemporaneamente vincere delle abitudini di
pensiero e inventare una pedagogia capace di illuminare il popolo di Dio. Diciamo,
in maniera generale, che il pastore deve mostrarsi pronto a un’autentica audacia,
evitando il duplice scoglio dell’atteggiamento incerto e del giudizio affrettato,
potendo l’uno e l’altro fare molto male.
[…] È un dovere per i teologi tenersi regolarmente informati sulle acquisizioni
scientifiche per esaminare, all’occorrenza, se è il caso o meno di tenerne conto
nella loro riflessione o di operare delle revisioni nel loro insegnamento.
Se la cultura contemporanea è segnata da una tendenza allo scientismo,
l’orizzonte culturale dell’epoca di Galileo era unitario e recava l’impronta di una
formazione filosofica particolare. Questo carattere unitario della cultura, che è in
sé positivo e auspicabile ancor oggi, fu una delle cause della condanna di Galileo.
La maggioranza dei teologi non percepiva la distinzione formale tra la Sacra
Scrittura e la sua interpretazione, il che li condusse a trasporre indebitamente nel
campo della dottrina della fede una questione di fatto appartenente alla ricerca
scientifica.
In realtà, come ha ricordato il Cardinal Poupard, Roberto Bellarmino, che
aveva percepito la vera posta in gioco del dibattito, riteneva da parte sua
che, davanti ad eventuali prove scientifiche dell’orbita della terra intorno al
sole, si dovesse “andar con molta considerazione in esplicare le Scritture
che paiono contrarie” alla mobilità della terra e “più tosto dire che non
l’intendiamo, che dire che sia falso quello che si dimostra” (Lettera al
Padre A. Foscarini, 12 aprile 1615).
Prima di lui, la stessa saggezza e lo stesso rispetto della Parola divina
avevano già guidato sant’Agostino a scrivere: “Se a una ragione
evidentissima e sicura si cercasse di contrapporre l’autorità delle Sacre
Scritture, chi fa questo non comprende e oppone alla verità non il senso
genuino delle Scritture, che non è riuscito a penetrare, ma il proprio
pensiero, vale a dire non ciò che ha trovato nelle Scritture, ma ciò che ha
trovato in se stesso, come se fosse in esse” (Epistula 143, n. 7). […]
Un altro insegnamento che si trae è il fatto che le diverse discipline del
sapere richiedono una diversità di metodi.
Galileo, che ha praticamente inventato il metodo sperimentale, aveva
compreso, grazie alla sua intuizione di fisico geniale e appoggiandosi a
diversi argomenti, perché mai soltanto il sole potesse avere funzione di
centro del mondo, così come allora era conosciuto, cioè come sistema
planetario.
L’errore dei teologi del tempo, nel sostenere la centralità della terra, fu
quello di pensare che la nostra conoscenza della struttura del mondo
fisico fosse, in certo qual modo, imposta dal senso letterale della S.
Scrittura. […]
Esistono due campi del sapere, quello che ha la sua fonte nella
Rivelazione e quello che la ragione può scoprire con le sole sue forze. A
quest’ultimo appartengono le scienze sperimentali e la filosofia. La
distinzione tra i due campi del sapere non deve essere intesa come una
opposizione. I due settori non sono del tutto estranei l’uno all’altro, ma
hanno punti di incontro. Le metodologie proprie di ciascuno permettono di
mettere in evidenza aspetti diversi della realtà.
Giovanni Paolo II, Discorso ai partecipanti alla sessione plenaria della pontificia accademia delle scienze, 31 ottobre 1992
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