Lucio Anneo Seneca
Proposta per la schematizzazione
di una unità didattica per autore
con il contributo di sussidi in rete.
Destinatari: Classe V B
Liceo scientifico statale “Medi”
(Villafranca di Verona)
Relatore: Maria Giulia Poggi
Maria Giulia Poggi
Villafranca, 14/10/2000
Introduzione
Maria Giulia Poggi
Scopo dell’unità didattica presentata con
l’ausilio del Programma PowerPoint è
mostrare un possibile utilizzo degli
strumenti informatici nella didattica del
latino.
La seguente presentazione potrà essere
utilizzata come modello non solo per la
preparazione di simili U.D. da parte dei
docenti, ma anche per la preparazione di
una tesina multimediale per l’Esame di
Stato da parte degli studenti.
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Sviluppo dell’Unità Didattica
Maria Giulia Poggi
1. Vita e opere
1a. I Dialogi e la saggezza stoica
1b. La pratica quotidiana della
filosofia: le lettere a Lucilio
1c. Le tragedie
2. Lo stile di Seneca
3. Approfondimento:
L’Apokolokyntosis
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Vita e opere
VITA.
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S. nacque a Cordova (nella Spagna Betica) da una
famiglia del rango equestre che aveva per
costume l'attività dell'intelletto (figlio di S. il
Vecchio). Venne presto a Roma dove si dedicò
agli studi filosofici (suoi maestri lo stoico Attalo e
P. Fabiano). Nella carriera forense rivelò
straordinarie qualità oratorie e, ottenuta la
questura, entrò nel senato dove la sua eloquenza
durante il regno di Caligola gli valse il senato e
gli accrebbe onori, reputazioni e pericoli.
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Vita e opere
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Tuttavia, nel 41 la principessa Giulia Livilla,
sorella di Caligola, venne accusata dalla gelosa
Messalina, e la rovina della principessa travolse
anche S. (non si sa per quali pretesti di
complicità): fu relegato nella solitudine aspra
della Corsica e soltanto nel 49, dopo 8 anni di
esilio, per intercessione di Agrippina, nuova
imperatrice, poteva tornare a Roma come
maestro del giovane Nerone, divenuto, per
l'adozione di Claudio, il designato successore
dell'impero.
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Vita e opere
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Nell’ott. 54, Claudio (zio di Caligola, principato
dal 41 al 54) muore avvelenato (pare da
Agrippina) e Nerone sale al trono. Dunque morto
Claudio, S. restò il più autorevole e ascoltato
consigliere del principe, e pur senza assumere
cariche pubbliche, fu in realtà il vero regolatore
della politica imperiale (molti atti del principato
neroniano per circa 7 anni fanno sentire il nobile
e benefico influsso di S.: è il cosiddetto periodo
del "buon governo").
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Vita e opere
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Ma Nerone volle forzare ben presto le
tappe verso un governo autocratico:
ne pagarono le conseguenze
Britannico, la stessa Agrippina e S.
appunto, il quale – dopo la morte del
prefetto del pretorio Afranio Burro
(62) – pensò bene di ritirarsi a vita
privata e di dedicarsi completamente
alla meditazione.
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Vita e opere
Maria Giulia Poggi
Ma il destino era segnato: nel 65 fu scoperta la
congiura contro Nerone che aveva a capo un
grande signore romano, Calpurnio Pisone. La
congiura comprendeva personaggi civili e
militari e ufficiali delle milizie pretoriane. Non si
sa quanto sia stata fondata l'accusa di complicità
nei riguardi di S., ma Nerone colse con gioia
l'occasione di sbarazzarsi del suo vecchio e
odioso consigliere. S., ricevuto l'ordine di morire,
dimostrò effettivamente nel suo ultimo giorno di
saper sfidare quella morte che egli aveva
dichiarato di attendere con serenità in tutti i
giorni della sua vita.
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Vita e opere
OPERE: TEMI E CONSIDERAZIONI.
Maria Giulia Poggi
Ben poche fra le opere senecane rimaste sono
databili con sicurezza, sicché è difficile cercare di
seguire un eventuale sviluppo del suo pensiero.
Il genere della consolatio si costituisce attorno a
un repertorio di temi morali che fondano gran
parte della riflessione filosofica di Seneca: la
fugacità del tempo, la precarietà della vita e la
morte come destino ineluttabile dell'uomo.
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Vita e opere
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Molte opere filosofiche di S. sono state raccolte,
dopo la sua morte, in 12 libri di "Dialogi" su
questioni etiche e filosofiche: insomma, scritti
morali, confidenze e dichiarazioni dello scrittore
al personaggio a cui ogni scritto è dedicato. Le
singole opere costituiscono, così, piuttosto che
dialoghi in senso stretto, vere e proprie
trattazioni autonome di aspetti o problemi
particolari di etica, in un quadro generale ch’è
quello essenzialmente di un eclettismo di
propensione stoica (scuola di mezzo"):
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Vita e opere
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"De providentia" (62 d.C.?): vi si espone la tesi
(opposta a quella epicurea), che tende a giustificare
la constatazione di una sorte che sembra spesso
premiare i malvagi e punire gli onesti: ma è solo la
volontà divina che vuole mettere alla prova i buoni
ed attestarne la virtù. Il sapiens stoico realizza la sua
natura razionale nel riconoscere il posto che il logos
gli ha assegnato nell'ordine cosmico, accettandolo
serenamente.
"De brevitate vitae": vi sono trattati i temi del tempo,
della sua fugacità e dell'apparente brevità della vita:
la condizione umana ci sembra tale solo perché noi
non sappiamo afferrare l'essenza della vita, e la
disperdiamo in occupazioni futili.
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Vita e opere
"De ira libri III" (41 d.C.?): sono una sorta di
fenomenologia delle passioni umane, poiché analizzano i
meccanismi di origine e i modi per inibirle e controllarle.
"De consolatione" (posteriore al 37 d.C.).
"De vita beata" (58 d.C.?): esamina il problema della
ricchezza e dei piaceri (nei quali non si trova l'essenza
della felicità), ma se è vero che il saggio sa vivere secondo
natura, saggezza e ricchezza non sono necessariamente
antitetiche ("nessuno ha condannato la saggezza alla
povertà"): l'importante non è non possedere ricchezze,
ma non farsi possedere da esse. Così, S. legittima l'uso
della ricchezza se questa si rivela funzionale alla ricerca
della virtù.
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Vita e opere
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"De costantia sapientis",
"De otio (62 d.C. ?),
"De tranquillitate animi" (62 d.C.?): in questa
trilogia, dedicata all'amico Sereno, S. cerca una
mediazione tra l'otium contemplativo e l'impegno
del civis romano, suggerendo una posizione
intermedia tra neoteroi (Catullo) e Cicerone. Il
comportamento dell'intellettuale deve essere
rapportato alle condizioni politiche, ma la scelta di
una vita totalmente appartata può essere resa
necessaria da una grave posizione politica, che non
lascia al saggio altro che rifugiarsi nella solitudine
contemplativa.
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Vita e opere
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In effetti, più specificamente, questo è il
tema del secondo dei dialoghi, mentre il
primo esalta l'imperturbabilità del saggio
stoico di fronte alle ingiurie e alle avversità e
il terzo affronta il problema della
partecipazione del saggio alla vita politica.
A tutti e tre i dialoghi, però, comune è
l'obiettivo da seguire: quello, cioè, della
serenità d'animo capace di giovare agli altri,
se non con l'impegno pubblico, almeno con
l'esempio e con la parola.
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Vita e opere
Sempre di filosofia trattano:
"De beneficiis" (7 libri): si parla della natura
e delle varie modalità degli atti di
beneficenza, dei legami tra benefattore e
beneficiato e dei doveri che ne conseguono
(si sospetta, qui, una velata allusione al
comportamento di Nerone). In pratica,
quest’opera è un appello ai doveri della
filantropia e della liberalità, nell'intento di
instaurare rapporti sociali più umani e
cordiali: si configura quindi come risposta
alternativa al fallimento del progetto di una
monarchia illuminata.
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Vita e opere
"De clementia", 3 libri dedicati a Nerone: riguarda
l'amministrazione della giustizia e il governo dello stato; è, cioè,
un'indicazione al giovane imperatore per un programma
politico di equità e moderazione (S. non mette, però, in
discussione le forme apertamente monarchiche del governo). Il
problema è in sostanza quello di avere un buon sovrano, che in
un regime di potere assoluto potrà far leva soltanto sulla sua
stessa coscienza per non far sfociare nella tirannide il proprio
governo. La clemenza è la virtù che dovrà informare i suoi
rapporti con i sudditi, solo con essa sarà in grado di ottenere la
loro benevolenza e il loro appoggio. E' evidente in una
concezione di principato illuminato l'importanza che acquista
l'educazione del principe, e più in generale la funzione della
filosofia come garante e ispiratrice della direzione politica dello
stato. Alla filosofia spetta dunque il ruolo di promuovere la
formazione morale del sovrano e dell'élite politica.
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Vita e opere
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Tra i dialogi abbiamo due lettere (ad
Helviam matrem e ad Polybium, un
liberto di Claudio) basate sul genere
della consolazione, ripreso dall'antica
Grecia, che indaga su temi morali e
sulla precarietà della vita o sulla morte
come destino. In particolare, la lettera a
Polibio si rivela un tentativo di adulare
l'imperatore, e per questo S. viene
accusato anche di opportunismo.
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Vita e opere
Quindi abbiamo:
124 "Epistulae morales ad Lucilium" (20 libri, composte negli ultimi
anni di vita): S. vi riassume la sua filosofia e la sua esperienza, la sua
saggezza e il suo dolore: vi sono insomma esposti i caratteri della
filosofia stoica, spesso avvicinandosi alla tradizione diatribica.
L'opera ci è giunta incompleta e si può datare al periodo del
disimpegno politico (62). Lo spunto per la composizione di queste
lettere sarà venuto probabilmente a S. da Platone e da Epicureo: in
ogni caso, egli mostra la consapevolezza di introdurre nella cultura
letteraria latina un genere nuovo, distinto dalla tradizione più
illustre rappresentata da Cicerone. Il modello cui egli intende
uniformarsi è Epicuro, colui che nelle lettere agli amici ha saputo
arrivare ad un alto grado di formazione e di educazione spirituale.
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Vita e opere
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Se si tratti di un epistolario reale o fittizio è
questione dibattuta; fatto sta che S. è convinto
che lo scambio di lettere permetta di ottenere
un'unione con l'amico che, fornendo
direttamente un esempio di vita, si rivela più
efficace di un insegnamento dottrinale. La
lettera è maggiormente vicina alla vita reale e
permette di proporre ogni volta un nuovo
tema: S. utilizza la lettera come strumento
ideale soprattutto per la prima fase della
direzione spirituale (di curvatura
profondamente aristocratica), fondata
sull'acquisizione di alcuni principi basilari.
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Vita e opere
Inoltre, il genere epistolare si rivela appropriato ad accogliere un
tipo di filosofia, come quella dell’autore, priva di sistematicità e
incline soprattutto alla trattazione di aspetti parziali o singoli temi
etici (si dice, di questa forma, "parenetica"). Col tono pacato di chi
non si atteggia a maestro severo ma ricerca egli stesso la sapientia,
e attraverso un vero e proprio colloquium, S. propone l'ideale di
una vita indirizzata al raccoglimento e alla meditazione, ad un
perfezionamento interiore mediante un'attenta riflessione sulle
debolezze e i vizi propri e altrui. Il distacco dal mondo e dalle
passioni che lo agitano si accentua, nelle Epistole, parallelamente
al fascino della vita appartata e all'assurgere dell'ozio a valore
supremo: un ozio che non è inerzia, ma alacre ricerca del bene.
La progressività del processo di formazione, così, non a caso si
rispecchia in quella della forma: le singole lettere, man mano che
l’epistolario procede, tendono ad assimilarsi al trattato filosofico.
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Vita e opere
Di carattere scientifico sono
i 7 libri delle "Naturales
quaestiones", dedicati a Lucilio:
trattati scientifici nei quali S.
analizza i fenomeni atmosferici e
celesti, dai temporali ai terremoti
alle comete. L’interesse dell’autore
per le scienze – ritenute parte
integrante della filosofia – non è
"gratuito", ma è legato ad una
profonda istanza morale: quella di
liberare gli uomini da vani e
superstiziosi terrori.
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Vita e opere
Ci sono poi:
9 tragedie cothurnatae, cioè di argomento (mitologico) greco:
Hercules furens, Troades, Phoenissae, Medea, Phaedra, Oedipus,
Agamemnon, Thyestes, Hercules Oetus.
Molto poco si sa sulle tragedie di S.: tuttavia, sono le uniche tragedie
latine a esserci pervenute in forma non frammentaria, e inoltre sono
molto importanti anche come documento della ripresa del teatro
latino tragico: esse, infatti, rappresentano il punto di arrivo, ai limiti
dell’espressionismo verbale, della "tragedia retorica". Tuttavia,
appunto la scarsità di notizie esterne sulle tragedie senecane non ci
permette di sapere nulla di certo sulle modalità della loro
rappresentazione: non è da escludere l'ipotesi che fossero tragedie
destinate soprattutto alla lettura in pubblico, in cui quindi l’azione
drammatica è sostituita dalla declamazione dei sentimenti (fine e
profonda ne è la psicologia) e dalla sottigliezza del dialogo sofistico.
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Villafranca, 14/10/2000
Vita e opere
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Quelle ritenute autentiche sono, come detto,
nove cothurnatae: sul modello dell'autore greco
Euripide abbiamo, ad es., le Phoenissae, che
narra del tragico destino di Èdipo e dell'odio che
divide i suoi due figli Etèocle e Polinice. Il mito
tebano di Èdipo è presente anche nell'Oedipus:
causa inconsapevole dell'uccisione del padre, alla
scoperta di ciò il protagonista si acceca. Nel
Thyestes si narra della vendetta di Átreo, che
animato Tuttavia, il rapporto con i modelli greci
è abbastanza da odio mortale per il fratello Tieste
(gli ha sedotto la sposa), lo invita a un finto
banchetto di riconciliazione in cui imbandisce al
fratello ignaro le carni dei figli.
Villafranca, 14/10/2000
Vita e opere
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conflittuale: se da una parte S. sente la necessità
di una ferrea autonomia, dall'altra ha sempre in
mente i modelli greci. Il linguaggio poetico delle
tragedie ha la sua base, poi, nella poesia
augustea, dalla quale l’autore mutua anche le
raffinate forme metriche, come i metri lirici
oraziani usati negli intermezzi corali. Le tracce
della tragedia latina arcaica si avvertono, invece,
soprattutto nel gusto del pathos, e spesso
l'esasperazione della tensione drammatica è
ottenuta mediante l'introduzione di lunghe
disgressioni, che alterano i tempi dello sviluppo
inserendosi nella tendenza a isolare singole scene
come quadri autonomi.
Villafranca, 14/10/2000
Vita e opere
Sul filone delle tragedie di età giulio-claudia è infine
evidente la generalizzata ispirazione antitirannica.
Le tragedie sono sempre alimentate dalla filosofia e dalla
dottrina stoica dell'autore, i cui tratti fondamentali sono
illustrati sotto forma di exempla nelle opere: le vicende si
configurano infatti come conflitti di forze contrastanti,
soprattutto all'interno dell'animo, nell'opposizione tra
mens bona e furor, la ragione e la passione. Questo,
tuttavia, è da considerarsi più che altro come substratum
delle tragedie, sia perché abbiamo ben presenti le esigenze
letterarie del tempo, sia perché nella tragedia di Seneca il
logos si rivela incapace di frenare le passioni e di arginare,
quindi, il male.
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Villafranca, 14/10/2000
Vita e opere
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Nascono perciò toni cupi e atroci,
scenarî d'orrori e di forze maligne, in
una lotta tra il bene e il male che oltre
ad avere dimensione individuale,
all'interno della psiche umana, assume
un aspetto più universale. Ad es., la
figura del tiranno sanguinario è quella
in cui si manifesta più spesso il male,
tormentato com'è dalla paura e
dall'angoscia, nel suo eterno problema
del potere.
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Vita e opere
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A parte va considerata l'Octavia, una commedia
praetexta (cioè di argomento romano, e l’unica
rimastaci della letteratura latina), ove si
rappresenta la sorte di Ottavia, la prima moglie
di Nerone e da lui ripudiata e fatta uccidere. Il
fatto però che venga preannunciata in maniera
troppo corrispondente alla realtà la morte di
Nerone, lascia trasparire forti dubbi sulla
paternità della tragedia (S., che vi compare
peraltro come protagonista, morì prima di
Nerone), attribuita invece dalla tradizione
manoscritta, data l’affinità stilistica con le
precedenti tragedie.
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Vita e opere
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l' "Apokolokýntosis" o "Ludus de
morte Claudii", una satira menippea
sull'apoteosi dell'imperatore: Il
componimento narra appunto la
morte di Claudio e la sua ascesa
all'Olimpo nella vana pretesa di essere
assunto fra gli dei, i quali invece lo
condannano agli inferi dove finisce
schiavo del nipote Caligola e del
liberto Menandro: una sorta di
contrappasso dantesco per chi,
durante il suo impero, ha riempito di
liberti il governo romano.
Villafranca, 14/10/2000
Vita e opere
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Si tratta, evidentemente, di una satira, che
assume spesso toni parodisticamente solenni,
aspetti coloriti e situazioni fortemente ironiche a
scapito del poco amato imperatore Claudio (è la
tipica opposizione stoica al potere arbitrario ed
incontrollato), mentre con gioia viene salutato
l’avvento al potere di Nerone. Apokolokýntosis è
il titolo greco dell'opera e significherebbe
"deificazione di una zucca", con evidente
riferimento alla fama poco simpatica che si era
fatto Claudio. Un'opera simile contrasta però con
la laudatio funebris dell'imperatore morte
presentata dallo stesso S. a Nerone, e fa nascere
qualche dubbio sulla sua autenticità.
Villafranca, 14/10/2000
Vita e opere
Maria Giulia Poggi
Si attribuisce infine a S. una
raccolta di ca 70 epigrammi, di cui
tuttavia solo 3 vanno sotto il suo
nome; sicuramente apocrifa è,
invece, la corrispondenza con San
Paolo.
Villafranca, 14/10/2000
Vita e opere
CONSIDERAZIONI SULLO STILE.
Se il fine della filosofia è giovare al perfezionamento interiore, il
filosofo dovrà badare all'utilità delle parole, e non alla loro
elaboratezza. S. rifiuta la compatta architettura classica del periodo
ciceroniano, che nella sua disposizione organizzava anche la
gerarchia interna, e dà vita a uno stile eminentemente paratattico,
che frantuma l'impianto del pensiero in un susseguirsi di frasi
aguzze, il cui collegamento è affidato soprattutto all'antitesi e alla
ripetizione: continua è la ricerca dell’effetto, dell’espressione
appunto epigrammatica, quasi a voler riprodurre il "sermo
familiaris", e il tono oscilla ben volentieri tra quello di una rigorosa
analisi interiore e quello di una sapiente predica ad intelligenti
ascoltatori. S., insomma, fa uso di questo stile (che affonda le sue
radici nella retorica asiana e nella predicazione cinica) come di una
sonda per esplorare i segreti dell'animo umano e le contraddizioni
che lo lacerano, ma anche per parlare al cuore degli uomini ed
esortare al bene.
Maria Giulia Poggi
Villafranca, 14/10/2000
Vita e opere: le fonti
Gli incunaboli
AVVERTENZA
Nelle schede è stata conservata la descrizione
dell'IGI (Indice generale degli incunaboli delle
Biblioteche d'Italia, Roma 1943-1981);
per quel che riguarda le intestazioni si è ritenuto
invece di modificarle secondo quanto previsto
dalle RICA (Regole italiane di catalogazione per
autori, Roma 1979), adottando
conseguentemente la forma dell'intestazione
presente nell'EDIT 16 (Censimento delle edizioni
italiane del XVI secolo) oppure nel catalogo in
linea di SBN (Servizio Bibliotecario Nazionale
Maria Giulia Poggi
Villafranca, 14/10/2000
Vita e opere: le fonti
Gli incunaboli
SENECA, Lucius Annaeus
Opuscola philosophica, seu: De paupertate, De
moribus, De quattuor virtutibus, De remediis
fortuitorum, De clementia, De beneficiis, De ira, De
mundi gubernatione, De vita beata, De consolatione,
De tranquillitate vitae, Quomodo in sapientem non cadit
iniuria, De brevitate vitae, De liberalibus studiis,
Proverbia, Quaestiones naturales; Epistolae. [Con:]
HIERONYMUS (santo), Prologus super epistolis Pauli
ad Senecam et Senecae ad Paulum; Vita Senecae;
SENECA SENIOR, Declamationes; Suasoriae;
Controversiae. [Venezia, Giovanni e Gregorio de'
Gregori, dopo il 1492]. 2º, rom.
IGI 8871
Inc. 7
Maria Giulia Poggi
Villafranca, 14/10/2000
L’Apocolokuntosis
LA MATERIA DEL LIBELLO
L'avvenimento eccezionale che l'”anonimo storico” si propone di
raccontare ”obiettivamente” è l'ascesa al cielo di Claudio,subito
dopo la morte:percorso abituale agl'imperatori romani,per ricevere
l'immortalità dagli dei ed essere ammessi tra loro.A dire la verità,la
morte di Claudio è stata abbastanza laboriosa,ma alla fine
Mercurio,dio truffaldino per eccellenza e quindi suo
simpatizzante,intercede per lui presso una delle tre Parche
che,dopo qualche esitazione,taglia finalmente il filo della sua
vita,ponendo fine alle sue annose sofferenze.A questo punto,il
narratore non si lascia sfuggire l'occasione di cantare in esametri la
brusca fine di Claudio,in contrapposizione alla vita splendente di
Nerone,novello princeps che,con il favore delle Parche e di
Apollo,vivrà più di un comune mortale e con il suo regno darà vita ad
una nuova età dell'oro.
Maria Giulia Poggi
Villafranca, 14/10/2000
L’Apocolokuntosis
Dalla visione luminosa degli ultimi versi,dominata dalla figura di
Nerone,si passa bruscamente alla fine vergognosa di
Claudio,suggellata dalla ultima vox,molto meno gloriosa di quelle
con cui gli storici erano soliti porre fine alle vite degli uomini
famosi:”Povero me,credo di essermela fatta addosso!”(4,3).Così si
chiude la vita terrestre di Claudio e si apre il sipario sugli
avvenimenti celesti,preceduti da una nuova dichiarazione
d'imparzialità dello storico.
L'imperatore dunque arriva in cielo (5,2),ma qui per lui la musica è
cambiata:nessuno lo riconosce, nessuno lo ossequia,e anzi
l'arrivo di quell'essere deforme,zoppicante,che articola suoni
incomprensibili,provoca a prima vista lo smarrimento di Ercole.
Maria Giulia Poggi
Villafranca, 14/10/2000
L’Apocolokuntosis
E dire che l'eroe,con tutte le sue 12 fatiche,dovrebbe
essere abituato a qualsiasi tipo di mostro:almeno così
la pensa Giove,che lo manda a chiamare in tutta fretta
con il compito di scoprire di che razza di uomo si tratti.
Claudio,su richiesta di Ercole,si presenta,ma l'aulico
verso dell'Odissea che usa per qualificarsi come re
(“Da Ilio portandomi il vento”)induce nel poco “vispo”
Ercole l'errata convinzione che l'essere provenga
davvero da Troia.Alla fine,per l'intervento di
Febbre,l'unica dea che è sempre stata al suo fianco in
vita e che lo ha seguito dopo morto,e dopo l'energica
apostrofe di Ercole in stile tragico,si riesce a scoprire la
sua provenienza dalla Gallia e la ragione della sua
presenza lassù.
Maria Giulia Poggi
Villafranca, 14/10/2000
L’Apocolokuntosis
Dopo una lacuna dei codici,ci troviamo in piena assemblea dei celesti
(cap.8):un'anonima divinità se la prende con Ercole per l'irruzione
nella Curia con Claudio e conduce una requisitoria contro la
divinizzazione dell'imperatore,non identificabile a suo parere con alcun
tipo di divinità (stoica, epicurea o altra).Giove fa allontanare dall'aula
Claudio che,in quanto privato,non può partecipare all'assemblea.La
discussione degli dei si svolge secondo la procedura del Senato
romano:viene richiesto ad ogni partecipante il suo parere in merito,e
dopo il dibattito si passa alla votazione.Se si eccettua l'intervento di
Diespiter (uno degli dei dei fondatori di Roma,più tardi confuso con
Iuppiter),appoggiato da Ercole,che propone la divinizzazione perché
“ci sia qualcuno che possa divorare rape bollenti insieme a
Romolo”(9,5),tutti si esprimono contro l'apoteosi di Claudio: soprattutto
Augusto,la cui famiglia è stata “dimezzata” dalle inique sentenze del
successore contro i suoi.
Maria Giulia Poggi
Villafranca, 14/10/2000
L’Apocolokuntosis
Mentre nella Curia celeste si vota l'estradizione dell'imperatore
dall'Olimpo,Mercurio lo trascina velocemente giù,agl'Inferi
(11,6).Durante la discesa,l'intero popolo romano assiste al
solenne funerale,rallegrato da suoni e canti anapestici in “lode” del
defunto,che Claudio,non cogliendone la pungente ironia,non si
stancherebbe mai di ascoltare (13,1).Ma non c'è tempo da
perdere:in un frenetico susseguirsi di azioni Mercurio lo afferra e
“in un fiat” lo traduce al cospetto della corte infernale,dove sarà
sottoposto al rito giudiziario più veloce tra quanti se ne siano mai
svolti sotto la direzione di Claudio (celebre per la sommarietà dei
suoi processi):all'avvocato difensore, rimediato in extremis,non
viene infatti permesso di parlare (14,2),ed Eaco,sentita una sola
delle parti,lo condanna ad essere in eterno schiavo di un
liberto,con mansioni di subalterno.
Maria Giulia Poggi
Villafranca, 14/10/2000
L’Apocolokuntosis
LA DATA DELLA COMPOSIZIONE
La data della composizione dell'apokolokuntosis è incerta,come del
resto difficilmente databile è la maggior parte della produzione
senecana:l'unico terminus post quem (oltre naturalmente la morte di
Claudio)è la morte del liberto Narcisso,che troviamo negl'Inferi ad
accogliere il padrone (13,2).Sappiamo da Tacito (Annales,XII,66,1)che
il potente liberto fu allontanato da Agrippina per poter organizzare
l'uccisione dell'imperatore,e costretto al suicidio prima della
consecratio di Claudio,quindi verso la fine di ottobre del
54.Nonostante sia morto dopo,Narcisso precede Claudio
nell'oltretomba attraverso una “scorciatoia”:in quanto suicida può
scendere infatti direttamente nell'Ade,a differenza di Claudio,attardato
dai solenni funerali.Quanto al terminus ante quem,l'unico è il 61,anno
della distruzione del tempio di Claudio,rammentato come ancora in
piedi in 8,3:”Vuol diventare dio:non gli basta avere un tempio in
Britannia,e che i barbari lo onorino e lo invochino per ottenere la
benevolenza…dello stolto!”
Maria Giulia Poggi
Villafranca, 14/10/2000
L’Apocolokuntosis
Qualcuno ritiene che il libello non possa essere anteriore alla
morte di Agrippina,a ispirazione della quale Seneca aveva
composto la laudatio funebre,piena di elogi,anche se non
sinceri,che a distanza di pochi giorni non avrebbe potuto
sconfessare in modo così clamoroso:la circolazione sarebbe stata
senz'altro impedita dall'imperatrice,che ufficialmente promuoveva
la consacrazione di Claudio.L'opera dovrebbe quindi collocarsi fra
il 59,anno della morte di Agrippina,e il 62,anno in cui Seneca
decide di ritirarsi a vita privata per non venire a compromessi con
la sua coscienza.
In realtà,secondo quanto testimonia Tacito,Seneca scrisse l'elogio
funebre solo per sopperire all'incapacità oratoria del giovane
principe;e che si trattasse di un elogio convenzionale ed
eccessivamente enfatico risulta dal riso suscitato dalla menzione
della saggezza di Claudio.
Maria Giulia Poggi
Villafranca, 14/10/2000
L’Apocolokuntosis
Maria Giulia Poggi
Quanto al libello satirico,che ha il suo significato
solo se scritto “a caldo”,rappresenterebbe il vero
giudizio di Seneca su Claudio,anche se
amplificato dalla canzonatura.Con queste due
composizioni,Seneca rifletterebbe
l'atteggiamento della stessa Agrippina e della
corte nei confronti dell'imperatore
defunto,atteggiamento in apparenza celebrativo
e ossequioso,ma nell'intimo dissacratorio e
sarcastico:la doppiezza che aveva portato a
proporre la consecratio dell'imperatore subito
dopo averlo fatto eliminare.
Villafranca, 14/10/2000
L’Apocolokuntosis
La presenza del libello non doveva quindi necessariamente
dispiacere ad Agrippina,che fra l'altro non è nominata da
Seneca neanche per i delitti commessi in complicità con il
marito:la parodia atroce di Claudio faceva semmai il suo
gioco,ponendo in chiara luce la personalità di Nerone,su cui
si appuntavano le speranze sincere di Seneca e di larga
parte dell'opinione pubblica (“Come Lucifero,disperdendo gli
astri che si dileguano,o quale Espero sorge al ritorno dagli
astri,o come il Sole,non appena la rosata Aurora riconduce il
giorno dissolta l'oscurità,guarda rosseggiante il mondo e per
primo slancia il carro fuori dai cancelli,così appare
Cesare,così ormai Roma ammirerà Nerone.Di dolce fulgore
splende il suo volto luminoso e l'aggraziato collo sotto la
sciolta capigliatura.”,4,2).
Maria Giulia Poggi
Villafranca, 14/10/2000
L’Apocolokuntosis
Non a caso l'opinione oggi più seguita è che Seneca l'abbia
composta subito dopo la morte di Claudio,come presuppone
l'essenza stessa della satira:libelli polemici come questo si
scrivono subito o non si scrivono più.
Attraente,anche se non dimostrabile con sicurezza,è
l'eventualità che il libello sia stato composto da Seneca in
occasione dei Saturnalia del 54,come regalo da offrire al
nuovo imperatore,secondo una pratica ricorrente appunto
durante queste feste.Per altri la data potrebbe essere
piuttosto quella delle feste isiache,che si svolgevano tra il 28
ottobre e il 1° novembre e si concludevano con un giorno di
festa per il ritrovamento di Osiride;l'eco della festa è presente
nella formula di saluto con cui nell'aldilà le anime delle sue
vittime si rivolgono a Claudio:”Evviva,l'abbiamo ritrovato”
(13,4),che reca il grido dei fedeli per il ritrovamento del dio.
Maria Giulia Poggi
Villafranca, 14/10/2000
L’Apocolokuntosis
SENECA E IL POTERE
Continuamente oscillante fra gli opposti ideali della vita attiva e
della vita contemplativa, attirato dai programmi ascetici della
scuola sestiana e pronto tuttavia a metterli da parte quando si
alza la minaccia dell'imperatore,orgogliosamente saldo nella
sua adesione ai fermissimi principi dello stoicismo rigoroso e
disposto tuttavia ai compromessi e all'adulazione più
indecorosa,egli sembra sottrarsi ad ogni possibilità di piena
comprensione.Le passioni in lui divampano senza freni:il suo
odio per Caligola,il principe che l'aveva costretto al silenzio e il
suo disprezzo per Claudio,il principe che l'aveva relegato in
Corsica per 8 anni,vanno oltre ogni limite;ma egli è anche
capace di manifestare l'amore per la seconda moglie Paolina
con una delicatezza incantevole.Ma in fondo anche la vita
umana è un'eterna contraddizione.
Maria Giulia Poggi
Villafranca, 14/10/2000
L’Apocolokuntosis
Per tutta la vita Seneca ha lottato per creare una società nella
quale fosse possibile al filosofo di giovare ai suoi simili.Egli
non mette in discussione il principato,ma lo accetta come una
realtà di fatto,dalla quale non si può e non si deve tornare
indietro(De beneficiis,11,20);cerca però di orientarlo al fine di
permettere all'intellettuale di collaborare per il bene del genere
umano.
Mentre nell'età augustea la concezione dell'individuo si
afferma su quella di cittadino,e la poesia, con Catullo e
Lucrezio,raggiunge il suo apice di produttività,il
principato,cancellando il concetto di libertà repubblicana,porta
ad una crisi dei valori tradizionali,come la pietas,a favore di
altri,come la modestia,vale a dire la virtù della disciplina.
Maria Giulia Poggi
Villafranca, 14/10/2000
L’Apocolokuntosis
Nel periodo dell'esilio in Corsica,a Seneca è preclusa la via dell'azione;si
rifugia quindi nell'ideale della vita contemplativa come in una forma di
consolazione.Ma quando,ritornato a Roma su richiamo di Agrippina,ha il
campo libero per la realizzazione delle sue teorie,Seneca si trova a non
dover fare altro che agire dall'interno,collocandosi accanto al principe nelle
vesti di consigliere e ispiratore:nel De clementia Seneca elabora la teoria
della collaborazione tra il principe e gl'intellettuali come via per risolvere i
problemi politici posti dal regime imperiale.Seneca ritiene infatti che solo il
filosofo,”direttore di coscienza” dell'imperatore,possa influire sul principe in
modo che costui regoli da solo il suo comportamento sulla base della legge
morale,la sola alla quale tutti i mortali sono soggetti,e nel caso il principe
tenti di sottrarsi all'osservanza di tale legge si può ricorrere alla
clementia,che instaura un patto di reciproca benevolenza tra il re e i suoi
sudditi (il re non avrà così da temere congiure e ribellioni,mentre il popolo
saprà di essere governato con moderazione),rendendoli un'unità
inscindibile.
Maria Giulia Poggi
Villafranca, 14/10/2000
L’Apocolokuntosis
Tutto il suo programma di riforma del principato si basa però interamente
sulla convinzione che Nerone sia il re illuminato (in quanto quest'ultimo è
già stato scelto e imposto dalla madre Agrippina)e sulla concezione
stoica di monarchia,utopistica perché prevede tra l'altro che il
re,incarnazione della sapienza,porti gli uomini alla virtù.Appare difficile
ammettere che Seneca dichiarasse innocente e virtuoso al massimo
grado Nerone,che aveva fatto assassinare suo fratello Britannico a
sangue freddo:ma come potè restargli accanto e continuare a
condividere con lui ogni responsabilità anche dopo il fratricidio?Seneca
collabora con Nerone per 5 anni e,per non essere visto dal prossimo
come lo aveva visto Agrippina (“Quello dal moncherino [Afranio
Burro,ndr]e quell'altro con la lingua da professore vogliono per sé il
governo del genere umano”),afferma che “Il sapiente farà anche quello
che non approva,per trovare anche un passaggio verso realtà più
grandi,e non abbandonerà i buoni costumi,ma li adatterà ai
tempi…Anche il sapiente farà tutto quello che fanno i lussuriosi e gli
stolti,ma non allo stesso modo e non con lo stesso scopo.”(De constantia
sapientis,XIV,2)
Maria Giulia Poggi
Villafranca, 14/10/2000
L’Apocolokuntosis
FONTI E MODELLI
E' l'unico esempio di satira menippea sopravvissuto nella
lingua latina.Di questa produzione della letteratura
cinica,avviata da Menippo come una sorta di
“controcultura” tesa ad abbattere, all'insegna della
saggezza popolare,il perbenismo e le false convinzioni (sul
piano sociale)e l'eccessiva e pedante adesione alle regole
(sul piano formale),è rimasto poco o nulla:dall'oblio si
salvano solo alcuni titoli come Nekyia (“evocazione dei
morti”),dove si criticavano come assurde le concezioni
tradizionali dell'aldilà,o La nascita di Epicuro,in cui veniva
canzonato il culto della personalità del filosofo,praticato
dalla setta.
Maria Giulia Poggi
Villafranca, 14/10/2000
L’Apocolokuntosis
La varietà dei contenuti si rispecchiava sul piano formale
nell'alternanza di prosa volgareggiante e versi parodisticamente
aulici,che davano un tono peculiare alla composizione.Unici e
tardivi superstiti del genere in greco sono alcuni opuscoli di
Luciano (2° sec.dC),che contengono temi tipici della satira
menippea:l'ascesa al cielo (Icaromenippo:il filosofo cinico
Menippo vola via per sottrarsi all'anarchia delle opinioni),la
discesa agl'Inferi (Menippo o la negromanzia,che mette in burla
i miti tradizionali),l'assemblea degli dei,con i numi in subbuglio
perché in una disputa
stoico-epicurea si dimostra la loro inesistenza (Zeus tragedo),o
desiderosa di epurare il consesso divino da elementi indegni
(L'assemblea degli dei).
Maria Giulia Poggi
Villafranca, 14/10/2000
L’Apocolokuntosis
Maria Giulia Poggi
Se Menippo è stato sicuramente
la fonte principale per la struttura
e alcune scene particolari,un
modello per l'assemblea degli dei
può essere stato fornito a Seneca
dal Concilium deorum,che
doveva occupare tutto o parte del
libro I delle Satire di
Lucilio,attacco contro la
scandalosa nomina a censore di
Lentulo Lupo.
Villafranca, 14/10/2000
L’Apocolokuntosis
L'APOKOLOKUNTOSIS COME ESPRESSIONE
LETTERARIA
Oltre che da un punto di vista psicologico e
umano,l'apokolokuntosis è preziosa come espressione di un
gusto letterario e di una maniera di stile peculiari nell'ampia
produzione di Seneca:con essa egli ci ha scoperto un lato
significativo,se non il più felice,della sua carriera di scrittore.
Si dice che l'apokolokuntosis sia una satira menippea,ma
questa definizione non può andare oltre la tematica e la
struttura esteriori del componimento.
Maria Giulia Poggi
Villafranca, 14/10/2000
L’Apocolokuntosis
Maria Giulia Poggi
Se infatti nell'apokolokuntosis vi è
un'ascesa al cielo,un concilio degli
dei,una discesa agl'inferi, temi cari alla
satira menippea,non si fa caso alla
“tematica” in quanto tale,poiché tutta
l'azione e l'intreccio risultano delle
necessità artistiche,più che strutturali e di
imitazione.Inoltre,nella satira di
Seneca,oltre a non esservi alcun intento
sociale,non si fanno allegorie e non si
danno finti nomi ai personaggi,i quali
invece,a cominciare da Claudio,hanno il
loro vero nome e ripetono il loro ritratto
fisico.
Villafranca, 14/10/2000
L’Apocolokuntosis
Maria Giulia Poggi
L'apokolokuntosis richiama senza dubbio alla
produzione satirica in voga nella Roma
contemporanea a Seneca.Eccettuate le lodi a
Nerone,l'apokolokuntosis ha ogni carattere del
libello polemico,nella satira e nella critica che fa
di tutto,perfino con l'offendere,nel parlare di
Claudio,la figura del princeps [“aut regem aut
fatuum nasci oportere”(1,1:conviene nascere o re
o scemi),”Crassum vero tam fatuum ut regnare
posset”(11,2:Crasso poi così stupido da poter
aspirare anche al regno)]e col portare un Caesar
davanti a un tribunale.
Villafranca, 14/10/2000
L’Apocolokuntosis
Seneca è molto disinvolto nel passare da una scena all'altra,dalla
terra al cielo,dal cielo alla terra e quindi agl'inferi,senza preoccuparsi
di espedienti o mezzi strutturali (ad esempio,l'arrivo di Claudio in
cielo),sicchè l'azione ha nel complesso un andamento veloce ed
essenziale,che si nota specialmente negli ultimi tre capitoli,anche se
forse il secondo paragrafo dell'ultimo capitolo (“Improvvisamente
apparve Caio Cesare e prese a reclamarlo come schiavo,a produrre
testimoni che lo avevano visto colpito da lui a suon di verghe e
pugni.Viene aggiudicato.Eaco ne fa dono a Caio Cesare.Costui lo
consegna al suo liberto Menandro,perché si occupi delle istruttorie.”)
è piuttosto al di fuori delle chiuse “satiriche”:la satira desinit in
mimum,come un mimo che si dissolva all'improvviso in nulla.E del
mimo il libello ha spesso gli andamenti e gli sbalzi.
Maria Giulia Poggi
Villafranca, 14/10/2000
L’Apocolokuntosis
Maria Giulia Poggi
Alla sbrigliata composizione corrisponde un
impasto linguistico e uno stile fra i più indicativi
della prosa latina:”volgarità” e colloquialità di
vocabolo e di stile nelle parti prosaiche,abili saggi
o parodie e ricalchi di toni elevati nelle parti
versificate,gustose ed ironiche citazioni ed
adattamenti parodici dei “classici”:e quest'ultimo
tratto rientra nel gusto menippeo,ma prima che in
quello rientra forse nel genio inventivo e
spiritosamente bizzarro di un artista.
Villafranca, 14/10/2000
L’Apocolokuntosis
LA QUESTIONE DEL TITOLO
La questione del titolo è densa di problemi.apokolokuntosis
infatti non è il titolo dato dai manoscritti che tramandano l'opera:il
Sangallensis 569 reca il titolo Divi Claudii ApoqewsiV Annaei
Senecae per Satyram,mentre il Valentinianus 411 e il
Londiniensis Add. 11983 danno Ludus de morte Claudii.
Il primo ad accogliere il titolo di apokolokuntosis fu,nel 16°
sec.,l'umanista Hadrianus Iunius,e oggi è questo il titolo che si
preferisce a quello indicato dai codici.Esso deriva
dall'interpretazione di un passo di Dione Cassio (Storia
Romana,LX,35),nel quale si attribuisce a Seneca la
composizione di uno scritto sulla morte di Claudio:”Seneca
intitolò il libello apokolokuntosis ,come se apokolokuntosis fosse
una qualche apaqanatisiV,deificazione bella e buona.”.
Maria Giulia Poggi
Villafranca, 14/10/2000
L’Apocolokuntosis
Tale scritto fu identificato con la satira attribuita a Seneca dai
manoscritti medioevali,e quindi con la nostra apokolokuntosis.
Il termine apokolokuntosis è attestato solo nel passo di Dione
Cassio,e l'allusione alla “zucca” (kolokunth) presente nel titolo
ha fatto sbizzarrire la fantasia dei critici,che hanno:
1)dato al termine il suo significato letterale,per poi dover
postulare,per la mancata “zucchificazione” di Claudio
nell'opera,un'ipotetica apokolokuntosis perduta in cui,a
differenza del testo pervenutoci,doveva essere presente la sua
strana metamorfosi,oppure supporre che essa dovesse
verificarsi nella lacuna fra i capitoli 7 e 8,o nel finale,pensato
incompleto;
Maria Giulia Poggi
Villafranca, 14/10/2000
L’Apocolokuntosis
2)identificato il Ludus dei manoscritti medioevali con
l'apokolokuntosis di Dione Cassio,con svariate
interpretazioni:
-attribuendo l'immortalità alla zucca,sulla base di espressioni
proverbiali come “più sano di una
zucca”,e desumendone l'equivalenza tra apokolokuntosis e
apoqewsiV;
-partendo dalla zucca come simbolo di stupidità per
eccellenza (“è uno zuccone”,”ha la testa
vuota come una zucca”),e in quanto tale simbolo di Claudio:il
termine indicherebbe quindi la
divinizzazione non di un uomo,ma di una zucca,di uno
zuccone,cosa che in fondo è l'argomento
della satira.
Maria Giulia Poggi
Villafranca, 14/10/2000
… e ora al lavoro!
Anche voi potete procedere alla
costruzione di una “lezione
d’autore” avvalendovi dei materiali
in rete che troverete a corredo di
questo dischetto!
Maria Giulia Poggi
Villafranca, 14/10/2000