TESTIMONIANZE EPIGRAFICHE
TARDOANTICHE E ALTOMEDIEVALI
IN CAMPANIA:
ALCUNI ESEMPI A CONFRONTO
di
CHIARA LAMBERT
Le conoscenze sul patrimonio epigrafico tardoantico e
altomedievale della Campania si sono considerevolmente
ampliate nell’ultimo quindicennio grazie all’acquisizione
di alcune decine di nuovi tituli provenienti da contesti di
scavo – Pratola Serra, chiesa di S. Giovanni (PEDUTO 1992;
MAURO 1992, p. 342, sch. 48; p. 346, sch. 73); Salerno, chiesa
di S. Pietro a Corte (PEDUTO et al. 1988; GALANTE 1988;
LAMBERT c.s.); Atripalda, basilica di S. Ippolisto (in corso
di scavo) – ed al recente riesame del materiale edito o inedito conservato in vecchie raccolte museali – Salerno, Deposito del Museo Diocesano – o in siti di grande rilevanza
storico-archeologica – Cimitile, complesso di S. Felice ed
Olevano sul Tusciano, grotta di S. Michele (GALANTE c.s.) –
o, ancora, noto attraverso sillogi manoscritte e a stampa di
epoche diverse (STAIBANO; C.I.L. X, I-II; BRACCO 1981 (I.I.);
GAMBINO 1982; FELLE 1993 (I.C.I)).
Le iscrizioni più significative dal punto di vista quantitativo e contenutistico sono state recuperate dal Prof. Paolo
Peduto e dalla sua équipe nel corso degli scavi nel complesso di S. Pietro a Corte in Salerno (PEDUTO et al. 1988). Allo
studio di questi testi, curato da chi scrive per l’imminente
pubblicazione del rapporto finale delle risultanze archeologiche, cui si rimanda, si aggiungono i primi esiti di un censimento sistematico in atto sul patrimonio lapidario iscritto
dell’attuale provincia di Salerno nel quadro di due progetti
di ricerca scientifica MIUR ex-60% – anno 2003 (M. GALANTE, Scritte d’occasione e scritte occasionali nel panorama epigrafico della Campania medievale; C. LAMBERT, “Epigrafi tardo antiche della Campania: costituzione di un
corpus”.), finalizzati al reperimento dei dati che dovranno
confluire nel previsto Corpus Inscriptiones Medii Aevi Italiae
(saecula VI-XII) – La Campania, promosso dal Centro Internazionale di Studi sull’Altomedioevo di Spoleto.
Lo stato attuale di avanzamento dello studio consente di presentare in questa sede alcune considerazioni
comparative circa l’entità e la diffusione sul territorio di
documenti epigrafici di età compresa tra il primo manifestarsi del cristianesimo e l’età longobarda, individuati exnovo o riesaminati in Salerno, Benevento e Avellino –
Atripalda-Aeclanum (Fig. 1).
Per questa analisi si sono presi in considerazione parametri quali il luogo e le modalità di rinvenimento, la cronologia, le titolature e l’onomastica, il sesso e l’età dei defunti, il
formulario adottato, la qualità dei testi sotto il profilo linguistico-grammaticale e paleografico, secondo i criteri in uso
per l’edizione dei più recenti Corpora; ne sono sintesi le tabelle proposte a titolo di esempio, riservate ai soli tituli di
Salerno città e di pochi altri centri della provincia (Tabb. 14), per la maggior parte inediti o che non rientrano ancora in
una trattazione specifica sul modello delle ICI, già disponibili, invece, per Benevento e l’Avellinese (FELLE 1993).
a) Il materiale rinvenuto nell’ambito del complesso di S.
Pietro a Corte in Salerno consta di undici titoli sepolcrali di
età tardoantica e di uno celebrativo di età altomedievale,
sicuramente attribuibile al periodo longobardo (GALANTE
1988; VARONE 1982, pp. 28-29; LAMBERT c.s.). Il gruppo
numericamente e tipologicamente più rappresentato è pertinente alla seconda fase di utilizzo del sito, quando le strutture riferibili ad un impianto termale di età romana imperiale (fine I-II sec. d.C.), successivamente obliterato da potenti depositi alluvionali, vengono parzialmente recuperate
per la realizzazione di un sacello cristiano a carattere privato, con antistante area funeraria coeva (PEDUTO 1988; ROMITO 1988; EADEM 1996, pp. 29-30; 123-124).
Questa ridefinizione funzionale, attuata a partire dall’ultimo quarto del V secolo, ebbe una connotazione di sicuro
privilegio, attestata, oltre che dall’impegno architettonico
profuso, dalla monumentalità della tomba principale (PEDUTO 1988, pp. 11-12; 14-18; FIORILLO 1998, pp. 23-24; 31), dal
numero relativamente ridotto delle sepolture – ventiquattro
– e dalle iscrizioni ad esse pertinenti. Tra gli inumati, infatti,
si annoverano un vir spectabilis (a. 497), una honesta femina
(VI sec.) ed un nobilis homo (VI-VII sec.), ma anche gli altri
tituli confermano, per l’onomastica e la qualità esecutiva, un
livello socio-economico non comune (Tab. 1), (LAMBERT c.s.).
Le tecniche di incisione, i formulari e la lingua adottati
fanno propendere per la persistenza in loco di botteghe di
lapicidi non disabituati alla pratica scrittoria, per quanto la
ripartizione dei materiali su un arco cronologico discretamente ampio – fine V-inizi VII secolo – non consenta, sotto
questo profilo, di instaurare confronti interni sufficientemente pregnanti.
Tra le scritture lapidee superstiti, quelle integre e ben databili sulla base di elementi intrinseci o di selezionate comparazioni interne ed esterne, confermano i dati stratigrafici
per una durata dell’uso funerario di quest’area che non pare
protrarsi oltre la fine del VI-inizi del VII secolo. In questo
periodo una presenza bizantina ancora salda in Campania è
ben nota grazie a fonti letterarie, archeologiche e numismatiche (PEDUTO 1990, pp. 307-312; 321-324; 334-337; ZANINI
1994, p. 196; IDEM 1998, p. 272; PEDUTO 1999, pp. 27; 30,
tav. II; 37; IDEM 2000, pp. 105-107) e qui attestata a livello
epigrafico da tre manufatti che si collocano tra lo scorcio del
V ed il pieno VI secolo. Tali documenti, pur rientrando nel
quadro fondamentalmente stereotipo dei tituli sepolcrali, sono
di tenore testuale e di livello esecutivo assai differente; essi
rivestono pertanto un notevole interesse per la storia del sito
e, più in generale, per l’epigrafia campana, rappresentando a
tutt’oggi le uniche testimonianze lapidarie dell’onomastica
greca nella Salerno bizantina (LAMBERT c.s.).
Generalmente corrette sotto il profilo grammaticale, le
iscrizioni in oggetto non presentano particolarità grafiche
di rilievo; la maggior parte di esse è eseguita con la tecnica
dell’incisione a solco triangolare, ma non mancano alcuni
esempi di solco “a cordone”, completato, almeno in un caso,
da tracce di un’originaria rubricatura ottenuta mediante un
pigmento ceroso di colore rosso-bruno.
Sotto il profilo del formulario e dell’apparato iconografico, il signum crucis posto all’inizio del testo o duplicato all’inizio ed alla fine è presente in quattro casi su undici e si accompagna in tutti i casi alla frequentissima formula requiescit in pace, qui attestata otto volte su undici ed in
due esempi in unione al qualificativo bonae memoriae. Il
titolo di una honesta femina, datato al 556, è concluso da
due fogliette cuoriformi e al di sotto dell’ultimo rigo di scrittura, in posizione centrata rispetto al testo, vi è la raffigurazione di due pavoni disposti in simmetria araldica rispetto
ad un cántharos dal quale fuoriescono due racemi di vite.
Tra gli inizi del VII e l’ultimo quarto dell’VIII secolo
il complesso di S. Pietro a Corte è interessato da un nuovo
abbandono, le cui cause – non note – sono forse riferibili ad
una fase di generale declino della città, non disgiunto da
ulteriori calamità naturali.
La frequentazione dell’area riprenderà, in forme radicalmente diverse, solo con Arechi II (774-787), che con i
suoi interventi ne rispetterà comunque la sacralità, intaccando il meno possibile, e talora risarcendo, il luogo di sepoltura di quell’esiguo numero di individui illustri accomunati post mortem dalla vicinanza ad un antico e venerato
deposito di reliquie (DELOGU 1977, pp. 36; 44-51; PEDUTO
1988, pp. 12-13; IDEM 1990, p. 324).
Alla fase arechiana, che tradusse la volontà di rendere architettonicamente visibile il centro di esercizio del proprio
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Fig. 4 – Luoghi di rinvenimento di testi epigrafici tardoantichi e altomedievali citati nel testo.
potere mediante la presenza del palatium e dell’annessa cappella di corte, si deve anche un importante documento epigrafico, rappresentato da alcuni frammenti del titulus metrico dettato da Paolo Diacono per celebrare i meriti del duca longobardo autoproclamatosi princeps gentis Langobardorum (GASPARRI 1978, pp. 98-100; PEDUTO 2001; AZZARA 2002, pp. 132133; MATARAZZO 2002, p. XLIII, anno 774). Rinvenuti grazie
all’attenzione del Prof. Peduto tra i materiali provenienti dalle
demolizioni di parte delle superfetazioni della cappella palatina e già destinati alla discarica, gli undici frammenti, solo in
parte combacianti e leggibili, sono sicuramente identificabili
con alcuni dei versi che Arechi II commissionò allo storico e
cantore di corte per l’interno della sua sala di rappresentanza.
La memoria di tale carmen si è conservata attraverso diverse
tradizioni non inficiate dal dubbio di autenticità (ACOCELLA
1968, pp. 42-46; NATELLA 2000, pp. 107-114):
«[CHRI]ST[E SALUS UTRIUSQUE DECUS SPES UNICA
MUNDI
DUC A]GE DVC C[LE]M[ENS ARICHIS PIA SUSCIPE VOTA
PERPETUUMQUE TIBI HAEC CONDAS HABITACULA TEMPLI.
REGNATOR TIBI SUMME DECUS TRINOMINIS ILLE
HEBREAE GENTIS SOLYMIS CONSTRUXIT ASYLUM
PONDERE QUOD FACTUM SIC CIRCUMSEPSIT OBRIZO
DUXIT OPUS NIMIUM VARIIS SCULPTUMQUE FIGURIS
BRAC(TEATIS)…]».
(«O Cristo, salvezza, gloria dell’uno e dell’altro, speranza unica del mondo / guida, accetta e indirizza, benigno, e sostieni i pii voti di Arechi / che a tua gloria è sul
punto di creare in eterno la sacra dimora del tempio. / Per
Te, Sovrano, o Sommo Richiamo, egli ha costruito / una
sede degna della tre volte nazione ebrea figlia di Salomone
/ e nel portarla a termine l’ha circondata di purissimo oro
fino / aumentandola di valore con uno straordinario apparato di varie figure / bratteate …»), (trad. NATELLA 2000,
p. 114).
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Tab. 1 – PEDUTO 1988, p. 11; GALANTE 1988; NATELLA 1991; LAMBERT c.s.
Tab. 2 – C.I.L., X, Salernum, pp. 74-76, nn. 662, 663, 667, 669, 671; 665, 666; 660, 670; 673; 672; 674; 664; 668.
Tab. 3 – BRACCO 1981, I.I., Salernum, pp. 60 -64, nn.114, 105, 109, 116.
Tab. 4 – Ffr. inediti.
Questo titulus longobardo – realizzato su un supporto in
marmo bianco saccaroide di provenienza orientale ed eseguito
con una variante tecnica dell’incisione a solco triangolare che
prevede l’inserimento di lettere in metallo dorato, verosimilmente bronzo (PEDUTO 1988, p. 13; VITOLO 1994, pp. 69-74;
MITCHELL 2000, pp. 130-131, sch. 202, tav. 81) –, si inquadra
perfettamente nell’ambito della politica culturale arechiana
di richiamo alla grandezza della classicità ed ai suoi valori;
nelle sue molteplici valenze, esso ben si accorda con gli
eccezionali lacerti di pavimentazione in opus sectile e di
rivestimento parietale in tessere musive marmoree e in pasta vitrea policroma e dorata, ugualmente provenienti dalle
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demolizioni della cappella palatina (PEDUTO 1998, pp. 1725; DI MURO 1996, pp. 26-35; 85-106) e per i quali, così
come per l’iscrizione, è altamente verosimile il contributo
di maestranze esterne, legate alla committenza aulica.
b) Notevole interesse rivestono i tredici titoli censiti a suo
tempo nel C.I.L., X e in parte ripresi in I.I., I (Tab. 2) che,
pur risultando al momento dispersi – ma forse confluiti in
raccolte private -, sembrano ascrivibili entro un orizzonte
cronologico più alto rispetto ai materiali di S. Pietro a Corte, come del resto già osservato dal primo editore (C.I.L., X,
nn. 663, 666, 671; ACOCELLA 1968, pp. 39-40). Anche in
mancanza di un esame autoptico, il formulario, la presenza
del Chrismon e delle lettere apocalittiche A ed W e, in un
caso, di un apparato iconografico inequivocabilmente riferibile al repertorio paleocristiano delle origini, sembrano
trovare una loro collocazione tra il periodo immediatamente post-costantiniano ed il V secolo, costituendo dunque le
attestazioni più precoci per l’area salernitana.
c) Ugualmente disperse risultano altre quattro epigrafi non
comprese nel C.I.L., X e pubblicate nelle Inscriptiones Italiae
(Tab. 3), il cui formulario – anche in questo caso unico elemento orientativo per una proposta di datazione, se si eccettua una indicazione consolare – induce ad ascriverle, rispettivamente, lungo un arco cronologico compreso tra il
IV-V secolo, la prima metà del VI ed il VI-VII secolo.
Tra questi tituli figurano due importanti attestazioni di
membri del clero cittadino: un Grammatius epi(scopus), la
cui depositio è datata all’anno 529 e che potrebbe essere il
secondo della lista episcopale salernitana (KEHR 1935,
p. 339; CRISCI, CAMPAGNA 1962, p. 36), ed un Rusticus
pre(s)b(yter), la cui titolatura lascerebbe intendere un ruolo
ecclesiastico legato alla cura animarum nelle campagne;
per la cronologia, anche sulla base della pur scarna documentazione relativa, si propende per il pieno VI-inizi del
VII secolo (PEDUTO 1999a; LAMBERT c.s.a).
d) Assai modesti, invece, gli apporti forniti dall’esiguo numero di frustuli epigrafici recuperati nei fondi del magazzino del Museo diocesano di Salerno, in attesa di riordino
(Tab. 4): il riesame del patrimonio di varie epoche ivi raccolto ha permesso di enucleare, oltre ad un piccolo gruppo
di iscrizioni di età romana imperiale, già editi in passato
(C.I.L., X; BRACCO 1981), ed un buon numero di lapidi di
pieno medioevo, anche quattro frammenti di titoli sepolcrali tardoantichi assai lacunosi. Il formulario, ricostruibile
in un solo caso, ed i caratteri paleografici rendono verosimile una proposta di datazione al VI-VII secolo per tre di
essi ed un rimando ad epoca longobarda – VIII-IX sec.(?) –
per il quarto (DE RUBEIS 2000).
e) La cristianizzazione della diocesi di Benevento è documentata sotto il profilo epigrafico da ventotto tituli, di cui
solo quindici conservatisi, illustrati nelle I.C.I. (FELLE 1993,
pp. 31-59; IDEM 1998), nove dei quali già editi a suo tempo
nel C.I.L., IX, REGIO II, Beneventum (nn. 2073/ 2082).
Quindici testi sono datati ad annum e si collocano tra il 444
ed il 570; sulla base del formulario e dei caratteri paleografici, sette sono riferibili al VI secolo, mentre per le rimanenti l’Editore della raccolta più recente propone un’anticipazione alla fine IV-inizi V secolo (FELLE 1993, pp. 2728). La proposta di tali cronologie è suffragata dal ricorrere
di espressioni variate sul verbo quiescere, che trovano ampi
confronti anche negli altri ambiti campani esaminati. Per
quanto riguarda le titolature legate alla gerarchia ecclesiastica si segnalano un lector psalmista ed un subdiaconus
(FELLE 1993, p. 27 e nn. 24; 28, pp. 54-55; 58-59).
f) Complessivamente il più ricco per qualità e quantità –
cinquantotto tituli, attestati per lo più da tradizione indiretta –
è il patrimonio epigrafico relativo all’antica diocesi di
Aeclanum, che comprende testi provenienti da Abellinum,
Aeclanum, Aiello del Sabato, Bonito, Carpignano, Fontanarosa, Frigento, Luogosano, Mercogliano, Montefusco,
Monticchio, Mugnano, Nusco, Prata (Fig. 1), (GAMBINO 1982;
FELLE 1993, pp. 31-84; 87-142). Le iscrizioni datate ad annum
assommano a trentatré e si collocano tra il 376/378 ed il 570,
con una maggioranza di testi compresi tra il V ed il VI secolo.
In questo comprensorio territoriale sono attualmente in corso
intense attività di scavo controllate dalla Soprintendenza competente ed è pertanto fondato auspicio che al materiale già noto
e ben analizzato si aggiungano presto nuove acquisizioni.
A fronte di un cospicuo corpus di iscrizioni per la diocesi
di Aeclanum, per Benevento e la stessa Salerno, decontestualizzate nella quasi totalità dei casi e in gran parte disperse se
non definitivamente perdute, la documentazione di S. Pietro a
Corte si conferma dunque al momento come un unicum, in
quanto raro sito finora indagato secondo criteri archeologici
rigorosi e per l’omogeneità del contesto di ritrovamento dei
tituli. Il livello qualitativo delle scritture attesta per l’età tardoantica una mantenuta vitalità delle botteghe locali, in risposta
ad una committenza altolocata, erede delle tradizioni romanobizantine e forse già predisposta ad accogliere, secondo un
processo osmotico non raro nel mondo antico, quel rinnovamento politico-culturale di cui Arechi II si fece promotore ed
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