Sala Verdi del Conservatorio Martedì 31 gennaio 2006, ore 20.30 S TA G I O N E 2 0 0 5 • 2 0 0 6 Quartetto Emerson 9 Consiglieri di turno Dott.ssa Maria Majno Prof. Carlo Sini Sponsor istituzionali Con il patrocinio e il sostegno di Con il sostegno di FONDAZIONE CARIPLO Si ringrazia per il ciclo “Musica da Camera” Per assicurare agli artisti la migliore accoglienza e concentrazione e al pubblico il clima più favorevole all’ascolto, si prega di: • spegnere i telefoni cellulari e altri apparecchi con dispositivi acustici; • limitare qualsiasi rumore, anche involontario (fruscio di programmi, tosse ...); • non lasciare la sala prima del congedo dell’artista. Si ricorda inoltre che registrazioni e fotografie non sono consentite. Quartetto Emerson Eugene Drucker violino Philip Setzer violino Lawrence Dutton viola David Finckel violoncello Wolfgang Amadeus Mozart (Salisburgo 1756 – Vienna 1791) Quartetto n. 13 in re minore K 173 Quartetto n. 19 in do maggiore K 465 “Le dissonanze” Intervallo Dmitrij Šostakovič (San Pietroburgo 1906 – Mosca 1975) Quartetto n. 12 in re bemolle maggiore op. 133 Wolfgang Amadeus Mozart Quartetto n. 13 in re minore K 173 Allegro ma molto moderato Andantino grazioso Minuetto Allegro Gli appuntamenti con Mozart che abbiamo organizzato nella stagione in cui si festeggia il suo 250° compleanno iniziano con una coppia di quartetti per archi, ben rappresentativi di due fasi assai diverse della sua vita creativa, una giovanile, l’altra matura. C’è però una premessa necessaria, indispensabile per capire. Con il genere del quartetto per archi Mozart non si trovò mai davvero a proprio agio. Lo si vede da tante cose. In primo luogo dalla fatica con cui compose i sei quartetti dedicati a Haydn (e che sono in ogni caso capolavori assoluti). Poi dallo scarso impegno messo nella composizione della serie destinata nel 1790 al re di Prussia: tre lavori invece di sei, e anche questi messi insieme in fretta recuperando materiali giovanili. E ancora il fatto che, su una trentina di titoli (escludendo i frammenti incompiuti e i movimenti isolati), ben due terzi appartengono all’età giovanile. Il primo quartetto in assoluto, K 80, è datato Lodi 1770 e denuncia chiaramente l’età acerba, gli obbligati modelli di Boccherini, di Haydn, la mano del padre Leopold. La serie di sei (K 155-160) scritta durante il secondo viaggio in Italia fra la fine del 1772 e l’inizio del 1773 ha qualche motivo d’interesse in più. In particolare il Quartetto in sol maggiore K 156 (composto a Milano), secondo Alfred Einstein, «ha le caratteristiche del primo Haydn, ma la composizione, presa nel suo insieme, rispecchia cieli più azzurri di quelli che si possono trovare nella produzione haydniana.» Poco dopo la serie K 155-160, nell’estate del 1773, mentre era a Vienna alla vana ricerca di impiego alla corte di Maria Teresa, Mozart scrisse altri sei lavori per quartetto d’archi (K 168-173) in stile non molto differente. Il modello di Haydn è più che mai presente e si sente fortissima anche la ricerca di un linguaggio originale. Il miglior pezzo della serie è comunque l’ultimo. Sono pregevoli i primi tre movimenti: un iniziale “Allegro ma molto moderato” scritto proprio alla maniera di Haydn ricavando il primo tema (lirico) e il secondo tema (affermativo) da una comune matrice di intervalli; un “Andantino” scritto in punta di penna e che più settecentesco non si può; un delizioso e manierato “Minuetto”. Molto più interessante è il finale, una vera e propria fuga di ragguardevoli proporzioni, il più importante saggio di polifonia strumentale fino ad allora scritto da Mozart, degno preludio ai grandi capolavori della maturità viennese. Quartetto n. 19 in do maggiore K 465 “Le dissonanze” Adagio. Allegro Andante cantabile Menuetto. Allegretto Allegro Dopo il quartetto K 173, per quasi dieci anni, Mozart si tenne lontano dal quartetto per archi, per ragioni che non sappiamo e che possiamo solo provare a immaginare. Nel 1783-85 venne il nuovo incontro con la formazione più nobile della musica da camera, però più sull’onda dell’entusiasmo per i risultati ottenuti da Haydn che per intima urgenza espressiva. Sappiamo bene che per comporre una serie omogenea di soli sei lavori, Mozart impiegò ben tre anni, un tempo per lui assolutamente inusitato. La scrittura fu difficile per tutti, iniziata, lasciata, ripresa con cocciuta determinazione. Ne uscirono i capolavori che sappiamo e conosciamo a memoria. Ascolteremo stasera l’ultimo della serie. Le “dissonanze” che gli danno il nome stanno nelle prime battute dell’“Adagio” introduttivo. Non c’è nulla di rivoluzionario, in verità, in quelle armonie, non per l’epoca e men che meno per le nostre orecchie moderne. Lo stesso Haydn aveva tante volte sperimentato dissonanze anche più ardite nei suoi quartetti. Tuttavia in queste battute mozartiane le suggestive frizioni che nascono dal sovrapporsi di minimi e differenti incisi melodici su una misteriosa base ritmica ostinata generano un colore sonoro del tutto nuovo, che turbò i contemporanei e diede idee ai posteri. Beethoven, in particolare, finì col riprendere numerose volte proprio quel principio di sovrapposizione di materiali spigolosi in funzione espressiva nei suoi grandi ultimi quartetti. Dopo tutto, quando si parla di preromanticismo in Mozart, una delle prime pagine strumentali che vengono in mente è proprio questo “Adagio”. Seguendo l’insegnamento del maestro Haydn, il “materiale” dell’“Adagio” serve come base per la costruzione del successivo “Allegro”, che risulta in fondo monotematico in quanto le sue due melodie principali hanno un’origine comune. Lo schema è quello della forma sonata, lo sviluppo vigoroso, la conclusione trascinante. L’“Andante cantabile” segue il principio opposto. Il disegno è semplice e bipartito, senza sviluppi e costruzioni ardite. Invece il materiale melodico pare perfino sovrabbondante e - per dirla con Hermann Abert – porta «segreto struggimento nello splendido arco della melodia principale, estasi sognante negli episodi secondari intessuti di brevi, lievi motivi: questo è il contenuto espressivo dell’“Andante”. Il secondo tema ricorda, per i suoni ripetuti, l’entrata in dissonanza e la condotta imitativa, una parte dell’“Andante” della grande sinfonia in mi bemolle maggiore. Mentre il “Minuetto” torna nuovamente all’atmosfera del primo tempo e nel “Trio” introduce oscuri accenti di passioni, nel finale il cielo si rischiara del tutto. Non è la sfrenata allegria di Haydn, ma una gaiezza più trattenuta, che nell’episodio in la bemolle maggiore assume di nuovo toni nobilmente entusiastici: così anche in questo quartetto Mozart si mantiene fedele al contrasto di fondo enunciato già nel primo tempo». Tutti questi vistosi elementi haydniani non sono ovviamente un fatto casuale. Nel Quartetto K 465 Mozart convince soprattutto se stesso di avere imparato tutti i segreti della scrittura quartettistica. Ogni pagina della partitura trasmette un senso di legittima soddisfazione per il magistero tecnico raggiunto e per la scioltezza della scrittura. La sperimentazione è davvero finita. Mozart decide però di non andare oltre, anche tenendo conto della grande fatica che gli era costato arrivare fino a quel punto. Dopo il Quartetto “Le dissonanze”, completato il 14 gennaio 1785, verranno altri quattro quartetti (l’isolato K 499 del 1786, la terna K 575, 579 e 580 del 1789) tutti interessanti, alcuni molto belli, nessuno davvero innovativo. Dmitrij Šostakovič Quartetto n. 12 in re bemolle maggiore op. 133 Moderato Allegretto Oltre che il quarto di millennio di Mozart, festeggiamo nel 2006 anche il centenario della nascita di Dmitrij Šostakovič . Come sempre, una tale ricorrenza rinnova interessi e propone altri riferimenti, che fanno bene a tutti gli artisti, grandi e piccoli. Dunque anche a Šostakovič , per quanto non si possa assolutamente dire che il tempo ne abbia sbiadito la memoria. Anzi, oggi più che mai, la sua musica è presente in teatro e in sala da concerto. In particolare, il procedere degli anni e l’allungarsi delle prospettive ci hanno fatto comprende il senso profondo e il ruolo che hanno i grandi cicli di sinfonie e quartetti nel suo percorso artistico e umano. Sappiamo bene che il musicista russo fu autore eclettico e poliedrico, con un talento naturale per il teatro e per la rappresentazione in generale. L’estroversione giovanile gli assicurò un folgorante successo già con quel magnifico saggio di diploma al Conservatorio che è la Prima sinfonia, scritta a vent’anni e subito entrata nel repertorio di direttori come Bruno Walter, Otto Klemperer e Arturo Toscanini. La vocazione alla satira, lo spirito modernista, l’attenzione per le avanguardie europee degli anni Venti fece nascere balletti esilaranti e la divertente prima opera Il naso (1930). Il salto di qualità verso il dramma e il sarcasmo compiuto con la seconda opera Lady Macbeth del distretto di Mcensk (1934) provocò la censura feroce di Stalin in persona, gli tarpò ogni successiva velleità teatrale e lo costrinse a interiorizzare ogni ricerca di innovazione lessicale ed espressiva. Iniziò quella sofferta doppia identità artistica e umana che avrebbe segnato la sua esistenza successiva. Da una parte l’artista pubblico, impegnato a scrivere musiche allineate con le esigenze propagandistiche del regime: cantate celebrative, musiche per film patriottici e politicamente corretti, lavori vocali e strumentali fedeli ai canoni del realismo socialista. Dall’altra parte l’artista privato, sofferente e pessimista, alla ricerca di una difficile verità fra le lusinghe dell’avanguardia del Novecento storico e le certezze della grande tradizione classica e romantica: Stravinskij, Berg, Schönberg, Mahler da un lato; Beethoven, Mozart, Haydn, Bach dall’altro. A sfogliare il lungo catalogo delle opere di Šostakovič questo dualismo appare lampante, con due cicli musicali a fare da cerniera. Il primo e ben conosciuto è il ciclo delle quindici sinfonie, che si snoda con regolarità assoluta lungo l’intero arco della sua vita d’artista, dal clamoroso esordio della Prima (1926) al sofferto congedo della Quindicesima (1971), che è una crepuscolare e grigia saldatura con i materiali della gioventù. E il passaggio di stili e di esperienze procede, nelle sinfonie, da un numero al successivo senza traumi o rotture di continuità, diretto da adamantina logica di artista, stimolata ma non certo scalfita da contingenze pur tanto drammatiche: lo spumeggiante sperimentalismo nella Russia appena sovietizzata, il riflusso conservatore degli anni Trenta, l’invasione tedesca e l’assedio di Leningrado, il buio dello stalinismo terminale, il breve disgelo, la grande palude… Anche i quartetti per archi sono quindici, come le sinfonie, e non hanno peso artistico inferiore solo perché sono meno conosciuti. Certo hanno un ruolo diverso, per oggettivi vincoli di genere e per specificità d’anagrafe. La disposizione cronologica dei quartetti è infatti assai spostata verso gli ultimi anni. Il primo è datato 1938, il sesto 1958, gli ultimi nove sono stati composti nei tredici anni che vanno dal 1960 al 1973. È perfino ovvio notare che l’ultimo Šostakovič risulta attratto assai più dalla forma intima e poco appariscente del quartetto per archi che da quella estroversa e assai familiare della sinfonia. Il perché di tale scelta si può intuire, ma non spiegare. Sfiducia nella comunicazione universale? Fastidio per la retorica e la mondanità che sempre accompagnano una novità sinfonica o teatrale? Volontà di confidarsi con il pubblico più ristretto e sensibile che ama la musica da camera? Ritorno all’antico, all’amato ultimo Beethoven per una di quelle progressive svolte conservatrici che l’estrema maturità sembra catalizzare? Rimpianto per la pulizia delle forme classiche e barocche? Tutto questo, certo, e tanto altro che un ascolto attento dell’intera produzione per quartetto di Šostakovič puntualmente rivela. È un continuo ripiegamento, una corsa verso il buio angosciosa e senza speranza, che nel dodicesimo quartetto trova una tappa essenziale. Come tutti gli altri, è un tormentato ripensamento del passato e una difficile ricerca di futuro. Già l’articolazione formale è di complessa lettura. Non tragga in inganno l’apparente ripartizione in due soli movimenti. In realtà, il dodicesimo quartetto si snoda come una costruzione ciclica articolata in cinque sezioni fra loro connesse da un motivo che il violoncello espone nelle prime battute. Che è un motivo fatto di dodici note, da intendere non (soltanto) come omaggio a Schönberg e alla dodecafonia degli anni Venti, e tanto meno come applicazione della serialità degli anni Cinquanta, ma come normale materiale tematico, alla maniera ottocentesca e con un chiaro baricentro tonale. Il Quartetto inizia in la bemolle maggiore e in tale tonalità si conclude, dopo un percorso armonico eccentrico ma lineare. Attorno al tema principale nascono, per germinazione, gli altri elementi melodici che consentono lo sviluppo di una costruzione nella quale sempre più si riconosce la logica degli ultimi quartetti di Beethoven e lo sviluppo novecentesco proposto da Bartók. L’intero quartetto può infatti essere visto come un unico, grande movimento di sonata con esposizione (primo movimento: “Moderato”) seguita da doppio sviluppo, ripresa e conclusione (secondo movimento: “Allegretto”). Oppure come sequenza di cinque movimenti distinti. Secondo quest’altra e ben più convincente prospettiva, il “Moderato” è una elaborazione organica e in sé conclusa del tema fondamentale. Il successivo “Allegretto” è a sua volta diviso in quattro parti che si succedono senza soluzione di continuità: uno “Scherzo” costruito su un secco motivo di cinque note (quattro brevi e una lunga) che ne forma la prima metà; un breve “Adagio” che serve da transizione; uno sviluppo che elabora elementi dei due tempi precedenti; una ricapitolazione generale che si estende al materiale del “Moderato” iniziale e ritrova il tema del violoncello da cui tutto è partito. Sul percorso astrattamente musicale del quartetto si appoggia un senso etico che lo stesso autore così descrive: «Il mondo dei grandi ideali (primo movimento) è sfidato dalle forze distruttive (scherzo); dopo un momento di disperazione (“Adagio”), la musica esprime la purezza delle intenzioni e la nobiltà delle aspirazioni (sviluppo) con il finale che riafferma il prevalere del bene sul male.» Fu presentato in pubblico per la prima volta il 14 settembre 1968 dal Quartetto Beethoven nella sala Glinka del Conservatorio di Leningrado. Enzo Beacco QUARTETTO EMERSON Costituito nel 1976 in occasione del bicentenario degli Stati Uniti, il Quartetto Emerson ha preso il nome del poeta e filosofo americano Ralph Waldo Emerson. Con un repertorio particolarmente vasto, il Quartetto – che vede Eugene Drucker e Philip Setzer avvicendarsi nei ruoli di primo e secondo violino – è stato ospite delle maggiori istituzioni musicali e festival del mondo. Nel maggio 1997 gli “Emerson” sono stati invitati da Isaac Stern a partecipare al Workshop di perfezionamento in musica da camera guidato dal grande violinista alla Carnegie Hall di New York, e ripetuto anche a Gerusalemme. Al Lincoln Center sono stati protagonisti di una serie di concerti “Beethoven e il XX secolo”, nei quali ogni programma comprendeva due quartetti di Beethoven e un’opera di musica contemporanea. In collaborazione con artisti quali Emanuel Ax, Leon Fleischer, Lynn Harrell, Mstislav Rostropovic, David Shifrin, Oscar Shumsky, Isaac Stern e Richard Stolzman, Barbara Hendricks, il Quartetto Guarneri e il Trio KalichsteinLaredo-Robinson, il quartetto è stato ospite di festival quali Aspen, Berlino, Louvre e del Barbican Center di Londra. Particolarmente attento al repertorio contemporaneo, ha al suo attivo numerose prime esecuzioni; nel 2001 ha eseguito in prima mondiale un concerto di Wolfgang Rihm con la Cleveland Orchestra diretta da Christoph von Dohnányi. Nel 2002 è stato il Quartetto “in residence” della Stony Brook University. Nel 2003 ha partecipato con tre concerti al ciclo “Great Performers” del Lincoln Center di New York. Nella stagione 2004/05 ha realizzato la sua ventiseiesima stagione allo Smithsonian Institute di Washington, una serie di quattro concerti alla Zankel Hall della Carnegie Hall intitolata “A Vision of Mendelssohn” che contrappone i quartetti di Mendelssohn a opere di Bach, Beethoven, Schumann e Schubert riproposti nel marzo 2005 al South Bank Festival. Continua inoltre con i workshop alla Carnegie Hall, concentrati sui quintetti di Brahms e Dvořák. Il Quartetto è spesso impegnato in concerti di beneficenza a favore del disarmo nucleare, della lotta contro l’AIDS e la fame nel mondo. Le numerose registrazioni del Quartetto Emerson che comprendono i quartetti di Schumann, Dvořák, Prokof ’ev, Barber, Ives, e l’integrale dei quartetti di Beethoven e Šostakovič hanno meritato sei volte il “Grammy Award”, il premio “Record of the Year” della rivista “Gramophone” e l’Avery Fisher Award per il 2004. Tra le ultime incisioni l’Arte della Fuga di Bach (2003), e Le Sette Ultime Parole di Cristo sulla Croce di Haydn (2004) e l’intera serie dei quartetti di Mendelssohn nel febbraio 2005. Il Quartetto è stato ospite della nostra Società nel 1985, 1987, 1998 e 2002. Prossimi concerti: martedì 7 febbraio 2006, ore 20.30 Leon Fleisher pianoforte Il repertorio per pianoforte per la sola mano sinistra ha storia e origini articolate. Parte dalla didattica, dalla necessità di esercitare sulla tastiera una mano di regola (ossia per chi non è mancino) meno destra della destra. Cresce come esercizio di stile, autolimitativo oltre che pedagogico, e il caso di Brahms è esemplare. Si sviluppa nel Novecento, grazie allo sforzo di artisti bloccati del tutto o solo per qualche tempo nell’uso della destra, ed è importante il caso di Paul Wittgenstein, mutilato di guerra e omaggiato da autori come Ravel, Prokof’ev, Britten, Hindemith. Nel prossimo appuntamento di stagione avremo un altro caso importantissimo, quello di Leon Fleisher, costretto per trent’anni a limitare la sua straordinaria capacità virtuosistica e interpretativa da un disturbo alla mano destra. Ha insegnato e diretto l’orchestra, e ha stimolato un nuovo repertorio per sola sinistra. Ora ha fortunatamente ripreso a suonare in recital. Abbiamo la grande fortuna di averlo nostro ospite, con un programma che meglio di ogni altro dà la dimensione della sua arte: una prima parte in cui prevale la sola mano sinistra, classica e moderna; una seconda parte con il capolavoro pianistico di Schubert. Programma (Discografia minima) J.S. Bach “Schafe können sicher weiden” dalla Cantata Bvw 208 D. Koston Messages I G. Perle Musical Offerings L. Kirchner For the Left Hand R. Sessions From My Diary for Piano J.S. Bach/J. Brahms Ciaccona in re minore per la mano sinistra F. Schubert Sonata n. 23 in si bemolle maggiore D 960 (Brendel, Ph 420 644-2) martedì 14 febbraio 2006, ore 19.30 Pieter Wispelwey violoncello Bach - Sei Suites per violoncello solo Bwv 1007-1012 martedì 21 febbraio 2006, ore 20.30 Quintetto Bibiena Mozart, Nova, Milhaud, Respighi, Barber, Borodin I SOCI DELLA SOCIETÀ DEL QUARTETTO AL FESTIVAL DI LUCERNA Un accordo privilegiato consentirà ai nostri Soci di assistere a due concerti straordinari nell’ambito del prestigioso Festival di Lucerna. 11 agosto 2006 Mozart – Aria “Ch’io mi scordi di te?” K 505 - Aria “Parto, parto, ma tu ben mio” dalla Clemenza di Tito - Exultate, Jubilate K 165 Mahler – Sinfonia n. 6 in La minore Claudio Abbado direttore, Cecilia Bartoli mezzosoprano Lucerne Festival Orchestra 16 agosto 2006 Battistelli – Experimentum Mundi (Opera di musica immaginistica, 1981) Berlioz – Marche funèbre da Tristia Mozart – Aria “Vorrei spiegarvi, oh Dio” K 418 – Aria “Mia speranza adorata!” K 416 – Aria “Nehmt meinen Dank, ihr holden Gönner” K 383 Verdi – Te Deum da “Quattro pezzi sacri” Claudio Abbado direttore, Rachel Harnisch soprano Lucerne Festival Orchestra Coro dell’Accademia nazionale di Santa Cecilia Dato il prestigio dell’iniziativa è necessario prenotare con grande anticipo rispetto alla data del concerto. I posti sono limitati e saranno assegnati entro venerdì 3 marzo rispettando la priorità di prenotazione. Per informazioni rivolgersi alla segreteria della Società del Quartetto. MASTER CLASS CON LEON FLEISHER Siamo spiacenti di dover comunicare che la master class con Leon Fleisher, prevista per lunedì 6 febbraio nell’ambito dei quattro incontri di approfondimento musicale coordinati dalla nostra Società su proposta del Conservatorio e con il sostegno della Fondazione Dragoni, non avrà luogo per motivi organizzativi interni al Conservatorio. Rimangono fissati gli appuntamenti con Pieter Wispelwey e il Quintetto Bibiena. Società del Quartetto di Milano - via Durini 24 - 20122 Milano tel. 02.795.393 - fax 02.7601.4281 www.quartettomilano.it - e-mail: [email protected]