lunedì 30 aprile 2012
Speciale Irpinia e Sannio
L’INTERNO
VIENE FUORI
di CARMINE FESTA
L
o spunto per raccontare cosa siano oggi Irpinia e Sannio me lo
ha dato il catalogo di una mostra presentata nei giorni scorsi a Roma. Riguarda i castelli d’Irpinia. E lì ho immaginato quanto fossero lontane da quelle pur belle immagini i castelli della Loira o ogni altro itinerario che si ispira, appunto, ai castelli.
Da quelle informazioni sui castelli
irpini — poco noti e poco visitati —
ho allargato il pensiero al Sannio, terra confinante e amica-rivale degli irpini. Il ragionamento non è stato diverso. Anche il Sannio ha un patrimonio
storico e naturale che troppo spesso
— al pari di quello irpino — resta confinato nei saperi delle genti del territorio. Ma, cosa ancor più grave, fino a
qualche anno fa, e sottolineo non a caso il riferimento temporale, questi luoghi e questi saperi non avevano neppure la voglia di autopromuoversi oltre il perimetro naturale delle aree interne della Campania di cui fanno parte. Pigramente, aspettavano che emigrati di ritorno magari in compagnia
di amici «forestieri» scoprissero luoghi e testimonanze storiche tali da lasciare a bocca aperta chi si avvicinasse a loro con lo spirito investigativo di
chi vuole andare oltre la storia nota.
Poi quella pigrizia che riottosamente ha provato a resistere ad ogni forma di modernità, si è dovuta arrendere al divenire dei tempi, all’offerta informativa e turistica che corre sul
web e dalla quale è fatale rimanere
fuori. Ecco allora che Irpinia e Sannio,
vincendo la loro naturale ritrosia di
«interni», hanno cominciato ad affacciarsi al mondo del turismo e della circolazione di informazioni ed idee.
Come al solito, e come accade in tutto il mondo, il primo «motore» che ha
avvicinato i curiosi a queste due province interne della Campania, è stata
l’enogastronomia. Un luogo comune,
lo so, forse anche banale ed un sicuro
rifugio per chi è alla ricerca di cose vere e apprezzabili lontano dal caos metropolitano di Napoli (cui si aggiunge
senza soluzione di continuità Caserta)
o iperurbano di Salerno.
L’enogastronomia è sempre stato il
luogo comune di queste aree perché
la «buona mangiata» è sempre stato
patrimonio di civiltà contadine che
hanno saputo curare la sostanza delle
cose attraversando i secoli e le mode.
Ma il luogo comune ha una novità:
per la prima volta da un decennio a
questa parte, Irpinia e Sannio hanno
offerto ai loro visitatori soluzioni
d’avanguardia: agriturismi raffinatissimi, resort in aperta campagna senza
nessuna contaminazione con l’area eccessivamente antropizzata delle grandi città. Luoghi arredati con gusto da
architetti che — anche loro — hanno
scoperto il gusto dell’entroterra e la
sostanza economica che sta dietro a
queste imprese. Il risultato? Dall’Irpinia al Sannio, le aree interne della
Campania si propongono con una veste nuova.
Avvertenze per l’uso ai visitatori. E’
inutile approcciare questi luoghi con
la pretesa di avere subito gli standard
europei di grandi strutture turistiche
che sorgono in posti baciati dalla fortuna oltre che dalla natura. Agli imprenditori che non sono scappati, a coloro i quali hanno investito sul territorio alla ricerca di soluzioni contemporanee, vanno concesse un po’ di attenuanti: c’è la ruvidezza dei caratteri. E
contro quella si può fare ben poco.
Ma basta superare il pregiudizio, che
si apre un mondo fatto di una cortesia
non formale, ma di sostanza che spesso sfocia in amicizia duratura. C’è poi
la voglia di fare bene. Che spesso tradisce e crea qualche problema. C’è la costante ricerca di soluzioni innovative
alla quali non è facile adeguarsi sempre. Tutti peccati veniali. Un «peccato» nelle aree interne non troverete
mai: la supponenza dei finti moderni,
quei rimandi continui ad esperienze
vissute altrove, i paragoni con ciò che
qui non potrete trovare mai. E che
mai troverete. Perché chi si lascia scoprire piano piano, può avere pudore e
imbarazzo, ma mai essere falso. Vi ho
convinti a fare un giro in Irpinia e Sannio?
Bisaccia
Una veduta del castello.
L’Irpinia è ricca
di testimonianze
architettoniche
e storiche. Come il Sannio,
però, è una terra ancora
poco esplorata oltre i luoghi
comuni che si limitano
alle degustazioni
enogastronomiche.
Nelle due province c’è di più
© RIPRODUZIONE RISERVATA
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10 Speciale
Lunedì 30 Aprile 2012 Corriere del Mezzogiorno
NA
Artigianato e piccole industrie
La fiera di Venticano
Da tutta Italia
300 espositori
in 25mila metri
U
Il caso dei lavoratori dell’Irisbus (sotto) è stato al centro di un dibattito della
Fiera che quest’anno ha un logo (sopra) che cita Branduardi
n nome che evoca secondo alcuni un paese abitato da sole venti
persone e un paesaggio collinare irpino, al confine con il Sannio. Venticano è un piccolo centro che almeno una volta all’anno vive un momento di grande fermento economico e turistico e questo periodo è proprio aprile,
mese della Fiera campionaria (si è conclusa giovedì 26, con un bilancio di centomila visitatori in sei giorni).
E i visitatori sono ben di più di quella
ventina di anziani - unici sopravvissuti
di un borgo dopo uno scontro tra sanniti
e romani - dai quali la cittadina avrebbe
tratto il nome (anche se Scipione Bellabona parla, invece, di Castrum Venticani in
riferimento a venti successi riportati dai
Romani).
La Fiera di Venticano ha ben 35 anni
ed è indicata come la seconda dell’Italia
meridionale dopo quella di Bari.
A fondarla fu Ciriaco Grelle, alla fine
degli anni Settanta. Mucche, pecore, galline: all’epoca della sua creazione l’esposizione era dedicata solo al bestiame, una
delle forze trainanti - è il caso di dire del territorio.
Le foto raccontano di pochi agricoltori
irpini che mettevano in vetrina i loro animali lungo le strade del paese. Tutto qui:
bello, bucolico, povero e molto mediterraneo. Col passare degli anni agli animali
si sono affiancati gli attrezzi e agli attrezzi le macchine, alle macchine i prodotti e
la manifestazione è cresciuta progressivamente diventando punto di riferimento
della economia regionale e non solo.
Dunque l’apertura è stata di quelle ufficiali con il vicepresidente della Regione
Campania Giuseppe De Mita, il presidente della Provincia Cosimo Sibilia, il segretario nazionale dell’Ugl Giovanni Centrel-
la, il prefetto di Avellino Umberto Guidato, il sindaco di Avellino Giuseppe Galasso e tutti quelli della zona del Calore.
«Per due soldi un topolino mio padre
comprò»: un bambino con in testa un topolino cita Branduardi e ha invitato dai
manifesti a visitare i venticinquemila metri quadrati dove trecento espositori, da
tutta Italia, offrono i loro prodotti, una varietà notevole che mette insieme un piccolo salone del mobile e quello del fotovoltaico e soprattutto - e per fortuna - artigianato, agricoltura e gastronomia: pizzaioli acrobatici, torrone fatto al momento, dolci provenienti dal Belgio, speck e
prodotti del Sud Tirolo.
Il presidente Villani ha ricordato il lavoro
enorme portato avanti dai giovani. «In
questi ultimi mesi abbiamo registrato un
ritrovato entusiasmo e una impennata
delle iscrizioni alla Pro Loco. Grazie a loro anche in questa edizione abbiamo realizzato una Fiera competitiva, una vetrina di sicuro interesse per tutto il Sud. La
forza delle nuove generazioni della Pro
Loco di Venticano è la garanzia del nostro successo. Al di là della crisi economica, la nostra ricchezza è umana».
I numeri
Dieci i settori
produttivi
coinvolti,
dall’artigianato
al «gusto»
Trentacinque gli anni
di storia
Ma l’Irpinia della Fiera è anche quella
della grande disoccupazione e della crisi
che già prima della crisi ha svuotato questa terra. Anche per questo la campionaria ha ospitato un momento di confronto
importante dal titolo «Fiat e Irpinia: un
difficile rapporto. Il futuro della Irisbus e
Fma». Col presidente Corecom Gianni Festa hanno discusso il senatore Enzo De
Luca, l’onorevole Marco Pugliese, il segretario nazionale dell’Ugl Giovanni Centrella, i consiglieri regionali Pietro Foglia e
Rosetta D’Amelio, il direttore generale
dell’Air Dino Preziosi, e il presidente dell’Asi Giulio Belmonte insieme con i segretari provinciali e metalmeccanici di Cgil,
Cisl, Uil, Ugl e Fismic. In sala operai e rappresentanti delle due aziende e quelli dell’Astec, che fa parte dell’indotto Fma, per
i quali, dal 31 marzo scorso.
«Abbiamo deciso - aggiunge Villani di dare un nuovo volto alla Fiera. Non solo una manifestazione dedicata al commercio e all’artigianato, ma anche un momento di riflessione su tematiche attuali
come lo sviluppo e l’occupazione nella
nostra Provincia».
Giulia Ventova
Speciale 11
Corriere del Mezzogiorno Lunedì 30 Aprile 2012
NA
Viaggio a Caposele Visite all’acquedotto dove il fiume nasce dalla roccia
Incanto verde tra chiare,
fresche e dolci acque
Il Parco della Madonina appena attrezzato per i turisti
invita a piacevoli pic nic tra le sorgenti
C
hiare fresche dolci acque di Caposele ovvero Caputsylaris che in latino indicava il capo, l’inizio del Sele.
Il fiume che nasce dalla roccia è uno
spettacolo prorompente, un incipit vitale
che riconcilia con la natura.
Sarà anche per questo che la sua sorgente, nel cuore del monte Paflagone, si chiama Sanità, come dire salute e salvezza nell’acqua che purifica. E salvifico per l’intero
Mezzogiorno è stato il Sele che con la sua
portata media di quattromila litri al secondo alimenta l’Acquedotto Pugliese, la complessa opera di ingegneria idraulica che disseta l’intero Tavoliere delle Puglie fino a
Santa Maria di Leuca.
L’acquedotto è una delle prime tappe in
un viaggio in questo borgo dell’Alta Irpinia
dove tutto riconduce all’acqua (attualmente servono permessi, auspicabile la realizzazione di pareti vetrate per svelare le sorgenti a tutto pubblico).
Un tempo lo scenario era ben differente.
Alcune antiche tavole raffigurano una pescaia dalla quale le acque precipitavano verso il fondo della valle, creando rapide, cascate e cascatelle che alimentavano opifici.
Nel borgo, prima della costruzione dell’acquedotto, c’erano ben sedici edifici per molini e frantoi d’ulivi di cui c’è ancora qualche nascosta traccia. Poi con la costruzione
dell’opera che sottrasse l’acqua agli occhi e
agli irpini tutto sembrava svanito. Ora c’è
una buona notizia per cittadini e turisti. È
la sistemazione del Parco della Madonnina
che offre scorci di «chiare, fresche e dolci
acque» appunto. Lo spazio verde attrezzato
si trova all’ingresso del centro nella località chiamata Tredogge. Si tratta di una vera
e propria oasi per i turisti che da qui potranno continuare il mini tour in questa pittoresca conca ai piedi del Monte Paflagone
dove - in base al racconto storico di Paolo Orosio - fu sconfitto Spartaco. Ancora
acqua «intelligente» quella in mostra dal
28 aprile nell’ex cantiere dell’acquedotto
che ospita l’esposizione «Le macchine ad
acqua di Leonardo».
Storia ma soprattutto natura dalla suggestione panteistica come fa immaginare
una lapide latina conservata al Museo Archeologico di Avellino che attesta l’esistenza di un collegio sacerdotale dedicato al culto del dio Silvano. E poesia. Con
gli Aragonesi, infatti, una piccolo latifondo venne assegnato a Jacopo Sannazaro
mentre nel 1416 la regina Giovanna II affidò il feudo ad Antonio Gesualdo. Ma Caposele vuol dire anche anche Materdomini, ovvero una delle mete più importanti
del turismo religioso in Campania.
Agli inizi del Cinquecento, nel borgo
esisteva già una piccola chiesa dedicata
Leonardo in mostra
alla Mater Domini
Viaggio tra le macchine (che dà il nome ad
una frazione di Capoad acqua di Leonardo
sele). In questo luonegli spazi dell’ex
go Sant’Alfonso Macantiere dell’acquedotto ria de’ Liguori venne
in missione e fondò
una casa religiosa dove, nel 1755, morì San Gerardo Maiella.
Oggi il santuario è meta di molti visitatori che cercando la pace dello spirito trovano anche quella della natura. Ma in Irpinia, come si sa, l’aria è buone e mette fame. E i cuochi e i ristoranti sono universalmente ritenuti tra i migliori della Campania. Anche per le carte vino. A Matredomini il wine bar Trattoria Fandango ha
una fornitissima cantina da saggiare su
piatti con prodotti a km zero in base alla
stagione www.fandangowinebar.it Ma
un passo più in là conviene farlo a «Il camino» - in contrada Tagliabosco, a Montella - per saggiare la carne alla brace (anche in versione argentina).
Natascia Festa
Corona «hard folk»
Una quadriglia di almeno
ottanta persone. A far
ballare le piazze facendo
rivivere l’antico ritmo del
folk irpino è Antonio Corona
da Caposele - ogni terra ha
il suo Corona - in arte
«Tonuccio» of course.
Interprete delle radici
popolari, il cantante
aderisce completamente al
filone «Hard folk»
consapevole che solo
attraverso la militanza
musicale nelle piazze si
possa recuperare un
patrimonio culturale fatto di
suoni e canti. E le piazze
rispondono con grande
entusiasmo.
Il dialetto è centrale nella
sua produzione, un
vernacolo che mescola
antichi fonemi con slang
moderno non lontano da
andamenti liceziosi come
da tradizione popolare.
Antonio Corona ha anche
fondato la B Folk Band
composta da sei musicisti in
grado di mescolare
strumentazione elettronica
con tecnologia
d’avanguardia e strumenti
tradizionali come organetti,
fisarmonica, violino.
Suoi i testi delle canzoni
che vanno dal bozzetto più
tradizionale e scenette
contemporanee.
Parco
Sopra e a
sinistra le
cascatelle
del Parco della
Madonnina
Sotto la mostra
delle Macchine
ad acqua
di Leonardo
12 Speciale
Lunedì 30 Aprile 2012 Corriere del Mezzogiorno
NA
Sannio Pieni ed intensi, i profumi diventano «Docg». E protagonsti alla fiera di Verona
Passione per il vino
Aglianico del Taburno e Solopaca per inebriare i sensi
P
ieni, intensi e inconfondibili, i profumi e i
sapori del Sannio passano anche per i vini.
E in questo caso i re della tavola sono l’Aglianico del Taburno, che dal 2011 è diventato
primo Docg sannita e il Solopaca. Il primo, prodotto prevalentemente nei comuni di Bonea, Campoli del Monte Taburno, Cautano, Tocco Caudio,
Montesarchio e Vitulano; il secondo nei comuni di Frasso
Telesino, Melizzano, Vitulano,
e naturalmente Solopaca.
Guardando all’Aglianico del
Taburno, è stato anche tra i
protagonisti della fiera «Vinitaly 2012» di Verona. Riconoscibili dal marchio sullo stand
con un codice QR che riportava al loro blog, le cantine partecipanti, ognuna secondo le
proprie peculiarità, sono sempre più unite nell’intenzione
di promuovere il vitigno autoctono del Sannio che nell’area pedemontana ottiene i
risultati più interessanti. E
proprio gli operatori del settore, giovani ricchi di entusiasmo e produttori con le idee
ben chiare, rappresentano le
diverse anime di un solo gruppo che rappresenta una realtà
economica, sociale e culturale
molto importante del territorio e della provincia cui appartengono. Un territorio che
questi giovani valorizzano
con grande orgoglio. L’occa-
to dedicato proprio alla presentazione del territorio del
Taburno e alla sua vocazione
enoturistica possibile grazie
al tour «Andar per Vigne» e all’importante e storica manifestazione dedicata all’Aglianico
che si tiene a Torrecuso, «VinEstate».
Particolarmente apprezzata
a Verona anche la nuova veste
per lo spazio destinato al Sannio. Così, i vignaioli del Taburno dall’ultima edizione del
«Vinitaly», chiusosi nei giorni
scorsi, sono tornati più che
soddisfatti confermando ancora una volta eccellenti risultati
in termini di qualità dei loro
vini. La sofferenza del settore
si sente, soprattutto con la diminuzione di presenze estere,
e anche se non tutti sono stati
convinti della scelta delle nuove date per la manifestazione,
quello di Verona si è confermato comunque un appuntamento inderogabile per coltivare vecchi contatti, consolidare rapporti e relazioni commerciali, seminare interessi
per accordi futuri e forse anche per trovare conferme e insione giusta? Proprio la fiera
di Verona che nel suo programma ha previsto oltre al lavoro di stand con pubblico e
operatori, la degustazione guidata della prima bottiglia
Docg di Aglianico del Taburno
Rosato e della Falanghina del
Sannio Doc. Un appuntamen-
Sopra una
delle cantine
dove viene
conservato
il prezio vino
A destra
una bottiglia
di Aglianico
del Taburno rosato
coraggiamento al proprio lavoro. Forse anche per questo
la degustazione della prima
bottiglia con la fascetta Docg
avvolta da una simbolica etichetta con il marchio dell’Associazione è stata ancora più
intensa. Un momento di grande emozione e soddisfazione
per la presidente, Patrizia Iannella, che in questi tre anni alla guida del gruppo ha puntato molto sull’unione e sulla necessità di consolidare l’immagine del prodotto e del territorio in un’ottica di qualità e di
identità riconoscibile. Non
meno apprezzato il Solopaca,
con tutte le caratteristiche che
lo hanno reso unico. Uno dei
pochi riconoscibile già al primo sguardo. Dal colore è possibile stabilire, ad esempio, la
tipologia dell’uva utilizzata
per il suo impiego, la zona
principale della sua coltivazione, il modo in cui è stata vinificata e il grado di maturazione
del vino. Insomma, un’esperienza capace di coinvolgere e
inebriare i sensi.
Raimondo Nesti
© RIPRODUZIONE RISERVATA
Qualità certificata
Alla fiera di Verona oltre al lavoro di stand
con pubblico e operatori si è tenuta anche
la degustazione guidata della prima bottiglia
«Docg» di Aglianico del Taburno Rosato
Sannio Dai Cicatielli alle Lagane all’agnello, ricette semplice da assaporare
Le tradizioni rivivono a tavola
Pasta fatta in casa per i primi e carne per i secondi
Il modo più «dolce»
di chiudere un pasto
D
opo ogni buon pasto impossibile
rinunciare al dolce, soprattutto se
questo ha il sapore unico della «Copeta». Nei territori campani, soprattutto
nel beneventano, si produce ancora oggi
un torrone che affonda le sue radici nelle
tradizioni più antiche. E il suo nome ne è
una diretta testimonianza. Deriva infatti
dal latino «cupida», che tradotto significa «desiderata». E la Copeta, anche detta
«Cupida» o «Cupita», veniva desiderata
per la sua bontà, tanto da essere citata da
molti scrittori latini, tra cui Tito Livio.
E questo l’antenato del famoso torrone
di Benevento, un torrone bianco molto
compatto insaporito con nocciole, mandorle e, molto spesso, pistacchi.
Oggi si lavora nella torroniera, dove
miele e zucchero vengono riscaldati fino
a 80 gradi. Mentre la torroniera viene fatta girare a marcia veloce, si aggiunge poi
l’albume d’uovo sciolto in acqua, preparato il giorno precedente. L’ultima fase è invece più lenta. Si aggiunge zucchero a velo spolverato, vaniglia, nocciole, mandorle o pistacchi, opportunamente preriscaldati in maniera che abbiano la stessa temperatura dell’impasto.
Il risultato? Una vera e propria leccornia da intenditori.
Un peccato di gola che si sposa alla perfezione con quello che può essere considerato un simbolo di Benevento nel mondo: il liquore Strega. Perfetto nelle stagioni più fredde, ma gradevole sempre, lo
Strega scalda il palato ed esalta il gusto
del torrone. Va detto, comunque, che il
suo è un gusto fine e vellutato. Molto versatile è perfetto anche sulla frutta o unito
a dessert, gelati o cioccolata calda.
Inoltre, trattandosi di un liquore a base
di erbe (ben 70 quelle che ne compongono la ricetta, tra le quali la menta e il finocchio) è anche perfetto come digestivo. E anche in questo caso la storia conta;
lo Strega è prodotto dal 1860 e negli anni
per molti è diventato un vero e proprio
rito. Chi lo ama non può infatti rinunciare al suo gusto intenso, e certamente saprebbe riconoscere tra mille il suo colore
amaranto, direttamente legato allo zafferano che è parte integrante dalla sua ricetta. Il modo perfetto per concludere un
buon pasto, o semplicemente per trascorrere qualche momento con amici.
R. Nes.
© RIPRODUZIONE RISERVATA
R
icette semplici ma ricche di sapore, pasta fatta in casa per i primi
piatti e ottima carne per i secondi. È questo il segreto della cucina beneventana che tra le diverse leccornie propone i famosi «Cicatielli», «Cazzarielli»
e «Lagane», magari conditi con ragù o
sugo d’agnello. Deliziosi anche accompagnati da legumi. Immancabili sulle tavole sannite anche «Cavatelli con broccoli», «Fiavole» a base di pasta sfoglia
con ripieno di formaggio e uova, e poi i
panzerotti sanniti. Tra i secondi, invece,
nel Sannio la tradizione offre involtini a
base di fegato, polmone, prezzemolo e
aglio, avvolti con carne di agnello e legumi. Insomma, tanti piatti semplici da
preparare e sempre gustosissimi.
Quali gli ingredienti e le porzioni giuste? Per quattro porzioni di «Cicatielli»
con ragù di tracchiole servono 500
grammi di Cicatielli, due litri di salsa,
quattro tracchiole, salsicce, una cotica,
olio d’oliva, mezza cipolla, aglio, prezzemolo, peperoncino e naturalmente del
pecorino o magari, a seconda dei gusti,
della ricotta secca salata.
Per prima cosa è bene pulire la cotica
e immergerla in acqua bollente fino a
far rassodare il grasso. Aggiungere un
pizzico di sale, prezzemolo, mezzo spicchio di aglio, peperoncino e una grattugiata di formaggio. A questo punto è il
momento di avvolgere la carne creando
un involtino. Intanto, in una pentola occorre far soffriggere l’olio con la cipolla.
Appena questa imbiondisce, toglierla e
calare le tracchiole, le salsicce e l’involtino di cotica. Far rosolare a fuoco vivace,
poi versare la salsa e far bollire per circa
due ore sino a quando il sugo si addensa e la carne è ben cotta. Altra delizia, le
Tagliatelle al tartufo nero. Per prepararle basta diluire la salsa al Tartufo Nero
in una generosa quantità di olio extra
vergine di oliva insaporito da uno spicchio d’aglio. A questo punto basta condire la pasta aggiungendo magari delle
scaglie di Tartufo Nero e magari una
Delizie della terra
Tra le tante delizie tipiche
del Sannio spicca certamente
il tartufo, una vera
ricchezza per questo territorio
spolverata di parmigiano grattugiato.
Passando agli amatissimi panzerotti,
il segreto è quello di lavorare a lungo
l’impasto, preparato rigorosamente con
farina, sugna e sale. Lo scopo è quello di
ottenere alla fine un impasto liscio e sodo che dovrà poi riposare per mezz’ora
coperto da un panno umido. Intanto,
per il ripieno, si impastano in una zuppiera delle uova, salame tritato, caciotta
a pezzetti, formaggio parmigiano grattugiato, prezzemolo tritato e pepe. A questo punto il segreto è quello di lavorare
l'impasto sino ad amalgamare bene tutti gli ingredienti. Stendere una sottile
sfoglia di pasta sul tavolo e con un bicchiere di vetro ritagliare dischetti uguali. Basterà imbottire i dischetti con il ripieno, chiuderli bene con un altro dischetto di pasta e friggerli in olio abbondante. Asciugato l’olio con carta assorbente, non resta che servire in tavola.
Queste, solo alcune delle più amate ricette sannite che si possono sperimentare e gustare magari, perché no, accompagnando il tutto con un buon bicchiere di vino.
R. Nes.
© RIPRODUZIONE RISERVATA
Corriere del Mezzogiorno Lunedì 30 Aprile 2012
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Lunedì 30 Aprile 2012 Corriere del Mezzogiorno
Speciale 15
Corriere del Mezzogiorno Lunedì 30 Aprile 2012
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Irpinia Una giornata all’insegna della natura e dei sapori per riscoprire le meraviglie dell’Irpinia
Andar per Taurasi
Laboratori del gusto
ed eno-trekking alla kermesse
del Comune dell’avellinese
G
iovani e meno giovani per una
delle manifestazioni più apprezzate dell’Irpinia «Andar per Taurasi» che, ieri, ha messo in campo un programma particolarmente ricco, tra lunghe passeggiate a piedi e deliziose pietanze con tanti laboratori del gusto predisposti ad hoc.
Insomma, una grande occasione, quella organizzata da Slow Food Irpinia Colline dell’Ufita e Taurasi, per visitare le belle colline della Valle del Calore, assaggiando i vini e i piatti nelle cantine dei
«vignerons». Nel cuore dell’Irpinia è custodita infatti una delle aree rurali più
sorprendenti della Campania. Protagonisti dell’evento i laboratori del gusto, ma
anche banchi d’assaggio, eno-trekking,
mercato contadino, itinerari turistici ed
enogastronomici tra le colline, il fiume
Calore, i boschi e le cantine del Taurasi
Docg. Il tutto, sia nel borgo antico di Taurasi, sia presso altre comunità come:
Montefusco, Paternopoli, Castelfranci,
Montemarano, Luogosano e San Mango
sul Calore. E per chi è venuto da fuori
anche l’opportunità di scegliere un itinerario lungo per il fine settimana tra le
meraviglie del comune di Taurasi. Un
luogo nel quale si susseguono suggestioni e bellezze della natura e attività imprenditoriali dal gusto antico, in un binomio significativo di tradizione e modernità. Comodamente raggiungibile in
auto, bus, treno, questa terra si offre al
visitatore come un rifugio, una realtà diversa ma possibile, a pochi chilometri
dalle aree cittadine e dalle località turistiche della costiera campana. Alla quotidianità metropolitana si contrappongono il silenzio dei campi, i sapori genuini,
i mestieri della tradizione, i luoghi destinati al ristoro dello spirito e le testimo-
nianze di una storia importante. E’ in
questo incantevole scenario che i vigneti della Docg "Taurasi", si mostrano nella loro inconfondibile bellezza, tra soleggiate colline, belvedere dei centri storici
e fitte aree boschive accarezzate dal fiume Calore. Un’area piuttosto ampia ed
estesa che ricade principalmente nella
Valle del Calore, abbracciando diciassette Comuni.
Unica Docg di tutto il centro-sud fino
al 2003, il Taurasi viene prodotto con le
uve di Aglianico. Uno dei primi a fiorire
e tra gli ultimi ad essere raccolto, l’Aglianico è un vitigno vigoroso e allo stesso
tempo delicato. Vino con una forte identità territoriale, risalendo il fiume Calore, si incontrano vigneti che si collocano
attorno ai 300 metri per arrivare a siti
che nella zona più alta, a ridosso dei
Monti Picentini, sfiorano gli 800 metri.
Attraversando le terre del Taurasi, non
si può fare a meno di confrontarsi con
un repertorio estremamente eterogeneo
di esposizioni, altitudini e paesaggi. Tutte caratteristiche che hanno reso indi-
Passeggiate
eno-trekking
e laboratori
del gusto
realizzati
ad hoc per
la kermesse
organizzata
da Slow
Food Irpinia
Colline
dell'Ufita
e Taurasi
menticabile la giornata di ieri, nella quale i visitatori hanno potuto scegliere tra
quattro i diversi percorsi predisposti:
Bassa e Media Valle del Calore, Alta Valle
del Calore - Paternopoli e Castelfranci,
Le vigne storiche di alta quota e Cossano
e la Terra dei Fichi. Ciascuno con le sue
caratteristiche, ciascuno con diverse degustazioni e pranzi a base di specialità
locali e vini Docg della zona. Caratteristico e ricco di sorprese anche il Mercato
Contadino del Borgo Antico. Nel centro
storico di Taurasi, appassionati e semplici curiosi hanno assaggiato le prelibatezze tipiche delle Comunità del Cibo di Terra Madre delle Valli Irpine. Non meno interessante il Laboratorio della Memoria
Storica che ha preso vita nell’enoteca regionale dei vini d’Irpinia.
Tutto questo in un territorio dove la
storia corre di pari passo con la modernità, e la produzione di ottimo vino ha da
sempre inciso sulla geografia stessa del
territorio.
Raffaele Nespoli
© RIPRODUZIONE RISERVATA
INFORMAZIONE PUBBLICITARIA
FINALMENTE UNA SPERANZA PER I MALATI DI SCLEROSI MULTIPLA
A Benevento nasce un centro specializzato nella diagnosi e nell’intervento della CCSVI
[Insufficienza Venosa Cerebrospinale Cronica], la nuova malattia scoperta dal Prof. Zamboni
A Benevento, una nuova speranza per le decine
e decine di ammalati di sclerosi multipla affetti
da CCSVI, insufficienza venosa cronica cerebrospinale, che secondo il professor Paolo Zamboni,
direttore del Centro Malattie Vascolari di Ferrara
ha una stretta correlazione con la Sclerosi Multipla
cienza venosa cronica cerebrospinale ed eventualmente sottoporsi all’inter vento chirurgico
con il quale è possibile ridurre tale patologia. Il
dottor Rosa ha studiato a fondo questa malattia grazie ad un corso di specializzazione effettuato a Ferrara con il professor Paolo Zamboni
ed è convinto che possa rappresentare più di
Il Do
Dottor
ttor Rosa
in sala operatoria
Il Dottor Al
Aless
essandr
andro
o Rosa [a si
sinistra]
nistra]
con il Professor P aol
aolo
o Z amboni
La speranza per i pazienti è nella nascita a Benevento di un centro specializzato nella diagnosi della CCSVI. Si tratta dello Studio medico del dottor
Alessandro Rosa che, grazie all’utilizzo di una speciale apparecchiatura la “Esaote Mylab Vinco”,
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o Rosa,
può diagnosticare la malattia. A less
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agnosiccsvisclerosi
nosiccsvisclerosi.it,
.it,
accoglie ogni giorno numerosi pazienti provenienti da tutt’Italia pronti a sottoporsi agli esami diagnostici per misurare il livello di insuffi-
citarne
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alcuni
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parametri
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det ermi
minana-
una speranza per le migliaia di persone affette
da sclerosi multipla.
In Italia, infatti, sono circa 60.000 gli ammalati affetti da sclerosi multipla.
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La C CSVI è curabile
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“Attraverso l’utilizzo dell’apparecchiatura,
l’Esaote Mylab Vinco, - spiega il dottor Alessandro Rosa - si rilevano i 5 parametri che danno
forma alla CCSVI. Se il paziente risulta positivo
ad almeno due di essi si rende necessario l’inter vento, che altro non è che una semplice
angioplastica che si effettua in anestesia locale e con la quale si eliminano i restringimenti
ristabilendo il normale flusso di sangue”. Ed i
risultati sono davvero interessanti, come testi-
monia anche il presidente onorario dell’Associazione Ccsvi nella Sclerosi Multipla Onlus,
Nicoletta Mantovani, la vedova di Luciano Pavarotti, affetta da Sclerosi Multipla che si sta battendo affinché venga data maggiore attenzione
al metodo Zamboni.
risultati
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cess
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Italia
alia e nel mondo, da migliaia di
pazienti”.
pazi
enti”.
Dr. Alessandro Rosa Viale Mellusi, 134 - 82100 Benevento - 339 3586815 - 380 4374658 - www.diagnosiccsvisclerosi.it
16 Speciale
Lunedì 30 Aprile 2012 Corriere del Mezzogiorno
NA
Ariano Irpino Visite record per la quattordicesima edizione della Settimana della Cultura
Tra natura e cultura
Aperture straordinarie e progetti per i più piccoli
G
iornate intense per i
luoghi di cultura di
Ariano Irpino. Straordinariamente gettonati il Castello, i Musei e la Biblioteca soprattutto grazie alla quattordicesima edizione
della Settimana della Cultura
che si è appena conclusa. Per
l’occasione sono stati addirittura più di 200 i visitatori del
Museo Civico e della Ceramica, mentre il Museo della Civiltà Normanna, nella magnifica cornice della Villa comunale, di visite ne ha contate
circa trecento.
Un buon successo di pubblico se si considera che le
condizioni meteo non sono
state certo le più favorevoli
per le escursioni. Ma il maltempo non ha fermato gli appassionati e sono state soprattutto le scolaresche a gradire
e a richiedere le visite guidate. I ragazzi sono arrivati infatti da Grottaminarda, Mirabella Eclano e Sturno.
Ma non sono mancati gruppi di turisti, come nel caso
dei visitatori della Fiera nazionale «Sud con Gusto», che si
è tenuta nella frazione di Casone ad Ariano Irpino. Grande interesse anche da parte di
un gruppo di ricercatori e professori universitari che, impegnati in un convegno presso
il Centro di Ricerca Biogem,
hanno voluto concedersi una
pausa per visitare il Museo Civico e il Normanno.
Un capitolo a parte meritano poi le merende letterarie o laboratori antropologici dedicati ai bambini, andati in
scena alla Biblioteca comunale. Tre diversi appuntamenti
suddivisi in due eventi per le
scuole, e un evento aperto a
tutti, a cui i bambini hanno risposto con molto entusiasmo. In tutto circa 120 presenze. «Le favole a voce alta e la
merenda con pane e marmellata» e «Il mondo fantastico
dei cantastorie», laboratori di
lettura promossi dal Comune
di Ariano, Biblioteca Mancini, Assessorati alla Cultura ed
alle Politiche Giovanili, con
la collaborazione di Antrocom Onlus Campania, che
hanno lo scopo di trasmettere un sentimento di affezione
e di riscoperta del mondo della scrittura, della lettura e dell’ascolto tra gli alunni delle
scuole elementari e medie.
Mentre «Il giovane archeologo» era il tema dei due appuntamenti per le scuole, un laboratorio di lettura ad indirizzo
antropologico, suddiviso in
diverse fasi, iniziando con
un’introduzione all’argomento per poi passare alla lettura
del libro, all’elaborazione manuale e infine alla meritata
merenda con pane e marmellata, per riscoprire anche il
gusto di una colazione tradizionale e genuina. Tutta dedicata alle favole Campane è stata invece l’attività ludica per i
bambini dai 5 agli 8 anni, mirata ad approfondire e rivisitare in maniera creativa la tradizione orale. Con i più piccoli, in questo caso, si sono fermati anche i genitori.
«Si tratta di un’iniziativa
che stiamo consolidando —
spiega il consigliere comunale Mario Manganiello che ne
cura l’organizzazione — siamo al decimo appuntamento
e ne abbiamo in programma
altri tre. Nello stilare il calendario dei laboratori abbiamo
volutamente inserito alcuni
Il Castello Normanno
di Ariano Irpino
e i giardini fioriti
in una delle giornate
della Settimana
della Cultura. Il
Castello sorge sulla
sommità dell’omonimo
colle, nella zona
più alta e panoramica
del territorio cittadino
appuntamenti nell’ambito
della Settimana della Cultura,
per far sentire anche ai bambini l’importanza di questo
evento promosso dal Mibac.
Al centro dell’ultima merenda letteraria — continua —
una favola tratta da «Lu cuntu de li cunti» di Basile, e oltre alle due lettrici abbiamo
inserito anche la figura del
menestrello. I bambini erano
entusiasti ed hanno partecipato in maniera attiva».
«Un week end, ma direi un
intero mese di aprile, molto
vivace dal punto di vista culturale nella nostra Città - sottolinea dal canto suo Manfredi D’Amato, assessore delegato alla Cultura —. Abbiamo
cercato di rispondere a tutte
le prenotazioni arrivateci per
i percorsi ideati da Sistema
Museo. Contestualmente abbiamo garantito l’apertura
del Museo Civico e del Museo
della Civiltà Normanna con le
visite guidate gratuite anche
di domenica e nei giorni festivi. E per le scolaresche il Sistema Museo ha garantito presso il Civico e il Normanno le
visite anche in orari extra. Nonostante il tempo incerto —
prosegue —, centinaia di visitatori hanno frequentato le
nostre strutture museali e
quelle della Diocesi. Abbiamo
confermato quanto si dimostri superato il concetto di biblioteca quale luogo austero.
La nostra ‘‘Manciniana’’ è un
vivo e vivace fulcro di attività. E siamo sicuri che i bambini che oggi partecipano alle
merende letterarie, saranno
buoni lettori del domani».
Raffaele Nespoli
© RIPRODUZIONE RISERVATA
Speciale 17
Corriere del Mezzogiorno Lunedì 30 Aprile 2012
NA
Sannio Parte da un portale internet la visita virtuale, e poi reale, del Museo del Sannio
La storia corre sul web
Consultabili on-line i percorsi, le sezioni e tutte le informazioni utili
«M
oderno, vasto, ben articolato, accogliente e dotato di ogni presupposto di vitalità». Con queste parole lo storico dell’arte Bruno Molajoli descrisse il Museo del Sannio. «Non
inerte deposito di oggetti antichi — disse
—, ma un centro potenziale di studio e di
diffusione culturale». E quella della struttura sannita è una storia antichissima,
perfettamente raccontata sul sito «museosannita.com».
Sempre on-line si possono trovare tutte le informazioni sulle sezioni presenti:
dalla «Sala dei Sanniti» alla «Pinacoteca
Contemporanea», e non mancano nella
sezione «Il museo nella città» i diversi percorsi storici, da quello Romano a quello
Contemporaneo, passando per quello
Longobardo, Medievale e Moderno. La nascita del museo si lega al nome del ministro francese Telleyrand, nominato da Napoleone nel 1806 principe di Benevento.
«Fu lui — si legge nella sezione dedicata alla storia — a voler creare per la città
un luogo dove potessero essere raccolte e
custodite le testimonianze di un passato
nobile. Poi, dopo la parentesi napoleonica, la città tornò al secolare dominio pontificio. Fu il Cardinale Bartolomeo Pacca,
che si adoperò per la protezione del patrimonio artistico e archeologico dello Stato
Pontificio. Intanto, studiosi ed appassionati, come il Corazzini, fondarono l’Accademia con lo scopo di ‘‘Raccogliere conservare e studiare ogni oggetto di antichità e d'arte di qualsiasi epoca’’. Solo dopo
l’unità d’Italia, il Consiglio Provinciale
con una delibera del 1873 istituì il Museo
del Sannio, dove doveva confluire tutto il
materiale, ma il provvedimento non conobbe nell'immediato una pratica attuazione. Solo nel 1892, l’architetto Almerico
Meomartini decise di allestire il museo
nell’ala da lui appena restaurata della trecentesca Rocca dei Rettori Pontifici, assumendone la direzione. L’esposizione si arricchì dei reperti che la città continuavano ad emergere dai numerosi scavi, tra
cui il prezioso arredo del tempio di Iside».
E la sala di Iside raccoglie oggi molte
preziose sculture, per lo più rinvenute dal
Meomartini durante gli scavi condotti nel
1903 a ridosso delle mura del convento di
Sant’Agostino. Il rinvenimento portò l'archeologo a credere che lì, in epoca romana, si trovasse il tempio dedicato alla dea.
Ancora oggi, sia l’ubicazione che il numero dei templi presenti in città sono incerti. Stando così le cose non si può dire con
precisione se la città ospitasse tre santuari, o se l’unico tempio fosse quello di Domiziano dove venivano celebrati diversi
aspetti del culto. Non si sa ancora neppure se il tempio di Domiziano fu costruito
ex novo o ampliando e modificando un
tempio già esistente, così come resta incerto il ruolo svolto da Rutilio Lupo, alla
cui persona sembrano far riferimento le
scritte in geroglifico degli obelischi beneventani. Solo il periodo a cui ricondurre
l'intervento sui culti isiaci in città sembra
essere quasi certo, ma ancora non è dato
sapere se sia stato lo stesso imperatore ad
operare a Benevento o quel Lucilio Lupo,
esponente di una delle più prestigiose famiglie della città, per rendere omaggio a
Domiziano. All’imperatore Domiziano sono certamente legati una statua di sicura
manifattura egizia che lo ritrae in veste di
faraone e due obelischi in granito rosso,
di cui uno è conservato al Museo mentre
l’altro sorge ancora oggi al centro di piazza Papiniano. Gli obelischi in origine si
trovavano davanti al tempio dedicato alla
dea che probabilmente si ergeva al limite
estremo del foro, dove oggi si incontrano
corso Dante e corso Garibaldi.
Alcuni manufatti erano considerati antichi già nel primo secolo dopo Cristo e
furono portati dall’Egitto per abbellire il
santuario della città. Ne sono esempi la
statua di Falco che raffigura Horus, figlio
di Iside, e la statua cubo dello scriba Neferhotep. I reperti possono essere collegati
a culti diversi, e in fin dei conti è di culti
che conviene parlare piuttosto che di templi. Un primo tipo di culto è quello dedicato a Iside Pelagia protettrice dei viaggi e
dei naviganti, della cui statua si conserva
soltanto la base.
Renato Nappi
© RIPRODUZIONE RISERVATA
18 Speciale
Lunedì 30 Aprile 2012 Corriere del Mezzogiorno
NA
Gastronomia Dall’allevamento di galline per la produzione di uova, il marchio si è evoluto seguendo l’evoluzione dei consumi
La salute vien mangiando
Avicola Mauro, il valore
delle tradizioni e la qualità
delle carni bianche
P
iù di mezzo secolo speso all’insegna
della qualità. Un’esperienza che risale alla fine degli Anni 50, quella
dell’azienda Avicola Mauro, nata dall’intuizione del fondatore
Raffaele Mauro. E proprio il suo
fondatore resta ancora oggi un
punto di riferimento per l’azienda, con il sostegno dei fratelli
Giuseppe e Pasquale. Dall’allevamento di galline per la produzione di uova, il marchio si è evoluto
nel tempo, seguendo l’evoluzione
e il cambio dei consumi in pieno
boom economico. Nel tempo si è
passati infatti alla produzione e la
commercializzazione delle carni
bianche. Eppure, cambiata l’attività,
non è cambia la mission aziendale,
sempre incentrata sulla qualità nella
scelta delle carni migliori e sulla sicurezza in tutte le fasi della filiera. Oggi
Avicola Mauro è un’azienda tecnologicamente all’avanguardia attenta al rispetto dei principi che da sempre ne
hanno animato l’attività. L’ingresso delle nuove generazioni della famiglia Mauro
ha apportato know-how specifico e nuove
risorse all’azienda che oggi conta 35 dipendenti sempre attenti a soddisfare i requisiti
di eccellenza. Una scelta di qualità che si
pone come espressione di un popolo e di
un territorio incontaminato come la Valle
Caudina, con un patrimonio naturalistico
intatto e una ricca tradizione gastronomica
e artigianale. Una lunga esperienza che oggi si tramanda alle nuove generazioni e che
si arricchisce di competenze e di innovazio-
I
ne tecnologica per
far fronte ai continui cambiamenti del mercato. Oggi, infatti, il consumatore
è più attento ai propri acquisti e orienta le
proprie scelte verso prodotti sicuri e al tempo stesso convenienti. Il marchio Avicola
Mauro sinonimo di questi valori diventati
ormai tradizione aziendale, continua ad esistere accanto al nuovo marchio che trasporta questi stessi valori, in un’ottica di crescita futura e di apertura tecnologica all’innovazione. Va detto che le carni avicole sono
un alimento di alta qualità, indicato per
una sana ed equilibrata alimentazione, in
grado di migliorare il benessere fisico. Dal
campo alle tavole, Avicola Mauro seleziona
solo le carni migliori, provenienti dagli allevamenti di polli a lento accrescimento, alimentati con prodotti di origine vegetale ed
allevati esclusivamente a terra. E per garantire la sicurezza dei consumatori
Rigorosi i controlli in ogni fase della filiera produttiva, dall’allevamento fino alla distribuzione del prodotto. Tutte le carni sono controllate sia dai veterinari delle Asl di
competenza, sia direttamente dai veterinari e tecnici che verificano l’applicazione delle pratiche di buon allevamento codificate
dall’azienda. Non mancano anche controlli
a monte presso gli allevatori di polli, prove-
rpinia Zinco
All’insegna dell’eccellenza
nienti principalmente da Campania, Lazio,
Puglia e Molise. Le macellazioni e le lavorazioni vengono eseguite in impianti e con
macchinari costantemente controllati dall’azienda e dai veterinari ufficiali, in modo
da garantire il massimo livello igienico e sanitario delle produzioni e da assicurare i
più elevati standard di qualità e durata dei
prodotti finiti.
Avicola Mauro applica poi regole ferree
anche durante la lavorazione. Le linee produttive sono caratterizzate dall’estrema pulizia degli ambienti, nei quali opera personale dotato di camice bianco, cuffie, mascherine e guanti monouso. I prodotti fini-
D
ti vengono infine sottoposti a verifiche organolettiche, visive, chimiche e microbiologiche, sotto la diretta supervisione dei veterinari presenti negli stabilimenti. Controlli
per la sicurezza e la qualità anche nel raffreddamento effettuato ad aria, con evidenti benefici per il prodotto finale, che così
non perde consistenza e sapore. Infine,
grande attenzione al mantenimento della
«catena del freddo», tutti gli automezzi destinati alla distribuzione sono infatti dotati
di impianto frigorifero, dispongono di certificazione e di autorizzazione sanitaria.
Renato Nappi
© RIPRODUZIONE RISERVATA
i Marzo
Buon sangue non mente
B
en 6.500 metri quadrati di piazzali per
un impianto di zincatura che è tra i primi in Italia per i controlli di processo e
di lavorazione e l’alto livello di automazione.
Questi i punti di forza dell’Irpinia Zinco,
azienda accreditata presso le maggiori realtà
produttive nazionali ed internazionali. E l’impianto dell’Irpinia Zinco è di quelli all’avanguardia, la sola vasca di zincatura misura infatti più di 15 metri di lunghezza. Addirittura
21 le vasche di trattamento, 10 carrelli elevatori e ha una capacità produttiva di 50 mila
tonnellate annue di acciaio zincato. E proprio
per le sue caratteristiche d’eccellenza alla Irpinia Zinco è stato anche assegnato il premio
nazionale «Imprese per la sicurezza», istituito da Confindustria ed Inail con la collaborazione tecnica dell’associazione «Premio Qualità Italia» e Accredia (Ente italiano di accreditamento). Un riconoscimento particolarmente ambito che è stato conferito all’azienda irpina nella sede romana di Confindustria alla
presenza della presidente Emma Marcegaglia
e dei segretari nazionali di Cgil, Cisl e Uil.
Obiettivo dell’iniziativa, riservata alle piccole e medie imprese, quello
di dare visibilità a quelle aziende che meglio si sono impegnate in tema
di gestione della sicurezza, mettendo in campo le migliori pratiche e procedure. Tutto questo per sviluppare nelle imprese associate la consapevolezza della centralità della cultura della sicurezza nell’organizzazione e
gestione dei processi produttivi. E, come detto, a ricevere la targa premio c’era anche l’Irpinia Zinco. Un premio ancor più prezioso visto che
l’azienda che sorge nell’area Industriale di Lacedonia è stata l’unica del
Mezzogiorno ad essere selezionata tra le finaliste e a ricevere il riconoscimento, dopo aver superato la severa selezione prevista dal bando di partecipazione. L’Irpinia Zinco ha ottenuto la menzione ed una targa per
essersi distinta grazie all’organizzazione ed alla implementazione di un
sistema di gestione della sicurezza che ha apportato concreti miglioramenti nell’ambiente di lavoro. Un premio che inorgoglisce tutto il sistema industriale irpino, che ha manifestato sempre attenzione e sensibilità ai temi delle sicurezza e può vantare esempi di eccellenza.
U
na realtà storica del vino campano che, dopo un periodo di stasi, si è ormai risvegliata
e punta a riconquistare il ruolo che le spetta,
soprattutto nella produzione e commercializzazione del Greco di Tufo. «Per decenni siamo stati un
po’ come la bella addormentata - dice Ferrante Di
Somma, amministratore dell’azienda vinicola Cantine Di Somma -. Il nostro know-how resta però
invariato e per questo puntiamo con decisione ad
un ruolo di primo piano in questo settore. Direi
che a giusta ragione possiamo definirci i precursori del Greco di Tufo». E la tradizioni dell’azienda
risalgono addirittura al 1647, quando Scipione di
Marzo, capostipite della famiglia, lasciò San Paolo
Belsito per sfuggire alla peste che imperversava in
tutta Europa, trobando rifugio a Tufo. La leggenda
racconta che portò con sè le vigne dell’Asprinio di
Nola, diventando così il creatore del Greco di Tufo.
Da allora, la famiglia di Marzo coltiva, nel suo vivaio, i vitigni da reimpiantare, conservando in questo un patrimonio genetico pressoché immutato
dalle sue origini. Le Cantine di Marzo hanno quindi saputo preservare la tradizione storica senza però rinunciare alla più moderna tecnologia, una filosofia che dà come risultato, vini di una qualità unica. Tre le linee di vini che maggiormente ne distinguono la produzione «Cantine Storiche», «Stemma» e «Palazzo». La prima, nota per la sua finezza
e per la sua persistenza aromatica. Particolarmente
interessante l’etichetta Anni Venti, nata nel 1926.
La linea Stemma è invece stata concepita per rispondere ad un bisogno di packaging più moderno, per captare l’occhio del consumatore spesso disorientato da un’enorme scelta di vini tra negozi e
supermercati. Infine, la linea «Palazzo» è quella
con la quale per molti anni si sono venduti i vini
principali delle Cantine di Marzo in Italia. Vini che
hanno una piacevolissima freschezza e una lunghezza in bocca sorprendente. Ideali da abbinare
con pasti di tutti i giorni o come aperitivo.
R. Nes.
R. Nes.
© RIPRODUZIONE RISERVATA
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Corriere del Mezzogiorno Lunedì 30 Aprile 2012
19
NA
20 Speciale
Lunedì 30 Aprile 2012 Corriere del Mezzogiorno
NA
Il focus/ 1 Il piccolo centro irpino vanta una secolare tradizione nella lavorazione della pietra
Il paese nella roccia
Sant’Andrea di Conza e l’arte di lavorare il «favaccio»
T
erra di emigranti l’Irpinia con i suoi borghi e
paeselli. Terra di artigiani e contadini, che
hanno portato la propria arte,
la propria manualità in giro per
il mondo. Da alcuni studi statistici, si conta che gli irpini in giro per il globo siano molti di
più di quelli che oggi vivono in
queste terre. Tanti paesi e tante
storie, tutte da raccontare, tutte
con la propria particolarità. Tra
i centinaia di borghi, che agli
occhi del cittadino comune,
sembrano un luogo incantato,
c’è Sant'Andrea di Conza, centro arroccato su un altopiano ai
confini con Basilicata e Puglia.
Quasi ad essere l’ultimo baluardo di fasti delle epoche scorse.
E a leggere la storia del paese,
pubblicata sul sito istituzionale
dell'amministrazione comunale retta da un giovane sindaco
che ha deciso di rimanere lì, nel
cuore dell’Alta Irpinia, si possono riscontrare radici antiche,
anzi antichissime. La storia «documentata» ha inizio con un atto di donazione redatto nel
1161 da Gionata di Conza e di
Carinola con il quale il conte
Normanno, col consenso della
sposa Stefania e dei figli Riccardo e Goffredo, cedeva la chiesa
di Sant’Andrea, situata tra il territorio della città di Conza e
quello del castello di Pescopagano unitamente alla giurisdizione sugli abitanti del luogo e alle
terre situate intorno alla stessa
chiesa.... in proprietà perenne
alla chiesa di S. Maria dell’Episcopato di Conza. L'origine del
Casale, però, è controversa. Secondo alcuni autori, dopo il terremoto del 990, che distrusse la
città di Conza, e per il dilagare
della malaria, i vescovi abbandonarono la sede abituale di
Conza e si stabilirono nel territorio di Sant’Andrea, dove da
tempo degli agricoltori conzani
si erano insediati in un nucleo
abitativo intorno alla chiesa dedicata a Sant’Andrea.
Altri farebbero risalire le origini all’alto Medio Evo, quando
durante l’occupazione longobarda (VI-VII sec.), si diffuse il
culto di Sant’Andrea Apostolo
ad opera dei Bulgari, chiamati
in Italia dagli stessi Longobardi
per ripopolare alcune zone al
centro Meridione desolate a seguito della guerra con i Bizantini. Mente i Longobardi rimanevano nei centri maggiori in rocche fortificate, i Bulgari si distribuivano nei «vichi» che presero il nome di «Casale di Sant’Andrea».
Dal 1161 fino alla soppressione della feudalità, il feudo di S.
Andrea appartenne alla mensa
Arcivescovile. Nel 1560 l'Arcivescovo Girolamo Muzzarelli
(1553 - 1561) ottenne dalla «Regia Camera della Sommaria di
Napoli» la conferma della esenzione dalla tasse per «l’Università di S. Andrea». Dopo il Concilio di Trento, fu istituito nella
diocesi il Seminario Metropolitano. L’Episcopio di Sant’Andrea divenuto residenza abituale estiva degli Arcivescovi di
Conza (quella invernale era Santomenna), fu oggetto di continui restauri e numerose modifiche e abbellito con opere di pregio artistico. Durante il Rinascimento, il Casale si trasformò in
un vero e proprio Paese, sviluppandosi intorno alla Chiesa Ma-
Supplemento della testata
©
Distribuito con il Corriere della Sera
non vendibile separatamente
Marco Demarco
direttore responsabile
Maddalena Tulanti
vicedirettore
Carmine Festa
redattore capo centrale
dre, e la popolazione crebbe notevolmente.
Nel 1607, fu decisa, con pubblico parlamento, la costruzione del convento dei padri francescani minori riformati. L’opera fu realizzata nel luogo ove
preesisteva la chiesa di Santa
Maria della Neve, una chiesa
«semplice e rurale», e portata a
termine nella prima metà del
secolo XVII. A cavallo tra il XVII
e il XVIII secolo vi fu un periodo di intensa attività sismica: ricordiamo per tutti i disastrosi
terremoti del 1694 e del 1732.
L’Arcivescovo Gaetano Caracciolo (1682-1709) fece ricostruire il Seminario ed edificare la vice cattedrale di San Michele in
cui fu sepolto alla sua morte, arredandola con le preziose tele
di Andrea Miglionico, pittore
del seicento napoletano, allievo
di Luca Giordano. Alla fine del
L’Episcopio
In alto, l’Episcopio
sede degli arcivescovi
di Conza (foto
Scolamiero)
A destra, i due
ingressi del seminario
’700, la terra di Sant’Andrea aveva un preciso assetto urbanistico, con le sue emergenze architettoniche, i suoi mulini ad acqua e le sue porte di accesso,
tra cui quella tuttora esistente,
denominata «Porta della Terra».
Con la venuta dei francesi e
la costituzione della «Repubblica Partenopea», il paese fu inserito nel dipartimento dell’Ofanto con capitale Foggia, nel cantone di Pescopagano. Nell’età
della Restaurazione, dopo una
fase di turbolenze sociali civili
e politiche, Sant’Andrea visse
una seconda rinascita, soprattutto per merito dell’arcivescovo Michele Arcangelo Lupoli
(1818 - 1832).
Il paese ha vissuto anche il
brigantaggio e le contrade furono lo scenario di scorribande e
tentativi di ribellione di ogni
sorta. Scriveva il professor Angelo Acocella nel 1905 a proposito di S. Andrea: «Se non fosse
per il poco numero di abitanti
che non arrivano a 3 mila a Sant’Andrea di Conza potrebbe dirsi una allegra cittadina, ove nulla manca, perché in esso si nota: attività di commercio, pubblici uffici, scuole, opifici di bravi artisti, allegria e gentilezza
d’animo, un circolo e una Società di Mutuo soccorso, c’è in breve, tutta una nobiltà di vita come va presa e considerata da
una gente che trova nell’onesto
e quotidiano lavoro la felicità e
la gioia». Per il resto, la storia
di questo secolo è storia comune per tutti i paesi del sud, segnata dalle sue guerre, dalla crisi di lavoro, dall’emigrazione,
dalle passioni politiche della
giovane democrazia italiana.
Sant’Andrea ha conservato, comunque le sue caratteristiche di comunità industriosa per la vitalità, l’ospitalità dei suoi abitanti, la laboriosità e la competenza dei suoi artigiani. In particolare l’artigianato locale si basa sulla lavorazione della pietra. Dalle cave autorizzate di Sant’Andrea di Conza
e di Pescopagano site in località Serro della Serpa, che hanno
una capacità estrattiva di oltre
400 mila metri cubi, si estrae
una pietra compatta, chiara e
variegata, adatta alla costruzione e alla decorazione, prevalentemente costituita da minerali
denominata «brecciato irpino»
o «breccia irpina». Dall’estrazione alla lavorazione. Ed è in questa precisa fase della produzione che entra in campo la manualità degli artigiani che trasformano ciò che la natura ha
donato in poderosi portali, camini, scale e quant’altro può arricchire una costruzione. Di più
recente introduzione, ma non
meno importante valore, è la lavorazione del ferro battuto. Anche in questo caso Sant’Andrea
ha fatto scuola e i manufatti dei
suoi artgiani hanno fatto il giro
del mondo. Insomma, mentre
il paese si spopola, i suoi prodotti volano ovunque. Un segno della riscossa irpina.
La lavorazione Nelle due immagini (sopra e sotto), i portali d’ingresso
del seminario, simbolo di Sant’Andrea di Conza. Rappresentano due esempi della lavorazione tipica della lavorazione della pietra irpina
Antonio Scolamiero
antonio.scolamiero@
corrieredelmezzogiorno.it
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Il focus/ 2 La vita di San Gerardo Maiella rappresentata sul lago San Pietro. Da visitare l’antichissimo borgo medievale
Monteverde, spettacolo dell’acqua e non solo
Il sindaco Ricciardi: kermesse nostro fiore all’occhiello, ma c’è tanto altro da vedere
I
l nome di Monteverde, da molti anni è legato a doppio filo al «Grande spettacolo
dell’acqua», la rievocazione della vita di
San Gerardo Maiella e la rappresentazione
dei valori di un uomo che è andato a farsi
Santo, e che ha vissuto il suo percorso attraversando tre Regioni: la Basilicata dove è nato ed è cresciuto, la Puglia dove si è formato
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e la Campania dove ha operato. Una messa in
scena imponente, a partire dall'allestimento
della scenografia costruita interamente sull'acqua, alla magia delle luci e della musica;
dal corpo di ballo, dagli attori e dalle intense
voci narranti, allo straordinario testo dedicato a Gerardo Maiella il Santo del popolo e dei
poveri; dalla straordinaria presenza degli ol-
tre cento volontari, vero motore di un evento unico in Italia, alla consapevolezza di un
grande progetto di solidarietà. Ma non è solo
questo, anzi. Certo, Il lago di S. Pietro a Monteverde, sul confine delle tre regioni, teatro
della vita di San Gerardo Maiella, richiama a
sé tanta gente per regalare emozioni a ogni
replica, ma soprattutto, per dare forza ad un
progetto umanitario che vede protagonista
un’intera comunità, solidale, senza confini.
Un’intera comunità mobilitata, certo, proprio così. E il sindaco del paese irpino che ha
dato i natali alla madre del presidente della
Bce Mario Draghi e al padre del giornalista
Michele Santoro, ci tiene a sottolineare questo punto. «I residenti di Monteverde — afferma Francesco Ricciardi — sono mobilitati
in massa, non solo per la perfetta riuscita dello spettacolo che da sei anni attira nel nostro
centro decine di migliaia di persone, ma anche per un’altra iniziativa che va di pari passo: il meeting sulla diversa abilità». «Anche
questa è un’iniziativa — prosegue Ricciardi
— che dà lustro e fa onore alla nostra comunità. Ricevere centinaia di diversamente abili, accoglierli e farli sentire a casa propria
non è da tutti». «Certo — conclude il primo
cittadino — lo spettacolo, rispetto agli altri
paesi ci dà una speranza in più, ma Monteverde mette sul piatto anche tanta sostanza
con il nostro antico borgo medievale e con le
sue bellezze naturalistiche». E a proposito di
natura, a Monteverde c’è anche un’altra particolarità: nell’area nidificano le rarissime cicogne nere, l’area è una delle 11 colonie italiane che ospitano questi uccelli.
E anche il sindaco ci tiene a questo aspetto: «Un altro motivo per venire a Monteverde».
Il centro storico Nella foto in alto, una veduta del cuore antico di Monteverde, dove spicca
il castello medievale. A sinistra, una delle scene del «Grande spettacolo dell’acqua»
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Corriere del Mezzogiorno Lunedì 30 Aprile 2012
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NA
22 Speciale
Lunedì 30 Aprile 2012 Corriere del Mezzogiorno
NA
San Salvatore Telesino L'area archeologica è scrigno di un patrimonio inestimabile
Lerka Minerka Escursioni montane
Gioiello da valorizzare
Addio Facebook:
a piedi sull’appennino
con zio Bacco
Telesia, intervista all’archeologo Luigi Pedroni
Un resto dell’area archeologica di San Salvatore Telesino che necessita di valorizzazione
A
nnibale sconfisse i romani.
E questo è noto. Forse meno
noto è che nel corso della seconda guerra punica il condottiero cartaginese adocchiò - e occupò- l'allora opulenta Telesia, cittadina situata nell'attuale comune di
San Salvatore Telesino in provincia di
Benevento. Sannitica prima e romana
poi, Telesia conserva un patrimonio
storico-archeologico d'immenso valore. Luigi Pedroni, studioso e archeologo, ci accompagna alla scoperta del sito e della sua storia.
Cosa può dirci sulle origini del sito?
«I resti della città romana di Telesia sorgono in una vasta pianura sulla sponda destra del Calore alla sua
confluenza con il fiume Volturno. Incerta la data di fondazione. Secondo
alcuni studiosi, la città sorse in età sillana (82-80 a.C.). Tuttavia, in età triumvirale il Liber Coloniarum attesta
una deduzione coloniaria a Telesia
che prese il nome ufficiale di Colonia
Herculea Telesina. La regione fu interessata dalla guerra Annibalica
(218-201 a.C.) e devastata dall'eserci-
Un immenso valore
Sannitica prima e romana poi,
Telesia conserva un patrimonio
storico-archeologico
d'immenso valore
to romano e da quello cartaginese. E'
incerto se l'oppidum italico sorgesse
là dove poi fu dedotta la colonia. Sta
di fatto, che si ha notizia del rinvenimento nella zona di tombe di III-II secolo avanti Cristo i cui corredi sono
in parte esposti al Museo Provinciale
di Benevento».
L'area archeologica. Cosa è visitabile oggi e cosa nasconde ancora?
«Della Telesia romana sopravvivono alcune strutture murarie e numerose iscrizioni. È stato possibile ricostruire il perimetro urbano racchiuso dalle poderose mura, il reticolo delle strade. Le fortificazioni sono il monumento meglio conservato. Il loro perimetro di 2,5 km è ancora pressoché intatto. Sono stati identificati, inoltre, un
anfiteatro e due impianti termali che
sfruttavano forse le locali sorgenti benefiche. Di uno di essi conosciamo anche il nome antico attraverso un'epigrafe rinvenuta nei ruderi della chiesa
di San Salvatore: Thermae Sabinianae. Non mancava un teatro di cui ormai restano, però, poche tracce. È riconoscibile a fatica al margine della
città lungo il limite orientale».
Come si sono sviluppati i lavori
di scavo?
«Allo stato attuale manca un progetto esecutivo per un parco archeologico o anche solo di studio d'insieme dei monumenti antichi. Particolare attenzione è stata rivolta all'anfiteatro, e grazie ad un sostanzioso finanziamento pubblico, è stato oggetto di
alcune campagne di scavo recenti
(agosto 2006) che ne hanno riportato alla luce una parte considerevole».
Quale futuro auspicare per Telesia, un così ricco patrimonio meriterebbe una migliore tutela?
«La tutela non va disgiunta da ricerca scientifica e valorizzazione,
aspetti ugualmente importanti al fine di creare un circolo virtuoso che
attragga finanziamenti, studiosi e
semplici visitatori. Per Telesia bisognerebbe muoversi su più livelli. Immaginare percorsi didattici per incentivare la divulgazione archeologica e
il senso di appartenenza nelle nuove
generazioni. Parallelamente, sotto la
guida della soprintendenza archeologica tentare di coinvolgere sponsor
privati. Mettere a punto infine, un
progetto di più ampio respiro di valorizzazione del comprensorio, basato
sulla sinergia tra le istituzioni e incentrato sul valore sociale delle acque, elemento di cui esso è particolarmente ricco, e del vino, altra eccellenza territoriale, mescolando archeologia sociale e archeologia del paesaggio per confezionare un'offerta turistica diversificata e attraente».
Valeria Catalano
Tendenze Cammini su percorsi impervi dell’appennino
«T
este di legno in
escursione sull'appennino meridionale». Così si definiscono i
membri dell'associazione
escursionistica naturalistica
Lerka Minerka. E a ben vedere
i patti sono chiari già dal nome. «Lerka minerka è un modo di dire dialettale di San
Giorgio del Sannio e della valle del medio Calore», spiega
Roberto Pellino, geologo, meglio conosciuto dagli affezionati come Zio Bacco. «Indica
qualcuno che cammina molto, che intraprende percorsi
impervi». Regola numero
uno, dunque, è essere pronti a
macinare chilometri. Obiettivo dell'associazione: far riscoprire il valore del camminare
e la bellezza di godere in presa
diretta della natura e delle peculiarità che caratterizzano il
territorio. «Due volte all'anno», racconta Pellino, «elaboriamo un programma che individui sentieri e percorsi che
abbiano rilevanza ambientale,
naturalistica e anche culturale. Spesso - prosegue - abbiamo infatti organizzato itinerari nel centro storico di Benevento o anche a Napoli, una
forma di trekking metropolitano».
Prossimo appuntamento
dal primo al 3 di giugno. Vedrà impegnata associazione e
partecipanti nel sentiero degli
internazionalisti anarchici.
«Affrontiamo il percorso per il
sesto anno consecutivo», dice
Zio Bacco. «Il cammino durerà
tre giorni, con partenza da San
Lupo (in provincia di Benevento) e arrivo a Letino (Caserta).
Ne avremo per 45 chilometri».
In questo caso la natura incontra e si fonde con la Storia.
C'è dell'altro. E anche in
questo caso il nome che si dà
alle cose è importante. Ad una
certa ora, dopo aver affrontato le fatiche del cammino o un
tratto particolarmente impervio arriva il meritato «apaciquaramento». «E' il momento
del rilassamento», spiega Pellino, «dell'incontro e del convivio con l'altro». Con le membra in riposo si condividono il
racconto delle fatiche, le gioie
e le scoperte, sorseggiando
magari un buon bicchiere di
vino. A tutto vantaggio di una
rinnovata socialità, lontana
dalla comunicazione virtuale
imperante.
Per informazioni sulle iniziative in programma è possibile consultare il sito www.lerkaminerka.com
Va. Ca.
Speciale 23
Corriere del Mezzogiorno Lunedì 30 Aprile 2012
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Sant'Agata de' Goti Il capolavoro della Chiesa dell'Annunziata per.....«pizzicagnoli e banchieri»
Il Giorno del Giudizio
Straordinario affresco in cui peccatori sono tecnici e professionisti
«B
anchieri, pizzicagnoli, notai, coi ventri obesi e le mani sudate/ coi cuori a forma
di salvadanai noi che invochiam pietà fummo traviate». Fabrizio De
Andrè forse non ha mai visto il Giudizio
universale di Sant'Agata dei Goti, è probabile però, a sentire il Recitativo di «Tutti
morimmo a stento», che gli sia quantomeno apparso in sogno. Nella prima metà
del XV secolo uno sconosciuto artista
campano nella sua personale visione del
Doomsday riservò infatti cattiva sorte proprio a chi in vita «vestì» quei ruoli. Il dipinto-condanna delle libere professioni,
occupa la controfacciata della Chiesa dell'Annunziata di Sant'Agata de' Goti, gioiello medievale del Sannio. Un affresco di rara bellezza forse non adeguatamente
«pubblicizzato», ma da poco riscoperto
da tv italiane e straniere con approfonditi
servizi ad hoc.
L'opera è stata riportata alla luce "in modo fortuito", racconta Alfonso Della Ratta,
responsabile del patrimonio artistico- ecclesiastico delle parrocchie della Santissima Annunziata e del Duomo di Sant'Agata
de' Goti. «Alla fine degli anni Sessanta»,
spiega, «s'intrapresero dei lavori di restauro e rimuovendo una pala d'altare cadde
un pezzo di intonaco che permise di scoprire l'opera». Il Cristo Pantocratore domina la scena. Incorniciato da una mandorla. «La mano destra offre il palmo agli eletti in segno di accoglienza», continua Della
Ratta, «la sinistra, rivolta verso i dannati,
mostra invece il dorso in segno di rifiuto». Accanto a Gesù i troni degli apostoli,
e in alto le schiere angeliche.
La basilica fu riaperta al culto nel 1976.
«La chiesa dell'Annunziata è uno scrigno
nel quale Sant'Agata custodisce capolavori
unici», spiega Angelo Montella, assessore
alle politiche culturali della cittadina sannita, «oltre al Giudizio Universale, qui si trovano la tavola dell'Annunciazione di Arcuccio Angiolillo della seconda metà del XV secolo e le preziose vetrate del maestro Bruno Cassinari. Dall'Annunziata, peraltro, ha
inizio un percorso d'arte, altrettanto sensa-
In alto, la chiesa dell’Annunziata
di Sant’Agata de’ Goti.
Nella foto grande e di lato gli affreschi
del Giudizio Universale. L’opera è stata
riportata alla luce «in modo fortuito»,
racconta Alfonso Della Ratta,
responsabile del patrimonio artisticoecclesiastico delle parrocchie della
Santissima Annunziata e del Duomo
di Sant'Agata de' Goti.
zionale, che si dipana lungo tutto il centro
storico della città, incontrando storia, cultura e tradizioni secolari».
Rispetto alle consuete rappresentazioni
del tema del Giudizio, l'opera di Sant'Agata detiene perlomeno due specificità. Innanzitutto il carattere monumentale dell'affresco che ricopre l'intera controfacciata. E poi la condanna nei confronti di chi
in vita ha svolto specifici mestieri. Così
ad esempio, tra le fiamme dell'inferno,
troviamo il mugnaio intento a macinare
granaglie o il macellaio che ruba sul peso,
e ancora il calzolaio alle prese con materiali scadenti. Ad essere puniti per l'errato
esercizio della propria professione non solo i «pizzicagnoli» ma anche banchieri,
giudici e notai. Questi ultimi sono raffigurati l'uno accanto all'altro in combutta
per manipolare documenti e sentenze. La
rappresentazione ha suscitato la curiosità
degli studiosi e Chiara Frugoni - docente
di storia medievale all'università di Pisa,
Roma e Parigi - ha pubblicato nel 2004 un
testo dal titolo «Lavorare all'inferno» (Laterza) dedicato proprio al sorprendente
Giudizio Universale di Sant'Agata de' Goti.
All'altro mondo i peccati vengono puniti anche col dantesco contrappasso. Così
il ladro che con le mani ha rubato viene
appeso, per le mani, ai rami secchi di un
albero; il bestemmiatore si ritrova legato
per la lingua e la ruffiana per i capelli (come si può notare nelle foto in pagina, concesse dalla parrocchia Santissima Annunziata). Occupa poi gran parte del regno infero, un enorme drago alato che sputa fuoco da bocca e orecchie mentre divora i
peccatori. Non solo fiamme e inferi invadono la scena. Simmetricamente opposta
alla raffigurazione dei dannati si staglia radioso il giardino dell'Eden, in cui i patriarchi accolgono tra le braccia gli eletti.
Valeria Catalano
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Lunedì 30 Aprile 2012 Corriere del Mezzogiorno
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