RE GO TRA PEDIAPNEUMOLO O LOGO G O L O GINECROENTERO GO O L TO UMA GO UROLOO GO O L NO www.ilnuovotorrazzo.it SE LOGO URO CHIRASTICO E N L P E E E OLAR CUR LIATIVE A VASC O PAL G IATR R O U R I G CH STA LARIN CO ULISFTAARMACIOTORINO A FISIATR GAST RA IAT PSICH NT SO PROCCOR SO URGO e n o i z a c edu SA REGIONE LOMBARDIA A T I N AZIENDA OSPEDALIERA “OSPEDALE MAGGIORE” DI CREMA A I R 2013 a cura dei medici dell’Ospedale Maggiore di Crema Supplemento gratuito n 16 a Il Nuovo Torrazzo n 17 di sabato 27 aprile 2013 POSTE ITALIANE SPA SP.NE IN ABBONAMENTO POSTALE D.L. 353/2003 (CONV. IN L. 27/02/2004 N. 46) ART. 1, COMMA 1, DCB CREMONA - GIORNALE LOCALE ROC zienda generale dell’A go del direttore Luigi Ablondi: a tutn co to en appuntam iera, dott. iamo al quarto tiva che raccoglie, Ospedal ù sinceri ringraziamenti per pi ia i iz ie in ata m i lla ti be questa lla ruormai consolid , tutti i servizi de scritti una collaborazione cittadini. to et m lu vo un i in one Sanitaria, ta al benessere de endo in omaggio brica Educazi stro ospedale e pubbli- mira ffr O ai letdai medici del no ttimaquesto volumettoil settise l su 12 e cati nel 20 tori, ricordo ch chi si Torrazas E IL nale Il Nuovo i lettori T U manale dei crem modo A ID A GU in ai m or ta zo. In tal modo ani un UN en es pr giornaSERVIZIO hanno tra le m di conA integrato come e sito to en m m co agile stru omento RI LETTORI le cawrtwac.ileonueovotorrazsultazione nel m ie an- DEI NOST az anca la ARE (w T L del bisogno, gr azione SU N zo.it). Non m dell’eO C A D ic sif as cl e la on al zi e ch collabora nda dei NEL MOMENTO mittente dioces5 anchae dei servizi a seco settori. Radio Antenna ico in ducaDEL BISOGNO ed La rubrica E pubtrasmette “Il m l mese a, ri ta ni de Sa ì ed e ov on gi zi ” ogni ultimo Nuovo ni blicata da Il seguita ogni settima- diretta e 11.00 alle 11.45, sempre co or to lle ol m . da le zo da o az pe gn rr os pe To ro m sionisti del nost cchelli, direttore uare grazie all’i na, può contin coordinamento della profes iorgio Zu G al sostendei medici, ice Tessadori, al dottoressa Beatr S l’Udito Naturale: Spatial Sound Il tuo udito non è mai stato così bello. SoluzioneUdito24_problemi.qxd 14/02/2006 18.26 Pagina 1 Hai problemi problemi di di udito? udito? Hai Hai problemi di udito? SoluzioneUdito24_problemi.qxd 14/02/2006 18.26 Pagina 1 SoluzioneUdito24_problemi.qxd 14/02/2006 18.26 Pagina 1 Hai problemi di udito? 4APPARECCHI ACUSTICI DIGITALI IN PROVA GRATUITA Hai problemi di udito? 4AZIENDA AUTORIZZATA ALLE FORNITURE ASL/INAIL HaiGRATUITA problemi di udito? 4ASSISTENZA A DOMICILIO 4PILE, ASSISTENZA E RIPARAZIONI DI APPARECCHI ACUSTICI DI TUTTE LE MARCHE 4PAGAMENTI RATEALI PERSONALIZZATI Soluzione Udito 1 CREMONA - VIA BELTRAMI 1 Soluzione Udito 2 CREMONA -VIA MANTOVA 1/G Aguzza l’ingegno... non le orecchie!!! Aguzza l’ingegno...non le orecchie!!! Soluzione Udito 3 CREMA - VIA BORGO SAN PIETRO 15non le orecchie!!! Aguzza l’ingegno... Aguzza l’ingegno...non le orecchie!!! Aguzza l’ingegno... non le orecchie!!! Aguzza l’ingegno...non le orecchie!!! Per informazioni Convenzionato ASL/INAIL Convenzionato Via Beltrami, 1 - CREMONA - Tel. 0372ASL/INAIL 26757 - 0372 36123 E’ MOMENTO DI PREVENIRE! sentire Via Beltrami, 1voi - IL CREMONA - Tel. 0372 26757 - 0372 36123 Gratuitamente per un accurato esame dell’udito ed un simpatico omaggio. Convenzionato ed E’ essere IL ASL/INAIL MOMENTO DI PREVENIRE! Gratuitamente per0372 voi un26757 accurato esame36123 dell’udito ed un simpatico omaggio. ascoltati Via Beltrami, 1 CREMONA Tel. 0372 CREMONA - Via Beltrami, 1 - Tel. 0372 26757 - 0372 36123 e appuntamenti telefona allo 0372 26757 E’ IL MOMENTO DI PREVENIRE! Gratuitamente per voi un accurato esame dell’udito ed un simpatico omaggio. CREMONA 1 -Pietro, Tel. 0372 - 0372 36123 CREMA- Via - ViaBeltrami, Borgo S. 39 26757 Tel. 0373 81432 CREMONA - ViaCREMA Beltrami,- Via 1 - Tel. 0372S.26757 - 0372 36123 Borgo Pietro, 39 Tel. 0373 81432 neurologo dott. Alessandro Prelle Direttore dell’Unità Operativa di Neurologia La Sclerosi Laterale Amiotrofica La Sclerosi Laterale Amiotrofica (Sla) è la più devastante tra le malattie neurodegenerative. Nella Sla i motoneuroni del Sistema Nervoso Centrale – ovvero le cellule che intervengono per controllare i muscoli e i loro movimenti – vanno incontro a una progressiva degenerazione, sino alla morte cellulare. Fondamentalmente, la Sla è una malattia sporadica, tuttavia nel 5-10% dei casi si osserva una familiarità. L’età media d’insorgenza è compresa tra i 40 e i 50 anni, con leggera predominanza nel sesso maschile. Tipicamente, la prima manifestazione della patologia consiste in un’insidiosa debolezza (ipostenia) di un arto (per esempio una mano), con un’evoluzione generalmente asimmetrica. Spesso la patologia è preceduta da comparsa di crampi durante i movimenti volontari. La debolezza muscolare si associa a una progressiva atrofia dei muscoli e, nelle fasi iniziali della malattia, a movimenti involontari: il paziente avverte come dei guizzi sotto la pelle. Il processo irreversibile di degenerazione dei motoneuroni conduce spesso a una difficoltà nella masticazione, nella deglutizione, nella parola e nei movimenti della faccia e della lingua. L’interessamento dei muscoli respiratori, nelle fasi più avanzate della malattia, provoca un’insufficienza respiratoria. Nei pazienti affetti da Sla privi di patologie polmonari intrinseche sottostanti (broncopneumopatia cronica ostruttiva, fibrosi, neoplasie) non vi sono alterazioni strutturali a carico del parenchima e gli scambi gassosi nelle fasi iniziali della malattia non sono modificati; tuttavia, a causa del deficit muscolare, i polmoni non riescono a espandersi completamente durante l’inspirazione, con conseguente ipoventilazione alveolare. È importante sottolineare che, invece, anche nelle fasi tardive della malattia sono conservate le funzioni sensitive e cognitive. La diagnosi della malattia è tuttora clinica, non esistendo markers biologici specifici di patologia. Per questo, pazienti con sintomi suggestivi per Sla sono raggruppati in differenti livelli di certezza diagnostica (possibile, probabile e definitiva) in base all’applicazione di un set di criteri diagnostici predefiniti. Gli esami strumentali a cui vengono sottoposti i pazienti servono, in realtà, a escludere altre malattie. Oggi in pazienti con il sospetto di Sla è possibile anche eseguire test genetici per cercare eventuali mutazioni nei geni coinvolti in questa malattia. Per il trattamento della Sla è approvato un unico farmaco, il Riluzolo, un antagonista del glutammato che viene distribuito dalle Aziende Ospedaliere su prescrizione dello specialista neurologo che ha posto la diagnosi. Il reparto di Neurologia dell’Ospedale Maggiore di Crema è in grado di diagnosticare in maniera attuale e adeguata questa malattia e segue regolarmente pazienti affetti da tale patologia avvalendosi anche di una collaborazione con l’Università di Milano 4 neurologo dott. Alessandro Prelle Direttore dell’Unità Operativa di Neurologia Come stanno i muscoli? Le creatinfosfochinasi (Cpk) sono enzimi normalmente presenti nell’uomo a livello dei muscoli e del cuore. Una piccola quota di questo enzima è presente anche nel sangue e valori ematici superiori alla norma sono spesso indice di malattia a carico dei suddetti tessuti. Se le Cpk si rialzano e questo si accompagna a un quadro clinico ben preciso – ad esempio mancanza di forza, crampi, dolori muscolari o al torace, difficoltà di respirazione – spesso si può identificare una malattia muscolare o un infarto cardiaco. A volte, però, le Cpk sono elevate anche nel sangue di individui sani, che conducono una vita attiva e che si sono sottoposte a tale esame nell’ambito di un controllo routinario. In questi casi, il primo passo consiste nell’escludere tutta le condizioni patologiche in cui può verificarsi un rialzo delle Cpk a seguito di un risentimento del tessuto muscolare scheletrico: esercizio fisico, gravidanza, traumi muscolari, neoplasie, alcoolismo, distiroidismi, malattie ematologiche e infezioni. Talvolta, inoltre, un persistente rialzo dei valori ematici, ovvero nel sangue, di Cpk può essere riscontrato in individui sani, addirittura in intere famiglie, e in questo caso di parla di “IperCpkemia Idiomatica“. Quando un paziente si presenta dal neurologo con valori elevati di creatinfosfochinasi, il quesito fondamentale è quello di comprendere se il soggetto ha una malattia muscolare ancora in fase preclinica o se, viceversa, siamo di fronte a un individuo sano con Cpk elevate. È evidente che la possibilità di dare una risposta definitiva al soggetto ha un’importanza fondamentale non solo per la qualità di vita dello stesso, ma anche per quella dei familiari, essendo la maggior parte delle malattie muscolari su base ereditaria. In questi casi, solo il prelievo di una piccola quantità di tessuto muscolare scheletrico, tramite biopsia muscolare e la sua analisi morfologica, biochimica e genetica, può consentire di definire l’eventuale alterazione muscolare presente e, in alcuni casi, di pervenire a una diagnosi precisa. Nella maggior parte dei soggetti che presentano solo un’innalzamento dei valori di Cpk senza correlato sintomatologico la biopsia muscolare risulta nella norma, permettendo di inserire questi pazienti nella definizione di “IperCpkmia idiomatica “ ed escludendo quindi la presenza di patologie muscolari. Presso la Neurologia dell’Ospedale di Crema, negli ultimi anni, oltre a me, anche la dottoressa Elisabetta D’Adda ha partecipato a studi internazionali che hanno permesso di apprendere nuove conoscenze scientifiche su questa problematica e di codificare linee guida sul percorso diagnostico più indicato 5 neurologo dott. Alessandro Prelle Direttore dell’Unità Operativa di Neurologia La Sindrome Post-Polio La Sindrome Post-Polio (PPS) è una malattia che insorge dopo molto tempo (fino a 30-40 anni) dall’infezione poliomielitica acuta. È caratterizzata dall’estensione della debolezza a muscoli adiacenti a quelli primitivamente colpiti, dal peggioramento della debolezza preesistente e da facile affaticabilità. L’esordio è insidioso, il decorso indolente, anche se inesorabilmente progressivo, e le cause non sono ancora note. Può determinare anche un peggioramento della performance respiratoria e della deglutizione, incidendo sulla sua qualità di vita. Infine, in questi pazienti possiamo osservare anche disturbi trofici muscolari, problemi circolatori e disturbi cutanei come atrofia, iperidrosi e acrocianosi. Questa sindrome, in sostanza, è una patologia in cui si osserva una combinazione variabile di vecchi segni derivanti dalla Poliomielite acuta e nuovi e progressivi segni di indebolimento muscolare in soggetti sopravvissuti alla Poliomielite paralitica. La valutazione di un paziente con una Sindrome Post-Polio inizia con un’accurata anamnesi riguardante la storia clinica e l’attuale stato di salute. Per poter parlare di Sindrome Post-Polio è dunque indispensabile un’anamnesi positiva di precedente poliomielite paralitica, con evidenze cliniche dimostranti la perdita di motoneuroni, con segni di debolezza residua e atrofia dei muscoli all’esame neurologico e segni di denervazione all’elettromiografia. Questo esame diventa essenziale per la diagnosi permettendo di distinguere se il paziente presenta gli esiti di una poliomielite, una Sindrome Post-Polio o altre patologie clinicamente simili. Per parlare di PPS è necessario escludere con certezza la presenza di problemi di altra natura che possono causare sintomi affini. La complessità della patologia fa sì che risulti necessario un approccio multidisciplinare alla stessa. Importante è il trattamento della debolezza muscolare che si avvale di una cauta ginnastica atta a tonificare i muscoli. È consigliabile non eseguire una attività troppo intensa e considerare il dolore che appare durante l’esercizio fisico, come un campanello di allarme che indica di non continuare. La presa di coscienza del proprio limite fisico e la conoscenza delle tecniche di gestione della stanchezza da parte del paziente sono essenziali. Sebbene la terapia sia a tutt’oggi essenzialmente riabilitativa e ortesica (dispositivi medici, tutori), la letteratura scientifica riporta risultati alterni e contraddittori circa l’efficacia di farmaci che agirebbero come neuroprotettori 6 Hospital Services TRASPORTI IN AMBULANZA E AUTOVETTURA OPERATIVI 24 ore su 24 www.hospitalservices.it Tutti i mezzi sono dotati di defibrillatore e personale addestrato Crema - Via Stazione n. 27 - Tel. 0373 - 250654 “Artigianato Servizi srl unipersonale” della La tua impresa con noi nel futuro Libera Associazione Artigiani Crema - Pandino - Rivolta D’Adda - Spino D’Adda www.liberartigiani.it - [email protected] - Tel. 0373 2071 neurologo dott. Antonio Cagnana Medico dell’Unità Operativa di Neurologia Conoscere le epilessie - 1 La parola epilessia deriva dal verbo greco “epilambanein” e significa “essere sopraffatti, essere colti di sorpresa”. Rappresenta la seconda patologia neurologica per frequenza (dopo le malattie cerebrovascolari) e si esprime in forme molto diverse fra loro. Sarebbe quindi più corretto parlare di “epilessie” al plurale. Questa diversità di forme si traduce anche in prognosi diverse: alcune forme di epilessia (la maggior parte) sono compatibili con una vita assolutamente normale; altre, fortunatamente più rare, sono invece di maggior gravità. L’epilessia interessa circa una persona su 100: si stima che in Italia interessi circa 500.000 persone. I maggiori picchi di incidenza si hanno nei bambini, nei giovani adulti e negli anziani. Almeno il 5% della popolazione può presentare un’unica crisi epilettica nel corso della propria vita in seguito a varie situazioni scatenanti. Se un individuo ha avuto una sola crisi, anche se drammatica e preoccupante, non significa che abbia l’epilessia: si parla di malattia solo quando si presentano nella stessa persona almeno due crisi epilettiche e quando tendono a ripetersi nel tempo in modo spontaneo, con frequenza diversa e non sempre prevedibile. Le epilessie si manifestano attraverso sintomi tra loro diversi, che costituiscono le cosiddette “crisi”. Con tale termine s’intende un disturbo improvviso e transitorio che può essere caratterizzato da sintomi molto diversi tra loro. Le crisi dipendono da un’alterazione della funzionalità delle cellule della corteccia cerebrale, i cosiddetti neuroni. Se essi, per qualche ragione, diventano “iperattivi”, scaricano impulsi elettrici in modo eccessivo e posso determinare una crisi epilettica. Quando le crisi iniziano in una zona circoscritta di cellule nervose in uno dei due emisferi cerebrali, da cui possono propagarsi ad altre aree cerebrali attigue, vengono definite focali. In questo caso il paziente può accusare sintomi e/o segni premonitori di una eventuale crisi generalizzata con perdita di coscienza (le cosiddette aure epilettiche sotto forma di formicolii o alterazioni delle sensibilità e/o di scosse muscolari coinvolgenti un arto o metà volto, sensazioni anomale a livello epigastrico, sensazioni di sentire sapori o odori non esistenti, ecc.). Quando le crisi coinvolgono fin dall’inizio i due emisferi cerebrali con immediata perdita di coscienza, vengono definite generalizzate. L’esempio paradigmatico della crisi generalizzata, forse il più noto, sebbene non il più frequente, è la crisi convulsiva (cosiddetta di Grande Male), in cui il paziente perde coscienza improvvisamente, può emettere un urlo, cade a terra irrigidito, dopodiché è colto da “scosse” coinvolgenti tutto il corpo, può morsicarsi la lingua e perdere le urine. Si distinguono epilessie focali e generalizzate, sintomatiche (dovute a malformazioni cerebrali o dei vasi cerebrali, asfissia neonatale, traumi cranici, tumori cerebrali, esiti di ictus, malattie infettive del sistema nervoso centrale), probabilmente sintomatiche (un tempo definite criptogenetiche, cioè a genesi “nascosta”), in cui pur essendo molto verosimile la presenza di un qualche danno cerebrale, questo è talmente “piccolo” da non essere individuabile anche dalle moderne tecniche neuroradiologiche (in particolare dalla risonanza magnetica cerebrale) e idiopatiche causate da un difetto genetico e che possono essere quindi ereditabili e presenti simultaneamente in più soggetti di una stessa famiglia e che insorgono in precise epoche della vita, in particolare durante l’infanzia, la prima giovinezza o nei giovani adulti 8 neurologo dott. Antonio Cagnana Medico dell’Unità Operativa di Neurologia Conoscere le epilessie - 2 L’epilessia non è sinonimo di malattia mentale (molti grandi uomini di ogni epoca quali Alessandro Magno, Giulio Cesare, Napoleone, Dostoevskij ne soffrivano). Le sindromi epilettiche sono caratterizzate da una serie di sintomi e segni che si manifestano insieme e costituiscono una particolare condizione clinica. La loro classificazione permette di indirizzare a una cura e determinare una prognosi. Molti fattori esterni (stress psicofisici, veglie prolungate, risvegli precoci, assunzione eccessiva di alcool o di droghe) possono facilitare la comparsa, in un soggetto predisposto, di una crisi epilettica e questi vanno ovviamente evitati nei soggetti con epilessia. Inoltre, alcuni soggetti sono particolarmente sensibili all’effetto delle luci intermittenti sia naturali (riflesso del sole sull’acqua o sulla neve, passaggio lungo un viale alberato) che artificiali (luci al neon, luci psichedeliche, schermi televisivi, videogame). Per arrivare a una corretta diagnosi è innanzitutto necessario raccogliere il più precisamente possibile i dati anamnestici, spesso con l’aiuto dei familiari o di chi ha assistito alle crisi. L’esame di laboratorio tuttora più valido e utilizzato in campo diagnostico è l’elettroencefalogramma (Eeg), che permette di registrare l’attività elettrica cerebrale. Per evidenziare eventuali anomalie elettriche cerebrali assenti all’elettroencefalogramma effettuato in condizioni standard, si ricorre spesso all’elettroencefalogramma dopo privazione di sonno e – nel caso si voglia registrare le crisi presentate dal paziente – al video-Eeg che permette di filmare le crisi e analizzare le corrispondenti modificazioni elettroencefalografiche. Attualmente esiste anche la possibilità di effettuare una registrazione di 24-48 ore dell’attività elettrica cerebrale (Eeg dinamico), in soggetti in movimento e che trascorrono una vita del tutto normale nel proprio ambiente. Per l’inquadramento diagnostico, negli ultimi anni, hanno assunto sempre più importanza anche gli accertamenti neuroradiologici (Tac e soprattutto Risonanza Magnetica). Il primo approccio alla cura dell’epilessia è sempre farmacologico, basato quindi sull’utilizzo di farmaci specifici. Premessa fondamentale per la buona riuscita del trattamento è l’affidabilità e la collaborazione del paziente e dei suoi familiari, la cosiddetta “compliance”. Si tratta infatti di una terapia molto lunga, generalmente di più anni o per tutta la vita, che non va mai interrotta e che deve essere assunta spesso anche in 2-3 dosi giornaliere, a intervalli piuttosto regolari. Il controllo completo delle crisi può essere considerato una “guarigione” dell’epilessia stessa. Nonostante il trattamento adeguato con tutti i farmaci a nostra disposizione, nel 1520% dei soggetti con epilessia non si riesce a ottenere un controllo adeguato delle crisi: in questi casi si parla di farmaco-resistenza. Il 15-20% dei pazienti che sono resistenti ai farmaci e che presentano epilessie con crisi focali potrebbe giovarsi anche di un intervento neurochirurgico. Un altro esempio di terapia alternativa è la stimolazione vagale che si avvale di un pace-maker sottocutaneo posto al lato del collo che invia impulsi al nervo vago allo scopo di diminuire le scariche elettriche del cervello 9 neurologo dott. Riccardo Saponara Medico dell’Unità Operativa di Neurologia Malattie vascolari L’utilizzo degli ultrasuoni nello studio della patologia vascolare è da tempo applicato in medicina. Il Doppler Transcranico introdotto da Rune Aaslid, un bioingegnere norvegese, è stato impiegato in maniera estensiva per applicazioni diagnostiche e di monitoraggio per il circolo cerebrale. Tuttavia, il recente sviluppo di nuovi software, con sonde dedicate di nuovissima concezione, ha permesso al neurologo di poter utilizzare questa metodica anche per lo studio della patologia cerebrale. Indubbiamente la principale difficoltà è costituita dalla presenza della teca ossea cerebrale, ma gli ultrasuoni penetrano nel cranio attraverso le cosiddette “finestre”, zone nelle quali l’osso è più sottile. Con lo sviluppo della Ultrasonologia cranica, si viene contestualmente configurando anche la nuova figura professionale del Neurosonologo, il cui contributo allo studio della patologia circolatoria cerebrale (arteriosa e venosa), sia nel paziente acuto che nel paziente cronico, sta costituendo una delle più recenti novità nel campo della moderna Neurologia. I veri punti di forza dell’Eco-Color-Doppler Transcranico (Ecdtc) sono alcune caratteristiche come: non invasività, ripetibilità e possibilità di esecuzione a letto del paziente, basso costo di esercizio. L’Ecdtc che permette lo studio e il monitoraggio, in tempo reale, dell’emodinamica dei principali vasi intracranici, trova particolare impiego nella valutazione della riserva funzionale del circolo cerebrale in corso di patologie steno-ostruttive delle carotidi e vertebrale, nella valutazione di stenosi, kin- king, ectasie, fistole artero venose, inversioni di flusso compensatorie, nel monitoraggio del vasospasmo in corso di emorragia subaracnoidea, nel monitoraggio della riperfusione in corso di trombolisi venosa nell’ictus acuto. L’esame, quando effettuato con iniezione di soluzione salina agitata (le cosiddette microbolle), permette di documentare in maniera rapida e scarsamente invasiva la presenza di uno shunt destro-sinistro da pervietà del forame ovale. Questo esame trova anche indicazione nello studio delle cause dell’ictus giovanile e può essere utilizzato per documentare la presenza di pervietà del forame ovale nei soggetti affetti da emicrania con aura e nei subacquei a rischio di malattia da decompressione. Anche questa metodica per lo studio della patologia cerebrale è attualmente a disposizione nell’Unità Operativa di Neurologia 10 neurologo dott. Riccardo Saponara Medico dell’Unità Operativa di Neurologia Attività subacquea in sicurezza In concomitanza con lo sviluppo dell’attività subacquea con autorespiratori, negli ultimi anni si sono verificati numerosi episodi di embolia causati dal Forame Ovale Pervio (Fop), un’anomalia cardiaca in cui l’atrio destro comunica con il sinistro a livello della fossa ovale, presente all’incirca nel 25-30% della popolazione adulta. Questa condizione rappresenta una via potenziale per un embolismo paradosso. Nella vita fetale il forame ovale è aperto per permettere al sangue proveniente dalla vena ombelicale di passare nel circolo arterioso senza attraversare il circolo polmonare poiché i polmoni non sono ancora funzionanti. Alla nascita la circolazione placentare viene interrotta, il circolo polmonare diventa funzionante, la pressione atriale sinistra diventa leggermente superiore a quella destra e il destino del forame ovale è quello di chiudersi normalmente entro il primo anno di vita. Il forame ovale viene definito pervio quando la saldatura non avviene e la chiusura anatomica risulta imperfetta o manca completamente. Se la pressione nell’atrio destro supera quella dell’atrio sinistro, ci può essere un passaggio di sangue attraverso il Fop dall’atrio destro all’atrio sinistro e se nel sangue sono presenti bolle o emboli, può verificarsi una embolia. Il sub respira aria compressa e i vari componenti dell’aria si sciolgono nel sangue e nei tessuti. La risalita dal fondo deve avvenire per tappe, nel rispetto delle “tabelle di decompressione” per evitare che l’azoto restituito dai tessuti si espanda formando delle bolle. Le bolle gassose originate dopo ogni immersione subacquea si formano nei tessuti e all’interno delle vene. General- mente, le bolle sono piccole e non provocano sintomi perché passano ai capillari polmonari, poi negli alveoli e da qui nell’aria espirata. Un Fop consentirebbe a queste bolle altrimenti asintomatiche di entrare, in particolari circostanze, nel circolo arterioso. Anche gli emboli gassosi, così come gli emboli di sangue coagulato, possono danneggiare il territorio irrorato dal vaso interessato, provocando la Malattia da Decompressione (Mdd). L’inversione del gradiente pressorio fra i due atri avviene anche durante una manovra di compensazione forzata come la Manovra di Valsalva (soffiando nel naso a bocca chiusa). I dati di vari studi, benché non ancora definitivi, evidenziano una significativa, maggiore incidenza del Fop nelle patologie da decompressione di tipo cerebrale, in particolare, a sintomi neurologici della Mdd, che insorgono nei 30 minuti successivi alla risalita in sub che hanno comunque effettuato immersioni in curva di sicurezza. Vi è oggi una robusta evidenza statistica che il Fop aumenta il rischio di embolia cerebrale da 2,5 a 4,5 volte. Attualmente, gli esami ritenuti più idonei per la diagnosi sono l’Ecocardiografia Transesofagea (Tee), considerata il “gold standard”, e il Doppler transcranico con contrasto, un metodo ideale non invasivo per quantificare lo shunt cardiaco destro-sinistro in tempo reale, tramite la visualizzazione del passaggio delle bolle attraverso l’arteria cerebrale media. Presso l’unità Operativa di Neurologia è disponibile il Doppler transcranico con contrasto che, in questo ambito, rappresenta una specifica metodologia diagnostica 11 neurologo dott. Fabio Brusaferri Medico dell’Unità Operativa di Neurologia Dottore, soffro di cervicale... - 1 Quante volte noi medici ci siamo sentiti dire dai pazienti questa frase: “Che cos’è realmente la cervicale?”. Dal punto di vista fisiologico, è una parte anatomica della colonna vertebrale, chiamata rachide cervicale, formata da sette vertebre la cui funzione è dare sostegno al capo e permettere di compiere allo stesso tempo dei movimenti di rotazione, flessione ed estensione. Nel linguaggio comune, invece, l’aggettivo “cervicale” è usato in riferimento a un qualsiasi disturbo o problema di questo tratto, tra cui l’artrosi cervicale e il dolore cervicale o cervicalgia. I dolori possono interessare le strutture ossee, muscolari o nervose. Essendo molteplici le cause e molti i fattori che concorrono a questo tipo di dolore, questo disturbo va sempre affrontato, oltre che dal punto di vista clinico, anche per indagare le eventuali influenze che può produrre in ambito psicologico. Infatti, se non complessivamente trattato, può influire in modo negativo sulla qualità della vita e portare a ulteriori problemi come, ad esempio, a contratture muscolari o stati infiammatori articolari, con riduzione della funzionalità di spalle e collo. ❐ torcicollo oppure formicolii a braccia e mani; ❐ senso di nausea, vertigini o capogiri, perdita d’equilibrio e presenza di “rumori cervicali”, con sensazioni riferite come di “sabbia che scricchiola quando si muove la testa”; Tutti questi sintomi possono manifestarsi sia in modo episodico che continuo. Le cause possono essere diverse: ❐ molto semplici, come un “colpo di freddo”, oppure posture scorrette sia sul posto di lavoro che nella vita quotidiana; ❐ più serie, come gli esiti derivanti da traumi per incidenti (stradali e lavorativi) con schiacciamenti della colonna, compressione delle vertebre o, peggio, fratture. Fortunatamente, nell’85% dei casi, l’origine dei disturbi è un’alterazione non grave che interessa i muscoli e i legamenti. Spesso però sono associate situazioni prolungate di stress emotivo, per cui si cerca anche di indagare la dimensione psicologica, che può influire in modo negativo anche sull’intensità dei sintomi. Poiché le cause del dolore sono molteplici e di varia entità, così pure i sintomi vari e diversificati, è fondamentale una corretta diagnosi del disturbo. Spesso i pazienti, oltre che dal medico di famiglia, vengono valutati da uno specialista, ad esempio il neurologo, l’ortopedico o il fisiatra, che possono prescrivere esami strumentali come i raggi X, una Tac o una risonanza magnetica del rachide cervicale I sintomi principali riferiti dai pazienti sono: ❐ il dolore e la rigidità, localizzati nella zona del collo e “mal di testa” (definita come cefalea di tipo muscolo-tensivo) che spesso il paziente affronta in modo angoscioso e riferisce con frasi del tipo: “come se avessi una morsa che stringe la testa continuamente”; vi può essere anche dolore alle spalle e al dorso; 12 neurologo dott. Fabio Brusaferri Medico dell’Unità Operativa di Neurologia Dottore, soffro di cervicale... - 2 Come si può curare il dolore cervicale? Di solito il piano di cura viene redatto dallo specialista e include un trattamento farmacologico e uno fisioterapico, quest’ultimo effettuato da un fisioterapista su indicazione clinica. prie abitudini per capire quali siano le cause scatenanti del dolore cervicale e per intervenire, se possibile, alla radice del problema. Fatto questo, si potrà decidere una strategia preventiva che faccia al caso specifico. In linea generale, bisogna però sottolineare che l’attività fisica è l’arma migliore che possediamo. Più i muscoli sono tonici, flessibili e allenati, meno si presenterà il rischio di contratture. Inoltre, l’esercizio fisico costante aiuta non solo ad allentare le tensioni del corpo, ma anche quelle della mente ed è quindi benefico in caso di stress emotivo derivante, ad esempio, da una vita lavorativa troppo intensa. Buoni risultati si ottengono anche praticando con costanza attività sportive come nuoto, yoga o pilates. Una particolare attenzione va dedicata poi alla nostra postura. Se si lavora, ad esempio, al computer, è bene concedersi piccole pause per alzarsi, sgranchirsi le gambe e riallineare la colonna cervicale. Il monitor dovrebbe essere a circa 70 cm di distanza dal capo, meglio se con lo schermo più basso dell’altezza degli occhi, inoltre tutto l’avambraccio dovrebbe essere appoggiato sul piano della scrivania. Anche quando siamo in piedi o camminiamo, dobbiamo ricordarci di mantenere sempre una postura eretta. Un altro consiglio è quello evitare di dormire a pancia sotto, poiché in questa posizione il collo mantiene per lungo tempo una posizione non corretta in rotazione. Insomma, il vecchio detto “prevenire è meglio che curare” è, in questo caso, come in altri campi della medicina, sempre valido e talvolta risolutorio Il trattamento farmacologico comprende: ❐ farmaci miorilassanti, che agiscono anche sulla componente emotiva (uno dei più usati, ad esempio, è l’Amitriptilina); ❐ per brevi periodi, i classici farmaci antinfiammatori (ad esempio il Paracetamolo e l’Ibuprofene), per ridurre il dolore e/o l’eventuale infiammazione; ❐ farmaci soprannominati “sintomatici” usati per calmare la nausea o la vertigine se presenti (ad esempio la Betaistina o Levosulpiride); Il trattamento fisioterapico, invece, si avvale invece di: ❐ terapie strumentali come ad esempio Tens o ultrasuoni che riducono il dolore; ❐ terapie manuali, per cercare di ridurre la tensione e le contratture muscolari. Lo scopo principale di tutte queste terapie è ridurre la sintomatologia e migliorare la funzionalità del tratto cervicale e delle spalle, per cercare di riportare il paziente alla vita che conduceva prima dell’evento e della sintomatologia. Come prevenire nuove ricadute? Dopo il trattamento e la scomparsa del dolore, tutti abbiamo a disposizione un’arma segreta che si chiama prevenzione. Per far sì che funzioni, bisogna però innanzitutto analizzare il proprio stile di vita e le pro13 chirurgo vascolare dott. Augusto Farina Direttore dell’Unità Operativa di Chirurgia Vascolare Inverno, tempo di geloni La stagione fredda può portare malesseri e fastidi tipici di questo periodo: i geloni sono tra essi. Possono colpire i nostri arti superiori e inferiori, localizzandosi soprattutto nelle estremità periferiche, mani e piedi, dove la circolazione diventa più lenta. In termine medico, vengono definiti con il nome di eritema pernio, e non sono altro che un’irritazione cutanea dovuta all’azione congiunta dell’aggressione del freddo sulla nostra pelle e una riduzione della circolazione e dell’irroramento sanguigno nelle mani e nei piedi. Riconoscerli è piuttosto semplice: la pelle delle mani tende inizialmente a colorarsi di rosa vivo, poi passa a seccarsi più del dovuto e a screpolarsi, fino ad arrivare agli stadi più avanzati, in cui le dita cominciano a gonfiarsi, provocando dolore anche molto intenso e rendendo più difficoltosi i normali movimenti. I geloni sono delle lesioni superficiali delle estremità degli arti, con prurito e arrossamento, dopo una esposizione al freddo umido anche moderato. La scomparsa avviene in 2-3 settimane e la recidiva stagionale è una loro caratteristica. La diagnosi è facile quando si riscontra in una giovane donna e con interessamento del quadro clinico ad andamento stagionale, più complessa può essere quando si tratta di persone anziane, di forme recidive in periodi stagionali non tipici e in presenza di segni clinici diversi. Le forme sono numerose, uniche o multiple sia agli arti inferiori che superiori. Una predisposizione familiare materna è presente in circa il 52% dei casi. I geloni sono presenti su una cute con alterazioni vascolari (dal 68 al 80% dei casi), a testimonianza di una alterazione del microcircolo vasculo-tissutale sottostante. Nel 57% dei casi non portano complicanze gravi, ma possono anche arrivare a presentare delle forme invalidanti (34%) e, infine, si possono avere dei casi di infezione, ulcerazioni o necrosi cutanee (7%). Nessun accertamento è indispensabile nelle forme benigne stagionali, ma in caso di situazioni atipiche nel periodo o in presenza di complicazioni, vanno eseguiti esami specifici per escludere patologie più gravi. In questi casi il medico dovrà innanzitutto verificare se si possa trattare di malattie di tipo autoimmune (per esempio il “Lupus”) o di altre patologie quali l’eritema polimorfo, le vasculiti, la sindrome delle “dita blu” a riscontro soprattutto nelle persone anziane. Nelle forme più lievi dell’adolescenza o delle donne giovani, le più frequenti, si consiglia in primis di utilizzare: vestiti caldi e ampi, guanti da indossare sempre prima di esporsi al freddo, scarpe comode, creme a base di vitamina A-E-F, oltre a un’alimentazione ricca di vitamine A, D2, C. Le pomate con Cortisone possono essere utilizzate in presenza di infiammazione, ma sotto controllo medico. L’astensione del fumo è ritenuta fondamentale. Le forme invalidanti o recidivanti vanno trattate con farmaci vasoattivi, prostaglandine e antibiotici, secondo la necessità. Ai primi riscontri della sintomatologia e quadro clinico, è quindi bene rivolgersi prontamente alle cure del proprio medico curante o di uno specialista, per evitare di subire i processi più acuti e dolorosi 14 chirurgo vascolare dott. Augusto Farina Direttore dell’Unità Operativa di Chirurgia Vascolare Malattie delle arterie e diabete Il diabete rappresenta ormai un’emergenza sanitaria in tutto il mondo, come stabilito dall’Oms (Organizzazione Mondiale Sanità). I dati Istat 2011 indicano che è diabetico circa il 5% degli italiani, pari a quasi 3 milioni di persone. Il numero è destinato a salire: per il 2025 si prevede che raggiungerà i 5 milioni. Il ritardo della diagnosi è mediamente di 5-10 anni e incide negativamente sull’evoluzione della malattia, perché al momento della diagnosi la maggioranza dei pazienti ha già complicanze soprattutto vascolari: malattia delle arterie delle gambe, delle coronarie, dei reni, della retina. La malattia vascolare è responsabile di oltre il 70% dei decessi nei pazienti diabetici. L’amputazione di un arto è 15 volte più frequente in un paziente diabetico. La valutazione clinica da parte del medico di Medicina generale è fondamentale, con la ricerca delle pulsazioni delle arterie nelle gambe. In caso di alterata circolazione, si deve subito inviare il paziente per una valutazione dal chirurgo vascolare, che completerà gli accertamenti, in prima istanza con lo studio ecocolordoppler delle arterie, poi, eventualmente, con l’angiografia, ovvero con lo studio della circolazione delle arterie tramite un cateterino inserito in una arteria che permette d’identificare le arterie con ostruzioni o restringimenti che riducono l’afflusso di sangue alle gambe. palloni e stent; in questi ultimi 10-15 anni questa metodica ha permesso di trattare pazienti con estesa malattia delle arterie delle gambe, non trattabili chirurgicamente e che in passato sarebbero stati destinati all’amputazione; ❐ la seconda opzione chirurgica ha indicazioni più ridotte, in alternativa all’endovascolare o in caso di suo fallimento. Tutti questi trattamenti dovrebbero ridurre le complicanze più gravi, soprattutto infettive, del piede (piede diabetico) o della gamba che rapidamente si possono estendere e portare all’amputazione di un arto, situazione drammatica che si deve a tutti i costi cercare di evitare. Presso l’ospedale di Crema, da oltre 10 anni, sono effettuati questi interventi di tipo endovascolare o chirurgico, con ottimi risultati sui pazienti e riduzione delle amputazioni maggiori. Il chirurgo vascolare, dunque, potendo migliorare l’apporto di sangue agli arti, è un’importante pedina nel team del piede diabetico, dove la collaborazione fra i vari componenti (diabetologo, chirurgo vascolare, ortopedico, neurologo, riabilitatore) è fondamentale per un miglior trattamento dei pazienti. Una efficace prevenzione delle complicanze vascolari, con un’attenta sorveglianza dei malati diabetici, è indispensabile per ridurre il numero di amputazioni e rendere migliore la vita dei malati diabetici. Il paziente che ha indicazione a un intervento di riapertura o di “allargamento” di una arteria oggi ha due opzioni: ❐ una meno invasiva dall’interno delle arterie, detta endovascolare, con cateteri, 15 chirurgo plastico dott. Angelo Virgilio Pagliari Medico dell’Unità Operativa di Otorinolaringoiatria e specialista in Chirurgia Plastica e Ricostruttiva La medicina rigenerativa La medicina rigenerativa rappresenta un nuovo approccio terapeutico mirato alla rigenerazione biologica dei tessuti danneggiati anziché alla loro sostituzione. Le tecniche ricostruttive tradizionali della chirurgia plastica, i lembi e gli innesti, presentano infatti i diversi limiti e inconvenienti: i tessuti sono disponibili in quantità limitata, il loro prelievo può determinare un esito cicatriziale o un deficit secondario, possono non attecchire, ecc. Tra le metodiche della medicina rigenerativa già disponibili in ambito clinico vi sono i concentrati piastrinici (Prp) e il grasso aspirato, centrifugato e purificato (lipoaspirato) ricchi di fattori di crescita, importanti stimolo rigenerativo e riparativo per i tessuti, e di cellule staminali mesenchimali adulte, cioè cellule non specializzate che si rinnovano attraverso la divisione cellulare per un periodo di tempo indefinito che possono però essere indotte a trasformarsi nelle cellule specializzate dei vari tessuti. In otorinolaringoiatria si utilizzano i Prp nella cura della disfonia dopo resezioni del tessuto delle corde vocali per varie patologie; in oncologia nel ripristinare il contorno e il profilo di strutture anatomiche dopo interventi chirurgici che implicano una loro asportazione parziale (ad esempio dopo la rimozione di una porzione del seno). Un campo di applicazione in chirurgia plastica sono le ulcere cutanee croniche, in cui i gel piastrinici, accanto alla vasta gamma dei nuovi presidi terapeutici (le medicazioni avanzate) rappresentano una valida possibilità di cura di secondo livello in casi selezionati. Anche negli esiti cicatriziali e, in particolar modo, in quelli da ustione il lipo- filling permette di ottenere risultati talvolta insperati. Nella chirurgia maxillo-facciale le metodiche della medicina rigenerativa sono impiegate nel trattamento delle fistole tra la cavità orale e il naso e il seno mascellare e nell’intervento di rialzo del seno mascellare in vista dell’implantologia. In ortopedia esistono esperienze sull’utilizzo dei concentrati piastrinici per accelerare la mineralizzazione dell’osso e aumentarne la densità dopo interventi di resezioni ossee che creano cavità accanto alle metodiche di osteosintesi tradizionali. Sia i concentrati piastrinici che la lipostruttura, con sempre nuove e maggiori possibilità applicative di tipo interdisciplinare, sono già disponibili e utilizzati all’Ospedale Maggiore di Crema ponendolo, in quest’ambito, all’avanguardia e al livello delle più moderne e avanzate strutture sanitarie nazionali. I risultati promettenti della medicina rigenerativa hanno una storia giovane e breve, essendo nata questa branca della medicina solo da circa 15 anni, andranno perciò confermati nel tempo da ulteriori esperienze. La medicina rigenerativa e l’utilizzo delle cellule staminali adulte sono solo all’inizio del loro percorso e, viste le promettenti premesse, le attese nel loro futuro, seppur non debbano essere alimentate speranze miracolistiche, sono grandi nella cura di patologie neurodegenerative e autoimmunitarie, in ambito cardiovascolare, diabetologico e nefrologico. Oggi si può considerare la medicina rigenerativa come la medicina del futuro 16 chirurgo plastico dott. Angelo Virgilio Pagliari Medico dell’Unità Operativa di Otorinolaringoiatria e specialista in Chirurgia Plastica e Ricostruttiva I tumori cutanei e il sole Il sole è un prezioso alleato alla nostra salute stimolando la produzione di endorfine, che migliorano l’umore, e la sintesi del 90% della vitamina D, che rafforza le ossa ed è importante contro le malattie infettive, auto-immuni e cardio-vascolari. Identificare l’abbronzatura con un aspetto sano ha però portato molti a esagerare con l’esposizione al sole e alle lampade ultraviolette, che divengono così i fattori causali di malattie anche gravi, come i tumori della cute. La capacità dei raggi ultravioletti di danneggiare la salute è legata alla quantità di melanina presente nella cute, che è geneticamente determinata, non può essere modificata, e indica la capacità difensiva della cute all’irradiazione. Le persone con capelli biondi o rossi, efelidi, pelle chiara, occhi azzurri che esposte al sole di mezzogiorno per 30 minuti per la prima volta durante l’estate si ustionano e non si abbronzano, sono le più fotosensibili e a rischio. I raggi Uva, a maggior lunghezza d’onda, penetrano in profondità nella cute, determinano il fenomeno del foto-invecchiamento (“cute del marinaio”, “cute del contadino”) per un danno ai fibroblasti e al collagene e agiscono come co-carcinogeni. I raggi Uvb, a minor lunghezza d’onda, hanno un effetto carcinogenetico sulle cellule della cute, sia per un danno diretto al Dna, sia per l’alterazione dei meccanismi di riparazione, sia per la parziale soppressione dell’immunità. Numerose evidenze mostrano come l’esposizione cronica e ripetuta al sole è responsabile dei carcinomi della cute, mentre l’esposizione voluttuaria per brevi periodi, spesso causa di ustioni, è implicata nello sviluppo dei melanomi. In proposito, valgono alcune semplici regole: non esporsi al sole nelle ore più calde (dalle 11 alle 15); utilizzare un filtro solare adeguato al fototipo; indossare indumenti adeguati; adottare un’alimentazione ricca di polifenoli (uva, mele, cipolle, cacao, tè verde, vino rosso). I tumori maligni della cute nel loro complesso, comprendenti i carcinomi e i melanomi, rappresentano una delle maggiori problematiche per la sanità pubblica, avendo raggiunto un’incidenza equivalente all’incidenza globale dei tumori maligni del resto dell’intero organismo. Il cancro della cute è in continuo aumento ed è per il 90-95% costituito da carcinomi, per il 5-10% da melanomi e per il restante 1% da tumori rari. In Italia negli ultimi 30 anni si è osservato un aumento dell’incidenza del melanoma con 7.000 nuovi casi l’anno. L’incremento su scala mondiale del cancro della cute si ritiene legato alla riduzione della barriera protettiva dell’ozono, così che una maggiore quantità di raggi ultravioletti raggiunge la Terra, all’aumento dell’aspettativa di vita con cute dei pazienti anziani più sottile, più a lungo esposta al sole, al cambiamento delle abitudini alimentari e degli stili di vita. Campagne di sensibilizzazione e di informazione (prevenzione primaria) già tra i giovani in ambito scolastico potrebbero ridurre l’incidenza. La diagnosi precoce, anche in queste malattia neoplastica, è garanzia di alte probabilità di guarigione. La terapia chirurgica, con l’asportazione del tumore con margini indenni, è l’approccio elettivo al cancro della cute. Infatti, la percentuale di guarigione del carcinoma squamocellulare e basocellulare è del 95%, riducendosi con l’aumento delle dimensioni del tumore. La sopravvivenza a 5 anni per il melanoma in fase iniziale (Ia) è del 97% mentre per quello in stadio avanzato (Iv) è del 45%. Fondamentale è quindi l’alleanza terapeutica tra medico e paziente e il trattamento interdisciplinare di questa comune patologia 17 chirurgo e senologo dott. Filiberto Fayer Medico dell’Unità Operativa di Chirurgia e Responsabile della Senologia dott. Stefano Beltrami Medico della Senologia Senologia e prevenzione Negli ultimi anni la patologia della mammella ha assunto sempre più importanza come elemento preso in considerazione nella definizione del concetto di “salute” e qualità della vita. Questa maggiore attenzione è sicuramente dovuta a una visione del seno come organo fondamentale della donna, non solo a connotazione estetica, ma come elemento di maternità e di femminilità. Le istituzioni scientifiche si sono molto impegnate nella ricerca per affrontare al meglio queste patologie sia dal punto di vista della prevenzione che della cura. Le patologie della mammella si possono suddividere in due grandi linee: benigne e maligne. Tra le prime troviamo le cisti, i fibroadenomi e la mastopatia fibrocistica, molto frequenti nell’età giovanile e non pericolose per la vita. Ben diverso è il discorso per le patologie maligne. Nel nostro territorio il cancro della mammella è il tumore più frequente nella popolazione femminile, colpendo quasi 11 donne su 100. In base al tipo di cellule che compongono il tumore si possono distinguere molte lesioni diverse tra loro. I più frequenti sono il “duttale” e il “lobulare”. Per definire l’aggressività di un tumore mammario è fondamentale avere indicazioni sulle caratteristiche biologiche delle cellule che lo compongono. Affrontare una malattia così complessa richiede un percorso articolato in varie fasi: prevenzione, diagnosi, terapia chirurgica, terapia medica e radioterapia. In questo percorso la prevenzione gioca un ruolo fondamentale e viene attuata sia dalle donne stesse con l’autopalpazione che dalle istituzioni. Queste ultime, mettono in atto programmi di screening mammografico per controllare la popolazione femminile nella fascia di età nella quale è più frequente l’insorgenza del tumore. Questi programmi hanno lo scopo di trovare, nelle donne “senza problemi”, forme iniziali non evidenti della malattia e che hanno una possibilità di guarigione molto alta. Nella cura della malattia un ruolo importantissimo è dato dall’intervento chirurgico che “rimuove” la malattia. Con il passare degli anni però è cambiato il concetto di chirurgia del tumore della mammella. Una volta si asportava il più possibile non tenendo conto di nessun altro fattore, ma si è visto che ciò non era giustificato e, a volte, causava delle problematiche fisiche e psichiche gravissime. Attualmente il pensiero che guida il chirurgo è di rimuovere completamente la malattia causando il minor danno possibile sia fisico che estetico 18 chirurgo e senologo dott. Filiberto Fayer Medico dell’Unità Operativa di Chirurgia e Responsabile della Senologia dott. Stefano Beltrami Medico della Senologia Oncoplastica mammaria Con il passare degli anni è cambiato il concetto di chirurgia del tumore della mammella; infatti una volta si asportava il più possibile non tenendo conto di nessun altro fattore. Attualmente il pensiero che guida il chirurgo senologo è invece quello di rimuovere completamente la malattia causando il minor danno possibile sia fisico che estetico. Questo atteggiamento è stato reso possibile dall’utilizzo di nuove tecniche chirurgiche e terapeutiche: la chirurgia conservativa della mammella e del cavo ascellare (quadrantectomia, linfonodo sentinella), l’oncoplastica e la chirurgia ricostruttiva. Dopo la fase chirurgica, la cura del tumore della mammella viene affidata a un gruppo multidisciplinare: il chirurgo senologo, il chirurgo plastico, il radioterapista, l’oncologo, il fisiatra e lo psicologo, in modo da garantire continuità assistenziale alle donne anche attraverso un lavoro di squadra. Guidati dalla valutazione dell’esame istologico, gli specialisti scelgono le cure più indicate per ogni singola paziente, stabilendo il trattamento più specifico per ogni singola forma di malattia. Così la radioterapia potrà fornire un’azione preventiva sulla mammella sottoposta a un intervento conservativo. Gli oncologi indicano le cure da eseguire, tra cui l’ormonoterapia o varie forme di chemioterapia. Attualmente sono disponibili plurimi schemi di chemioterapia, dai più tradizionali e consolidati a quelli più innovativi. In questo percorso, altri specialisti come il medico fisiatra e la psiconcologa si affiancano con il loro intervento a supportare le pazienti per il raggiungimento del maggior benessere possibile. Terminato il percorso di cura, le pazienti verranno inserite in un programma di controllo periodico. In questa attività sono attive le associazioni di volontariato che, con una serie di iniziative, si affiancano alle istituzioni per supportare le pazienti nell’affrontare le difficoltà che possono incontrare. Nel nostro Ospedale tutti questi percorsi sono attivi, cosicché le donne che, purtroppo, scoprono di avere questa malattia possono contare su una struttura in rete che si prenderà cura di loro organizzando tutto il percorso diagnostico terapeutico, dalla stadiazione all’intervento, alle terapie fino ai controlli programmati negli anni. Per quanto riguarda gli interventi chirurgici, a Crema vengono applicate tutte le tecniche abituali fino alle più innovative come l’esame del linfonodo sentinella, l’oncoplastica e la chirurgia ricostruttiva. Sono inoltre applicati tutti i protocolli di cura valicati dalle Organizzazioni Internazionali di questo settore. Questo percorso diagnostico terapeutico consente alle donne del Cremasco di poter essere curate adeguatamente, tempestivamente e secondo i più moderni criteri nel nostro ospedale 19 chirurgo dott. Roberto Bassi Medico dell’Unità Operativa di Chirurgia Responsabile della Colonproctologia Stomia e qualità della vita - 1 Il termine “stomia” deriva del greco e indica l’abboccamento chirurgico di un tratto dell’intestino o delle vie urinarie alla cute, con conseguente fuoriuscita all’esterno di feci e urine, rispettivamente. Essa è priva di sfinteri, ossia di muscoli deputati a determinarne la chiusura, pertanto la fuoriuscita del contenuto intestinale o urinario sfugge totalmente al controllo volontario. perforazioni intestinali, megacolon tossico e, spesso, il confezionamento della stomia rappresenta l’unico modo per sopravvivere a una malattia o a un incidente. Pur se in percentuali decisamente inferiori, anche i giovani e addirittura i bambini possono talvolta andare incontro alla necessità inderogabile di confezionamento di una stomia. Come è facile immaginare, il paziente portatore di stomia va inevitabilmente incontro a un pesante senso di ansia e spesso di vergogna legati sia al profondo cambiamento, in senso ovviamente peggiorativo, del proprio corpo, sia al timore di non essere in grado di gestire questa nuova realtà. Da ciò deriva, frequentemente, una considerevole perdita dell’autostima e può diventare difficile tornare a una normale attività lavorativa, oltre che sociale, e persino mantenere una normale relazione di coppia può presentarsi come un ostacolo insormontabile. Il problema principale da affrontare è senz’altro quello di aiutare il paziente a superare l’inevitabile stress legato alla paura di andare incontro a situazioni incontrollabili che si aggiungono a quelle, assolutamente legittime, di non essere in grado, da soli, di gestire questa nuova realtà Le stomie si differenziano a seconda del tratto anatomico interessato e così possiamo avere: ❐ Ileostomia, quando il tratto di intestino coinvolto è rappresentato dal piccolo intestino che viene fissato alla parete addominale in genere nella parte inferiore destra dell’addome; ❐ Colostomia, quando la stomia coinvolge invece il colon a vari livelli; ❐ Urostomia, quando a essere derivato all’esterno è un tratto dell’apparato urinario. In tutti i casi, a seconda del motivo per cui la stomia è stata confezionata, distinguiamo stomie “temporanee” che, cioè, in genere vengono eliminate, ripristinando le normali funzioni fisiologiche, in un tempo variabile fra 1 e 4 mesi, e stomie “permanenti” quando il segmento a valle della stomia, sia esso intestinale o urinario, non risulta più riutilizzabile. Le cause per le quali più frequentemente si è costretti a ricorrere al confezionamento di una stomia sono neoplastiche (neoplasie intestinali o delle vie urinarie), ma anche malattie infiammatorie intestinali croniche (morbo di Crohn e retto colite ulcerosa), poliposi familiare, traumatismi dell’addome, 20 chirurgo dott. Roberto Bassi Medico dell’Unità Operativa di Chirurgia Responsabile della Colonproctologia Stomia e qualità della vita - 2 Fortunatamente, negli ultimi anni stiamo assistendo a un riconoscimento crescente nei confronti dell’importanza attribuita alla qualità di vita del paziente e, per quanto riguarda il paziente portatore di una stomia, l’impegno comune è proprio quello di mettere in luce tutte le sue problematiche, al fine di attuare gli interventi necessari a risolvere o quantomeno migliorare considerevolmente la sua qualità di vita realizzando un’assistenza continua centrata esattamente sui suoi bisogni. In senso generale, infatti, se molti progressi della medicina hanno portato a un prolungamento considerevole della vita, non sempre questo equivale a una buona qualità della stessa. Non a caso, l’Organizzazione Mondiale della Sanità definisce la salute non semplicemente come assenza di malattia o di infermità, bensì come uno stato di benessere fisico, mentale e sociale. Le prime domande che sorgono al paziente sono: sarò in grado, da solo, di gestire la mia stomia? E se ci fossero delle complicanze? Chi mi fornirà il materiale necessario? Potrò tornare a fare sport, ballare, divertirmi? Un’adeguata assistenza rivolta a questi pazienti dev’essere perciò in grado di quantificare queste situazioni e difficoltà, oltre che monitorare nel tempo tutti i miglioramenti acquisiti. Per questo esistono strumenti semplici ma efficaci, come il stoma qol (quality of life), un semplice questionario che, attraverso 20 quesiti posti al paziente consente di identificarne i principali problemi. Quindi finalmente la buona notizia: se, da una parte, nonostante l’affinarsi delle tecniche chirurgiche e la spinta notevole verso interventi sempre meno invasivi e più rispettosi delle funzioni biologiche, prima fra tutte quella della continenza urinaria e fecale, il ricorso a una stomia risulta indispensabile, il paziente stomizzato, se adeguatamente assistito e accompagnato, può tornare a una qualità di vita pressoché normale. In effetti, la risposta a tutte queste legittime domande sta in un unico, grande e importante progetto: quello della “riabilitazione dello stomizzato”, concetto solo apparentemente complesso che vede i suoi punti di forza nella sinergia tra una corretta preparazione psicologica pre-operatoria, un’accurata scelta dello stoma, una meticolosa tecnica chirurgica e, soprattutto, un importante supporto assistenziale che inizia già nel periodo che precede l’intervento chirurgico. Al centro di tutto questo percorso si colloca la figura professionale dell’infermiere enterostomista, coadiuvato sempre dal chirurgo colo-rettale, dall’urologo e, talvolta, da altre figure professionali come lo psicologo, il fisiatra, il dietista che, insieme alle molteplici associazioni di volontariato, costituite spesso da pazienti che già hanno superato il problema, permettono di affrontare e risolvere tutte le problematiche che lo stomizzato può presentare nel corso del suo percorso riabilitativo. I risultati di questo progetto sono oggi diventati una realtà: i dati che emergono da numerosi studi che prendono in considerazione l’efficacia di una corretta riabilitazione stomale riportano nell’80-90% dei pazienti portatori di stomia il raggiungimento di una discreta o buona qualità di vita 21 pediatra dott.ssa Tiziana Guadagnini Medico dell’Unità Operativa di Pediatria Gastroenterologia Pediatrica La diarrea acuta del bambino La diarrea acuta viene identificata dalle variazioni delle scariche, intese soprattutto come consistenza delle feci, morbide o liquide e frequenza delle evacuazioni, uguale o superiore a tre nelle 24 ore, con o senza febbre o vomito. Un episodio di diarrea acuta ha, in genere, una durata minore di 7 giorni e non maggiore di 14. Nella maggioranza dei casi, tale entità clinica rappresenta l’espressione di una infezione gastroenterica, tuttavia la diarrea acuta può rappresentare anche la modalità di presentazione di patologie digestive non infettive ed extradigestive. Il Rotavirus, soprattutto, e il Norovirus sono la causa più frequente di diarrea. Il più comune agente batterico è il Campylobacter nel nord Europa o la Salmonella nel Sud Europa, parassiti come la Giardia. La massima incidenza di episodi di diarrea acuta si osserva nei bambini di età inferiore ai 5 anni, in particolare nella fascia di età tra i 6 e i 23 mesi. Si verifica più frequentemente da ottobre a maggio, con picco d’incidenza tra gennaio e marzo. La valutazione del grado di disidratazione rappresenta il punto cardine del management clinico iniziale: la prima terapia consiste infatti nella reidratazione e nel mantenimento di un adeguato stato di idratazione. La valutazione della disidratazione è il cardine essenziale. Il piccolo deve essere pesato e, se possibile, il peso rilevato deve essere raffrontato con un peso recente; deve urinare normalmente, non deve essere sonnolento, deve avere le lacrime e il vomito non deve essere incoercibile. L’individuazione dell’agente responsabile non modifica in genere la cura. La disponibilità dell’esame delle feci si ha dopo 2-3 giorni, quando la sintomatologia tende al progressivo miglioramento. La reidratazione si effettua con le soluzioni di glucosio ed elettroliti per via orale in commercio. Si somministrano in continuazione, a piccoli sorsi, con un cucchiaino o con una siringa priva di ago, nell’angolo della bocca. Dopo circa quattro ore di reidratazione, che va comunque continuata, si può riprendere una regolare alimentazione. I probiotici (fermenti lattici) sembrano avere efficacia e quindi vanno somministrati. Quando è necessario il ricovero? Il ricovero ospedaliero è necessario se il piccolo appare molto abbattuto, con importante disidratazione, e riduzione del suo peso di più del 9% rispetto al suo precedente peso corporeo; quando compaiono alterazioni neurologiche (letargia o convulsioni), vomito incoercibile o biliare, se non risulta possibile reidratare il bambino per bocca (perché sarà necessaria una reidratazione endovena) o nel sospetto di una patologia chirurgica 22 ,ATUABANCANEL #2%-!3#/ $ALLETUEPARTI WWWBANCACREMASCAIT DALLATUAPARTE pediatra dott. Alberto Chiara Direttore dell’Unità Operativa di Pediatria fino al 31 ottobre 2012 La nutrizione del neonato La moderna scienza della nutrizione si caratterizza per una sempre maggiore attenzione non solo agli effetti immediatamente rilevabili di una corretta alimentazione, ma anche allo studio delle modificazioni di importanti varianti biologiche pure nel lungo termine. Emergono infatti sempre più dati che indicano come un determinato pattern nutrizionale, soprattutto in alcuni periodi dell’accrescimento e in particolari individui come i neonati prematuri, possa “programmare” un buon funzionamento o un cattivo funzionamento di molti organi e apparati, con esito diverso non solo dal punto di vista antropometrico, ma anche da quello psicointellettivo, metabolico, immunologico, ecc. Questa visione più ambiziosa della scienza della nutrizione apre orizzonti nuovi e ancora inesplorati, ma continua a poggiare le sue fondamenta sulla necessità primaria di definire quali siano le giuste quantità di alimenti che ognuno di noi deve assumere nelle varie epoche della propria vita. In modo abbastanza semplice, potremo definire i fabbisogni di energia e nutrienti come le quantità necessarie a garantire un buono stato di salute e un normale accrescimento. Nelle nostre realtà socioeconomiche la problematica di soddisfare adeguatamente i fabbisogni di ogni nutriente di solito non si pone, essendo anzi la nostra abituale alimentazione spesso eccedente rispetto alle reali necessità, determinando come precipuo problema nutrizionale non già la ipo bensì la ipernutrizione, con tutte le problematiche che ne derivano. Nonostante tutto, non si deve immaginare il problema del deficit nutrizionale totalmente lontano dalla nostra realtà, albergando all’interno di essa categorie ancor oggi a rischio. Tali soggetti a rischio risiedono non solo nelle sempre più ampie fasce a rischio svantaggiate, ma anche all’interno della società opulenta; rischi possono celarsi dietro errate abitudini alimentari “croniche”, che hanno le motivazioni più varie: dal culto spasmodico del corpo, che spesso induce gli adolescenti (e non solo) a diete completamente sbilanciate, fino ai sempre più diffusi disturbi del comportamento alimentare, presenti anche in forma non conclamata, ad abitudini dietetiche vegetariane rigide e ove tale comportamento alimentare non sia adeguatamente controllato con competenza. È importante, quindi, che fin dalla nascita venga garantita al neonato una corretta alimentazione. Il latte materno rappresenta il miglior equilibrio di fattori nutritivi e non nutritivi in grado di assicurare un adeguato accrescimento e sviluppo del bambino, di garantirgli la massima protezione e di favorire al meglio il manifestarsi del suo potenziale genetico, preservando al tempo stesso la salute materna. Il ruolo delle formule adattate è quello di fornire un sostituto sicuro e nutrizionalmente adeguato al latte materno, nel caso in cui la madre non sia in grado di allattare per qualsiasi motivo. Negli ultimi anni si è verificata l’immissione in commercio di numerosi prodotti finalizzati a integrare anche l’alimentazione del neonato/lattante. Ai tradizionali multivitaminici/ multiminerali si sono affiancati altri principi, nella maggior parte dei casi caratterizzati dalla presenza di sostanze identificabili in senso lato come bioattive o bioregolatrici (nutraceutici). Per quanto concerne i principali integratori proposti per un uso anche nelle primissime età della vita, sono da menzionare: luteina, zeaxantina, acido docosaesaenoico (Dha), acido arachidonico (Ara), prebiotici, probiotici, lattoferrina 24 pediatra dott. Alberto Chiara Direttore dell’Unità Operativa di Pediatria fino al 31 ottobre 2012 “Magica” vitamina D La vitamina D è da sempre conosciuta come la “vitamina del sole”, infatti la maggior fonte di essa deriva dall’esposizione al sole. Diamo per scontato che la vitamina D sia un elemento presente in abbondanza in una dieta equilibrata, ma non è così: sono infatti pochi i cibi naturali che la contengono e sono pochi quelli ai quali viene addizionata da processi industriali. Pochissimi alimenti, infatti, contengono naturalmente la vitamina D: pesce grasso, come ad esempio il salmone, il tonno, gli sgomberi, le sardine e i funghi; nonostante si pensi che il tuorlo d’uovo contenga vitamina D, gli apporti sono molto variabili. L’olio di fegato di merluzzo, da tre secoli considerato alimento utile per la salute delle ossa, è un’ottima fonte di questo nutriente. Pochi, inoltre, sono i cibi che vengono fortificati con vitamina D: il latte, lo yogurt, qualche formaggio, il succo d’arancia, alcuni tipi di pane e cereali. Questo, insieme alle variate abitudini di vita che ci impongono una minore esposizione al sole, rappresenta il principale motivo per cui la carenza di vitamina D ha ormai raggiunto dimensioni epidemiche, colpendo tutte le età e causando non solo disturbi del metabolismo osseo nel bambino, ma anche l’insorgere di alcune patologie croniche nelle età successive. Recenti dati di letteratura dimostrano l’importanza della vitamina D per il normale funzionamento del sistema immunitario. La vitamina D, quindi non può essere considerata solo un nutriente necessario alla prevenzione del rachitismo nei bambini, ma anche come un elemento essenziale per l’intero benessere dell’organismo. Al mo- mento, viene quindi consigliato un significativo incremento dell’assunzione della vitamina D: non vi è, infatti, alcun aspetto negativo nell’aumentarne l’assunzione entro determinate quantità raccomandate; si è altresì visto quanto sia più alto il limite superiore di normalità della concentrazione ematica di vitamina D rispetto a quello che si pensava fosse tollerato. La carenza di vitamina D si traduce in una crescita ritardata e in una mineralizzazione ossea inadeguata. Una buona concentrazione di vitamina D nel sangue può migliorare la gravidanza e la salute del nascituro. Appare quindi evidente come la gravidanza rappresenti un periodo fortemente a rischio per lo sviluppo di uno stato carenziale di vitamina D, con effetti negativi sia sulla madre (aumentato rischio di sviluppare pre-eclampsia e un incremento delle necessità del taglio cesareo) sia come abbiamo visto, sul bambino. L’aumento dell’apporto di vitamina D e dell’esposizione al sole diminuisce, inoltre, negli adulti il rischio di patologie immunitarie e tumori mortali, diabete, patologie cardiovascolari, disfunzioni cognitive e infezioni. I bambini necessitano di un adeguato supplemento di vitamina D per ridurre il rischio di sviluppare asma e infezioni delle alte vie respiratorie, compresa l’influenza, e in età adulta, le molte patologie croniche associate alla carenza di tale vitamina 25 pediatra dott. Alberto Chiara Direttore dell’Unità Operativa di Pediatria fino al 31 ottobre 2012 In Italia è “boom” di gemelli È boom di gemelli in Italia: negli ultimi trent’anni sono praticamente raddoppiate le gravidanze gemellari, e oggi riguardano circa il 3% di tutte le nascite. Anche a Crema, soprattutto nei mesi di maggio e giugno 2012, si sono riscontrate parecchie gravidanze gemellari. In aumento anche le “triplette”, che oggi rappresentano il 4% dei bambini nati da parti gemellari: un vero e proprio boom di doppi e tripli fiocchi rosa e azzurri. L’aumento dei parti plurimi è legato al maggior ricorso alla fecondazione assistita, ma anche all’aumento medio dell’età materna, fattore che favorisce la nascita di gemelli. Nel 1982 solo il 9% delle donne che partoriva aveva un’età superiore ai 35 anni, nel 2010 si è passati al 37%. Questo fenomeno presenta indubbiamente delle implicazioni mediche molto importanti, visto che in più della metà dei casi i gemelli nascono prematuri, cioè prima della 37a settimana di gestazione; nel 10-15% dei casi con un peso molto basso inferiore al chilo e mezzo. Sono, pertanto, necessari per questa popolazione un controllo stretto prima della nascita e un monitoraggio serrato anche dopo la nascita e a lungo termine per verificare, soprattutto nei prematuri, i parametri vitali e la presenza di eventuali malformazioni o danni. Fondamentale la collaborazione con i ginecologi sin dal periodo prenatale per coordinare le informazioni e programmare al meglio la gestione della gravidanza e le fasi del parto e dell’assistenza alla nascita. Quella gemellare potrebbe essere una nascita a rischio, perché prematurità e malfor- mazioni sono in agguato; i gemelli monozigotici rischiano il quadruplo in mortalità e malformazioni rispetto ai gemelli di zigotici. Resta ancora da capire che cosa determina le nascite gemellari e proprio questo rappresenta l’obiettivo dello studio promosso dal Registro Nazionale Gemelli dell’Istituto Superiore di Sanità (Iss) nel quale sono stati registrati a tutt’oggi 22.000 gemelli, circa 2.000 dei quali hanno meno di 12 anni. In particolare, si sta studiando come si trasmette l’essere gemelli: si vuol capire se si eredita dalla linea materna o da quella paterna, e se ci sono differenze fra gemelli monozigoti e dizigoti. L’attenzione dei ricercatori si sta focalizzando soprattutto sull’influenza dei geni. Per quel che concerne la gestione delle famiglie alle prese con i “nuovi arrivati”, abbiamo già dei dati confortanti: i papà, quando arrivano i gemelli, si trasformano in veri “super-mammi”. Questi sono i primi risultati di uno studio del Dipartimento di Psicologia dell’Università di Torino da cui emerge che il 90% dei padri di gemelli assume fin dall’inizio un ruolo anche “materno”, contro meno del 50% degli altri padri di figli singoli 26 pediatra dott. Alberto Chiara Direttore dell’Unità Operativa di Pediatria fino al 31 ottobre 2012 Il neonato “late preterm” Nonostante i sostanziali progressi nell’assistenza prenatale, la nascita pretermine rappresenta uno dei maggiori problemi di salute a livello mondiale. Nei Paesi occidentali, la nascita pretermine interessa dal 5 al 13% di tutti i nati vivi, con importanti differenze regionali. Il termine “late preterm” (LP) definisce i nati tra le 34 e le 36,6 settimane di età gestazionale, che risultano fisiologicamente e metabolicamente meno maturi dei nati a termine, ma che spesso presentano un peso alla nascita paragonabile a questi ultimi. Questa popolazione costituisce circa i tre quarti di tutte le nascite pretermine (a Crema ne nascono circa 70 l’anno), con sensibile aumento negli ultimi anni sia per i parti spontanei che per quelli con induzione medica o taglio cesareo. Le motivazioni che si accompagnano a questo fenomeno sono molteplici, non ultima la rischiosa percezione che, pur trattandosi di nati pretermine, questi neonati non presentano un aumentato rischio di patologia. Questa percezione, in parte derivante dalle migliorate cure fornite ai pretermine di alto grado è, in realtà, fallace, perché una elevata vulnerabilità d’organo e una incidenza di patologia e di mortalità ben superiore a quella dei neonati a termine sono elementi tipici anche di questa fascia di età gestazionale. Numerosi studi, infatti, rilevano che i nati “late preterm” sviluppano un maggiore rischio di ipoglicemia, di distress respiratorio, di ittero significativo, di necessità di infusioni venose e di terapia antibiotica rispetto ai nati a termine. Ne consegue che possano esistere proble- matiche anche neurologiche, derivanti non soltanto dalla diversa gravità di queste condizioni promuoventi il danno cerebrale, ma anche da una intrinseca suscettibilità anatomica dell’encefalo che tra le 33 e le 37 settimane raggiunge diverse e complesse maturazioni, talvolta messe a rischio semplicemente da una nascita prima del termine. Questa popolazione di neonati presenta quindi, frequentemente, una serie di problematiche caratteristiche, conseguenti alla non completa maturazione degli organi. I nati “late preterm”, destinati probabilmente ad aumentare nel numero nei prossimi anni, costituiscono una popolazione che non va medicalizzata senza reali motivi, ma non devono sorprendere le eventuali problematiche, la cui insorgenza deve essere prevenuta con un ricovero “monitorato” 27 oculista dott.ssa Grazia Guerrini Rocco Medico dell’Unità Operativa di Oculistica La vista nel primo anno di vita Il senso della vista, come tutte le capacità fisiche, si sviluppa con l’età. Alla nascita, ogni neonato reagisce alla luce e al buio, ma non è in grado di percepire i colori. Dopo il primo mese, i suoi occhi sono attratti da fonti luminose e da oggetti e persone che si spostano davanti a lui e cerca di seguirli, ma poiché non ha ancora il pieno controllo sui muscoli oculari, gli occhi inseguono per un breve tratto, poi tendono a deviare: si tratta di movimenti essenzialmente riflessi e di una fissazione a scatti e non stabile e continua. All’incirca verso il terzo-quarto mese si perfeziona la visione binoculare, che consiste nella capacità del bambino di utilizzare entrambi gli occhi contemporaneamente, comincia a guardarsi attorno con maggiore interesse e, soprattutto, osserva con attenzione le proprie mani: sono le prime cose che può esplorare da vicino, anche se la sua vista non è ancora perfettamente a fuoco. A sei mesi controlla bene i muscoli oculari e verso i dieci mesi acquisisce la visione tridimensionale, cioè il senso della profondità delle immagini. È importante conoscere lo sviluppo visivo del bambino, anche per poter interagire con lui in maniera corretta. ❐ entro il primo anno di vita può essere utile una visita oculistica per valutare la presenza di malattie congenite (cataratta, glaucoma) o la presenza di strabismo condizione in cui i due occhi non sono in asse, ma uno è deviato. Anche per tranquillizzare i genitori, è importante ricordare che è molto frequente uno strabismo falso o pseudostrabismo che in termini clinici è chiamato “epicanto”, dovuto a una particolare conformazione delle palpebre, che scompare di solito prima dei dieci anni. Durante un controllo effettuato nel primo anno è anche possibile individuare la presenza di importanti difetti di vista; non si quantifica la capacità visiva del neonato, ma si possono escludere problemi di una certa gravità. Anche i genitori, quotidianamente, possono fare qualcosa di utile per il loro piccolo: per esempio, possono osservare il comportamento del loro bambino e la sua capacità di seguire con lo sguardo piccoli oggetti in movimento; meglio sarebbe farsi un’idea sulla presenza o meno del cosiddetto “riflesso di ribellione“ e così accorgersi precocemente dell’eventuale mancanza di vista. È molto semplice, basta coprire un occhio, per esempio con il palmo della mano, e si osserva: se il bambino non si ribella, vuol dire che con l’altro occhio ci vede, se invece tenta di sfuggire all’ostacolo vuol dire che l’altro occhio non vede. La prova va ripetuta per ciascun occhio e più volte per avere una opinione sicura Nel primo anno di vita le visite consigliate per i nostri bambini sono le seguenti: ❐ entro i primi otto giorni dopo la nascita viene effettuata una prima visita preventiva obbligatoria a tutti i neonati, con particolare attenzione alle malattie della madre in gravidanza (ad esempio la rosolia), sia alla presenza di malattie oculari ereditarie, sia a eventuali complicanze perinatali (prematurità difficoltà di parto); 28 oculista dott.ssa Grazia Guerrini Rocco Medico dell’Unità Operativa di Oculistica La vista dall’infanzia all’adolescenza Tra uno e due anni il bambino riesce a mettere a fuoco gli oggetti a qualsiasi distanza, mentre a due anni comincia sviluppare un’azione molto importante, cioè collegare vista e memoria riconoscere persone e oggetti con cui ha familiarità. Tra i quattro e sei anni le sue strutture oculari funzionano in modo completo. Poiché l’apparato visivo del bambino è in continuo sviluppo, individuarne precocemente eventuali alterazioni è fondamentale in quanto permette non solo il recupero di una buona visione, ma anche un normale sviluppo psicomotorio. la lavagna, si stanca eccessivamente nella lettura. Questi disturbi possono essere dovuti alla presenza di difetti di vista, condizioni in cui l’immagine degli oggetti non vanno a fuoco sulla retina quali: ❐ l’ipermetropia, che permette al bambino di vedere bene da lontano e da vicino, ma a prezzo di un continuo sforzo di messa a fuoco che rende difficile la lettura e può causare problemi di apprendimento per l’eccessivo impegno visivo che richiede; ❐ la miopia, che fa vedere male da lontano e quindi la lavagna; ❐ l’astigmatismo, che comporta una scarsa e imprecisa visione sia da lontano che da vicino. Il riscontro di difetti di vista comporta la prescrizione di lenti correttive da portare a permanenza o secondo le indicazioni dello specialista. La diagnosi di ambliopia funzionale “occhio pigro” o di strabismo, invece, può richiedere anche un trattamento di penalizzazione dell’occhio sano mediante occlusione o altro seguita da rieducazione binoculare fino ad un eventuale intervento chirurgico. ❐ Nell’adolescenza, un periodo di cambiamenti per l’organismo e quindi anche per l’occhio. È a questa età che compare più frequentemente la miopia. Spesso il ragazzo non se ne rende conto, non può fare una diagnosi da solo; pertanto qualsiasi disturbo riferito dall’adolescente può mascherare un difetto visivo e deve essere motivo per un controllo agli occhi. Soprattutto per l’attività sportiva è anche possibile, con prescrizione medica, l’uso di lenti a contatto a uso giornaliero che vengono ben tollerate e, se ben utilizzate, non comportano rischi per la salute dell’occhio Questi i controlli consigliati a queste età: ❐ Verso i tre-quattro anni il bambino è più collaborante e lo specialista può cominciare a valutare la sua capacità visiva. È soprattutto importante individuare la presenza di fattori che possono determinare un deficit visivo monolaterale: infatti questo, se non diagnosticato e curato precocemente, può causare il cosiddetto “occhio pigro” (cioè un occhio che ha una mancanza di vista pur in assenza di malattie clinicamente rilevabili). Se non trattato, comporta un deficit visivo permanente in età adulta; viceversa, se si interviene nel periodo plastico dello sviluppo visivo che termina intorno agli otto nove anni, i risultati benefici si conservano poi per tutto l’arco della vita. ❐ A sei anni, cioè all’inizio della scuola. Se il bambino fa fatica a vedere, sarà svogliato, disattento, non seguirà il ritmo di apprendimento degli altri compagni. Genitori e insegnanti devono essere attenti e non devono esitare a consultare l’oculista se il bambino, anche se non accusa annebbiamenti visivi, lamenta mal di testa, ha difficoltà a vedere 29 gastroenterologo dott. Gianfranco Brambilla Medico dell’Unità Operativa di Gastroenterologia La diarrea acuta nell’adulto Per diarrea s’intende l’evacuazione di tre o più scariche giornaliere di feci sfatte e acquose. Quando sono presenti muco e sangue, prende il nome di dissenteria. Se dura più di due settimane si definisce diarrea protratta; se dura più di un mese diarrea cronica. Mentre nei Paesi in via di sviluppo la diarrea costituisce un’importante causa di mortalità, specialmente nei bambini, in Italia la possibilità di morire è molto remota. Le cause più importanti di diarrea acuta sono le infezioni batteriche (salmonelle, shigelle, campylobacter, escherichia coli diarregenico), virali (Rota virus, norovirus, adenovirus i più frequenti) e parassitarie (giardia e altri, in genere rari nelle nostre zone). La manifestazione clinica più frequente è la scarica di feci liquide di colore normale, associata o meno alla presenza di vomito o febbre non elevata. In questo caso, la causa più probabile è costituita da virus. In caso di sintomatologia di questo tipo, specialmente negli adulti per il resto sani, non è indispensabile rivolgersi al medico: questi sintomi, in genere, si risolvono spontaneamente entro 48 ore. Importante è mantenere un’adeguata idratazione assumendo soluzioni elettrolitiche per bocca, che si trovano in farmacia (se indisponibili, meglio l’acqua; da evitare bevande gassate o succhi di frutta). In caso di vomito può essere indicato un anti vomito. Succhiare eventualmente cubetti di ghiaccio. Gli antidiarroici andrebbero evitati, tranne in caso di diarrea acquosa senza particolari dolori addominali e nelle situazioni in cui è problematico l’accesso alla toilette (es. durante un viaggio in aereo). Non alimentarsi con cibo per 1 o 2 giorni. Appena possibile, in genere entro il terzo giorno, mangiare alimenti semplici a facile digeribilità: riso e/o pasta sconditi, banana, mousse di mela, brodo, pane tostato, fino a tornare gradualmente alla normale alimentazione entro qualche giorno. I cibi a base di latte saranno gli ultimi da utilizzare. Evitare caffeina e alcol fino alla guarigione completa. I fermenti lattici hanno dimostrato scientificamente una minima utilità nel ridurre la durata e la gravità della diarrea non complicata, mentre gli antibiotici e i disinfettanti intestinali vanno evitati perché non sono attivi sui virus e possono creare alterazioni della flora batterica intestinale. Segni di allarme che devono indurre a rivolgersi al medico sono: dolore addominale intenso e persistente, febbre elevata (più di 38,5°C), presenza di sangue nelle feci, importante stato di disidratazione con stanchezza estrema e sonnolenza. In questo caso, il medico provvederà agli opportuni accertamenti per diagnosticare la causa, che sarà più probabilmente batterica e quindi prescriverà la terapia mirata. La maggior parte delle gastroenteriti, sia batteriche che virali, vengono trasmesse per via orofecale attraverso cibi contaminati e non adeguatamente cotti. Una forma di trasmissione secondaria per le forme virali è quella per via respiratoria. È quindi fondamentale per la prevenzione lavarsi frequentemente le mani, in particolare modo prima di maneggiare il cibo. Chi è ammalato deve evitare di preparare alimenti per i familiari. Maneggiare la biancheria infetta e gli eventuali pannolini o pannoloni con guanti monouso. Disinfettare adeguatamente le toilettes e i lavandini, in particolare modo le maniglie e i rubinetti. Queste procedute andranno mantenute per almeno tre giorni dopo la guarigione di una forma semplice virale e più a lungo nelle forme batteriche con febbre alta ed eventualmente dissenteria (in questo caso è opportuno attenersi alle indicazioni del medico o degli assistenti sanitari) 30 ESPOSIZIONE ARREDAMENTI PAVIMENTI E RIVESTIMENTI BAGNO COMMERCIO MATERIALE IGIENICO SANITARIO RISCALDAMENTO E CONDIZIONAMENTO Collezione OOPS Collezione Rispecchiatevi nel nuovo concetto di comfort Concessionario ufficiale OFFANENGO - Via Brescia ☎ 0373 789181 7 0373 244768 www.termosipe.it - e-mail: [email protected] Insieme ogni giorno per darti il meglio dei servizi. Insieme ogni giorno per darti il meglio dei servizi. Ogni giorno raccogliamo davanti a casa i tuoi rifiuti. MRadv.it MRadv.it Ogni giorno portiamo agli impianti di recupero ciò che può essere riciclato. 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Via del Commercio, 29 26013 CREMA (CR) Tel. 0373 8971.1 Fax 0373 85210 Tel. 0373 8971.1 Fax 0373 85210 www.scsgestioni.it [email protected] www.scsgestioni.it [email protected] Società soggetta a direzione e coordinamento di Linea Group Holding srl Società soggetta a direzione e coordinamento di Linea Group Holding srl gastroenterologo dott.ssa Fernanda Menozzi Medico dell’Unità Operativa di Gastroenterologia Quando il fegato è... grasso Il “fegato grasso” o steatosi epatica è dato dall’accumulo di grassi, soprattutto trigliceridi, nella cellula epatica. Per anni questa alterazione è stata attribuita solo all’assunzione di alcol. L’uso continuato di 30 grammi di alcol al giorno per gli uomini e di 20 grammi per le donne, si associa a steatosi nell’80% dei soggetti. Livelli inferiori di assunzione non possono comunque essere considerati innocui. Oggi, una larga serie di dati indica che la steatosi ha cause diverse ed è una patologia progressiva. In assenza di assunzione di alcol, il “fegato grasso” può essere causato dall’uso di farmaci come i calcio-antagonisti, l’amiodarone, le tetracicline e associarsi all’epatite cronica da virus C. Si sviluppa anche in soggetti sottoposti a interventi chirurgici per l’obesità come il bypass digiuno-ileale o a diete ipocaloriche drastiche e non bilanciate. La riduzione del peso corporeo, infatti, deve essere graduale e non superare il 10% del peso in 6 mesi. Oggi sono largamente utilizzati prodotti erboristici e medicine alternative le cui componenti sono spesso non dichiarate e non soggette a controlli di qualità, potenzialmente tossiche per il fegato. Frequentemente la steatosi è presente in soggetti sovrappeso, condizione fortemente in aumento nei Paesi industrializzati. Studi recenti hanno dimostrato che è addirittura presente nel 20% dei bambini dai 6 ai 12 anni in sovrappeso. I diabetici e i dislipidemici con valori elevati di glicemia, di trigliceridi e di colesterolo, hanno spesso il fegato grasso. È possibile che esista anche una predisposizione genetica, oggi non ancora nota. Si ha sospetto di steatosi quando si riscontrano elevati valori di transaminasi. A volte, le transaminasi sono però entro i valori di norma. I pazienti sono per lo più asintomatici. Possono lamentare modesta dolenzia addominale per l’aumento di volume del fegato e stanchezza. La diagnosi si pone col riscontro ecografico di fegato “brillante”. Il tipico paziente con steatosi è un maschio, giovane, con transaminasi elevate. Essendo la steatosi una patologia frequentemente associata a errori nel metabolismo degli zuccheri e dei grassi e al sovrappeso corporeo, è importante che si seguano raccomandazioni sullo stile di vita, associando alla dieta ipocalorica un esercizio fisico “rilassante” come la camminata, eseguito con regolarità. Una volta che, indipendentemente dalla causa, il grasso si è accumulato nel fegato, può regredire almeno in parte se gli errori metabolici, l’alcol e il virus C vengono eliminati. Se ciò non avviene, si deposita tessuto fibroso cicatriziale che altera la struttura architettonica del fegato con lo sviluppo, nell’arco di anni, della cirrosi, patologia irreversibile che porta all’insufficienza dell’organo. In conclusione: fattori vecchi e noti come l’alcool e il virus C si dividono la responsabilità con altre cause, solo in parte conosciute, nell’indurre il danno epatico da steatosi. Fra queste, certamente l’assunzione con la dieta di cibi raffinati ad alto contenuto calorico e la sedentarietà, causano aumento della popolazione obesa con malattie metaboliche. La correzione delle abitudini alimentari per ridurre il peso corporeo attraverso regimi dietetici ipocalorici, l’abolizione dell’alcool, l’incremento dell’attività fisica quotidiana, la riduzione dell’uso di farmaci potenzialmente dannosi per il fegato sono tutti obiettivi da perseguire per mantenere sano il nostro fegato 32 gastroenterologo dott. Guido Manfredi Medico dell’Unità Operativa di Gastroenterologia Parliamo di ecoendoscopia L’ecoendoscopia (Eus) è una metodica di indagine ecografica utilizzata per studiare il tratto gastroenterico superiore e inferiore, il pancreas, le vie biliari e strutture anatomiche adiacenti. Viene effettuata per mezzo di un ecografo, ovvero uno strumento che emette e riceve di rimando gli ultrasuoni e che, grazie a una elaborazione computerizzata, costruisce immagini corrispondenti agli organi e tessuti studiati. Sfrutta un meccanismo simile quello dei radar dei sottomarini che scandagliano i fondali. La particolarità dell’ecoendoscopia è che la sonda ecografica (quella che emette e riceve gli impulsi ultrasonori) è molto piccola e collocata all’estremità di un tubo flessibile dotato di fibre ottiche in grado quindi di ispezionare visivamente gli organi studiati, proprio come succede durante una gastroscopia. Ma allora l’ecoendoscopia è una endoscopia o una ecografia? È, in effetti, entrambe le cose: è sostanzialmente una ecografia, e la risposta che fornisce è di tipo ecografico, ma è “guidata” dall’endoscopia, in modo da portare, nel senso letterale del termine, la sonda ecografica molto vicino all’organo da valutare. Facciamo un esempio: nel corso di una ecografia standard gli ultrasuoni devono attraversare cute, sottocute, parete muscolare, parte di intestino, vasi sanguigni e, infine, arrivare al pancreas, mentre nel caso di una ecoendoscopia devono attraversare solo la parete duodenale (3 mm)! Il risultato è una molto migliore rappresentazione e risoluzione visiva del tessuto studiato. In pratica, come funziona l’esame? Dalla bocca o dal retto viene introdotta all’interno del corpo una sonda endoscopica. Una volta giunta nella sede desiderata, l’ecografo emette ultrasuoni a frequenze molto alte, che permettono di studiare accuratamente le pareti di esofago, stomaco, duodeno, retto, sigma e tessuti adiacenti, il pancreas e le vie biliari. Oltre che per la diagnosi, l’Eus è molto utilizzata per la stadiazione dei tumori maligni del tubo digerente e dei tessuti circostanti (dà informazioni precise sull’estensione della malattia e il coinvolgimento eventuale di organi vicini); permette anche la valutazione di patologie benigne del tratto gastroenterico, mal identificabili dall’endoscopia standard dal momento che la lesione spesso si trova all’interno dei vari strati della parete dell’organo in esame. L’ecoendoscopia dà anche la possibilità di prelevare cellule o piccoli frammenti di tessuto da analizzare al microscopio, grazie all’utilizzo di un ago sottile che viene guidato nella lesione visualizzata ecoendoscopicamente. È inoltre possibile drenare raccolte fluide/ascessi che un tempo potevano essere trattate solo chirurgicamente, così come oppure iniettare sostanze terapeutiche all’interno di lesioni profonde, mal raggiungibili con altre metodiche. In caso di una ecoendoscopia diagnostica delle vie digestive superiori, il paziente dev’essere a digiuno e accompagnato, dal momento che l’esame viene preceduto dalla somministrazione di sedativi per via endovenosa: non potrà guidare o utilizzare macchinari pericolosi per l’intera giornata. Per una ecoendoscopia rettale saranno necessarie solo perette evacuative. Sono possibili complicanze, specie nel caso di esami che prevedono biopsie (sanguinamento, perforazione, infezioni), ma sono comunque eventi molto rari 33 gastroenterologo dott. Federico De Grazia Medico dell’Unità Operativa di Gastroenterologia ed Endoscopia Digestiva Prevenire il cancro del colon Un polipo è una crescita anormale di tessuto che parte dalla mucosa, cioè dal rivestimento interno del colon. I polipi del colon possono essere piatti (polipo sessile), oppure avere la forma di un fungo (polipo peduncolato); quelli piatti spesso sono più piccoli e difficili da vedere e hanno maggiori probabilità di essere maligni rispetto ai polipi in rilievo: infatti alcuni polipi sono benigni, il che significa che non sono tumori, mentre altri sono già cancro o potrebbero diventarlo, ma possono essere rimossi durante la colonscopia. Secondo alcune ricerche, l’asportazione dei polipi riduce dal 65 % ad oltre il 90% la probabilità di sviluppare un tumore. Il cancro del colon-retto è il più diffuso, dopo quello al seno e ai polmoni, e ogni anno colpisce oltre 41.000 italiani. Oltre il 90% dei cancri del colon ha origine dagli adenomi, o polipi. Rimuovendoli s’interrompe la possibile catena polipo-tumore, quindi una diagnosi precoce permette ottime possibilità di successo terapeutico. Generalmente i polipi al colon non danno sintomi: a volte si manifestano con sanguinamento dall’ano, stitichezza o diarrea prolungate, sangue nelle feci. Se si accusa uno di questi sintomi è importante consultare un medico. Come fa il medico a rilevare i polipi del colon? Può utilizzare uno o più dei seguenti test per verificarne la presenza (questa verifica è consigliata alle persone con più di 50 anni o con familiarità al problema oppure in presenza di sintomi): ❐ Esame delle feci: per ricercare sangue non visibile a occhio nudo. ❐ Clisma opaco: un esame radiologico con somministrazione di un clistere di Bario. ❐ Colonscopia virtuale: una speciale macchina a raggi X -TC spirale- per mezzo di un particolare programma computerizzato, crea ed elabora immagini dell’intestino che possono essere visualizzate su uno schermo. Con questi test si può rilevare, o almeno sospettare, la presenza di polipi che dovranno poi essere rimossi con la colonscopia. ❐ Sigmoidoscopia: con un sottile tubo flessibile nel retto (il sigmoidoscopio) il medico esplora la parte finale del colon. È un test semplice, ma ha il limite di poter valutare solo una piccola parte dell’intestino crasso. ❐ Colonscopia: un esame simile alla sigmoidoscopia, ma il medico analizza tutto il colon con un lungo tubo flessibile che ne mostra l’interno su uno schermo. Con questa procedura si è in grado di rimuovere i polipi. È importante asportare i polipi identificati per permetterne un esame istologico completo, per prevenire un’eventuale degenerazione maligna e, infine, per eliminare eventuali sintomi presenti. Quindi la diagnosi di polipo deve essere seguita dall’asportazione endoscopica (polipectomia) che è la cura definitiva in tutti i casi di polipi benigni e in alcuni casi di polipi maligni o cancri localizzati. Il trattamento può anche essere chirurgico quando si è in presenza di un polipo benigno non asportabile endoscopicamente per forma, sede, dimensioni o altri fattori limitanti ed in caso di polipo maligno non localizzato. L’Asl della provincia di Cremona, tra le prime in Italia, da anni propone un programma di prevenzione per ridurre l’incidenza del cancro al colon-retto utilizzando il test dell’esame delle feci – sangue occulto fecale – seguito dalla colonscopia in caso di risultato positivo. Questo screening sta dando risultati molto incoraggianti, ma troppe persone invitate a eseguire il test fecale o la colonscopia, assolutamente gratuiti, hanno deciso di non accettare l’invito. Pertanto, se riceviamo l’invito a eseguire il test del sangue occulto fecale, accettiamolo e parliamone al nostro medico e, se risultasse positivo, eseguiremo una colonscopia 34 gastroenterologo dott. Claudio Londoni Medico dell’Unità Operativa di Gastroenterologia Il reflusso gastro-esofageo Il reflusso di materiale contenuto nello stomaco (acido e non acido) verso l’esofago (reflusso gastro-esofageo) è un evento che, quando limitato, per numero e durata, è considerato normale ma diventa malattia (malattia da reflusso gastro-esofageo) quando gli episodi superano, sempre per numero e per durata, i reflussi ritenuti normali. I sintomi tipici sono il bruciore (pirosi) nella regione anteriore del torace e il rigurgito (sensazione di liquido in gola); altri, meno caratteristici, sono il dolore toracico (simula quello cardiaco), la raucedine, la tosse e l’asma. Il materiale che refluisce, come detto, può essere sia acido che non acido (ad esempio la bile). Lo studio del reflusso gastro-esofageo è da molti anni eseguito con la “pH-metria esofagea delle 24 ore”, che consente di porre corretta diagnosi di malattia da reflusso gastro-esofageo acido. Negli ultimi anni si è sviluppata una nuova metodica: la pH-impedenzometria che, rispetto alla pH-metria tradizionale, permette d’identificare non solo il reflusso gastro-esofageo acido, ma anche quello non acido, e valuta quanto il materiale refluito risale in esofago. La disponibilità di questi dati aggiuntivi, rispetto alla pH-metria, ci permette di capire perché alcuni pazienti accusano sintomi tipici da reflusso gastro-esofageo anche in assenza di reflussi acidi, spiega la mancata risposta alla terapia antisecretiva (blocca la produzione di acido) e permette la correlare il reflusso ai sintomi meno tipici (ad esempio la tosse). La pH-impedenzometria esofagea è oggi l’esame più adeguato per porre diagnosi di malattia da reflusso gastro-esofageo: ci consente infatti di identificare con precisione la presenza del reflusso, la qualità (acido, non acido, misto), l’entità dello stesso e di capire se i sintomi riferiti dal paziente correlano con la presenza del reflusso. L’indicazione all’esame pH-impedenzometrico può essere posta da diversi specialisti, ma le richieste vengono vagliate da uno specialista gastronenterologo che, qualora ne sussistano i requisiti, procede all’esecuzione dell’indagine. Stabilita la data dell’esame, il paziente si presenta la mattina dell’appuntamento presso la nostra Unità Operativa a digiuno da almeno 8 ore, dopo aver sospeso da almeno 15 giorni, se assunti, farmaci che inibiscono la produzione di acido e/o favorenti la motilità dell’apparato digerente superiore. L’esame consiste nell’introdurre un piccolo sondino sterile e morbido attraverso la narice precedentemente anestetizzata e nel posizionare la sua estremità (rilevatore di pH) in una sede ben precisa dell’esofago (5 cm sopra il cardias: passaggio tra esofago e stomaco). La parte esterna del sondino che fuoriesce dalla narice viene collegata a un registratore (recorder), posizionato nella parte inferiore dell’addome (come una cintura) da indossare per 24 ore. Il paziente viene dimesso ed è invitato per tutto il periodo di registrazione a svolgere consuete attività (recarsi anche al lavoro), alimentarsi normalmente e proseguire con i comportamenti usuali (fumo, alcol, attività fisica). Trascorse le 24 ore, il paziente si presenta presso la nostra Unità Operativa, dove si rimuovono il sondino e il registratore. I dati ottenuti sono trasferiti su una postazione di lettura e analizzati dal medico specialista dedicato. Il paziente è poi contattato per ritirare il referto sul quale si conferma la diagnosi di malattia da reflusso gastro-esofageo con le proprie caratteristiche 35 cure palliative dott.ssa Maria Assunta Mariconti Responsabile della Rete di Cure Palliative Parliamo di... Cure Palliative Tutti hanno certamente sentito parlare di Cure Palliative, ma attorno a questo tipo di assistenza sembra esserci ancora della confusione, forse dovuta all’aggettivo “palliativo”. In effetti, in italiano esso può in alcuni casi avere un’accezione negativa, vale a dire quando è usato per riferirsi a qualcosa d’inutile o inefficace. Ma per capire il corretto significato da dare nel nostro caso al termine “palliativo” bisogna ritornare alla sua radice etimologica: l’aggettivo “palliativo” deriva dal latino palliare, coprire con il pallio (il “pallium”), ovvero il mantello utilizzato dai romani per proteggersi dalle intemperie. Proprio per questa idea di protezione insita nel termine, l’emblema scelto dalle cure palliative è quello di san Martino, raffigurato nell’atto di donare metà del suo mantello all’infortunato ignudo. Il mantello palliativo, con cui idealmente si vuole avvolgere il malato e la sua famiglia, raffigura la protezione dalle sofferenze della malattia terminale. Con questo significato ci si deve riferire alle cure palliative per indicare cioè tutte quelle cure destinate a lenire le sofferenze della persona avvolgendola in un caldo mantello (pallio) di dolcezza, assistenza medica, comprensione e conforto. Le Cure Palliative rappresentano una cura attiva e totale dei malati la cui malattia di base non risponde più a trattamenti specifici o curativi. Il controllo del dolore fisico e degli altri sintomi legati alla malattia di base è prioritario, ma ugualmente significativo è il controllo dei sintomi di carattere psicologico, sociale e spirituale. L’oggetto della cura non sono, quindi, solo il dolore e i sintomi fisici, ma tutti i disagi di ordine sociale, spirituale e psicologico che provocano sofferenza: lo scopo è il raggiungimento della migliore qualità di vita possibile per il malato in fase avanzata della malattia e per la sua famiglia. Le Cure Palliative sono quindi una cura attiva, totale, globale ben diversa dall’idea che vede le cure palliative come l’unica alternativa della medicina di fronte all’inguaribilità della malattia. Se l’obiettivo delle cure palliative è il raggiungimento della migliore qualità di vita possibile per i pazienti e per le loro famiglie, il luogo privilegiato rimane la casa del malato o un centro residenziale in cui sia possibile ritrovare un ambiente familiare e confortante. In sintesi e secondo la definizione Oms del 2002, le cure palliative: ❐ danno sollievo al dolore e ai sintomi che provocano sofferenza; ❐ integrano aspetti psicologici e spirituali nell’assistenza al paziente e alla famiglia; ❐ offrono un sistema di supporto per aiutare la famiglia a far fronte alla malattia del paziente e al lutto; ❐ utilizzano un approccio di equipe per rispondere ai bisogni del paziente e della famiglia; ❐ sono applicabili precocemente nel corso della malattia insieme ad altre terapie con lo scopo di prolungare la vita, come la chemioterapia o la radioterapia; ❐ sostengono la vita e guardano al morire come a un processo naturale; ❐ non intendono né affrettare né posporre la morte. Al contrario di quanto generalmente ritenuto, il dolore fisico è relativamente facile da controllare: quando si indaga a fondo sulla presenza e intensità del dolore, ci si fida di quanto affermato dal malato, si utilizza la prescrizione di morfina o altri oppiacei maggiori. È invece il dolore spirituale quello più difficile da definire nella sua composizione ed espressione, ma anche quello più rilevante da trattare e richiede un approccio professionale, basato principalmente sull’ascolto attivo e il supporto emozionale da parte dei familiari e dell’equipe 36 cure palliative dott.ssa Maria Assunta Mariconti Responsabile della Rete di Cure Palliative Rete di Cure Palliative La medicina palliativa ha il suo fondamento nel concetto del “curare quando non si può guarire” messo in pratica per la prima volta a Londra negli anni Sessanta del Novecento da Cicely Saunders, fondatrice del St. Christopher’s Hospice, la prima struttura di accoglienza per malati terminali. Questa esperienza si è diffusa dapprima nei Paesi anglosassoni e poi nel resto d’Europa, con l’affermazione della Medicina Palliativa come specialità autonoma e con la fondazione, nel 1988, dell’Associazione Europea di Cure Palliative (Eacp). Grazie all’iniziativa della Direzione Generale dell’Azienda Ospedaliera, nel 2003 a Crema si è iniziato a occuparsi molto attentamente dei malati terminali, un ambito che, sino ad allora, non era stato né particolarmente esplorato e/o affrontato. In quell’anno a Crema nasce la Rete di Cure Palliative con l’istituzione dell’Unità Operativa di Cure Palliative nell’Ospedale Maggiore, poi completata, nel giugno del 2006, con l’attivazione dell’Hospice presso la Fondazione Benefattori Cremaschi, con cui l’Azienda Ospedaliera ha stipulato una convenzione. Le varie attività della Rete – ovvero l’assistenza domiciliare, l’Hospice, l’ambulatorio, la consulenza – sono gestite da un’unica equipe medica e da due gruppi infermieristici con un’unica reperibilità medico-infermieristica, una formazione comune ed un’unica coordinazione apicale. La gestione del malato e della sua famiglia risultano così omogenei in tutti i settori assistenziali (ospedale-domicilio-Hospice) proprio perché la Rete funziona secondo un’unica filosofia di cura e una regia unitaria ben integrata, anche attraverso l’adozione di protocolli condivisi. Sempre alla fine del 2003, per volontà di familiari dei pazienti da noi assistiti, è stata anche costituita un’associazione denominata “Associazione Cremasca Cure Palliative Alfio Privitera-Accp-onlus” con l’obiettivo di sostenere, anche economicamente, l’attività della Rete di Cure Palliative. Di fatto, questa Associazione ha finanziato gran parte delle iniziative di formazione e di aggiornamento del personale medico e infermieristico. L’attività della Rete di Cure Palliative è sempre stata supportata anche dalla Fondazione Floriani. L’equipe è composta da quattro medici, quattro infermiere dedicate al domicilio, un gruppo di infermieri e di operatori socio-sanitari che si occupano del lavoro in Hospice, due psicologhe (una per l’Hospice e una al domicilio) e un assistente spirituale. La disponibilità di un Hospice, direttamente gestito dalla Rete di Cure Palliative, permette di utilizzare al meglio gli otto posti letto, dove possono essere ricoverati tempestivamente i malati che ne hanno maggior bisogno e per i quali l’assistenza domiciliare sarebbe impossibile o insufficiente. Chi può attivare le cure palliative? Chiunque: medici di famiglia, specialisti ospedalieri, assistenti sociali, familiari. Come contattarci? L’attivazione della Rete di Cure Palliative è facilmente ottenibile telefonando al numero 0373.280827. Abbiamo anche il sito www.curepalliativecrema.it che spiega in dettaglio tutte le caratteristiche e l’organizzazione del servizio 37 farmacista dott. Tullio Elia Testa Direttore dell’Unità Operativa di Farmacia Farmaci equivalenti: fidiamoci I farmaci equivalenti sono spesso chiamati generici, dalla traduzione inglese, termine che però non rende loro giustizia. Il termine equivalente infatti significa “che vale come l’altro”. Si tratta infatti di medicinali che hanno la stessa efficacia, sicurezza e qualità dei corrispondenti farmaci “di marca”, ma hanno un costo inferiore almeno del 20% perché, essendo scaduto il brevetto che consentiva la produzione in esclusiva alla ditta che li aveva “scoperti” per prima, anche altre aziende possono produrli. Il brevetto di un farmaco può durare da 8 a 20 anni e serve a consentire di recuperare i costi sostenuti per la sua ricerca: dopo tale periodo di commercializzazione perde il brevetto, ossia l’esclusività di produzione da parte di un’azienda farmaceutica. Pertanto, da questo momento in poi, altre aziende possono produrre e commercializzare il corrispondente farmaco equivalente. Rispetto al corrispondente farmaco “di marca”, il farmaco equivalente: ❐ contiene lo stesso principio attivo (sostanza che cura la persona e la sua malattia); ❐ è bioequivalente, vale a dire ha la stessa efficacia clinica; ❐ è ugualmente sicuro, perché sottoposto agli stessi controlli a cui sono soggetti tutti i farmaci in commercio da parte del Ministero della Salute e degli altri organi di controllo; ❐ la confezione contiene la stessa quantità di farmaco (compresse, fiale, quantità di sciroppo); ❐ ha le stesse indicazioni e controindicazioni. Le uniche differenze tra il farmaco equivalente e quello “di marca” possono riguardare il colore della confezione e il colore, la forma e il sapore del medicinale o il nome riportato in etichetta. Queste differenze non comportano alcun cambiamento a livello del meccanismo di azione, dell’efficacia e della sicurezza del farmaco. Nonostante l’evidente garanzia e sicurezza dei farmaci equivalenti, l’incidenza che essi hanno nel mercato del nostro Paese è ancora lontana da quella presente negli altri Stati europei e negli Usa. Oggi, solamente il 12% dei farmaci dispensati in Italia è un equivalente, mentre in media, nei principali mercati farmaceutici dei più grandi Paesi europei, tali farmaci rappresentano circa il 50% delle unità vendute, con punte del 70% in Paesi come la Germania, nella quale contribuiscono per il 20% alla spesa, generando inoltre ben 13 miliardi di euro all’anno di risparmio. Il decreto sulle liberalizzazioni, di recente approvato dal Consiglio dei Ministri all’interno della cosiddetta legge Spending rewiew, ha riservato attenzione anche ai farmaci equivalenti, nell’intento di ridurre la spesa pubblica sanitaria e di permettere al cittadino di curarsi risparmiando, ma garantendo la stessa qualità delle cure. Il decreto ha confermato l’obbligo per il medico di indicare nelle ricette il principio attivo al posto del nome commerciale del farmaco. Sulla ricetta del Servizio Sanitario Nazionale deve ora comparire il nome della sostanza, contenuta nel farmaco, che possiede proprietà terapeutiche. Questo è già sufficiente perché la ricetta sia valida e possa essere presentata dall’assistito in farmacia per acquistare il prodotto con prezzo più basso contenente quel principio attivo. Il medico può aggiungere sulla ricetta, oltre al principio attivo, anche il nome commerciale di un farmaco, specificando che esso è “non sostituibile”, ma lo deve fare con una sintetica motivazione scritta. Il Sistema Sanitario rimborsa, però, sempre il farmaco equivalente a minor costo, pertanto nei casi di “non sostituibilità” o quando il cittadino preferisce un farmaco con un determinato nome commerciale a maggior costo, deve necessariamente pagare al farmacista la differenza relativa al prezzo minimo di riferimento. I farmaci equivalenti rappresentano perciò una grande occasione per il cittadino per ottenere analoghe qualità di cura con costi decisamente inferiori: impariamo a conoscerli e a fidarci di più 38 ASSISTENZA DOMICILIARE ANZIANI, MALATI E DISABILI Il Centro Privatassistenza di Crema offre alle famiglie servizi socio-assistenziali e sanitari personalizzati, occasionali o continuativi per ZIANI, MALATI E DISABILI anziani, malati e disabili. ro Privatassistenza di Crema offre alle Il Centro è strutturato pere risponie servizi socio-assistenziali sanitari nalizzati, occasionali o continuativi dere tempestivamente a ogni per i, malati e disabili. orerispondere su 24, 365tempegiorni ro è richiesta, strutturato24per ente all’anno. ad ogni richiesta, 24 ore su 24, orni all’anno. visita domiciliare iamoEffettuiamo una visita una domiciliare gratuita l’abitazione dell’assistito per valutare gratuita presso l’abitazione dell’ase necessità, garantendo la personalizperevalutare la reale necessie delsistito servizio il miglioramento della à di tà, vitagarantendo delle persone, in particolar la personalizzazione anziani, persone portatrici di disabilità serviziodae ildifferenti miglioramento della siche del o colpite patologie. qualità di vita delle persone, in isfiamo le vostre richieste, particolarle modo: anziani, persone onalizzando risposte. portatrici di disabilità psicofisiche o colpite da differenti patologie. SSISTENZA OMICILIARE Soddisfiamo le vostre richieste, personalizzando le risposte. www.privatassistenza.it CREMA · Piazza Carlo Manziana, 6 0373 204898 [email protected] diabetologo dott.ssa Silvia Severgnini Medico dell’Unità Operativa di Medicina e Responsabile del Centro Diabetologico Autocontrollo della glicemia Ogni paziente al quale viene riscontrato il diabete sa che la diagnosi di questa malattia porta con sé, oltre a un’eventuale terapia farmacologica, un drastico cambiamento del proprio stile di vita, che comporta una sostanziale modifica del regime dietetico, un’adeguata attività fisica e un periodico controllo della glicemia non solo al centro diabetologico, ma anche a casa propria. L’autocontrollo domiciliare della glicemia, infatti, è parte integrante della gestione della patologia diabetica. Esso è utile sia al paziente, per conoscere meglio la propria glicemia, mantenendola il più vicino possibile ai valori di normalità ed evitando le complicanze acute come l’ipoglicemia o l’iperglicemia grave, sia soprattutto al diabetologo, che può così verificare l’adeguatezza della terapia ed eventualmente modificarla in base ai valori riscontrati. Perché questo avvenga, è necessario però che l’autocontrollo sia eseguito nei tempi e nei modi più opportuni. In linea di massima, chi segue la sola terapia dietetica o una terapia antidiabetica orale ed è in buon compenso può limitarsi a eseguire un controllo settimanale o quindicinale della glicemia, alternando le rilevazioni a digiuno a quelle eseguite due ore dopo l’inizio di un pasto. I pazienti in terapia orale con diabete poco controllato o coloro che assumono anche una somministrazione al giorno di insulina, devono invece controllarsi più frequentemente, mantenendo comunque l’alternanza di rilevazioni a digiuno e rilevazioni post prandiali. Per chi invece è in terapia con insulina ai pasti, l’autocontrollo ideale prevede la mi- surazione della glicemia sia prima di mangiare, per eventuali modifiche delle unità di insulina da somministrarsi, sia dopo i pasti, per verificare l’adeguatezza delle stesse. Per quanto l’autocontrollo domiciliare sia uno strumento fondamentale per certi pazienti, utile per altri, nel migliorare il compenso globale del diabete, aiutando a prevenire le complicanze acute e quelle a lungo termine, esso comporta dei costi non indifferenti e pertanto va utilizzato in modo corretto e previa accurata educazione del paziente da parte di personale preparato. Le persone diabetiche in possesso di esenzione ticket hanno diritto a una fornitura gratuita di aghi pungidito e strisce reattive per il controllo della glicemia: è a discrezione del diabetologo, quando ritenuto opportuno, prescriverne il quantitativo adeguato, in base ai bisogni di ogni singolo paziente. A sua volta il paziente, consapevole del significato dell’automonitoraggio, dovrà attenersi alle istruzioni ricevute, evitando controlli inutili (e anche piuttosto fastidiosi) e conseguenti sprechi di materiale e portando con sé in visione il diario delle glicemie a ogni visita diabetologica presso il centro di riferimento. Solo così l’automonitoraggio non rimane fine a sé stesso, ma diventa strumento importante per ottimizzare il controllo del diabete e aiutare a prevenire le temibili complicanze che accompagnano questa malattia 40 diabetologo dott.ssa Silvia Severgnini Medico dell’Unità Operativa di Medicina e Responsabile del Centro Diabetologico Il diabete gestazionale Con il termine di Diabete Gestazionale (Gdm) s’intende un’alterata tolleranza ai glucidi (zuccheri), che inizia o viene diagnosticata per la prima volta in gravidanza e, nella maggior parte dei casi, si risolve non molto tempo dopo il parto. Questo può verificarsi sia per una carente produzione di insulina da parte della madre in risposta alla gravidanza, sia per un fenomeno di resistenza all’azione dell’insulina normalmente prodotta. Qualsiasi donna incinta può sviluppare un Gdm, ma il rischio è maggiore per le gestanti obese, per quelle con familiarità per patologia diabetica, per coloro che hanno avuto un pregresso Gdm o hanno partorito un bimbo di peso superiore a 4 Kg e per chi ha più di 35 anni. Diagnosticare e trattare il Gdm è fondamentale per impedire un’eccessiva crescita del bimbo (macrosomia fetale) ed evitare complicanze per il nascituro e per la mamma al momento del parto. Il test per diagnosticare il Gdm è la curva da carico con 75 mg di glucosio, con determinazione della glicemia prima dell’assunzione dello zucchero, un’ora e due ore dopo l’assunzione dello stesso. Si pone diagnosi di diabete gestazionale quando uno o più valori glicemici sono alterati e più specificatamente quando la glicemia a digiuno è maggiore o uguale a 92 mg/dl e/o quella dopo un’ora dal carico maggiore o uguale a 180 mg/dl e/o quella dopo due ore dal carico maggiore o uguale a 153 mg/dl. Lo screening viene consigliato a tutte le gestanti che presentano uno o più fattori di rischio tra quelli sopra elencati e generalmente si effettua tra la 24a e 28a settimana di gestazione; in casi particolari può sussistere l’indicazione a eseguirlo prima. La terapia del diabete gestazionale è sostan- zialmente di tipo dietetico: a volte è sufficiente seguire delle semplici norme di igiene alimentare, altre volte invece può rendersi necessaria una terapia dietetica personalizzata. In linea di massima, eliminare gli zuccheri semplici, ridurre l’apporto di quelli complessi, garantire un buon apporto di fibre e suddividere l’assunzione di cibo nell’arco della giornata evitando di abbuffarsi ai pasti principali e introducendo spuntini tra un pasto e l’altro possono essere regole facilmente applicabili e sufficienti ad assicurare un buon controllo glicemico. Qualora però con la sola terapia dietetica non si riuscissero a ottenere valori glicemici ottimali, l’unica terapia aggiuntiva è quella con insulina, poiché i farmaci orali solitamente utilizzati per curare il diabete mellito sono controindicati durante la gravidanza. Il tipo e il numero di iniezioni di insulina variano a seconda del momento della giornata in cui la glicemia sale oltre i limiti di norma, che, in caso di pazienti gravide, sono di 95 mg/dl a digiuno, 140 mg/dl dopo un’ora dall’inizio del pasto e 120 mg/dl dopo due ore. Uno stile di vita regolare, che preveda un’alimentazione varia ed equilibrata e un’attività fisica regolare in atto già prima del concepimento e mantenuta durante la gravidanza, rappresentano le uniche armi preventive nei confronti del diabete gestazione. Generalmente, dopo il parto si ripristina una normale tolleranza ai carboidrati; è comunque necessario documentare la risoluzione della condizione dopo la nascita, poiché vengono talvolta erroneamente diagnosticate come affette da Gdm numerose donne in gravidanza con diabete di tipo 2 non diagnosticato in precedenza. Per tale motivo si consiglia di eseguire un ulteriore Ogtt dopo tre/quattro mesi dal parto 41 fisiatra dott.ssa Caterina Groppelli Direttore dell’Unità Operativa di Riabilitazione Neuromotoria Posture e atteggiamenti viziati - 1 La postura è l’atteggiamento che il corpo assume abitualmente e consente tre importanti funzioni: aiuta il corpo umano a contrastare l’effetto di gravità, ci permette di tenere una posizione eretta, equilibra i nostri movimenti e li guida. Nel contempo, la postura racconta molto di noi in quanto, attraverso l’atteggiamento del nostro corpo, comunichiamo agli altri le nostre emozioni e i nostri stati d’animo. Sembra incredibile, ma molti dei nostri difetti fisici, o quantomeno quelli che noi consideriamo tali, in realtà sono dovuti spesso e volentieri a un assetto sbagliato della nostra colonna vertebrale. Di certo, chi passa molte ore seduto alla scrivania, chi svolge un lavoro sedentario o chi sta molto tempo in piedi, non è agevolato nel tenere una postura corretta, ma con un minimo di buona volontà e qualche piccolo accorgimento si può migliorare l’assetto corporale e... i difetti. Ma quanti genitori sono attenti alla postura dei loro figli? La correzione della postura in un bambino è sicuramente molto più facile che in un adulto. Modalità salutari sviluppate da bambino aiutano da adulti, fino alla vecchiaia. È quindi molto importante osservare come il nostro bambino siede, legge, scrive, cammina e gioca. Le curve fisiologiche della colonna vertebrale sono assenti alla nascita e durante le prime settimane di vita, vi è un’unica curva: quella di quando il bambino era nel grembo materno. Questa curva primaria subisce dei cambiamenti man mano che il bambino cresce, alza la testa, prova a sedersi, cammina a carponi, sta eretto, cammina e corre. La cifosi primaria (curva) dorsale presente alla nascita è mantenuta, mentre le lordosi cervicale e lombare vengono sviluppate durante la crescita, in modo tale da far assumere la posizione eretta. Meccanicamente, queste curve sono così costruite a causa della struttura delle vertebre: esse sono mantenute perfino quando siamo sdraiati sul pavimento. Se queste curve sono eccessive, sono però causa di vari dolori e disturbi. Il mal di schiena, purtroppo, è un sintomo universale e sin dalla giovanissima età ogni sforzo dovrebbe essere fatto in maniera da evitare futuri danni. Ritornando ai bambini, sarebbe meglio smettere di preoccuparsi del peso dei libri nelle cartelle, puntando cosi l’attenzione solo sull’aspetto meccanico. Bisogna chiedersi: può provocare più danni il peso di una certa intensità ma portato per brevi momenti, o uno più ridotto (“solo” il proprio corpo) portato in maniera errata per molte ore al giorno? Non potremmo ipotizzare che portare correttamente pesi possa divenire allenante e invece possa risultare dannoso portarli in maniera scorretta? Molti di noi portano la cartella ai figli (non nego che spesso è veramente troppo pesante per la loro struttura ossea), ma non si preoccupano quasi mai di correggere la loro postura durante le attività quotidiane o davanti al computer e al televisore. Eppure, è ben più preoccupante la postura prolungata curva sui libri, magari lodata in famiglia per lo zelo dimostrato per lo studio, che sarebbe invece da biasimare per i rischi cui viene sottoposta la colonna; peggio ancora, la posizione cosiddetta “stravaccata” sul divano. Spesso sarebbe sufficiente una breve pausa di movimento (ogni 20-30 minuti) per riequilibrare la funzionalità corretta; e il movimento, come pure l’attività fisica, diminuiscono e ritardano la comparsa dei disturbi della colonna vertebrale e dell’apparato locomotore in genere 42 fisiatra dott.ssa Caterina Groppelli Direttore dell’Unità Operativa di Riabilitazione Neuromotoria Posture e atteggiamenti viziati - 2 “L’essere umano non è fatto per stare seduto”, affermano gli studiosi, e anche numerosi studi scientifici hanno dimostrato che quando siamo seduti la pressione sui dischi intervertebrali aumenta del 50% rispetto a quando siamo in piedi. Qual è allora la posizione consigliata? La posizione seduta con il busto eretto, ma non troppo dritto, la schiena vicino allo schienale della sedia, il bacino ben appoggiato indietro e i piedi sempre saldi sul pavimento. Le ginocchia devono avere un angolo di 90° ed è importantissimo non accavallare le gambe da seduti perché, anche se questo movimento ci sembra sexy, è dannosissimo per la salute di ginocchia e schiena. Se siamo alla scrivania, gli avambracci devono essere appoggiati, con i gomiti che formano anch’essi un angolo di 90° e il libro o il computer devono essere davanti, per evitare inutili e dannose torsioni laterali delle vertebre cervicali. Per chi lavora a lungo alla scrivania o davanti al computer è molto importante scegliere una seduta dinamica, che consenta di variare in ogni momento l’assetto del corpo. Di solito, però, chi si siede davanti a un personal computer non presta attenzione alla posizione che assume e nemmeno alla posizione del computer rispetto all’ambiente, ma la corretta ergonomia davanti a un pc è fondamentale per prevenire affaticamento della vista, rigidità e tensioni muscolari al collo, alla schiena, alle spalle, alle braccia, alle mani. È necessario digitare in modo sciolto e utilizzare il mouse evitando gli irrigidimenti delle dita e del polso, mantenendo gli avam- bracci appoggiati sul piano della scrivania, in modo da alleggerire il più possibile la tensione dei muscoli del collo e delle spalle. Una seduta protratta a lungo e non fisiologica può quindi causare dolori al rachide o patologie a carico della colonna vertebrale. Questi disturbi nei Paesi occidentali colpiscono quasi tre persone su quattro. Sicuramente e per definizione non esiste una posizione corretta unica per tutti. Studi approfonditi hanno dimostrato che ciascuno deve trovare la propria posizione ideale, variandola il più frequentemente possibile, in modo quasi istintivo, per scaricare le tensioni psicofisiche e ridurre così l’affaticamento della colonna vertebrale. Per concludere, alcuni consigli pratici: saranno da evitare, per quanto possibile, le posture fisse per tempi prolungati, si dovrà cambiare di tanto in tanto la posizione, muoversi per rilassare i muscoli e praticare esercizi di stretching per collo, schiena, braccia e gambe. Utili anche delle piccole pause ogni mezz’ora, anche soltanto per uno o due minuti, camminando per qualche metro nella stanza. Ricordiamoci poi che prevenire, sin dall’infanzia, sarà sicuramente meglio (e meno doloroso) che curare 43 pronto soccorso dott. Giovanni Viganò Direttore del Pronto Soccorso Estate: solo il bello del caldo I comportamenti utili a prevenire i problemi di salute causati dal caldo sono oggetto di una campagna di sensibilizzazione di Regione Lombardia. L’opuscolo con i consigli del caso “cosa fare e cosa evitare”, è disponibile anche on line all’indirizzo http:// www.sanita.regione.lombardia.it. In sintesi, che cosa si può fare per fronteggiare al meglio il caldo, magari in attesa di una meritata vacanza? Anzitutto va detto che il caldo può essere un pericolo quando la temperatura esterna supera i 32-33°C; se vi è un’alta umidità che impedisce la regolare sudorazione; se la temperatura in casa è superiore a quella esterna; se i locali dove si vive sono poco ventilati o poco isolati con l’esterno. Queste caratteristiche climatiche rendono critica la risposta di regolazione termica del corpo umano e possono provocare fenomeni patologici di diversa gravità. Le categorie a rischio sono le persone ultrasettantacinquenni, i bambini di età inferiore ai 4 anni, i malati affetti da patologie cardiovascolari e respiratorie, le persone obese e quelle affette da disturbi mentali, i soggetti con dipendenza da alcool e droghe e tutti coloro che, per ragioni di lavoro, sono costretti a sostare all’aperto o in ambienti in cui vi è produzione di calore. Ecco allora alcuni consigli per difendere dal caldo la vostra salute: evitare di uscire e svolgere attività fisica nelle ore più calde del giorno (dalle 11 alle 18); fare pasti leggeri mangiando frutta e verdura, evitando cibi salati; bere molta acqua, almeno due litri al giorno (circa 10-15 bicchieri); evitare di bere alcolici, caffè, bevande molto fredde, gassate e zuccherate; indossare indumenti non aderenti, di fibre naturali (lino e cotone); evitare le fibre sintetiche, che impediscono la traspirazione e possono provocare irritazioni, pruriti, eritemi; se possibile, recatevi qualche ora al giorno in zone ventilate o dotate di aria condizionata; fare bagni o docce con acqua tiepida per abbassare la temperatura corporea; usare le tende in casa per non far entrare il sole, chiudere le finestre nelle ore più calde e lasciarle aperte durante la notte; utilizzare climatizzatori fissando la temperatura ambiente con una differenza di non più di 6/7°C rispetto alla temperatura esterna; utilizzare i ventilatori, ma non puntarli direttamente sul corpo. In estate è importante non sospendere le terapie abituali se non su indicazione del medico curante. Cosa fare se ci si trova in difficoltà, quando si presentano disturbi continuativi e non abituali, come senso di debolezza, vertigini, annebbiamento della vista, crampi muscolari, pelle secca e assenza di sudorazione, nausea, difficoltà nella respirazione, aumento del battito cardiaco, mal di testa? È opportuno contattare il medico curante e segnalare l’insorgenza di questi sintomi, distendersi con le gambe sollevate rispetto al corpo, appoggiare sulla fronte un asciugamano bagnato 44 IL 15 AGOSTO 2013 ENTRERA’ IN VIGORE L’OBBLIGO PER I PROFESSIONISTI ISCRITTI IN ALBI DI STIPULARE UN’IDONEA ASSICURAZIONE PER I DANNI DERIVANTI AL CLIENTE DALL’ESERCIZIO DELL’ATTIVITA’ PROFESSIONALE, AI SENSI DEL DPR N. 137/2012. INFORMATI PRESSO LA NOSTRA AGENZIA A COPERTURA DELLE SPESE SANITARIE A SEGUITO DI RICOVERO, INTERVENTO CHIRURGICO, VISITE SPECIALISTICHE, ESAMI DIAGNOSTICI E CURE ONCOLOGICHE, PER LA PROTEZIONE TUA E DI TUTTA LA FAMIGLIA SCEGLI ZURICH MEDICARE. ZURICH INSURANCE PLC - AGENTE PRINCIPALE: PAOLO MICHELINI Via CAPERGNANICA, 8H - 26013 CREMA presso CENTRO DIREZIONALE 2 tel. 0373/81210 e 81100 - fax 0373/84406 - email [email protected] pneumologo dott. Stefano Aiolfi Direttore dell’Unità Operativa di Pneumologia Adolescenti e informazioni sanitarie Oggi sono molte le fonti da cui ottenere informazioni sanitarie e gli adolescenti, oltre a quelle tradizionali (medici, familiari, insegnanti, “strada”), sanno utilizzare strumenti più moderni, come Internet, vera porta di accesso al mondo. Di recente è stata pubblicata una ricerca scientifica americana che si proponeva di capire come gli studenti delle scuole superiori utilizzassero i mezzi elettronici per ottenere informazioni sanitarie e come queste incidessero sul loro comportamento. A 500 studenti è stato proposto un questionario anonimo da cui è emerso che più del 90% di loro usava Internet a casa e a scuola, che il 42% cercava regolarmente in Internet informazioni generiche sulla salute, mentre il 43% cercava risposte a specifici quesiti medici. Gli argomenti di salute più cliccati riguardavano i problemi dermatologici, seguiti a distanza da argomenti relativi a nutrizione, controllo delle nascite, malattie a trasmissione sessuale, uso di sostanze chimiche e/o droghe, fumo, sedentarietà. Non solo: 2 adolescenti su 3 dichiaravano di credere nelle informazioni trovate on line e 1 su 5 affermava che tali informazioni l’aveva indotto a modificare il modo di vivere. A ciò si aggiunga che poiché la strada per molti ha perso il suo ruolo di “maestra di vita”, le informazioni ricavate da fonti virtuali o da comunicazioni elettroniche tra pari sembra abbiano più presa sui ragazzi rispetto al fatto di poter disporre di risposte ottenute direttamente dai medici. Si può allora affermare che trovare in rete risposte a domande importanti relative alla salute sia garanzia sufficiente a far modificare in senso “più salutare” il proprio comportamento? Una risposta affermativa ci potrebbe sviare, perché, sempre nella citata ricerca, è emerso che un numero significativo di studenti manteneva una corrispondenza e-mail su argomenti di salute con gli insegnanti e solo meno del 5% con il proprio medico e che di fronte a un elenco di 8 possibilità, il 71% aveva riconosciuto uno o più rischi potenziali per la propria salute, ma solo 1 ragazzo su 3 ne aveva poi parlato col medico. La conclusione che si può trarre da questi dati ci dimostra (ma ci deve anche interrogare) come il medico sia una “fonte” poco utilizzata di informazioni sanitarie in un momento cruciale della crescita personale e pone un quesito non indifferente: come garantire agli adolescenti l’accesso a informazioni sulla salute che siano accurate, comprensibili e appropriate anche dal punto di vista culturale, considerando che in una società multiculturale come la nostra, culture diverse hanno pratiche sanitarie diverse. La difficoltà reale nell’ottenere informazioni sanitarie attendibili da Internet sta nel fatto che non abbiamo a priori strumenti per definire se l’informazione che si ottiene è fornita da fonti sicure che la legittimano oppure è il frutto di chi ha solo un’ottima competenza per la costruzione di un sito appetibile i cui contenuti non sono però scientificamente validati. Si pensi a Wikipedia, la più consultata enciclopedia in rete, prodotta da volontari che immettono informazioni o che correggono le informazioni immesse da altri. Meglio allora rivolgersi ai siti ufficiali delle società scientifiche di medicina e alle loro pagine dedicate ai pazienti e, una volta in possesso delle informazioni richieste, confrontarsi direttamente con il proprio medico per verificarne l’attendibilità e l’applicabilità alla propria situazione personale: così facendo, si evita di intraprendere percorsi salutistici rischiosi 46 pneumologo dott. Stefano Aiolfi Direttore dell’Unità Operativa di Pneumologia Sigarette “elettroniche” Molte volte in ambulatorio mi è capitato di sentirmi porre domande sulle sigarette “elettroniche” (e-cigarettes). Si tratta di dispositivi disponibili liberamente anche sul mercato on line che l’Organizzazione Mondiale della Sanità definisce “sistemi elettronici di somministrazione di nicotina” (Ends). Queste “sigarette” impiegano un meccanismo di riscaldamento a batteria che, partendo da una soluzione di nicotina a diverse concentrazioni contenuta in una cartuccia sostituibile, produce un aerosol quando l’utilizzatore inala dal dispositivo. Sembrano proprio uguali alle sigarette e, oltre a somministrare nicotina in forma inalatoria, permettono di riprodurre alcuni degli atteggiamenti comportamentali del fumatore. L’efficienza dell’inalazione di nicotina con le e-cigarettes è altamente variabile e, per gli effetti che ha nell’organismo umano, questo modo di somministrarla sembra assomigliare molto alle più conosciute terapie sostitutive della nicotina: gomme da masticare, cerotti, ecc. I rivenditori di Ends sottolineano la loro sicurezza rispetto alle sigarette, dichiarando che gli aerosol di vapori somministrati da questi dispositivi sono “senza catrame” e senza cancerogeni o altre sostanze chimiche presenti invece nel fumo di tabacco. Negli Stati Uniti queste “sigarette” non possono però essere commercializzate come aiuti per la cessazione del fumo per espresso divieto dell’organo di vigilanza sulla sicurezza dei farmaci. Inoltre, proprio perché non sono dispositivi sanitari, non esiste per i produttori l’obbligo di certificarne sicurezza ed efficacia come strumenti innocui di cessazione del fumo. Gli utilizzatori di Ends, di solito, sono fumatori o ex-fumatori che li scelgono per diverse ragioni, quali il costo notevolmente ridotto rispetto alle sigarette, la possibilità di utilizzarli in contesti in cui il fumo di sigaretta è vietato, il contenimento del desiderio di nicotina e la percezione di una più bassa tossicità rispetto alle tradizionali sigarette di tabacco. Un recente studio scientifico (del 2012) ha valutato gli effetti immediati dei vapori delle e-cigarettes sulle vie aeree dei fumatori sani verificando, dopo 5 minuti di inalazione, un significativo aumento delle resistenze delle vie aeree, cioè un’evidente ridotta facilità dell’aria a entrare nei polmoni associata a un aumento degli indici di infiammazione a livello tracheo-bronchiale, nonostante non vi siano modificazioni evidenti dei valori della spirometria. In realtà, queste alterazioni sono le stesse che si osservano dopo l’inalazione del fumo di tabacco. Nei soggetti che hanno invece inalato e-cigarettes di controllo (prive cioè di vapori nicotinici) le modificazioni descritte non sono state riscontrate. Sembra quindi di poter concludere che l’esposizione agli Ends, come per il fumo di sigaretta, possa determinare alla lunga variazioni permanenti della funzionalità respiratoria. Per esserne certi sono necessarie ulteriori ricerche, ma sulla base dei dati preliminari, già ora sappiamo che… non esiste ancora un “tiro” sicuramente gratis! 47 urologo dott. Giuseppe Salinitri Medico dell’Unità Operativa di Urologia La laparoscopia in Urologia L’approccio chirurgico al paziente attraverso la chirurgia mininvasiva è diventato oramai un trattamento gold standard, ovvero ottimale. Gli sviluppi tecnologici, soprattutto degli ultimi vent’anni, hanno permesso una maggiore diffusione della tecnica laparoscopica in generale e in urologia in particolare, soppiantando le tecniche chirurgiche tradizionali, con notevoli vantaggi per il paziente. Anche presso l’Unità Operativa di Urologia dell’Ospedale di Crema la laparoscopia dell’apparato urinario è ormai una realtà consolidata. Sono infatti passati ormai tre anni da quando, per merito del dott. Lorenzo Leidi, è stato eseguito il primo intervento di prostatectomia radicale laparoscopica (Lerp) per il trattamento del tumore prostatico. Da allora ne sono stati eseguiti numerosi e con ottimi risultati. La prostatectomia radicale laparoscopica (Lerp) è un intervento chirurgico mininvasivo che permette di asportare la prostata attraverso piccole incisioni praticate sulla parete addominale (porte laparoscopiche) e presenta, per questo, indubbi vantaggi rispetto alla tecnica tradizionale, con riduzione dei tempi di degenza, del dolore nel post operatorio, rapida ripresa del paziente per quanto riguarda le attività quotidiane (12-15 giorni) e minor rischi di emorragie sia intra che postoperatori. Il primo intervento di asportazione del rene per via laparoscopica (nefrectomia radicale) è stato eseguito a distanza di quattro anni, per patologia tumorale. L’asportazione del rene per questa via consiste nel praticare delle piccole incisioni sull’addome, da dove vengono introdotte le porte laparoscopiche necessarie a eseguire l’intervento e ad asportare l’organo. Dopo una degenza di soli quattro giorni, il paziente, perfettamente ristabilito, viene dimesso. La tecnica laparoscopia del rene non trova indicazione solo nella patologia tumorale, ma anche e soprattutto nella patologia benigna come, per esempio, in caso di stenosi del giunto pieloureterale o cisti renali; presenta numerosi vantaggi rispetto alla chirurgia tradizionale a cielo aperto perché evita di praticare incisioni cutanee (addominali o del fianco) molto ampie e dolorose nel tempo; permette inoltre al chirurgo una migliore visione degli organi endoaddominali e, di conseguenza, l’atto chirurgico sarà molto più preciso. La non apertura della parete addominale riduce il trauma sugli organi intraaddominali, favorendo così la ripresa precoce della funzione intestinale e, conseguentemente, anche la diminuzione del rischio di infezioni, oltre che il dolore nel periodo post operatorio. La degenza ospedaliera è limitata a pochi giorni, la convalescenza è molto breve e la ripresa delle normali attività lavorative e sociali risulta notevolmente anticipata. Dunque, la chirurgia mininvasiva laparoscopica ha aperto nuove prospettive nel campo della chirurgia urologica, ponendo l’Unità Operativa di Urologia di Crema all’avanguardia 48 ginecologo dott. Claudio Reato Medico dell’Unità Operativa di Ostetricia e Ginecologia Parliamo di... cisti ovariche Cosa si intende con il termine di cisti ovarica? Le cisti ovariche sono raccolte di liquido che si sviluppano all’interno dell’ovaio. Ciò che differenzia le cisti ovariche è il loro contenuto: può essere liquido limpido, come nelle cisti follicolari o sierose, oppure essere denso come il muco nelle cisti mucinose. La cisti endometriosica ha un contenuto simile al sangue coagulato, cioè di colore marrone. Quali sono i sintomi? La maggior parte delle cisti non producono sintomi e, per tale motivo, possono essere diagnosticate nel corso della visita ginecologica. Non tutte le cisti, però, si riescono a diagnosticare mediante la visita e quindi è utile eseguire una ecografia pelvica: questa, oltre a consentire di definire la sede della cisti (ovarica o vicina all’ovaio, a entrambe le ovaie o a un solo ovaio), permette di misurare le sue dimensioni, le caratteristiche del contenuto e, infine, l’eventuale presenza di componenti solide al suo interno. Spesso, per completare il percorso diagnostico, il ginecologo chiede anche degli esami del sangue, tra cui il Ca 125. Va ricordato che nelle donne prima della menopausa è importante eseguire questi esami subito dopo il termine della mestruazione. Solo in rari casi la cisti ovarica, insieme all’ovaio, possono andare incontro a torsione che causa un dolore acuto all’addome e potrebbe rendere necessario un intervento chirurgico. Come trattare le cisti ovariche? Una percentuale rilevante di cisti ovariche sierose vanno incontro a riassorbimento spontaneo nel giro di qualche mese. Gli altri tipi di cisti di solito non regrediscono spontaneamente, ma ciò non significa che tutte debbano essere operate: sarà il ginecologo che, in base ai sintomi, alla visita, agli esami del sangue (Ca 125) e all’esito dell’ecografia, potrà decidere se operare la paziente o mantenere una condotta d’attesa. Come operare una paziente con cisti dell’ovaio? Il tipo di intervento sarà deciso dal chirurgo che, a seconda dei casi, potrà eseguire l’asportazione della sola cisti, oppure dell’ovaio interessato dalla cisti, oppure di entrambe le ovaie. Allo stesso modo, sarà il ginecologo a proporre alla paziente la via di intervento più adatta: tramite un taglio classico sulla pancia, ovvero una laparotomia, oppure con piccole incisioni in laparoscopia. Quali sono i controlli indicati dopo l’intervento? Tutte le pazienti operate dovranno ritirare l’esame istologico della cisti che, durante la visita di controllo a circa 40 giorni dall’intervento chirurgico, verrà considerato e discusso insieme al ginecologo curante. Nella maggior dei casi la paziente, dopo la sola asportazione della cisti, è guarita e necessiterà soltanto di controlli ginecologici 49 otorinolaringoiatra dott. Pasquale Blotta Direttore dell’Unità Operativa di Otorinolaringoiatria La rinosinusite acuta La rinosinusite acuta è l’infiammazione delle cavità nasali e dei seni paranasali. La sua corretta diagnosi e la terapia sono importanti per evitare, per esempio, farmaci inappropriati. Questa malattia, infatti, frequentemente ha all’origine un virus, ma è una di quelle per cui si prescrivono, impropriamente, più antibiotici. Si stima che la popolazione adulta soffra da 2 a 5 episodi di sinusite all’anno e il bambino in età scolare può avere sino a 7 episodi di rinosinusite. Questa patologia produce quindi un impatto significativo sulla qualità della vita, sulla spesa sanitaria e sulla produttività generale a causa delle assenze dal lavoro. Un dato per capire l’ampiezza del problema: negli Stati Uniti ogni anno vengono spesi circa 6 miliardi di dollari per la sua terapia. Negli ultimi 5 anni sono state sviluppate linee guida europee per la rinosinusite acuta (E3POS) che raccoglie le raccomandazioni per la sua corretta gestione e che sono indirizzate ai medici di famiglia, ai medici d’urgenza e agli specialisti in otorinolaringoiatria, in chirurgia maxillo-facciale, in allergologia e in malattie infettive. Dal punto di vista teorico, la rinosinusite dovrebbe essere distinta dal comune raffreddore, ma questo limite non è così netto e, spesso, è solo temporale: si inizia con un banale raffreddore virale che non guarisce e poi si complica in rinosinusite propriamente detta. In teoria, si può affermare che se i sintomi, anche lievi, perdurano per 10 giorni oppure se vi è un peggioramento dei sintomi dopo 5 giorni, si tratta di rinosinusite. Le cause dell’evoluzione da raffreddore sono molteplici. Un ruolo importante è la presenza di alterazioni anatomiche del naso e dei seni paranasali (per esempio, la deviazione del setto nasale), la presenza di allergia, le adenoidi nei bambini, il diabete, l’uso voluttuario del fumo di sigaretta, l’inquinamento ambientale. I sintomi sono essenzialmente: la stenosi nasale, la rinorrea (cioè il muco che scende dalle narici), il dolore alla faccia e alla testa, la riduzione dell’odorato. È sempre importante valutare la loro reale gravità, in quanto possono essere lievi, di media entità o gravi. Il tipo di sintomo, la sua intensità e la durata sono parametri indispensabili per il medico, proprio per capire se si tratti di una sinusite di origine virale, oppure di origine batterica. Le due cause, infatti, non vanno trattate allo stesso modo. Quando la sinusite acuta è causata da un’infezione virale delle alte vie respiratorie (naso e gola), come accade spesso, il responsabile è lo stesso virus del raffreddore comune. Buona parte sono lievi episodi acuti, con sintomi fastidiosi ma sopportabili. Possono esserci però anche sintomi decisamente più fastidiosi che, in una parte dei casi, potrebbero essere legati a un’infezione batterica in atto. Per il medico sarà importante poter distinguere tra una sinusite di origine virale e una batterica, in modo da decidere la giusta terapia. La diagnostica, secondo le linee guida europee, è essenzialmente legata alla presenza e alla gravità dei sintomi. In prima battuta non vi è indicazione ad accertamenti radiologici, ma se vi è il dubbio diagnostico, oppure se i sintomi sono importanti, si deve eseguire una visita otorinolaringoiatrica che, tramite una endoscopia nasale, evidenzierà i segni tipici della malattia. La maggior parte delle rinosinusiti acute si risolvono senza l’uso degli antibiotici proprio perché in fase iniziale hanno una causa virale. Spesso i trattamenti sintomatici dovrebbero essere sufficienti per guarire le forme lievi e medie. Il trattamento antibiotico, infatti, dovrebbe essere riservato alle sole forme medio-gravi 50 otorinolaringoiatra dott. Pasquale Blotta Direttore dell’Unità Operativa di Otorinolaringoiatria Sleep Endoscopy per chi russa Il russare non rappresenta solo un problema per chi dorme accanto, ma può diventare una vera e propria malattia che, se non diagnosticata e curata, può essere la concausa di malattie più gravi con ripercussioni a livello cardiaco e cerebrale. Per esempio, si stima che l’infarto e l’ischemia cerebrale siano percentualmente molto più elevati nei pazienti con apnee notturne (ovvero Osas, che è l’acronimo anglosassone di “Obstructive Sleep Apnea Syndrome”). Non deve essere trascurato, peraltro, il fatto che la privazione del sonno fisiologico determina sonnolenza diurna, con aumento degli incidenti automobilistici e sul lavoro. Da molti anni, presso l’Azienda Ospedaliera di Crema ci si è interessati a questa patologia sia dal punto di vista diagnostico presso l’Unità Operativa di Riabilitazione Respiratoria diretta dal dottor Alessandro Scartabellati, sia presso l’Unità Operativa di Otorinolaringoiatria: in Riabilitazione Respiratoria, tramite un esame polisonnografico, si misura il grado di apnee notturne e quanto queste determinino una diminuzione di ossigenazione del sangue, mentre nell’Unità Operativa di Otorinolaringoiatria si possono diagnosticare le aree anatomiche delle prime vie aeree che producono l’ostruzione respiratoria e, quando possibile, eseguire un intervento chirurgico. La diagnostica, che in questi anni si è affinata, oggi si avvale anche a Crema in Otorinolaringoiatria – come avviene in altri, pochi Centri nazionali – di una nuova metodica chiamata Sleep Endoscopy (cioè Endoscopia eseguita durante il sonno), frutto della collaborazione dell’Unità Operativa di Otorinolaringoiatria con l’Unità Operativa di Day Surgery di cui è responsabile l’anestesista dottoressa Fulgenzia Bianchi. La metodica ha il pregio di valutare l’effetto del rilassamento muscolare sulle vie aeree durante il sonno, responsabile del russamento e delle apnee. Il procedimento viene eseguito in sala operatoria: l’anestesista induce un sonno molto vicino a quello fisiologico, mentre l’otorino, mediante un endoscopio flessibile, valuta in primis le fosse nasali, la faringe, sino alla laringe, e per ogni area anatomica indagata viene segnato il grado di ostruzione. Il tutto viene anche registrato per poter valutare, a distanza di tempo, il miglioramento ottenuto a seguito dell’eventuale intervento chirurgico 51 reumatologo dott. Amedeo Soldi Medico dell’Unità Operativa di Medicina Generale Reumatologo Reumatismi... che dolori! E se un giorno compare un dolore articolare che impedisce di muoversi e che a volte non fa dormire la notte? Che interferisce con la vita quotidiana, riflettendosi anche sulla vita familiare e sul lavoro? Che si fa? Sono reumatismi? Il concetto di malattia reumatica o reumatismo risale all’antica definizione di flussione (deriva dal verbo rhèuma, che in greco significa scorrere). Secondo Ippocrate, i reumatismi sono provocati dai cattivi umori, il cui patologico accumulo nelle articolazioni è causa di infiammazione, come si verifica nella gotta (da gutta, goccia), esempio di malattia reumatica che colpisce ora questa, ora quella articolazione. Infatti le malattie reumatiche colpiscono le articolazioni e le strutture anatomiche a esse correlate: ossa, muscoli, tendini e guaine, legamenti, inserzioni. I “reumatismi” sono più di cento. Ne soffrono circa 5,5 milioni di persone in Italia, oltre 300 milioni nel mondo. Possono comparire a qualunque età, ma soprattutto negli adulti e negli anziani. La causa della gran parte di essi a tutt’oggi non è nota. I sintomi prevalenti sono il dolore articolare (artralgia) di diversa entità e la ridotta capacità funzionale dell’articolazione stessa. In alcune forme è invece il dolore muscolare (mialgia) a essere prevalente; è così intuibile quanto sia difficile una diagnosi corretta basandosi semplicemente sull’esame clinico, tanto più che artralgie e mialgie possono essere presenti anche in altre malattie non reumatiche (per esempio le anemie, le affezioni febbrili, ecc..). I reumatismi possono essere di tipo degenerativo (per esempio l’artrosi), infiamma- torio (per esempio le artriti) e dismetabolico, cioè legate a disturbi metabolici (acido urico, diabete, obesità, ecc.); poi vi sono le connettiviti (lupus eritematoso sistemico, sclerodermia…). Nella gran parte dei casi, hanno un andamento evolutivo cronico e, proprio per questo, se trascurate possono esitare in gravi disabilità. Le modalità di comparsa sono diverse: possono comparire all’improvviso e acutamente oppure con insorgenza lieve, insidiosa e lenta nel corso del tempo. Il ruolo del reumatologo oggi è porre una diagnosi corretta in tempi rapidi. A tal fine sono disponibili esami di laboratorio più specifici e una diagnostica per immagini più completa (radiografia, ecografia articolare, tomografia computerizzata e risonanza magnetica). Una diagnosi precoce è determinante perché le diverse terapie in uso, principalmente farmacologica, ma anche riabilitativa, occupazionale e chirurgica, hanno profondamente cambiato l’evoluzione di queste affezioni, consentendo di migliorarne la prognosi e quindi la qualità della vita dei malati. In conclusione, le malattie reumatiche costituiscono una sfaccettata realtà che abbraccia tutte le età della specie umana. Diverse di queste affezioni sono transitorie e benigne, ma ne esistono di potenzialmente croniche, spesso invalidanti. È qui che diventa indispensabile il ruolo del reumatologo, specialista che ha una vasta e approfondita visione della patologia reumatica, che sa interpretare i dati delle indagini strumentali e degli esami di laboratorio e che ha esperienza delle diverse modalità terapeutiche 52 DAL PRODUTTORE AL CONSUMATORE SPACCIO C.I.M. Vendita al pubblico MAGICO RISPARMIO Nel nostro spaccio troverete un vasto assortimento di assorbenti igienici, cotone idrofilo, pannolini per bambini e per adulti, inoltre una vasta gamma di articoli per la pulizia della casa e per l’igiene personale allo spaccio C.I.M. troverete prezzi altamente competitivi per prodotti della massima qualità in più numerosi prodotti di marca a solo 1 euro CARDIFICIO ITALIANO S.p.A. 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Gratta e vinci, Superenalotto, scommesse sportive, bingo, poker on line, slot machine, costituiscono false speranze, divertimento/evasione di moda accessibili a giovani e meno giovani; per molti solo abitudini relativamente innocue che però si possono tramutare in dipendenza. Per il giocatore dipendente, quello che potrebbe essere un semplice divertimento si trasforma in drammatica quotidiana schiavitù. Difficile definire l’invisibile linea che separa il gioco d’azzardo socialmente accettato da quello eccessivo. Il gioco d’azzardo patologico è una forma di dipendenza senza sostanza sempre più frequente. Secondo dati raccolti dall’Istituto di Fisiologia Clinica del Consiglio Nazionale delle Ricerche di Pisa, 4 italiani su 10 hanno giocato d’azzardo nell’ultimo anno almeno una volta. Sono circa 2,5 milioni le persone che hanno problemi legati al gioco. Anche nel nostro territorio è in crescita la domanda di cura per questa dipendenza. L’Unità Operativa di Riabilitazione Alcologica da tempo ha cominciato a dare risposta a questo bisogno offrendo un trattamento sia ambulatoriale che degenziale. Può suonare strana l’idea di un ricovero ospedaliero per chi gioca d’azzardo, in quanto non ci sono danni fisici, come invece è facile immaginare per un abusatore di alcol o altre sostanze. Diventa più chiaro il senso di un ricovero quando si conosce lo sconvolgimento della vita di un giocatore e la disperazione che può far cercare una via di fuga drastica o un luogo possibile dove credere e scegliere un cambiamento reale. Per far fronte a questo problema, oltre che strutture idonee alla cura, è di estrema importanza lavorare perché il gioco d’azzardo diventi meno fortemente attrattivo. Quanto succede può costituire un richiamo al recupero di alcuni di quei valori che dovrebbero fondare la nostra vita sociale: il senso di solidarietà, di responsabilità reciproca, della fatica; valori, questi, che sono in contrasto con il culto dell’immediata soddisfazione individualista e consumista, del successo facile e senza sforzo che ben si associano alla filosofia del gioco. È un compito che certamente spetta alla famiglia, a ogni luogo educativo, a ogni adulto, ma che dovrebbe anche rientrare nelle preoccupazioni di chi governa e di chi decide le politiche e le norme anche in questo ambito specifico. È davvero necessario che cresca la consapevolezza del rischio insito in un comportamento così altamente sponsorizzato come il gioco d’azzardo. Come l’alcol, macchinette e costanti proposte di gioco fanno parte del nostro quotidiano, si incontrano in ogni bar, tabaccheria, ma anche quando apriamo il computer o guardiamo la tv. Perciò non ci si deve stupire se il fenomeno del gioco d’azzardo cresce anche tra gli adolescenti. Uno studio, sempre condotto dall’Istituto di Fisiologia Clinica del Cnr di Pisa, che ha riguardato 40.000 studenti tra i 15 e i 19 anni, ha evidenziato che la percentuale di studenti che ha giocato nell’ultimo anno è del 47%. Alcuni sono minorenni, nonostante i divieti di legge. Sono giochi d’azzardo tutti quei giochi il cui risultato è determinato dal caso. I punti d’attrazione del gioco sono la vincita con la forte reazione emotiva connessa, il denaro, l’evasione dai propri problemi reali. Il gioco d’azzardo non è però una novità, anzi, è un passatempo molto antico ed è anche molto diffuso. Tutti gli Stati, compresa l’Italia, hanno per lo più attuato politiche che permettono di sfruttare il gioco come risorsa finanziaria (es. lotterie) introducendo una regolamentazione. Esiste anche una fitta rete illegale collegata al gioco d’azzardo. In questo periodo si sta assistendo a una fase di grande legalizzazione del gioco d’azzardo e sono stati permessi un gran numero di nuovi giochi. Ciò ha dei risvolti preoccupanti per la propensione al gioco. La domanda “è meglio vietare o legalizzare?” è troppo semplicistica. Sicuramente va creata una coscienza collettiva critica che non ignori il potenziale distruttivo insito nel gioco. Non si può fare a meno di rilevare un’eccessiva offerta, che necessita di trovare argini in vari ambiti: quello educativo, quello normativo, quello preventivo 54 psichiatra dott.ssa Nori Donarini dott. Secondo Cogrossi Medici del Dipartimento di Salute Mentale La depressione nelle donne Le origini e i sintomi della depressione femminile sono diverse e complesse proprio perché sono dati da un’ampia gamma di cause fisiche e psichiche. Il numero di donne colpite da depressione è doppio rispetto agli uomini. La depressione dipende da disequilibri chimici nel cervello. Queste alterazioni potrebbero essere provocate da alterazioni ormonali, reazioni agli eventi della vita o una combinazione di entrambi i fattori. Molti esperti ritengono che le donne tendano, di solito, a vivere una maggior risonanza emotiva nelle relazioni sociali e interpersonali. Questa può essere una caratteristica positiva e importante, ma potrebbe rendere alcune donne più vulnerabili alla depressione. Esperienze sia positive che negative possono a volte accompagnarsi a un episodio di depressione. In altre parole, la depressione può essere causata dall’ansia che accompagna un cambiamento significativo nella vita di una persona, anche nel caso di un evento positivo. In alcuni casi, sintomi fisici (come mal di testa, dolori addominali o nausea, mal di schiena e collo, problemi respiratori) per i quali i medici non riescono a trovare una causa organica, possono, essere segni di una depressione nascosta. Ma è vero anche il contrario. La depressione può mascherare altri problemi di salute che a volte non sono notati e curati nelle persone depresse. In molti casi sembra esserci anche una componente genetica nella depressione. ❐ Fattori ormonali – Modificazioni dei livelli ormonali degli estrogeni e del progesterone, sembrano avere un importante effetto sugli umori della donna. La depres- sione si presenta più frequentemente nelle fasi e nelle età in cui si verificano proprio cambiamenti ormonali: pubertà, parto, menopausa, ciclo mestruale. ❐ Eventi negativi della vita – La morte di un caro, il divorzio, la perdita del lavoro o la povertà sono tra i fattori implicati nell’insorgenza della depressione sia nell’uomo che nella donna, sia immediatamente dopo l’evento o più tardi nella vita. ❐ Stima personale – Rispetto al sesso maschile, è più frequente, per una serie di fattori sociali e familiari complessi, che le donne abbiano una bassa stima di sé e nutrano sentimenti d’inutilità, si sentano scarsamente apprezzate e considerate dagli altri o pensano di non avere un ruolo importante nella società o nella loro famiglia. Come si cura la depressione? – Le cure della depressione consistono in: farmaci, psicoterapia o una combinazione di entrambe. Non c’è un trattamento “giusto” che funzionerà per chiunque; sicuramente; una terapia farmacologica è il primo indispensabile passo per iniziare a curare la depressione, soprattutto quando la malattia raggiunge un certo grado di sofferenza. La terapia con gli antidepressivi dura almeno 12 mesi, occorrono circa tre settimane perché dia apprezzabili risultati e necessita di regolari controlli clinici. Per altri, invece, la psicoterapia in combinazione con una cura farmacologica aiuta a raggiungere una migliore comprensione dei sintomi, ad accettarli e a superarli 55 psichiatra dott.ssa Nori Donarini dott. Secondo Cogrossi Medici del Dipartimento di Salute Mentale Brutto carattere: cioè? Il carattere è l’insieme dei modi relazionali di un individuo, disposti secondo una prospettiva che dà a ciascuno la sua originalità. Buon carattere o cattivo carattere, in realtà, non esistono in senso assoluto. Esiste piuttosto un’unicità che ci contraddistingue. Non basta manifestarci come accondiscendenti e remissivi per affermare che abbiamo un buon carattere, così come, quando “sbottiamo” non esprimiamo solamente un brutto carattere. Lo sviluppo normale delle persone conduce a una identità coerente e integrata, stabile nel tempo, basata su una realistica valutazione di sé. In questo caso, gli affetti positivi dominano su quelli negativi e l’Io è sufficientemente forte da affrontare le sfide e le delusioni dell’esistenza. Uno sviluppo psicologico normale, conduce a un senso di sé e degli altri più maturo e flessibile. L’atteggiamento è un modo di essere, di comportarsi, una disposizione mentale di fronte a un problema. Esso coincide con il modo con cui la nostra mente vede le cose dall’interno. A tutti possono capitare eventi esterni che inducono a visioni pessimistiche. Quando questo si verifica, l’atteggiamento diventa negativo e la sfida consiste nella capacità di adottare rapidamente una delle tante “tecniche di correzione” che permetta di reagire e di riguadagnare una visione positiva. Ma come agire per esprimere al meglio il proprio carattere? Ecco alcuni utili esempi: ❐ Un atteggiamento positivo favorisce i rapporti umani e contribuisce a creare un forte spirito di gruppo nelle situazioni di lavoro; ❐ lasciare spazio alla spontaneità: permettersi di agire in modo naturale lasciando fluire liberamente ciò che si sente; ❐ accogliere l’imprevedibilità, essere meno rigidi nel pensiero e nei giudizi; ❐ riprogrammare la propria mente con dei pensieri positivi, che la trainino in uno stato di felicità; ❐ favorire una visione positiva della vita, per vedere finalmente il lato buono e positivo di ogni cosa; ❐ rilasciare emotivamente tutti i ricordi del passato, tutti i rifiuti e tutte le esperienze negative; ❐ pensare al futuro positivamente; ❐ imparare ad apprezzare tutte le cose belle – e magari semplici – della vita. E ancora: ❐ diventare più costanti; ❐ amare se stessi; ❐ promuovere un’autodisciplina; ❐ imparare a gestire meglio il tempo a nostra disposizione; ❐ sfruttare il proprio potere personale; ❐ smettere di rimandare le cose. Semplici consigli ma… tentar non nuoce! 56 Ass. nazionale per la tutela della casa e dei consumatori confederazione piccola proprietà immobiliare CONFEDERAZIONE PICCOLA PROPRIETA’ IMMOBILIARE • Assistenza locazioni e vendite Rag. ETTORE FERRARI Family Banker • Gestione affitti • Consulenze e aggiornamenti nuove normative • Assistenza legale e notarile • Attestati Certificazioni Energetiche • Amministrazione piccole unità immobiliari • Assistenza fiscale • Consulenze finanziarie e assicurative Da oltre 20 anni al servizio dei risparmiatori con onestà, competenza e professionalità ❐ Se hai un immobile di tua proprietà ❐ Se vuoi difendere i diritti della tua proprietà ❐ Se vuoi gestire al meglio la tua proprietà CONFAPPI È LA TUA ASSOCIAZIONE! 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L’instabile vive un giorno come se fosse la persona più soddisfatta e appagata del mondo e un giorno come se fosse infelice e solo. Un soggetto con instabilità emotiva ha enormi difficoltà a intraprendere una relazione stabile, non riesce a conservare gli affetti, impedendo così che gli altri si leghino a lui. L’instabilità emotiva si manifesta con marcati e repentini cambiamenti dell’umore: queste persone possono oscillare rapidamente, ad esempio, tra la serenità e la forte tristezza, tra l’intensa rabbia e il senso di colpa. A volte, emozioni contrastanti sono presenti contemporaneamente, tanto da creare caos nel soggetto e nelle persone a lui vicine. Queste “tempeste emotive” si scatenano soprattutto in risposta a eventi relazionali spiacevoli, come, ad esempio, un rifiuto, una critica o una semplice disattenzione da parte degli altri. La reazione emotiva di chi ha questo disturbo è molto più immediata, marcata e duratura rispetto a quella delle altre persone (vulnerabilità emotiva), per cui gestire le proprie emozioni diventa più difficile. Nel tentativo di controllare i propri picchi emotivi, queste personalità agiscono senza riflettere. L’impulsività si può esprimere con esplosioni di rabbia, litigi violenti fino alla rissa, abuso di sostanze, abbuffate di cibo, gioco d’azzardo, promiscuità sessuale, spese sconsiderate. Un’altra caratteristica importante di chi ha questo disturbo è la difficoltà a riflettere sulle proprie esperienze, sui propri stati d’animo e sui propri rapporti interpersonali in modo coerente e lineare. I soggetti che soffrono d’instabilità emotiva hanno relazioni con gli altri tumultuose, intense e coinvolgenti, ma, ancora una volta, estremamente instabili e caotiche. Non hanno vie di mezzo, sono per il “tutto o nulla”, per cui oscillano rapidamente tra l’idealizzazione dell’altro e la sua svalutazione. I rapporti iniziano generalmente con l’idea che l’altro – il partner o un amico – sia perfetto, completamente e costantemente protettivo, affidabile, disponibile, buono. Ma è sufficiente un errore, una critica o una disattenzione, che l’altro venga catalogato repentinamente nel modo opposto: minaccioso, ingannevole, disonesto, malevolo. In molti casi le due immagini dell’altro, quella “buona” e quella “cattiva”, sono presenti contemporaneamente nella mente del soggetto, generando ulteriore caos. A volte riescono a sottrarsi alle forti pressioni cui sono sottoposti distaccandosi da tutto e da tutti: entrano in uno stato di vuoto in cui avvertono una penosa mancanza di scopi. Si tratta di una condizione pericolosa, in quanto in questi stati sono frequenti le tendenze all’azione, come le abbuffate di cibo, l’abuso di sostanze stupefacenti, gli atti autolesivi e alla ricerca continua del perfezionismo e dell’eccellenza in tutto 58 psichiatra dott.ssa Nori Donarini dott. Secondo Cogrossi Medici del Dipartimento di Salute Mentale Instabilità emotiva - 2 L’instabilità emotiva, è un tratto di personalità caratterizzato dalla variazione frequente di sentimenti e stati d’animo in modo altalenante e per cause insignificanti. Questi sono soggetti che tendono a manipolare il proprio ambiente, come se tentassero di esercitare un potere sugli altri, utilizzando spesso il senso di colpa. Far sperimentare colpa agli altri è, in pratica, un metodo per tentare di controllarli. L’instabilità affettiva manifesta caratteristiche di una personalità che viene definita secondo le seguenti caratteristiche: ❐ bassa autostima e insicurezza, cosa che aumenta la sfiducia negli altri; ❐ incostanza nel perseverare in un lavoro o in un obiettivo prefissato; ❐ impulsività; ❐ bassa tolleranza agli errori e alle frustrazioni; ❐ debole controllo emotivo, ossia tendenza alla labilità; ❐ innamoramento facile, dovuto a una dipendenza affettiva non riconosciuta; ❐ alterazioni dell’umore e dell’immagine di sé; ❐ paura dell’abbandono. Una rilevante peculiarità di chi ha questo disturbo è la difficoltà a riflettere sulle proprie esperienze, sui propri stati d’animo e sui propri rapporti interpersonali in modo coerente e lineare. Queste alcune delle cause. Un’educazione poco adeguata: l’iperprotettività familiare può predisporre all’instabilità; il bambino si abitua ad attirare l’attenzione con i suoi cambi d’umore e per soddisfare le sue richieste. Può essere determinante anche se gli stessi genitori sono state persone molto volubili e/o con una tendenza a esagerare le loro reazioni. Il passaggio traumatico alla maturità: nell’adolescenza, l’instabilità rientra nella normalità, tutto è in continuo mutamento, perfino il corpo. Capita frequentemente che l’adolescente tema di affrontare le responsabilità della vita adulta, i suoi successi e le sue sconfitte, e rimanga ancorato alla sua immaturità. La ricerca costante dell’ideale: è spesso incosciente, e anche questo proviene da un’educazione volta alla ricerca continua del perfezionismo e dell’eccellenza in tutto. Inoltre, un’infanzia piena di critiche, nella quale gli sbagli sono imperdonabili e solamente il lavoro impeccabile ha diritto a un premio, porta all’ansia da prestazione 59 psichiatra dott.ssa Nori Donarini dott. Secondo Cogrossi Medici del Dipartimento di Salute Mentale Il Dna determina chi sei Ogni persona umana sin dalla nascita ha un fondamento biologico: il patrimonio organico innato che ciascuno riceve attraverso la trasmissione ereditaria, da cui derivano le forme e proporzioni del corpo (costituzione morfologica) e le modalità di funzioni vitali (circolatoria, respiratoria, digestiva, ecc.). La personalità è un concetto dinamico nell’arco di vita di una persona: gli esseri umani affrontano, durante tutta la loro esistenza, alcuni nodi cruciali di passaggio necessari per evolvere una maturazione psicofisica adeguata al contesto sociale. Con la parola temperamento s’intende la risposta psichica naturale al corredo ereditario: essa esprime impulsi, tendenze istintive, disposizioni, necessità, stati affettivi. Il carattere, invece, è frutto dell’iniziativa del soggetto sotto l’influsso dell’ambiente. La personalità non solo unifica gli aspetti biologici del temperamento e quelli psichici del carattere, influenzati dall’ambiente, ma crea anche valori, modelli di comportamento, forme di organizzazione sociale in grado di modificare l’ambiente e la stessa personalità. Lo studio della personalità è passato all’osservazione scientifica solo da pochi decenni. L’analisi deve tenere in considerazione numerosi dubbi di grande difficoltà, quali ad esempio: ❐ se la condotta umana debba essere capita in senso meccanicistico (funziona semplicemente come una macchina) o finalistico (ha un fine); ❐ se ciò che determina la condotta umana è la necessità di soddisfare i propri bisogni (principio del piacere o dell’appagamento) o, al contrario, la volontà dell’uomo di autorealizzarsi; ❐ se nella strutturazione della personalità sia principale l’esperienza delle prime fasi dello sviluppo, oppure anche nella vita matura siano possibili grandi riordini e cambiamenti; ❐ se la personalità si sviluppi solamente come risultato di forze biologiche innate, oppure si costituisca come un prodotto dell’interazione socio-culturale. La personalità di ognuno di noi è costituita da un insieme di tratti, modi costanti di percepire, rapportarsi e pensare nei confronti dell’ambiente e di se stessi, che si manifestano in un ampio spettro di contesti sociali e personali. La personalità di ognuno di noi, per quanto originariamente collegata geneticamente alle nostre radici biologiche, inizia a svilupparsi e a strutturarsi appena la persona alla nascita entra in contatto con le figure dell’attaccamento. Il bambino, da quel momento, si costituisce un modello di rapporto con se stesso e con gli altri: dal tipo di legame di attaccamento derivano le modalità di approccio con l’altro e le modalità di conoscenza dell’altro e di interpretazione delle situazioni interpersonali 60 CREMA Largo della Pace, 10 (P.ta Nova) tel. 0373 259309 r.a. fax 0373 259322 www.gerundotour.it [email protected] socio fondatore del Teatro S. Domenico di Crema ✾ CROCIERA AI FIORDI NORVEGESI ✾ DA DOM. 19/05 A DOM. 26/05/2013 Giorni - 8 - Aereo/Nave - da € 989,00 ✾ ROMA ✾ DA SAB. 8/06 A MAR. 11/06/2013 Giorni - 4 - Pullman - € 462,00 ✾ TOUR DI SICILIA ✾ DA DOM. 19/05 A SAB. 25/05/2013 Giorni - 7 - Pullman/Nave - € 842,00 ✾ JUVENTUS MUSEUM ✾ DOMENICA 23 GIUGNO 2013 Giorni - 1 - Pullman - € 59,00 ✾ BERLINO - Norimberga, Dresda, Rothenburg, Fussen DDA MAR. 28/05 a DOM. 2/06/2013 Giorni - 6 - Pullman - € 675,00 ✾ INGHILTERRA E SCOZIA ✾ DA LUN. 5/08 A MER. 14/08/2013 Giorni - 10 - Pullman/Nave - € 1.618,00 ✾ L’ALSAZIA ✾ DA VEN. 31/05 A MAR. 4/06/2013 Giorni - 5 - Pullman - € 499,00 ✾ LA CINA ✾ DA MER. 21/08 A SAB. 31/08/2013 Giorni - 11 - Aereo - € 2.230,00 ✾ LA SARDEGNA ✾ DA DOM. 2/06 A VEN. 7/06/2013 Giorni - 6 - Pullman/Nave - € 724,00 ✾ TOUR DELLA CROAZIA ✾ DA DOM. 25/08 A VEN. 30/08/2013 Giorni - 6 - Pullman - € 830,00 WWW.SUCCESSIONICREMA.IT Piazza Garibaldi 53 Crema Pratiche di Successione Maccalli Gianpietro Dr.ssa Calegari Alessandra Tel/Fax 0373 83100 [email protected] ale Amiotrofica La Sclerosi Later uscoli? m i o go nn lo ro sta e eu m N Co st-Polio Pagina4 Neurologo La Sindrome Po ssie ile Pagina5 Neurologo ep le re sce Cono i Pagina6 Neurologo Malattie vascolar a in sicurezza Pagine8-9 Neurologo tività subacque vicale At 10 cer Pagina Neurologo Dottore, soffro di geloni Pagina11 Neurologo tempo di o, rn ve In 3 -1 olare terie e diabete Pagine12 Chirurgo vasc Malattie delle ar erativa en rig Pagina14 Chirurgo vascolare La medicina i e il sole Pagina15 Chirurgo plastico I tumori cutane zione Pagina16 Chirurgo plastico preven e ia log no Se maria Pagina17 Chirurgo e Senologo Oncoplastica mam Pagina18 Chirurgo e Senologo alità della vita qu e ia om St del bambino Pagina19 Chirurgo La diarrea acuta neonato l de Pagine20-21 Pediatra ne zio tri nu La ina D Pagina22 Pediatra “Magica” vitam ” di gemelli m oo Pagina24 Pediatra “b è lia Ita In preterm” Pagina25 Pediatra Il neonato “late o anno di vita im Pagina26 Pediatra pr l ne ta a La vis zia all’adolescenz Pagina27 Oculista La vista dall’infannell’adulto a ut Pagina28 Oculista ac rea La diar è... grasso Pagina29 Gastroenterologo Quando il fegato doscopia en Pagina30 Gastroenterologo eco di Parliamo ro del colon Pagina32 Gastroenterologo Prevenire il canc sofageo Pagina33 Gastroenterologo gastro-e sso lu ref Il go re Palliative Pagina34 Gastroenterolo Parliamo di... 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