Elementi di civiltà della Sardegna
Leonardo Carriero
Lo scudo con croce rossa accantonata
da quattro mori bendati
La tradizione iberica lo ricollega a re Pietro I d'Aragona, per la
vittoria di Alcoraz (1096), ottenuta grazie a San Giorgio (campo
bianco, croce rossa) che lasciò sul campo le quattro teste dei re
arabi.
Un’altra tradizione lega lo stemma al gonfalone dato da Benedetto II
ai Pisani in aiuto dei Sardi, contro i saraceni di Museto (1017).
Nella seconda metà del XIV secolo apparvero legati alla Sardegna,
simbolizzandone il regno all'interno della Corona d' Aragona.
Nel Settecento le teste volte a sinistra e le bende calate sugli occhi,
alludenti agli atteggiamenti (illiberali) del governo piemontese.
Nel 1952 stemma ufficiale della Regione Autonoma Sardegna.
Oggi i mori hanno voltato la testa e aperto gli occhi, non più fasciati
dalla benda che torna a cingere la fronte.
Caratteri originali
La presenza umana risale al Paleolitico e si snoda
lungo tutte le epoche successive, preistoriche e
storiche, trasformando il paesaggio dell'isola.
L'archeologia documenta le esperienze culturali
dall'età pre-nuragica a quella bizantina,
L'architettura, l'arte e la letteratura (comprese le
fonti documentarie) accompagnano il percorso
storico dall'età giudicale a quella contemporanea.
Periodizzazione
Paleolitico (450 mila anni fa - 10 mila a.C)
Mesolitico (10 mila a.C. - 6 mila a.C.)
Neolitico (6 mila a.C - 2800 a.C.)
Eneolitico (2800 a.C. - 1800 a.C.)
Età Nuragica (1800 a.C. - 238 a.C.)
Età Fenicio-Punica (800 a.C. - 238 a.C.)
Età Romana (238 a.C. - 460/467 d.C.)
Età Vandalica (V - VI secolo)
Età Bizantina (VI - XI secolo)
Età Giudicale(XI secolo - 1410)
Età Aragonese e Spagnola (1326 - 1718)
Regno di Sardegna (1718 - 1861)
Regno d’Italia (1861 - 1946)
Pre-Nuragico
(450 mila anni fa - 1800 a.C)
Il Prenuragico coincide in Sardegna con la preistoria, cioè
con quella fase della storia umana in cui non era ancora stata
inventata la scrittura. I dati archeologici sono quindi l'unica
fonte di informazioni che ci consente di fare luce sulle abitudini
di vita dell'uomo in questo periodo.
Questa lunga epoca della storia sarda è stata articolata dagli
studiosi in fasi cronologiche, ciascuna delle quali poi divisa in
sottofasi e articolata in ulteriori fasi culturali.
Il termine "cultura" viene utilizzato nell'ambito degli studi di
preistoria per denominare l'associazione di insiemi di manufatti
(oggetti ed edifici) che presentino caratteristiche tali da poter
essere interpretati come espressione della cultura materiale di
una data popolazione o di un dato gruppo etnico.
Paleolitico inferiore
(450 mila – 120 mila a.C.)
L'Età della Pietra Antica Il termine Paleolitico è
composto dalle parole greche "paleos", antico, e "lithos",
pietra, e designa l'Età della Pietra Antica. È la fase
cronologicamente più antica della storia umana, quella cioè in
cui compaiono le prime attestazioni certe di manufatti prodotti
dall'uomo.
La storia della presenza umana in Sardegna comincia nel
Paleolitico inferiore, come testimonia il rinvenimento di oggetti
in pietra. Gli oggetti vennero rinvenuti nella parte settentrionale
dell'isola, in Anglona, e sono inquadrabili nella tipologia delle
industrie litiche.
“Industria litica" è l'insieme delle tecniche e delle attività
attraverso le quali un gruppo umano trasforma le materie prime
per ottenere degli oggetti.
Gli studiosi devono porre grande cura a non incorrere in un errore
di sopravvalutazione dell'importanza dei reperti litici (cioè in
pietra), assai più resistenti rispetto alle altre categorie di reperti e
quindi più facilmente presenti nei depositi archeologici.
A produrre questo genere di manufatti dovrebbero essere stati
individui appartenenti alla specie "Homo erectus“. Si tratta di
circa 600 oggetti. L'assenza di reperti ossei umani rende
particolarmente difficile la ricostruzione di questa fase della
preistoria sarda.
Paesaggio costiero dell'Anglona
Coste di Baunei e Dorgali
Paleolitico Superiore
(35 mila – 10 mila a.C. )
Il passaggio dal Paleolitico medio al
Paleolitico superiore viene generalmente
posto in relazione con la comparsa e
successiva diffusione della specie "Homo
sapiens sapiens“.
In Sardegna i rinvenimenti avvenuti nel corso
di scavi scientifici nella grotta Corbeddu di
Oliena.
La grotta di Corbeddu di Oliena
Si tratta di ossa di animali e dei frammenti di una
mandibola e di altre ossa umane.
Gli animali erano endemici della regione sardocorsa: il "Megaceros cazioti", un cervo ormai estinto,
i cui resti ossei recano tracce di lavorazione
dell'uomo, e il "Prolagus sardus", un roditore
anch'esso estinto. La datazione oscilla tra i 20.000 e
i 6.000 anni a.C.
Supramonte di Oliena
Oliena, panorama Lanaittu visto da Tiscali
Neolitico
(6 mila – 2800 a.C.)
Il termine Neolitico è composto dalle parole greche
"neos", nuovo, e "lithos", pietra.
Età storica segnata da due importanti innovazioni: il
sistema economico agro-pastorale e l’utilizzo della
ceramica.
In Sardegna: la cultura di Bonu Ighinu (dalla grotta
omonima nel nord dell’isola), la cultura di San
Michele, (dalla grotta di San Michele presso Ozieri).
Sono le prime culture le cui testimonianze
archeologiche parlano esplicitamente di una
presenza uniforme sull'intera superficie dell'isola.
Eneolitico
(2800 – 1800 a.C.)
Latino "aeneus", bronzo, greco "lithos", pietra, in
riferimento alle prime produzioni di bronzo.
L'acquisizione della capacità di estrarre e lavorare i
metalli (il rame innanzi tutto, ma anche il piombo e
l'argento).
Culto e statuette della "dea Madre" (L'altare di
Monte d'Accoddi nel nord è costituito da una
piattaforma piramidale su cui venne edificata una
gradinata. La forma di questo monumento evoca le
"ziqqurat" mesopotamiche.
L'affermarsi dello spazio abitativo organizzato del
villaggio.
Reperti rinvenuti nella grotta di Bonu Ighinu
Età Nuragica
(1800 – 238 a.C.)
Il passaggio dall'Eneolitico all‘Età del Bronzo rappresenta un
momento cruciale della storia sarda. Dalle culture precedenti si
passa infatti alla civiltà nuragica e già il cambio terminologico
"cultura/civiltà" intende esprimere la natura profonda di tale
mutamento.
La civiltà nuragica deve il suo nome al termine con cui in sardo
viene chiamato il monumento considerato più rappresentativo
di tale civiltà, il "nuraghe" appunto.
Un edificio a torre, costruito con l'impiego di pietre di grandi
dimensioni (utilizzate grezze o più o meno regolarmente
lavorate), al cui interno si trovano una o più camere
sovrapposte caratterizzate dalla tipica copertura denominata a
"falsa cupola" o a "tholos".
Macomer, nuraghe Santa Barbara
Si
presenta
sia
nella
versione
monotorre
sia
nella
versione
complessa, con torre centrale ed altre di
contorno. Intorno a numerosi nuraghi
vengono poi edificati i villaggi di
capanne in pietra.
Esistono anche altri tipi di edifici: i
"protonuraghi" (noti anche con gli
appellativi
di
"pseudonuraghi"
o
"nuraghi a corridoio"), le "tombe di
giganti", i "templi a pozzo" e le "fonti
sacre", i tempietti a "megaron".
Barumini, Su Nuraxi
Complesso nuragico di Barumini, Su Nuraxi
Complesso nuragico di Barumini, Su Nuraxi
Torralba, Santu Antine
Società nuragica
I dati archeologici consentono di affermare che la
civiltà nuragica si reggeva su un'economia agropastorale, ma praticava anche un significativo
sfruttamento delle risorse minerarie (in particolare
rame e piombo).
Dal punto di vista sociale, la civiltà nuragica sembra
essere stata caratterizzata da una struttura
fortemente gerarchizzata, il cui vertice doveva
essere occupato dai guerrieri, ma anche da
personaggi legati alle pratiche cultuali, in particolare
al culto delle acque che doveva essere praticato
nei templi a pozzo.
Rituali funebri
Per quanto riguarda i rituali funerari è da segnalare
la pratica del riutilizzo delle domus de janas
realizzate nelle fasi cronologiche precedenti, sia la
realizzazione di strutture tombali monumentali, come
i corridoi megalitici che, nel loro sviluppo
architettonico, porteranno alla nascita delle tombe
dei giganti.
Le tombe di giganti, adibite alle sepolture collettive,
sono caratterizzate dalla planimetria a forma di testa
taurina.
Lotzorai, Domus de Jana
Area archeologica di Montessu, circa 40 Domus de Janas
Arzachena, Tomba dei Giganti di "Coddu Ecciu"
Triei, Tomba dei Giganti di “Osono”
Tempio Pausania, nuraghe Majori
Pratiche mediche
La
pratica
medica
della
trapanazione in vita del cranio
con sopravvivenza del soggetto
sottoposto all'operazione, attestata
dalla ricalcificazione ossea.
Ne sono testimonianza i resti di
una donna sepolta nella grotta di
Sisaia (Oliena), in associazione ad
un povero corredo costituito da una
ciotola, un tegame, una macina di
granito e tracce di legno combusto.
Templi nuragici
I "templi a pozzo" (con copertura a tholos riservate al culto
delle acque).
Le "fonti sacre" (che pescavano l’acqua direttamente al
livello del piano di calpestio).
I tempietti a "megaron" (che traggono il nome dalla
somiglianza strutturale con il "megaron" greco).
In prossimità di alcuni templi nuragici particolarmente
importanti (Santa Vittoria di Serri) nascevano i "santuari
federali", vasti villaggi interpretati come aree in cui
dovevano aver luogo periodici incontri tra fedeli provenienti
da zone diverse in occasione di festività particolarmente
importanti per la religiosità nuragica.
Pozzo sacro di Santa Cristina
Olbia, pozzo sacro di Sa Testa
Apogeo della Civiltà nuragica
Su Nuraxi di Barumini (patrimonio UNESCO), Santu
Antine di Torralba, Losa di Abbasanta, Arrubiu di
Orroli.
Molti dei villaggi nati nella fase precedente subiscono
una crescita dimensionale significativa.
Non sono rari i villaggi autonomi, nati cioè non in
prossimità di un nuraghe. Questo dato può essere
interpretato come segno di un maggiore controllo
territoriale nuragico.
In questa fase si intensificano inoltre i contatti
economici e politici con popolazioni coeve del
Mediterraneo, in particolare con Micenei e Ciprioti,
interessati alle risorse minerarie della Sardegna.
Prima Età del Ferro
(900 – 500 a.C.)
Profondi mutamenti innescati da vari fattori,
tra i quali va segnalato l'insediamento
stabile in Sardegna dei Fenici.
Mutano le produzioni ceramiche, che
tornano ad essere riccamente decorate
nello
stile
detto
"geometrico"
e
"orientalizzante".
Muta l'assetto di alcuni nuraghi, che
subiscono seri rimaneggiamenti quando
non addirittura il parziale smantellamento
di torri e bastioni, come testimoniato dal
nuraghe Genna Maria di Villanovaforru.
Muta l'assetto dei villaggi, con il passaggio dalla
capanna circolare isolata al complesso di ambienti con
cortile centrale comune.
La produzione di armi in bronzo subisce un
incremento, come pure quella dei bronzetti. Le
statuine in bronzo, create con funzione di ex voto,
raffigurano varie figure: arcieri, opliti, pugili, lottatori,
figure femminili, animali, oggetti legati alla vita
quotidiana, modellini di nuraghe, navi e altro ancora.
Merita una particolare menzione il rinvenimento delle
grandi statue in pietra presso la necropoli di Monti
Prama (Cabras). Si tratta infatti di manufatti artistici che
(ad esclusione delle sculture della Grecia arcaica) non
trovano analogie tra le produzioni mediterranee coeve.
Bronzetti nuragici
Modellini di nuraghe
La realizzazione di modellini di
nuraghe rappresenta un segno dei
profondi mutamenti in atto all'interno
del sistema culturale nuragico in
questo periodo.
Non vengono realizzati nuovi nuraghi,
alcuni sono abbandonati e altri
parzialmente distrutti. Ad altri sono
sovrapposte nuove capanne.
Gli archeologi hanno interpretato la
realizzazione dei modellini di nuraghe
come simboli della memoria culturale
nuragica che subiva un mutamento
radicale.
Età Fenicio-Punica
(800 – 238 a.C.)
Il periodo fenicio-punico comprende una prima fase
storica (IX sec. a.C.-metà del VI sec. a.C.) in cui la
Sardegna viene interessata dal fenomeno di
colonizzazione del Mediterraneo occidentale attuato
dai Fenici. Successivamente (seconda metà del VI
sec. a.C.-238 a.C.) l'isola passa sotto il controllo più
diretto e invasivo dei Punici.
I Fenici sono la popolazione semitica che occupava
le coste del Libano sin dal III millennio a.C. Fonte
principale dell'economia dei Fenici erano le intense
attività commerciali e marittime. Per sostenerle, essi
fondarono numerose colonie sulle coste del
Mediterraneo, comprese quelle sarde.
Contatto con la Fenicia
Nasce in questa fase (tra il IX e il VII secolo a.C.)
una serie di empori commerciali fenici che poi
assumono i connotati di vere e proprie realtà urbane.
L'arrivo dei Fenici in Sardegna sembra essere stato
un fenomeno pacifico.
La collocazione costiera delle città fenicie, in zone
in cui non esistevano precedenti insediamenti
nuragici, fa pensare che non esistessero ragioni di
conflitto fra loro; si suppone invece che ci fosse un
rapporto
di collaborazione
e di scambio
commerciale.
Contatto con Cartagine
Invece l'incontro nell'isola, avvenuto intorno
alla metà del VI sec. a.C., tra Fenici e
Cartaginesi, dunque tra individui che si
riconoscevano nello stesso modello politico,
economico e sociale, provoca quel conflitto
che non si era manifestato nel contatto tra le
genti nuragiche e fenicie.
L'esito finale di questo scontro fu il
passaggio della Sardegna sotto il controllo di
Cartagine.
Le città più importanti sono Sulci, Nora,
Bithia, Karalis e Tharros.
Cabras, area di Tharros
Le colonie fenicie in una tavola del XVIII secolo
Espansione fenicia nel Mediterraneo
Culto
In una colonna sepolcrale risalente al IX secolo a.C. (la stele di
Nora, conservata nel Museo Archeologico Nazionale di
Cagliari) che ricorda l'erezione di un tempio al dio cipriota
Pumay, compare per la prima volta il nome "Sardegna", più
esattamente il toponimo SHRDN, mancante di vocali come in
tutte le lingue semitiche.
Il rito del tofet Il termine "tofet" designava nella Bibbia una
località ubicata presso Gerusalemme in cui si riteneva venisse
praticato il sacrificio dei bambini. In seguito il temine è passato
a designare tutte le aree sacre dei centri urbani fenicio-punici
destinate alla deposizione delle urne cinerarie contenenti i resti
di bambini, posti in questo luogo per essere affidati alla
protezione della dea Tanit.
Carbonia, necropoli di Monte Sirai
Età Romana
(238 a.C. – 460/467 d.C.)
Tra Cartagine e Roma Nel momento in cui Roma
comincia ad affacciarsi con maggiori ambizioni
politiche, economiche e militari sul Mediterraneo
occidentale, la potenza cartaginese è al suo apice.
È probabile che già nel VI sec. a.C. il primo trattato
tra Roma e Cartagine sancisse la possibilità per
Roma di esercitare i propri traffici commerciali in
Sardegna. Nel IV sec. a.C. si può ipotizzare la
fondazione della colonia romana di Feronia
(Posada) sulla costa orientale dell'isola.
È il secondo trattato tra Roma e Cartagine (348
a.C.) che proibisce ai Romani di accedere e di fondare
città in Sardegna.
La fine della Prima Guerra Punica (264-241 a.C.),
conclusasi con la vittoria di Roma su Cartagine,
determina indirettamente il passaggio della Sardegna
sotto il dominio romano.
Il passaggio non rientrava tra le clausole del trattato
(241 a.C.) ma scaturì dalla decisione di Roma di
aderire alla richiesta di aiuto dei mercenari di Cartagine
di stanza in Sardegna, ribellatisi a causa
dell'impossibilità per Cartagine di far fronte alle loro
richieste di pagamento: rivolta di Ampsicora.
Nel 227 Roma crea una nuova provincia
comprendente la Corsica, la Sardegna e le isole
circostanti. Viene così sancito formalmente l'effettivo
controllo di Roma sulla Sardegna, che rimarrà
dominio romano sino al passaggio (avvenuto tra il
460 e il 467 d.C.) sotto il controllo dei Vandali.
Il periodo di dominazione romana della Sardegna è
una fase storica che contribuirà significativamente
alla definizione dei connotati culturali dei sardi.
Indiscutibile testimonianza di questo dato di fatto ci
viene offerto dal panorama linguistico isolano,
profondamente segnato ancora oggi dalle proprie
origini latine.
Fluminimaggiore, tempio di Antas
La diffusione del Cristianesimo
La Sardegna, al centro delle
più
importanti
rotte
commerciali
mediterranee,
costituiva in età romana il
terreno ideale per una
tempestiva
e
precoce
diffusione del cristianesimo.
Nell'isola, a partire dalla
piena età imperiale, erano
presenti numerose comunità
ebraiche (Carales, Sulci,
Tharros, Turris Libisonis,
Forum Traiani).
Nel II secolo si ha notizia di
cristiani condannati ai lavori
forzati nelle miniere sarde.
Nel IV secolo si ha la prima
notizia di un vescovo isolano
(a Cagliari), a cui ne
seguono altre nel V.
È questa anche l'epoca dei
primi martiri locali (San
Saturnino
di
Cagliari,
Sant'Antioco, San Lussorio
di
Fordongianus,
San
Gavino di Porto Torres).
Pula, mosaico pavimentale di Nora
Età Vandalica
(460 d.C. – 534 d.C.)
Le fonti documentarie sono scarse ed è pertanto
l‘archeologia che fornisce gli strumenti per
ricostruire la storia sarda nel secolo della conquista
vandalica.
La continuità dei flussi commerciali con Roma e con
l'Africa indica che il tessuto economico
tardoromano si mantenne vitale. Le città costiere
non perdono la loro importanza. Il territorio deve
però riorganizzarsi secondo nuove coordinate,
dettate dalla presenza cristiana.
Fra la metà del V e la metà
del VI secolo Africa e
Sardegna
sono
strettamente coinvolte in una
storia comune.
Nel V secolo i Vandali,
provenienti dalla Spagna,
varcano
lo
stretto
di
Gibilterra e si spostano
lungo le coste dell'Africa
mediterranea.
Nel
439
Genserico
conquista Cartagine.
I
Vandali
erano
una
popolazione
di
origine
germanica che, migrata verso
sud nelle terre dell'impero
romano, aveva stabilito il
proprio regno dapprima in
Spagna,
poi
in
Africa
settentrionale.
La presenza vandalica in
Sardegna si limita al controllo
dei centri costieri e non
incide
sul
tessuto
amministrativo e culturale, che
mantiene caratteri di continuità
con la tradizione tardoantica.
Regno dei Vandali sotto l’Imperatore Maggiorano (457-461)
Santa Caterina di Pittinuri, battistero di Cornus
Età Bizantina
(534 a.C. – XI secolo)
Nel 534 l'isola viene riconquistata da Giustiniano e
ritorna a far parte dell'impero romano, il cui
baricentro si era però spostato da Roma a
Costantinopoli. Inizia l'età bizantina, destinata a
protrarsi fino al 1000 circa e alla nascita dei quattro
giudicati.
L'isola viene affidata a due autorità: il "praeses“,
definito anche "iudex insulae" , che svolgeva un
ufficio di tipo civile, e un "dux“ o "magister militum",
che si occupava degli affari militari e che, a partire
dall'800 circa, dovette assorbire le prerogative del
primo, generando la figura dello "iudex" (giudice o
re).
Cabras, chiesa di San Giovanni di Sinis, VI sec
Impero Romano d’Oriente sotto Giustiniano il Grande
Nei secoli della "lunga età
bizantina", l'isola vive un corso
storico differente rispetto a quello
dei territori italici e dell'Occidente
in genere. Non viene occupata
da popolazioni barbariche né
dagli Arabi, non entra a far parte
dei domini carolingi e mantiene
un'ininterrotta dipendenza politicoamministrativa da Costantinopoli.
Diversità culturali
L’ isola non era tutta in mano bizantina: le zone
interne, da sempre pagane ed indomite, restarono
indipendenti.
Solo Gregorio Magno riuscì nel 600 d.c. a
conquistare spiritualmente i barbaricini convertendo
al cristianesimo Ospitone loro più fiero condottiero.
Iscrizioni
greco-bizantine
Nella
Sardegna
meridionale si conservano alcune iscrizioni
medioevali in lingua greca, la cui importanza risiede
nel fatto che vi si leggono i nomi dei locali
rappresentanti dell'impero romano di Costantinopoli.
Si tratta forse di nomi propri (Torcotorio, Salusio,
Orzocco), che poi diventeranno titoli dinastici dei
Lacon-Gunale, giudici di Cagliari.
Incursioni arabe
crisi di Bisanzio in Sardegna
Le fortificazioni sarde resistettero a diversi attacchi
saraceni, tanto che in una missiva dell'851 papa
Leone IV chiedeva aiuto allo Judex Provinciae della
Sardegna per la difesa di Roma.
Fino alla metà del IX secolo vi era un unico giudice su
tutta l'isola.
Le cause di un progressivo distacco da Bisanzio sono
da ricercarsi nella fase di profonda crisi dell’Impero,
avvenuta a cavallo del IX e X secolo e nelle incursioni
arabe (con il conseguente isolamento geografico).
Nuxis, chiesa di Sant'Elia, IX - X secolo
Età Giudicale
(XI secolo – 1410)
La distanza del governo bizantino portò i
luogotenenti che governavano le quattro Partes ad
organizzarsi autonomamente.
Attorno alla metà del Mille la Sardegna risulta divisa
in quattro regni o giudicati, retti da un re o giudice
("iudike, iuighe“).
I giudici erano i rappresentanti locali dell'imperatore
bizantino che, attorno al 1000, si resero autonomi.
Ne derivò una partizione del territorio nei quattro
regni di Cagliari, Arborea, Torres e Gallura, a loro
volta divisi in curatorie.
La Chiesa in Sardegna
Di pari passo si assistette alla riorganizzazione
della Chiesa. Le vaste diocesi dell'età bizantina
vennero
frazionate
in
nuove
circoscrizioni
ecclesiastiche: arcidiocesi e diocesi rette da
arcivescovi e vescovi, cui facevano capo le
parrocchie.
È in questo contesto che i giudici, attraverso
donazioni, favorirono l'arrivo nell'isola dei Benedettini
(da Montecassino, San Vittore di Marsiglia,
Camaldoli, Vallombrosa, Cîteaux) che insediarono
i propri monasteri nel territorio sardo. Si assistette a
una rinascita della cultura sotto l'ala protettrice della
Santa Sede.
Contatti col Continente
Da non trascurare anche la presenza
sempre più stabile e radicata delle
repubbliche di Pisa e Genova, la cui
attività commerciale nell'isola portò a
conflitti con i poteri locali.
La loro presenza interferì spesso a livello
politico e arrivò a determinare la fine di
tre giudicati (Cagliari, Torres e Gallura),
che dopo il 1250 caddero in mano a
signori pisani o genovesi.
Mughetto e le Repubbliche
All'inizio dell' XI secolo ripresero gli attacchi degli
Arabi che nel 1015, condotti da Mujāhid, salparono
da Maiorca,nelle Baleari, con 120 navi.
Sollecitate dal papa Benedetto VIII, le repubbliche
marinare di Pisa e Genova si allearono e nel 1016
sconfissero l'esercito di Mujāhid.
Contatti
commerciali:
manufatti
artigianali, spezie, tessuti, ferro e frutta
provenienti dal continente, e partirono
navi cariche d'orzo, grano, sale, minerali,
corallo, bestiame e suoi derivati.
L'ingerenza politica pisana e genovese sui re giudici durò dall'XI
al XIV secolo, trasformandosi lentamente prima in protettorato,
poi in dominazione.
Nel 1184 diventa giudice di Cagliari Orberto di Massa, cittadino
pisano; un altro pisano, Lamberto Visconti è giudice di Gallura
nel 1205; anche ad Arborea, anche se per poco tempo c’è un
giudice pisano, Gulielmo di Capraia. Nello stesso anno (1256) il
Giudicato di Cagliari viene spartito fro alcune famiglie pisane: I
Capraia, i Visconti e i Gerardesca.
Nel 1259, alla morte senza eredi di Adelasia da Torres anche il di
Logudoro viene diviso fra i Genovesi Doria, Malaspina e Spinola
e i Pisani, Capraia. Ancora
Pisa rioccupa nel 1269 il giudicato di Gallura e i possedimenti
sardi dei conti della Gerardesca.
Chiaramonti, chiesa di Santa Maria Maddalena
Romanico in Sardegna
Il contatto più frequente con le potenze mediterranee e le
principali organizzazioni religiose del continente italiano ed
europeo contribuì alla circolazione di nuove correnti artistiche
e culturali nell'isola, che si innestarono nel sostrato locale e
che hanno lasciato le tracce più significative nell'attività
architettonica sia militare sia ecclesiastica.
L'espressione artistica che meglio esprime l'originalità della
Sardegna giudicale è l‘architettura romanica, contraddistinta
tanto dall'adesione al linguaggio internazionale europeo,
quanto dall'elaborazione di caratteri locali.
Olbia, chiesa di San Simplicio, primo quarto XII sec.
La Basilica romanica di
Saccargia nei pressi di
Sassari
Età Aragonese e Spagnola
(1326 – 1718)
Nel 1323 l'infante Alfonso d'Aragona sbarca in
Sardegna per concretizzare l'atto di infeudazione
voluto da papa Bonifacio VIII in favore di Giacomo
II d'Aragona, con la creazione nel 1297 del
"Regnum Sardiniae et Corsicae" e la sua
concessione
al
sovrano
aragonese.
Dapprima la città di Villa di Chiesa (Iglesias), poi nel
1326 il Castello di Cagliari vengono conquistati a
scapito dei Pisani.
Un nucleo di resistenza alla conquista dell'isola è
costituito dai signori pisano-genovesi delle famiglie
Doria e Malaspina e dal giudicato di Arborea, col
quale l'Aragona ingaggia una lunga guerra, dalla
quale esce vittoriosa soltanto nel 1410.
La conquista territoriale della Sardegna iniziata nel
1323 con lo sbarco dell'esercito aragonese nel golfo
di Palma di Sulcis fu lenta, ma capillare.
La lunga guerra per il dominio sulla Sardegna tra il
regno di Arborea e la Corona d'Aragona, iniziata
da Mariano IV de Bas-Serra nel settembre del 1353
e proseguita dai suoi eredi, fu intervallata da brevi
periodi di tregua ed ebbe una svolta decisiva nel
1409 con la battaglia di Sanluri, dalla quale
l'esercito giudicale uscì pesantemente sconfitto.
Eleonora d’Arborea
(1340-1404)
Eleonora nacque in Catalogna nel 1340 e rimase al
governo in qualità di reggente dei propri figli dal
1383 al 1392. Condusse una lunga guerra contro i
Catalano-Aragonesi nel tentativo di unificare tutta la
Sardegna sotto la bandiera del Giudicato d' Arborea.
Carta de Logu
"Carta de Logu" (carta del territorio dello stato) composta da
198 articoli (codice civile, penale e rurale) disciplina i rapporti
giuridici , l‘amministrazione della giustizia.
Nella Carta si dice che tutti gli uomini liberi sono uguali davanti
alla legge: una stessa sanzione colpiva chiunque l’avesse
violata senza distinzione di classe sociale; fatto quasi
rivoluzionario in un‘epoca nella quale i nobili ed il clero erano
spesso al di sopra della legge.
Il Codice di Eleonora D'Arborea rimase in vigore in tutta la
Sardegna per più di 400 anni fin dopo la conquista dell’isola da
parte degli Aragonesi e fino oltre un secolo dopo l’avvento dei
Savoia: solo nel 1827 fu sostituito dal codice emanato da Carlo
Felice.
Poiché l’elevamento dei popoli e degli stati dipende
dall’osservanza di quel diritto universale che è dettato
dalla ragione, noi Eleonora, per grazia di Dio giudicessa
d’Arborea, affinché la giustizia sia salva, i malvagi siano
frenati dalla paura delle pene e i buoni possano vivere in
pace, obbedendo alle leggi, facciamo questi ordinamenti
.
Tutela e posizione della donna, difesa del
territorio
Uno degli aspetti più importanti della intera
opera risiede nell'essere stata scritta in
lingua sarda.
Incipit
Nos Elionora pro issa gracia de Deus
iuyghissa de Arbaree, contissa de Ghociani et
biscontissa de Baso… fachimus sas
ordinationes et capidulos infra scriptos, sos
qualis bolemus et comandamus
expresamenti qui si deppiant attenne et
oservare pro legie per ciaschaduno de’ssu
iuyghadu nostru de Arbaree
Difesa della donna
"Volemus et ordinamus qui si alcuno homini levarit per forza
muleri coyada, o ver alcuna atera femina qui esseret iurada, o
isponxelarit alcuna virgini per forza, et de•ssas secundas causas
esseret legitimamenti binquido, siat iuygado qui paghit pro sa
coyada liras .D.; et si non paghat infra dies .XV. de c'at esser
iuygadu, siat illi segadu uno pee pro modu qui•llu perdat. Et pro
sa bagadia siat iuygadu qui paghit liras .CC., et siat anchu tenudo
pro levarela pro mugere, si est senza maridu, e plaquiat a sa
femina; et si non la levat pro mugere, siat anchu tentu pro
coyarela secundu sa conditioni de sa femina, et issa qualidadi
de•ssu homini. Et si cussas causas issu non podet faghire a dies
.XV. de c'at essere iuygadu,siat illu segado s'unu pee per modu
que lu perdat. Et pro sa virgini paguit sa simili pena et si non adi
dae hui pagare seguint illu uno pee, ut supra
"Vogliamo e ordiniamo che se alcun uomo prendesse con la forza
una donna maritata, ovvero alcun'altra donna che sia promessa
(sposa), o violentasse una vergine, e ciò per le ultime due
situazioni si possa legittimamente provare, sia condannato a
pagare per la maritata cinquecento lire; e se non pagasse entro
quindici giorni dalla condanna, gli sia mozzato un piede in modo
che lo perda. E per la nubile sia condannato a pagare duecento
lire, e sia anche obbligato a sposarla, se la donna è senza marito
(?) e le vada bene (l'uomo che l'ha violentata); e se non la sposa,
sia tenuto a maritarla (a fornirle la dote) secondo la condizione
sociale della donna e dell'uomo (che, eventualmente,
la
sposasse). E se non può adempiere alle suddette condizioni entro
quindici giorni dalla condanna, gli sia mozzato un piede, in modo
che lo perda. E per la vergine paghi la stessa somma, e se non ha
di che pagare gli si mozzi un piede, come sopra".
Orbita di influenza aragonese nel XV secolo
Da questo momento in poi sarà la penisola iberica a costituire il
principale punto di riferimento per l'isola, in particolare la
Catalogna, sia dal punto di vista politico amministrativo
(vengono infatti importate in Sardegna le principali istituzioni
catalane), sia da quello culturale.
Ma un taglio netto con la cultura italiana avviene soltanto a
Cagliari, mentre nel giudicato arborense e nel resto dell'isola il
cambiamento è più graduale.
Nel 1479 il sovrano Ferdinando II (1479-1516) promulga una
serie di riforme istituzionali volte a trasformare la Corona di
Spagna in un grande stato europeo. Nel suo disegno di
omogeneizzazione culturale rientra anche la promozione di
nuove fabbriche che dovevano testimoniare la nuova unità
nazionale attraverso la monumentalità e la ricchezza
esornativa. Si configura così un gusto artistico, detto dei Re
cattolici, nel quale si fondono stilemi gotici, arabi e
rinascimentali.
Domini diretti degli Asburgo sotto Carlo V
In Sardegna non si ha tuttavia un riscontro immediato della
nuova politica artistico-culturale: il gotico nella sua accezione
isolana continua almeno fino al XVII secolo a caratterizzare le
architetture sia religiose che civili, coesistendo, dalla fine del
Cinquecento, con la nuova ideologia rinascimentale importata
dalla Compagnia di Gesù (nell'isola dal 1559) e dagli ingegneri
militari e in linea con le direttive artistiche di Filippo II (15561598). La persistenza dell‘architettura gotico-catalana e del
polittico ispanico di matrice tardogotica - il retablo - fino al
Seicento inoltrato.
Con l'erede di Carlo V si compie infatti definitivamente il
processo di ispanizzazione dell'isola: sul piano artistico si
verifica una sintesi formale - con lo stile detto plateresco - tra i
linguaggi gotico e classicistico, che caratterizzerà
l'architettura locale fino alla fine del Seicento.
Cagliari, chiostro chiesa San Domenico, XV-XVI sec.
Bisogna attendere i primi anni del Cinquecento per assistere
alla formazione di una scuola pittorica locale che ha il suo
massimo esponente in Pietro Cavaro, membro di una famiglia
di pittori cagliaritani attivi per oltre un secolo nelle botteghe del
quartiere di Stampace.
Alla fine del Cinquecento la polemica tra gli arcivescovi di
Sassari e Cagliari per il primato sulla Chiesa sarda assunse
un'asprezza di toni tale da avere ripercussioni oltre che sul
piano politico anche sul processo di assimilazione del nuovo
gusto artistico. Sin dal 1409 i presuli di Cagliari si erano infatti
attribuiti il privilegio di "primate di Sardegna e Corsica".
Retablo del Presepio, predella (particolare), 1500 ca.
Cagliari, cripta dei Martiri, cattedrale Santa Maria, 1618
Regno di Sardegna
(1718 – 1861)
La Sardegna dei Savoia Fra il 1714 e il 1718 l'isola passa
prima sotto il controllo austriaco, poi sotto quello piemontese.
Con il possesso della Sardegna i Savoia acquisiscono il titolo
reale. Per tutto il secolo perdura l'arte tardobarocca, a opera di
architetti e artisti che provengono dal continente italico. Con la
conclusione della "guerra di successione spagnola", il 2
agosto 1718 ha termine, con il patto di Londra, il predominio
spagnolo in Sardegna, che viene assegnata alla casa ducale
dei Savoia che insieme al dominio territoriale dell'isola acquista
anche il titolo regio.
Sa die de sa Sardigna Sa die de sa Sardigna è la festa del
popolo sardo che ricorda i cosiddetti "Vespri Sardi", cioè
l‘insurrezione popolare del 28 aprile 1794 con il quale si
allontanarono da Cagliari i Piemontesi e il viceré Balbiano in
seguito al rifiuto del governo torinese di soddisfare le richieste
dell'isola titolare del Regno di Sardegna.
Penisola italiana
nel 1848
G. Marghinotti, Festa campestre in Sardegna, 1861
Oristano, chiesa del Carmine, 1776-1785
Il definitivo passaggio della Sardegna ai Savoia nel 1718 non
segna un'interruzione delle fabbriche in corso, contrassegnate
dall'adesione al linguaggio tardobarocco, destinato a
perdurare sino alla fine del secolo in una serie di chiese che
coniugano elementi di tradizione locale con modi del
manierismo cinquecentesco e del barocco seicentesco.
Nella prima metà del '700, nonostante la decisione del governo
sabaudo di seguire una linea di condotta rispettosa delle
istituzioni, delle leggi e delle consuetudini sarde, le azioni
adottate si discostano di fatto dalle primitive intenzioni, sia per
precise scelte che per difficoltà concrete. Un esempio è la
diversa considerazione, rispetto alla monarchia spagnola, del
viceregato.
Carta geografica della
Sardegna. 1741-1762
Bibliografia minima
E. Besta, La Sardegna medioevale, Palermo 1908-1909
L. Marrocu, M. Brigaglia, La perdita del Regno. Intellettuali e costruzione
dell’identità sarda tra Ottocento e Novecento, Roma 1995
F. Martini (ed.), Sardegna Paleolitica. Studi sul più antico popolamento
dell’isola, Firenze 1999
S. Moscati, Italia Punica, Milano 1986
Sito web sardegnacultura.it
A. Solmi, Studi storici sulle istituzioni della Sardegna nel Medioevo, Cagliari
1917
G. Sotgiu, Sardegna sabauda, Roma 1984
A. Ziolkowski, Storia di Roma, Milano 2000