La vite è una pianta antichissima che da milioni di anni è presente nelle zone
temperate del pianeta; solo da qualche migliaio di anni però si è cominciato a
produrre vino.
Hanno incominciato i sumeri, poi gli egiziani e greci e quindi gli etruschi.
Oggi l'Italia è il primo paese vitivinicolo del mondo e l'Europa detiene l'80% della
produzione mondiale.
I
Il Sangiovese è il vitigno più diffuso in Italia, che
copre oltre il 10% delle superfici vitate ad uva
da vino. Il sangiovese insieme a Catarratto
Bianco siciliano, Trebbiano Toscano,
Montepulciano ed il Barbera ricoprono da soli
oltre il 30% delle coltivazioni.
In totale in Italia ci sono ben 355 vitigni
autoctoni che rappresentando un record unico
al mondo. Sono in crescita di superficie vitata i
vitigni internazionali per via della maggiore
apertura verso i mercati internazionali
nonostante la progressiva riscoperta delle
qualità autoctone.
UMBRIA
Uve a bacca rossa
Aleatico
Barbera
Cabernet Franc
Cabernet Sauvignon
Canaiolo Nero
Cesanese Comune
Ciliegiolo
Merlot
Montepulciano
Pinot Nero
Sagrantino
Uve a bacca bianca
Biancame
Chardonnay
Garganega
Grechetto
Malvasia Bianca di Candia
Malvasia Bianca Lunga
Moscato Bianco
Pecorino
Pinot
Pinot Grigio
Trebbiano Spoletino
Trebbiano Toscano
Venaccia di San Gimignano
L’UMBRIA DEI “BIANCHI”:
ALLA RISCOPERTA DEL TREBBIANO SPOLETINO
Terra difficile, legata ancora al mondo contadino e arcaico,
l’Umbria è la “madre” di vitigni straordinari, quali il Sagrantino,
diventato il simbolo del territorio di Montefalco.
Forse non tutti sanno però che, storicamente, l’Umbria era
soprattutto vocata alla produzione di vini bianchi, come dimostra
lo studio sulla vite e sul vino del Ministero di Agricoltura,
Industria e Commercio, pubblicato nel 1896, dove si affermava
che “la quantità del vino bianco prodotto nell’Umbria sta a quella
del vino rosso come 21:4”.
Anche l’inchiesta Agraria di Stefano Jacini a fine ‘800
confermava questo e, in particolare, evidenziava l’alta vocazione
alla produzione di un vitigno: il Trebbiano Spoletino.
Nell’antichità a Spoleto la vite veniva coltivata
abbondantemente, soprattutto con sistemi
promiscui: i risultati erano molto interessanti,
come dimostrano le testimonianze di viaggiatori
e storici già nel 1500. Tra le uve maggiormente
coltivate vi era appunto il Trebbiano, il cui nome
sembra derivare dal termine “Traibo”, parola
franca che indicava “un rampollo di una nobile
famiglia”, nel senso che era vitigno selezionato
e raccomandato. All’epoca, peraltro, solo alcuni
casati agiati producevano piccole quantità di vini
rossi.
Eppure quando si parla oggi di vitigni
umbri a bacca bianca, come il Grechetto
di Todi e il “nostro” Trebbiano Spoletino,
un
certo
disorientamento
colpisce
l’ascoltatore; d’altra parte fino ad ora
l'unica vera descrizione di un vino ottenuto
dallo Spoletino (come era chiamato in
passato il vitigno) era quella del Carducci
che lo aveva apprezzato di «color d’ambra
dorata e fresco e frizzante», utilizzandolo
per accompagnare «le grasse, saporite
trote del Clitunno». Insomma, eravamo
quasi a livello di mito, o perlomeno di
storia che si perdeva nel tempo.
Patrimonio che dunque sì è smarrito coi
secoli,
Il Trebbiano Spoletino viene ora riscoperto
grazie all’intraprendenza di Stefano
Novelli, giovane manager a capo di un
importante gruppo agroalimentare, che
con l’aiuto dell’enologo Maurilio Chioccia e
la consulenza dell’Università di Perugia e
del professor Attilio Scienza, padre italiano
della zonazione, ha dato avvio a un
progetto che punta alla salvaguardia e alla
valorizzazione di tale vitigno ormai in via di
scomparsa. Così come spiega il diretto
interessato, “Cantina Novelli sarà presto la
prima a riprodurre dopo secoli il Trebbiano
Spoletino e renderlo appetibile per il
mercato attuale, che cerca prodotti e
progetti caratteristici, ed è sempre più
interessato ai vitigni autoctoni italiani”.
Poca documentazione scientifica e limitato materiale genetico rendono difficile
il recupero del vitigno, ma Scienza è all’opera con uno studio ampelografico ed
enologico e presto saranno disponibili i primi straordinari risultati. Spiega lo
stesso professore: “Il lavoro di ricerca da poco iniziato ha i connotati di un
complesso progetto di miglioramento genetico, originale però rispetto a quelli
che normalmente vengono condotti. Infatti oltre ad interessare alcune
centinaia di piante, prevede una prima fase di selezione massale che ha
l’obiettivo di portare alla costituzione di nuovi vigneti formati da piante dalle
caratteristiche produttive e qualitative di eccellenza ed un secondo momento di
selezione clonale durante il quale le migliori piante appartenenti alle sei
tipologie identificate, saranno valutate con i protocolli di omologazione della Ce
per giungere ad alcuni cloni che verranno brevettati dal Gruppo Novelli”.
•
Il Trebbiano Spoletino, pur facendo parte della grande ed eterogenea
famiglia dei Trebbiani, diffusi ovunque nella viticoltura italiana almeno dal
Medioevo, presenta alcune peculiarità che non si riscontrano in altri vitigni
antichi dell’Italia centrale. Una ricerca effettuata dalla dottoressa Rita
Chiaverini nei fondi archivistici comunali ha permesso di ricostruire la storia
e la fortuna del vino di Spoleto dal XIII secolo ai giorni nostri; questo studio
si è rivelato utile anche alla Comunità Montana dei Monti Martani e del
Serano, che sin dal luglio 2005 ha costituito un gruppo interdisciplinare di
lavoro per ottenere dall’Unione Europea il riconoscimento Doc al Trebbiano
Spoletino, oggi Igt. antica e misteriosa», chiosa Scienza.
•
“La presenza del Trebbiano solo in un piccolo territorio dai precisi connotati
culturali e storici e dove la viticoltura ancora oggi mantiene caratteristiche
strutturali e genetiche prefillosseriche gli conferisce un valore che va la di là
delle sue doti enologiche e che ne fanno un caso di studio molto particolare
di variabilità intravarietale”. Sono infatti stati esplorati i luoghi dell’Umbria
dove il Trebbiano Spoletino cresce ancora maritato a piante vive di acero o
olmo, con viti molte vecchie (spesso oltre il centinaio di anni), spesso a
piede franco, cioè originarie prima della fillossera. Alcune analisi preliminari,
oltre ad evidenziare rapporti di parentela con altri Trebbiani della fascia
adriatica, hanno messo in luce una vicinanza genetica con il Greco bianco e
nero. “E’ la dimostrazione che la variabilità di questo vitigno arcaico si è
mantenuta inalterata in una zona altrettanto antica e misteriosa”, chiosa
Scienza.
Insomma, si tratta di un vero e proprio
unicum.
Situato alle pendici dei monti Martani, il vigneto dove sta
rinascendo l’antico Trebbiano si trova ad un’altitudine di
380 metri ed è esposto a Sud. Il terreno è argilloso e
ricco di scheletro. Il clima, caratterizzato da estati calde
ed inverni molto freddi, consente alla vite di esprimere al
meglio le caratteristiche di questo vitigno autoctono. Il
sistema di allevamento adottato dall’azienda è il
“cordone speronato” con una densità di 4.600 piante ad
ettaro e una resa di circa 80 quintali. La resa dell’uva in
vino è pari al 72%; a regime è prevista la produzione di
circa 200mila bottiglie all’anno. La vendemmia viene
effettuata normalmente nella seconda metà del mese di
ottobre.
FINE
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