LA SCUOLA IN OSPEDALE
Interruzione della frequenza scolastica dovuta
a:
• frequenti ricoveri per accertamenti diagnostici e
terapie
• abbassamento delle difese immunitarie
Conseguenze:
• perdita di contatto con la classe di appartenenza
• perdita delle relazioni affettive nate al suo interno
• compromissione del percorso cognitivo
• perdita di progettualità
• depressione dell’autostima
Il ricovero in ospedale suscita emozioni forti
legate a:
• Paure archetipiche
• Paura dell’ignoto
• Nel bambino il timore si trasforma in angoscia.
• L’ambiente è percepito come “mostruoso”.
• Emergono fantasie distruttive.
Paura per:
•
•
•
•
la malattia
il distacco dalla propria casa
il distacco dalle proprie cose
Queste paure “reali” si mescolano alla paure
arcaiche, archetipiche provenienti dall’inconscio.
• (Benini)
• La malattia mette in crisi la strutturazione dell’Io
e le fasi evolutive che consentono la costruzione
della personalità (regressione)
• Il ricovero obbliga alla separazione della diade
madre-bambino, provocando angoscia, senso di
impotenza e di abbandono in entrambi.
• Dover lasciare la casa è motivo di angoscia.
• Significa perdere il contenitore degli affetti, il luogo
dove il bambino si sente al sicuro, protetto.
• La rabbia sulle fantasie abbandoniche può generare
reazioni come queste (Benini):
• MAESTRA: “il muratore”
• NADIA (3 anni): “Chi è?”
• MAESTRA: “E’ l’uomo che costruisce la casa”
• NADIA: “E’ brutto”
• Il muratore è negativizzato perché ha costruito qualcosa
di molto bello, ma di cui la bambina non può usufruire,
perché non può tornare a casa.
• SIMONA (5 anni): “L’aereo vola in cielo… e quando
voglio andare a casa prendo l’aereo”.
• IVAN (5 anni); “L’ospedale è dove si curano tutti i
bambini e si fanno guarire e si fanno andare a casa. Si
dorme e poi si va a casa… e dopo si possono fare più
tanti disegni”.
• L’ospedale può essere visto come una casa.
• “L’ospedale è una casa dove si curano i bambini, danno
le medicine e poi si fanno gli esami e quando i bambini
sono guariti si fanno andare a casa” (FABIO, 5 anni).
• “L’ospedale è una casa e dentro ci sono i bambini
ammalati e anche i signori” (SONIA e ANTONIO, 5
anni)
(Benini)
RAPPORTO CON IL CORPO
Timore del rifiuto
• “Poi un’infermiera ha aperto la porta e lui che era
davanti alla porta si è fatto male. Allora gli hanno dato i
punti e lui ha pianto e poi la mamma ha detto: Dov’è il
mio bambino?”. “Gli danno i punti”.
• “Allora io non lo voglio più, voglio un bambino senza
punti”.
• Il bambino aveva un fiore in mano e diceva: “Lo voglio
portare alla mamma” (ANTONIO, 5 anni)
• (Benini)
• Nell’esperienza di malattia il disegno, come il gioco,
consente al bambino di far riemergere ciò che non è
stato rielaborato nella storia emotiva del bambino.
• Permette di riprendere contatto con ciò che è accaduto
ed esorcizzare la malattia e le paure che produce.
• Per lo psicologo e per l’educatore il disegno rappresenta
un canale privilegiato per entrare in relazione con il
bambino e dialogare anche con i familiari e l’équipe
curante.
• Consente di esplorare non solo paure e angosce,
ma anche le risorse psicologiche e relazionali che
il bambino può utilizzare.
• Spesso il bambino non svela i suoi fantasmi, le
sue paure e i suoi incubi, ma li rivela attraverso il
disegno (teschi, fantasmi, mostri, storie di
morte).
(Riccardi, Rubbini Paglia)
INSEGNANTI OSPEDALIERI
• L’insegnante ospedaliero deve affrontare situazioni di
estremo disagio emozionale, e deve fare i conti con un
ambiente che può anche essere scompensante se non
bene analizzato e contenuto.
• Secondo Benini l’insegnante ospedaliero dovrebbe
avere una specifica IDENTITA’ PROFESSIONALE,
caratterizzata da un atteggiamento più psicoterapeutico
che pedagogico o, comunque, dovrebbe essere
coadiuvato da uno psicologo che lo aiuti a comprendere
la diverse dinamiche interiori e relazionali.
La sua formazione dovrebbe consentirgli:
• corretta osservazione del bambino
• analisi dei problemi specifici
• valutazione delle diverse modalità relazionali
• conoscenza delle diverse problematiche relative ai
traumi fisici e psichici
• osservazione delle proprie modalità di intervento
• analisi dei vissuti personali profondi legati a situazioni
di maggiore angoscia (angoscia di morte, ecc…)
• lettura del proprio atteggiamento verso il bambino e
verso l’adulto
• (Benini)
• L’insegnante ospedaliero è una preziosa risorsa che
assume le funzioni di:
• contenitore delle angosce del bambino
• sostegno ai genitori che spesso assumono atteggiamenti
che non favoriscono l’attenuarsi delle problematiche
• collaboratore del personale ospedaliero per evitare
discrepanze educative
• insegnante per consentire un sano collegamento con la
realtà attraverso attività creative e di gioco che
assumano una valenza liberatoria rispetto alle paure e
alle ansie legate a un modo di vivere certamente non
voluto
(Benini)
• Occorre fornire ai bambini malati opportunità di
crescere e prepararsi al futuro per migliorare la
qualità di vita (ottica dell’assistenza globale),
riducendo al minimo l’interruzione delle attività
quotidiane e aiutando i genitori a conservare il
loro ruolo educativo.
• L’ambiente scolastico è il sistema sociale che
durante la malattia può contribuire in maniera
determinante allo sviluppo armonico della
personalità del bambino.
OBIETTIVI DELLA SCUOLA
IN OSPEDALE
• Custodire e rafforzare l’identità del bambino all’interno di un
ambiente spesso anonimo e spersonalizzante, carico di angosce e
di paure
• Promuovere i fattori di protezione interni, per evitare che il
vissuto del bambino sia completamente invaso dalla malattia
• Consentire al bambino di percepirsi come normale anche se
malato
• Salvaguardare il diritto costituzionale allo studio
• Favorire la frequenza in un’aula, che permette di rompere la
monotonia del reparto, di confrontarsi con un piccolo gruppo, di
ritrovare un ambiente “normale”
• Restituire al bambino il senso di continuità con il suo mondo e le
sue sicurezze
• Far esprimere al bambino le paure e le ansie
legate alla malattia e all’ospedalizzazione
• Assicurare la continuità del processo educativo
mantenendo i contatti con la scuola di
appartenenza per favorire il rientro e superare il
disagio dovuto alla prolungata assenza
• Restituire ai genitori un senso di normalità
• La scuola costituisce per il bambino il contesto
di relazione sociale più importante per il
bambino, sia nel caso in cui vi sia presente
fisicamente che nel caso contrario (Oppenheim)
Importanza del gioco
• (giochi di ruolo, per es. “gioco del dottore”) e
delle attività distrazionali.
• Il gioco, come la scuola, rappresenta una
situazione familiare per il bambino, in cui può
sentirsi competente e sul quale può esercitare un
controllo.
• Il gioco può fornire la possibilità di
“manipolare” la difficile situazione della malattia
per renderla familiare e può aiutare ad elaborare
le sensazioni e le emozioni che con essa si
generano.
• Attraverso il gioco si può provare ad affrontare,
con meno paure, la malattia: infatti il gioco crea
un luogo altro a metà tra realtà e fantasia, una
distanza protettiva che permette di affrontare gli
eventi spiacevoli, le paure, le emozioni e le
fantasie spesso indicibili e di meta comunicare
sulle esperienze legate alla malattia,
all’ospedalizzazione e alle procedure
diagnostiche.
(Guarino)
Ruolo delle fiabe
• Secondo Melanie Klein “la fiaba permette di
superare sensi di colpa legati a fantasie di
vendetta perché tiene separato l’aspetto della
madre buona da quello della madre cattiva”
(riferimento alla fase schizoparanoide).
EFFETTI DELL’ESPERIENZA DEL CANCRO SUL
FUNZIONAMENTO INTELLETTIVO DEL BAMBINO
• Le modificazioni fisiche e intellettive cui il bambino va
incontro a causa dell’esperienza della malattia si
riflettono sul lavoro scolastico e sul suo rapporto con la
formazione scolastica. E’ fondamentale riconoscerle per
evitare lo scoraggiamento o un investimento scolastico
forsennato (Oppenheim).
• Sulla malattia, il bambino non cerca tanto la “verità”
medica, quanto il senso e le conseguenze di ciò che gli è
successo.
• A volte si rifugia in un rapporto con il sapere fuori della
realtà, un sapere che appartiene solo a lui, frutto delle
teorie fantasiose che ha elaborato durante la malattia.
• Altri si rifugiano in una pseudo-ignoranza che ha lo
scopo di preservarli dalla preoccupazione. Altri, infine,
fanno coesistere – secondo Oppenheim – due modi di
pensare: un controllo eccessivo (desiderio esasperato di
studiare per controllare ogni stato affettivo, ogni
fantasia terrificante) e un immaginario senza controllo
in cui le fantasie crescono e si sviluppano.
Effetti sulle discipline scolastiche
(sec. Oppenheim)
Alcuni errori di ortografia possono essere legati alla
preoccupazione del cancro:
• lettera T evitata perché ricorda la croce dei cimiteri
• difficoltà di acquisizione di forme e tempi grammaticali
a causa della paura del tempo che passa: il bambino non
osa utilizzare il futuro (terrificante) e il passato
(paradiso perduto), e teme che gli altri parlino
In aritmetica:
• l’addizione può essere legata a livello inconscio al
pensiero che il tumore si sia “aggiunto” al suo corpo;
• la sottrazione può essere associata al timore
dell’amputazione di un arto, o addirittura della propria
scomparsa:
• la divisione può essere associata all’idea di
frammentazione (dell’immagine del corpo, della psiche);
• la moltiplicazione è associata alla moltiplicazione delle
cellule cancerogene.
In geografia e in geometria:
• minaccia della simmetria nella realtà del corpo o della
sua immagine inconsapevole;
• problemi motori o percettivi in seguito a danni
cerebrali.
In matematica e in storia:
• cattivo rapporto con il tempo, sul quale il bambino non
esercita più un controllo, quando non può più
proiettarsi nel futuro che è per lui inimmaginabile e
terrificante.
Nelle Scienze naturali e biologiche:
• angoscia fobica legata alla conoscenza del corpo.
RIFERIMENTI NORMATIVI
• 1925 – prima esperienza di scuola in ospedale a Milano
• 1936 – C.M. invita i Prefetti a rilevare la necessità della
presenza di figure educative nelle strutture pediatriche
• Anni ’80 – scuola in ospedale limitata ai gradi
dell’infanzia ed elementare, successivamente estesa
anche alla scuola media
• 1986 – Carta Europea dei bambini degenti (sancisce il
diritto all’istruzione anche in caso di ricovero breve o di
convalescenza presso il proprio domicilio)
• 1986 – C.M. n. 345 – detta norme sulla scuola in
ospedale, sulle competenze dei docenti e
sull’attività didattica
• 2001 – estensione del diritto allo studio per le
scuole in ospedale di ogni ordine e grado (anche
scuola secondaria di II grado)
• 2003 – Protocollo di intesa tra MIUR e Min.
della Salute - Promuove anche l’uso delle nuove
tecnologie per l’istruzione a distanza.
• Il Min. della Salute si impegna ad assicurare
locali e attrezzature idonee allo svolgimento
dell’attività didattica e ludica, integrazione tra
progetto didattico e progetto terapeutico,
collaborazione del personale medico alla
formazione e all’aggiornamento dei docenti
ospedalieri in ordine alle conoscenze mediche e
psicologiche utili all’attività didattica, supporti
logistici
• 2004 – Costituzione del Comitato tecnico
Nazionale per la Scuola in ospedale e per il
servizio domiciliare.
CARATTERISTICHE DELLA SCUOLA
IN OSPEDALE
• Le finalità cognitive occupano uno spazio
ridotto rispetto a quanto avviene nella scuola
ordinaria: l’obiettivo è non arrestare il motore
del’apprendimento, piuttosto che mirare alla
sistematicità
• Tempi, spazi e orari sono flessibili, in rapporto
alle esigenze del bambino, alle sue condizioni
fisiche e alle esigenze del reparto (visite, terapie,
ecc.)
• L’ambiente deve essere ricco di stimoli sonori, tattili e
visivi, che consentano al bambino (anche prescolare) di
sviluppare le proprie abilità di base, e deve consentire lo
svolgimento di attività psicomotorie, limitando il più
possibile l’immobilizzazione a letto
• Deve consentire il gioco
• La durata delle degenza e il tipo di patologia
determinano esigenze diverse e diversi obiettivi
educativi e didattici
• Deve mantenere un canale privilegiato di
comunicazione con la scuola di provenienza,
soprattutto durante le degenze medie e lunghe
• La programmazione deve essere individualizzata,
anche se la valutazione segue la scansione
normale prevista dal calendario scolastico
(trimestrale o quadrimestrale)
• Occorrono spazi specifici, idonei, strutturati
come aule e ludoteche, sia per motivi logistici,
sia perché riconoscendo uno spazio dedicato
esclusivamente allo studio e al gioco si riconosce
la parte sana del bambino ricoverato
• Tali spazi devono avere un arredo che consenta al
bambino di muoversi autonomamente, e contenere
oggetti che motivino il bambino, suscitando curiosità
verso materiali e attività
• L’orario deve essere flessibile per consentire di
conciliare il tempo dedicato alla scuola con quello
(prioritario) dedicato alle cure e alle procedure cliniche
• Le attività scolastiche possono essere individualizzate o
condivise con altri pazienti. Le attività di gruppo
devono essere favorite, per quanto possibile, perché
spesso rappresentano l’unica occasione per i bambini
ospedalizzati di condivisione e di incontro.
• I gruppi sono di 5-6 bambini
SENSO E VISSUTI RELATIVI ALLA
SCUOLA IN OSPEDALE
L’atteggiamento dei genitori
• Alcuni genitori dicono: “Non è meglio lasciar tranquillo
il bambino, che già soffre tanto e forse morirà?”. Ma
non considerano che la scuola non è un vincolo, ma un
luogo ove esercitare il piacere di imparare, di creare, di
incontrare altri bambini, di sentirsi parte della società.
• Il 60% dei bambini mostra il desiderio di andare a
scuola fino a uno stadio avanzato della malattia.
• E’ una forma di rinuncia, di accettazione del destino
infausto (“Ti puoi permettere tutto”, che il bambino
percepisce come: “perché tanto morirai”). Sul versante
opposto, vi sono quei genitori che, invece, sono attenti
in modo eccessivo alla frequenza scolastica,
manifestando la volontà di limitare al massimo
l’invasione della malattia sulla loro vita.
• Questi genitori cercano di preservare le apparenze della
normalità, che manifestano attraverso un certo
accanimento alla scolarizzazione (Oppenheim).
Oppenheim ricorda:
<<Conformarsi alla volontà del bambino, non
imporgli nessun vincolo se non la terapia, va
contro gli interessi stessi del bambino, relegato in
un mondo angosciante e solitario senza limiti,
senza ordine, senza regole e senza obiettivo,
chiuso nella sua identità di bambino “oncologico”,
irresponsabile e senza valore. Che faccia o non
faccia, che prenda o meno un buon voto, tutto
questo non avrebbe conseguenza, tutto sarebbe
equivalente, indistinto, inutile: immagine precoce
della morte. Il bambino, preoccupato, si chiede
che cosa gli vale una tale libertà (la sua situazione
deve essere proprio grave), che lui non osa
chiamare privilegio.>>
(Oppenheim)
INSEGNANTI OSPEDALIERI
• L’insegnante ospedaliero deve affrontare situazioni di
estremo disagio emozionale, e deve fare i conti con un
ambiente che può anche essere scompensante se non
bene analizzato e contenuto.
• Secondo Benini l’insegnante ospedaliero dovrebbe
avere una specifica IDENTITA’ PROFESSIONALE,
caratterizzata da un atteggiamento più psicoterapeutico
che pedagogico o, comunque, dovrebbe essere
coadiuvato da uno psicologo che lo aiuti a comprendere
la diverse dinamiche interiori e relazionali.
La sua formazione dovrebbe consentirgli:
• corretta osservazione del bambino
• analisi dei problemi specifici
• valutazione delle diverse modalità relazionali
• conoscenza delle diverse problematiche relative ai
traumi fisici e psichici
• osservazione delle proprie modalità di intervento
• analisi dei vissuti personali profondi legati a situazioni
di maggiore angoscia (angoscia di morte, ecc…)
• lettura del proprio atteggiamento verso il bambino e
verso l’adulto
(Benini)
L’insegnante ospedaliero è una preziosa risorsa che
assume le funzioni di:
• contenitore delle angosce del bambino
• sostegno ai genitori che spesso assumono atteggiamenti
che non favoriscono l’attenuarsi delle problematiche
• collaboratore del personale ospedaliero per evitare
discrepanze educative
• insegnante per consentire un sano collegamento con la
realtà attraverso attività creative e di gioco che
assumano una valenza liberatoria rispetto alle paure e
alle ansie legate a un modo di vivere certamente non
voluto
(Benini)
RUOLO E FORMAZIONE DEGLI INSEGNANTI
L’insegnante ospedaliero deve:
• possedere competenze psicologiche e psicopedagogiche
per potere sostenere adeguatamente il bambino
(educativo-metodologiche, relazionali e
comunicazionali, riabilitative)
• possedere conoscenze relative ai quadri clinici con i
quali si confronta per potere rispettare le sue esigenze e
conoscere i suoi limiti nelle diverse fasi del decorso
della malattia e delle cure, e per essere pronto a qualsiasi
esigenza informativa o di contenimento emotivo che il
bambino possa esprimere durante il percorso scolastico
• Deve saper affrontare situazioni di estremo
disagio emozionale
• Deve essere consapevole del suo ruolo di
mediatore privilegiato tra il mondo interiore del
bambino e la realtà esterna
• Deve saper aiutare il bambino nella sua
costruzione del significato dell’esperienza
traumatica che sta vivendo, a comprendere e
gestire le proprie reazioni.
Il docente agisce su tre piani principali:
• sul piano didattico, garantendo al bambino il diritto
allo studio
• sul piano dell’identità, aiutando il bambino a costruire
il difficile percorso di coscienza e accettazione della
nuova realtà
• sul piano della continuità, offrendo metodi e strumenti
che gli consentano di mantenere il contatto con
l’ambiente domestico, la scuola e i pari.
• Il docente deve saper accettare i tempi di
adesione e i rifiuti da parte del bambino delle
proposte educative, offrendo sempre ascolto e
fiducia.
• Deve proporsi con “gesti interrotti” (azioni
intraprese ma lasciate volutamente incompiute),
lasciando al bambino di decidere quando
concluderli, in modo da lasciare al bambino di
esprimersi secondo i suoi ritmi e i suoi tempi.
• Il docente ospedaliero deve saper lavorare in
collaborazione con gli operatori sanitari, nella
consapevolezza che il successo del suo lavoro
dipende anche, e in gran parte, dal fatto che egli
sia adeguatamente inserito nell’équipe medicopsico-pedagogico-sociale.
• Deve inoltre non perdere mai di vista il fatto che
la finalità prioritaria dell’ospedale è la cura (non
è un centro educativo), e che, per quanto
importanti, tutti gli altri servizi sono integrativi.
• L’insegnante deve domandarsi – secondo
Oppenheim - : “Che cos’è un bambino che ha
avuto un cancro?” “Che cos’è questo bambino
per me?” insegnanti e adulti devono stare attenti
agli effetti immaginari che l’espressione
“bambino oncologico” produce, per distaccarsi e
trovare la giusta posizione relazionale. Sarebbe
tanto negativo ignorare gli effetti del cancro sul
bambino e non tenerne conto quanto ridurre il
bambino ai soli effetti del cancro.
• <<Il bambino vuol essere riconosciuto per quello
che è, anche se non sempre sa, come ciascuno di
noi, chi è. Il bambino lo scopre in parte
confrontandosi con gli altri […].
• Se gli adulti e la scuola, con il pretesto di
proteggerlo […], gli impediscono di confrontarsi
con gli altri e con la società alla quale appartiene, il
bambino rimarrà chiuso nella sua malattia e non
potrà sapere mai chi è esattamente. Il dialogo con
lui è esigente e non sopporta né la pietà, né la
bugia, neanche con se stesso, né la
condiscendenza e neanche le scorciatoie>>
(Oppenheim)
L’INSEGNANTE E LO PSICOLOGO
OSPEDALIERO
• Lo psicologo ospedaliero deve approfondire la
conoscenza delle situazioni psicologiche abnormi in cui
il bambino degente vive (lontananza dalla famiglia,
estraneità e pesantezza dell’ambiente ospedaliero,
pratiche mediche invasive e dolorose, limitazioni di
movimento) e dei disturbi psicologici che possono
insorgere (aggressività, depressione, ansia, arresto dello
sviluppo della personalità).
• Deve collaborare son l’insegnante supportandolo e
guidandolo nel suo operato, e fungere da mediatore nei
rapporti educatore/medico ed educatore/assistente
sociale.
• Devono essere previsti momenti periodici di
discussione sulle problematiche psicologiche e
didattiche dei pazienti (possibilmente settimanali).
Bibliografia
• Benini E. (2005), Bambini in pigiama, Ed. Magi,
Roma
• Guarino A. (2006), Psiconcologia dell’età evolutiva, Erickson,
Trento
• Oppenheim D. (2007), Crescere con il cancro, Erickson, Trento
• Riccardi R., Rubbini Paglia P. (2008), Sono malato dammi un
foglio grande!, Masson, Milano
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