CORSO REGIONALE DI AGGIORNAMENTO DEGLI INSEGNANTI DI
RELIGIONE CATTOLICA IN SERVIZIO NELLE SCUOLE STATALI
“L’IRC e il cambiamento. Senso di una proposta in un tempo di crisi”
Nola, Hotel dei Platani, 5-6-7 dicembre 2012
Educazione
morale, morale
dell’educazione
6 dicembre 2012
Gaia De vecchi
ATTENZIONE!
Gli
studenti, prima di
“essere osservati”,
ci osservano!!!
Tempo
di crisi anche
nell’educazione morale,
in bilico tra un modello
“autoritario” e un
modello “permissivista”.
Etica del dovere
Educazione alle virtù
Permissivismo
Virtù e vizi…
Disposizioni stabili dell’anima
 Atteggiamenti
 Habitus - Abitudini
 Attitudini

Ripetitività
 Consapevolezza “ridotta”


“Que’ prudenti che s’adombrano delle virtù
come dei vizi, predicano sempre che la
perfezione sta nel mezzo: e il mezzo lo
fissano giusto in quel punto dov’essi sono
arrivati e ci stanno comodi”.
(A. Manzoni, I promessi sposi)
Oggi vorrei proporre:
“Una” consapevolezza chiara delle radici
educative
 Non “giusto mezzo” ma “equilibrio” tra tre
dinamiche

1. Premessa
Educare

EX DUCERE, ovvero condurre fuori,
portare alla luce, liberare… intendendo
quel processo mediante cui una persona
(l’educatore) guida un’altra persona
(l’educando) alla piena maturazione e al
pieno sviluppo della sua umanità e delle
sue capacità.
Educazione morale

È il portare a perfezione la naturale
capacità della ragione dell’educando di
discernere il bene dal male, di saper
scegliere liberamente il bene,
assaporandone il gusto, la soddisfazione
meravigliosa.
Due opzioni sottintese

No a “spontaneismo” e/o “autoritarismo”.

Relazionalità intrinseca: se l’uomo
(l’educando) è autonomo, egli è comunque
autonomo in modo relazionale (con
l’educatore)

La tanto declamata “crisi dell’autorità”è da
ascrivere a modelli educativi (teoretici o pratici,
singoli o collettivi) in cui non è tenuta in debito
conto la dialettica tra “attività” e “passività”.

Solo in modelli educativi in cui vi sia la giusta
dialettica tra queste due tensioni umane è
possibile cogliere in senso pieno e corretto il
ruolo indispensabile della “autorità” nel percorso
formativo.
Tale
impostazione investe
anche, molto spesso, il
rapporto che i credenti hanno
con il Magistero.
2. Dalla parte
dell’educando
Ogni persona, possiede un’autonomia
morale, ovvero la capacità di discernere il
bene dal male e quindi la possibilità di
realizzarlo e di viverlo.
 Tale capacità, però, va appunto e-ducata,
ovvero sviluppata e rafforzata, in un
processo che inizia fin dalla primissima
infanzia e prosegue per tutto il tempo
dell’esistenza personale.

Tale capacità di distinguere il bene dal male
non può limitarsi all’ambito intellettuale:
si può conoscere benissimo la differenza
tra onestà e disonestà, e decidere di
essere disonesti;
 si può sapere con precisione la differenza
tra “il bene in sé” e “il bene per me” e
optare per “il bene per me”;
 si può compiere il male anche in modo
“banale”.


L’educazione morale deve porre
attenzione a coinvolgere non solo l’ambito
conoscitivo (razionale, intellettuale…)
[senza dimenticare la “creatività #
“improvvisazione” ]— l’ortodossia —, ma
anche quello pratico (della volontà, della
storia…) — l’ortoprassi — e quello del
sentire (l’esperienza, gli affetti…) —
l’ortopatia.
L’educazione morale deve
essere un’educazione ad un
“umanesimo integrale”.
Le
virtù e i vizi
POSSONO INSORGERE
quando (non) vi è interazione
tra le diverse dinamiche che
concorrono all’ “umanesimo
integrale”.
L’ortodossia

A questo livello è necessario indicare i contenuti, le regole
(norme), i concetti… ma non è sufficiente (pericolo di
intellettualismo morale).

È necessario formare la capacità di valutare, l’esercizio del
senso critico, il coraggio di lasciarsi interrogare, lo sforzo di
trovare il senso profondo della lettera…

L’educazione ad una ortodossia morale ha, pertanto, come
scopo la formazione della coscienza, affinché l’educando
sappia interiorizzare e personalizzare i valori e le esigenze
morali, motivandoli positivamente; la coscienza deve inoltre
essere formata ad un discernimento morale continuo.



In questo senso l’ortodossia morale non insegna
solo buoni principi ma incanala l’educando verso
una maggiore conoscenza di sé e di cura per
l’ambiente circostante.
L’ortodossia morale è quindi nel contempo
rigoroso sforzo logico e creatività.
È evidente come l’autoritarsimo (con la sua
assoluta passività) o lo spontaneismo (con la sua
assoluta attività) non siano adeguati a formare
un’ortodossia morale così intesa.
Nella Scrittura…

… l’ortodossia ci è insegnata tramite il
metodo “iso-morfico” delle parabole, sia
nell’AT che nel NT.
L’ortoprassi



L’educazione ad una ortoprassi morale non può limitarsi ad
insegnare ad agire in conformità alle regole.
È piuttosto un’educazione che mira a formare la volontà ad
un impegno costante in tensione con la storia, tra un
passato già dato (e che quindi crea delle strutture e delle
circostanze) e un futuro da costruire, nella costante
attenzione al “già e non ancora” che nel concreto della
nostra esistenza ci si presenta.
È importante, a questo livello, accogliere seriamente la
categoria di “storicità”, affinché non insorgano
atteggiamenti di rassegnazione, sia di fronte al “risultato”
del passato che alla paura del futuro.
È importante, a questo livello, saper
cogliere il giusto peso della libertà.
 Essa non è mai, libertà completamente
nuova, tale da poter costruire – in
qualsiasi momento – un’esistenza del tutto
nuova (Sartre).
 Ma non è nemmeno quella catena
pesante, che rende totalmente prigioniero
l’uomo (Freud).

L’educazione ad un’ortoprassi morale non
deve dimenticare un’educazione alla
previsione delle nostre azioni
(specialmente oggi!!!).
 Principio di precauzione / responsabilità
(cfr. Jonas)

Non si tratta né di un meccanicismo, né di
dichiarare che le conseguenze delle azioni
siano sempre e completamente
prevedibili.
 Ma porre attenzione al fatto che non è
sufficiente compiere l’azione giusta e/o
avere l’intenzione di compiere del bene,
conta anche il bene effettivamente
generato dalle nostre azioni quotidiane

Nemmeno nel caso dell’ortoprassi
l’autoritarismo e lo spontaneismo sono
adeguati.
 Perché?

Nella Scrittura
“Poi disse loro: ‘Il sabato è stato fatto per
l’uomo e non l’uomo per il sabato; perciò il
Figlio dell’uomo è Signore anche del
sabato’” (Mc 2,27-28).
 Il Vangelo ci mostra come il fine
dell’ortoprassi sia l’uomo, la sua
realizzazione e, di contro, come le norme,
la legge, i principi… debbano essere
compresi non come fini in sé, ma al
servizio dell’uomo.
 Quale/ altro/ brano/i?

L’ortopatia
Non significa semplicemente saper
distinguere tra emozioni positive e
emozioni negative.
 Non si tratta né di reprimerle, né di
esprimerle senza controllo.
 L’alternativa non è solo tra la lotta e la
fuga (fight or flight).



L’educazione ad una ortopatia morale è quella
formazione al “sentir giusto”, dell’avvertire e
all’assumere la dimensione della propria passività
ontologica e delle sue implicazioni in funzione
della sua capacità attiva.
Significa riconoscere il ruolo che il nostro sentire
ha sulla nostra comprensione di noi stessi e del
reale. Significa saper esprimere le emozioni con
controllo, riconoscerle al fine di dominare quelle
che non aiutano lo sviluppo morale della persona
e di rendere stabili – in un atteggiamento via via
più virtuoso – quelle che contribuiscono allo
sviluppo morale
“Che i nostri affetti non
uccidano noi,
né muoiano essi”
(J. Donne)
L’ortopatia morale ha come obiettivo un
contatto autentico della persona con la
propria soggettività vera affinché possa,
con maggior libertà, desiderare, volere,
amare l’essenziale umanità.
 È evidente come nemmeno in questo caso
l’autoritarismo e lo spontaneismo siano
adeguati.
 Perché?

Nella Scrittura…
Ortopatia equilibrata: “abbiate in voi gli
stessi sentimenti di Cristo Gesù” (Fil 2,5)
– nella loro pluralità.
 Ortopatia negata: ad esempio Pietro (Gv
18,10)
 Ortopatia ritardata: i discepoli di Emmaus.




Appare evidente come e quanto queste tre
dinamiche si compenetrino reciprocamente: non
è possibile delineare una loro univoca successione
cronologica o assiologia (o, peggio, ontologica).
Esse, sia da parte dell’educatore sia da parte
dell’educando (quando è in grado di farlo),
devono essere oggetto di attenzione ed
interazione continue.
È soltanto nella continua e attiva
compenetrazione di queste tre dinamiche che si
può (aiutare a) recuperare la propria piena
interiorità.
CONTINUITA’ DIDATTICA

Non è solo questione di…




Tempo
Metodo
Orto-dossia, -prassi, -patia
E’ soprattutto questione di RELAZIONE 
effetto “elastico” (… i ragazzi ci
osservano…)

Se desideriamo educare alle virtù,
dobbiamo anche creare un clima
“virtuoso” in classe!


MM
tappozzi
3. Dalla parte
dell’educatore
“Educatore morale” non è solo,
semplicemente, semplicisticamente, colui
che di mestiere insegna “morale” (sia essa
teologica, piuttosto che filosofica, oppure
deontologica,…).
 Ugualmente l’educazione morale non è
solo, semplicemente, semplicisticamente
una formazione specifica, tout-cout.

Al contrario: è un’educazione trasversale,
che passa non solo attraverso altre
discipline, ma anche dalla ortodossia, dalla
ortoprassi e dalla ortopatia di chiunque,
dalla propria testimonianza, esplicita o
implicita.
 In altre parole: chiunque è “educatore ed
educando morale” in ogni momento della
propria esistenza

Distinguiamo quindi l’educatore morale
implicito e quello esplicito.


Con educatore morale implicito intendiamo tutti
coloro che, nel loro stesso esercizio di vivere
(professione, vita sociale, vita privata…),
propongono e mostrano (talora
inconsapevolmente) una assiologia, un sistema di
valori, una coerenza a principi e norme…
Tutti noi siamo – in qualche modo – educatori
morali impliciti di chiunque incrociamo nel nostro
cammino esistenziale.


Esiste poi l’educatore morale esplicito, ovvero
colui che esplicitamente si assume il compito di
una educazione morale, sia essa data come
istanza diretta (il moralista, il professore di etica,
l’insegnante di morale), sia essa data come
istanza indiretta (l’educatore, l’insegnante, il
formatore, il sacerdote…).
L’educatore morale esplicito (diretto o indiretto) è
colui che – per primo, e talora “come unico” – si
assume la responsabilità.


Chiariamo subito: non esiste reale educazione
senza la disposizione dell’educatore a rendere
conto di ciò che fa, dal momento che il suo agire
non può essere casuale, ma deve essere
necessariamente intenzionale.
Sicuramente l’educatore si assume l’attività e la
passività, mentre l’educando può non assumere
l’attività; l’educando può non accogliere la
relazione (con tutto quello che ne consegue).
Vi
sono delle condizioni
imprescindibili perché
l’educazione sia “morale”. Ma
soprattutto lo sia l’educatore.
1. La morale dell’educazione è
“educazione permanente”
dell’educatore.




Non può dimenticare, come primo compito
morale inderogabile, di essere sempre e
comunque anche un educando.
Egli quindi deve porre attenzione alla propria
formazione, di modo che diventi una “educazione
permanente” (composta sia da momenti di
studio, sia da momenti esperienziali, sia da
momenti di riflessione, sia da momenti di
confronto,…).
L’educatore deve curare particolarmente lo
sviluppo e la correlazione tra ortodossia,
ortoprassi e ortopatia.
Egli deve porre lo sguardo, in qualche modo,
prima su di sé e poi sull’educando.
2. La morale dell’educazione è
reciproco stimolo creativo.
L’educatore non deve dimenticare che — a
sua volta — il suo educando è
contemporaneamente anche suo
educatore (ovviamente con responsabilità
e peso diversi!)
 Emerge nuovamente la dialettica attività e
passività.
 Quale il ruolo di orto-dossia? – prassi? –
patia?

3. La morale dell’educazione è
integrità.
Un educatore che abbia compreso il suo
ruolo saprà sempre di non essere (e non
vorrà mai essere) l’unico riferimento.
 Deve quindi riconoscere i valori
collegialmente condivisi e attivarsi al fine
di un lavoro comune.




Ma non deve, nel contempo, rinunciare ad educare a quei
valori che non siano condivisi da tutti. Tutto quello che egli,
in coscienza, riconosce come “valido”, come “valore”, come
“umanamente significativo”, non può essere omesso nella
sua educazione solo per motivi di “convenienza sociale”:
sarebbe un’incongruenza sia educativa che morale. Così
facendo contribuirebbe solo alla educazione di quel “minimo
etico”, indubbiamente necessario, ma non sufficiente ad un
“umanesimo integrale”.
È compito dell’educatore, pertanto, trovare, di volta in
volta, nelle rispettive circostanze, il modo in cui rendere
non parziale la propria educazione.
Quale il ruolo di orto-dossia? – prassi? –patia?
4) La morale dell’educazione è
capacità di “dire di no”.


Non si tratta solo della capacità dell’educatore di
dire dei “no” all’educando, al fine di formare la
disciplina.
Si tratta anche, e più radicalmente, della capacità
di dire di non all’assunzione di un compito
educativo, qualora non vi siano (più;
temporaneamente, definitivamente) i presupposti
necessari al suo svolgimento (questi possono
essere di svariato genere: dalla mancanza
effettiva di tempo alla stanchezza personale,
dalla perdita degli stimoli a blocchi psicologici…).




Evidentemente non stiamo parlando di atti o atteggiamenti
di codardia.
Piuttosto stiamo sottolineando come, in alcuni momenti,
l’educatore possa rendersi conto, in coscienza, di non
essere in grado di impegnarsi “permanentemente”,
“creativamente” e “integralmente” e, proprio in forza della
propria responsabilità e della propria comprensione della
gravità del compito, scelga il “no”, inteso non come
“vuoto”, ma come spazio di silenzio eloquente, in cui
ritrovare il senso del proprio impegno.
E, paradossalmente, egli esprime in pienezza questa
responsabilità primariamente nei suoi propri confronti,
prima ancora che in quelli dell’educando.
Quale il ruolo di orto-dossia? – prassi? –patia?
Qualche consiglio di lettura:
Anselm Grün, Leadership con valori,
Queriniana, Brescia 2005.
 Jonah Lynch, Il profumo dei limoni –
Tecnologia e rapporti umani nell’era di
Facebook, Lindau, Torino 2011.
 Armando Matteo, Onora la tua intelligenza
– lettera ad un giovane studente, EDB,
Bologna 2008.
 Giuseppe Savagnone, Educare oggi alle
virtù. Elledici, Torino 2011.

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