Il dramma del male
Una prospettiva cristiana
• Interscambiabilità fra sofferenza e male
• Singolarità irriducibile e personale nel
vivere il dolore
• Carattere globalizzante del dolore: anche
se soffre un aspetto soffre tutta la persona
• Il dolore rivela la stoffa di chi lo prova
• La distinzione fra sofferenza fisica e
interiore
• Situazioni di sofferenza indicati nella
Scrittura
• La sofferenza come ciò che mette in
scacco il desiderio dell’uomo di vivere
• Il male come obiezione all’esistenza di un
Dio provvidente
Si Deus est unde malum?
• La testimonianza di Lucrezio:
• «Dio o vuole cancellare il male e non può; o lo
può e non lo vuole; o lo può e lo vuole. Se vuole
soltanto e non può, è debole, cosa che non vale
per Dio. Se può e non vuole è malevolo, cosa
che ugualmente è estranea alla natura di Dio. Se
non vuole e non può, è sia malevolo, sia debole,
e con ciò non è Dio. Ma se vuole e può, l’unica
condizione che si addica a Dio: allora da dove
vengono i mali e perché non li sconfigge?»
• Le parole de La peste di A. Camus:
«ma se l’ordine del mondo è regolato dalla morte, forse val meglio
per Dio che non si creda in lui e che si lotti con tutte le nostre forze
contro la morte, senza levare gli occhi verso il cielo dove lui tace»
La protesta di Dostoevskij: il dolore innocente
“Ascolta: posto che tutti si debba soffrire, per comperare a prezzo di
sofferenza la futura armonia, che c’entrano però i bambini, me lo
dici tu, per favore? È assolutamente incomprensibile perché
debbano soffrire anch’essi, e perché, essi, debbano comperare
quell’armonia con le sofferenze. La solidarietà nel peccato, fra gli
uomini, io la comprendo, e comprendo quindi la solidarietà anche
nelle sanzioni, ma non già la solidarietà, nel peccato, con i bambini”
Risposte circa la natura del male
• Insostenibilità sul piano cristiano di un’interpretazione
della realtà come male
• L’esempio di Leopardi: “il non vivere è sempre meglio del
vivere”, l’essere come male (pessimismo ontologico)
• “siccome d’altronde l’assenza della felicità negli esseri
amanti se medesimi importa infelicità, segue che la vita,
ossia il sentimento di questa esistenza divisa fra tutti gli
esseri dell’universo, sia di natura sua, e per virtù
dell’ordine eterno e del modo di essere delle cose,
inseparabile e quasi tutt’uno colla infelicità e importante
infelicità, onde vivente e infelice sieno quasi sinonimi”
(Zibaldone, 4317)
• Nella prospettiva biblica la realtà è buona in
quanto creata da Dio:
“Non provocate la morte con gli errori della
vostra vita, non attiratevi la rovina con le opere
delle vostre mani, perché Dio non ha creato la
morte e non gode per la rovina dei viventi. Egli
infatti ha creato tutto per l’esistenza; le creature
del mondo sono sane, in esse non c’è veleno di
morte, né gli inferi regnano sulla terra, perché la
giustizia è immortale” (Sap 1, 12-15)
• Improponibilità di spiegazioni dualistiche:
Per dualismo qui s’intende l’affermazione di due principi
trascendenti, in perpetua lotta tra di loro, a cui riferire l’origine del
bene e del male
La resa dinanzi alla misteriosità del male (reductio in mysterium):
“l’incomprensibilità della sofferenza è un frammento
dell’incomprensibilità di Dio”
Finché si rimane nella storia, sul male è possibile solo tacere; sarà alla
fine dei tempi che Dio stesso risponderà all’interrogativo della
sofferenza
L’immagine di Dio che ne emerge è quella di un despota che dagli
uomini pretende cieca obbedienza e non ammette interrogativi critici
Il male come privazione del bene
(privatio boni)
• «L’uomo soffre a causa del male, che è una
certa mancanza, limitazione o distorsione del
bene. Si potrebbe dire che l’uomo soffre a
motivo di un bene al quale egli non partecipa,
dal quale viene, in un certo senso, tagliato fuori,
o del quale egli stesso si è privato. Soffre in
particolare quando “dovrebbe” aver parte –
nell’ordine normale delle cose – a questo bene,
e non l’ha. Così dunque nel concetto cristiano la
realtà della sofferenza si spiega per mezzo del
male, che è sempre, in qualche modo, in
riferimento ad un bene» (Salvifici Doloris)
• Due premesse (cf sant’Agostino)
• 1) La bontà di tutto ciò che esiste
(originario è il bene non il male)
• 2) Il principio platonico della
partecipazione, per cui la pienezza
dell’essere è graduata ed esiste una
gerarchia dell’essere
Le parole di Sant’Agostino
• «Allora cos’altro è quello che viene chiamato male, se non
privazione di bene? Per i corpi viventi, infatti, essere ammalati
o feriti non è altro che perdere la salute. Del resto, quando si
presta una cura, non ci si adopera perché quei mali esistenti,
vale a dire malattie e ferite, si ritirino da una parte per
sussistere da un’altra, ma perché scompaiano del tutto. E in
effetti una ferita o una malattia sono in sé non certo una
sostanza, ma il difetto di una sostanza carnale, mentre la
carne è una sostanza in sé e senza dubbio un bene
determinato, cui capitano quei mali, vale a dire privazioni di
quel bene che è chiamato salute. Così, allo stesso modo tutti i
difetti delle anime sono privazioni di beni naturali: risanarli
non significa trasferirli altrove, poiché quelli che vi si
trovavano non vi si troveranno più, dal momento che non si
troveranno più in quel bene della salute»
• San Tommaso d’Aquino: «il male in quanto è male non è
•
qualcosa di reale nelle cose, ma è la privazione d’un
certo bene particolare, che inerisce in un determinato
bene particolare»
«Bisognerebbe fare questo ragionamento: “Se c’è il
male, Dio esiste”. Infatti il male non ci sarebbe, se non
esistesse l’ordine del bene, la cui privazione costituisce il
male. Ma codesto ordine non esisterebbe se non
esistesse Dio» (Somma contro i gentili)
• Il male, pertanto, non esisterebbe di per sé ma sarebbe
una sorta di “parassita del bene”, nel senso che può
sussistere solo se c’è il bene di cui esso è privazione
Il male come pena-castigo
per la colpa-peccato
• Il male è la conseguenza necessaria a cui va incontro chi
viola l’ordine morale e la giustizia di Dio il quale, volendo
il bene, ricompensa chi fa il bene, rispettando la sua
legge, e punisce chi invece trasgredisce la legge con il
suo peccato
• Idea incarnata nella Scrittura dagli amici di Giobbe
• Il male può avere senso solo come pena per il peccato,
•
dunque sul terreno della giustizia di Dio che ripaga il
bene con il bene e il male con il male
La punizione per il peccato si inserisce nel quadro di una
creazione retta da un ordine morale trascendente la cui
trasgressione non può non essere sanzionata
• Giobbe contesta non la visione del male
come punizione del peccato
• Ma che il male possa sempre essere
ricondotto alla punizione per una colpa
• Esiste dunque anche una sofferenza senza
colpa: il dolore innocente
• Necessità di oltrepassare l’ordine della
giustizia e illuminarlo con l’ordine
dell’amore
La prospettiva cristiana sul male
• Gv 3,16: «Dio ha tanto amato il mondo,
che ha dato il suo unigenito Figlio,
affinché chiunque crede in lui non vada
perduto, ma abbia la vita eterna»: la
salvezza come liberazione dal male
• Salvezza come “non morire” e ricevere la
vita/vita eterna
Il tema di Cristo come vita nel
vangelo di Giovanni
• Nel vangelo di Giovanni la parola “vita” ricorre 36 volte;
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•
•
essa come zōē è distinta da bios per indicare che la vita
che Dio dona in Cristo ai credenti (zōē) è distinta dalla
vita puramente naturale degli altri esseri (bios)
l’idea di vita eterna significa non la vita al di là della
morte la vita divina che nel presente viene donata agli
uomini da Cristo, il quale è la vita
La vita che l’uomo riceve in Cristo è la partecipazione alla
stessa vita di Dio
la vita divina donata al cristiano diventa dovere morale
perché chiede di essere confermata nell’amore fraterno
il dono e la promessa della vita è la risposta
all’interrogativo dell’uomo sul senso della sua esistenza e
della sua vera salvezza
• Gesù dà la vita, ma il suo donare la vita non può prescindere
•
•
•
•
dall’assumere in sé ciò che nell’uomo rappresenta la negazione della
vita, ovvero la sofferenza
Cristo per vincere il male deve vincere sia il peccato, mediante
l’obbedienza al Padre fino alla morte e alla morte di croce, sia la
morte, mediante la risurrezione
È una vittoria che non è di là da venire, in quanto si è già compiuta
nella storia, ma tuttavia non può abolire le sofferenze, le quali sono
connesse con la nostra naturale finitezza
Egli piuttosto getta una luce diversa sul dolore, la luce, appunto,
della salvezza
Il riscatto, tuttavia, non accade a parole ma mediante l’avvicinarsi
costante al mondo dell’umana sofferenza, come si vede nella
predilezione di Gesù verso coloro che erano nella sofferenza, e
nell’indirizzare il vangelo delle beatitudini a coloro che erano provati
da svariate sofferenze
Una testimonianza di Albert Camus
• Riferendosi al Cristo Albert Camus scriveva che era
•
venuto a risolvere i due problemi principali dell’uomo: il
male e la morte
Ora «la sua soluzione ha consistito nell’assumerli in sé.
Anche il dio uomo soffre, con pazienza. Né male né
morte gli sono più assolutamente imputabili, poiché è
straziato e muore. La notte del Golgota ha tanta
importanza nella storia degli uomini soltanto perché in
quelle tenebre la divinità, abbandonando ostensibilmente
i suoi privilegi tradizionali, ha vissuto fino in fondo,
disperazione compresa, l’angoscia della morte. Si spiega
così il Lamma sabactani e il dubbio tremendo di Cristo in
agonia. L’agonia sarebbe lieve se fosse sostenuta
dall’eterna speranza. Per essere uomo il dio deve
disperare»
• Ciò che più conta è che Cristo non solo si è avvicinato ai
•
•
sofferenti ma ha assunto questa sofferenza su di sé sotto
forma di fatica, incomprensione, ostilità (dei nemici, dei
parenti, degli amici), persecuzione e morte ingiusta
cioè il dare la vita e sconfiggere la morte, avviene per
mezzo dell’assunzione della sofferenza e della morte,
un’assunzione consapevole e libera che conferisce valore
salvifico al dono che Gesù fa di sé nell’obbedienza al
disegno del Padre
Cristo per redimere deve condividere, come uomo e
come Dio, ciò che va redento
• L’esperienza del Getsemani: “Padre mio, se è possibile passi da me
questo calice! Però non come voglio io, ma come vuoi tu!”
• L’esperienza del Golgota: “Dio mio, Dio mio perché mi hai
abbandonato?”
• “l’angoscia dell’orto degli ulivi è un com-patire con i peccatori, tale
che la perdita reale di Dio (poena damni) che li minaccia è stata
assunta dall’amore di Dio fattosi uomo nella forma di un timor
gehennalis: poiché i peccati del mondo vengono “caricati” su di lui,
Gesù non distingue più se stesso o il proprio destino da quello dei
peccatori – e questo tanto meno, come dice Bonaventura, quanto
maggiore è l’amore – e sperimenta perciò l’angoscia e il terrore che
essi avrebbero dovuto giustamente provare” (von Balthasar)
• L’esperienza dell’abbandono: da parte di Dio e in Dio
• «Si può dire che queste parole sull’abbandono nascono sul
piano dell’inseparabile unione del Figlio col Padre, e nascono
perché il Padre “fece ricadere su di lui l’iniquità di noi tutti” (Is
53,6) e sulla traccia di ciò che dirà San Paolo: “Colui che non
aveva conosciuto peccato, Dio lo trattò da peccato in nostro
favore” (2Cor 5,21). Insieme con questo orribile peso,
misurando “l’intero” male di voltare le spalle a Dio, contenuto
nel peccato, Cristo, mediante la divina profondità dell’unione
filiale col Padre, percepisce in modo umanamente
inesprimibile questa sofferenza che è il distacco, la ripulsa del
Padre, la rottura con Dio. Ma proprio mediante tale sofferenza
egli compie la Redenzione, e può dire spirando: “Tutto è
compiuto” (Gv 19,30)» (Salvifici doloris 18)
• Lo scandalo della forma della morte di Gesù
• Il compimento dell’incarnazione è l’assunzione
non solo della natura umana ma della finitezza
che appartiene alla natura umana, fino al suo
tratto estremo rappresentato dalla morte. La
caratteristica più propria della finitezza non è la
semplice vita temporale, bensì la morte, il dolore
della morte, quale punto estremo della finitezza.
Assumendo questa morte Gesù rivela anche il
più alto amore.
Le parole di Hegel
• «la più alta finitezza non è la vera vita temporale; bensì
•
la morte, il dolore della morte è la più alta negazione, la
più astratta, lo stesso limite naturale, la finitezza nel suo
più alto estremo. L’esistenza temporale, piena dell’idea
divina, viene intuita nel presente solo nella morte di
Cristo. La più alta alienazione dell’idea divina: “Dio è
morto, Dio stesso è morto”: è una straordinaria terribile
rappresentazione che porta alla rappresentazione del più
profondo abisso della scissione».
Eppure tale morte lungi dall’essere la fine dell’idea è il
più alto amore; l’amore è questa identità del divino e
dell’umano spinta fino all’estremo, la morte.
• La grandezza dell’amore emerge soprattutto se si considera il modo della
•
•
•
morte ovvero la morte in croce: è l’abisso della finitezza perché morte non
naturale ma disonorante
“La morte disonorante è la cosa più importante. Nella morte naturale viene
trasfigurata la finitezza come semplicemente naturale; ma in questo caso il
disonore civile, la croce, viene trasfigurato; ciò che nella rappresentazione
era quanto vi è di più vile, mezzo dello stato per disonorare l’individuo, si
cambia nel più alto onore. La croce, che era considerata la cosa più bassa, è
divenuta la più elevata. […] La croce corrisponde alla nostra forca. Quando
questo simbolo del disonore è innalzato a bandiera, è fatto segno di
riconoscimento, una coccarda, è veramente come una bandiera di cui il
contenuto positivo è nello stesso tempo il regno di Dio” (Hegel)
agli occhi di un ebreo la morte in croce era riservata ai bestemmiatori, era
una morte vergognosa
l’assunzione di Cristo arriva fino a questo punto estremo, fino a identificarsi
con il disonore più grande trasformando la croce da segno di maledizione a
strumento di salvezza
• La morte è assunta, il male viene fatto proprio da Dio e solo così è vinto;
•
•
•
•
come recita la sequenza di Pasqua, “morte e vita si sono affrontate in un
prodigioso duello”
la morte è stata sconfitta e dunque il senso del vivere, del soffrire e del
morire, non è il nulla, verso cui la morte sembra condurre i destini dei
singoli come dei popoli, ma il tutto compiuto e pieno
La morte di Dio è la “morte della morte” che cancella il pensiero più
terribile: che tutto ciò che è eterno, che è vero, non sia
La sconfitta della morte, la risurrezione di Cristo, è la parola di Dio definitiva
sul mistero del dolore e del male e sulla loro non ultimatività
“Questo si è compiuto nella morte: l’idea divina si è alienata fino all’amaro
dolore della morte, alla vergogna del malfattore e proprio con ciò la
finitezza dell’uomo si è trasfigurata fino al più alto grado, attraverso
l’altissimo amore. Quella finitezza è il più profondo dolore, e questo è il più
alto amore” (Hegel)
• Non vi può essere redenzione senza incarnazione, senza
•
•
assunzione nella propria carne del male in ogni sua forma e
fino alla radice del suo abisso, ma allo stesso tempo non è un
morto che vince la morte ma un vivente; la croce si illumina di
senso nella luce della risurrezione, quell’evento fondatore e
costituivo della fede senza il quale l’esperienza cristiana non
avrebbe senso
La risurrezione come la parola di Dio sul mistero del dolore e
del male e sulla loro non ultimatività, una risurrezione cui si
giunge attraversato il dolore della negazione. Il dolore in Gesù
si rivela salvifico perché capace di sconfiggere quella realtà
che ne è all’origine, ovvero il male
Mediante il dolore, la radice del dolore è vinta, non è però
cancellata; il soffrire è rischiarato di senso ma non è
cancellato quanto alla sua possibilità perché legato alla libertà
• La certezza che la sofferenza è stata vinta ci stimola e spinge a
lottare contro la sofferenza; allo stesso tempo ci ricorda che, per
quanto umiliante e frustrante possa sembrare, il male è ineliminabile
e con esso bisogna fare i conti
• occorre vincere la tentazione di rimuovere nella vita ogni dolore ed
ogni fatica
• Ma ciò che guarisce l’uomo è «la capacità di accettare la tribolazione
e in essa di maturare, di trovare senso mediante l’unione con Cristo,
che ha sofferto con infinito amore» (Spe salvi 37)
• La fede non rimuove la sofferenza ma ne rischiara il senso, ne
proclama la non ultimatività e permette di viverla nella speranza,
“l’àncora del cuore che giunge fino al trono di Dio”, trasformandola
in luce, testimonianza,
• Non è semplice né scontato accettare la sofferenza, attribuirgli un senso
• Il “com-patire” di Dio con l’uomo, un Dio non estraneo o indifferente al
•
•
destino di ogni singola creatura, infonde quella certezza che rende capaci di
condividere la sofferenza e di soffrire senza disperazione
« Certamente è il mondo creato che qui soffre, non è Dio. Ma dove
dovrebbe essere questo mondo se non in Dio […]? Questo vuol dunque ben
dire che la sofferenza di questo mondo sta a cuore a Dio […]. E’ una
illusione ottica dell’uomo “filosofo”, il pensare che la sofferenza avviene “qui
in basso” e che “là in alto” un Dio immerso nella sua beatitudine lo guarda
disinteressato. […] L’uomo che soffre e grida nella sua agonia è in Dio. […]
Questo vuol dire che l’amore di Dio ha, da sempre, assunto in anticipo tutta
la sofferenza del mondo. Un amore divino intratrinitario […] che può
assumere il rischio di tutte le follie e i crimini della libertà umana – ma che
non ne ha bisogno, per essere amore, tutt’al più per provare al mondo
intero che “l’amore è più forte della morte e degli inferi”» (Balthasar)
Impassibilis est Deus, sed non incompassibilis (San Bernardo): Dio si è fatto
uomo per poter com-patire con l’uomo
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