« ...E che pensieri immensi,
che dolci sogni mi ispirò la vista
di quel lontano mar, quei monti azzurri,
che di qua scopro, e che varcare un giorno
io mi pensava, arcani mondi, arcana
felicità fingendo al viver mio! »
(Giacomo Leopardi ”Le ricordanze” vv.19-24, 1831)
Istituto Istruzione Superiore “G.Garibaldi” Macerata
Percorso natura: Arquata del
Tronto - Castelluccio di Norcia
Appennino Umbro-Marchigiano
• Percorso natura - mappa
• Aspetti vegetazionali
• Aspetti faunistici
• Aspetti geologici – geomorfologici
• Aspetti storico culturali
• Altri percorsi interessanti in zona
•Prodotti tipici
• Ospitalità
Percorso natura
Per il percorso natura proposto è necessario pernottare almeno
due notti sul posto, poiché il tragitto viene effettuato a tappe:
1.
Primo giorno da Arquata del Tronto a Forca di Presta
(percorrendo il sentiero CAI n.103) a piedi (trekking), tempo di
percorrenza circa 3-3.30 ore (percorso escursionistico) e
ritorno alla struttura ricettiva (eventualmente in pullman);
2.
Secondo giorno da Forca di Presta al Pian Grande ed al centro
abitato di Castelluccio di Norcia percorrendo strade e sentieri
con la mountain bike; nel pomeriggio nord walking lungo il
Pian Grande di Castelluccio (percorsi che si possono scegliere
con diversi gradi di difficoltà) alternando le attività a gruppi;
3.
Terzo giorno escursione a cavallo lungo i sentieri del Pian
Grande di Castelluccio e lezione teorica di mascalcia a gruppi
alterni.
Il percorso natura
proposto può
essere definito di
ecoturismo o
turismo
responsabile
poichè:
•rispetta e salvaguardia l'ambiente e in particolare l'ecosistema e la biodiversità, con
minimizzazione dell'impatto ambientale delle strutture e delle attività legate al turismo;
•rispetta e salvaguardia la cultura tradizionale delle popolazioni locali;
•ha il consenso informato da parte di tali popolazioni sulle attività intraprese a scopo turistico;
•coinvolge e comporta la partecipazione attiva delle popolazioni locali nella gestione della
impresa ecoturistica;
•in ogni caso, condivide con le popolazioni locali i benefici socio-economici derivanti dal turismo.
Aspetti vegetazionali
Da Arquata del Tronto (1.777m s.l.m.) fino a circa 1000 m di quota, la
vegetazione naturale è costituita da querceti dominati dalla roverella,
che cresce soprattutto negli affioramenti rocciosi di arenarie, marne e
argille. Queste condizioni ambientali sono ideali anche per la crescita
del castagno, ora meno diffuso di un tempo, in quanto i frutti non sono
più una risorsa primaria per le popolazioni locali.
Il suolo calcareo favorisce la crescita di boschi formati in prevalenza
dall’orniello e dal carpino nero. Nei versanti più ripidi e assolati e
dunque più aridi la vegetazione si compone anche di essenze tipiche
degli ambienti mediterranei, quali la fillirea e il leccio. In alcuni
ambienti rupestri vegeta anche l’efedra dei nebrodi, una pianta
arcaica simile alla ginestra, che in Italia è stata rinvenuta solo in
pochissimi siti dell’Appennino centro-meridionale e della Sicilia.
Orchis Sambucina
- Varietà gialla
Dai 1000 m fino ad oltre 1800 m di quota erano
presenti estese foreste di faggio, sostituite in vaste
zone da praterie utilizzate dall’uomo come pascoli e
caratterizzate da una straordinaria diversità floristica:
eliantemi, il narciso dei poeti, il giglio martagone, la
peonia officinale, la fritillaria dell’Orsini, la genziana
maggiore, la viola d’Eugenia, il tulipano montano e
numerose specie di orchidee selvatiche, tra cui
l’orchidea sambucina.
Galanthus Nivalis Bucaneve
Pulsatilla Alpina
Leontopodium Rivale Stella Alpina Appenninica
Peonia Officinalis
Sui piani di Castelluccio sono presenti inoltre le
cosiddette piante infestanti, come il papavero, il
fiordaliso e il leucantemo, che crescono nei campi
della pregiata lenticchia coltivata (Lenticchia di
Castelluccio). In primavera, tra fine maggio e fine
giugno, avviene il famoso spettacolo della fioritura
(delle specie infestanti), che dipinge il piano di
Castelluccio con diversi colori.
Aspetti faunistici
Microtus nivalis arvicola delle nevi
Canis lupus Lupo
Hystrix cristata - Istrice
Capreolus capreolus
- Capriolo
La fauna dei Monti Sibillini è molto interessante, poiché varia in relazione al
mutare dell’ambiente che la ospita.
Per quanto riguarda i mammiferi, sono da ricordare il lupo, il timido ed elusivo
gatto selvatico, la martora, l’arvicola delle nevi, il capriolo (che ora prospera in
seguito ad una fruttuosa reintroduzione risalente agli anni ’50) e l’istrice (che ha
avuto una grande proliferazione negli ultimi decenni); nel parco sono state
tuttavia censite oltre 50 specie selvatiche di mammiferi. Purtroppo risulta ormai
irrimediabilmente estinta la lontra, mentre l’orso marsicano spesso visita i
boschi del Parco.
Rupicapra
pyrenaica
ornata camoscio
Martes martes - Martora
Felis silvestris – Gatto Selvatico
Ursus arctos marsicanus
– Orso Marsicano
Pyrrhocorax pyrrhocorax –
Gracchio corallino
Aquila chrysaetos–
Aquila reale
Tichodroma muraria –
Picchio muraiolo
Dopo l’istituzione del parco l’aquila reale è tornata
a nidificare stabilmente in zone che prima aveva
abbandonato, insieme all’astore e allo sparviero,
che vivono principalmente nei boschi.
Tra i rapaci notturni si ricorda il gufo reale, tra i
galliformi la coturnice meridionale; nelle alture
prosperano il gracchio alpino e quello corallino.
L’avifauna annovera inoltre il picchio muraiolo, il
sordone, il codirossone e il fringuello alpino; in
tutto sono state contate circa 150 specie di
uccelli.
Falco peregrinus – Falco pellegrino
Bubo bubo – Gufo reale
Montifringilla nivalis
– Fringuello alpino
Lago di Pilato
Nell’area sono presenti
oltre 20 specie di rettili e
invertebrati tra le quali
ricordiamo la vipera
dell'Orsini e il
Chirocefalo del
Marchesoni, il piccolo
crostaceo che vive
esclusivamente
(endemismo) nel lago di
Pilato (1940 m s.l.m.).
Chirocephalus marchesonii – Chirocefalo del Marchesoni
Aspetti geologici
La catena dei M. Sibillini si estende per circa una trentina di chilometri nel tratto umbro-marchigiano
dell’Appennino Centrale e funge con le sue alte vette da spartiacque tra il versante tirrenico e quello adriatico.
La storia geologica dell’area inizia circa 250 milioni di anni fa. Nel corso del Mesozoico, sul fondo di un caldo
mare tropicale, si accumulano grandi spessori di sedimenti calcarei e marnosi, ben stratificati, destinati a
formare l’ossatura delle future montagne. Circa 15 milioni di anni fa, nel Miocene, iniziano vasti fenomeni di
compressione ed i sedimenti, ormai divenuti roccia, emergono dal fondo marino. L’orogenesi raggiunge il suo
acme nel Pliocene (da 5 a 2 milioni di anni fa), con piegamenti, sovrascorrimenti e fratture (faglie) delle
masse rocciose. Con l’inizio del Quaternario, alle forze tettoniche si aggiunge l’azione modellatrice degli
agenti atmosferici e delle glaciazioni. L’ultima di queste ha termine circa 20.000 anni fa all’inizio dell’Olocene.
Circhi glaciali, detriti morenici, valli glaciali dall’inconfondibile profilo a “U” si possono oggi osservare nelle
valli dei Sibillini. Il fenomeno più spettacolare è sicuramente la Valle del Lago Pilato, dove il lago occupa il
fondo di un circo glaciale, sbarrato da una soglia formata da rocce e detriti.
Lago di Pilato
Nella porzione più elevata la valle mostra il
tipico profilo a “U”
Oggi i Monti Sibillini offrono al naturalista il tipico ambiente
dell’alto Appennino calcareo, plasmato dal carsismo, che
alterna altopiani, pareti rocciose, doline, inghiottitoi, crinali
erbosi e ghiaiosi. La catena è caratterizzata da una cospicua
varietà geologica e morfologica con la presenza di
formazioni di rocce calcare, calcareo silicee (diatomite e
diaspro), calcareo-marnose e marnose molto ricche di fossili
(come Ammoniti o Nautiloidi).
A queste formazioni si sovrappongono detriti di falda,
depositi morenici ed alluvionali. Si rinvengono tracce
dell’azione dei ghiacciai del periodo Quaternario riconoscibili
nei circhi del Monte Vettore (dal latino Victor, che supera
tutti, 2476 m), Monte Bove, e nelle alte valli dell’Ambro e del
Tenna, modellate dalle lingue glaciali e dai depositi di
morene mescolati a detriti di falda.
Forme del rilievo
Pian Grande di Castelluccio
Forme di erosione idrica sui
versanti calcarei
Pian Grande di Castelluccio
inghiottitoio – Fosso dei Mergani
Il fenomeno carsico è stato ed è tuttora intensissimo nelle masse rocciose più calcaree. Gli altipiani di
Castelluccio e Norcia sono il risultato del carsismo superficiale originato dalle depressioni tettoniche primarie,
modellate dalle acque superficiali ricche di anidride carbonica, come le doline da neve dei depositi morenici e
detritici della Val di Panico, Val d’Ambro e della Sibilla. I solchi e le cavità incise nelle pareti rocciose delle
valli principali, dove affiora il calcare massiccio, sono anch’esse opera del carsismo ipogeo (sotterraneo).
Tra i molti altipiani carsici del Parco spiccano i tre Piani di Castelluccio: il Pian Grande (lungo 6 Km e largo 3),
il Pian Piccolo e il Pian Perduto (il cui nome è legato alla sua perdita da parte di Castelluccio ad opera degli
abitanti di Visso dopo lunghe e sanguinose battaglie diversi secoli fa, quando il possesso dei piani significava
ricchezza per l’agricoltura e la pastorizia). Il Pian Grande è il residuo di un antico lago che per la natura
carsica del terreno si è “svuotato”. Ancora oggi le acque piovane finiscono per raccogliersi in un fosso (Fosso
dei Mergani) e da qui, tramite l’Inghiottitoio, spariscono nel terreno riemergendo 900 metri più in basso nelle
vicinanze di Norcia. Sul limite nord del piano (il cui perimetro è di 22 km) emerge su una collinetta
Castelluccio (m 1452) famosissimo per la qualità delle sue lenticchie. Non potevano mancare i canyon come
quelli dell’Infernaccio, dell’Ambro, del Rio Sacro e dell’Acquasanta. Poche e piccole sono invece le grotte, tra
cui ricordiamo quella della Sibilla, che si apre a poche decine di metri dalla vetta dell’omonima montagna.
ASPETTI STORICO CULTURALI
Arquata del Tronto e la sua storia
Arquata del Tronto sorge a 777 m.l.m. e conta
poco più di 1400 abitanti. Il toponimo deriva
dal latino arx (ossia rocca) e si riferisce alla
fortezza duecentesca del paese, posta a
controllo dell’antica via Salaria, che collegava
l’Adriatico al Tirreno. Probabilmente fondata
dai Sabini tra il X ed il VI sec. a.C., fu poi
conquistata dai Romani. Gli imperatori Flavii
posero nelle vicinanze la loro residenza
estiva.
Successivamente invasa dai Longobardi, nell’800 venne anche attraversata dal re dei Franchi Carlo
Magno, mentre si recava a Roma per essere incoronato imperatore dal papa Leone III.
Arquata fu Comune autonomo dall’XI al XV secolo ed in seguito contesa a lungo tra ascolani e norcini, per
poi diventare possesso dello Stato Pontificio. Conquistata quindi da Napoleone, dopo la caduta
dell’imperatore francese entrò, nella prima metà dell’800, a far parte della giurisdizione di Ascoli Piceno.
Arquata del Tronto è l’unico Comune europeo ad esser compreso tra due Parchi nazionali: quello del Gran
Sasso a sud-est e dei Monti Sibillini a nord-ovest. Sempre a nord del territorio troviamo il monte Vettore
(2478 m.) e a pochi chilometri dal paese la Piana di Castelluccio, famosa per la coloratissima fioritura
primaverile. Oggi il luogo è un’apprezzata meta turistica estiva ed invernale, per le bellezze naturali, la
tranquillità montana e la storicità che lo caratterizzano.
Castelluccio e la sua storia
I resti più antichi dell’abitato sulle alture di
Castelluccio risalgono all’età romana.
Sono stati rinvenuti, infatti, frammenti di
terracotta, monete di bronzo e la tomba di un
soldato d’età imperiale.
La zona in altura, fin dall’antichità, era adibita
alla pastorizia.
Il borgo di Castelluccio, invece, non venne
edificato prima del Duecento, con le sue
strette stradine che salgono e scendono e le
case addossate le une alle altre. Nel
Cinquecento, poi, furono costruite le mura
cittadine difensive, di cui oggi rimangono
alcune tracce.
Allo stesso secolo, infine, risale la chiesa di S.
Maria Assunta, massimo monumento storicoartistico di Castelluccio.
Chiuso tra elevazioni morbide, coperte di prati
e a tratti di faggete, si stende, a sud-ovest del
Monte Vettore, il più vasto bacino chiuso
d’Italia (Kmq 80) , dominato a nord dal piccolo
paese di Castelluccio di Norcia che
rappresenta con i suoi 1452 m di altezza una
delle più alte sedi abitate permanenti nel
nostro paese.
La leggenda della quercia miracolosa
Nel 1680 gli abitanti di Arquata e
quelli di Ascoli Piceno erano da
lungo tempo in lotta tra loro. I
primi, durante un assalto all’altra
città, ne prelevarono come trofeo
un prezioso crocifisso ligneo del
SS. Salvatore. Subito inseguiti
dagli ascolani, furono raggiunti
nella zona tra Favalanciata
e
Trisungo. Qui gli arquatani
avevano appoggiato sotto una
grande quercia il sacro legno. I
rami della pianta allora si
sarebbero, dice la leggenda,
piegati come a proteggere il
crocifisso, quasi Dio non volesse
più
restituirlo
agli
antichi
proprietari.
Gli
ascolani
abbandonarono il campo di
battaglia. Il popolo di Arquata
incominciò da allora a venerare il
crocifisso, al quale fu dedicata
una chiesa nel paese ed una
solenne processione annuale, che
si svolge tuttora.
La leggenda della regina nella torre
La regina Giovanna II d’Angiò fece ricostruire la
Rocca di Arquata e vi soggiornò dal 1420 al 1435,
per vigilare meglio su questo estremo baluardo di
confine del Regno di Napoli. La leggenda, invece,
vuole che Giovanna fosse stata rinchiusa nella torre
più alta della fortezza proprio dal marito. Egli, infatti,
aveva scoperto che la moglie attirava ogni notte,
nella sua stanza, un pastore della zona e con lui si
macchiava del peccato di lussuria. Gli amanti della
regina, inoltre, se non graditi a lei, finivano in pasto ai
lupi. Ancora oggi qualcuno dice di poter ascoltare di
notte, avvicinandosi alla Rocca, i lamenti del
fantasma della sovrana.
La leggenda della Sibilla appenninica
Le Sibille nell’antica cultura pagana erano sacerdotesse in grado di prevedere il futuro. Una di esse
avrebbe dimorato nelle viscere dei nostri Appennini. L’autore latino Svetonio, infatti, narra che nel 69
a.C. il console Vitellio, di ritorno da una battaglia, prima di dirigersi a Roma sostò presso una grotta dei
Sibillini, per interpellarne l’oracolo. La leggenda popolare sorta in seguito fu ampiamente descritta nel
1420 dallo scrittore francese A. de La Salle, che nell’opera “Il paradiso della regina Sibilla” racconta di
una vergine profetessa, confinata in eterno da Dio nelle viscere della montagna, in quanto sdegnatasi di
non esser stata scelta come madre del bambino Gesù. A guardia dell’ingresso del Regno sotterraneo vi
sarebbero stati draghi fiammeggianti. Oro e pietre preziose, sale riccamente ornate, verdi giardini e
bellissime fate attiravano, sempre secondo la voce popolare, i cavalieri più coraggiosi ad entrare nella
grotta. Pochi, però, riuscivano ad uscirne vivi.
Ingresso grotta della Sibilla
La Leggenda delle Fate di Castelluccio
Narra la leggenda che bellissime fate si radunassero di notte nella piana di Castelluccio, per
organizzare feste e balli con gli umani.
Accadde però una volta che, colte inaspettatamente dal sorgere dell’alba, dopo ore di divertimento,
esse dovessero fuggire all’improvviso, segnando per sempre con i loro piedi caprini il percorso di
ritorno.
Tutt’oggi, infatti, a circa 2000 m. d’altezza sul monte Vettore è visibile una faglia, denominata per
l’appunto “strada delle fate”.
Altri percorsi interessanti in zona
Grande Anello dei Sibillini “GAS”
Il Grande Anello dei Sibillini è un percorso
escursionistico di 120 Km completamente
segnalato e realizzato dall'Ente Parco
Nazionale Monti Sibillini. In nove giorni di
cammino, abbraccia l'intera catena montuosa.
L'escursionista può dormire e mangiare su tutti
i rifugi del Grande Anello (e sulle altre strutture
aderenti).
Di seguito vengono indicate le nove tappe del
percorso che inizia da Visso, in cui si trova la
sede del Parco; possono essere percorse
singole tappe in un giorno o due tappe.
Le tappe del Grande Anello:
1°tappa: Visso - Cupi
2° tappa: Cupi - Fiastra
3° tappa: Fiastra - San Liberato
4° tappa: San Liberato - Garulla
5° tappa: Garulla - Rubbiano
6° tappa: Rubbiano - Colle di Montegallo
7° tappa: Colle di Montegallo - Colle Le
Cese
8° tappa: Colle Le Cese - Campi Vecchio
9° tappa: Campi Vecchio - Visso
Per ulteriori informazioni, visitare il sito:
http://www.sibillini.net
Le Lame rosse
Piramidi d’erosione
Una straordinaria bellezza dei Monti Sibillini che
tutti, ma proprio tutti possono ammirare.
Le Lame Rosse sono raggiungibili in modo
semplicissimo dalla strada sulla diga del lago di
Fiastra.
Circa un'oretta di rilassante passeggiata per
assaporare in tutto il suo splendore un fenomeno di
una erosione idrica su depositi di brecce di
versante (piramidi di erosione) di color rossastro,
da cui deriva l’appellativo di “Lame rosse” .
Si inizia in leggera discesa; il tracciato è
evidentissimo (è quasi una carreggiata!) e l'unica
vostra preoccupazione sarà quella di non
inciampare su qualche sasso di troppo che potreste
incontrare nel cammino; a destra si erge la
maestosa diga da una prospettiva che evidenzia la
sua particolare forma ad arco.
Il percorso è quasi tutto ombreggiato e privo di
significative.
Alle vostre spalle, man mano che proseguite,
riapparirà il lago di Fiastra.
Il sentiero sfocia all'interno del canalone che vi
condurrà a destinazione.
Le Lame Rosse sono indicate in almeno tre punti.
Un centinaio di metri in salita e comincerete ad
ammirare lo spettacolo naturale.
Durante il tragitto non ci sono sorgenti d'acqua.
Escursione al lago di Pilato
Partendo dai piedi del Colle di Castelluccio,
all'inizio del rettilineo del Pian Grande a
sinistra si accede al sentiero; percorrendolo,
girando sempre a sinistra ad ogni bivio, si
giunge a Capanna Ghezzi. Continuando nel
sentiero si giunge a Forca Viola; alcuni bivi
possono trarvi in inganno, ma basta orientarsi
guardando ad est Forca Viola. Superata
Forca Viola girando a destra, sud-est, si taglia
a metà costa l'intero Monte Vettore, sotto
Cima del Redentore, sino a giungere al Lago
di Pilato. Esso è l’unico lago naturale delle
Marche e si trova all’interno dell’anfiteatro
creato dall’erosione glaciale del Monte Vettore.
Lunghezza:Km. 16 circa
Percorrenza:7 ore circa
Dislivello massimo:636 m
Difficoltà: media
Castelluccio: 1313 m. slm
Rifugio Ghezzi :1570 m. slm
Forca Viola: 1936 m. slm
Lago di Pilato: 1949 m. slm
Prodotti tipici
A cavallo tra Marche e Umbria, il parco dei
Sibillini è crocevia di antichissime tradizioni
gastronomiche: la civiltà pastorale si unisce
alla norcineria (di cui l'Umbria è capitale
indiscussa) e l'agricoltura resiste, con alcune
produzioni simbolo, come la lenticchia di
Castelluccio. Sui Monti Sibillini si producono
salumi straordinari - coppe di testa, lonze e
capocolli, salami lardellati, prosciutti - ma la
storia di questo territorio è prima di tutto quella
della transumanza: il formaggio più importante
è il pecorino, ma si trovano anche le ricotte
(fresche o stagionate) e, in misura minore,
caprini o misti. L'elenco delle ricchezze
gastronomiche del parco non finisce qui:
questo territorio incontaminato offre antiche
varietà di mele, eccellenti produzioni di miele,
tartufi, funghi (russole, boleti, amanite, finferli),
castagne, ceci, cicerchie, trote (allevate nel
torrente Nera), farine (di grano, di granoturco e
di roveia), pane cotto nel forno a legna, biscotti
e, per finire, i due tradizionali fine pasto della
zona: il Mistrà e il Vin cotto. La selezione delle
"produzioni eccellenti" è stata effettuata da una
apposita commissione di Slow Food che ha
degustato e valutato i prodotti del Parco.
Pecorino dei Monti Sibillini
L'habitat del Parco è ideale per la produzione dei formaggi di pecora. In
particolare qui si alleva la pecora appenninica, una meticcia robusta e
rustica (derivata dal ceppo della sopravvissana) che dà un ottimo latte. La
tecnica di caseificazione è quella classica del pecorino di montagna: al
latte appena munto si aggiunge caglio di agnello o capretto. Una pratica
antichissima e quasi scomparsa prevede inoltre l'aromatizzazione del latte
prima della cagliatura con un mazzetto di erbe (timo serpillo). Dopo la
rottura della cagliata in grani molto fini, si procede ad una cottura ed alla
pressatura a mano della pasta nelle fascere. Quindi inizia la stagionatura:
in un primo periodo il pecorino è frequentemente lavato con siero tiepido.
Poi deve essere collocato in cantine fresche dove può affinare anche fino a
due anni. Ben stagionato ha una fragranza ed un'aromaticità straordinarie.
Cacioni, piegoni o piegati
Si possono trovare sia dolci sia salati.
Assomigliano a un grosso tortello dalla forma
a mezzaluna. L'involucro è una sfoglia
croccante gialla e lucida (grazie al tuorlo
d'uovo spennellato) e il ripieno varia: può
essere a base di ricotta, uova, zucchero,
pecorino oppure arricchito con il cacao (non
si tratta di un'invenzione recente: i cacioni al
cioccolato si fanno da almeno cinquant'anni).
Mela Rosa dei Monti Sibillini
La mela Rosa è un'antica
varietà da sempre coltivata sui
Monti Sibillini. Sono mele
piccoline,
irregolari,
leggermente schiacciate e con
un peduncolo cortissimo. Il
colore
è
verdognolo
con
sfumature che vanno dal dal
rosa al rosso violaceo, la polpa
è acidula e zuccherina, il
profumo intenso e aromatico. La
loro coltivazione è stata quasi
completamente abbandonata: è
sopravvissuto
qualche
vecchissimo albero sparso e
soltanto da qualche anno sono
tornate in coltura, ma le quantità
prodotte sono sempre irrisorie.
Un tempo erano preziose e
ricercate
per
la
loro
serbevolezza: raccolte nella
prima decade di ottobre, infatti,
si conservano perfettamente
fino ad aprile: Anzi diventano più
buone, perché la polpa soda e
compatta, con il tempo si
ammorbidisce.
Mistrà
Nelle campagne
marchigiane il Mistrà è
un ammazzacaffè
tradizionale, prodotto
per distillazione alcolica
e aromatizzazione,
oltreché con l'anice
verde - diffuso sui
Sibillini, con finocchio
selvatico e con frutta
(mele, arance).
Pizza al formaggio
E' la classica preparazione
pasquale diffusa un po' in
tutte le Marche. La forma è
rotonda e ricorda quella
del panettone. L'altezza
varia, a seconda delle
ricette. L'impasto è a base
di farina di grano tenero,
uova. pecorino locale (c'è
chi aggiunge un po' di
Parmigiano per addolcire il
gusto), sale, pepe, olio
extravergine di oliva, latte.
Miele
Il miele, "cibo degli dei", è forse l'alimento più
naturale che esista in quanto prodotto
interamente dalle api a partire dal nettare dei
fiori. A seconda del fiore da cui il nettare
proviene, il miele assume colorazione,
caratteristiche, sapore e nomi diversi; per
questo troviamo, nel Parco, miele di acacia, di
castagno e di millefiori. Per ottenere un miele di
qualità sono elementi necessari un ambiente
incontaminato
ed
abbondanti
fioriture
spontanee. Il miele è un po' lo specchio di
questo territorio, di cui rappresenta i vasti
altipiani ricchi di leguminose foraggere e il clima
dolce, nel periodo primavera-estate, che
consente fioriture prolungate.
Lenticchia
Lungo 7 chilometri e largo 3, l'altipiano di Castelluccio è
un’immensa distesa di erba e fiori a 1400 metri di
altitudine. Una parte del territorio, che si divide in Pian
Grande, Pian Piccolo e Pian perduto, è coltivato da
pochi contadini, in genere anziani, specializzati nella
produzione delle lenticchie (un legume antico che
cresce senza difficoltà anche a quote elevate e non
deve essere trattato chimicamente). Quelle di
Castelluccio sono piccole, di un colore variegato che va
dal verde screziato al marroncino chiaro, molto tenere,
saporite e non hanno bisogno di essere tenute in acqua
ad ammorbidire prima della cottura. Ingredienti di
svariate ricette locali, sono molto apprezzate perché
non perdono la buccia e tengono straordinariamente la
cottura. La lenticchia di Castelluccio ha ottenuto la
denominazione IGP.
Roveia
Si chiama Pisum Arvense e assomiglia al
pisello (il seme è soltanto un po' più
piccolo e di colore verde scuro). Coltivata
da sempre solo a Castelluccio di Norcia,
la roveia si semina a marzo e si raccoglie
tra la fine di luglio e l'inizio di agosto
(come le lenticchie). Quasi scomparso,
questo antico legume si trova ancora negli
orti delle famiglie del posto. Si mangia con
la pasta oppure si macina a pietra e si
trasforma in una particolarissima farina
nota come farecchiata. che dà anche
nome ad una polenta dal gusto intenso e
vagamente amarognolo. Una polenta che
tradizionalmente è condita con un battuto
di acciughe, aglio e olio extravergine di
oliva e che è ottima anche il giorno dopo,
affettata e abbrustolita in padella.
Ciauscolo
Questo singolare "salame da spalmare" (detto anche
ciavuscolo e ciabuscolo) è il salume più tipico delle Marche.
La ricetta tradizionale prevede di confezionarlo con carni tratte
dalla pancetta, dalle costate e dalla spalla e di aggiungere una
consistente percentuale di lardo (circa il 50% del totale, ma ci
sono varianti molto più magre). Gli ingredienti conditi con sale,
pepe, aglio finocchio, buccia di arancia grattugiata, vanno
sminuzzati finemente e tritati, in modo da ottenere una pasta
molto fine e omogenea. Il ciavuscolo asciuga appeso e si
affumica leggermente, per passare poi in un luogo fresco e
asciutto. Si consuma entro i 15, 20 giorni successivi alla
preparazione, spalmato su fette di pane toscano. Ne esistono
più versioni: in particolare il ciavuscolo dell'Ascolano è un po'
più magro e compatto, mentre quello del Maceratese è un po'
più morbido e grasso.
Fegatino
Cugino stretto del ciavuscolo, è una sorta di paté de foie dei
poveri: le ricette sono svariate, ma grosso modo l'impasto è
costituito da fegato di maiale, carne e poco grasso; è
condito con sale e pepe, aromatizzato con buccia d'arancia
grattugiata, poco aglio e noce moscata e infine insaccato nel
budello naturale. Ha un particolarissimo sapore dolce-salato
e viene spalmato - dopo una brevissima stagionatura - su
fette di pane tostato. Con il fegato si fa anche una salciccia:
gli ingredienti sono gli stessi ma la pezzatura è più corta.
Razze tipiche
Pecora Sopravissana
Nata nel XIII secolo dall'incrocio tra arieti spagnoli di
razza Merinos e pecore Vissane, dal territorio laziale
la Sopravvissana si è diffusa in Umbria, nelle
Marche, in Toscana e in Abruzzo. Di taglia media
(60,70 chili nei maschi e 40, 50 nelle femmine), ha il
vello bianco e la testa dal profilo leggermente
montonino nei maschi e rettilineo nelle femmine.Gli
arieti hanno corna a spirale robuste, mentre le pecore
sono acorni. Un tempo apprezzata per la finezza
della lana, oggi la Sopravvissana rischia l'estinzione.
Attualmente i capi sono circa tremila e un buon
numero (un migliaio circa) si trova nel Parco dei
Sibillini). Qui le Sopravvissane sono allevate per la
carne: gli agnelli si vendono al peso di 10, 12 chili
(all'età di due o tre mesi).
Vacca Marchigiana
La storia della razza Marchigiana inizia alla metà
XIX secolo: da un incrocio tra il bovino Podolico e
tori Chianini si ottiene una razza con una migliore
attitudine al lavoro e alla produzione di carne,
ideale per il pascolo nelle aree marginali e difficili.
Rispetto alla Podolica autoctona, ha un maggiore
sviluppo muscolare, un mantello più chiaro, corna
più corte e testa più leggera. Un ulteriore incrocio
con la razza Romagnola ne abbassa l'altezza e si
arriva così alla razza Marchigiana attuale. Il
mantello è a pelo corto, bianco e liscio, con
sfumature grigie sulle spalle e sulle zampe
anteriori; il collo è corto e gibboso nei maschi. E' un
ottima produttrice di carne di qualità, rosata e a
grana fine.
•Country house "Centro dei Due Parchi" Arquata del Tronto (AP)
Fraz. Borgo Tel. 0736 803915 Fax 0736
809758 Web:www.centrodueparchi.it E-mail:
[email protected]
Ospitalità
•“Rifugio di Colle le Cese" - Rifugio Escursionistico del Grande
Anello dei Sibillini Loc. Colle Le Cese Tel. 0736 808198 o 339
4513189 E-mail:[email protected]
•B&B Rifugio Jangala" - Loc. Forca Canapine,Via Nursina, 2 - tel.
339 1131771 o 331 7758228 Web:www.rifugiojangala.it Email: [email protected]
• “Il Guerrin Meschino” - Loc. Castelluccio, Via Monte Veletta, 22
tel. 0743/821125 o 347/5304354 Web: www.guerrinmeschino.it
E-mail: [email protected]
• “Locanda dei Senari “ – Loc. Castelluccio, Via della Bufera, tel.
0743/821205 Web: www.agriturismosenari.it E-mail:
[email protected]
•Hotel Ristorante “Camartina”
Arquata del Tronto (AP) loc. Camartina tel. 0736 809261 - cell.
338 9897531
• Maneggio “Sibillini’s Ranch” – Loc. Pian Grande di Castelluccio,
tel: 0743/817022 o 3389986579 Web:
www.valnerinaonline.it/maneggio E-mail : [email protected]
Country house “Centro dei due
parchi”
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