I Luoghi della Memoria
Luoghi dell’ Occupazione
Per alloggiare il comando di guerra tedesco (Militär Kommandatur) e il comando tedesco di città (Platz Kommandatur) furono da
subito requisiti edifici pubblici, alberghi, case private e scuole. Principali sedi del Militär Kommandatur distaccato a Novara corrispondente a una delle quattro circoscrizioni militari in cui venne diviso il Piemonte - furono due edifici in corso G. Mazzini
(allora corso Carlo Alberto).
Il primo era un grande edificio, situato all'inizio del corso, al numero 1, in prossimità di piazza Gramsci (allora piazza Carlo
Alberto). Il secondo era Palazzo Rossini, situato al numero 35, in prossimità del baluardo M. D'Azeglio. Il palazzo era di
proprietà dell'ex senatore fascista Aldo Rossini, esule in Svizzera dal luglio 1943.
Altre due sedi del Militär Kommandatur furono collocate presso Palazzo Fossati (attuale sede del Tribunale), in via Azario 5 dove s'installò, dal settembre 1943, l'Ufficio per il controllo del traffico ferroviario - e in Palazzo Faraggiana, in via G. Ferrari 13.
Quest'ultimo era un grande palazzo signorile, costituito in realtà da due edifici distinti: palazzo Morbio, situato in via G. Ferrari
angolo via Bascapé, e palazzo Faraggiana, ad esso contiguo e situato sulla stessa via in angolo con via Gautieri. I due edifici
erano stati riuniti da un'unica facciata fra il 1889 e il 1900, dopo l'acquisto del palazzo Morbio da parte di Raffaello Faraggiana.
Acquisito dall'amministrazione civica nel 1937, Palazzo Faraggiana conserva ancora oggi alcuni ambienti arredati, che hanno
mantenuto il fascino delle residenze nobiliari nei mobili, nei decori e nei pavimenti di legno in essenze rare. Dal 1957, il palazzo
ospita la sede del Museo di Storia naturale "Caterina Faraggiana Ferrandi" e del Museo etnografico "Ugo Ferrandi".
Come ricorda Renza Ferraris Sguazzini, fra il 1943 e il 1945, la zona intorno a Palazzo Faraggiana e ad alcuni altri edifici
requisiti dai tedeschi nella vicina via Antonelli (casa Prato-Previde e casa Macchi) fu fortificata e circondata da filo spinato, sino
a baluardo Quintino Sella - dove era situata, al numero 26, un'altra sede del Militär Kommandatur- e, più giù, sino a via
Solferino.
Anche le sedi del comando tedesco di città, il Platz Kommandatur, furono collocate nel centro cittadino, in b.do Partigiani 2
(allora b.do Mazzini), nel cosiddetto "Palazzo delle Statue", e in Casa Rondo, in corso Garibaldi 2. Dal gennaio 1944, fu
occupata dal Platz Kommandatur anche la Scuola "Morandi", in b.do Partigiani 4 (allora b.do Mazzini) e, dal marzo successivo,
furono requisiti anche due alberghi cittadini, l'albergo "Terminus", in corso Garibaldi 25, nei pressi della stazione ferroviaria, e
l'albergo "Italia", in via Cairoli, che sorgeva nell'area oggi occupata dalla nuova sede della Banca Popolare di Novara.
Situato nei pressi di via Negroni e, quindi, del centro economico-finanziario della città, l'albergo "Italia", gestito dal cuocopittore Carlo Coppo, era già salito agli onori della cronaca cittadina non solo per la sua cucina raffinata, ma anche per aver
ospitato, il 19 aprile 1931, una delle prime "cene futuriste", in occasione di una visita a Novara di Filippo Tommaso Marinetti.
La sezione novarese della Propaganda "Staffel", l'ufficio di propaganda tedesco per l'Italia, cambiò invece più volte sede,
traslocando da via Magenta 7 (primavera 1944) a via dei Caccia 5 (estate - autunno 1944) e poi a b.do Partigiani 2 (allora b.do
Mazzini), nell'inverno 1944 -1945.
In corso Vercelli 3, era infine situata la sede locale della "Todt", l'organizzazione per il lavoro di guerra nell'Italia occupata, la
cui amministrazione era stata affidata d'autorità al novarese Enrico Barbé, già docente di Tecnica commerciale all'Istituto
"Mossotti" e critico musicale de "L'Italia giovane", morto poi suicida l'8 luglio 1945. Grazie a una "falsa" iscrizione nelle liste
della Todt, molti riuscirono a sottrarsi alla deportazione nei campi di lavoro in Germania.
Stazione ferroviaria
Eretta nel 1854 su progetto dell'architetto Paolo Gaudenzio Rivolta e ampliata nel corso dei decenni successivi, la
stazione ferroviaria di Novara ha avuto una notevole importanza per la crescita industriale ed economica della città. È
del 1854 la prima linea ferroviaria per Mortara - Alessandria - Genova, cui seguono le linee per Arona (1855), Torino
(1857), Milano (1858) e Varallo Sesia (1883-1886).
Per offrire una prospettiva scenografica al viaggiatore che arriva in città, nel piazzale antistante la stazione fu
predisposta un'area verde, con alberi e aiuole fiorite, al cui centro, nel 1886, venne collocata la statua bronzea di
Giuseppe Garibaldi, modellata dallo scultore milanese Ambrogio Braga. In linea simmetrica con la statua di Garibaldi,
si erge, in fondo all'omonimo corso che dalla stazione conduce verso il centro cittadino, la statua di Camillo Benso
conte di Cavour, modellata da Giuseppe Dini nel 1863. Per questo, a Novara, si dice che "Cavour ha mandato avanti
Garibaldi, ma gli guarda le spalle", facendo esplicito riferimento alle strategie, diverse ma complementari, dei due
uomini del Risorgimento italiano.
Durante gli anni della seconda guerra mondiale, la stazione ferroviaria divenne luogo di partenza e transito dei
soldati verso il fronte e luogo d'arrivo dei reduci e dei feriti. Notevole importanza assunse anche lo scalo merci, per il
trasporto di materiale bellico.
Per portare soccorso e conforto ai militari in transito, nel giugno del 1940 si aprì all'interno della stazione, un "posto
di ristoro per il soldato", istituito dalla Federazione novarese dei Fasci di combattimento, in collaborazione con il
Dopolavoro provinciale, i Fasci femminili e la G.I.L. (Gioventù Italiana del Littorio). In funzione dalle prime ore del
mattino sino a sera inoltrata, il servizio distribuiva a prezzi minimi vettovaglie e generi di conforto. Un bilancio delle
prime settimane d'attività mostra che, alla data del 27 giugno 1940, erano già stati distribuiti: circa 20-25 mila panini
imbottiti; 500 fiaschi di vino; 3-4 mila cartoline affrancate; tra i 400 e i 600 pacchetti di sigarette; 5000 razioni di latte e
cioccolata; migliaia di giornali, riviste e libri.
Nel mese successivo, fu istituito presso la stazione ferroviaria un dormitorio gratuito per i soldati che vi sostavano in
attesa della partenza. Col passare dei mesi, si rese necessaria anche l'apertura presso la stazione di un posto di
pronto soccorso, istituito dal consiglio provinciale della C.R.I. (Croce Rossa Italiana), sotto la guida dell'ispettrice,
donna Teresa Ravasio Buzzetti (1886-1962). Nel novembre del 1940, il servizio di pronto soccorso alla stazione di
Novara aveva già offerto aiuto a 4.037 persone, tra cui civili e soldati in transito.
Presso il posto di ristoro alla stazione, si mise a disposizione un "libro delle firme" per i ringraziamenti e gli autografi
dei soldati di passaggio. In una pagina di questo libro, pubblicata sul foglio fascista "L'Italia Giovane", si leggono
alcune frasi sgrammaticate ("cuore" scritto con la "q"), intrise della retorica bellicista del regime ("Orgoglioso, fido nel
duce. Con certezza d'animo e sicurezza. Vinceremo!"), dalle quali emerge tutta l'ingenuità di una generazione
allevata nel mito del "duce che ha sempre ragione".
Le carceri nel Castello visconteo
Negli anni della guerra, le carceri cittadine erano ubicate in un'ala del Castello visconteo, che dava su piazza Vittorio
Emanuele II (oggi piazza Martiri della Libertà).
Risalente alla fine del secolo XIII, più volte ampliato e ristrutturato con lavori di fortificazione, il castello, che ricorda
il dominio visconteo sulla città, è un edificio austero e massiccio, costruito in mattoni e caratterizzato dai possenti
torrioni angolari e dalla presenza, sul lato nord-est, di una Rocchetta, adibita a residenza signorile. Da sempre edificio
militare, il castello fu caserma durante il domino spagnolo. Sotto l'impero napoleonico, fu trasformato in prigione e tale
rimase sino al 1973, ospitando negli anni anche ospiti illustri, come il poeta Dino Campana, che vi fu imprigionato nel
1917 perché sorpreso senza documenti e che, una volta liberato per interessamento della scrittrice Sibilla Aleramo,
dedicò a Novara alcuni versi indimenticabili.
Negli anni del regime fascista, il castello ospitò tra le sue antiche mura criminali comuni e antifascisti in attesa di
condanna da parte del Tribunale speciale. Come ricordava il socialista Corrado Bonfantini, che vi fu rinchiuso nel
1928, i detenuti politici venivano riuniti in un unico camerone, all'altezza del fossato interno, con topi, cimici e grande
umidità. Tutto il carcere era comunque sporco e malsano e necessitava di continue disinfestazioni per impedire
l'insorgere di epidemie. Lo stato fatiscente del castello spinse l'amministrazione fascista di Novara, negli anni Trenta,
a varare un ambizioso progetto di ristrutturazione dell'intero complesso architettonico, che avrebbe dovuto ospitare la
nuova sede del Palazzo del governo. Il 18 maggio del 1939, durante la sua seconda visita a Novara, il duce scoprì
una lapide, posta sulle mura del castello, nella cui epigrafe si leggeva:
“Con l'ordine
di marciare a ritmo fascista
BENITO MUSSOLINI
inizia oggi i lavori
per la sistemazione di questo castello
che accoglierà fra le sue mura
il Palazzo del governo
e vivrà la sua nuova storia
nel rinnovato splendore di Novara.”
Oggi la lapide è stata rimossa e la sistemazione del castello - interrotta nel '39 per lo scoppio della guerra e poi più
volte rinviata dalle amministrazioni post-belliche - è ancora in attesa di soluzione.
Negli anni della seconda guerra mondiale, nei sotterranei del castello, sul lato sud, venne ricavato anche un rifugio
antiaereo aperto a tutta la popolazione che abitava nelle vicinanze.
Luoghi e Strumenti della
Repressione
Per i fascisti e i tedeschi il diffondersi della resistenza armata e di fenomeni di resistenza civile
costituiva un duplice problema: sul piano militare, rappresentava una minaccia alla sicurezza dei
reparti, alla rete di comunicazioni, al sistema produttivo; sul piano politico, delegittimava l'autorità
della Repubblica sociale italiana (RSI) e creava una trama di solidarietà tra popolazione e
partigiani. Sin dall'inizio fu quindi inaugurata una strategia di rigido controllo del territorio e di violenta
repressione di ogni forma di resistenza.
Nell'autunno-inverno 1943-1944, le operazioni di "pulizia" dalla presenza delle bande partigiane
furono violente ma sporadiche. A partire dalla primavera del '44, mentre il fronte di guerra si
avvicinava e il timore tedesco di uno sbarco alleato sulle coste liguri rendeva più urgente il controllo
delle retrovie piemontesi, l'opera di repressione assunse invece un carattere più sistematico.
Ormai privi di consenso, militarmente prossimi alla sconfitta, incapaci di "pacificare" il territorio, i
nazifascisti reagirono con violenza indiscriminata, impiegando contro le formazioni partigiane e la
popolazione civile un sistema repressivo già collaudato nei lunghi anni del regime e nei quattro anni
e mezzo di occupazione tedesca dell'Europa. La repressione si coniugò spesso con la crudeltà e la
violenza gratuita: alcuni luoghi (come la caserma in via Asti e l'Albergo "Nazionale" a Torino o la villa
Schneider a Biella divennero tristemente famosi per le torture esercitate sui prigionieri.
A Novara la repressione più dura e violenta fu esercitata dalla squadra speciale di Pubblica
Sicurezza - meglio nota come "squadraccia" - agli ordini del questore Pasqualy, oltre che dalla VI
Brigata Nera "A. Cristina" e dal gruppo dei cosiddetti "Tupin", squadristi ferraresi trasferitisi a Novara
agli ordini del prefetto Vezzalini.
Accanto alla "squadraccia" agì anche la malfamata compagnia dei "Tupin", vera guardia del corpo
del prefetto Vezzalini. Giunti da Ferrara nell'estate del '44, per espressa richiesta del nuovo Capo
della provincia, i "Tupin" s'insediarono in via Monte San Gabriele 15, al comando del capitano
Tortonesi, che riceveva direttamente ordini dal prefetto Vezzalini.
Il Primo Eccidio di Ebrei
•
Modalità della strage
Sebbene fossero tutti civili, gli ebrei erano considerati dal nazismo "nemici", sì che le SS di
stanza nei territori della strage non ebbero bisogno di particolari autorizzazioni per
compierla. E' dubbio e non provato che la strage fosse stata ordinata dai comandi
superiori, tuttavia è poco credibile che non ne fossero stati informati. Piuttosto, il confronto
delle modalità delle uccisioni con altri episodi avvenuti in diverse parti d'Italia, porta a
credere nel caso in una feroce e specifica interpretazione dei responsabili locali circa gli
ordini superiori sulla "soluzione finale". Infatti, le modalità degli arresti non furono diverse,
quanto piuttosto l'esito ovvero l'uccisione degli arrestati.
Una sola "accortezza" fu violata: la segretezza, perché gli ebrei avrebbero dovuto
semplicemente sparire nel nulla. La strage doveva rimanere nascosta: infatti, le uccisioni
avvennero di notte, in riva al lago o nei vicini boschi. Addirittura in alcuni casi, come a
Baveno, furono diffuse false lettere di saluto ai parenti lette in pubblico da autorità locali.
Così fu per molti, ma non per tutti: testimoni videro l'uccisione degli ebrei di Arona, i corpi di
alcuni degli uccisi di Meina riaffiorarono e furono visti, la notizia della strage si diffuse quasi
subito. Dei più, tuttavia, non si seppe nulla e i corpi non furono ritrovati.
Rispetto alle direttive generali, la strage fu dunque compiuta in modo "maldestro", per
odio razziale ma anche per frenesia di rapina (è noto che uno dei responsabili dei crimini, il
capitano Hans Krüger, radunò in una villa sigillata beni e preziosi appartenenti alle vittime,
che spartì il bottino con altri ufficiali e, infine, che cercò di portarseli in Germania).