NAZZARENO CRISTOFORI
Ricordo del Vignola
in occasione del V centenario della sua nascita
Dedico questo lavoro a mia moglie Roberta, ai miei figli
Martina ed Alessio, a mio padre, faro della mia vita, a mia
madre che continua a guidarmi.
Si ringrazia per la collaborazione:
Eugenio Stelliferi - Assessore Comunità Montana dei Cimini
Massimo Ceci
Luciano Passini
Enrico Petti
Biagio Stefani
Adele Trani
Il lavoro è stato realizzato con il contributo della Comunità Montana dei
Cimini
e della Provincia di Viterbo
In copertina:
Immagine di Jacopo Barozzi da Vignola tratta da una litografia del Gaddi
(1836).
La cartolina fu stampata il 1 aprile 1957 dalla Pro-Loco di Vignola (Mo).
In quarta di copertina:
Bozzetto per un monumento a Vignola dello scultore pugliese Mario Sabatelli.
Il monumento doveva essere eretto in una piazza di Caprarola, in occasione
del IV centenario della nascita dell’architetto, ma, per motivi sconosciuti, non
fu mai realizzato.
I
www.cmcimini.it
COMUNITÀ MONTANA DEI CIMINI
ZONA II DEL LAZIO
Un impegno costante
per la tutela di una storia
millenaria
di una natura incontaminata
di antiche tradizioni
Alberto Aramini
Segretario Comunità Montana dei Cimini
II
L
a missione di studiosi e ricercatori come è noto consiste
nell’accrescimento e nella divulgazione di un patrimonio
di conoscenze che vanno a costituire la memoria collettiva
di una comunità. È infatti solo grazie alla loro passione se
i luoghi in cui siamo nati e viviamo ci appaiono non solo
per quello che sono oggi, ma in quanto frutto di una lenta
stratificazione che, appunto, va decifrata e compresa.
Su un versante distinto ma contiguo si colloca
l’attività degli amministratori, che tra i loro doveri
istituzionali hanno quello di sostenere questa infaticabile
attività di ricerca, spesso condotta a prezzo di
considerevoli sacrifici personali.
È con questa consapevolezza che, al pari degli
altri enti locali, la Comunità Montana dei Cimini svolge la
propria attività di promozione culturale nei confronti di
eventi ed iniziative che contribuiscono a rafforzare i
legami tra i diversi centri in cui essa si articola.
Il V centenario della nascita dell’architetto
Jacopo Barozzi da Vignola costituisce in tal senso
un’occasione importante poiché invita a riscoprire le
tracce di un’epoca in cui molte realtà locali si arricchirono
di gioielli architettonici e di soluzioni urbanistiche che
rappresentano ancora oggi il nostro vanto e la ragione del
fascino che tutti ci riconoscono.
Portare a conoscenza del grande pubblico questo
patrimonio e indirizzarvi la curiosità delle nuove
generazioni è un obiettivo che ci impegnano a raggiungere
anche attraverso il presente libro su Vignola. In esso,
l’autore traccia percorsi di memoria attraverso immagini
fotografiche – per lo più cartoline postali – nelle quali
l’architettura si fonde con costumi ed usanze che il tempo
ha talvolta cancellato.
Così il volto del nostro comprensorio emerge in
un aspetto che rischiava di essere dimenticato, e che
invece quest’opera ci aiuta a preservare.
Angelo Cappelli
Presidente Comunità Montana dei Cimini.
III
C
ome coetaneo ed amico di Nazzareno, da tempo ho
avuto modo di apprezzare le ricerche che conduce sul
contesto storico-paesaggistico della nostra cittadina di
Caprarola, tanto valorizzata dal genio artistico di Jacopo
Barozzi da Vignola.
Nella convinzione che una società può dirsi
veramente avanzata solo se, attraverso la conoscenza
delle proprie radici, riesce a proiettarsi nel futuro, Neno è
divenuto un appassionato collezionista di cartoline e
fotografie che riproducono scorci di vita passata.
Le cartoline, come si sa, costituiscono da molto
tempo un efficace mezzo di comunicazione. Anche a
distanza di decenni, esse ci consentono, attraverso il
linguaggio delle immagini, di rivivere emozioni, di capire
come sono cambiati i luoghi, di curiosare tra le vie, le
piazze, i monumenti.
Dedicarsi alla raccolta di questo materiale è
allora espressione di un legame molto forte nei confronti
della propria terra e del suo passato.
Per questo, di vero cuore, mi sono fatto
portavoce presso la Comunità Montana dell’importanza
del lavoro svolto da Neno e della necessità di diffonderne i
preziosi risultati.
Ringrazio
perciò
vivamente
questo
mio
concittadino per aver accettato di divulgare parte della
sua collezione nel presente libro, la cui distribuzione,
soprattutto tra i giovani, sarà utile a far meglio
comprendere ed apprezzare l’eredità che i nostri padri
hanno lasciato nel tentativo, quasi sempre riuscito, di
migliorare l’ambiente e la vivibilità del territorio.
Eugenio Stelliferi
Assessore Comunità Montana dei Cimini
IV
S
i chiamava Jacopo, ma lo chiamarono e lo chiamano il
Vignola, probabilmente perché era così legato al paese in
provincia di Modena nel quale era nato che ne prese il nome.
La famiglia lo voleva pittore, ma lui preferì
l’architettura.
Rimase orfano di padre da bambino e lo mandarono
“a bottega” per imparare un mestiere che gli desse da vivere.
Figlio di un calzolaio si trovò nella vita ad essere conteso da
Re, Principi e Cardinali, in Italia e in Europa.
In tante città disegnò e realizzò capolavori. Non
solo, ma scrisse anche trattati di approfondimento scientifico,
una sorta di testi universitari sull’architettura e la
prospettiva.
Mai però avrebbe immaginato che, cinquecento
anni dopo aver lasciato il mondo, diventasse, grazie a questa
bella e completa opera, la guida ideale per portare il lettore
in giro per i Paesi della Comunità Montana dei Cimini.
Un modo originale per far conoscere a noi che ci
abitiamo, ma anche a quelli che una volta si chiamavano
forestieri , come eravamo e come ancora siamo. Perché la
Fontana Grande di Ronciglione o la Porta d’ingresso al Paese,
attribuite a Jacopo Barozzi detto il Vignola, sono inserite
nella mia identità di ronciglionese e rappresentano
l’impalcatura sulla quale si è snodata la costruzione della mia
vita. Così Porta Faul per i Viterbesi o Palazzo Farnese per i
Caprolatti, la Chiesa della Madonna del Ruscello per
Vallerano e tanto altro.
Le fotografie si guardano, ma quelle di questo libro
si leggono.
Son certo che giovani e meno giovani, vedendole,
troveranno certamente nelle opere del Vignola riprodotte
nelle pagine che seguono il loro DNA, che è fatto di storia, di
avi, di nomi e fatti avvenuti vicino a questa architettura così
viva e solenne. Ma anche tanto familiare.
Renzo Trappolini
Assessore alla Cultura della Provincia di Viterbo
V
L
a presenza di Jacopo Barozzi da Vignola nella
Tuscia ha lasciato tracce importanti e non sempre facili
da individuare. Il quinto centenario della nascita
dell’architetto è un’occasione per approfondire la
conoscenza della sua attività e per cercare, ove
possibile, di valorizzarla e conservarla nel modo
adeguato.
Il libro di Nazzareno Cristofori costituisce in
questo senso un utile contributo.
Ciò che caratterizza questo lavoro e ne
accresce il valore educativo è il proposito dell’autore di
non impiegare solo la scrittura come mezzo di
espressione, ma di lasciare che, accanto ad essa, a
parlare siano vecchie cartoline postali e riproduzioni
fotografiche.
Il libro, infatti, dopo un’attenta introduzione
al mondo del Vignola e alle sue memorabili
realizzazioni, si snoda attraverso un percorso visivo
che conduce il lettore in luoghi noti, ma resi spesso
irriconoscibili dalle trasformazioni che hanno subito e
dalla patina del tempo. Il risultato è un insieme di forte
suggestione che, pur senza escludere gli adulti, mostra
di voler dialogare soprattutto con le nuove generazioni
per trasmettere loro il senso e l’importanza delle radici
storiche.
Aldo Fabbrini
Assessore alla Pubblica Istruzione Provincia di Viterbo
VI
Introduzione
Nazzareno Cristofori
Q
uest’anno, per i paesi della Tuscia e per Caprarola in
particolare, è un anno molto importante in quanto ricorre il quinto
centenario della nascita di Jacopo Barozzi da Vignola (Vignola, 1
ottobre 1507 - Roma, 7 luglio 1573) che proprio in questi luoghi ha
lasciato i segni più importanti della sua vita artistica.
Caprarola, grazie alla famiglia Farnese, ha avuto la
fortuna ed il privilegio di “ereditare” – proprio qui – in questa
meravigliosa terra, due tra i più spettacolari tesori dell’architetto:
la ristrutturazione del suo assetto urbanistico e l’edificazione del
Palazzo Farnese.
Per questi motivi, in tale occasione, il “Ricordo del
Vignola” è quanto mai doveroso.
Sulla Cittadina e sul suo Palazzo sono state scritte
ormai tantissime pagine, quindi, per contribuire fattivamente ad
un arricchimento culturale con un qualcosa di “inedito”, ho sentito
il desiderio di realizzare un libro fotografico, di facile
consultazione, da destinare ad una platea giovane e molto attenta.
Per fare questo ho utilizzato antiche cartoline e vecchie fotografie.
Di ciascuna ho citato l’editore, la data di spedizione - per meglio
identificarne il periodo storico – ed il luogo in cui viene spedita a
significare che, già in tempi passati, Caprarola era meta di turismo.
Spero che questo strumento sia utile a tutti coloro che,
soprattutto
tra
i
più
piccoli,
desiderano
“catturare”
tempestivamente l’attenzione e la curiosità per la scoperta dei
particolari utili alla conoscenza del proprio territorio e,
conseguentemente, delle “proprie origini”.
Dopo una parte introduttiva su Vignola, l’attenzione si
focalizza inevitabilmente su Caprarola, il luogo della Tuscia che
conserva le testimonianze più cospicue dell’attività di Vignola.
Questa prima parte presenta una suddivisione interna
che, oltre ad individuare i diversi ambiti in cui si articola il tessuto
urbano, cerca di evidenziarne anche le trasformazioni.
La seconda parte del libro, invece, vuole essere un
omaggio ad ognuno dei restanti centri della Comunità Montana dei
Cimini.
1
Il Vignola
La vita e le opere nel Viterbese
Adele Trani
Q
uesto breve lavoro è stato pensato anche in relazione ai piccoli destinatari, i ragazzi
delle scuole dell’obbligo. Si è cercato, dunque, di non appesantire la trattazione con
termini specifici e, laddove si è ravvisata la necessità di utilizzarli, si è tentato di
spiegarli. Altrettanto dicasi per gli apparati di note, limitati al minimo indispensabile.
Per le necessità di approfondimento si è comunque allegata una bibliografia
essenziale.
Forse un po’ più tecnica è la seconda parte sul Vignola nella Tuscia, anche per i
rimandi ai documenti, essenziali però per offrire attendibilità alla trattazione sfatando i
luoghi comuni e, specialmente, per dare ai piccoli utenti, se ancora ce ne fosse bisogno,
l’idea che la storia si ricostruisce anche e soprattutto negli archivi.
Chi era Vignola
J. Bertoja, La costruzione del tempio di Ercole
(particolare con il ritratto del Vignola). Caprarola
- Palazzo Farnese, Sala di Ercole.
Il personaggio noto come “Vignola” e del quale
ricorre quest’anno il cinquecentenario della nascita
si chiamava in realtà Jacopo Barozzi ed era così
soprannominato perché originario della località di
Vignola, oggi in provincia di Modena e all’epoca
castello dominato dagli Este, potenti duchi di
Ferrara.
Celebrato in ogni epoca come architetto, fu –
non tutti lo sanno – anche pittore, ingegnere ed
importante teorico.
Due suoi contemporanei, Giorgio Vasari ed
Egnazio Danti[1], scrissero di lui con dovizia di
particolari e ci forniscono dunque gli elementi
fondamentali per ricostruire la sua biografia.
Ci sono noti anche dei ritratti di Vignola,
pochissimi, e ben due si trovano nel Palazzo
Farnese di Caprarola, considerato a buon diritto il
capolavoro del Barozzi. Una cronaca del
Cinquecento così ce lo descrive: ”Mastro Jacopo è
homo ben piantato, ha barba longa e ricciuta, naso
adunco et occhi rubizzi, vestito di casacca nera
legata alla cintola. Et ha anco sempre seco una
scattola longa di metallo, indove contiene li
strumenti dell’arte.[2] ”
[1] Giorgio Vasari (1511 - 1574), pittore e architetto, è noto soprattutto per la sua opera Vite de' più eccellenti architetti,
scultori e pittori italiani, che include, ovviamente, anche la biografia del Vignola. Egnazio Danti (1536-1586),
dell’Ordine dei Predicatori, fu matematico e architetto; curò la pubblicazione del trattato di Vignola sulla prospettiva,
fornendo contestualmente anche le notizie circa la vita dell’autore (vedi paragrafo “Vignola trattatista”).
[2] Per notizie relative a questa cronaca si veda quanto riportato in L. PASSINI, Caprarola. Il paese e la sua storia, Roma
2002, p. 69.
2
Brevi cenni biografici
Jacopo Barozzi nacque dunque a Vignola nel 1507, il 1° ottobre, da
Bartolomeo, calzolaio milanese, e da madre di origine tedesca.
Rimasto orfano di padre, venne mandato ancora bambino nella città più
importante dello Stato della Chiesa dopo Roma, la vicina Bologna, per studiare
pittura nella bottega di un maestro di cui ignoriamo il nome. Ma, dicono i biografi,
non fece molto frutto[3] nell’arte della pittura, sia perché, probabilmente, il maestro
non era all’altezza della situazione, sia perché, soprattutto, il giovane Jacopo
occupava quasi tutto il tempo nel disegno delle linee, dove maggiormente si sentiva
inclinato e, di conseguenza, si voltò quasi del tutto a gli studi dell’Architettura et
della Prospettiva[4].
A Bologna Jacopo si sposò ed a Bologna nacquero i suoi tre figli.
A poco più di trent’anni si trasferì a Roma.
Lavorando in Vaticano come pittore per mantenersi, si preoccupò
principalmente di approfondire le conoscenze in campo architettonico; studiò i
monumenti della Roma moderna e, su commissione di un gruppo di accademici,
misurò quelli della Roma antica, esperienza che per lui si rivelò fondamentale.
Fu allora che entrò per la prima volta in contatto con la corte del potente
cardinale Alessandro Farnese e, grazie alla competenza acquisita, ma anche alla
protezione farnesiana, vide iniziare una rapida carriera che lo portò a rivestire
importanti incarichi e a frequentare le corti più fastose.
Ottenne le più rilevanti commissioni in campo ecclesiastico. Fu nominato
dapprima architetto della basilica di San Petronio a Bologna e, dopo la morte di
Michelangelo (1564), architetto della Fabbrica di San Pietro.
Fu al servizio di pontefici e sovrani. Lavorò, all’inizio della sua carriera, per
il re di Francia Francesco I e, poco prima della morte, fornì a Filippo II di Spagna
progetti per la chiesa facente parte del complesso reale che stava sorgendo alle
porte di Madrid, il famoso Escorial. Per il cardinale Marcello Cervini, futuro papa
Marcello II, disegnò una villa nei pressi di Montepulciano e per Giulio III progettò
la villa romana nota come Villa Giulia, con tanto di chiesa annessa, l’interessante
tempietto di Sant’Andrea sulla via Flaminia.
Tralasciando per il momento tutta l’opera svolta al servizio della famiglia
Farnese, vanno qui ricordati almeno alcuni interventi che il Vignola attuò ancora, in
tempi diversi, nella città che lo vide nascere come artista, Bologna. Si tratta del
famoso Portico dei Banchi, con cui regolarizzò le facciate delle botteghe medievali
che si affacciavano sulla piazza Maggiore, e di due opere di carattere
ingegneristico, un ponte sul fiume Samoggia e la conduzione di un canale
navigabile fin entro le mura della città.
[3] Citazione da Vasari.
[4] Citazione da E. Danti per “Prospettiva” qui si intende il sistema di regole, fondate sulla
geometria, volte a rappresentare lo spazio tridimensionale su una superficie piana, a due dimensioni.
Questo tipo di prospettiva scientifica venne messo a punto agli inizi del Quattrocento da Filippo
Brunelleschi, architetto.
3
Jacopo Barozzi morì a Roma il 7 luglio 1573 e fu sepolto, il massimo degli onori per
un artista, nel Pantheon. Si era ammalato sette giorni prima durante un viaggio di ispezione
alla fabbrica che più di ogni altra lo aveva reso famoso, il Palazzo Farnese di Caprarola.
Vignola e i Farnese
Per i Farnese Vignola realizzò i suoi capolavori. Rimase al loro servizio dal 1555 fino
alla morte e lasciò un segno profondo in tutte le loro dimore, intervenendo su quelle già
costruite e progettandone di nuove.
A Roma sovrintese al completamento del palazzo di famiglia, allora residenza del
cardinal Ranuccio (palazzo tra i più imponenti della città, al quale avevano lavorato
architetti del calibro di Sangallo e Michelangelo), intervenne nel Palazzo della Cancelleria,
dove contemporaneamente alloggiava il cardinale Alessandro, e sistemò gli splendidi
giardini sul Palatino noti come Orti Farnesiani.
Nelle dimore ducali emiliane fu parimenti attivo nella stessa veste. A Parma seguì la
trasformazione del palazzo del duca Ottavio, fratello dei due cardinali, curando in
particolare l’ideazione del grande giardino di corte, e, per Piacenza, progettò un immenso
palazzo. Tale edificio, fortemente voluto dalla duchessa Margherita d’Austria, moglie di
Ottavio e sorella di Filippo II di Spagna, fu realizzato solo in minima parte, ma, si è detto,
sarebbe stato paragonabile per grandiosità solo ai palazzi Vaticani.
La gloria del Vignola è comunque legata a due opere commissionategli da Alessandro
Farnese e di cui il cardinale stesso andava fiero[5]: il Palazzo di Caprarola, di cui si dirà in
seguito ampiamente, e la chiesa del Gesù a Roma, che sotto molti aspetti può essere
considerata l’opera più ambiziosa ed influente del Barozzi; Vignola vi sperimentò, infatti,
una pianta innovativa che ebbe larghissimo seguito negli anni a venire.
Vignola trattatista
Per completare il ritratto del Vignola non si può ignorare la sua attività di teorico, che
gli procurò una notorietà tale da superare anche la sua stessa fama di architetto. Particolare
successo riscosse il trattato che egli pubblicò nel 1562 con un corredo di tavole
estremamente chiare e curate, la Regola delli cinque ordini di architettura[6]. Concepita
come strumento di lavoro per gli architetti professionisti, l’opera raggiunse un pubblico
molto più vasto. Già a partire dalla fine del Cinquecento fu tradotta nelle lingue più diverse
- e’ del 1985 l’edizione in giapponese - e, fino al secolo scorso, fu usata come manuale in
tutte le facoltà europee di architettura.
Il Vignola lavorò anche ad un secondo trattato, che però non fece in tempo a
pubblicare. Doveva riguardare la prospettiva, che da sempre aveva costituito uno dei suoi
interessi principali. Fu il figlio Giacinto, dopo la sua morte, ad affidare le carte del padre al
matematico Egnazio Danti perché le pubblicasse.
L’opera uscì nel 1583 con il titolo Le due regole della prospettiva pratica e con un
commento del Danti, che in quell’occasione stilò anche la Vita di M. Iacomo Barrozzi da
Vignola.
[5] Si tramanda che il cardinale Alessandro si vantasse di possedere “tre cose sommamente belle”: il Palazzo
di Caprarola, la chiesa del Gesù e sua figlia Clelia.
[6] Vignola prese in considerazione i cosiddetti “ordini”, desunti dall’architettura classica, cioè gli insiemi
costituiti da colonne e cornicioni, e stabilì le regole che dovevano fissare i rapporti proporzionali tra le parti,
in modo da sortire effetti particolarmente armonici.
4
Il Vignola nei Cimini e nel viterbese
Jacopo Barozzi approdò nella Tuscia sulla scia della famiglia Farnese, quindi le tracce
del suo operato vanno ricercate prima di tutto nei territori che a vario titolo furono ad essa
soggetti.
Nel ducato di Castro e Ronciglione, direttamente amministrato dai Farnese, il Vignola è
presente, oltre che naturalmente a Caprarola, dove lascia le tracce più evidenti, anche a Grotte
di Castro, dove progetta il palazzo comunale, a Montalto di Castro, al quale sono riferibili due
disegni per un forte a mare mai realizzato, e a Capodimonte e Valentano.
Su altre località i Farnese esercitarono un diverso genere di giurisdizione, ma, alla
bisogna, coinvolsero parimenti il Vignola. Lo troviamo così a Caprinica durante il
governatorato di Ranuccio o a Vetralla durante quello di Alessandro.
Alessandro ricoprì anche l’importante carica di Legato del Patrimonio di S. Pietro e,
occupandosi in questa qualità della città di Viterbo, chiamò il Vignola per completare la fontana
di piazza della Rocca e per erigere la Porta di Faul detta anche Farnesia.
Il prestigio di cui il Barozzi godeva era tale che a lui ci si rivolgeva anche per
consulenze riguardanti cantieri di pertinenza altrui o come esperto al di sopra delle parti; in
quanto tale viene per esempio reclamato dalla comunità di Canapina per dirimere una questione
di confine. Consulenze e consigli gli chiesero in particolare gli autorevoli personaggi che
frequentavano la corte farnesiana e che in quegli anni erano alle prese con fabbriche
considerevoli, come il cardinale Gambara o, con ogni probabilità, Vicino Orsini, signore di
Bomarzo.
L’impronta lasciata dal Vignola nella Tuscia, per lo meno quanto alla fama ed al
prestigio, è stata così profonda da fargli attribuire a furor di popolo ogni fontana ed ogni
architettura di un qualche decoro di cui non si conoscesse altro autore. Dappertutto ci sono vie
intitolate al Vignola e non c’è paese che non vanti una sua opera; alla luce dei documenti che
oggi conosciamo[7], però, il catalogo relativo ai suoi interventi nella Tuscia va drasticamente
ridimensionato.
Gli interventi certi e diretti si limitano a quelli sopra ricordati, ai quali si deve
aggiungere, per dovere di completezza, la notizia documentata di una sua presenza a Nepi in
merito ad opere di ingegneria idraulica e a progetti per edifici sacri.
Si prenderanno ora in esame (in rigoroso ordine alfabetico) i dodici paesi della
Comunità Montana dei Monti Cimini e, discutendo della tradizione alla luce dei documenti, si
tenterà di stabilire se per ognuno di essi esiste effettivamente un legame di qualche genere con
il Vignola.
Bagnaia
Discussa è la presenza di Vignola a Bagnaia.
Il borgo di Bagnaia fu ceduto nel Medioevo ai vescovi di Viterbo, che nel tempo ne
fecero un luogo di villeggiatura e di diporto. Agli inizi del Cinquecento essi vi crearono un
“barco”, cioè una riserva dove poter esercitare il passatempo preferito dai prelati dell’epoca, la
caccia. Fu il cardinale bresciano Giovan Francesco Gambara, vescovo di Viterbo dal 1566, che,
seguendo le mutate tendenze del momento, decise di trasformare il primitivo barco in una
residenza elegante e sontuosa con giardini all’italiana, fontane e due palazzine.
[7] E’ doveroso ricordare in questo contesto l’attività di Fabiano T. Fagliari Zeni Buchicchio, studioso di Bolsena,
che è stato definito scherzosamente, ma in modo significativo “caterpillar della ricerca d’archivio”. A lui
dobbiamo la pubblicazione di una grandissima mole di documenti e di una serie di studi che sono di fondamentale
importanza per chiunque si accinga a studiare la Tuscia sotto il profilo dell’arte.
5
Nacque così la villa che, completata poco più tardi dal cardinal Alessandro Peretti
Montalto, è divenuta nota come “Lante”, perché rimase in proprietà della famiglia Lante per un
periodo lunghissimo, circa tre secoli.
Poco si sa sull’architetto del complesso, che, in assenza di documenti pregnanti, è stato
attribuito al Vignola, visto che il Vignola in quegli anni lavorava per il cardinal Farnese a
Caprarola e visto che il cardinal Farnese era amico e protettore del Gambara e ben potrebbe
avergli “prestato” il suo architetto. A suffragare questa ipotesi esistono due lettere, scambiate il
17 e il 18 settembre 1568 tra i due cardinali, da cui si evince che il Gambara, prima di prendere
possesso di Bagnaia, voleva incontrare il Vignola, e lo incontrò. Non è detto, però, che il
vescovo di Viterbo avesse voluto farlo per discutere della villa di Bagnaia, anche perchè
l’incontro si tenne a Viterbo, dove erano in corso altri lavori per i quali il cardinale ben avrebbe
potuto chiedergli una consulenza. Non solo, è probabile che a quell’epoca il Gambara non
pensasse affatto alla realizzazione della villa, dato che oggi sappiamo che i terreni necessari a
questo scopo furono acquistati solo dopo la morte del Vignola, nel 1574.
Pare quindi molto più plausibile l’ipotesi che l’ideatore della villa sia stato il senese
Tommaso Ghinucci, tra le altre cose esperto ingegnere idraulico, la cui presenza a Bagnaia è
ben documentata.
Canepina
Con una lettera del 27 luglio 1562, la comunità di Canepina, che faceva parte dello stato
farnesiano, richiese al cardinale Alessandro i servigi del Vignola circa una questione di confine
con la vicina cittadina di Soriano. Almeno in quell’occasione, dunque, Jacopo Barozzi deve
essersi recato da quelle parti.
Capranica
La presenza di Vignola a Capranica è ampiamente documentata e nuovamente legata alla
famiglia Farnese; non al cardinale Alessandro, però, ma a suo fratello Ranuccio, noto come
cardinal Sant’Angelo, per il quale il Barozzi stava abbellendo il Palazzo Farnese di Roma.
Ranuccio si trovò ad essere governatore perpetuo di Capranica negli anni in cui si
verificarono “grazie e miracoli” nella chiesetta della Madonna del Piano, ubicata fuori delle
mura della città ed allora affidata alla confraternita laica dei cacciatori. Nel 1558 visitò la
chiesa e la consegnò ai Padri Eremiti di Sant’Agostino, che decisero di riedificarla in forme più
convenienti, rivolgendosi per il progetto all’architetto del governatore. Vignola deve aver
ideato anche il convento, realizzato però più tardi secondo un altro progetto. La chiesa venne
costruita a partire dal 1560 e i lavori si protrassero a lungo; l’interno costituiva una variazione
sul tema della pianta ovale, che il Vignola aveva cominciato ad esplorare a Roma nella chiesa
di S. Andrea sulla via Flaminia. Nel 1631 l’edificio rovinò paurosamente e fu ricostruito
secondo forme diverse e ridotte. Della chiesa vignolesca resta la facciata in tufo, che all’epoca
doveva essere sormontata da un attico[8], proprio come a S. Andrea.
Caprarola
A Caprarola Vignola lasciò il suo capolavoro.
E’ noto che il cardinale Alessandro Farnese senior aveva voluto che a Caprarola
l’architetto Antonio da Sangallo il Giovane costruisse per lui una fortezza.
[8] Una sorta di sopraelevazione a terminazione piatta, che inglobava il timpano (l’estremità triangolare della
facciata).
6
La fabbrica, d’impianto pentagonale, fu pensata per resistere alle armi da fuoco, ma,
edificati i bastioni angolari ed il muro lungo i cinque lati del perimetro, fu abbandonata. Il
committente, infatti, divenuto papa nel 1534 con il nome di Paolo III, nell’adattare le strategie
del potere alla nuova condizione, aveva perso interesse per l’opera intrapresa.
E’ noto anche che il completamento della fabbrica si deve al nipote del papa, Alessandro
Farnese junior, che qualche decennio più tardi decise di riprenderla in mano per trasformarla in
una residenza sontuosa e magnifica, degna del gran cardinale[9] qual era.
E’ a questo punto che Jacopo Barozzi entra in scena e ne diviene il protagonista assoluto.
Dopo aver vagliato attentamente le sue proposte, anche con l’aiuto di consulenti esterni,
il cardinale Alessandro decise di approvare il suo progetto e affidargli il cantiere. Una volta
scavati nel tufo gli ambienti di servizio a livello del fossato e non prima di aver fatto celebrare
una messa, il 28 aprile 1559 si diede inizio ai lavori di muratura, che andarono avanti assai
“gagliardamente” (in questi termini ci si rivolse al cardinale per informarlo dei fatti). Si
costruirono lo scalone elicoidale, le logge e le stanze intorno al cortile rotondo[10] e, nel 1573,
alla morte del Vignola, il palazzo risultava pressoché finito, tanto che il cardinale non ritenne
opportuno nominare un nuovo architetto, ma fece seguire i lavori dal capomastro degli
scalpellini che aveva operato alle dipendenze del Vignola e che da questo momento assurgerà a
sua volta al rango di architetto, Giovanni Antonio Garzoni da Viggiù.
Il palazzo di Caprarola acquistò in breve tempo grande fama tra i contemporanei, che vi
riconobbero immediatamente il capolavoro del Barozzi. I due biografi del Vignola si dilungano
assai nella sua descrizione; Danti afferma: questa fabbrica più di tutte l’altre opere sue l’ha
fatto conoscere per quel raro ingegno, ch’egli era, havendo in essa sparsi gentilissimi capricci,
et mostrando particolarmente la gratia dell’arte in una scala a lumaca molto grande.
Vignola partecipò anche alla decorazione pittorica di alcuni ambienti del palazzo,
disegnando, e talvolta dipingendo di sua mano, degli sfondati prospettici atti a simulare spazi
reali; d’altra parte non bisogna dimenticare che il Barozzi aveva esordito come pittore e che la
prospettiva aveva da sempre costituito una sua grande passione. Agli angoli della Sala del
Concilio disegnò quattro colonne che ingannano lo spettatore sembrando realmente di marmo,
sul soffitto tondo dell’armeria simulò uno spazio aperto sul cielo oltre la balaustra di un
terrazzo e, sulle pareti della Sala di Giove, realizzò insieme a suo genero, il pittore Giovanni
Battista Fiorini, un finto porticato da cui si affacciano finte statue.
Dei giardini annessi al palazzo, il Vignola progettò sicuramente i due, quadrati, al livello
degli appartamenti privati del cardinale, mentre il parco con la Casina del Piacere furono
realizzati più di un decennio dopo la sua morte.
Per uno spazio a ridosso del giardino estivo Vignola aveva anche ideato un locale per il
gioco della pallacorda[11], a quanto sembra mai realizzato.
[9] Era questo l’appellativo con cui i contemporanei designavano il potente e ricco cardinal Farnese, gran
protettore delle arti.
[10] Le fasi della costruzione possono essere ricostruite nei dettagli grazie al Libro delle Misure della Fabbrica di
Palazzo Farnese, reso noto dallo studioso americano L. Partridge nel 1970. E’ una sorta di rendiconto contabile
dei lavori che via via si andavano attuando.
[11] Il gioco della pallacorda era molto in voga nelle corti del tempo. Consisteva nel lanciare, a mani nude o con
l’aiuto di una racchetta, una palla al di là di una corda tesa. Viene considerato per questo l’antenato del tennis. Si
giocava in spazi appositi, cortili o locali coperti.
7
Particolarmente efficace è il sistema attuato dal Barozzi per raccordare il palazzo al
paese. Egli fece in modo di legarlo al borgo, tramite un sistema costituito da un duplice ordine
di scale e una grande piazza, ma nello stesso tempo volle garantirne l’isolamento; il palazzo,
isolato e in posizione sopraelevata, doveva esemplificare la distanza esistente tra il suo potente
inquilino e gli abitanti del borgo, letteralmente adagiati ai suoi piedi. Non solo, il Vignola
sottopose tutto l’impianto urbanistico di Caprarola ad una radicale ristrutturazione, per poter
realizzare uno stradone rettilineo che rendesse visibile il palazzo fin dall’ingresso al paese ed
invitasse il viandante a percorrerlo per guadagnare velocemente la meta; è quella che i tecnici
definiscono “strada con fondale”. Il tracciato, in salita, fungeva da percorso cerimoniale,
soprattutto in occasione degli ingressi solenni degli ospiti che arrivavano dalla città pontificia, e
costituiva l’ultima parte di un sistema viario più ampio teso a collegare direttamente Caprarola
con il Barco grande[12] e con la via per Roma, senza passare da Ronciglione.
La realizzazione di questa Via Diritta, lunga 650 m. e con degli slarghi sistemati a
distanza regolare l’uno dall’altro, comportò ovviamente abbattimenti di edifici, sbancamenti ed
interramenti, ma anche la costruzione di due ponti (per superare i dislivelli del terreno) e di
tutta una serie di scalinate e sottopassaggi (per ricucire le ferite inferte al tessuto urbano
medievale). Lungo lo stradone e nelle aree adiacenti sorsero nuove fabbriche; diversi
documenti ci informano che talune furono realizzate secondo il desegno del magnifico messer
Jaco Vignola Architetto: la chiesa di S. Marco, all’ingresso del paese, e la casa del reverendo
Ercole Mariani, maggiordomo del cardinale Alessandro, nella piazza antistante la chiesa della
Madonna della Consolazione. Per altri due edifici sono conservati i progetti di mano del
Vignola, entrambi datati 1571; si tratta del progetto per la ristrutturazione dell’Ospedale di S.
Giovanni Evangelista e di quello per la realizzazione della casa di Lorenzo Paziello, che nei
pressi di detto ospedale doveva sorgere.
Il Barozzi operò dunque a Caprarola in una molteplice veste, quella di architetto
anzitutto, ma anche di pittore prospettico, come si è visto, e di ingegnere.
Oltre a ponti e strade, progettò, infatti, l’acquedotto che doveva convogliare l’acqua al palazzo
e il cosiddetto “sboccatore”[13], teso ad abbassare il livello delle acque del lago di Vico in
modo da conquistare nuove terre da destinare all’agricoltura.
La mole degli impegni era dunque tale da richiedere una presenza pressoché costante del
Vignola a Caprarola. Per questo, con ogni probabilità, egli acquistò nei pressi del Palazzo
Farnese una casa fornita di cantina e stalla, anche se, all’interno del palazzo stesso, gli erano
state messe a disposizione alcune stanze ricavate nel torrione adiacente all’armeria[14]; è
verosimile, come è stato proposto, che utilizzasse queste ultime, quindi, non a scopi abitativi,
ma come ufficio per la direzione del cantiere.
[12] Per il barco grande vedi paragrafo “Ronciglione”.
[13] Già i romani, o forse gli etruschi, avevano costruito un canale che permetteva di regolare il livello delle
acque del lago. Nel 1562, su indicazione del Vignola, il canale fu allargato e il livello del lago ulteriormente
abbassato. L’acqua che fuoriusciva da questo emissario si riversava nel Rio Vicano, subaffluente del Tevere, che a
Ronciglione fungeva da forza motrice per i numerosi opifici che sorgevano lungo il suo corso, soprattutto ferriere.
La regolazione del deflusso delle acque diede origine ad una lunga serie di controversie tra i proprietari delle terre
emerse e i titolari delle manifatture, i cui interessi non sempre coincidevano.
[14] Il torrione è quello sulla destra per chi guarda la facciata. L’armeria è la sala rotonda che ospita attualmente
la biglietteria.
8
Circa il rapporto dell’architetto con la comunità di Caprarola, e premesso che tutte le
opere pubbliche erano a carico di detta comunità, è indicativo quanto stabilito nel consiglio del
10 maggio 1562. Dopo aver ricordato che il Vignola più volte nha dati disegni tanto al
sboccatoro come altrove né mai è stato remunerato de niente, si decise che se le doni deci scudi
li quali se spendino in tanto vino [...] et se le facia un presente.
Dal cardinale Alessandro, invece, il Barozzi percepiva regolarmente uno stipendio; fin
dal 1560 compare, infatti, nella lista dei suoi “provvisionati”. Riscuoteva all’epoca un salario di
sette scudi al mese, grosso modo nella norma, che nel 1567 erano però già più che raddoppiati.
Carbognano
Non esistono, al momento, notizie certe circa legami di qualche sorta tra Jacopo Barozzi
e Carbognano, che pur faceva parte del Ducato farnesiano di Castro e Ronciglione.
Ronciglione
Possedimento dei Farnese fin dal 1526, eletta a seconda capitale del Ducato di Castro,
Ronciglione fu oggetto in epoca farnesiana di una radicale rivoluzione urbanistica; eppure non
emergono tracce evidenti lasciate dal Vignola.
Tradizionalmente viene a lui riferita la Fontana degli Unicorni, nella piazza del Popolo,
ma tale attribuzione, ancorché plausibile, alla luce dei documenti appare discutibile. In effetti la
fontana fu realizzata al tempo in cui il Vignola era attivo nel cantiere di Caprarola, e più
precisamente entro il 1566, anno in cui vengono nominati dei periti per la stima dell’opera
ormai compiuta[15], ma, se da una parte i documenti restituiscono i nomi degli scalpellini,
Nuccio fiorentino e Domenico da Ronciglione, dall’altra nulla o quasi dicono dell’ideatore
della fontana.
E l’unico cenno esplicito in questo senso non riguarda certo il Vignola, ma lo scultore
Antonio Gentile da Faenza, di cui il Baglione[16] dice: fece diversi disegni in particolare di
fontane assai gratiose e quella di Ronciglione per il card. Alessandro Farnese riuscì per
disegno e per opera eccellente.
Gli storici accennano poi ad un palazzo, distrutto dai bombardamenti durante l’ultima
guerra mondiale, che sarebbe stato costruito dal Barozzi nel 1542 per il duca Pierluigi in via
della Campana, ma, a parte l’assenza di altre conferme, la datazione sembra essere troppo
precoce per rendere attendibile l’attribuzione.
Allo stesso modo non è dimostrabile la notizia secondo cui sia la Porta Romana che la
chiesa della Madonna della Pace sarebbero state costruite utilizzando dei disegni del Vignola.
Ricade oggi quasi totalmente nel territorio di Ronciglione la località in cui il cardinale
Alessandro Farnese aveva fatto realizzare un sontuoso luogo di delizie, adibito principalmente
a riserva di caccia, noto come “Barco grande” per distinguerlo da quello più piccolo e più tardo
creato a ridosso del palazzo di Caprarola.
[15] Giovanni Baglione (Roma 1566-1644), pittore e storiografo, pubblicò nel 1642 Le vite de’ pittori, scultori et
architetti, ricche di informazioni e giudizi critici sugli artisti presi in considerazione.
[16] Tra le decorazioni della vasca compare anche lo stemma del cardinal Ranuccio, morto nel 1565, segno che la
fontana deve essere stata concepita mentre egli era ancora in vita.
9
Concepito a partire dal 1569, si estendeva per 88 ettari su un’area di forma pentagonale
racchiusa da un muro lungo 3.700 metri, era popolato da una grande varietà di animali e dotato
di un laghetto artificiale, dal quale emergeva un’isola, e di un casino di caccia. Si deve credere
che il complesso, anche per le relazioni esistenti con il palazzo di Caprarola, sia stato ideato dal
Vignola, sebbene il detto casino, di cui oggi rimangono soltanto ruderi, sia stato costruito dopo
la sua morte da Giovanni Antonio Garzoni da Viggiù. Proprio da questo casino di caccia
proviene il portale murato negli anni sessanta del secolo scorso in una piazzetta del borgo
medievale di Ronciglione.
San Martino al Cimino
Non sembrano esistere legami tra il Vignola ed il centro di S. Martino al Cimino,
nemmeno per tradizione. D’altra parte all’epoca del Vignola non esisteva a S. Martino che uno
sparuto gruppo di case a ridosso dell’abbazia cistercense.
Va segnalato però che, proprio negli anni in cui il Vignola era al loro servizio, il cardinal
Ranuccio prima e il cardinale Alessandro Farnese poi rivestirono il ruolo di commendatari
(cioè una sorta di amministratori) della detta abbazia.
Che si siano rivolti al Vignola in ordine a qualche problema strutturale che
indubbiamente a quel tempo l’edificio doveva presentare? Al momento non ci è dato saperlo.
Soriano nel Cimino
Alcuni storici locali, ma non solo, attribuiscono al Vignola il progetto del Palazzo di
Papacqua, voluto dal cardinale Cristoforo Madruzzo e poi abitato, nonché trasformato, dagli
Albani e dai Chigi.
Madruzzo, vescovo di Trento, aveva acquisito nel 1560 il feudo di Soriano e Gallese e,
approfittando dell’amenità dei luoghi, aveva deciso di edificare una residenza sui monti Cimini
da destinare agli “ozi”, così come stavano facendo e faranno in quegli anni il cardinale Farnese
a Caprarola, il Gambara a Bagnaia e Vicino Orsini a Bomarzo. Abbiamo notizia di una stretta
frequentazione tra tutti questi personaggi, che si scambiavano consigli e visite di cortesia nelle
rispettive dimore. Madruzzo e Farnese, in particolare, si conoscevano da tempo e si spedivano
spesso lettere e doni; sappiamo, per esempio, che nel 1573 il principe trentino mandò a
Caprarola “cinque indiani”, ossia cinque tacchini, perché facessero la guardia nel barco del
cardinale Alessandro.
In assenza di notizie certe sull’architetto di Papacqua, dunque, si è attribuita l’ideazione
del palazzo al Vignola solo sulla base di questo legame, indubbiamente attestato, tra il suo
committente ed il cardinal Farnese, alle cui dipendenze il Vignola operava. Oggi, invece, grazie
alla ricerca d’archivio, sono stati chiariti sia i tempi della costruzione che la sua paternità: il
palazzo di Madruzzo è stato costruito tra il 1564 e il 1572 dall’architetto perugino Ottaviano
Schiratti.
Vallerano
A Vallerano il nome del Vignola viene associato all’edificio più rappresentativo del
luogo, la bella chiesa della Madonna del Ruscello, che si dice edificata su suo disegno.
La chiesa fu eretta in territorio farnesiano nei primi anni del Seicento, probabilmente
anche con il concorso del cardinal Farnese - questa volta Odoardo, pronipote di Alessandro -, a
seguito di un miracolo verificatosi nel 1604 (o 1605).
10
Narra infatti la tradizione che, nel luogo dove ora sorge la chiesa, ci fosse una cappella
con un’immagine della Madonna col Bambino, molto venerata ma altrettanto deteriorata, visto
che, tornando dai boschi dove ci si recava a far legna, tutti solevano appoggiarvi le fascine
mentre si lavavano all’acqua del vicino ruscello. Si decise per questo di restaurare il dipinto,
ma, quando il pittore si accinse a farlo, vide sgorgare sangue dal labbro della Madonna. Subito
dopo il fatto miracoloso, e con le offerte dei pellegrini accorsi, si diede inizio alla costruzione
del santuario.
E’ chiaro che, se così andarono i fatti, il Vignola non può aver progettato più di trent’anni
addietro, prima cioè della sua morte, una chiesa che a quell’epoca nessuno pensava ancora di
costruire. Se un suo disegno è stato utilizzato, ipotesi non suffragata da nulla, sicuramente non
era stato pensato per Vallerano.
Vetralla
Vetralla non faceva parte del Ducato di Castro e Ronciglione, ma nel 1540 passò
ugualmente sotto la giurisdizione del cardinale Alessandro Farnese, che la amministrò per
conto dello Stato della Chiesa in qualità di governatore perpetuo.
La comunità si rivolse più volte all’architetto del cardinale. Si ha notizia di una fabbrica
ad uso granaio o magazzino costruita su disegno del Vignola e, anche quando si decise di
costruire l’acquedotto ed una nuova porta nelle mura urbiche, ci si dovette rivolgere al Barozzi;
sia l’acquedotto che la porta Romana, però, vennero realizzate a partire dal 1574, subito dopo
la morte del Barozzi, su disegno dell’architetto che gli succedette alle dipendenze del cardinale
Alessandro, Giovanni Antonio Garzoni. Fu sempre il Garzoni a disegnare le insegne del
cardinale e quelle di Vetralla, apposte sopra la porta, nonché l’iscrizione che ricordava il
governatore e riportava la data 1575. La porta non esiste più, è stata distrutta durante la seconda
guerra mondiale.
A Vetralla la tradizione attribuisce al Vignola anche l’ideazione di alcuni palazzi, quello
comunale, palazzo Franciosoni e palazzo Brugiotti, ma nessun documento conferma tale
paternità.
Vignanello
Nel 1531 Vignanello venne concesso in feudo perpetuo da papa Clemente VII a Beatrice
Farnese, nipote del futuro Paolo III. Da lei passò al genero, Sforza Marescotti, marito della
figlia Ortensia. E’ a questo periodo che risale la riedificazione della rocca, costruita, sembra,
dai benedettini qualche secolo prima. E’ molto probabile che Beatrice Farnese ed il conte
Marescotti si siano rivolti per il progetto all’architetto che a quell’epoca era al servizio dei
Farnese e stava costruendo per loro la fortezza di Caprarola, ossia Antonio da Sangallo il
Giovane.
Quando, nel 1569, il figlio di Sforza Marescotti, Alfonso, decise di trasformare la
fortezza di Vignanello in un palazzo, era logico che anche lui guardasse al cantiere di
Caprarola, dove il nuovo architetto dei Farnese, Vignola, stava compiendo per il cardinale
Alessandro un’operazione analoga[17]. Un documento relativo a questa fase dei lavori cita il
Vignola e sembra confermare questa ipotesi.
[17] Vedi sopra paragrafo “Caprarola”.
11
Dai Marescotti, bolognesi – e qui forse c’è un altro punto di contatto con il Barozzi –,
scaturì la dinastia dei Marescotti Ruspoli che tenne il feudo di Vignanello fino al 1816. Ai
Ruspoli appartiene tuttora il castello.
A Vignanello si dice poi realizzata su disegno del Vignola la porta del paese rivolta verso
Vallerano, chiamata porta del Molesino o, appunto, del Vignola.
Non ha molto a che vedere con l’architetto farnesiano: è stata costruita a seguito
dell’ampliamento dell’abitato più di un secolo dopo la sua morte, nel 1692, per volere del conte
Alessandro Marescotti Capizucchi.
Vitorchiano
Non esistono, al momento, notizie certe circa legami di qualche sorta tra Jacopo Barozzi
e Vitorchiano, che, si dica per la cronaca, non faceva parte del Ducato di Castro e Ronciglione.
BIBLIOGRAFIA ESSENZIALE
- Jacopo Barozzi da Vignola (a cura di R.J. TUTTLE, B. ADORNI, C.L.FROMMEL, C. THOENES), Milano
2002
- Vignola e i Farnese (a cura di C.L.FROMMEL, M. RICCI E R.J. TUTTLE), Atti del Convegno internazionale
Piacenza 18-20 aprile 2002, Milano 2003
- I Vignola: Giacomo e Giacinto Barozzi (a cura di A. LUDOVISI E G. TRENTI), Vignola 2004
- F.T FAGLIARI ZENI BUCHICCHIO, Giovanni Antonio Garzoni da Viggiù: l’architetto dei Farnese a Caprarola
dopo il Vignola, in “Biblioteca e Società”, VII-VIII, 1985-1986, pp. 3-24
- F.T FAGLIARI ZENI BUCHICCHIO, Ottaviano Schiratti da Perugia: l’architetto di Papacqua per Cristoforo
Madruzzo, in“Arte e Accademia – ricerche studi attività ‘89”, Viterbo 1990, pp. 145-193
- F.T FAGLIARI ZENI BUCHICCHIO, Palazzo Farnese a Caprarola. Altre opere a Caprarola e nel Lazio, in
Jacopo Barozzi da Vignola a cura di R.J. TUTTLE, cit., pp. 210-233, 234-243
- F.T FAGLIARI ZENI BUCHICCHIO, Il Vignola nella Tuscia, in Vignola e i Farnese a cura di C.L.FROMMEL,
cit., pp. 101-108
12
Caprarola
-
Il Vignola e il Gran Palazzo
Le sue vie
Ville e villini
Vedute panoramiche
Le chiese
Feste e processioni
Cortei e gruppi
“La Colonia”
Le scuole
Il lago di Vico
13
Caprarola – Il Vignola e il Gran Palazzo
“Dettaglio del Palazzo Farnese”
La cartolina fu spedita a Roma il 28 luglio 1934.
Editore Giuseppe Caprinozzi
“Parte delle scalinate del Palazzo Farnese”
La cartolina fu spedita a Roma il 26 luglio 1914.
Editore Giacinto Mastrocola
14
Caprarola – Il Vignola e il Gran Palazzo
“Sala del Mappamondo”
La cartolina fu spedita a Biot in Francia il 19 luglio 1928. Si vede la stanza
abbondantemente arredata con mobili, tende ed arazzi.
Editore Giacinto Mastrocola
“Cortile del Palazzo Farnese, opera del Vignola”
La cartolina fu spedita a Roma il 7 marzo 1914 ed è scritta in francese.
15
Caprarola – Le sue vie
“Palazzo del Governatorato”
La cartolina fu spedita a Livorno il 20 luglio 1938. In questo periodo lo stabile
veniva ancora ceduto in affitto ad uso magazzino.
Editrice Margherita Martinelli
”Palazzo Farnese”
La cartolina fu spedita a Roma il 25 luglio 1905. Al centro dell’inquadratura, la
scolaresca accompagnata dal maestro e da un sacerdote seguiti da un somaro; inoltre, una
mangiatoia e un campo coltivato oggi occupato da abitazioni.
Editore Luigi Nocera
16
Caprarola – Ville e villini
“Villino Luigi Franceschini”
La cartolina fu spedita a La Quercia il 22 settembre 1908. Situato nei pressi delle
scuderie Farnese, il villino (sotto fotografato da un’angolazione diversa) è oggi
difficile da identificare a causa delle numerose trasformazioni.
Editore Danesi
“Villa Pazielli – S. Liborio”
La cartolina fu spedita a Roma il 12 luglio 1934 alla “madre superiora delle Figlie
di Maria Immacolata”. La villa è situata in località S. Liborio; durante il ventennio
fascista ospitò spesso importanti personaggi politici.
17
Caprarola – Vedute panoramiche
“Panorama generale”
La cartolina fu spedita a Siracusa il 24 agosto 1937. Una delle prime vedute aeree di
Caprarola.
Editore Nazzareno Gasperini
“Veduta aerea”
L’immagine risale agli anni ’50, ma la cartolina fu spedita a Roma il 26 aprile
1971.
Editore Egidio Mascagna
18
Caprarola – Le Chiese
“Interno Chiesa di S. Teresa”
La cartolina fu spedita a Forte dei Marmi il 22 agosto 1941.
Editrice Margherita Martinelli
Caprarola – Feste e processioni
“Processione di S. Antonio”
La processione risale agli inizi del 1900. Nelle immagini si vedono la banda musicale che
accompagna il Santo e la “Via diritta” addobbata con i festoni di alloro. La processione di
S. Antonio a Caprarola è molto particolare in quanto vi partecipano esclusivamente gli
uomini.
Editore Giuseppe Gasperini.
19
Caprarola – Cortei e gruppi
Raduno a Caprarola
Foto di gruppo del Raduno del 1931.
Foto cartolina privata – Fotografo Mariano Tremoni
Caprarola – “La Colonia”
Colonia “A. Scambelluri”.
Caprarola 1935. I bambini consumano il pranzo.
Foto cartolina privata. – Fotografo Mariano Tremoni
20
Caprarola – Le scuole
Interno dell’aula di una classe maschile.
Foto cartolina privata
Caprarola – Il Lago di Vico
“Veduta del Lago di Vico”
La cartolina fu spedita a Roma il 18 gennaio 1929.
Editore Ignazio Mascagna
21
Bagnaia
Canapina
Capranica
Carbognano
Ronciglione
San Martino al Cimino
Soriano nel Cimino
Vallerano
Vetralla
Vignanello
Vitorchiano
22
Bagnaia
“Piazza XX Settembre - Saluti da Bagnaia”
L’immagine risale ai primi anni del 1900.
Editore Mattioli
Canepina
“Monastero Purissimo Sangue”
Immagine databile agli anni ’50.
Editore Silvio Vettraino
23
Capranica
“Panorama da levante”
La cartolina fu spedita a Roma il 21 luglio 1915. In basso, la via Cassia, ancora
stretta e sterrata, costeggia la rupe su cui è arroccato il paese.
Editore Mantrici
Carbognano
“Piazza del Comune”
Immagine della piazza ad inizio ’900.
Editore Demetrio Carosi
24
Ronciglione
“Via della Campana (Fontana del Vignola)”
La fontana, qui attribuita al Vignola, oggi si colloca in un contesto molto diverso a
causa del bombardamento subito durante l’ultimo conflitto mondiale.
Editore Giacomo Sillani
San Martino al Cimino
“Via dei Villini”
La cartolina fu spedita ad Alassio il 1° settembre 1917.
Editore Zafferino Mattioli.
25
Soriano al Cimino
“Palazzo Ghigi (Vignola)”
Immagine degli anni ’20. Erroneamente attribuito al Vignola, il palazzo in realtà fu
progettato da Ottaviano Schiratti.
Editore Carolina Catalani
Vallerano
“Saluti da Vallerano”
Cartolina a multivedute degli inizi del 1900.
Editore A. Ragazzi
26
Vetralla
Cartolina Commemorativa
Cartolina realizzata in occasione dei “Solenni festeggiamenti per l’incoronazione di
Maria Santissima Immacolata” svolti a Vetralla nei giorni 8-9-10 settembre 1905.
Vignanello
“Saluti da Vignanello”
Immagine degli inizi del 1900. La torre dell’immagine a sinistra è stata abbattuta e
il contesto profondamente mutato. La cosiddetta “Porta del Vignola” risale in realtà
al 1692.
Editore Paolo Bianchi
27
Vitorchiano
“Monumento ai Caduti”
Immagine degli anni ’30 con il monumento poi rimosso.
Editori Scaramucci e Poli
28
Indice
Introduzione
Il Vignola - La vita e le opere nel viterbese
pag. 1
pag. 2
Caprarola
Il Vignola e il Gran Palazzo
Le sue vie
Ville e villini
Vedute panoramiche
Le chiese
Feste e processioni
Cortei e gruppi
“La Colonia”
Le scuole
Il lago di Vico
pag. 13
pag. 14
pag. 16
pag. 17
pag. 18
pag. 19
pag. 19
pag. 20
pag. 20
pag. 21
pag. 21
Bagnaia
Canapina
Capranica
Carbognano
Ronciglione
San Martino al Cimino
Soriano nel Cimino
Vallerano
Vetralla
Vignanello
Vitorchiano
pag. 23
pag. 23
pag. 24
pag. 24
pag. 25
pag. 25
pag. 26
pag. 26
pag. 27
pag. 27
pag. 28
29
Finito di stampare nel mese di Dicembre
Tipografia Grazini & Mecarini - Via dei Sindacati, 13 - Viterbo
Scarica

Stralcio del Libro