Storia e Tecniche della Fotografia
Anno Accademico 2007-2008
Prof. Enzo Gabriele Leanza
MODULO 3
CLAUDIO MARRA
L’IMMAGINE INFEDELE
La falsa rivoluzione del digitale
Dott.ssa Andreina Abramo
Non è un libro contro il digitale ma contro una
particolare interpretazione del digitale
 Marra
non vuole riaprire la diatriba
tra APOCALITTICI E INTEGRATI ma
vuole dare risposta ad alcune delle
domande nate con l’avvento della
fotografia digitale.
L’ossessione del nuovo
In questi anni si è parlato, e si parla ancora spesso, di
“nuovo” a proposito dei media; ma l’aggettivo nuovo
fa parte del DNA dei media, tutti i media sono nuovi
se inseriti nel loro contesto storico, anche la ruota e la
tv, perché consentivano all’uomo di fare qualcosa che
prima non poteva fare.
Oggi l’aggettivo nuovo viene usato così spesso per
segnalare che stiamo vivendo una straordinaria
rivoluzione socio-culturale: la rivoluzione del digitale.
Con questa rivoluzione il ruolo del soggetto è
cambiato, dialoga ed interagisce di più con il mondo.
Le Domande
Il passaggio dalla fotografia analogica a quella
digitale ha cambiato l’identità della fotografia?
Studiosi e critici hanno annunciato la morte della fotografia
tradizionalmente intesa; ma quando qualcosa muore e poi rinasce,
nasce forse sotto altra natura?
Nell’epoca del digitale, sistema di
rappresentazione che si vanta di essersi liberato
dallo strettissimo rapporto con il referente, la
prima funzione della fotografia, la funzione di
ATTESTAZIONE, viene meno o si conserva?*
Quando si parla di fotografia digitale,
sul piano del metodo sarebbe un
errore separare il livello TECNICOMATERIALE da quello LOGICOCONCETTUALE; Marra si occupa solo
del livello tecnico perché pensa che è
proprio qui che si aprono la prime
crepe circa l’effettiva esistenza di
quella che molti chiamano
Rivoluzione digitale.
Due sistemi di rappresentazione
I due sistemi di rappresentazione che
nell’ambito della fotografia possono essere
messi a confronto sono:
Il sistema analogico e il sistema digitale
Non si può fare un paragone tra la fotografia
chimica e quella digitale perché chimica è la
tecnologia non il sistema di rappresentazione.
Questi due sistemi di rappresentazione non sono un’esclusiva della
fotografia;
Se infatti oggetto della rappresentazione fosse il tempo si potrà
definire
ANALOGICO un orologio con le lancette, perché in esso
lo scorrimento continuo del tempo viene rappresentato
attraverso L’ANALOGO scorrimento delle lancette
mentre si dirà
DIGITALE un orologio a quadrante solo numerico nel
quale lo scorrimento continuo del tempo viene
rappresentato in forma di tratti discontinui
dall’alternanza di una cifra che in inglese si dice digit.
Per quanto diversi i sistemi di rappresentazione
utilizzati gli orologi rimangono orologi, la loro funzione
continua ad essere la stessa.
Ma se anche nel passaggio da analogico
a digitale la funzione di attestazione
della fotografia si conserva, perché
parliamo di fotografia analogica e
fotografia digitale?
Solo perché i due sistemi di
rappresentazione sono diversi?
Ma sono veramente diversi?
Un cuore identico
Se oggetto della rappresentazione fosse la luce, la fotografia tradizionale
potrebbe dirsi
ANALOGICA perché i sali d’argento cosparsi sulla pellicola, registrando in
modo continuo(come le lancette dell’orologio) le variazioni di tonalità della
luce riflessa dai corpi, producono una forma di rappresentazione della luce
ANALOGA alla condizione di continuità espressa dalla luce nella realtà.
E nella fotografia DIGITALE cosa accade?
Logica vorrebbe che ci fosse qualche meccanismo che anziché registrare
in modo continuo procedesse in modo discontinuo, a salti.
Ma invece non è così!
Il cuore tecnologico della macchina fotografica digitale è un apparato
elettronico di natura analogica, il CCD, acronimo di CHARGE COUPLED
DEVICE, dispositivo ad accoppiamento di carica.
Il CCD è un componente elettronico di forma
rettangolare la cui superficie è piena di pixel,
elementi sensibili alla luce che trasformano la
luce in corrente elettrica, più o meno intensa a
seconda della quantità di luce ricevuta. Fu
inventato in America nel 1969 da due
ingegneri.
La pellicola e il CCD appaiono diversi, uno
appartiene al campo della chimica, l’altro a
quello dell’elettronica, ma il sistema di
rappresentazione della luce che entrambi
adottano è lo stesso ed è analogico.
Processo di funzionamento della pellicola
La pellicola è ricoperta da
un’emulsione fotosensibile formata
da microscopici cristalli di bromuro
d’argento i cui atomi si raggruppano
quando vengono colpiti dalla luce che
entra attraverso l’obiettivo. Quanto
più forte è la luce, tanto più densi e
vasti risulteranno questi
raggruppamenti.
Processo di funzionamento del CCD
Nel CCD, un microchip di silicio è ricoperto da una serie di piccoli elettrodi,
i photosite, disposti su una griglia più o meno fitta, le cui singole caselle
prendono il nome di pixel(picture element, elemento d’immagine).
Al momento dello scatto fotografico la superficie del CCD viene caricata di
elettroni i quali sotto l’azione della luce si raggruppano su i vari photosite.
Tanto più forte sarà la luce che colpisce ogni singolo photosite, tanto
maggiore sarà il numero di elettroni che in esso si addenserà. A questo
punto basterà misurare la carica elettrica di ogni photosite per stabilire
quanta luce ha colpito quel pixel. Una volta effettuato il conteggio degli
elettroni l’informazione viene trasferita ad altri componenti della macchina
e il CCD torna, per così dire “vergine”, pronto a registrare nuovamente.
Il funzionamento del CCD non è molto diverso da quello della pellicola,
l’unica differenza è data dal fatto che il CCD non memorizza la traccia di
luce ma la passa ad altro componente.
La fase di registrazione della luce risulta in entrambi i casi caratterizzata
da un criterio di continuità, tanto da risultare ANALOGA alla continuità
della luce nella realtà.
Fino a questo punto le fotocamere digitali funzionano secondo un
criterio analogico.
Ma quando subentra la digitalizzazione?
La registrazione della luce effettuata dal CCD sotto forma di carica
elettrica viene chiamata segnale e trasferita ad un convertitore che
traduce il segnale analogico continuo in segnale discontinuo
numerico, costituito da tratti “scelti”( dal latini discernere,
separare).
E’ in questa fase di trasferimento dal CCD al convertitore che, con
il passaggio da un sistema di rappresentazione a tratti continui a
uno a tratti discreti o discontinui, assistiamo alla rappresentazione
in forma digitale di un segnale analogico.
Il CCD manifesta un’indiscutibile identità analogica.
Tecnicamente esiste la fotografia digitalizzata, non quella digitale.
Il passaggio da analogico a digitale
Per comprendere come avviene questo
passaggio bisogna studiare il
funzionamento del convertitore, che
trasforma il segnale continuo
prodotto dal CCD in segnale discreto.
Come funziona il convertitore
Il convertitore attraverso due operazioni trasforma il segnale
analogico in digitale.
La prima operazione è
il campionamento: il prelevamento a tratti regolari di alcuni
campioni del segnale continuo che diventa discreto.
La seconda operazione è
la quantizzazione: è questa la vera e propria fase della
digitalizzazione. Qui la carica elettrica viene trasformata in
dato numerico binario. Il bit(binary digit) è definibile come
la scelta tra due possibilità 0 e 1.
L’ultima operazione compiuta dalla fotocamera digitale è
la compressione del segnale, ossia l’eliminazione dei bit
ripetitivi. Il sistema di compressione che si trova più spesso
nelle fotocamere digitali p il Jpag, acronimo di una
organizzazione internazionale che stabilì i parametri
standard per la produzione delle immagini digitali.
Confronto con la semiotica
Se consideriamo i due sistemi di rappresentazione, continuo e
discreto, come due differenti modalità segniche, possiamo
affrontare la questione dell’identità della fotografia partendo dalla
semiotica.
Roland Barthes nel suo saggio del 1961, Il messaggio fotografico,
dice: “Senza dubbio l’immagine non è il reale; ma ne è
quantomeno l’analogon perfetto, ed è precisamente questa
perfezione analogica che, per il senso comune, definisce la
fotografia”.
Per Barthes l’analogon è quella sensazione di realtà duplicata tale
e quale e la fotografia è dunque un messaggio senza codice.
La fotografia non necessita di un codice interpretativo perché è un
messaggio di tipo continuo, non c’è nulla da ricostruire poiché il
soggetto-referente viene riproposto in modo integrale.
Già 50 anni fa, pur non esistendo ancora la
fotografia digitale, Barthes aveva tracciato
chiaramente lo scontro tra CONTINUO e
DISCRETO, opponendo la fotografia messaggio
senza codice al disegno messaggio che va
codificato perché realizzato per tratti.
Nasce così una imprevista solidarietà tra
disegno e digitale, entrambi caratterizzati da
una struttura linguistica di tipo discontinuo e
dunque necessitanti di un codice.
Già Charles Pierce, semiologo americano,
prima di Barthes, aveva compreso che tra
la fotografia e il disegno vi fossero
caratteristiche differenti legate alla
presenza o assenza del codice.
Secondo Pierce l’INDICE è un tipo di
segno che, essendo prodotto in presenza
del referente, è talmente connesso con
esso da non aver bisogno di
codificazioni.
Mettendo insieme la tesi di Barthes e
quella di Pierce possiamo perfezionare
l’opposizione:
Fotografia analogica-messaggio senza codicemessaggio a tratti continui-Indice
vs
Fotografia digitale messaggio codificato-messaggio a
tratti discreti-Icona
Chi festeggia la morte del sistema analogico festeggia
la morte dell’identità indicale della fotografia, la fine del
rapporto strettissimo con il referente.
L’indice: un segno fuori dal codice
Considerando gli insegnamenti di Pierce, Marra, in Forse in una fotografia,
ci dice che la semiotica sembra aver cresciuto due figli, uno lo ha sempre
considerato bravo, intelligente, raffinato, il classico figlio prediletto,
l’ICONA.
L’altro è il tipico figlio non voluto ma che bisogna tenersi per forza, il figlio
che viene considerato un po’ scemo, l’INDICE.
Ma più che scemo bisognerebbe definirlo strano, a causa di alcune sue
caratteristiche di comportamento del tutto estranee alla tradizione di
famiglia. L’indice infatti risulta essere allergico al principio fondamentale
della semiotica, la CODIFICAZIONE, essendo un segno- traccia, un segno
che sembra autoprodursi per emanazione diretta del referente, senza
intervento dell’uomo e dunque senza produrre un atto artistico.
La fotografia digitale, utilizzando un sistema di rappresentazione a tratti
discreti, sarebbe un messaggio a codice in quanto viene ricostruita a
partire da un codice. Per questo l’identità della fotografia digitale potrebbe
essere iconica e non indicale.
Ma non è così!


Perché è solo alla fine che il segnale analogico
viene trasformato in digitale(nel convertitore)
Perché anche se la fotografia digitale si libera
dai legami con il referente, ma per quanto
lontana vi rimane sempre legata; non esiste
fotografia prodotta in assenza del referente!
Per questo negli anni Settanta Bettetini inventa
una nuova formula: “INDICE DI UN’ICONA”, il
figlio scemo, l’indice, veniva posto sotto la
tutela del figlio intelligente, l’icona.
Confronto con l’arte
Il dibattito teorico innescato dal digitale ha generato riflessioni
anche sui rapporti che intercorrono tra arte e fotografia
digitale.
Tre sono i motivi grazie ai quali è nata una complicità tra arte
e fotografia digitale.
1.MANIPOLAZIONE DELL’IMMAGINE veloce e semplice. Tutto
questo era realizzabile anche con l’analogico ma occorreva
più tempo e grande maestria.
Le ampie possibilità di elaborazione concesse alla fotografia
dalla tecnologia digitale hanno subito evocato il fascino
dell’artistico; la stessa etimologia della parola lo dice, arte
dal latino Ars che rimanda al greco techne, artistico è un
manufatto realizzato con grande perizia.
Ma non si deve confondere il CAMBIO QUANTITATIVO(meno
tempo,meno fatica, meno abilità) con un SALTO
QUALITATIVO(digitale superiore all’analogico).
2.RILANCIO DEL RUOLO DELL’AUTORE: se nella fotografia analogica
pareva manifestarsi una sospetta autonomia della macchina, in
quella digitale si assiste invece ad un riscatto pieno e totale
dell’operatore che in virtù delle amplissime potenzialità di
elaborazione dell’immagine, modificando la natura dell’immagine
fotografica si riappropria del ruolo di autore, costruttore effettivo
dell’opera e non semplice gestore di processi che non può
controllare.
Il digitale sarebbe dunque “buono” perché pronto a sottomettersi
al volere della mano, ridando così importanza al fotografo che
torna ad essere autore.
3.POTENZIALE TRASFIGURAZIONE DEL REALE: la fotografia digitale
si dimostrerebbe geneticamente predisposta ad un tipo di arte,
quella che ritiene indispensabile liberarsi da ogni rapporto di
connessione con la realtà. La realtà proposta dal digitale sarebbe
dunque una realtà artificiale, profondamente trasformata.
Fotografia: “Arte o serva dell’arte”?
Questi stessi motivi furono usati da Baudelaire nel 1859, quando ,
recensendo le opere esposte quell’anno nel Salon parigino, spiegò
perché la fotografia non poteva essere considerata arte.
Diceva Baudelaire:”Bisogna dunque che la fotografia rientri nel suo
vero compito, che è quello di essere serva delle scienze e delle
arti, ma una serva molto umile, come la stampa e la stenografia,
che non hanno né creato né supplito la letteratura(…). Che salvi
dall’oblio le rovine pendenti, i libri, le stampe e i manoscritti che il
tempo divora, le cose preziose le cui forme spariranno e che
richiedono un posto negli archivi della nostra memoria, essa sarà
ringraziata e applaudita. Ma se le viene permesso d’invadere il
dominio dell’impalpabile e dell’immaginario, su tutto ciò che vale
solo perché l’uomo vi aggiunge qualcosa della sua anima, allora
sfortunati noi”.
Le accuse rivolte dal poeta alla fotografia erano due:
1.ESTREMA FACILITA’ RIPRODUTTIVA quasi da non richiedere
alcun intervento da parte dell’autore.
2. UNA RESA TROPPO SPECULARE ED OGGETTIVA DELLA REALTA’.
Considerando i motivi esposti da Baudelaire contro la fotografia
analogica come arte e i morivi con i quali oggi si glorificano le
potenzialità artistiche del digitale, dobbiamo scegliere:
Se crediamo nella glorificazione del digitale, fondata su i tre motivi
descritti, dobbiamo anche pensare che le accuse fatte da
Baudelaire alla fotografia analogica siano fondate, giustificate,
veritiere.
Se invece pensiamo che le accuse di Baudelaire alla fotografia
analogica non siano giuste, dobbiamo di conseguenza azzerare i
meriti attribuiti oggi al digitale.
Quelle caratteristiche che mancavano alla fotografia analogica e che
in ambito ottocentesco segnarono e furono causa
dell’allontanamento della fotografia dall’arte, esistendo oggi in
ambito digitale, hanno ridato alla fotografia una presunta
artisticità.
Tutti quegli argomenti che erano stati usati nell’Ottocento per
censurare le ambizioni artistiche della fotografia analogica sono
usati oggi per esaltare il digitale.
Autorevolezza pittorica del digitale
Secondo questa interpretazione, l’immagine digitale
può vantare le stesse caratteristiche della pittura, in
primis, quello di proporre soggetti privi di relazione
diretta con il reale(scarsa referenzialità).
L’immagine, grazie al digitale, si aprirebbe così a un
orizzonte di creatività piena e totale, come quella della
mano nella pittura.
Sembra di assistere allo stesso dibattito della seconda
metà dell’Ottocento, piuttosto che rivendicare
l’autonomia dell’identità fotografica, la si subordina alle
regole della pittura.
La logica del quadro come arte dominante era una
logica tipica del mondo ottocentesco, non bisogna
pensare oggi che esista solo quel tipo di arte e dunque
bisogna sottomettervisi.
La vera rivoluzione del READY MADE
L’elogio della fotografia digitale, fondato sulle tre caratteristiche(che la
farebbero entrare nell’Olimpo dell’arte) deriva dall’applicazione di principi
estetici prenovecenteschi.
Coloro che sostengono la culturalutà, l’artisticità della fotografia digitale
ignorano quanto accaduto nel Novecento nell’ambito della fotografia.
Il Novecento con Marcel Duchamp(1913) e la sua logica del Ready made
ha costruito le fondamenta dell’identità estetica della fotografia sul
superamento di quei parametri(manipolazione e trasformazione) che
invece sono stati rilanciati dal digitale. Considerando la manipolazione e la
trasformazione due principi che avvicinano la fotografia digitale all’arte si
torna indietro di cento anni.
Non si può infatti dire che la fotografia analogica non è arte solo perché si
basa su un modello estetico nel quale vi è assenza di manualità e
presentazione diretta della realtà.
La vera rivoluzione no è quella del digitale(perché l’identità è la stessa e le
manipolazione c’erano anche con l’analogico), ma quella del Ready Made,
dell’Indice.
Basta comprendere che la fotografia tutta, è un segno, non iconico
ma indicale, in quanto indica connessione e contiguità con il
referente(l’indice è prodotto in presenza del referente stesso).
Il sistema digitale possiede caratteristiche tecniche che lo rendono
più vicino al modello pittorico, ma il digitale non ha proposto una
nuova identità della fotografia.
Identificare la fotografia digitale con una nuova fotografia è un
grave errore metodologico, l’identità del mezzo non è cambiata,
una fotografia per quanto truccata o manipolata, continuerà a
funzionare come una fotografia e non come un quadro.
Infatti il reale proposto dalla fotografia di finzione, a differenza di
quanto accade in pittura, sarà sempre un reale credibile.
es. il fotomontaggio di una scena di morte pubblicato creava
grande scandalo, eppure vi erano molti quadri che proponevano
come soggetto la morte.
Ma le immagini dei fotomontaggi non sono quadri, ma foto, e in
quanto fotografie possiedono un grado di credibilità che solo
questo mezzo può vantare nella nostra cultura.
La fotografia analogica o digitale che sia
può interpretare la realtà in maniera
simbolica e dunque rappresentarla,
oppure può esibire la realtà in maniera
diretta e dunque limitarsi a presentarla.
“Attraverso il mirino colui che fotografa
può uscire da sé
ed essere dall’altra parte,
nel mondo,
può meglio comprendere,
vedere meglio,
sentire meglio,
amare di più”.
Wim Wenders
BUONO STUDIO!
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