Il famoso dipinto
“La conversione di San
Paolo” eseguito da
Michelangelo Merisi, detto
il Caravaggio, è stato
realizzato dal pittore all’età
di trent’anni ed è custodito
presso la Chiesa di Santa
Maria del Popolo in Roma,
all’interno della Cappella
Cerasi.
La grande tela (2.30x1.75 mt)
propone la conversione sulla
via per Damasco
Inconsueta l’ambientazione:
la scena è una semplice
stalla, una postazione poco
prima la città cui Saulo era
diretto.
Testimoni della vicenda
soprannaturale:
il cavallo, che occupa
più della metà del
dipinto, un anziano
palafreniere che appena
s’intravede sulla destra
del dipinto, dietro
il muscoloso collo
possente del destriero.
Paolo, invece, è riverso a terra,
rappresentato nell’istante successivo a
quella «luce del cielo che gli folgoreggiò
intorno» abbattendolo al suolo.
L’ambientazione
poverissima, come la
“Vocazione di Matteo”,
è scabra, spoglia tanto da
parere ai suoi contemporanei
perfino blasfema; invece è
la luce la vera ed autentica
costruzione del dipinto che fa
la protagonista principale
del teatro della vicenda.
Manifestazione della
divinità, una sorta di
teofania nel compiersi
meccanico, coatto, di
semplici azioni
quotidiane; è un farsi
prossimo del Dio
nella storia nella
semplicità.
In questa tela proviene
dall’alto, una sorta di
folgore divina, che squarcia
la tenebra del paganesimo,
dell’indifferente,
del persecutore,
del calunniatore.
Quest’elemento cardine
colpisce Saulo che cade;
tutto è specchio di quella
Fonte, ogni superficie,
il bel mantello porpora di
Saulo, il mantello pezzato
del cavallo, i piedi nudi
dell’anziano scudiero.
Tutto si impressiona
di quella luce, riverbera
di quella potenza.
Ma non è il mero significato simbolico
che impressiona, bensì l’inquietante
realismo di un corpo non ancora
completamente caduto.
Si scorge il moto ancora
attivo delle gambe,
inclinate, le braccia
alzate, gli occhi accecati
dalle palpebre chiuse
in segno di difesa
da quel bagliore.
E’ un crescendo:
la spada alla sinistra
affrancata alla cinta
è lontana, non può
difenderlo, è lì al suo
fianco predata come
il padrone. Sbigottiti
per lo stupore gli
attori di questa scena
e anche noi
osservatori,
dal pathos evocativo
caravaggesco.
Il cavallo è in una posa
singolare: l’anteriore destro
è rialzato, d’istinto per non
calpestare il cavaliere
caduto.
Mentre il palafreniere è
anch’egli accecato dalla
folgore divina che ha colpito
Saulo, l’unico testimone,
cosciente ma impossibilitato
a comunicare la dinamica dei
fatti, è il cavallo con l’occhio
aperto e rivolto al suo
cavaliere
La presenza del Salvatore che
chiede «Saulo, Saulo, perché mi
perseguiti?». è molto accorata e
viene resa nell’assenza che ci fa
percepire tutta la fragilità di Paolo di
fronte alla soprannaturale maestosità
della Manifestazione celeste.
Caravaggio non
rappresenta il miracolo
nel momento in cui
accade. Al fragore del
tuono è ormai
subentrato il silenzio,
all’esteriorità
dell’evento l’interiorità
della riflessione.
Tutto è compiuto:
Paolo giace a terra sul
suo mantello aperto,
la spada posata a lato,
gli occhi accecati,
le gambe e le braccia
aperte; il cavallo, ormai
calmo, è tenuto da un
vecchio scudiero,
sovrasta il caduto
chinando la testa verso
di lui.
Niente altro appare
sulla tela, interamente
occupata da queste
sole figure, fermate
nella luce, collegate
l’una all’altra dalla
circolarità delle forme
disposte obliquamente
così da suggerire lo
spazio in profondità,
senza descriverlo nei
suoi dettagli.
Non possiamo non desiderare
una vera conversione del cuore!
A proposito della conversione
di San Paolo:
“Questa svolta della sua vita,
questa trasformazione di tutto il
suo essere non fu frutto di un
processo psicologico, di una
maturazione o evoluzione
intellettuale e morale, ma
venne dall’esterno: non fu il
frutto del suo pensiero, ma
dell’incontro con Cristo Gesù.
In questo senso non fu
semplicemente una
conversione, una maturazione
del suo “io”, ma fu morte e
risurrezione per lui stesso: morì
una sua esistenza e un’altra
nuova ne nacque con il Cristo
Risorto.
In nessun altro modo si può
spiegare questo
rinnovamento di Paolo.
Tutte le analisi psicologiche
non possono chiarire e
risolvere il problema. Solo
l'avvenimento, l'incontro forte
con Cristo, è la chiave per
capire che cosa era
successo: morte e
risurrezione, rinnovamento
da parte di Colui che si era
mostrato e aveva parlato con
lui. In questo senso più
profondo possiamo e
dobbiamo parlare
di conversione.
Questo incontro è un reale rinnovamento che ha
cambiato tutti i suoi parametri. Adesso può dire che
ciò che prima era per lui essenziale e
fondamentale, è diventato per lui “spazzatura”; non
è più “guadagno”, ma perdita, perché ormai conta
solo la vita in Cristo.
Venendo ora a noi stessi, ci chiediamo che cosa vuol dire questo per
noi? Vuol dire che anche per noi il cristianesimo non è una nuova
filosofia o una nuova morale. Cristiani siamo soltanto se incontriamo
Cristo. Certamente Egli non si mostra a noi in questo modo irresistibile,
luminoso, come ha fatto con Paolo per farne l'apostolo di tutte le genti.
Ma anche noi possiamo incontrare Cristo, nella lettura della Sacra
Scrittura, nella preghiera, nella vita liturgica della Chiesa.
Possiamo toccare il cuore di
Cristo e sentire che Egli
tocca il nostro. Solo in
questa relazione personale
con Cristo, solo in questo
incontro con il Risorto
diventiamo realmente
cristiani. E così si apre la
nostra ragione, si apre tutta
la saggezza di Cristo e tutta
la ricchezza della verità.
Quindi preghiamo il Signore perché ci illumini,
perché ci doni nel nostro mondo l'incontro con la
sua presenza: e così ci dia una fede vivace, un
cuore aperto, una grande carità per tutti, capace di
rinnovare il mondo” (Benedetto XVI, Udienza
Generale, Mercoledì 3 settembre 2008).
Sr. Alba Vernazza fma
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