Haruki Murakami
IL SETTIMO
UOMO
© Massimo Monciardini ([email protected])
per la traduzione in italiano
© Francesco Pancaldi ([email protected])
per la trasposizione grafica in Miscrosoft PowerPoint
'Era un'onda enorme, e per un pelo non mi portò via.', disse
il settimo uomo, quasi in un sussurro. 'Accadde un pomeriggio di
settembre, quando avevo dieci anni.'
L'uomo fu l'ultimo a raccontare, quella sera. Le lancette
erano oltre le dieci. Il piccolo gruppo stretto in circolo udiva il vento
ululare nel buio, all'esterno, spirando verso ovest. Scuoteva gli
alberi, sbatteva le finestre e passava oltre la casa con un ultimo
fischio.
'Era l'onda più grande che avessi mai visto in vita mia',
disse.
'Un'onda strana. Un vero e proprio gigante', fece una
pausa, 'mi mancò di poco, ma al mio posto inghiottì tutto quello che
più mi stava a cuore e lo spazzò via, in un altro mondo. Ci misi anni
per ritrovarlo, e riprendermi da quell'esperienza, anni preziosi che
non potrò mai avere indietro'.
Il settimo uomo era sulla cinquantina. Magro, alto, con i
baffi, vicino all'occhio destro aveva una cicatrice corta ma
profonda, come quella provocata da una piccola lama. Macchie
rigide e ispide di bianco punteggiavano i suoi capelli corti. Sul viso
aveva l'espressione che di solito ha chi non riesce a trovare le
parole che vorrebbe. In questo caso, però, sembrava che
quell'espressione fosse lì da molto prima, come se facesse parte di
lui. Indossava una semplice camicia blu sotto la giacca grigia di
tweed, e di tanto in tanto portava la mano al colletto. Nessuno dei
presenti sapeva il suo nome, né quello che facesse per vivere.
Si schiarì la gola, e per qualche istante rimase in silenzio..
Gli altri aspettavano.
'Nel mio caso si trattò di un'onda', disse. 'Non ho modo di
sapere, ovviamente, quello che sarà per ciascuno di voi. Ma nel mio
caso prese la forma di un'onda gigantesca. Si presentò a me un
giorno, di colpo, senza preavviso. E fu devastante.'
Sono cresciuto in una città costiera della provincia di S.
Era una cittadina tanto piccola che dubito che qualcuno di voi la
conosca, anche se dovessi dirvene il nome. Mio padre era il
dottore del paese, così la mia infanzia fu piuttosto comoda. Fin dai
miei primi ricordi, al mio fianco c'era il mio miglior amico, un bambino
che chiamerò K. Eravamo vicini di casa e frequentavamo la stessa
scuola, lui un anno indietro. Eravamo come fratelli, andavamo e
tornavamo da scuola insieme, giocavamo sempre insieme quando
rientravamo a casa.
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Non litigammo nemmeno una volta, durante la nostra lunga
amicizia. Io avevo anche un fratello, di sei anni maggiore, ma per la
differenza di età e quella tra le nostre personalità non fummo mai
davvero vicini. Il mio vero affetto fraterno era per il mio amico K.
K. era un bimbetto fragile, pelle e ossa, chiaro di
carnagione e con un viso tanto bello da sembrare quasi quello di
una bambina. Aveva una specie di difetto di pronuncia, che lo
avrebbe fatto sembrare ritardato a chi non lo conoscesse bene. E
poiché era tanto fragile, ebbi sempre il ruolo del suo protettore, a
scuola e a casa. Ero abbastanza ben piantato, e atletico, e gli altri
bambini mi rispettavano. Ma la ragione principale per cui mi piaceva
passare il tempo con K. era la sua dolcezza, la sua purezza di
cuore. Non era per niente ritardato, ma a causa del suo problema
non andava bene a scuola. Nella maggior parte delle materie se la
cavava appena. Nelle lezioni di disegno, però, era fantastico.
Bastava dargli una matita o i colori, e disegnava quadri
tanto pieni di vita da stupire persino l'insegnante. Vinse premi in
una gara dopo l'altra, e sono sicuro che sarebbe diventato un
pittore famoso se avesse perseverato nella sua arte fino all'età
adulta. Gli piacevano i paesaggi marini. Andava sulla spiaggia per
ore, a dipingere. Spesso mi sedevo al suo fianco e guardavo il
movimento veloce e preciso del pennello, chiedendomi come
facesse, in pochi secondi, a creare forme e colori tanto vivaci, là
dove, fino a quel momento, c'era stata solo carta bianca. Ora mi
rendo conto che si trattava di puro talento.
Un anno, a settembre, un violento tifone colpì la nostra
costa. La radio lo annunciò come il peggiore degli ultimi dieci anni.
Le scuole chiusero, e tutti i negozi abbassarono le saracinesche in
preparazione alla tempesta. Fin dal mattino presto, mio padre e
mio fratello giravano per casa inchiodando le serrande antitempesta, mentre mia madre passò la giornata in cucina,
preparando cibi di emergenza. Riempimmo d'acqua bottiglie e
brocche, e impacchettammo i nostri oggetti più preziosi negli zaini,
in caso di evacuazione. Per gli adulti, i tifoni erano un fastidio, e
una minaccia da affrontare quasi ogni anno, ma per noi bambini,
lontani come eravamo dalle preoccupazioni pratiche, era tutto un
grande circo, una meravigliosa occasione di divertimento.
Subito dopo mezzogiorno il colore del cielo cominciò a
cambiare, all'improvviso. C'era qualcosa di strano, di irreale. Ero
fuori, sotto il portico, e guardavo il cielo, quando il vento cominciò
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ad ululare e la pioggia a picchiare sulla casa con uno strano suono
secco, come manciate di sabbia. Allora chiudemmo l'ultima
serranda anti-tempesta e ci riunimmo tutti in una stanza della casa
oscurata, ascoltando la radio. Quella particolare tempesta non
portava molta pioggia, annunciava, ma il vento stava causando gravi
danni, scoperchiando le case e capovolgendo navi. Molte persone
erano state uccise o ferite dai detriti portati dal vento.
Raccomandavano continuamente di non uscire di casa. Ogni tanto
l'edificio cigolava e traballava come se una mano enorme lo stesse
scuotendo, e a volte si udiva un forte schianto, qualcosa di pesante
che colpiva le serrande. Mio padre ipotizzò che fossero tegole,
soffiate via dai tetti dei vicini. Per pranzo mangiammo riso e frittata
preparati da mia madre, aspettando che il tifone se ne andasse.
Ma non dava segno di andarsene. La radio disse che aveva
perso velocità nel momento in cui aveva incontrato la riva nella
provincia di S., ed ora si stava avviando a nord est con il passo
tranquillo di un mezzofondista. Il vento continuava il suo ululato
selvaggio, come se stesse cercando di sradicare tutto quello che
sorgeva sulla terra.
Era passata forse un'ora, con il vento al peggio, quando
tutto piombò nel silenzio.
All'improvviso la calma fu tale che si udì un uccello cantare,
in lontananza. Mio padre socchiuse una porta e sbirciò fuori. Il
vento era cessato, e non pioveva. In cielo c'erano spesse nubi
scure, con qualche squarcio azzurro. Gli alberi del cortile
gocciolavano
ancora
per
la
forte
pioggia.
"Siamo nell'occhio del ciclone", mi disse mio padre.
"Rimarrà tutto così quieto per un po', forse quindici o venti minuti,
una specie di intervallo. Poi tornerà il vento, come prima."
Gli chiesi se potevo uscire. Rispose che potevo fare un
giro, se non andavo lontano. "Ma voglio che rientri subito, al minimo
segno di vento."
Uscii in esplorazione. Era difficile credere che ci fosse
stata una tempesta selvaggia fino a pochi minuti prima. Guardai il
cielo. Il grande 'occhio' della tempesta sembrava essere lassù, e
fissava noi in basso con sguardo freddo. Ma naturalmente non
esisteva un 'occhio': eravamo solo nel punto al centro del vortice
d'aria, l'unico temporaneamente calmo.
Mentre gli adulti valutavano i danni alla casa, scesi alla
spiaggia. La strada era ingombra di fronde spezzate, con alcuni
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spessi rami di pino che un adulto da solo avrebbe faticato a
sollevare. C'erano tegole fracassate dappertutto, auto con i
parabrezza incrinati e persino la cuccia di un cane, rotolata in
mezzo alla strada. Come se fosse scesa dal cielo una mano enorme,
a schiacciare tutto quello che aveva trovato sul suo cammino.
K. mi vide passare, e uscì.
'Dove vai?', chiese.
'Solo a dare un'occhiata alla spiaggia', risposi.
Senza una parola, mi seguì. Ci venne dietro anche il suo
cagnolino bianco.
'Nel momento in cui sentiamo il vento torniamo dritti a casa',
dissi, e K. assentì in silenzio.
La spiaggia era a duecento metri da casa. Era delimitata
da un frangiflutti in cemento - una grossa diga, alta quanto lo ero io
allora. Dovemmo salire qualche scalino per arrivare a vedere
l'acqua. Giocavamo lì quasi tutti i giorni, e non c'era parte di quel
luogo che non conoscessimo bene. Nell'occhio del tifone, però,
tutto aveva un aspetto diverso: il colore del cielo e del mare, il
rumore delle onde, l'odore della marea, tutta la distesa della
spiaggia.
Restammo sulla cima del frangiflutti per qualche momento,
osservando la scena senza scambiare parola. Si supponeva che
fossimo nel mezzo di un grande tifone, ma le onde erano
stranamente smorzate. E il punto in cui si frangevano sulla spiaggia
era molto più lontano del solito, più di quanto lo fosse con la bassa
marea. La sabbia bianca si stendeva davanti a noi fino a dove
riuscivamo a vedere. Tutto quello spazio enorme dava
l'impressione di una stanza senza mobili, ad eccezione di una
striscia di detriti lungo la riva. Scendemmo dal muro e camminammo
sull'ampia spiaggia, esaminando quello che era stato depositato lì.
Giocattoli di plastica, sandali, pezzi di legno che probabilmente
avevano fatto parte di qualche mobile, abiti, bottiglie strane, casse
rotte con scritte in lingue straniere e altri oggetti meno
riconoscibili: era una specie di grande negozio di caramelle. La
tempesta doveva aver portato tutto ciò da molto lontano. Tutte le
volte che qualcosa d'insolito attirava la nostra attenzione, lo
raccoglievamo per guardarlo da tutte le parti e quando avevamo
finito il cane di K. veniva a dargli una bella annusata.
Non potevamo essere stati impegnati in quel gioco per
più di cinque minuti, quando mi accorsi che l'acqua era risalita, e mi
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sfiorava. Senza un suono o un avvertimento, il mare aveva
allungato all'improvviso la sua lunga lingua liscia sulla spiaggia, fin
dove ero io. Non avevo mai visto nulla di simile prima. Anche se ero
un bambino, ero cresciuto in riva al mare e sapevo quanto sapesse
essere spaventoso l'oceano, conoscevo la violenza selvaggia con
cui poteva colpire senza preavviso. Così avevo prestato
attenzione a tenermi ben lontano dalla linea dell'acqua.
Nonostante questo, le onde erano scivolate fino a pochi
centimetri da dove stavo. E allora, di nuovo senza un suono, il mare
si ritirò - e rimase indietro. Le onde che mi si erano avvicinate erano
tanto poco minacciose quanto può esserlo un'onda, un risciacquo
delicato sulla sabbia della spiaggia. Ma c'era qualcosa di sinistro qualcosa che ricordava il tocco della pelle di un rettile - che mi
aveva dato un brivido alla schiena. La mia paura era del tutto priva
di fondamento - e del tutto reale. Seppi all'istante che erano vive.
Le onde erano vive. Sapevano che ero là, e mi volevano prendere.
Mi sentivo come se un'enorme bestia antropofaga fosse in
agguato nell'erba alta, sognando il momento in cui mi sarebbe
balzata addosso per farmi a pezzi con i suoi denti aguzzi . Dovevo
scappare.
'Me ne vado', gridai a K. Era a non più di dieci metri in là
sulla spiaggia, accucciato, mi voltava le spalle e osservava qualcosa.
Ero sicuro di aver gridato abbastanza forte, ma sembrò che la mia
voce non gli fosse arrivata.
Probabilmente era tanto assorbito da quello che aveva
trovato che non si accorse che l'avevo chiamato. K. era fatto così.
Si concentrava sulle cose al punto di dimenticare tutto il resto.
Oppure non avevo gridato forte quanto avessi creduto.
Ricordo che la mia voce suonava strana, come se fosse di un altro.
Allora udii un rimbombo profondo. Sembrò scuotere la
terra. In effetti, prima di quel brontolio avevo udito un altro suono,
uno strano gorgoglio, come se una gran quantità d'acqua
sgorgasse da un buco nel terreno. Proseguì per un attimo, poi si
fermò e allora udii quello strano rimbombo. Nemmeno questo
bastò per far alzare lo sguardo a K. Era ancora accucciato,
guardava con concentrazione totale qualcosa ai suoi piedi.
Probabilmente non udì il rumore.
Non so come abbia potuto non accorgersi di quel suono
che scuoteva la terra. Può sembrare strano, ma potrebbe essere un
suono che solo io udivo, un genere speciale di suono. Non lo sentì
nemmeno il cane di K, e sapete quanto sensibile sia l'udito dei cani.
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Mi dissi che dovevo correre da K., afferrarlo e portarlo via
da lì. Era l'unica cosa da fare. Sapevo che l'onda stava per
arrivare, K. no. Con la stessa lucidità con cui sapevo quel che avrei
dovuto fare, mi vidi correre in direzione opposta - a perdifiato
verso la diga, da solo. Quel che mi fece agire così, ne sono certo,
fu la paura, una paura tanto travolgente che mi tolse la voce e mise
in moto le gambe, per conto loro. Corsi incespicando nella sabbia
morbida fino al frangiflutti, poi mi voltai per chiamare K.
'Corri, K., Vieni via! Arriva l'onda!'
Questa volta la voce funzionò bene. Il brontolio era
cessato, mi accorsi, e finalmente K. mi sentì urlare ed alzò lo
sguardo. Ma era tardi. Un'onda che somigliava a un serpente
gigantesco, con la testa alzata in posizione per colpire, correva
verso la spiaggia. Non avevo mai visto nulla di simile in vita mia.
Doveva essere alta quanto un edificio di tre piani.
Senza alcun rumore (nel mio ricordo, almeno, le immagini sono
mute) si alzò dietro a K., oscurando il cielo. K. mi guardò per
qualche istante, senza capire.
Poi, come se avesse avvertito qualcosa, si voltò e vide
l'onda. Cercò di correre, ma non c'era tempo per correre. In un
solo istante l'onda lo inghiottì.
L'onda si abbatté sulla spiaggia, frangendosi in un milione
di altre onde che si alzarono nell'aria e ricaddero sul frangiflutti
dove ero io. Riuscii ad evitare l'impatto tuffandomi dietro il muro.
Gli spruzzi mi inzupparono i vestiti, nulla di più. Con affanno tornai
ad arrampicarmi sulla diga e osservai la spiaggia. A qual punto
l'onda era cambiata e con un urlo selvaggio stava precipitando
indietro verso il mare. Sembrava un gigantesco zerbino, tirato da
qualcuno all'altro capo della terra. Sulla riva non c'era traccia di
K., né del cane. C'era solo la spiaggia vuota. L'onda si era ritirata
trascinando via tanta acqua che sembrava aver scoperto il fondo
dell'intero oceano. Ero solo, in piedi sul frangiflutti, paralizzato
Calò di nuovo il silenzio. Un silenzio disperato, come se il
suono stesso fosse stato strappato via dal mondo.
L'onda aveva ingoiato K. ed era scomparsa lontano. Restavo
fermo, chiedendomi cosa fare. Dovevo scendere in spiaggia? K.
poteva essere là da qualche parte, sepolto nella sabbia...
Preferii non abbandonare la sicurezza del muro. Sapevo
per esperienza che le grandi onde spesso arrivano a due o tre per
volta. Non so quanto tempo sia passato - forse dieci o venti
secondi di vuoto sinistro - quando, come avevo previsto, giunse la
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seconda ondata. Un altro ruggito gigantesco scosse la spiaggia e
di nuovo, dopo che il suono si fu dissolto, un'altra onda alzò la
testa per colpire. Torreggiò sopra di me, coprendo il cielo, come
una scogliera mortale.
Stavolta, però, non corsi via. Rimasi inchiodato in cima alla
diga, in trance, in attesa dell'attacco.
A cosa sarebbe servito scappare, pensai, ora che K. era
stato preso? O forse fui solo sopraffatto dal terrore, incapace di
muovermi. Non sono sicuro di cosa mi tenne lì fermo.
La seconda ondata era grande quanto la prima, se non di
più. Cominciò a cadere dall'alto, sulla mia testa, perdendo la
forma come un muro di mattoni che si sgretola. Era così
imponente da non sembrare nemmeno più un'onda reale. Era una
cosa che veniva da un altro mondo lontano, che per caso aveva
preso la forma di un'onda. Mi preparai per il momento in cui
l'oscurità mi avrebbe preso. Non chiusi nemmeno gli occhi.
Ricordo che sentivo con incredibile chiarezza il mio cuore che
batteva.
Nel momento in cui mi fu davanti, però, l'onda si arrestò.
All'improvviso, fu come se avesse esaurito l'energia,
interrompendo il suo moto in avanti, e fu semplicemente là, ferma
nello spazio, sbriciolandosi nell'immobilità. E proprio sulla cresta,
dentro la sua lingua crudele e trasparente, vidi K.
Alcuni di voi potrebbero dire che è impossibile da credere,
e non li biasimo. Io stesso ho problemi ad accettarlo, persino
adesso. Non sono in grado di spiegare quel che vidi meglio di
quanto possiate fare voi, ma so che non fu un'illusione, non fu
un'allucinazione. Vi racconto in tutta onestà quel che avvenne in
quel momento, quel che accadde davvero.
Sulla cresta dell'onda, come dentro una specie di capsula
trasparente, galleggiava il corpo di K., sdraiato su un fianco. Ma
non è tutto. Mi guardava diritto negli occhi, e sorrideva. . Là,
proprio davanti a me, così vicino che avrei potuto allungare il
braccio e toccarlo, c'era il mio amico, il mio amicoK. che, solo pochi
momenti prima, era stato portato via dall'onda. E mi sorrideva.
Non con un sorriso normale - era un ghigno enorme, disteso, che
andava letteralmente da un orecchio all'altro. I suoi occhi freddi,
gelati, erano fissi nei miei. Non era più il K. che conoscevo. E il
suo braccio destro era teso verso di me, come se avesse voluto
prendermi per mano e tirarmi in quell'altro mondo in cui si
trovava. Solo un po' più vicino e sarebbe riuscito ad afferrarmi.
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Ma non ci riuscì, K., e allora mi sorrise un'altra volta, il
ghigno più ampio ancora .
Credo di aver perso conoscenza, a quel punto. Il mio
ricordo successivo mi vede a letto nella clinica di mio padre. Non
appena fui sveglio, l'infermiera andò a chiamare mio padre che
venne di corsa. Prese il polso, studiò le pupille e mi mise una mano
sulla fronte. Cercai di muovere il braccio, ma non riuscivo a
sollevarlo. Bruciavo per la febbre, ed avevo la mente annebbiata.
Apparentemente stavo lottando da qualche tempo con una febbre
violenta. 'Hai dormito per tre giorni', disse mio padre. Un vicino
che aveva assistito alla scena mi aveva raccolto e portato a casa.
Non erano riusciti a trovare K. Volevo dire qualcosa a mio padre,
dovevo dirgli qualcosa. Ma la lingua gonfia e intorpidita non era in
grado di articolare le parole. Mi sentivo come se una qualche
specie di creatura si fosse stabilita nella mia bocca. Mio padre mi
chiese di dirgli il mio nome, ma prima di ricordarmi come mi chiamassi
persi di nuovo conoscenza, ed affondai nell'oscurità.
In tutto rimasi a letto per una settimana, a dieta liquida.
Vomitai più volte, con attacchi di delirio. Più tardi mio padre mi
confessò che ero stato tanto male che aveva temuto danni
neurologici permanenti, per lo shock e la febbre. Bene o male,
comunque guarii. Almeno fisicamente. Ma la mia vita non sarebbe
più stata la stessa. Non trovarono mai il corpo di K., e nemmeno
quello del cagnolino. Di solito, quando qualcuno annegava nella
zona il corpo veniva depositato dal mare qualche giorno dopo in
una piccola cala ad est. Il corpo di K. non ci arrivò mai. Le onde
probabilmente l'avevano portato in alto mare, troppo lontano per
tornare a riva. Dev'essere sceso sul fondo dell'oceano, dove è
stato mangiato dai pesci. La ricerca durò molto a lungo, grazie alla
collaborazione dei pescatori del posto, ma alla fine si esaurì.
Senza corpo, non ci fu mai un funerale. Mezzi impazziti, i genitori di
K. cominciarono a vagare ogni giorno su e giù per la spiaggia,
oppure si chiudevano in casa a cantare inni e preghiere.
Per quanto grande sia stato il colpo per loro, tuttavia, non
mi rimproverarono mai di avere portato il figlio in spiaggia nel mezzo
di un tifone. Sapevano che avevo sempre amato e protetto K.
come se fosse stato mio fratello minore. Anche i miei genitori
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fecero in modo di non far mai menzione dell'incidente in mia
presenza. Ma io sapevo la verità. Sapevo che avrei potuto
salvare K., se ci avessi provato. Con tutta probabilità ce l'avrei
fatta a raggiungerlo e trascinarlo via dall'onda. Ci sarebbe
mancato poco, ma sono riandato spesso alla successione degli
eventi e sempre sono giunto alla conclusione che ce l'avrei fatta.
Però, come ho già detto, sopraffatto dalla paura, lo
abbandonai per salvarmi, da solo. Mi addolorava ancora di più
constatare che i genitori di K. non mi biasimavano, e che tutti gli
altri facevano estrema attenzione a non ricordarmi quel che era
accaduto. Impiegai molto tempo per riprendermi dallo shock
emotivo. Non andai a scuola per settimane. Quasi non mangiavo,
e passavo i giorni a letto, fissando il soffitto. K. era sempre là,
sdraiato nella cresta dell'onda, mi sorrideva, mi porgeva la mano,
invitante. Non riuscivo a levarmi quell'immagine dalla mente. E
quando riuscivo a dormire era là, nei miei sogni - con la differenza
che, in sogno, K. saltava fuori dalla sua capsula nell'onda, mi
afferrava un polso e mi trascinava dentro con lui.
Facevo anche un altro sogno. Faccio il bagno nell'oceano.
È un bel pomeriggio d'estate e sto nuotando tranquillo, a rana,
lontano dalla riva. Il sole mi batte sulla schiena, e l'acqua è proprio
bella. All'improvviso qualcuno mi afferra la gamba destra. Sento
una presa gelida alla caviglia. È forte, troppo forte per
liberarmene. Mi trascina giù, sott'acqua. Vedo il viso di K. Ha
sempre quel ghigno enorme, da orecchio ad orecchio, e gli occhi
inchiodati nei miei. Cerco di gridare, ma mi manca la voce.
Inghiotto, e i polmoni cominciano a riempirsi d'acqua. Mi sveglio
nel buio, urlante, senza fiato, madido di sudore. Alla fine dell'anno
implorai i miei genitori di lasciarmi trasferire in un'altra città. Non
ce la facevo a vivere in vista della spiaggia dove K. era stato
spazzato via, e gli incubi continuavano. Se non me ne fossi
andato, sarei impazzito. I miei compresero, e si organizzarono per
farmi vivere altrove. Mi trasferii nella provincia di Nagano a
gennaio, per vivere con la famiglia di mio padre in un paese di
montagna vicino a Komoro.
Terminai le scuole elementari a Nagano, e ci rimasi per le
medie e le superiori. Non tornai a casa mai, nemmeno per le
vacanze. I miei genitori venivano a trovarmi, di tanto in tanto.
Vivo ancora a Nagano. Mi sono laureato qui in ingegneria
e ho trovato lavoro in zona, per una ditta meccanica di precisione.
Lavoro ancora per loro. Vivo come tutti gli altri. Come vedete
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anche voi, non c'è nulla di strano in me. Non sono molto socievole
ma ho qualche amico con cui vado in montagna, a fare scalate.
Una volta lontano dalla mia città natale, non ho più avuto
incubi costanti. Sono rimasti parte della mia vita, comunque.
Vengono ogni tanto, come esattori alla porta. Succede quando
sono sul punto di dimenticare. È sempre lo stesso sogno, fin nei
minimi dettagli. Mi sveglio urlando, con le lenzuola zuppe di sudore.
È per questo, probabilmente, che non mi sono sposato. Non voglio
svegliare con le mie urla nel mezzo della notte chi mi dorme accanto.
Ho amato alcune donne, nel corso degli anni, ma non ho mai
passato nemmeno una notte con una di loro. Avevo il terrore nelle
ossa. Qualcosa che non avrei potuto condividere con un'altra
persona.
Sono rimasto lontano dalla mia città natale per più di
quarant'anni. Non mi sono mai avvicinato a quella costa - né a
un'altra. Temevo che, se l'avessi fatto, i miei sogni avrebbero
potuto mutarsi in realtà. Mi era sempre piaciuto nuotare, ma da
quel giorno non sono più stato nemmeno in piscina.
Non mi sono avvicinato neppure a fiumi e laghi profondi.
Ho evitato le navi, e gli aerei per andare all'estero. Nonostante
tutte le precauzioni, non sono riuscito a liberarmi dell'immagine del
mio annegamento. Come la mano fredda di K., questa oscura
premonizione mi ha afferrato la mente e non ha lasciato la presa.
Alla fine, la scorsa primavera sono tornato a visitare la
spiaggia dove K. era stato preso dall'onda.
Mio padre era morto di cancro l'anno prima, e mio fratello
aveva venduto la vecchia casa. Mentre riordinava, aveva trovato
una scatola di cartone piena di cose della mia infanzia, e me la
spedì a Nagano. Per la maggior parte erano cianfrusaglie inutili, ma
c'era un pacchetto di disegni che K. aveva dipinto e mi aveva
regalato. I miei genitori li avevano probabilmente tenuti da parte
come ricordo di K., ma quei dipinti non fecero altro che risvegliare
l'antico terrore. Mi fecero sentire come se lo spirito di K. fosse
tornato in vita per loro tramite, così li rimisi velocemente nel loro
involucro di carta, con l'intenzione di buttarli via. Ma non riuscii a
farlo. Dopo parecchi giorni di indecisione, riaprii il pacchetto e mi
costrinsi ad osservare a lungo e con attenzione gli acquarelli di K.
La maggior parte erano paesaggi, scorci familiari di oceano
e spiaggia di sabbia e pineta e città, tutti dipinti dalla mano di K.
con quella chiarezza e colorazione speciali che conoscevo bene.
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Erano ancora sorprendentemente vividi nonostante gli anni, ed
erano stati eseguiti con abilità anche maggiore di quanto
ricordassi. Mentre sfogliavo il pacchetto, mi trovai immerso in dolci
ricordi. Nei suoi dipinti c'erano i sentimenti profondi di K. bambino
- il modo in cui i suoi occhi si aprivano al mondo. Le cose che
facevamo insieme, i luoghi dove andavamo insieme cominciarono a
tornarmi in mente con grande intensità. E mi resi conto che i suoi
occhi erano i miei occhi, che io stesso avevo guardato il mondo,
allora, con lo stesso sguardo vivace e sgombro del bambino che
aveva camminato al mio fianco.
Da allora in poi presi l'abitudine di studiare alla scrivania
uno dei dipinti di K. ogni giorno, quando rientravo dal lavoro.
Potevo stare seduto per ore con un solo disegno. In ognuno di essi
ritrovavo uno di quei paesaggi delicati dell'infanzia che avevo
escluso dalla memoria per tanto tempo. Ogni volta che guardavo
una delle opere di K., avevo la sensazione che qualcosa mi
permeasse fin nel profondo della carne.
Era passata forse una settimana in questo modo, quando
una sera il pensiero mi colpì all'improvviso: e se avessi commesso un
terribile errore per tutti quegli anni? Mentre era là nella punta
dell'onda, di certo K. non mi guardava con odio o risentimento: non
stava tentando di portarmi via con lui. E quel ghigno terribile con
cui mi aveva fissato: anche quello poteva essere stato uno scherzo
dell'angolo o un gioco di luci e ombre, non un atto cosciente da
parte di K. Aveva probabilmente già perso conoscenza, oppure mi
stava rivolgendo un sorriso gentile di commiato eterno. Lo sguardo
di odio intenso che avevo creduto di vedergli in faccia non era altro
che il riflesso del terrore profondo che si era impossessato di me in
quel momento.
Quanto più studiai gli acquarelli di K. quella sera, tanto
maggiore divenne la convinzione con cui credevo a questi nuovi
pensieri. Perché, non importa quanto a lungo fissassi il disegno,
non trovai in esso altro che lo spirito innocente e gentile di un
bambino.
Rimasi seduto alla scrivania per un tempo molto lungo. Non
c'era altro da fare. Il sole tramontò, e la pallida oscurità della sera
iniziò ad avvolgere la stanza. Poi giunse il silenzio della notte, che
parve durare per sempre. Alla fine, la bilancia si spostò e il buio
lasciò il posto all'alba. Il sole del nuovo giorno tingeva il cielo di
rosa.
Fu allora che seppi che dovevo tornare.
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Buttai qualcosa in valigia, chiamai per dire che non sarei
andato al lavoro e presi il primo treno per la mia vecchia città
natale.
Non trovai la stessa quieta cittadina di mare che ricordavo.
Una città industriale era sorta lì accanto durante il rapido sviluppo
degli anni sessanta, modificando radicalmente il paesaggio. L'unico
negozio di souvenir presso la stazione era diventato un centro
commerciale, e l'unico cinema della città era stato trasformato in
supermercato. Casa mia non c'era più. Era stata demolita qualche
mese prima lasciando solo un graffio nel terreno.Tutti gli alberi del
cortile erano stati abbattuti, e cespugli di canne punteggiavano il
terreno nero. Anche la casa di K. era scomparsa, sostituita da un
parcheggio in cemento pieno di auto di pendolari e furgoni. Non
fui certo travolto dalla emozione. Quella città aveva da tempo
cessato di essere la mia.
Scesi fino alla riva e salii i gradini del frangiflutti. Dall'altro
lato, come sempre, l'oceano si estendeva in lontananza, senza
ostacoli, enorme; l'orizzonte una linea diritta. Anche la costa aveva
lo stesso aspetto di allora: la lunga spiaggia, il moto delle onde, la
gente che passeggiava sul bagnasciuga. Erano le quattro, e il sole
delicato del tardo pomeriggio avvolgeva ogni cosa nella sua lunga e
quasi meditativa discesa verso ovest.
Appoggiai la valigia sulla spiaggia e mi sedetti lì accanto a
contemplare in silenzio il dolce paesaggio marino. Guardando
quella scena, era impossibile immaginare che una volta un tifone
avesse imperversato proprio lì, che un'ondata gigantesca avesse
ingoiato il miglior amico che avessi al mondo.
Di sicuro, non era rimasto quasi più nessuno che ricordasse
quegli eventi terribili. Cominciai quasi a credere che tutto fosse
stato un'illusione che avevo sognato, con dettagli vividi.
In quel momento mi accorsi che l'oscurità profonda che
avevo avuto dentro era scomparsa. Di colpo. Proprio come era
arrivata. Mi alzai dalla sabbia e, senza preoccuparmi di togliere le
scarpe o di arrotolare l'orlo dei pantaloni, entrai nella schiuma e
lasciai che le onde mi accarezzassero le caviglie.
Come per riconciliarsi, pareva, le stesse onde che si
frangevano sulla spiaggia quando ero bambino ora mi stavano
lavando dolcemente i piedi, inzuppandomi le scarpe e i risvolti.
Arrivava un'onda, lenta, poi una lunga pausa, poi un'altra onda
arrivava e se ne andava. La gente che passava mi guardava in modo
strano, ma non mi importava. Alzai lo sguardo al cielo. C'erano
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pochi batuffoli grigi di nubi, immobili. Sembravano essere là per
me, anche se non sono sicuro del perché lo credessi. Mi ricordai
di aver guardato in alto allo stesso modo, alla ricerca dell'"occhio"
del ciclone. E allora, dentro di me, l'asse del tempo subì una forte
scossa. Quaranta lunghi anni crollarono come una casa
sgangherata, mescolando il tempo antico e quello nuovo in
una grande massa turbinante. I suoni si spensero, e la luce attorno
a me tremolò. Persi l'equilibrio e caddi in acqua. Sentivo il battito
del cuore sul fondo della gola e persi la sensibilità di gambe e
braccia. Rimasi così a lungo, faccia in giù nell'acqua, incapace di
alzarmi. Ma non avevo paura. Per niente. Non c'era più nulla di cui
aver paura. Quei giorni erano passati. Smisi di avere incubi. Non
mi sveglio più urlando nel mezzo della notte. E ora sto provando a
ricominciare la mia vita.
No, so che probabilmente è troppo tardi per ricominciare.
Potrebbe non essermi rimasto molto da vivere. Ma, anche se
arriva troppo tardi, sono grato che, alla fine, io sia riuscito a
raggiungere una sorta di salvezza, a realizzare una specie di
guarigione. Si, grato: avrei potuto arrivare al termine della vita
senza salvarmi, gridando ancora nella notte, spaventato.'
Il settimo uomo tacque e volse lo sguardo su ognuno degli
altri. Nessuno parlava o si muoveva, nemmeno sembrava respirare.
Tutti erano in attesa del resto della storia. Fuori, il vento era
calato e nulla si muoveva. Il settimo uomo portò la mano al colletto,
come se cercasse le parole.
'Ci dicono che l'unica cosa da temere sia la paura stessa;
ma non ci credo.' disse.
Poi, dopo un attimo, aggiunse: 'Oh, la paura c'è, sicuro.
Viene a noi sotto molte forme differenti, in tempi diversi, e ci
travolge. Ma la cosa più spaventosa che possiamo fare in quei
momenti è voltarle le spalle, chiudere gli occhi. Poiché così
prendiamo la cosa più preziosa che abbiamo in noi e la cediamo a
qualcos'altro. Nel mio caso, quel qualcosa fu l'onda.'
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