La Santa Regola
di San Benedetto - I
• Stiamo dando inizio a una piccola serie di
incontri seminariali, dove si realizzerà un
confronto fra un’antica dottrina e le sue
possibilità applicative nella contemporaneità
dell’ambiente d’impresa.
• La metodologia sarà improntata alla
proposizione di una serie di concetti e
riflessioni su cui sarà essenziale il contributo
di tutti i partecipanti.
La Santa Regola
di San Benedetto - II
• Un Testo antico (VI secolo) di Sapienza
sull’Uomo:
• Per comprendere meglio l’Uomo.
• Per comprendere meglio il Gruppo.
• Per costruire un processo virtuoso
nel Gruppo.
La Sapienza…
• È un qualcosa di sapido, di saporoso, di
interessante.
• Permette di penetrare nei significati delle
cose e delle azioni umane.
• Permette, in definitiva, di conoscere l’uomo in
tutte le sue manifestazioni evidenti come le
parole e le azioni, e nascoste, ma non del
tutto (cf. “i segnali deboli”).
Le Virtù “Benedettine”
• Le virtù più evidenziate e apprezzate nella
lezione del Santo di Norcia, Subiaco e
Montecassino, in altre parole l’umiltà,
l’obbedienza (cf. La Santa Regola) e il
silenzio, possono essere considerate anche
al giorno d’oggi un riferimento eccellente per
chi fa impresa, per chi gestisce Risorse
Umane, perché l’uomo come struttura e
fondamento non cambia, pur nel mutamento
dei tempi e dei sistemi collettivi socio-politici
ed economici.
L’Uomo - I
• L’homo è sempre essenzialmente
“quello della pietra e della clava”, è
homini lupus (Hobbes) e richiede un
continuo ammaestramento. Il conflitto
fra ciò che la natura e gli istinti
determinano e il giudizio sull’agire
soggettivo libero delle facoltà razionali è
sempre presente.
L’Uomo - II
• La “scimmia nuda” autocosciente, in altre
parole l’uomo stesso, ha bisogno di una
diuturna manutenzione morale, per non far
prevalere gli effetti (sulle sue azioni) che si
possono riferire al patrimonio genetico in
comune con il pur nobile silver back e altri
cugini meno affini.
• In altre parole per rendere sempre più
“umani” il pensiero e l’azione della persona.
La Persona
• La persona è quasi un ossimoro
antropologico, nel frattempo assai prossimo,
e pur tuttavia lontanissimo dagli altri animali
superiori.
• Sappiamo che l’uomo ha bisogno di
esercitarsi,
sia
fisicamente
sia
psicologicamente per migliorarsi. Se la
ginnastica è l’esercizio fisico per eccellenza,
la conoscenza e la pratica delle virtù morali è
“l’esercizio” per il miglioramento interiore.
Le Virtù Morali - I
Le virtù morali che reggono l’intero
impianto della struttura psichicospirituale della persona sono la
prudenza, la giustizia, la fortezza (o
coraggio) e la temperanza (o
equilibrio).
Le Virtù Morali - II
• Le Virtù Morali sono la struttura
portante dell’Etica umana, fonte di
ispirazione delle azioni libere dell’Uomo
e criterio di giudizio sulla qualità delle
azioni libere stesse.
• Contrastano frontalmente i vizi,
specialmente quelli principali, come la
superbia, l’invidia e la cupidigia.
La Giustizia - I
• La Giustizia va coniugata nelle sue tre
dimensioni: a) generale, o politicosociale; b) di scambio, o contrattuale; c)
distributiva, o di solidarietà (welfare).
Aspetti particolari possono essere
considerati anche la magnificenza, la
munificenza e la longanimità.
La Giustizia - II
• La virtù di giustizia deve essere però
sempre aiutata dalla virtù di epichèia, che è
un sapere particolare, legato alla virtù di
prudenza (nelle dimensioni potenziali della
gnome e dell’eubulia), atto ad assumere
decisioni ad hoc. L’epichèia è la virtù che
permette di affrontare le situazioni particolari,
applicando il principio di giustizia secondo
esigenze straordinarie.
La Prudenza
• La Prudenza va scomposta nelle sue
parti costitutive: a) parti soggettive:
memoria, intelligenza, docilità, solerzia,
razionalit, provvidenza, circospezione,
cautela, b) parti integranti: prudenza
individuale, prudenza politica, prudenza
economica, prudenza sociale; c) parti
potenziali: eubulia, sinesi, gnome.
La Fortezza
• La Fortezza può essere detta anche
coraggio. Le parti principali che la
costituiscono sono la pazienza, la
tenacia
o
perseveranza
e
la
magnanimità.
• Questa è una virtù tipica di chi è
disposto
a
rischiare,
come
l’imprenditore.
La Temperanza
• La Temperanza è strutturata come
segue, ovvero ne fanno parte le
seguenti virtù: la verecondia, l’onestà,
l’astinenza, la sobrietà, la pudicizia, la
continenza, l’umiltà, la mansuetudine, la
clemenza, la modestia.
Le tre virtù principali - I
• le tre virtù principali per il processo di
miglioramento, che devono essere, prima
riconosciute, e poi esercitate, sono:
L’Umiltà, che è un sentirsi vicino alla terra
(humus), e dunque fallibili e fragili.
• L’Obbedienza, che è un mettersi in ascolto
(ob-audire), in piedi, e pronti ad agire
secondo
saggezza
e
conoscenza
(competenze).
Le tre virtù principali - II
• Il Silenzio, che non è un vuoto mentale o
l’assenza di proposte, ma il momento e il
modo che le fa maturare. Collegate al silenzio
e funzionale ad esso sono la sobrietà e la
proprietà di linguaggio.
• I tre concetti dovrebbero essere declinati alla
luce, però, di un quarto concetto unificante,
quello di Persona, come essere razionale
autocosciente libero.
La Leadership - I
• Innanzi tutto osserviamo le figure che San
Benedetto esamina nella sua regola.
• 1. L’abate è la figura trattata che pone, in
primis, con grande evidenza, la questione
della leadership. San Benedetto insegna che
l’autorità non deve essere assoluta, perché
anche l’abate deve rispondere a qualcuno,
che è il Signore.
La Leadership - II
• Potremmo affermare che il leader
aziendale,
come
l’abate,
deve
analogamente rispondere all’azionista,
così come a lui rispondono i manager,
che il Santo chiama decani, tra i quali vi
è il priore, una sorta di primus inter
pares, o di amministratore delegato.
La Leadership - III
• 2. Il cellerario, che si occupa dell’economia
del monastero, è assimilabile al direttore
amministrativo e finanziario dell’azienda
moderna. Egli, come il priore deve essere
prudente, non smodato nel bere nel
mangiare, oculato nell’amministrare.
• Il testo della Santa regola giunto fino a noi è
ricco di dettagli, perché la cura del dettaglio
e
dei
segnali
deboli
provenienti
dall’organizzazione sono fondamentali per
la sua gestione.
La Leadership - IV
• 3. Vi è poi il guardiano, che si occupa degli
approvvigionamenti e della vendita dei
prodotti, senz’altro assimilabile a chi in
azienda si occupa degli aspetti logistici,
commerciali e del marketing.
• San Benedetto raccomanda anche la
consultazione dei monaci, che noi
possiamo
tradurre
anche
con
comunicazione strategica.
Lavoro e Riflessione
• Tutti devono sempre sapere dove si sta
andando e tutti devono sentirsi coinvolti.
San Gregorio Magno, che fu il biografo di
Benedetto,
sottolineò
soprattutto
la
compenetrazione profonda fra lavoro e
preghiera.
La
preghiera,
nell’azienda
moderna, potrebbe essere comparata con la
riflessione, sia analitica sia sintetica.
Il “Know how” sull’Uomo
• I monaci benedettini con il loro motto “Ora
et Labora” possiedono dunque da un
millennio e mezzo, si può dire, il know how
intellettuale e morale di un’organizzazione
intrinsecamente sana, perché provvista di
una profondissima e attualissima cultura
sapienziale sull’uomo, che non può
diventare obsoleta, poiché si richiama a ciò
che dell’uomo non muta, la sua struttura
esistenziale profonda.
La Persona e l’Umiltà - I
L’uomo è autonomo e libero, [1] ma deve fare
i conti con la propria finitezza naturale, con la
parabola della propria crescita, sviluppo e
declino fisico (e talora mentale).
• Occorre sempre “ricordarsi” (vale a dire
richiamare al cuore, e non solo tramite il
processo mentale della memoria) ciò che si è
e ciò che ci può riguardare: debolezza e
coraggio, salute e malattia sono possibilità
esistenziali sempre presenti.
[1] Cfr. Il sillogismo dimostrativo: 1) l’uomo è un
essere razionale, 2) l’essere razionale è libero, 3)
La Persona e l’Umiltà - II
• Il potere e le disponibilità economiche
presenti a livello soggettivo, non impediscono
che
ogni
essere
umano
rimanga
irrimediabilmente
e
necessariamente
“prigioniero” della propria “creaturalità” e del
proprio limite.
• Occorre anche mettere in subordine la
propria volontà (e il proprio orgoglio) quando
questa è contraria al conseguimento, con gli
altri, del bene comune (il risultato aziendale).
La Persona e l’Umiltà - III
• L’umiltà[1] è anche fomite e origine della
sobrietà, poiché non vi può essere umiltà se
non nella consapevolezza che i mezzi
materiali sono da considerare sempre tali, e
mai un fine o un modo di autoaffermazione
individuale.[2]
• L’umiltà è parola fuori moda, desueta, e può
dare anche fastidio, ma la sua essenza
avvicina l’homo all’humus dell’inizio della vita,
all’origine del Tutto.
[1] Cfr. Il Tao Te Ching di Lao Tzu: l’umiltà vince
perché accoglie dal basso, o come la Madre terra.
La Persona e l’Umiltà - IV
• Esercitando la virtù di umiltà, vi deve essere
l’accettazione dei ruoli diversi, nell’ambito di
una gerarchia razionale, non confondendo la
nozione della pari dignità tra gli umani[1] con
la nozione dell’irriducibile differenziazione
intersoggettiva.[2]
• [1] La Struttura di Persona che dà una risposta alla
pari dignità tra tutti gli umani.
• [2] La Struttura di Personalità che indica la
specifica differenziazione e il principio
d’individuazione tra gli umani.
Le Opzioni dell’Umiltà
Che cosa scegliere?

Voglio oppure mi piacerebbe?

Io oppure noi?

Non hai capito oppure forse non mi
sono spiegato bene?

Io non avrei fatto così oppure non so
cosa avrei fatto al posto suo?

Bisogna fare così oppure si potrebbe
fare così?

A me non la si fa oppure di solito mi
accorgo)
I Dodici Gradi dell’Umiltà - I
• 1.
Fuggire la leggerezza e la dissipazione.
• 2.
Non seguire immediatamente i propri
desideri.
• 3. Sottomettersi al superiore in obbedienza.
• 4.
Accettare la sofferenza in silenzio.
• 5.
Ammettere i cattivi pensieri e le colpe.
• 6.
Accontentarsi di quello che si ha senza
pretese.
I Dodici Gradi dell’Umiltà - II
• 7.
Qualificarsi come l’ultimo.
• 8.
Osservare la Santa Regola senza
deflettere.
• 9. Tacere osservando il silenzio e rispondere
se interrogato.
• 10. Non ridere alzando la voce, perché è da
stolti.
• 11. Esprimersi pacatamente e seriamente.
• 12. Essere, non solo apparire umili.
La Persona e l’Obbedienza - I
• L’obbedienza è un grande bene perché
muove dall’ascolto attivo[1] dell’altro. Obaudire
è
un
mettersi
in
stazione
dignitosamente
eretta
di
fronte
all’interlocutore, apprezzando la sua parola,
e, se del caso, seguendone le indicazioni.
• L’obbedienza è l’accettazione del limite e
della “verità del proprio essere”, ed è salutare
come prima manifestazione dell’umiltà.
• [1] L’”ascolto attivo” è l’espressione in grande
auge nella contemporaneità per significare
l’”obbedienza”.
La Persona e l’Obbedienza - II
• L’obbedienza è ancora una virtù, nonostante
il suo essere “uscita di moda”, così come
l’umiltà.
• Bisogna distinguere tra obbedienza e
sottomissione, come negli esempi seguenti:
soldato/superiore, bambino indifeso/padre
violento, vittima/aguzzino,
• L’obbedienza autentica, invece, è un “atto di
libertà”. Vediamo in che senso: nel senso di
un
cedere
libero
e
responsabile
all’autorevolezza dell’altro.
La Persona e l’Obbedienza - III
• È anche una sospensione di giudizio sull’altro
al quale si obbedisce, in vista e nell’attesa di
conferme dell’autorevolezza.
• Chi
rischia
di
più
nella
dinamica
dell’obbedienza è chi la chiede, non chi la
pratica.
• L’esempio più alto e paradossalmente
illuminante è quello del richiesto sacrificio
d’Isacco ad Abramo da parte di Dio.[1]
Abramo obbedisce senza chiedersi il perché
di tale intervento divino. E viene fermato dalla
mano dell’Angelo sull’orlo
La Persona e l’Obbedienza - IV
• L’obbedienza
è
dunque
una
virtù
paradossale, rispetto alla nozione corrente
della crescita personale e professionale
individuale, oggi molto connotata da esigenze
urgenti di conseguimento del successo,
perché richiede come corollario fondamentale
la virtù di pazienza, [1] in altre parole la
capacità di attendere che maturi la situazione
per poter richiedere, a propria volta,
l’obbedienza agli altri.
•
[1] Parte costitutiva della virtù di fortezza, o
La Persona e l’Obbedienza - V
• L’obbedienza
è
la
capacità
di
considerarsi con realismo e onestà
intellettuale, e di creare le prospettive di
un’abitudine[1] a richiederla, dopo
averla praticata.
•
[1] Abitudine nel senso classico di habitus,
cioè virtù, che un “essere abituati a fare …”.
La Persona e l’Obbedienza - VI
Il
•
•
•
•
•
segno più
evidente
dell’umiltà
è
l’obbedienza.
Senza dilazionare bisogna agire obbedendo.
Si tratta di rinunciare alla propria volontà
facendo quella del superiore (noi diciamo
“della struttura” gerarchica).
L’obbedienza deve fare mettere la sordina
alla proprie urgenze.
La perfetta esecuzione del lavoro è simbolo
dell’accettazione dell’obbedienza.
Occorre abolire la mormorazione, sia della
La Persona e il Silenzio - I
• Il silenzio, si sa, può essere di molti tipi.
• Vi sono silenzi leggeri e silenzi pesanti,
gradevoli e sgradevoli; vi è il silenzio di
assenso e il silenzio di dissenso. Il silenzio
alto della montagna ispira. Il silenzio rotto
dalla risacca marina fa compagnia.
• Ma il silenzio non è un “qualcosa che manca”,
esso è piuttosto uno spazio/tempo di attesa e
maturazione, di ricerca, di apertura e
disponibilità al nuovo.
La Persona e il Silenzio - II
• Pur essendo una “dimensione di assenza” il
silenzio è pieno e fecondo, se vissuto con
attenzione: essere attenti è un esserepresenti-senza-ansia
e
dissipazione
energetica.
• Il silenzio che c’interessa è quello che
favorisce l’introspezione, la meditazione e la
riflessione. È la pace della vita interiore, il
riposo dei e nei valori più intimi. È presenza,
dedizione e premura a se stessi.
La Persona e il Silenzio - III
• Il silenzio, perché sia utile, deve essere
ricercato liberando la psiche dai turbamenti.
Deve così diventare silenzio interiore, anche
se vigilante.
• Esso deve liberare l’anima dalla molteplicità
delle impressioni, delle emozioni e degli
eventi, che a volte sono inezie e disturbo,
riconducendola all’unità di un sentire
meditativo e integrato.
La Persona e il Silenzio - IV
• Il silenzio lavora in profondità, scendendo per
volute
successive,
dalla
superficie
dell’esistenza
alla
consapevolezza
dell’esistere.[1]
• Il silenzio interiore va preparato con la
disposizione d’animo all’accoglienza umile
del proprio limite.[2] Esso rinvia alla
condizione primordiale di “prima della parola”.
•
[1] Cfr. La triade dulcius (più dolcemente),
profundius (più profondamente), suavius (più
delicatamente) e la triade altius (più in alto),
La Persona e il Silenzio - V
• Il silenzio va considerato come la diastole del
cuore umano, così come la sistole è il rumore
operativo. Oppure come l’inspirazione e
l’espirazione dell’aria del sistema polmonare.
• Entrambi vita, entrambi indispensabili.[1]
• È preferibile frenare la spinta naturale
all’eloquio, analizzando bene ciò che si vuol
dire.
• Le molte parole, infatti, fanno sbagliare.
• [1] Il silenzio è la precondizione della
comunicazione sana.
Commentario
tra i Vizi e le Virtù - I
• Caritas perfecta mittit timorem, cioè “la carità
perfetta scaccia il timore”.[1] Che cosa
significa?
• Si può intendere in questo modo: se una
persona riesce a spogliarsi di tutti gli orpelli
dell’egoismo
e
dell’egocentrismo,
concentrandosi sulla propria finitezza e
creaturalità, riesce a liberarsi dall’ansia di
dare immediate risposte a tutto e a tutti, dalla
smania di piacere a tutti costi, e così facendo
può liberarsi anche dalla paura.
•
Commentario
tra i Vizi e le Virtù - II
• La paura, come sappiamo, è una
passione dell’anima che appartiene
all’umano, come dimensione quotidiana,
e come traiettoria, causa ed effetto nel
contempo,
del
sentimento
di
provvisorietà esistenziale.
Commentario
tra i Vizi e le Virtù - III
• Coloro che sono inflati superbia,[1] cioè
“gonfiati di superbia”, e soprattutto se sono
dei decani, (cioè dei responsabili aziendali)
devono essere ripresi per tre volte e poi
rimossi dall’incarico. Così anche deve essere
fatto per il priore (paragonabile a un direttore
generale). Così suggeriva San Benedetto ai
suoi abati. E noi che facciamo?
•
[1] Cf. Ibidem, XXI, 5.
Commentario
tra i Vizi e le Virtù - IV
• Ricordiamoci che la superbia, la quale,
collegata alla vanagloria[1] e all’orgoglio
malsano,[2] è il primo e più grave dei vizi
capitali, anzi è caput vitiorum, origine di tutti i
vizi. Abbiamo innumerevoli esempi di
superbia, in ogni ambiente umano e in ogni
momento e luogo della storia.[3]
• [1] Si tratta di un vizio poco simpatico, perché
caratterizzato da un eccessivo autocompiacimento,
riferito anche a proprie capacità o doti o talenti.
• [2] Da distinguere rigorosamente rispetto
all’orgoglio legittimo a tutela della dignità e della
Commentario
tra i Vizi e le Virtù - V
• I più grandi crimini nascono all’ombra
della superbia. In proporzione, si può dire
che la superbia crea le condizioni del crimine,
o perlomeno dell’imbroglio e dell’offesa agli
altri e ai loro beni. Il superbo, in definitiva,
pensa che a lui proprio sia tutto concesso, al
di là del bene e del male, che valgono
normalmente come parametri morali per tutti
gli altri.
Commentario
tra i Vizi e le Virtù - VI
• Si quis frater frequenter correptus pro
qualibet culpa, si etiam excommunicatus non
emendaverit, acrior ei accedat correptio, id
est ut verberum vindicta in eum procedant,[1]
cioè “Se un monaco, già ripreso più volte per
una qualsiasi colpa, non si correggerà
neppure dopo una scomunica, si ricorra a
una punizione ancora più severa e cioè al
castigo corporale”.
• [1] Cf. Santa Regola, XXVIII, 1.
Commentario
tra i Vizi e le Virtù - VII
• Quando una persona si ostina a sbagliare,
insegna la Regola, bisogna adottare un
sistema che la porti ad emendarsi, passando
per varie fasi. Analogamente, in azienda va
ponderato con equilibrio il rapporto che deve
esserci fra dimensione della relazione
gestionale e dimensione della relazione
disciplinare. La prima fase è rappresentata
dalla correzione e dal biasimo, mentre la
seconda è regolamentata dalle Leggi del
lavoro (300/70) e dai Contratti Collettivi. Fino
al licenziamento disciplinare, che deve
Commentario
tra i Vizi e le Virtù - VIII
• Omniaeque omnium sint communia, ut
scriptum est, ne quisquam suum aliquid
dicat vel praesumat,[1] cioè “Tutto sia
comune a tutti, come dice la Scrittura, e
nessuno dica o consideri propria
qualsiasi cosa”.
• [1] Ibidem, XXXIII, 6.
Commentario
tra i Vizi e le Virtù - IX
• Non si tratta certamente di una forma di
comunismo ideologico, che potrebbe essere
sfruttato per significare come si possa
immediatamente applicare un principio del
genere ovunque,[1] ma di uno stimolo a non
porre mai se stessi al centro, come se si
vivesse un delirio di onnipotenza e di
insostituibilità. Quello che la Regola
sottolinea è l’attenzione e la cura del
necessario, l’individuazione del superfluo, il
rifiuto di ciò che risulterebbe dannoso per il
buon andamento dell’organizzazione.
Commentario
tra i Vizi e le Virtù - X
• Ancora: (…) ubi qui minus indiget agat Deo
gratias et non contristetur,[1] cioè “(…) quindi
chi ha meno necessità, ringrazi Dio senza
amareggiarsi”, e: qui vero plus indiget
humilietur pro infirmitate, non extollatur pro
misericordia,[2] cioè “mentre chi ha maggiori
bisogni, si umili per la propria debolezza,
invece di montarsi la testa per le attenzioni di
cui è fatto oggetto”. In questi casi si deve
anche evitare il grande male della
mormorazione
[1] Cf. Santa Regola, XXXIV, 3.
Commentario
tra i Vizi e le Virtù - XII
• Parlando dell’uso del vino la Santa regola
espone un’importante principio che concerne
la virtù di sobrietà.
• La misura proposta è di un quarto di litro al
giorno, ma le intenzioni di Benedetto
legislatore sono più profonde, e riguardano
l’esigenza di sviluppare un autocontrollo su
tutti i beni di consumo, anche se rispondenti
ai bisogni primari (cf. Maslow), come il cibo, i
vestiti e la casa. L’autocontrollo che diventa
habitus, cioè virtù, porta la persona a farsi
bastare ciò che è necessario, e a non soffrire
Commentario
tra i Vizi e le Virtù - XIII
• Quod si quis in nocturnis vigiliis post gloriam
psalmi nonagesimi quarti, quem propter hoc
omnino subtrahendo et morose volumus dici,
occurrerit, non stet in ordine suo in coro,[1]
cioè “Se qualcuno arriva all’Ufficio notturno
dopo il Gloria del salmo 94, che proprio per
questo motivo vogliamo sia cantato
lentamente e con pause, non occupi il proprio
posto nel coro”.
• [1] Ibidem, XLIII, 4.
Commentario
tra i Vizi e le Virtù - XIV
• Sappiamo che è invalso in alcuni il vezzo di
arrivare in ritardo non curandosi nemmeno di
avvertire. Ciò denota un atteggiamento
quantomeno di sufficienza nei confronti di chi
aspetta. La punizione prevista dalla santa
regola è quella del ludibrio: uno che arriva in
ritardo, perciò, non dovrebbe trovare il suo
solito posto, ma dovrebbe essere collocato in
fondo, fino alla fine della riunione. (Sic!).
Addirittura, la Santa Regola, prevede, in caso
di pervicace ritardo, il toglimento del posto
alla mensa comune.
Commentario
tra i Vizi e le Virtù - XV
• Si animae vero peccati causa fuerit latens,
tantum abbati aut spiritalibus senioribus
patefaciat, qui sciat curare et sua et aliena
vulnera, non detegere et publicare, cioè ”Se,
mentre è impegnato in un qualsiasi lavoro in
cucina, in dispensa, nel proprio servizio, nel
forno, nell’orto, in qualche attività o si trova in
un altro luogo qualunque, un monaco
commette uno sbaglio, rompe o perde un
oggetto o incorre comunque in una
mancanza, e non si presenta subito all’abate
e alla comunità per riparare spontaneamente
Commentario
tra i Vizi e le Virtù - XVI
• Ma se il movente segreto del peccato fosse
nascosto nell’intimo della coscienza, lo
manifesti solo all’abate o a qualche monaco
anziano, che sappia curare le miserie proprie
e altrui senza svelarle e renderle di pubblico
dominio”.
• È straordinario l’equilibrio sotteso a questa
linea gestionale, perché insegna a valutare le
vere intenzioni dell’agente e a proporzionare
la sanzione, avendo anche attenzione per i
casi particolari.
Commentario
tra i Vizi e le Virtù - XVII
• Il Rispetto è un comportamento virtuoso è da
intendersi bene. Non significa, infatti, una
specie di accondiscendenza succube, ma la
capacità e la disposizione a mettersi di
fronte all’altro nell’atto di ascoltarlo,
tenendo conto del suo valore strutturale di
persona.
• Essa va applicata anche nei confronti dei
Beni, come un’Azienda.
• È una virtù spesso mal compresa, o
disattesa, per noncuranza, superficialità,
sottovalutazione delle situazioni, perdita di
Commentario
tra i Vizi e le Virtù - XVIII
• Otiositas inimica est animae, et ideo certis
temporibus occupari debent fratres in labore
manuum, certis iterum horis in lectione
divina,[1] cioè “L’ozio è nemico dell’anima,
perciò i monaci devono dedicarsi al lavoro in
determinate ore e in altre, pure prestabilite,
allo studio della parola di Dio”.
• La lezione che si può trarre da questo
versetto a livello aziendale è la seguente:
occorre un orario di lavoro, o comunque una
progettualità che comprenda termini, tempi e
responsabilità di un lavoro.
Commentario
tra i Vizi e le Virtù - XIX
• La sapienza benedettina ci conferma come
l’umano abbia bisogno di essere conforme
a ciò che lo forma. Il lavoro è una delle
dimensioni più performanti ed efficaci.
• L’azienda è dunque un luogo dove si produce
una formidabile pedagogia della crescita e
della maturazione individuale.[1]
Commentario
tra i Vizi e le Virtù - XX
• Lo “studio della parola di Dio” può essere
metaforizzata, a livello aziendale, nella
formazione
e
nella
riflessione
organizzativa e comportamentale: la
formazione, da intendersi come percorso di
crescita professionale e personale, la
riflessione da intendersi come messa in
questione critica dei propri comportamenti.
[1] Particolarmente importante, di questi tempi, in
presenza di una crisi profonda della struttura
familiare e del sistema scolastico.
Commentario
tra i Vizi e le Virtù - XXI
• Frater qui pro quovis responsa dirigitur et ea
die speratur reverti ad monasterium, non
praesumat foris manducare, etiam si omnino
rogetur a quovis, nisi forte ei abbate suo
praecipiatur,[1] cioè “Il monaco che viene
mandato fuori per qualche commissione e
conta di tornare in monastero nella stessa
giornata, non si permetta di mangiare fuori,
anche se viene pregato con insistenza da
qualsiasi persona, a meno che l’abate non
gliene abbia dato il permesso”.
•
Commentario
tra i Vizi e le Virtù - XXII
• La conferma che si può trarre è evidente,
anche sul piano aziendale. Bisogna stabilire
regole certe per la logistica delle trasferte,
così come rimborsi spese proporzionati.
• Non è corretto chiedere rimborsi per trasferte
brevi, che sono da considerare come facenti
parte della quotidianità, così come bisogna
stabilire con chiarezza ciò che si intenda per
disagio da trasferta.[1]
Commentario
tra i Vizi e le Virtù - XXIII
• [1] Un professionista che si muove
necessariamente su un ampio territorio
ha già introiettato che il suo compenso
omnicomprensivo si riferisce anche al
disagio. Diverso può essere il discorso
riferito a un addetto dipendente o a un
manager o dirigente. Si tratta di valutare
caso per caso le varie situazioni
aziendali.
Commentario
tra i Vizi e le Virtù - XXIV
• Su questo argomento la regola
benedettina è drastica: Quod si aliter
fecerit, excommunicetur, cioè “Se
contravverrà a questa prescrizione, sarà
scomunicato”.
• In
linguaggio
giuridico-legale
corrisponde al licenziamento.
• Drastico.
Commentario
tra i Vizi e le Virtù - XXV
• (…) Ergo qui simile opus non facit, non
permittatur explicito Opere Dei remorari in
oratorio, sicut dictum est, ne alius
impedimentum patiatur,[1] cioè “Perciò (come
abbiamo detto), chi non intende dedicarsi
all’orazione (o a quel dato lavoro), si guardi
bene dal trattenersi in chiesa dopo la
celebrazione del divino Ufficio, per evitare
che altri siano disturbati dalla sua presenza”.
•
[1] Cf. Santa Regola, LII, 5.
Commentario
tra i Vizi e le Virtù - XXVI
• Quale insegnamento! Basta solo che
facciamo mente locale su quante volte
accade in azienda che vi siano
presenze o improprie (nel senso di non
adatte o conformi al tema trattato) o
insufficienti (nel senso di un’assenza di
persone necessarie alla trattazione dei
temi all’ordine del giorno) per una
determinata riunione.
Commentario
tra i Vizi e le Virtù - XXVII
• Vi sono multinazionali che hanno redatto
linee guida, non solo su chi deve presenziare
a quella determinata riunione, ma anche
come deve configurarsi il suo abbigliamento,
il quale deve essere opportunamente
adattato
agli
interlocutori
presenti,
specialmente se si tratta di ospiti esterni.[1]
•
Cf. Gruppo Industriale R. Bosch, Stuttgart,
Deutschland.
Commentario
tra i Vizi e le Virtù - XXVIII
• Nullatenus liceat monacho neque a
parentibus suis neque a quoquam hominum
nec sibi invicem litteras, eulogias vel
quaelibet munuscula accipere aut dare sine
praecepto abbatis,[1] cioè “Senza il consenso
dell’abate nessun monaco può ricevere dai
suoi parenti o da qualunque altra persona
lettere, oggetti di devozione o altri piccoli
regali e neanche farne a sua volta o
scambiarli con i confratelli”.
•
[1] Cf. Santa Regola, LIV, 1.
Commentario
tra i Vizi e le Virtù - XXIX
• Apparentemente si tratta di una
fattispecie non paragonabile alle
situazioni odierne, ma non è così.
L’insegnamento che se ne trae
concerne l’esigenza di avere molta
cautela con regali e prebende che
potrebbero influire psicologicamente sul
comportamento gestionale dei
responsabili, fino a forme di corruzione.
Commentario
tra i Vizi e le Virtù - XXX
• In fatti, in un versetto successivo San
Benedetto afferma: “(…) iam quod supra
fuerit superfluum est, amputari debet,[1] cioè
“(…) il di più è superfluo e deve essere
eliminato. Si tratta di una lezione improntata
all’esigenza di considerare sempre come
esercizio (ascesi) una certa sobrietà nel
possesso e nell’uso dei beni.
•
[1] Ibidem, LIV, 11.
Commentario
tra i Vizi e le Virtù - XXXI
• (…) et si inventum fuerit quod ab
abbate non accepit, gravissimae
disciplinae subiaceat, cioè “(..) e se si
scoprisse qualcuno in possesso di un
oggetto che non ha ricevuto dall’abate,
sia sottoposto a una gravissima
punizione”.
Commentario
tra i Vizi e le Virtù - XXXII
• Qual è la morale che se trae? Che la
proprietà, se non è collocata nel giusto
scenario interiore, può diventare una
condizione pericolosa, sia per chi gestisce,
sia per chi opera.
• Non si tratta dunque di una sorta di
criminalizzazione della proprietà, ma di una
“messa in guardia” circa ciò che vi è
connesso, in termini di egolatria e di possibile
fomite di arroganza contro gli altri.
Commentario
tra i Vizi e le Virtù - XXXIII
• La lezione di Benedetto lavora sempre
su piani psicologici molto sottili,
mostrando i “lati oscuri” dell’umano.
• Lati oscuri che spesso si nascondono
dietro patine di perbenismo e di
correttezza o di fidelizzazione solo
apparenti.
Commentario
tra i Vizi e le Virtù - XXXIV
• Artifices si sunt in monasterio cum omni
humilitate faciant ipsas artes, si permiserit
abbas.
• Quod is aliquis ex eis extollitur pro scientia
artis suae, eo quo videatur aliquid conferre
monasterio,
• hic talis erigatur ab ipsa arte et denuo per
eam non transeat, nisi forte humiliato ei
iterum abbas iubeat,[1]
•
[1] Ibidem, LVII, 1 - 3.
Commentario
tra i Vizi e le Virtù - XXXV
• …cioè “Se in monastero ci sono fratelli
esperti in un’arte o in un mestiere, li
esercitino con la massima umiltà, purché
l’abate lo permetta. Ma se qualcuno di loro
monta in superbia, perché gli sembra di
portare qualche utile al monastero, sia tolto
dal suo lavoro e non gli sia più concesso di
occuparsene, a meno che non rientri in se
stesso, umiliandosi, e l’abate non glielo
permetta di nuovo”.
Commentario
tra i Vizi e le Virtù - XXXVI
• Questa è un’indicazione importantissima,
perché spiega come i “bravi”, a volte, mentre
si mostrano tali, si gonfiano di superbia
ritenendosi indispensabili, e cominciano a
guardare dall’alto in basso i colleghi, mentre
invece dovrebbero semplicemente mettere a
disposizione i loro saperi e competenze, in
quanto si trovano lì per quello. Un controllo
attento di questa deriva permette di far capire
che nessuno è assolutamente indispensabile.
Commentario
tra i Vizi e le Virtù - XXXVII
• Noviter
veniens
quis
ad
conversationem, non ei facilis tribuatur
ingressus (…),
cioè
“Quando si
presenta un aspirante alla vita
monastica, non bisogna accettarlo con
troppa facilità”.
• Eccoci al grande insegnamento sulla
selezione del personale.
Commentario
tra i Vizi e le Virtù - XXXVIII
• Addirittura, la Santa Regola prevede che vi
sia un rigoroso percorso di inserimento,
che permette di valutare, non solo le doti
intellettuali e morali della persona, ma anche
il grado di umiltà che questa
mostra,
accettando di stare in condizioni di relativa
precarietà per un certo periodo.
• Si pone quindi il grande tema della
precarietas,[1] che va intesa bene, come
situazione di insicurezza educante, e di
atteggiamento disponibile.
•
Commentario
tra i Vizi e le Virtù - XXXIX
• Si quis monachus peregrinus de longiquis
provinciis supervenerit, si pro hospite voluerit
habitare in monasterio
• Et contentus est consuetudinem loci quam
invenerit, et non forte superfluitate sua
perturbat monasterium,
• sed simpliciter contentus est quod
invenerit, suscipiatur quanto tempore
cupit,[1]
[1] Cf .Santa Regola, LXI, 1 - 3.
Commentario
tra i Vizi e le Virtù - XXXX
• …cioè “Se un monaco forestiero,
giunto di lontano, vuole abitare nel
monastero in qualità di ospite e si
dimostra soddisfatto delle consuetudini
locali, accontentandosi con semplicità di
quello che trova, senza disturbare la
comunità con le sue pretese, sia accolto
per tutto il tempo che desidera”.
Commentario
tra i Vizi e le Virtù - XXXXI
• Si potrebbe dire che la comunità di
accoglienza (l’Azienda) può misurare l’ospite
sulla base di questi criteri. Di che ospite può
trattarsi? Ad esempio: di un consulente, di un
trasfertista della Casa madre, di un inviato dal
cliente.
• La qualità relazionale che questo ospite
sarà riuscito a stabilire suggerirà anche le
decisioni future in merito alla sua
collaborazione.
Commentario
tra i Vizi e le Virtù - XXXXII
• Ordines suos in monasterio ita conservent ut
conversationis tempus ut vitae meritum
discernit utque abbas constituerit,[1] cioè
“Nella comunità ognuno conservi il posto che
gli spetta secondo la data del suo ingresso o
l’esemplarità della sua condotta o la volontà
dell’abate”.
•
[1] Ibidem, LXIII, 1.
Commentario
tra i Vizi e le Virtù - XXXXIII
• Si tratta di uno straordinario esempio di
sapienza gestionale: sono previsti tutti
e tre gli elementi, anche se in “ordine
sparso”, quello dell’anzianità di entrata,
quello delle qualità individuali e quello
della volontà dell’abate.
Commentario
tra i Vizi e le Virtù - XXXXIV
• Anche in azienda non può che funzionare
così: ogniqualvolta si deve decidere di un
passo di carriera di una persona, occorre
fare un benchmark interno sull’anzianità, una
riflessione sul profilo professionale,e infine, a
coronamento di tutto, si deve verificare la
volontà del decisore, il quale deve, però,
essere informato di tutto, in modo corretto e
completo.
Commentario
tra i Vizi e le Virtù - XXXXV
• Successivamente, per chiarire il suo pensiero
Benedetto fa scrivere: (…) et in omnino locis
aetas
non
discernat
ordines
nec
praeiudicet,[1] cioè “ (…) e in nessuna
occasione l’età costituisca un criterio
distintivo e pregiudizievole per stabilire i
posti”.
• Chiarissimo.
•
[1] Ibidem, 5.
Commentario
tra i Vizi e le Virtù - XXXXVI
• Che cosa impariamo da questa
indicazione del Santo? Qualcosa di
molto semplice, ma di non banale: che
bisogna anche avere cura delle forme
espressive
dei
rapporti
interpersonali, sia tra pari livello, sia
tra persone di diverso livello.
Commentario
tra i Vizi e le Virtù - XXXXVII
• Infatti, nella contemporaneità è invalso
l’uso di forme espressive (di saluto, di
interlocuzione, di dialogo), che non
sempre riflettono il reale o l’opportuno
grado di confidenza.
• Qualcosa in merito bisognerebbe
ripensare e modificare.
Commentario
tra i Vizi e le Virtù - XXXXVIII
• Vitae autem merito et sapientiae doctrina
eligatur qui ordinandus est, etiam si ultimus
fuerit in ordine congregationis,[1] cioè “Il
futuro abate deve essere scelto in base alla
vita
esemplare
e
alla
scienza
soprannaturale, anche se fosse l’ultimo della
comunità”.
• La lezione è forte, fortissima: non devono,
dunque, in questi casi, pesare influenze e
raccomandazioni, ma solamente le qualità
morali e intellettuali del candidato.
•
Commentario
tra i Vizi e le Virtù - XIL
• I complotti e le macchinazioni che possono
essere orditi per impedire l’elezione della
persona più meritevole, devono essere
scoperti e scongiurati.
• Il Capo, o, come dice la Regola, l’Abate,
“non deve spezzare la canna incrinata”,
ma rimuoverla con carità e pazienza,
cercando di essere più amato che
temuto.[1]
[1] Ibidem, 15.
Commentario
tra i Vizi e le Virtù - L
• La
lezione
concerne
i
modi
dell’esercizio del potere, che deve
essere sempre finalizzato al maggior
bene comune, sapendo chi è a capo, di
essere anch’egli fragile e cagionevole
per la comune condizione che lega tutti
gli esseri umani.
Commentario
tra i Vizi e le Virtù - LI
• Saepius quidem contigit ut per ordinationem
praepositi scandala gravia in monasteriis
oriantur,
• dum sint aliqui malignu spiritu superbiae
inflati et aestimantes se secundos esse
abbatesa, assumentes sibi tyrannidem,
scandala nutriunt et dissensiones in
congregationes faciunt, (…),[1]
•
[1] Ibidem, LXV, 1 - 2.
Commentario
tra i Vizi e le Virtù - LII
• cioè “Accade spesso che la nomina del
priore dia origine a gravi scandali,
perché alcuni, gonfiati da un maligno
spirito di superbia e convinti di essere
altrettanti
abati,
si
attribuiscono
indebitamente un potere assoluto,
fomentando litigi, creando divisioni nelle
comunità, (…)”.
Commentario
tra i Vizi e le Virtù - LIII
• Questo passo sottolinea l’importanza di
definire bene il ruolo dei dirigenti e
dei
vari
responsabili
(quadri,
capiufficio/reparto, etc.), per evitare che
vi
siano
invasioni
di
campo,
interpretazioni
soggettive
delle
responsabilità e dei poteri attribuiti,
creando così
anche gravi danni
all’organizzazione.
Commentario
tra i Vizi e le Virtù - LIV
• Nell’azienda contemporanea, a volte, si
preferisce, anche giustamente, una
certa destrutturazione e informalità, ma
ciò deve essere sempre accompagnato
da una vigilanza assidua sui
comportamenti di coloro che assolvono,
talora, a deleghe di carattere superiore
alla posizione puntualmente ricoperta.
Commentario
tra i Vizi e le Virtù - LV
• Più sotto la Regola afferma: Hinc suscitantur
invidiae, rixae, detractiones, aemulationes,
dissensiones, exordinationes, (…),[1] cioè “Di
qui nascono invidie, liti, maldicenze,
rivalità, divisioni e disordini di ogni
genere”.
•
[1] Ibidem, 7.
Commentario
tra i Vizi e le Virtù - LVI
• Si qui fratri aliqua forte gravia aut impossibilia
iniunguntur,
suscipiat
quidem
iubentis
imperium cum omni mansuetudine et
oboedientia.
• Quod si omnino virium suarum mensuram
viderit
pondus
oneris
excedere,
impossibilitatis suae causa ei qui sibi praeest
patienter et opportune suggerat.,
• non superbiendo aut resistendo aut
contradicendo,[1]
•
[1] Ibidem, LXVIII, 1 - 3.
Commentario
tra i Vizi e le Virtù - LVII
• cioè “Anche se a un monaco viene imposta
un’obbedienza
molto
gravosa,
o
addirittura impossibile a eseguirsi, il
comando del superiore deve essere
accolto da lui con assoluta sottomissione
e soprannaturale obbedienza. Ma se
proprio si accorgesse che si tratta di un
carico, il cui peso è decisamente superiore
alle sue forze, esponga al superiore i motivi
della sua impossibilità con molta calma e
senso di opportunità, senza assumere un
atteggiamento
arrogante,
riluttante
o
Commentario
tra i Vizi e le Virtù - LVIII
• Traendo spunto da questi versetti, si
rileva l’esigenza di operare con
pazienza
nella
formazione
dei
collaboratori, puntando sulla crescita
primaria del sostrato morale e
personale.
Commentario
tra i Vizi e le Virtù - LIX
• La Santa Regola si conclude invitando
ciascuno a stare al proprio posto, evitando
di assumersi ruoli e responsabilità che non si
hanno.
• In particolare invita a non “arrogarsi le difese
dei confratelli”, né “la riprensione dei
confratelli”, perché questo è compito
dell’abate o di chi questi deleghi a farlo,
secondo la sua saggezza.
Commentario
tra i Vizi e le Virtù - LX
• L’essenziale insegnamento che se ne trae è
significativo ancora oggi, poiché nulla è
cambiato (cf. Premessa) nell’umano, dai
tempi di Benedetto.
• Il suo valore è di recuperare le virtù
fondamentali
che
costituiscono
il
fondamento del comportamento umano, cioè
di ogni soggetto razionale autocosciente, sia
verso se stesso, sia verso gli altri e l’ambiente
in cui opera.
Commentario
tra i Vizi e le Virtù - LXI
• E, riassumendo, rimette al centro le
virtù cardinali (cioè che costituiscono un
cardine),
corroborate
dall’Umiltà,
dall’Obbedienza e dal Silenzio, quasi
che queste ultime tre costituiscano una
specie di ambientazione positiva
dell’agire umano libero.
Commentario
tra i Vizi e le Virtù - LXII
• La lezione grandiosa del Santo di
Norcia, Subiaco e Cassino, e di migliaia
di altri monasteri è dunque ancora uno
dei capisaldi del sapere umano
dell’Occidente, e una continua fonte di
gioiose
scoperte,
conferme
e
incoraggiamenti ad agire secondo il
fine, che è l’Uomo stesso, nella sua
integrale grandezza.
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1 - Renato Pilutti