18.00
Lettera 65
Al nome
di Gesù Cristo crocifisso e di Maria
dolce
Vedi dunque, che costoro gustano l'arra di vita
eterna in questa vita.
Ricevono l'arra, ma non il pagamento;
non aspettano di riceverlo nella vita durabile, dove
ha vita senza morte,
sazietà senza fastidio, e fame senza pena.
Perché di lunga è la pena dalla fame, perché essi
hanno compitamente quello che essi desiderano:
e di lunga è il fastidio dalla sazietà, perché egli è
cibo di vita senza alcun difetto.
È vero che in questa vita si comincia a gustare
l'arra a questo modo,
che l'anima comincia a essere affamata del cibo
dell'onore di Dio e della salute dell'anime.
Come ella ha fame così se ne pasce:
cioè, che l'anima si nutre della carità del prossimo,
del quale ha fame e desiderio.
Quello è un cibo che nutrendosene, non se ne
sazia mai.
È insaziabile: e però rimane la continua fame.
Siccome l'arra è un inizio di sicurezza che si dà
all'uomo,
per la quale aspetta di ricevere il pagamento (non
che l'arra sia perfetta in sé, ma per fede dà
certezza di giungere al compimento);
così l'anima innamorata di Cristo,
che già ha ricevuta l'arra, in questa vita, della carità
di Dio e del prossimo,
in sé medesima non è perfetta, ma aspetta la
perfezione della vita immortale.
Dico che non è perfetta quest'arra;
cioè che l'anima che la gusta, non ha ancora la
perfezione, che non senta le pene in sé ed in
altrui:
in sé per l'offesa che fa a Dio, per la legge perversa
che è legata nelle membra nostre;
ed in altrui, per l'offesa del prossimo.
È, bene, perfetto a Grazia;
ma non a quella perfezione dei Santi che sono in
vita eterna, come detto è;
perché i desideri loro sono senza pena, e i nostri
con pena.
Sai come sta il vero servo di Dio, che si nutre alla
mensa del santo desiderio?
Sta beato e doloroso, come stava il Figliuolo di Dio
sul legno della santissima Croce:
perché la carne di Cristo era dolorosa e
tormentata, e l'anima era beata per l'unione della
natura divina.
Così noi dobbiamo essere beati per l'unione del
desiderio nostro in Dio,
ed essere vestiti della sua dolce volontà;
e dolorosi, per la compassione del prossimo, e per
togliere a noi delizie e consolazioni sensuali,
affliggendo la propria sensualità.
Ma attendi, figliuola e suora carissima.
Io ho parlato a te e a me in generale: ma ora
parlerò a te e a me in particolare.
Io voglio che due cose singolari facciamo,
acciocché l'ignoranza non c'impedisca la nostra
perfezione, alla quale Dio ci chiama;
acciocché il dimonio con il mantello della virtù e
della carità del prossimo non nutrisse dentro
nell'anima la radice della presunzione.
Perché da questo cadremo nei falsi giudizi,
parendoci giudicare dritto,
e noi giudicheremo torto;
e andando noi dietro al nostro vedere, spesse volte
il dimonio ci farebbe vedere molte verità per
condurci nella bugia,
e perché noi ci facciamo giudici delle menti delle
creature:
la quale cosa solo Dio l'ha a giudicare.
Questa cosa è una di quelle due, dalla quale voglio
che noi al tutto ce ne leviamo.
Ma voglio che sia appreso con modo, e non senza
modo.
Il modo suo è questo; che se già Dio espressamente,
non pur una volta né due, ma più,
non manifesta il difetto del prossimo nella mente
nostra;
noi non lo dobbiamo mai dire in particolare a cui egli
tocca,
ma in comune correggere i vizi di chi ci venisse a
giudicare,
e piantare le virtù, caritativamente e con benignità.
Nella benignità l'asprezza, quanto bisogna.
E se paresse che spesse volte Iddio ci manifestasse
i difetti altrui;
se non fosse espressa rivelazione, come detto è,
attieniti alla parte più sicura, acciocché fuggiamo
l’inganno e la malizia del dimonio:
perché con questo amo del desiderio ci piglierebbe.
Nella bocca tua dunque stia il silenzio, e un santo
ragionamento delle virtù e spregiamento del vizio.
E il vizio che ti paresse conoscere in altrui,
ponilo insieme a loro e a te, usando sempre una vera
umiltà.
E se in verità quel vizio sarà in quella cotale persona,
egli si correggerà meglio, vedendosi compreso così
dolcemente;
e dirà quello a te, che tu volevi dire a lui.
E tu ne sarai sicura, e taglierai la via al dimonio,
che non ci potrà ingannare né impedire la perfezione
dell'anima tua.
E sappi che d'ogni vedere noi non ci dobbiamo fidare,
ma ce li dobbiamo porre dopo le spalle, e solo
rimanere nel vedere e nel conoscimento di noi.
E se alcuna volta venisse caso che pregassimo
particolarmente per alcune creature,
e nel pregare noi vedessimo in colui per cui è pregato
alcun lume di Grazia e in un altro no, che è pur
servo di Dio;
ma se ti paresse vederlo con la mente avviluppato e
sterile,
non lo pigliare però per giudizio di difetto di grave
colpa in lui;
perché potrebbe essere che il tuo giudizio sarebbe
falso.
Ché alcuna volta addiviene che, pregando per una
medesima persona,
e l'una volta la troverò con un lume e con un
desiderio santo dinanzi da Dio,
in tanto che del suo bene pare che l'anima ingrassi;
e un'altra volta la troverai che parrà che la mente
sua sia di lunga da Dio e tutta piena di tenebre e
di molestie,
che parrà che sia fatica a chi prega, di tenerlo
dinanzi a Dio.
Questo addiviene alcuna volta;
che può essere per difetto che sarà in colui per cui è
pregato;
ma il più delle volte non sarà per difetto, ma sarà per
sottraimento che Dio avrà fatto di sé in quell'anima,
cioè che si sarà sottratto per sentimento di dolcezza e
di consolazione, ma non per grazia.
Onde sarà rimasta la mente sterile, asciutta e penosa;
la quale Dio fa sentire a quell'anima che ne prega.
E questo fa Dio per grazia di quell'anima che riceve
l'orazione, acciocché insieme con lui aiuti a
dissolvere la nuvola. Sicché vedi, suora mia dolce,
quanto sarebbe ignorante e degno di reprensione
quel giudizio, che noi, per questo semplice
vedere, giudicassimo che il vizio fosse in
quell'anima.
E però se Dio ce lo manifestasse così torbido e
tenebroso, dove noi già abbiamo veduto che egli
non è privato di grazia ma del sentimento della
dolcezza del sentimento di Dio...
Ti prego dunque, te e me e ogni servo di Dio,
che ci diamo a conoscere perfettamente noi
acciocché più perfettamente conosciamo la bontà di
Dio;
sicché, col lume, abbandoniamo il giudizio del
prossimo,
e pigliamo la vera compassione, con fame
d'annunziare le virtù, e di riprendere il vizio
e in noi e in loro per il modo detto di sopra.
Detto abbiamo dell'una; ma ora ti dico dell'altra,
la quale io ti prego che noi riprendiamo in noi;
se alcuna volta il dimonio, o il nostro pessimo
parere ci molestasse,
di voler mandare o vedere andare tutti i servi di Dio
per quella via che andiamo noi.
Perché spesse volte addiviene, che vedendosi
andare per la via della molta penitenza,
tutti li vorrebbe mandare per quella medesima via;
e se vede che non vi vada, ne piglia dispiacimento e
scandalo in sé medesimo,
parendogli che non faccia bene;
e alcuna volta addiverrà che farà meglio colui e più
virtuoso sarà,
poniamoché non faccia tanta penitenza quanta
quello che mormora.
Perché la perfezione non sta in macerare e in
uccidere il corpo,
ma in uccidere la propria e perversa volontà.
E per questa via della volontà annegata, sottoposta
alla dolce volontà di Dio, dobbiamo desiderare che
tutti vadano.
Buona è la penitenza e il macerare del corpo; ma non
me lo porre per regola a ognuno:
perché tutti i corpi non sono agguagliati, e anco,
perché spesse volte addiviene che la penitenza che
si comincia,
per molti accidenti che possono addivenire, si
conviene lasciare.
Se il fondamento dunque o in noi o in altrui
facessimo o facessimo fare sopra la penitenza,
verrebbe meno e sarebbe sì imperfetto, che
mancherebbe la consolazione e la virtù nell'anima,
perché sarebbe privato di quella cosa ch'egli amava,
e dove egli aveva fatto il suo principio;
e gli parrebbe essere privato di Dio;
e parendogli essere privato di Dio, verrebbe a tedio e
a grandissima tristezza e amaritudine,
e nell’amaritudine perderebbe l'esercizio e la
fervente orazione la quale soleva fare.
Sicché vedi quanto male ne seguirebbe per fare
solo il suo principio nella sua penitenza;
perché noi saremmo ignoranti, e cadremmo nella
mormorazione,
e ne verremmo a tedio e a molta amaritudine,
e studieremmo di dare solo operazione finita a Dio,
che è Bene infinito,
il quale ci richiede infinito desiderio.
Ci conviene dunque fare il fondamento in uccidere
e in annegare la propria e perversa volontà;
con essa volontà sottoposta alla volontà di Dio,
daremo dolce e affamato e infinito desiderio in
onore di Dio e salute dell'anime.
E così ci pasceremo alla mensa del santo desiderio
detto,
il quale desiderio non è mai scandalizzato né in sé
né nel prossimo suo,
ma d'ogni cosa gode e trae il frutto.
Mi dolgo io miserabile, che non seguitai mai questa
vera dottrina; anco, ho fatto il contrario;
e però mi sento d'essere caduta spesse volte in
dispiacere e in giudizio del prossimo.
Onde ti prego per amor di Cristo crocifisso che in
questa e in ogni altra mia infermità ponga rimedio;
sicché io e tu cominciamo oggi ad andare per la via
della verità,
illuminate in fare il vero fondamento nel desiderio
santo,
e non fidarci dei nostri pareri e vederi;
perché leggermente non uscissimo di noi e
giudicassimo i difetti del nostro prossimo,
se non per compassione e reprensione generale.
Questo faremo, nutrendoci alla mensa del santo
desiderio:
in altro modo non potremo.
Perché del desiderio abbiamo il lume,
e il lume ci dà desiderio, e l'uno nutre l'altro.
E però dissi che io desideravo di vederti con vero
lume.
Altro non dico.
Permani
nella santa e dolce
dilezione di Dio.
Gesù dolce
Gesù amore
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Piantare le virtù, caritativamente e con benignità.