L’AMORE E LA DONNA NELLA POESIA RELIGIOSA NELLA POESIA SICILIANA NEI POETI SICULO-TOSCANI La letteratura religiosa SAN FRANCESCO: Capostipite della letteratura religiosa del centro Italia si può considerare lo stesso S. Francesco d'Assisi (1181-1226): col suo Cantico delle creature egli affermò infatti la legittimità di una poesia devota in volgare, comprensibile anche agli indotti, e non più solo in latino. Il Cantico rappresenta dunque Il un'iniziativa di notevole rilievo culturale: d'altronde, nonostante il disprezzo della sapienza mondana che viene attribuito a S. Francesco sino dalle prime biografie, la sua "povertà" anche nel campo intellettuale è evidentemente una leggenda. Era esperto invece di lingua latina, nella quale redasse alcune epistole e la regola, nonché probabilmente di lingua d'oc e d'oil. Il Cantico fu composto forse nel 1224 e destinato alla recita comune e al canto, ma la musica non ci è pervenuta. Dal seno stesso del movimento francescano e di correnti spirituali affini (Flagellanti e Disciplinati) nacque il genere letterario più tipico di questa produzione devota in volgare: la lauda o laude, adattamento della ballata o canzone a ballo profana, di cui venne utilizzata in senso liturgico la bipartizione in stanze (destinate al solista) e riprese (di spettanza del coro). VAI A Cantico di frate Sole Altissimu, onnipotente, bon Signore, tue so’ le laude, la gloria e l’honore et onne benedictione. Ad te solo, altissimo, se konfano, et nullu homo ène dignu te mentovare. Laudato sie, mi’ Signore, cum tucte le tue creature, spetialmente messor lo frate sole, Io qual’è iorno, et allumini noi per lui. Et ullo è bello e radiante cum grande splendore: da te, Altissimo, porta significazione. Laudato si’, mi’ Signore, per sora luna e le stelle: in celu l’ài formate clarite et pretiose et belle. Laudato si’, mi’ Signore, per frate vento et per aere et nubilo et sereno et onne tempo, per lo quale a le tue creature dài sustentamento. Laudato si’, mi’ Signore, per sor’aqua, la quale è multo utile et humile et pietosa et casta. Laudato si’, mi’ Signore frate focu, per lo quale ennallumini la nocte: et ello è bello et iocundo et robusto et forte. Laudato si’, mi’ Signore, per sora nostra matre terra, la quale ne sustenta et governa, et produce diversi fructi con coloriti flori et herba. Laudato di’, mi’ Signore, per quelli ke perdonano per lo tuo amore et sostengo infirmitate et tribulatione. Beati quelli ke ‘l sosterranno in pace, ka da te, Altissimo, sirano incoronati. Laudato si’, mi’ Signore, per sora nostra morte corporale, da la quale nullu homo vivente pò skappare: guai a.cquelli ke morrano ne le peccata mortali; beati quelli ke trovarà ne le tue sanctissime voluntati, ka la morte secunda no ‘l farrà male. Laudate et benedicete mi’ Signore et rengratiate e serviateli cum grande humiltate. COMMENTO AL CANTICO Nell’abbraccio fraterno al creato c’è un atto totale d’amore, quasi un ricambio dell’amore col quale e per il quale Iddio ha generato il mondo: e in tal ricambio la prova di un’umiltà, di una soggiacenza, anzi di un annullamento nei voleri del Creatore. Eppure il motivo dell’amore non è espresso da san Francesco in forme astratte, in concetti, ma propriamente in immagini, visivamente corte e intese. Si suole solitamente riscontrare nel modo squisito di dipintura di tali immagini quasi una prova indiretta della cecità dalla quale il santo era afflitto negli ultimi anni: le figurazioni dell’universo sono viste piacevolmente, come accarezzate con gli occhi della mente, o come amorosamente contemplate per un’ultima volta. L’idea di un universo bellissimo nasce dalla consapevolezza che esso è frutto di volontà divina; essendo Iddio il sommo Bello, gli elementi della sua creazione debbono esser visti soprattutto o esclusivamente nella loro parvenza di splendore divino, nella loro somiglianza al Bello supremo. LAUDARIO CORTONESE Il laudario cortonese tratta per lo più il tema della preghiera alla Madonna, con una ragguardevole finezza letteraria, dovuta senza dubbio alla vicinanza dei Cortonesi ai centri letterari profani di Arezzo e di Firenze: donde la presenza di echi della rimeria cortese, per lo più dei Siciliani e dei guittoniani (della cui mediazione non è da escludere si facesse interprete l’antenato del Petrarca, laico certamente in rapporti coi poeti d’amore della scuola toscana). Si ammiri, ad esempio, il preciso tessuto stilistico, soprattutto nella parte centrale, di questa lauda: Fa’mi cantar l’amor di la beata, de quella che de Cristo sta gaudente. da’mi conforto, madre de l’amore, e mette fuoco e fiamba nel mio core, ch’io t’amasse tanto a tutte l’ore, ch’io ne tramortisse spessamente. Femina gloriosa sì benegna, null’altra se ne trova tanto degna come se’ tu, madonna, c’hai la ‘nsegna del creatore altissimo vivente. [I]splendiente luce d’ogne mondo di fin lo ciel di sopra ed in profondo, und’ogne core sta allegro e iocondo di quell’ c’hanno la mente a Dio intendente: confortami di te, madonna mia, e giorno e notte e l’ora de la dia. Come se’ dolze a chiamar Maria, che par che rimbaldisca tutta gente! Vergine bella, fior sovr’ogni rosa, senza carnal amor se’ dilettosa: amata fosti e se’ sovr’ogni cosa; nel paradiso se’ la più piacente. Per voi ne piangon molti sospirando, chiedendo lo tuo amore van gridando, levano li occhi in alto, amirando, Or ti ci dona, gaudio de la gente. Cominciamento fosti, madre bella, di stare casta, Virgene donzella; per voi fioresc’il mondo e rinovella, reina sovra li angel’ respendente. Poma col dolze fruttu savorita, l’anima che t’asaggia par smarita; non cura mai d’esta presenta vita, per ciò che ‘l tuo savor suave sente. Vergene piena di tutto l’amore, chiusesi ‘n voi la gloria con dolzore. Sospiri sì ti mando col mio core, che tu d’amor mi facci stare ardente. Voi che vivete col carnale amore, cattivi che dormite in amarore, non cognoscete Dio nostro signore, quei che dolz’è sovra dolzor potente. Or[a] vi confortate in alegranza, voi ch’avete in Dio la gran speranza Madonna cum Iesù, nostra baldanza, tuttor al Patre son per voi presente. Madre de Cristo piena di scienzia, in voi è solazzo, gioi’ e sapienzia. Per pietà ci dona cognoscenzia, che sempre teco sia la nostra mente. Jacopone da Todi Tutti i motivi spirituali, le istanze ascetiche, i richiami al clima morale dell’età e alle esigenze rinnovatrici, si trovano fusi ed espressi nella poesia di Iacopone da Todi. Frate Minore, assimila e sviluppa i grandi temi del francescanesimo primitivo e degli Spirituali. Vicino ai Disciplinati, nell’accettare il loro modo di poetare, la lauda consolida l’estremismo mistico e l’intenso fervore penitenziale, come pure il senso di una religiosità da vivere in fraternità di moltitudini. Uomo di cultura, è disposto ad accogliere i più vari fermenti della religiosità popolare, ma tenta una soluzione geniale tra questa e i bisogni di una meditazione austera e solitaria. Impegnato nelle battaglie del suo Ordine e nell’appassionata difesa delle convinzioni personali, si inserisce con vigore nelle polemiche politiche e religiose più drammatiche di quel tempo. Il tema Maria-Madre deve essere considerato quello che più espressamente indirizza il poeta verso i toni delicati e commossi della sua più alta ispirazione lirica. La lauda O Vergen più che femena è da porsi accanto al XXXIII del Paradiso, in una zona di intensa elaborazione patetica e interiore della materia mariologica, sottratta ad ogni fallace richiamo retorico e immessa in una calda vibrazione umana. Ancor più effusa e quindi più alta poeticamente è la lauda XCIII, il cosiddetto Pianto della Madonna. Per quanto si possa e debba valorizzare il mistico e il polemista politico-morale, in definitiva il cantore dell’Evangelo e delle legendae resta l’aspetto più elevato, oltre che il più caratterizzante, di Iacopone poeta: per l’asciuttezza del ritmo narrativo, per la straordinaria capacità di ridurre ai sentimenti più semplici il sostrato religioso della passione, e quindi di offrire un testo di accessibile pietà e di forte concitazione, pur senza ricorrere ad effetti troppo atroci, troppo sconvolgenti, e valorizzando i toni più delicati e familiari del suo ampio registro musicale. Nella lettura di tutta la lauda si potranno isolare i temi fondamentali della devozione popolare attorno alla Madonna e alla Crocifissione, ma si guarderà anche al rigore solenne e austero della parola e alla sua precisa utilizzazione ai fini della concretezza dello svolgimento drammatico: Donna de paradiso, Io tuo figliolo è preso, Iesù Cristo beato. Accurre, donna e vide credo che lo s’occide, che la gente l’allide: tanto l’ho flagellato.’ ‘Com’essere prrìa, Cristo, la spene mia, che non fece follia, om l’avesse pigliato?’ ‘Madonna, ell’è traduto: trente denar n’ha avuto, Iuda sì l’ha venduto; fatto n’ha gran mercato.’ ‘Soccurri Maddalena! Cristo figlio se mena, Ionta m’è adosso piena: com’è annunziato.’ ‘Soccurre, donna, adiuta, ca ‘l tuo figlio se sputa e la gente lo muta; hòlo dato a Pilato.’ ‘O Pilato, non fare ch’io te pozzo mustrare ‘Crucifige, crucifige! secondo nostra lege el figlio mio tormentare, como a torto è accusato.’ Omo che se fa rege, contradice al senato.’ ‘Prego che me ‘ntennate, forsa mo vo mutate nel mio dolor pensate: de che avete pensato.’ Traàm for li ladruni, de spine se coroni, ‘O figlio, figlio, figlio, figlio, chi dà consiglio Figlio occhi iocundi, Figlio, perchè t’ascundi ‘Madonna, ecco la croce, ove la vera luce che sian suoi compagnuni: ch’è rege s’è chiamato!’ figlio, amoroso giglio! al cor mio angustiato? figlio, co’ non respundi? al petto o’ si’ lattato?’ che la gente l’aduce, dèi essere levato’. ‘O croce, e che farai? Como tu ponirai El figlio mio torrai? chi non ha en sé peccato?’ ‘Soccurri, piena de doglia, la gente par che voglia ca’l tuo figlio se spoglia: che sia martirizzato!’ ‘Se i tollete el vestire, como el crudel ferire ‘Donna, la man li è presa, con un bollon l’ho fesa, lassatelme vedere, tutto l’ha ensanguenato!’ ennella croce è stesa: tanto lo ci ho ficcato. L’altra mano se prende, e lo dolor s’accende, ennella croce se stende ch’è più moltiplicato. Donna, lì pè se prenno onne iontur aprenno, e chiavellanse al lenno: tutto l’ho sdenodato.’ ‘E io comenzo el corrotto: figlio, chi me t’ha morto, Meglio averìano fatto che ne la croce è tratto, figlio, lo mio deporto, figlio mio delicato? che ‘l cor m’avesser tratto, stace desciliato!’ ‘Mamma, ove si’ venuta? ca ‘l tuo planger me stuta, Mortal me dài feruta, che ‘l veio sì afferrato.’ ‘Figlio, che m’aio anvito, Figlio, chi t’ha ferito? ‘Mamma, perchè ti lagni? che serve ei mei compagni, ‘Figlio, questo non dire: non me voglio partire figlio, pate e marito! Figlio, chi t’ha spogliato Voglio che tu remagni, ch’al mondo aio acquistato.’ voglio teco morire; fin che mo m’esce ‘l fiato. C’una aiam sepoltura, trovarse en afrantura figlio de mamma scura: mate e figlio affocato!’ ‘Mamma col core afflitto, de Ioanne, mio eletto entro le man te metto sia tuo figlio appellato. Ioanni, èsto mia mate: tollela en caritate, aggine pietate, ca ‘l cor si ha furato.’ ‘Figlio, l’alma t’è ‘scita, figlio de la smarrita, figlio de la sparita, figlio attossecato! Figlio bianco e vermiglio, figlio a chi m’apiglio? figlio senza simiglio, Figlio, pur m’hai lassato! Figlio bianco e biondo, figlio, per che t’ha ‘l mondo, figlio volto iocondo, figlio, così sprezzato? Figlio dolze e placente, figlio, hatte la gente figlio de la dolente, malamente trattato! Ioanni, figlio novello, ora sento ‘l coltello Che moga figlio e mate trovarse abraccecate mort’è lo tuo fratello: che fo profitizzato. d’una morte afferrate: mate e figlio impiccato.’ L’ amore ‘fino’ La poetica dei Siciliani e in genere dei prestilnovisti è fondata sulla concezione cortigiana dell'amore 'fino'. Su questa concezione, che ripete nelle sue linee quella dei Provenzali, non saranno da spendere troppe parole. Ma andrà notato subito che il grado di spiritualizzazione di questo amore è assai vario nei diversi poeti, e che nel quadro della curialitas siciliana molte sono le sfumature. Così la concezione dell'amore come rapporto feudale, fondato su un privilegio, legato a un 'leale omaggio' e a una elencazione dei pregi della persona amata, è al fondo della convenzione di tutti questi poeti, ma non domina esclusiva e riceve varia luce dalla concezione dell'Amore, che assai spesso più della donna è il protagonista della loro poesia. E' sempre, come per i Provenzali, amore extraconiugale, verso donna 'di alto affare', carica assai respinta da madonna, e frequenti risuonano le accuse alla sua infedeltà, che sarebbero inconcepibili in clima stilnovistico. La stessa gioia e il tormento d'amore ora appaiono come momenti necessari della fenomelogia dell'amore, immanenti alla sua stessa natura, ora son visti in dipendenza dell'atteggiamento della donna, in forma spesso materiale e utilitaria. Rinaldo d’Aquino Nelle sue canzoni più provenzaleggianti (stanze unissonans e capfinidas) Rinaldo d'Aquino si muove negli schemi e secondo l'etichetta del vassallaggio d'amore. Così in quella citata da Dante fra gli esempi di cantiones illustres: Per fin' amore vao sì allegramente ch'io non aggio veduto omo che 'n gio' mi poss'apareare; e paremi che falli malamente omo c'à riceputo ben da signore e poi lo vol celare. Il secondo 'omo' ha il valore di 'vassallo', l'hom litges provenzale. Amore è raffigurato come un signore feudale che elargisce un beneficio: il merito, il guiderdone o beneficio, è di servire alla donna, che è carica di tutte le perfezioni: Ma eo no 'l celeraio com'altamente Amor m'à meritato, che m'à dato a servire a la fiore di tutta caunoscenza e di valenza, ed a bellezze più ch'eo non so dire. Insiste su immagini utilitarie: Amore l'ha 'ariccuto', gli ha recato un 'sì alto dono'. Chè il dono d'amore è gratuito e irrecuperabile (dice Andrea Cappellano: 'Amare nemo potest nisi qui amoris suasione compellitur'), ma non è disinteressato; e dopo tante dichiarazioni di assolutezza del dominio d'amore, se ne svela il carattere condizionato e interessato attraverso una serie di precise enunciazioni di diritto feudale, che fissano il rapporto esterno con la donna: Signoria vol ch'eo serva lealmente, che mi sia ben renduto bon merito, ch'eo non saccia blasmare; ed eo mi laudo che più altamente ca eo non ò servuto Amor m'à cominzato a meritare. Iacopo da Lentini Sarebbe un errore credere, secondo un'immagine convenzionale, che la concezione feudale dell'amore domini ovunque. Questa sottile casistica giuridica, accompagnata da una monotona fissità di espressioni, si cercherebbe ad esempio per lo più invano in Iacopo da Lentini, dove la concezione d'amore appare assai più interiorizzata e l'interesse è rivolto alla fenomelogia d'Amore, con una complessità di movimenti psicologici tradotti in luminose immagini che non ha l'eguale fra i Siciliani. E' vero che anche Iacopo canta Guiderdone aspetto avere da voi, donna, cui servire non m'è noia, in una canzone che solo il Vaticano gli attribuisce autorevolmente, mentre altri manoscritti la assegnasno a Rinaldo d'Aquino; ma egli insiste continuamente sulla interiorità dell'immagine amorosa che nasce nel cuore (la interna 'pintura'): La 'namoranza disiosa ch'è dentro a l[o] mi' cor è nata di voi, madonna, e pur chiamata merzè, se fosse avventurosa... La poetica dell'immagine si esprime nel frequente richiamo analogico all'esperienza delle arti figurative (Meravigliosamente, vv. 4-13, 19-27): . . . . . . . . . Com'om che pone mente in altro exemplo pinge la simile pintura, così, bella, facc'eo, che 'nfra lo core meo porto la tua figura. In cor par ch'eo vi porti pinta como parete, e non pare di fore. O Deo, co' mi par forte. . . . . . . . . . Avendo gran disio, dipinsi una pintura, bella, voi simigliante, e quando voi non vio, guardo 'n quella figura, e par ch'eo v'aggia avate: come quello che crede salvarsi per sua fede ancor non veggia inante. E' similmente (La 'namoranza disiosa, vv. 22-24): tutte fiate, in voi mirate veder mi pare una meravigliosa simiglianza. O nella canzonetta Madonna mia, a voi mando, (vv. 41-44): In gran dilettanza era, madonna, in quello giorno quando vi formai in cera le bellezze d'intorno. Così l'incapacità di esprimere adeguatamente il sentimento interiore viene rappresentata con analoghe immagini (Madonna dir vo voglio, vv. 33 - 36, 41- 46): Madonna, sì m'avene ch'eo non posso avenire com'eo dicesse bene la propria cosa ch'eo sento d'Amore; E questa fenomelogia d'Amore viene poi dibattuta scolasticamente nelle tenzoni, dibattiti accademici già frequenti fra i Provenzali, soprattutto tardi, e qui trovano una nuova cornice nella forma del sonetto. Si discute, come nella tenzone dell'abate di Tivoli con Iacopo da Lentini (datata dal Santangelo intorno al 1241 quando la corte imperiale fu a Tivoli) e in quella fra Iacopo Mostacci, Pier della Vigna e Iacopo, intorno alla natura d'Amore, se Amore cioè sia 'deo' principio trascendente, oppure 'cosa naturale'. E Iacopo, con ironia di fine dialettico che saprebbe all'occasione fornire una dimostrazione scolastica rigorosa, 'per quia e quanto', e con le carte in regola anche dal punto di vista teologico, si oppone a coloro che ritengono che Amore ha in sé deitate rinchiosa; ed io sì dico che non è neiente... sostenendone l'origine naturale; e solleverà poi le proteste del retore Pier della Vigna: manti ne son di sì folle sapere che credono ch'Amor sia niente... un anonimo tenzonante darà poi la famosa formulazione analitica della genesi d'Amore: Tre cose sono in una concordanza, . . . . . . . . . piacere e pensare a disianza: d'este tre cose nasce uno volere là onde la gente dice che sia Amore. Come Iacopo la pensava uno dei Siciliani più tardi e ricchi di interessi dottrinali, Mazzeo di Ricco, il quale così decreta e sillogizza (Madonna, de l[o] meo 'namoramento, vv. 13-24): Poi ch'eo non posso segnoreggiare, Amor mi segnorea. Dunque è Amore segnor certanamente: ma non posso già mai considerare che l'amor altro sia se non distretta voglia solamente. E s'Amore è distretta volontate, per Deo, madonna, in ciò considerate, c'Amor non prende visibolemente ma par che nasca naturalemente; e poi c'Amore è cosa naturale, merzè dovete aver do lo mio male. Iacopo da Lentini insisteva già originalmente sul momento della visione-rivelazione e sull'immagine come fonte di piacere, con una parola che avrà poi tanta fortuna nella temperie stilnovistica, spirito: cad io non sono mio nè più nè tanto, se non quanto madonna è de mi fore ed uno poco di spirito è in meve. Così in un importante sonetto dottrinale che segue immediatamente, anonimo, nel canzoniere Vaticano: Dal cor si move un spirito, in vedere d'in occhi 'n occhi, di femina o d'omo, per lo qual si concria uno piacere... oppure: Amor è un[o] desio che ven da core per abundanza di gran piacimento. Similmente nella canzone Ben m'è venuto prima cordoglienza, vv. 15-16: 'ch'eo non vorria da voi, donna, sembranza, / se da lo cor non vi venisse amanza'. E questo piacere è fonte del ricordo, dell'amoroso penseri', come dice altrove con una immagine intensa di tradizione occitanica: ca d'onne parte amoroso penseri intrat'è in meve com'aigua in ispogna. Il tema della 'rimembranza' suggerisce a Iacopo movimenti di interiorità drammatica (Guiderdone aspetto avere, vv. 46-56): La bellezza che 'n voi pare mi distringe, e lo sguardare de la cera. La figura piacente lo core mi diranca: quando voi tegno mente, lo spirito mi manca e torno in ghiaccio. Nè mica mi spaventa l'amoroso volere di ciò che m'atalenta, ch'eo no lo posso avere: und'eo mi sfaccio. E nel discorso, con la leggiadra movenza di canzonetta: La rimembranza di voi, aulente cosa, gli occhi m'arosa d'un'aigua d'amore. Ma la conclusione del Notaro è che 'Amore è cosa di gran dubitanza': in lui non mancano venature morali e religiose (la donna ha 'angelica figura'; 'quan'eo li parlo moroli davanti / e paremi ch'i' vada in paradiso'; e soprattutto: 'Viso a vedere quell'è paraviso, / che no è altro se non Deo divisare; / 'ntr'aviso e paraviso no è diviso ...'; 'Cristo le doni vita ed eleganza / e sì l'acresca in gran pregio ed onore' ecc.), e il pensiero che sia possibile conciliare sacro e profano, l'amore con la salvezza, espresso in tono di piana incantevole reverie celeste nel famoso sonetto Io m'aggio posto in core a Dio servire; se sembra qui di essere sulle soglie dello stil novo guinizelliano, va detto che l'Amore non è ancora elevato a principio ontologicomorale (= bene). Guido delle Colonne Del giudice Guido delle Colonne andranno ricordate qui, dal suo piccolo ma singolarmente unitario e organico canzoniere comprendente cinque canzoni, le due canzoni ammirate da Dante come esempio di suprema constructio, e non del tutto indegne della nostra ammirazione; mentre fra le tre canzoni minori la più notevole è Gioiosamente canto, nella quale, in mezzo al lussureggiare 'di metafore lucide e un po' estetizzanti', 'si equilibrano tipicamente un movimento di gioia e un perenne indugio di contemplazione retorica'. Della canzone Amor, che lungiamente m'hai menato / a freno stretto senza riposanza, ricchissima di ornamenti retorici, si veda l'ultima stanza (vv. 53-65): Amor fa disviare li più saggi: e chi più ama men' ha in sè misura, più folle è quello che più s'innamora. Amor non cura di far suoi dannaggi, ch'a li coraggi mette tal calura che non pò rafreddare per freddura. Gli occhi o lo core sono gli messaggi de' suoi incominciamenti per natura. Dunqua, madonna, gli occhi e lo meo core avete in vostra mano, entro e di fore, c'Amor mi sbatte e smena, che no abento, sì come vento smena nave in onda: voi siete meo pennel che non affonda. E' il motivo di un amore smisurato e ineluttabile, svolto attraverso una serie di metafore naturali fortemente sbalzate e un linguaggio ornatissimo, ricco di endiadi, parallelismi e antitesi d'ogni genere. Si veda la terza stanza della canzone Ancor che l'aigua per lo foco lassi, esempio di straordinaria abilità metrica, soprattutto nell'ampia sirma indivisa: Eo v'amo tanto che mille fiate in un'or si m'arranca lo spirito che manca, pensando, donna, le vostre beltate; e lo disio c'ho lo cor m'abranca, crescemi volontate, mettetemi 'n tempestate ogna penseri che mai non si stanca. O colorita e blanca gioia che lo meo bene, speranza mi mantene, e s'eo languisco, non posso morire: ca, mentre viva sete, eo non poria fallire, ancor che fame e sete lo corpo meo tormenti; ma sol ch'eo tegna menti vostra gaia persona, obbrio la morte, tal forza mi dona. Sono versi in cui, con un lessico arnaldiano in rima (-anca) nella fonte, si tocca nella sirma 'un massimo di soavità riuscita, non diremo certo presilnovistico' (siamo se mai sulla lina delle petrose), 'ma altrimenti non reperibile in Sicilia'. E nella stanza precedente, il poeta aveva introdotto 'nella disputa sulla natura d'amore, entità invisibile, una dichiarazione così esplicita sulla necessità umana, anzi umoristica, dell'amore, che per trovar l'uguale bisognerà scendere fino al Boiardo (Se in vista è vivo, vivo è sanza core)': Imagine di neve si pò dire om che no ha sentore d'amoroso calore: ancor sia vivo, non si sa sbaudire. Sono questi senza dubbio i punti di più alta ricerca lirica e meditativa, nell'incontro con retorica e scienza naturale, a cui sia giunta la cultura poetica siciliana: ne deriva un'eredità feconda e ricca di sviluppi ai prestilnovisti e stilnovisti bolognesi e toscani. Giacomino Pugliese Nella canzonetta di Giacomino Pugliese Donna di voi mi lamento, in stanze simmetriche di ottonari tutte concluse con la parola-ritornello 'amore' (sì che taluni hanno visto qui una canzone a ballo o hanno addirittura immaginato l'azione coreografica di una 'ronda' o danza in tondo con intervento del coro dei danzatori alla fine di ogni stanza): c'è un innamorato geloso che accusa la sua donna di tradimento e di villania rimemorando con amarezza, alla luce dei presunti inganni, la nascita di quell'amore: di voi non ag[g]io conforto e fals'è la tua leanza, quella che voi mi mostraste là ov'avea tre persone, la sera che mi ser[r]aste in vostra dolze pregione, amore, mentre la donna cerca di giustificarsi protestando il suo amore e accusando il marito geloso di tenerla segregata, sì che non ardisce più farsi alla porta: Meo sire, a forza m'aviene ch'io m'apiatti od asconda, ca sì distretta mi tene, quelli cui cristo confonda, non m'auso fare a la porta; ond'io son confusa, in fidanza, ed io mi giudico morta: tu non n'ài nulla pietanza, amore. Alla fine la donna cede, si dichiara disposta a vincere ogni timore e riguardo, e promette di dare all'amante una rivalsa tanto memorabile che ne resti 'rimembranza' nel libro del poeta: Poi che m'ài al tuo dimino, piglia di me tal ve[n]gianza, che 'l libro di Giacomino lo dica per rimembranza, amore. E alla profferta l'amante sembra quietarsi, per quanto ancora dubitoso di amare 'in perdenza' e donare oro in cambio di rame. I rimatori siculo-toscani Prestissimo i canzonieri manoscritti della poesia siciliana cominciarono a circolare in Toscana, forse ancora prima della morte di Federico II (1250). Copisti e poeti locali contribuirono gradualmente, con molte incertezze e differenza tra un luogo e l’altro, a trapiantare nel volgare toscano le rime provenienti dalla Magna Curia: del resto, negli anni in cui Federico era presente in Toscana, molti rimatori di qui si unirono al coro dei poeti di corte e le poesie furono scritte, pur con molti sicilianismi, del volgare, o nei volgari di questa regione. I codici che ci hanno trasmesso le rime dei siciliano, tra i quali il più famoso è il Vaticano 3793, ci hanno pure conservato le rime di poeti lucchesi, senesi, fiorentini, aretini, pisani, detti appunto siculo-toscani, che sono stati i tramiti del passaggio di quella grande esperienza lirica in un territorio destinato a diventare in breve il vero crogiolo della nostra maggiore letteratura... I poeti toscani sembrano per lo più prediligere, della poesia siciliana, la forma facile e cantabile della canzonetta, con innesti spesso efficaci di modi popolari e borghesi: in questo ambito viene accolto il tipo metrico della ballata, non usata dai siciliani. È un trobar leu in cui si distingue particolarmente Buonagiunta Orbicciani , notaio di Lucca, ammiratore di Iacopo da Lentini, di cui imita la casistica della nascita e degli effetti del sentimento d'amore, con predilezione per le note psicologiche dell'oppressione amorosa, sentita però sempre, con anticipazioni quasi stilnovistiche, come esperienza privilegiata ed esclusiva...Probabilmente è "colpa" di Dante se così poco si parla dei poeti siculo-fiorentini, dal momento che il sommo poeta, bollando di municipalismo e selvatichezza stilistica tutto ciò che è avvenuto prima dello Stilnovo, ha praticamente cancellato la memoria di queste prime, importanti esperienze, addirittura tacendo il nome di poeti come Chiaro Davanzati e Monte Andrea . Ma anche i poeti fiorentini che vengono prima di Guittone d'Arezzo , che rappresenta un vero discrimine tra i siculo-toscani e ciò che è venuto dopo, sono degni di considerazione, da Neri de' Visdomini a Bondie Dietaiuti a Compiuta Donzella , la prima poetessa della nostra letteratura. VAI A Guittone d’Arezzo Le rime di Guittone ripetono situazioni ben note alla tradizione provenzale e siciliana: l’innamoramento a prima vista, l’esaltazione e lo scoramento, l’imprecazione contro l’ingiustizia di Amore; e, poi, i temi ricorrenti in quell’antica lirica: l’orgoglio della donna, la perfidia dei ‘malparlieri’, lo strazio della lontananza. Ma ciò che colpisce è, ancora una volta, la ricchezza espressiva che l’aretino ci rivela; il suo gusto per l’esperimento letterario: che ci trascina dalla canzone sostenuta, contrassegnata da puntuali allusioni alla mitologia dell’erotismo di corte: ché sì como l’Autore pon; ch’amistà di core è voler de concordia e desvolere, faite voi me, ché zo volete ch’eo; alla canzonetta dal ritmo semplice, orecchiabile: Amor, non ho podere di più tacere ormai la gran noi che mi fai; tanto mi fa’ dolere, che me pur sforza voglia, amor, ch’eo de te doglia; dagli accenti tragici dell’amore sublime (‘Voi mi Deo sete e mia vita e mia morte...’ VIII, 33) ai toni popolareggianti di certa sensualità di maniera: che ha potuto esser presa, romanticamente, come l’espressione di una nuova sensibilità borghese, realistica: Rapente disianza in me è adimorata per mant’ore, caro amore, de te repleno gire. Amor, perch’ altra usanza me non porea far degno prenditore del gran riccone - ch’aggio al meo disire L’aretino piega alle esigenze della sua polemica alcuni spunti della trattatistica cortese: in primo luogo quello della irrazionalità di Amore; un motivo ampiamente svolto dai rimatori provenzali e siciliani: come l’espressione di un potere irresistibile, di una forza tirannica alla quale non si sfugge. Si traduceva in questo tema lo stato psicologico dello sbigottimento, della fragilità dell’uomo dinanzi alla donna: il sentimento di una volontaria rinuncia alla propria autonomia. In Guittone tutto ciò s’irrigidisce, per così dire. L’irrazionalità di Amore non è più il sintomo di una tipica situazione psicologica: è una ‘condizione umana’; è la follia: ché ‘n tutte parte ove distringe Amore regge follore - in loco di savere... ed è un’operazione che Guittone ripete per altri temi, utilizzando per il suo scopo il III libro del De Amore - De repropatione Amoris. Bonagiunta Orbicciani Leggiamo la canzone Avegna che partensa: il poeta intona un canto d'amore la cui dolcezza disperderà negli accenti della poesia la voce della pena; egli si consuma, per la perdita del suo bene, come una candela al fuoco; è fuori di sè; il suo cuore non avrà più conforto: si lamenta dei 'malparlieri' che l'hanno ucciso; vorrebbe essere fisicamente morto o non essere nato o non provare ciò che prova; ma, per quanto stravolto dal dolore, non intende mutare i propri sentimenti. La canzone è costruita su comparazioni: secondo uno schema lentiniano; il suo centro lirico è nel contrasto - non ignoto alla tradizione - fra la disperazione dell'amante e il conforto che sopraggiunge con lo sfogo del canto. Ciò che colpisce, nell'elaborazione di Bonagiunta, è l'estrema abilità dell'artista: la sua capacità di fondere immagini e concetti. i sentimenti si definiscono, così, in un movimento di successivi richiami, nel trapasso dell'immagine pittorica alle forme del linguaggio metaforico: La gioi' ch'eo perdo e lasso, mi strugg' e mi consuma como candela ch'al foco s'accende; e sono stanch'e lasso: meo foco non alluma, ma, quanto più ci afanno, men s'apprende; e non riprende - alcuna mia vertude, avanti si conchiude, si come l'aire quando va tardando, come l'aigua viva, ch' alor' è morta e priva quando si va del corso disviando. La struttura del componimento corrisponde a questi collegamenti: nei quali la ricerca espressiva sembra tradurre una più intima tensione psicologica. Ed è il senso di un'esperienza esclusiva ed opprimente che, nella storia della nostra poesia lirica più antica, va dilatando sempre più il suo significato: da quello erotico originario a quello più comprensivo, emblematico - come accade negli stilnovisti - di una realtà sentimentale fermata nell'attimo di un'intensa e immotivata aspirazione. Il Bonagiunta migliore è forse qui: nei momenti, rari, di un intravisto stilnovismo; che non andrà ricercato nei frammenti, occasionali e scialbi, che alludono variamente al 'cor gentile' e alla sua tematica, quanto nell'impegno letterario di una personalità protesa ad esperienze d'arte sempre meno evasive. L'esistenza di una nota originalmente bonagiuntiana, esile quanto si voglia, all'interno del convenzionalismo duecentesco, può facilmente riconoscersi all'esame di un sonetto che richiama da vicino uno simile del Notaio: secondo una sicura segnalazione di G. Contini; e pensiamo al sonetto VI che riproduciamo per intero: A me adovene com'a lo zitello quando lo foco davanti li pare, che tanto li risembla chiaro e bello, che stendive la mano per pigliare; e lo foco lo 'ncende, e fallo fello, chè no[n] è gioco lo foco toc[c]are: poi ch'è pas[s]ata l'ira, alora e quello disia inver' lo foco ritornare. Ma eo, che trag[g]o l'aigua de lo foco (e no è null'om che lo potesse fare), per lacrime ch'eo getto tutto coco, chiare e salse quant' è acqua di mare. Candela che s'aprende senza foco, arde e[d] incende e non si po' amortare Leggiamo ora il sonetto di Giacomo da Lentini: [C]hi non avesse mai veduto foco, no crederia che cocere potesse, anti li sembraria solazzo e gioco lo so isprendor[e], quando lo vedesse: ma s'ello lo toc[c]asse in alcun loco, belli se[m]brara che forte cocesse. Quello d'Amore m'ha toc[c]ato un poco: molto me coce; Deo, che s'aprendesse! che s'aprendesse in voi, [ma]donna mia! che mi mostrate dar solazzo amando, e voi mi date pur pen' e tormento. Certo d'Amor[e] fa gran vilania, che no distringe te che vai gabando; a me, che servo, non dà isbaldimento. Non può sfuggire la differenza: l'immagine del fuoco, del Notaio, è soltanto un'elegante variazione pittorica sul tema della potenza di Amore, del suo fascino e della sua parzialità; nel sonetto di Bonagiunta l'attenzione si concentra, più in profondità, nella descrizione di una soggezione psicologica - fissata nell'immagine-simbolo - che non si esaurisce nelle forme della galanteria cortese; la soluzione sentenziosa (vv. 13-14) ha la stessa incisività, legata al movimento rapido del periodo, di certe espressioni guinizzelliane e cavalcantiane; e citiamo a caso: 'Amor m'ha dato, a madonna servire: / o vogl'i' o non voglia, così este'; '... questo è tormento disperato e fero, / che strugg' e dole e 'ncende ed amareggia'; e potremmo continuare. Verso l'immagine, definita dalla comparazione, o la metafora - costruita spesso sulla luce e i suoi derivati - gravita il discorso del nostro rimatore. I termini del suo linguaggio figurato sono sempre quelli tradizionali; la materia affettiva, cristallizzata, si esprime attraverso sensazioni visive; come nel sonetto VIII (di diretta derivazione lentiniana): (De] dentro de la nieve esce lo foco, adimorando ne la sua gialura, e vincela lo sole a poco a poco: devien cristallo l'aigua, tan'è dura; o nella ballata Tal è la fiamma e 'l foco (IV), in persona di una donna innamorata: Ismarrire mi fate la mente e lo core, sì che tutta per voi mi distruggo e disfaccio, così come si sface la rosa e lo fiore... E' il sintomo, infine, di una disponibilità tematica - oltrechè tecnica - la presenza nel 'canzoniere' di Bonagiunta di rime sentenziose. Nessuna originalità negli argomenti trattati dal lucchese: la natura dell'onore e del piacere, la saggezza e i suoi attributi, l'umiltà e la discrezione, la resistenza dell'uomo di valore alle avversità , l'instabilità della fortuna, l’ obbligo di mandare ad effetto un'azione bene intrapresa, l'accortezza dei potenti (son IX), la prudenza ed il riserbo. Compiuta Donzella E’ la prima poetessa della nostra letteratura. Di lei possiamo ricordare il sonetto ‘A la stagion che ‘l mondo foglia e fiora’, che raffigura la primavera come stagione dell’ amore e della gioia; ma in contrasto a ciò si ha l’attestazione di quel doloroso stato d’inferiorità che marcherà, nei secoli,la condizione femminile. A la stagion che ‘l mondo foglia e fiora acresce gioia a tutti i fin’ amanti: vanno assieme a li giardini alora che gli auscelletti fanno dolzi canti; la franca gente tutta s’inamora e di servir ciascun trages’ inanti, ed ogni damigella in gioia dimora; e me , n’abondan marrimenti e pianti. ca lo mio padre m’ha messa ‘n errore e tenemi sovente in forte doglia: donar mi vole a mia forza segnore, ed io di ciò non ho disio né voglia e ‘n gran tormento vivo a tutte l’ ore; però non mi ralegra fior né foglia. Pucciandone Martelli Si rifà ai modi della tradizione siciliana ;destinatario di un sonetto guittoniano (sonetto 215); personalità di rilievo nella Pisa del tempo: lo troviamo fra gli Anziani del 1289; come membro del maggior Consiglio è citato nel 1298; la sua morte può collocarsi intorno al 1301. Due canzoni, due sonetti e una ballata: queste le rime sue che conosciamo. E' veramente un epigono dei Siciliani: ma non privo di una certa grazia; né insensibile alle novità: come attesta l'uso, sia pure raro e soltanto orecchiato, del motivo guinizzelliano del 'cor gentile' (cfr. la canzone Lo fermo intendimento..., vv. 26-31). Ma il linguaggio che gli è familiare è quello della poesia siciliana: che gli suggerisce situazioni ed immagini: Amor, poi ch'a madonna tormentare mi fai come lo mare, quando, di gran tempesta, a la nave non resta di far gravoso afanno... Galletto Pisano Galletto Pisano è identificabile, ma con qualche dubbio, con un Gallo di ser Agnello, giudice: uno dei legati di pisa al concilio di Lione (1275); Anziano nel 1279 e nel 1288, già morto nel gennaio del 1301. Ricordato da Dante nel De vulgari eloquentia (I, XIII, I) - come esempio toscano di lingua municipale -, è giunto sino a noi per due canzoni (In alta donna ho miso mia 'ntendansa, Credeam' essere, lasso): sicilianeggiante la prima, composta di stanze 'unissonas' e 'capfinidas'; di gusto guittoniano la seconda. La tradizione occitanica sopravvive nel tema dei malparlieri: Li mai parlier che mettono scordansa, in mar di Seccelìa poss' anegare, u viver a tormento; ca per li fini amanti è giudicato, launqu' è mal parlier, sia frustato: a l'alta donna piace esto conve: l'influenza guittoniana - già segnalata per alcuni riscontri - si riconosce principalmente nell'impostazione del discorso, costruito per 'antitesi'; nel tema della 'pace'; nell'uso di certe movenze: come ai versi 81-84: Se mi distringe doglia, non certo è meraviglia, ma crudeltà somiglia a cui non prende doglia e pena monta... Bacciarone Bacciarone di messer Bacone: personalità di un certo rilievo nella Pisa del tempo, destinatario di una lettera di Guittone (Lettere, XXVII); e che sappiamo già morto nel 1291. Gli appartengono tre canzoni: due di polemica antiamorosa (Nova m'è volontà nel cor creata, Sì forte m'ha costretto) e una terza di ispirazione etico-politica (Se doloroso a voler movo dire); i sonetti responsivi a Natuccio Cinquino chiudono l'esilissimo corpo delle sue rime superstiti. Discepolo di Guittone, il pisano ne riprende gli argomenti della condanna di Amore. I momenti migliori in Bacciarone sono quelli che alludono, nelle canzoni contro Amore, al peso di un'esperienza sentita tragicamente ed espressa nelle forme, particolarmente efficaci, del linguaggio metaforico: Non venosi gecchiti di laudare il folle e vano amor, d'ogni ben nudo, li matti che ci covren del su' scudo, il qual manch'è che di ragnuolo tela e che li porta isportando a vela. Meo Abbracciavacca Dei rimatori pistoiesi Meo Abbracciavacca può considerarsi il più fedele discepolo di Guittone. Appartenente alla famiglia ghibellina dei Ranghiatici, Meo - cioè Bartolomeo - di Abbracciavacca di Guidotto visse nella seconda metà del Duecento, affacciandosi soltanto alle soglie del secolo successivo: nel 1313, infatti, risulta già morto. Conosciamo di lui tre canzoni e nove sonetti: dei quali quattro indirizzati al maestro aretino; fu in corrispondenza, inoltre, con Bindo d'Alessio Donati e con Dotto Reali, due guittoniani: fiorentino il primo, lucchese il secondo. Caratterizza Meo il tentativo di conciliare l'esperienza di Guittone con la materia amorosa della tradizione lirica. Leggiamo la canzone Sovente aggio pensato di tacere. Il poeta non accetta più, se mai l'ha accolta, la tesi di coloro che rappresentano Amore come un despota crudele e irragionevole; ne difenderà la legittimità, pertanto; affermando che Amore: ... solo in gioia ave l'assetto e di gioi' si pastura, non avendo già doglia sua rivera... ed infatti: non appena si conosce e si desidera il piacere, l'uomo liberamente lo persegue; né il dolore è connaturato con questa esigenza: esso nasce dal ritardo - che rende gravosa l'attesa - con cui il desiderio amoroso si realizza. Ha torto, dunque, chi si lamenta di Amore: ch'è solo volontate chiara e pura, che nasce, immaginato lo diletto che porge la natura, de la vi[s]ta, monta[n]do i[n] tal mainera come fa lo 'ntelletto, che di gioi' chere sempre la sua spera. Amore è una potenza che deriva dall'oggetto amato; il rifiuto di questo sentimento è provocato dal dolore che sopraggiunge: come il freddo impedisce la diffusione del calore, così la sofferenza ostacola l'effetto amoroso; ma è tanto urgente il bisogno di contemplare la chiara luce del piacere che non si rinuncia ad inseguirla. il poeta ha parlato molto diversamente da quelli che sostengono che il vero Amore ha spento il bene; e non intende continuare a discutere: egli è convinto che il vero bene risiede solo in un volto amoroso. I più diffusi motivi della lirica cortese - primo fra tutti quello della genesi del sentimento amoroso (cfr. vv. 37-42 sopra citt.) - si ritrovano in un discorso che ne approfondisce, ne esaspera a volte, per la suggestione dell'esperienza guittoniana, la radice intellettualistica; ed è questa di Meo un'operazione che spesso si riduce alla ricerca di espedienti puramente formali: secondo un gusto espressivo sicuramente guittoniano, che si riconosce nella costruzione 'perplexa' del periodo ('mettendo in obriansa / d'esto mondo parlare intendimento', vv. 2-3); nella scelta di particolari valori fonici: troviamo, come nell'aretino, parole nelle quali si susseguono consonanti mute e liquide o due liquide; vocaboli la cui misura trascende quella trisillabica, che Dante giudicherà preferibile: 'intendimento', 'sovraismisuranza', 'dimostramento' ecc. Il moralismo di Guittone sopravvive nella seconda canzone (Madonna, vostr'altera canoscenza): il tema è la saggezza dell'amata, più stimabile della sua bellezza: Perciò vo' dico, amanti: non beltate solo desiderate, ma donna saggia, di beltate pura... L'amore, in questo modo, privato della sua sostanza erotica, non contraddice ai principi del moralismo guittoniano, disponendosi - per la sua natura di esperienza sublime all'interpretazione stilnovistica: uno stilnovismo, beninteso, non ancora raffinato intellettualmente come quello autentico. Si tratta, infatti di accenni: di rapidi spunti tematici, che alludono ad una bellezza esemplare: ... piacer mi trasse in voi compita, d'ogni valor gradita, di beltade e di gioia miradore, dove tutt'ore - prendeno mainera l'altre valente donne di lor vita. Nella terza canzone (Considerando l'altera valenza) il ricordo guittoniano e le intuizioni stilnovistiche si fondono compiutamente: in un discorso che ritrova certe tendenze di un gusto bonagiuntiano. Il poeta è felice, anche se tormentato dall'amore: non potrà mancargli la ricompensa per il suo leale sentimento; la donna lo esalta ed egli la onora 'com'al leon soggetta fèra inchina' (v. 24). Il canto procede attraverso reminescenze guittoniane ('ché spesso viso dolze core amaro / tene...'; vv. 28-29), fino all'ultima stanza, dove l'immagine di tipo bonagiuntiano introduce un accenno stilnovistico: Como risprende in iscura partuta cera di foco apprisa, sì m'ha 'llumato vostra chiara spera. Ché, prim'eo 'maginasse la veduta de l'amorosa intisa, non era quasi punto più che fèra. Ora, ch'empera - mevi amore 'n core, sento ed ho valore, e ciò che vaglio tegno dall'altura, complita in voi figura d'angelica sembianza e di merzede, per cui la pena gioi' lo meo cor crede. Visdomini Il Visdomini si muove nei limiti fissati dalla tradizione siciliana: che in lui sopravvive in un dettato elegante, che accoglie i motivi consueti dell'amore tragico - con una particolare predilezione per le situazioni più sofferte - ricomponendoli in un canto denso di riminescenze letterarie, risolte nei nodi di un orecchiabile 'trobar leu'. Ritorna l'invettiva, di ascendenza occitanica, contro il 'geloso' come in L'animo è turbato: Cristo, co le tue mani la gelosia confondi, anzi che tanto abondi, - e viva Amore; ma il tema si allarga nel senso di una manierata diagnosi psicologica: Odi com'è fallace la gelosia invidiosa: vita fa dubitosa, - ch'è de[s]fare; ella distrug[g]e pace; ben è feb[b]re ancosciosa, ove tanto mal posa - e duro affare. Più frequentemente l'esperienza psicologica appare cristallizzata nelle situazioni tipiche dell'amore cortese; e sono i momenti più francamente 'siciliani' del nostro rimatore: come in Oi forte inamoranza, dove è ripreso - secondo soluzioni di tipo lentiniano - il tema della dissimulazione dell'amore: Nulla agio speranza, poi non posso parlare; altro che sospirare e forte pianger non agio conforto. Il senso d'un'esperienza tormentosa e al tempo stesso eccitante, il gusto per un linguaggio immaginoso, di ascendenza 'siciliana', si ritrovano ancora in Perciò che 'l cor si dole: Oi lasso, com' farangio? ch'i' sto pur in tempesta, né trovo chi mi degni consolare. Nato foss'io salvagio e vivesse in foresta, pur non avess'io conosciuto amare! il poeta è lontano, ma il suo cuore è vicino all'amata: e prega che non le sia pesante il lungo distacco; s'ella, del resto, conoscesse il suo tormento ne proverebbe pietà: Così m'aven co' 'l cervio per usanza, credendosi campar morte alungiando, là 'v' ode lo braire fere e va 'l morire; così, 'n pensero voi rafigurando, credo campar: la morte mi sobranza; la morte lo sopraffà quando ricorda la bellezza della sua donna: gli sembra di possedere, allora, ciò che in realtà ha perduto: Così com'omo face a tigra in miro veder lo suo disio per claritate, simile Amor m'esmira e mostra 'ngegno... egli la vorrebbe vicino in carne ed ossa; non resisterà, dunque, al peso dell'amore: com'albore che troppo è caricato, che frange e perde seve e lo suo frutto, simile, amore, eo mi disperderag[g]io. non ha scampo: solo la donna potrebbe rianimarlo.