Primo Levi: testimone, chimico, scrittore • Dopo il ritorno da Auschwitz, scrive Se questo è un uomo, che però viene rifiutato da Einaudi e pubblicato nel 1947 da un piccolo editore (De Silva), e passa sostanzialmente inosservato • Nel frattempo si inserisce faticosamente nella realtà disastrata del dopoguerra, si dedica al suo mestiere di chimico e svolge diversi lavori: prima in una fabbrica di vernici vicino a Torino; poi si licenzia e si mette in proprio con un amico; quindi entra nel laboratorio di un’altra fabbrica di vernici, di cui diventa direttore • Nel 1956 ripropone il libro a Einaudi, che decide di pubblicarlo • Scrive La tregua, pubblicato da Einaudi nel 1963 • Raccoglie una serie di racconti in un volume intitolato Storie naturali, pubblicato con lo pseudonimo Damiano Malabaila. Seguiranno altre due raccolte di racconti, Vizio di forma (1971) e Lilìt (1981). Primo Levi: testimone, chimico, scrittore Il sistema periodico è un libro di sintesi e si volta: • Gli permette di abbandonare il lavoro di chimico per dedicarsi pienamente alla scrittura; • Segna il primo momento in cui viene riconosciuto dalla critica anche come scrittore, e non solo come testimone; Marco Belpoliti, Primo Levi (1998): “Presto Levi opterà decisamente per una delle due attività; l’occasione gli è offerta dalla stesura del Sistema periodico, libro la cui gestazione è stata lenta e faticosa, ma che compendia in modo perfetto le diverse anime del suo lavoro di scrittore che si vanno delineando di libro in libro – Levi stesso, negli anni precedenti, aveva parlato di se stesso come di un centauro, di un ibrido, diviso tra la chimica e la letteratura, tra il linguaggio tecnicoscientifico e quello umanistico, tra l’identità italiana ed ebraica. […] Nel 1975 rassegna le dimissioni dalla fabbrica, con rammarico del proprietario, con cui ha collaborato in tutti quegli anni […] Questa scelta gli permette di dedicarsi a tempo pieno all’attività letteraria”. Il sistema periodico: Storia del testo Il libro ha una “gestazione lunga e faticosa”: • Già prima della guerra, Levi confida agli amici di voler scrivere la storia di un atomo di carbonio; • Dopo il successo della Tregua, nelle interviste parla della tentazione di scrivere dei racconti sul suo mestiere; • Poi, tra fine anni Sessanta e inizio anni Settanta, prende corpo il progetto di scrivere un’autobiografia abbinando ogni capitolo a uno degli elementi della tavola periodica. Il sistema periodico: Storia del testo • Il testo raccoglie materiali di varia provenienza, scritti in periodi diversi, che Levi assembla in un’unica struttura tenuta insieme appunto dallo schema della tavola periodica: • Piombo e Mercurio risalgono all’anteguerra; • Cerio è coevo della stesura di Se questo è un uomo, espunto perché “allegro”, o almeno perché è il resoconto di un’impresa temeraria e riuscita; • Titanio è del 1948, apparso con il titolo Maria e il cerchio su “L’Italia socialista”; • Zolfo – apparso con il titolo Turno di notte – è del 1950, “L’Unità”; • Argon recupera un articolo nato come divagazione filologica; • Carbonio appare in “Uomini e libri” nel 1972; • Oro in “Il Mondo” nel 1974. Il sistema periodico: Storia del testo • Il libro viene pubblicato da Einaudi nell’aprile del 1975, e riscuote un buon successo di critica e di pubblico. • Nel 1975 vince il Premio Prato, nel 1982 il Premio Camerino per la letteratura di montagna. • Nel 1984 viene tradotto in inglese e pubblicato negli Stati Uniti (Schocken Books, NY), accompagnato da un giudizio molto favorevole di Saul Bellow. L’immediato successo di critica e di pubblico rimbalza in Europa e accende nuovo interesse su di lui. • Nel 1985 viene pubblicato anche in Inghilterra (Penguin). • Nell’ott. del 2006 vince il concorso indetto dalla Royal Institution of Great Britain per il miglior libro a contenuto scientifico di tutti i tempi (“the best science book ever”) Il sistema periodico: La struttura Primo Levi, Dialogo con Tullio Regge: “L’espressione è paradossale, ma la rima c’è proprio. Nella forma grafica più consueta della tavola del sistema periodico, ogni riga termina con la stessa ‘sillaba’, che è sempre composta da un allogeno più un gas raro: fluoro+neon, cloro+argon, e così via. Ma nella frase che tu citi c’è evidentemente di più. C’è l’eco della grande scoperta, quella che ti toglie il fiato; dell’emozione (anche estetica, anche poetica) che Mendeleev deve aver provato quando intuì che ordinando gli elementi allora noti in quel certo modo, il caos dava luogo all’ordine, l’indistinto al comprensibile”. Il sistema periodico: La struttura Vania De Luca, Nota bibliografica, in Primo Levi: Memoria e invenzione (1991): “Gli elementi della tavola periodica, […] titolando i racconti, fanno pensare a un ordine preesistente in cui i frammenti di storia e di ricordi vanno a inserirsi. E questo è possibile grazie all’opera dello scienziato che scopre insospettati parallelismi e rapporti”. Primo Levi, Intervista: “Mendeleev si era accorto che, ordinando gli elementi secondo il loro peso atomico progressivo, si ottengono delle corrispondenze che a lui sembravano molto misteriose e adesso sono spiegate; cioè si ottiene un ordine che mancava prima e che, come spesso accade nel nostro mestiere, sopravviene, lo si scorge […] Dopo Mendeleev ci si accorge che la materia è ordinata, non è disordinata e quindi si può supporre che l’intero universo sia ordinato e non disordinato. Per questo mi è piaciuto questo ambiguo titolo, anche se non dice molto a molti”. Il sistema periodico: La struttura Primo Levi, La lingua dei chimici II, in L’altrui mestiere (1985): “Ognuno sa che gli elementi ‘per bene’, quelli esistenti in natura, sia sulla Terra, sia negli astri, sono novantadue, dall’idrogeno all’uranio […]. Ebbene i loro nomi, passati in rassegna, costituiscono un mosaico pittoresco che si estende nel tempo dalla lontana preistoria a oggi, ed in cui affiorano forse tutte le lingue e le civiltà dell’Occidente: i nostri misteriosi padri indoeuropei, l’antico Egitto, il greco dei greci, il greco dei grecisti, l’arabo degli alchimisti, gli orgogli nazionalistici del secolo scorso, fino all’internazionalismo sospetto di questo dopoguerra”. Il sistema periodico: La struttura Antonio Di Meo, Primo Levi e la scienza come metafora (2011): “Johann Joachim Becher, l’ideatore seicentesco della teoria del flogisto, era anche un linguista e sua era l’idea contenuta nella Physica subterranea (1669) che gli elementi chimici (allora in numero di quattro) costituissero le lettere di un vero e proprio alphabetum naturae, dalla combinazione dei quali si potevano ottenere tutti i composti di differente complessità”. La connessione tra chimica e linguaggio “si ritrova estesamente nel brano del libro del premio nobel 1915 per la fisica William H. Bragg Concerning the nature of things (1925), tradotto in italiano come L’architettura delle cose (1934), che lo stesso Levi ha selezionato per inserirlo nella Ricerca delle radici”. Nel libro veniva riproposto il tema, “già presente nel De rerum natura di Lucrezio, dell’analogia fra atomi di materia […] e lettere dell’alfabeto: ‘Gli atomi sono paragonabili alle lettere dell’alfabeto che si possono combinare nei più vari modi a formar Un’autobiografia? Giuseppe Grassano, Primo Levi (1981): “La cadenza memorialistica costituisce la sostanza connettiva di tutti i racconti. Il Levi scrittore […] affonda le sue radici nell’esperienza biografica, nella realtà vissuta e osservata con acuta partecipazione. Di qui per un processo di estrazione-affinamento vengono i suoi materiali, che trovano la loro dilatazione fantastica secondo direzioni diverse, ma che si coordinano sempre attorno alla presenza – protagonista, voce narrante, semplice comparsa – dello scrittore”. Un’autobiografia? Giuseppe Grassano, Primo Levi (1981): “La cadenza memorialistica costituisce la sostanza connettiva di tutti i racconti. Il Levi scrittore […] affonda le sue radici nell’esperienza biografica, nella realtà vissuta e osservata con acuta partecipazione. Di qui per un processo di estrazione-affinamento vengono i suoi materiali, che trovano la loro dilatazione fantastica secondo direzioni diverse, ma che si coordinano sempre attorno alla presenza – protagonista, voce narrante, semplice comparsa – dello scrittore”. Un’autobiografia? Eraldo Affinati, Responsabilità (in “Riga” 13, 1997): “Il sistema periodico è forse l’autobiografia meno lirica della letteratura italiana moderna […] Ancora una volta lo scrittore si mantiene a una distanza di sicurezza, filtrando nello schermo della scienza che scelse di apprendere il suo patrimonio concettuale. L’ggettività del riferimento narrativo è talmente forte che rischia di bruciare il sentimento sotteso”. “Un’autobiografia chimica (e morale)” Cfr. Lettera di Calvino a Levi, 12 ott. 1974, nella quale dà un giudizio positivo sul libro, e lo definisce un’”autobiografia chimica (e morale)” . Primo Levi, Ex chimico, in L’altrui mestiere: La chimica gli ha fornito “un abito mentale di concretezza e concisione” che traspare nel suo stile: ”La chimica è l’arte di separare, pesare e distinguere: sono tre esercizi utili anche a chi si accinge a descrivere fatti o a dare corpo alla propria fantasia”. Primo Levi, Dialogo con Tullio Regge: La chimica gli ha offerto “un inventario di materie prime, di ‘tessere’ per scrivere, un po’ più vasto di quello che possiede chi non ha una formazione scientifica”. “Un’autobiografia chimica (e morale)” Gli ha fornito “un vasto assortimento di metafore. Mi ritrovo più ricco di altri colleghi scrittori perché per me termini come ‘chiaro’, ‘scuro’, ‘pesante’, ‘leggero’, ‘azzurro’ hanno una gamma di significati più estesa e più concreta […]. In più ho sviluppato l’abitudine a scrivere compatto, a evitare il superfluo. La precisione e la concisione, che a quanto mi si dice sono il mio modo di scrivere, mi sono venute dal mestiere di chimico. Come anche l’abitudine all’obiettività, a non lasciarsi ingannare facilmente dalle apparenze”. “Un’autobiografia chimica (e morale)” Primo Levi, Lo scrittore non scrittore (conferenza tenuta il 19 nov. 1976 all’Associazione Culturale Italiana): “È indubbiamente una provocazione il titolo e l’aver dato a ogni capitolo, come titolo, il nome di un elemnto. Ma mi sembrava opportuno sfruttare il rapporto del chimico con la materia, con gli elementi, come i romantici dell’Ottocento hanno sfruttato il ‘paesaggio’ […] Perché dunque non creare un dramma dove i personaggi sono gli elementi di cui la natura è composta? […] E la chimica mi ha fornito argomento per un libro e due racconti. Me la sento in mano come un serbatoio di metafore: più lontano è l’altro campo, più la metafora è tesa. […] Il fatto è che chiunque sappia cosa vuol dire ridurre, concentrare, distillare, cristallizzare, sa anche che le operazioni di laboratorio hanno una lunga ombra simbolica”. “Un’autobiografia chimica (e morale)” Primo Levi, Dialogo con Tullio Regge: “Io ero sostanzialmente un romantico, e anche della chimica mi interessava l’aspetto romantico, speravo di arrivare molto in là, di giungere a possedere la chiave dell’universo, di capire il perché delle cose. Adesso so che non c’è, il perché delle cose, almeno così credo, ma allora ci credevo abbastanza”. “Un’autobiografia chimica (e morale)” Giuseppe Grassano, Primo Levi: Descrive “l’atteggiamento che definiremmo di confidenza familiare con cui Levi s’accosta agli elementi amiciavversari, individualizzandoli secondo parametri umani. […] C’è dunque il piombo, ‘metallo della morte […]’, accanto allo zinco ‘metallo noioso’, a cui s’oppone il fosforo, ‘portatore di luce’, che ‘non è un elemento emotivamente neutro’. Se lo stagno è metallo ‘amico’, i cloruri invece sono ‘gentaglia’, il nichel-Nicolao, ‘elusivo e maligno’, ha l’irrequietezza del folletto”. Questa tendenza ad animare la materia, ad attribuirle facoltà e qualità umane o animali, si chiama Ilozoismo “Un’autobiografia chimica (e morale)” Primo Levi, Dialogo con Tullio Regge: “Era la congiura gentiliana. […] avevo un ottimo rapporto con la mia insegnante di italiano, ma quando ha detto pubblicamente che le materie letterarie hanno valore formativo, e quelle scientifiche solo valore informativo, mi si sono rizzati i capelli in testa, e ne sono uscito confermato in questa idea che la congiura esisteva. Tu giovane fascista, tu giovane crociano, tu giovane cresciuto in questa Italia non avvicinarti alle fonti del sapere scientifico, perché sono pericolose” (p. 14); “Avevo due o tre amici di quattordici o quindici anni e ci predicavamo a vicenda queste cose: noi la via giusta l’abbiamo trovata, la scorciatoia, quella che la scuola ci nega”. “Un’autobiografia chimica (e morale)” Primo Levi, Dialogo con Tullio Regge: “L’esperienza universitaria è stata liberatoria. Ricordo ancora la prima lezione di chimica del professor Ponzio, in cui avevo notizie chiare, precise, controllabili, senza parole inutili, espresse in un linguaggio che mi piaceva straordinariamente, anche dal punto di vista letterario: un linguaggio definito, essenziale”. Primo Levi, Conversazione con Anthony Rudolf: “A mio giudizio, la chimica è intrinsecamente antifascista”. “Un’autobiografia chimica (e morale)” Ernesto Ferrero, Primo Levi. La vita e le opere (2007): “L’autobiografia di un chimico diventa ben presto qualcosa di assai più vasto. Il dato personale (l’esperienza dell’emarginazione) entra a far parte di una vicenda collettiva, non soltanto quella di una piccola comunità ebraica, ma anche quella di una generazione che si autoeduca a misurarsi con se stessa e con il mondo, che non cede alle suggestioni della propaganda di regime, alle sue imposizioni; fino ad ampliarsi in una più generale storia d’Italia, alla ricerca di se stessa nelle fiamme degli eventi, nelle paure e nelle incertezze, nella torbida agonia del fascismo”. Tra microstoria e macrostoria Il termine microstoria viene usato dallo stesso Levi all’inizio dell’ultimo capitolo, Carbonio • E’ stato il primo e introdurre questo termine in italiano: • Probabilmente lo ha desunto dal francese microhistoire, e in particolare da un libro di Raymond Queneau, I fiori blu, tradotto in italiano da Calvino nel 1967; Tra microstoria e macrostoria Carlo Ginzburg, Microstoria: due o tre cose che so di lei, in Il filo e le tracce. Vero falso finto (2006): “Nulla in queste parole pacate e malinconiche fa presagire che dodici anni dopo il loro autore si sarebbe tolto la vita. Nell’accettazione del limite (dell’esistenza, delle proprie capacità) che domina questo passo rientra anche la riduzione di scala suggerita dalla parola ‘microstoria’. Primo Levi l’avrà incontrata nella versione italiana di Calvino, magari controllata sul testo di Queneau. La conoscenza della traduzione di Les Fleurs bleues mi sembra scontata, dati gli stretti rapporti che univano Primo Levi a Calvino: tra l’altro, l’ultima pagina di ‘Carbonio?, con cui si conclude Il sistema periodico, riecheggia da vicino l’ultima pagina de Il barone rampante. […] Poco dopo la sua comparsa ne Il sistema periodico, la parola ‘microstoria’ entrò nel lessico storiografico italiano perdendo, come spesso succede, la sua originaria connotazione negativa”. Tra microstoria e macrostoria Marco Belpoliti, Primo Levi: Il Sistema periodico è il “suo libro più autobiografico, quello in cui racconta con maggior piacere le sue vicende private e pubbliche. Rispetto alle sue intenzioni iniziali – scrivere un libro sui chimici – il libro è diventato un racconto memorialistico che tuttavia contiene linee di fuga, proiezioni all’esterno, continue messe a fuoco tra la grande storia e la ‘microstoria’ dell’io narrante […]. Il memorialismo di Levi riesce così ad abbracciare, insieme alle tematiche scientifiche e tecniche, la storia d’Italia in un difficile periodo storico, la storia del popolo ebraico e la stessa storia d’Europa tra gli anni trenta e quaranta”. La storia e il senso del tragico G. Bàrberi Squarotti, Il sistema della scrittura, in Primo Levi: Memoria e invenzione (1991): “L’ironia dell’autobiografo che si ritrova a fare i conti con le avventure della chimica e ne trae esperienza e moralità non solo per la professione, ma anche per la scrittura, […] urta contro il tragico che si è concretato nella storia, ferendo atrocemente un’infinità di vite. Già Primo Levi aveva toccato il tragico nel racconto Ferro, che è, fra tutti quelli del Il sistema periodico, il più allegorico”. La narrazione orale Benjamin, Il narratore: “L’esperienza che passa di bocca in bocca è la fonte a cui hanno attinto tutti i narratori. […] Questi ultimi si dividono in due gruppi, che peraltro si compenetrano in molti sensi. E il personaggio del narratore acquisisce la sua fisica concretezza solo per chi li tenga presenti entrambi. ‘Chi viaggia, ha molto da raccontare’, dice il detto popolare, e concepisce il narratore come quello che viene da lontano. Ma altrettanto volentieri si ascolta colui che, vivendo onestamente, è rimasto nella sua terra, ne conosce le storie e le tradizioni. Chi si voglia rappresentare questi due gruppi nei loro esponenti arcaici, troverà l’uno incarnato nell’agricoltore sedentario, e l’altro nel mercante navigatore”. Tra storia e invenzione Tullio Regge, Gli interessi scientifici: alle origini di un “dialogo”, in Primo Levi. Il presente del passato (1991): “Mi disse che tutti i racconti del Sistema periodico erano veritieri, uno era stato inventato di sana pianta e mi sfidò a capire quale. Non ci sono riuscito ed ancora oggi non so quale sia il racconto, si fa per dire, fasullo. Neppure gli altri racconti erano totalmente esenti da aggiunte di fantasia: Levi non era uno storico, era uno scrittore e non gli si poteva chiedere uuna esattezza assoluta nei particolari”. Tra storia e invenzione, destino reale e destino possibile Primo Levi, Lettera del 1980 a Paolo Momigliano, presidente dell’Istituto Storico della Resistenza della Valle d’Aosta: “Il mio periodo di partigiano in Valle d'Aosta è stato senza dubbio il piú opaco della mia carriera, e non lo racconterei volentieri: è una storia di giovani ben intenzionati ma sciocchi, e sta bene fra le cose dimenticate. Bastano e avanzano i cenni contenuti nel Sistema periodico...”. Tra storia e invenzione, destino reale e destino possibile Primo Levi, I sommersi e i salvati: “Non ho mai saputo ‘rendere il colpo’, non per santità evangelica né per aristocrazia intellettualistica, ma per intrinseca incapacità. Forse per mancanza di una seria educazione politica […] Forse per mancanza di coraggio fisico […] ‘Fare a pugni’ è un’esperienza che mi manca, fin dall’età più remota a cui arrivi la mia memoria; né posso dire di rimpiangerla. Proprio per questo la mia carriera partigiana è stata così breve, dolorosa, stupida e tragica: recitavo la parte di un altro”. Tra storia e invenzione, destino reale e destino possibile Primo Levi, Fine del Marinese (racconto di argomento partigiano, 1949): “Non c’erano stati morti. Soltanto Sante e il Marinese erano caduti in mano ai tedeschi, e, come sempre accade, a tutti noi parve poco naturale e incredibile che fossero stati proprio loro due; ma i più vecchi della banda sapevano che quelli che ci restano sono proprio sempre coloro dei quali, poi, si dice ‘chi l’avrebbe mai detto!’; e sapevano anche il perché”. Tra storia e invenzione, destino reale e destino possibile “Sante era ferito, e sedeva muto e inerte sulla panchina posteriore dell’autocarro, il Marinese invece era stato collocato sul davanti, in piedi, a ridosso della cabina di guida. Tremava di febbre, e si sentiva a poco a poco sommergere da una crescente sonnolenza […]. L’inseguimento era stato lungo ed estenuante, e al Marinese pareva di non desiderare ormai molto di più che questo, che tutto fosse finito, di poter stare seduto, di non avere più decisioni da prendere, di concedersi al calare della febbre e riposare. Sapeva che sarebbe stato interrogato, probabilmente percosso e poi certamente ucciso, e anche sapeva che fra poco tutte queste cose avrebbero ripreso la loro importanza […] In vacanza, pensò quasi in sogno: da quanto tempo non era più andato in vacanza?”. Tra storia e invenzione, destino reale e destino possibile “[…] Il Marinese aveva riaperto gli occhi e rialzato il capo, e ogni volta che questo accadeva, percepiva un leggero contatto con la spalla: non tardò ad accorgersi che si trattava del manico di una bomba a mano, infilata di sbieco nel cinturone dell’uomo che stava alla sua sinistra. In quel momento l’idea prese forma in lui. È probabile che, almeno in principio, egli non abbia pensato di servirsene per salvarsi, per aprirsi un varco con le sue mani, anche se, come racconteremo, i suoi ultimi atti non possano venire interpretati diversamente. È più verosimile che lo abbiano mosso l’odio e il rancore […] contro gli uomini biondi e verdi, ben nutriti e bene armati, che da tanti mesi ci costringevano alla vita della tana; e forse più ancora, che abbia voluto fare vendetta, e purificarsi della vergogna dell’ultima fuga; vergogna che pesava e pesa ancora sui nostri animi. […] Tra storia e invenzione, destino reale e destino possibile Senza volgere il capo, il Marinese cercò cautamente, a tentoni, il manico della bomba (era del tipo a clava, che esplode a tempo), e a poco a poco, mascherando i suoi movimenti sotto le scosse del veicolo, nel svitò il cappelletto di sicurezza. […] Colla funicella già salda nella mano, il Marinese si sforzò di rappresentarsi ordinatamente quali cose sarebbero accadute nei dieci secondi fra lo strappo e lo scoppio. […] Si riempì i polmoni per prepararsi alla lotta, e tirò la fune con quanta più forza poté. Su lui si scatenò la collera. Una zampa si abbatté sulla sua spalla, subito dopo una valanga di corpi: ma il Marinese era riuscito a strappare la bomba dal cinturone, e a rivoltarsi come un riccio, a faccia in giù, l’ordigno stretto fra le ginocchia, e le ginocchia fra le braccia, contro il petto. […] Tra storia e invenzione, destino reale e destino possibile Per tre o quattro secondi il Marinese giacque, in una contrazione suprema di tutte le sue fibre, sotto un cumulo di corpi che si contorcevano nella violenza della lotta; poi sentì stridere freni, arrestarsi la macchina, e subito dopo tanti tonfi precipitati di gente che balzava al suolo. In quell’istante ebbe la sensazione che il tempo era venuto, e in un ultimo, forse involontario, distendersi di tutte le sue potenze, cercò, ma troppo tardi, di liberarsi della bomba. L’esplosione dilaniò i corpi di quattro tedeschi, e il suo Sante fu finito dai tedeschi sul posto. L’autocarro venne abbandonato, e noi lo catturamo la notte seguente”. Tra storia e invenzione, destino reale e destino possibile Cesare Segre, I romanzi e le poesie, in Opere, II. Romanzi e poesie (1988): “Il partigiano Levi, finito nelle mani dei tedeschi e deportato ad Auschwitz, perciò ridotto all’impotenza, […] si crea Mendel [il protagonista di Se non ora, quando?] come alter ego, partigiano che (ri)attraversa, tra pericoli continui, la regione conosciuta da Levi nel viaggio su un treno sovietico, in condizioni di non prigionia e di non libertà [cfr. La tregua]. In altre parole Mendel fa quello che a Levi sarebbe piaciuto fare, se la sua sorte glielo avesse concesso”.