Primo Levi: testimone, chimico, scrittore
• Dopo il ritorno da Auschwitz, scrive Se questo è un uomo, che
però viene rifiutato da Einaudi e pubblicato nel 1947 da un
piccolo editore (De Silva), e passa sostanzialmente inosservato
• Nel frattempo si inserisce faticosamente nella realtà disastrata del
dopoguerra, si dedica al suo mestiere di chimico e svolge diversi
lavori: prima in una fabbrica di vernici vicino a Torino; poi si
licenzia e si mette in proprio con un amico; quindi entra nel
laboratorio di un’altra fabbrica di vernici, di cui diventa direttore
• Nel 1956 ripropone il libro a Einaudi, che decide di pubblicarlo
• Scrive La tregua, pubblicato da Einaudi nel 1963
• Raccoglie una serie di racconti in un volume intitolato Storie
naturali, pubblicato con lo pseudonimo Damiano Malabaila.
Seguiranno altre due raccolte di racconti, Vizio di forma (1971) e
Lilìt (1981).
Primo Levi: testimone, chimico, scrittore
Il sistema periodico è un libro di sintesi e si volta:
• Gli permette di abbandonare il lavoro di chimico per dedicarsi
pienamente alla scrittura;
• Segna il primo momento in cui viene riconosciuto dalla critica
anche come scrittore, e non solo come testimone;
Marco Belpoliti, Primo Levi (1998): “Presto Levi opterà decisamente
per una delle due attività; l’occasione gli è offerta dalla stesura del
Sistema periodico, libro la cui gestazione è stata lenta e faticosa, ma
che compendia in modo perfetto le diverse anime del suo lavoro di
scrittore che si vanno delineando di libro in libro – Levi stesso, negli
anni precedenti, aveva parlato di se stesso come di un centauro, di un
ibrido, diviso tra la chimica e la letteratura, tra il linguaggio tecnicoscientifico e quello umanistico, tra l’identità italiana ed ebraica. […]
Nel 1975 rassegna le dimissioni dalla fabbrica, con rammarico del
proprietario, con cui ha collaborato in tutti quegli anni […] Questa
scelta gli permette di dedicarsi a tempo pieno all’attività letteraria”.
Il sistema periodico: Storia del testo
Il libro ha una “gestazione lunga e faticosa”:
• Già prima della guerra, Levi confida agli amici di voler
scrivere la storia di un atomo di carbonio;
• Dopo il successo della Tregua, nelle interviste parla della
tentazione di scrivere dei racconti sul suo mestiere;
• Poi, tra fine anni Sessanta e inizio anni Settanta, prende
corpo il progetto di scrivere un’autobiografia abbinando ogni
capitolo a uno degli elementi della tavola periodica.
Il sistema periodico: Storia del testo
• Il testo raccoglie materiali di varia provenienza, scritti in
periodi diversi, che Levi assembla in un’unica struttura
tenuta insieme appunto dallo schema della tavola periodica:
• Piombo e Mercurio risalgono all’anteguerra;
• Cerio è coevo della stesura di Se questo è un uomo, espunto
perché “allegro”, o almeno perché è il resoconto di
un’impresa temeraria e riuscita;
• Titanio è del 1948, apparso con il titolo Maria e il cerchio su
“L’Italia socialista”;
• Zolfo – apparso con il titolo Turno di notte – è del 1950,
“L’Unità”;
• Argon recupera un articolo nato come divagazione
filologica;
• Carbonio appare in “Uomini e libri” nel 1972;
• Oro in “Il Mondo” nel 1974.
Il sistema periodico: Storia del testo
• Il libro viene pubblicato da Einaudi nell’aprile del 1975, e
riscuote un buon successo di critica e di pubblico.
• Nel 1975 vince il Premio Prato, nel 1982 il Premio
Camerino per la letteratura di montagna.
• Nel 1984 viene tradotto in inglese e pubblicato negli Stati
Uniti (Schocken Books, NY), accompagnato da un giudizio
molto favorevole di Saul Bellow. L’immediato successo di
critica e di pubblico rimbalza in Europa e accende nuovo
interesse su di lui.
• Nel 1985 viene pubblicato anche in Inghilterra (Penguin).
• Nell’ott. del 2006 vince il concorso indetto dalla Royal
Institution of Great Britain per il miglior libro a contenuto
scientifico di tutti i tempi (“the best science book ever”)
Il sistema periodico: La struttura
Primo Levi, Dialogo con Tullio Regge:
“L’espressione è paradossale, ma la rima c’è proprio. Nella
forma grafica più consueta della tavola del sistema periodico,
ogni riga termina con la stessa ‘sillaba’, che è sempre
composta da un allogeno più un gas raro: fluoro+neon,
cloro+argon, e così via. Ma nella frase che tu citi c’è
evidentemente di più. C’è l’eco della grande scoperta, quella
che ti toglie il fiato; dell’emozione (anche estetica, anche
poetica) che Mendeleev deve aver provato quando intuì che
ordinando gli elementi allora noti in quel certo modo, il caos
dava luogo all’ordine, l’indistinto al comprensibile”.
Il sistema periodico: La struttura
Vania De Luca, Nota bibliografica, in Primo Levi: Memoria e
invenzione (1991): “Gli elementi della tavola periodica, […]
titolando i racconti, fanno pensare a un ordine preesistente in cui i
frammenti di storia e di ricordi vanno a inserirsi. E questo è
possibile grazie all’opera dello scienziato che scopre insospettati
parallelismi e rapporti”.
Primo Levi, Intervista: “Mendeleev si era accorto che, ordinando gli
elementi secondo il loro peso atomico progressivo, si ottengono
delle corrispondenze che a lui sembravano molto misteriose e
adesso sono spiegate; cioè si ottiene un ordine che mancava prima
e che, come spesso accade nel nostro mestiere, sopravviene, lo si
scorge […] Dopo Mendeleev ci si accorge che la materia è
ordinata, non è disordinata e quindi si può supporre che l’intero
universo sia ordinato e non disordinato. Per questo mi è piaciuto
questo ambiguo titolo, anche se non dice molto a molti”.
Il sistema periodico: La struttura
Primo Levi, La lingua dei chimici II, in L’altrui mestiere
(1985):
“Ognuno sa che gli elementi ‘per bene’, quelli esistenti in
natura, sia sulla Terra, sia negli astri, sono novantadue,
dall’idrogeno all’uranio […]. Ebbene i loro nomi, passati in
rassegna, costituiscono un mosaico pittoresco che si estende
nel tempo dalla lontana preistoria a oggi, ed in cui affiorano
forse tutte le lingue e le civiltà dell’Occidente: i nostri
misteriosi padri indoeuropei, l’antico Egitto, il greco dei
greci, il greco dei grecisti, l’arabo degli alchimisti, gli
orgogli nazionalistici del secolo scorso, fino
all’internazionalismo sospetto di questo dopoguerra”.
Il sistema periodico: La struttura
Antonio Di Meo, Primo Levi e la scienza come metafora (2011):
“Johann Joachim Becher, l’ideatore seicentesco della teoria del
flogisto, era anche un linguista e sua era l’idea contenuta nella
Physica subterranea (1669) che gli elementi chimici (allora in
numero di quattro) costituissero le lettere di un vero e proprio
alphabetum naturae, dalla combinazione dei quali si potevano
ottenere tutti i composti di differente complessità”. La
connessione tra chimica e linguaggio “si ritrova estesamente nel
brano del libro del premio nobel 1915 per la fisica William H.
Bragg Concerning the nature of things (1925), tradotto in italiano
come L’architettura delle cose (1934), che lo stesso Levi ha
selezionato per inserirlo nella Ricerca delle radici”. Nel libro
veniva riproposto il tema, “già presente nel De rerum natura di
Lucrezio, dell’analogia fra atomi di materia […] e lettere
dell’alfabeto: ‘Gli atomi sono paragonabili alle lettere
dell’alfabeto che si possono combinare nei più vari modi a formar
Un’autobiografia?
Giuseppe Grassano, Primo Levi (1981):
“La cadenza memorialistica costituisce la sostanza
connettiva di tutti i racconti. Il Levi scrittore […] affonda le
sue radici nell’esperienza biografica, nella realtà vissuta e
osservata con acuta partecipazione. Di qui per un processo di
estrazione-affinamento vengono i suoi materiali, che trovano
la loro dilatazione fantastica secondo direzioni diverse, ma
che si coordinano sempre attorno alla presenza –
protagonista, voce narrante, semplice comparsa – dello
scrittore”.
Un’autobiografia?
Giuseppe Grassano, Primo Levi (1981):
“La cadenza memorialistica costituisce la sostanza
connettiva di tutti i racconti. Il Levi scrittore […] affonda le
sue radici nell’esperienza biografica, nella realtà vissuta e
osservata con acuta partecipazione. Di qui per un processo di
estrazione-affinamento vengono i suoi materiali, che trovano
la loro dilatazione fantastica secondo direzioni diverse, ma
che si coordinano sempre attorno alla presenza –
protagonista, voce narrante, semplice comparsa – dello
scrittore”.
Un’autobiografia?
Eraldo Affinati, Responsabilità (in “Riga” 13, 1997):
“Il sistema periodico è forse l’autobiografia meno lirica della
letteratura italiana moderna […] Ancora una volta lo scrittore
si mantiene a una distanza di sicurezza, filtrando nello
schermo della scienza che scelse di apprendere il suo
patrimonio concettuale. L’ggettività del riferimento narrativo
è talmente forte che rischia di bruciare il sentimento sotteso”.
“Un’autobiografia chimica (e morale)”
Cfr. Lettera di Calvino a Levi, 12 ott. 1974, nella quale dà un
giudizio positivo sul libro, e lo definisce un’”autobiografia
chimica (e morale)” .
Primo Levi, Ex chimico, in L’altrui mestiere: La chimica
gli ha fornito “un abito mentale di concretezza e
concisione” che traspare nel suo stile: ”La chimica è
l’arte di separare, pesare e distinguere: sono tre esercizi
utili anche a chi si accinge a descrivere fatti o a dare
corpo alla propria fantasia”.
Primo Levi, Dialogo con Tullio Regge: La chimica gli ha
offerto “un inventario di materie prime, di ‘tessere’ per
scrivere, un po’ più vasto di quello che possiede chi
non ha una formazione scientifica”.
“Un’autobiografia chimica (e morale)”
Gli ha fornito “un vasto assortimento di metafore. Mi ritrovo
più ricco di altri colleghi scrittori perché per me termini
come ‘chiaro’, ‘scuro’, ‘pesante’, ‘leggero’, ‘azzurro’ hanno
una gamma di significati più estesa e più concreta […].
In più ho sviluppato l’abitudine a scrivere compatto, a
evitare il superfluo. La precisione e la concisione, che a
quanto mi si dice sono il mio modo di scrivere, mi sono
venute dal mestiere di chimico. Come anche l’abitudine
all’obiettività, a non lasciarsi ingannare facilmente dalle
apparenze”.
“Un’autobiografia chimica (e morale)”
Primo Levi, Lo scrittore non scrittore (conferenza tenuta il 19
nov. 1976 all’Associazione Culturale Italiana):
“È indubbiamente una provocazione il titolo e l’aver dato a
ogni capitolo, come titolo, il nome di un elemnto. Ma mi
sembrava opportuno sfruttare il rapporto del chimico con la
materia, con gli elementi, come i romantici dell’Ottocento
hanno sfruttato il ‘paesaggio’ […] Perché dunque non creare
un dramma dove i personaggi sono gli elementi di cui la
natura è composta? […] E la chimica mi ha fornito
argomento per un libro e due racconti. Me la sento in mano
come un serbatoio di metafore: più lontano è l’altro campo,
più la metafora è tesa. […] Il fatto è che chiunque sappia
cosa vuol dire ridurre, concentrare, distillare, cristallizzare,
sa anche che le operazioni di laboratorio hanno una lunga
ombra simbolica”.
“Un’autobiografia chimica (e morale)”
Primo Levi, Dialogo con Tullio Regge:
“Io ero sostanzialmente un romantico, e anche della
chimica mi interessava l’aspetto romantico, speravo di
arrivare molto in là, di giungere a possedere la chiave
dell’universo, di capire il perché delle cose. Adesso so che
non c’è, il perché delle cose, almeno così credo, ma allora ci
credevo abbastanza”.
“Un’autobiografia chimica (e morale)”
Giuseppe Grassano, Primo Levi:
Descrive “l’atteggiamento che definiremmo di confidenza
familiare con cui Levi s’accosta agli elementi amiciavversari, individualizzandoli secondo parametri umani. […]
C’è dunque il piombo, ‘metallo della morte […]’, accanto
allo zinco ‘metallo noioso’, a cui s’oppone il fosforo,
‘portatore di luce’, che ‘non è un elemento emotivamente
neutro’. Se lo stagno è metallo ‘amico’, i cloruri invece sono
‘gentaglia’, il nichel-Nicolao, ‘elusivo e maligno’, ha
l’irrequietezza del folletto”.
Questa tendenza ad animare la materia, ad attribuirle facoltà e
qualità umane o animali, si chiama Ilozoismo
“Un’autobiografia chimica (e morale)”
Primo Levi, Dialogo con Tullio Regge:
“Era la congiura gentiliana. […] avevo un ottimo rapporto
con la mia insegnante di italiano, ma quando ha detto
pubblicamente che le materie letterarie hanno valore
formativo, e quelle scientifiche solo valore informativo, mi si
sono rizzati i capelli in testa, e ne sono uscito confermato in
questa idea che la congiura esisteva. Tu giovane fascista, tu
giovane crociano, tu giovane cresciuto in questa Italia non
avvicinarti alle fonti del sapere scientifico, perché sono
pericolose” (p. 14);
“Avevo due o tre amici di quattordici o quindici anni e ci
predicavamo a vicenda queste cose: noi la via giusta
l’abbiamo trovata, la scorciatoia, quella che la scuola ci
nega”.
“Un’autobiografia chimica (e morale)”
Primo Levi, Dialogo con Tullio Regge:
“L’esperienza universitaria è stata liberatoria. Ricordo
ancora la prima lezione di chimica del professor Ponzio, in
cui avevo notizie chiare, precise, controllabili, senza parole
inutili, espresse in un linguaggio che mi piaceva
straordinariamente, anche dal punto di vista letterario: un
linguaggio definito, essenziale”.
Primo Levi, Conversazione con Anthony Rudolf:
“A mio giudizio, la chimica è intrinsecamente antifascista”.
“Un’autobiografia chimica (e morale)”
Ernesto Ferrero, Primo Levi. La vita e le opere (2007):
“L’autobiografia di un chimico diventa ben presto qualcosa
di assai più vasto. Il dato personale (l’esperienza
dell’emarginazione) entra a far parte di una vicenda
collettiva, non soltanto quella di una piccola comunità
ebraica, ma anche quella di una generazione che si autoeduca
a misurarsi con se stessa e con il mondo, che non cede alle
suggestioni della propaganda di regime, alle sue imposizioni;
fino ad ampliarsi in una più generale storia d’Italia, alla
ricerca di se stessa nelle fiamme degli eventi, nelle paure e
nelle incertezze, nella torbida agonia del fascismo”.
Tra microstoria e macrostoria
Il termine microstoria viene usato dallo stesso Levi all’inizio
dell’ultimo capitolo, Carbonio
• E’ stato il primo e introdurre questo termine in italiano:
• Probabilmente lo ha desunto dal francese microhistoire, e in
particolare da un libro di Raymond Queneau, I fiori blu,
tradotto in italiano da Calvino nel 1967;
Tra microstoria e macrostoria
Carlo Ginzburg, Microstoria: due o tre cose che so di lei, in Il filo e
le tracce. Vero falso finto (2006): “Nulla in queste parole pacate e
malinconiche fa presagire che dodici anni dopo il loro autore si
sarebbe tolto la vita. Nell’accettazione del limite (dell’esistenza,
delle proprie capacità) che domina questo passo rientra anche la
riduzione di scala suggerita dalla parola ‘microstoria’. Primo Levi
l’avrà incontrata nella versione italiana di Calvino, magari
controllata sul testo di Queneau. La conoscenza della traduzione di
Les Fleurs bleues mi sembra scontata, dati gli stretti rapporti che
univano Primo Levi a Calvino: tra l’altro, l’ultima pagina di
‘Carbonio?, con cui si conclude Il sistema periodico, riecheggia da
vicino l’ultima pagina de Il barone rampante. […] Poco dopo la sua
comparsa ne Il sistema periodico, la parola ‘microstoria’ entrò nel
lessico storiografico italiano perdendo, come spesso succede, la sua
originaria connotazione negativa”.
Tra microstoria e macrostoria
Marco Belpoliti, Primo Levi:
Il Sistema periodico è il “suo libro più autobiografico, quello
in cui racconta con maggior piacere le sue vicende private e
pubbliche. Rispetto alle sue intenzioni iniziali – scrivere un
libro sui chimici – il libro è diventato un racconto
memorialistico che tuttavia contiene linee di fuga, proiezioni
all’esterno, continue messe a fuoco tra la grande storia e la
‘microstoria’ dell’io narrante […]. Il memorialismo di Levi
riesce così ad abbracciare, insieme alle tematiche scientifiche e
tecniche, la storia d’Italia in un difficile periodo storico, la
storia del popolo ebraico e la stessa storia d’Europa tra gli anni
trenta e quaranta”.
La storia e il senso del tragico
G. Bàrberi Squarotti, Il sistema della scrittura, in Primo Levi:
Memoria e invenzione (1991):
“L’ironia dell’autobiografo che si ritrova a fare i conti con le
avventure della chimica e ne trae esperienza e moralità non solo
per la professione, ma anche per la scrittura, […] urta contro il
tragico che si è concretato nella storia, ferendo atrocemente
un’infinità di vite. Già Primo Levi aveva toccato il tragico nel
racconto Ferro, che è, fra tutti quelli del Il sistema periodico, il
più allegorico”.
La narrazione orale
Benjamin, Il narratore:
“L’esperienza che passa di bocca in bocca è la fonte a cui
hanno attinto tutti i narratori. […] Questi ultimi si dividono in
due gruppi, che peraltro si compenetrano in molti sensi. E il
personaggio del narratore acquisisce la sua fisica concretezza
solo per chi li tenga presenti entrambi. ‘Chi viaggia, ha molto
da raccontare’, dice il detto popolare, e concepisce il narratore
come quello che viene da lontano. Ma altrettanto volentieri si
ascolta colui che, vivendo onestamente, è rimasto nella sua
terra, ne conosce le storie e le tradizioni. Chi si voglia
rappresentare questi due gruppi nei loro esponenti arcaici,
troverà l’uno incarnato nell’agricoltore sedentario, e l’altro nel
mercante navigatore”.
Tra storia e invenzione
Tullio Regge, Gli interessi scientifici: alle origini di un
“dialogo”, in Primo Levi. Il presente del passato (1991):
“Mi disse che tutti i racconti del Sistema periodico erano
veritieri, uno era stato inventato di sana pianta e mi sfidò a
capire quale. Non ci sono riuscito ed ancora oggi non so quale
sia il racconto, si fa per dire, fasullo. Neppure gli altri racconti
erano totalmente esenti da aggiunte di fantasia: Levi non era
uno storico, era uno scrittore e non gli si poteva chiedere uuna
esattezza assoluta nei particolari”.
Tra storia e invenzione, destino reale e destino possibile
Primo Levi, Lettera del 1980 a Paolo Momigliano, presidente
dell’Istituto Storico della Resistenza della Valle d’Aosta:
“Il mio periodo di partigiano in Valle d'Aosta è stato senza
dubbio il piú opaco della mia carriera, e non lo racconterei
volentieri: è una storia di giovani ben intenzionati ma sciocchi,
e sta bene fra le cose dimenticate. Bastano e avanzano i cenni
contenuti nel Sistema periodico...”.
Tra storia e invenzione, destino reale e destino possibile
Primo Levi, I sommersi e i salvati:
“Non ho mai saputo ‘rendere il colpo’, non per santità
evangelica né per aristocrazia intellettualistica, ma per
intrinseca incapacità. Forse per mancanza di una seria
educazione politica […] Forse per mancanza di coraggio fisico
[…] ‘Fare a pugni’ è un’esperienza che mi manca, fin dall’età
più remota a cui arrivi la mia memoria; né posso dire di
rimpiangerla. Proprio per questo la mia carriera partigiana è
stata così breve, dolorosa, stupida e tragica: recitavo la parte di
un altro”.
Tra storia e invenzione, destino reale e destino possibile
Primo Levi, Fine del Marinese (racconto di argomento
partigiano, 1949):
“Non c’erano stati morti. Soltanto Sante e il Marinese erano
caduti in mano ai tedeschi, e, come sempre accade, a tutti noi
parve poco naturale e incredibile che fossero stati proprio loro
due; ma i più vecchi della banda sapevano che quelli che ci
restano sono proprio sempre coloro dei quali, poi, si dice ‘chi
l’avrebbe mai detto!’; e sapevano anche il perché”.
Tra storia e invenzione, destino reale e destino possibile
“Sante era ferito, e sedeva muto e inerte sulla panchina
posteriore dell’autocarro, il Marinese invece era stato collocato
sul davanti, in piedi, a ridosso della cabina di guida. Tremava di
febbre, e si sentiva a poco a poco sommergere da una crescente
sonnolenza […].
L’inseguimento era stato lungo ed estenuante, e al Marinese
pareva di non desiderare ormai molto di più che questo, che
tutto fosse finito, di poter stare seduto, di non avere più
decisioni da prendere, di concedersi al calare della febbre e
riposare. Sapeva che sarebbe stato interrogato, probabilmente
percosso e poi certamente ucciso, e anche sapeva che fra poco
tutte queste cose avrebbero ripreso la loro importanza […] In
vacanza, pensò quasi in sogno: da quanto tempo non era più
andato in vacanza?”.
Tra storia e invenzione, destino reale e destino possibile
“[…] Il Marinese aveva riaperto gli occhi e rialzato il capo, e
ogni volta che questo accadeva, percepiva un leggero contatto con
la spalla: non tardò ad accorgersi che si trattava del manico di una
bomba a mano, infilata di sbieco nel cinturone dell’uomo che
stava alla sua sinistra. In quel momento l’idea prese forma in lui.
È probabile che, almeno in principio, egli non abbia pensato di
servirsene per salvarsi, per aprirsi un varco con le sue mani, anche
se, come racconteremo, i suoi ultimi atti non possano venire
interpretati diversamente. È più verosimile che lo abbiano mosso
l’odio e il rancore […] contro gli uomini biondi e verdi, ben
nutriti e bene armati, che da tanti mesi ci costringevano alla vita
della tana; e forse più ancora, che abbia voluto fare vendetta, e
purificarsi della vergogna dell’ultima fuga; vergogna che pesava e
pesa ancora sui nostri animi. […]
Tra storia e invenzione, destino reale e destino possibile
Senza volgere il capo, il Marinese cercò cautamente, a tentoni, il
manico della bomba (era del tipo a clava, che esplode a tempo), e
a poco a poco, mascherando i suoi movimenti sotto le scosse del
veicolo, nel svitò il cappelletto di sicurezza. […]
Colla funicella già salda nella mano, il Marinese si sforzò di
rappresentarsi ordinatamente quali cose sarebbero accadute nei
dieci secondi fra lo strappo e lo scoppio. […]
Si riempì i polmoni per prepararsi alla lotta, e tirò la fune con
quanta più forza poté.
Su lui si scatenò la collera. Una zampa si abbatté sulla sua
spalla, subito dopo una valanga di corpi: ma il Marinese era
riuscito a strappare la bomba dal cinturone, e a rivoltarsi come un
riccio, a faccia in giù, l’ordigno stretto fra le ginocchia, e le
ginocchia fra le braccia, contro il petto. […]
Tra storia e invenzione, destino reale e destino possibile
Per tre o quattro secondi il Marinese giacque, in una contrazione
suprema di tutte le sue fibre, sotto un cumulo di corpi che si
contorcevano nella violenza della lotta; poi sentì stridere freni,
arrestarsi la macchina, e subito dopo tanti tonfi precipitati di gente
che balzava al suolo. In quell’istante ebbe la sensazione che il
tempo era venuto, e in un ultimo, forse involontario, distendersi di
tutte le sue potenze, cercò, ma troppo tardi, di liberarsi della
bomba.
L’esplosione dilaniò i corpi di quattro tedeschi, e il suo Sante fu
finito dai tedeschi sul posto. L’autocarro venne abbandonato, e noi
lo catturamo la notte seguente”.
Tra storia e invenzione, destino reale e destino possibile
Cesare Segre, I romanzi e le poesie, in Opere, II. Romanzi e
poesie (1988):
“Il partigiano Levi, finito nelle mani dei tedeschi e deportato
ad Auschwitz, perciò ridotto all’impotenza, […] si crea Mendel
[il protagonista di Se non ora, quando?] come alter ego,
partigiano che (ri)attraversa, tra pericoli continui, la regione
conosciuta da Levi nel viaggio su un treno sovietico, in
condizioni di non prigionia e di non libertà [cfr. La tregua]. In
altre parole Mendel fa quello che a Levi sarebbe piaciuto fare,
se la sua sorte glielo avesse concesso”.
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