La classe
V gin. A
è orgogliosa di presentare il
suo nuovo lavoro multimediale
UN VIAGGIO CON GLI ANTICHI
“Ibam forte via…
... Annia …”
…I GRECI…
… in viaggio …
I VIAGGIATORI
I mercanti greci commerciavano soprattutto via mare, percorrendo il
Mediterraneo.
A seconda della brevità o meno dei trasporti vi erano diversi tipi di
imbarcazione.
Se i viaggi erano di poca durata venivano usate navi più piccole e
veloci,per quelli invece più lunghi vi erano navi più grandi, capaci e
sicure.
In queste spedizioni, spesso
commerciali, vi era un seguito
di schiavi che dormiva sul ponte
mentre invece gli altri membri
dell’equipaggio dormivano in
cabine, riparati dal freddo e
dalla pioggia .
LE VIE
I viaggi per terra erano invece faticosissimi.
La gente andava a piedi portando con sè uno o due schiavi se il tragitto era breve
e animali da soma per trasportare i bagagli più pesanti.
I greci non usavano, al contrario dei romani, lettighe o portantine, in quanto
pareva loro che fossero un’ostentazione e le ammettevano solo per i malati e le
donne.
Dove le strade lo permettevano venivano usati dei mezzi di trasporto.
Per i trasporti leggeri vi erano carri trainati da una coppia di muli mentre per
quelli pesanti vi erano carri a quattro ruote trainati da buoi:
apene= leggero calesse per passeggeri
hamaxa=calesse pesante.
Si costruirono inoltre”strade a rotaia” ovvero si scavavano un paio di rotaie,
profonde otto-dieci centimetri distanti fra loro circa un metro e mezzo.
I LUOGHI DI SOSTA
Durante i viaggi i luoghi di sosta potevano essere alloggi di nobili e
ricchi che ospitavano i mercanti o famiglie unite da un legame di
amicizia; importante era infatti il principio di ospitalità e in ogni
casa vi era una camera per gli ospiti (xenon).
Coloro che non potevano disporre di tali privilegi, ricorrevano a
semplici locande di campagna (pandokeion = luogo per ospitare
tutti).
Qui lo spazio interno era suddiviso in piccole camere ciascuna delle
quali si apriva su un cortile o su un porticato coperto che lo
circondava e in ognuna di queste si trovava come letto un solo
pagliericcio e come coperta doveva essere usato il mantello dello
stesso ospite.
In tutte le città i visitatori potevano inoltre divertirsi nelle osterie
dette “capeleia” o “potisteria”.
GLI ABITI IN VIAGGIO
Chiton: ampia tunica di lino o lana senza maniche e lunga fino
al ginocchio o al polpaccio, trattenuta in vita da una cintura
(ZONE);
Clayns:corto mantello;
Petasos: cappello a larghe tese;
Imation o Claina: grandi rettangoli di lana usati come
coperte.
…I ROMANI…
VIABILITA’ ROMANA
La rete stradale costituisce un elemento di primaria importanza
nella storia romana di una regione. Nessuna regione italiana,
escluso il Lazio, presenta un sistema stradale complesso quanto
quello della decima regione augustea, la Venetia et Histria.
Una parte di questo sistema passava per il
territorio di Concordia, collegato così da una parte
con l’Italia settentrionale e peninsulare e con le
regioni occidentali dell’Impero, dall’altra con la
regione balcanico-danubiana e verso il nord con il
Norico e l’Europa centro-settentrionale. Quindi
uno dei motivi dell’ubicazione di Concordia fu
l’incontro di due grandi vie, la Postumia ed Annia.
LA VIA POSTUMIA
La più antica delle vie
consolari di questa
zona, la Postumia,
congiungeva il
Tirreno con
l’Adriatico e Genova
con Aquileia. Il suo
percorso,
documentato da
alcune pietre miliari
e dalla Tabula
Peutingeriana, è il
seguente: partendo
da Genova, per
Dertona e Piacenza
raggiungeva
Cremona, dove
attraversava il Po.
Oltrepassando quindi il Mincio presso Goito,
toccava Villafranca, Mantova, Verona, Vicenza
e si dirigeva verso il Piave, passando a nord di
Treviso.
Attraversato il Piave la Postumia continuava fino a Faè e
proseguiva verso ovest, poco più a sud di Opitergium,
centro paleoveneto e poi municipio romano. Dopo Oderzo
la Postumia raggiungeva più a nord Fontanafredda e
quindi Codroipo, poi Aquileia . Oderzo era collegato invece
a Concordia da una via secondaria. Secondo un’altra
ipotesi invece tale via era proprio la Postumia, che si
congiungeva quindi presso Concordia con la via Annia.
LA VIA ANNIA
L’altra grande via
consolare che interessava
Concordia era la via
Annia. Univa la colonia
da un lato con Altino,
dall’altro con Aquileia.
E’ probabile che la via
Annia si allacciasse con
una Popilia: la via, a
partire da Altino, si
dirigeva verso
Portegrandi, costeggiava
un tratto dell’odierna
provinciale e correva
verso il Piave.
Attraversato il Piave poco
più a sud di San Donà, la
via si dirigeva verso il
piccolo fiume Grassaga,
dove sono stati rinvenuti i
resti di un ponte.
Un altro ponte fu rinvenuto sul Canalat, a partire dal
quale la via puntava alla Livenza verso S.Anastasia.
presso Ceggia, in località Prà di Levada, fu rinvenuto
un miliario che attestava un’indicazione di venti
miglia, cioè la distanza di Altino. Oltre la Livenza la
strada entrava nell’agro concordiese. Per un certo
tratto essa si confondeva con la via chiamata
Comune, attraversava quindi alcuni piccoli fiumi e
raggiungeva l’odierna provinciale.
In località Paludetto la massicciata, a causa
delle depressioni del terreno, era visibile per
circa un chilometro. La via puntava quindi su
Concordia non passando per il centro, ma
tenendosi leggermente più a nord.
VIE PER IL NORD
La principale via di
comunicazione tra le regioni
costiere della Venetia et
Histria era la Iulia Augusta.
Essa partiva da Aquileia,
toccava Tricesimo e passava
per Gemona, quindi arrivava
fino a Iulium Carnicum,
l’odierna Zuglio e valicava al
passo di Montecroce
Carnico. A Stazione per la
Carnia, la via si biforcava
per raggiungere il Norico
sulla valle del Fella.
Via Iulia Augusta
ALTRE VIE
Oltre alle strade principali nell’agro di Concordia
vi erano altre vie meno importanti. Ad una via
accenna il toponimo di Settimo, circa a sette
miglia da Concordia, e così pure quelli di Azzano e
Cinto. In questo tracciato si ravvisa il cardo
maximus dell’agro concordiese, cardo che
probabilmente serviva anche come via di
comunicazione, oltrepassava a Fontanafredda la
cosiddetta Postumia seconda e raggiungeva la
pedemontana e le sorgenti della Livenza. La via
pedemontana, che si disparte da Sacile e collega
paesi come Aviano, Malnisio, Montereale Cellina,
Maniago, Cavasso, Travesio e Pinzano,
probabilmente esisteva anche in età romana.
Non si hanno notizie di strade
che da Concordia portassero
al mare, anche se si può
pensare che vi fosse un
percorso per congiungere la
colonia con il Portus
Reatinum di Plinio, che
tuttavia sicuramente poteva
essere raggiunto per via
fluviale.
Vi era probabilmente un
percorso che da Annone
portava a Codroipo per
Settimo, Sesto e Vissignano.
Via Annia e Postumia
Epoca: 180 a.C. – 476 d.C.
La presenza romana in Friuli è testimoniata dall’esistenza di alcuni
paesi di fondazione risalente proprio a questo periodo storico, quali
Muzzana, Precenicco, Rivignano e Titiano, che prendono il loro
nome dai legionari Muzio, Precinio, Rivinio e Tito, i quali
possedevano appunto queste terre; possiamo elencare poi Codroipo,
chiamata allora Quadruvium, forse per la sua posizione nei pressi di
un incrocio di due importanti vie, o per il nome degli Dei protettori
di questo (Quadruviae), e Palazzolo (Palatiolum), allora centuria
romana, il cui porto, importante per i traffici diretti a Roma e
oltralpe, è stato citato anche da Plinio (I sec a.C.). Qui, rinveniamo
anche le rovine del ponte di epoca Cesariana, ormai sommerse dal
fiume Stella (Anaxum), e parte della via Annia.
Il Friuli era attraversato da diverse vie romane tra cui:
La già citata Via Annia (156-153 a.C.), per opera di T. Annius Luscus,
sulla cui stazione di partenza troviamo tuttora dei diverbi (non si è certi
se sia Cremona o Forum Augusti); si è però certi che passasse per Iulia
Concordia e attraversasse il Tagliamento all’altezza di Latisanotta (ad
Paciliam), e che la sua destinazione fosse Aquileia. Lungo il suo tracciato
sono state rinvenute molte epigrafi, tra cui ricordiamo quella di
Latisanotta, riconducibile a Servilio Al.
Schizzo del ponte rinvenuto sotto le acque del fiume Anaxum.
Attuale “veduta”
del ponte romano
sulla via Annia
Ponte romano
Percorso Veneto/Friulano
della Via Annia
Via Annia all’altezza di Palazzolo
Via Annia a Muzzana
La Via Postumia diretta appunto nell’attuale Istria (Sulla tavola
peutingeriana è tracciato il percorso da Genova ad Aquileia); sul
percorso di questa strada sono state sviluppate due diverse ipotesi:
secondo la prima, la strada, seguendo una deviazione, scendeva per
Iulia Concordia, mentre la seconda ipotizzava che attraversasse il
Tagliamento all’altezza di Codroipo;
La Via Julia Augusta che parte da Aquileia e arriva fino al Norico;
Una via priva di nome che unisce Concordia e Artegna, passando per
Codroipo;
Antico percorso della
Via Postumia
ISCRIZIONE SULLE SPALLETTE DEL PONTE
ROMANO A CONCORDIA SAGITTARIA
Incise sulle spallette di un ponte, venuto alla luce nel 1977 nel
fondo Borriero (a ovest di Concordia Sagittaria), ci sono due
iscrizioni di identico testo entrambe a forma di rombo. La prima
formata da cinque lastre di calcare, la seconda da sei.
M(anius)
Acilius
M(ani)
l(ibertus)
Eudamus
(sex)vir
testamento
fieri
iussit
Le lettere, alte 14,5 cm, sono incise con una solcatura piuttosto
profonda e, specialmente la D, la M e la V, tendono a iscriversi in
un quadrato. L’iscrizione si può attribuire al I secolo d.C. come
testimonia la formula “testamento fieri iussit ” scritta senza
abbreviazioni.
Per comprendere meglio il
periodo di appartenenza
dell’iscrizione, bisogna
sottolineare che Manlio
Acilio risultava far parte
della gens Acilia (ricca
famiglia romana di antiche
origini) tra la fine della
repubblica e gli inizi
dell’impero nell’ Italia
settentrionale (testimoniato
da 27 presenze), l’epitaffio di
conseguenza viene collocato
in questo periodo.
In relazione a questa incisione sono sorte opinioni
divergenti: la più diffusa sostiene che il ponte con relative
spallette sia oggetto della disposizione testamentaria del
liberto. D’altra parte è però poco credibile l’ipotesi che un’
iniziativa di tale importanza fosse affidata alla responsabilità
di un privato.
Sono di seguito riportate due epigrafi
risalenti al I sec. a.C.
provenienti da Concordia Sagittaria;
sono riconducibili a due medici
provenienti da Ariminum ( Rimini ),
giunti probabilmente a Concordia attraverso
la via Popillia, che si congiungeva ad Altino
con la via Annia.
Coperchio di urna cineraria di marmo grigio azzurro, costituito da una
base quadrangolare e da una pigna squamata sovrastante.
Nella nicchia ricavata nella parte anteriore accoglie il ritratto del
defunto.
Proviene da Concordia, attuale collocazione: Mus. Naz. Concordiese di
Portogruaro.
D . SEMPRONIO
HILARO
PATRONO
MEDICO
1. D(ecimo) Sempronio Hilaro,
2. patrono, medico.
Misure: 60/38/31 cm
Altezza delle lettere: 3,6-3,22 cm
Questa epigrafe risale al I sec. d.C. ; tale
datazione è possibile per gli aspetti paleografici
dell’ iscrizione. Questa non è probabilmente
completa, ma doveva continuare sulla fronte dell’
urna perduta, col nome del dedicante al
nominativo e una formula dedicatoria, costituita
anche da un semplice dedit. Tale monumento
rappresenta l’unione di più elementi, alcuni della
zona tra Altino e Treviso e altri della zona di
Concordia Sagittaria. Il cognome gracanico
Hilarius attesta la condizione libertina di
D.Sempronio Hilarius
Frammento di stele calcarea a edicola, con i busti di due coniugi,
notevolmente deteriorati; conservato a suo tempo nel Municipio di
Concordia.
Attuale collocazione: Museo Nazionale Concordiese di Portogruaro
D . SEMPRONIVS
IVCVNDUS
MEDICVS
ARI NENSIS
D(ecimus) Sempronius
Iucndus
medicus
Ari(mi)nensis
Misure: 72/48/32 cm
Altezza delle lettere: 4,2-2,6 cm
L’ indicazione Ariminensis (di Rimini) sembra
un’aggiunta successiva.
I due Sempronii delle due epigrafi esercitano la stessa
professione, portano l’identico prenome; il cognomen
del secondo (Iucundus) è la traduzione latina di quello
grecanico della prima (Hilarius), di evidente impronta
libertina. Si può allora presumere che i due medici,
forse per legame di sangue, appartenessero alla stessa
famiglia; inoltre si può dedurre che il presente
Sempronius Iucundus, che per la forma latina del
cognomen sembra più giovane di Sempronius Hilarus,
forse di una generazione, abbia da lui appreso la
professione medica. Appare dunque verosimile che
anche costui provenisse da Rimini.
Un altro emigrato proveniente da Forum Cornelii che
dimostra la frequenza di contatti tra l’Emilia e
Concordia è
Armonius Astura
L’iscrizione consiste in una tavola calcarea dai margini
smussati, già nota nel secolo XVI, proveniente dalla
raccolta Muschietti. Ora è consevata al
Museo nazionale Concordiese di Portogruaro.
M . ARMONIO
M.L. ASTVRAE
PATRONO SEXVIR FORO
CORNELI ET SEXVIR IULIA
CONCORDIA
M. ARMONO M.L. AVCTO
OPPONIAI C.L. TERTIAI
M. ARMONIVS M.L. SALVIVS
SEXVIR IVLIA CONCORDIA
TESTAMENTO FIERI IVSSIT
1.
2.
3.
4.
5.
6.
7.
8.
9.
10.
M(arco) Armonio
M(arci) L(iberto) Asturae
patrono, sexvir(o) Foro
Corneli(i) et sexvir(o) Iulia
Concordia
M(arco) Armon<i>o M(arci) l(iberto) Aucto
Opponiai C(ai) l(ibertae) Tertiai
M(arcus) Armonius M(arci) l(ibertus) Salvius
sexvir Iulia Concordia
testamento fieri iussit.
MISURE :118 X 50 X 18
ALTEZZA DELLE LETTERE : 9,8-5,6 cm.
Gli arcaismi, l’aspetto paleografico e la formula
testamento fieri iussit convergono verso una
datazione alla prima metà del I sec. d.C. L’epigrafe
conferma l’esistenza di rapporti con Imola, l’antica
Forum Cornelii, da cui è stata rilevata la provenienza
di uno dei dedicatari, M.Armonius Salvius, che dedica
l’area sepolcrale al patrono M.Armonius Astura, a un
altro liberto della stessa famiglia e alla liberta
Opponia Tertia. Nell’Italia settentrionale il gentilizio
Opponius è attestato soltanto a Iulio Carnicum.
I VIAGGI NELL’ANTICA ROMA
I VIAGGIATORI E I RISCHI DEL VIAGGIO
I viaggi su strada erano in genere assai lenti. A viaggiare erano di norma
persone facoltose oppure mercanti. Viaggiare era faticoso e talvolta molto
rischioso, specie di notte per la costante minaccia dei briganti.
I funzionari viaggiavano sempre con una scorta fornita dalle autorità dei
centri attraversati, e venivano alloggiati da privati a spese dell’erario.
Non altrettanto protetto era il comune viaggiatore nella tabernae e
capuanae, sporche e squallide locande condotte da osti rapaci, le risse
erano all’ordine del giorno e il viaggiatore rischiava di esser derubate, se
non addirittura sgozzate nel sonno. Chi poteva, stava alla larga da simili
posti, ricorrendo all’ospitalità di qualche amico.
I MEZZI DI TRASPORTO
• I mezzi di trasporto più economici erano, il cavallo e il mulo. Gli abitanti
delle campagne usavano carri tirati da buoi e da muli, i cavalli erano
impegnati quando la velocità era indispensabile. I poveri si limitavano a
viaggiare a piedi.
(Carruola dormitiva)
• I ricchi viaggiavano nei carpenta a due ruote
e nei cisia trainati da muli per i ricchi in città e
per percorsi più lunghi la carruola dormitiva, un
carro coperto, comodo provvisto di tende. Il
carro postale era trainato da cavalli veloci. I
modesti mercati che portavano la merce sul
dorso di qualche mulo preferivano però a
qualche convoglio più importante scartato da
una pattuglia di servi armati.
• Diffuso specialmente durante gli ultimi tempi dell’impero era il pilentum,
che veniva trainato da scampanellanti pariglie di muli alla carruca che di
tutti era il più veloce, lussuoso e comodo mezzo di locomozione perché
permetteva ai viaggiatori di distendersi e di dormire durante i lunghi viaggi.
Le caratteristiche più appariscenti di questo carro erano i molti ornamenti.
• Particolarmente lenta era invece l’arcera, una via di mezzo tra il carro e la
lettiga che, era ideale per i vecchi patrizi delle saluti delicati e per i malati
facoltosi.
• Il plaustrum era il tipico carro per il trasporto
delle merci non troppo pesanti, specialmente
per i prodotti che ogni giorno venivano
trasportati dalle campagne vicine per sfamare
la popolazione delle città. Era composto da
massicci dischi di legno ed era trainato da
buoi e da asini. Per i carichi più pesanti come
le botti di vino e le belle piramidi di grano,
veniva utilazzato il serracum dalle quattro
ruote robuste.
(Plaustrum)
• C’era chi andava a piedi, c’era chi poteva usare carri e carretti di vario tipo.
Nelle stagioni crude e nei viaggi lunghi in Spagna e Pannonia i quali si
doveva superare ardui valichi quasi sempre flagellati dalle intemperie, i
viaggiatori più ricchi usavano carri da viaggio, il più indicato dei quali per chi
aveva fretta era (l’essedum) a due ruote ossia più leggero, ed un carro da
guerra (ciasium) sempre a due ruote.
• Anche il carpentum era il carretto a due ruote ma per la sua eleganza
veniva usato come la lettiga, quasi esclusivamente in città o nei brevi
percorsi fino alle grandi ville patrizie dei dintorni. Inoltre, era privilegio delle
matrone e delle fanciulle della famiglia imperiale usarlo anche in città, così
come la lettiga portata a spalla da schiavi.
• A seconda dei viaggi da compiere, vi erano varietà di veicoli a ruote per
soddisfare tutte le esigenze. Ad esempio, un carro a due ruote era il cesum.
A quattro ruote era la carruca dormitoria, il mezzo più lussuoso dell’epoca.
C’erano poi molti modelli da trasporto tra cui il carrum, il carretto a quattro
ruote. Un altro modello a quattro ruote ed il più pesante era il plaustrum,
usato dai contadini per portare i loro prodotti in città.
LE AREE DI SERVIZIO
• I dignitari e i viaggiatori pernottavano nelle locande chiamate mansiones.
Qui il viaggiatore per servizio trovava un'intera villa dedicata al suo riposo.
Spesso attorno alle mansiones sorsero campi militari permanenti o
addirittura delle città.
• Anche i privati viaggiatori avevano bisogno di riposo, e in alcuni punti
lungo la strada nacque un sistema privato di cauponae, una sorta di aree
di servizio spesso vicine alle mansiones. La funzione era la stessa, ma la
loro reputazione era inferiore, perché frequentate anche da ladri e
prostitute.
• I nobili avevano però bisogno di qualcosa di meglio per le loro soste. Nei
tempi antichi le case vicine alla strada dovevano offrire ospitalità per legge,
e questo probabilmente originò le tabernae, termine che non significava
"taverne", ma piuttosto "ostelli".
VESTI DA VIAGGIO
I romani avevano bisogno di vesti comode per muoversi, tanto a piedi che a
cavallo. La toga con il solenne disegno di pieghe a piombo e la ricchezza
della stoffa impiegata, non era l’ideale per cavalcare anche il più tranquillo
dei muli.
Una tunica corta fino al ginocchio lasciava perciò ampia libertà
ai viaggiatori romani. Per riposarsi dalle piogge e dal freddo
bastava un mantello di lana munito di cappuccio. I bagagli, una
bisaccia di pelle e di stoffe, una rete a secco, oppure per i
viaggi lunghi trasferimenti di lunga durata, qualche cassa o
baule di legno.
(Tunica romana)
Ciascun viaggiatore aveva poi una borsa di pelle (marsupium) che
assicurata alla cintura custodiva oltre al denaro le cose più preziose e più
personali.
La tabula Peutingeriana
La tabula Peutingeriana è una copia del XIII secolo di una
antica carta romana che mostrava le vie militari dell’ impero. La
tavola è composta da 11 pergamene riunite in una striscia di
680x33cm. Mostra duecentomila km di strade, ma anche la
posizione di città, mari, fiumi, foreste e catene montuose. La
tabula è probabilmente basate sulla carta del mondo preparata
da Marco Vipsanio Agrippa, amico e genero dell’ imperatore
Augusto, tra l’altro il costruttore del primo Pantheon. Si pensa
che la sua redazione fosse finalizzata ad illustrare il cursus
publicus (la rete viaria pubblica sulla quale si svolgeva il
traffico dell’ impero, dotata di stazioni di posta e servizi a
distanze regolari). La tabula mostra i Balcani, la Iugoslavia, l’
Adriatico con l’isola di Cefalonia, la Puglia, la Calabria, la
Sicilia e la costa libica di fronte, mostra inoltre tutto l’ impero
romano. Il vicino oriente e l’ India, indicando il Gange e lo SriLanka. Viene menzionata anche la Cina. La tabula
Peutingeriana fa riferimento alla tipologia descrittiva di una
carta “itineraria picta”, cioè con itinerari graficamente disegnati
che rappresentavano il territorio.
Descrizione della carta
Il disegno cartografico della tabula, a causa del formato,
procede da sinistra a destra e pone l’est in alto, e
rappresentando l’ecumene secondo un forte sviluppo
longitudinale, che lascia poco spazio ai valori della latitudine.
I singoli oggetti geografici perciò vi appaiono stranamente
disposti lungo un asse idealmente orizzontale, causando
inattesi effetti di collocazione e grave distorsione di molti dei
luoghi rappresentati. La grande sproporzione fra la lunghezza e
l’altezza della tabula spiega la necessità di poterla raccogliere
in un volumen per essere quindi facilmente trasportabile;ciò ha
condizionato la stesura dell’intero testo geografico.
L’iconografia
Nella tabula molte località risultano indicate non solamente con il
loro nome, ma anche con una vignetta, cioè una rappresentazione
simbolica. Sulla tabula infatti 555 località sono messe in evidenza
mediante particolari raffigurazioni, spesso differenti fra loro per
forma e grandezza. Le città sono rappresentate da due case, le città
più importanti come Roma, Bisanzio e Antiochia sono segnalate
da un medaglione. Vi sono inoltre indicate le distanze con minor o
maggior precisione.
Le strade sono tracciate in rosso, con segmenti uniti tra loro da
brevi angoli, vicino ai quali compaiono i nomi delle località
toccate;ogni segmento indica perciò una frazione dell’intero
percorso. Le distanze sono espresse in miglia, con numeri romani.
Lo scopo della carta:un viaggio
militare
Lo scopo di questa carta ci viene descritto da uno
studioso dell’ epoca: Strabone. E gli afferma che la
geografia deve servire soprattutto agli interessi che
sono per lo più di ordine militare. Per le operazioni
militari risulta importantissimo possedere una buona
conoscenza del territorio di operazione e perciò anche
nelle carte più estese, deve essere dedicato alle
regioni di più grande interesse, soprattutto militare,
uno spazio maggiore e particolari più numerosi che a
quelle meno importanti.
Roma:il centro del mondo (Roma Caput Mundi)
Roma è rappresentata con una figura
incoronata, assisa in trono e recante
il globo, la lancia e lo scudo. La
immagine e la scritta in
rosso”Roma”sono racchiuse entro un
doppio cerchio attraversato nella
parte inferiore nel corso del fiume
Tevere. Dal doppio cerchi si
diramano 12 percorsi stradali, 11dei
quali riportano dei nomi delle grandi
vie storiche(via Aurelia,via
Flaminia,via Appia,via Latina).
Aquileia: la grande metropoli del
Friuli
La città di Aquileia viene
rappresentata da una cerchia
di mura con delle torri,che
evidenziano la forte
vocazione militare della
città friulana. Dai numerosi
particolari cartografici che
descrivono questa città si
deduce la sua importanza
all’ interno dell’ impero
romano e la grandezza della
città stessa
Altre citta di rilievo:
Ravenna,Nicea,Tessalonica,Nicomedia
Per questi centri, il simbolo cartografico che li illustra
si rifà direttamente agli aspetti più peculiari di un
antica città,vista dall’ alto “a volo d’uccello” con una
prospettiva che permette di vedere non soltanto la
cinta muraria, ma anche le parti superiori di qualche
edificio, che si riesce ad intravedere nell’interno. E’
questo un tipo di illustrazione che si ritrova
frequentemente nell’ arte romana, soprattutto nelle
raffigurazioni di città.
Testi latini
• “Un viaggio movimentato” ORAZIO (Sat. 1, 5, 1-23)
• “Dedalo e Icaro” OVIDIO (Metamorfosi)
• “Una scampagnata fuori città” OVIDIO (Fast. III, 523-542)
• “La dolorosa partenza per l’esilio” OVIDIO (Trist. 1, 3, 1-26)
Testi greci
• “Viaggiare…che fatica” SENOFONTE (Memorabili, 3, 13, 5-6)
• “Medea decide di aiutare Giasone” APOLLODORO (1, 9, 23)
• “Odissea” OMERO (libro V, 291-493)
• “Storie” ERODOTO (IV, 147-148)
• “Prometeo incatenato” ESCHILO (700-735)
• “Storie” TUCIDIDE (I, 4-5)
• “Uccelli” ARISTOFANE (1-48)
Gli Argonauti furono un gruppo di 50 eroi che, sotto la guida di Giasone,
partirono per il viaggio verso la Colchide, alla conquista del vello d’oro.
Gli eroi erano accorsi da tutta la Grecia per organizzare la spedizione che
Pelia, re di Iolco, aveva richiesto a Giasone, figlio di suo fratello Esone.
IL VELLO D’ORO
Un tempo, Atamante l‘Eolio, re di Beozia, era stato in procinto di sacrificare
Frisso, il figlio avuto da Nefele, ma apparse Eracle a distoglierlo dal gesto,
convincendolo dell'avversione che suo padre Zeus provava per i sacrifici
umani. In seguito Ermes, per ordine di Era o di Zeus, inviò dal cielo un ariete
alato dal vello interamente d'oro. L'animale magico, venne cavalcato da
Atamate verso la Colchide dove, una volta giunto, sacrificò l'animale. Il vello
d'oro rimase intatto e fu tenuto in conto come un grande tesoro dagli abitanti
del luogo.
IL PRIMO ORACOLO
Pelia una volta salito al trono, fece uccidere tutti i possibili
aspiranti al regno.
Giasone, figlio di Esone, riuscì al salvarsi, infatti, la madre e le
ancelle, mentre il piccolo dormiva, piansero su di lui fingendo che
fosse morto e con il pretesto di portarlo fuori per la sepoltura lo
affidarono al centauro Chironte.
IL SECONDO ORACOLO
Pelia sedeva ormai stabilmente quando un oracolo lo mise in guardia
da un uomo che calzasse un solo sandalo. Un giorno, mentre
celebrava un sacrificio a Poseidone il sovrano vide sulla spiaggia un
giovane, si trattava di Giasone, che aveva perso un sandalo
aiutandouna vecchina a guardare le acque fangose del fiume Anauro.
Sotto le vesti di quella povera vecchia si nascondeva in realtà una
teofania di Era; la moglie di Zeus, a lui sempre avversa.
(Alla vista di quel giovane, il re si precipitò ad interrogarlo. Gli chiese
quale fosse il suo nome e chi fosse suo padre e il giovane gli rispose
con franchezza; al che il sovrano gli chiese come si sarebbe
comportato se un oracolo gli avesse predetto che qualcuno
concittadino stesse per ucciderlo. Giasone, ispirato da Era, rispose che
avrebbe inviato quell'uomo nella Colchide, alla ricerca del vello d’oro.
Ma quando riconobbe nel suo interlocutore l'usurpatore, Giasone gli
chiese di restituirgli il trono; il re gli rispose ponendogli una condizione:
prima avrebbe dovuto salvare il regno da una maledizione.)
L’INCARICO
Pelia disse che, secondo un oracolo, la loro terra sarebbe rimasta
sempre povera fino a quando non fosse stato riportato in patria il vello
d'oro, custode dell'anima di Frisso. Promise a Giasone che, se questi
lo avesse riportato in patria, gli avrebbe restituito il trono.
Giasone inviò araldi in tutte le terre dell'Ellade a chiedere aiuto.
LA PARTENZA
A comando della spedizione fu inizialmente proposto Eracle, ma rifiutò e
propose la candidatura di Giasone che, benché giovane ed inesperto, aveva
organizzato il viaggio. Appena la nave ebbe preso il largo, gli Argonauti
sacrificarono due buoi ad Apollo, per propiziarsi il viaggio. Mentre il fumo si
alzava nel cielo gli Argonauti fecero festa; inebriati e resi violenti dal vino, gli
eroi avrebbero sicuramente compromesso l'esito del viaggio, se non fosse
intervenuto Orfeo che placò gli animi dei compagni con il dolce suono della
sua lira.
L’ISOLA DI LEMNO
La prima isola che gli Argonauti incontrarono lungo il viaggio fu Lemno,
abitata da sole donne; queste, abili guerriere, erano state vittime di una
maledizione di Afrodite, che le aveva indotte a sterminare tutti i loro
uomini. Gli Argonauti furono quindi ben accolti dalle donne, che vollero
giacere con loro per procreare una stirpe di eroi.
In quelle notti furono concepiti molti figli,ma alla fine Eracle, stanco di
fare la guardia alla nave, richiamò tutti gli Argonauti e li obbligò a
riprendere il viaggio. Gli eroi partirono alla volta della Samotracia.
Proseguendo il viaggio raggiunsero l'isola di Bebrico, dove regnava un
re di nome Amico, figlio di Poseidone, che si vantava di essere un buon
pugile. Egli volle mettere alla prova gli Argonauti, sfidando Polluce. Fu il
dioscuro ad uscire vincitore, uccidendo l'avversario e scatenando la
furia del popolo. ne seguì il saccheggio del palazzo reale e l’offerta di
venti tori a Poseidone per propiziare la ripresa del viaggio.
L’INCONTRO CON EETE
Arrivò quindi al palazzo di Eete che lo sottopose a tre prove:
1-aggiogare all’aratro due feroci tori dagli zoccoli di bronzo e dalle
narici fiammeggianti;
2-seminare nel terreno denti di drago;
3-sconfiggere i guerrieri nati dalla semina dei denti;
Venne in aiuto di Giasone Medea che innamorata di lui decise di dare
all’eroe una pozione che l’avrebbe protetto dal fuoco dei tori, in cambio
però di diventare sua sposa. Giasone riuscì così a domare le bestie e
soggiogarle. A notte iniziò a seminare i denti del drago, da ciascuno dei
quali spuntò dalla terra un guerriero; Medea lanciò un altro incantesimo:
Giasone scagliò in mezzo a loro un enorme masso, creando una nube di
polvere così i guerrieri iniziarono ad uccidersi fra loro.
Anche se Giasone aveva superato queste prove impossibili, il re Eete
si rifiutò di donare il vello d’oro, minacciando di dar fuoco alla nave
Argo. Giasone riuscì lo stesso a fuggire e grazie all’aiuto di Medea a
conquistare il vello d’oro.
LA ROTTA DEL RITORNO
Dopo la morte di Apsirto,fratello di Medea, gli Argonauti furono liberi di
affrontare la rotta che li avrebbe ricondotti a casa. La nave Argo, ritornò
da dove era venuta; dal Bosforo superando l‘Ellesponto.
Non è forse quello di Enea il
viaggio più famoso di tutti i
tempi?!?
Un celebre viaggio, sospeso tra mito e realtà, è
quello di Enea, eroe troiano, che fuggito dalla
città in fiamme si vide costretto ad affrontare
un lungo e difficoltoso percorso alla volta delle
terre italiche.
Enea mentre fugge da troia in fiamme
Enea,partito da Troia,dapprima approdò
nell’isola di Creta per poi dirigersi alla volta di
Butroto da dove,attraversando
l’Adriatico,arrivò a Castro, la sua prima tappa
italiana.
Carta geografica di Creta
Da Castro salpò verso la sua meta definitiva,
ma in seguito ad un naufragio giunse a
Cartagine da dove, ripartito, fece scalo in
Sicilia ed a Gaeta per poi stanziarsi
definitivamente sulle coste del Lazio.
Ricostruzione di Cartagine
L’eroe troiano, come spesso
accadeva nell’antichità, nel
percorrere il suo viaggio si
trovò ad affrontare molteplici
difficoltà. Tra queste
ricordiamo i venti sfavorevoli
liberati da Eolo su ordine di
Giunone; la mancanza di
provviste a Creta e talvolta
l’assenza di venti favorevoli
alla navigazione. Tutte queste
ed altre difficoltà erano
incontrate comunemente nei
viaggi nell’antichità.
Prua di una nave nel mare in
tempesta
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testamento fieri iussit - Liceo XXV Aprile