Fratelli di Gesù
LE BEATITUDINI
IL VANGELO DELLA FELICITA’
BEATI I MITI
PERCHE’
EREDITERANNO
LA TERRA
Le beatitudini che troviamo nel Vangelo
secondo Matteo ci presentano il volto di
Gesù, in quanto è lui che realizza
pienamente questa prospettiva di umanità
nuova. Ma nello stesso tempo, mentre
dipingono il volto di Gesù, ci dicono chi è il
Padre, perché chi vede Gesù vede il Padre:
l’unico modo di riconoscere Dio è passare
attraverso Gesù Cristo, quindi nella sua
realtà umana noi abbiamo la rivelazione di
Dio stesso.
Dunque Gesù è il «povero in spirito», è colui che si
affida totalmente, è veramente il Figlio, in quanto
riconosce di derivare totalmente dal Padre e
totalmente si dona a lui in un atteggiamento di
dipendenza amorosa, non di costrizione - per cui si
rassegnerebbe e si sottometterebbe - ma
gioiosamente si affida. Gesù è l’afflitto nel senso
che ha il coraggio di amare al punto da perdere se
stesso, è l’immagine autentica della paternità di
Dio, che, nonostante le delusioni immense che
l’umanità gli ha dato, continua ad avere la forza di
donarsi; è colui che rischia il rifiuto e sa sopportare
questo rifiuto; è colui che ha sofferto la passione,
ha sofferto questo rifiuto dell’uomo proprio per
amore.
Allora Gesù è l’immagine della persona
beata, della persona felice, pienamente
realizzata, perché è consapevole che Dio è
dalla sua parte, è consapevole che Dio è la
sua consolazione. Ugualmente, Gesù
rappresenta la mitezza, è lui il «mite che
eredita la terra».
Siamo così giunti, nella nostra presentazione delle
beatitudini, alla terza:
«Beati i miti
Perché
erediteranno la terra».
Come sempre, l’elemento più importante è
quello della causa: perché sono beati i
miti? Non perché sono miti, ma perché
erediteranno la terra. Manca il nome di
Dio, però è chiaro che se qualcuno eredita
significa che qualcun altro ha lasciato in
eredità. Ancora una volta la persona di Dio
viene nascosta da questi verbi e, nello
stesso tempo, «rivelata».
È una caratteristica della rivelazione: il
verbo infatti è di per sé ambiguo in quanto
vuol dire «togliere il velo», ma vuole anche
dire «velare di nuovo». Rivelare è un modo
con cui Dio si fa vedere nascondendosi e
anche queste espressioni contengono
questo doppio movimento: di rivelazione e
di nascondimento.
I Miti
Dio lascia in eredità la terra ai «miti»:
allora riflettiamo insieme su che cosa si
intende per «mitezza» e su che cosa
significa «ereditare la terra».
Per comprendere meglio il significato di questa
formulazione di Gesù, leggiamo i versetti iniziali
del salmo 37 (36), un salmo sapienziale che
presenta la sorte del giusto e dell’empio. In
questo testo compare più volte l’aggettivo «mite»
e anche il concetto stesso di «eredità della terra»:
sembra proprio che la formulazione di Gesù
derivi da questo salmo.
“Non irritarti a causa dei malvagi, non invidiare i
malfattori. Come l’erba presto appassiranno; come il verde
del prato avvizziranno. Confida nel Signore e fa’ il bene:
abiterai la terra e vi pascolerai con sicurezza. Cerca la gioia
nel Signore: esaudirà i desideri del tuo cuore. Affida al
Signore la tua via, confida in lui ed egli agirà: farà brillare
come luce la tua giustizia, il tuo diritto come il mezzogiorno.
Sta’ in silenzio davanti al Signore e spera in lui; non
irritarti per chi ha successo, per l’uomo che trama insidie.
Desisti dall’ira e deponi lo sdegno, non irritarti: non ne
verrebbe che male; perché i malvagi saranno eliminati, ma
chi spera nel Signore avrà in eredità la terra. Ancora un
poco e il malvagio scompare:cerchi il suo posto, ma lui non
c’è più. I poveri invece avranno in eredità la terra e
godranno di una grande pace”.
Come vedete, questa terminologia
compare nella riflessione sapienziale del
salmista. Da questa impostazione noi
dobbiamo ricavare una risposta alla
domanda «Chi sono i miti?».
L’autore di questo salmo ci dice che «mite» è
colui che non fa qualcosa contro i malvagi, è chi
non si lascia trascinare dall’emozione di
avversione: «Non irritarti contro i malvagi».
«Mite» è chi non risponde al male con il male:
«Non fare come loro, non invidiarli», nel senso
di non voler fare come loro; non pensare:«Se
loro hanno successo, allora io li imito; se
facendo il male alla fine ci si guadagna, allora
tanto vale fare il male». La tentazione viene a
noi come veniva ai giusti di allora, ma il saggio
che compone questa istruzione orienta in una
direzione totalmente diversa.
«Mite», d’altra parte, è colui che si orienta
fortemente verso Dio. In una frase parallela
abbiamo trovato «Chi spera nel Signore possederà
la terra»; allora potremmo dire che il mite non è
soltanto colui che non si oppone al malvagio, ma è
anche colui che confida nel Signore, che pone nel
Signore il suo fondamento , la sua fede, la sua
fiducia. Non si tratta semplicemente di un
atteggiamento di esclusione - «Non fare qualcosa»
- ma diventa un’azione positiva, è un porre la
fiducia nel Signore anziché nella violenza.
Ereditare la terra
L’altra domanda che ci facciamo è «Che cosa
significa ereditare la terra?». In questo
salmo, in cui troviamo l’espressione,
vediamo che è contrapposta ad un’altra
espressione: i malvagi saranno eliminati, ma
chi spera nel Signore avrà in eredità la terra.
Dunque, si tratta di un’espressione tecnica che
ricorre soprattutto nel Deuteronomio e nella
tradizione deuteronomista per indicare la
condizione di vita: fa parte della promessa di
Dio, è la «terra promessa», e la terra è il
fondamento della vita, è un elemento
indispensabile, è la condizione per la
sopravvivenza, per la possibilità di vivere. Siamo
inseriti in un ambito prettamente agricolo, in
un’ottica anche di seminomadi che cercano la
sedentarizzazione, che sono alla ricerca della
terra, per cui la «terra» è condizione di vita,
«possedere la terra» significa potersi fermare.
Per molto tempo anche nella nostra cultura occidentale il
possesso della terra è stato sinonimo di libertà: chi non
possiede la terra è uno schiavo, è servo della gleba, è
«schiavo» della terra, quindi il possesso della terra è una
condizione di libertà, di esistenza matura, di realizzazione
piena della vita, indica un’autonomia, una possibilità di
disporre della propria vita, la terra è strettamente legata alla
qualità della vita umana. Dunque, «possedere la terra»
significa avere la possibilità di vivere. Ecco perché il salmista
la contrappone allo sterminio: la prospettiva del malvagio è
l’eliminazione; la prospettiva del giusto, del mite, di colui
che non compie il male ma che pone la propria speranza nel
Signore è una prospettiva di salvezza, di vita.
Questo è lo schema che abbiamo
individuato nel salmo, perché sembra
proprio che da questo tipo di linguaggio
Gesù abbia dedotto la sua espressione.
Allora, forti di queste osservazioni,
cerchiamo nel Nuovo Testamento delle
ricorrenze del termine «mite».
Non è un termine molto comune: in tutto il
Nuovo Testamento, questo aggettivo - in greco
praus - ricorre solo quattro volte, di cui ben tre
ricorrenze sono nel Vangelo di Matteo. Ciò
significa che Matteo ha un debole per questo
aggettivo, che gli interessa in modo particolare.
Più consistente invece è l’uso del sostantivo
«mitezza», che, in tutto il Nuovo Testamento,
ricorre undici volte; non sono moltissime, ma
comunque tante quanto basta per dire che è
testimoniato. Vediamo allora dove si parla di
mitezza e in che senso.
Partiamo dal testo della lettera ai Galati (Gal
5,22), dove si dice che la mitezza è uno dei frutti
dello Spirito Santo; quindi non intesa come una
virtù umana, cioè come una realizzazione
autonoma dell’individuo, bensì come un frutto
prodotto dallo Spirito Santo, quindi un dono,
una virtù divina: è un evento di grazia, una
qualità che nella persona viene resa possibile
dalla presenza dello Spirito di Dio.
San Paolo insiste sulla necessaria mitezza per unire la
Chiesa: nelle relazioni all’interno della Chiesa è necessaria
la mitezza. È necessaria nella correzione dei peccatori:
Paolo fa riferimento a dei casi concreti in cui insiste sulla
necessità di riprendere i peccatori, cioè di non lasciar
correre, di non far finta di niente. Eppure, ogni volta che
nomina il dovere di correggere i peccatori aggiunge anche
la modalità: «con mitezza». Comprendiamo che è il
contrario della durezza, il che non esclude la correzione.
Quindi «mitezza» non è un atteggiamento indifferente che
non vede la realtà, ma è l’atteggiamento di chi riconosce il
male e sa dargli il nome di male; di chi interviene
concretamente, anche in una situazione personale,
riconoscendo che è male, ma non con asprezza, con acidità.
Il comportamento cattivo non deve
suscitare in te un comportamento
altrettanto cattivo: il riconoscimento del
male funziona se lo riconosci con mitezza.
Ritroviamo questa indicazione in consigli
generali che l’apostolo offre ai predicatori,
sempre quello dell’annuncio, della parola,
dell’insegnamento dato con questo
carattere della dolcezza, della
mansuetudine.
In un altro contesto, l’apostolo Giacomo dice
che la mitezza è necessaria per accogliere la
Parola; è un atteggiamento che assomiglia
molto all’umiltà, alla caratteristica del terreno
fertile, cioè il terreno che accoglie la Parola e
produce. L’accoglienza della Parola di Dio con
mitezza significa una disponibilità, una
ricezione che pone in secondo ordine le mie
prospettive, per mettere al primo posto ciò che
ascolto - che è appunto la rivelazione di Dio.
Nel Vangelo di Matteo ricorre con una certa insistenza
l’aggettivo «mite», ma ricorre sempre a proposito di Gesù:
quando Matteo adopera questo aggettivo lo applica a Gesù.
Vediamo quali sono questi casi; è interessante prenderli in
considerazione perché ci permettono di verificare
l’affermazione iniziale «Le beatitudini dipingono il volto di
Gesù» e, nello stesso tempo, ci permettono di capire che
cosa significhi questa mitezza. La prima citazione è al
capitolo 11: «Venite a me voi tutti, che siete affaticati e
oppressi e io vi ristorerò. Prendete il mio giogo sopra di voi
e imparate da me, che sono mite e umile di cuore, e
troverete ristoro per le vostre anime. Il mio giogo infatti è
dolce e il mio carico leggero» (Mt 11, 28-30).
È un testo molto noto, ma che merita un’attenzione
particolare. Il linguaggio che Gesù adopera lo caratterizza
come un «maestro»; il termine del giogo deriva da una
metafora corrente nella scuola rabbinica. «Prendere il giogo
di qualcuno» significa mettersi alla scuola di un certo
maestro. Oppure, si adopera anche l’espressione tecnica:
«Prendere il giogo della legge», cioè aderire alla legge di
Dio, metterci tutta la buona volontà per osservarla. Quindi,
Gesù si rivolge all’uditorio dopo aver detto: «Nessuno
conosce il Padre, se non il Figlio e colui al quale il Figlio lo
voglia rivelare». Gesù sta dicendo una cosa molto
importante, fondamentale: dice alla gente che lo circonda
«Nessuno di voi conosce Dio, nessuno di voi può conoscere
Dio, lo conosco soltanto io; io, che sono il Figlio, ho una
conoscenza autentica e profonda di Dio come Padre e solo io
lo conosco. Voi lo potete conoscere solo se io ve lo faccio
conoscere».
A quel punto negli ascoltatori si pone
l’interrogativo «Ma tu vuoi farcelo conoscere?
Se è vero che sei l’unico che lo conosce e
l’unico che può farlo conoscere, vuoi farcelo
conoscere?». A questa domanda inespressa
Gesù risponde «Venite pure a me, se volete
conoscere Dio dovete venire a me». È un
invito: «Venite a me. Voi, che siete tutti
affaticati e oppressi - non quelli che sono
affaticati e oppressi, ma voi tutti, dal
momento che siete affaticati e oppressi venite a me, e io vi darò riposo, vi ristorerò».
In che senso «affaticati e oppressi»? Non perché lavorate
tanto o avete tanti problemi. È un discorso tipicamente
religioso, Gesù sta facendo riferimento ad una situazione
religiosa, ad una mentalità, ad una prassi religiosa che è
quella del suo mondo: «Schiacciati da una situazione
pesante, venite a me e trovate riposo. Io vi propongo una
strada riposante: diventate miei discepoli, prendete il
mio giogo sopra di voi, imparate da me, sceglietemi come
vostro maestro, mettetevi nelle mie mani, perché io sono
un maestro, un superiore, un capo, mite e umile di cuore,
non vi schiaccio. Imparate da me proprio perché io sono
mite e umile di cuore; e in questo modo troverete ristoro.
Prendete il mio giogo perché il mio giogo è dolce e il mio
carico è leggero».
È il linguaggio dell’imbonitore che sta
adoperando Gesù, è un linguaggio sapienziale
che nell’Antico Testamento ricorre molte
volte in bocca alla Sapienza, che invita a
seguire questo insegnamento. Gesù sta
facendo réclame a se stesso e sta
caratterizzando la propria rivelazione come
un atteggiamento che dà riposo alla persona,
che realizza, che calma, che tranquillizza, che
mette in una situazione di quiete, di pace, di
realizzazione. È un giogo leggero, è il
contrario di quello che subisce chi viene
schiacciato.
Contemporaneamente dovremmo leggere i «guai»
che si trovano alla fine del Vangelo di Matteo e qui
troveremo un «guai ai maestri che legano pesanti
fardelli e li mettono sulle spalle della gente»: è la
contrapposizione all’atteggiamento di Gesù, che
non pone «pesanti fardelli», ma propone un «peso
leggero». Quindi Gesù, come maestro, si
caratterizza in quanto non duro, non presuntuoso,
umile di cuore.
Pensate come fa contrasto con questa espressione di Gesù una
nostra abituale definizione del cristianesimo come «realtà
difficile», come spesso viene presentata nel catechismo. Se non
si sente come facile, vuol dire che c’è un problema di relazione
con Gesù Cristo, perché egli dice il contrario. Non ha detto
infatti «vieni a me e ti insegnerò una religione molto difficile»;
ha detto invece «impara da me, che è molto facile». Se non lo
concepiamo così, vuol dire che c’è qualcosa che non funziona.
Probabilmente perché si è rimasti nell’ottica farisea di chi deve
osservare tutte le regole e deve fare lui con le sue sole forze tutto
quello che la legge prevede. Non è l’atteggiamento di chi si lascia
portare, di chi confida in Dio, di chi riconosce la propria
debolezza, dell’umile di cuore o del povero in spirito, di chi,
consapevole della propria debolezza, si appoggia all’«Altro»,
confida in Dio e non nella propria forza; di chi non si irrita
contro il male, non risponde al male con il male, nella
convinzione di eliminare il male, perché affida a Dio la soluzione
della sua causa.
Nel capitolo seguente, il capitolo 12, troviamo
un’altra presentazione di Gesù «mite»: è una
citazione dal profeta Isaia (capitolo 42, 1-4) che
riguarda il servo di Dio. Matteo cita per esteso
tutto questo testo: «Ecco il mio servo che io ho
scelto; il mio prediletto, nel quale mi sono
compiaciuto. Porrò il mio spirito sopra di lui e
annunzierà la giustizia alle genti. Non
contenderà, né griderà, né si udrà sulle piazze
la sua voce. La canna infranta non spezzerà,
non spegnerà il lucignolo fumigante, finché
abbia fatto trionfare la giustizia; nel suo nome
spereranno tutte le genti» (Mt 12, 18-21).
In questo testo non compare l’aggettivo
«mite», ma è una descrizione della mitezza di
Gesù; attraverso quella citazione del profeta
Isaia, Matteo caratterizza Gesù come un
profeta non-violento, che non contende, non
grida, non spezza una canna incrinata. Non ci
vuole molta forza per spezzare una canna; se
poi la canna è già incrinata, ci vuole proprio
poco.
Immaginate un lucignolo, uno stoppino della lucerna, quando è
un po’ troppo imbevuto di olio, che è lì che sta per spegnersi, è
fumigante, ha una fiammella così piccola che basta un alito e si
spegne. Per parlare in modo tale da non spegnere uno stoppino
fumigante, bisogna parlare sottovoce, con dolcezza. Queste
caratteristiche che il profeta attribuiva al servo di Dio,
l’evangelista le attribuisce a Gesù, lo mette cioè in un
atteggiamento di rispetto estremo verso il debole, paragonato
ad una canna incrinata o ad un lucignolo fumigante. È la
caratteristica della mitezza di Gesù rispetto al debole, rispetto
al peccatore, rispetto a colui che pensa male, che parla male,
che si comporta male. È l’atteggiamento di chi non dice al
peccatore che tutto va bene così, ma gli dice che è peccatore e
deve cambiare, non peccare più, ma glielo dice con
l’atteggiamento della dolcezza, della misericordia, di una
proposta di salvezza, non di una condanna che schiaccia. È
l’atteggiamento di chi sa riconoscere il male, ma non condanna
il peccatore; riconosce il male e salva il peccatore.
Potremmo dire che innanzitutto è una virtù di
relazione, per cui si evitano i contrasti: è
l’atteggiamento di chi non è polemico, di chi
non cerca la guerra, la battaglia, lo scontro, ma
è capace di buona relazione, anche quando
l’altro non se lo merita. Certamente, con la
persona buona, onesta, mansueta, che ti fa
tanto bene, è normale avere delle buone
relazioni; la difficoltà di una buona relazione è
proprio con chi non se lo merita, con chi è
antipatico, con chi è cattivo, con chi ci tratta
male.
«Non irritarti con il malvagio» - non occorre dire di non
irritarsi con il buono - ma la mitezza è di chi non si irrita
con il malvagio; e quindi il dominio delle proprie emozioni,
delle tendenze disordinate, dei desideri negativi. Non si
tratta di una repressione o di una rimozione, ma di un
controllo, di una maturazione; non sembri che la mitezza
sia una passività, è un’azione fortissima perché richiede
un’enorme forza non rispondere al male con il male. Non è
passività, è attività verso se stesso, verso le proprie istintive
inclinazioni al male: il mite è una persona che vince
innanzitutto se stesso e quindi è una caratteristica di forza
e comporta una notevole dose di rispetto nei confronti della
personalità dell’altro.
Ereditare il regno dei cieli
Potremmo dire che il mite è una persona che
ha buone relazioni, con se stesso, con il
prossimo, e con Dio: in questo senso
«erediterà la terra», cioè avrà la possibilità di
vivere. Provate a cercare nel Vangelo dove si
adopera il verbo «ereditare» e provate a
vedere «che cosa» si eredita: due cose, la vita
eterna e il regno dei cieli.
In questa formulazione, «ereditare la
terra» significa ereditare la vita eterna o
ereditare il regno dei cieli; sono cioè i beni
escatologici, è la pienezza finale, è Dio
stesso.
Nel concetto di eredità, inoltre, è implicito il
rapporto di paternità. È una caratteristica
della paternità trasmettere l’eredità ai figli: i
beni del padre passano ai figli, come anche le
caratteristiche fisiche; si parla di qualità
ereditarie, di situazioni positive o anche
negative ereditate dalla famiglia, e si parla dei
beni lasciati in eredità. Nel momento in cui
Dio lascia erede della terra, afferma di essere
in una relazione di paternità con i miti.
L’eredità non è pagata, non è conquistata,
l’eredità è regalata: quando io lascio in eredità
una cosa, la regalo. Il fatto che la terra venga
ereditata implica un dono libero e generoso di
Dio, non una conquista. Forse questa parola
«conquista» può aiutarci a concludere il
discorso sulla mitezza, proprio perché il mite è
colui che non ha niente da conquistare e non
vuole conquistare niente.
Non è un conquistatore, non è un polemico,
non è uno che fa la guerra per avere, non è un
avido, non è un arrivista. Allora, vedete che
l’impostazione data all’inizio può essere
ripetuta anche in questo caso: non «dovete»
essere miti, ma «potete»; non è un imperativo
morale, ma è una beatitudine.
Potete essere miti, potete essere mansueti,
potete essere non violenti, non arraffoni né
arrivisti, potete tranquillamente affrontare la
vita perché Dio vi lascia in eredità la terra, la
possibilità di vita, le condizioni buone per
realizzare la vita. Siete degli ereditieri, avete
ereditato da Dio, state ereditando, erediterete
tutto ciò che serve. Beati voi! Vivete tranquilli,
felici e sereni; potete essere miti.
La terra non vi appartiene, appartiene a Dio; ma
egli ve la regala, ve la lascia, ve la dona. Non
dovete combattere per averla. Beati voi! Potete
vivere serenamente, senza rispondere al male
con il male, senza irritarvi perché il mondo va
male; potete affrontare la vita con questa
serenità grande, perché ponete la vostra
speranza in Dio: lui ha in mano tutto e vi lascia
tutto in eredità. Beati voi! Potete vivere da miti,
tranquilli e sereni.
Scarica

Beati i Miti