PARROCCHIA MARIA SS. ADDOLORATA
OPERA DON GUANELLA – BARI
Le opere
di misericordia
INSEGNARE
AGLI
IGNORANTI
In ascolto della Parola
Questo dialogo mostra la necessità di
un’istruzione per entrare nella conoscenza della
Scrittura. Più in generale, tutta la vita di fede
necessita di un insegnamento, di una
trasmissione in cui il più esperto guida e istruisce
il meno esperto.
Poiché questo
insegnamento ha una
dimensione religiosa
fondamentale, non stupisce
che nell’Antico Testamento
Dio stesso sia detto
“maestro” («Chi è maestro
come lui?»: Gb 36,22) e che
a lui forante si rivolga per
chiedere istruzioni sulla via
da percorrere (cfr. Sal 27,11;
86,11; 119,33) e sui suoi
voleri (cfr. Sal 119,26.68),
insomma per essere
illuminato e reso sapiente.
Anche il semplice, l’inesperto, l’ignorante, è reso
sapiente dalla conoscenza della volontà del Signore:
«La testimonianza del Signore ... rende saggio il
semplice» (Sal 19,8).
Prerogativa dei sacerdoti è l’insegnamento della volontà
del Signore: essi istruiscono il popolo su questioni cultuali e
rituali, sull’esecuzione di sacrifici e sull’osservanza di feste
in onore del Signore (cfr. Lv 6,2-7,21), su problematiche
inerenti il puro e l’impuro (cfr. Lv 10,10-l1; 14,57).
Tale
insegnamento
è dato
oralmente e si
concretizza,
secondo Aggeo
2,11-12, in
forma di
domanda e
risposta.
Ma se è «dalla
bocca del sacerdote
che si ricerca
l’insegnamento» (Ml
2,7), il sacerdote
può venire meno a
questo suo compito
divenendo ostacolo
e motivo di
inciampo per molti
(Cfr. Ml 2,8; Ez
22,26).
I profeti si levano contro le manipolazioni della volontà del
Signore da parte dei detentori del sapere religioso, i sacerdoti, e,
a loro modo, si fanno educatori del popolo trasmettendo, in
modo vitalmente coinvolto ed empatico, la volontà di Dio nelle
differenti situazioni storiche.
E con i profeti, soprattutto con Osea, che la Torà (termine
spesso tradotto con “Legge”, ma che significa “istruzione”,
“insegnamento”) del Signore non indica più, come
nell’istruzione sacerdotale, singole prescrizioni, ma l’insieme
unitario della volontà di Dio.
Questo insieme
diventerà la Torà
scritta, l’insieme
dei libri che
contengono ed
esprimono la
volontà del
Signore, dunque
innanzitutto il
Pentateuco (i
primi cinque libri
della Bibbia).
Un primo, antico e
importantissimo
ambito di
educazione e
istruzione è la
famiglia: il padre, il
capofamiglia, in
quanto responsabile
dell’iniziazione alla
vita del figlio, si
rivolge a lui con
istruzioni di vario
tipo (“figlio mio”: Pr
1,8.10-15; 2,1; 3,1.21;
Sir 2,1; 3,17; 4,1).
Ascoltate, o figli, l’istruzione di un padre ...
Anch’io sono stato un figlio per mio padre,
tenero e caro agli occhi di mia madre.
Egli mi istruiva e mi diceva:
“Il tuo cuore ritenga le mie parole”.
Un esempio di trasmissione di sapienza all’interno della
famiglia è fornito dalle istruzioni di Tobi al figlio Tobia: esse
riguardano la sepoltura paterna, l’onore dovuto alla madre,
la pietà e l’elemosina, la rettitudine e la giustizia, la scelta
della moglie, l’amore per i fratelli, la religiosità e la pietà, la
messa in guardia nei confronti dell’orgoglio, della pigrizia e
dell’ubriachezza
(cfr. Tb 4, 1-2 1).
Tuttavia, anche la
madre svolgeva
un ruolo attivo
nell’istruzione del
figlio, come
appare dal
frequente binomio
“padre-madre” (Pr
1,8; 6,20;
10,1;15,20; 19,26;
23,22.25; 30,17).
Nel II secolo a.C., in Israele è attestata anche
l’esistenza di un altro ambiente educativo deputato alla
trasmissione del sapere: la scuola. Sta scritto in
Siracide 51,23: “Avvicinatevi a me, voi che siete senza
istruzione, prendete dimora nella mia scuola”
(lett.: “casa dello studio”, bet midrash).
Di Qohelet si dice che, «oltre a essere sapiente, insegnò al
popolo la scienza» (Qo 12,9): il sapiente era anche un
insegnante.
Lo stile didattico del libro dei Proverbi e il fatto che il
sapiente sia chiamato “maestro” o “insegnante” (cfr. Pr
5,13; Sal 119,99) depongono a favore dell’esistenza di
scuole in cui dei sapienti di professione trasmettevano il
loro sapere ad allievi più o meno giovani.
Se è difficile affermare
se esistessero scuole
anche nell’antico
Israele, di certo, nel
periodo postesilico, il
sapiente si configura
sempre più come uno
studioso della
rivelazione scritta, un
esegeta dedito alla
meditazione e
all’insegnamento della
Torà
(cfr. Esd 7,10; Sir
32,15; 39,1).
La dimensione storica
della fede biblica e il
carattere relazionale
del Dio biblico, Dio che
si lega in alleanza con
il popolo di Israele,
plasmano una
trasmissione della fede
che avviene secondo
una modalità narrativa
e dialogica, non
impersonale né
dottrinale,
astrattamente
teologica o dogmatica.
Modalità che coinvolge il narratore e il destinatario
della narrazione, entrambi “presi dentro” la
narrazione e resi partecipi della storia narrata.
LETTURA PUBBLICA DELLA
TORÀ E INSEGNAMENTO DEI
SUOI CONTENUTI A VIVA
VOCE, NEI SANTUARI E IN
FAMIGLIA, SONO I MEZZI
DIDATTICI DI QUESTO
INSEGNAMENTO CHE È
ANCHE TRASMISSIONE DI
FEDE E INSERZIONE IN UNA
STORIA FAMILIARE E DI
POPOLO.
In bocca a Mosè è posto il comando rivolto a sacerdoti e anziani
di radunare il popolo, «uomini, donne, bambini e il forestiero
..., perché ascoltino ... e si preoccupino di mettere in pratica
tutte le parole di questa Legge. I loro figli, che ancora non la
conoscono, la ascolteranno e impareranno a temere il
Signore» (Dt 31,12-13).
Tradizione orale,
insegnamento a
viva voce, lettura
pubblica,
narrazione: questi
modi di
trasmissione della
volontà del Signore
raggiungono tutti,
anche gli analfabeti,
anche chi non sa o
non può leggere.
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