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Prodotto finale individuale di Giovanni Sanna
STORIA E MYTHOS DEL LABIRINTO
Il labirinto è una struttura, solitamente di vaste dimensioni, costruita in modo tale che risulti difficile a chi
vi entra trovarvi l'uscita.
Nel bacino mediterraneo si trovano la maggior parte dei labirinti antichi, ovvero nella Creta minoica del II
millennio a.C.
Il Labirinto di Cnosso è il più famoso: secondo la leggenda fu fatto costruire dal sovrano Minosse
nell’isola di Creta per rinchiudervi il mostruoso Minotauro, nato dall'unione della moglie del re con un
toro.
La lotta tra Teseo e il Minotauro,
Casa del Labirinto, Pompei
Il labrinto di Cnosso fu “progettato” da Dedalo,ateniese discendente di Efesto,dio del fuoco e della
metallurgia, che, per aver commesso un omicidio, dopo essere scappato dalla sua città natale, trovò
rifugio a Creta,alla corte di Minosse. Minosse costrinse gli Ateniesi,sconfitti in guerra,ad inviare ogni
nove anni sette giovani e sette fanciulle destinati ad essere gettati in pasto al Minotauro.
Il triste tributo continuò fino a quando l'eroe ateniese Teseo appositamente giunto sull'isola, riuscì ad uccidere il
Minotauro,dopo essere penetrato nel labirinto. Una volta ucciso il Minotauro, seguì la strada indicata dal filo:
Teseo riuscì ad uscire dal labirinto, grazie al filo che Arianna gli aveva dato e che Teseo aveva lasciato scorrere
lungo il percorso.
Arianna dà a Teseo il filo per uscire dal labirinto
Autore: Pelagio Palagi
Dedalo sospettato di aver suggerito ad Arianna la soluzione del filo,per vendetta venne da Minosse rinchiuso
nel labirinto insieme al figlio Icaro. Ma riuscirono a fuggire con due paia di ali di cera, anche se il figlio Icaro
avvicinatosi troppo al sole vide sciogliere la cera con cui erano sostenute le sue ali, precipitando e morendo.
Uu minotauro malinconico, prigioniero della sua solitudine,
in attesa del destino che si deve compiere.
Da quest’opera Jorge Luis Borges afferma di aver preso spunto per
il racconto La casa di Asterione.
« Ogni nove anni, nove uomini entrano in questa casa
perché io li liberi da ogni male. Quando in fondo ai
corridoi di pietra sento i loro passi o la loro voce, corro
loro incontro allegramente. La cerimonia non dura che
pochi minuti. Senza che io mi macchi le mani di sangue,
cadono uno dopo l’altro. E dove cadono rimangono: i
cadaveri aiutano a distinguere i corridoi l’uno dall’altro.
Non so chi siano, ma uno di essi, prima di morire, fece una
profezia: disse che un giorno sarebbe arrivato il mio
salvatore. Da allora non mi pesa più la solitudine, perché so
che il mio salvatore esiste e che un giorno sorgerà dalla
polvere. Potrei persino sentire i suoi passi, se solo il mio
udito potesse distinguere tutti i rumori del mondo. Voglia
il cielo che mi porti in un luogo con meno corridoi e meno
porte! Che aspetto avrà il mio salvatore? Forse sarà un
toro con la testa di un uomo? O forse sarà simile a me?
La mattina, il sole sfavillò sulla spada di bronzo.
Non rimaneva più traccia di sangue.
«Lo crederesti, Arianna? – disse Teseo –
Il Minotauro non s’è quasi difeso».
George Frederic Watts ( 1817 - 1904)
Il minotauro (1896)
Labirinti antichi
Il di-segno del labirinto lo si ritrova in diverse culture dell’antichità tra popoli e paesi
diversi, in luoghi lontani fra loro, tempi distanti, quasi a testimoniare l’universalità
dell'immagine simbolica del labirinto
Luzzanas, Sardegna, forse del 2500/2000 a.C.
Naquane, Val Camonica 750/500 a.C.
Labirinto egiziano, Kom Ombo
Hollywood Stone, GB, 550 d.C.
Rocky Valley, GB
Moneta di Cnosso, 430/67 a.C.
Pompei, 80/60 a.C.
Machu Picchu, Perù
Hopi, Arizona 1100/1200 d.C.
Il labirinto nel Medioevo
Nel medioevo il labirinto di Dedalo è soprattutto luogo di confusione o prigione ,luogo di erranza.
Il labirinto entra anche nella mistica cristiana dove l’oggetto dell’iniziazione muta: tramite l’interpretazione
mistico-magica dell’allegoria Teseo diventa simbolo di Cristo che libera l’anima dal male.
Secondo questa visione per alcuni autori il Minotauro è il diavolo che minaccia di sbranare il cavaliereCristo. Chi nel labirinto riuscirà a sconfiggere il mostro, ne uscirà non solo salvo ma a un livello di nobiltà e
coscienza superiori.
Nel Nord della Francia, alcune chiese costruite tra il XII e il
XVI secolo, presentano pavimenti con disegni di labirinto:
nella cattedrale di Chartres del 1200 troviamo un labirinto a
forma circolare che ha un diametro di più di 12 metri e che
occupa l'intera navata della chiesa: sembra dunque che il fedele
debba percorrere un iter ad Deum.
Afferma a proposito l’esperto René Guénon
che il labirinto “ ha una duplice ragion d’essere, nel senso
che permette o impedisce , secondo il caso, l’accesso a un certo luogo in cui non devono penetrare tutti
indistintamente;soltanto coloro che sono “qualificati”potranno percorrerlo fino in fondo, mentre gli altri
saranno impossibilitati a penetrarvi o si smarriranno per la strada”.
1. Il Labirinto come artefatto, , come modello oggettivo:
a)
Le due potenziAlità convertibili del labirinto come segno do
confusione
e di complesso ordine artistico; il laBirinto come magnifica opera di un
superlativo architetto, una volta che si sia percepito nell’insIeme delle
sue parti;
b) Il pRincipio strutturale del labirinto : ambages confusionali,
cortocircuiti, ambiguità; la presenza dI errores fisici, intellettuali o
morali.
2.
a)
Il labirinto come come processo soggettivo, come percorso(i) che corre
attorno a una meta invisibile o a un ceNtro :
Reale o apparente impenetrabilità e inestricabilità; il labirinto come
prigione, almeno per alcuni che percorrono il labirinto;
b) Il senTiero dell’ignoranza; difficile ma necessario processo e progresso
che può portare ala conoscenza, trascendenza, alla liberaziOne.
IL LABIRINTO TRA MEDIOEVO E RINASCIMENTO IN
LETTERATURA
Con il Rinascimento, il labirinto perde l’accezione allegorica di tipo mistico. Sono tuttavia presenti
elementi della letteratura antica che rimandano al castello labirintico come luogo della segregazione.
Le caratteristiche che ritroviamo in alcune opere letterarie di G.Boccaccio, M. Maria Boiardo, L. Ariosto
e T. Tasso sono le seguenti:
• il castello- prigione-labirinto
• la costruzione è opera di un mago-maga nuovo Dedalo
• il labirinto come luogo di confusione, dell’enigma dell’erranza
• il labirinto d’amore o di errore è soprattutto multicursal, a più percorsi
• la figura femminile ha un ruolo centrale sia nella funzione di attrazione-inganno che di liberazione
• nel labirinto è segregato ciò che la società, la religione, l’ideologia condannano cercano di espellere
Inserire immagini e testo dell’Orlando furioso
L. Ariosto,Orlando furioso , Canto secondo
Il castello di Atlante
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Video tratto dalla riduzione teatrale-televisiva
Sei giorni me n'andai matina e sera
di Luca Ronconi
per balze e per pendici orride e strane,
dove non via, dove sentier non era,
dove né segno di vestigie umane;
poi giunsi in una valle inculta e fiera,
di ripe cinta e spaventose tane,
che nel mezzo s'un sasso avea un castello
forte e ben posto, a maraviglia bello.
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Da lungi par che come fiamma lustri,
né sia di terra cotta, né di marmi.
Come più m'avicino ai muri illustri,
l'opra più bella e più mirabil parmi.
E seppi poi, come i demoni industri,
da suffumigi tratti e sacri carmi,
tutto d'acciaio avean cinto il bel loco,
temprato all'onda ed allo stigio foco.
LINK video Orlando furioso
IL LABIRINTO RINASCIMENTALE E BAROCCO
Con il Rinascimento, il labirinto perde
l’accezione allegorica di tipo
mistico e si carica di un valore
estetico-edonistico:
esso
si
commisura al gusto della classe
cavalleresca e del mondo cortese.
A partire dalla metà del Cinquecento il
labirinto diviene una vera e propria
moda culturale ed è utilizzato come
motivo ornamentale che acquista
anche una dimensione ludica e di
svago: esso trova spazio nella
corte, dove labirinti tracciati con
alte siepi sempreverdi sono spesso
presenti nei giardini all'italiana.
I LABIRINTI PITTORICI
Anche la pittura ha rappresentato nella sua produzione il tema del percorso intricato o
labirintico.
Qui ne riportiamo alcune, fra le più note, tutte curiosamente realizzate nel XVI secolo.
Ritratto dell'uomo con il labirinto,
Bartolomeo Veneto 1510
Il giardino delle delizie, H. Bosch 1510
Teseo a Creta, M.Cassoni
Campana, 1500
Hortorum Viridariorum, V. de Fries 1550?
La torre di Babele, P. Bruegel,1563
Labirinto d'amore,
Tintoretto, XVI sec
LABIRINTI MODERNI
Ancora nell’Ottocento il motivo del labirinto- prigione si ripresenta in letteratura, a rimarcare la
persistenza infinita e universale di mito letterario. Un emblematico esempio è il romanzo di Victor
Hugo, L’uomo che ride, 1868 , “ una delle più allucinanti discese nel labirinto, prigione, budello,
luogo di segregazione della letteratura moderna ( in sintonia con molte discese e erranze medievali) è
quella a cui viene costretto Gwynplaine, il mostruoso protagonista ” in Paolo Orvieto, Labirinti,
Castelli, Giardini, Salerno Editrice.
Quando Gwynplaine senti chiudersi lo sportello con tutto il cigolio dei suoi chiavistelli,
trasalí. Gli sembrò che la porta, che si era appena chiusa, mettesse in comunicazione la
luce con le tenebre, rivolta da una parte sul brulichio terrestre, dall'altra sul mondo dei
morti, e gli sembrò ormai di essersi lasciate alle spalle tutte le cose illuminate dal sole, e
di aver varcato la frontiera della vita, e di esserne fuori. [...] Non vedeva nulla attorno a
sé; era immerso nel buio. La porta chiudendosi l'aveva momentaneamente accecato.
Anche il finestrino, come la porta, era chiuso. Nessuno spiraglio, nessuna lanterna. [...]
Gwynplaine che non era mai venuto a contatto con la durezza delle leggi, se non
attraverso le esagerazioni di Ursus, si senti come afferrato da un'enorme mano nera.
È spaventoso essere in balia dei misteri della legge. Si può affrontare qualsiasi cosa, ma
davanti alla giustizia si è presi da sconcerto. Perché? Ciò dipende dal carattere
crepuscolare della giustizia umana, in cui il giudice si muove a tentoni. [...] In che modo
cavarsela con l'orribile anonimato della legge? Sotto quell'enigma si sentiva venir meno.
[...] Le prigioni di quei tempi non amavano la burocrazia. Si accontentavano di richiudersi
su di voi, spesso senza sapere perché.
Essere una prigione e avere dei prigionieri, ciò bastava loro.
Differenze e similitudini tra Labirinti antichi e Moderni
La breve lettura del testo di V. Hugo ci introduce ad una delle ricorrenze in ambito letterario :
accade che l’essere libero viene catturato o imprigionato nella ragnatela di un sistema, giuridico e politico, o
burocratico, sadicamente e ottusamente persecutorio, capace di imporre le più efferate torture, per piegare
l’individuo un potere sovrano.
۞ Nell'antico labirinto si restaura il bene e il giusto, l’eroe che uccide il mostro.
۞ Il moderno è talvolta solo metafora di un male e di un ingiustizia contro cui l'uomo
è del tutto impotente, di un potere arbitrario e incomprensibile.
Come attività didattica si propone la lettura e il
•
confronto tra i testi elencati sotto:
un brano del romanzo di F. Kafka , Il processo ; il racconto di Dino Buzzati Sette piani,
un brano del romanzo di V. Hugo , L’uomo che ride.
Consegna: gli alunni devono individuare e riflettere su:
a)
gli aspetti comuni che li attraversano dal punto di vista tematico;
b)
gli aspetti lessicali che contraddistinguono il linguaggio del potere (giuridico, burocratico
etc ;
c)
Individuare in maniera autonoma, lavoro di gruppo, in altri testi letterari e non, film,
fumetti e altro, le richieste dei punti a e b.
Diversità e superiorità
I GRECI E LE MITOLOGIE DEI MOSTRI
«I
Greci sublimarono parecchie paure istintive tramite i mostri della loro mitologia, i loro
satiri e centauri, sirene e arpie; ma riuscirono a razionalizzare quelle paure anche in modo
diverso, non religioso, attraverso l'invenzione di stirpi mostruose e di animali che
immaginavano viventi in zone orientali, soprattutto nell'India. [...] Non si può raccontare
in modo completo la storia anche solo di questo specifico orientamento nella creazione dei
mostri, perché le meraviglie dell'Oriente fissarono per quasi duemila anni l'idea che gli
occidentali si erano formati sull'India, e penetrarono oltre che nella scienza naturale e nella
geografia, in enciclopedie e cosmografie, poemi epici e storie, e furono raffigurate anche
in mappe, miniature e sculture. Essi si trasformarono progressivamente in dati fissi della
mentalità occidentale, e si manifestarono con imprevedibili trasformazioni in modi molti
diversi. Il loro potere di sopravvivenza risultò poi cosí forte che non scomparvero affatto
per effetto delle esplorazioni geografiche, né dopo il diffondersi di conoscenze piú
approfondite sull'Oriente, ma continuarono a esistere in veste pseudoscientifica fino al
XVIII e al XIX secolo » .
Da R.Wittkower, Le meraviglie dell’Oriente. Una ricerca sulla storia dei mostri., in ID. ,
Allegoria e migrazione dei simboli., intr. Di G.Romano, Torino, Einaudi, 1997, pp. 84-152
È il modo migliore per affermare l'assoluta superiorità della propria civiltà: popolare l'altro
mondo - intere regioni, ma anche castelli, palazzi, labirinti - di mostri, di esseri deformi e
pericolosi.
Da collegare con il segmento di Alessandra Traversa
LABIRINTI E SEGREGAZIONI CONTEMPORANEE DELLA
DIVERSITA’
Dunque il labirinto e la diversità : quali sono le connessioni, i legami che noi oggi possiamo stabilire tra il motivo del
labirinto e la tematica della diversità? Quali sono i luoghi,gli spazi, i soggetti , le culture e mentalità, i modi di essere e
di vivere che si incrociano nella società attuale nell’era della globalizzazione? Possono essere considerate le strutture
dei Centri di Permanenza Temporanea come dei campi di detenzione che ci rimandano ad uno dei periodi più tragici
della storia dell’umanità?
Per riflettere intorno a questi interrogativi iniziamo con la lettura di brani
tratti da Lager italiani di Marco Rovelli, edizioni Bur.
I migranti: “Con quella memoria addosso possono raccontare di quel vuoto che sono i
CPT - i Centri di Permanenza Temporanea, giova ricordarlo, l'acronimo innocuo
mimetizza i reclusori degli indesiderabili, li mimetizza come fanno i media, e infatti
nessuno sa nulla. Provate a chiedere in giro quanti sanno cosa sono i CPT, quanti
sanno che esistono nelle nostre città dei lager dove si rinchiude qualcuno solo perché
è un migrante, senza che abbia commesso alcun reato. Raccontare quel vuoto è per
loro un mettersi alla prova, mettere alla prova il proprio senso dell'orientamento. E
una prova di coraggio, anche. Perché ci sono buchi dello spirito che si vorrebbero
dimenticare più in fretta possibile, non si possono ricucire, e solo l'oblio può fare da
cicatrice: vorremmo cancellare ciò che ci ha fatto male, e che continua a farci male
solo a parlarne. Ma nessuno di loro si è rifiutato di parlarne, tutti quanti hanno voluto
dare un nome a quel vuoto che li ha inghiottiti per un tempo privo di forma.
Sono tutte voci salvate, queste. Voci di persone che hanno avuto la fortuna di uscire
dal CPT in suolo italiano. Che, almeno per un momento, ce l'hanno fatta.
Dunque questo libro non può che essere dedicato a tutti quelli con cui non sono
riuscito a parlare, che sono stati espulsi, rimpatriati, che sono rimasti invisibili e senza
nome. Ai sommersi”.
Marco Rovelli
Nel suo libro Marco Rovelli ha raccolto
narrazioni che riguardano più gli uomini
che le donne, più gli africani che gli
europei. Qui viene riportata parte della
lettera di una ragazza bulgara, scritta nel
maggio del 1999, dal CPT di Milano, e
sottoscritta da alcune sue compagne esteuropee.
«È passato un altro giorno. Uno di quelli più brutti della mia vita nel lager per stranieri di via
Corelli 28 a Milano. Da quando sono in Italia per la prima volta sono dispiaciuta per il modo nel
quale si comportano le persone in uniforme che occupano determinati posti. Prima non pensavo
che alcuni italiani potessero essere nazisti, però adesso, stando in questo posto da noi chiamato
lager, ho cambiato idea, sì possono. Una sera alcune ragazze di colore, che stavano in un container
vicino al nostro, stavano protestando perché venivano sempre maltrattate e discriminate per il
colore. Dopodiché noi siamo state portate fuori mentre loro le hanno chiuse dentro senza corrente
né acqua. Poi ci hanno portato a dormire in una grande e sporca stanza su materassi per terra; come
cani, senza bagno e al freddo, perché l'ispettore non voleva fare niente per migliorare la situazione
nel modo più decente possibile. Per loro era più comodo così, portarci fuori al freddo, dandoci
sempre un cibo schifoso che a volte non si riusciva a mandare giù, farci morire di fame, metterci a
dormire su lenzuola di carta. Lenzuola che quando arrivano nuove persone non vengono nemmeno
cambiate. Lasciano quelle delle persone che sono "andate via" facendoci venire fuori delle allergie
cutanee >>.
Intervista a Marco
Rovelli curata da peace
reporter
Marco, perché raccogliere le voci dei migranti?
Anzitutto perché sono senza voce, e c'è bisogno di qualcuno che la susciti. Personalmente, ho intrapreso questo lavoro in seguito alla lettura delle
opere del filosofo Giorgio Agamben, che individua nella 'forma campo' il paradigma principale della biopolitica del '900. La forma campo è la
sospensione del diritto e la produzione di 'non-persone', è il diritto che include escludendo. Questa è la forma moderna della biopolitica, un
concetto creato da Foucalt per definire il salto di qualità della politica della nostra modernità rispetto a quanto la precedeva. La biopolitica è la
presa in carico della vita dell'uomo e delle popolazioni da parte del potere. Non è più un potere che sta in alto, ma si esprime invece attraverso una
microfisica, che penetra il corpo sociale con una serie di micro-snodi. E' la politica che si impadronisce del corpo dell'individuo. Il corpo viene
sottoposto alla disciplina, normato, regolato, e il carcere diventa il paradigma della società biopolitica e disciplinare. Agamben dà un'ulteriore
torsione al concetto e lo mette in relazione con la politica occidentale, con l'idea stessa del diritto: il Novecento è segnato dalla 'forma campo', che
sono tutti quei luoghi dove c'è una reclusione di individui che non vengono riconosciuti come tali dal diritto. Non a caso, nel campo di
concentramento si veniva privati della cittadinanza ebraica, e la cittadinanza è un requisito indispensabile in uno stato-nazione. La 'forma campo'
rivela che i diritti universali sono una finzione. Se non si è cittadini, nello stato-nazione, non si hanno diritti.
Privando l'individuo della sua nazionalità, i Cpt lo privano anche della sua identità. E' cosi?
I Cpt sono l'emergenza di questa logica che sorregge la biopolitica, cioè l'emergenza della crisi e della finzione dell'universalità dei diritti. I diritti
non sono universali ma, come diceva Hanna Harendt, appartengono esclusivamente al cittadino, al garantito, sono riconosciuti a qualcuno solo in
virtù della sua appartenenza. Questa appartenenza è appartenenza alla fortezza degli stati d'Europa, e in generale del nord del mondo.
E se non sei un cittadino sei un bandito, etimologicamente parlando, e oggi i banditi sono i migranti. Nei Cpt la finzione dell'universalità dei
diritti emerge allo scoperto. Il luogo-non luogo dei Cpt è la concrezione fisica della privazione universale dei diritti, dimensioni in cui gli
individui non hanno personalità giuridica e dunque sono esposti a ogni tipo di abuso. Diciamo che il fatto di essere sottoposti ad abuso è la
condizione normale del migrante. Una volta, uno degli argomenti di propaganda contro i regimi dell'est era che i cittadini non potevano uscire da
quei Paesi. Oggi la situazione è esattamente rovesciata, nel senso che chi si è trovato a nascere nel sud del mondo non può varcare le frontiere
perché siamo noi, proprio noi, che glielo impediamo. L'individuo è confinato nel suo sud, non può venire qui neanche in vacanza. Non a caso, se
pensiamo a una genealogia dei campi, scopriamo che i primi campi di concentramento sono nati in situazioni coloniali.
Testo integrale dell’intervista inserito nella piattaforma E-learning
Moni Ovadia recensisce Lager italiani, di Marco Rovelli , confrontate i due brani e
rilevate quali sono i punti di vista dei due autori, e rispondi alle seguenti domande:
1.
Perché M. Rovelli definisce i CPT come Lager, quali sono le similitudini e le
differenze?
2.
Quale posizione assume Moni Ovadia rispetto ai CPT e ai lager ?
“L’iperbole è una delle forme retoriche preferite del linguaggio sopravvissuto alla morte apparente delle ideologie. La terminologia che definisce
le modalità del totalitarismo nazista e dell’universo concentrazionario, pratica estrema e senso ultimo di quel regime, oggi viene mutuata con
ridondanza da coloro che vogliono attirare l’attenzione e l’indignazione dell’opinione pubblica verso le forme della violenza, della guerra, del
razzismo o della repressione contro popoli, minoranze, ceti sociali marginali. Molto spesso, l’uso di quella terminologia è sensazionalistico,
ignora i contesti, le specificità e le differenze, ha il solo scopo di soddisfare il desiderio di schieramento militante a buon mercato da parte di
coloro che se ne servono.
Un libro sui CPT dal titolo “I lager italiani”, sembrava rientrare in questa fattispecie e prima di accingermi alla lettura, ho provato un moto di
fastidio per la scelta di quel titolo minaccioso. La mia sensazione di disagio era del tutto immotivata. Il titolo è pienamente legittimo e
corrisponde con coerenza ad un’opera che ha un intrinseco valore narrativo e una rilevanza morale indiscutibile. Leggendo questi racconti
straordinari e paradigmatici che danno voce e fanno emergere dall’inesistenza uomini a cui l’appellativo infamante di “clandestino” ha tolto
persino le dimensioni reali dell’essere vivente, prendiamo coscienza di quanto la nostra pseudodemocrazia consumista, conviva con nonchalance
con l’eredità totalitaria nazifascista e capiamo in quale misura, una parte della classe politica che ci governa, sia a proprio agio con i princìpi
concettuali che ispirarono quel sistema.
I clandestini rinchiusi nei CPT, non vivono come gli internati dei lager nazisti. Se ci riferiamo alle loro condizioni strettamente materiali, la
correlazione è improponibile ed è lo stesso autore a segnalarcelo nel suo acuto saggio conclusivo per non prestare il fianco ad eventuali critiche
capziose che mirassero strumentalmente a banalizzare l’intero discorso. Il merito non è quello delle pur ignobili condizioni della mera esistenza
dei reclusi, indegne di una qualsivoglia civiltà, bensì le coordinate giuridiche ed ontologiche che definiscono il clandestino e che ne legittimano la
reclusione in uno spazio d’eccezione in cui viene spogliato di ogni status e di ogni diritto.
Marco Rovelli, con la forza di una narrazione che trapassa ogni possibile indifferenza o attenuazione di convenienza e con una lucida,
appassionata riflessione politico-filosofica nel solco dei fondamentali studi di Hannah Arendt e di Giorgio Agamben, dimostra che i CPT sono dei
lager veri e propri e che il ventre che partorisce questo obbrobrio, è il ventre pasciuto della nostra società occidentale.”
Moni Ovadia
I Centri di permanenza temporanea in Libia
,
Lo studioso Angelo Del Boca, esperto di storia del colonialismo italiano in questo articolo richiama alla nostra
memoria le vicende della costruzione dei campi di concentramento in Libia da parte dell’Italia, e confronta
nell’ambito delle politiche migratorie attuali quali siano le caratteristiche che accomunano e differenziano
queste strutture di detenzione . Qui sotto un estratto, si rinvia alla lettura integrale del testo per effettuare i
confronti con altri documenti che verranno specificati e forniti agli alunni.
Concludendo il mio intervento sottolineo un problema contingente
che, purtroppo, rivela analogie con i lager del passato:
«Prodotto tipico dell’odio e del disprezzo per un avversario che si
vuole annientare, il campo di concentramento ideato e costruito dagli
italiani in Libia è, insieme alla forca, lo strumento repressivo più
crudele e malvagio che mente umana abbia potuto escogitare.
Oggi ne parliamo per delinearne tutti i macabri aspetti, ma anche
nella speranza che simili strumenti siano banditi per sempre.
Pur rendendomi conto che i Cpt istituiti in Libia negli ultimi anni
con il consenso e il finanziamento delle autorità italiane, non si
possono configurare come autentici campi di concentramento, essi
rientrano tuttavia in quel novero di strumenti odiosi di repressione
che credevamo estinti».
Libia,
viaggio
nell’inferno
dei
migranti
Libia,viaggio nell’inferno dei migranti
E’la prima volta che il governo libico apre le porte di un centro di detenzione per immigrati.
Lo ha fatto martedì scorso quando, su richiesta della commissione Ue per i rapporti con il
Maghreb, ha concesso ad alcuni parlamentari europei un’ispezione di «due ore» nel cpt di
Fellah, alla periferia di Tripoli, una sorta di «carcere di massima sicurezza» dove sono
attualmente rinchiusi un centinaio di stranieri: uomini, donne e anche bambine in attesa di
espulsione. Il luogo ispezionato, è bene chiarirlo subito, è stato scelto dalle autorità libiche,
ma chi ha avuto la possibilità di visitarlo ne è uscito comunque «sconvolto».
«E’ stata un’esperienza terrificante - racconta in questa intervista Giusto Catania, deputato
di Rifondazione comunista a Strasburgo, che faceva parte della delegazione europea Quando gli immigrati hanno capito che eravamo esterni al carcere, hanno cominciato a dare
pugni e calci contro le porte. Alcuni si sono arrampicati sulle sbarre delle finestre poste in
alto nelle celle chiedendoci di aiutarli a uscire. Gridavano: "qui non ci danno né da mangiare
né da bere", mentre altri tentavano di darci, poi riuscendoci, dei pezzi di carta con delle frasi
in inglese e in tedesco stentato, che adesso cercheremo di decifrare. Si tratta di ragazzi
mediamente sui trent’anni, soprattutto africani, che secondo i nostri accompagnatori libici
sono in cella da pochi giorni, ma dalla loro rabbia si intuiva che sono lì da molto più tempo.
Avevano lo sguardo impaurito, disperato. Sono tenuti chiusi a chiave giorno e notte dentro
celle sovraffollate. Queste hanno portoni di acciaio e scorrono ai lati di un grande atrio dal
quale è possibile vedere i detenuti solo dagli spioncini. Io in Italia ho visitato molti Cpt,
soprattutto quelli siciliani, dove sappiamo che le condizioni in cui vengono tenuti gli
stranieri non sono affatto tenere, ma il cpt di Fellah non è paragonabile, è molto, molto
peggiore. L’organizzazione è appunto tipicamente carceraria, con personale quasi
esclusivamente militare». dal quotidiano Il Manifesto del 22 aprile 2005
LE POLITICHE MIGRATORIE E I CPT
In questa sezione si vogliono affrontare gli aspetti legislativi che sono alla base della nascita dei CPT nell’ambito
più largo delle politiche migratorie. Per una conoscenza più ampia e approfondita della questione si rimanda alla
lettura integrale dei materiali inseriti nella piattaforma e-Learning.
Gli obiettivi che ci proponiamo sono i seguenti:
• Conoscere gli aspetti giuridici essenziali dei Cpt nel diritto italiano
• Confrontare alcuni aspetti dell’attuale diritto italiano sulle politiche
migratorie e la condizione dello straniero nel mondo antico greco e
romano (link Alessandra Traversa sulla condizione dello straniero –
barbaro etc.)
• Confrontare alcuni aspetti dell’attuale diritto italiano sulle politiche
migratorie con il diritto francese (link Marina Marino, Nina Raineri;
es. Sans Papier, )
• Riflessione sul lessico utilizzato nell’antichità per definire lo straniero
(link  Alessandra Traversa), nell’attualità (in francese link Marina
Marino, Nina Raineri)
CERCO UN CENTRO DI GRAVITA’ PERMANANETE
CPT nomen omen
CPT è un acronimo che sta per Centri di Permanenza Temporanea. Balza agli occhi la significativa
paradossalità - ed è una paradossalità piena di senso, da cui conviene partire per dire qualcosa
intorno alla cosa della parola.
Se la permanenza è una condizione che implica stabilità e durata (fino a coincidere con la stessa
sostanza di un soggetto), essa è immediatamente negata dall'attribuzione di una temporaneità, di una
precarietà che la contraddice in adiecto.
I due termini, insomma, si elidono a vicenda, e al loro posto non resta che un vuoto.
La designazione linguistica, dunque, indica già pienamente e compiutamente il senso proprio di ciò
che viene a essere designato: una condizione di assoluta sospensione.
Una sospensione di senso.
Il centro in cui vige questa assoluta sospensione di senso si pone dunque come (non) luogo di
deprivazione, di svuotamento. Uno svuotamento tanto da un punto di vista esistenziale (le storie ne
raccontano ad abundantiam) quanto da un punto di vista giuridico.
da Marco Rovelli, Lager Italiani.
PROSEGUI
Nella legge che li istituisce, l'acronimo dei Centri di Permanenza Temporanea è CPTA.
Ma di quella «A» che sta per Assistenza si è persa memoria, nella prassi.
I CPT vengono istituiti dall'articolo 12 della legge TurcoNapolitano, per tutti gli stranieri
«sottoposti a provvedimenti di espulsione e/o di respingimento con accompagnamento
coattivo alla frontiera non immediatamente eseguibile».
A «trattenere» lo straniero nel centro sono le forze di polizia - il questore, dice la legge, sulla
base di un decreto del prefetto.
È appena il caso di notare come sia paradossale, definire «trattenuto» e «ospite» una persona
arrestata, internata, detenuta.
Il linguaggio, velando, rivela: i paradossali eufemismi, piuttosto che nascondere la realtà,
sembrano mostrarla in tutta la sua evidenza - come tutte gli ambiti d'eccezione, peraltro: si
pensi alla guerra, al fuoco amico, ai danni collaterali, alle bombe intelligenti... Del resto, si
potrebbe asserire, non può che essere un linguaggio paradossale a designare una realtà
paradossale, in cui il diritto, sospendendosi, nega se stesso.
Per approfondire l’argomento dal punto di vista legislativo si
rimanda al materiale della piattaforma E- Learning
Riflessione sul lessico
Una delle attività connesse agli obiettivi che sono stati definiti riguarda l’individuazione dei termini,
delle definizioni, dei modi di dire che si caratterizzano per il loro aspetto discriminatorio nei
confronti del diverso, dello straniero-migrante in questo caso. Gli alunni saranno orientati a
individuare e selezionare in articoli di quotidiani e riviste, testi letterari,filmografia, siti web etc,
quelle parole o espressioni – e non solo linguistiche – che creano una visione stereotipata e fondata
sul pregiudizio.
L’esempio riportato abbraccia le discipline linguistiche coinvolte nel percorso, Italiano,Latino e
Francese, ma si può estendere ad altri aspetti della problematica.
FRANCESCO MERLO, L’Italia
che vive tra egoismo e paura,
Repubblica — 10 giugno 2008
“Solo in Italia li chiamiamo clandestini perché il nostro lessico è povero e
spaventato come noi. Ma il suono marcio della parola clandestini denomina
(e non domina) più il disagio di noi clandestinatori che la condizione umana
dei clandestini, che in Inghilterra sono illegal immigrants, in Francia ormai
da venti anni sono les sans-papiers, in Spagna los sin papeles e in Germania
illegale Einwanderer (violatori di confine). Alla fine solo noi ancora ci
illudiamo che basta guastare un parola per trasformare l' immigrato, che alla
luce del sole è senza documenti, nel male vivente che "si nasconde al
giorno", nel "clam dies tinus" dei latini, nel clandestino che traffica nel buio
come le mammane degli aborti "clandestini" o come i terroristi che in
"clandestinità" confezionano bombe e agguati. Per non sentirci sopraffatti
dalla prepotenza della loro miseria li clandestinizziamo di prepotenza “
Guido Viale, La grande avventura dall' India all' Europa,
Repubblica — 12 gennaio 2007
Zingaro viene dal greco athinganos, che vuol dire intoccabile.
E' termine di derivazione sanscrita: rimanda probabilmente a una delle tribù
dravidiche che occupavano l' India prima degli arii, e che sono poi confluite nelle
caste dei paria. Gitano o zigano viene da egiziano: gli zingari sono stati confusi a
lungo con i copti fuggiti dall' Egitto dopo l' invasione araba perché sono sempre stati
visti come un popolo in fuga. Rom vuol dire fatto di fango, come Adamo, ma anche,
semplicemente, uomo; è il termine con cui la principale etnia zingara designa se
stessa. Sinti, termine di più pretta derivazione indoeuropea, è il nome con cui altri
zingari indicano la propria etnia.
Calderas (fabbricanti di pentole), lautari (fabbricanti di liuti) e lovara (allevatori di
cavalli) sono nomi che vari rami del popolo zingaro hanno assunto dal loro mestiere;
come, senza connotati etnici, anche giostrai o uomini del circo. Bohèmien è
diventato sinonimo di chi vive, in miseria, della propria arte o delle proprie passioni;
ma inizialmente designava gli zingari a cui un editto del re di Boemia attribuiva
libertà di circolare e di amministrare autonomamente la giustizia.
Camminanti è il nome degli zingari in Sicilia. Nomadi è il termine burocraticopoliziesco con cui vengono designati in Italia; soprattutto quelli rinchiusi nei campi.
Nei nomi con cui gli zingari sono stati o si sono chiamati nel tempo c' è già molto
della loro storia e della loro condizione: un popolo antico come la Terra, di esuli, di
emarginati, di perseguitati, pronti ad adattarsi alle attività e alle condizioni di vita più
disparate.
La loro persecuzione è antica: erano stati cacciati, insieme a ebrei e mori, dalla
cattolicissima Spagna della regina Isabella poco dopo il loro arrivo in Europa.
In Prussia e nel ducato di Milano era stabilito che potessero venir messi a morte
senza processo. Venezia aveva decretato che i cigani ritrovati nel territorio della
repubblica potessero essere ammazzati senza incorrere in alcuna pena.
E se fossi diverso…
“Lo straniero che fa paura è quello che viene a
insediarsi, per rifarsi una vita; spesso è
povero e disperato. La povertà non è
fotogenica. Ma quell' uomo disperato potreste
essere voi o potrei essere io.
Non dimentichiamo mai che il destino non è un
fiume tranquillo né una serata estiva con gli
amici. Il destino è misterioso. Non si sa mai
che cosa ci riserva.
La paura dell' altro, la fissazione che lo straniero
sia una minaccia per la mia sicurezza, sono
sensazioni irrazionali che appartengono all'
istinto animale. Siamo uomini: facciamo
qualcosa per espellere di nostri cuori questi
istinti primordiali e nocivi!
Perché un giorno o l' altro, saremo noi a trovarci
sull' altro versante di questa paura e di questa
esclusione, perché saremo diventati stranieri.”
Tahar Ben Jelloun
da Repubblica, 13 novembre 2007
Dal libro al film
Prendendo spunto dalle affermazioni dello scrittore marocchino
Tahar Ben Jelloun, si propone un’attività didattica con l’obiettivo far
riflettere e valutare criticamente in un contesto o situazione in cui siamo
noi “Occidentali” a diventare l’altro o siamo stati l’altro, come testimonia la
nostra recente storia di popolo di emigranti.
Leggere, analizzare e confrontare con altri testi sullo stesso argomento, brani
tratti dal libro di Maria Pace Ottieri “Quando sei nato non puoi più
nasconderti”, ed. A.Mondadori Scuola.
1. Visione del film “Quando sei nato non puoi più nasconderti”di Marco Tullio
Giordana, liberamente tratto dal libro di M.P. Ottieri ; scheda e analisi del
film.
2. Leggere, analizzare e confrontare con altri testi sullo stesso argomento, brani
tratti dal libro di G.A. Stella “L’orda. Quando gli albanesi eravamo noi”.
Le schede di lavoro dell’attività sono inserite nella piattaforma E-Learning
Non-luoghi Non-persone
nell’era della globalizzazione
Qualcuno ha definito la complessità della società contemporanea un dedalo intricato,in cui il
destino delle persone è determinato da forze che vanno al di là del controllo di un singolo stato
o nazione. La diffusione della globalizzazione gioca un ruolo principale in questo destino, con
effetti negativi e tragici per le persone o gruppi umani più deboli
Afferma nel suo libro Vite di scarto, lo studioso polacco Zygmunt Bauman:
“ Vi è un’altra funzione utile che i rifiuti umani possono svolgere
per far sì che il mondo continui ad andare come va.
I rifugiati, gli sfollati, i richiedenti asilo, i sans papier sono i rifiuti della globalizzazione”
“Se un luogo può definirsi come identitario, relazionale, storico, uno spazio che non può
definirsi né relazionale né storico, definirà un nonluogo”
Così sostiene l’antropologo francese Marc Augè, nella sua ricerca Nonluoghi, dove definisce
la provvisorietà di alcuni spazi e vicende umane, dalle catene alberghiere alle occupazioni
abusive, dai campi profughi alle bidonville. Sulla traccia di queste riflessioni possiamo noi
definire i CPT un nonluogo? Gli alunni saranno guidati attraverso la proposta di materiali e
attraverso la loro scoperta autonoma, all’individuazione di quelli che nella società attuale
possono essere definiti nonluoghi, dove l’identità delle persone rischia di smarrirsi o essere
indotta a perdersi.
PROSEGUI
Luoghi
Non Luoghi
Nuovi Luoghi
Una delle attività sperimentali da sviluppare nel percorso labirintico della
società contemporanea riguarda la visione degli spazi della modernità e di
come essi vengono vissuti e percepiti.
Un progetto nato all’interno dell’università di Roma “ La Sapienza”, Facoltà
di Architettura, ad opera del Gruppo RA = R+ RV
[LaRealtàAumentataèlaRealtà+Realtàvirtuale] , ci immette in una ricerca che
partendo dalle definizioni di Marc Augè, “Lo scopo di questa ricerca è quello di
sondare il significato che viene assegnato al concetto di LUOGO e l'evoluzione che
questo concetto ha subito nel tempo “
Link Gruppo RA
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File - IL LABIRINTO DELLA DIVERSITA