10°
Angelo Colombo
Portiere – 1.68 m
Con l’Hellas: 53 presenze e 70 gol subiti
Iniziò la sua carriera nella Pro Vercelli dove disputò 5
campionati tra Serie D e Serie C.
Un anno al Messina e poi il passaggio al Cagliari nel 1960. Con
lui in porta la squadra sarda compì il salto dalla Serie C fino alla
massima serie.
La Juventus lo acquistò nella stagione 1965-1966 per affidargli
il ruolo di riserva di Roberto Anzolin. In tre anni di milizia
bianconera vinse lo scudetto 1966-1967. Nella Juventus
collezionò complessivamente 5 presenze, tutte concentrate
nel 1967-1968,tra cui il derby disputatosi pochi giorni dopo la
morte di Gigi Meroni, conclusosi 4-0 per il Toro.
In quello stesso anno disputò anche un incontro di Coppa dei
Campioni contro l'Olympiakos.
Venne ceduto al Verona nel novembre del 1968 e in riva
all'Adige ricominciò a giocare con più continuità alternandosi
tra i pali con Giovanni De Min, Mario Giacomi e Pierluigi
Pizzaballa.
Al termine della stagione 1972-1973 all'età di 38 anni,
abbandonò la Serie A per scendere di categoria giocando altri
due anni nell'Omegna prima dello stop definitivo.
9°
Robert Prytz
Centrocampista – 1.70 m
Con l’Hellas: 133 presenze e 24 gol
Era un giocatore atipico Robert Prytz, con un fisico tozzo e compatto. Non a caso
quando giunse a Verona, nell'estate del 1989 dall'Atalanta, venne accolto con
perplessità: •«I svedesi de solito i è alti e robusti: l'unico picolo e ciciòn el né capità
a noantri•», mormoravano i tifosi vedendolo le prime volte sul campo. In realtà, al
di là dell'aspetto non proprio da atleta (i riccioli biondi e due gote perennemente
rosse lo avvicinavano più a un assiduo bevitore di birra), Prytz era in possesso di
ottime doti tecniche oltre che di esperienza e generosità. Un'ottimo professionista
che divenne presto il leader della squadra, attraversando da protagonista in campo
uno dei periodi più travagliati della storia dell'Hellas.
In terra scaligera Prytz vive stagioni particolarmente intense. Nel 1989/90 fa parte di
quell'•»armata brancaleone•» costruita da Chiampan con i scarti di mezza Italia,
che diventò grazie all'ennesimo capolavoro di Bagnoli, uno dei Verona più amati dai
tifosi. Una squadra che nonostante i palesi limiti tecnici riuscì a lottare per la
salvezza fino all'ultimo spasimo e a togliersi lo sfizio di levare al Milan un titolo che
sembrava già vinto.
Ma anche l'anno successivo i gialloblù riuscirono a far breccia nei cuori dei tifosi. Pur
in mezzo a mille difficoltà societarie (con la tragicomica presidenza iraniana), i
ragazzi di Fascetti riuscirono a tirar dritto per la propria strada terminando il
campionato dietro solo al spettacolare Foggia di Zeman. Il tutto con un Prytz
superlativo, capace di trovare per undici volte la via del gol oltre che ad illuminare
con i propri sapienti piedi la manovra gialloblu.
Le cose vanno invece peggio l'anno successivo. La squadra partita con ambizioni
europee si perde ben presto tra gli infortuni fisici di Stojkovic e quelli calcistici di
Raducioiu, e conclude con una desolante retrocessione. Anche per Prytz è una
stagione piuttosto sfortunata. La splendida doppietta al Bentegodi che quasi regala
all'Hellas una clamorosa qualificazione in Coppa Italia ai danni dell'invincibile Milan
di Capello, e il titolo di capocannoniere della squadra (con soli 4 gol!) comunque
servono a rendere meno amara la delusione del ritorno in B. Che sarà il teatro della
sua ultima annata in gialloblu. Un finale amaro. La squadra infatti, mal guidata da
Reja, si deve arrendere ad un mediocre campionato e lo stesso Prytz, nonostante i
sei gol stagionali, comincia malinconicamente a palesare l'incedere dell'età,
mostrando in troppe occasioni una lentezza ed una staticità che mal si sposano con
il clima battagliero ed infuocato della serie cadetta. Meglio allora dire addio, anche
per non turbare un rapporto con la tifoseria diventato nel tempo sempre più
appassionato.
Allo svedese non rimane che ritornare prima in patria e poi in Scozia dove lo
aspettano dei campionati indubbiamente meno impegnativi e stressanti, ideali per
spendere gli ultimi spiccioli di una grande carriera (con più di cento gol all'attivo) nel
modo più divertente. Prytz, dispensando perle di classi nei modesti campetti della
periferia scozzese, si diverte a tal punto da abbandonare l'attività agonistica solo nel
2002, quando a quarantadueanni suonati decide finalmente di appendere le scarpe
al chiodo. E dedicarsi ad una nuova carriera: quella di allenatore.
http://www.hellastory.net/popups/scheda.cfm?id=F99154B0-4854-12EABD17408A54886967
8°
Mario Guidetti
Centrocampista – 1.69 m
Con l’Hellas: 49 presenze e 3 gol
Guidetti era un mediano di quantità e qualità[1], impiegato
prevalentemente in fase di copertura; all'inizio della carriera ha
giocato anche come fluidificante a sinistra[2]. Dotato di un buon
sinistro, era in grado anche di impostare l'azione con lanci
precisi[1], o concluderla personalmente con tiri da fuori area[1][3]
Inizia la carriera in Serie C nel Verbania, dove milita per tre
stagioni di Serie C[3]. Nelle annate successive gioca
nel Piacenza[2] e nella Solbiatese, prima di passare al Como,
militante in Serie B. Con i lariani conquista immediatamente la
promozione in Serie A, al termine del campionato 1974/75, ed
esordisce nella massima serie il 5 ottobre 1975 nella sconfitta
esterna a Napoli (1-0). A fine stagione il Como ritorna in Serie B, e
Guidetti vi rimane fino all'ottobre 1977, quando viene ingaggiato
dal Lanerossi Vicenza, in Serie A. In Veneto si impone
immediatamente come titolare del cosiddetto Real Vicenza, sotto
la guida tecnica di Giovan Battista Fabbri[3], e conquista il secondo
posto in classifica dietro allaJuventus. Dopo un altro campionato
a Vicenza conclusosi con la retrocessione in Serie B della squadra,
passa al Napoli[4], dove rimane per tre stagioni contribuendo al
terzo posto nel campionato 1980/81. Nel 1982 si accasa all'Hellas
Verona, dove gioca per due stagioni nella massima serie: poco
impiegato nella prima (8 presenze e 1 rete), ritrova continuità di
impiego nella seconda (21 presenze e 2 reti). Alla vigilia
dello scudetto gialloblù nel 1984 torna in Serie C: milita per una
stagione all'Ancona[5] e per una nella Pro Vercelli, dove termina la
carriera in seguito ad una squalifica nell'ambito dello Scandalo
del calcio italiano del 1986[6].
In Serie A, in 154 partite, ha segnato 18 reti (con 6 rigori realizzati
su 6 tirati).
7°
Giuseppe Iachini
Centrocampista – 1.68 m
Con l’Hellas: 63 presenze e 4 gol
Nel 1987-88 approdò in gialloblù Giuseppe Iachini che,
dopo 6 anni trascorsi nell'Ascoli di Costantino Rozzi, decise
di dare una sterzata alla propria carriera approdando in un
club che in quegli anni rappresentava quasi l'elite.
Era un trottolino tracagnotto e un po' ciccione, che stupiva
per la veemenza con cui s'azzardava a sradicare palloni dai
piedi degli avversari, in mezzo ai quali sapeva rotolare
impavido; non era altrettanto bravo ad impostare né a
concludere, nonostante l'applicazione immancabilmente
generosa.
Di lui i tifosi ricordano indubbiamente la traversa che colpì
nei quarti di finale di Coppa Uefa a Brema, traversa che
spense i sogni di gloria dei supporters gialloblù.
Beppe disputò un'altra buona annata prima di trasferirsi,
come fecero purtroppo troppi giocatori in quel periodo a
causa dei problemi finanziari della società, alla Fiorentina.
http://www.hellastory.net/popups/scheda.cfm?id=BABA3BF04854-12EA-BD999F4D5A37C173
6°
Franco Bassetti
Ala – 1.60 m
Con l’Hellas: 56 presenze e 14 gol
BASSETTI nel 1956/57 segna il primo
gol del campionato ed anche l'ultimo
(importantissimo) che ci garantisce la
promozione in Serie A; CONTI, oltre ad
essere un'aletta guizzante «ante
litteram» è diventato Campione
d'Italia, come allenatore, nel 1965/66
con la squadra Allievi e l'anno
successivo Campione d'Italia con la
squadra Primavera.
5°
Luciano Bruni
Centrocampista – 1.70 m
Con l’Hellas: 158 presenze e 6 gol
E' ancor più «Nanu» di Galderisi. Già, Luciano Bruni è 1,68, un paio
di centimetri più basso del compagno, anche se gli almanacchi,
molto generosamente, gliene attribuiscono qualcuno di più. Una
«falsità» che comunque il centrocampista si porta dietro sin dagli
inizi della carriera, quando pure faceva parte della nazionale
juniores e quando in lui molti vedevano «un nuovo De Sisti».
Unico handicap, si diceva, la statura, che già una volta aveva
bocciato il promettente ragazzino, ai tempi in cui giocava negli
allievi del Livorno. Bruni, nonostante le indubbie doti, era stato
scartato dagli osservatori di Milan, Inter e Napoli proprio per
qualche centimetro in meno.
A salvargli il futuro intervenne però Sergio Cervato, ex
centromediano della Fiorentina e della nazionale, che nel 1976
andava alla ricerca di giovani talenti per la società viola. Cervato
capì subito che il ragazzino andava preso a qualunque prezzo e
finse stupore quando un dirigente del Livorno gli sparò la cifra di 60
milioni, che allora appariva stratosferica per un giocatore di
nemmeno 16 anni. In realtà di ragazzini così, «a quel prezzo confessò a trattativa conclusa - ne comprerei una dozzina».
Lo stesso Cervato, comunque, ingannò il suo vecchio amico e
responsabile del settore giovanile della Fiorentina Egisto Pandolfini
scrivendo in tutte le sue relazioni che Bruni era alto 1,72.
Sembra addirittura che Martelli, allora presidente del Livorno, si
fosse vantato in giro di aver rifilato una «storica bidonata» ai cugini
viola, una bidonata che comunque, vista la classe, l'autorità e la
grinta con cui il piccoletto sa stare in campo, tutti vorrebbero
prendere.
Luciano Bruni è nato a Livorno il 24 dicembre 1960; è alto 1,70 e
pesa 66 kg; ha esordito in serie il 12 ottobre 1978 (Fiorentina-Lazio
3-0); ha iniziato la carriera nelle giovanili del Livorno, per essere
acquistato dalla Fiorentina nel 1976; sei stagioni di serie A con la
maglia viola per un totale di 29 presenze (1 gol); poi due
campionati di serie B, il primo con la Pistoiese (17 gare, nessun gol)
4°
Mauro Ferroni
Centrocampista – 1.70 m
Con l’Hellas: 153 presenze e 0 gol
Tifosi gialloblù e avversari gli hanno coniato il nomignolo di «doberman», per la
ferrea guardia che Mauro Ferroni esercita sugli attaccanti assegnatigli da Bagnoli
in custodia. E' forse uno dei giocatori che il tecnico predilige maggiormente,
antipersonaggio, una punta di timidezza, serio, educato e riflessivo. Ma
soprattutto implacabile nell'assolvere le consegne.
Scapolo, ma non impenitente, ha lasciato giovanissimo Roma (è nato nel cuore
di Trastevere) e una famiglia con sette fratelli (di cui uno, Armando, gioca
nell'Avellino) per approdare prima a Lucca e poi a Genova, dove con la
Sampdoria ha disputato otto campionati ad altissimo livello. E quando ha dovuto
sostituire addi (una delle colonne del primo Verona targato-Bagnoli) passato alla
Roma, il tecnico non ha esitato a scegliere lui, Ferroni, un difensore che
nonostante la grinta e la decisione negli interventi si muove con eleganza e
coordinazione.
Lo scorso inverno è venuto a mancare per un paio di mesi a causa di problemi ai
legamenti di un ginocchio e la sua assenza ha seriamente preoccupato tutto
l'ambiente gialloblù. E lui, professionista esemplare, ha stretto i denti, accelerato
i tempi del recupero ed è prontamente tornato in trincea, permettendo a
Bagnoli e alla squadra di assumere una disposizione tattica (Volpati era arretrato
a marcare un attaccante, con tutti gli scompensi al centrocampo) più congeniale
ai singoli e al collettivo.
La passione di Ferroni è la cucina: vive infatti solo ed ha imparato a badare a se
stesso anche per le necessità alimentari. Romano da generazioni, ama la buona
tavola e spesso prepara per gli amici squisiti bucatini alla amatriciana da
innaffiare con vino Frascati.
Mauro Ferronl è nato a Roma il 10 dicembre 1955; è alto 1,70 e pesa 65 kg. Ha
esordlto in serie A il 5 ottobre 1975 (Sampdoria-Lazio 0-1). Ha incominciato la
carriera nell'OMI di Roma (serie D, 34 partite), poi un anno di Lucchese (serie C,
24 partite) per arrivare alla Sampdoria nella stagione 1975-76; otto i campionati
in maglia blucerchlata, tre in serie A (48 partite, 1 gol) e cinque in serie B (175
partite, 2 gol). Il Verona lo ha acquistato all'inizio della stagione 1983-84 e nel
primo campionato in maglia glalloblù ha disputato 27 partite.
http://www.hellastory.net/popups/scheda.cfm?id=F44FF139-9B5A-8F7677816AED5DBA16F0
3°
Josè Guimaraes Dirceu
Centrocampista – 1.70 m
Con l’Hellas: 47 presenze e 6 gol
Il gol al 90’ di Zeytulaev contro la Pro Patria (2007-08) Dirceu è stato
sicuramente un grande campione, ma soprattutto un grande uomo. Per
una persona speciale come lui mi sembrava giusto dedicargli una
pagina speciale. Ho deciso così di usufruire delle splendide parole del
mitico Puliero per raccontare la sua esperienza veronese. Un modo
simpatico e divertente per ricordare una persona che non è più tra noi:
•«Era dai tempi del •»favoloso•« Gundersen e del mitico Emanuele Del
Vecchio che il Verona non aveva potuto schierare tra le sue fila un
giocatore straniero, ora nel 1982-83 con la riapertura delle frontiere
finalmente ritornarono ad accendere le fantasie dei tifosi anche
giocatori fuori dall'Italia. I primi furono il polacco Zmuda e il brasiliano
Dirceu, trentenne brasilero giramondo che già aveva portato i suoi
tocchi fantasiosi in Spagna e in Messico oltre ad aver partecipato ai
mondiali del 1982. Dirceu, proprietario del suo cartellino assai prima
della cosiddetta •»era-Bosman•«, portò subito una carica di
travolgente simpatia. In campo, era un brasiliano per molti versi atipico.
Evitava accuratamente il dribbling, e correva senza sosta con i capelli al
vento nelle vicinanze della palla. Una volta ricevuta, subito la smistava
rigorosamente di prima con tocchi mirabili. Sapeva inoltre inventare
lanci lunghissimi, e, quando capitava l'occasione, esplodeva superbi tiri
da lontano: la sua battuta fondava violentemente la palla verso
l'obiettivo, nei pressi del quale essa pareva improvvisamente rallentare
per poi scendere - diceva lui- con un •»giro di samba•«. Egli fu un
insuperabile reclamizzatore di se stesso. In allenamento sorrideva
sempre. Regolarmente accerchiato da drappelli di tifosi, a tutti regalava
un festoso •»ciao amigo•«. Rispondeva con gentilezza a chiunque, e si
faceva in quattro per accettare i mille inviti che da ogni parte gli
rivolgevano. Dirceu faceva tutto ciò per una scelta meditata, ma anche,
certamente per reale cordialità. Me ne resi conto di persona il giorno in
cui due maestre delle scuole materne di Buttapietra mi pregarono
trepidanti di contattarlo per la premiazione di un torneo di calcio dei
bambini. José accettò immediatamente; poi mi cercò più volte in serata
per scusarsi, perché era stato spostato l'allenamento e avrebbe tardato
di mezz'ora. All'asilo di Buttapietra si trovò davanti 200 bambini
festanti. Avrebbe potuto dare una medaglietta ai 10 capisquadra e già
tutti ne sarebbero stati lieti. Invece lui volle regalare una sua foto,
salutare e baciare i bambini uno ad uno, regalando a ciascuno il suo
autografo con dedica e non di rado informandosi di un taglietto sul dito
o di un brufolo sul naso. Se ne andò sommerso dall'affetto della gente.
Bagnoli ne aveva all'inizio accolto l'arrivo con perplessità: Dirceu era
stato ingaggiato solo negli ultimi giorni di mercato e nel suo ruolo c'era
già Guidolin, giocatore amato e stimato. Il brasiliano però ci mise poco a
conquistare un posto da titolare e il suo primo gol italiano portò alla 7•°
giornata il Verona ad un incredibile primo posto in classifica. Le sue
2°
Osvaldo
Bagnoli
Mediano – 1.70 m
Con l’Hellas: 99
presenze e 30 gol
Malinconico, introverso, diffidente, testardo, assolutista: quante ne sono state dette su Osvaldo Bagnoli nei vari momenti della sua
ascesi, un personaggio scomodo perché personaggio non era, nemmeno ribaltandolo, provando a trasformarlo in un antipersonaggio. Bagnoli era ed è, fuori dal campo, un uomo normale, che conduce un'esistenza tranquilla, dotato di una grandissima
umanità e di una modestia spontanea, sincera. Una vita che contrasta con quello che poi Osvaldo seppe fare sul campo ottenendo
risultati straordinari con tutte le sue squadre, frutto di una capacità e di una preparazione che lo fanno indubbiamente appartenere
al ristretto novero dei migliori di sempre in Italia. Un allenatore eccezionale, capace di ottenere sempre il massimo dal materiale
umano, spesso poco più che discreto, che gli veniva messo a disposizione. Un solo trofeo per lui in bacheca, ma che vale quanto, se
non più di una coppa Campioni: uno scudetto in un capoluogo di provincia (Verona), un'impresa riuscita a nessun altro da quando
esiste
il
girone
unico.
Di lui non si può dire che sia stato un innovatore tattico o un roboante condottiero di uomini. Eppure pochi come Osvaldo Bagnoli
hanno saputo sottolineare con gli esiti del proprio lavoro l'importanza dell'allenatore. Smentire l'assioma che vorrebbe ininfluente il
tecnico, senza la presenza di adeguati fuoriclasse. Il Verona 1984-85, ultimo intruso della storia all'esclusivo desco metropolitano
dello scudetto, non conteneva fuoriclasse, ma un gruppo di buoni giocatori, nessuno dei quali, oltre quella parentesi, ha annoverato
in carriera grossi successi. Eppure Bagnoli, con quel suo fare ammiccante e riservato, riuscì a portarlo allo scudetto, superando rivali
che i fuoriclasse invece li avevano ben esposti in vetrina. E si trattava dei più grandi del mondo: Maradona, Platini, Rumenigge, Zico.
http://www.hellastory.net/popups/scheda.cfm?id=72918615-485412EA-BD4E2366E24FDD70
1°
Giuseppe Galderisi
Attaccante – 1.68 m
Con l’Hellas: 151 presenze e 45 gol
Coppa Uefa 1983/84: Stella Rossa- Hellas Verona 2-3. Obbligatorio quando si parla di Verona e di
Galderisi iniziare da quella partita memorabile, una delle pagine più belle della storia gialloblu. L'Hellas
dopo aver vinto 1 a 0 al Bentegodi si presenta a Belgrado con l'intento di difendere l'esiguo vantaggio,
ma la partita si fa fin da subito molto difficile. Fortuna che quella è la sera di •«Nanu•», e che sera!. Con
due autentiche prodezze il piccolo attaccante gialloblu regala al Verona una splendida vittoria e a sé
stesso una fama europea. Le immagini delle sue reti, trasmesse in •«Eurogol•», scomodano voci
importanti della critica continentale e gli valgono il paragone ad un altro •«piccolo•» ricco di talento,
un certo Diego Armando Maradona. Attaccante rapido, grintoso, inarrestabile nelle giornate di vena,
nonostante la statura •«Nanu•» sapeva anche colpire egregiamente di testa.
Giuseppe Galderisi nasce a Salerno il 22 marzo 1963. Sin da giovanissimo mostra le sue qualità di
pocket-bomber e la Juve non se lo lascia scappare. Trasferitosi a Torino, a soli 16 anni esordisce in
Coppa Italia, a 17 in Campionato (Perugia-Juve 0-0 del 9 novembre 1980) e a 18 è già decisivo. E' la
stagione 1981/82 e la Juventus per aggiudicarsi lo scudetto punta sul giovane attaccante campano che
ricambia la fiducia segnando 6 gol in 424' di gioco, dando alla squadra il guizzo decisivo nello sprint con
la Fiorentina. La stagione successiva è invece avara di soddisfazioni: solo sette spezzoni di partita.
D'altra parte quello juventino non era l'ambiente ideale per un giovane ricco di talento ma ancora
acerbo per una grande. Nanu Galderisi arrivava allo stadio in tram, mentre i compagni parcheggiavano
le loro lussuose fuoriserie. Chiaro che per esplodere avrebbe dovuto trovare un ambiente più affine al
suo, Verona, dove sul tram per gli allenamenti avrebbe addirittura incontrato il suo allenatore Bagnoli.
Jeans, maglietta e scarpe da tennis sono il suo abbigliamento preferito, Paolo Rossi il suo modello.
Galderisi mostra già nella sua prima stagione gialloblu tutte le sue qualità: 7 gol in campionato e le
•«notti magiche•» in Europa. La stagione 1984/85 è quella dello scudetto e Nanu è ancora una volta
decisivo: con Elkjaer come compagno d'attacco riesce a sfruttare stupendamente i varchi aperti dal
danese, trasformandosi in autentico mattatore. Il bottino finale è di undici reti tra le quali sono da
ricordare la doppietta a Firenze, il gol del vantaggio con la Juventus al Bentegodi e quello segnato
all'Avellino nel giorno della grande festa finale. La stagione successiva Galderisi disputa un'altro buon
campionato condito da sei reti e soprattutto dalla convocazione per i mondiali del Messico insieme ai
compagni di squadra Di Gennaro e Tricella. L'esperienza con l'Italia è purtroppo da dimenticare: dopo
aver stentato nel girone iniziale la nazionale viene fatta fuori dalla Francia di Platini e Galderisi in 325' di
gioco non riesce mai a centrare la rete. Conosciuto ormai a livello mondiale Nanu lascia Verona per
approdare al Milan: siamo all'alba del ciclo di Sacchi che porterà la squadra rossonera a dominare la
scena calcistica mondiale. Una stagione deludente (solo 3 gol) impedisce però all'attaccante campano di
prendere parte a questi successi. L'anno successivo si ritrova addirittura in B con la maglia della Lazio
per una promozione sofferta. Giuseppe nell'estate 1988 ritorna al Verona e l' annata è tutto sommato
positiva: con le sue 4 reti contribuisce a un soddisfacente undicesimo posto per la squadra gialloblu
giunta ormai al tramonto dell'era Bagnoli. Ritornato al Milan non riesce a trovare spazio tanto che ad
ottobre finisce al Padova in serie B. Nella squadra biancoscudata rimane per ben sette stagioni (le
ultime due in serie A) collezionando 197 presenze e 46 gol. Nel 1996 ormai trentatreenne Galderisi
decide di partire per la rinata lega calcistica statunitense. La sua è una scelta di vita: Nanu rimane tre
anni negli USA prima come calciatore poi come collaboratore di Zenga nei New England Revolution.
Tornato in Italia l'ex centravanti campano si trova oggi ad allenare la Cremonese in C2. Questo è
Giuseppe Galderisi un calciatore che, nonostante le 10 presenze collezionate nella nazionale italiana,
non ha forse mantenuto in pieno le promesse del suo sfolgorante avvio di carriera ma che tuttavia ha
saputo regalare ai tifosi gialloblu emozioni indimenticabili.
http://www.hellastory.net/popups/scheda.cfm?id=82238DE9-4854-12EA-BD98B17A57055ADA
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1.68 m Con l`Hellas: 53 presenze e 70 gol subiti