LA PAZIENZA
DI GIOBBE
E LA SAPIENZA
DI SALOMONE
Virtù e Tradizioni a confronto
tra Vicino Oriente Antico
e Occidente Contemporaneo
Le fonti bibliche


In questo corso affronteremo un tema affascinante,
quello della nozione e del concetto di “sapienza”
nella Bibbia, utilizzando due testi: il libro di Giobbe
come opera o testo sapienziale classico, anzi il
maggiore dell’intera Bibbia…
e il libro della Sapienza, che è virtù attribuita
soprattutto al gran re Salomone, e opera o testo
sapienziale, elaborato probabilmente da uno
scriba ebreo in un contesto culturale ellenistico
(Alessandria d’Egitto).
Il canone biblico

Se per il libro di Giobbe non vi è stato mai il
problema della sua canonicità, per il libro della
Sapienza si è, invece, posto: infatti esso ha trovato
posto nel Canone cattolico solamente nel 1546 al
Concilio di Trento, che lo inserì, insieme con altri sei
libri di matrice ellenistica, e solo in parte ebraica, e
precisamente: i libri di Tobia, Giuditta, Primo e
Secondo dei Maccabei, Siracide e Baruc (detti anche
deutero-canonici). I Protestanti, pur avendone
grande stima, non hanno mai posto il libro della
Sapienza nel loro Canone.
I libri sapienziali I



Nella Bibbia sono denominati “Sapienziali” 5 libri
del Primo Testamento: Giobbe, Proverbi, Qoèlet (o
Ecclesiaste), Siracide e Sapienza.
In questo corso noi ci riferiremo soprattutto, come
d’accordo, a Giobbe e al libro della Sapienza, ma
non trascureremo di fare dei cenni agli altri, ad
esempio al Qoèlet e ai Proverbi.
Alcuni studiosi a volte associano ai libri sapienziali
anche i Salmi e il Cantico dei cantici: noi comunque ci
atterremo alla suddivisione più classica.
I libri sapienziali II


La letteratura “sapienziale” ha caratterizzato molto la
riflessione sui temi dell’uomo e del “divino” l’intero
Vicino Oriente Antico: troviamo infatti testi sapienziali
nell’Antico Egitto, in Mesopotamia, in Edom, in Arabia,
e verso est fino ai confini con le altre grandi culture
iraniche e quelle oltre la valle dell’Indo: induismo,
buddismo e nell’estremo oriente il taoismo e il
confucianesimo.
La “sapienza” dunque è un tratto caratteristico che
possiamo riferire - in modi diversi - a tutte le
popolazioni dell’Antico Oriente.
I libri sapienziali III



Le parti più antiche di questi testi (ad esempio dei
Proverbi) altro non sono che precetti di sapienza
umana, di saggezza e di buon senso.
In Israele, però, avviene a un certo punto (secc. IX - VIII
a. C.) una specie di fusione tra questo sapere popolare
e un sapere religioso che si viene formando attorno al
culto di un Dio locale chiamato Jahwe.
I sapienti allora, lentamente, fanno entrare nelle loro
raccolte dei cenni di una dottrina teologica, che illumina
progressivamente le dottrine umane prospettando una
finalità e un destino non solamente terreni.
I libri sapienziali IV


La sapienza allora, da una configurazione connotata
come suprema virtù umana, comincia ad essere
concepita come figura divina, come rappresentazione di
una qualità eccelsa e inattingibile. Inizia un lungo
percorso che finirà, in epoca cristiana con
l’identificazione della Sapienza con Cristo Gesù.
Ma, in realtà, che cosa si intende per “sapienza”? La
sapienza è ciò che permette all’uomo di operare con
giustizia, pietà e timore di Dio, evitando la stoltezza,
l’iniquità e l’empietà.
I libri sapienziali V


La sapienza insegna che l’uomo non ha un diritto alla
felicità indipendentemente dalle sue azioni, e che,
comunque, anche in presenza di una vita virtuosa, a
volte può darsi che non vi sia una remunerazione
proporzionata…, ovvero che tocchino in sorte prove
difficilissimi, come vedremo studiando il libro di Giobbe.
Comincia a delinearsi una visione che non prevede
soltanto la prospettiva di una remunerazione per il
bene fatto o di una punizione per il male fatto, ma
anche la possibilità di un esito che non dipende
dall’uomo, bensì dall’imperscrutabile volontà di Dio.
I libri sapienziali VI


Non vi è nei testi che studieremo ancora una dottrina
dei “fini ultimi” o della immortalità dell’anima nei libri
che studieremo, perché questa sarà prospettata solo in
scritti successivi e molto prossimi all’era cristiana, e
precisamente nel libro di Daniele (12, 2) e nel Siracide,
che si presume siano stato redatti in tempi non
antecedenti al I sec. a. C..
La dottrina dei fini ultimi e dell’immortalità dell’anima
ripugnavano alla mentalità ebraica tradizionale, per
cui poterono essere considerati solo quando l’influenza
greco-alessandrina (medio-platonismo) divenne
importante per la redazione delle Sacre Scritture.
I libri sapienziali VII



Aggiungiamo anche che la cultura e la letteratura
sapienziale è caratterizzata da modi espressivi
adatti ad una pedagogia popolare.
La sua origine si può collocare nella vita concreta
delle famiglie e dei clan di quelle popolazioni
nomadi che poi si sono sedentarizzate nel corso dei
secoli (tra il XII e il X a. C.).
La trasmissibilità dei detti era garantita a livello
familiare (padre-madre verso i figli) e di comunità
locale, dove operavano dei “maestri”.
La Sapienza dei Greci

Quasi contemporaneamente allo sviluppo della
Sapienza nel mondo del Vicino Oriente Antico, anche
nelle Grecia classica, accanto alla grande lirica di
Pindaro, Teocrito, Anacreonte, Alceo, Saffo, etc., e alla
tragedia di Eschilo, Sofocle, Euripide, si sviluppò una
sapienza di origine filosofica, che preparò la grande
stagione di Socrate, Platone e Aristotele: la stagione
dei cosiddetti presocratici:, che erano filosofi, veggenti,
medici e naturalisti: Talete, Anassimene, Anassimandro,
Empedocle, e soprattutto Parmenide e Zenone di Elea,
Eraclito di Samo…
La falsa sapienza di oggi I
Delle Gnosi cognitive:
 (la scienza spiegherà prima o poi tutto), gnosi
vitalistiche (wellness o benessere, autostima, abolizione
del concetto di colpa, etc.), gnosi rivoluzionarie
(palingenesi sociali o nazionali), gnosi dissolutorie
(spacchiamo tutto, qualcosa di buono nascerà, tipo
certe facce, non tutte, da no global). Le gnosi sono
diversi tipi di volontà di potenza (potrebbe dire
Nietzsche) dell'intelletto umano.
 Partiamo dalle gnosi mentali o cognitive. Esemplifico per
non appesantire.
La falsa sapienza di oggi II



Il professor Richard Dawkins (quello dell’Orologiaio cieco) ne è una
rappresentazione efficace: per lui la scienza, solo questione di
tempo, arriverà allo svelamento di tutto ciò che è ancora velato
all'umana conoscenza.
Umberto Eco ne rappresenta un altro idealtipo, magari più
dialogico, simbolico, semiologico (è il suo mestiere), ma dovrebbe
ricordare il detto classico latino "sutor, ne ultra crepidas" (ciabattino,
non andare oltre le tue ciabatte), mentre si intrufola in contesti
culturali che non conosce, come quando ha attribuito
anacronisticamente a san Tommaso d'Aquino posizioni di filosofia
della natura (biologia) improprie (sulla questione del concepimento
in utero) rispetto ai tempi del teologo domenicano.
Ognuno parli di ciò che sa come può, senza la pretesa di dire
parole definitive, ché Minerva non aiuta più di tanto i temerari.
La falsa sapienza di oggi III
Delle Gnosi vitalistiche.
 Oggi si deve stare bene a tutti i costi. Bisogna crescere
nell'autostima personale. Sacrosanto. Ma a volte mi sembra si
esageri. Funziona un'estetica unisex, dove l'indifferenziato fa premio
sulla distinzione, l'informe sul determinato, il casuale sull'adeguato.
L'androginia è un modo di abbigliarsi e di vivere. Curioso lo stile
odierno dei jeans: a vita bassa, per ragazzi e ragazze, dove queste
ultime, essendo spesso dotate da madre natura di esuberanti
natiche, callipigie (quando erano proporzionate) dicevano i greci
che di bellezza, armonia e proporzioni si intendevano, esibiscono
accenni di prominenze davanti e didietro, con risultati estetici molto
dubbi, e talora penosi. Venastài, si direbbe in friulano, che le
gambe, già talora non troppo da silfide, si accorciano ulteriormente,
con effetti che sfiorano la comicità.
La falsa sapienza di oggi IV

Il benessere è visto come un evitare a tutti i costi
ogni sofferenza, e se non è possibile, nasconderla,
mimetizzarla, quasi a scongiurarla con il suo
nascondimento. Non come un equilibrio tra diversi
stati, dove lo "stare bene" è anche un risultato del
rispetto che si deve a se stessi, e lo "star male" è
uno dei modi dell'essere dell'uomo a questo mondo:
tutti e due plausibili, perché l'uomo è imperfetto,
cagionevole, fragile, e nel contempo
straordinariamente forte, resistente, capace, al
bisogno, di superarsi.
La falsa sapienza di oggi V
Delle Gnosi rivoluzionarie
 Si può dire che rappresentano il sostrato di tutte le utopie sociali e
politiche della storia umana. Si tratta comunque di un sentimento
fondamentalmente "religioso" nel senso dell'assolutezza e della
credenza. Possiamo citare teologi ereticali del Medioevo come fra'
Gioacchino da Fiore, che prevedeva la venuta dell'era dello Spirito,
dopo quella del Figlio, Arnaldo da Brescia, con le sue convulse
iniziative politiche finite sul rogo, e poi, più tardi fra' Tommaso
Campanella il quale, prudentemente si limitò a scrivere de "La città
del sole", evitando guai peggiori del carcere, che non evitò invece
frate Giordano Bruno, arso vivo a Campo de' Fiori il primo febbraio
del '600. Geniale panteista, e testardo come il nostro vecchio
Menego Scandella (il Menocchio).
La falsa sapienza di oggi VI


Anche il nobile Thomas Moore va ricordato tra gli utopisti,
ma fu decapitato per ragion di stato, più che per le sue
idee rivoluzionarie. Così come i francesi pre-rivoluzionari
dom Deschamps e Monsieur de Morelly, autore de Il codice
della natura.
E poi i grandi eponimi del socialismo, a partire dai
rivoluzionari francesi, da Robespierre a Bàbeuf a Blanqui,
che desideravano una società più giusta, ma scelsero
drammatiche scorciatoie. Per finire con il grande ebreo
tedesco Karl Marx, che più di ogni altro strutturò un'ipotesi
di mondo nuovo, ma anche di "uomo nuovo", che non
avrebbe più dovuto opprimere il suo prossimo.
Radicalizzazioni giudaico-cristiane oltre che gnosi
rivoluzionarie, credo.
La falsa sapienza di oggi VII
Delle Gnosi dissolutorie,
 infine, si può dire che sono attuali e pericolose.
Sono quelle dell'abuso di alcol, droghe e
allucinogeni, quelle della fuga dal presente e dalla
realtà. Quelle della magia, dello spiritismo e del
satanismo. Della ricerca dell'estasi artificiale e del
dominio di potenze esterne all'uomo, per rinforzare,
si fa per dire, il proprio ego, andando oltre. Le più
inutili e forse le più pericolose.
La falsa sapienza di oggi VIII

Sapienza invece è sapida scientia (scienza saporita,
gustosa). Fermiamoci attorno ad essa, riassaporiamola
come se fosse una primizia. La sapienza è la coscienza
del proprio limite e insieme della propria grandezza.
Malattia e salute, ignoranza e conoscenza sono parte,
oltre che della vita, anche della sapienza e della sua
applicazione all'esistenza di ciascuno, inestricabili,
oggettive, umane. Dobbiamo conviverci perché è la
strada migliore, la sola veramente umana, perché
conosce dialetticamente i tempi della sosta e del
cambiamento, della forza e della debolezza,
accettando le sconfitte e anche la morte come parti
costitutive e "necessarie" alla vita.
Il libro di Giobbe – introduzione I



Il libro di Giobbe è il più importante dei libri
sapienziali, poema lirico sul rapporto esistente
dell’uomo con il male.
Il grand’uomo, Giobbe, che era virtuoso e ricchissimo
viene dato in balia al “satana” da parte di un Dio che
sembra voler sperimentare la sua creatura, cercando di
metterla alla prova: già qui sorge un problema: come
può Dio, che è omnipotente, omnisciente, eccetera
eccetera, avere bisogno di mettere alla prova una sua
creatura?
È la prima domanda che sorge… e la risposta non è
delle più facili.
Il libro di Giobbe – introduzione II



L’autore considera dunque il paradosso di un giusto che
viene punito, facendo “saltare per aria” la legge non
scritta, molto presente nelle dottrine morali del Vicino
Oriente Antico, di una retribuzione - sia per il bene sia
per il male fatti - qui in vita, sulla terra.
Nella Bibbia ciò è mostrato chiaramente nel capitolo
28 del Deuteronomio e nel capitolo 26 del Levitico, e
anche nel libro dei Giudici e nel libro dei Re.
Anche in Ezechiele al capitolo 18 si conferma la
responsabilità individuale delle azioni libere.
Il libro di Giobbe – introduzione III




Ma in Giobbe viene smentito tutto questo!
Che cosa c’è dunque di più profondo nelle ragioni e
cause della sua sofferenza?
Come si può tentare di spiegare ciò che appare
incomprensibile alla luce delle concezioni del tempo, se
non reggono neppure le ipotesi dei suoi interlocutori,
che sono dei saggi?
Giobbe non è punito per peccati di omissione o per
peccati di ignoranza e di debolezza. Perché deve
soffrire tanto fino al punto da chiederne conto a Dio
stesso? È ciò che cercheremo insieme di capire in questi
nostri incontri.
Il libro della Sapienza – introduzione
I

Tale libro è innanzitutto chiamato “Sapienza di Salomone”,
con ciò volendo significare, come usava nell’antichità,
l’esigenza di individuare per un libro importante un autore
eccelso, per prestigio e tradizione, come il re Salomone, la
cui fama aveva varcato tutti i confini del suo tempo (e oltre).
In realtà il vero autore non lo conosciamo, perché le ipotesi
sono varie e contraddittorie: vi è chi ritiene possa essere
stato un monaco esseno di Qumran, chi dice un sacerdote
ellenizzante, chi addirittura lo attribuisce al grande filosofo
ebreo ellenizzante Filone di Alessandria. Ciò che, allo stato
della ricerca, può risultare abbastanza plausibile, è che si
tratti di uno scriba alessandrino, attivo nei primi due secoli
a. C. o d. C..
Il libro della Sapienza – introduzione
II



Nonostante abbia posto problemi circa la sua
“canonicità” , questo libro è stato utilizzato comunque
dai Padri fin dal II secolo, con qualche opposizione da
parte di San Girolamo (che nel frattempo traduceva i
Vangeli canonici).
Nella prima parte il libro mette in evidenza
l’importanza che la virtù di Sapienza ha nel destino
dell’uomo, confrontando gli esiti futuri (nel senso della
“vita eterna”) diversi dei giusti rispetto agli empi e
peccatori.
Nella seconda parte viene messa in evidenza l’origine
e la natura della Sapienza, e il cammino per ottenerla.
Il libro della Sapienza – introduzione
III


In definitiva, la Sapienza si pone come una lunga
digressione - poetica e filosofica - che pone l’uomo di
fronte all’esigenza di uscire da se stesso, dalle sue
paure, abbandonando gli idoli e le credenze false circa
la possibilità di contribuire a decidere del proprio
destino.
L’autore si rivolge innanzitutto agli Ebrei, cui
raccomanda di non cedere alle mode del pensiero che
stanno emergendo di quei tempi, ma
contemporaneamente utilizza stilemi e concetti filosofici
che hanno molto a che fare con il pensiero greco, e in
particolare con il neo-platonismo, come vedremo.
Premessa metodologica



Terminata una breve presentazione dei due libri cui ci
riferiremo in questo corso, vediamo insieme alcuni aspetti
che ci aiuteranno nel nostro studio.
In particolare, alterneremo la lettura di alcuni passi scelti,
che troverete commentati, a una discussione che dovrà
vedere coinvolti tutti i partecipanti.
Infatti, se vogliamo trarre una qualche utilità, non solo per
la nostra cultura personale, ma anche per la nostra vita,
dobbiamo porci davanti a questi antichi Scritti con l’anima e
l’intelligenza aperte all’ascolto, ma con la volontà di utilizzarli
come una specie di “griglia interpretativa” del presente, e
quindi della nostra vita individuale.
Il libro di Giobbe I
Giobbe era dunque un uomo ricco e prestigioso della terra di Ur (la
stessa terra di Abramo), in Mesopotamia. “Era un uomo alieno dal
male”.
 Un certo giorno “i Figli di Dio” si presentarono al Padre per
rendergli conto delle cose del mondo.
 Tra loro c’era anche “satana”, che mette in dubbio davanti a Dio la
fedeltà di Giobbe.
 Allora Dio permette a Satana di colpire Giobbe in tutti i suoi affetti
e i suoi averi. I Sabei e i Caldei rubano e distruggono tutti i suoi
averi.
 Un terremoto uccise tutti i suoi figli e figlie …
… e dei messaggeri vennero da Giobbe ad informarlo di tutto ciò.

Il libro di Giobbe II
“Allora Giobbe si alzò e si stracciò le vesti, si rase il
capo, cadde a terra, si prostrò e disse:
Nudo uscii dal seno di mia madre,/ e nudo vi
ritornerò./ Il Signore ha dato, il Signore ha tolto,/
sia benedetto il nome del Signore!”
In tutto questo Giobbe non peccò e non attribuì a Dio
nulla di ingiusto”.

La prima reazione di Giobbe è quindi pacata e
paziente, ma …
Il libro di Giobbe III




… doveva accadergli anche di peggio, perché il
Signore permette al “satana”, che in questo caso funge
quasi da suo strumento, o come una specie di “pubblico
ministero” tentatore …
Il Signore dice al satana: “Eccolo nelle tue mani!
Soltanto risparmia la sua vita”.
E satana colpì Giobbe con una piaga maligna, dalla
pianta dei piedi alla cima del capo, dice la Bibbia. Un
prurito terribile ed egli si gratta con un coccio.
E se anche la moglie lo critica, egli rimane fermo nella
sua fede.
Il libro di Giobbe IV



… e le dice: “Come parlerebbe una stolta tu hai
parlato! Se da Dio accettiamo il bene, perché non
dovremo accettare il male?”
E dunque Giobbe pazientò senza protestare mai ed
alzare imprecazioni contro Dio o contro la sorte.
Ecco che però qualcosa sta per accadere: lo
vengono a trovare tre suoi amici che avevano
saputo delle sue disgrazie. Si trattava di Elifaz il
Temanita, di Bildad il Suchita e di Zofar il
Naamatita.
Il libro di Giobbe V
Giobbe maledice il giorno della sua nascita.
 “Perisca il giorno in cui io nacqui/ e la notte in cui si
disse: è stato concepito un uomo!/ Quel giorno sia
tenebra,/ non lo ricerchi Dio dall’alto,/ né brilli mai
su di esso la luce,/ lo rivendichi tenebra e morte,/ gli
si stenda sopra una nube/ e lo facciano spaventoso
gli uragani del giorno!/ Quel giorno lo possieda il
buio,/ non si aggiunga ai giorni dell’anno,/ non entri
nel conto dei mesi./ Ecco quella notte sia lugubre/ e
non entri giubilo in essa./ (…)
Il libro di Giobbe VI



Eccoci di fronte al testo delle imprecazioni, elevate
con somma poesia dall’autore del libro!
Si tratta precisamente di maledizioni su di sé e su
tutto quanto lo riguarda, ambiente, tempo,
circostanze …
Giobbe è stanco e ha bisogno, diremmo noi, di
sfogarsi, proprio come noi … e le maledizioni
continuano, potremmo leggerle, ma forse possiamo
anche solo commentare.
Il libro di Giobbe VII
… solo un altro passaggio:
“(…) perché non mi ha chiuso il varco del grembo
materno,/ e non ha nascosto l’affanno agli occhi
miei!/ E perché non sono morto fin dal seno di mia
madre/ e non spirai appena uscito dal grembo?/
(…)”

La terribilità delle maledizioni è segno di una
disperazione assoluta, sembra che Giobbe non
trovi oramai varchi per la sua ragione.
Il libro di Giobbe VIII
La Fiducia in Dio
 Ecco che prende la parola il primo degli amici: Elifaz il
Temanita, e dice a Giobbe di non pensare a Dio come a
chi lo sta ingiustamente punendo, perché Dio, nella sua
imperscrutabile Sapienza, conosce il profondo del cuore
dell’uomo, i suoi più reconditi e veri sentimenti, e perciò
anche le piaghe, le punizioni e il dolore …

(leggiamo alcuni passi dei capp. 4 , 1 - 17, e 5, 6 - 13)
Il libro di Giobbe IX
L’uomo oppresso conosce solo la sua miseria
 Giobbe si accorge di poter avere meritato le punizioni,
anche se non ne è tanto convinto, e pertanto eleva una
preghiera a Dio perché lo “liberi” da questa vita
oltremodo penosa, dalle angustie che ogni momento,
ogni ora, ogni giorno sono inflitte nelle sue carni e nel
suo spirito. Lo liberi facendolo morire.

(leggiamo alcuni passi dei capp. 6, 1 - 11, e7, 1 - 16)
Il libro di Giobbe X
Il corso inarrestabile della giustizia divina
 La parola ora viene presa da Bildad il Suchita, il quale
cerca di mettere in dubbio le ragioni di Giobbe,
chiedendosi come possa Dio fare finta (deviare,
falsare) di non vedere il peccato dei figli di Giobbe,
che può essere stato commesso. Non può infatti
rimanere senza castigo il male commesso.

(Leggiamo alcuni passi del cap. 8, 1 - 9 e 20 - 22)
Il libro di Giobbe XI
La giustizia divina è al di sopra del diritto
 Giobbe ammette dunque che l’uomo non può avere
ragione delle ragioni di Dio, perché Dio è ragione
di tutto. Giobbe dice che Dio conosce la profondità
del cuore umano, che sfugge all’uomo stesso, il
quale può pensare di essere innocente, ma non lo è,
o comunque non lo è fino in fondo. All’uomo non
resta che essere docile, ma neppure questo basta.

(Leggiamo alcuni passi del cap. 9, 1 - 22)
Il libro di Giobbe XII


Giobbe continua con il suo sfogo, riconoscendo a
Dio il suo diritto (si fa per dire) a trattarlo come
ritiene giusto. Dio ha un giudizio! Guarda, esamina,
giudica. Dio che ha guidato la sua procreazione (…
m’hai fatto accagliare come cacio, 10, 10b), lo
conosce fin nel profondo della sua verità …
(Leggiamo tutto il cap. 10)
Il libro di Giobbe XIII
La sapienza di Dio provoca il riconoscimento di Giobbe
 Prende ora la parola Zofar il Naamatita, il quale
rimprovera Giobbe con durezza. Gli ricorda che Dio
non può compiere ingiustizie, e quindi, se la punizione
l’ha raggiunto vuol dire che qualche ragione doveva
pur esserci. Lo invita poi alla pazienza, sola virtù che
può consentirgli di cominciare a capire, almeno un poco,
le ragioni di Dio.

(Leggiamo alcuni passi del cap. 11, 1 - 17)
Il libro di Giobbe XIV
La sapienza di Dio si manifesta anche con le
devastazioni provocate dalla sua potenza
 Dio può tutto, e sia quando agisce per la prosperità
degli uomini e del mondo, sia quando sembra voler
distruggere tutto con furore. (Si pensi in questo caso
alle devastazioni che comporta lo scatenarsi delle
forze naturali (terremoti, maremoti, eruzioni, etc.)

(Leggiamo alcuni passi del cap. 12, 14 - 25)
Il libro di Giobbe XV

Giobbe ora vuole di nuovo avere una relazione
dialogica con Dio, scartando la mediazione dei suoi
“amici”.
E allora si costruisce una arringa formidabile a difesa
sua, nella quale cerca di giustificarsi come uomo giusto,
ma ammette la miseria della condizione umana e la sua
fragilità, il limite posto dalla malattia e dalla
creaturalità …

(Leggiamo alcuni passi dai capp. 13 e 14)

Il libro di Giobbe XVI
Secondo ciclo di discorsi. Giobbe si condanna con le
sue stesse parole
 Parla Elifaz il Temanita, accusando Giobbe di
presunzione, e spingendolo ad ammettere di essere
anche lui come tutti gli uomini, i “nati da donna”,
imperfetti e fallaci. Nessuno, dice Elifaz, può mettersi a
giudicare le azioni di Dio, perché l’Onnipotente conosce
i segreti.

(Leggiamo del cap. 15 da 2 a 25)
Il libro di Giobbe XVII
Dall’ingiustizia degli uomini alla giustizia di Dio
 Dio dunque si è scagliato contro Giobbe (è lo stesso
Giobbe che considera la situazione), ma alla fine, in
mezzo alle persone, parenti e amici, che cercano di
dargli consigli non richiesti, resta solo Dio come
unica speranza …(Anche nella nostra esperienza,
quante volte non siamo oggetto di consigli non
richiesti?).

(Leggiamo alcuni passi dal cap. 16: 1 - 9; 16 - 22)
Il libro di Giobbe XVIII


Giobbe si convince che non deve aspettarsi nulla dagli
altri uomini e che, se Dio stesso non “gli stringe la
mano”, quasi a garanzia di un pegno di riscatto, non gli
resterà che invocare la “tomba” come unico “genitore”,
e i “vermi” che fanno tornare alla terra, come “madre
e sorelle”. Il testo è crudo come è tanta la disperazione
…
(Leggiamo tutto il cap. 17)
Il libro di Giobbe XIX
La collera non può nulla contro la giustizia
 Riprende la parola Bildad il Suchita, con fare
trombonesco (quanti consiglieri abbiamo quando le cose
non vanno!). Bildad accusa Giobbe di indulgere in vane
chiacchiere, invece di riflettere sulle vere ragioni delle
sue disgrazie. E poi inizia un’arringa dai toni
apocalittici, che in parte leggeremo …

(Vediamo dunque il cap. 18, da 6 a 17 e versetto 21)
Il libro di Giobbe XX
Il trionfo della fede nell’abbandono di Dio e degli
uomini
 Giobbe ora risponde. E urla la sua rabbia, all’inizio
impotente, contro chi si accanisce nei confronti della sua
condizione. La descrizione del suo declino fisico sfiora
notazioni che oggi diremmo “horror”, ma che
nell’immaginifica modalità letteraria semitica stanno
perfettamente inserite. Giobbe è stremato … ma alla
fine la fede vacillante ha un sussulto forte.

(Leggiamo cap. 19, 16 - 29)
Il libro di Giobbe XXI
L’ordine della giustizia non ammette eccezioni
 Zofar il Naamatita fa il teologo-biblista, potremmo
dire. Spiega che l’uomo, fin dalle origini, ha
manifestato tutto il suo smisurato orgoglio, tanto da
farlo ergere al cospetto di Dio, quasi come fosse un suo
pari. In Genesi 3 egli (Adam) prende il frutto
dall’albero della conoscenza del bene e del male … e
succede quel che sappiamo. E di nuovo esplodono i toni
apocalittici della maledizione che porta l’orgoglio e la
superbia.

(Leggiamo cap. 20, 1 - 9 e 24 - 29)
Il libro di Giobbe XXII
La smentita dei fatti
 Giobbe allora elenca tutti i casi nei quali non vi è
retribuzione proporzionata alla malvagità dei
comportamenti umani. Molti malvagi, dice, continuano
imperterriti a vivere una vita di malefatte e di lussi
sfrenati, eppure nulla gli succede, finché giungono alla
fine dei loro giorni in serenità e pace … e le zolle
della terra sono loro lievi.

(Leggiamo il cap. 21, 1 - 15 e 23 - 34)
Il libro di Giobbe XXIII
Terzo ciclo di discorsi. Dio castiga solo in nome della
giustizia
 Elifaz il Temanita ora fa a Giobbe un vero e proprio
processo alle intenzioni. Deduce dalle disgrazie
capitate all’”amico” che veramente questi ha violato le
leggi di Dio e degli uomini meritando l’aspro castigo. Lo
colloca bellamente (che amico, eh? Quanti di noi ne
abbiamo di amici cosiffatti?) tra i grandi malvagi e
peccatori, e lo invita a pentirsi.

(Leggiamo pure tutto il cap. 22)
Il libro di Giobbe XXIV
Dio è lontano e il male trionfa
 Giobbe comunque desidera riprendere il suo confronto
con Dio e lo cerca … a destra … a sinistra. E non lo
trova, oppure gli sembra che anche se lo trovasse non
lo ascolterebbe.
 Infatti c’è spazio di azione per i malvagi, che a loro
piacimento compiono ogni sorta di azione mala, anche
nei confronti dei deboli, della vedova, degli orfani.

(Leggiamo dal cap. 23 da 1 a 17 e dal cap. 24 da 1 a
12)
Il libro di Giobbe XXV
Inno all’onnipotenza di Dio
 Bildad il Suchita prese a dire parola di lode verso Dio,
e poi Giobbe gli risponde …
Bildad parla all’aria
 Giobbe lo rimprovera delle sue rampogne che non
portano alcun aiuto a chi si trova nell’angustia …

(Leggiamo il cap. 25 e del cap. 26 i versetti da 1 a 4)
Il libro di Giobbe XXVI
Giobbe, innocente, riconosce la potenza di Dio, ma
Zofar ribatte descrivendo la figura del “maledetto da
Dio”
o Giobbe continua nella sua autodifesa, come può, vista
la situazione, ma l’”amico” Zofar si intromette con una
filippica devastante, e dice che i malvagi avranno la
giusta punizione , nella loro persona, nella famiglia e
nei propri beni. Di chi parla?
o
(Leggiamo del cap. 27 i versetti da 1 a 6 e da 13 a 23)
Il libro di Giobbe XXVII
L’elogio della Sapienza. La Sapienza inaccessibile
all’uomo
 Ecco che siamo forse nel vero centro del Libro di
Giobbe. La Sapienza è inaccessibile all’uomo, è
trascendente. Solo Dio può accedervi, perché la
possiede. È imperscrutabile, perché segue una “logica”
che non appartiene al modo umano di pensare.
Sembra quasi che metta l’uomo nella condizioni di non
capire assolutamente il suo proprio destino …

(Leggiamo tutto il cap. 28)
Il libro di Giobbe XXVIII
Lamenti e apologia di Giobbe: a) i giorni passati
 Giobbe propone quasi una ”elegia del rimpianto” dei
tempi quando le cose andavano bene, c’era agio e
serenità, compagnia e benessere. Beni materiali e
spirituali. Il benessere non apparteneva solo a lui, ma
lui stesso si faceva curatore di sofferenze e distributore
di benefici.

(Leggiamo l’intero cap. 29)
Il libro di Giobbe XXIX
b) Angoscia presente
 Ecco che invece il presente è pieno di angoscia e
dolore, e non basta: la disgrazia porta con sé altri mali,
non solo fisici, ma anche morali, la perdita di ogni
prestigio, ogni credibilità sociale, la perdita delle
amicizie. (Ma erano vere amicizie?). Come mai le
“sfortune” si accompagnano sempre al silenzio e agli
abbandoni, e le fortune si accompagnano al clamore e
allo sfarzo?

(Leggiamo il cap. 30 dal versetto 1 al versetto 9)
Il libro di Giobbe XXX
Apologia di Giobbe I
 Giobbe prova a cercare quasi di descrivere a se
stesso la propria vita, in qualche modo affidandosi
completamente a Dio: “(…) Se ho agito con falsità /
e il mio piede si è affrettato verso la frode,/ mi pesi
pure sulla bilancia della giustizia / e Dio riconoscerà
la mia integrità. (…) mia moglie macini per un altro/
e altri ne abusino;/ difatti quello è uno scandalo, / un
delitto da deferire ai giudici (…)”
Il libro di Giobbe XXXI
Apologia di Giobbe II
 Egli continua descrivendo tutti gli ipotetici peccati
che avrebbe potuto fare nella sua posizione,
alternandoli con le buone azioni che egli sa ed è
convinto di aver fatto (soccorso le vedove e gli
orfani, etc.): 1) negato i diritti allo schiavo, 2)
avidità dell’oro, 3) gioito della disgrazia del
nemico, 4) fatto sospirare di fame i coltivatori delle
sue terre, … e su tutto ciò chiede risposta
all’Onnipotente.
Il libro di Giobbe XXXII
Intervento di Eliu
 Giunge allora questo giovane saggio, Eliu, figlio di
Barachele il Buzita, della tribù di Ram, che finora se
era stato zitto per rispetto dei tre sapienti anziani.
 … e dice, con forza, come è tipico della gioventù, delle
cose spigolose e, secondo lui, veramente definitive … su
Giobbe. Parla con un’altra sapienza, che va oltre
quella umana, è una sapienza di derivazione divina,
carismatica…
 … parla della presunzione di Giobbe, e dell’incapacità
di svelarla da parte dei tre anziani.
Il libro di Giobbe XXXIII
… continua Eliu
 rimproverando sia Giobbe sia i sapienti, poiché né
Giobbe stesso né gli altri tre, in realtà hanno
mostrato con le, loro parole di comprendere ciò che
Dio decide secondo una logica che supera perfino
la dottrina della retribuzione, per ragioni note a
Lui solo, che appaiono a volte irragionevoli a
giudizio umano, ma …
 E conclude elevando una lode poetica alla potenza
di Dio… (capp. 36 e 37)
Il libro di Giobbe XXXIV
I Discorsi di Iahwe
 Prende dunque la parola Dio stesso, confondendo
Giobbe. Dio dice della Sua potenza creatrice, (…)
hai mai comandato al mattino/ e assegnato il posto
all’aurora/ (…) Per quali vie si espande la luce,/ si
diffonde il vento d’oriente sulla terra?/ (…) Puoi tu
annodare i legami delle Pleiadi / o sciogliere i vincoli
di Orione? (…) …
 E conclude sfidando Giobbe: “Il censore vorrà
ancora contendere con l’Onnipotente?”
Il libro di Giobbe XXXV
Iahwe continua …
 dopo la timida risposta di Giobbe (… mi metto le mani
sulla bocca).
 Dio continua nell’elenco di pericoli da cui la Sua
potenza ha salvato la vita degli uomini, mostri, potenze
avverse, draghi maligni, abissi paurosi …
Giobbe da ultimo risponde:
(…) io ti conoscevo per sentito dire,/ ma ora i miei occhi ti
vedono).

Il libro di Giobbe XXXVI
Epilogo. Iahwe biasima i saggi e reintegra la fortuna di
Giobbe.
 Dio, rimproverando i saggi, li biasima perché hanno
detto di Lui stesso cose sbagliate e malvagie a Giobbe,
e gli ordina di sacrificare sette vitelli e sette montoni
come olocausto.
 Poi ripristina raddoppiando tutti beni a Giobbe:
14.000 pecore, 6.000 cammelli, 1.000 paia di buoi e
1.000 asine; e poi anche sette figli e tre figlie, le più
belle che si fossero viste.
 … poi Giobbe morì dopo esser vissuto ancora
centoquarant’anni, vecchio e sazio di giorni.
Dalla Pazienza alla Sapienza


E ora accingiamoci alla nuova esplorazione,
addentradoci nell’ampio scenario della Sapienza
biblica.
Terremo, come abbiamo detto all’inizio, innanzitutto
in considerazione il Libro della Sapienza, ma i
tanto in tanto andremo ad ascoltare anche altri
testi, primo fra i quali, il Qoèlet, o Ecclesiaste.
Il Libro della Sapienza





Quando affrontiamo un testo come il libro della
Sapienza dobbiamo tenere presenti almeno quattro
antitesi concettuali:
1. ragni e formiche,
2. ragione e senza ragione,
3. scienza e divulgazione,
4. ascolto e domanda.
Ragni o Formiche (… o)


La ricerca sul testo non deve avvenire solo dall’alto
(come fanno i ragni che tessono la loro tela), né come
le formiche che scavano pertugi e curano ogni
dettaglio della tana … I ragni sanno già tutto prima, le
formiche invece non sanno mai niente e cercano sempre
…
… piuttosto è meglio seguire l’esempio delle api, che
scelgono i fiori con discernimento, costruiscono le loro
cellette e producono cera, miele e pappa reale.
Costruiscono la loro città ordinata … del sapere.
Con la Ragione o senza Ragione


L’antitesi ovviamente non sta in piedi: occorre infatti
curare il testo applicandovi tutti i criteri della
ricerca razionale, ma non si deve trascurare ciò che
il cuore suggerisce.
La ragione è fondamentale per penetrare nei
sentieri della verità, usando la logica, ma il cuore e
le emozioni sono è altrettanto importanti per
illuminare con la volontà la fatica di percorrere tali
ardui sentieri, e per illuminarne il cammino.
Scienza o Divulgazione




Anche in questo caso si tratta di una falsa
contraddizione o antinomia.
Scienza come metodo e Divulgazione come
comunicazione sono ambedue indispensabili.
Bisogna essere seri senza scivolare nella pedanteria
noiosa e improduttiva.
Vi è un tempo per la ricerca rigorosa e un tempo
per la narrazione che può raggiungere tutti coloro
che sono curiosi dell’uomo, della vita e del modno.
Ascolto o Domanda
“Chiunque è capace di dare risposte più o meno
convincenti, ma per fare domande ci vuole un genio”.
(Oscar Wilde)



Questo paradosso dello scrittore inglese dice moltissimo
sull’esigenza di saper mettersi in ascolto della risposta
senza pretese, più che di cercare con frettolosità di
dare o di ricevere risposte.
Nell’esperienza umana sono molto più numerose le
domande inevase che le risposte comunque formulabili.
I Commenti al libro della Sapienza




Questo libro strano e controverso è stato
commentato anticamente anche da Ambrogio e
Agostino. I commenti di questi due Padri sono andati
perduti.
Ci è rimasto invece il commento dell’arcivescovo di
Magonza Rabano Mauro.
Nell’epoca moderna è stato commentato dal
teologo francese Larcher e dall’ebreo americano
Reider.
E ora, nel nostro piccolo ci accingiamo a farlo noi.
L’Autore



Abbiamo già detto che tradizionalmente questo libro,
come altri appartenenti al “filone sapienziale” della
Bibbia, è stato chiamato Sofia Salomonis (cioè Sapienza
di Salomone), e quindi attribuito a questo grande re
sapiente.
In realtà, si tratta di pseudoepigrafia, molto comune
nei tempi antichi, al fine di conferire particolare
prestigio a un testo che si riteneva importante.
Anche molti dei Proverbi, il Qoèlet e il Cantico dei cantici
sono stati attribuiti a Salomone.
Alcune ipotesi sull’Autore I




Qualcuno sostiene che potrebbe essere stato un
monaco esseno di Qumran;
Altri preferiscono l’ipotesi di un seguace di Paolo,
prima della conversione al cristianesimo, tale
Apollo;
Altri ancora ritengono possa essere il sommo
sacerdote Onnias III (2° sec. A. C.);
Si pensa perfino a Filone di Alessandria (a cavallo
dell’era cristiana), ma sembra poco probabile;
Alcune ipotesi sull’Autore II



Un’ulteriore idea che qualcuno sostiene è che si tratti
del traduttore dall’ebraico al greco del libro del
Siracide.
Tutte queste ipotesi possono però essere riassunte in
una più plausibile: potrebbe trattarsi di un ebreoalessandrino senza nome conosciuto, che ha operato
probabilmente nella seconda parte del I sec a. C..
Sussistono, però, altre ipotesi, che collocano questo libro
addirittura agli inizi del I sec. d. C., e ciò, chiaramente,
se fosse attestato in modo definitivo, cambierebbe
completamente la prospettiva del libro, in ogni senso,
letterario, storico e teologico.
Alessandria d’Egitto I



Fondata nel 332 a. C. da Alessandro, diventa bene
presto uno dei fari politici e culturali del Vicino Oriente
Antico, soprattutto sotto la dinastia dei Tolomei.
La sua biblioteca era la più importante del mondo
antico: distrutta da Cesare nel 48 a. C., fu ripristinata
da Marco Antonio, che all’uopo - pare - smantellò
quella di Pergamo.
Alessandria è già aperta al Cristianesimo, che lì
sviluppò una delle stagioni più alte del suo pensiero:
con Filone, con Clemente, e soprattutto con Origene.
Altre notizie I




Nel 641 Alessandria passa sotto il dominio musulmano,
occupata dal califfo Omar, successore del profeta
Mohamed.
In questo ambiente con quasi certezza viene composto il
libro della Sapienza, la cui data abbiamo già prima
proposto, come ipotesi più accreditata.
Il libro è scritto in greco, ma con una stilistica letteraria
semitica: infatti non prevalgono gli aspetti quantitativi
delle vocali delle sillabe, come in greco e in latino, ma
quelli musicali ed eufonici.
Sembra quasi che l’autore scriva in greco pensando in
ebraico.
Altre notizie II


Un esempio di questo ”scrivere in greco pensando in
ebraico” è l’uso della parola greca “psuché”: in
greco essa significa “anima”, da cui il termine
italiano “psichico”. Quando però viene usata per
tradurre il lemma ebraico “nefesh” nasce un
problema, perché questo termine ebraico significa
“essere vivente”, quindi rappresenta un concetto più
onnicomprensivo.
Che cosa intende veramente l’autore ebreo quando
dice “nefesh?”
Altre notizie III


Un altro ipotesi, presente in un passaggio successivo
(8, 19 - 20): Ero un fanciullo di nobile indole,/
avevo avuto in sorte un’anima buona/ o piuttosto,
essendo buono,/ ero entrato in un corpo senza
macchia./ (…).
Qui sembrerebbe di trovarsi di fronte a un’idea di
metempsicosi, cioè di “trasmigrazione delle anime”
da un corpo all’altro, alla ricerca di un corpo che ne
sia degno … ; si tratta di un collegamento con
alcune dottrine orientali?
La Speranza dell’Immortalità beata




I capitoli da 1 a 5 affrontano il tema
dell’immortalità, e di qui iniziamo il nostro viaggio
nel Libro della Sapienza.
Come abbiamo già detto studiando Giobbe, anche
in questo libro si pone il problema della Traduzione,
che è come il rovescio della trama di un tappeto
tessuto.
… troviamo innanzitutto un “orecchio che ascolta” e
una “” ..
voce che risuona
La Sapienza è uno spirito amico …


Vale la pena scorrere insieme i versetti da 6 a 11
del primo capitolo, dove viene esaltato il ruolo e il
suono della parola, che deve essere buona e
luminosa (sinestesia), evitando di essere usata per
cose cattive, per maldicenze, per mormorazioni, per
menzogne, per fare del male …
Leggiamo …
Morte e Vita I



… la parola cattiva uccide l’anima. Ecco quello che
succede nella vita umana!
La Morte e la Vita (… rimangono uguali, cantavano
i Nomadi e Guccini) sono intrecciate: la Parola del
Sapiente non parla solo di morte, ma, mentre parla
di morte parla anche di vita, la quale non viene
mai sopraffatta definitivamente.
Ecco, leggiamo i versetti da 12 a 15 …
Morte e Vita II


Sappiamo che per gli Orientali la “parola” è la vita
stessa: si pensi al verbo ebraico “dabàr”, che
significa sia “dire”, sia “creare”: il libro della Genesi
inizia con le parole “Bereshit barà Elohim” (In
principio Dio creò). Dio creò con la sua parola …:
“e Dio disse: “… sia separata la luce dal buio, e fu
sera e poi mattino …”.
Leggiamo il versetto 1, 16 …
Morte e Immortalità



Il capitolo secondo inizia con un canto, che
poeticamente si potrebbe anche recitare, e ci
proveremo.
È il canto di un poeta-filosofo materialista, che
magnifica il tema dell’avere e del caso …
Leggiamo i versetti da 2 a 5 dai quali traspare
questa filosofia, che si fonda soprattutto sulla
volatilità della vita e …
Edonismo e Apostasia I


Dopo il “canto del materialista”, incontriamo,
potremmo dire con linguaggio contemporaneo, un
altro ideal-tipo, l’edonista, cioè colui che ritiene
essere buono solo il piacere, in mezzo ai travagli
della vita … e ciò lo si faccia anche a spese degli
altri, dei deboli, dei vecchi … un cinismo
esasperato caratterizza questo approccio alla vita
…
Leggiamo i versetti da 6 a 11 …
Edonismo e Apostasia II



L’apostasia è la tentazione ricorrente degli uomini: oggi
potremmo dire che vi è -peraltro come in tutti i tempi, perché
la natura umana è tale- una sottile apostasia dall’essere per
un scelta orientata all’avere.
Come sempre, i convertiti sono i peggiori persecutori dei loro
ex confratelli, che attaccano con violenza, ma alla fine, il
destino dei reprobi è segnato … la morte incombe
Leggiamo i versetti da 21 a 24 …
L’Uomo di fronte alla Morte I




Ora occorre però che facciamo una breve riflessione sul
tema della Morte, uscendo per qualche tempo dal
commento al libro della Sapienza, per poi rientrarvi.
Già Platone affermava che “… quanti per retta via
esercitano amor di sapienza, fanno studio continuo di
morte” (Fedone), e
Bossuet (in un’omelia del 1666): “I mortali si
preoccupano di seppellire il pensiero della morte con la
stessa cura con la quale sotterrano i loro morti”, e
Heidegger scriveva nel 1927 che “L’uomo è un essereper-la-morte” (Essere e Tempo).
L’Uomo di fronte alla Morte II




Mi sembra anche opportuno fornirvi alcuni
suggerimenti bibliografici su questo tema così
fondamentale:
- Storia della morte in occidente (Rizzoli 1978) di
Philippe Aries
- L’aldilà dell’uomo (Mondadori 1985) di Luigi
Moraldi
- L’antropologia della morte (Garzanti 1976) di
Vincent Louis Thomas.
L’Uomo di fronte alla Morte III


Possiamo dire che di fronte alla morte l’uomo
reagisce solitamente in due modi un po’ “polari”: a)
c’è chi la vede come pace, passaggio, angelo,
trascendenza, inizio e c’è b) chi la vede come
incubo pauroso, polvere, nulla, mostro, negazione,
fine di tutto.
Non dobbiamo parteggiare per nessuna di queste
due posizioni, perché sono entrambe legittime
razionalmente, ma esaminare un po’ più a fondo la
questione.
La Morte come “angelo”


La morte era vista un tempo, anche solo fino a
pochi decenni fa, come un passaggio … si moriva in
casa, raramente ospedalizzati … anche il dolore si
sapeva ne facesse parte necessariamente (come un
qualcosa che-non-cessa).
Leggiamo in proposito una poesia del padre David
M. Turoldo, scritta in morte dei suoi genitori, nella
quale traspare la forza della fede in un qualcosa
che non finisce.
La Morte come “mostro”



Per molti, invece, la morte è una realtà mostruosa. In molte
parti del mondo occidentale la more viene nascosta,
truccata dalla industria del “caro estinto”. Vi è addirittura
un mercato per nasconderla meglio.
Sappiamo che nelle società “semplici” la morte è
semplicemente una parte dell’itinerario, è l’ultimo momento,
da vivere con dignità e compostezza.
Anche su questo tema la grande letteratura può esserci di
aiuto: ad esempio ne La morte di Ivan Il’ic di Leone Tolstoj,
oppure ne La cripta dei cappuccini di Joseph Roth, o, infine,
in Platone stesso che scrive nel dialogo Gorgia. Nel biblico
libro di Qoèlet … Nel libro di Giobbe … Leggiamo …
La Morte secondo la Sapienza



Nel capitolo 3 il libro della Sapienza propone
parole di speranza: leggiamo l’inizio.
Per l’autore della Sapienza la morte è un angelo,
che annuncia l’immortalità: Elpìs autòn athanasias
pleres, cioè la loro speranza è piena di immortalità.
I suoi riferimenti sono amplissimi, soprattutto alla
filosofia platonica, che merita essere esaminata un
po’ meglio in tema di morte e immortalità.
La Morte e l’Immortalità in Platone


In diversi dialoghi il grande filosofo ha trattato di
questo duplice e ambiguo argomento, la Morte e
l’Immortalità, un sintagma che ha sempre interpellato
l’uomo in tutta la sua storia: in particolare in Fedone,
Gorgia, Repubblica, Fedro, Timeo e Critone.
Platone si propone di mostrare, ad esempio, la
ragionevolezza dell’ipotesi che l’anima spirituale sia
immortale, mediante quattro ragioni: 1) l’opposizione
dei contrari, 2) la reminiscenza, 3) la semplicità e
incorruttibilità, 4) la partecipazione all’idea di vita.
Le altre fonti antiche



Platone stesso sicuramente ha avuto contatti con le
religioni e le filosofie misteriche dell’Oriente antico,
forse anche dell’Induismo vedico.
L‘Oriente antico è il luogo da cui sono provenuti nel
corso dei secoli i profondi misteri proto-gnostici
circa la possibilità per l’anima dell’uomo di
conoscere il proprio destino eterno.
Con questi misteri avrebbe avuto poi molto a che
fare lo stesso Cristianesimo.
Psuché: io personale-anima spirituale


Nel libro della Sapienza è presente sia la nozione
“greca” di anima spirituale, sia la nozione ebraica
di “principio vitale” (nefesh) che informa di sé l’io
personale.
Ciò che emerge, dunque, dal libro della Sapienza,
è una nozione che potremmo definire “mista”, non
chiara, contaminata, tra “anima spirituale” di tipo
greco, del tutto separata dal corpo, e “principio
vitale” di stampo ebraico.
Athanasia e Aftarsia: immortalità e
incorruttibilità I



Se in Platone l’immortalità dell’anima è una qualità
intrinseca della sua spiritualità, poiché essendo realtà
semplice, è perciò indivisibile e così incorruttibile, per
l’autore della Sapienza, le cose stanno in modo diverso.
Leggiamo alcuni passi: 3, 1; 3, 9; 4, 15-16; 5, 15-16;
6, 18-19.
Come vedete vi troviamo concetti che afferiscono
soprattutto alla relazione dell’anima con Dio: si tratta
non di un’immortalità dell’anima per così dire
“autonoma”, ma uno “stare-presso-Dio-che-èimmortale”.
Athanasia e Aftarsia: immortalità e
incorruttibilità II



Si tratta non tanto di una “condizione” dell’essere, ma
piuttosto di un “dono” (di Dio).
… è un qualcosa che somiglia molto a grazia, amore,
misericordia, alleanza … fino a una completa
“divinizzazione” dell’anima umana. A quel punto la
mera condizione umana sarà stata superata e sarà così
raggiunta la condizione dell’immortalità.
A questo proposito vale la pena dare uno sguardo a un
passo dostoevskjiano, ne I demoni. Leggiamo …
L’immortalità gratuita


L’immortalità di cui si tratta nel libro che stiamo
studiando è, alla fine, un concetto giudaico-cristiano,
più che greco, anche se pure la visione platonica
può servire alla ragione per cercare, per quanto
possibile, di comprendere razionalmente questo
tipo di concetto, in sé oltremodo arduo.
Si tratta -alla fine- di un’immortalità gratuita,
dovuta solamente all’amore divino per la sua
creatura autocosciente, a sua immagine. Ma qui c’è
di nuovo un ritorno alla dimensione di fede.
Il nostro Destino futuro



Già in altri momenti del corso abbiamo parlato del
“destino” concependolo come una qualcosa di cui
abbiamo parte con le nostre de-cisioni e azioni.
Ora proviamo ad approfondire alla luce di questo
testo.
Per l’autore de la Sapienza la morte è “una cessazione
del limite e un’apertura verso l’infinito”. A questo evento
è l’uomo stesso, singolarmente, a dare un significato
positivo o negativo, con le sue decisioni e
comportamenti. Abbiamo visto che, nel caso di un
comportamento improntato alla vicinanza con Dio, si
accede all’immortalità, ma … in caso contrario?
Il Destino dell’Empio



Innanzitutto chiariamo il significato del termine “empio”
(dal latino im-pius), che significa non-pio, cioè non
attento alle prerogative di Dio.
Tutto sommato, questo autore ebraico ellenizzato non si
distanzia molto dalla tradizione biblica classica, per cui
il destino dei morti è lo sheol, quello stato umbratile
dell’essere che caratterizza il loro stato e condizione.
Ma in questo modo, propone una visione che non si può
dire sia molto distante da una visione teologica
cristiana di “una specie di assenza della visione divina”:
vale a dire ciò che l’inferno potrebbe essere, una
infinita solitudine.
Una riflessione extra sapienziale


Ponendoci ora nell’ottica di chi non crede nella
tradizione religiosa giudaico-cristiana, di chi non crede
in un Dio-persona, né tantomeno che Gesù Cristo sia
Dio, anche per costoro potrebbe non essere tanto
peregrina la tesi generale di cui al libro della
Sapienza.
Se anche fossimo “solo” un fascio energetico in un
contesto energetico più grande, il nostro orientamento
volontario in vita potrebbe condizionare, in qualche
modo, anche il nostro destino futuro, o no? Ciò è
implausibile?
L’io personale immerso nell’infinito di
Dio I



Varie traduzioni del testo pongono accenti
sull’infinito, sul mondo cosmico, sulla presenza di un
numero incalcolabile di astri e di luci nel cielo.
I filosofi neo-pitagorici ponevano la possibilità che
le anime dei giusti entrassero nell’infinito
diventando stelle della Via Lattea, cioè della
Galassia.
È il mistero della poesia che si accende in questi
passi, e non cede più al tentativo dell’ordine
razionale di spiegare …
L’io personale immerso nell’infinito di
Dio II


Anche san Paolo non spiegherà come saranno le anime
(e i corpi), cioè gli esseri umani, dopo la resurrezione,
ma userà similitudini (il seme e l’albero, e noi potremmo
aggiungere lo zigote e la persona adulta).
… e gli empi? Bene, dice l’autore del nostro libro:
saranno giudicati dalla loro coscienza stessa, che li
allontanerà dalla luce, avendo scelto tale via umbratile
e fosca ben prima, quando l’autocoscienza e la
coscienza erano operative, potremmo dire con
linguaggio contemporaneo. Molto interessante questo
modello scritturistico a cui non siamo abituati.
La Morte dell’Empio




Qui l’autore propone una pagina di altissima poesia,
paragonando la sorte dell’empio al nulla, anzi a un
processo di nientificazione, di annullamento progressivo,
e tanto più grave perché cosciente.
Le immagini che si susseguono sono le più adatte a
dare la sensazione di un qualcosa di inutile, di
passeggero e perciò stesso di insignificante.
La sorte degli empi, per l’autore della Sapienza, non è
l’inferno cristiano (e musulmano), ma il nulla dell’inutilità,
lo scomparire definitivo di un essere che non si è mai
manifestato come soggetto di bene.
Leggiamo …
La Teologia della Sapienza


Il nostro autore, però, non finisce di stupirci.
L’impianto letterario del libro è articolato e
complesso: a un certo punto compare un costrutto,
che gli studiosi di ars rethorica chiamano sorite, il
quale, con una serie incalzante di concetti ci
introduce nel secondo leit motiv del libro, proprio
quello di ciò che sia la vera Sapienza.
Che cosa è la Sapienza I



La Sapienza, tutto sommato, l’abbiamo incontrata
anche leggendo Giobbe, poiché la sua grande
pazienza, alla fine si è rivelata come una vera
sapienza.
Abbiamo già detto che la Sapienza è oggetto
formale (argomento) anche di altri libri biblici cui ci
riferiremo per cenni, il Qoèlet e Proverbi.
Ma, in definitiva, questo autore che cosa ci dice?
Che cosa è la Sapienza II




Innanzitutto è la facoltà o virtù che spinge l’uomo a
farsi tre domande: a) chi è lui stesso e l’altro uomo; b)
(se c’è) chi è Dio; c) perché il mondo e come funziona.
In ambiente biblico-semitico, per la prima volta queste
domande sono strutturate in modo che il popolo
(minuto) possa trovare risposte.
Nelle più antiche civiltà sumeriche ed egiziane, la
ricerca della sapienza era retaggio di pochi,
privilegiati e potenti: i principi e si sacerdoti.
In ambiente ebraico, invece, questa ricerca condivisa si
chiama mashal, e costituisce il primo embrione di
sapienza popolare.
L’esempio dei Proverbi



Quando pensiamo ai Proverbi, in generale, di solito
ci vengono in mente detti e ragionamenti brevi e a
volte per noi banali e scontati, ma non è sempre
così.
Nella Bibbia, oltre a questo, che a volte è intriso di
oscenità, misoginia, e altre espressioni di basso
profilo, vi è anche dell’altro …
Leggiamo qualcosa …
La “sapienza” di questo libro



La Sapienza è stata anche una scuola, che in civiltà
più antiche di Israele si era sviluppata ancora un
paio di millenni prima: nella zona delle civiltà
Caldee e Sumeriche.
Era perlopiù destinata a principi ed aristocratici,
per prepararli all’arte di governare.
Ma, oltre alle “scuole ufficiali”, sorsero anche scuole
popolari, all’aperto, nelle quali venivano insegnati,
da scribi e dotti, i principi della saggezza.
Il Mashal



Ecco allora che nascono i “mashal”, i detti, o
proverbi.
La Sapienza è dunque una dimensione, sia
popolare, sia aristocratica, come possiamo
constatare dalle letture appena fatte.
La Sapienza si configura, inoltre, sia come
letteratura ottimistica, sia come letteratura
pessimistica, sull’uomo e sulle sue azioni.
La Sapienza, l’Uomo e Dio




Essa delinea i passaggi che portano l’uomo a Dio,
mediante eleganti metafore filosofiche.
Se l’uomo guarda bene, trova nella natura e nella
sua propria vita, quasi, le “orme di Dio”.
Leggiamo il passo 7, 22 - 23.
La Sapienza, poi, è come una luce: leggiamo 7, 25
- 26. 29 - 30.
Il Mondo è “poesia” di Dio



“Pòiesis”, in greco significa non solo componimento
in versi, ma “cosa fatta”, manufatto.
La “Poesia” è dunque anche quasi un’attività
fabbrile, un qualcosa di concreto, visibile, usabile.
In questo senso la Sapienza dice che il mondo è
“Poesia di Dio”, opera di un Creatore supremamente
intelligente e buono: “(…) e Dio vide che ciò era
buono (…) (Genesi 1.
L’Uomo e l’Altro uomo



Il Salmo 8 dice: “Tu l’hai fatto di poco inferiore a
Dio”, parlando dell’uomo …
E così è anche l’Altro uomo, chi è altro da noi, chi
arriva con una barca, chi cammina per strada, chi
…
La Sapienza insegna che ognuno di noi ha uguale
dignità, perché siamo fatti “a sua immagine “
(Genesi, 1, 26-7).
La Scienza umana I



La Sapienza di Salomone loda la scienza umana,
che è resa possibile dal dono intellettuale e
raziocinante.
La Scienza arricchisce non solo la mente, ma anche
la Fede.
La scienza nasce dalla meraviglia che prova
l’uomo per le cose del mondo, e crea a sua volta
meraviglia per le cose che l’uomo scopre, del
mondo.
La Scienza umana II




In greco scienza si dice “Epistème”, ed è collegata
alla sapienza, che si dice “Sophia”.
Arte invece si dice “Tekne”, e rinvia a tutte la nostra
terminologia moderna che ha a che fare con
“tecnica e tecnologie”.
In cinese, arte, invece, si dice “Asobi”, che significa
gioco.
Nel libro della Sapienza vi sono ambedue questi
significati: meraviglia e senso pratico.
La Scienza umana III


La Sapienza loda anche la Politica.
Leggiamo in proposito il passo di 8, 9 - 16. Oggi
più che mai necessiteremmo di “sapienza” nella
politica. Lo squallore che circonda oggi questo
mondo avrebbe bisogno di essere illuminato da
questa “sapienza” antica e immortale.
La Sapienza è Grazia



La Sapienza è molto più dell’intelligenza, perché vi
sono uomini molto intelligenti che si comportano da
stupidi, quando sono arroganti, quando sono
autoritari, egoisti, narcisi. Esempi a iosa …
La Sapienza richiede un lungo esercizio, perché
l’arte del comprendere è un’ascesi, una ricerca
faticosa e dura.
Leggiamo ancora due passi: 8, 2 e 7, 7 - 10.
… e continuiamo


… con il prossimo libro.
Come abbiamo detto all’inizio del corso, il nostro
sguardo conclusivo riguarderà il libro straordinario
del Qoèlet, cioè il Convocatore , in ebraico, che ci
accompagnerà per l’ultimo tratto di questo nostro
itinerario alla ricerca della Sapienza.
Scarica

Il libro di Giobbe