EUROPA E ORIENTE
Missionari, diplomatici, viaggiatori
nei secoli XIII e XIV
Vie di comunicazione nel Medio Evo
Via Francigena.
Sulle orme di Sigerico: dal Gran
San Bernardo ai luoghi santi di
Roma,
Guide d’Italia del Touring Club
Italiano (2006)
Anno 990, Sigerico, arcivescovo
Di Canterbury, va a Roma per
Ricevere dal papa il pallium
Resoconto del viaggio da Roma
A Canterbuty, in 80 tappe
Percorsi della via Francigena
nel tratto emiliano
Vie di pellegrinaggio
Itinerari del pellegrino
• Itinerarium Egeriae (Peregrinatio Aetheriae), per la
Terrasanta, fino al Sinai col monastero di S. Caterina. Da
anche la descrizione delle liturgie pasquali a
Gerusalemme: ritrovata nel 1884, risale al 384 ca
• L’itinerario del pellegrino più noto, la cosiddetta Guida del
pellegrino di Santiago, è il libro quinto del Codex Calixtinus
(in relazione a papa Callisto II, 1119-1124) o Liber Sancti
Jacobi, composto tra il 1140-1150. Vi sono indicati i quattro
principali «cammini» destinati a riunirsi in terra di Spagna,
a Puente de la Reina: la via tolosana, da Arles attraverso
Tolosa, la via podense, da Le Puy attraverso Conques e
Moissac, la via lemovicense, dall’abbazia di Vézelay
attraverso Limoges, e la via turonense, da Tours.
Per Santiago de Compostela
Il passagium armato: la crociata
1219, Damietta, Egitto
Jacques da Vitry, vescovo di S. Giovanni d’Acri
LETTERA DEL 1220 SULLA PRESA DI DAMIETTA,
Scritta da Damietta a tre destinatari: papa Onorio III (1216-1223), il maestro Giovanni da Nivelles, la badessa
del monastero di Aywières. Riferisce la presa di Damietta da parte dei crociati.
(Lettres de Jacques de Vitry (1160/1170-1240) évêque de Saint Jean d'Acre, ed. R. B. C. HUYGENS, Leiden
1960)
Il signor Rainerio, priore della chiesa di San Michele (in Acri), è entrato a far parte della Religione dei frati
minori. Questa Religione sta diffondendosi grandemente nel mondo intero. Il motivo è questo: che essi
imitano espressamente la forma di vita della Chiesa primitiva e la vita degli apostoli. Tuttavia questa
Religione ci sembra molto pericolosa, perché vengono sparpagliati a due a due per tutto il mondo, non solo
i perfetti, ma anche i giovani e gli imperfetti, che avrebbero dovuto essere domati e provati per qualche
tempo sotto la disciplina conventuale.
Il loro maestro, che fondò questo Ordine [si chiama frate Francesco: un uomo talmente amabile che è da tutti
venerato], venuto presso il nostro esercito, acceso dallo zelo della fede, non ebbe timore di portarsi in
mezzo all'esercito dei nostri nemici e per alcuni giorni predicò ai saraceni la parola di Dio, ma con poco
profitto. Tuttavia il sultano, re dell'Egitto, lo pregò, in segreto, di supplicare per lui il Signore perché, dietro
divina ispirazione, potesse aderire a quella religione che più piacesse a Dio.
Sono passati a far parte di questa stessa religione Colino l'inglese, nostro chierico, e altri due dei nostri
collaboratori, cioè il maestro Michele e don Matteo, al quale avevo affidato la cura della chiesa di Santa
Croce. A stento riesco a trattenere il Cantore (Giovanni da Cambrai), Enrico (siniscalco) e alcuni altri...
Jacques de Vitry, Historia Occidentalis 1. II, cap. 32, scritto prima
della disfatta dei crociati a Damietta (8 settembre 1221).
Non soltanto i fedeli di Cristo, ma perfino i saraceni e gli uomini ancora nelle tenebre, quando essi vengono
intrepidi da loro per predicare, pieni di ammirazione per la loro umiltà e perfezione, volentieri li accolgono e li
provvedono del necessario con animo riconoscente. Noi abbiamo potuto vedere colui che è il primo fondatore e
il maestro di questo Ordine, al quale obbediscono tutti gli altri come a loro supremo priore: un uomo semplice e
illetterato, ma caro a Dio e agli uomini, chiamato frate Francesco. Egli era stato preso da tale eccesso di amore e
di fervore di spirito che, venuto nell'esercito cristiano, davanti a Damietta, in terra d'Egitto, volle recarsi,
intrepido e munito solo dello scudo della fede, nell'accampamento del sultano d'Egitto. Avendolo i saraceni
catturato, disse: «Io sono cristiano. Conducetemi davanti al vostro signore». Quando gli fu portato davanti,
vedendolo in sembianza di uomo di Dio, la bestia crudele si sentì mutata in uomo mansueto, e per alcuni giorni
l'ascoltò con molta attenzione, mentre predicava Cristo davanti a lui e ai suoi. Poi, preso dal timore che qualcuno
del suo esercito, convertito al Signore dall'efficacia delle sue parole, passasse all'esercito cristiano, comandò che
fosse ricondotto, con grande onore e protezione, nel nostro campo, dicendogli in ultimo: «Prega per me, perché
Dio si degni di rivelarmi quale legge e fede gli è più gradita».
Del resto i saraceni stanno ad ascoltare volentieri tutti i predetti frati minori, mentre annunciano la fede di Cristo
e la dottrina evangelica, ma solo fino a quando, nella loro predicazione, non incominciano a contraddire
apertamente Maometto come ingannatore e perfido. Allora li percuotono barbaramente e quasi li ucciderebbero,
se Dio non li proteggesse in modo prodigioso, e li cacciano fuori dalle loro città.
CRONISTI DELLA V CROCIATA
Ernoul, principale continuatore di Guglielmo di Tiro, storico delle crociate, passò quasi tutta la sua vita in
Oriente, dove si era recato come scudiero di Balzino d'Ibelin. Poté quindi assistere di persona a parecchi di
quegli avvenimenti tra la terza e la quinta crociata. Senz'altro fu presente alla disfatta dei crociati presso
Tiberiade e all'assedio e capitolazione di Gerusalemme nel 1187. E quindi testimone oculare dei fatti che narra.
La limpidezza e semplicità del racconto escludono ogni dubbio sulla veridicità del medesimo. Si pensa dai critici
che la sua Chronique sia un compendio dovuto a Bernardo il Tesoriere, che anche la continua dal 1229 al 1231.
L' opera è, comunque, databile tra il 1227 e il 1229.
Capitolo 37
Ora vi dirò di due chierici che si trovavano nell'esercito a Damietta. Essi si recarono dal cardinale (legato,
Pelagio) e gli manifestarono la loro intenzione di andare a predicare al sultano; ma volevano fare questo con il
suo beneplacito. Il cardinale rispose che, per conto suo, non avrebbe mai dato né licenza né comando in tale
senso, perché non voleva concedere licenza che si recassero là dove sarebbero stati senz'altro uccisi. Sapeva
bene infatti che, se ci andavano, non ne sarebbero tornati mai più. Ma essi risposero che, se ci andavano, lui
non avrebbe avuto nessuna colpa, perché non era lui che li mandava, ma semplicemente permetteva che vi
andassero. E tanto lo pregarono che il cardinale, constatando che avevano un proposito così fermo, disse loro:
«Signori miei, io non conosco quello che voi avete in cuore e quali siano i vostri pensieri, se buoni o cattivi; ma
se ci andate, guardate che i vostri cuori e i vostri pensieri siano sempre rivolti al Signore Iddio». Risposero che
non volevano andare, se non per compiere un grande bene, che bramavano portare a compimento. Allora il
cardinale disse che potevano pure andarci, se lo volevano, ma che non si pensasse da nessuno che era lui a
inviarli.
Ernoul
Allora i due chierici partirono dal campo cristiano, dirigendosi verso quello dei
saraceni. Quando le sentinelle del campo saraceno li scorsero che si
avvicinavano, congetturarono che certo venivano o come portatori di
qualche messaggio o perché avevano intenzione di rinnegare la loro fede.
Si fecero incontro, li presero e li condussero davanti al sultano.
Giunti alla presenza del sultano, lo salutarono. Il sultano rispose al saluto e
poi domandò loro se intendevano farsi saraceni oppure se erano venuti a
portare qualche messaggio.
Essi risposero che giammai si sarebbero fatti saraceni, ma piuttosto erano
venuti a lui portatori di un messaggio da parte del Signore Iddio, per la
salvezza della sua anima. E proseguirono: «Se voi non volete credere (gli
dissero), noi consegneremo la vostra anima a Dio, perché vi diciamo in
verità che se morirete in questa legge che ora professate, voi sarete
perduto né mai Dio avrà la vostra anima. Proprio per questo siamo venuti
a voi. Se vorrete darci ascolto e comprendere, noi vi mostreremo con
argomenti irrefutabili, alla presenza dei più saggi uomini di questa terra, se
li vorrete convocare, che la vostra legge è falsa».
…Ernoul
Il sultano rispose loro che egli aveva dignitari maggiori e minori della sua legge e gli
incaricati del culto ( 17 ) e senza di loro non poteva neppure ascoltare quello che essi
volevano dire. «Molto bene – risposero i due chierici –. Mandateli a chiamare, e se noi
non riusciremo a dimostrare con solidi argomenti che è vero quanto asseriamo, che
cioè la vostra legge è falsa, sempre che vogliano ascoltare e comprendere, fateci pure
mozzare la testa». Il sultano allora li fece convocare e vennero nella sua tenda. E così si
trovarono insieme alcuni dei maggiori dignitari e dei più saggi del suo regno e i due
chierici.
Quando furono radunati insieme, il sultano espose il motivo per cui li aveva convocati
e ora erano qui alla sua presenza, quello che i due chierici gli avevano proposto e la
ragione della loro venuta. Ma essi gli risposero: «Sire, tu sei la spada della legge: a te il
dovere di custodirla e di difenderla. Noi ti comandiamo, da parte di Dio e di
Maometto, che ci ha dato questa legge, di far subito decapitare costoro. Quanto a noi,
non ascolteremo mai quello che essi dicono. Ma anche voi mettiamo sull'avviso di non
ascoltarli, perché la legge proibisce di prestare orecchio ai predicatori di altra
religione. Se poi c'è qualcuno che voglia predicare o parlare contro la nostra legge,
questa stessa stabilisce che gli sia mozzata la testa.
Per questo ti comandiamo, da parte di Dio e della legge, che tu faccia subito tagliare
loro la testa, come è prescritto dalla legge».
… Ernoul
E presero subito congedo e se ne andarono senza più voler ascoltare nessuna parola. Rimasero soli il sultano e i
due chierici.
Allora il sultano disse loro: «Signori miei, mi hanno detto, da parte di Dio e della legge, che io vi faccia
decapitare, perché così è prescritto dalla legge. Ma io, per quest‘unica volta, andrò contro la legge; non vi farò
tagliare la testa. Sarebbe una ricompensa malvagia fare morire voi, che avete voluto coscientemente affrontare
la morte per salvare l'anima mia nelle mani del Signore Iddio».
Poi il sultano aggiunse che se essi volevano rimanere con lui, li avrebbe investiti di vaste terre e possedimenti.
Ma essi risposero che non volevano punto rimanerci, dal momento che non li si voleva né sentire né ascoltare,
e perciò sarebbero tornati nell'accampamento dei cristiani, se lui lo permetteva.
Il sultano rispose che volentieri li avrebbe fatti ricondurre sani e salvi nell'accampamento. Ma intanto fece
portare oro, argento e drappi di seta in gran quantità, e li invitò a prenderne con libertà. Essi protestarono che
non avrebbero preso nulla, dal momento che non potevano avere l ' anima di lui per il Signore Iddio, poiché
essi stimavano cosa assai più preziosa donare a Dio la sua anima, che il possesso di qualsiasi tesoro. Sarebbe
bastato che desse loro qualcosa da mangiare, e poi se ne sarebbero andati, poiché qui non c'era più nulla da
fare per loro.
Il sultano offrì loro un abbondante pasto. Finito, essi si congedarono da lui, che li fece scortare sani e salvi fino
all'accampamento dei cristiani.
Bernardo il Tesoriere, Liber de acquisitione Terrae Sanctae, I,
testo francese ante 1230.
Testo latino dell'epitomatore fr. Francesco Pipino domenicano ca 1330
Riguardo ai sentimenti di umanità e di clemenza dello stesso sultano, il medesimo Bernardo riferisce questo
esempio. Durante l'assedio di Damiata, mentre i cristiani circondavano la città, c'erano due chierici che, ardenti
dello zelo della fede, si proposero di recarsi dal sultano per annunciargli il Vangelo. Chiesta la licenza al
(cardinale) legato, questi rispose: «Non so davvero da quale zelo siate spinti: se siete mossi dallo Spirito di Dio o
la tentazione di Satana vi ha preso. Che ci andiate o meno, io non vi esorto, né vi dissuado. Se però lo fate,
curate attentamente che le vostre azioni portino frutti presso Dio».
Arrivati nell'accampamento dei saraceni, furono introdotti alla presenza del sultano. Questi insisteva a chiedere
se avevano un incarico di ambasceria oppure volessero farsi saraceni. Ma essi risposero: «Noi siamo
ambasciatori del Signore nostro Gesù Cristo, e siamo venuti per salvare le anime, pronti a dimostrare con
argomenti irrefutabili che nessuno può salvarsi se non mediante l'osservanza della legge cristiana». E si
dichiaravano disposti a subire la morte per questa fede. Il sultano, che era uomo mite di cuore, li ascoltò con
bontà. Poi convocò un'adunanza dei suoi arcivescovi, vescovi, di altri periti nella sua legge e di capi del suo
esercito. Ma appena ebbe esposto il motivo di quella convocazione, uno di loro, a nome di tutti, rispose:
«Molto imprudentemente ha agito colui che era tenuto a essere il difensore della nostra legge e doveva
rispondere con la spada della vendetta contro gli avversari di essa, e invece ha sopportato di concedere udienza
a dei profanatori della legge, davanti a tante persone ». Ciò detto, lo scongiurarono, in forza della sua legge, a
condannarli a morte. E se ne andarono.
Ma il sultano disse ai cristiani: «Non sia mai ch'io condanni a morte voi che siete venuti per la mia vita!». E
assicurò di affidar loro grandi ricchezze, se volevano rimanere con lui, e fece mettere davanti a loro lingotti
d'oro e d'argento; ma essi rifiutarono ogni cosa, protestando che erano venuti non a cercare i beni materiali,
ma quelli spirituali. E, accettata una scorta dal sultano, ritornarono nell'accampamento cristiano.
Crociata o/e missione?
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Del 1229-31 è l’anonima Histoire de Eracles empereur et la conqueste de la terre d’outremer.
L’Anonimo, che conosce Francesco e ricorda che è stato canonizzato, non riferisce della sua
visita al sultano, ma dà un’informazione sul suo atteggiamento verso i crociati:
Quell’uomo, che diede principio all’Ordine dei Frati Minori - il suo nome era frate Francesco,
ma poi fu canonizzato ed elevato a dignità, così che lo si chiama san Francesco - venne
all’esercito di Damietta e vi operò molto bene e vi rimase fino a quando la città fu presa. Egli
vide il male e il peccato che cominciavano a crescere tra la gente dell’esercito, gli dispiacque
tanto che se ne andò via e si fermò per un pezzo in Siria; poi se ne ritornò al suo paese...
Sembrava che [i crociati] volessero dire: «Non abbiamo più bisogno dell’aiuto di Dio»,
perché lo respinsero lontano da loro e poi non vollero intendere di servirlo né di fare il bene;
cominciarono allora, nell'esercito fuori e dentro la città, furti, ruberie, omicidi, lussuria, anche
con le saracene della città.
Recueil des historiens des croisades, Historiens Occidentaux, II, Paris 1859, pp. 348-349 (l'Histoire in
volgare è una delle continuazioni della Historia rerum in partibus transmarinis gestarum di Guglielmo di
Tiro). Il brano è riportato con minime varianti anche da G. Golubovich, Biblioteca bio-bibliografica, I, cit.,
p. 14.
Crociata?
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Francesco tace sulla crociata. Nei suoi scritti non la nomina mai, come non parla mai di armi, battaglie,
nemici, anzi nella Regula non bullata XXII, 1-4, afferma: «sono nostri amici tutti quelli che ci provocano
ingiustamente tribolazioni ed angustie, vergogne ed ingiurie, dolori e tormenti, martirio e morte».
Non usa mai miles Christi, attributo dei martiri, poi dei monaci, poi, dalla fine dell’XI secolo, dei crociati e
dei membri degli ordini monastico cavallereschi: Pauperes milites Christi era la denominazione ufficiale
dei Templari.
Quanti sostengono che Francesco fosse favorevole alla crociata, non potendo basarsi su affermazioni dei
suoi scritti e delle agiografie, fanno una considerazione storica aprioristica: il frate di Assisi non poteva non
essere favorevole al bellum sacrum, sia per la tradizione cavalleresca di cui era intriso, sia per la sua
adesione alla dottrina della Chiesa romana e quindi all'agostiniana guerra giusta, di cui la crociata era la
forma più alta nonché impresa papale.
Il corretto criterio del collocamento di una persona nel suo contesto storico può essere trasformato in una
gabbia interpretativa che esclude ogni spazio per la sua autonomia e le sue specificità?
Se nessuno andasse contro il proprio tempo potrebbe esserci storia, cambiamento?
In ogni epoca storica, oltre all’ideologia dominante, esistono le contraddizioni ?
Porsi certe domande «può apparire ingenuo a quanti risolvono ogni questione del genere richiamandosi alle
concezioni e ai costumi del tempo: un passe-partout che, in realtà, ci dice ben poco», Giovanni Miccoli,
Considerazioni al margine di una recente edizione dell'Historia septem tribulationum ordinis Minorum di
Angelo Clareno, in Id., Francesco d'Assisi. Memoria, storia e storiografia, Ed. Biblioteca francescana,
Milano 2010, p. 318.
Missione?
Francesco d’Assisi, 1221: REGULA NON BULLATA, CAP. XVI
(assente nella Regula bullata del 1223)
Dl COLORO CHE VANNO TRA I SARACENI E GLI ALTRI INFEDELI
Dice il Signore: «Ecco, io vi mando come pecore in mezzo ai lupi. Siate dunque prudenti come
serpenti e semplici come colombe» (Mt 10, 16). Per cui chiunque dei frati per ispirazione
divina vorrà andare tra i saraceni e gli altri infedeli, vadano con la licenza del proprio ministro
e servo. Il ministro dia loro la licenza e non li contraddica, se vedrà che sono idonei ad essere
mandati; infatti sarà tenuto a rendere ragione a Dio se in questa o in altre cosa avrà proceduto
in maniera indiscreta.
I frati che vanno possono comportarsi in due modi in mezzo a loro. Un modo è che non facciano
liti né contese, ma siano sudditi di ogni creatura umana per Dio (1 Pt 2,13) e confessino di
essere cristiani. Un altro modo è che, quando vedranno che piace a Dio, annuncino la parola
di Dio perché credano in Dio onnipotente, Padre e Figlio e Spirito Santo, creatore di tutte le
cose, nel Figlio redentore e salvatore, e siano battezzati e diventino cristiani, perché se
qualcuno non rinascerà dall'acqua e dallo Spirito Santo, non può entrare nel regno di Dio
(Gv 3, 5).
Queste ed altre cose che piaceranno al Signore, possono dire ad essi e ad altri; poiché dice il Signore nel Vangelo: "Chi mi
riconoscerà davanti agli uomini, io lo riconoscerò davanti al Padre mio che è nei cieli"; e: "Chiunque si vergognerà di me e
delle mie parole, il Figlio dell'uomo si vergognerà di lui, quando tornerà nella gloria sua e del Padre e degli angeli".
E tutti i frati, ovunque sono, si ricordino che si sono donati e hanno abbandonato i loro corpi al Signore nostro Gesù Cristo. E per il
suo amore devono esporsi ai nemici sia visibili che invisibili, poiché dice il Signore: "Colui che perderà l'anima sua per causa
mia la salverà per la vita eterna".
"Beati quelli che sono perseguitati a causa della giustizia, perché di essi è il regno dei cieli. Se hanno perseguitato me,
perseguiteranno anche voi". E: "Se poi vi perseguitano in una città fuggite in un'altra. Beati sarete, quando gli uomini vi
odieranno e vi malediranno e vi perseguiteranno e vi bandiranno e vi insulteranno e il vostro nome sarà proscritto come
infame e falsamente diranno di voi ogni male per causa mia; rallegratevi in quel giorno ed esultate, perché grande è la vostra
ricompensa nei cieli. E io dico a voi, miei amici: non lasciatevi spaventare da loro e non temete coloro che uccidono il corpo e
dopo di ciò non possono far niente di più .
Guardatevi di non turbarvi. Con la vostra pazienza infatti salverete le vostre anime . E chi persevererà sino alla fine, questi sarà
salvo".
dai racconti di pellegrinaggio ai
racconti di viaggio
È l’evoluzione del racconto fra Tre e
Quattrocento, spesso dovuta a mercanti che
scrivono in lingua volgare invece che in latino
Franco Cardini, In Terrasanta. Pellegrini italiani tra Medioevo e
prima età moderna, Bologna, Il Mulino, 2002
Ma si pensi ai Racconti di Canterbury di Geoffrey Chaucer
(John Ure, Racconti di pellegrini. La grande avventura del
Medioevo, Cinisello Balsamo, San Paolo, 2007)
I MONGOLI
Mongoli
1206 Temugin riconosciuto come Chinzig Khan,
“signore oceanico”
GENGIS KHAN (1167-1227)
I quattro figli dividono l’impero in quattro khanati.
1240 distrutta Kiev
1241 devastata l’Ungheria, sconfitti i Polacchi. I Mongoli arrivano
a Breslavia e Cracovia. Ma dopo la battaglia di Liegnitz
ripiegano improvvisamente per la morte del gran khan Ögödei
(1229-1241, terzo figlio di Gengis khan).
L’Europa è salva. La pax mongolica in Asia permetterà viaggi di
missionari e mercanti.
Asia attuale (fine sec. XX)
I Mongoli per gli Europei
Tàtari (la popolazione che combatteva in prima
linea)
Diventano Tartari, il flagello demoniaco.
I popoli di Gog e Magòg che irromperanno alla fine
dei tempi dall’Oriente.
Apocalisse 20, 7-9:
Quando i mille anni saranno compiuti, Satana verrà liberato dal suo carcere e
uscirà per sedurre le nazioni che stanno ai quattro angoli della terra, Gog e
Magòg, e radunarle per la guerra: il loro numero è come la sabbia del mare.
Salirono fino alla superficie della terra e assediarono l’accampamento dei santi e
la città amata. Ma un fuoco scese dal cielo e li divorò. E il diavolo, che li aveva
sedotti, fu gettato nello stagno di fuoco e zolfo, dove sono anche la bestia e il falso
profeta: saranno tormentati giorno e notte per i secoli dei secoli.
I MONGOLI VISTI DAGLI EUROPEI
Preoccupati accenti usarono di fronte al pericolo
mongolo maestri come
• Adamo di Marsch (+ 1258), che tra il 1247 e il
1250 fu il primo insegnante di teologia
francescano ad Oxford,
• e Ruggero Bacone (1214 circa - forse Oxford dopo
il 1292), Doctor mirabilis, che studiò ed insegnò
teologia ad Oxford, recandosi poi a Parigi (124555); nel 1255 entrò nell'ordine francescano.
Primi missionari
Domenicani:
Nell'autunno 1237 il legato papale d'Ungheria riceveva una lettera da un frate
domenicano, di nome Giuliano, a capo di una missione evangelizzatrice nei
territori degli Urali. L'invio di questa lettera era tutto ciò che Giuliano poteva fare
per mettere in guardia la cristianità da un grave e sconosciuto pericolo che la
minacciava: l'invasione dei Mongoli, popolo feroce e potente, delle cui imprese il
frate aveva cognizione certa e che sapeva essere in marcia verso l'Europa. Scrive
Giuliano:
Mentre procedevamo verso la nostra meta ed eravamo ormai giunti agli estremi
confini della Russia ci giunse una notizia inattesa e sorprendente: i pagani che
vivono oltre quelle terre sono stati distrutti e sottomessi dai Mongoli, e così pure
molti altri regni... Abbiamo saputo che i Mongoli hanno diviso il loro esercito in
quattro parti e si stanno dirigendo in regioni diverse della Russia; a quanto
raccontano i profughi, essi stanno aspettando che l'inverno faccia gelare paludi e
fiumi per superarli e saccheggiare con facilità il paese... I Mongoli discutono giorno
e notte (questo asserisce chi è bene informato) di come sconfiggere il regno
cristiano d'Ungheria e impadronirsene; ma il loro progetto è quello di giungere a
Roma, conquistarla e proseguire oltre.
Matteo Paris (1200-1259)
monaco benedettino dell’abbazia di St. Albans, nell’Hertfordshire
Chronica maiora IV
In quell'anno l'odiato popolo di Satana, lo sterminato esercito dei Tartari, uscì dalla sua terra circondata dai
monti, perforò quelle rocce che parevano di durezza insuperabile, tracimò come una schiera di demoni
liberati dal Tartaro (è da questo che prendono il nome). Essi coprirono la superficie della terra come
locuste e devastarono le regioni dell'Oriente con miserandi saccheggi, tutto bruciando e ovunque facendo
strage. Percorsero in lungo e in largo le terre dei musulmani, rasero al suolo le città, tagliarono i boschi,
abbatterono i castelli, divelsero le vigne, devastarono i giardini; tutti trucidarono, nelle città come nelle
campagne. Se mai risparmiavano alcuni che li imploravano, era per ridurli nella più terribile schiavitù, e per
costringerli a marciare in prima fila contro i propri fratelli: se questi combattevano per finta, o cercavano di
armarsi di nascosto per scappare, i Tartari li inseguivano alle spalle e li trucidavano; se invece
combattevano con valore e vincevano lo scontro, la vittoria era per loro motivo di disperazione.
I prigionieri li trattavano insomma come animali; e loro stessi, del resto, sono esseri bestiali, piuttosto mostri
che uomini. Hanno sete di sangue e se lo bevono; sbranano e divorano carne di cane e di uomo; vestono
pelli di bue, si armano con corazze di ferro, sono bassi ma tarchiati, di costituzione robusta, invincibili in
guerra, incuranti della fatica; non si coprono con l'armatura la parte posteriore del corpo, ma solo quella
anteriore. La loro bevanda preferita è il sangue filtrato delle loro pecore; hanno cavalli grandi e forti, in
grado di mangiare rami e alberi interi, sui quali salgono con una piccola scala, visto che hanno le gambe
corte. Non possiedono leggi e non conoscono la clemenza; sono più feroci di orsi e leoni. Hanno delle
imbarcazioni di cuoio di bue, che possiedono in comune in gruppi di dieci o dodici; sono abili a nuotare e a
navigare, e passano dunque rapidamente e senza difficoltà i fiumi più grandi e impetuosi. Quando non
hanno sangue a disposizione, bevono con gusto acqua torbida, e anche fangosa. Hanno spade e pugnali
affilati da una sola parte; sono arcieri provetti, che non risparmiano nessuno, quale che sia il sesso, l'età o
la condizione.
Conoscono solo la loro lingua, che nessun altro parla. Finora infatti di loro e della loro vita non si avevano le
notizie che derivano da rapporti reciproci, perché non vi era accesso alle loro terre, e neppure loro erano
da lì mai usciti con le loro mandrie e le loro donne, abili nella guerra come gli uomini; ma ora sono giunti
come fulmini fino ai territori dei cristiani, e con le loro tremende stragi e devastazioni hanno seminato fra
tutti indicibile terrore.
Dallo scontro all’incontro
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Gregorio IX (1227-1241) bandì la crociata (Vocem in excelso, Roma 19 giugno 1241),
predicata dai frati Minori e dai frati Predicatori di Germania, da dove sarebbe partita la
spedizione per liberare la Polonia, la Boemia e l'Ungheria devastate dai Tartari, con la
concessione della la stessa indulgenza plenaria per i crociati di Terrasanta, ma il tentativo fallì
a causa del dissidio tra la Chiesa e l’imperatore. Per lo stesso motivo Federico II non riuscì ad
organizzare la resistenza.
Dopo la morte di Gregorio IX, il brevissimo pontificato di Celestino IV (25 ottobre 1241 10 novembre 1241) e quasi venti mesi di vacanza della Sede Apostolica, nel 1243 il problema
passò al Innocenzo IV (1243-1254), il giurista Sinibaldo Fieschi eletto il 25 giugno. Nella
generale sfiducia che il pericolo mongolo potesse essere sventato con le armi, il nuovo papa
concepì un piano diplomatico per capire le caratteristiche dei Mongoli e le possibilità
dell'Europa di pace da un lato, di pronta risposta ad un altro attacco dei Tartari.
Il primo tentativo di stabilire rapporti diplomatici con i Mongoli risale al 1245, tra la
promulgazione e l’apertura del primo Concilio di Lione: furono scelti due frati inglesi, che
però non partirono; fu scelto quindi il frate minore Lorenzo di Portogallo, cui il 5 marzo 1245
il papa affidava la missione ad Tartaros.
La missione era di carattere religioso-politico. La lettera Dei Patris immensa, da
consegnare al re tartaro, con un'esposizione della fede cattolica, è un invito rivolto al Gran
Khan Güyük (1246-48), figlio di Ögödei, e al suo popolo di ricevere il battesimo. Si fa
appello alla pace nella speranza che si possa giungere ad un trattato onorevole, tractatum
fructuosum. Ma non si sa se Lorenzo sia partito verso le regioni dei Mongoli, probabilmente
no.
Mongoli, missione, crociata
• Il 13 marzo del 1245, con la bolla Cum non solum homines,
il papa affidò al francescano Giovanni da Pian del Carpine
la missione diplomatica all'Imperatore dei Tartari.
•
I piani diplomatico-militari erano elaborati non soltanto
dal papa, ma anche dal re di Francia Luigi IX (1226-1270).
Nel 1244 Gerusalemme era caduta in mano musulmana (e
non sarà più ripresa dai cristiani), il I concilio di Lione del
1245 bandì la crociata (VI). Luigi IX la organizza e dal
1248 si trova per questo in Terrasanta. Il re francese era
dunque il più interessato fra i governanti europei a
instaurare buone relazioni con i Mongoli: un’alleanza o
almeno la garanzia di una loro neutralità poteva essere una
carta importante da giocare contro i musulmani.
Giovanni da Pian del Carpine
N. odierna Magione (nei pressi di Perugia) negli ultimi decenni del XIII secolo
– m. estate 1252 . Il suo viaggio si svolse negli anni 1245-1247, incontrò il gran
khan Güyük (1246-48). Ne derivo l’Historia Mongalorum
INCOMINCIA LA STORIA DEI MONGOLI CHE NOI CHIAMIAMO TARTARI
Prologo
1. Su tutti i fedeli di Cristo, ai quali giungerà questo scritto, frate Giovanni da Pian del Carpine,
dell'Ordine dei frati Minori, inviato della Sede Apostolica presso i Tartari e gli altri popoli
d'Oriente, invoca la grazia di Dio nel presente, la gloria nel futuro e la vittoria trionfale sui nemici
di Dio e di nostro Signore Gesù Cristo.
2. Dovendoci recare presso i Tartari, e gli altri popoli d'Oriente su incarico della Sede Apostolica,
conoscendo il desiderio del signor papa e dei venerabili cardinali, abbiamo scelto di andare, per
primo, presso i Tartari. Si paventava infatti che, per causa loro, la Chiesa di Dio fosse minacciata in
tempi brevi da un grave pericolo. Sebbene temessimo di essere uccisi o imprigionati per sempre
dai Tartari o dagli altri popoli, o di essere tormentati al di sopra delle nostre forze dalla sete, dal
freddo, dal caldo, dalle offese e da eccezionali sofferenze, — pene queste che, eccettuate la
morte e la prigionia a vita, ci capitarono in misura maggiore di quanto prima avremmo potuto
immaginare e nelle forme più diverse —, tuttavia non ci siamo risparmiati, per poter portare a
compimento la volontà di Dio, secondo l ' incarico del signor papa e per essere in qualche modo
d'aiuto ai cristiani o almeno, una volta conosciuta realmente l'intenzione e la volontà dei Tartari,
poterla loro palesare, affinché in caso di un improvviso attacco non si trovassero impreparati e
subissero una grande strage, come invece è accaduto in un 'altra circostanza, a causa dei peccati
degli uomini.
3. Perciò dovete credere ad ogni cosa che noi vi scriviamo a vostro
giovamento con una certezza tanto più sicura, in quanto o noi stessi abbiamo
visto con i nostri occhi tutte quelle cose — dal momento che abbiamo
viaggiato attraverso quei territori in compagnia di quegli uomini
e siamo stati fra loro per un anno e quattro mesi e più —, o le abbiamo
udite dai cristiani che sono loro prigionieri e che, come crediamo, sono
degni di fede. Avevamo infatti incarico dal Sommo Pontefice di analizzare
e valutare tutti i fatti diligentemente, cosa che facemmo con scrupolo,
sia noi, sia frate Benedetto di Polonia, del nostro stesso Ordine,
Che ci fu compagno ed interprete nel nostro penoso viaggio.
4. Così, se per informare i lettori, scriviamo cose che nelle vostre parti
non si conoscono, non ci dovete per ciò reputare falsi, poiché vi riferiamo
ciò che abbiamo visto di persona o che abbiamo appreso per vero
da altri che stimiamo degni di fede. Senza dubbio è estremamente penoso
essere denigrati dagli altri per ciò che si fa di bene.
Giovanni da Pian del Carpine, Historia Mongalorum
Suddivisione in nove capitoli
II territorio dei Tartari: posizione, caratteristiche, clima. CAP. I.
Popolazione, abbigliamento, abitazioni, suppellettili, matrimonio. CAP. II
Religione, concetto di peccato, divinazione, purificazione, riti funebri. CAP. III.
Buone e cattive abitudini, alimentazione e costumi. CAP. IV.
Origini dell'impero dei Tartari e dei loro capi; autorità dell'imperatore e dei
suoi vassalli. CAP. V.
La guerra: ordine di battaglia, armi, stratagemmi e alleanze, crudeltà verso i
prigionieri; espugnazione delle fortezze, slealtà verso coloro che si
arrendono. CAP. VI.
Trattative di pace, nomi dei territori conquistati, opposizione di altri popoli,
esercizio del potere sulla popolazione. CAP. VII.
Come affrontare in guerra i Tartari; quali le loro mire; armamento e
disposizione tattica delle loro truppe; come opporsi alle loro insidie; come
munire città e fortezze; come trattare i prigionieri. CAP. VIII.
Delle provincie e dei luoghi attraversati, dei testimoni
incontrati; della residenza dell'imperatore dei Tartari e dei
suoi principi. CAP. IX.
49. Perché nessuno dubiti che noi ci siamo recati dai Tartari; mettiamo per iscritto i nomi di coloro
con i quali ci siamo incontrati. Daniele, re di Russia, con tutti i suoi uomini e le persone del
seguito… Presso Corenza incontrammo Nongrot, centurione di Kiovia [Kiev], e i suoi compagni,
che ci guidarono per una parte del viaggio... Da Batu trovammo il figlio del duca Ieroslao, che
aveva con sé un cavaliere russo, chiamato Sangor, il quale era un comano diventato cristiano,
come quell'altro russo proveniente dalla terra di Susdal che fu nostro interprete presso Batu.
Presso l'imperatore dei Tartari incontrammo il duca Ieroslao, poi morto colà, ed un suo cavaliere
di nome Temer, nostro interprete, tanto nella traduzione della lettera dell'imperatore al papa,
quanto nelle nostre domande e risposte a voce presso Cuyuccan [Güyük], imperatore dei Tartari.
Era ivi presente anche Dubaslao, chierico del predetto duca, insieme con i suoi servi Giacomo,
Michele ed un altro Giacomo… Tutti costoro sono ritornati in Russia…; da questi si potrà
appurare la nostra veridicità, se sarà necessario. ..
Historia Mongalorum…
50. Ci è testimone l'intera città di Kiovia, che ci fornì di guida e di cavalli fino al
primo posto di guardia dei Tartari e al ritorno ci ricevette con la nostra guida
tartara e con i cavalli dei Tartari che ritornarono poi nel loro territorio. Ci sono
testimoni tutte le genti di Russia per le quali passammo e le quali avevano
ricevuto da Batu lettere sigillate e l'ordine di provvederci di cavalli e di viveri,
pena la morte.
51. Inoltre, ci sono testimoni i mercanti di Breslavia, che vennero con noi fino
a Kiovia, e seppero che ci eravamo andati a cacciare nelle mani dei Tartari,
così come ci sono testimoni altri mercanti, tanto polacchi quanto austriaci,
che arrivarono a Kiovia dopo che noi eravamo partiti alla volta dei Tartari.
Sono anche nostri testimoni i mercanti di Costantinopoli che giunsero in
Russia attraverso il territorio dei Tartari e che ritrovammo a Kiovia quando noi
ritornammo. I nomi di quei mercanti sono i seguenti: Michele da Genova,
Bartolomeo, Emanuele da Venezia, Giacomo Renerio di Acri, Nicolò da Pisa.
Questi per i più importanti. Tra quelli di minore importanza: Marco, Enrico,
Giovanni, Vasio ed un altro Enrico detto Bonadie, Pietro Pascaini. Ce ne erano
molti altri, ma non ne conosciamo i nomi.
Giovanni da Pian del Carpine, Historia Mongalorum, cap. IX
52. Preghiamo tutti i nostri lettori di non togliere né aggiungere nulla,
perché abbiamo scritto con assoluta veridicità tutto quanto abbiamo
visto di persona, o abbiamo appreso da altri che giudicavamo degni di
fede, come Dio ci è testimone, senza nulla aggiungere di proposito. Ma
poiché i popoli di quei territori per i quali siamo passati — Polonia,
Boemia, Germania, Liegi e Champagne — apprezzavano il nostro
racconto, lo trascrissero prima che fosse terminato e riordinato, dato
che allora non avevamo ancora avuto un po' di tranquillità per
completarlo definitivamente. Perciò nessuno si meravigli se in questa
redazione il racconto è più ricco e più corretto che nella precedente:
infatti, dopo esserci presi un po’ di riposo, l'abbiamo corretto e rifinito,
perfezionandolo rispetto al precedente, rimasto incompleto.
Finisce la storia dei Mongoli che noi chiamiamo Tartari.
Historia Mongalorum cap. V:
prete Gianni e creature mostruose
11. Dopo un certo periodo di pace, Cinghiscan [Gengis khan] divise i suoi eserciti.
Mandò uno dei suoi figli — che si chiamava Tossu detto anche qan, cioè imperatore —
con un esercito contro i Comani che sconfisse dopo una lunga guerra. Dopo averli vinti
tornò in patria.
12.Mandò l'altro figlio con l'esercito contro gli Indi e questi conquistò l'India Minore.
Gli abitanti sono Sarraceni di pelle scura, chiamati Etiopi. Egli guidò poi l’esercito nella
battaglia contro i cristiani che abitano l'India Maggiore. Saputo ciò, il re di quella terra,
comunemente chiamato Prete Gianni, dopo aver radunato l'esercito, andò contro di
loro. Fabbricati dei fantocci di rame con del fuoco all'interno ad immagine di uomini, li
pose in sella ai cavalli sistemando alle loro spalle uomini forniti di mantici. Si avviarono
a combattere contro i Tartari con molti di questi fantocci e cavalli in tale assetto.
Quando giunsero sul luogo della battaglia, misero i cavalli in fila uno vicino all'altro. Gli
uomini che erano dietro gettarono non so che sul fuoco contenuto nei fantocci
soffiandovi fortemente con i mantici: per cui avvenne che gli uomini e i cavalli furono
bruciati dal fuoco greco e il cielo fu offuscato dal fumo. Allora lanciarono frecce sui
Tartari, dalle quali molti uomini rimasero feriti e uccisi e così caoticamente li
cacciarono dal loro territorio; né mai si è saputo che vi siano più tornati.
STORIA DEI MONGOLI - CAP. V:
creature mostruose
13. Poi, tornando attraverso il deserto, arrivarono ad un territorio nel quale trovarono
degli esseri mostruosi che avevano l'aspetto di donna — come ci è stato riferito
nella corte imperiale da alcuni preti russi e da altri che erano stati a lungo tra loro
—. Chiesto loro per il tramite di molti interpreti dove fossero gli uomini di quella
terra, risposero che le donne nate in quella terra avevano sembianze umane,
mentre gli uomini avevano aspetto canino. Mentre indugiavano in quel territorio,
alcuni cani si riunirono insieme dall'altra parte del fiume e pur essendo l'inverno
molto rigido, si gettarono in acqua; dopo, irresistibilmente, si gettarono nella
polvere, così la polvere mista all'acqua si congelava attaccata al loro corpo.
Facendo questo varie volte, si formò uno spesso strato di ghiaccio su di loro e con
grande slancio attaccarono battaglia contro i Tartari. Ma quando costoro
scagliavano contro di loro le frecce, queste come se le avessero scoccate su pietre,
tornavano indietro; anche le altre loro armi non potevano in nessun modo ferirli.
Ma i cani, attaccandoli, ferirono ed uccisero molti con i morsi e li cacciarono dal
loro territorio. In seguito a questo episodio esiste tuttora un proverbio fra loro:
«Tuo padre o tuo fratello è stato ucciso dai cani». Condussero nella loro terra,
inoltre, le donne catturate, che rimasero lì fino al giorno della morte.
Historia Mongalorum cap. V:
creature mostruose
31. Procedendo oltre, arrivarono presso i Samogedi. Questi uomini, dicono,
vivono soltanto di caccia; hanno tende ed abiti fatti soltanto di pelle di
animali. Proseguendo oltre, arrivarono ad un territorio che si affaccia
sull'oceano, dove trovarono dei mostri, come ci è stato detto con certezza,
che in tutto avevano aspetto umano, ma i cui piedi terminavano in zoccoli
bovini e che avevano la testa di uomo e il volto di cane.
Dicevano due parole come gli uomini e alla terza latravano come i cani; così,
ad intervalli, inframezzavano dei latrati, ma poi tornavano al loro
comportamento naturale; così si poteva capire ciò che dicevano.
33. Vinti questi, marciò verso sud contro gli Armeni. Mentre i suoi uomini
attraversavano una regione deserta trovarono anche lì dei mostri, come ci è
stato assicurato, che avevano aspetto umano ma avevano un solo braccio con
la mano in mezzo al torace ed un solo piede; in due scagliavano frecce con un
solo arco e correvano così velocemente, che i cavalli non potevano
raggiungerli. Infatti correvano saltando su quell'unico piede, e, quando si
stancavano di camminare così, si muovevano sulla mano e sul piede,
rigirandosi quasi come una ruota. Isidoro li chiamò Ciclopedi. Quando poi
erano stanchi di fare così, correvano di nuovo secondo il primo sistema.
Itinerario di Giovanni da Pian del Carpine
Caduta di Gerusalemme 1244 e
progetti di Luigi IX di Francia
• Il I concilio di Lione (1245) bandisce la VI crociata
• Luigi IX re di Francia (1226-1270) prende la croce
• dal 1248 si trova nel Mediterraneo orientale per
preparare la crociata
• nel 1250 si rivolge ancora verso l’Egitto
• Con un’alleanza con i Mongoli avrebbe potuto
stringere a tenaglia i musulmani. In effetti il gran
khan Möngke (1251-59), pochi anni dopo,
avrebbe ultimato la spedizione contro Bagdad,
già iniziata da Güyük. Il califfato abbaside nel
1258 fu annientato.
Guglielmo di Rubruk
VIAGGIO IN MONGOLIA (Itinerarium), a cura di Paolo Chiesa
Milano, Fondazione Lorenzo Valla – Arnoldo Mondadori editore, 2011
«L'interesse di Luigi IX verso la situazione mongola, sia pure in forma
piuttosto blanda, sembra essersi ben associato con lo spirito missionario
del francescano fiammingo Guglielmo, che il re conosceva bene perché era
stato al suo seguito durante la crociata. Possiamo pensare che Guglielmo
desiderasse recarsi in Tartaria per svolgere opera di evangelizzazione verso
gli infedeli e nel contempo per prestare assistenza spirituale ai molti
prigionieri cattolici che i Mongoli avevano a suo tempo catturato in
Ungheria; Luigi avrà colto l'occasione per dare al viaggio anche una
dimensione diplomatica. Concesse a Guglielmo i necessari mezzi finanziari
e gli fornì una lettera per Sartaq [figlio di Batu e secondo khan dell’Orda
d’Oro, stanziato nelle steppe fra il Don e il Volga], dal tono puramente
commendatizio, ma atta a suscitare una risposta, se il capo mongolo
l'avesse voluto».
Guglielmo di Rubruk
frate minore fiammingo (1220 ca - 1293 ca)
Itinerarium 1253-1255
Guglielmo mostrò che si poteva viaggiare per l’Oriente passando a nord del Caspio.
Raggiunse Karakorum, capitale del Mongoli, ed il gran khan Möngke (Mangu, 1251-59)
Itinerarium, Prologo
A Luigi, eccellentissimo e cristianissimo signore, illustre Re dei Francesi
per grazia di Dio, da frate Guglielmo di Rubruk, il minore fra i frati
Minori, salute e vittoria sempre nel Cristo!
Scrive il Siracide a proposito del sapiente: Passerà nella terra di
popoli stranieri, e in tutto sperimenterà il bene e il male. Quest'impresa, mio Sovrano, l'ho realizzata, e vorrei averlo fatto da sapiente, non da stolto! Molti fanno ciò che fa il sapiente, ma non lo fanno
da sapienti, piuttosto da stolti, e temo di essere anch'io nel numero.
Ma comunque l'abbia fatto, poiché quando partii da Voi mi avete
detto di scriverVi tutto quello che avessi visto nelle terre dei Tartari,
e mi avete esortato a comporre per Voi senza timore un re-soconto
anche molto lungo, eseguo quanto mi avete ordinato; e lo faccio
tuttavia con timorosa vergogna, perché non mi sostengono parole
adatte da scriversi a cotanta Maestà.
Ritorno di Guglielmo
• Fra Guglielmo di Rubruk rientrò nel 1255
portando una lettera di Möngke per re Luigi,
che non presentava alcuna differenza
sostanziale rispetto alle missive precedenti:
• anche stavolta il khan chiedeva sottomissione
immediata e incondizionata.
La via della seta
• Il nome via della seta non risale al sec. XIII, ma agli
studiosi moderni: la Seidenstraße venne nominata per
la prima volta nel 1877 dal geografo tedesco Ferdinand
von Richthofen (1833-1905) in Tagebucher aus China
(Diari dalla Cina). Via della seta indica la rete di itinerari
terrestri, marittimi e fluviali, lungo circa 8.000 km, per i
quali già nell'antichità si erano snodati i commerci tra
l'impero cinese e quello romano. Le vie carovaniere
attraversavano l'Asia centrale e il Medio Oriente,
collegando Chang’an (oggi Xi’an), in Cina, all’Asia
Minore e al Mediterraneo, con diramazioni ad est per
la Corea e il Giappone e a sud per l’India.
Marco Polo
Matteo (o Maffeo) e Niccolò (padre del nostro Marco) nel 1260 attraversarono l'Asia e
raggiunsero la Cina passando per Bukhara e il Turkestan cinese, arrivando a
Khambaliq (Pechino, residenza di Kubilai khan). Ripartirono nel 1266 arrivando a
Roma nel 1269 con una ambasciata di Kubilai, una richiesta al papa di missionari
per la Mongolia.
Il nuovo papa Gregorio X (1271-76) affidò loro una missione speciale ed una lettera
con l’invito al gran khan di inviare a Roma ambasciatori per stabilire un contatto
con l’Occidente. Insomma, Matteo e Niccolò, come Marco, non erano più
mercanti, ma ambasciatori fiduciari del Gran Khan.
Marco era nato a Venezia tra il 1250 e il 1255.
Nel 1271, poco più che quindicenne, parte per la Cina con il padre Niccolò e lo zio
Matteo.
Viene presentato al Gran Khan Kubilai (1260-1294) come suo «uomo» (suddito di
rango). Con questo titolo e i privilegi che gliene derivano, Marco assolve al primo
compito affidatogli da Kubilai, quello di ispezionare le lontane e poco note regioni
al confine tra il Tibet e lo Yiin-nan. Ritornato alla corte del Gran khan dopo aver
assolto molto onorevolmente all'incarico, viene elevato, poco più che ventenne,
dall'imperatore alla dignità di “messere”.
Marco Polo
1295:
Marco ritorna in patria. Poco tempo dopo, durante
una battaglia navale (forse alle Isole Curzolane)
cade prigioniero in mano ai Genovesi.
1298:
Nelle carceri di Genova detta a Rustichello da Pisa,
compagno di prigionia, il suo Divisament dou
monde.
1324:
Muore a Venezia.
Il milione
Cesare Segre, Introduzione a Marco Polo, Il Milione. Le divisament dou
monde. Il Milione nelle redazioni toscana e franco-italiana, a cura di
Gabriella Ronchi, Milano, Arnoldo Mondadori Editore, 1982
Il Milione è un trattato geografico. Le rubriche annunciano
di quale regione o città il relativo capitolo
tratta; al termine di ogni capitolo si preannuncia l'argomento
del successivo. Secondo un procedimento che
perdura nelle moderne guide turistiche, le indicazioni
sulla posizione e la conformazione dei paesi si allargano
a note sulle produzioni locali, sugli usi caratteristici,
su vicende storiche e aneddoti.
Qualche volta la storia prevale.
Marco Polo
Signori imperadori, re e duci e•ttutte altre genti che
volete sapere le diverse generazioni delle genti e•lle
diversità delle regioni del mondo, leggete questo libro
dove le troverrete tutte le grandissime maraviglie e
gran diversitadi delle genti d'Erminia, di Persia e di
Tarteria, d'India e di molte altre province. E questo
vi conterà il libro ordinatamente siccome messere Marco
Polo, savio e•nnobile cittadino di Vinegia, le conta
in questo libro e egli medesimo le vide. Ma ancora
v'à di quelle cose le quali elli non vide, ma udille da
persone degne di fede, e però le cose vedute dirà di
veduta e•ll'altre per udita, acciò che 'I nostro libro sia
veritieri e sanza niuna menzogna
Viaggio di Marco Polo
(82)
De' figliuoli del Grande Kane
Ancora sappiate che '1 Grande Kane à di sue .iiij. moglie .xxij. figliuoli
maschi; lo magiore avea nome Cinghi Kane, e questi dovea essere
Grande Kane e segnore di tutto lo 'mperio. Or avenne ch'egli morìo,
e rimase uno figliolo ch'à nome Temur, e questo Temur dé essere
(Grande) Kane e signore, (e) è ragione, perché fu figliuo(lo) del
magiore figliuolo. E sì vi dico che questi è savio uomo e prode, e
bene à provato in più battaglie.
E sappiate che 'I Grande Kane à .xxv. figliuoli di sue amiche, e ciascuno
è grande barone. E ancora dico che degli .xxij. figliuoli ch'egli à de le
.iiij. mogli, gli .vij. ne sono re di grandissimi reami, e tutti mantegno
bene loro regni, come savi e prodi uomini. E ben è ragione, ché
risomiglino dal padre: di prodezza e di senno è ‘l migliore rettore di
gente e d'osti di niuno signore che mai fosse tra' Tartari.
Or v'ò divisato del Grande Kane e di sue femini (e) di suoi figliuoli; or vi
diviserò com'egli tiene sua corte e sua maniera.
Giovanni da Montecorvino
n. 1247, presso l’attuale Montecorvino Rovella
nel Salernitano.
Frate Minore.
1289 prima attestazione di una sua attività
diplomatica e missionaria nel Vicino Oriente,
in Persia e Armenia
Primo vescovo della Cina, ove morì verso il 1328
Odorico da Pordenone
Odorico Mattiussi o Mattiuzzi, n. a Villanova di
Pordenone 1265, m. Udine 1331
Viaggiò in Oriente tra il 1318 ed il 1330 circa.
Verso il 1230, tornato in Italia, compose il suo
Itinerarium (in latino)
Odorico da Pordenone, Memoriale toscano.
Viaggio in India e Cina (1318-1330)
<1>
<Costantinopoli e Trebisonda>
Negli anni del nostro Signore Iesù Cristo MCCCXVIII io, frate Odorigo da Frigoli, dell'Ordine de' frati minori della provincia di
Padova, partendomi della detta provincia venni in Ghostantinopoli, e di quindi passai il mare Maggiore e venni in Trebisonda,
nella contrada detta metropoli' di Ponto: nella quale terra giace il corpo del beato Attanasio 2 che fece il simbulo. 2 E in
questa terra vidi una mirabile cosa, che uno uomo menava più di dumila pernici, le quali il seguitavano <in modo mirabile>3
perché sempre andavono e volavano e stavano con lui per più dì e ubbidivallo e parevano quasi che con lui parlassino nella
lingua sua. E quando andava allo imperadore, e lo 'mperadore prendeva delle pernice quante e' volea, e l'altre se ne veniano
con lui insino a uno castello che si chiama Zangha. 3 Di Trebisonda andai a Zangha, che è castello dello imperadore ed è
fortissimo; e quivi si cava l'argento e anche il cristallo, secondo che si dicea.
<2> <In Armenia Maggiore>
Qaivi andai in Ermenia Maggiore e pervenni ad Aicelone ove è presso a una giornata <il>' fiume del Paradiso detto Eufrates. 2 In
questa terra una gran donna lasciò in testamento che de' ben suoi si facessi un munistero di meritrici al servigio degl'uomini
in ogni carnalità, per l'anima sua maladetta2
<3> <Il monte Ararat>
Di quindi venni al monte ov'è l'arca di Noè': e volentieri sarei salito alla cima del monte, avegna che mai non si trovi chi vi potessi
salire: ma perché non volle aspettare la carovana, non volli rovarmene. 2 Il monte è altissimo e bellissimo, e sempre v'è la
neve quasi insino alla terza parte del monte.
<4> <In Persia: la città di Taurisio>
Poi io venni in Persia, nella città ch'è detta Taurisio, e in quella via passai il fiume Rosso, ove Alessandro sconfisse el re Dario. 2 E in
quella città noi abbiamo due luoghi: ed è città mirabile <in> moltitudine di mercatanti, ed èvi un monte di sale del quale ne
può prendere ciascuno che ne vuole.
<5> <Soldania>
' Di quindi venni in Soldania, ov'è la sedia' del re di Persia, nella quale è uno luogo de' frati predicatori e uno de' minori .
<6> <Saba, terra dei re Magi>
Di quindi venni in Saba, cittade e terra della quale furono i tre Magi: e tutti e' cittadini saracini che dimorano quivi dicono che i
Magi furono di quella terra, la quale è città grande e bene situata, ma ora è molto diserta; ed è di lungi da Gierusalem
sessanta giornate.
Odorico da Pordenone
<27>
<I cinocefali di Nichovera>
Partendomi di questa contrada navicai per lo mare Oceano verso il meriggio e trovai molte isole e
contrade, tra le quali n'à una che si chiama Nichovera, che gira bene <dumila>' miglia, nella quale
tutti gl'uomini ànno il capo di cane e adorano il bue. E catuno porta in sulla fronte un bue d'oro o
d'argento, e tutti vanno nudi, le femmine e gl'uomini, salvo che la vergogna cuoprono con una
tovaglia intorno: e sono grandi del corpo e forti in battaglia, e portano uno scudo che gli cuopre
tutti, e tutti vanno ignudi coperti dal detto scudo. E se pigliano alcuno in battaglia che non si
possa ricomperare, sì se lo mangiano.
Il re loro porta trecento perle grandi a' collo, e conviene che faccia ognindì trecento orazioni per
gli suoi Iddii: e nella mano diritta porta uno rubino grande e lungo bene una spanna, che pare una
fiamma di fuoco, il quale il gran Cane molto se n'è impacciato' d'averlo, e in gnun modo gliel
consente, né non lo può avere. Questo re tiene giustizia, sicché ogni uomo può ire liberamente.
Odorico da Pordenone
<45>
<Vastità dell'impero e sistemi di comunicazione>
Di questo signore gran Cane è l'imperio in dodici parti diviso, e catuna si chiama singlio; e l'una di
queste parti è il Manci, che à sotto di sé dumila grandi cittadi. Onde è da sapere che '1 suo
imperio è sì grande che bene sei mesi si pena andare o vuoi per lo lungo o vuoi per lo
traverso, sanza l'isole che sono cinquemila, che non si pongono nel detto numero. E à fatte
fare per tutto il suo imperio case e cortili per li trapassanti, le quali case si chiamano iam, e
nelle quali case son tutte quelle cose che sono necessarie alla vita umana.
2 E quando alcuna novità viene nel suo imperio, incontanente gli ambasciadori overo messaggi
corrono sopra i cammelli; e se '1 fatto porta pondo, montano in su dromedarii, e incontanente
che s'apressono a questa iam suonano un corno, e ncontanente <uno>' s'aparecchia e riceve la
lettera, e va insino all'altro iam; e quello rimane, e l'altro poi va per simigliante modo. E per
questo modo in un dì naturale à novelle di dodici giornate alla lunga.
Anche v'à un altro modo, di quelli che corrono a piè: le case di questi corrieri si chiamano
chidebo, e stanno gli corrieri per queste case, e ànno una cigna di campanelle, e l'una casa è di
lungi dall'altra tre miglia (e quell'altre de' corrieri e cammelli sono di lungi venti miglia l'una
dall'altra); e quando s'apressa a una di queste case, incontanente comincia a sonare queste
campanelle, e quello che è nella casa s'aparecchia, e così vae insino all'altra casa, come à fatto
costui; e così gli altri, insino che sono giunti al signore. Onde nulla si può fare nel suo imperio
che incontanente non lo sappia.
1492
Cristoforo Colombo parte per le Indie, tentando
di buscar l’Oriente per l’Occidente
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EUROPA E ORIENTE. Lezione TFA 4-2-2015