Léo Moulin ha scritto che noi amiamo mangiare ciò che nostra
madre ci ha insegnato a mangiare, che a noi piace ciò che
piace a lei:
«Non solo mangiamo ciò che nostra madre ci ha insegnato a mangiare, ma
tale cibo ci piace e continuerà a piacerci per tutta la vita, proprio perché
mangiamo con i nostri ricordi ... Anzi, noi mangiamo i nostri ricordi, perché ci
danno sicurezza, così conditi di quell’affetto e di quella ritualità che hanno
caratterizzato i nostri primi anni di vita»3.
3. LÈO MOULIN, L’Europa a tavola, Mondadori, Milano 1993, pp. 12-13.
Mangiare è un’arte: sa mangiare chi è all’altezza della
propria umanità.
«Gli animali si pascono, l’uomo mangia; solo l’uomo
intelligente sa mangiare»4.
4. ANTHELME BRILLAT-SAVARIN, Fisiologia del gusto, Sellerio editore, Palermo
1998, p. 23.
Ma mangiare richiede
tempo e capacità di
relazione e
comunione. La
cultura del fastfood
esige che si mangi in
fretta e da soli, in
anonime mense, in
piedi in uno snack
bar, e utilizzando
pasti preconfezionati
e cibi surgelati.
Il cibo poi
spesso non è
ricevuto, ma
preso, scisso
da una
relazione con
chi lo prepara
e lo prepara
per me.
Impersonalità, individualismo, fretta,
e anche perdita del gusto, stanno
uccidendo l’arte del mangiare e del fare e
dare da mangiare.
Sintomi di questa scissione del mangiare dal suo
fondamento umano e relazionale sono le disarmonie
e le patologie in rapida crescita nei paesi occidentali,
in cui comunque vi è abbondanza di cibo e di denaro
per acquistarlo: obesità, anoressia, bulimia,
disturbi alimentari di vario tipo.
Nella carenza
come nella
sovrabbondanza
di cibo, si gioca
l’umanità delle
persone e la loro
dignità.
Tutto quanto detto
finora ha un senso là
dove si può mangiare e
non si hanno problemi
di approvvigionamento
di cibo. In un certo
senso è un discorso
“lussuoso”, che buona
parte degli abitanti del
pianeta non possono
permettersi per le
condizioni miserevoli in
cui vivono.
Nei paesi poveri il problema è avere qualcosa da
mangiare. Qui si ripropone a livello mondiale lo
squilibrio tra il ricco che banchettava lautamente
ogni giorno e il povero Lazzaro che languiva davanti
alla sua porta (cfr. Lc 16, 19-31).
In ascolto della Parola
Anche la Bibbia presenta la tragedia della fame.
 Essa rientra nella sfera della maledizione (Cfr. Dt
28,48; 32,24),
 conduce
l’uomo
a
disumanizzarsi
fino
all’antropofagia (Cfr. Lv 26,29; Dt 28,53; 2Re 6, 2829; Ger 19,9; Bar 2, 3).
La tragedia di Gerusalemme nel 587 a. C. è descritta nella maniera
più dolorosa dalle parole che parlano di madri che, disperate per la
fame, mangiano i propri figli:
 «Le donne divorano i loro frutti, i bimbi che si portano in braccio»
(Lam 2,20);
 «Mani di donna, già inclini a pietà, hanno cotto i loro bambini, che
sono divenuti loro cibo» (Lam 4,10).
Carestie e siccità, guerre
e assedi, invasioni di
cavallette e malattie
epidemiche (si pensi
alla triade “la spada, la
fame, la peste”: Ger
14,12; 27,8; 32,24; Ap
6,8) sono le situazioni
che producono
esaurimento delle
scorte di cibo,
impossibilità di
procurarsene e
conducono a morire di
fame (Cfr. 1Mac 13,49;
Is 5,13; Ger 11,22- Bar
2,25).
È talmente penosa la morte per inedia che le
Lamentazioni proclamano «più fortunati gli uccisi di
spada che i morti per fame, caduti estenuati per
mancanza dei prodotti del campo» (Lam 4,9).
Tali sono le sofferenze di
chi patisce la fame (Cfr.
Lam 5,10; 2 Sam 17,29)
che la sapienza biblica
giustifica chi arriva a
rubare spinto dalla fame:
«Non si disapprova un
ladro, se ruba per
soddisfare l’appetito
quando ha fame»
(Pr 6,30).
Il dare da mangiare a chi ha fame diviene così un comando
fondamentale:
 «Da’ il tuo pane a chi ha fame» (Tb 4,16),
 da attuarsi anche nei confronti del nemico (Cfr. Pr 25,21).
Il Nuovo Testamento mostra che
 Gesù stesso ha provato i morsi della fame (Cfr. Mt 4,2; MC
11,12; Lc 4,2),
 che è stato servito a tavola e ha mangiato il cibo che altri
hanno preparato per lui (Cfr. Lc 10,38-42),
 che ha sfamato folle affamate (Cfr. Mt 14, 13-21; 15,3238),
 che ha fatto della tavola un luogo di incontro e di comunione umana in cui ha narrato la vicinanza di Dio all’uomo
(Cfr. Mc 2, 15-17),
 che del vino versato e del pane spezzato e distribuito ai
commensali nell’ultima cena ha fatto il segno della sua vita
donata per gli uomini tutti (Cfr. Mt 26,26-29; Mc 14,22-25;
Lc 22,15-20; 1Cor 11,23-26).
Dare da mangiare oggi
Il dare da mangiare agli affamati deve oggi misurarsi con le cifre
fornite dalla FAO, l’agenzia dell’ONU per l’alimentazione e
l’agricoltura, che parlano di più di un miliardo di persone (un
sesto della popolazione mondiale) che soffrono la fame5.
5. Le cifre fornite nel giugno 2009 da Jacques Diouf, direttore generale della FAO, parlano di seicentoquarantadue milioni
di persone che soffrono di denutrizione cronica in Asia e nel Pacifico; di duecentosessantacinque milioni nell’Africa
subsahariana; di cinquantatré milioni in America Latina e nei Caraibi; di quarantadue milioni in nord Africa e in Medio
oriente. Infine, quindici milioni di persone si trovano nei paesi sviluppati.
La situazione è drammatica soprattutto per i bambini: lo
narrano le immagini di bimbi di paesi poveri del terzo
mondo con ventre gonfio, magrezza spaventosa, pelle
avvizzita, apatia.
Chi al Cairo o in altre
megalopoli ha visto
bambini e donne cercare
tra le montagne dei rifiuti
accumulati nelle
discariche scarti e avanzi
per avere qualcosa da
mangiare, ha una plastica
rappresentazione delle
disuguaglianze sociali che
attraversano nord e sud
del mondo, ma anche le
medesime città e nazioni.
L’articolo 25 della Dichiarazione universale dei diritti
dell’uomo recita:
«Ogni individuo ha diritto a un tenore di vita sufficiente a
garantire la salute e il benessere proprio e della sua
famiglia, con particolare riguardo all’alimentazione, al
vestiario, all’abitazione, e alle cure mediche e ai servizi
sociali necessari».
Esso attende ancora, in particolare per quanto riguar da
l’alimentazione, un’attuazione. Ma chiunque oggi sa che la fame
non è un problema irrisolvibile o un fa to a cui rassegnarsi
supinamente, perché le cause sono politiche ed economiche e la
principale è l’ineguale di stribuzione delle ricchezze.
Anche politiche agricole tendenti a
risolvere il problema della nutrizione nel
terzo mondo (si pensi alla famosa
“Rivoluzione verde” che negli anni
settanta percorse la via della selezione e
moltiplicazione di un unico genoma
vegetale, il più produttivo, su superfici
molto estese) hanno rivelato alla lunga
effetti negativi o perfino disastrosi e a
volte si sono rivelate viziate in partenza da
interessi particolari.
Se si può indicare nel
concetto di sovranità
alimentare (il diritto di
ogni popolo a definire le
proprie politiche agricole
e alimentari, a regolare
produzione e commercio
agricolo interno in modo
da raggiungere i propri
obiettivi di sviluppo
sostenibile) l’obiettivo cui
dovrebbe tendere una
politica adeguata, in ogni
caso è necessaria una
declinazione a livello
politico internazionale di
realtà quali solidarietà,
partecipazione e
condivisione.
Pervenire alla sicurezza alimentare (possibilità per
tutti di accedere fisicamente ed economicamente a
cibo sufficiente e sicuro) è essenziale per la
sicurezza e la pace del mondo intero. Da sempre
grandi rivolte sono avvenute in nome del pane.
E ai nostri giorni assistiamo a scontri e proteste di
piazza in varie parti del mondo a causa del
notevole rincaro del prezzo di vari alimenti
fondamentali (ad esempio il riso).
Un lungo passaggio
dell’enciclica Caritas in
veritate n.27 di Benedetto
XVI, (29giugno 2009)
tratta del tema della fame
nel mondo e fa dell’opera
di misericordia “dare da
mangiare agli affamati”
una responsabilità ecclesiale
direttamente derivata
dall’esempio e dalla prassi
di Gesù di Nazaret. Vi
suggerisco di leggerlo
personalmente…
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