4.1 TEORIA DEI CONSUMI E DEL RISPARMIO.
Le caratteristiche principali del consumo sono le seguenti:
 la spesa per il consumo è la categoria più rilevante del PNL;
 il consumo è il flusso di spesa più stabile del PNL (per lo
meno i beni di prima necessità);
 all’interno della spesa per i consumi si nota una certa
instabilità, con bruschi spostamenti da un settore all’altro,
dovuti a variazioni di prezzo e ad altri fattori quali la variazione
della scala di preferenze o la legge di Engel. Questa instabilità
della spesa per consumo tende ad aumentare al migliorare del
tenore di vita e con il crescere dell’importanza dei servizi (fattori
moda ed imitazione sociale determinanti);
 il rapporto Consumi/PNL è soggetto a notevoli fluttuazioni
(PNL = C + I + G + Exp. Nette e se I è instabile, il rapporto C/PNL
è anch’esso instabile).
La funzione classica del consumo, quella di Keynes, è abbastanza
stabile in quanto correla la sua propensione media e marginale al
suo complemento: la propensione media e marginale al risparmio.
L’ipotesi fondamentale di Keynes o legge fondamentale di Keynes
sottolinea che, in media, le persone tendono ad aumentare il loro
consumo al crescere del reddito, ma in modo meno che
proporzionale all’aumento del reddito stesso. Inversamente, una
diminuzione del reddito causa una diminuzione meno che
proporzionale dei consumi.
La propensione marginale e media al risparmio può essere
ascritta ai seguenti fattori:
 necessità di accumulare ciclicamente dei risparmi per
acquisti di beni durevoli (auto, casa, ecc.);
 motivo precauzionale (emergenze finanziarie durante il ciclo
vitale);
 colmare discontinuità dei redditi (CIG, prepensionamento,
pensionamento, disoccupazione);
 desiderio di trasmettere capitale finanziario o fisico alle
prossime generazioni (ricordare che da 1/3 a 2/3 della
ricchezza individuale è trasmessa da una generazione all’altra
e solo il rimanente è attribuibile al ciclo vitale);
 l’incapacità di spendere una parte del proprio reddito
(ragioni soggettive ed oggettive);
 desiderio di percepire un interesse sul capitale risparmiato
quale premio per la rinuncia al consumo immediato in vista del
consumo futuro.
In termini algebrici, il consumo C in funzione del reddito è
rappresentato dalla seguente relazione:
C = C* + cY
C* > 0 e 0 ≤ c < 1.
Di seguito elenchiamo le caratteristiche della funzione di
consumo di breve periodo:
 il consumo è funzione dell’unica variabile indipendente Yd
(reddito disponibile del periodo) e delle variabili esogene C* e c
(entrambe costanti);
 l’intercetta è positiva (C* > 0) in quanto vi è il consumo
indispensabile alla sopravvivenza;
 il risparmio (Y-C) risulta negativo per livelli di reddito inferiori al
valore di C, mentre è positivo, proporzionalmente al reddito, per
valori del reddito superiori al valore di C. Il valore Y0 che eguaglia il
consumo (con risparmio pari a 0) si ottiene
Y = C* + cY
Y = C* / (1-c);
 la propensione media al consumo viene definita come rapporto
tra il consumo globale ed il reddito globale
PMC = C / Y = (C* + cY) / Y = c + C* / Y
dove c e C* sono delle costanti ed Y è il reddito. All’aumentare di Y
la propensione media al consumo tende a diminuire, dato che il
reddito compare a denominatore; viene così confermato che
all’aumentare del reddito diminuisce la propensione media al
consumo, mentre aumenta quella media la risparmio;
 la propensione marginale al consumo ed al risparmio (PMgC e
PMgR) indicano rispettivamente la quota di reddito consumato /
risparmiato per unità di reddito guadagnato:
PMgC = c
PMgR = 1-c = s
Le due espressione sopra descritte si ottengono calcolando la
derivata prima (dC/dY) della funzione rispetto al reddito Y e
corrisponde al coefficiente angolare c della retta dei consumi (PMC
> PMgC).
Detto questo è chiaro che il consumo dipende da
una definizione più complessa di quella
individuata da reddito corrente, in quanto
dipendente anche da altre variabili economiche
ed extraeconomiche (demografiche, politiche,
tecnologiche ed istituzionali).
È per questo che sono stati formulati modelli più
complessi come quelli della teoria del ciclo vitale
del reddito permanente e del reddito relativo,
teorie di lungo periodo e a carattere
microeconomico.
L’ipotesi del ciclo vitale fu formulata alla fine degli anni
Quaranta da A. K. Ando, R. E. Brumberg e F. Modigliani.
Secondo tale teoria, gli individui pianificano spese e risparmi
su tutto l’arco della loro vita in modo da massimizzare l’utilità
derivante dal consumo. Questa ipotesi è basata su
constatazioni che valgono per l ‘individuo medio e per il suo
ciclo vitale:
 il reddito degli individui non segue un andamento regolare;
 i consumi hanno un andamento più regolare del reddito
perché gli individui non gradiscono sbalzi nel loro tenore di
vita;
 la ricchezza è in parte la risultante dell’evoluzione del
reddito e dei consumi, in quanto è costituita dalla somma dei
risparmi individuali e di quanto ereditato.
Secondo la teoria del ciclo vitale, i consumi ed i risparmi
risultano funzione di:
 parametri istituzionali (ammontare delle pensioni; ammontare
medio delle eredità ricevute e lasciate; imposizione fiscale sui
redditi da lavoro, da patrimonio, sulla ricchezza e sulle eredità;
lunghezza del periodo lavorativo e di quello del pensionamento;
regole stabilite dallo Stato, dalle corporazioni e dalle
consuetudini che determinano una certa distribuzione del
reddito da lavoro in generale);
 parametri demografici (lunghezza media della vita; incidenza
di malattie ed invalidità; età media del matrimonio; numero di
figli per famiglia e distribuzione delle nascite nel ciclo vitale dei
genitori; saggi di occupazione per sesso; varie disuguaglianze
derivanti da regole in generale);
 parametri economici (andamento medio dei salari; interesse
medio percepito sui risparmi e quello medio versato sui mutui;
costo medio della vita e composizione della spesa; spese per
l’istruzione dei figli; probabilità di disoccupazione e prospettive
di carriera; risparmi accumulati).
Nel lungo periodo il rapporto consumo/reddito presenta una
maggiore stabilità che nel breve periodo, dato che, per
massimizzare la loro utilità, gli individui preferiscono una certa
continuità nei loro consumi, senza consistenti variazioni. Il
reddito, poi, presenta un andamento sovente irregolare
(guadagni straordinari, vincite al gioco, improvvise eredità,
perdite impreviste, periodi di disoccupazione). Un’altra teoria
microeconomica di lungo periodo, e complementare a quella del
ciclo vitale, è detta teoria del reddito permanente, inizialmente
formulata da M. Friedman e caratterizzata dai seguenti elementi:
 il consumo non viene deciso i funzione del reddito attuale, ma
del reddito atteso;
 l’individuo dovrà decidere quale sarà il livello di reddito
permanente e quali saranno le sue entrate di natura transitoria,
individuando così il reddito permanente atteso in base al quale
prendere le proprie decisioni (eliminando le componenti di
natura transitoria).
J. Duesenberry (1952) formula un’altra teoria definita come
ipotesi di reddito relativo che, rafforzando quanto sostenuto nelle
teorie precedenti, sottolinea che il consumo corrente non dipende
unicamente dal reddito presente e futuro, ma anche dal consumo
passato (abitudini di consumo).
Negli anni Trenta del secolo scorso R. Kahn e J. M. Keynes
svilupparono la teoria del moltiplicatore, strettamente collegata
con le teorie del consumo e del risparmio. Il moltiplicatore
permette di calcolare l’effetto globale di un aumento o di una
diminuzione della spesa pubblica quando lo Stato vuole applicare
una politica di pieno impiego e di riassorbimento della
disoccupazione o del fenomeno inflazionistico nel caso di
surriscaldamento congiunturale.
In termini tecnici, il moltiplicatore (M) è l’inverso del rapporto
tra la variazione iniziale della spesa e la variazione finale del
reddito nazionale ed è pari a:
M = 1 / (1 – PMgC) = 1 / PMgR
dove PMgC e PMgR sono rispettivamente la propensione
marginale al consumo ed al risparmio ( con PMgC + PMgR = 1).
L’azione del moltiplicatore non vale unicamente per la spesa
pubblica, di consumo o di investimento. Ogni variazione della
spesa, se di natura esogena, cioè esterna al flusso di reddito
già in atto, provoca delle ripercussioni a catena e genera nuovi
redditi.
Ricordiamo le seguenti considerazioni:
 l’impatto del moltiplicatore dipende dalla propensione marginale
al consumo;
 il risparmio ha un effetto negativo sul moltiplicatore, in quanto
sottrae potere d’acquisto al flusso generato dalla spesa iniziale;
 l’effetto moltiplicativo di un aumento straordinario della spesa
pubblica, al fine di rilanciare l’economia, è osservabile nei suoi
effetti positivi solo nel caso in cui ci si trovi in una situazione di
sottoimpiego,
altrimenti
si
riscontreranno
fenomeni
di
surriscaldamento ed inflazione;
 l’imposizione fiscale, diretta ed indiretta, e l’acquisto di beni
importati rappresentano una fuga o perdita per il meccanismo del
moltiplicatore, come per il risparmio;
 il valore del moltiplicatore non può essere inferiore all’unità (è
uguale a 1 nel caso in cui la PMgC = 0); nel caso in cui la PMgC = 1
esso tenderà all’infinito);
 il moltiplicatore può essere calcolato per qualsiasi tipo di shock o
spesa esogena, sia essa di consumo, di investimento privato o
pubblico o di reddito affluito dall’estero attraverso esportazioni o gli
afflussi di capitale; l’impatto più diretto appare quello provocato da
un investimento promosso dall’ente pubblico.
Chiaramente una maggiore velocità di circolazione della moneta
contribuisce ad accelerare il processo moltiplicativo di una
spesa esogena, in quanto tende a diminuire il tempo
intercorrente tra fase iniziale e fase finale.
È da notare che se lo Stato aumenta in modo straordinario la
spesa per rilanciare l’occupazione, riproponendosi però di
recuperarla nella sua totalità più tardi attraverso maggiore
imposizione fiscale, l’effetto moltiplicativo sarà uguale a 1, cioè
uguale alla spesa inizialmente iniettata o immessa nel sistema
economico.
4.2 GLI OBIETTIVI DELL’IMPRESA MODERNA.
Un’impresa è un’organizzazione di tipo economico che svolge
un’attività di produzione di beni e servizi destinati alla vendita;
essa gestisce ed amministra i fattori di produzione all’interno
della sua organizzazione e controlla, attraverso la loro proprietà
o mediante finanziatori esterni, le risorse finanziarie necessarie
per portare a termine la produzione. Essa può sopravvivere nel
tempo solo se è in grado di aumentare, o per lo meno mantenere,
quelle risorse che sono necessarie alla sua attività.
Le attività di un’impresa sono organizzate secondo gli interessi
di coloro che la controllano. Gli obiettivi sono influenzati dai
seguenti elementi:
 la caratteristica della proprietà;
 il tipo di mercato sul quale si opera;
 lo statuto dell’impresa;
 l’orizzonte temporale nel quale l’imprenditore intende agire;
 i rapporti di forza all’interno dell’azienda fra gruppi portatori di
differenti interessi.
È chiaro che bisogna, quindi, ammettere l’esistenza di una pluralità
di obiettivi:
 le imprese in sé e per sé non hanno obiettivi, i quali invece
caratterizzano le persone o i soggetti in essa coinvolti;
 le aziende medio-grandi sono diverse dalla classica impresa
familiare riguardo la dimensione, l’organizzazione, le quote di
mercato ed i rapporti di natura istituzionale;
 esiste un notevole grado di incertezza nell’attività d’impresa.
All’interno di un’organizzazione in cui sono presenti gruppi
d’interesse diversi è importante definire le modalità di assunzione
del rischio d’impresa:
 secondo l’approccio tradizionale il rischio viene assunto dai
proprietari dell’azienda e non dai managers, i quali sono inquadrati
a livello operativo ed orientati alla massimizzazione del profitto ed
a minimizzare il rischio;
 secondo un approccio più moderno, se non dovesse esserci una
netta separazione di competenze, i managers dovranno
incorporare nelle decisioni un elemento personale di rischio.
Il profitto (super-profitto o extra-profitto) di un’impresa, almeno
nel casi in cui il capitale sociale rimanga invariato, è
semplicemente uguale alla differenza tra ricavi e costi totali,
relativamente ad un arco di tempo ben determinato. Questa
ipotesi è posta allo scopo di determinare il livello di produzione
e/o di prezzo che massimizza il super-profitto in base alle
funzioni di costo (lato dell’offerta) e di ricavo (lato della
domanda) dell’impresa.
Questa convinzione circa la massimizzazione del profitto si basa sulle
seguenti considerazioni:
 per isolare ed identificare precisamente ed analiticamente
(quantitativamente) la variabile profitti, che deve essere massimizzata,
bisogna conoscere il valore di costi e ricavi totali per livelli di
produzione che vanno da zero a quantità molto elevate, dato che la
conoscenza di tali variabili per intervalli troppo ristretti non può dare
sufficienti garanzie;
 è riscontrabile un concetto d’impresa di carattere olistico, in cui
l’imprenditore
è
un’unica
unità
decisionale
(imprenditore
individualista) e la sua definizione è di stampo classico (imprenditorepadrone-dirigente);
 l’informazione è certa e completa;
 vi è l’ipotesi di comportamento razionale o completa razionalità;
 la funzione d’utilità di coloro che governano l’impresa è definita
unicamente come correlazione con il
profitto, unica variabile
endogena.
Le ragioni del successo di questa teoria possono essere così
riassunte:
 notevole semplificazione dell’analisi industriale;
 rapida diffusione del calcolo differenziale in concomitanza
con tale teoria;
 stretto rapporto con la teoria marginalista.
Questa ipotesi, comunque, si è dimostrata scarsamente
attendibile a livello di previsione economica (F. Machlup), cioè
nello spiegare i movimenti delle variabili aziendali
microeconomiche. Innanzitutto, la teoria della massimizzazione
del profitto è scarsamente rilevante, secondo D. Hay e D.
Morris, in quanto il saggio d’interesse normale sul capitale è
già incluso nei costi aziendali, ed inoltre aveva l’appoggio di M.
Friedman solamente perché non erano ancora apparse teorie
alternative, che nulla tolgono all’ovvietà, ma non all’unicità,
dell’obiettivo profitto.
La teoria della massimizzazione delle vendite o dei ricavi totali
di W. Baumol, alternativa a quella della massimizzazione del
profitto, è la prima teoria manageriale dell’impresa che
consideriamo; l’impresa è intesa manageriale nel senso di
insieme di agenti (amministratori, proprietari) con diversi
obiettivi. Baumol considera due modelli distinti:
un modello statico uniperiodale;
un modello multiperiodale dinamico
massimizzazione delle vendite.
di
crescita
e
di
Entrambi i modelli offrono due versioni, con o senza attività
pubblica, ma è sufficiente esaminare gli elementi che giustificano la
sua ipotesi di massimizzazione delle vendite:
 separazione della proprietà dell’azienda (azionisti) dall’effettiva
conduzione o controllo (management), tipici dell’impresa moderna.
Quale consulente di grandi imprese, Baumol aveva constatato che i
direttori-managers
sono
maggiormente
preoccupati
dalla
massimizzazione delle vendite che non dalla massimizzazione dei
super-profitti;
 gli stipendi, compresi i fringe benefits (fuori busta) dei dirigenti
con alte responsabilità, sono maggiormente correlati con il livello
delle vendite che con il livello dei profitti;gli istituti di credito
tendono a dare maggiore enfasi al volume delle vendite in occasione
di richieste di finanziamento per investimenti o per rinnovare prestiti
già concessi;nei mercati non perfettamente concorrenziali, la quota
di mercato è molto importante perché è uno degli strumenti che
permette di controllare e scoraggiare l’entrata di nuovi competitors,
di limitare i concorrenti già presenti sul mercato in questione, di
esercitare un maggiore controllo sulla determinazione del prezzo,
sui fornitori di materie prime e sui canali distributivi;
 la politica del personale viene condotta in modo più
soddisfacente quando assistiamo ad un’espansione delle
vendite;la politica di gestione aziendale è sovente collegata ad un
processo di costante espansione delle vendite, in quanto, avendo
bisogno di certezze, è preferibile presentare un’immagine basata
su un costante e non troppo vistoso incremento delle vendite che
non su un’altalenante andamento dei profitti. Inoltre, rilevanti
vendite danno prestigio nel tempo ai direttori-dirigenti, mentre
rilevanti profitti vanno a vantaggio degli azionisti-comproprietari;
 il desiderio di una regolare crescita dell’impresa, l’avversione al
rischio ed il desiderio di avere una buona immagine pubblica
spingono i direttori-dirigenti a dare priorità alle vendite piuttosto
che ai super-profitti.
A questo punto diviene rilevante considerare il vincolo del
saggio di profitto minimo:
 il saggio di profitto minimo assicura nel lungo periodo
una retribuzione costante del capitale azionario, disgiunta
dall’apprezzamento o dal deprezzamento del capitale
azionario stesso;
 un saggio di profitto minimo evita che l’impresa possa
rivelarsi improduttiva (liquidazione) ed inoltre permette di
mantenere un basso profilo, scoraggiando quindi i tentativi
di scalata (takeover) dall’esterno;
 nel caso di monopoli, oligopoli o monopsonio è
importante non dare nell’occhio con vistosi livelli di profitto
per non attirare l’attenzione delle commissioni antitrust o
similari;
 il profitto minimo concede maggiore autonomia alla
direzione esecutiva dell’impresa, concedendo così di
perseguire anche obiettivi alternativi dei quali potranno
beneficiare anche gli azionisti nel lungo periodo.
È necessario precisare che l’obiettivo della massimizzazione
delle vendite è da raggiungere nel medio-lungo periodo, e
Baumol ipotizza che tutti i profitti eccedenti il livello di profitto
minimo siano destinati ad altri obiettivi di medio-lungo periodo,
come ad esempio il miglioramento del processo di ricerca e
sviluppo e le campagne pubblicitarie per la conquista di nuovi
mercati.
In conclusione di tutto questo discorso, ci sembra doveroso
comunque sottolineare il fatto che non esiste una serie di
argomentazioni omogenee a proposito del duplice e distinto
rapporto salari manager-profitti e salari manager-vendite (duplice
natura degli emolumenti percepiti).
La teoria della massimizzazione delle vendite porta come diretta
conseguenza la preoccupazione di battere sempre la
concorrenza e di essere sempre efficienti, concetti vicini alla
massimizzazione del saggio di crescita dimensionale
dell’impresa, quasi a definirla un’istituzionalizzazione.
Le teorie della crescita dell’impresa comportano, secondo D.
Hay e D. Morris, i seguenti elementi:
 le decisioni manageriali più importanti non riguardano
unicamente prezzi e quantità, ma anche nuove tecniche di
produzione, nuovi investimenti con individuazione delle relative
fonti di finanziamento, strategie di mercato/pubblicità/r&d di
nuovi prodotti, nuovi rapporti con competitors, enti pubblici e
mercato internazionale;
 circolarità dell’imprenditorialità:
Domanda
e
Offerta
Struttura
dei costi e
dei prezzi
Scelta
della
tecnologi
a e del
livello di
produzio
ne
Livello
dei
profitti
 si presuppone che l’azienda sia un’organizzazione
capace d’influenzare parzialmente l’ambiente circostante,
quindi non un operatore passivo, specie per i gusti dei
consumatori, per la composizione della domanda, per la
composizione della concorrenza presente e potenziale, per
la struttura dei costi, della tecnologia e per lo sfruttamento
dei brevetti;
 il fenomeno della crescita a lungo termine delle imprese
è giustificato dalla presenza sul mercato di aziende multiprodotto di grande dimensione e dalla concentrazione del
potere nelle mani dei managers al crescere delle
dimensioni competitive.
Nel 1963 R. Marris presentò un primo modello dell’impresa
manageriale, al quale ne seguì un secondo molto interessante
e che sarà utilizzato per esaminare la massimizzazione del
saggio di crescita bilanciata dell’impresa:
Max g = g(D) = G(C)
Questa rappresenta la nostra funzione obiettivo dove g è il
saggio di crescita bilanciata dell’impresa, g(D) è il saggio di
crescita della domanda per i prodotti dell’impresa medesima e
G(C) è il saggio di crescita dell’offerta (o di disponibilità o di
dotazione) di capitale. Esistono due vincoli con i quali questo
obiettivo deve fare i conti: l’esistenza di un gruppo manageriale
con competenze generali; i managers, dal lato monetario,
cercano di massimizzare la sicurezza del loro posto di lavoro.
Comunque, massimizzando congiuntamente il saggio di
crescita della domanda e del capitale, i managers perseguono
un duplice obiettivo: massimizzare la loro utilità o sicurezza e
l’utilità dei proprietari-azionisti.
Il modello manageriale presuppone una netta distinzione tra
proprietà e controllo dell’impresa. La funzione d’utilità dei
managers ha come oggetto gli stipendi, il potere, la posizione
sociale e la sicurezza sul lavoro; gli azionisti-proprietari hanno
una funzione d’utilità che comprende, oltre ai profitti, la
dimensione del capitale e dell’output, l’immagine pubblica
dell’impresa, l’etica degli affari e la quota di mercato
controllata. Malgrado la differenza tra le due funzioni di utilità,
Marris evidenzia una convergenza per quanto riguarda la
dimensione dell’impresa, variabile collegata con indicatori
quali il capitale, l’output, il ricavo lordo, la quota di mercato.
Quindi è comprensibile l’affermazione secondo la quale la
classe manageriale non ambisce a massimizzare la dimensione
dell’impresa, bensì il suo saggio di espansione o di crescita.
È difficile, in equilibrio, distinguere tra saggio di crescita della
domanda e saggio di crescita della dotazione di capitale perché
sono uguali. Per questo motivo Marris introduce un vincolo
determinato esogenamente al modello fissando un livello di
saturazione in relazione alla sicurezza dell’impiego, al di sopra
del quale l’utilità marginale di un incremento di sicurezza è
nulla, mentre al di sotto è molto alta.
Dobbiamo ora esaminare il significato del termine crescita:
 la crescita dell’offerta si intende come crescita della struttura
produttiva dell’impresa ed è riferito al capitale fisico (fisso e
stock), al capitale finanziario, agli sforzi promozionali, al knowhow risultante dall’attività R&D;
 la crescita della domanda deve considerare la composizione
della domanda, il prezzo e la possibilità di differenziazione della
produzione.
Secondo Marris uno dei principali meccanismi di crescita
economica riguarda la diversificazione della produzione e
l’inserimento della medesima sul mercato. Il lancio di un nuovo
prodotto deve essere seguito attentamente perché, a seguito di
eventuali carenze di competitività o di efficiente promozione, si può
assistere ad un accorciamento del ciclo di vita del prodotto
medesimo, anche se è riscontrabile un aumento temporaneo delle
vendite. Inoltre, il lancio di nuovi prodotti incontra il favore dei
clienti e permette di aumentare le vendite, se si riesce a stabilizzare
quanto conquistato in termini di quota di mercato; non appena si
registra una flessione delle vendite, bisogna ulteriormente
diversificare la produzione per beneficiare della competitività così
dimostrata.
Assumendo che g(D) sia il saggio d’espansione della domanda e
che f(d) sia il saggio di diversificazione ottimale, è possibile
scrivere:
g(D) = f(d)
dove D è la domanda e d il saggio di diversificazione.
La crescita dell’impresa deve essere accompagnata da una
crescita degli investimenti, effettuabili mediante utilizzo di
profitti non distribuiti, di nuovi prestiti (presso istituti di
credito o prestiti obbligazionari) o di aumenti del capitale
sociale.
Nel caso in cui si ricorra al finanziamento interno (in una
proporzione r per profitto totale P) possiamo definire:
I = rP
g(S) = I/K = rP/K = rPr
dove I è l’investimento, g(S) è il saggio di crescita
dell’offerta, r è la proporzione del profitto totale P, K è il
capitale impiegato e Pr è il saggio di profitto del capitale.
Quindi, in un contesto dinamico, l’investimento sarà
funzione del profitto medio.
Anche nel caso di ricorso a finanziamenti esterni è possibile
considerare la proporzionalità con i profitti totali dell’impresa ed
è possibile esprimere i fondi esterni raccolti in proporzione ai
profitti globali, dato che più alti sono i profitti e maggiore sarà la
capacità dell’azienda di saper reperire finanziamenti sul
mercato. Possiamo scrivere:
g(S) = I/K = δ(P/K) = δPr
dove δ (delta) indica il rapporto tra l’investimento nuovo e
l’ammontare dei profitti generati dall’azienda. Un valore troppo
alto di δ comporterebbe una forte spesa per pagare gli interessi
sul capitale, limitando le prospettive di profitti nel medio-lungo
periodo, diminuendo il valore delle azioni e rendendo scalabile
l’impresa.
Fisseremo, quindi, un limite massimo al rapporto
indebitamento corrente/profitti correnti δ* al di sopra del quale
l’incertezza è troppo grande ed il rischio notevole. Un valore
troppo basso di δ comporterebbe la possibilità di crescita
dell’impresa, data la mancanza di mezzi finanziari sufficienti.
Possiamo perciò scrivere:
g(S) = δPr dove δ** ≤ δ ≤ δ*
dove δ** indica il valore minimo di δ per poter intraprendere un
sentiero
di
crescita
soddisfacente,
tenendo
conto
dell’avversione al rischio di managers ed azionisti ed
assicurando un saggio di espansione sufficiente.
Il costo di diversificazione d viene così espresso
d = f2 (1/Pr)
dove Pr è così definito
Pr = P/K = (P/K) (Y/Y) = (P/Y) / (K/Y)
dove P/Y è la quota di profitti e K/Y è il rapporto capitale-prodotto
(capital-output ratio).
In base a queste considerazioni, la funzione del costo di
diversificazione o di espansione diviene:
d = f2 [(K/Y)/(P/Y)].
Questo significa che tale funzione dei costi è caratterizzata da
un’influenza inversa delle due variabili, quota dei profitti (P/Y) e
rapporto capitale-prodotto (K/Y) rispettivamente.
Non deve sorprendere, se non relativamente, questo fatto e la
sua interpretazione deve essere fatta in base ad alcune
considerazioni:
 il rapporto capitale-prodotto (K/Y) esprime il livello d’intensità
del fattore capitale nel processo produttivo e questo valore,
nella teoria marginalista, è di solito inversamente correlato con il
saggio di profitto P/K;
 in generale, nelle teorie macroeconomiche (salvo in certi casi
quelle marginaliste), non esiste sistematicamente un rapporto
inverso tra intensità del capitale e rapporto P/Y.
Per Marris esistono tre fattori in base ai quali la crescita
dell’impresa può essere promossa attraverso un efficace
processo di diversificazione:
 intensa campagna promozionale e particolari accordi di
mercato;
 aumento delle spese R&D per incrementare la competitività
sul mercato;
 diversificazione e/o diminuzione dei prezzi (non dumping!!).
Ora è possibile osservare il modello nella sua completezza:
i.
g(D) = f2(d)
[crescita domanda = f del saggio di
diversificazione]
ii. g(S) = δ (P/K)
iii. d = f2[(K/Y)/(P/Y)] = f2(1/ Pr)
iv. g(S) = g(D)
ricordando che Pr rappresenta il saggio di profitto P/K possiamo
sostituire la relazione iii nella relazione i ottenendo
v. g(D) = f3(1/Pr).
Questo significa che il saggio di crescita della domanda
g(D) è inversamente correlato con il saggio di profitto r =
P/K a seguito di questa concatenazione causale: una
crescita sostenuta della domanda dovuta ad una
diversificazione dell’offerta implica un margine di profitto
più basso e dunque una riduzione del saggio di profitto;
oppure essa implica un rapporto capitale-prodotto più alto,
il che diminuisce il saggio di profitto (P/K).




Un certo livello di crescita lascia spazio a maggiore flessibilità,
iniziativa ed esercizio dell’imprenditorialità (skills), permettendo il
raggiungimento di un saggio di profitto positivo. Oltre tale livello
di crescita, probabilmente sostenuta da una sempre maggiore
diversificazione, il saggio di profitto P/K tende a diminuire, e per
livelli elevati della crescita e della diversificazione tende ad
annullarsi.
Principalmente le quattro variabili che determinano il saggio di
crescita/diversificazione di un’impresa sono le seguenti:
gli obiettivi che sono perseguiti dai centri decisionali;
i vincoli finanziari, che devono considerare eventuali rischi di
scalate dall’esterno;
i vincoli manageriali, connessi con il deterioramento
dell’efficienza della categoria manageriale nel caso di espansione
troppo rapida;
i vincoli della domanda, in quanto un’improvvisa accelerazione
della medesima riduce il margine di profitto (P/Y) e/o porta ad un
incremento del rapporto capitale-prodotto.
Marris sostiene che esiste un trade-off tra crescita della domanda
e redditività, quando da un modello statico di massimizzazione
delle vendite si passa ad un modello dinamico, ed il tutto si basa
sui seguenti presupposti logici:
l’importanza della diversificazione della ricerca, della
produzione e delle vendite nel processo di crescita;
l’importanza della relazione tra prezzo e spesa promozionale
attuale e crescita della domanda in futuro.
Ipotizzando che d sia il saggio di diversificazione della produzione e
dell’offerta, B la sua proporzione di successo di questo ultimo e x il
saggio di crescita dei prodotti attuali dell’impresa, il saggio di
crescita globale dell’impresa nel lungo periodo (g) sarà:
g = x + Bd
ed assumendo che i parametri x e d siano costanti, ne consegue che
una politica di diversificazione sostenuta (che porta ad una
diminuzione del saggio di profitto) porterà ad un aumento del saggio
di crescita dell’impresa. Inoltre, Marris sostiene anche che un saggio
di crescita dei prodotti già esistenti (x) e la proporzione del successo
(pubblicità, sentito dire, spirito di emulazione dei componenti di un
particolare gruppo socio-economico, forma di dipendenza
psicologica) potrebbero aumentare in seguito ad un incremento delle
campagne promozionali o ad una riduzione dei prezzi.
Il ruolo dei clienti pionieri nel lancio di nuovi prodotti diviene
essenziale per il saggio di crescita globale, il quale dipende da:
 qualità intrinseche del prodotto rispettose delle necessità dei
consumatori, queste ultime condizionate da fattori socioeconomici;
 grado di successo della pubblicità e della campagna
promozionale in generale;
 prezzo di lancio sul mercato.
Ogni tentativo volto ad aumentare i primi due elementi (qualità
del prodotto e pubblicità) ed a ridurre il prezzo ha come
conseguenza la riduzione del saggio di profitto. Infatti, secondo
Marris, se i primi due elementi sono elevati ed il prezzo è basso,
è relativamente meno importante trovare un maggior numero di
clienti normali piuttosto che raggiungere una nuova clientela,
collegata o meno alla presente, attraverso un processo di
diversificazione della produzione.
Per
concludere,
Marris
evidenzia
l’importanza
di
un’estensione della clientela mediante una strategia ben
precisa (diversificazione), consapevoli del fatto che un
saggio di crescita dell’impresa più sostenuto comporta un
saggio di profitto più contenuto: la relazione intertemporale
tra livello attuale dei profitti e crescita futura della domanda è
possibile solamente in un contesto di diversificazione della
produzione e di espansione della clientela.
Marris sottolinea, come affermato sopra, che un saggio di
crescita sostenuto implica un saggio di crescita del
management ancora più consistente; questo rendimento di
scala decrescente del management è dovuto al
coordinamento ed all’integrazione efficienti di nuove attività
aziendali, dalle quali emergono nuove aree operative che
necessitano di nuove funzioni, di nuove competenze, di
nuove metodologie gestionali, che equivale a dire maggiori
responsabilità manageriali.
Problemi analoghi sono riscontrabili per ciò che riguarda il
settore R&D, il quale può limitare il saggio di crescita
dell’impresa perché non può rispondere a sollecitazioni di
breve periodo, ma necessita di tempi lunghi per il processo di
preparazione. Egli ha parlato inoltre della massimizzazione
del saggio di crescita del capitale societario (immobilizzazioni
+ scorte + attività finanziarie + disponibilità liquide), la quale
può essere finanziata attraverso i profitti (interni) o
l’emissione di nuovi titoli (metodo esterno), anche se questo
ultimo è poco considerato dai managers per motivi di
prestigio personale, di sicurezza ed indipendenza. La
sicurezza finanziaria per i managers si ottiene ponendo un
limite superiore al rapporto debiti/attività finanziarie ed un
limite inferiore al rapporto disponibilità liquide/attivo
immobilizzato per il lungo periodo. La determinazione dei
profitti non distribuiti da reinvestire nell’impresa, principale
fonte di finanziamento e la preferita dai managers, diventa
fattore centrale nelle decisioni volte a promuovere la crescita
nel lungo termine.
Anche se uno dei vantaggi del modello di Marris consiste nel
proporre una soluzione che massimizza l’utilità o le aspettative
dei proprietari e dei managers, questo potrebbe non essere
sempre vero, cioè l’utilità o le aspettative non devono essere
messe unicamente in relazione con la dimensione e con il
saggio di crescita dell’impresa. La Koutsoyiannis, evidenziato
questo, propone un altro spunto critico inerente la
correlazione inversa o concorrenzialità tra crescita e profitti:
nei modelli macroeconomici la crescita postula un rapporto
positivo tra crescita e quota di profitti nel reddito nazionale; a
livello di singola impresa, l’ambito di riferimento è
fondamentalmente diverso ed il risultato di Marris è dovuto
all’interazione tra obiettivi interni e vincoli esterni del mondo
aziendale che non si ritrovano nei modelli macroeconomici.
È da sottolineare, poi, che la maggior parte dei movimenti di
crescita sono da attribuire a fusioni e non tanto a semplici
espansioni di quote di mercato di singole imprese; in aggiunta
a ciò, nel caso di cartelli o di oligopoli in generale, le quote di
mercato possono essere l’oggetto di speciali accordi (accordi
di esclusiva per merchandising, particolari concessioni come
franchising, ecc.).
Per questi motivi le debolezze delle
manageriali possono essere così riassunte:
teorie
 le teorie manageriali non considerano i vari
meccanismi di interdipendenza esistenti tra le
aziende nei regimi monopolistici non collusivi;
 troppa rilevanza viene attribuita alla possibilità da
parte delle imprese di creare nuovi bisogni presso i
consumatori;
 i modelli manageriali non riescono a spiegare quali
sono i meccanismi che stanno alla base della
formazione del prezzo, in quanto l’obiettivo viene
spostato sul livello produttivo o sul suo saggio
d’espansione.
Per completare l’analisi che abbiamo intrapreso, facciamo
riferimento a due importanti teorie dell’impresa: la teoria del
mark-up e la teoria della tecnostruttura di J. K. Galbraith.
La teoria del mark-up assume che una certa percentuale dei costi
primari venga aggiunta ai costi con i due seguenti obiettivi:
includere nel prezzo un dividendo soddisfacente per gli azionisti,
magari pari al saggio medio o normale di profitto del sistema, e
poi includere nel prezzo una componente di finanziamento per
l’espansione continua dell’impresa. La politica del mark-up è
abbastanza diffusa nei nostri sistemi economici; essa può essere
definita come un metodo di calcolo del prezzo attraverso il quale
un venditore aggiunge una percentuale fissa ai costi totali (fissi e
variabili) di produzione (inclusi i costi promozionali, di
distribuzione e di stoccaggio) per definire il prezzo di vendita.
Nel caso di pratiche restrittive, il margine di mark-up è spesso
definito dall’impresa leader e le altre vi si adeguano. La politica di
mark-up è maggiormente orientata verso una strategia di
espansione non a scapito dei concorrenti, evitando una guerra
sulle quantità; inoltre il mark-up può essere adottato anche in una
situazione di non conoscenza della struttura dei costi. In generale
la politica di mark-up comporta un livello di produzione più alto
che nel casi di massimizzazione dei profitti ed un prezzo di
mercato conseguentemente più basso, con una curva di
domanda tradizionale. Comunque è necessario prendere
consapevolezza che la politica di mark-up può essere un fattore
importante e scatenante per quanto concerne le dinamiche
inflazionistiche.
La teoria della tecnostruttura di Galbraith è basata sulla
convinzione che le grosse imprese, soprattutto le multinazionali,
hanno la possibilità di creare la loro domanda attraverso la
pubblicità, la ricerca e lo sviluppo.
Quanto detto finora ci porta a concludere che non è corretta la
concezione dell’impresa come struttura passiva, condizionata
unicamente dalla struttura dei costi e della domanda: essa ha
potere politico ed ha accresciuto enormemente il suo potere
economico.
4.3 L’ECONOMIA DELLA FAMIGLIA
Nei primi anni Sessanta, G. Baker elaborò il primo contributo di quella
che è stata denominata Economia della famiglia, in cui il nucleo
familiare veniva considerato nel suo insieme, con la sua curva di utilità
di tipo neoclassico. Recentemente, i modelli che descrivono il
comportamento familiare hanno tenuto in considerazione il fatto che
ogni membro delle famiglia ha le sue preferenze e risorse, e che il
processo decisionale della famiglia è un processo interattivo. Inoltre,
si sono considerati il ruolo delle istituzioni e delle strutture di mercato,
quali le leggi, il sistema fiscale ed i beni pubblici, nel processo
decisionale familiare.
Le teorie e le evidenze empiriche relative all’economia della famiglia
stanno diventando uno degli strumenti più importanti di politica
economica da mettere in relazione con le imposte dirette ed indirette,
la sicurezza sociale ed i programmi di trasferimento di reddito e di
patrimonio. Negli ultimi due decenni del secolo scorso, la Household
Economics ha dato enfasi alla famiglia come insieme di individui, con
le problematiche di dinastie familiari, di matrimonio inerenti
l’aggregazione delle preferenze: si parla di comportamenti interni alla
famiglia (tasso di riproduzione o fertilità, divisione domestica del
lavoro, trasferimenti di ricchezza in modo orizzontale o verticale,
distribuzione della responsabilità del tempo libero), ai comportamenti
di mercato (offerta di lavoro dei componenti della famiglia, consumi e
loro composizione, risparmi e loro investimento, trasferimenti
intergenerazionali della ricchezza), alla formazione e dissoluzione
dell’unione familiare (nuzialità, divorzialità).
Si è passati ad un concetto di famiglia estesa, cioè ad un gruppo
o rete di consanguinei più ampio della famiglia nucleare che,
oltre a risiedere insieme, cooperano ed interagiscono
strettamente. Quindi essa viene vista come una coalizione
organizzata in tutte le sue attività, dal reperimento di risorse
economiche e di fattori produttivi, alla produzione di beni e
servizi ed al loro consumo.
Il problema di possibili conflitti d’interesse fra i membri della
stessa famiglia è dato per risolto in modo esogeno, o aggirato
mediante l’assunzione dell’esistenza di un dittatore benevolo
(Rotten Kid Theorem di G. Baker).
Nei modelli microeconomici più sofisticati il problema del
conflitto è affrontato con gli strumenti propri della teoria dei
giochi e l’assetto familiare viene descritto come un equilibrio di
strategie (perfetto equilibrio di Nash nei sottogiochi, del tipo
dilemma del prigioniero), nel rispetto della costituzione.
I modelli di recente formulazione sono stati concepiti a
generazioni sovrapposte postulando una qualche forma di
altruismo intergenerazionale (come quella di Barro – 1974,
specie se riferita al debito pubblico), anche se per la maggior
parte dei contributi teorici si parla ancora della prevalenze
dell’egoismo strategico (specie nelle successioni dinastiche).
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