Teoria della letteratura A.A. 2010-11 Corso per gli studenti della Laurea magistrale • Mutuato anche per gli studenti della Facoltà di Lettere • 6 cfu; circa 30 ore Orari delle lezioni: • Lun. 12.00-13.30, Aula D, Presidenza Lingue • Mar. 12.00-13.30, Aula D, Presidenza Lingue • Mer. 10.15-11.45, Aula D, Presidenza Lingue Esami: A partire dal 21 marzo Ricevimento (Italianistica, Studio 33, terzo piano): • Feb.-mar. 2010: Martedì 10.00-11.45, Mercoledì 12.00-13.00 • Da aprile 2010: Martedì 10.00-13.00 Il senso della fine Il corso è dedicato a una delle «soglie» cruciali del testo letterario, la conclusione, che assieme all’incipit disegna la cornice dell’opera e traccia i confini tra quelli che Calvino chiamava il «mondo scritto» e il «mondo non scritto». La fine è il punto verso cui converge la trama e in cui il libro, retrospettivamente, dovrebbe assumere il suo senso, il punto in cui il narratore può enunciare «il sugo di tutta la storia», come nei Promessi sposi, oppure mettere un ultimo sigillo ironico sull’insensatezza del vivere, come nell’Educazione sentimentale. La fine segna spesso un congedo doloroso dai personaggi che abbiamo amato, come se fossero persone in carne ed ossa uscite improvvisamente dalla nostra vita. Il senso della fine Non è un caso che molti scrittori, in modo più o meno deliberato e radicale, abbiano tentato di sabotare il meccanismo inesorabile della conclusione. Poetica del non finito, testi incompiuti, narrazioni seriali, romanzi ciclici in cui i personaggi tornano da un libro all’altro: sono tutti espedienti con cui sfuggire all’idea della chiusura e rilanciare il discorso, continuare in qualche modo a parlare, anche quando sembra impossibile e insensato, come alla fine dei romanzi di Beckett. Su tutti, probabilmente, aleggia ancora l’ombra della protagonista delle Mille e una notte, Sherazade, che continua instancabilmente a raccontare per allontanare la morte e per sperare – perché no? – in un lieto fine. Il senso della fine I. Testi narrativi Gli studenti leggerano quattro testi a scelta tra i seguenti: • Stendhal, Il rosso e il nero, Garzanti • Honoré de Balzac, La pelle di zigrino, Garzanti • Honoré de Balzac, Papà Goriot, Garzanti • Gustave Flaubert, L’educazione sentimentale, Einaudi • Carlo Emilio Gadda, La cognizione del dolore, Garzanti • Beppe Fenoglio, Una questione privata, Einaudi • John Fowles, La donna del tenente francese, Mondadori Il senso della fine II. Testi critici • Peter Brooks, Alla ricerca della trama e Il desiderio narrativo, primi due capitoli di Trame. Intenzionalità e progetto nel discorso narrativo, Einaudi, pp. 3-66 • Italo Calvino, Cominciare e finire, in Saggi, a cura di Mario Barenghi, vol. I, “Meridiani” Mondadori, pp. 734-753 • Frank Kermode, Il senso della fine. Studi sulla teoria del romanzo, Sansoni • David Lodge, La conclusione, in L’arte della narrativa, Bompiani, pp. 285-293 Inizio, mezzo e fine Aristotele, Poetica (cap. 7): «Dopo avere definito questi punti, diciamo quale deve essere la sistemazione degli eventi, dal momento che è questo il primo e più importante fattore della tragedia. Si è stabilito che la tragedia è imitazione di un’azione compiuta e intera, dotata di una certa grandezza […]. Intero è ciò che ha un inizio, una fase mediana e una conclusione. Inizio (α̉ρχὴ) è ciò che esiste di per sé, senza venire necessariamente dopo qualcos’altro, e dopo il quale c’è o si produce qualcos’altro; conclusione (τελευτὴ) al contrario è ciò che esiste necessariamente o per lo più dopo qualcos’altro, e dopo il quale non c’è nient’altro. In mezzo (μέσον) sta quello che viene dopo qualcos’altro ed è seguito a sua volta da qualcos’altro. Le trame (μύθους) ben composte non devono cominciare né finire come capita, ma usare le strutture che ho detto». Inizio, mezzo e fine Aristotele, Poetica (cap. 15): «Anche nei caratteri come nella sistemazione degli eventi si deve sempre avere di mira la necessità e la verosimiglianza: deve essere sempre necessario o verosimile che un certo personaggio dica o faccia certe cose, o che un fatto accada dopo un altro. È chiaro dunque che anche lo scioglimento delle trame deve derivare dalla trama stessa». La cornice Jurij M. Lotman, La struttura del testo poetico: «Il problema della cornice – confine che separa un testo letterario da un non-testo – è fondamentale. […] La cornice del quadro può essere di per se stessa un’opera d’arte, tuttavia si trova dall’altra parte del tratto che delimita la tela, e noi non la vediamo quando guardiamo il quadro. […] Il sipario, dipinto apposta per una data commedia, entra nel testo; un sipario che non cambia, no. […] La cornice del quadro, la ribalta della scena, il confine dello schermo sono i confini del mondo artistico, chiuso nella sua universalità. […] Quanto detto è essenziale particolarmente per il problema della cornice in un testo letterario. La cornice di un’opera di letteratura consiste di due elementi: l’inizio e la fine». La cornice «Limitata nello spazio, l’opera d’arte diventa modello di un mondo senza confini. La cornice del quadro, la ribalta teatrale, l’inizio e la fine di un’opera letteraria o musicale, le superfici che delimitano la scultura o l’insieme architettonico dallo spazio artistico tagliato fuori da essi, non sono altro che forme diverse della legge comune dell’arte: l’opera d’arte è il modello finito di un mondo infinito. […] Così, l’intreccio di Anna Karenina, da una parte rappresenta un certo oggetto particolare: il destino dell’eroina, che noi possiamo paragonare in tutto e per tutto al destino di singole persone che ci circondano nella vita di tutti i giorni. […] D’altra parte questo stesso soggetto è immagine di un altro oggetto, che ha una tendenza a un allargamento senza limiti. Ci si può immaginare il destino dell’eroina come lo specchio del destino di qualsiasi donna di una determinata epoca e di un determinato ambiente sociale, di qualsiasi donna, di qualsiasi persona». La cornice George Eliot: «Gli inizi sono sempre spinosi», e «le conclusioni sono il punto debole di quasi tutti gli autori». Friedrich Nietzsche, La gaia scienza: «I maestri di prim’ordine si fanno riconoscere dal fatto che così nel grande come nel piccolo sanno trovare in un modo perfetto la fine, sia questa la fine di una melodia o di un pensiero, sia il quinto atto di una tragedia o di un affare di Stato». La cornice Italo Calvino, Cominciare e finire (1985): «Forse è questa ansia per il problema del cominciare e del finire che ha fatto di me più uno scrittore di short-stories che di romanzi, quasi non riuscissi mai a convincermi che il mondo ipotizzato dalla mia narrazione è un mondo a se stante, autonomo, autosufficiente, in cui ci si può installare definitivamente o almeno per tempi lunghi. Invece mi prende continuamente il bisogno di prenderlo dal di fuori, questo mondo ipotetico, come uno dei tanti mondi possibili, un’isola in un arcipelago, un corpo celeste in una galassia. Il mio problema potrebbe essere enunciato così: è possibile raccontare una storia al cospetto dell’universo? Come è possibile isolare una storia singolare se essa implica altre storie che la attraversano e la condizionano e queste altre ancora, fino a estendersi all’intero universo? E se l’universo non può essere contenuto in una storia, come si può da questa storia impossibile staccare delle storie che abbiano un senso compiuto?» La cornice Italo Calvino, Se una notte d’inverno un viaggiatore (1979), cap. I: «Stai per cominciare a leggere il nuovo romanzo Se una notte d’inverno un viaggiatore di Italo Calvino. Rilassati. Raccogliti. Allontana da te ogni altro pensiero. Lascia che il mondo che ti circonda sfumi nell’indistinto. La porta è meglio chiuderla; di là c’è sempre la televisione accesa. Dillo subito, agli altri: “No, non voglio vedere la televisione!” Alza la voce, se no non ti sentono: “Sto leggendo! Non voglio essere disturbato!” Forse non ti hanno sentito, con tutto quel chiasso; dillo più forte, grida: “Sto cominciando a leggere il nuovo romanzo di Italo Calvino!” O se non vuoi non dirlo; speriamo che ti lascino in pace». La cornice Italo Calvino, Se una notte d’inverno un viaggiatore, cap. XI: «T’interrompe il settimo lettore: Lei crede che ogni storia debba avere un principio e una fine? Anticamente un racconto aveva solo due modi per finire: passate tutte le prove, l'eroe e l'eroina si sposavano oppure morivano. Il senso ultimo a cui rimandano tutti i racconti ha due facce: la continuità della vita, l'inevitabilità della morte. Ti fermi un momento a riflettere su queste parole. Poi fulmineamente decidi che vuoi sposare Ludmilla». La cornice Italo Calvino, Se una notte d’inverno un viaggiatore, cap. XII: «Ora siete marito e moglie, Lettore e Lettrice. Un grande letto matrimoniale accoglie le vostre letture parallele. Ludmilla chiude il suo libro, spegne la sua luce, abbandona il capo sul guanciale, dice: Spegni anche tu. Non sei stanco di leggere? E tu: Ancora un momento. Sto per finire Se una notte d’inverno un viaggiatore di Italo Calvino». Miti dell’origine, miti della fine Cfr. La Bibbia, tra Antico e Nuovo Testamento: inizia con il racconto della Genesi e termina con l’Apocalisse Cfr. l’interpretazione figurale (o tipologica) • Secondo la quale i personaggi o gli episodi dell’Antico Testamento vengono visti come ombre o figure (prefigurazioni) che devono essere compiute, completate da personaggi o episodi del Nuovo Testamento, nell’ottica della redenzione attuata grazie all’incarnazione di Cristo; • Tutto acquista un senso complessivo, una connessione organica nel progetto divino, mentre la storia umana procede verso il compimento ultimo che è quello del giudizio universale, della fine del mondo annunciata dalla visione di Giovanni, appunto dell’Apocalisse. Miti dell’origine, miti della fine Erich Auerbach, Figura (in Studi su Dante): «Il tipo di interpretazione mirava a vedere nelle persone e nei fatti dell’Antico Testamento figure o profezie reali della redenzione nel Nuovo» (191). «Attraverso l’interpretazione figurale l’Antico Testamento si trasformò, da un libro di legge e da una storia del popolo d’Israele, in una serie di figure di Cristo e della redenzione […] In questa forma e in questo contesto, dal quale erano scomparsi la storia nazionale e il carattere etnico ebraici, l’Antico Testamento poteva essere accolto, per esempio, dai popoli celtici e germanici; esso era una parte componente dell’universale religione della redenzione, e un pezzo necessario della visione della storia universale, tanto grandiosa quanto unitaria, che ad essi veniva trasmessa insieme con questa religione» (208). Miti dell’origine, miti della fine «La profezia figurale contiene l’interpretazione di un processo terreno per mezzo di un altro; il primo significa il secondo, e questo adempie il primo. Entrambi restano accadimenti interni alla storia; ma in questa concezione contengono entrambi qualcosa di provvisorio e di incompiuto; essi rimandano l’uno all’altro, e tutti e due rimandano a un futuro che è ancora da venire e che sarà il processo vero e proprio, l’accadimento pieno e reale e definitivo. Ciò non vale soltanto per la prefigurazione dell’Antico Testamento che annuncia l’Incarnazione e la proclamazione del Vangelo, ma anche per queste, che infatti non sono ancora l’adempimento finale e a loro volta sono la promessa della fine dei tempi e del vero regno di Dio» (213). Il paradigma apocalittico Cfr. Frank Kermode, Il senso della fine (programma) Associazioni storiche tra paradigma apocalittico e calendario. Esempi: • “Crisi apocalittica” dell’anno 1000 • Anno 1900, transizione tra Ottocento e Novecento: fin de siècle Legame tra paradigma apocalittico e modernità: vedi anche gli ultimi decenni: • 1989, crollo del muro di Berlino; tesi della “fine della storia” (Francis Fukuyama, The End of History and the Last Man, 1992) • 2000, passaggio del millennio (“millenium bug”) • 11 settembre 2001 • Profezie basate sul calendario Maya • Apocalisse ecologica Il paradigma apocalittico Cfr. Frank Kermode, Il senso della fine (programma) Associazioni storiche tra paradigma apocalittico e calendario. Esempi: • “Crisi apocalittica” dell’anno 1000 • Anno 1900, transizione tra Ottocento e Novecento: fin de siècle Legame tra paradigma apocalittico e modernità: vedi anche gli ultimi decenni: • 1989, crollo del muro di Berlino; tesi della “fine della storia” (Francis Fukuyama, The End of History and the Last Man, 1992) • 2000, passaggio del millennio (“millenium bug”) • 11 settembre 2001 • Profezie basate sul calendario Maya • Apocalisse ecologica Il paradigma apocalittico Italo Svevo, La coscienza di Zeno (1923): «Forse traverso una catastrofe inaudita prodotta dagli ordigni ritorneremo alla salute. Quando i gas velenosi non basteranno più, un uomo fatto come tutti gli altri, nel segreto di una stanza di questo mondo, inventerà un esplosivo incomparabile, in confronto al quale gli esplosivi attualmente esistenti saranno considerati quasi innocui giocattoli. Ed un altro uomo fatto anche lui come tutti gli altri, ma degli altri un po’ più ammalato, ruberà tale esplosivo e s’arrampicherà al centro della terra per porlo nel punto ove il suo effetto potrà essere il massimo. Ci sarà un’esplosione enorme che nessuno udrà e la terra ritornata alla forma di nebulosa errerà nei cieli priva di parassiti e di malattie». Senso della fine e convenzioni narrative Bruno Traveresetti, Explicit. L’immaginario romanzesco e le forme del finale (2004): «Nella fenomenologia del finale, si segnala «l’affermarsi e il persistere di alcune soluzioni-tipo la cui fortuna è determinata dal legame funzionale o solidale che esse stringono con una determinata società storica d’origine […]. Soluzioni-tipo che si insediano come norme retoriche autorevoli e condivise, estendendosi a un gran numero di romanzi e adattandosi con facilità a un gran numero di varianti circostanziali e formali: ad esempio, il “lieto fine”, il finale apocalittico, l’agnizione del romanzo poliziesco, il finale aperto, senza conclusione, e altre». Senso della fine e convenzioni narrative E.M. Forster, Aspetti del romanzo (1927): «L’amore, come la morte, è congeniale al romanziere perché gli consente di terminare comodamente il suo libro» (79). «Se non ci fossero morte e matrimonio, non so come farebbe il romanziere medio a scrivere la parola “fine”. […] Bisogna pur lasciare che lo scrittore, poveraccio, chiuda in qualche modo l’opera sua: egli deve guadagnarsi il pane come tutti […]». Senso della fine e convenzioni narrative Frank Kermode, Local and Provincial Restrictions (in Essays on Fiction, 1983): «Una delle più potenti restrizioni locali e provinciali è che un romanzo debba finire, o fingere di farlo […]. Deve esserci chiusura [closure], o almeno un’allusione a essa». Senso della fine e convenzioni narrative Marianna Torgovnick, Closure in the Novel (1981): «La fine è il luogo specifico in cui l’autore desidera nel modo più pressante esprimere le sue opinioni – che siano estetiche, morali, sociali, politiche, epistemologiche, o al limite in cui decide di non esprimere affatto un’opinione». Roland Bourneuf e Réal Ouellet, L’universo del romanzo (1972): «Nelle ultime pagine di un romanzo, l’autore ci consegna spesso la chiave dell’universo che ha costruito […]. La concordanza tra l’inizio e la fine appare come una prova di coerenza nella costruzione del racconto e anche come uno strumento privilegiato che permette al romanziere di esprimere il suo pensiero, persino la sua visione del mondo». Senso della fine e convenzioni narrative Bruno Traversetti, Explicit. L’immaginario romanzesco e le forme del finale (2004): «La modalità del congedo, la fase ultima del romanzo, che è viatico al ritorno del lettore nel suo mondo quotidiano, tende […] ad assumere in ogni caso […] la solennità di un epifonema: di una concisa sentenza filosofica o morale che, pronunciata con piglio asseverante alla chiusura ultima del romanzo, ne rafforza il vigore tematico del finale e tende a sintetizzare (come la moralité nelle favole) il significato complessivo della storia» (118). Senso della fine e convenzioni narrative Alessandro Manzoni, I promessi sposi: «Il bello era a sentirlo [Renzo] raccontare le sue avventure: e finiva sempre col dire le gran cose che ci aveva imparate, per governarsi meglio in avvenire. "Ho imparato," diceva, "a non mettermi ne' tumulti: ho imparato a non predicare in piazza: ho imparato a guardare con chi parlo: ho imparato a non alzar troppo il gomito: ho imparato a non tenere in mano il martello delle porte, quando c'è lì d'intorno gente che ha la testa calda: ho imparato a non attaccarmi un campanello al piede, prima d'aver pensato quel che possa nascere." E cent'altre cose. Lucia però, non che trovasse la dottrina falsa in sé, ma non n'era soddisfatta; le pareva, così in confuso, che ci mancasse qualcosa. A forza di sentir ripetere la stessa canzone, e di pensarci sopra ogni volta, "e io," disse un giorno al suo moralista, "cosa volete che abbia imparato? Io non sono andata a cercare i guai: son loro che sono venuti a cercar me. Senso della fine e convenzioni narrative Quando non voleste dire," aggiunse, soavemente sorridendo, "che il mio sproposito sia stato quello di volervi bene, e di promettermi a voi." Renzo, alla prima, rimase impicciato. Dopo un lungo dibattere e cercare insieme, conclusero che i guai vengono bensì spesso, perché ci si è dato cagione; ma che la condotta piú cauta e piú innocente non basta a tenerli lontani; e che quando vengono, o per colpa o senza colpa, la fiducia in Dio li raddolcisce, e li rende utili per una vita migliore. Questa conclusione, benché trovata da povera gente, c'è parsa così giusta, che abbiam pensato di metterla qui, come il sugo di tutta la storia. La quale, se non v'è dispiaciuta affatto, vogliatene bene a chi l'ha scritta, e anche un pochino a chi l'ha raccomodata. Ma se in vece fossimo riusciti ad annoiarvi, credete che non s'è fatto apposta». Senso della fine e convenzioni narrative Peter J. Rabinowitz, Before Reading: Narrative Conventions and the Politics of Intepretation (1987): «La fine di un testo non solo deve essere notata; esiste anche una convenzione interpetativa ampiamente diffusa che ci permette di leggerla in modo speciale, come una conclusione, come una ricapitolazione del significato dell’opera. […] In altri termini, i lettori assumono che gli autori esprimano i loro pensieri migliori alla fine, e in questo modo attribuiscono un valore speciale alle ultime pagine di un testo. Per il lettore, naturalmente, è particolarmente facile agire in questo modo quando la fine è apparentemente congruente con il testo che precede – per esempio, la morale in una favola tradizionale o il matrimonio in un romanzo rosa. […] Tuttavia, le fini non sono sempre così chiare, e quando non lo sono il lettore ha spesso il compito di reinterpretare l’opera in modo che la fine funzioni davvero come una conclusione appropriata». Senso della fine e convenzioni narrative Peter J. Rabinowitz, Before Reading: «Il fatto di sabotare un finale convenzionale tende a sottolineare la convenzionalità di quella chiusura […] Il sabotaggio di una convenzione deve essere letto almeno in parte come una critica a quella convenzione». «Tematizzare la conclusione di un testo è ancora più complesso quando una convenzione viene sabotata non rovesciandola, ma piuttosto seguendola in modo talmente ostentato da farla apparire assurda» La storia infinita Marcel Proust, Sulla lettura (1905): «Letta l’ultima pagina, il libro era finito. Bisognava interrompere la corsa sfrenata degli occhi e della voce che seguiva silenziosamente, fermandosi soltanto per riprendere fiato, con un profondo respiro. […] Ma come? quel libro era soltanto questo? Quegli esseri ai quali avevamo dedicato attenzione e tenerezza più che alle creature vere, non sempre osando confessare a che punto li amassimo […]; quelle persone per le quali avevamo trattenuto il respiro e singhiozzato, non le avremmo mai più riviste, non ne avremmo saputo più nulla. Già, da qualche pagina, nel crudele “Epilogo”, l’autore si era preoccupato di “allontanarli” con un’indifferenza incredibile per chi sapeva con quanto interesse li avesse seguito fino a quel momento, passo a passo. […] La storia infinita Avremmo tanto desiderato che il libro continuasse, e, se era impossibile, avere altre informazioni su tutti i personaggi, apprendere qualcosa della loro esistenza, dedicare la nostra a occupazioni che non fossero del tutto estranee all’amore che ci avevano ispirato e di cui ci veniva improvvisamente a mancare l’oggetto, non avere amato invano, per un’ora, creature che domani sarebbero state soltanto un nome su una pagina dimenticata». La storia infinita Georges Perec, Lettera a Denise Getzler (insegnante d’inglese e traduttrice, inviata tra il 1962 e il 1964, pubblicata in “Littérature”, 7, 1983, pp. 61-67): «C’è un certo numero di opere, spesso proprio tra quelle che amiamo di più, che finiscono male: qualche cosa vi si compie, vi si consuma. Nel corso dell’intero libro, abbiamo avuto un’avventura, un movimento, una ricerca, degli incontri: persone che non si conoscevano si sono incrociate; hanno camminato insieme, si sono amate, sono cambiate. E poi tutto si arresta. È la fine. Non c’è seguito. Qualcuno muore o scompare. Avvertiamo un buco. La storia infinita Per esempio la fine dei Tre Moschettieri, quando si separano, mi è apparsa per lungo tempo come una perfetta espressione della tristezza. E così l’inizio di Venti anni dopo si ritrovano rivali, sono invecchiati e la fine di Venti anni dopo, si separano di nuovo; Il Visconte di Bragelonne, infine, quando Porthos muore: per anni (non esagero affatto) ho avvertito la scomparsa fisica di Porthos; mi mancava; ricordarmi di tutte le sue avventure, della sua forza, della sua impulsività, del suo appetito da orco, della sua vanità, dei suoi vestiti e poi del suo declino, della sua impotenza finale: muore schiacciato sotto un masso che non ha più la forza di sollevare…».