BLAISE PASCAL
Nasce a Clermont-Ferrand nel 1623, muore a Parigi nel 1662.
Nella sua formazione ha un ruolo preponderante l’educazione
paterna. La famiglia si trasferisce presto a Parigi ove entra a far
parte della cerchia intellettuale del padre Morin Mersenne,
divenendo intimo di matematici come Fermat e di filosofi come
Gassendi.
Partecipa a diverse importanti controversie scientifiche e lo stesso
Mersenne gli dedica, in segno di amicizia e di stima, un proprio
trattato scientifico.
Data la straordinaria precocità dimostrata dal figlio nel campo della
geometria, fu ammesso a partecipare, a soli dodici anni, alle
discussioni dell’Accademia Mersenne.
Nel 1640 il giovane Pascal si rivela al pubblico scientifico
pubblicando un breve Essai sur les coniques, anticipazione di un
più ampio Trattato, completato solo nel 1648 e che, inedito, è
andato perduto. Lo scritto, salutato da Mersenne come la rivelazione
di un genio, riceve la fredda accoglienza di Cartesio che, avendolo
letto, lo ritiene un plagio ai danni di Desargues, il suo più diretto
rivale nel campo della geometria.
In effetti Pascal non nasconde il proprio debito ma vi aggiunge la
chiarezza e il rigore del linguaggio e la scoperta di un teorema,
oggi noto come esagramma mistico di Pascal. Ciò che separa il
metodo di Pascal da quello di Cartesio è il ricorso esclusivo
all’intuizione, mentre quest’ultimo introduce nella geometria il
formalismo algebrico, che rappresenta il punto di forza e
l’elemento vincente della nuova geometria analitica.
La maggiore fama giunge dalla meccanica.
Negli anni 1642-45 egli lavora alla costruzione della prima machine
arithmétique (calcolatrice), mettendo a frutto la sua abilita
matematica e le recenti nozioni della meccanica moderna.
L’invenzione della calcolatrice - la cosiddetta “pascaline” - è dovuta
a circostanze pratiche: con essa Blaise si propone di aiutare, nei suoi
difficili calcoli, il padre, nominato dal re commissario per la
riscossione della taille, un’imposta fondiaria.
Nell’ottobre del 1646, avuta notizia dell’esperienza di Torricelli sul
vuoto, la ripete con l’aiuto del padre, ottenendo le prime conferme
sperimentali della pesantezza dell’aria e dell’infondatezza della
dottrina aristotelica dell’horror vacui secondo la quale in natura
non esiste il vuoto assoluto.
Questi anni sono anche quelli della cosiddetta “prima conversione”
al giansenismo. In seguito a una ferita alla gamba, Pascal deve
ricorrere alle cure di due chirurghi: i fratelli Deschamps. Questi
seguaci delle idee gianseniste convertono l’intera famiglia Pascal alla
nuova spiritualità, caratterizzata da un forte richiamo all’interiorità
del sentimento religioso e alla severità dei costumi.
Nel 1647, in seguito a una grave malattia, Blaise lascia Rouen e si
trasferisce a Parigi, dove frequenta la buona società e la corte. Ha
inizio il “periodo mondano” di Pascal, che, forse con eccessiva
severità, la sorella giudicherà «il tempo peggio utilizzato di tutta la
sua vita», durante il quale cioè appare sopito l’intenso fervore
religioso.
Una prima occasione per mettersi in luce negli ambienti scientifici e
mondani della capitale gli è fornita dalla discussione intorno
all’esperienza di Torricelli. Verso la metà degli anni quaranta questo
discepolo di Galilei aveva cercato di misurare, servendosi del tubo
barometrico, la pesantezza dell ’ aria, giungendo a confutare
indirettamente uno degli assiomi più resistenti della fisica antica: la
teoria dell’horror vacui.
Pascal presenta come semplice ipotesi quella secondo cui gli effetti,
spiegati attraverso la teoria aristotelica dell’horror vacui, siano invece
da attribuirsi alla pesantezza dell ’ aria, e viene violentemente
attaccato dal gesuita padre Noel, il quale sostiene, fedele alla
dottrina di Aristotele, che il vuoto assoluto non può esistere in
natura e che lo spazio lasciato libero dal liquido contenuto nel tubo
barometrico, una volta immerso in una bacinella di mercurio, è in
realtà riempito dall’aria che vi penetra dai fori del vetro.
Per vincere i dubbi e le obiezioni degli avversari, Pascal
realizza, nel settembre 1648, la grande esperienza del colle
Puy-de-Dome, facendo ripetere più volte nella stessa
giornata l ’ esperienza di Torricelli a diversi livelli di
altitudine e riuscendo in tal modo a dimostrare una
correlazione diretta tra la pressione atmosferica, che varia
con l’altitudine, e il livello del liquido contenuto nel tubo
barometrico.
Frutto di queste esperienze Pascal formula per la prima
volta le leggi generali di una nuova branca della moderna
fisica: l’idrostatica.
Il ricorso al principio d’autorità, legittimo nelle discipline storiche «nella storia, nella geografia, nella giurisprudenza, nelle lingue e
soprattutto nella teologia» -, non ha motivo d’essere invocato
quando si tratta di «ciò che cade sotto i sensi o sotto il
ragionamento: l’autorità vi è inutile; la ragione sola può conoscere».
Nelle scienze «che sono sottoposte all’esperienza e al raziocinio» geometria, aritmetica, musica, fisica, medicina, architettura dobbiamo fuggire il sentimento di riverenza verso gli antichi. La
prerogativa dell ’ uomo, rispetto agli altri animali, è quella di
progredire infinitamente nell ’esperienza e nel sapere, cosicché
«l’intera successione degli uomini, durante il corso di tanti secoli,
deve essere considerata come uno stesso uomo che esiste da sempre
e che impara di continuo».
Come per Bacone, la verità è figlia del tempo non della autorità.
Alla polemica contro il principio di autorità s ’ intreccia quella contro il
dogmatismo metafisico. In un secolo dominato dall’esprit de système, dalla
tendenza cioè a dedurre da uno o più principi semplici l’intero sistema della
natura, Pascal è un autentico spirito positivo. Raramente si applica a questioni di
teoria generale, ma ha sempre di mira le soluzioni di problemi concreti e
particolari. Egli apprezza i procedimenti deduttivi e l’esattezza della geometria,
ma non vuole che il ragionamento deduttivo prenda il posto dei fatti e delle
esperienze. Non solo, come Newton, diffida delle ipotesi metafisiche, non
suffragate dall’evidenza sperimentale, ma ha una consapevolezza acuta del valore
e dei limiti di un’ipotesi scientifica.
Compito di uno scienziato non è tanto di andare alla ricerca delle prove
sperimentali che convalidano una teoria, quanto di esaminare in maniera
spregiudicata quei fatti nuovi che sembrano confutarla.
 Rigetto del principio d’autorità
 diffidenza verso le teorie generali o le ipotesi troppo esplicative
 valorizzazione dell’esperimento, accompagnata da un’estrema cautela
nel trarre formulazioni ipotetiche
 sospetto nei riguardi dell’esprit de système
La morte del padre, nel 1651, la decisione della sorella Jacqueline di
farsi monaca a Port-Royal, e l’amicizia, a partire dal 1653, con
personaggi dell ’ alta società segnano l ’ inizio del periodo più
intensamente “mondano” della vita di Pascal.
Il senso di solitudine e di vuoto, la noia e l’irrequietudine per la
forzata inattività scientifica sono i moventi psicologici che lo
convincono ad accettare l’idea di fare «quello che di solito fa il
mondo, e cioè di procurarsi una carica e di ammogliarsi». Pascal
prende a frequentare il celebre salotto letterario di madame de Sablé.
Ma l’influenza più significativa gli deriva dall’amicizia con Antoine
de Méré.
Da lui Blaise apprende l’ideale dell’honnete homme, che tanta
parte avrà nelle riflessioni estetiche dei Pensieri.
L ’ honneté è un insieme di tatto, raffinatezza, cultura, saggezza e
moderazione, uno stile di vita in cui si fondono intimamente connotazioni
etiche ed estetiche.
La “colpa” più imperdonabile per un honnete homme è la “pedanteria” e
ogni forma di “specializzazione” o di “professione” che ne limiti la libertà
di espressione. La dote più essenziale è l’esprit: un insieme di intuito e
discrezione, che consente di discernere in ogni circostanza ciò che
conviene fare, e di leggere nel cuore delle persone con cui si entra in
contatto.
L’honneté si trasforma in una art du bonheur, una scienza del vivere e fare
bene, che implica finezza di gusto e moderazione delle passioni, nobiltà di
costumi, delicatezza del sentire e sicuro dominio di sé. Un’etica laica,
insomma, ispirata a un moderato razionalismo, altrettanto distante dagli
estremi dello scetticismo ateo e del fanatismo religioso.
All’influenza di de Méré si deve probabilmente la distinzione tra esprit
de géométrie ed esprit de finesse.
Lo spirito di geometria procede per definizioni e per “progresso di
ragionamento”. I suoi principi «sono palpabili, ma lontani dall’uso
comune», cosicché ci vuole un certo esercizio per afferrarli. Ma, una volta
colti, essi sono così chiari che è impossibile dedurne conseguenze errate,
se si fa un uso regolare e ordinato dell’intelletto.
Al contrario lo spirito di finezza parte da principi «così sottili e in così
gran numero che è quasi impossibile che non ne scappi qualcuno». Esso
non si applica alla scienza, ma a tutto ciò che si riferisce al gusto, al
sentimento, alla vita morale. Quelli che giudicano in base allo spirito di
finezza «pretendono di capire subito con uno sguardo di insieme, e non
hanno l’abitudine di ricercare i principi».
I geometri, al contrario, «hanno l’abitudine di ragionare partendo
da principi e non capiscono nulla delle cose del sentimento, poiché
vi cercano dei principi e non li possono scorgere con un solo colpo
d’occhio».
Si tratta di due ambiti di riflessione, scienza e morale, aventi pari
giustificazione e pari dignità, la cui contrapposizione però non va
enfatizzata.
Sono di questi anni, infatti, le sue indagini anticipatrici sul calcolo
delle probabilità, testimoniate dalla corrispondenza con Fermat e
dal Traité du triangle arithmétique, entrambi del 1654. I problemi alla
cui soluzione si applicano Pascal e Fermat sono: la probabilità, per
un giocatore di dadi, di ottenere una certa cifra in un dato numero
di lanci; la divisione delle parti spettanti a ciascun giocatore, in
funzione delle precedenti puntate e delle vincite, qualora il gioco
debba essere interrotto.
La notte del 23 novembre 1654 segna una svolta decisiva nella vita
di Pascal. I biografi parlano, a questo proposito, di una “seconda
conversione”. Alla sua morte, verrà trovato – cucito nei suoi abiti –
un foglio di pergamena, contenente il Memoriale di quella fatidica
notte. Si tratta certamente di un’intensa esperienza mistica, che gli
fa gustare la «gioia del Dio nascosto» e lo spinge alla decisione di
«dimenticare il mondo e ogni cosa, all’infuori di Dio».
È un precipitare di una crisi spirituale in lui latente da mesi. Già
nella primavera di quell’anno Blaise comincia a provare disgusto
per il “mondo”, pur senza sentire attrazione per Dio. Ha inizio
allora un sottile processo psicologico che conosce, nella fatidica
notte di novembre, la catarsi risolutiva.
Con il termine divertissement Pascal intende tutte le “occupazioni
particolari” in cui si impegna l’individuo, allo scopo di nascondere a se
stesso il minaccioso senso di vuoto e di nullità. «Gli uomini, non avendo
potuto liberarsi dalla morte, dalla miseria, dall’ignoranza, hanno deciso,
per essere felici, di non pensarci». Il pensiero della morte, dominante di
ogni esperienza religiosa non banale, va a scuotere l’individuo dalla sua
vita inautentica e a farlo tornare in sé: «L’uomo è manifestamente fatto
per pensare; in questo sta tutta la sua dignità; e tutto il suo valore e tutto il
suo dovere stanno nel suo pensare come si deve. L’ordine proprio del
pensiero consiste nel cominciare da sé, dal proprio autore e dal proprio
fine».
«È più facile sopportare la morte non pensandoci, che pensare alla morte
senza che si sia in pericolo».
«Temere la morte in assenza del pericolo e non nel pericolo; perché
bisogna essere uomini!».
Nel gennaio 1656 Pascal trascorre un lungo periodo di ritiro fra i solitaires
del convento di Port-Royal: un gruppo di laici riunitisi attorno alle
monache di quella abbazia, centro di spiritualità giansenista. Qui ha
importanti colloqui con il direttore spirituale a Port-Royal, e matura la
decisione di rinunciare definitivamente all ’ idea di matrimonio e
all’impegno nelle scienze.
Prende piede in lui la vocazione di porre il proprio ingegno scientifico e
filosofico al servizio della religione. L’occasione non si fa attendere: in
due bolle successive papa Innocenzo X condanna come eretiche cinque
proposizioni contenute nell’Augustinus (1640) - l’opera fondamentale di
Giansenio, che è all’origine del movimento fondato in Francia - e la
polemica antigiansenista, sostenuta con particolare vigore dai gesuiti,
minaccia la sopravvivenza stessa di Port-Royal.
I giansenisti si difendono ammettendo l ’ eresia delle cinque
proposizioni (questione di diritto), ma negando che esse
rappresentino il pensiero contenuto nell’Augustinus (questione di
fatto).
Nel gennaio 1656 lo stesso Arnauld (allora direttore di Port-Royal)
viene deferito alla Sorbona, per il contenuto di alcune lettere, con
cui protestava contro la decisione di un parroco di negare
l’assoluzione al duca di Liancourt, perché simpatizzante con i
giansenisti.
Arnauld viene condannato, dopo un processo irregolare e i gesuiti
riescono a ottenere la seconda bolla di condanna papale, in cui le
cinque proposizioni vengono censurate nel testo di Giansenio,
togliendo terreno alla sottile distinzione tra questione di diritto e di
fatto.
Tra il gennaio 1656 e il 1657 Pascal scrive, sotto lo pseudonimo di
Louis de Montalte, le Provinciali: 18 lettere indirizzate «a un
provinciale dai suoi amici e ai reverendi padri gesuiti», che
contribuiscono in maniera determinante a spostare le simpatie di
una parte della pubblica opinione a favore dei giansenisti.
Le Provinciali, con una prosa chiara, piena di finezza e ironia,
prendono in esame le accuse dottrinarie rivolte ai giansenisti,
dimostrandone l ’ inconsistenza e la malafede degli avversari e
attaccano la morale “rilassata” dei gesuiti (molinisti). Il lavoro
apologetico di Pascal non vale ad arrestare la persecuzione
antigiansenistica (le stesse Provinciali vengono condannate nel
settembre 1657), ma rende popolare l’ardua materia teologica al
centro dello scontro tra giansenisti e molinisti: peccato originale e
grazia, predestinazione e libertà dell’uomo.
Gli ultimi anni della vita di Pascal sono i più drammatici; Pascal
ricade seriamente ammalato e vede gravemente compromesse le
proprie capacità di lavoro. La malattia ne accentua l’austerità di
vita e l’impegno attivo a favore dei poveri. Essa contribuisce
anche ad aggravare il suo pessimismo, quell’aspetto della sua
religiosità che ha fatto parlare di un “antimondanismo” di Pascal:
 senso drammatico delle conseguenze negative del peccato
originale;
 radicale sfiducia nei confronti della ragione e dei valori dell’etica
naturale;
 rifiuto radicale del mondo e della storia, in nome di un’esclusiva
e paradossale affermazione di trascendenza (la fede nel “Dio
nascosto” e incomprensibile).
Nel 1661 alla malattia si aggiunge l’isolamento, determinato dalla rottura
con Port-Royal sulla questione del formulario: in quell’anno il Parlamento
di Parigi aveva reso vincolante per tutti i religiosi l’obbligo di sottoscrivere
un formulario, contenente le cinque proposizioni dell ’ Augustinus
condannate dalla chiesa.
Arnauld e Nicole scelgono un atteggiamento di prudenza, accettando la
firma del formulario.
Pascal invece è dell’idea che ci si debba rifiutare di firmarlo, poiché si
tratta di un’inammissibile intrusione dello stato in una questione di
coscienza.
Tra luglio e agosto si compie l’epilogo della vita di Pascal, con una
drammatica agonia. Dopo aver ceduto la propria abitazione a una famiglia
povera e chiesto inutilmente di essere ricoverato agli Incurabili, muore il
19 agosto 1662.
Sino all ’ ultimo, Pascal lavora a un ’ incompiuta Apologia del
cristianesimo, di cui i celebri frammenti pubblicati postumi con il
titolo di Pensées costituirebbero materiale preparatorio.
Nutrito di spiritualità agostiniana e paolina, è persuaso che Dio non
sia oggetto tanto di convinzione razionale, quanto piuttosto di un
sentimento irrazionale:
«Il cuore, e non la ragione, sente Dio. Ecco che
cos’ è la fede: Dio sensibile al cuore e non alla
ragione».
A formare questa convinzione concorrono, accanto alle
pessimistiche considerazioni sul peccato originale, che impedisce
alla ragione di raggiungere Dio e la verità, gli esiti scettici del
pensiero moderno.
Pascal ha derivato:
- da Montaigne: il suo scetticismo, la consapevolezza circa l’attuale
miseria della condizione umana;
- da Epitteto: la consapevolezza della dignità originaria dell’uomo e
della sua destinazione etica finale.
D’altra parte, le nuove certezze dogmatiche del meccanicismo
cartesiano («Cartesio inutile e incerto») sembrano ridurre l’opera
“creatrice” di Dio a un semplice dettaglio: il Dio di Cartesio si
limita a imprimere alla “macchina” del mondo il suo primo
movimento, che prosegue indefinitamente in virtù di leggi proprie,
che non richiedono più la sua assistenza.
In questo cielo “vuoto”, dove i segni della presenza divina sono
assenti, la ricerca del “Dio nascosto” diventa un affare di cuore.
Pascal afferma il valore delle prove storiche del cristianesimo che ci
pongono di fronte alla religione cristiana come a un fatto: le
profezie, i miracoli, l’autorità delle Scritture.
A chi non riesce a trovare la fede, non ancora toccato dalla grazia,
Pascal propone un inedito argomento apologetico, quello della
scommessa.
In assenza di prove razionali decisive sull ’ esistenza o
sull’inesistenza di Dio, conviene “scommettere” sulla sua esistenza
e comportarsi come se si credesse, essendo in gioco «una infinità di
vita infinitamente felice» contro la rinuncia ai vani divertimenti e
piaceri mondani, che sono “nulla”, destinati a cessare con la morte.
Alcuni frammenti
Dio di Abramo, Dio di Isacco, Dio di Giacobbe.
Non dei filosofi e degli scienziati.
Certezza, certezza, sentimento, gioia, pace.
Dio di Gesù Cristo.
(23, novembre 1654 – frammento cucito nel vestito di B. Pascal)
Non so chi mi abbia messo al mondo, né cosa sia il mondo, né cosa sia io stesso.
Sono in una ignoranza spaventosa di tutto. Non so che cosa sia il mio corpo, i
miei sensi, la mia anima e questa parte di me che pensa quel che dico, che medita
sopra di tutto e sopra se stessa, e non conosce sé meglio del resto. Vedo quegli
spaventosi spazi dell’universo, che mi rinchiudono; e mi trovo confinato in un
angolo di questa immensa distesa, senza sapere perché sono collocato qui
piuttosto che altrove, né perché questo po’ di tempo che mi è dato da vivere mi
sia assegnato in questo momento piuttosto che in un altro di tutta l’eternità che
mi ha preceduto e di tutta quella che mi seguirà. Da ogni parte vedo soltanto
infiniti, che mi assorbono come un atomo e come un’ombre che dura un istante,
e scopare poi per sempre. Tutto quel che so è che debbp presto morire; ma quel
che ignoro di più è, appunto, questa stessa morte, che non posso evitare.
(Pensieri, 194)
Ciascuno esamini i propri pensieri: li troverà sempre occupati del
passato o dell’avvenire. Non pensiamo quasi mai al presente, o se ci
pensiamo, è solo per prendere lume al fine di predisporre l’avvenire.
Il presente non è mai il nostro fine; il passato e il presente sono i
nostri mezzi; solo l’avvenire è il nostro fine. Così, non viviamo mai,
ma speriamo di vivere, e, preparandoci sempre a essere felici, è
inevitabile che non siamo mai tali. (Pensieri, 172)
L’uomo è manifestatamente nato a pensare; qui sta tutta la sua
dignità e tutto il suo pregio; e tutto il suo dovere sta nel pensare
rettamente. Ora l’ordine del pensiero esige che si cominci da sé.
(Pensieri, 146)
Il cuore ha le sue ragioni, che la ragione non conosce. (Pensieri, 177)
Il supremo passo della ragione sta nel riconoscere che c’è un’infinità
di cose che la sorpassano. (Pensieri, 272)
Avevo trascorso gran tempo nello studio delle scienze esatte
ma la scarsa comunicazione che vi si può avere con gli uomini
me ne aveva disgustato. Quando cominciai lo studio
dell’uomo, capii che quelle scienze esatte non si addicono
all’uomo, e che mi sviavo di più dalla mia condizione con
l’approfondire lo studio che gli altri con l’ignorarlo. (Pensieri,
144)
Vanità delle scienze. Nei giorni di afflizione, la scienza delle
cose esteriori non varrà a consolarmi dell’ignoranza della
morale; ma la conoscenza di questa mi consolerà sempre
dell’ignoranza del mondo esteriore. (Pensieri, 67)
Bisogna conoscere sé medesimi: quand’anche non servisse a
trovare la verità, giova per lo meno a regolare la propria vita; e
non c’è nulla di più giusto. (Penseri, 66)
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