NEL 1960 INIZIA IL VERO QUINDICENNIO D’ORO DEL CINEMA ITALIANO: ALCUNE ARIDE CIFRE • La produzione: 129 film nel 1960 (USA 230), 265 film nel 1963 (USA 203), 205 nel 1965 (Francia 151, USA 248), 294 nel 1968 (USA 230), 236 film nel 1969. • Incassi italiani negli anni Cinquanta mediamente circa i 30% (USA 60%), all’inizio degli anni ‘60 circa 50% (USA 40%), alla fine del decennio 60% (USA 30%) • Spettatori: da 745 milioni di spettatori nel 1960 si passa ai 663 mil. del 1965 (Francia 259 mil., RFT 320) e ai 551 milioni del 1969. Eccentricità della situazione italiana Festival di Cannes 1959: Les Quatre Cents Coups (II quattrocento colpi - Sie küßten und sie schlugen ihn ) di François Truffaut e Hiroshima mon amour di Alan Resnais Festival di Venezia 1959: Leone d’oro ex-equo a Il generale della Rovere (Der falsche General) di Roberto Rossellini e La grande guerra (Man nannte es den großen Krieg ) di Mario Monicelli Le trasformazioni strutturali negli anni Sessanta in Italia • 1961 ristrutturazione degli stabilimenti di “Tirrenia” (vicino Pisa); nel 1962 si avvia la costruzione di “Dinocittà” (vicino Pomezia sulla Pontina). Cinecittà lavora a pieno ritmo • Aprile 1962 riforma (molto moderata) della censura ma ancora casi clamorosi censori a danno di grandi registi come Marco Ferreri, Pier Paolo Pasolini e Bernardo Bertolucci. • Il 4 novembre 1965 viene varata una nuova legge sul cinema, la cosiddetta 1213 detta legge Corona. • Inizio del rapporto tra cinema e televisione pubblica a partire dal 1966 con pionieri non dei giovani registi ma Roberto Rosselini e Alessandro Blasetti. La cosiddetta “Politica dei Produttori” • L’espressione è una formula antagonista a quella della “politica degli autori” francese. (Autorenfilm). Guidata all’inizio dei anni Sessanta dalla “Titanus” di Goffredo Lombardo e da altri importanti produttori come Carlo Ponti, Dino De Laurentis o Franco Cristaldi , presto si esaurisce. • Nello stesso periodo anche grazie alla Legge Corona nascono delle strutture parzialmente indipendenti come la Cooperativa “22 Dicembre” o “L’arco Film” di Alfredo Bini • Il cinema italiano era dunque alle porte di un grande rinnovamento generazionale. Per ricapitolare Così si possono sintetizzare le principali caratteristiche del cinema italiano degli anni Sessanta: • Un generale processo di evoluzione-traslazione che porta il cinema ad assumere una specifica posizione in Europa. Non c’è stata una vera guerra con il “cinema di papà”. In Italia la rivoluzione nel cinema era stata già fatta con il neorealismo post-bellico. • Al posto di una “nouvelle vague” italiana abbiamo il “cinema della crisi” che prepara il ‘68 e la rivolta studentesca. Con film come Prima della rivoluzione (1964) di Bernardo Bertolucci, I pugni in tasca (1965) di Marco Bellocchio, Uccellacci e Uccellini (1966) di P.P. Pasolini, I sovversivi (1967) dei Fratelli Taviani. • Il fenomeno del boom consente la compresenza di esperienze molto diverse che convivono insieme, ad opera di tre diverse generazioni. • L’esperienza del cinema di genere di cui la commedia all’italiana è stato insieme allo spaghetti-western il caso più interessante. I principali generi del cinema italiano a) La commedia e in particolare la grande “commedia all’italiana” b) Lo spaghetti western, insieme alla commedia il genere popolare principale c) L’horror con l’opera di Riccardo Freda, Mario Bava che culmina negli anni Settanta con i film di Dario Argento. E infine d) ll peplum chiamato nel mondo anglosassone Sword and sandal oppure Historical epics si riferisce ad argomenti “storico-mitologici”. E’ il cinema dei forzuti, degli “uomini forti”, dei divi muscolari sempre ricorrenti anche oggi: da Arnold Schwarzenegger o Sylvester Stallone a JeanClaude Van Damme. Esempi di film storicomitologici in Italia Quo vadis? 1912 di Enrico Guazzoni, dall'omonimo romanzo di Henryk Sienkiewicz. Fu il primo kolossal della storia del cinema Gli ultimi giorni di Pompei 1913 di Mario Caserini e Eleuterio Rodolfi Cabiria (1914) di Giovanni Pastrone, la maggior produzione del cinema italiano dell’epoca, è stato il modello per le superproduzioni di D.W. Griffith. Esempi di film storico-mitologici a Hollywood L’episodio babilonese di Intolérance di David W. Griffith (1916) Le due versioni de I dieci comandamenti entrambe dirette da Cecil B. De Mille, quella muta del 1923 e quella del 1956 con grandi star come Charlton Heston, Yul Brynner Edward G. Robinson, Yvonne De Carlo, Debra Paget I Kolossal storico-mitologici americani degli anni cinquanta e la “Hollywood sul Tevere” La fine di una era (1963) Realizzato nel 1959 con l’esaltazione delle doti del cinemascope Oggi: Il gladiatore (2000) di Ridley Scott, con Russell Crowe, Connie Nielsen, Richard Harris e Oliver Reed Il peplum italiano Un antenato: Bartolomeo Pagano scoperto da Pastrone per Cabiria (1914) interpreterà negli anni Venti molti film nel ruolo appunto di Maciste. Qui vediamo l’attore nella copertina della rivista Films Pittaluga, novembre 1923. Sembra che Mussolini copiasse la sua posa. Coproduzione italo-americana prodotta nel 1954 dal binomio Ponti-De Laurentiis, Ulisse di Mario Camerini è considerato il film italiano più costoso del dopoguerra. La storia è naturalmente quella dell'Odissea omerica, sceneggiata dal regista insieme ad un folto gruppo di collaboratori: (Franco Brusati, Ennio De Concini, Ben Hecht, Ivo Perilli, Irvin Shaw, Hugh Gray). Con questo film si inaugura il periodo d'oro della "Hollywood sul Tevere". L’apogeo del genere (1958-1965) Alcuni dati e caratteristiche: • 170 avventure dei vari eroi muscolari come Maciste, Ercole (per entrambi una ventina di titoli) e poi Ursus, Sansone, ecc. • Riuso di scenografie e costumi di seconda delle grandi produzione americane. • Al posto di star come Kirk Douglas, Charton Heston o Richard Burton si lanciavano eroi muscolosi e culturisti. • Le star si chiamavano Steve Reevs (il più popolare) e poi Mark Forest, Alan Steel, Reg Park, ma anche Giuliano Gemma (1938-2013). La decadenza, gli influssi e le parodie • Ercole Sansone Maciste e Ursus gli invincibili (1965) di Giorgio Capitani - una grande ammucchiata - è stato l’ultimo successo del peplum; • Cominciano anche le parodie: Totò contro Maciste (1962) di Fernando Cerchio • Sergio Leone con i suoi due primi film (Gli ultimi giorni di Pompei, 1959 e Il colosso di Rodi, 1961) si forma nel genere così come due futuri specialisti dell’italo-western: Sergio Corbucci e Duccio Tessari. • I primi lavori di Leone lo videro da assistente regista o direttore della seconda unità in numerose produzioni hollywoodiane come Quo vadis? di Mervyn LeRoy (1951), BenHur di William Wyler (1959) e Sodoma e Gomorra (1962) di Robert Aldrich. • Alla metà degli anni Sessanta il peplum lascia definitivamente il terreno allo spaghettiwestern. Alcune premesse fondamentali sulla commedia in Italia Mancanza di una tradizione storica durante il muto dove è prosperato il peplum. La commedia in Italia nasce all’avvento del sonoro con un impianto, almeno parziale, piccolo-borghese e realistico simile a quello che sarà proprio della commedia all’italiana. Nella commedia viene meno il modello autoriale basato sulla preminenza del regista. Che cos’è una commedia? Prendiamo un uomo a passeggio che inciampa e cade. Prima variante: si tratta di una scena da film drammatico. Seconda variante: si tratta di un film comico, di quella tradizione che gli americani chiamano “Slapstick”, fisica (demenziale oggi) o surreale. Terza variante si tratta di una scena da commedia. Si ride e al tempo stesso si riflette. Elementi distintivi della “commedia all’italiana” rispetto a Hollywood Assenza di caratteri “raffinati” e alto-borghesi tipici della commedia brillante americana (la screwballcomedy o sophisticad-comedy). Assenza della bizzarria comica scatenata dello Slapstick Presenza predominante di figure e ambienti piccoloborghesi. La presenza della morte e mancanza del rassicurante lieto fine, dell’happy-end. Continuità tra la commedia degli anni Cinquanta e quella “all’italiana” 1) la rilettura critica del costume e della storia dell’Italia attraverso le lenti dell’ironia o della satira; 2) la prevalente realizzazione “en plein air (non in Studio come vuole la tradizione americana); 3) la presenza di uno star-system al maschile prima Totò, poi i quattro “mattatori”: Alberto Sordi, Ugo Tognazzi, Vittorio Gassman e Manfredi); 4) la militanza sulle riviste satiriche “Il Marc’Aurelio” e/o “Il Bertoldo” di molti sceneggiatori e registi (Mario Monicelli, Luigi Comencini, Dino Risi, Age-Scarpelli, Scola, Steno, Sonego, ecc.). Gli elementi di discontinuità Il profondo legame della commedia all’italiana con il boom economico e l’evolversi del costume nell’Italia di allora; Mancanza o quasi di eroi positivi, critica caustica agli eterni vizi degli italiani; Grandi numeri della produzione e la formula del film ad episodi. Alcune cose fondamentali da ricordare I film cerniera tra la commedia degli anni Cinquanta e il periodo successivo sono due grandi successi di Mario Monicelli: I soliti ignoti (1958) e La Grande guerra (1959); Insieme a Monicelli, Dino Risi (1916-2008) è considerato il maggiore e più prolifico regista della “commedia all’italiana”; La fondamentale importanza di un nutrito gruppo di sceneggiatori: Age/Scarpelli, Rodolfo Sonego, Ennio De Concini, Leo Benvenuti, Ettore Scola, Ruggero Maccari; L’altrettanto grande importanza degli attori soprattutto uomini ma anche di qualche attrice (Monica Vitti); Mario Monicelli (1915-2010) FAR VEDERE “I soliti ignoti” (1958) di MARIO MONICELLI Con Vittorio Gassman, Marcello Mastroianni, Renato Salvatori, Totò, Carla Gravina, Claudia Cardinale, Tiberio Murgia, Carlo Pisacane. Trama: uno scombinato quintetto di ladri di mezza tacca tenta un furto a un Monte di Pegni nella periferia romana. Il colpo va buco, ma gli aspiranti ladri da strapazzo si consoleranno con una pasta e ceci. - L’eccezionale qualità del film nasce dalle scelte attoriali (la scoperta di Vittorio Gassman comico, gli esordi di Claudia Cardinale e Tiberio Murgia, un mirabile “cammeo” di Totò), una sceneggiatura perfetta (Age, Scarpelli, SusoCecchi D'Amico), il bianconero di Gianni Di Venanzo e le musiche jazzistiche di Piero Umiliani. - Due remake in America: Crackers (Soliti ignoti made in Usa, 1984) di Louis Malle e Welcome to Collinwood (Id., 2002) di Anthony e Joe Russo FAR VEDERE “Il sorpasso” (1962) Di DINO RISI Il sorpasso (1962) Con: Vittorio Gassman, Jean-Louis Trintignant, Catherine Spaak, Claudio Gora, la Lancia Aurelia B24 sport supercompressa. Trama: per Bruno Cortona (Gassman), quarantenne ossessionato dalla furia di vivere e dal timore della vecchiaia, correre in auto diventa una rivincita sui fallimenti della vita privata. Coinvolgerà nelle sue avventure Roberto Mariani, uno studente timido e introverso (Trintignant). Sceneggiato da Risi, Ettore Scola e Ruggero Maccari, il film capta l’atmosfera del “boom”, della società del periodo agli inizi degli anni Sessanta con un’euforia rara e insieme con un’ammirevole sapienza nel passare dall’agro al dolce, dal comico al grave. ll coesistere della tensione “vitalista” e dello sguardo dell’ “entomologo” in un grande road movie ante litteram. Gli spazi della società del boom: la spiaggia, la strada, la sala da ballo, i riti della vacanza. L’uso della canzonetta in funzione drammaturgica e ambientale. Lo Spaghetti western (1) L’invenzione del western europeo nasce in Germania dove all’inizio degli anni Sessanta si cominciano a girare in Jugoslavia o in Spagna dei film d’avventure tratti dai libri di Karl May (1842-1912). Il successo internazionale di questi film (per altro alquanto “pacifisti” e letterari, interpretati da attori americani di serie o decaduti tipo Lex Barker, Steward Granger, Rod Cameron) convince alcuni produttori italiani di film a basso costo a tentare la carta del western. All’inizio, però, questa produzione italiana ebbe scarso riscontro di pubblico (già da subito venivano fatti passare come prodotti di serie b americana). Le cose cambiano Per un pugno di dollari (1964). Lo spaghetti western (2) Sergio Leone (1929 –1989) sostiene che prima del suo vennero fatti 25 western di questo tipo. All’inizio questi film venivano fatti passare come prodotti di serie b americana, da qui l’abitudini di dare degli pseudonimi anglosassoni. Per un pugno di dollari (1964) nasce come un western di recupero (costi e set, ecc.) da Le pistole non discutono di Mario Caiano e dè un plagio di Yojimbo (La sfida del samurai , 1961) di Akira Kurosawa. Uscito senza la minima speranza, il film viene firmato con lo pseudonimo di Bob Robertson e ottiene un successo clamoroso che apre le porte al diluvio degli italo- o spaghetti-western (oltre 400 in meno di un decennio). Con questo film Leone trova alcuni dei suoi futuri collaboratori fissi: lo scenografo Carlo Simi e soprattutto il musicista Ennio Morricone e lancia un nuovo divo Clint Eastwood che veniva da una serie di telefilm USA intitolata Rawhide. FAR VEDERE “Per un pugno di dollari” (1964) di Sergio Leone Lo spaghetti western (3) Per Leone il west non è patrimonio degli americani ma è di tutti, un paesaggio virtuale. Quindi via dall’ideologia della Frontiera con tutto il suo sistema morale (l’eroe, ecc.,) e al suo posto Leone trasforma il western rendendolo realistico (e ironico). Il western classico mostrava la violenza ma in modo attenuato, Leone ce la fa vedere in forma parossistica e ci narra il west come effettivamente era: una terra di delinquenti, disperati, ecc. Leone lavora sui miti del cinema scrostati dal romanticismo della frontiera e del viaggio (go west). Il discorso del movente della vendetta è un preciso tratto distintivo dello spaghetti-western. Il boom dello spaghetti-western è rafforzato nel 1965 dal doppio successo di Per qualche dollaro in più (Sergio Leone) e da Una pistola per Ringo di Duccio Tessari con Giuliano Gemma. Negli anni d’oro dello spaghetti-western, il 1965-69, il genere costituiva quasi un quinto di tutta la produzione cinematografica italiana. Anche i registi “seri” per motivi più o meno alimentari vi si accostano: Requiescat (1967) di Carlo Lizzani con P.P. Pasolini, I lunghi giorni della vendetta (1967) di Florestano Vancini, Yankee (1966) di Tinto Brass o Quien Sabe? (1966) di Damiano Damiani. La fine dello spaghetti western Nel 1970 si assiste alla svolta in chiave di commedia già preannunziata dallo stesso Leone con l’ultimo dei film della trilogia del dollaro (Il buono, il brutto e il cattivo, non a caso co-sceneggiato da Age e Scarpelli): Enzo Barboni si inventa con lo pseudonimo di E.B. Clucher Lo chiamavano trinità con la coppia Bud Spencer/Terence Hill. Lo spaghetti-western ha portato ad una rivoluzione sia per quello che riguarda la rappresentazione della violenza al cinema sia per aver velocizzato il ritmo e l’immagine. L’horror (1) Prima di Dario Argento che inizia negli anni ‘70, le due principali figure legate all’h0rror sono Riccardo Freda (1909- 1999) e Mario Bava (1914-1980). In Italia mancava una tradizione del fantastico (o fantasy) assorbita sino ad allora dal peplum oppure dal cinema d’avventure. La nascita del fantahorror italiano è segnata da I Vampiri (1957) dal veterano Riccardo Freda, il padre (o uno dei padri) del cinema avventuroso italiano. Il film si inserisce nel contemporaneo rilancio dell’horror in Europa: il gotico inglese della Hammer Film di Terence Fisher , i film tratti da Edgar Wallace (1875-1932) o dal personaggio di Mabuse nella RFT. Dopo Il mostro di Frankestein (1920) di Eugenio Testa, I Vampiri, sarebbe dunque il secondo horror mai realizzato in Italia. Segue Caltiki il mostro immortale (1959) con lo pseudonimo di Robert Hampton. Negli anni successivi Freda sempre sotto il nome lo stesso pseudonimo realizza: L’orribile segreto del dottor Hichcock (1962) e Lo spettro (1963), entrambi interpretati dall’attrice inglese Barbara Steele (1937) la regina dell’horror all’italiana. Questi film passano quasi inosservati in Italia mentre sono diventati dei piccoli cultmovie in Francia. L’horror (2) Il 1960 è un anno di svolta, escono 5 horror di cui il principale è La maschera del demonio di Mario Bava, allievo di Riccardo Freda, che supererà presto il maestro. Interpretato da Barbara Steele e tratto da un racconto di Gogol, il film gli da il successo internazionale. A differenza di Freda, Bava è, prima di Dario Argento, l’unico importante regista italiano nella cui filmografia il fantahorror non costituisce un’eccezione o una parentesi mercantile. Padre di Lamberto Bava (1944), anch’esso regista horror, Mario è prima direttore della fotografia e inventore di effetti speciali. Dopo La maschera del demonio seguiranno I tre volti della paura (1963, interpretato da Boris Karloff), La frusta e il corpo (1963), ed infine quello che molti considerato il suo capolavoro Operazione paura (1966). Inoltre con La ragazza che sapeva troppo (1963)e Sei donne per l'assassino (1964) anticipa il successivo cinema thriller del primo Dario Argento. Poco interessato al plot e al racconto, Bava è un registra claustrofobico contraddistinto da atmosfere oniriche che crea con un sapiente uso della mdp e/o del colore. In conclusione la caratteristica dell’horror all’italiana è quella di centrare la narrazione su una donna (vampira, strega, famme fatale, ecc.) quale elemento di catalizzazione di una mostruosità morale e ammantando il tutto di un’esplicita atmosfera erotica. L’Horror di Dario Argento (3) Dario Argento (Roma 1940, figlio del produttore Salvatore) occupa nell’horror all’italiana un posto analogo a quello ricoperto da Sergio Leone per lo spaghettiwestern. Solo che Argento non è molto probabilmente alla stessa altezza di Leone, né il genere ha avuto mai lo sviluppo produttivo, l’ampiezza e l’importanza dello spaghetti-western. L’horror-movie all’italiana è rimasto quasi solo confinato alla estrosa personalità di Argento. Dopo aver lavorato nella critica e nel giornalismo (“Paese sera”) e poi come sceneggiatore di film commerciali, Argento passa dietro la mdp nel 1970. Già dal suo primo film d’esordio, il bellissimo L’uccello dalle piume di cristallo (1970) cui seguiranno in una trilogia Il gatto a 9 code (1971) e Quattro mosche di velluto grigio (1973), il regista romano fa un bricolage di elementi diversi alternando la suspance al colpo di scena sulla base della cosiddetta detection (la ricerca di un assasino alla maniera di Hitchcock). In generale i film di Argento (soprattutto a partire da Profondo rosso del 1975) sono delle fiabe in negativo a sfondo psico-patologico o parapsicologico dove manca qualunque logicità nel plot che è invece ricco di invenzioni visive, effetti (o effettacci) in un grand guignol visivo (forte cromatismo delle immagini, musica soverchiante, uso iterato della soggettiva, ecc.). Insomma è una estremizzazione kitsch dell’effettismo di Sergio Leone in cui si esibisce “il piacere perverso di vedere morire” come in una tragedia elisabettiana o in una catarsi aristotelica. Piacciano o non piacciano i film di Argento hanno una loro piena coerenza autoriale soprattutto per la sua capacità di manipolare l’immagine in senso pienamente spettacolare. La grande crisi del cinema italiano La crisi dei generi e quella del cinema italiano vanno di pari passo: La situazione nel cinema italiano cambia con una grandissima velocità nel giro di pochi anni. Siamo negli “anni di piombo” del terrorismo e della liberazione delle tv private (1975). La produzione: nel 1976 237 film nel 1978 143 nel 1986 109. Di recente la situazione è migliorata grazie al successo del comparto comico: 2009 131 (Francia 230) 2010 141 Il calo degli spettatori è stato devastante: 1975 513,6 milioni di biglietti venduti l’anno 1980 241,8 1985 123,1 1992 83,5 (la cifra più bassa mai toccata dal cinema in Italia) 2010 120 milioni