La comunicazione del rischio
Costantino Marmo
(Dipartimento di Discipline
della Comunicazione - Università di Bologna)
Seminario - CF e previsione del
dissesto idrogeologico in ER 4/11/05
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Introduzione
Il campo degli studi sulla comunicazione del
rischio presenta una enorme dispersione.
 Contributi vengono da discipline scientifiche
(casi di studio in ambito sismologico,
vulcanologico, idrogeologico, ecc.), e da
discipline umanistiche (antropologia, sociologia,
psicologia, semiotica, ecc.).
 Presenterò una rassegna di problemi,
ispirandomi alla letteratura disponibile, e
qualche proposta di soluzione.

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2
Il concetto di ‘rischio’
Emerge nel XVII secolo nel contesto della riflessione
sul gioco d’azzardo, come calcolo delle probabilità di
guadagni e perdite.

L’analisi della probabilità statistica si afferma nel
secolo scorso come base della conoscenza scientifica, a
partire dalla fisica quantistica, trasformando la nozione
di prova, di causalità e la logica stessa delle scienze.

Nell’accezione comune, R = 1) “possibilità di
conseguenze dannose o negative a seguito di
circostanze non sempre prevedibili”. 2) “evento
pericoloso, azzardo”. In definitiva, R = “pericolo”.

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Passaggi senza traumi?
Il richiamo alla storia della parola e del
concetto è necessario perché nella
comunicazione del rischio, la parola R
passa dall’accezione scientifica a quella
corrente senza apparenti traumi.
 Ma non è così…

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Un modello di comunicazione
Un modello corrente, in letteratura, prevede
quattro componenti:




Comunità scientifica (CS), che raccoglie e
interpreta i dati, modellizza i processi, fa
monitoraggio delle aree a rischio e formula
previsioni;
Autorità pubblica (A), che comunica le
previsioni, organizza e coordina la risposta al
rischio);
Media e Pubblico (M e P), destinatari della
comunicazione e, il secondo, co-attore della
risposta.
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Schema
SCIENTIFIC ASSESSMENT
Scientific
Modeling
Monitoring
System
Interpretation of
Scientific Data
Formulation of a
Scientific Forecast
DISSEMINATION
Government
(Nat./Reg.)
Local
Gov.
Formulation of a
Public Warning
Media
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Public
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Ancora sul concetto di rischio

Tralascio per ora i media su cui tornerò, per
concentrarmi su alcuni problemi, rilevati in vari
casi di studio (soprattutto in campo vulcanologico
e sismico), riguardo alle relazioni tra CS e
Autorità, proprio a proposito della nozione di
rischio in questione:


Le A non ragionano in termini probabilistici, ma (più
tradizionalmente) in termini di cause ed effetti;
La CS può permettersi di sospendere il giudizio, in
caso di dati incerti o carenti; le A hanno bisogno di
certezze.
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Il Centro Funzionale

Il sistema di allerta derivante dalla circolare ‘De
Bernardinis’ qui presentato, prevedendo un
Centro Funzionale (CF) in cui confluiscono le
competenze dell’ARPA e dell’Agenzia di
Protezione Civile-ER, cerca di ovviare a questo
inconveniente o di prevenire i problemi che ne
possono derivare:


ARPA e APC condividono i dati e fanno insieme il
monitoraggio;
Le allerta sono emesse dal CF sulla base delle
previsioni scientifiche e decise insieme da ARPA e APC.
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Efficienza del sistema



Naturalmente, un sistema efficiente deve portare le
informazioni (rilevanti) dalla Comunità Scientifica alle
Autorità locali nel minor tempo possibile.
E il meccanismo deve essere ‘oliato’ a dovere, attraverso
attività di esercitazione e simulazione periodica (tutto
quanto si sta attualmente facendo).
Ho parlato, non a caso, di ‘passaggio di informazioni’,
perché il sistema di allerta è solo una condizione,
assolutamente necessaria, ma non sufficiente della
comunicazione del rischio.
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Una domanda
Rimane infatti una domanda aperta:
 “ A chi è affidato l’ultimo ‘miglio’?”
Ovvero
 “Chi deve raggiungere il destinatario finale,
la cittadinanza coinvolta, il pubblico?”

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Alcune risposte



Secondo il Vademecum di PC per le famiglie (da poco
stampato) sono le Autorità (generiche) che
predispongono informazioni e segnaletica o forniscono
indicazioni in quanto “gestiscono l’emergenza e
coordinano i soccorsi” (p. 13).
Secondo le linee-guida del protocollo di intesa della
regione ER, queste Autorità sono i Sindaci che
“dispongono… l’invio… di uomini e mezzi per
l’informazione della popolazione” (pp. 13-14).
Si tratta probabilmente delle figure più adeguate, specie
in caso di eventi calamitosi a scala ridotta, locale.
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Una questione delicata



In un recente studio di caso, relativo all’eruzione del Nevado
del Ruiz (Colombia, novembre 1985), si sostiene che,
nonostante i rischi (lahar, colate di fango, considerate probabili
al 100%) fossero ben noti alle autorità nazionale e locali,
nessun allarme fu dato alla popolazione.
Ci furono molti problemi legati alla mancanza di mappe di
rischio e di un adeguato sistema di monitoraggio, ma il
problema centrale fu che, “temendone i costi politici ed
economici, nessuna autorità [locale] volle assumersi la
responsabilità” di una evacuazione precoce o di un falso
allarme (p. 180).
Il vulcanologo Barry Voight suggeriva di avviare, almeno nei
paesi sviluppati, programmi di formazione volti alla gestione
dell’incertezza e dei falsi allarmi.
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Cautela…



Certo non si può generalizzare – e credo che i nostri
amministratori locali, oltre alle autorità di PC, sappiano
valutare meglio le opportunità – ma non si può negare che il
caso sollevi un possibile problema.
Il problema è quello della natura delle valutazioni che
un’autorità politica può mettere in campo nel processo di
decisione sul cosa fare in caso di possibile emergenza
Non c’è bisogno di essere esperti di sociologia politica per
sapere che un’autorità politica dipende dal consenso della
cittadinanza e che essa è spesso condizionata da una
intrinseca ‘brevimiranza’ (shortsightedness) determinata dalle
scadenze elettorali, spesso troppo ravvicinate per avviare
politiche di lungo termine.
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Reazioni della popolazione



Posto che le Autorità facciano il loro mestiere e, in caso di
calamità molto probabile, la previsione scientifica si trasformi
in allarme, chi garantisce che le popolazioni interessate
rispondano in modo adeguato?
La risposta della popolazione dipende da numerosi fattori,
come è rilevato in letteratura, di carattere generale o legati a
specificità locali; qui vorrei concentrarmi su tre fattori.
Provo a metterli in fila:
1.
2.
3.
La consapevolezza del rischio (o, meglio, del pericolo)
L’efficacia del messaggio (che include oltre a numerosi fattori,
ben individuati in letteratura, anche la sua accessibilità)
L’autorevolezza della fonte, ciò che si riduce in ultima analisi al
rapporto di fiducia tra Autorità e popolazione.
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Fattori di risposta
Nessuno di questi fattori, da solo, sembra funzionare.
Nonostante si sappia di correre un rischio (anche statisticamente
quantificabile), non è detto che si adottino comportamenti
conseguenti.

A.

B.
Prendiamo l’esempio del fumo e dei medici: chi è più consapevole di
loro del rischio del fumo e delle statistiche sui suoi danni? Eppure,
come tutti sanno, è molto frequente vedere medici che fumano senza
problemi (apparenti).
Un messaggio chiaro e ben diffuso può raggiungere una
popolazione distratta, inerte, poco sensibile o sfiduciata nei
confronti della sua fonte.

Prendiamo un caso recente, quello dell’influenza aviaria: la sfiducia nei
confronti della carne di pollo (innescata dai media, ma non solo) non
è stata per nulla scalfita dalla ammirevole performance dei ministri
che si sono ritrovati a banchettare con cosce di pollo sotto gli obiettivi
delle telecamere e sono stati visti da milioni di persone.
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Politiche di prevenzione
Su ognuno di questi fattori, tuttavia, può incidere in maniera
rilevante una politica di prevenzione.
Le Autorità si possono/debbono dotare di competenze
comunicative ad hoc.

1.

2.
Le allerta di PC, per esempio, che ho potuto vedere recentemente,
non sono adatte per un destinatario non istituzionale, per il linguaggio
adottato (spesso marcatamente burocratico) o il tipo di azioni
suggerite; occorre trasformarli in messaggi chiari e adeguati alle
esigenze locali specifiche, il che richiede skills adeguati.
Occorre predisporre una molteplicità di canali su cui far passare la
comunicazione: dai media tradizionali alle sirene, dai CellBroadcast SMS ai megafoni per ottenere l’effetto di ridondanza
massima.
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Politiche di prevenzione
3.
4.
5.
Occorre conoscere cosa pensano le popolazioni di aree
a rischio (sottoponendo, per es., questionari a
campione sulla percezione e l’accettabilità del rischio).
Occorre adottare azioni di formazione, rivolte a scuole,
luoghi di lavoro e centri anziani, per es., sui caratteri
dell’ambiente in cui vivono.
Occorre rafforzare la consapevolezza con esercitazioni
che puntino, sul piano individuale, a sviluppare il più
possibile automatismi di risposta adeguati (in caso di
terremoto, per es., rifugiarsi subito nei luoghi più sicuri
in casa, anziché correre fuori).
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Politiche di prevenzione
6.
Occorre lavorare, attraverso le azioni precedenti e con
campagne mirate a costruire o rafforzare il rapporto
fiduciario con la cittadinanza (a tutti i livelli, non solo a
quello locale), non solo e non tanto nei momenti di
emergenza, ma soprattutto in quelli di calma.

E’ in questa prospettiva che può essere affrontato il problema
dei falsi allarmi: questi, a patto che non diventino troppo
frequenti, debbono essere preventivati da chi li riceve senza
che comportino una rottura del rapporto fiduciario (per es.
potrebbero essere presentati come frutto di una politica di
cautela).
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I rapporti coi media
Rimane un punto, una componente essenziale del
modello di comunicazione del rischio che ho
volutamente tralasciato: il sistema dei media.
Con i mass media di ambito locale e/o nazionale si
possono progettare




Protocolli di azione comune per i momenti di emergenza, in cui
la tendenza al sensazionalismo venga mitigata senza cancellare
il diritto di cronaca;
Azioni di formazione mirata degli addetti (in particolare
giornalisti) sulla specificità dei fenomeni in gioco e del
linguaggio usato per descriverli, per ovviare ai frequenti
problemi di incomprensione o alle (evitabili) imprecisioni della
cronaca.
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I rapporti coi media (2)



In tutti i casi, è opportuno che le Autorità che
gestiscono le emergenze, soprattutto quando
interessano più realtà locali, abbiano un unico
portavoce, al fine di evitare la confusione prodotta da
una pluralità di voci.
Occorre infine tener sempre conto delle logiche e delle
dinamiche proprie del sistema dei media e del fatto che
una politica di immagine (e di credibilità) per chi si
occupa di PC passa inevitabilmente anche di là.
Ma non solo, per fortuna: qualcosa contano anche i
fatti o, come si usa dire oggi in vari ambiti, le ‘buone
pratiche’.
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