Enclave
In geografia politica una enclave è una parte di territorio interamente compreso all'interno di
uno stato, che però appartiene a tutti gli effetti ad un altro stato. Viceversa, la parte di
territorio di uno stato sovrano che giace all'esterno dei confini dello stato si chiama exclave.
Enclave ed exclave esistono anche a livello di ripartizioni amministrative e di unità territoriali
(stati federati, regioni, distretti, comuni) all'interno di uno stato.
La parola francese enclave ha origine nella terminologia diplomatica dall'aggettivo tardo latino
inclavatus che significa "chiuso a chiave". La parola exclave è invece una derivazione logica del
primo termine. Il termine "enclave linguistica" viene spesso utilizzato come sinonimo di isola
linguistica. L'Italia annovera diverse enclaves ed enclave sia come Stato sovrano che,
soprattutto, all'interno delle proprie divisioni amministrative.
L'Italia ha una sola exclave, il comune di Campione d'Italia, in provincia di Como,
circondato completamente da territorio svizzero. Il comune è fortemente legato
all'economia svizzera, tanto da usarne la moneta ed essere legato ai sistemi postali e
telefonici di quel paese. Dal 1919 e fino al 1947 il comune di Zara poteva considerarsi
un'exclave, benché circondato dal mare oltreché dal territorio della Jugoslavia. Il
comune, dalla superficie di 55 Km², venne ceduto alla Jugoslavia al termine della Seconda
guerra mondiale. All'interno del territorio italiano vi sono anche due enclaves, la
Repubblica di San Marino e la Città del Vaticano, unici casi di enclaves che costituiscono
uno Stato a sé. Delle venti regioni italiane tre hanno delle exclaves che in due casi sono
anche delle enclaves, essendo circondate interamente dal territorio di un'altra regione. L'
exclave emiliano-romagnola di Pieve Corena non può essere definita un' enclave
confinando oltre che con le Marche (Provincia di Pesaro e Urbino) e anche con la
Repubblica di San Marino.
Isola
Un'isola è una terra emersa interamente circondata dalle acque e di dimensioni ridotte
rispetto ad un continente. Oltre alla dimensione, un'altra caratteristica la differenzia dal
continente: l'influsso climatico dato dall'acqua (di fiume, di mare ecc.) si estende su tutta la
superficie emersa. Un'isola può trovarsi nelle acque di un fiume, lago, mare od oceano. La parte
del terreno che separa la terra emersa dall'acqua è detta costa o litorale. Più isole vicine tra
di loro formano un arcipelago. Le isole possono essere disposte a corona o a catena. Ad
esempio, le isole Aleautine nell'oceano Pacifico formano una catena tra l'Asia e l'America
settentrionale. Le isole presenti nei corsi di un fiume si trovano alla foce, nel delta, o nel corso
intermedio se il fiume ha una certa larghezza. Nella maggior parte dei casi sono formate dal
deposito di sedimenti nei punti pianeggianti del suo corso in cui la corrente rallenta e perde la
capacità di trasportare a valle la parte più pesante del materiale sedimentario. Essenzialmente
queste sono un impedimento al flusso dell'acqua ed alcune possono nascere nei momenti in cui il
livello del fiume è normale e sparire quando il volume e la velocità dell'acqua cambia a causa di
un periodo di piena. Altre isole sono formate dall'incontro di un'asperità rocciosa che causa la
momentanea divisione del fiume in due tronconi .Le isole presenti all'interno dei laghi sono
delle sporgenze del terreno sopra il livello dell'acqua che ha riempito una conca naturale od
artificiale. Nel caso in cui il lago abbia uno o più immissari è possibile che i sedimenti
trasportati da questi fiumi generino una o più isole. La vegetazione può a suo volta creare
un'isola: le piante che sono in grado di crescere con parte del tronco nell'acqua possono far
accumulare detriti organici in punti più bassi non prossimi alla riva e con l'andare del tempo
generare un affioramento del terreno dalle acque del lago.
Le isole continentali sono le più vaste, sono collegate alla piattaforma continentale e possono
essersi staccate dal continente per erosione, abbassamento del terreno, innalzamento del
livello delle acque, forti terremoti, eruzioni vulcaniche, ecc. o semplicemente perché la
piattaforma continentale è più bassa, in alcuni punti, del livello delle acque. Esempi di isole
continentali sono la Sicilia e la Groenlandia. Un tipo particolare di isole continentali sono quelle
che si sono staccate dal continente a causa della deriva dei continenti come per esempio l'isola
del Madagascar staccatasi dal continente africano. Un altro tipo particolare sono le isole
formatesi dall'accumulazione della sabbia erosa dal continente vicino.
Sono dette isole oceaniche quelle isole che non fanno parte della piattaforma continentale e
che sono generalmente piccole con una forma arrotondata. Le isole oceaniche possono essere
suddivise in isole vulcaniche, atolli e cime di catene montuose sottomarine che emergono dalle
acque.
Le isole vulcaniche sono costituite da lava solidificata eruttata da vulcani che una volta
erano al di sotto del livello del mare.Esistono però altri tipi di isole vulcaniche come i
vulcani sommersi che facevano parte di una piattaforma continentale. Un esempio l'Islanda,
la più grande isola vulcanica della Terra. Un altro tipo di isola vulcanica è quella formata da
una placca tettonica che scorre sotto un'altra. Questo scorrimento crea una catena di
vulcani che emergendo formano una catena di isole.Queste isole possono anche reinabissarsi
dopo un lungo periodo di frequenti terremoti ed eruzioni. Esempi sono le isole Eolie L'ultimo
tipo di isola vulcanica è formata da un punto caldo sopra cui scorre una placca tettonica.
Esempi sono le isole Hawaii
Gli atolli si formano a seguito di eruzioni di tipo esplosivo di un'isola vulcanica attorno alla
quale si è formata una barriera corallina, che, in continua crescita, affiora ed emerge dalla
superficie marina, formando bassi fondali al suo interno. Al centro della laguna venutasi a
formare tendono ad accumularsi sedimenti emergendo sotto forma di isola piatta, dalla
sabbia bianca o quasi rosata e dalla forma solitamente quasi circolare o ellittica
Catene montuose sottomarine
Nei fondali marini sono presenti varie catene montuose sottomarine, in alcuni casi è possibile
vedere queste formazioni come continenti sommersi dalle acque, o meglio continenti che non
hanno altezze sufficienti ad emergere dal livello attuale dei mari. Alcune delle cime possono
essere più alte del livello del mare generando un'isola che, in alcuni casi, può essere molto
distante da qualsiasi altra terra emersa.
Secondo vari studi risulta che il livello delle acque nel passato era molto più basso
dell'attuale, secondo alcuni era più basso anche di 100-200 metri. Se ci fosse oggi un
abbassamento delle acque di queste proporzioni si avrebbe che molte isole risulterebbero
delle cime delle terre emerse. Un caso particolare è il Mar Mediterraneo che attualmente è
collegato all'Oceano Atlantico dallo stretto di Gibilterra, mentre sembra che nel passato era
un mare interno con un livello delle acque molto più basso rispetto agli oceani. Quindi un'isola
attuale poteva essere parte del continente in un passato non troppo remoto; mentre
potevano esserci varie isole dove ora c'è solo mare. Attualmente stiamo probabilmente
vivendo una fase opposta: a causa del riscaldamento globale della Terra sembra che i
ghiacciai di tutto il mondo si vadano ridimensionando, causando un costante aumento del
livello del mare. Questo fenomeno a lungo andare comporterà la scomparsa di varie isole,
buona parte della fascia costiera e delle pianure più basse. Le previsioni più catastrofiche
prevedono che scomparirà addirittura la Pianura Padana se questa tendenza non verrà in
qualche modo invertita.
INSULARITA’ IN SENSO ANTROPOLOGICO
La Sardegna appare oggi frenata da una crisi di progettualità, di cui la recente lunghissima crisi
d’ingovernabilità, senza precedenti nella storia dell’isola, è solo uno dei segni visibili. La carenza non è
solo politica, ma assai più vasta e investe l’ambito economico e culturale. È una Sardegna che non
riesce a volare, ferma e incerta in mezzo ad un guado: da una parte i residui del vecchio modello di
sviluppo, in stato di confusa smobilitazione, sconfitto da un mercato che non perdona l’immobilismo,
dall’altra, non s’intravede ancora nitido all’orizzonte il profilo della strada del nuovo benessere.
Quella che oggi appare è una Sardegna priva di bussola, tormentata e insicura, sguarnita di una classe
dirigente capace di fantasia, una Sardegna che non riesce a programmare il suo futuro.
La bussola dell’ambiente
Definire il tracciato della strada sarda allo sviluppo è oggi l’esigenza primaria della nostra isola.
Dall’ambientalismo sardo, dove in questi anni è cresciuta una forte elaborazione intorno ai temi del
cambiamento, può venire un contributo di inventiva e progettualità. Nella nostra isola il rapporto tra
uomo e natura non è mai stato pacifico. Eppure oggi proprio la sensibilità ecologica, l’amore e la
fiducia per questa terra sarda dura e spinosa, ma ricca e tenace, può essere la bussola e l’orizzonte
ideale entro cui collocare la trasformazione dei modelli di sviluppo, di produzione e consumo. Il punto
da cui partire è il rifiuto dell’uso dissipatorio delle risorse, che non sono solo quelle rappresentate
dalla ricchezza delle coste e dai patrimoni storici di pregio, ma anche le culture, le identità e i saperi
in quanto stratificazioni di processi peculiari. Oggi si tratta non solo di proteggere la ricca
biodiversità dell’isola, il patrimonio inestimabile delle sue risorse, inteso anche nel senso antropologico,
ma farne la materia prima di una strada sarda allo sviluppo, in cui economia e qualità della vita siano
fortemente intrecciati. La perdita di biodiversità, la devastazione delle coste e dei modi di vita
correlati non è soltanto peggioramento di qualità, ma anche un’occasione sprecata di reddito.
Industria: fine di un sogno
Nessuno pensa ormai più di affidare lo sviluppo dell’isola a quei poli industriali, su cui tutto si era
puntato anni addietro e che si presentano oggi in fase di crescente smobilitazione, sconfitti dalla
competitività, ancor prima che dalla consapevolezza dei sardi della sproporzione ormai evidente tra
danno ambientale e vantaggi occupazionali.
Si è trattato di un’esperienza di sfruttamento di risorse dallo scarso ritorno economico per la
Sardegna, sistemi produttivi, che, mentre hanno travolto territori e culture, assorbito quantità
enormi di risorse, non hanno voluto o saputo creare economie a ciclo chiuso, capaci di diffondere
benefici. I grandi impianti di produzioni primarie, si tratti di fibre o di alluminio, non hanno portato
benessere in Sardegna, perché il valore aggiunto principale si formava e si forma tutt’oggi altrove,
assai lontano dalla nostra isola, nei complessi manifatturieri del nord Italia o all’estero.
Il sistema energetico
Anche lo stato dell’industria energetica, massicciamente presente in Sardegna, non è edificante. Lo
stato del sistema energetico soffre una crisi di sovrapproduzione, registra una dipendenza dall’esterno
del 98 per cento, assai più alta di quella italiana. Il sistema dimostra i suoi limiti nell’assenza
pressoché totale di diversificazione delle fonti di energia primaria, principalmente in conseguenza della
mancanza del gas naturale, mentre la produzione rimane basata essenzialmente su impianti
termoelettrici. Le conseguenze per i sardi sono il maggiore costo unitario dell’energia, oltre ad un
preoccupante maggiore carico inquinante.
Per riconvertire il settore nella direzione delle esigenze dell’isola, ci vuole ben altro che qualche
sconto sul gasolio, come è stato proposto. I poli energetici, da Fiume Santo al Sulcis a Portoscuso,
hanno bisogno di essere ridimensionati nel volume produttivo a misura delle esigenze delle popolazioni
ed inseriti nei territori in forma coerente, compatibile con un riequilibrio di mix di energia.
Occorreranno investimenti adeguati soprattutto per la riconversione a gas metano, un settore
praticabile in tempi accettabili, nel quale ci sentiamo fortemente impegnati.
A questo riguardo occorre vigilare perché ogni eventuale passaggio di proprietà di Fiume Santo o di
altri poli energetici contenga la precisa clausola di utilizzo del metano.
Il turismo, nonostante il crescente aumento di presenze, appare inadeguato al ruolo assegnatogli di
rappresentare l’elemento portante del nuovo sviluppo, mentre permangono i problemi storicamente
irrisolti. Il principale dei quali è costituito dal fatto che la Sardegna ha il tasso di stagionalità più
stretto d'Italia, motivato soprattutto dalla peculiarità del nostro prodotto, che è quasi
esclusivamente il balneare.
Ma la Sardegna non è solo mare. Nella Sardegna interna c'è una grande quantità di risorse da far
emergere, selezionare, censire, segnalare, valorizzare, promuovere e organizzare in forma d'impresa.
L’altro problema irrisolto è la mancanza d’integrazione tra economia delle vacanze ed altri settori, in
particolare con l’agroalimentare ed il settore dei trasporti. Una vistosa carenza che, mentre rende il
nostro turismo scarsamente competitivo, non innesca un processo di filiera economica.
Soprattutto dovrà essere chiarito l’equivoco tra turismo dell’ospitalità e turismo della rendita
immobiliare. Poiché ancora oggi i principali interessi privati continuano a essere calamitati dalla
realizzazione di nuove residenze al mare, dove il guadagno é facile e l’intreccio con la politica rende
possibili enormi realizzazioni. I benefici diffusi in termini di occupazione sono vicino allo zero, mentre
lo sperpero di territorio è enorme. Ma solo un’economia miope di tempi brevi e di accumuli veloci vende
i territori di pregio, che sono le uova d’oro della stessa economia. Un turismo lungimirante non vende
spazio, ma solo tempo.
Un forte bisogno d’identità è inciso nella cultura del popolo sardo. È un bisogno legittimo, che aspira
sfuggire all’omologazione depauperante, ma che può produrre chiusure localistiche e esasperazioni
etniche, nel migliore dei casi, fine a se stesse. Ciò che serve non è tanto la rivendicazione di un
repertorio di eredità culturali, ma la ricostruzione di un rapporto con i luoghi del nostro agire
quotidiano, che, in alcune stagioni recenti della nostra storia, troppo frettolosamente abbiamo
consegnato a venditori di specchietti. Il cuore della Sardegna sta in una nozione d’identità che si
basa, più che sull’appartenenza etnica, su una comunanza di interessi e sulla capacità di trovare
risposte creative ed autonome ai bisogni, utilizzando i mezzi di cui l’isola dispone: un progetto di
futuro a misura d’identità. Allora ciò che era considerata minoranza subalterna può tornare a porsi in
primo piano e c'è una Sardegna autentica e dimenticata. Preziosi patrimoni culturali che si dissolvono
e si disperdono nello spopolamento. Tutto questo può proporsi come fermento culturale, che riprenda i
fili di un'identità spezzata per proseguire l’opera trasformatrice con nuovi percorsi e nuove costruzioni
Economia e identità
In questo senso l’identità di un popolo può voler dire crescita civile e sviluppo economico. Il
primo problema della Sardegna è certamente la disoccupazione, che raggiunge livelli
d’emergenza sociale, soprattutto nella fascia giovanile, dove un giovane su due non entra nel
mercato del lavoro. Le implicazioni sovraregionali e sovranazionali del fenomeno sono evidenti.
Nonostante ciò, è indispensabile ed urgente ridare fiducia ai giovani, a partire dalle politiche
locali e utilizzando tutti gli strumenti che gli strumenti europei consentono. Reggere la
competizione del mercato globalizzato è possibile solo evitando l’omologazione delle produzioni,
valorizzando tutti gli elementi di identità economica e culturale, che le varie realtà territoriali
possono esprimere, promuovendo mille economie locali, coordinate in quadri regionali ed
europei. È la strada che può aprire prospettive di occupazione diffusa e durevole. Ma occorre
iniziare dalle basi, investendo sul sistema scolastico, sulla formazione di una cultura
dell’imprenditività, sulla ricerca, sulla conversione ecologica delle produzioni, sull’innovazione
tecnologica dei servizi e delle comunicazioni.La qualità della vita stessa, la tutela e l’utilizzo del
grande patrimonio di cultura che fa della Sardegna una terra così peculiare, può essere la
bussola che guida la scelta degli investimenti, per le politiche di sviluppo e di occupazione.
Anche nel sistema agroalimentare solo un’agricoltura che valorizzi la straordinaria ricchezza di
produzioni tipiche ad elevata qualità, potrà conquistare una nicchia di mercato alta e
competitiva. Occorre tirarsi fuori dal processo omologante, dove cresce l’artificializzazione e
la competizione, mentre diminuisce qualità e identità. Fuori, c’è posto per una Sardegna verde
e credibile, perché vende qualcosa di diverso che altri non hanno, salvaguarda l’ambiente e
perciò la salute dei consumatori.
Se avanza il deserto: gestione delle risorse idriche e riassetto idrogeologico
Un vero dissesto idrogeologico investe i principali bacini idrografici. Aumentano i danni degli incendi
che impoveriscono le risorse ambientali e avanza la deforestazione. La superficie boscata è solo il 15
per cento dell’intera isola, mentre è in atto un fenomeno di persistenza pluridecennale di annate
magre, che ha ridotto la piovosità degli ultimi venti anni ad una media di 10 per cento inferiore ai
precedenti 50 anni. La Legge 183 di difesa del suolo è rimasta lettera morta. È apparsa positiva
l’istituzione di un Commissario straordinario ai sistemi dell’acqua, capace di superare la pletorica
molteplicità degli enti, ma inutile, senza un piano d’intervento a carattere strutturale. Il quadro degli
interventi, seguendo la Legge 183, dovrà iniziare dal riassetto idrogeologico, affrontando la
rinaturazione dei corsi d’acqua e dei bacini e facendo perno su una corretta riforestazione.
Prioritaria è la realizzazione di una fascia forestale di salvaguardia attorno ai bacini artificiali. In
secondo luogo occorre curare la qualità delle acque, con opere di disinquinamento degli invasi, il
collettamento delle reti fognarie e la regolamentazione del carico di bestiame. Altro settore
d’intervento determinante è quello dei controlli dei consumi, generalizzando tecniche di risparmio
per tutti e, nell’agricoltura, con l’ammodernamento del settore distributivo (quadri orari
di’irrigazione e diffusione dei sistemi a pioggia). Interventi di recupero si dovranno attuare con il
ricircolo delle acque provenienti dai depuratori, sia per uso irriguo che industriale.
Paesaggio: uno sguardo d’insieme
La vicenda del master Plan, 2,5 milioni di metri cubi da gettare sulle coste sarde, ha
rappresentato la più grande operazione immobiliare della storia sarda. Sconfitta da una
mobilitazione che ha visto protagonista la Legambiente, il Master Plan costituisce una linea di
demarcazione, un punto di non ritorno nella storia dell’isola. Da allora le operazioni non si sono
fermate, ma sono state ricondotte a scale diversa, per la consapevolezza del nuovo livello di
vigilanza in Sardegna, disponibile a valutare progetti e investimenti, ma non a regalare
territori e paesaggi a nessuno. Forse in Sardegna non ci sono i clamorosi ecomostri abusivi che
hanno devastato tante aree pregiate italiane e che in questi giorni sono oggetto di demolizioni.
È pur vero però che, in tante parti dell’isola, da Quartu a Stintino, non mancano gravi situazioni
d’illegalità o semillegalità. E sono ben presenti mostri e oscenità, ancorchè legali e con tanto di
nulla osta dell’Ufficio Tutela del paesaggio, che li mette al sicuro dalle ruspe. Lo scenario
(l’oscenario) delle brutture va dalla Marmolata di Santa Teresa al Bagaglino di Stintino
all’hotel Esit di Alghero, costruito dall’Ente della Regione Sardegna in anni di grande
distrazione ambientale. Ciò che appare grave non è però il singolo intervento, per quanto
brutto o incongruo, quanto il quadro complessivo: nessuna logica, nessun nesso ordinatore nelle
sequela scoordinata e decontestualizzata degli interventi, neppure nei paesaggi più pregiati. Un
immenso patrimonio di raro valore ambientale è stato trattato come una tabula rasa sulla quale
geometri e architetti ignari di storia e indifferenti ai luoghi hanno potuto disegnare qualsiasi
cosa. Si pone il problema di come far crescere una cultura del "fare paesistico", capace di
ascoltare i contesti e di proporre un modo di costruire. La tutela delle coste è un ambito di
battaglia ormai storico della Legambiente Sardegna, un ambito nel quale l’associazione ha
raggiunto risultati importanti. Ma oggi i tempi sono maturi per considerare la necessità di
anticipare i tempi, di mettere in atto misure e programmi che prevengano lo scempio del
paesaggio, incoraggiati dalle posizioni assunte dal Ministero dei Beni Culturali alla recente
Conferenza sul paesaggio.
paesaggio.In Sardegna la necessità prioritaria che si va evidenziando è la predisposizione di un
piano di restauro, particolarmente del paesaggio costiero, abbandonando le azioni di tutela a
macchia di leopardo per sposare una visione d’insieme. Un piano che consenta di passare dalla
tutela passiva, che oggi protegge oltre il 40 per cento della regione, superando quella fase
esclusivamente vincolistica, nella quale si erano cimentati i Piani Territoriali paesistici. Lo
stesso quadro normativo della tutela dovrà essere rivisto. Oggi è evidente uno scollamento tra
il momento della progettazione affidata agli enti locali e alle regioni e il momento di verifica e
controllo svolto dalle soprintendenze statali. Per il futuro occorrerà una maggiore
concertazione, a iniziare dalla fase pianificatoria.
Se la Sardegna programma il suo futuro: i punti qualificanti di uno sviluppo tra
locale e globale
Occorre collocare tutti gli interventi all’interno di un disegno organico di programmazione,
disegnando il nuovo modello di sviluppo ed evitando gli interventi a pioggia. In un unico piano
programmatico dovranno essere collocati gli strumenti comunitari, nazionali (Contratti d’area,
patti territoriali) e regionali (Piani integrati d’area), soprattutto i Fondi Strutturali con i Piani
Integrati Territoriali strumenti applicativi del Piano Operativo Regionale. Tante sigle ma anche
tanti interventi e tanti soldi per i quali non esiste una vera regia di coordinamento. Gli
interventi scoordinati e frammentari rischiano di causare l'ennesima occasione mancata. Punti
qualificanti di una nuova visione dello sviluppo sardo, capaci di innescare un processo nella
direzione del superamento del divario economico sociale dell’isola rispetto alla media nazionale,
sono:
La valorizzazione delle risorse materiali e immateriali, lungi dall’essere consumate o vendute,
devono costituire la materia prima su cui attuare investimenti innovativi e ad alto contenuto
tecnologico.
2 La qualità culturale ed ambientale è il principale elemento, capace di sfidare la competitività
del mercato e di intrecciarsi con la crescita civile, oltre che economica.
3 La tipicità e la peculiarità dei luoghi, delle culture, derivata in parte dalla cultura
dell’insularità, può costituire un valore aggiunto e un vantaggio competitivo, ribaltando la
penalizzazione dell’insularità, se si riusciranno a mettere in atto misure di effettiva continuità
territoriale
4 Asse portante del nuovo processo sono le azioni di sviluppo locale, sostenute da quadri
sovranazionali e basate sulla diffusione di piccole e medie imprese. Il turismo può costituirsi
come asse portante dello sviluppo, riqualificandosi in termini di compatibilità e interazione con
altre economie in processi chiusi e organizzati a filiera.
5 Protagonisti del nuovo sviluppo sono i territori, cioè i comuni organizzati in rete e
consorziati, mentre la Regione opera integrazione degli interventi territoriali.
Il quadro comunitario
La strada di una profonda riconversione dell’economia sarda, che fino, a qualche anno fa poteva
apparire utopistica, dispone oggi di strumenti finanziari concreti e praticabili. Nella
programmazione dei fondi strutturali all’interno del Quadro comunitario di sostegno 20002006, predisposto per le regioni dell’obiettivo 1 (tra cui la Sardegna), il Programma di Sviluppo
per il Mezzogiorno, consente di orientare le risorse verso politiche di riqualificazione dei
territori e di valorizzazione locale. Gli strumenti fondamentali sono i Piani Integrati
Territoriali, strumenti del Piano Operativo Regionale.
La ripartizione della spesa, stabilita a livello nazionale e recepita dal Programma Operativo
Regionale orienta verso gli assi Risorse naturali (che comprende al suo interno la misura 1,5
Rete Ecologica Regionale) e Risorse culturali, quote di risorse che si avvicinano al 27 per cento.
Per la Sardegna nel quadro di ripartizione delle risorse globali vuol dire disponibilità di circa
2700 miliardi (su un totale di 10.000) su due assi strategici per la riconversione ambientale,
quali sono le Risorse naturali (ripartite in acqua, suolo, ambiente ed energia ) e Risorse
culturali. L’entità delle disponibilità è senza precedenti e fornisce strumenti che, se ben
utilizzati, possono tracciare la strada del nuovo sviluppo. Si tratterà di vedere quali strade
prenderanno concretamente le risorse. Una nota di orientamento della Regione Sardegna
traccia linee ancora generiche e troppo dense di incognite. L’impegno della nostra associazione
è quello di una forte presenza nei momenti dell’orientamento delle risorse.
Orientare le risorse: le priorità
L’obiettivo è che la qualità dell’ambiente sia il contenuto trasversale ai vari assi d’intervento.
Tuttavia le priorità sono individuabili all’interno dei due assi strategici individuati. In relazione
al settore Ciclo integrato dell’acqua, sono da ritenere prioritari interventi in materia di
risparmio delle risorse idriche e di depurazione delle acque reflue nelle realtà di dimensione
urbana, industriale e di alto insediamento turistico. In tema di difesa del suolo si indicano
come prioritari gli interventi di tutela e risanamento delle zone costiere, delle cave, delle zone
umide, dei sistemi lagunari e dei bacini imbriferi con eliminazione dei processi inquinanti, anche
ai fini di rivitalizzzione della piccola pesca tradizionale. Per la riqualificazione delle aree
costiere è necessario dotarsi di uno specifico Progetto litorali. Queste porzioni del territorio
isolano, in quanto attrattive turistiche, sottoposte ad un’altissima pressione antropica con
conseguenti gravi alterazioni, necessitano di interventi di riqualificazione. Nel settore della
gestione dei rifiuti e bonifica dei siti inquinati sono da ritenere prioritari interventi di bonifica
e messa in sicurezza dei siti degradati come le discariche di RSU, i siti contaminati da scorie
industriali (particolarmente, Porto Torres, Ottana; Sulcis, Porto Torres, Porto Vesme).
Nello stesso settore, in adeguamento alla legge nazionale, è urgente la creazione di un sistema
regionale integrato di trattamento dei rifiuti, distribuito per ambiti di bacino con attività di
raccolta differenziata e impianti di selezione e riciclo.
All’interno dell’asse Risorse Naturali, particolare importanza riveste la misura 1'5 Rete
Ecologica Regionale, dove in Aree Protette occorre investire nella creazione di infrastrutture
e servizi, mentre, per quanto attiene il settore energia le priorità sono da individuare nelle
fonti rinnovabili e nel risparmio energetico; è anche prevista una misura riferita alla
formazione ambientale (misura 1,8). Nell’asse attinente alle risorse culturali appare opportuno
che gli investimenti siano orientati nella tutela, valorizzazione e fruizione del patrimonio
storico (con particolare riferimento ai centri storici) e paesaggistico ambientale, ma anche con
il recupero di siti archeologici, edifici storici, chiese, complessi di archeologia militare,
complessi carcerari, aree dismesse industriali e minerarie. Una linea d’intervento particolare
dovrà riguardare la valorizzazione del sistema dei nuraghi nella loro interrelazione nel
contesto circostante.
Legambiente in Sardegna
Una struttura regionale, un’articolazione territoriale di circoli, significativi e rappresentativi
delle realtà locali, un comitato scientifico autorevole e prestigioso, costituito da docenti
universitari, ricercatori ed esperti di settore, una quantità di scuole affiliate all’associazione,
un ufficio di azione giuridica, alcuni centri d’educazione ambientale, una rete di alleanze
storiche e inedite che vanno dalla Legapesca ai nuovi enti parco: tutto questo è Legambiente in
Sardegna, l’ambientalismo cresciuto sulla domanda di qualità della vita, che l’isola ha espresso
in questi anni. Tra denuncie e proposte, tra conflitti e progetti l’associazione è cresciuta in
questi ultimi cinque anni, maturando un quadro progettuale complessivo, in cui collocare ogni
nostra iniziativa, collegandola ad un filo conduttore comune e indicando finalità ed obiettivi
semplici e chiari.L’azione del nostro volontariato non è stata elitaria e gerarchica, ma
strumento partecipativo, capace di una vasta mobilitazione delle coscienze e del protagonismo
diretto delle persone, finalizzato a costruire responsabilità e cittadinanza attiva.
L’ultimo esperienza progettuale, la campagna In fondo al mar per la pulizia dei fondali in
area parco, tuttora in corso, ha rappresentato un salto di qualità organizzativa ed un
notevole impegno di energie. I risultati, verificabili e quantificabili, in termini di concreti
benefici ambientali e di diffusione di cultura dei parchi, sono da ritenersi positivi.
L’associazione è cresciuta in credibilità, in incisività, in capacità di mobilitazione e di
interlocuzione con le istituzioni e i decisori politici. La presenza dell’associazione è
cresciuta nella comunicazione mediatica, in relazione ad un riconosciuto ruolo sociale
nell’opinione pubblica. Ma soprattutto è cresciuta nel radicamento territoriale. Da sempre
nelle società, dalle più antiche alle più moderne, si sono verificate situazioni di insularità
ma non intesa solo come isole circondate dal mare o da laghi ma un insularità intesa
anche come enclaves culturale, religiose, sociali che caratterizzano più o meno la società.
Un esempio storico di insularità sociale è avvenuto nell’Italia del 700’ il cui Stato della
Chiesa possedeva due enclaves, Benevento e Pontecorvo, all’interno del Regno di Napoli;
queste due fornivano informazioni importanti sul territorio in cui si trovavano.
Ma, per rifarci a realtà più piccole, in una città ci sono enclaves di persone con stessa
cultura o stessa religione che, in presenza di tolleranza zero o minore, vengono isolate
dalla società.
Nelle stesse scuole quando ci sono più sedi vi è un isolamento delle stesse rispetto
all’Istituto oppure all’interno delle classi si formano enclaves tra gli studenti.
Percezione che i giovani europei hanno del concetto di insularità
Gioventù per l'Europa è l'azione che promuove attività di interscambio socioculturale tra
gruppi di giovani. Esso è un progetto promosso direttamente dall’Unione Europea, il 13 aprile 2000.
Il progetto dovrebbe contribuire al processo educativo dei giovani e renderli consapevoli del
contesto europeo in cui vivono. Lo scambio dovrebbe avere obiettivi di apprendimento chiari e
realizzabili per i partecipanti. L'incontro di giovani provenienti da diverse regioni e paesi può stimolarli
ad acquisire una
maggiore consapevolezza delle altre culture e a considerare da una nuova prospettiva
argomenti familiari (storia, informazioni, percezione di identità, ecc.). Tuttavia, gli effetti prodotti
da uno scambio di giovani non dovrebbero limitarsi ai partecipanti coinvolti nell'attività, ma dovrebbero
anche servire a introdurre il concetto di "Europa" nella comunità locale e a promuovere un
atteggiamento più consapevole e positivo verso altre culture. Nella domanda di partecipazione al
programma è necessario descrivere
come s'intende inserire questa dimensione europea nell'attività di scambio.
Questi due incisi riportati qui sopra sono parte dell’introduzione della presentazione del
progetto comunitario stesso. A tutto questo si ispira il progetto “ Giovani sardi in Europa “ che
intende promuovere
attraverso un’attività di preparazione specifica e visione “ in loco “ delle strutture comunitarie
e della realtà socio – politica che Essa rappresenta, un’attività di conoscenza e apprezzamento della
sempre nuova realtà europea. E’ indubbio che l’insularità sia per i nostri giovani un freno relativamente
alle possibilità di
realizzare sia attività di interscambio con coetanei di altre nazioni europee sia di
partecipazione attiva a quelle che sono le attività comunitarie a loro espressamente rivolte. Ed è
ancora altrettanto incontrovertibile che un intensa azione di coinvolgimento, ma forse
prima ancora di conoscenza, della realtà territoriale sarda verso quella comunitaria sia oramai
assolutamente necessaria per i nostri giovani. Dopo tanti anni di parole seguite da pochissime azioni è
necessario dare ai nostri ragazzi una base per quella Cultura dell’appartenenza alla nuova Europa che,
altrimenti, continuerà a “
tener fuori “ le nostre forze del futuro dal panorama sociale,culturale e occupazionale della nuova
realtà.
FINALITA’ ED OBIETTIVI. LA
CONOSCENZA
UNITA.
ma
ancora oggi a oltre DELL’EUROPA
50 anni dalla prima fase
embrionale della
Sembrerà strano
nuova Europa, la
CECA cui aderirono le prime poche nazioni, il concetto dell’unità delle nazioni d’Europa e le sue
valenze non sono ancora patrimonio della collettività.,Soprattutto dei cittadini più giovani. Si ha una
percezione superficiale, si conoscono solo aspetti formali peraltro lontani dal ragionamento quotidiano
comune. Oppure gli aspetti legati alla facilità(formale) di spostamento delle persone e delle merci
all’interno dei confini dell’Europa Unita. Se invece ci si sposta in settori di maggior qualità specifica,
quali quello dell’occupazione, degli incentivi legati alle opportunità di studio e di approfondimento
culturale e professionale, ai progetti legati,a contribuzioni per la creazione di nuove figure
professionali o iniziative imprenditoriali giovanili (o per categorie privilegiate, o per il mondo femminile
e tanto altro) ci si trova arenati solo all’interno dei progetti più noti (“ Erasmus “ per l’università
piuttosto che “ Leader “ per le zone transfrontaliere, per esempio) che in ogni caso vengono promossi
da entità solitamente pubbliche che si preoccupano in prima persona dell’acquisizione delle informazioni
necessarie all’attivazione dei vari progetti. Negli anni 1998 – 2003 Stati come il Portogallo o l’Irlanda
hanno utilizzato sapientemente ben il triplo delle risorse poste a disposizione dei cittadini europei per
varie iniziative ed attività rispetto a quelli utilizzati dall’Italia. Restauro ammodernamento delle reti
di servizi urbanistici e dei trasporti; recupero di siti geologici o e ammodernamento di imprese
agricole o di allevamento; istituzione di attività culturali di prestigio e di lunga durata;
storici di particolare interesse con la creazione di opportunità di sfruttamento degli stessi ai
fini turistici o culturali. E tante e tante altre iniziative. Tutto questo ha creato occupazione stabile,
miglioramento notevole della qualità della vita e spesso benessere. Sempre relativamente allo stesso
periodo e riguardo le due nazioni citate il tasso di disoccupazione è calato conseguentemente di oltre
l’80%. Ma il dato più rilevante è che ben il 45% delle risorse attinte all’Unione Europea è stato ad
appannaggio di imprese giovanili. Contro un 3% utilizzato invece dall’Italia. Forse questo fatto merita
una riflessione. Naturalmente pretendere che in poco tempo questa disaffezione verso le opportunità
offerte
dalla nuova Europa possa modificarsi in maniera significativa è utopistico. Ma non per questo
non si deve iniziare nulla. E’ come pensare alla realizzazione di una nuova autostrada: il fatto
che per realizzarla necessitino diversi decenni non è motivazione per non iniziarne la
costruzione.
. L’obiettivo principale di questo progetto quindi, almeno nel suo primo anno di attuazione, è
proprio quello di “ connettere “ i giovani sardi alla realtà dell’Unione Europea e dei benefici
ed opportunità che Essa offre ai suoi cittadini. Far conoscere loro la struttura politica e sociale
dell’U.E. attraverso incontri con esperti del settore e portandoli poi fisicamente all’interno
delle strutture comunitarie sia di Bruxelles che di Strasburgo con un soggiorno appositamente
realizzato in comunione con gli uffici delle relazioni esterne della struttura europea.
Conoscere ciò che regge nei suoi presupposti l’Unione Europea non potrà che favorire una
reale integrazione nel tempo
2. INTERCAMBIO CON I GIOVANI EUROPEI.
Successivamente all’attività di primo contatto conoscitivo (seppur approfondito) dell’Unione
Europea nei suoi concetti e nelle sue strutture sarà importante che i nostri giovani abbiano la
possibilità di confrontarsi con realtà giovanili di altri Paesi dell’Unione.
Poter infatti verificare “ sul campo “ situazioni territoriali, sociali, politiche ed economicosociali
differenti dalle nostre non potrà che essere spunto fondamentale per uno slancio del
giovane verso nuove opportunità.
Nel prossimo futuro la circolazione delle persone nel mondo del lavoro aumenterà
vertiginosamente. Sarà necessario prepararsi adeguatamente per poter essere parte integrante
di questo previsto movimento.
Infatti parallelamente alla tutela delle proprie identità territoriali assolutamente necessarie e al
servizio della crescita culturale rafforzata dal “ senso di appartenenza “ ad una specifica
comunità, deve essere offerta al giovane la possibilità di verifica e confronto con realtà
differenti ma altrettanto di valore. Nel secondo anno del progetto si realizzeranno delle attività
quindi di interscambio con altre realtà giovanili, mediante il coinvolgimento di associazioni, Enti, Enti
Locali etc. Per questa attività di interscambio si potrà attingere le risorse economiche previste
proprio dal progetto
Giovani in Europa già citato all’inizio della premessa e che più avanti specificheremo meglio
per ciò che concerne il piano contributivo dal punto di vista economico. Nella pianificazione di uno
scambio verrà definito un programma chiaro e strutturato delle attività quotidiane. I metodi di lavoro
e il programma mireranno al massimo coinvolgimento possibile dei partecipanti per consentire
l'evoluzione del processo di apprendimento Le metodologie potranno includere, a titolo di esempio,
Tavole rotonde, attività pratiche, escursioni culturali, simulazioni, presentazioni, realizzazione di
spettacoli teatrali o attività sportive comuni. In ogni caso, le varie attività faranno riferimento
al tema principale e all'obiettivo generale dello scambio. L'impiego di metodi di lavoro diversificati e
interculturali, oltre a fornire ai partecipanti l'occasione di esplorare argomenti, culture e identità (la
propria e quelle di altri) può garantire anche la partecipazione paritaria di tutti i giovani coinvolti, a
prescindere dalle loro capacità linguistiche o da altre abilità.
svantaggi permanenti
- isolamento dalla terraferma;
- costo più elevato dei trasporti marittimi e aerei, delle comunicazioni e delle infrastrutture, dovuto
ad ostacoli naturali e climatici;
- estensione limitata dei terreni utilizzabili, .scarse risorse della pesca; .limitate risorse idriche;
- limitate fonti energetiche;
- inquinamento marino e costiero;
- particolare difficoltà nella gestione dei rifiuti;
- calo della popolazione, particolarmente dei giovani;
- erosione delle coste;
- carenza di personale qualificato;
- assenza di un contesto economico favorevole all'imprenditoria;
- difficile accesso ai servizi scolastici e sanitari;
-limitatezza e la stagionalità dei mercati locali;
il calo del tasso di occupazione, che non si riesce a contrastare e che comporta lo spostamento della
popolazione attiva in altri centri. Il calo costante della popolazione attiva determina, a sua volta, una
diminuzione della domanda di beni e servizi forniti dalle imprese locali, con il risultato di
compromettere l'attività economica del settore pubblico e privato. Tale spirale di declino indebolisce
la già debole base economica e sociale delle regioni insulari. Le regioni insulari sono molto più esposte
e vulnerabili, in quanto i loro svantaggi naturali e permanenti vanno ad aggiungersi ai problemi
socioeconomici comuni a tutte le regioni e tendono ad accentuarli.
Insularità limite o opportunità?
Vorrei partire subito da una considerazione che mi pare un po' il cuore del ragionamento di oggi. Mi
chiedo: l'insularità è un limite o un'opportunità?Sembra sempre che gli insulari si aspettino qualcosa
dagli altri. le regioni insulari devono avere anche la capacità di collocarsi in una logica di sistema
capace di creare quelle condizioni virtuose atte a sfruttare al meglio una potenzialità che in alcuni
casi si è scontrata con il localismo e con il tentativo di autoisolamento. Non mi sento di sostenere che
l'insularità non sia un limite, perché i dati economici e l'incidenza di alcuni fattori legati all'insularità
per le piccole e medie imprese lo dimostrano. In generale, per l'economia, per la socialità delle nostre
regioni, l'insularità è un grave limite, ma è anche vero che dobbiamo trovare un sistema per
affrontarla, non guardando soltanto alla realtà locale, ma creando le condizioni affinché il sistema
regionale possa dialogare, possa essere protagonista del sistema più generale del Paese e, più in
generale, del sistema globale. da una parte vi sono i limiti infrastrutturali di quanto una regione insulare
è costretta a sopportare in termini di ricaduta economica negativa (la dipendenza dall'insularità) e
questo si può facilmente fare. Se le piccole e medie imprese hanno nelle isole un elemento che grava
sulla propria attività per il 60%, questo è dovuto alle condizioni dell'insularità e all'assenza di quelle
reti infrastrutturali che fanno della permanenza, e del fattore permanente della discontinuità fisica,
un elemento centrale. La Sardegna non potrà mai avere un'autostrada
Tuttavia, se noi concepiamo la Sardegna come isola, come regione insulare al centro di un sistema
economico più globale - per esempio il Mediterraneo - si possono immaginare delle autostrade del
mare che interessino le tre aree portuali della Sardegna (Porto Torres, Olbia, Cagliari) in un sistema
importante di decentramento dei traffici che da Gibilterra-Suez hanno come asse verticale l'Europa
Credo che allora anche per la Sardegna potrebbe esservi una logica che porti alla realizzazione di
autostrade, stessa cosa dicasi per l'energia. Questi temi non li abbiamo affrontati solo in ambito
locale e siamo giunti a 2 conclusioni:la prima le regioni insulari, per quanto riguarda le reti transeuropee energetiche, devono diventare passaggio prioritario dei progetti dell'Unione Europea: in
particolare per i metanodotti che dovranno attraversare l'Europa Laddove è possibile si dovranno
coinvolgere le regioni insulari e credo che questo sia un obbiettivo importante che avrà una ricaduta
straordinariamente rilevante sul settore economico; lo stesso dicasi per le autostrade del mare, che
possono trovare una collocazione nel mercato mondiale, e in questo caso nel Mediterraneo.
Dobbiamo fare questa valutazione. Credo che il convegno che le Camere di commercio hanno voluto
promuovere sia un'occasione importante per riflettere su ciò, non soltanto per rivendicare maggiori
risorse, ma per far diventare le regioni insulari una delle cellule importanti di un sistema. In
quest'anno la Sardegna è riuscita, guardando ad un fattore economico che era quello della mancanza
di continuità territoriale per i passeggeri, a soddisfare un grande progetto culturale e sociale della
Sardegna. Con la continuità territoriale per i passeggeri, il 30% in più dei sardi viaggia, può viaggiare
al pari e forse anche meglio di molte altre regioni europee,queste condizioni hanno fatto si che i
nostri giovani possano viaggiare di più,possano crescere e aumentare il loro patrimonio di cultura.
Radio Delta Lampedusa - gestita da Alternativa Giovani Onlus – conta oltre 20 differenti programmi
La radio, infatti, oltre ad essere diventata un diversivo per i tanti giovani che conducono i programmi,
ha trasformato praticamente i lunghi pomeriggi dei lampedusani che passano ore intere ad interagire
con essa, grazie ai programmi che richiedono la partecipazione degli ascoltatori. La stessa struttura,
dove è ubicata la radio, nonché la sede di Alternativa Giovani, sembra essere diventata il “quartier
generale dei giovani”, ossia il punto di ritrovo per tutti coloro che hanno voglia di impegnarsi nel
sociale o semplicemente per passare dei pomeriggi diversi in compagnia con i propri coetanei. Molto
importante è anche lo “streaming”, che permette di ascoltare l’emittente anche su internet, e quindi
in tutto il mondo. In soli dieci giorni il sito dell’Associazione è stato preso d’assalto, proprio per poter
ascoltare la radio lampedusana. Il sito, recentemente ristrutturato, è diventato di stimolo alla
collaborazione e alla cooperazione del personale dei vari uffici, che, utilizzando le peculiarità
innovative di questo moderno strumento informatico, produce e pubblica direttamente l'informativa di.
In tal modo le notizie, costantemente e puntualmente aggiornate, diventano una "vetrin a "dell'intera
attività amministrativa dell'Ateneo, anche verso l'esterno. Le notizie pubblicate sul sito offro n o al
visitatore una visuale a tutto campo delle diverse realtà del nostro Ateneo che si articolano in:
Ricerca Scientifica, Concorsi,Appalti, Formazione, Organizzazione Amministrativa Centrale. Apposite
pagine espongono la rassegna stampa giornaliera, comunicati,circolari, documenti,regolamenti, e altre
notizie di carattere amministrativo e istituzionale. La cultura: prevenzione e superamento del disagio
giovanile. Se si riconosce che tra le cause del disagio giovanile vi è la mancanza di precisi punti di
riferimento in base ai quali definire il proprio progetto di vita, è evidente che la cultura può e deve
svolgere un ruolo determinante. L'Università è chiamata ad assumersi una grande responsabilità e
intende coinvolgere le nuove generazioni affinché possano ritrova re fiducia in se stesse e nelle
Il primo contributo che l'Università può apportare per prevenire situazioni di disagio giovanile
consiste nel fornire strumenti di comprensione della realtà e nel promuove re occasioni di
aggregazione,di socializzazione e di confronto. Essa può, altresì, contribuire in modo rilevante ad
accrescere nelle nuove generazioni il senso di appartenenza ad una collettività,attraverso un'attività
di sensibilizzazione. Di fronte alla difficoltà di trovare lavoro, il fattore competitivo dei giovani è
rappresentato principalmente da un'adeguata preparazione culturale, e l'Università deve o p e r a re
avendo sempre come obietti vo la garanzia di una formazione di qualità. Perché essa possa adempiere
a questo importante compito, è necessario che l'attività didattica (e di ricerca) risponda aduna serie
di requisiti: deve essere il più possibile orientata a pratiche di miglioramento e di qualità,
all'applicazione delle nuove tecnologie dell'informazione e della comunicazione,alla valorizzazione delle
risorse umane attraverso l'introduzione di nuove metodologie, sempre più flessibili,e l'aggiornamento
continuo dei corsi e dei programmi. Per quanto riguarda gli enti di formazione professionale,
l'esperienza maturata nei molti anni di attività non deve essere vanificata da riforme del sistema
formativo che tengano conto esclusivamente delle esigenze di sviluppo economico, senza considerare le
prospettive di crescita dei giovani. È assolutamente indispensabile che tali riforme mantengano
un'organizzazione della formazione"non istituzionale" tale da consenti re un'appropriata integrazione
socio-economica, garantendo altresì una maggiore interazione della Scuola superiore e dell'Un i ve r s
i t à con i diversi settori professionali ,dall'agricoltura all'artigianato, dal commercio ai servizi: in
altri termini,con il sistema della piccola impresa,che in Sardegna costituisce il tessuto connettivo
fondamentale per la produzione di ricchezza e, come tale,richiede una specifica attenzione in sede di
programmazione e di progettazione dell'attività formativa. È necessario, infine, dedicare
un'attenzione part i c o l a re alla formazione dei formatori: la rilevanza del processo educativo e
formativo richiede,infatti, il possesso di adeguate competenze, che investono non solo la sfera
conoscitiva, ma prima ancora. soprattutto in ambito scolastico,la capacità di adempiere al pro p r i o
ruolo di educatori sul piano cogniti vo ed emotivo, entrando in re l azione con i giova n i . La realtà
della Sardegna Nella nostra Isola, le difficoltà che i giovani affrontano per i numero s i mutamenti in
atto, sono in qualche misura amplificate a causa dell'isolamento territoriale,che si traduce in
isolamento culturale o è fonte di difficoltà di inserimento lavorativo e di sviluppo professionale.
Pertanto bisogna conseguire un'adeguata valorizzazione del territorio ed il miglioramento,attraverso la
distribuzione di una maggiore ricchezza all'interno dell' Isola, della situazione occupazionale attuale.
Un discorso a parte e va dedicato alla valorizzazione delle zone interne dell'Isola ricercando e
sperimentando per lo sfruttamento delle potenzialità del tessuto produttivo.Per l’univwersità il
processo di formazione dei giovani e degli adulti deve accompagnarli lungo tutto l'arco della sua vita
e che il buon esito del percorso formativo dei giovani dipende in larga misura dalla presenza di
formatori in possesso di adeguate competenze culturali,professionali e pedagogiche, per lo sviluppo
civile e sociale del nostro Paese e della nostra Isola e possono contribuire, con le loro idee e le loro
potenzialità, a dare un impulso decisivo al cambiamento della società. Se si riconosce che il progresso
scientifico-tecnologico e la stessa crescita civile e culturale di una società dipendono in misura
determinante dalla sua capacità di valorizzare le risorse disponibili, risulta evidente che il modello di
sviluppo del ventunesimo secolo - per quanto possiamo p re ve d e re allo stato attuale, consideratala
velocità dei cambiamenti in atto - deve lasciare ai giovani nuovi spazi, ridefinendo i ruoli sociali ed
attivando processi di dialogo e dico i n volgimento intergenerazionali. La società contemporanea appare
statica: alla rapidità delle trasformazioni determinate dallo sviluppo della tecnologia non fa riscontro
un adeguato dinamismo a livello sociale. La su indicata ridefinizione dei ruoli dovrebbe lasciare il posto
aduna società più dinamica e meno strutturata, con la possibilità per tutte le categorie sociali di
giocare un proprio ruolo. La società nel suo complesso deve operare con l'obietti vo di una maggiore
integrazione dei ruoli, nella convinzione che la realizzazione di un maggior benessere collettivo
presuppone la completa attuazione di un sistema di pari opportunità tra le diverse generazioni e tra i
diversi gruppi sociali
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