Sistemi Economici Comparati
Anno accademico 2014-2015
Prof.sa Renata Targetti Lenti
Capital in the 21st century
Thomas Piketty
Lezione 7 28/10/2014
Riferimenti
- Piketty T. (2014), Il capitale nel XXI secolo, Bompiani, Milano, 2014,
Introduzione
(Thomas Piketty, Le Capital au XXI siècle, Editions de Seuil, Paris, pagg.970,
euro 25,00; Capital in the Twenty-First Century, Cambridge, MA.: Belknap
Press/, Harvard University Press, april 2014, pagg. 696
http://resistir.info/livros/piketty_capital_in_the_21_century_2014.pdf)
- Milanovic , The return of “patrimonial capitalism”: review of Thomas
Piketty’s Capital in the 21st century, Journal of economic literature, June 2014,
(forthcoming)
https://www.gc.cuny.edu/CUNY_GC/media/CUNY-GraduateCenter/PDF/Centers/LIS/Milanovic/papers/2014/Piketty_book3.pdf
Per Stiglitz il lavoro di Piketty «è un contributo fondamentale»
al pensiero economico.
Krugman si è detto «affascinato» dalla lettura di una
“magnificent, sweeping meditation on inequality”.
Per Solow questo è “a serious book”.
Il lavoro ha come oggetto l’analisi della diseguaglianza nel
lungo periodo a partire dal 18° secolo in 20 paesi.
Si tratta di uno studio collettivo, iniziato da Piketty 15 anni fa
con alcuni colleghi (Atkinson a Oxford, Saez a Berkeley)
composto da due parti:
1) Raccolta di dati sui redditi, in quei paesi occidentali dove
esiste da tempo un’imposta personale sui redditi, ma anche in
Cina, in India ed in molte nazioni dell’America latina.
2) sono stati stimati i dati sui patrimoni, partendo dalle
statistiche sulle imposte di sucessione.
Si tratta di uno studio collettivo, iniziato da Piketty 15 anni fa
con alcuni colleghi (Atkinson a Oxford, Saez a Berkeley)
composto da due parti.
Ma che cosa si sa, davvero, della diseguaglianza nella
ricchezza nel lungo termine?
La dinamica dell’accumulazione del capitale privato comporta
inevitabilmente una concentrazione sempre più forte della
ricchezza e del potere in poche mani (Marx)?
Oppure le dinamiche equilibratrici della crescita, della
concorrenza e del progresso tecnico determinano, nelle fasi
avanzate del processo economico, una riduzione spontanea
delle disuguaglianze (Kuznets)?
1) La prima parte contiene le principali definizioni che saranno
utilizzate nel testo: capitale, patrimonio, reddito, prodotto. Il
capitale così come inteso da Piketty è in realtà
ricchezza/patrimonio. E’ costituito da capitali industriali e
commerciali, capitali finanziari, capitali immobiliari, incluse le
abitazioni di proprietà, capitali agricoli.
Questo capitale-ricchezza, d’ora innanzi, per semplicità,
indicato solo con il termine capitale, ha sempre generato e
genera un reddito per i suoi proprietari che viene definito tasso
di rendimento.
2) La seconda parte analizza la dinamica del rapporto
capitale/reddito in Europa e in alcuni altri paesi come il
Giappone e gli Stati Uniti.
3) La terza parte discute la struttura della diseguaglianza con
riferimento a: questioni del debito pubblico e del
riscaldamento globale, delle remunerazioni dei dirigenti e dei
fondi sovrani, dello Stato sociale e della progressività fiscale,
del merito e della ricchezza nello spiegare i risultati scolastici e
gli esiti professionali, dell’eredità e delle imposte di
successione.
4) La quarta parte, infine contiene alcune proposte di politica
economica che possono essere sintetizate nella revisione
dell’imposta personale sul reddito per renderla maggiormente
progressiva, l’introduzione di una imposta patrimoniale sui
grandi patrimoni, di un’imposta mondiale sul capitale.
Il lavoro ha riportato al centro del dibattito economico e
politico il tema della diseguaglianza e della sua perpetuazione
tra generazioni attraverso la trasmissione ereditaria delle
diverse forme di capitale fisico, finanziario ed umano.
Al centro dell’analisi vi è la distribuzione funzionale del
reddito tra redditi da capitale/rendite e redditi da lavoro.
In un sistema caratterizzato dal capitalismo patrimoniale”,
fondato sull’accumulazione da parte di pochi di capitali
ereditati e non guadagnati con il proprio lavoro, “il passato
divora il futuro”.
La crescita del reddito non è una condizione sufficiente per il
miglioramento delle condizioni di tutti i gruppi di popolazione.
Il modello
L’impostazione del volume è stata definita da alcuni commentatori “classica”,
nel solco di Smith, Ricardo e Marx,
rivolta a spiegare il ruolo
dell’accumulazione di capitale e della distribuzione del reddito sul e nel
processo di crescita dell’economia. Probabilmente, invece, la si può ricondurre
ai modelli della crescita endogena.
Piketty è interessato ad analizzare gli effetti di una crescente diseguaglianza
sulla riduzione del capitale umano, e di conseguenza sulla crescita. Quando la
disuguaglianza diventa molto elevata finisce con il costituire un freno invece
che uno stimolo alla crescita. L’accesso ai gradi più elevati dell’istruzione è
infatti costoso e le categorie più povere, ma oggi anche gran parte della “classe
media”, ne vengono quindi escluse.
Si verifica perciò una riduzione della partecipazione al processo di formazione
del capitale umano da parte di una quota significativa della popolazione.
Il modello di riferimento sintetizza in poche essenziali relazioni fenomeni che
per loro natura sono molto complessi.
La «contraddizione» che contraddistingue il capitalismo
“patrimoniale”, è la diseguaglianza tra tasso annuo di rendimento
del capitale r e il tasso annuo di crescita del prodotto/reddito
nazionale g.
La divergenza r>g implica che il capitale cresca più rapidamente
del prodotto e dei salari e che renda conveniente all’imprenditore
trasformarsi in rentier.
Se r è in misura significativa maggiore di g «i patrimoni ereditati
dal passato si ricapitalizzano più in fretta rispetto all’andamento
del processo di produzione e dei redditi».
E’inevitabile, allora, che la concentrazione del capitale raggiunga
livelli assai elevati, potenzialmente incompatibili con i valori
meritrocatici ed i principi di giustizia sociale che costituiscono il
fondamento delle nostre moderne società democratiche” (Piketty,
2014, p.51).
Nel lungo periodo il rapporto tra capitale e reddito è pari al
rapporto tra il tasso di risparmio ed il tasso di crescita, ovvero
β=s/g. Questa identità è facilmente derivabile dallo sviluppo di
un modello del tipo Harrod-Domar .
Questo significa che in una società stagnante, caratterizzata da un
elevato ammontare dei patrimoni è probabile che il tasso di
risparmio ecceda il saggio di crescita, e dunque il rapporto
capitale reddito β risulti elevato e crescente.
Se il valore di g è piccolo, in presenza di un tasso di risparmio
mediamente elevato β risulterà elevato. Il peso del capitale
continua ad aumentare perchè il tasso di crescita delle economie è
modesto.
Il modello Harrod-Domar
Il modello Harrod-Domar è volto a determinare le condizioni che assicurano
che il tasso di crescita naturale Gn (che deve garantire la piena occupazione)
coincida con quello garantito Gw (che corrisponde all’eguaglianza tra
domanda ed offerta ottenuta sfruttando la capacità produttiva resa possibile
dall’accumulazione di capitale). Il tasso di crescita naturale dipende dalla
crescita demografica che è esogena. Il tasso di crescita del prodotto Gw
dipende contemporaneamente da s e da β e sarà tanto più elevato quanto più
alta la propensione al risparmio e quanto più basso il valore capitale-prodotto
β.
• Y = f(K,L) Produzione a coefficienti fissi
• s = S(Y)/Y propensione al risparmio
• β = K/Y = dK/dY rapporto capitale prodotto
• dY = dK / β
• dK=I = β dY
• Ricordando che S = I la condizione d’equilibrio diventa
• s Yt-1 = β dY  dY/Yt-1 = s/ β =Gw
Se si considera, poi, che α = r β, ovvero che la quota del
capitale nella composizione del reddito nazionale equivale al
prodotto tra tasso di rendimento e rapporto capitale prodotto ne
deriva che un aumento di β produce anche un aumento nella
quota di capitale α.
L’aumento dipenderà dall’elasticità di sostituzione σ del
capitale rispetto al lavoro nella funzione di produzione
Y=F(K,L).
In una funzione di produzione alla Cobb-Douglas, se si accetta
l’assunzione standard che il valore σ sia eguale ad 1, quando
cresce β il tasso di rendimento r del capitale diminuisce nella
stessa proporzione e α = r β rimane costante.
Se tuttavia σ>1 il tasso di rendimento r diminuisce meno di
quanto aumenti β così che anche α = r β cresce. E’ esattamente
quanto è accaduto negli anni 70 e 80. Se, poi, si ipotizza che σ
abbia un valore superiore ad 1 (σ=1,5) un aumento di β
produrrà un significativo aumento di α
«L’età dell’oro»
Piketty documenta come per circa un trentennio, dalla ricostruzione postbellica fino agli anni settanta, il rapido processo di industrializzazione, insieme
a politiche fiscali e di spesa pubblica progressive, abbiano favorito la
formazione ed il consolidamento della classe «media», il consolidamento della
democrazia ed una elevata crescita in tutti gli Stati occidentali. Questa crescita
sostenuta è stata favorita da alcune precise circostanze come la necessità di
ricostruire la capacità produttiva distrutta dalla guerra nei paesi europei.
Non solo aumentava l’occupazione insieme alla crescita del prodotto
nazionale, ma si andava consolidando la cosidetta classe media costituita da
operai ed impiegati grazie ad una organizzazione del lavoro di tipo fordista.
In questo periodo si verifica, in tutti i paesi europei ed anche negli Stati Uniti
una riduzione della diseguaglianza.
Questa fase, che in una prospettiva storica di lungo periodo deve essere
considerata come “eccezionale”, si inverte a partire dalla fine degli anni 90.
L’“età dell’oro” è stata caratterizzata da una riduzione del peso del capitale
sul reddito nazionale.
Quando il capitale aumenta meno velocemente del reddito non diminuisce
solo il patrimonio, ma anche la quota dei redditi da capitale sul reddito
complessivo. Com’era accaduto durante l’età dell’oro, con la diminuzione
della quota dei redditi da capitale diminuisce anche la diseguaglianza nella
distribuzione personale del reddito.
Se invece il processo di crescita del prodotto netto rallenta a causa di fattori
esogeni (demografici o tecnologici) ed il capitale cresce più rapidamente
del reddito nazionale, i rendimenti del capitale assumono un'importanza
sempre maggiore rispetto ai redditi da lavoro.
La diseguaglianza ricomincia a crescere fino a raggiungere gli elevati livelli
osservati nell’ultimo decennio. Non solo aumenta la diseguaglianza, ma si
innesta un circolo vizioso tra diseguaglianza e crescita. Questo è tanto più
vero quanto più i redditi da capitale sono costituiti da rendite improduttive,
e cioè provenienti da beni ereditati piuttosto che da beni accumulati con il
risparmio originato dai redditi da lavoro.
La figura 1 riporta le stime del rapporto capitale/reddito in
alcuni paesi europei (Germania, Francia e Regno Unito). Il
numeratore è costituito dalla ricchezza privata.
Questo rapporto si è mantenuto sostanzialmente stabile attorno
a valori molto elevati compresi tra 6-7 “annualità” nel periodo
che corrisponde agli ultimi decenni del 1800 ed alla cosidetta
“belle epoque”. Ha subito una drastica diminuzione in
corispondenza al periodo interbellico per scendere a valori pari
a 1,8 in Germania, a 2,2 in Francia, a 3 volte nel Regno Unito
nel 1950.
Ha ricominciato ad aumentare fino ad arivare a valori pari a
circa 6 volte in Francia, a 5 volte nel Regno Unito ed a 4 volte
in Germania. L’aumento di questo rapporto negli ultimi
decenni è spiegato “con il ritorno a un regime di crescita
relativamente lenta” (Piketty, p.50).
Si è così tornati ad una società a “capitalismo patrimoniale”. Si
osserva, dunque, una curva ad U di grande ampiezza.
Figura 1
La figura 2 mostra l’andamento del valore del capitale privato come quota
percentuale sul reddito nazionale. Questa quota, tra il 1970 ed il 2010
aumenta sensibilmente in tutti i paesi europei considerati, ma anche negli
Stati Uniti, in Canada, in Australia ed in Giappone.
Anche in Italia il rapporto ricchezza privata/reddito è sensibilmente
aumentato da un valore di 3 volte nel 1970 ad un valore di 7 volte nel 2010.
Questa crescita è attribuibile sia all’aumento dei prezzi degli immobili sia
ad un trasferimeto di ricchezza pubblica a ricchezza privata grazie alla
crescita ed al collocamento del debito pubblico presso i privati .
La figura 3 mostra, ad esempio, come in Italia la ricchezza publica sia
sistematicamente diminuita dal 1970 al 2010 mantenendosi sempre
negativa.
Solamente in Canada si osserva un andamento analogo, ma in
corrispondenza ad una crescita meno marcata della quota della ricchezza
privata. In Italia questa quota raggiuge il livello più alto nel 2010 pari a
circa 7 volte il reddito nazionale.
Figura 2
Figura 3
Una importante lezione che deriva dall’ “età dell’oro” è che
non è necessaria una elevata diseguaglianza, come quella che
si era verificata nell’800 per favorire la crescita. Al contrario
per più di vent’anni una crescita sostenuta è stata
accompagnata proprio dalla riduzione della diseguaglianza e,
invece, tassi di crescita dell’economia bassi, negli ultimi 30
anni, sono stati accompagnati da un aumento della
diseguaglianza.
Europa e Giappone sono i due esempi esaminati da Piketty per
comprendere come abbia potuto progressivamente crearsi una
società “patrimoniale”, dove bassa natalità e bassa crescita
economica rendono prevalenti le ricchezze accumulate, quasi
mai reinvestite in modo efficiente e produttivo.
All’interno dei paesi europei l’Italia, dove gran parte del
capitale è costituito da ricchezza immobiliare, rappresenta uno
dei casi più significativi a questo proposito. Questa
caratteristica, insieme all’invecchiamento della popolazione,
spiega gran parte del calo della produttività dell’ultimo
decennio.
“Quando il tasso di rendimento del capitale supera
regolarmente il tasso di crescita del prodotto e del reddito —
come accadde fino al XIX secolo e come rischia di accadere di
nuovo nel XXI — il capitalismo produce automaticamente
disuguaglianze insostenibili, arbitrarie, che rimettono in
questione dalle fondamenta i valori meritocratici sui quali si
reggono le nostre società democratiche” (Piketty).
La dinamica della diseguaglianza
’
L’analisi di Piketty riguarda anche la relazione, troppo spesso
ignorata, tra distribuzione funzionale e personale dei redditi. Il
legame molto stretto tra i due tipi di distribuzione dipende
contemporaneamente dal peso relativo delle quote di reddito
percepite dal lavoro e dal capitale e dal diverso livello di
concentrazione che caratterizza la distribuzione dei due fattori.
I redditi da capitale presentano una concentrazione maggiore, a
causa della trasmissione ereditaria, rispetto a quella dei redditi
da lavoro, e dunque una crescita del loro peso sul totale fa
aumentare il livello della diseguaglianza. Se il reddito dei
percettori più ricchi cresce più velocemente di quanto non
avvenga nelle classi inferiori la disuguaglianza nella
distribuzione personale dei rediti aumenta.
I redditi da lavoro sono, di norma, più equamente distribuiti ad
eccezione dei redditi percepiti da alcune categorie di lavoratori
che solo formalmente sono “dipendenti”, come ad esempio i
“top manager”.
Piketty documenta le sue affermazioni presentando la
dinamica della quota nel reddito nazionale del decile superiore
negli USA (Figura 4).
Questa quota è stata crescente tra il 40% nel 1920 ed il 50%
nel 1930, ha mantenuto una certa stabilità attorno al 45% negli
anni compresi tra il 1930 ed il 1940, ha subito una drastica
diminuzione all’inizio degli anni 40, ha mantenuto una certa
stabilità attorno al 35% durante l’età dell’oro (1942-1970).
Successivamente la quota è cresciuta sistematicamente fino a
raggiungere un livello pari al 50% nel 2010.
Come
ha
sottolineato
Stiglitz
(http://www.projectsyndicate.org/print/the-price-of-inequality) tra il 2009 ed il
2010 il 93% dei guadagni della ripresa è stato percepito dai
redditieri che si collocavano nell’1% più ricco della
distribuzione.
Figura 4
Come appare dalla figura 4 nel primo periodo compreso tra il 1910 ed il
1940 si osserva una sorta di curva ad U rovesciato corrispondente ad una
crescita della diseguaglianza fino al massimo raggiunto attorno agli anni 30
ed una successiva caduta fino al 1940. Tuttavia dopo un lungo periodo di
stabilità la diseguaglianza ha ricominciato a crescere sistematicamente a
partire dagli anni 70.
Come sottolinea Brandolin Simon Kuznets già nei primi anni cinquanta
aveva rimarcato “nel suo monumentale studio sulla distribuzione dei redditi
negli Stati Uniti (Shares of Upper Income Groups in Income and Savings,
1953), che mai nelle statistiche si era registrata una caduta della quota del
reddito dei più ricchi paragonabile, per “dimensione e persistenza”, a quella
che aveva documentato per il periodo tra il 1929 e il 1946.
Per Kuznet questo trend rappresentava un’evidenza decisiva per giustificare
la sua ipotesi che nel lungo periodo la disuguaglianza dei redditi segua un
profilo a “U rovesciata” e tenda quindi a diminuire man mano che lo
sviluppo economico procede verso stadi più maturi, dopo essere aumentata
nella prima fase dell’industrializzazione.
Anche altri lavori recenti contribuiscono al dibattito su livelli e tendenze
della diseguaglianza nel lungo periodo documentando le modificazioni
nella distribuzione del reddito in otto paesi industrializzati nel secondo
dopoguerra: tre anglosassoni (Stati Uniti, Regno Unito, Canada), due
nordici (Svezia, Finlandia) e tre dell’Europa continentale (Repubblica
Federale Tedesca, Francia, Italia).
La disponibilità di informazioni varia considerevolmente, per qualità e
quantità, da paese a paese. I criteri statistici con cui è stata stimata la
diseguaglianza sono molto differenti, così come lo è la definizione di
reddito di mercato e di reddito disponibile, a seconda che vi siano compresi
o meno i redditi da capitale finanziario. L’anno iniziale è diverso da paese a
paese e per tutti l’anno finale si colloca nella seconda metà degli anni ‘90.
Le tendenze della diseguaglianza risultano abbastanza simili, anche se
appaiono differenziati i periodi di svolta. In particolare non emerge alcuna
relazione tra i mutamenti nella diseguaglianza ed il suo livello iniziale.
A metà degli anni ‘90, tra tutti paesi OCSE presi in
considerazione gli Stati Uniti presentavano il più elevato grado
di diseguaglianza. I paesi del Nord e del Centro Europa
presentavano, invece, il livello più basso.
L’Italia, in particolare, registrava livelli di diseguaglianza
piuttosto elevati, molto simili a quelli del Regno Unito. Nei
paesi per i quali esistono serie storiche di lungo periodo (Stati
Uniti, Regno Unito, Danimarca) si osserva, a partire dagli anni
’30 e fino agli anni ’70, una curva ad U, e non ad U rovesciata.
La diminuzione della diseguaglianza a partire dagli anni 30 è
particolarmente significativa per gli USA e per il Regno Unito.
Per gli altri paesi la riduzione emerge solo a partire dal
dopoguerra ed è osservabile fino alla metà degli anni ’70, o
fino all’inizio degli anni ‘80 a seconda dei paesi considerati. A
partire da questi anni si nota, invece, prima un crescita della
diseguaglianza fino agli anni ‘90 e successivamente una
relativa stabilità.
Regno Unito e Stati Uniti si differenziano dagli altri paesi perchè in essi la
diseguaglianza è aumentata notevolmente in tutto il periodo considerato, e cioè
anche negli anni 90. In questo periodo è cresciuta anche in Canada, Svezia,
Finlandia e nella Repubblica Federale Tedesca.
In tutti i paesi si è verificato un ampliamento dei ventagli retributivi che ha
provocato una polarizzazione nella distribuzione dei redditi da lavoro. Si è
ridotto il peso della classe media ed è cresciuto quello delle classi inferiori e
superiori. In particolare è cresciuto il peso dell’ultimo decile. Questi
mutamenti risultano tuttavia differenziati in relazione alle specificità nazionali.
In particolare, per quanto concerne gli Stati Uniti ed il Regno Unito si è
osservata una significativa riduzione della quota di reddito spettante ai decili
più bassi ed una crescente dispersione all' interno dei redditi da lavoro. Nelle
democrazie del Nord ed in Francia questi mutamenti sono stati più attenuati
grazie ad efficaci politiche redistributive.
Particolare attenzione viene dedicata da Piketty al processo di formazione
dei redditi più elevati, percepiti dal 10% o addirittura dall’1% più ricco.
Le stime dei redditi delle famiglie sulla base dei dati della “Federal Income
Tax”, pubblicati dal Congressional Budget Office (CBO) mostrano come il
reddito disponibile dell’1% più ricco della popolazione sia cresciuto più
velocemente degli altri, e cioè del 15% tra il 2009 ed il 2010 con una
velocità ben superiore a quella di qualsiasi altro gruppo. Anche se questo
gruppo aveva subito un significativo declino tra il 2007 ed il 2009, nel
2010 aveva mostrato un recupero. In questo anno, rispetto al 1979, era
cresciuto ad un tasso annuale del 3.6%.
I dati raccolti dal “Census Bureau” documentano come, nel 2012 il quintile
più povero di famiglie ricevesse solo il 3.4% del reddito di mercato
(“money income before taxes”) equivalente, mentre il quintile più ricco
ricevesse ben il 49.9%. Il 5% più ricco riceveva il 22.1%. La quota
dell’ultimo quintile è passata dal 50.3% al 51.0%, quella del 5% più ricco
dal 21.3% al 22.3%. L’indice di Gini è sistematicamente cresciuto, ad
eccezione di una lieve diminuzione durante la recessione del 2007-2009,
passando dallo 0.386 nel 1968 allo 0.477 nel 2012 (figura 5).
Figura 5
L’elevata quota di reddito percepita dall’ultimo decile della popolazione
riflette il peso dei redditi da capitale decile. All’interno di questo gruppo di
percettori è molto elevato e dipendedalla distribuzione del capitale stesso,
dalle norme sulla successione ereditaria e dalla tassazione del capitale. Non
si deve trascurare poi la crescita dell’economia finanziaria e l’accresciuta
mobilità dei capitali. Anche le modifiche nella “governance” delle società e
la crescita delle “stock options” hanno prodotto una crescita dei rendimenti
del capitale.
Si sta, tuttavia, consolidando un nuovo modello basato anche su di
un’elevata diseguaglianza all’interno dei redditi da lavoro. Una categoria di
“lavoratori”, quella dei managers, ha progressivamente acquisito il potere
di fissare le proprie remunerazioni sulla base della propria posizione di
potere, spesso indipendentemente dall’effettivo contributo alla produzione
dell’azienda.
Si è così accresciuta la diseguaglianza anche all’interno del fattore lavoro e
si spiega la crescita della quota di reddito percepita dall’1% più ricco.
Le stime sui redditi delle famiglie derivate dai dati della
“Federal Income Tax”, pubblicati dal Congressional Budget
Office (CBO) consentono di osservare, anche, le differenze tra
la distribuzione dei redditi di mercato rispetto a quello
disponibile, e cioè calcolato al netto delle tasse e dei
trasferimenti.
Le stime documentano come nel 2010 il quintile più povero
ricevesse solo il 5.1% del reddito di mercato mentre il quintile
più ricco ricevesse ben il 51.9% del totale. Le due quote erano
rispettivamente del 6.2% e del 48.1% se si calcolavano sul
reddito disponibile.
In parallelo all’arricchimento progressivo dell’ultimo decile e
dell’ultimo percentile della distribuzione si è verificato non
solo un impoverimento del decile inferiore, ma anche della
classe media. La “classe media” è definita come il 40% di
popolazione che si trova tra l’ultimo decile ed il 50% inferiore,
ovvero composta dal sesto, settimo, ottavo e nono decile.
L’impoverimento della classe media è ben documentato da
Piketty in un confronto con altri paesi come la Svezia negli
anni ‘70/’80 od i paesi europei nel 2010 (tabella 1).
Negli Stati Uniti, nel 2010 il sesto, settimo, ottavo e nono
decile ha ricevuto solo il 30% del reddito in confronto al 45%
della Scandinavia e del 40% della media europea. Questi paesi
sono rispettivamente definiti a bassa diseguaglianza ed a
media diseguaglianza, mentre gli Stati Uniti sono considerati
paesi a diseguaglianza elevata.
Tabella 1
Se poi si definisce la classe media come quella che
corrisponde al secondo, terzo, e quarto quintile (20% della
popolazione), e cioè complessivamente il 60% delle famiglie,
l’impoverimento appare ancora più significativo.
Questo gruppo di percettori ha ricevuto, nel 2012, una quota di
reddito molto inferiore rispetto al suo peso sulla popolazione,
pari cioè solo al 45,7%.
Tale quota si è quindi drasticamente ridotta rispetto 1968,
quando era pari al 53,2%. Nello stesso tempo è diminuito, a
partire dal 2007, anno in cui aveva raggiunto un picco (figura
7) il reddito mediano.
Figura 7
Un livello di diseguaglianza così elevato, che colpisce anche la
classe media può diventare un fattore di freno per la crescita,
se si traduce in minori opportunità per le generazioni più
giovani.
Già oggi il divario nei risultati delle prove di apprendimento
(“test scores”) tra bambini ricchi e poveri risulta del 30-40%
più ampio di quanto non fosse 25 anni fa. Anche le misure di
mobilità sociale, già inferiori a quelle di molti paesi europei,
continuano a restare basse
Figura 8
Un confronto con un gruppo di paesi industrializzati evidenzia
come gli Stati Uniti siano caratterizzati dalla più elevata
diseguaglianza proprio nella distribuzione dei redditi personali
disponibili. Uno studio del LIS mostra come nel 2013 l’indice
di Gini calcolato sulla distribuzione dei redditi di mercato, pari
a 0,57, fosse non molto superiore a quello della Spagna o delle
Nazioni Scandinave, ma inferiore a quello di molti altri paesi
europei come la Germania, la Gran Bretagna, Grecia ed
Irlanda (figura 8).
Tuttavia la riduzione dell’indice dopo la redistribuzione risulta
molto minore rispetto a quella di tutti gli altri paesi europei
considerati. L’indice di Gini sul reddito disponibile si riduce
solo dello 0,15%, molto meno rispetto alla Germania (0,24%)
o rispetto al Lussemburgo e Norvegia (0,20%). Una crescita
della diseguaglianza analoga a quella degli USA ha
caratterizzato anche altri paesi europei, ed in particolare
l’Italia.
Molti, naturalmente, sono i fattori, oltre alla crescita del
rendimento dei patrimoni, all’origine di quello che può essere
considerato un vero e proprio mutamento strutturale, che può
essere di lunga durata all’interno dei paesi industrializzati. In
questa prospettiva anche la recente crisi finanziaria deve essere
considerta non tanto ciclica quanto strutturale.
Fattori “interni” come la concentrazione della ricchezza, il
peso relativo dei redditi da capitale rispetto a quelli da lavoro,
l'ineguale accesso all’educazione, il dualismo territoriale,
fattori demografici e politiche redistributive, devono essere
tutti ritenuti all’origine della diseguaglianza. Tuttavia, da soli,
non riescono a spiegare la sua crescita negli ultimi decenni.
Altri fattori esogeni che si suppone interessino tutte le
economie industrializzate e che prevalgano, nel lungo periodo,
sulle specificità nazionali hanno contribuito ad accrescere i
divari distributivi. L’influenza dei diversi fattori, tuttavia non è
facilmente identificabile.
Secondo molti studiosi, il fattore che maggiormente spiega
l’aumento della diseguaglianza all’interno dei paesi
industrializzati, in particolar modo negli Stati Uniti, è
costituito dal fenomeno noto, in inglese, con l’espressione
skill-biased technological change: il progresso tecnologico ha
prodotto, nel mercato del lavoro, un aumento della domanda
per lavoratori ad alta qualificazione professionale e ad elevata
istruzione, mentre ha ridotto la domanda per lavoratori poco
qualificati.
Le prospettive economiche dei lavoratori poco qualificati dei
settori tradizionali sono state compromesse anche dal
trasferimento verso i paesi in via di sviluppo delle parti più
tradizionali e a basso contenuto tecnologico della filiera
produttiva, motivato dal costo del lavoro molto inferiore. Interi
settori, come il tessile, o in parte il metalmeccanico, sono
entrati in crisi perché le imprese dei paesi avanzati non
investono più nei paesi di origine, ma in quelli in via di
sviluppo .
Il processo di apertura e di liberalizzazione dei mercati
nazionali ed internazionali conseguente all’intensificarsi della
globalizzazione, l’adozione di tecnologie risparmiatrici di
lavoro come le Information and Communication Technology
(ICT), la necessità di adeguare i contesti nazionali alla
accresciuta competizione con gli altri paesi, in particolare con
quelli in via di sviluppo, avrebbero prodotto un mutamento
nelle strutture produttive, ridotto l’occupazione, il potere
contrattuale dei lavoratori. e dunque anche della della quota
dei redditi da lavoro.
Anche l’accresciuta mobilità dei capitali, conseguente alla
progressiva integrazione dei mercati finanziari che ha
caratterizzato il processo di globalizzazione si è tradotta in una
crescita dei profitti, dei redditi più elevati e dunque anche della
diseguaglianza.
Con lo sviluppo aumenta anche il peso del settore dei servizi.
Il settore industriale è caratterizzato dalla presenza di alcune
figure tipiche, che rappresentano buona parte dell’intera forza
lavoro impiegata, ad esempio operai, impiegati, dirigenti; i
redditi medi di queste categorie sono molto diversi, ma
all’interno di ciascuna tipologia la variabilità dei redditi non è
tipicamente molto elevata. Il settore dei servizi, invece,
comprende un insieme di figure professionali dalle
caratteristiche estremamente eterogenee. Tutto ciò favorisce
una elevata dispersione delle retribuzioni.
Le differenze negli andamenti della diseguaglianza nei vari paesi sono
spiegate anche dalla presenza di forti eterogeneità nei meccanismi
istituzionali che regolano, nei vari paesi, il funzionamento del mercato del
lavoro. Due aspetti sono a questo riguardo di particolare rilevanza: il
diverso potere contrattuale dei sindacati, e il sistema della contrattazione
salariale. Nel corso degli anni ’80 e ’90 queste istituzioni che regolano il
mercato del lavoro hanno subito importanti cambiamenti, tutti nel segno di
un minore intervento pubblico a difesa delle parti più deboli del mercato
del lavoro.
Si è osservata una riduzione della regolamentazione, l’erosione del salario
minimo e del potere sindacale, l’incremento della mobilità. Questi
mutamenti hanno accentuato le spinte verso la diseguaglianza. Nel
contempo le riforme rese necessarie dall’aumentata competizione
internazionale hanno contribuito alla riduzione della quota di reddito
affluita al lavoro dipendente.
Negli ultimi decenni, poi, si sono verificati mutamenti
strutturali nelle caratteristiche delle famiglie, che possono
provocare un aumento della diseguaglianza dei redditi
familiari equivalenti (tassi di dissoluzione dei nuclei familiari,
aumento della partecipazione femminile al mercato del
lavoro).
I cambiamenti, infine, nell’atteggiamento verso la
diseguaglianza che la società è disposta a tollerare o a ritenere
giustificabile sono lenti a manifestarsi, ma possono svolgere
un ruolo molto importante nello spiegare l’andamento di lungo
periodo della diseguaglianza effettiva.
La diseguaglianza, secondo Piketty, non è il risultato di forze economiche
ineluttabili, bensì anche il prodotto delle politiche. Negli Stati Uniti, ad
esempio, molte delle cause dell’elevata diseguaglianza sono strutturali,
come i divari nei livelli d’istruzione e di competenze professionali tra i
diversi gruppi di popolazione sono il risultato dell’operare del libero
mercato in un’economia capitalistica avanzata. Gli investimenti per i
giovani dovrebbero orientarsi principalmente verso l’istruzione prescolastica.
Secondo l’OECD attualmente gli Stati Uniti sono al ventottesimo posto su
trentotto “leading economies in the proportion of four-year-olds in
education”. Il Presidente Obama ha affermato di volere lavorare con gli
Stati al fine di rendere “high-quality preschool available to every child in
America”. Obama ha sottolineato come “ every dollar we invest in highquality early education can save more than seven dollars later on – by
boosting graduation rates, reducing teen pregnancy, even reducing violent
crime”. L’auspicio è che questo obiettivo possa essere davvero perseguito e
raggiunto.
Politiche volte a rendere più efficace l’azione redistributiva
non sono certamente sufficienti a ridurre la diseguaglianza
nella distribuzione del reddito disponibile. Per ridurre la
diseguaglianza e favorire la mobilità sociale, l’istruzione da
sola può non essere sufficiente, anche se risulta di importanza
fondamentale.
Per evitare che i gruppi che dispongono dei redditi e della
ricchezza più elevati siano i soli ad acquisire posizioni di
rilievo nella società, è necessario riformare il sistema fiscale
adottando una tassazione progressiva non solo del reddito ma
anche dei diversi tipi di ricchezza. Sarebbe necessario
introdurre una imposta progressiva sui patrimoni, sulle
successioni, uniformare la tassazione dei capitali a livello
mondiale od almeno europeo. Una riforma del Sistema fiscale
potrebbe essere efficace nel ridurre quelle distorsioni.
Sono necessarie, soprattutto, la trasparenza e buone rilevazioni
statistiche al fine di monitorare in maniera più efficace di quanto
oggi avvenga la dinamica del reddito e della ricchezza dei diversi
gruppi sociali. Solamente in questo modo sarà possibile adattare
le politiche sociali ed i livelli di tassazione alle condizioni reali di
un paese.
Piketty presenta anche stime sulla crescita della ricchezza dei
“miliardari”. Essa è stata pari al 6,8% tra il 1987 ed il 2013,
quella dei “milionari”, invece, è stata del 6,4%. La crescita della
ricchezza mondiale media per adulto è stata del 2,1% in
confronto all’aumento ben inferiore del reddito per adulto pari
solo all’1,4%.
Recentemente sono apparse alcune critiche al volume di Piketty,
sollecitate da un intervento di Chris Giles, responsabile per la
parte economica del Financial Times, circa l’attendibilità delle
fonti delle evidenze empiriche nonché di alcune stime. Non è un
caso che, tra le prime e più ostili critiche, vi sia stato il tentativo,
non riuscito, di invalidare alcune sue stime empiriche.
Questi rilievi, seguiti da altrettanto numerosi articoli in difesa di
Piketty, non riescono tuttavia ad indebolire significativamente
l’impianto del volume e le numerose e complesse argomentazioni
esposte. Secondo Piketty le considerazioni sull’aumento della
diseguaglianza e sui conseguenti effetti negativi in termini di
crescita tratte dall’evidenza empirica sono, certamente, il risultato
di un’inferenza imperfetta, perché siamo nell’ambito delle
scienze sociali.
Tuttavia l’evidenza empirica presentata nel volume, relativa a
numerosi paesi ed al lungo periodo, consentirà di promuovere
un dibattito, ricco di spunti innovativi, fondato su basi
statistiche più ampie di quanto non sia mai accaduto in
passato.
Brandolini, uno studioso che da anni analizza la
diseguaglianza nel breve e lungo periodo il volume di Piketty
resta “straordinario” principalmente per quanto riguarda “il
vincolo indissolubile che lega giudizio normativo e analisi
della disuguaglianza. Il discorso sulla distribuzione del reddito
e della ricchezza è inevitabilmente un discorso sulla giustizia
sociale: possiamo discutere su quali disuguaglianze siano
giuste, ma è illusorio pensare che si possa condurre un astratto
ragionamento neutrale, in punto di teoria economica”.
I dati sono “il perno del volume, un elemento distintivo che gli
dà originalità e vigore. Piketty ha avuto la capacità di
rivitalizzare il metodo messo a punto da Kuznets mezzo secolo
prima avviando la riscoperta di un giacimento ricchissimo di
dati, in generale facilmente accessibili ma trattati con distacco
dagli economisti, tranne qualche adepto di scienza delle
finanze o di storia economica. Questi dati sono le tabulazioni
per classi di reddito delle entrate assoggettate alle imposte
personali sui redditi.
Piketty le ha impiegate per stimare la quota di reddito dei
contribuenti più ricchi dapprima in Francia, poi negli Stati
Uniti insieme a Emanuel Saez e infine coordinando con
Anthony Atkinson un progetto internazionale che ha portato
alla costruzione del “World Top Incomes Database”, una ricca
e innovativa banca dati liberamente accessibile.
Per lungo tempo, le autorità fiscali di molti paesi hanno pubblicato sintetiche
informazioni sulla distribuzione dei redditi dei contribuenti. Kuznets ha
mostrato come se ne potessero derivare risultati generali rapportandole ai totali
della popolazione e dei redditi tratti dai censimenti e dai conti nazionali. Ciò
non è bastato a vincere la ritrosia degli economisti, giustificata da alcuni buoni
motivi. La definizione dei redditi fiscali risponde a criteri amministrativi
invece che economici e può escludere componenti importanti, come le rendite
finanziarie, soggette a tassazione separata; i valori sono distorti dall’evasione
fiscale; le modifiche della normativa tributaria rendono discontinue le serie
storiche; riferendosi ai contribuenti, i dati non danno conto della condivisione
dei redditi all’interno della famiglia, oltre a non comprendere chi è esentato dal
pagamento dell’imposta. Anche i dati delle indagini campionarie non sono
tuttavia esenti da difetti: risentono della reticenza degli intervistati,
particolarmente per i redditi finanziari, soffrono di discontinuità in occasione
dei cambiamenti delle metodologie di rilevazione e, per la loro natura
campionaria, non riescono a rappresentare la distribuzione dei redditi più
elevati” (Bradolini, 2014).
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La rappresentazione della diseguaglianza. Le scale di equivalenza