rivista del
dal 1928
IO SONO UN
CAMPIONE
LA PARABOLA DI DUE BOXEUR: THE FIGHTER
CON CHRISTIAN BALE DA OSCAR
M E N S I L E N . 3 M A R Z O 2 0 1 1 € 3,50
fondazione ente™
dello spettacolo
RINASCIMENTO
ARABO
L’OPINIONE DEL
REGISTA SHEKHAR
KAPUR
ESCLUSIVO
FRANCESCO PATIERNO
RACCONTA
COSE DELL’ALTRO
MONDO
POTERE
AI PICCOLI
GNOMI E
LUCERTOLE
INVADONO
LE SALE
Christian Bale e Mark
Wahlberg pugili
fratellastri. In un affresco
corale di David O.
Russell
Poste Italiane SpA - Sped. in Abb. Post. - D.I. 353/2003
(conv. in L. 27.02.2004, n° 46), art. 1, comma 1, DCB Milano
“
Magari si parlasse del
Risorgimento sempre così
Corriere della Sera
“
”
Viaggio lungo ed emozionante
nel Risorgimento italiano nascosto
Liberazione
DISPONIBILE IN
www.01distribution.it
”
rivista del cinematografo
fondazione ente dello spettacolo
Nuova serie - Anno 81 n. 3 marzo 2011
In copertina Christian Bale e Mark Wahlberg in The Fighter
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DIRETTORE RESPONSABILE
Dario Edoardo Viganò
CAPOREDATTORE
Marina Sanna
Un discorso molto politico
REDAZIONE
Gianluca Arnone, Federico Pontiggia, Valerio Sammarco
CONTATTI
[email protected]
PROGETTO GRAFICO
P.R.C. - Roma
ART DIRECTOR
Alessandro Palmieri
HANNO COLLABORATO
Alberto Barbera, Giulio Bassi, Angela Bosetto, Orio Caldiron,
Antonella Cappanelli, Gianluigi Ceccarelli, Pietro Coccia, Laura
Conte, Bruno Fornara, Antonio Fucito, Giulia C. Galvagno,
Valentina Martelli, Miriam Mauti, Massimo Monteleone, Franco
Montini, Morando Morandini, Peppino Ortoleva, Luca Pellegrini,
Manuela Pinetti, Giorgia Priolo, Angela Prudenzi, Marco Spagnoli,
Chiara Supplizi, Davide Turrini
REGISTRAZIONE AL TRIBUNALE DI ROMA
N. 380 del 25 luglio 1986 Iscrizione al R.O.C. n. 15183 del 21/05/2007
STAMPA
Tipografia STR Press S.r.l. - Via Carpi 19 - 00040 Pomezia (RM)
Finita di stampare nel mese di febbraio 2011
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PROPRIETA’ ED EDITORE
PRESIDENTE
Dario Edoardo Viganò
DIRETTORE
Antonio Urrata
UFFICIO STAMPA
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per pagare l’assenza
Tempi tribolati per sovrani e monocrazie? Non
di un’esplicita
al cinema. Trionfa agli Oscar Il discorso del re
prospettiva sociale
– miglior film, regia (Tom Hooper), attore
sulla “Rete” e il scarso
protagonista (Colin Firth) e sceneggiatura
afflato liberal. Dispiace
originale (David Seidler) – ed è la vittoria del
per Fincher, che era
“giusto monarca”: Giorgio VI è la nemesi del
già stata gabbato due
tiranno, perché vicino alla sua gente, perché
fieramente democratico, perché potentemente anni fa con Il curioso caso di Benjamin Button,
debole (la balbuzie, anziché un limite, si rivela
13 nomination e 3 statuette “minori”), ma Il
il vero punto di forza del personaggio, il segno
discorso del re “ha saputo” cogliere meglio di
di un’umanità inoppugnabile che spazza via le
chiunque altro il sentimento del tempo,
distanze tra governanti e governati). Il film di
caratterizzato dal ritorno sulla scena madre dei
Hooper - salvi i suoi indiscutibili meriti artistici grandi ideali politici. Nulla da eccepire invece
(ottima confezione, grande prova di attori,
sui riconoscimenti agli attori, con i
sceneggiatura di ferro) – è poi un elogio alla
meritatissimi premi a Colin Firth e Natalie
debolezza che, nelle forme paradigmatiche del Portman (Il cigno nero) tra gli attori
racconto di maturazione, esalta il coraggio di
protagonisti, e quelli ai due straordinari “non
liberarsi dalle proprie paure, andando oltre se
protagonisti” di The Fighter, Christian Bale e
stessi e la situazione.
Melissa Leo (da non perdere lo
Possibile dunque ritrovare
speciale sul cinema e la boxe di
nella scelta dell’Academy più
numero). E a proposito del
“Re Giorgio? La nemesi questo
di una suggestione politica, il
nuovo vento politico, forte è
del tiranno: vicino alla
filo di un Discorso intonato al
soffiato anche sul Festival di
Berlino, dove l’Orso d’Oro è
grido di rivolta che scuote il
gente, democratico,
andato all’iraniano Nader &
mondo non libero, dal Nord
fieramente debole. In
Africa al Medio Oriente.
Simin: a Separation di Asghar
breve da Oscar”
Quello che non riesce a The
Farhadi, piccola storia quotidiana
che mette a nudo però i problemi
Social Network di David
di un paese. Alla manifestazione
Fincher (tre statuette:
tedesca RdC dedica un ampio servizio,
sceneggiatura non originale, montaggio e
colonna sonora), il vero sconfitto dell’83ma
impreziosito dal pezzo del regista indiano
edizione degli Oscar: probabilmente per
Shekhar Kapur che dismette i panni del
progettualità estetica, azzardo narrativo e
cineasta per vestire quelli dell’opinionista.
senso della messa in scena, il film su
Titolo del suo intervento? Rinascimento arabo,
Facebook era superiore agli altri ma ha finito
ovviamente…
COMUNICAZIONE E SVILUPPO
Franco Conta - [email protected]
COORDINAMENTO SEGRETERIA
Marisa Meoni - [email protected]
DIREZIONE E AMMINISTRAZIONE
Via G. Palombini, 6 - 00165 Roma - Tel. 06.96.519.200
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Iniziativa realizzata con il contributo della Direzione Generale
Cinema - Ministero per i Beni e le Attività Culturali
La testata fruisce dei contributi statali diretti di cui alla legge
7 agosto 1990, n. 250
marzo 2011
rivista del cinematografo
fondazione ente dello spettacolo
5
MEDUSA FILM
PRESENTA
FRANCESCO MONTANARI
VANESSA HESSLER
e
RICHARD E. GRANT
UN FILM DI CARLO VANZINA
DAL 25 MARZO
AL CINEMA
sottoilvestitoniente.libero.it
sommario
n. 3
marz o 2011
Valerio Mastandrea in
Cose dell’altro mondo
di Francesco Patierno
SERVIZI
18 Gemelli sul set
Massimiliano e Gianluca De Serio
per l’esordio al lungo:
Sette opere di misericordia
20 Berlino d’Oriente
L’Iran di Farhadi trionfa al Festival.
E Shekhar Kapur riflette per noi
sul Rinascimento arabo
32 Identità a rischio
Nelle sale Unknown, intrigo
internazionale con Liam Neeson
46 Amici per sempre
Dal cult di Monicelli al
prequel di Neri Parenti
48 Molaioli fa “crac”
Scorrerà latte: dal disastro
Parmalat nasce Il gioiellino
PESONAGGI
FILM DEL MESE
54 Tournée
58 Il rito
59 Beyond
59 La vita facile
60 Inside Job
62 I ragazzi stanno bene
62 Sorelle mai
63 Il gioiellino
64 Into Paradiso
64 Gangor
65 127 ore
66 Easy Girl
66 Street Dance 3D
68 Non lasciarmi
68 Piranha 3D
36 Patierno in esclusiva
Il regista napoletano svela
i segreti di Cose dell’altro mondo:
“cacciato” dal sindaco di Treviso
52 Joan Crawford
Quando l’apparenza
vinceva sulla realtà
24 COVER
Una scena di Piranha 3D.
A sinistra Sarah Felberbaum
ne Il gioiellino
Pugni d’oro
L’epopea atipica di The Fighter:
Wahlberg e Bale insieme per
aggiornare il mito della boxe
sul grande schermo
$ZRUNRI$FHWDWH
(WLHQQH5H\
0DUVHLOOH)UDQFH
32
3HUVROFRP
10
Morandini in pillole
La versione di Barney:
entusiasti e detrattori
12
Circolazione
extracorporea
Life in a Day: magma di
storie per una capsula del
tempo
14
Glamorous
News e tendenze: la
carica delle Lolite
16
Colpo d’occhio
Zack Snyder rilegge
Carrol: Sucker Punch
72
Dvd & Satellite
Noi credevamo, The
Social Network e i classici
da non perdere
78
Borsa del cinema
Boom commedie e ottima
quota mercato: manca
l’intervento statale
80
Libri
Da Ingrid Bergman a
Rodolfo Sonego
82
Colonne sonore
Il cigno di Mansell
42
Johnny
Depp
Il più camaleontico degli
attori dà voce a Rango,
animazione di Gore
Verbinski. In sala con
Gnomeo e Giulietta
pensieri e parole
Quello che gli altri non dicono: riflessioni a posteriori di
un critico DOC
MORANDINI in pillole
di Morando Morandini
Sostenitori
entusiasti e
detrattori
severi per La
versione di
Barney: io
sono a mezza
strada
Dissensi – Non più come un tempo, ma succede ancora che
un nuovo film divida i cinecritici d’assalto (quotidiani, settimanali) tra i pro e i contro: La versione di Barney che ha
avuto sostenitori entusiasti e detrattori severi. (Chi scrive è a
mezza strada). Fatto raro, si è deciso per il Dizionario dei
film Zanichelli 2012 di farne una scheda insieme tra mia
figlia Luisa e me: lei ha letto il romanzo, io no. Un collega –
di cui sono amico e che molto stimo – mi sottolinea la contraddizione di fondo del film che, tradendo il titolo, racconta
la storia in modo oggettivo e banale, mentre il romanzo di
Richler è soggettivo e geniale. E devo dargli ragione. E
aggiunge: “Se togli Giamatti e Hoffman, che cosa resta del
film?”. Qui divergo: se sono così bravi (e Giamatti è qualcosa
di più…), una parte del merito tocca al regista Lewis che, se
non scelti forse, li ha diretti, o no?
Quanti Lewis – Sapete quanti Lewis registi – oltre al nostro
amato attore/regista Jerry (vero cognome: Levitch) – esistono nel cinema di lingua inglese? Sette sul Morandini, nove
sul Mereghetti come sulla Time Out Film Guide, due
sull’Halliwell (soltanto i ‘leading’), tre su un vecchio (1995)
Toulard francese.
Un porco speciale – Invitato in casa di un amico, ex pilota
d’aereo e appassionato di cinema, sapendo che sarebbero
stati presenti alcuni bambini, ho portato da vedere il dvd di
Porco rosso, arioso e insolito film d’animazione del giapponese Hayao Miyazaki. Si sono divertiti tutti, adulti e bambini.
Uno di loro, vispo ragazzino di circa dodici anni, mi ha detto:
“È la prima volta che vedo la parola porco in un titolo!”. La
frase mi ha spinto a fare una piccola ricerca. In francese dicono cochon, e porc è poco usato; come in inglese c’è pig e
non pork; in spagnolo ricorrono a cerdo, non a puerco. In tedesco (Schwein) non esiste. Da noi esclamare porca miseria!
è ammesso in casa di un borghese timorato, ma è anche il
titolo di un’inoffensiva commedia italiana del 1951. Esiste
anche Porci, geishe e marinai (1961) di Imamura. Ho consultato il massiccio indice dei titoli dell’Enciclopedia dello Spettacolo senza trovare il sinonimo di suino per opere teatrali o
musicali. Sul Mereghetti ho trovato Porca società (1978),
Porca vacca (1982), Porca vacca mi hai rotto… (1972), Pigs
Today - Porcelli
oggi (1983), Meatballs - Porcelloni
in vacanza (1997)
e Porci con le ali
(1977) di Pietrangeli. Sul Morandini dovrò provvedere alle lacune.
10
rivista del cinematografo
fondazione ente dello spettacolo
marzo 2011
FINE PEN(N)A MAI
VISIONI FORZATE E INDULTI
CRITICI
“Farò un pentacolo”.. Giovanni Veronesi
abbraccia il satanismo: d’altronde, per
altri due Manuali serve un patto col diavolo. #### Rivoluzione alla Mostra di
Venezia 2011: “Camere a prezzi prefissati” all’Excelsior e al Danieli. Ma prefissati
a quanto? #### E’ mistero sul rincaro
del biglietto: gli esercenti non lo volevano, Bondi nemmeno e neanche i 100autori. Vuoi vedere che l’ha deciso il pubblico? #### Accusa infamante per John
Landis: aiutato da Burke & Hare, avrebbe trafugato la salma di Mike Bongiorno.
Per “conto di Dio”, indagano i Blues
Brothers. #### Una cella in due per
Maurizio Battista ed Enzo Salvi, ma Medusa rilancia: già pronto il sequel a quattro piazze, con Silvio, Lele, Emilio e Nicole. #### Nessuno mi può giudicare :
quando il film mette le mani avanti.
ALMOST (IN)FAMOUS: DALLE
STALLE ALLE STARLETTE
Da Berlino a Roma, è un lungo abbraccio
per Jafar Panahi. Ma al povero Ahmadinejad non ci pensa nessuno? STOP “Auguro a voi e alle vostre famiglie un morte
lenta e dolorosa”: Toni Servillo ci regala
un Gioiellino di gheddafiana fattura. STOP
Verrà presentato il 6 aprile a Milano il finale alternativo de Il Caimano: si prega di
confermare presenza al sosia di Elio De
Capitani. STOP Ultime da Sanremo: Elisabetta Canalis sarà diretta da Robert De
Niro nel remake italiano di Lost in Translation. STOP Il 3D di Avatar non si batte?
Vedete Gianna Michaels in Piranha e ne
riparliamo.
Federico Pontiggia
BIBI FILM ISARIA PRODUCTIONS NIRVANA MOTION PICTURES RAI CINEMA PRESENTANO
il coraggio di una donna
UN
FILM DI ITALO SPINELLI CON ADIL HUSSAIN PRIYANKA BOSE SAMRAT CHAKRABARTI TILLOTAMA SHOME SEEMA RAHMANI
SOGGETTO E SCENEGGIATURA ITALO SPINELLI ANTONIO FALDUTO LIBERAMENTE TRATTA DAL RACCONTO CHOLI KE PICHHE DI MAHASWETA DEVI EDITO DA SEAGULL BOOKS PRIVATE LTD
FOTOGRAFIA MARCO ONORATO MONTAGGIO JACOPO QUADRI MUSICHE IQBAL DARBAR SUONO STEFANO VARINI ORGANIZZAZIONE DELLA PRODUZIONE IVANA KASTRATOVIC PRODUTTORE ESECUTIVO SUSHMA MORTHANIA
UNA CO-PRODUZIONE ITALIA-INDIA PRODOTTO DA ANGELO BARBAGALLO, VINOD KUMAR, ISABELLA SPINELLI PER BIBI FILM, ISARIA PRODUCTIONS, NIRVANA MOTION PICTURES IN COLLABORAZIONE CON RAI CINEMA
$t$t(KNO
Isaria
Productions
www.gangor.it
DALL’11 MARZO AL CINEMA
circolazione extracorporea
LA VITA IN UN GIORNO
Fruizioni multiple nell’era della riproducibilità
a cura di Peppino Ortoleva
Un film come “capsula del tempo”: magma di storie e
immagini (80.000 video) raccolte in 90’, presentate al
Sundance e a Berlino
CROWDMOVIE
Il regista Kevin Macdonald.
In basso la pagina dedicata di
YouTube su Life in a Day
Circolazione “extracorporea”: il titolo stesso di questa rubrica contrappone il
“corpo” del cinema, legato tradizionalmente alla sala, con le altre vite del film, dal
DVD alla Rete. Sempre più spesso, oggi, le dinamiche in atto sul web stanno sfidando questo modello: la sala tende a farsi non più punto di partenza ma di arrivo, di
una circolazione nella quale diventa difficile distinguere il “corpo” da
ciò che è esterno.
Lo dimostra in modo quasi programmatico il film Life in a Day, il primo
crowdmovie dei tempi di YouTube. Il progetto, lanciato lo scorso anno,
invitava gli utenti a mandare videoclip che rappresentassero un giorno
della loro vita, destinati a diventare un film che fosse, nelle parole del
regista Kevin Macdonald (L’ultimo re di Scozia, Oscar nel 2000 per il
documentario Un giorno a settembre), una “capsula del tempo” per
rappresentare la vita nel mondo in un determinato momento, rispondendo ad alcune domande: cosa amate, cosa vi fa ridere, di cosa avete
paura e cosa avete nelle vostre tasche.
Il giorno scelto è stato il 24 luglio 2010 e nella settimana successiva
sono stati caricati sul canale YouTube dedicato circa 80.000 video, per
oltre 4.500 ore di girato. Da questo insieme magmatico di storie e
immagini è stato prodotto un film di 90 minuti, che è stato presentato
al Sundance Film Festival e in contemporanea in diretta web sul canale di YouTube lo scorso 27 gennaio. Si tratta di un progetto interessante
sotto molti punti di vista: in primo luogo perché rappresenta uno dei
primi esempi di produzione partecipata di un film da parte di un pubblico vasto e in larga parte non professionale; in secondo luogo configura YouTube
come broadcaster di un evento unico e non come archivio digitale; infine il film,
acquistato dalla National Geographic, arriverà nelle sale americane il 24 luglio 2011,
invertendo appunto il percorso dallo schermo alla Rete.
Un punto di svolta quindi, ma non solo: il risultato è un’opera commovente, molto
complessa e tuttavia incredibilmente onesta e coerente pur essendo composta da
frammenti a volte brevissimi. L’amore, la famiglia, le paure, la morte, le relazioni, il lavoro, il
divertimento: c’è tutto il mondo, idealmente 6
miliardi di storie. Strutturato attorno ai momenti
comuni della giornata, la sveglia, i pasti, il lavoro,
il sonno, il film unisce storie personali ed esperienze comuni: un ragazzo coreano che gira il
mondo in bicicletta da 9 anni e 36 giorni, ha visitato 190 nazioni e sogna di riunire pacificamente
il suo Paese, una famiglia che affronta senza
paura la malattia e il recupero, donne africane che cantano mentre lavorano. Le vite
in parallelo di un ragazzo afgano, fotografo a Kabul, e della moglie di un soldato
americano. E i ragazzi che cercano di fuggire dalla calca involontariamente assassina (19 morti) della Love Parade di Duisburg, che per tragica coincidenza ha avuto
luogo proprio il 24 luglio.
GIULIANA C. GALVAGNO
Nelle sale USA
dal 24 luglio 2011,
invertendo il
percorso dallo
schermo alla Rete
12
rivista del cinematografo
fondazione ente dello spettacolo
marzo 2011
CAMILLA FILIPPI ANGELO ORLANDO PIETRO RAGUSA E CON IVANO MARESCOTTI
SOGGETTO STEFANO BISES ANDREA SALERNO SCENEGGIATURA STEFANO BISES LAURA PAOLUCCI ANDREA SALERNO
CASTING E AIUTO REGIA ALESSANDRO CASALE COSTUMI SILVIA NEBBIOLO SCENOGRAFIA ROBERTO DE ANGELIS SUONO VALENTINO GIANNÌ
MUSICHE GABRIELE ROBERTO MONTAGGIO WALTER FASANO FOTOGRAFIA GOGÒ BIANCHI ORGANIZZATORE GENERALE GIAN LUCA CHIARETTI
SUPERVISORE ALLA PRODUZIONE VALERIA LICURGO PRODUTTORE DELEGATO LAURA PAOLUCCI UNA PRODUZIONE FANDANGO IN COLLABORAZIONE CON MEDUSA FILM
PRODOTTO DA DOMENICO PROCACCI REGIA DI LUCIO PELLEGRINI
DAL 4 MARZO
AL CINEMA
virgilio.it/lavitafacile
in collaborazione con
glamo rous
Ultimissime dal pianeta cinema: news e tendenze
14
rivista del cinematografo
fondazione ente dello spettacolo
marzo 2011
a cura di
Gianluca Arnone
CARRIERA IN FUMO?
LA CARICA
DELLE NUOVE
LOLITE
Qualcuno le ha
ribattezzate le Lolite di
Hollywood, anche se anagrafe alla mano sarebbero fuori tempo
massimo. Per Vanessa
Hudgens (22 anni), Miley
Cyrus (18) ed Emma
Watson (20) del resto gli
anni non hanno mai
contato veramente.
Eterne adolescenti per
esigenze di copione
prima - quando
lavoravano al servizio
della Disney (Vanessa al
fianco del fidanzatino
Zac Efron nella serie
High School Musical,
Miley come alter ego di
se stessa in Hanna
Montana) o sgobbavano
- leggi Hermione - sui
libri di magia di Harry
Potter -, troppo
cresciute ora che
invadono fanzine e
copertine grazie a un
look più audace, un po'
di erotismo patinato e
qualche piccolo
scandalo (i seni della
Hudgens, la Salvia
Divinorum della Cyrus e
l'upskirt della Watson).
Del gruppo farebbe
parte anche la
rivelazione Jennifer
Lawrence (20 anni), se
non fosse che, a
differenza delle tre, la
ragazzona del Kentucky
è un'attrice vera.
Giro di vite sul fumo nel cinema
cinese. Lo ha stabilito il governo di
Pechino dopo aver visto tutta la
filmografia di Tony Leung,
specialista della sigaretta a vapore
con traiettorie esistenziali. Le sue
volute spariranno, aspirate dal
beccuccio largo del salutismo
censorio. Ma occhio all’escamotage:
"Se il fumo è fondamentale - precisa
il decreto - la scena deve essere la
più breve possibile”. E Tony si
adegua, allenando narici e polmoni
ai cento metri del tabagista: una
sigaretta in dieci secondi.
OCCHIO, DARREN!
Darren Aronofsky avrebbe offerto a
Natalie Portman ecstasy per
aiutarla ad entrare meglio nella
parte del Cigno nero. Lo ha
confessato la stessa attrice
israeliana agitando le braccia e
ballando il tip tap. La notizia ha
fatto il giro del mondo senza
provocare reazioni sdegnate, e
anche questa è una notizia. Colpisce
però il silenzio di Aronofsky. Lo
fanno passare per tossico e lui
niente, non batte ciglio. Che con
l’occhio “pallato” si nota di più.
marzo 2011
rivista del cinematografo
fondazione ente dello spettacolo
15
c olpo d’occhio
FE ST IVAL DE L M ES E
di Massimo Monteleone
Bergamo omaggia Hitchcock, a Bologna e a
Malmo rassegne per giovani e giovanissimi
VITTORIO VENETO FILM
1 FESTIVAL
Snyder delle meraviglie
II edizione del festival
internazionale di cinema per
ragazzi, con lungometraggi in
concorso. Una giuria formata da
1000 ragazzi e numerosi incontri,
workshop, appuntamenti sul
cinema con ospiti d’eccezione. Al
festival è stato conferito l’alto
patronato del Presidente della
Repubblica.
Località Vittorio Veneto (Treviso),
Italia
Periodo 2-5 marzo
tel. 336 5420513
Sito web
www.vittoriofilmfestival.com
E-mail
[email protected]
Resp. Elisa Marchesini
Sezioni per lungometraggi e
cortometraggi. Previsti workshop
e seminari.
Località Bologna, Italia
Periodo 14-19 marzo
tel. (051) 220261
Sito web www.youngabout.com
E-mail [email protected]
Resp. Olga Durano, Angela
Mastrolonardo
FLORENCE KOREA FILM
FEST
IX edizione del festival
internazionale di cinema e cultura
della Corea del Sud, unico nel suo
genere in Italia, che offre circa 40
film fra anteprime e classici.
Previsti anche cortometraggi,
retrospettive, dibattiti sulla
cinematografia coreana ed eventi
collaterali.
5
TAMPERE FILM FESTIVAL
XLI edizione della maggiore e
longeva rassegna nordeuropea
dedicata ai cortometraggi. Il
concorso riguarda opere di fiction,
d’animazione e
documentaristiche, anche
realizzate da studenti.
Località Tampere, Finlandia
Periodo 9-13 marzo
tel. (00358-3) 2235681
Sito web
www.tamperefilmfestival.fi
E-mail [email protected]
Resp. Jukka-Pekka Laakso
2
BERGAMO FILM MEETING
XXIX edizione dell’autorevole
vetrina del cinema indipendente
internazionale, con anteprime. I
film della mostra-concorso
partecipano per l’assegnazione
del premio Bergamo Film
Meeting. In programma un
omaggio a Hitchcock e una
retrospettiva sul thriller
psicologico.
3
16
rivista del cinematografo
fondazione ente dello spettacolo
marzo 2011
FESTIVAL DEL CINEMA
6 AFRICANO,
D’ASIA E
AMERICA LATINA
XXI edizione dell’importante
finestra esplorativa, che presenta
film africani ma anche provenienti
da Asia e America Latina (per il
concorso “Finestre sul mondo”).
Previste sezioni di concorso
anche per “corti” e documentari.
A cura del Centro Orientamento
Educativo (C.O.E.)
Località Milano, Italia
Periodo 21-27 marzo
tel. (02) 6696258
Sito web
www.festivalcinemaafricano.org
E-mail [email protected]
Resp. Alessandra Speciale,
Annamaria Gallone, Gabriella
Rigamonti
Dal 25 marzo Sucker Punch: omaggio/oltraggio
a Lewis Carrol dal regista di 300
“Alice nel paese delle meraviglie con le mitragliatrici”. Definizione
migliore Zack Snyder non poteva trovarla per Sucker Punch (dal 25 marzo
in sala), nuova misteriosa creatura del regista americano, che conferma la
sua predilezione per il fantastico e il lavoro di sponda sulla cultura pop
americana: tra l’omaggio e l’oltraggio. Dopo aver “rivitalizzato” gli zombie
di Romero (L’alba dei morti viventi), celebrato le Termopili in salsa queer
(300), disturbato Alan Moore (lo scrittore si era dissociato dalla
riconversione in pellicola di Watchmen) e trasformato una fiaba per
bambini in un trattato sulla stereoscopia (I guardiani del regno di
Ga’Hoole), Snyder rifà Carrol a modo suo, schierando nazisti e samurai,
draghi e robot giganti, più un esercito di giovani star della Hollywood al
futuro. Quella che Snyder ha iniziato a tracciare da tempo.
Località Firenze, Italia
Periodo 25 marzo – 2 aprile
tel. (055) 5048516
Sito web www.koreafilmfest.com
E-mail [email protected]
Resp. Riccardo Gelli
Località Bergamo, Italia
Periodo 12-20 marzo
tel. (035) 363087
Sito web
www.bergamofilmmeeting.it
E-mail
[email protected]
Resp. Angelo Signorelli
YOUNGABOUT FILM
FESTIVAL
V edizione del festival, a carattere
competitivo, ideato e organizzato
dall’associazione culturale Gli
Anni In Tasca. E’ dedicato agli
adolescenti e ai giovani –
spettatori, interpreti e giurati.
4
- INTERNATIONAL
7 BUFF
CHILDREN AND YOUNG
PEOPLE’S FILM FESTIVAL IN
MALMO
XXVIII edizione del festival
competitivo che presenta
lungometraggi a soggetto, “corti”
e documentari destinati a bambini
e adolescenti.
Località Malmo, Svezia
Periodo 15-19 marzo
tel. (0046-40) 239211
Sito web www.buff.se
E-mail [email protected]
Resp. Daniel Lundquist
DAL REGISTA DI "PIRATI DEI CARAIBI"
IL PRIMO CAMALEONTE
CHE AMA FARSI NOTARE
DALL'11 MARZO AL CINEMA
sul set
I gemelli Massimiliano
e Gianluca De Serio.
Sotto Roberto Herlitzka
e una scena del film
“THRILLER
SENZA CLICHÉ, E
SPIRITUALITÀ
CORPOREA”: È LA
MISERICORDIA
CARAVAGGESCA DEI
GEMELLI TORINESI. IN
CORSO D’OPERA
DI DAVIDE TURRINI
sette volte
OLTRE IL RACCORDO AUTOSTRADALE
Torino-Caselle, si erge l’immensa e
storica discarica della provincia torinese.
Fango, sassi, erbacce, riempiono i campi
attorno alla località di Villareto, mentre il
gelo attraversa le pareti delle baracche
che ospitano il set di Sette opere di
misericordia. Attesa opera prima dei
gemelli Gianluca e Massimiliano De Serio
che, per alcuni significativi esterni del
film, hanno voluto i prati dissestati, pieni
di detriti, che vent’anni fa il loro nonno
usava come orto. “Ci piaceva l’idea del
mescolarsi quotidiano con un luogo
decadente, con l’immondizia, dove questo
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fondazione ente dello spettacolo
marzo 2011
marcio viene a contatto con la vita”,
racconta Massimiliano De Serio
comodamente seduto dentro ad una di
queste roulotte/capanna da cui è stato
ricavato un piccolo set d’interno,
“abbiamo tentato di traslare e
trasmettere nella storia del protagonista
maschile, spazi di vita e di morte”. Infatti,
Antonio, interpretato con un fil di voce da
Roberto Herlitzka, è un anziano signore
con un cancro terminale alla gola che
ricicla rifiuti e abita in un palazzone di
edilizia popolare anni ’60-’70 alla
Falchera nuova, proprio vicino a Villareto.
“Questi sono i luoghi in cui siamo
cresciuti”, raccontano i De Serio, “a cui
abbiamo aggiunto i set dei sotterranei
dell’ospedale a lunga degenza di Settimo
Torinese e l’obitorio del San Giovanni in
Bosco. Luoghi asettici, metafisici, dove si
muovono fantasmi. Una scenografia
essenziale dai toni freddi ed astratti, luci
il più possibile naturali e il 35mm in
cinemascope”. A far coppia con Herlitzka
(“L’abbiamo contattato tramite le Pagine
Bianche”, dicono i due registi), l’attrice
rumena Olimpia Melinte nel ruolo della
moldava Luminita, un’adolescente
clandestina che vive dentro alla carcassa
di una vecchia auto, si muove in mezzo
alle baracche della discarica ed è pronta a
tutto pur di sopravvivere. Il plot del film è
abbastanza misterioso. Si sa solo che i
due protagonisti più che incontrarsi si
scontrano e che il rapporto non è di certo
buonista ed idilliaco: “Lo spettatore verrà
portato a seguire le azioni di Antonio e
Luminita in un intrigo da thriller, svuotato
da qualsiasi cliché. Poi, ad un certo punto,
il mistero s’interiorizza, i meccanismi di
genere si capovolgono verso l’interno
dell’anima”. Ed è qui che incomincia a
rendersi più chiara l’ispirazione pittorica
del titolo. Sette opere di misericordia è un
dipinto di Caravaggio realizzato tra la fine
del 1606 e l’inizio del 1607. Un unico
quadro dove si illustrano le cosiddette
“sette opere di misericordia corporali”:
dar da mangiare agli affamati, dar da bere
agli assetati, vestire gli ignudi, alloggiare i
De Serio
pellegrini, visitare gli infermi, visitare i
carcerati, seppellire i morti. “Il montaggio
accademico, con campi e controcampi,
nel film, lentamente scomparirà”,
afferma Gianluca, che si distingue dal
fratello per un sottile filo di barba
mancante, “e si seguiranno diversi piani
sequenza, proprio perché nel quadro del
Caravaggio le sette azioni si svolgono
sulla stessa tela, nello stesso istante”.
Settecentomila euro di budget, Sette
opere di misericordia è un progetto che
vede in prima linea il giovane produttore
torinese Alessandro Borrelli e la sua
LaSarraz. Supporto finanziario del
Ministero dei Beni Culturali, sostegno di
FIP, Film Commission Torino Piemonte,
Rai Cinema ed Eurimages e un
coproduttore come il rumeno Elefant Film
che ha permesso sia un casting di
prim’ordine per il ruolo della protagonista
femminile e ha messo a disposizione
strumenti tecnici per la postproduzione.
“Come produttore under 40 non devo solo
lamentarmi, ma darmi anche da fare”,
afferma Borrelli. E con i De Serio c’è di
che stare tranquilli in fatto ad originalità.
Esordio nel cortometraggio nel 2002 con Il
giorno del santo, poi i gioielli Maria Jesus
(2003), L’esame di Xhodi (2007) e le
installazioni (Love e No Fire Zone) che li
hanno consacrati in mezzo pianeta tra cui
Parigi, Amsterdam, Tokyo e il recente
spazio espositivo alla Fondazione Merz di
Torino. Distribuisce Cinecittà Luce.
%
marzo 2011
rivista del cinematografo
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berlino 2011
FOTO PIETRO COCCIA
Corrente
orientale
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L’IRAN PRENDE TUTTO CON IL
BEL NADER AND SIMIN, A
SEPARATION. IN UNA EDIZIONE
POCO GENEROSA, CON PICCHI
STRAORDINARI
DI MARINA SANNA
Rinascimento
arabo
LE DUE FACCE DELLA QUESTIONE MEDIORIENTALE:
INSIDIE E LIBERTÀ DI UNA RIVOLUZIONE. DA BERLINO, IN
ESCLUSIVA LA TESTIMONIANZA DEL CINEASTA INDIANO
DI SHEKHAR KAPUR
NON PUOI LIBERARE LA MENTE e poi
fissarne i confini. Quando la coscienza
collettiva è libera genera un’onda
inarrestabile di pensieri, arte, industria
e sistemi nuovi. Provoca una ventata di
ottimismo, tolleranza, secolarismo.
Insieme però cresce la vulnerabilità di
un popolo che realizza un sogno prima
solo sognato, sfiorato nel privato, nella
paura. La libertà era il desiderio e quasi
mai una possibilità. E il pericolo nasce
da questo. Perché ora qualunque
tentativo di dare una forma a questa
libertà rischia di essere percepito come
una minaccia che tramuta l’entusiasmo
in rabbia e delusione. Allo stesso tempo
gli avvoltoi del fondamentalismo, del
terrorismo e dell’estremismo attendono,
pronti a nutrire i corpi di questi stessi
sogni. La rinascita che il mondo arabo
sta sperimentando avrebbe bisogno di
leader nuovi, capaci d’incanalare tutta
questa energia verso forme avanzate di
civilizzazione come quelle conosciute in
passato. Altrimenti toccherà agli
avvoltoi. Quanto è accaduto in Egitto era
talmente maturo che adesso servirà una
leadership anche più matura e un
sistema che protegga questa maturità. E
ho paura che tanta ne dovrà dimostrare
l’Occidente. Non esiste la “parziale
libertà della mente”. O è
completamente libera o non lo è.
Centinaia di tunisini stanno entrando
illegalmente in Italia. Un tempo
venivano accolti come rifugiati
indesiderati. Oggi l’Occidente ha
supportato la loro battaglia per la
democrazia. Incoraggiato il loro ritrovato
entusiasmo. E ora che arrivano in
Europa con lo stesso coraggio, si
aspettano di essere trattati da amici.
Forse il mondo intero non aveva
approvato e applaudito i tunisini e
salutato il loro grande impeto
rivoluzionario? Adesso non li può mica
sbattere in prigione. Se il Bahrain
insorge contro i suoi governanti, gli Stati
Uniti devono preoccuparsi di trovare un
altro posto alla Terza Flotta se il popolo
deciderà di non volere basi navali
americane in Bahrain. Non si può
incoraggiare le domanda di democrazia
di un popolo e ignorare
contemporaneamente il volere che
quello stesso popolo esprime. Ancora:
l’Occidente non può proteggere la
Il regista Shekhar
Kapur. A sinistra Pina
di Wenders. Pagina
accanto: Farhadi con
l’Orso d’Oro e The
Forgiveness of Blood
FOTO PIETRO COCCIA
IL TITOLO NON È UN CASO:
separazione è la parola intorno a cui si
sviluppa l’opera iraniana che a Berlino
ha ottenuto una vittoria senza
precedenti: Orso d’Oro più un duplice
riconoscimento: Orso d’Argento
rispettivamente agli attori e attrici di
Nader and Simin, a Separation di
Asghar Farhadi. Questa premiazione
può essere letta in due modi diversi:
un omaggio al cineasta assente Jafar
Panahi, giurato virtuale della 61ma
edizione del festival tedesco, e un inno
alla democrazia che si traduce con il
coraggio di dissentire, proprio mentre
infiamma il Medioriente. Dal racconto
di Farhadi esce fuori una società
claustrofobica, in cui le persone sono
sole o incapaci di comunicare, dove ci
sono pressioni di ogni tipo:
ideologiche, religiose, economiche. Un
premio che ricorda la Palma d’Oro
(Cannes 2004) a Michael Moore per
Fahreneit 9/11 sul presidente degli
Stati Uniti George W. Bush. Anche
allora non mancavano certo opere da
segnalare, così a Berlino c’erano
almeno due film fuori dal comune:
l’apocalittico The Turin Horse di Bela
Tarr (premio della Giuria),
probabilmente l’ultimo del regista
ungherese di Satantango, e The
Forgiveness of Blood con protagonisti
non professionisti bravissimi, diretti
da Joshua Marston (premio alla
sceneggiatura e già Orso d’Oro nel
2004). Di questo festival ricorderemo
però soprattutto due titoli, entrambi
fuori concorso: Pina di Wim Wenders e
Cave of Forgotten Dreams di Werner
Herzog. il primo, un emozionante
lavoro corale dedicato alla coreografa
tedesca, amica di Wenders e
scomparsa nel 2009. Il secondo
ambientato in Francia, nelle grotte di
Chavet, dove sono stati ritrovate 400
raffigurazioni murali millenarie.
Entrambi un inno alla vita e alla
libertà di espressione, attraverso la
danza per Wenders, la raffigurazione e
il mistero dell’universo per Herzog. %
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rivista del cinematografo
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signoria Shia contro la maggioranza dei
sunniti, o viceversa. I regnanti
dell’Arabia Saudita in questo momento
sono certamente vulnerabili, e il popolo
iraniano è potenzialmente il miglior
amico di quello egiziano e del popolo del
Bahrein. La situazione è questa.
L’Occidente deve riconsiderare il suo
ruolo nell’intera regione, i doppi giochi
sono finiti. Gli arabi stanno cambiando i
loro destini provando a spezzare le
“La situazione è
questa: i doppi
giochi sono finiti”
catene del colonialismo. E’ tempo che lo
facciano. Una volta erano i più grandi
pionieri della cultura, dell’astronomia,
della matematica, della medicina.
Dovremmo guardare con trepidazione la
loro rinascita invece di continuare ad
osservarli in base a un unico e solo
punto di vista… il petrolio…
%
A proposito di premi
Il Re vince a sorpresa
Quattro Oscar per il film di Tom Hooper. Delusione per The
Social Network
C’è sempre un grande sconfitto.
L’anno scorso Avatar, quest’anno The
Social Network, e soprattutto David
Fincher. Già la parziale esclusione di
Inception dalle nomination era parsa
abbastanza sorprendente (la regia di
Nolan troppo cerebrale per gli
Academy Awards?), ma il
trionfo de Il discorso del re
alla 83esima notte degli Oscar
è stato un po’ inaspettato. Si è
aggiudicato miglior film, regia,
attore protagonista (Colin Firth)
e sceneggiatura originale.
Mentre Fincher aggiunge
questa batosta alla
delusione di due anni fa per
Il curioso caso di Benjamin
Button, The Social
Network ha vinto solo gli Oscar alla
sceneggiatura non originale (Aaron
Sorkin), al montaggio e alla colonna
sonora (di Trent Reznor e Atticus
Ross). Come da previsioni i premi agli
attori: oltre a Colin Firth, Natalie
Portman attrice protagonista (Il
cigno nero), mentre tra i "non
protagonisti" vincono i due
comprimari di The Fighter:
Christian Bale e Melissa Leo. In un
mondo migliore di Susanne Bier è il
miglior film straniero, Toy Story 3
della Pixar per l'animazione.
A Inception solo quattro premi tecnici
(su 8 nomination): migliore
fotografia, miglior sonoro, miglior
montaggio sonoro, migliori
effetti speciali.
M.S.
Colpo di fulmine
La storia dell'ungherese Bela Tarr
(nella foto) ha uno spunto biografico:
che fine ha fatto il cavallo che nel 1888
fece piangere Friederich Nietzsche
davanti alla folla? Un lungo piano
sequenza in bianco e nero ci introduce
nel primo degli interminabili sei giorni
che aspettano lo spettatore. Seguiamo
il cavallo e il suo padrone mentre
viaggiano in mezzo a una tempesta.
Quando arrivano nella casa di pietra,
in mezzo a una landa desolata, dove li
aspetta la figlia, il vento non è cessato,
né cesserà nei giorni a seguire.
Nessuno capita in quel luogo, a parte
un tipo strambo e un gruppetto di
zingari, che vengono subito scacciati
dall’uomo. Prima di andarsene uno di
loro regala un libro alla ragazza, che
parla di sciagure e penitenze.
Lentamente il buio prende il
sopravvento. Il settimo giorno non c'è
più nulla. Una riflessione estrema,
quasi muta, che rimanda alla visione
apocalittica e nichilista del suo
capolavoro Satantango.
M.S.
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FOTO PIETRO COCCIA
Premio della Giuria a The Turin Horse:
riflessione folgorante sul male
NICOLAGIULIANOFRANCESCACIMAINCOLLABORAZIONECONRAICINEMA
INCOLLABORAZIONECONBIMDISTRIBUZIONEPRESENTANO
SEISOLDINONCISONO,INVENTIAMOCELI
TONISERVILLOREMOGIRONESARAHFELBERBAUM
ILGIOIELLINO
UNFILMDIANDREAMOLAIOLI
DAL4MARZOALCINEMA
WWW.CORRIERE.IT/ILGIOIELLINO
COVER
Mark Wahlberg è The Fighter.
Pagina accanto, l'attore
con Christian Bale, Melissa
Leo, il regista David O. Russell
e le numerose "sorelle" del
protagonista
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UN’ALTRA
EPICA
WAHLBERG E BALE FRATELLASTRI ECCEZIONALI PER
RIBALTARE IL MITO DEL BOXEUR IN THE FIGHTER. LA VERA
STORIA DI MICKY WARD E DICKY EKLUND
DI VALERIO SAMMARCO
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COVER
“CHE DIRE DI MIO FRATELLO? Mi ha
insegnato tutto quello che so. Non posso
farcela senza di lui”. Micky Ward,
campione del mondo dei pesi welter nel
2000, non lo ha mai dimenticato: se oggi è
lui “l’orgoglio di Lowell”, gran parte del
merito va condivisa proprio con quel
fratellastro, Dicky Eklund, che nel lontano
1978 mandò al tappeto una leggenda
come Sugar Ray Leonard. Che forse
inciampò, ma valse comunque a quel
pugile semisconosciuto la notorietà
eterna per le strade e i vicoli della
cittadina natale, nell’est del
Massachusetts. E l’ammirazione
incondizionata di un ragazzino deciso ad
imitarne le gesta. Segue gli ultimi sette
anni di una vicenda straordinariamente
ordinaria, The Fighter di David O.
Russell, nelle sale italiane dal 4 marzo
con Eagle Pictures, prendendo le mosse
dal documentario che nel 1993 la HBO
iniziò a girare su Dicky Eklund (High on
Crack Street: Lost Lives in Lowell *) e
calando il sipario sul primo piano di
Ward, fresco detentore del titolo,
inquadrato sul divano di casa da un’altra
telecamera pronta a raccogliere la sua
storia, poi raccontata anche da Bob
Halloran nel libro “Irish Thunder: The
Hard Life and Times of Micky Ward”.
Impossibile scindere il percorso di
Christian Bale è
Dicky Eklund,
vincitore di un
Oscar
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entrambi, impossibile non rimanere
impressionati di fronte al ribaltamento
epico di un filone, quello della boxe
prestata al grande schermo, che nel film
di Russell si compie con violenza e
altrettanta naturalezza: non più, non
solo, la centralità del pugile protagonista
(da Lassù qualcuno mi ama al
capolavoro scorsesiano Toro scatenato,
da Rocky ad Alì, solo per citarne alcuni),
in The Fighter a prendere più volte il
sopravvento sul ring sono il contesto e il
contorno. La decadenza di un luogo che
ha dimenticato da tempo il benessere
degli anni dei “blue collar”,
l’autodistruzione che regola la
quotidianità di Eklund (crack-addicted
che in Christian Bale trova un interprete
monumentale, dalla parlata sbiascicata,
ancora una volta dimagrito ed emaciato
dopo la spaventosa performance de
L’uomo senza sonno), accompagnata
all’esaltazione con cui, allenando il
fratello, cerca il riscatto da una carriera
personale finita male, l’oppressione della
madre manager (Melissa Leo, altra
grande prova) con esercito di figlie e
figliastre al seguito, lo sbocciare di un
nuovo amore con la barista emancipata
(Amy Adams), mal vista dalla famiglia di
lui: ogni fattore, lo scontro tra questi,
contribuisce in maniera determinante a
tratteggiare la personalità di Micky Ward,
Mark Wahlberg
all'angolo. In
basso Melissa Leo
asfaltista dal gancio sinistro micidiale,
incassatore d’altri tempi capace di subire
cazzotti senza rispondere anche per una
decina di round e sferrare in una
manciata di secondi l’attacco che vale un
knock out. Ecco allora che il ring, mai
come in questo caso, diventa metafora
della vita, spogliandosi della solita veste
cinematografica, rarefatta o patinata, per
lasciare spazio invece allo “sporco” di
riprese in digitale, volutamente
“documentaristiche”: Mark Wahlberg,
anche produttore del film e arrivato ad
incarnare Ward dopo un training durato
cinque anni, mantiene in costante
sottotono la caratterizzazione di un uomo
abituato ai colpi di un’esistenza tutt’altro
che semplice, in più di un’occasione
surclassato dalle personalità eccentriche
e ingombranti del fratello e della madre,
asfissianti nel continuo tentativo di non
mollare neanche di un centimetro il
futuro campione del mondo. Nemmeno
dal chiuso di una prigione, da dove Dicky
segue le gesta di Micky grazie alla
cronaca diretta, via telefono, dell’incontro
che dà il la alla sua riscossa. A David O.
Russell – che sfrutta al meglio la
franchezza dello script firmato da Scott
Silver, Paul Tamasy ed Eric Johnson –
interessa soprattutto questo, la
rappresentazione di un cammino verso la
gloria spoglio di qualsiasi epica o
retorica, fermandosi non a caso “un
attimo” prima che il
campione diventi
leggenda, lasciando
al nero di una
semplice didascalia il
compito di
“informare” che
successivamente
(2002-2003) Micky
Ward fu protagonista
insieme all’italocanadese Arturo Gatti
di tre indimenticabili,
dolorosi incontri, la
INQUADRA IL CODICE QR
celebre “trilogia
CON IL TELEFONINO
PER VISUALIZZARE IL
epica”. Candidato a 7
CONTRIBUTO VIDEO SUL FILM
premi Oscar e
vincitore con gli attori
non protagonisti Christian Bale e Melissa
Leo.
%
* Il documentario è visibile in rete:
www.snagfilms.com/films/title/high_on_
crack_street_lost_lives_in_lowell/
Asfaltista dal gancio sinistro
micidiale, incassatore tanto nella vita
quanto sul ring: la parabola del
“combattente irlandese”
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fondazione ente dello spettacolo
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COVER
Eastwood, Swank e
Freeman: Million
Dollar Baby. A destra
Robert De Niro in Toro
scatenato
CAVALIERI
SOLITARI
DALLA MITOLOGIA DELLA FRONTIERA ALL’ISOLAMENTO DEL
PUGILE: SAGA INESAURIBILE DELL’IMMAGINARIO AMERICANO
DI ALBERTO BARBERA
CI DICIAMO DA SEMPRE che il western
– per i motivi ben noti - è il genere
americano per eccellenza. Ha dato
forma e sostanza alla mitologia della
frontiera che rappresenta, per l’identità
statunitense, il mito fondatore, almeno
sino a quando non è stato soppiantato
da altri (o non si è ripresentato sotto
mentite spoglie: quelle della SF, per
esempio, trasferendo nello spazio
interstellare frontiere che non erano
più tali). Sappiamo anche che, nel
grande serbatoio del cinema sportivo, il
filone dedicato alla boxe è, da sempre,
quello più frequentato. Una longevità,
unita a un persistente successo
popolare, che si spiega con la capacità
di dar corpo – letteralmente – all’altro
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rivista del cinematografo
fondazione ente dello spettacolo
marzo 2011
mito inesauribile dell’immaginario
americano: la lotta solitaria
dell’individuo per la conquista del
successo, in un ambiente risolutamente
The Fighter
si distingue perché
mette in scena
l’ascesa di uno e
il fallimento
dell’altro
ostile, a prezzo (non di rado) della sua
stessa esistenza. E’ l’essenza dei
capisaldi del genere: da Stasera ho
vinto anch’io di Robert Wise a Il grande
campione di Mark Robson, sino alla
fortunata serie di Rocky. Solo sul ring,
il pugile dà vita, nella sua forma più
estrema, alla rappresentazione del
singolo che affida il suo destino alle
doti primarie che possiede. I pugni, la
forza fisica con cui tenta di prevalere su
quella di un avversario, solitario al pari
di lui e specchio delle sue stesse ansie
e ambizioni. Su questa struttura di
base, s’innestano i conflitti che di volta
in volta gli conferiscono sostanza: il
sogno del riscatto dall’emarginazione
etnica o sociale (Il messicano di John
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rivista del cinematografo
fondazione ente dello spettacolo
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COVER
Sturges); il contrasto con membri della
famiglia (padri e madri, mogli o amanti
che siano: un titolo per tutti, Anima e
corpo di Robert Rossen); il dramma di
un ambiente irrimediabilmente
corrotto, non di rado colluso con i
gangster e la mafia (L’uomo di bronzo
di Michael Curtiz). Ma anche, e
soprattutto, l’inevitabile caduta che
segna la fine della carriera, la
vulnerabilità crescente che procede di
pari passo con la progressiva
decadenza fisica. L’archi-trama del
genere (quella che i semiologi
chiamano il master plot) rimanda al
semplice apologo che dall’ascesa
conduce alla caduta del pugile. La si
trova, esemplificata in maniera
magistrale, nel capolavoro del genere,
Toro scatenato di Martin Scorsese, o
nell’altrettanto straordinario Million
Dollar Baby di Clint Eastwood. I capitoli
della parabola narrativa sono stati
variamente enumerati (incluse le
possibili varianti): la scoperta del
talento, la rottura con il microcosmo di
provenienza, la conferma delle prime
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rivista del cinematografo
fondazione ente dello spettacolo
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Sylvester Stallone è Rocky. In basso una
scena di The Fighter
vittorie, il sodalizio con un manager che
si occuperà della sua carriera, la
dissolutezza indotta dal facile
arricchimento, la prima inattesa
sconfitta, la seconda (e ultima) chance
che spalanca le porte del successo.
Infine, l’epilogo, che può essere
positivo, ma più spesso conclude
drammaticamente la carriera del
combattente. Per questo, il film
pugilistico non può che essere
drammatico (salvo rare eccezioni, come
Il boxeur e la ballerina di Stanley
Donen). Ed è pur vero che nessun film
mette in scena tutti i singoli momenti
narrativi, scegliendo piuttosto di
privilegiare l’uno o l’altro. Città amara
dì John Huston, ad esempio, non è che
una lunga, monotematica variazione di
sconfitte, una patetica elegia sul tema
del fallimento. The Fighter si distingue
dai precedenti per una singolare
caratteristica: sdoppia il protagonista e
mette in scena - contestualmente l’ascesa di un pugile (la giovane
promessa, interpretata da Mike
Wahlberg) e il suo fallimento (il fratello
maggiore, un tempo orgoglio di Lowell,
ora smarrito nella droga). Notevole nel
restituire l’autenticità di un ambiente
decaduto e la decomposizione del
sogno americano, si avvale di una storia
a lieto fine ancorché “vera”, evocando
la funzione salvifica attribuita al
pugilato da un classico come Lassù
qualcuno mi ama di Robert Wise. Ma
qui le ombre prevalgono sulla luce,
come se il disincantato del presente
non potesse non prevalere su di un
passato che sopravvive solo in forma di
nostalgia.
%
fantapolitica
Grande cast, scambi d’identità, sicari misteriosi
e spie venute dall’est: si chiama Unknown, ma
è Hitchcock di stanza a Berlino
di Valentina Martelli
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rivista del cinematografo
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Schianto spettacolare.
In apertura Liam
Neeson e January
Jones in Unknown –
Senza identità
TERRORISMO INTERNAZIONALE, fame
nel mondo, organismi geneticamente
modificati. Ci sono tutti gli elementi del
thriller politico in Unknown, il film del
regista spagnolo Jaume Collet-Serra.
E se la storia inizialmente potrebbe
sembrare scontata – chissà come mai
gli americani che arrivano in Europa si
trovano immancabilmente coinvolti in
complicati complotti internazionali – il
tocco hitchcockiano rende la vicenda
sofisticamente intricata ed
elegantemente fatale. Il tutto grazie
all’accurata scelta del cast. A partire
dalle due protagoniste, Diane Kruger e
January Jones (Mad Men). Illegale
sopravissuta bosniaca, la prima.
Femme fatale vagamente
“gracekelliana”, la seconda.
Poi naturalmente c’è Liam Neeson, nel
ruolo del Dottor Martin Harris che,
dopo un incidente in taxi (a guidarlo è
Gina, Diane Kruger), si risveglia dal
coma per scoprire che la sua identità è
La vicenda era
ambientata a Parigi
nel testo originale
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rivista del cinematografo
fondazione ente dello spettacolo
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fantapolitica
stata rubata. Il tutto in una gelida
Berlino sede della conferenza mondiale
sulle biotecnologie alla quale il dottor
Martin e la moglie Elisabeth (January
Jones) dovrebbero partecipare. La
questione a quel punto diventa: come
dimostrare di essere qualcuno quando
qualcun altro sostiene di essere te?
Senza documenti, senza amici, senza
neppure una moglie in grado di
riconoscerti e mentre vieni inseguito da
un sicario. Il film, tratto dal libro di
Didier van Cauwelaert, sposta a Berlino
la storia originariamente ambientata a
Parigi. “Essendo il protagonista in fuga,
lo abbiamo voluto seguire in tutta la
città girando, durante i quarantotto
giorni di riprese, in quaranta location
diverse”, ha raccontato il regista
Collet-Serra.
“Da quella che era Berlino Ovest e
Berlino Est dove abbiamo deciso di
collocare l’appartamento di Gina, con la
quale Martin instaura una relazione
particolare”. Ed è lì, dove la storia
potrebbe diventare scontata, che
Unknown invece inizia a diventare
interessante. “Ho insistito perché tra i
due non ci fosse né passione e neppure
amore - ci ha spiegato infatti Diane
Kruger - altrimenti sarebbe stato un
cliché. La giovane emigrata che cade
tra le braccia dell’uomo più grande.
Una cosa che si vede normalmente ad
Hollywood”.
Il ruolo interpretato dalla Kruger, che
con Inglourious Basterds di Quentin
Tarantino ha dimostrato di non essere
solo un’attrice che la camera da presa
ama, è invece più complicato, anche
fisicamente. “Fino a un paio di anni fa
la parte che mi sarebbe stata offerta, in
questo film, era quella di Elisabeth.
Interpretare Gina, invece è stata una
bella scommessa. E’ un ruolo
complesso e soprattutto quasi
maschile”. La Kruger, che sarà Maria
Antonietta, nell’adattamento del
romanzo di Chantal Thomas Farewell,
My Queen aggiunge anche: “Spesso
preferisco recitare in film europei. In
America i buoni ruoli per le donne sono
davvero pochi”.
Da parte sua, invece January Jones,
ringrazia. L’attrice che sarebbe
sicuramente piaciuta ad Hitchcock
impersona perfettamente la bella ed
imperturbabile moglie. Una vera
femme fatale. “Femmina certamente lo
sono – scherza infatti January – e mai
come in questo caso anche fatale”.
Prossimamente sarà possibile vederla
nel ruolo di Emma Frost nel nuovo
attesissimo capitolo di X-Men: First
Class. Accanto al terzetto infine altri
due attori inossidabili, lo svizzero
Bruno Ganz e l’americano Frank
Langella. Uno di fronte all’altro nella
scena che svela il complotto nel
complotto.
%
LIAM SCONOSCIUTO
“Farò l’action hero fino a che non avrò compiuto sessant’anni.
Ossia l’anno prossimo”, dice Neeson. Che modella muscoli e
memoria per Collet-Serra
Pensando ad un action hero, quello di
Liam Neeson non e’ il primo nome
che balza alla mente. L’attore
irlandese è conosciuto e apprezzato
per ruoli più “intellettuali” che
“fisici”. E’ una piacevole sorpresa
quindi quella che ci riserva in
Unknown, dove al consueto aplomb
britannico unisce scene d’azione che
hanno richiesto un discreto
allenamento.
“Sa qual è una delle ragioni per le
quali me ne sono andato da Los
Angeles?”, ci racconta sorseggiando
una tazza di tè. “E’ questa
ossessione con la forma fisica. Non
ero più in grado di assistere a
conversazioni dove l’argomento
principale era il tempo trascorso in
palestra”.
Poi aggiunge, con voce falsata e
fingendo una conversazione a due:
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rivista del cinematografo
fondazione ente dello spettacolo
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“Oggi ho passato tre ore in sala pesi.
Io invece tre ore e quindici minuti e
poi ho mangiato quella deliziosa
insalata di crescione.”
Ridiamo.
Così per tenersi in forma continua a
tirare di boxe?
Poco. Però le racconto un episodio
che mi è stato utile per prepararmi a
questo ruolo. Quando avevo 16 anni,
dopo aver vinto un incontro, ho
sofferto di una temporanea perdita di
memoria. Si è trattato di pochi
minuti, ma la sensazione di
smarrimento, il non capire di cosa la
gente mi parlava o in che lingua…
ecco, quello è lo stesso che prova
Martin Harris, il protagonista del
film.
La scelta di questo ruolo, più fisico
di quelli ai quali ci ha abituato ci
spinge a chiederle se questa è una
nuova fase della sua carriera.
Certo, farò l’action hero fino a che
non avrò compiuto sessant’anni.
Ossia l’anno prossimo.
E poi?
Poi ci saranno solo commedie inglesi
e infinite tazze di tè.
V.M.
esclusivo
Cose dell’
Abatantuono, Mastandrea e la Lodovini
di Treviso non ha voluto nella sua città:
di Marina Sanna
36
rivista del cinematografo
fondazione ente dello spettacolo
marzo 2011
altro mondo
per il nuovo film di Francesco Patierno. Che il sindaco
il regista napoletano ci svela in anteprima perché
marzo 2011
rivista del cinematografo
fondazione ente dello spettacolo
37
esclusivo
38
UN ESORDIO FULMINANTE, Pater
familias, nel 2002, sull’infernale
hinterland napoletano, poi un secondo,
più convenzionale, Il mattino ha l’oro in
bocca, ispirato alla storia del conduttore
radiofonico Marco Baldini. In mezzo
documentari (Zero sulle donne di
Bangalore, per citarne uno, un altro in
fase di realizzazione), una serie per
FoxCrime: Donne assassine, tutti
laboratorio e misura del talento di
Francesco Patierno, classe ’64, laureato
in Architettura. Ora il salto senza
paracadute, un plot che sembra
fantascienza e invece trae linfa da
persone e fatti quotidiani:Cose dell’altro
mondo, in fase di montaggio, prodotto
dalla Rodeo Drive, distribuzione Medusa,
con Diego Abatantuono e Valerio
Mastandrea per la prima volta insieme.
Che Patierno ha voluto fortemente,
tutti gli extracomunitari? Ci ho pensato,
era una premessa forte, ma intorno
dovevo sviluppare una storia di un’ora e
mezza. Poi appunto è arrivata
l’illuminazione: lui.
Quindi?
Come primo step ho contattato
l’assessore, in modo spericolato e
chiaro, non gli ho nascosto nulla. Gli ho
detto: “Ho visto i suoi interventi e vorrei
fare un film basato su di lei”. Ha
accettato e risposto: “Sì però non mi
faccia diventare un pirla”. Sono andato a
trovarlo due o tre volte e sempre con il
registratore. E sulla base delle nostre
chiacchierate ho costruito il profilo del
protagonista, interpretato da Diego
Abatantuono.
Lui lo sa?
Diciamo che la vita gli ha riservato altre
disavventure.
senza fare sconti a nessuno. ”Il terzo
film – racconta – è la prova del fuoco.
Dovevo realizzarlo senza compromessi o
censure”. E così è stato, nonostante lo
slittamento delle riprese e della
location: da Treviso a Bassano, causa il
contenuto ad alto tasso di
extracomunitari…
Come nasce Cose dell’altro mondo?
Da un personaggio conosciuto, di cui
non faccio il nome, un assessore che mi
aveva colpito per i suoi interventi in
televisione. Parlava in modo
agghiacciante ma allo stesso tempo
faceva ridere.
Ossia?
Frasi fatte, involontariamente comiche,
sull’integrazione, per fare un esempio.
Un personaggio politico noto?
Non di primo piano, importante nel Nord
Italia. Decaduto, incredibilmente dopo il
film.
E la storia?
C’era un’idea, che mi aveva proposto
Marco Valsania, il mio produttore: che
cosa accadrebbe se un giorno sparissero
“A due settimane dall’inizio delle riprese,
rivista del cinematografo
fondazione ente dello spettacolo
marzo 2011
Il regista Francesco
Patierno. In alto Elio
Germano nel Mattino ha
l’oro in bocca e una
scena di Pater familias
La sceneggiatura è firmata anche da
Diego De Silva e Giovanna Koch. In che
percentuale?
In parti uguali. Ognuno ha il 33%. Da
tempo volevo scrivere con Diego De
Silva, che è anche un amico. Dopo aver
fatto tutto da solo, ho capito che per
crescere c’era bisogno di uno
sceneggiatore e ho trovato la risposta in
Giovanna Koch. Un regista, ma anche
uno scrittore come De Silva, si pongono
in maniera emotiva rispetto alla storia,
mentre lo sceneggiatore, almeno dal
mio punto di vista, non perde tempo.
Chi è Abantuono?
Si chiama Mariso Golfetto, ha una
fabbrica, possiede una rete televisiva, è
probabilmente di origini lombarde ma
vive in Veneto da trent’anni perché è
sposato con una veneta.
In Veneto dove?
All’inizio la location era Treviso, poi dopo
aver fatto i sopralluoghi, parlato con il
comune, che informalmente ci aveva
dato via libera, si è ribaltato tutto.
Gentilini, pro sindaco, è stato molto
disponibile, non era interessato alle
possibili conseguenze che il film poteva
suscitare. A due settimane dall’inizio
delle riprese, alla seduta definitiva, il
sindaco Gobbo ci ha invece informato
che non ci avrebbe concesso i permessi.
Nel congedarci ci ha raccontato una
barzelletta: “Davanti alla lampada di
Con gli sceneggiatori siamo andati a
vedere con i nostri occhi. E devo dire che
siamo rimasti spiazzati rispetto alle
informazioni che arrivano dai media. Ci
siamo domandati soprattutto una cosa,
che poi è la premessa fondamentale:
che cosa significa accettare lo straniero?
La nostra impressione è che se non
disturba, se si veste, parla e mangia
come noi, allora è integrato.
Comprendere e accettare la loro cultura
è altro.
Come si legano gli “stranieri” ad
Abatantuono e Mastandrea?
E’ un film corale. Mastandrea è un
poliziotto, non vive lì ma ci è stato a
lungo, ha la madre a Treviso e l’ex
fidanzata, Valentina Lodovini, che fa la
maestra in una scuola ad alto tasso di
extracomunitari. Non posso raccontare
altro…
Però che interagisce con Abatantuono
si può dire?
Sì, tutti e tre entrano in contatto per
ragioni diverse. Aggiungo che
Mastandrea è romano a metà, un po’
come me che ho un padre napoletano e
mia madre di Treviso.
La fantascienza non c’entra? Non ci
sono alieni che fanno sparire gli
extracomunitari?
No. Anzi il film ha una messa in scena
realistica. L’unico evento surreale è la
sparizione ma l’impianto è verosimile.
Gobbo ci ha informato che non ci avrebbe concesso i permessi”
Aladino ci sono un napoletano, un extra
comunitario e il Sindaco di Treviso.
Arriva il primo che chiede di poter
tornare a casa e via, eccolo esaudito, il
secondo esprime una cosa analoga. Poi
arriva il sindaco, che dice: “Aladino,
offrimi uno spritz, di desideri ne ho già
soddisfatti due”.
La vostra reazione?
E’ stato uno shock, non avevamo la
possibilità di rimandare le riprese
perché i contratti con gli attori erano
chiusi. La troupe è stata eccezionale,
sono stati flessibili e comprensivi. Siamo
risaliti in macchina per vedere se nel
raggio di 50 km c’erano altre location
adatte. Ne abbiamo viste cinque, poi
abbiamo trovato Bassano: perfetta, un
set cinematografico poco dispersivo. E
un sindaco disponibilissimo, in due
giorni ci ha dato tutti i permessi.
Leghista anche lui?
No, di una lista civica di centrosinistra.
Ma non vuol dire, ad Asolo avevamo
trovato un vicesindaco molto gentile.
Perché il sindaco di Treviso non vi ha
dato i permessi?
Il bandolo della matassa è il contenuto,
che viene trattato in maniera scorretta
da tutti punti di vista. Il film non è
focalizzato sugli extracomunitari che
spariscono improvvisamente in massa.
Pone invece una domanda: chi siamo noi
senza di loro, oggi? E’ una riflessione
sull’integrazione, che a sua volta è un
concetto ancora vago.
Anche se Treviso è una delle città più
integrate, almeno apparentemente…
Da questo punto di vista il Nord Est è
un laboratorio, anche ideale, nel
senso che funziona e bene.
Dal punto di vista economico?
Anche da quello
dell’integrazione. C’è una
percentuale di extracomunitari
altissima, addirittura del 12 %.
Non è grottesco né surreale.
Lo definiresti quindi?
Una commedia di costume. Con una
bella dose di cattiveria, come si facevano
una volta. L’uomo di colore non è nero: è
negro. C’è un linguaggio smaccato,
parecchio cinismo. Sono appassionato di
Maurizio
Donadoni in un
finto manifesto del
film. Sopra una
scena
esclusivo
Patierno sul set
con Valerio
Mastandrea
serie tv, soprattutto americane, mi piace
la costruzione delle tipologie di
personaggi, sono abituati a non
caratterizzarli mai in modo assoluto,
ognuno ha lati positivi e negativi allo
stesso tempo. Ho cercato di seguire
questo esempio, di dare più possibilità ai
miei protagonisti e allo spettatore.
Abatantuono è meglio di quello che
sembra?
A me è simpatico. Anche quello a cui mi
sono ispirato lo era, nonostante dicesse
cose tremende.
Da dove viene il titolo?
All’inizio era: “Si può vivere senza
kebab?”. Non eravamo convinti.
Abbiamo fatto una specie di gara, come
fa Moretti in Aprile con il nome del figlio:
ottavi di finale, quarti di finale. E alla fine
ha vinto questo.
Zalone porta a casa oltre 40 milioni,
Albanese più di 10 in due settimane.
Trend straordinario per il nostro cinema
che fa riflettere, non solo per gli incassi.
E’ tornata di moda la commedia, anche
se Verdone dice che c’è ancora
diffidenza verso questo genere?
Zalone, di cui ho visto solo il primo, Cado
dalle nubi, mi diverte molto. E
Qualunquemente di Albanese mi è
piaciuto tanto. Il loro successo mi fa
grande piacere: può solo fare del bene
anche a noi. La gente sta tornando a
vedere i film italiani, le classifiche degli
ultimi due anni parlano chiaro.
Quindi anche una storia diversa può
essere vista con meno diffidenza. A
proposito di commedie, Signore e
signori vinse il Grand Prix a Cannes, non
scordiamocelo.
Cose dell’altro mondo sarà pronto per
allora. Ti piacerebbe andare a Cannes?
Dimmi il nome di un regista che non
vorrebbe andarci. Ci sono tre festival
importanti: Cannes, Berlino e Venezia.
A Berlino sono stato con Pater familias,
a Venezia con il mio primo corto, Quel
giorno, nel ’96.
Non resta che Cannes…
Sono fatalista. Vedremo.
Nel frattempo hai scritto anche il tuo
primo romanzo…
E’ un noir ispirato a una storia vera. Si
intitola Il giostraio. Mi aveva colpito la
vicenda di un siciliano che suo malgrado
era diventato il factotum di un boss
mafioso pericoloso e conosciuto. Sono
riuscito a contattare il magistrato che
aveva seguito il caso di quest’uomo,
diventato poi collaboratore di giustizia,
mi ha fatto consultare le carte e aiutato.
Partendo da qui, ho inventato un
intreccio molto realistico.
Che potrebbe diventare un film?
Sì, anche se è nato solo per il piacere di
scrivere un libro.
%
“Per il protagonista, interpretato da Diego Abatantuono,
mi sono ispirato a un personaggio politico lombardo”
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rivista del cinematografo
fondazione ente dello spettacolo
marzo 2011
MEDUSA FILM
PRESENTA
HA SOLO 72 ORE
PER RIPRENDERSI
LA SUA VITA
animazione
Per un pugno
Nani da giardino in salsa shakespeariana e il camaleonte Rango: quando il
42
rivista del cinematografo
fondazione ente dello spettacolo
marzo 2011
dignom i
cartoon si fa piccolo per giganteggiare
di Valentina Neri
marzo 2011
rivista del cinematografo
fondazione ente dello spettacolo
43
animazione
PICCOLO UGUALE INSIGNIFICANTE.
Quante volte avrete sentito o detto
questa frase? Da oggi cancellatela,
perché sta per essere sbugiardata da un
manipolo di creature minute al punto da
stare nel palmo di una mano. In sala
arrivano gli gnomi da giardino di Gnomeo
e Giulietta e il camaleonte Rango che a
vestire i panni delle comparse non ci
pensano nemmeno: sono le star degli
omonimi film d’animazione che
Touchstone e Universal distribuiscono
questo mese e che si distinguono proprio
per l’originalità nella scelta dei
protagonisti. A cominciare dagli
gnomi: era dai tempi de Il favoloso
mondo di Amelie che non si dava
tanta importanza agli omini col
cappellino a punta. Nella
pellicola, che esce in
stereoscopia con la regia di
3
Kelly Asbury (Shrek 2), gli
gnomi vestono addirittura i
panni di Montecchi e Capuleti,
cioè di due delle famiglie più
famose della letteratura
mondiale. Primo cartoon
Touchstone dai tempi di Nightmare
Before Christmas (1993), Gnomeo
e Giulietta è un’attualizzazione
del dramma scritto da
Shakespeare che da Verona,
teatro d’azione della tragedia, si
è trasferito nei giardini di due
2
1. Gnomeo
2. Juliet
3. Nanette
4. Lady Bluebery
5. Featherstone
44
rivista del cinematografo
fondazione ente dello spettacolo
marzo 2011
villette confinanti negli USA.
Qui vivono in eterno
contrasto gli gnomi dal
cappello rosso e quelli
dal copricapo blu, e tra
1
questi i due giovani
innamorati Gnomeo e
Giulietta. Tra sfide ninja e
depistaggi per gli umani
(ignari di quel che succede nelle aiuole
fuori casa) i piccoli protagonisti si
cimentano in un’impresa non da poco,
quella di trasformare la più grande
tragedia d’amore di tutti i tempi in
una spassosa commedia in CGI
con un cast di doppiatori di tutto
rispetto (James McAvoy è
Gnomeo, Emily Blunt è
Giulietta, ma ci sono anche
Ozzy Osbourne, Michael
Caine, Maggie Smith e Patrick
Stewart, il capitano Picard di Star
Trek nei panni del Bardo!) e
può vantare una colonna
sonora che include stelle come
Nelly Furtado e Sir Elton John, anche 4
produttore esecutivo del film. E se i
nani da giardino si divertono con i
classici del teatro, un camaleonte in
crisi d’identità è pronto a dare una
raddrizzata al vecchio Far West. Si
tratta di Rango, singolare rettile
con la passione per le camicie
hawaiane, che diventa eroe di
Dirt, malconcia cittadina degli Usa
dell’800. Qui, da insicuro, Rango si
trasforma in Sheriffo e si dedica a
ripulire la città. Ma le buone intenzioni
non bastano a trasformarlo in un
novello Clint Eastwood e il
camaleonte è destinato ad un
lungo training prima di poter
davvero controllare le strade di
Dirt. Diretto da Gore
Verbinski, regista della
trilogia dei Pirati dei
Caraibi, Rango deve
molto al doppiatore
protagonista, il
trasformista Johnny Depp,
perfetto nei panni dello
stralunato esserino.
Realizzato in CGI dalla Industrial
Light & Magic, la compagnia di
effetti speciali di George Lucas
che non produceva un cartoon
in casa da 35 anni, il film vanta altri
noti attori nel cast come Isla
Fisher e Alfred Molina, che
insieme a Depp hanno
doppiato in una sala con
costumi dell’epoca e set
del Far West.
L’idea è venuta a Verbinski,
che ha scherzosamente
soprannominato questa
tecnica “Emotion
Capture”.
%
5
NON ABBIAMO SUPERPOTERI MA POSSIAMO PRENDERTI A CALCI
DAL 1° APRILE AL CINEMA
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Amici, che
Arriva in sala il prequel della commedia
cult di Monicelli. Ambientata nel ‘400, con
Placido, De Sica, Ghini e Panariello
di Marina Sanna
2
rivista del cinematografo
fondazione ente dello spettacolo
gennaio-febbraio 2011
kolossal
I nuovi Amici miei:
Placido, De Sica,
Ghini, Panariello e
Hendel nel '400
C’ERANO UNA VOLTA l’ironia graffiante di Philippe Noiret,
la cattiveria di Ugo Tognazzi, l’ingenuità di Gastone Moschin
e l’astuzia del dottore Adolfo Celi. Era il 1975 e quel
formidabile quartetto (Duilio Del Prete, Celi si aggiungeva
cammin facendo) era protagonista di un altrettanto film
culto diretto da Mario Monicelli. A distanza di 36 anni arriva
in sala (16 marzo, distribuzione Filmauro) Amici miei...
come tutto ebbe inizio, la commedia firmata da Neri Parenti
e ambientata nel 1490, prequel dell’originale di Monicelli. I
nuovi personaggi hanno le facce di Michele Placido,
Christian De Sica, Giorgio Panariello, Massimo Ghini e
Paolo Hendel. “Lo scenografo Francesco Frigeri – dice Neri
Parenti – ha fatto un lavoro incredibile: è riuscito a
restituire le atmosfere rinascimentali della corte di Lorenzo
il Magnifico”. Ma la sfida (e il tranello) di una storia in
costume era in primis la ricostruzione: “Non abbiamo
trascurato nessun particolare” racconta Luigi De
Laurentiis, produttore con il padre Aurelio. “Dalla
prospettiva di ogni ambiente alla luce per la fotografia. Fare
un film così oggi è un’esperienza incredibile. Solo un
esempio: sono state realizzate oltre 700 paia di scarpe
d’epoca per personaggi primari e secondari”. A questo
progetto Parenti ci stava pensando da un pezzo, dal ’96
quando gli sceneggiatori Leo Benvenuti e Piero De Bernardi
(entrambi scomparsi), con cui stava girando Fantozzi - il
ritorno, ebbero l’idea di fare un prequel di Amici miei. “Lo
spirito che li lega - prosegue Parenti - è la cattiveria del
gruppo, che qui è ancora più spiccata”. In una delle scene
clou i cinque bricconi infatti stanno per mettere a segno un
altro dei loro goliardici scherzi. Alla vittima prescelta, uno
spilorcio insopportabile, fanno credere che nella cantina ci
sia un tesoro. Lo scopo è procurare a Manfredo (Ghini),
nobile spiantato sempre pieno di debiti (come Tognazzi
nell’originale), una lussuosa dimora per lui e famiglia. I
numeri del prequel sono da capogiro: più di 6 mesi di lavoro
e oltre 3500 comparse per costruire il set, di cui solo 1000
per girare a Pistoia la partita di calcio storico fiorentino, 50
controfigure acrobatiche hanno garantito le scene stunt a
piedi e cavallo (vedi il Corteo Papale). Ogni giorno all’opera
110 persone tra elettricisti, macchinisti, attrezzisti, fonici,
assistenti alla regia, truccatori, parrucchieri, costumisti e
sarte e assistenti alla scenografia,effetti speciali,
cavallerizzi. Insomma, un’impresa davvero colossale.
%
gennaio-febbraio 2011
rivista del cinematografo
fondazione ente dello spettacolo
3
intervista
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rivista del cinematografo
fondazione ente dello spettacolo
marzo 2011
Scorrerà
latte
“Il confine tra trucco e truffa è impercettibile”,
dice Andrea Molaioli. Che dal crac Parmalat ha tratto
un Gioiellino: anzi, “un groviera” thriller
di Federico Pontiggia
“ALTRO CHE GIOIELLINO, era un fetta di
formaggio coi buchi”: Leda nella
finzione, Parmalat (e non solo) nella
realtà. Dopo La ragazza del lago,
Andrea Molaioli va alla guerra dei
latticini: con Remo Girone, alias
Amanzio Rastelli (Callisto Tanzi), Toni
Servillo, ovvero Ernesto Botta / Fausto
Tonna, e “la ragazza del latte” Sarah
Felberbaum, la sua opera seconda
segue le orme del più grande crac
europeo.
Partiamo dal titolo, Il gioiellino.
Una chicca, una cosa bella e piccola, con
tutti i requisiti per essere prestigiosa.
Ma l’abuso del termine ne stravolge il
significato: gioiellino si usa per tutto,
anche per qualcosa di appena decente.
Nello specifico?
E’ la definizione che il proprietario dà
dell’azienda: anziché una grande fetta di
formaggio coi buchi, è un gioiellino, un
marchio prestigioso foraggiato dal
sistema, anche mediatico, che gli ruota
attorno. Ma nella sostanza era priva di
valore.
Leda o Parmalat?
Chi vedrà ci leggerà quel che vuole. Per
clamore e maestosità, la vicenda
Parmalat ha elementi paradigmatici su
quel che è stato, e forse è ancora, un
sistema, una dottrina. Non del
malaffare, ma di un certo tipo di
gestione aziendale che aveva in sé
l’esaltazione del trucco: il confine tra
trucco e truffa è minimo, impercettibile.
Ma Parmalat non è stata la nostra unica
fonte di ispirazione.
Ovvero?
Parmalat ha la particolarità di essere
italiana e insieme multinazionale, e ha
rappresentato il più grande crac
europeo. Ma in ballo ci sono anche altre
vicende, come il caso Enron: pur con in
mezzo l’oceano e un diverso
marzo 2011
rivista del cinematografo
fondazione ente dello spettacolo
49
intervista
Il regista Andrea Molaioli sul set de Il gioiellino; Sarah Felberbaum; Toni Servillo e Remo Girone; sotto, la guerra dei latticini
management, il gioco è il medesimo, ciò
che si produce conta poco rispetto ai
movimenti finanziari. Una regola
globale: se qualcuno la segnalava con
diffidenza, si beccava una serie di insulti
per esser retrogrado e conservatore,
perché la chiave del futuro era la
dottrina nordamericana della
deregulation totale, l’idea che il mercato
stesso facesse le regole.
Non potevi contare su un finale a
sorpresa: l’epilogo era già scritto.
A prescindere dal finale, che non va
rivelato, i miei protagonisti non sono
feroci: mi interessava raccontare delle
figure umane dentro un contesto,
partendo dalla documentazione e
investigando con la fantasia. Volevo
provare a immaginare quelle persone:
sono loro il fuoco, viceversa, chi ha
subito le conseguenze del crac non
esiste nel film, perché rappresentava
l’elemento più noto.
Dove ti sei messo?
Dove solitamente non si sta: in quelle
stanze, con quelle persone, senza
essere a favore, ma viaggiando con loro.
La descrizione più o meno diabolica non
la seguo: mi interessa poco da
spettatore e ancor meno da regista,
perché penso che i cattivi non ce
l’abbiano scritto in faccia. Sarebbe
fantastico se una volta individuati i
cattivi, e loro lo erano, tutti i problemi
finissero lì: consolatorio, ma il terreno
Parmalat, seppur particolarmente
fertile, avido e privo di scrupoli, non
esaurisce la questione.
“Nella classe dirigente, tra i nostri
politici, è difficile trovare dei leader:
non c’è abnegazione”
50
rivista del cinematografo
fondazione ente dello spettacolo
marzo 2011
Rastelli, Botta e gli altri: che gente è?
L’elemento di medietà non è
trascurabile. Personalmente, ho sempre
pensato che l’atteggiamento verso i
capitani d’azienda fosse quello di una
piccola comunità nei confronti del
medico: lui parla, tu non lo contraddici,
perché è il verbo, usa un linguaggio fatto
di codici e a te manca il glossario
minimo. Ma se vedi la coerenza delle
affermazioni, se hai un elemento per
decodificare e tradurre, allora capisci
che se ci sono luminari, geni, c’è pure
tanta gente normale, inadeguata e
cialtrona.
Solo nell’industria?
Nella classe dirigente, anche quella
politica, è molto difficile individuare dei
giganti: senza essere presuntuosi, senza
pensarsi al posto loro, perché non mi ci
metto mai, ti aspetteresti che per
raggiungere quei livelli servissero anni e
anni di vita spesi a studiare, tanta
abnegazione. Ebbene, non è così.
Il crac Parmalat segna la perdita della
vergogna.
Appartiene allo sviluppo preso dall’Italia,
laddove ci si poteva vergognare non solo
di rubare ma anche di non sapere, ora
c’è lo sberleffo verso chi sa. Hai
impiegato male il tempo: mentre tu
cercavi di sapere, io stavo qui a farmi
ricco.
Ottimista.
E’ l’aspetto più evidente ed eclatante
perché arrogante e cafone, ma il Paese
non è solo questo: lo penso, e lo spero.
E’ un Gioiellino misogino?
Certo, perché la realtà che inquadra è
fortemente maschilista: le donne
possono fare le segretarie, non altro. Sul
tema, in Italia siamo all’avanguardia,
anzi, alla retroguardia: anche prima dei
casi di cronaca attuali, la raffigurazione
più presente, se non mignottesca, è di
una donna gioiellino, da portare
addosso.
%
ritratti
S
Sul finire del muto, quando dal Texas
approda giovanissima a Hollywood, la
prima immagine di Joan Crawford è
quella della “flapper” dalla vitalità
scatenata e plebea, la frivola ballerina
dell’età del jazz disposta a tutto pur di
sfondare. Anche a sottomettersi alle
regole ferree della Metro Goldwyn
Mayer, che nel giro di qualche anno fa di
lei il perfetto prodotto dello Studio
System. Se il trucco sottolinea i grandi
occhi lucenti e allarga la linea della
bocca, il geniale Adrian, lo stilista
principe della major, accentua nei suoi
abiti l’impronta mascolina, mette in
rilievo le spalle quadrate, segnando la
moda di un’epoca. Nessuna più di lei
incarna in questo periodo l’icona del
divismo in cui l’apparenza sostituisce la
Joan Crawford con Clark Gable. In
alto ne Il romanzo di Mildred
realtà, l’artificio sta al posto
dell’emozione: “Non esco mai se non nei
panni di Joan Crawford, la diva. Se volete
vedere la ragazza della porta accanto,
andate a bussare alla porta accanto”.
Sono decine e decine i film degli anni
trenta in cui, dattilografa, commessa,
pupa del gangster, figlia del cuoco, è
accanto a Wallace Beery (Grand Hotel),
Clark Gable (L’amante, Incatenata, La
donna è mobile, Amore in corsa), Robert
Montgomery (Non più signore),
Franchot Tone (Troppo amata),
Spencer Tracy (La donna che
voglio), prima di entrare a far
parte del cast tutto al femminile
di Donne (1939), la maliziosa
commedia di un George Cukor
in gran forma, più perfido che
INEFFABILE
JOAN
“Se volete la ragazza della porta
accanto, andate a bussare alla
porta accanto”, diceva la
Crawford. E Truffaut su Johnny
Guitar: “Irreale come il fantasma
di se stessa”
di Orio Caldiron
52
rivista del cinematografo
fondazione ente dello spettacolo
marzo 2011
Il passaggio
dalla Metro
Jean Harlow in posa.
destra in una scena
allaAdiWarner
fu
Personal Property.
Pagina seguente:
l'attrice con Clark
inaugurato
dal
Gable e John Boles
Romanzo di
Mildred di
Michael
Curtiz, che le
valse l’Oscar
di Orio Caldiron
mai. Crystal, la rubamariti che lancia
sguardi melliflui da dietro il banco dei
profumi, sembra già un personaggio del
“woman’s film” del decennio successivo.
Il passaggio dalla Metro alla Warner
contrassegna la nuova stagione
dell’attrice inaugurata da Il romanzo di
Mildred (1945) di Michael Curtiz, il
capolavoro che le valse l’Oscar per il
memorabile ritratto della madre in
carriera ossessionata dalla volontà di
assicurare alla figlia una vita migliore.
Sulla stessa lunghezza d’onda negli anni
seguenti un piccolo gruppo di film tra
mélo e noir – da Perdutamente (1946) di
Jean Negulesco a Anime in delirio (1947)
di Curtis Bernhardt, da L’amante
immortale (1947) di Otto Preminger a
Viale Flamingo (1949) di Curtiz – disegna
con rinnovata energia l’identikit grintoso
e contraddittorio della donna cinica e
romantica, vulnerabile e pericolosa,
intraprendente e moderna che rivendica
il proprio diritto alla felicità.
Ancora un’eroina combattiva
nell’universo maschile del western in
Johnny Guitar (1954), il melodramma
fiammeggiante di Nicholas Ray in cui
“sembra irreale come il fantasma di se
stessa. La bellezza ha invaso i suoi
occhi, i suoi muscoli, il suo volto. Volontà
di ferro, viso d’acciaio. La sua
recitazione contratta, tesa, spinta fino al
parossismo, costituisce, essa sola, uno
spettacolo” (François Truffaut). Negli
anni sessanta Che fine ha fatto Baby
Jane? (1962) di Robert Aldrich lo
scenario claustrofobico, in cui si misura
con un altro mostro sacro come Bette
Davis, anima il cupo teatro della
crudeltà di una sorta di film
postumo. Si salva solo perché il
match all’ultimo sangue con la
rivale di sempre strizza
l’occhio agli splendori e
alle miserie dell’età
d’oro del divismo
hollywoodiano.
%
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rivista del cinematografo
fondazione ente dello spettacolo
53
OTTIMO
BUONO
SUFFICIENTE
MEDIOCRE
SCARSO
Tournée
Società dello spettacolo e miracolo
dell’osceno: tra memoria e spleen, riesce il tour
di Mathieu Amalric
i film del mese
in uscita
“Le grida della strada / i passanti i
negozi / dove come in un insulto / ti vai
a rispecchiare / tra gioielli da poco / e
biancheria da niente / ombre / in occhi
di donna / che ti vedono passare / tutti
questi rumori / dentro i quali ti
immergi / nei quali ti esilio / per amarti
54
rivista del cinematografo
fondazione ente dello spettacolo
marzo 2011
Regia
Con
Genere
Distr.
Durata
da lontano / in un gioco sottile /
questi trucchi un po’ pazzi / tutto
questo è il tuo stile”.
Non sappiamo se Mathieu
Amalric abbia mai sentito il
compianto Leo Ferré, comunque, deve
averlo fatto il suo nuovo film, Tournée,
Mathieu Amalric
M. Amalric, M. Colclasure
Drammatico, Colore
Nomad Film Distribution
111’
con cui torna alla regia otto anni e
quattro corti dopo La chose publique.
Miranda Colclasure.
A sinistra una scena
del film
marzo 2011
rivista del cinematografo
fondazione ente dello spettacolo
55
i film del mese
C’è davvero il suo stile e la sua poetica
in quei versi, a partire dai gioielli da
poco e la biancheria da niente delle
protagoniste, ballerine di Burlesque
americane in tour europeo: mature e
consunte, fragili e volgari, sono loro le
muse per il ritorno sulla scena in
grande stile dell’impresario Joachim,
con le rughe in libera uscita e gli occhi
che ne hanno viste troppe dello stesso
Amalric.
Premiato per la regia e dai critici
all’ultimo festival di Cannes, Tournée è
il film fesso, destrutturato e balordo
che si archivierebbe frettolosamente,
viceversa, merita e rimane nelle sue
incongruenze, nelle sue aporie, nel suo
legarsi per filacci mondani alla
tradizione dell’incompiutezza anni ’70,
mettendo nel flute il circo di Fellini e la
possibilità di un’isola dell’Invenzione di
Morel di Emidio Greco, la pausa di
senso di Antonioni e il barocco caduco
di Visconti. Per alcuni debolezze da
mettere al muro e stigmatizzare, le
secche di sceneggiatura, le inversioni e
involuzioni portate in dote da Joachim,
il turbinio iperrealistico di corpi
danzanti ma più spesso sfatti, la stasi
dei numeri che non tornano mai sono,
Mathieu Amalric sul
set. In basso un'altra
scena del film
al contrario, pamphlet da
avanspettacolo, critica divulgativa e
smodata rispetto alla recidiva,
immarcescibile società dello
spettacolo. Ma senza sociologismi né
Non è cinema raziocinante,
ma esistenzialismo prêt-à-porter
travestito da Burlesque
56
rivista del cinematografo
fondazione ente dello spettacolo
marzo 2011
elucubrazioni, perché quello di Amalric
non è cinema raziocinante, bensì
spleen a buon prezzo, esistenzialismo
prêt-à-porter, boheme da bobò senza
fissa dimora, in primis quella autoriale:
esile la trama, ma centrifugata dal
passato che non passa di Joachim, le
lusinghe del successo che fu e non sarà
più, le ferite familiari infettate dallo
showbiz, l’ebbrezza di un bacio rubato,
insomma, la versione pervertita e fin
troppo immanente del dettato paolino:
“Nel mondo, ma non del mondo”.
Nuovo? No, vecchio, anzi, usato
insicuro, infido, eroso da una
recitazione incrinata e rotta come la
vita, colta nel suo farsi, ma senza
tallonamento neorealistico: viene in
mente il cinema sul cinema di Abel
Ferrara, Snake Eyes e Blackout su tutti,
mentre Amalric tra “il miracolo della
scena neorealistico” e”il miracolo
dell’osceno americano” sceglie deciso il
secondo, facendo del fuoricampo
interno il territorio presente-assente
del fallimento personale e dell’esilio del
cinema dal nostro immaginario
contemporaneo. C’è nostalgia, anche
compiaciuta, ma non peregrina: i corpi
vengono messi a nudo, ma celati, la
satira del Burlesque sconfitta da
coreografie a tirar via, l’eccesso
pastorizzato dalla rievocazione. Forse,
la Tournée è quella della memoria,
portata e presa in giro, nella certezza
della sua estinzione. Giù il sipario.
FEDERICO PONTIGGIA
%
i film del mese
Il rito
Regia
Con
Genere
Distr.
Durata
A. Hopkins, C. O’Donoghue
Horror, Colore
Warner Bros. Italia
Il diavolo torna avvolto nelle atmosfere de
L’esorcista. Horror asciutto e tragico
112’
“NIENTE PASSATI di piselli che
schizzano: lo ammette lo stesso
esorcista, Anthony Hopkins, indaffarato
fuori Roma a debellare il male che
tormenta una ragazza incinta. E niente
teste girevoli o passeggiate a quattro
zampe, anche se rimangono tragici
vaticini, orbite bianche, tentazioni
pericolose. Insomma, il diavolo torna al
cinema e ricrea lo stesso torbido vapore
che nell’inimitabile Esorcista avvolgeva
Padre Karras, oggi il diacono Michael
Kovac (l’esordiente Colin O’Donoghue),
spedito a Roma per partecipare a un
corso per apprendisti esorcisti e
affiancato a Padre Lucas per la gavetta:
con modi bruschi gli aprirà, nel rito, la
visione del male. Una sottile linea di
confine divide la verità dei fatti - e la
serietà del tema - dalla finzione che
può trasformare un film in horror
58
in uscita
Mikael Håfström
rivista del cinematografo
fondazione ente dello spettacolo
marzo 2011
vacuo, trionfo di effetti al limite della
ripugnanza e così, talvolta, in spettacolo
oltraggioso. The Rite si astiene e evita:
concentra la sua attenzione sulla verità
- si ispira, infatti, a una storia
realmente accaduta - e non cede, se
non in alcuni momenti topici nella
battaglia finale, ai possibili luoghi
comuni, perché Mikael Håfström dirige
con piglio tragico, creando disagio,
Anthony Hopkins è Padre Lucas
ombre e freddo come si conviene e
contenendo la recitazione di Hopkins.
Soprattutto, è una storia in positivo: non
solo il male è, almeno
temporaneamente, sconfitto, ma la fede
del giovane, prima dubbiosa, viene
premiata e la sua vocazione salvata.
Padre Lucas, che la sa lunga, irascibile
e schietto, sul bordo della crisi e del
pericolo, mette in guardia il novizio:
“Scegliere di non credere al diavolo non
ti proteggerà da lui”. Se poi gli
esorcismi fanno paura, questa è la
realtà: The Rite, pur rimanendo
problematico nei temi, cerca di non
sconfinare in un immaginario finto,
eccessivo, ma nemmeno nascondere
che il male, il diavolo, è un avversario
sempre pronto a “divorare” come leone
ruggente l’umanità (1 Pt. 5, 8), nei più
terribili e dolorosi dei modi. Anche nel
corpo, oltre che nella mente. Dunque,
va combattuto
LUCA PELLEGRINI
%
Beyond
La vita
facile
Amicizia, amore e tradimento: il quadro di
un’Italia senza vie di fuga secondo Pellegrini
Regia
Con
Genere
Distr.
Durata
in uscita
Melodramma familiare che guarda a
Bergman e resta cieco. La August non è il
maestro
SICCOME SIAMO TUTTI ESULI dal nostro passato –
Dostoevskij ha scritto –ci si libera tornando. Così è per la
protagonista di Beyond – vincitore alla SIC di Venezia –
illusa di rifarsi una vita a partire da una damnatio
memoriae che, se rimuove, non sa dimenticare. Basta la
telefonata della madre in agonia per riportarla in
viaggio, stavolta a ritroso, per un ritorno a casa che vale
più di un commiato perché le permetterà di chiudere i
conti col passato, riscattarlo e ritrovare se stessa.
Tempo, identità e famiglia: nulla di nuovo insomma, non
fosse altro che la August guarda e si guarda indietro, un
occhio alla Persona di Bergman (di cui è stata attrice) e
l’altro al mélo classico, senza però avere l’intensità (e i
primi piani) dell’uno, né la furia (e le ecchimosi)
dell’altro. La confezione è elegante, l’impianto
schematico (scolastica la costruzione per flashback), la
recitazione frenetica, la regia scontata. Il risultato è un
film che, al netto di vere emozioni, procede a scossoni,
azionando ogni volta la manopola della scena straziante,
il pianto catartico, l’abbraccio avvolgente. Noomi Rapace
resta Lisbeth pure se abbassa la cresta. Meglio la
sorellina Ola, che interpreta la protagonista da piccola.
GIANLUCA ARNONE
%
Regia
Con
Genere
Distr.
Durata
Lucio Pellegrini
P. Favino, S. Accorsi
Commedia, Colore
Medusa
102’
PIEFRANCESCO FAVINO e Stefano Accorsi amici, innamorati
della stessa donna, Vittoria Puccini... le reminiscenze
mucciniane - se le avete avute - si fermano qui. In La vita facile,
Lucio Pellegrini va oltre la storia di amore e tradimento che si
può indovinare nella trama e fa dei due protagonisti, Mario e
Luca, due facce apparenti dell'Italia. Mario (Favino), medico
tangentista in una clinica privata di Roma, pronto a seppellire
ogni scrupolo per una “vita facile” da dividere con la moglie,
Luca (Accorsi) - altra faccia della medaglia - medico in Africa,
anche se, si scopre poi, per senso di colpa. Sarà proprio nel suo
villaggio del Kenia che Favino si rifugerà, in fuga dalle inchieste,
con il suo carico di meschinità, fingendo di voler cercare “un
senso” alla sua vita. E qui lo seguirà la moglie, pronta a tradirlo
ancora con Luca. Pellegrini ci racconta, con apparente mano
leggera, che l'Italia migliore forse semplicemente non c'è. Che
non ci si può fidare di nessuno: mogli, amici, complici. Il film
scivola via, con le risate amare provocate dal tangentista Favino,
“romano” in trasferta perennemente fuori luogo. E con un paio
di colpi di scena ben assestati nel finale. E resta l'interrogativo:
che prezzo ha “la vita facile”?
MIRIAM MAUTI
%
in sala
Pernilla August
Noomi e Ola Rapace
Drammatico, Colore
Sacher Distribuzione
94’
marzo 2011
rivista del cinematografo
fondazione ente dello spettacolo
59
i film del mese
Inside Job
Regia
Genere
Distr.
Durata
Documentario, Colore
Sony Pictures Releasing Italia
108’
PODEROSO, serrato e informatissimo
documentario sulla bolla finanziaria
scoppiata nel 2008 e ancora
tragicamente attiva: è il doc-shock
Inside Job: chi ci ha rubato il futuro?,
diretto da Charles Ferguson e narrato
da Matt Damon, già presentato fuori
competizione a Cannes 63, passato
dall’Extra di Roma e premiato con
l’Oscar. Prima inchiesta filmata sulla
crisi, parte e chiude sull’Islanda, triste
avvisaglia di quel che sarebbe stato
globalmente, e in mezzo centra quel che
il sequel Wall Street – Il denaro non
dorme mai di Oliver Stone ha lasciato in
colpevole fuoricampo: sbattuto con le
spalle al muro è il gotha finanziario
degli States, da Lehman a Goldman
Sachs, dall’amministrazione Bush ai
lobbisti, passando per il conflitto
d’interesse dei vari professoroni di
Harvard & Co., pronti, dietro lauto
60
anteprima
Charles Ferguson
rivista del cinematografo
fondazione ente dello spettacolo
marzo 2011
Le mille bolle nere della crisi globale: nel
doc-shock di Charles Ferguson, da Oscar
compenso, a certificare sana e robusta
costituzione economica laddove questa
non c’è, vedi Islanda. Che dire, anche
l’originale Gordon Gekko, non quello
riveduto e corretto 23 anni dopo,
tremerebbe di fronte a imprese come
quelle dei piani alti di Goldman, che
vendevano spazzatura ai propri clienti e
poi scommettevano sul loro fallimento...
Il regista Charles Ferguson
Ma davvero Ferguson non risparmia
nessuno: dopo Bush e il suo Hank
Paulson, alla sbarra finisce pure
Obama, colpevole di non aver intrapreso
le necessarie riforme anti-avidità e di
aver voluto nella stanza dei bottoni
gente come Timothy Geithner e Larry
Summers, ovvero i nomi e i cognomi
responsabili del crac. Yes They Can,
verrebbe da dire, perché questo sporco
lavoretto (in dvd con Feltrinelli) pare
inarrestabile e indifferente al mutare dei
soggetti: che sia il capitalismo 2.0,
indifferente a confini, poteri e leggi
nazionali? Parrebbe proprio di sì, e per
questo il doc ricostruisce la bolla su
scala globale (Islanda, Inghilterra,
Francia, Singapore e Cina), con ampio
dispiego di mezzi tecnici e d’indagine:
non è solo cinema, ma un capo
d’accusa. Chi avrà il coraggio di
indossarlo, alzi gli occhi. O rimanga
ignaro per sempre.
FEDERICO PONTIGGIA
%
I ragazzi
stanno bene
Sorelle
mai
L’album di famiglia Bellocchio:
liquido e struggente, il piccolo film di un grande
maestro
Regia
Con
Genere
Distr.
Durata
Marco Bellocchio
P. G. Bellocchio, D. Finocchiaro
Drammatico, Colore
01Distribution
105’
in uscita
Moore e Bening
sposano la causa
della diversità: ma le nozze sono convenzionali
4 NOMINATION francamente incomprensibili. Meno male
che l’Academy non si è lasciata sedurre dalle intenzioni
alla base de I ragazzi stanno bene: normalizzare il cinema
camp già a partire dalla confezione. Ipso facto, il senso
dell’operazione è racchiuso più nella cornice che nel
quadro. La Cholodenko non vuole solo regalare la scena a
coppie omo-sposate, figli della banca del seme e
inseminatori artificiali, ma ripulirla da eccessi,
camuffamenti e ricami gay-pride. Fuori Almodovar, dentro
una poetica indifferente alla differenza, condotta secondo
schemi convenzionali, nel travestimento del queer in soap
per famiglie. Scelta che frutta solo uno spot radical-chic
nascosto sotto cumuli di ovvietà, bric-à-brac psicologici,
tempeste ormonali e crisi di coppia. Anche il cast non giova
alla causa: Julianne Moore e Annette Bening sono troppo
etero-connotate, i ragazzi - Wasikowska e Hutcherson fanno presenza, e Mark Ruffalo è solo un personaggio
irrisolto e un attore continuamente a disagio. Soffre come
gli altri di una terrificante afasia di linguaggio, come se la
famiglia dove si può dire tutto e dirlo apertamente, finisse
per non avere più nulla da dire. E’ in fondo la stessa
sindrome di cui è affetto il film.
GIANLUCA ARNONE
%
Regia
Con
Genere
Distr.
Durata
62
Lisa Cholodenko
Julianne Moore, Annette Bening
Commedia, Colore
Lucky Red
104’
rivista del cinematografo
fondazione ente dello spettacolo
marzo 2011
DIECI ANNI a Bobbio (1999-2008). Tra le mura di una vecchia
casa borghese, tre generazioni a confronto. Sei episodi: fasi
dello sfibrarsi lento di un mondo antico, abbarbicato sulle
valli del Monte Penice, aggrappato alle sue tradizioni.
Epifanie e feste, volti di ieri e simboli fatti nuovi. Un pezzo
del paese di cui resta poco, mentre il resto scorre nella
liquidità di denari, legami: l’acqua è l’elemento di questo
Buddenbrook all’emiliana che Bellocchio ha realizzato con i
corsisti di “Fare Cinema” e una manciata di bravissimi
interpreti familiari (ottimi sono anche la Finocchiaro e
Schicchi Gabrieli). Un affresco di equilibri incerti, di mestiere
e improvvisazione, estivo e notturno, leggero e struggente.
Crepuscolare, sospeso tra passato (se la realtà non basta a
“fare memoria”, è il cinema, gli inserti da I pugni in tasca, a
rievocare sensazioni perdute) e presente (notevole l’uso del
digitale nel dare corpo, grana e colore al tramonto delle
illusioni, al momento del raccoglimento). Personale più che
biografico, intessuto dei temi cari al regista: la maternità, la
religione, il confronto con le proprie radici, il rapporto tra
arte e vita. Non un’opera minore, ma il piccolo film di un
grande maestro.
GIANLUCA ARNONE
%
in sala
Il gioiellino
Regia
Con
Genere
Distr.
Durata
in sala
Andrea Molaioli
Remo Girone, Toni Servillo
Drammatico, Colore
Bim
Oltre il crac Parmalat, per decrittare l’Industria
Oggi: l’ambizione (frustrata) di Andrea Molaioli
110’
NON C’È LA PARMALAT, eppure c’é. C’è
Callisto Tanzi, alias Amanzio Rastelli
(Remo Girone), e c’è Fausto Tonna, ovvero
Ernesto Botta (Toni Servillo), ma c’è di
più: Il gioiellino ha l’ambizione di andare
oltre i nomi e cognomi del crac per
provare a descrivere, se non decrittare,
l’ambiente antropico e il sistema
industriale tutto. Tentativo riuscito?
Andrea Molaioli stringe sui protagonisti,
anche stilisticamente: i primi piani
abbondano, le scene d’interni imperano e
- sebbene le ottime prove di Girone,
Sarah Felberbaum (Laura) e, più dietro,
Servillo - il rischio fiction tv tracima.
Insieme, il regista evade dal campo
medio su latticini & casini per evocare
quello lungo, paradigmatico sull’Industria
Oggi, senza indicazioni geografiche
tipiche, tanto da sconfinare in Russia,
dove si consuma la scena migliore, ad
alto voltaggio simbolico, con Rastelli che
fatica a muoversi nella neve, ma rifiuta
l’aiuto.
In mezzo i conti non tornano: se la
sostanziale ellissi sulle evidenze tecniche
del tracollo è comprensibile, lo schema
attanziale e il registro naturalistico
appiattiscono narrazione e
rappresentazione, cui fanno cattivo
INQUADRA IL CODICE QR
CON IL TELEFONINO
PER VISUALIZZARE IL
CONTRIBUTO VIDEO SUL FILM
soccorso enfasi – la “pietra magica”
donata da Laura all’amante Ernesto – e
soprattutto l’incongrua, seppur
storicamente documentata, visita di
Rastelli e figlio a Berlusconi, con la
Bibbia di legno in bella mostra e la
sensazione forte del corpo estraneo.
Ben musicato da Theo Teardo, fotografato
da Luca Bigazzi senza infamia né lode, Il
gioiellino conserva più di una traccia
dell’ambizione che fu, ma - complice una
sceneggiatura traballante, se non ignava
- il precipitato su schermo riesce solo a
rifuggire dal manicheismo, non a trovare
un ubi consistam poetico e ideologico,
eccetto per l’inquietante finale sui titoli di
coda. Il sequel di Wall Street insegna: non
è tempo per film sulla crisi, perché, se il
focus rimane su volti privati ridotti ad
attanti, il chiaroscuro cala sulle
dinamiche, il buio sulle esternalità
negative. E anche un gioiellino perde
valore.
FEDERICO PONTIGGIA
%
marzo 2011
rivista del cinematografo
fondazione ente dello spettacolo
63
i film del mese
Into
Paradiso
Gangor
Buone
intenzioni e cattiva illustrazione:
Italo Spinelli indaga la violenza sulle donne
indiane, senza approdo
Regia
Con
Genere
Distr.
Durata
in sala
Tre uomini e una città: tra
surrealismo e speranza, non sfigura la Napoli
multietnica di Paola Randi
TRE UOMINI E UN CITTÀ: Napoli. Travolti da un insolito
destino, a ritrovarsi su un attico fatiscente del quartiere
Cavone sono lo scienziato stralunato e appena licenziato
Alfonso D’Onofrio, interpretato da Gianfelice Imparato, il
politico colluso con la camorra Vincenzo Cacace, ovvero
Peppe Servillo, e l’ex campione di cricket srilankese
Gayan (l’esordiente Saman Anthony), che si vedranno
costretti a una forzata convivenza per sottrarsi ai sicari.
E’ Into Paradiso, opera prima della milanese Paola
Randi, che reduce dal Controcampo Italiano della Mostra
di Venezia porta in sala un low budget (900mila euro)
sceneggiato con Luca Infascelli, Chiara Barzini e
Antonella Antonia Paolini e splendidamente musicato da
Fausto Mesolella degli Avion Travel.
Tra surrealismo e iperrealismo, senza cadere nella
maniera, la regista fotografa un’Italia multietnica,
rintracciando nella precarietà professionale (Alfonso) e
nella condizione migrante un comune discorso
sull’identità in crisi. Ottimi e affiatati gli attori, contenute
le pretese sociologiche, stile dignitoso senza rivoluzioni,
Into Paradiso non abdica alla speranza: potere del
cinema o, davvero, la camorra sta per autodistruggersi?
FEDERICO PONTIGGIA
%
Regia
Con
Genere
Distr.
Durata
64
Paola Randi
G. Imparato, P. Servillo
Commedia, Colore
Cinecittà Luce
104’
rivista del cinematografo
fondazione ente dello spettacolo
marzo 2011
Italo Spinelli
Adil Hussain, Priyanka Bose
Drammatico, Colore
Cinecittà Luce
91’
DAL RACCONTO Dietro il corsetto di Mahasweta Devi, Italo
Spinelli segue il fotoreporter Upin (Adil Hussain) nel
Bengala occidentale per indagare lo sfruttamento delle
donne di etnia Kheria Sabars. Accompagnato dall’assistente
Ujan, fotografa Gangor (Priyanka Bose) che allatta il figlio: lo
scatto viene pubblicato, ed è scandalo. Ignaro, Upin è dalla
moglie a Calcutta, ma il pensiero della donna l’ossessiona:
torna a Purulia e scopre di essere diventato lui stesso un
ingranaggio del meccanismo di violenza.
Coproduzione italo-indiana, Gangor non riesce a fare cinema
delle buone intenzioni civili: già difettoso rispetto a un
documentario ad hoc, perde ancor più sul fronte critico delle
relazioni tra intellettuali urbani e povertà rurale, perno del
racconto. Sospeso tra fascinazione sensuale e “folle”
paternalismo, Upin è francamente stereotipato: reporter
talentuoso ma incontrollabile, non si colora della necessaria
ambiguità, bensì stinge nel duetto con la bella Gangor tutte
le problematiche dello sguardo sull’altro e dell’altro.
Anziché il terreno antropologico, il deserto drammaturgico;
al posto dell’invenzione audiovisiva, l’appiattimento su
didascalie e illustrazione: non va.
FEDERICO PONTIGGIA
%
in uscita
i film del mese
127 ore
Regia
Con
Genere
Distr.
Durata
in sala
Danny Boyle
James Franco, Amber Tamblyn
Drammatico, Colore
20th Century Fox
La storia del trekker intrappolato tra le rocce.
Quando la forma vince sul contenuto
90’
2003: il giovane trekker Aron, guascone
e amante delle emozioni forti, si
avventura tra le rocce del Blue John
Canyon, senza dir nulla a nessuno. Mal
gliene incoglie, perché finirà
intrappolato tra le rocce per cinque
giorni, a causa di un masso precipitato
sul suo braccio. Lo attendono oltre
cinque giorni di lotta per sopravvivere,
con le provviste che scarseggiano, le
forze che vengono meno, e la mente
che giocoforza scivola sempre più nel
delirio, fondendo intensi ricordi di vita
vissuta a veri e propri incubi che
trasfigurano la realtà e rivelano ad
Aron, come a un condannato a morte, le
debolezze e gli errori che sembrano
averlo portato al “punto morto” in cui si
trova.
Qualcosa di altamente suggestivo, sulla
carta. Abile confezionatore (sovente a
scapito della sostanza), Danny Boyle
conferma pregi e difetti del suo cinema
senza alcuna novità.
Parte da una storia realmente accaduta
e, cimentandosi in quella che appare
come una sfida di regia alla Buried,
affida l’intero peso dell’operazione a un
eroe/martire statico e limitato nei
movimenti, un James Franco guascone
e troppo “onnipresente” perché
Il regista Danny Boyle
l’Academy potesse ignorarlo alle
candidature degli Oscar. La regia le
tenta tutte per rompere la monotonia
tra split screen, visioni oniriche, lirici
ricordi e cadute di gusto; ma se il
contrasto tra immagini e musiche (di
A.R. Rahman) ottiene spesso il voluto
effetto straniante, molte altre trovate
sono già viste (le risate finte di Natural
Born Killers) o autocitazioni (la tecnica
dei flashback è la stessa di Slumdog
Millionaire); il tutto per ritardare ad
arte l’unica (macabra) cosa che Aron
può fare per salvarsi, in una
sceneggiatura (di Boyle, in coppia con
Simon Beaufoy) a conti fatti ridotta
all’osso e priva di punti di svolta e
trasformazioni psicologiche.
L’intrattenimento radical-chic è
comunque ben confezionato, ma dietro
ciò che si vede c’è ben poco di
significante per non pensare (accade
spesso con Boyle) che la forma abbia
prevalso sul contenuto.
GIANLUIGI CECCARELLI
%
marzo 2011
rivista del cinematografo
fondazione ente dello spettacolo
65
Easy Girl
Street Dance
3D
Coreografie
dirompenti per una trama
abusata. Pensato per i giovanissimi
Regia
Con
Genere
Distr.
Durata
Max Giwa, Dania Pasquini
R. McDowall, C. Rampling
Drammatico, Colore
Eagle Pictures
98’
in sala
Non il solito teen-drama: brava
Emma Stone, al servizio di uno script
graffiante e intelligente
RACCONTARE un’innocua bugia sull’aver perso la
verginità trasforma la piatta ed anonima vita di Olive
(Emma Stone), studentessa delle superiori in un paesino
degli States, in una valanga dalle conseguenze
spropositate. La confezione non si discosta, dunque, dal
più classico (o becero) teen drama. Ma è soltanto
apparenza, e il risultato è sorprendentemente di buon
livello: merito delle performance degli attori, tra i quali
sbucano nomi eccellenti (come Stanley Tucci e Malcolm
McDowell), che ben servono uno script capace di
graffiare, talvolta causticamente, il puritanesimo,
l’ipocrisia e qualche pietra miliare della cultura pop
statunitense.
L’idea di rivisitare il grande classico di Hawthorne La
lettera scarlatta all’epoca dei social network, in una
società che si ritiene liberale e moderna, è strampalata
quanto ben congegnata, con i meccanismi moralistici
alla base del romanzo che scattano in contaminazione
con i capisaldi adolescenziali anni ottanta elargiti dal
glorioso Brat Pack (i film con Molly Ringwald sono
esplicitamente citati).
La rivincita dei valori, in opposizione al bigottismo di
facciata, raramente è stata espressa in modo così
scoppiettante, e, oseremmo dire, quasi intelligente.
MANUELA PINETTI
%
Regia
Con
Genere
Distr.
Durata
66
Will Gluck
Emma Stone, Amanda Bynes
Commedia, Colore
Sony Pictures Releasing Italia
92’
rivista del cinematografo
fondazione ente dello spettacolo
marzo 2011
LONDRA, giorni nostri. Una crew di street dance, capitanata
dalla bionda Carly, è in lizza per la finalissima del
campionato nazionale di danza, ma la preparazione è tutta in
salita. La direttrice della Royal Dance School (Charlotte
Rampling) offre aiuto e un’ampia sala per provare, ma la
crew dovrà includere cinque suoi ballerini classici.
La trama, poco più di un pretesto, punta tutto sullo scontro
tra opposti: balletto contro hip hop, leader donna in un
mondo per lo più maschile, disciplina sterile versus
entusiastica interpretazione personale (quest’ultimo
concetto scricchiola un po’, ma tant’è). Tutti avranno
qualcosa da imparare, e ci sarà spazio anche per l’amore.
Innocuo film sulla scia della saga di Step Up con il valore
aggiunto del 3D (primo film inglese girato con questa
tecnica), sfruttato in coreografie davvero dirompenti che non
mancheranno di suscitare l’entusiasmo in un pubblico di
giovanissimi, che immancabilmente si immedesimeranno
nei protagonisti loro coetanei e sapranno apprezzare la
cornice romantica e quasi favolistica in cui agiscono.
La protagonista manca purtroppo di carisma, ma è
compensata dalla bravura dei comprimari, tra cui si
annidano gli interpreti migliori.
MANUELA PINETTI
%
anteprima
Sandro Parenzo e Nord-Ouest
MARCEAU
CONCEPT
SOPHIE
presentano
un film di
Yann Samuell
CON
11 MARZO AL CINEMA
VINCI UN WEEK-END BENESSERE PER 2 PERSONE A PARIGI!
Concorso valido dall’ 1 marzo al 31 marzo 2011. Estrazione finale entro il 22 aprile 2011. Valore montepremi 800 € (i.e.). Regolamento su www.videa-cde.it
www.videa-cde.it/carissimame
Non
lasciarmi
Piranha 3D
Dal classico
di Joe Dante, il miglior
remake possibile: un lago di sangue e tanta ironia
Regia
Con
Genere
Distr.
Durata
in sala
Piatta
trasposizione di Romanek del
romanzo di Kazuo Ishiguro. Ottimo il cast, che
però non viene valorizzato
IN UNA DISTOPICA società alternativa tutte le malattie
sono curabili grazie a una svolta della scienza medica,
che ha portato l’aspettativa di vita oltre i cento anni. Il
sottaciuto compromesso prevede esseri umani
privilegiati a discapito di altri, creati soltanto per essere
usati e che vivono separati dalla comunità. Privi di
futuro, i giovani Kathy (Carey Mulligan), Ruth (Keira
Knightley) e Tommy (Andrew Garfield), legatissimi in un
triangolo d’amore e amicizia dai tempi del collegio in cui
sono cresciuti, sono una riserva vivente di organi,
donatori da terminare al terzo espianto, cloni. Eppure
non rinunciano alla speranza, né ai sentimenti.
Tratto dall’omonimo romanzo dello scrittore nippobritannico Kazuo Ishiguro, Non lasciarmi trasforma in
realtà l’inaccettabile tabù della schiavitù: la forma è
scientifica, razionale, ma le giustificazioni, che girano
attorno alla convenienza e al possesso o meno
dell’anima da parte dei cloni, sono vetuste come l’odioso
commercio triangolare dei tempi andati. Romanek non si
preoccupa dell’empatia, e col suo approccio
descrittivo/documentaristico diluisce non poco le ottime
prove del miglior cast possibile. Alla fine molte domande
restano prive di risposta, ma non è detto che sia un male.
MANUELA PINETTI
%
Regia
Con
Genere
Distr.
Durata
68
Mark Romanek
Carey Mulligan, Keira Knightley
Drammatico, Colore
20th Century Fox
103’
rivista del cinematografo
fondazione ente dello spettacolo
novembre 2010
Alexandre Aja
E. Shue, Steven R. McQueen
Horror, Colore
BIM
90’
DOPO IL PASSAGGIO a vuoto con Riflessi di paura, Alexandre
Aja torna a dirigere un altro remake di un classico horror. E
come accadde per Le colline hanno gli occhi riesce nella non
facile impresa di riportare a galla (letteralmente) i temibili
Piraña che nel 1978, tre anni dopo Lo squalo di Spielberg,
invasero gli schermi grazie a Joe Dante. Oggi, come allora,
la formula rimane quella del “b-movie di lusso”, in qualche
modo impreziosita dal 3D che, è bene dirlo, non snatura il
senso di un progetto volutamente pregno di carne, sangue e
vorace ironia. L’incontrollabile ferocia dei carnivori
protagonisti, “riemersi” dalle falde preistoriche del
fantomatico Lake Victoria, si scaglia contro qualsiasi corpo
vivo (e morto) che incontra, amplificando la soddisfazione
(immaginiamo) quando ad essere addentati saranno non
tanto i muscoli di corpi scolpiti ma le carnose forme di
innumerevoli e scollacciate pin up. E così, divertendosi
anche a spappolare la testa di Eli Roth travolto da un
motoscafo impazzito durante la notevole sequenza di
“panico collettivo”, Alexandre Aja compie il definitivo passo
che porta lo spettatore non più ad empatizzare
semplicemente con i bagnanti terrorizzati, ma a
trasformarsi egli stesso in piranha. Per sbranare quel che
resta del cinema.
VALERIO SAMMARCO
%
in sala
“Pieni di passione gli italiani di Mazzacurati. “Una bella commedia con un cast “Silvio Orlando: una
“La Passione, commedia
Un bel film da non mancare.”
stellare. Si ride di cuore.”
interpretazione esemplare.” divertente e intelligente.”
la Repubblica
l’Unità
Il Tempo
La Stampa
Domenico Procacci presenta
la Passione
Silvio Orlando in
un film di Carlo Mazzacurati
Giuseppe Battiston Kasia Smutniak Marco Messeri Maria Paiato Fausto Russo Alesi
con la partecipazione di Cristiana Capotondi con Stefania Sandrelli e con Corrado Guzzanti
IN VENDITA IN
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VINCITORE DI 9 PREMI OSCAR®
UN FILM DI
BERNARDO BERTOLUCCI
Per la prima volta in
BLU-RAY DISC
il capolavoro del Maestro
del cinema italiano
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DA MARZO IN DVD E BLU-RAY DISC
™
teratura: novità e bilanci
Homevideo, musica, industria e let
Il film
dell’anno
The Social Network,
in Collector’s Edition
e Blu-ray
DVD
Il Risorgimento
di Martone, il mito
di Easy Rider in HD
Borsa del Cinema
Intervento statale:
non basta il boom
delle commedie
Libri
Italiana per il
Castoro. Alla
scoperta di Sonego
Colonne sonore
Clint Mansell alla
prova Cajkovskij:
Il cigno nero
Telecomando
DVD • BORSA DEL CINEMA • LIBRI • COLONNE SONORE
DVD
di Valerio Sammarco
Crediamoci
ancora
Dal 16 marzo il kolossal di Mario
Martone. Per celebrare i 150 anni
dell’unità d’Italia
72
rivista del cinematografo
fondazione ente dello spettacolo
marzo 2011
PER LE CELEBRAZIONI DEL
150° anniversario dell’Unità
d’Italia arriva in dvd (per l’edizione doppio disco e il Blu-ray
l’uscita è stata rimandata a data
da destinarsi), a partire dal 16
marzo, Noi credevamo di Mario
Martone, in Concorso a Venezia
e accolto con calore dal pubblico delle sale, a fronte di un’uscita limitata inizialmente ad
INQUADRA IL CODICE QR
CON IL TELEFONINO
PER VISUALIZZARE IL
TRAILER DEL FILM
una trentina di esercizi. Ispirato
a vicende storiche e al romanzo
omonimo di Anna Banti, il film
di Martone segue le vicende di
tre ragazzi del sud che, in
seguito alla repressione borbonica dei moti del 1828, decidono di affiliarsi alla Giovine Italia
di Giuseppe Mazzini. Attraverso
quattro episodi che corrispondono ad altrettante pagine
oscure del processo risorgimentale italiano, le vite di
Domenico, Angelo e Salvatore
verranno segnate dalla loro
missione di cospiratori e rivoluzionari, sospese tra rigore
morale e pulsione omicida,
slanci ideali e disillusioni politiche.
DISTR. 01 DISTRIBUTION
marzo 2011
rivista del cinematografo
fondazione ente dello spettacolo
73
Telecomando
DVD • BORSA DEL CINEMA • LIBRI • COLONNE SONORE
DVD
Easy Rider
Collector’s Edition, alta
definizione e digibook: da
non perdere
A pochi mesi dalla scomparsa
di Dennis Hopper arriva
l’imperdibile Collector’s Edition
Blu-ray di Easy Rider, diretto e
interpretato dallo stesso
Hopper, con Peter Fonda e Jack
Nicholson, premiato a Cannes
nel 1969 come miglior opera di
un regista esordiente. Definito
da Time Magazine “uno dei
dieci film più importanti del
decennio”, Easy Rider arriva
corredato di un “digibook”,
libretto di 32 pagine con
informazioni, curiosità e
immagini del film, più notevoli
contenuti speciali: oltre al
commento audio di Dennis
Hopper, il documentario “Easy
Rider: scuotiamo la gabbia” e il
MovieIQ,
informazioni in
tempo reale inmovie sul cast, la
troupe, la musica
e la produzione
attraverso il
dispositivo bd-live.
DISTR. SONY PICTURES HOME
ENTERTAINMENT
74
rivista del cinematografo
fondazione ente dello spettacolo
marzo 2011
CHI SI ASPETTAVA UN FILM SU
Facebook, sulla sua sterminata comunità, si è dovuto ricredere. The Social
Network di David Fincher (4 Golden
Globe, 3 Oscar) è sì un film sul gigantesco “mostro” creato da Mark
Zuckerberg, ma si concentra sulla sua
genesi e sul percorso del suo demiurgo (Jesse Eisenberg), brillante studente di Harvard dalle ridottissime capacità sociali, programmatore geniale
che non ha amici e crea “l’amicizia”,
poi lo “status sentimentale” senza averne uno, insomma il “social network”
per eccellenza senza avere vita sociale.
E che dopo aver sbancato dovrà
affrontare due battaglie legali per la
“paternità” dell’idea e per l’estromissione del socio fondatore, nonché
unico coetaneo disposto a volergli
bene. In doppio disco e in edizione
Blu-ray, ricco di extra: oltre al commento del regista e dello sceneggiatore Aaron Sorkin, approfondimento su
come sia stato possibile fare un film su
Facebook, gli effetti visivi, la post-produzione e la colonna sonora di Trent
Reznor e Atticus Ross.
DISTR. SONY PICTURES HOME ENTERTAINMENT
The Social
Network
Il manifesto di una generazione: in doppio disco e
in Blu-ray il capolavoro di Fincher
Laclassedeiclassici
a cura di Bruno Fornara
REGIA Mitchell Leisen
CON Charles Boyer,
Olivia De Havilland
GENERE Melodramma
(1942)
DISTR. Flamingo Video /
Teodora
La porta d’oro
Regia del sottovalutato e riscoperto Mitchell Leisen.
Sceneggiatura di Billy Wilder e
Charles Brackett. Interpreti perfetti: Charles Boyer, Olivia De
Havilland, Paulette Goddard.
Storia di frontiera e immigrazione: un avventuriero romeno
circuisce e sposa in Messico
una ingenua maestrina americana in vacanza, per poter così
entrare legalmente negli Stati
Uniti. Pensa di lasciarla appena
passato il confine per tornare
con la sua precedente fiamma.
Melodramma romantico con
risvolti sociali. Quasi tutto si
svolge in flashback: all'inizio,
l'immigrato si intrufola negli
studi della Paramount per rac-
contare la sua storia allo stesso
regista Leisen e vendergliela
per 500 dollari. L'elegante gigolo si convertirà alla fine al vero
amore? Ma certo! Lo dicono già
quei tergicristalli che si muovono ripetendo all'infinito – così
dice l'adorabile maestrina –
together together together... E
questa stessa parola magica,
stiamo insieme..., dovrà essere
sussurrata all'orecchio di lei, in
circostanze tragiche, per trattenerla in vita. Leisen: “La macchina da presa non ha orecchie. Se vuoi dire qualcosa,
mettilo sullo schermo”. Aveva
stile e lo metteva sullo schermo. Ah, i magnifici film di una
volta!
Fi lm in or bi ta
a cura di Federico Pontiggia
Sherlock
(Joi)
Scritta a quattro mani da Steven Moffat e Mark
Gatiss, la miniserie della BBC, che svecchia
l’investigatore di Conan Doyle con hi-tech e acume
evergreen. Il successo? Elementare, Watson.
Gianni e Pinotto
(Studio Universal)
Il cervello di Frankenstein per i 105 anni dalla
nascita di Lou Costello. E, sempre in coppia, con
Bud Abbott, gli altri mostri da ridere: l’Uomo
Invisibile, Dottor Jekyll e Mister Hyde e la Mummia.
Big Bang Theory
(Steel)
Nerd e geek alla riscossa! Dopo il Golden Globe al
protagonista Jim Parsons (Sheldon), ecco la
quarta stagione del Big Bang tutto da ridere. E c’è
una novità: Sheldon trova l’anima gemella.
La Pivellina
La poesia del vero di Covi e Frimmel:
con libro allegato e il doc Babooska
Splendido esempio di quanto, ancora oggi, il cinema
possa raccontare la realtà, traducendola in poesia, Non
è ancora domani (La Pivellina) di Tizza Covi e Rainer
Frimmel (Label Europa Cinemas alla Quinzaine di
Cannes 62, Miglior Film alla Mostra Internazionale del
Nuovo Cinema di Pesaro) arriva in homevideo grazie
alla collana “Le Nuvole” di Feltrinelli, con libro allegato
e in due dvd. Presente anche il doc precedente dei
due registi, Babooska, girato nella stessa borgata romana di San Basilio e incentrato su una famiglia di un
piccolo circo destinato a sparire. Macchina a mano,
nessuna facile compassione né sentimentalismi, Covi e
Frimmel raccontano ne La Pivellina la storia della piccola Asia, bimba di due anni abbandonata che viene
trovata e accudita da una famiglia di circensi: sullo
schermo rivive la vita, capace di illuminare il grigiore
di marane e degrado in cui troppo spesso l’opinione
pubblica accomuna criminalità ed esistenze ai margini.
DISTR. FELTRINELLI (LE NUVOLE)
marzo 2011
rivista del cinematografo
fondazione ente dello spettacolo
75
Telecomando
DVD • BORSA DEL CINEMA • LIBRI • COLONNE SONORE
DVD
Bacio e Passione
Dal classico sulla donna
ragno alla musicalità
napoletana di Turturro
Animal Kingdom
In Blu-ray l’opera prima dell’australiano Michôd: gangster-movie crepuscolare
TRIONFATORE AL SUNDANCE 2010 E
accolto con lode negli States, Animal Kingdom
dell'esordiente David Michôd riporta il cinema
australiano ai fasti del suo periodo
migliore (fine anni '70, inizio '80),
non a caso traendo linfa vitale dal
sottobosco reale della Melbourne di
quel periodo, quando le gang di
rapinatori stavano terminando i loro
giorni migliori: la carta vincente del
film, insieme ad una direzione degli
attori superba, è proprio quella di lasciare
totalmente in fuoricampo gli aspetti caratteristici del gangster-movie (rapine, sparatorie, azioni
criminali) per concentrarsi invece sul progressivo “soffocamento” di un gruppo, una famiglia,
ormai con l'acqua alla gola. Superba la matriarca Jacki Weaver, nominata per l’Oscar alla
miglior attrice non protagonista, dietro il cui
sorriso si nasconde costantemente il pericolo.
EDIZIONI CG HOME VIDEO / MIKADO
Sur viva l Hor ror
Dead Space 2
Isaac Clarke è tornato. E con lui un
esercito di necromorfi. Per console e PC
Il genere Survival Horror sta ad indicare quei
videogiochi che hanno come punti di forza un’atmosfera claustrofobica unita a tanti colpi di
scena che fanno letteralmente saltare dalla sedia
il giocatore, magari all’interno di un’ambientazione infestata da una razza aliena estremamente
aggressiva. Queste sono esattamente le caratteristiche di Dead Space 2, titolo che vi mette al
comando di Isaac Clarke, ingegnere molto abile
che si ritrova d’improvviso all’interno di una cittadina spaziale allo sbando, dove un nuovo culto
chiamato “Unitology” ha deviato la mente delle
76
rivista del cinematografo
fondazione ente dello spettacolo
marzo 2011
persone e generato abomini dagli esperimenti
derivati. Se non siete deboli di cuore troverete
una trama interessante e una parte estetica di
grande impatto, per uno dei titoli più belli disponibili su console e PC.
Per saperne di più visitate www.multiplayer.it
ANTONIO FUCITO
Per i 25 anni del Bacio della
donna ragno, titolo cult di Hector
Babenco che valse al
protagonista William Hurt un
premio a Cannes e l’Oscar, la
Dall’Angelo Pictures propone un
Anniversary Edition in doppio
disco, ricco di extra e
approfondimenti. Sempre sul
fronte “recuperi”, per “I classici
ritrovati”, Sinister Film propone in
Special Edition Un racconto di
Canterbury di Powell e
Pressburger, omaggiati anche da
“Il piacere del cinema” di Vieri
Razzini con un cofanetto che
contiene Scarpette Rosse, Duello
a Berlino e Narciso Nero. Sul
fronte novità, invece, segnaliamo
la doppia edizione di
Passione, viscerale
musical “napoletano”
diretto da John
Turturro, che CG
Homevideo propone in
dvd e Blu-ray. Sempre
CG distribuisce
Gorbaciof di Stefano
Incerti, con Toni Servillo
“cassiere con il vizio
del gioco”, mentre
Fandango H.E. propone,
anche in Blu-ray,
l’horror francese The
Horde, film ambientato
in una banlieu infestata
di zombie. Infine, con 01
distribution escono Una
sconfinata giovinezza di
Pupi Avati e (insieme a
BIM) l’ultima Palma
d’Oro di Cannes Lo zio
Boonmee che si ricorda
le vite precedenti.
Telecomando
DVD • BORSA DEL CINEMA • LIBRI • COLONNE SONORE
Borsa del cinema
di Franco Montini
Ottima la quota di mercato,
ma resta auspicabile
l’intervento statale: impensabile
affidarsi al successo di un unico
genere
Non è una
commedia
Nel breve volgere di tre anni, dal 2007
al 2010, il sostegno pubblico al cinema
italiano si è dimezzato, passando da 71 a
35,4 milioni di euro. L’intervento dello
Stato, che nel 2007 corrispondeva al
21,5% dell’ammontare degli investimenti
nella produzione, nel 2010 è sceso
all’11%. Tutto il resto è garantito dall’intervento dei privati in continua, progressiva crescita. Nel frattempo dal 2007 al
2010 la quota di mercato del cinema ita-
78
rivista del cinematografo
fondazione ente dello spettacolo
marzo 2011
liano è aumentata: nell’anno appena trascorso si è attestata al 32%, una cifra che
non si raggiungeva da tempo immemorabile e l’avvio del 2011 ha raggiunto
numeri impensabili, con la produzione
nazionale che ha superato quota 65%.
Questi brillantissimi risultati stanno tuttavia provocando un equivoco, subito
cavalcato da coloro che da sempre accusano il nostro cinema di sperperare
denaro pubblico. Secondo malevole
argomentazioni, il fatto che con meno
risorse pubbliche a disposizione il cinema italiano goda una migliore salute
dimostra che sarebbe auspicabile, utile e
perfino salutare cancellare definitivamente l’intervento dello Stato. Ma la realtà è
un po’ più complessa: la crescita di
incassi e spettatori per i film made in
Italy è frutto di una produzione più in
sintonia con le richieste del pubblico e
soprattutto qualitativamente e spettaco-
Cast & Crew
di Marco Spagnoli
L’arte di adattare
Dal romanzo al grande schermo: parla Aline Brosh McKenna
larmente migliore rispetto
al recente passato. Tutto
ciò si è realizzato anche
grazie al supporto pubblico, sia sotto forma di intervento diretto, sia attraverso
il meccanismo delle agevolazioni fiscali, che hanno
attirato al cinema anche
privati esterni al settore.
Per essere chiari, benché
penalizzato rispetto al passato, è assolutamente
necessario che il Fus continui a sostenere il cinema e
tutti gli altri settori dello
spettacolo. Così come, alla
luce degli ottimi risultati
ottenuti, non si può pensare di cancellare i meccanismi del tax credit e del tax
shelter o di prorogarli per
Vincitrice del premio dell’associazione degli
sceneggiatori USA per l’adattamento de Il diavolo veste Prada, Aline Brosh McKenna ha più
volte lavorato sullo sviluppo di storie ideate
da altri. Come nel caso di The Ivy Chronicles,
ispirato al libro di Karen Quinn, o come per
We Bought a Zoo che lei e il regista Cameron
Crowe hanno adattato dal libro di memorie di
Benjamin Mee, ora in produzione con protagonisti Matt Damon e Scarlett Johansson.
“La passione è la chiave di tutto e ai giovani
sceneggiatori consiglio di diversificare i loro
interessi”, dice Aline Brosh McKenna, di cui
vedremo presto Morning Glory (nella foto),
con Harrison Ford e Rachel McAdams, e
attualmente alle prese con la nuova versione
di Cenerentola per la Disney.
Qual è il segreto di un buon adattamento?
Restare fedele allo spirito del romanzo. Non si
può trasformare un libro in un film in maniera
pedissequa, perché il cinema non è letteratura
filmata. Bisogna puntare al cuore della narrazione: quando adatto un libro mi sento come
se fossi in costante conversazione con l’auto-
re per stabilire una sorta di ‘tono’ di voce.
Nel suo approccio cambia qualcosa?
Assolutamente no, perché quello che conta è
la storia che si vuole raccontare. L’ispirazione
può venire da un libro, da un articolo di giornale, da una storia che ho sentito. L’idea per
27 volte in bianco è nata basandomi sulla vita
di una mia carissima amica. La cosa che rende
facile l’adattamento di un romanzo sta nel
comprendere quale è il tipo di risposta emotiva che dai alla storia, mentre la leggi.
Se confermati, i tagli al Fus (da 410 a 258 milioni di
euro) trasformerebbero il sostegno in elemosina
soli sei mesi, come avvenuto di recente,
perché in questo modo si blocca il processo di crescita del nostro cinema. Per
la produzione di qualità e d’autore, e
non solo per le opere prime e seconde,
l’aiuto pubblico, anche in entità modeste, resta indispensabile per chiudere
certe operazioni. Mentre senza i meccanismi di incentivazione fiscale, la straordinaria fioritura di cinema popolare, che
si esprime nel genere commedia, verreb-
be immediatamente congelata. Servono
entrambi i meccanismi, perché la produzione nazionale deve differenziarsi il più
possibile; non può limitarsi ad un unico
genere.
Benché in questo momento, come dimostrano Che bella giornata, Benvenuti al
Sud, Qualunquemente (nella foto) ,
Immaturi, la commedia stia vivendo un
periodo di straordinario successo, non si
può pensare che una cinematografia
esprima un unico genere. Se così fosse,
in tempi brevi, si arriverebbe ad una
saturazione e ad una conseguente, inevitabile crisi. Proprio come sta accedendo
nel settore della fiction, dove, per mancanza di varietà, innovazione, sperimentazione, l’interesse è già in fase calante.
In definitiva, ribadendo che i contributi
pubblici vanno assegnati con serietà e
per meriti, l’intervento dello Stato deve
essere confermato ed anzi riportato ai
livelli 2010, perché i tagli annunciati al
Fus, che precipiterebbe dai 410 milioni
di euro dell’anno scorso a 258 milioni
quest’anno, trasformerebbero il sostegno
in elemosina.
box office (aggiornato al 21 febbraio)
1 Femmine contro maschi .......................... €
2 Amore & altri rimedi ................................ €
3 Il cigno nero .............................................. €
4 Il Grinta ...................................................... €
5 Sanctum 3D ............................................... €
9,853,594
1,274,948
1,098,966
1,041,563
2,483,876
6 Immaturi ................................................... € 14,172,819
7 Il discorso del re ..................................... € 4,361,535
8 Sono il numero quattro ............................ € 526,131
9 I fantastici viaggi di Gulliver .................. € 2,821,511
10 Qualunquemente .................................... € 15,615,058
N.B. Le posizioni sono da riferirsi all’ultimo weekend preso in esame. Gli incassi sono complessivi
marzo 2011
rivista del cinematografo
fondazione ente dello spettacolo
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Telecomando
DVD • BORSA DEL CINEMA • LIBRI • COLONNE SONORE
Libri
Monografia sulla
celebre attrice. Il nostro
cinema in collana, poi
Park Chan-wook e
Koundouros
Ingrid Bergman
Semplicemente perfetta
Cas toro all’ Ital ian a
Definita da David O. Selznick “un misto di bellezza eccitante
e di fresca purezza”, Ingrid Bergman illumina ogni film nel
quale appaia. Dire che ne è in grado perché l’hanno diretta
alcuni tra più grandi registi di sempre, significa ignorare il
rigore con il quale si è dedicata alla recitazione: la sua
celebre spontaneità era frutto di una competenza
scrupolosa, che puntava sempre al massimo senza
accontentarsi del già elevato talento naturale.
Analizzandone il percorso professionale, le
influenze culturali, le varie interpretazioni
e i riscontri critici, con Ingrid Bergman. La
vertigine della perfezione (Le Mani, pagg.
334, € 18,00) Nuccio Lodato e Francesca
Brignoli ripercorrono la genesi di
un’attrice che non voleva essere
considerata una diva, ma una donna
innamorata del proprio lavoro.
Saggi storici sui generi del cinema italiano non mancano,
eppure Il Castoro riesce a sorprenderci con una nuova collana
dal nome inequivocabile, “Italiana”. Agili, ma non striminziti,
volumetti che analizzano il nostro cinema con un taglio
attuale. La prima parte introduce il genere non solo nel
contesto della storia patria ma soprattutto dei media, delle
forme di auto-promozione e del pubblico che ha creato,
mentre la seconda ne approfondisce i film più significativi.
Con le due prime uscite Il Castoro mette in campo i generi più
saldi: Cinema d’autore degli anni Sessanta di Emiliano
Morreale (pagg. 175, € 15,50), che approfondisce 9 capolavori
da La dolce vita a Dillinger è morto e Commedia
all’italiana di Mariapia Comand (pagg.
139, € 15,50), che si sofferma su 7
capisaldi, da La grande guerra a
C’eravamo tanto amati. Attendiamo con
grande interesse le prossime uscite.
ANGELA BOSETTO
80
rivista del cinematografo
fondazione ente dello spettacolo
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GIORGIA PRIOLO
Maestro greco
La cinematografia greca ha avuto in Nikos Koundouros il
proprio genio. A lui, cineasta contraddittorio, si devono i
capolavori O Drakos e Vortex (opera di raffinata avanguardia
ancora oggi sconosciuta). In questo piccolo ma prezioso
volume (Il volto della Medusa. Il cinema di Nikos Koundouros,
Il Foglio, pagg. 46, € 6,00) Beniamino Biondi, poeta, saggista,
drammaturgo e regista teatrale, ci offre una puntuale
rassegna delle opere del maestro, resa completa da una
filmografia e da una bibliografia di riferimento. Ci introduce in
quello che è stato il peculiare espressionismo
di Koundouros con la sua estetica
rovesciatamente malinconica, risvegliando la
curiosità per un regista che attraverso lo
squallore delle strade malfamate e le ombre
cupe delle inquadrature descrisse il
drammatico e suggestivo terrore della vita
quotidiana.
GIULIO BASSI
‘900 da ridere
L’umorismo come valore sociale, senza il quale addirittura la
Terra smette di generare frutti. Dalle origini dell’umorismo e
del suo definirsi, con i suoi “antenati” letterari (primo fra tutti
viene citato il Collodi di Pinocchio), passando per la saga di
Don Camillo, per la narrativa dell’assurdo ma piena di
profonde verità di Italo Calvino (Il Visconte dimezzato, Il
Barone rampante, Il Cavaliere inesistente), per le opere dei
“nuovi narratori” cinematografici (Monicelli, Risi, Scola e tanti
altri) fino al trash anni ’70 e ai cinepanettoni
dei giorni nostri. Leandro Castellani, noto
autore e regista tv, costruisce in Umorismo
e Comicità.. Narrativa e Cinema nel
Novecento (Studium, pagg. 192, € 15,90) un
indispensabile inventario della cosiddetta
narrativa umoristica, una completa
rassegna dei personaggi comici del cinema
italiano.
L’anticonformista
Chi era Rodolfo Sonego? Alla scoperta dello
sceneggiatore del nord che incantò Flaiano e Sordi
di Chiara Supplizi
I nomi degli sceneggiatori spesso sono destinati a
perdersi tra gli altri nei titoli di testa e a essere
dimenticati. Un destino insolito quanto terribilmente
comune a cui Mirco Melanco con L’anticonformismo
intelligente di Rodolfo Sonego tenta di strappare, nel
decennale della scomparsa, Rodolfo Sonego. Nel
suo libro, il ritratto dell’artista bellunese arrivato a
Roma con un biglietto di sola andata si intreccia con
la storia di un’Italia da cartolina in cui i film
venivano scritti ai tavoli delle osterie romane
mentre l’“uomo comune” cercava di orizzontarsi in
una società che faceva del boom economico la sua
cifra di riconoscimento. Chi era Sonego? Chi era
l’uomo del Nord che incantava Flaiano con i suoi
racconti ed era riuscito a conquistare
immediatamente l’attenzione di Rossellini quanto la
fiducia del romanissimo Sordi? Forse la risposta
giusta, suggerisce l’autore, è un antropologo, un
viaggiatore munito di taccuino, capace di
Mirco Melanco
L’anticonformismo fotografare con la sua penna i vizi e le virtù, le
speranze e le delusioni degli italiani, ma soprattutto,
intelligente
di Rodolfo
un coraggioso anticonformista, indipendente e
Sonego
autonomo, lontano da qualsiasi preconcetto.
Ed. FEdS
Una biografia avvincente, una storia del XX secolo
€ 14,90
in cui l’autore sembra prendere in prestito allo
Pagg. 414
sceneggiatore il suo stile narrativo privo di
sovrastrutture ingombranti, per raccontare un
maestro e un amico.
ANTONELLA CAPPANELLI
Tutto Park
Michelangelo Pasini in Oltre la Vendetta. Il Cinema di Park
Chan-wook (Il Foglio, pagg. 225, € 18,00) ci offre un’esaustiva
e rara trattazione sul cinema di uno dei più grandi registi
coreani degli ultimi 20 anni, che insieme a Kim Ki-duk e Bong
Joon-ho ha contribuito a sdoganare il cinema coreano in
Occidente. Attraverso un’analisi cinematografica, sociale e
politica, l’autore si pone come obiettivo principale quello di
dar voce all’opera di Park Chan-wook.
Un’opera descritta come imprevedibile e
coerente allo stesso tempo, perché da una
parte raccoglie tematiche attuali (critica
sulla Corea contemporanea) uscendo però
dalle logiche dell’industria e sbalordendo
critica e spettatori. Bisogna andare oltre la
Trilogia della Vendetta per spazzare via una
lunga serie di luoghi comuni di cui è spesso
vittima il regista di Old Boy.
LAURA CONTE
Alberto Sordi in
Lo scopone
scientifico,
sceneggiato da
Sonego
Telecomando
DVD • BORSA DEL CINEMA • LIBRI • COLONNE SONORE
di Gianluigi Ceccarelli
Colonne Sonore
Visti da vicino
L’altro Cigno
Cajkovskij secondo Clint Mansell per la
Portman da Oscar di Aronofsky
L’unico (sostanziale) appunto imputabile allo score de
Il cigno nero è la propria
congenita incapacità a ramificarsi oltre un’unica direzione. Troppo rodato il rapporto artistico tra Clint
Mansell e il regista Darren
Aronofsky, perché l’affascinante imprevedibilità di
The Fountain possa ripetersi adesso. E troppo “costruito” il trip introspettivo della
protagonista perché la
musica di Mansell non sia
chiamata a seguirne pedissequamente la discesa agli
inferi della mente. Con l’ostacolo di un nume tutelare,
Cajkovskij, diegetico e
impossibile da ignorare.
Pur senza guizzi, Mansell
procede con classe sopraffina, dividendo in due lo
spazio mentale dell’ascoltatore con una cortina che
separa pubblico e privato,
clamore e silenzio, splendo-
re di facciata e peso interiore di una crescente ossessione. Il tema del Lago dei
cigni si fonde nella partitura
originale di Mansell, che a
tratti si rifugia in architetture
troppo ampie per il suo
minimalismo da non risultare schematiche (il minuetto
di A New Swan Queen ),
ma regala squarci melodici
di impressionante bellezza
quando il piano fende la
cortina del buio ( Cruel
Mistress, A Room of Her
Own).
In Stumbled Beginnings il
clamore dell’opera Cajkovskiana porta allo spasimo la
deformazione del delirio
della mente di Nina, che
nella conclusiva A Swan
Song (For Nina ) appare
svuotata, inerte, infranta
come il vetro che udiamo
rompersi, percorsa da echi
indistinti nel buio più completo della morte.
Per tut ti i gus ti
a cura di Federico Pontiggia
127 ore
Ma che c’azzecca
la nomination agli
Oscar? Già sopravvalutato Millionaire con
statuetta, A.R. Rahman riprende note e chiavi
per l’amico Boyle, ma il risultato è impalpabile,
incongruo, insomma, fuori tempo.
82
rivista del cinematografo
fondazione ente dello spettacolo
marzo 2011
Gianni e le donne
Ratchev &
Carratello: dopo
Pranzo di Ferragosto, altra partitura generosa
al servizio del Tati de Trastevere. Ma non è
tutto: vi ricordate i gloriosi Pixies? Ebbene,
Here Comes Your Man… Gianni Di Gregorio.
Il gioiellino
Il solito, grande
Theo Teardo:
dopo La ragazza del lago, torna a comporre
per Andrea Molaioli. Elettroclassica,
d’atmosfera e primo piano, con un refrain
politico. Anzi, civile. Applausi.
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