DEL POPOLO ce vo /la .hr dit w.e ww palcoscenico An no IV Sipario UN CAFFÈ CON... Luca 9 • n. 4 200 2 • Martedì, 5 maggio Lazzareschi Pagina 2 / DRAMMA ITALIANO Aggiungi un posto a tavola Pagina 3 / LA RECENSIONE Amleto, Il dio della carneficina Pagine 4-5 / NUMEROUNO Mamma mia Pagina 6 / TEATRALIA Premio Europa, Piccola scena Pagina 7 / CARNET PALCOSCENICO Il cartellone del mese Pagina 8 2 palcoscenico Martedì, 5 maggio 2009 UN CAFFÈ CON... Luca Lazzareschi di Rossana Poletti L uca Lazzareschi si è diplomato alla Bottega Teatrale di Firenze diretta da Vittorio Gassman e Giorgio Albertazzi. Vincitore, nel 1999, del Premio Randone-Primafila, è stato diretto in teatro da registi di primo piano, da Gabriele Lavia (in Edipo Re di Sofocle, Il Misantropo di Molière, Riccardo II, Otello, Riccardo III e Amleto di William Shakespeare), a Marco Sciaccaluga (Le tigri di G.Bona), a Marco Tullio Giordana (Morte di Galeazzo Ciano di Enzo Siciliano), da Vittorio Gassman (Non essere e Macbeth di William Shakespeare) a Glauco Mauri (Sogno di una notte di mezza estate di William Shakespeare), da Giuseppe Patroni Griffi (Un marito di Italo Svevo) a Guido De Monticelli (Enrico V di William Shakespeare), e via via tanti altri nel tempo fino a Cesare Lievi in Erano tutti miei figli di Arthur Miller, Calenda nel ruolo di Edgar nel Re Lear e attualmente da Pietro Carriglio nell’Amleto. Per il cinema, ha recitato in Where angels fear to tread, e Vuoti a perdere. Sul piccolo schermo, è apparso tra i protagonisti di Incantesimo, de L’impero, e de Il mastino. Ricordando una delle ultime interpretazioni shakespeariane di Lazzareschi, l’Edgar nel Re Lear, prodotto qualche anno fa proprio dallo Stabile Fvg, e facendo i dovuti confronti con il suo attuale Amleto, balza immediatamente agli occhi, che i diversi registi dei due spettacoli, ad un certo punto, mettono in scena l’attore nudo, nel senso letterale del termine. Bisogna aggiungere poi che tutti e due i personaggi si fingono pazzi per sfuggire in qualche modo alla loro terribile realtà. Chiediamo a Luca Lazzareschi che cosa significhi nel teatro la nudità. Innanzitutto, la follia è una costante di molti personaggi shakespeariani. La nudità, soprattutto quando è portata in spettacoli di “tradizione”, là cioè dove uno non se l’aspetterebbe, - perché Il nudo sulle copertine dei giornali, oramai ci lascia indifferenti, invece a teatro colpisce lo spettatore, non per pruderie. Perché è un atto eversivo in sostanza, il turbamento è interiore. Io di Shakespeare salverei tutto. Shakespeare è un nostro “contemporaneo”, e i classici sono comunque contemporanei. Shakespeare, che tratta sempre di vita e morte, figli e madri, guerre e potere, assassini e amore, è sempre contemporaneo. Nessun contemporaneo arriverà ad essere così profondo e poetico, per ora almeno per inciso ci sono spettacoli di altra natura, di altra genesi, dove la nudità è la normalità, se sono tutti nudi, turba semmai quello che è vestito – in quei spettacoli, dicevo, per l’attore la nudità è una prova. Mettersi a nudo fisicamente non è semplice, ma è ancor più difficile farlo psicologicamente. La nudità per un attore può essere violenta o non esserlo affatto. La nudità di Edgar era scritta da Shakespeare, nel copione richiede espressamente l’uomo nudo, che si è spogliato di tutto “del suo sé per fingersi altro”. Per Shakespeare far ricorso alla pazzia per molti suoi personaggi significa spogliarsi di tutto e riuscire a capire e interpretare il mondo da una chiave diversa. Amleto, il nudo del «prima» Anche in questo “Amleto” la nudità, in una scena leggermente tagliata e spostata dal suo contesto originale, ha un significato drammaturgico, non è fine a se stessa. C’è un Amleto del prima e uno del dopo, quello pazzo è l’Amleto di una parentesi in cui il personaggio non è più nulla, non è ciò che era prima, non ha più lo spirito vendicativo, ma non è neanche l’Amleto rinnovato della sua permanenza in Inghilterra, è in un nulla, spogliato di tutto come un Cristo laico. Si presenta come mamma l’ha fatto perché non ha niente. Non è riuscito a portare a termine la spinta della sua volontà, l’azione, ed è in un limbo di nulla, e il nulla è nudità. In questo senso il regista ed io l’abbiamo interpretato. È un momento, mi rendo conto, che nessuno si aspetta, per quanto ce ne siano stati molti di Amleti nudi, potrei citarne almeno tre o quattro. Lavia ad esempio, usò la nudità in un altro monologo, in modo però molto simile. Il senso è dunque questo, una spogliazione del sé. È il momento in cui Amleto dice “che cos’è un uomo se pensa solo a dormire e mangiare. È soltanto una bestia” e la bestia è nuda. Shakespeare, l’odierno uomo di ieri C’è molto Shakespeare nel tuo curriculum teatrale. Che senso ha oggi questo grande drammaturgo per il pubblico? luci, però anche su una certa rigidità interpretativa dei personaggi. I ruoli vengono impostati a priori e messi lì, quasi fissi, immobili. È un regista direi “rigoroso”. È una tecnica? E se lo è qual è il significato? Sono scelte registiche, bisognerebbe chiederlo a lui. Posso dire però che una delle cifre poetiche di Carriglio è proprio la cura dell’aspetto scenografico, iconografico ed estetico, delle luci e dei costumi, che prevede un’esposizione del personaggio, non dico oratoriale, ma che tende all’oratoriale. Alcuni personaggi sono così impostati proprio per permettere ad Amleto di essere qualcosa di diverso, che si muove come uno strano animale tra queste fissità, dovute anche alla sontuosità dei costumi, che devono essere portati in un certo modo. Amleto sfugge da tutto questo e dal buio che circonda la pedana sospesa nel vuoto, con le magnifiche luci di taglio Il teatro è un rito, come la Messa. C’è la liturgia della parola, c’è il Padre Nostro. Non puoi arrivare dopo la lettura del Vangelo… Il teatro è un rito e come tale va affrontato. La televisione, invece, è distrarsi. A teatro si va, ci si siede, si guarda, si ascolta, si sta lì, si giudica, si partecipa si compartecipa a un rito. Se non piace si esce prima Io di Shakespeare salverei tutto. Come diceva un grande studioso, Shakespeare è un nostro “contemporaneo”, i classici sono comunque contemporanei. La grande drammaturgia parla sempre delle stesse cose, parla della morte, della vita, della guerra. Guarda caso parla della famiglia, perché tutti i grandi della drammaturgia partono dal cosiddetto triangolo edipico: padre, madre, figlio. Come nella tragedia greca, pensiamo ad Edipo, Antigone, sempre si parte da questo triangolo che è il nucleo primo della società. Shakespeare, che tratta sempre di questi argomenti, vita e morte, figli e madri, guerre e potere, assassini e amore, è sempre contemporaneo. Nessun contemporaneo arriverà ad essere così profondo e poetico, per ora almeno. Quando un contemporaneo diventerà un classico, fra duecento anni qualcuno lo scoprirà. Pietro Carriglio, il regista, interpreta questo “Amleto” in modo particolare. Gioca molto sulle scene, sui costumi, sulle (di Saccomandi), Amleto appare e scompare e gli altri personaggi sono statici, o perlomeno più statici di lui, nella loro essenza di personaggi. È la scelta del regista che ha una sua efficacia. A teatro alla ricerca del tempo La scelta del regista è stata anche di fare un’edizione quasi integrale dell’Amleto, quasi quattro ore di spettacolo. nuclei drammatici del testo. Non ci sono intere scene tagliate, ci sono sforbiciate qua e là, che non intaccano la struttura dell’Amleto. Il problema dei classici è fondamentalmente la durata, perchè il pubblico di oggi non è più abituato a stare a teatro più di due ore e mezzo, tre al massimo. È bene invece abituarsi ad ascoltare storie che hanno bisogno di tempo per essere raccontate. E che la vita di oggi è molto difficile in questo senso. È proprio il tempo che manca. Il teatro è un rito, come la Messa. C’è la liturgia della parola, c’è il Padre Nostro. Non puoi arrivare dopo la lettura del Vangelo… Il teatro è un rito e come tale va affrontato. La televisione non è un rito, è distrarsi. Allora il rito inizia e si esce di casa, si posteggia la macchina, che è la cosa più complicata e dolorosa, ci si siede, si guarda, si ascolta, si sta lì, si giudica, si partecipa si compartecipa a un rito. Se non piace si esce prima. TV e teatro, diciamo (quasi) pari sono Hai fatto un’affermazione sulla televisione che distrae. Generalmente all’attore di teatro disturba un po’ chiedere se preferisce fare il teatro alla televisione. Ma, no non è vero. Quanto allora incide la cattiva televisione su questa affermazione? Tanto. Io personalmente non faccio differenze tra teatro e televisione. Certo a teatro c’è la magia che si rinnova ogni sera, il pubblico e via discorrendo. Però anche la bella televisione fatta bene può dare soddisfazione. Ci sono importanti esempi in questo senso, pensiamo a Zingaretti con Montalbano, a Castellino, a Placido, a Boni, ci sono prodotti di altissima qualità che a me piacerebbe tantissimo fare, per carità. Ho peraltro fatto “Incantesimo” lungo un anno intero. Per un attore si tratta di adeguare il mezzo espressivo. Il problema risiede nella fruizione della televisione. Credo che prima o poi la televisione generalista chiuderà e ci sarà solo il satellite. Io ce A teatro c’è la magia che si rinnova ogni sera, il pubblico e via discorrendo. Però anche la bella televisione, quella fatta bene, può dare soddisfazione L’Amleto integrale durerebbe cinque ore, sarebbe impossibile ai giorni nostri uno spettacolo così lungo. Carriglio ha tagliato quanto più possibile senza rovinare i l’ho a casa e vedo di tutto, cose magnifiche, e non distrattamente. Mi ci metto e guardo. In Italia c’è troppo poca televisione buona rispetto alla cattiva. palcoscenico 3 Martedì, 5 maggio 2009 nteprima DRAMMA ITALIANO Anteprima Aggiungi un posto a tavola Q uando a telefonare è il Padreterno, non c'è ma che regga. Chissà la faccia di don Silvestro nel realizzare che dall'altra parte del cavo c'è Colui che... È musical-fiction: don Silvestro ha cura delle anime di un immaginario paese di montagna. Comunque, il Padreterno in persona gli comunica che ha l'intenzione di mandare sulla terra un secondo diluvio universale e gli affida l'incarico di costruire un'arca per mettere in salvo dall'acqua tutti gli abitanti e gli animali del paese. Impresa impossibile per un uomo solo, ma ancor più impossibile per don Silvestro, convincere i compaesani a dargli una mano. Entrano in scena Clementina, figlia del sindaco Crispino (e proprietario di una falegnameria: potrebbe essere il fornitore della materia prima del natante), Consolazione, donna di facili costumi che arriva in paese poco prima del diluvio (disegno? casualità?). La donna porta scompiglio, nel paese, succede un po' di confusione (qualche matrimonio in pericolo e cose così) alla quale metterà ordine il Supremo. Con il diluvio? No, non ci sarà nessun diluvio: don Silvestro convincerà Dio a lasciar perdere. Il paese è salvo; don Silvestro, quando il diluvio è più che previsione meteo, potrebbe anche andarsene con l'ar- ca (più vuota che occupata, perchè il Cardinale convince tutti a non dar retta al "matto"), resta per amore del suo gregge. Sarà questo gesto di amore ed altruismo a convincere Dio. Gran finale con una tavola circolare piena di ogni bendiddio. Su questa scende una colomba bianca che va ad occupare un posto rimasto vuoto. C'è un amico in più. Lui. Ed è questo un invito a tutti (Dopo di me il diluvio) di David Forrest. Le musiche sono di Armando Trovajoli, il grande jazzista romano che, dagli anni '50 in poi, si era specializzato in colonDal Sistina in poi ne sonore. La prima edizione debuttò al "Aggiungi un posto a tavola" è teatro Sistina di Roma l'8 dicemuna commedia musicale in due atti bre 1974; il sipario si alzò dopo di Garinei e Giovannini, scritta tra settanta giorni di prove. Piacque, il 1973 e il 1974 con Iaia Fiastri e lo spettacolo, al punto da rimanere al romanzo "After me the deluge" in scena, sempre al Sistina, tutta la stagione. Sei mesi. Una cosa mai successa prima. Il cast della prima edizione era formato da Johnny Dorelli (Don Silvestro), Paolo Panelli (il Sindaco), Bice Valori (Consolazione), Ugo Maria Morosi (Toto), Daniela Goggi (Clementina), Christy (Ortensia), Carlo Piantadosi (il cardinale), Renato Turi (la Voce di Lassù). Dopo il musical "Il giorno della tartaruga", messo in scena nel 1984, la compagnia del Dramma ad esser pronti ad aggiungere un posto a tavola per un amico che potrebbe bussare alla porta. Basta poco, si sposta un po' la sedia e si sta comodi lo stesso. Laura Marchig: «Questo musical ci voleva» Con la direttrice del Dramma Italiano, Laura Marchig, brevemente sulla proposta della Compagnia. “Ci voleva proprio, ‘Aggiungi un posto a tavola’: desideravamo un musical già da tempo. Ne abbiamo messo in scena uno molti anni fa (Il giorno della tartaruga, n.d.a.) ed allora ci mancava. Allestire un musical è una cosa complicap tissima, ne siamo ben coscienti. È un po’ fuori dalle nostre possibilità, a dire il vero, ed allora è stato necessario coinvolgere nella realizzazione altre persone, altri talenti. Anche se, devo dire, la Compagnia ha la fortuna di avere persone eclettiche, che cantano, ballano, recitano. Anche se l’unica, per dire, autorizzata-autorizzata, è Elena Brumini che in questo senso ha studiato, ha una preparazione appropriata: canta, danza, recita... Degli altri componenti la Compagnia, ad esempio nessuno danza. Mi sembra che ‘Aggiungi un posto a tavola’, l’edizione originale del ‘74, coivolgeva artisti di varia professione, ballerini, cantanti, ognuno con la propria specialità: da noi, in scena, tutti fanno tutto. Ognuno è ballerino-attore-cantante. Manco a dirlo, la differenza tra la nostra messinscena e quella in originale, è enorme; non abbiamo nemmeno tentato di fare raffronti. Basti pensare alle maxi scenografie che nel 1974 erano costate 250 milioni di lire. Difficoltà, per questa novità di scena, non ne abbiamo avute. Nessuna difficoltà d’inserimento nemmeno per gli esterni. Abbiamo ospite Mario Battifiaca; beh, sì, lui ha avuto un po’ di difficoltà, giusto un pizzico, per motivi di lingua: parla il dialetto ma non la lingua standard ed allora ha dovuto superare lo scoglio dell’acquisizione del ritmo della lingua italiana. Con Battifiaca, poi, è stato un equo scambio di, diciamo favori, lui ci dà la sua popolarità e noi diamo a lui il modo di scoprire le sue doti di grande interprete. Per il resto, abbiamo avuto un grande aiuto da molti esterni, dal maestro Vlajnić, ad esempio, maestro di coro e direttore d’orchestra che ha insegnato agli interpreti a cantare, poi abbiamo una band della scena fiumana, cantanti, cantanti di professione (vedi Vivien Galletta) e laureandi in canto già impegnati nell’opera lirica. Ed infine abbiamo un vero tesoro: Silvano Bontempo, mascotte della CI, vecchio membro della Filodrammatica. Ricapitolando, devo dire che questo del musical è un processo abbastanza complesso, per niente facile da realizzare, che ci mancava l’esperienza ed abbiamo dovuto imparare ed allora abbiamo chiesto aiuto a chi questo lavoro lo sa fare. E la risposta è stata generosa. Italiano offre al suo pubblico un musical maiuscolo come "Aggiungi un posto a tavola". Una doppia impresa: intanto perchè il musical, come genere, è complicato quanto basta e il DI è compagnia di prosa; eppoi, c'è il momento del confronto. Inevitabile quando il titolo è così ipercalorico. L'edizione a firma "DI" del musical vedrà sul palco Mario Lipovšek, Bruno Nacinovich, Elvia Nacinovich, Giuseppe Nicodemo, Elena Brumini, Alida Delcaro, Toni Plešić, Pino Trani, Silvano Bontempo, Rosanna Bubola, Chiara Cavalieri, Vivien Galletta, Myriam Monica, Marijan Padavić, Cvetan Pelčić, Marijana Radić, Lucio Slama, Teodor Tiani. Regia di Branko Žak Valenta. La prima è in cartellone il 12 maggio alle ore 19,30 a Fiume al Teatro Fenice. Cierre 4 palcoscenico Martedì, 5 maggio 2009 Il Dio della carneficina Amleto Il rischio del troppo noto TRIESTE. Teatro Rossetti. Attorno al teatro si sviluppano da sempre dibattiti più o meno accesi su alcune questioni. È giusto attualizzare il teatro, è giusto interpretare in chiave moderna un testo classico, è giusto cambiare il linguaggio, è giusto vestire strano i personaggi, e l’elenco potrebbe continuare all’infinito, anche con tutti i rispettivi contrari, della serie: e perché no? Quindi uno potrebbe essere portato a dire: che facciano quello che vogliono, va bene comunque. Sì, ma fino ad un certo punto. Il linguaggio oggi è profondamente mutato, riflette non solo un modo di esprimersi, ma anche sostanzialmente un modo di essere diverso. E allora spesso a teatro testi complessi, perchè arcaici nel linguaggio, rappresentano un vero ostacolo ad una serena ed efficace aspettativa del pubblico, anche di quello più colto e raffinato. La nostra vita attuale è frenetica, corriamo tutto il giorno, il lavoro è spesso snervante, la sera siamo stanchi e fastidiosi all’idea di quello che ci aspetta il giorno dopo. Pensare che in queste condizioni si possa stare seduti quattro ore, senza provare un qualche sgomento, è verosimilmente velleitario. Ed è il caso dell’ultimo Amleto visto al Rossetti, con un grande Luca Lazzareschi, per la regia di Pietro Carriglio. Anche qui però corre l’obbligo di dire un “ma”, nel senso che se tutto lo spettacolo fosse stato come i vari pezzi affidati alla brillante interpretazione del protagonista del titolo, probabilmente anche le tre ore e quarantacinque minuti ci sarebbero apparse un po’ meno lunghe, un po’ meno dolorose. E qui allora entrano in scena tutte le varie questioni. Che senso ha presentare un testo quasi in- Martedì, 5 maggio 2009 tegrale in un palcoscenico vuoto, nel quale troneggia solo una grande pedana basculante, e vestire da imperatori giapponesi il re, la regina e alcuni dignitari di corte. Forse che il Giappone si addice alla Danimarca, se è così non ce ne siamo mai accorti. Aggiunge questo particolare un fascino maggiore allo spettacolo? Niente di più di quello che potrebbero fare dei costumi dell’epoca e del posto descritto. È allora questa una libera concessione del regista. Ci sia permesso di dire che al regista è chiesto qualcosa di più e di più importante. D’accordo, lo spettacolo ha una scenografia scarna, quasi assente, ma essenziale, direi perfetta, le luci di Saccomandi sono veramente straordinarie, ma è proprio sulla regia complessiva dello spettacolo che avremmo da ridire. A teatro si va per ascoltare una storia, ma soprattutto per partecipare di un’emozione. La storia di Amleto, peraltro troppo nota per perderci anche solo una riga, ha talmente tanti e tali frecce al suo arco passionale, che non ci vuole un grande sforzo per suscitare nell’attento spettatore un po’ delle emozioni che sgorgano dalla sofferenza per un padre ammazzato, dalla viltà dell’assassino, dall’inganno, dal tradimento della madre, dalla disonestà degli amici. Di “Amleto”, non ricordo bene, credo di averne visti almeno tre o quattro finora. Questo mi ha lasciata indifferente. E come me buona parte del pubblico, che ha applaudito giustamente la buona prova di sè di alcuni degli attori impegnati, tra cui segnaliamo, oltre a Lazzareschi nel ruolo del titolo, Luciano Roman nei panni di Claudio, re usurpatore di Danimarca. Al lavoro corale degli attori, alla regia dunque, è chiesto un afflato d’assieme, un movimento unico capace di portare lo spettatore nel posto più elevato della sofferenza e della mostruosità umana, che nella fattispecie Shakespeare canta per i suoi contemporanei e rimembra ai posteri. Poscaro Per due denti rotti «I l dio della carneficina”. Può succedere che, a leggere un titolo così, in cartellone, uno decide di disertare il teatro e starsene tranquillamente a casa. Oddio, tranquillamente! La TV ed i giornali passano tante di quelle carneficine! Invece, a dispetto del titolo, quella di Yasmine Reza è una commedia “da camera” che fa e non fa ridere, ma che dà sicuramente da pensare perchè mette a nudo le labili fondamenta del vivere civile. Si incomincia da una quotidiana banalità: due ragazzini, appena undicenni, vengono alle mani. Succede. Sarà capitato anche a tutti noi, no? qualche spinta, forse anche un qualcosa di più cattivo, ma comunque, roba da ragazzi. Il fatto è che questa volta, Bruno ne esce con due denti di meno. Colpa di Ferdinand che decisamente è andato giù pesante. Per esperienza: se in queste beghe non entrano i genitori, si dimenticano prima. Invece, i genitori si catapultano tra i rispettivi figli ed iniziano i dolori. Dunque, a questo punto, le due coppie di genitori si confrontano per risolvere a parole la lite di mano tra i figli. Ci si aspetterebbe, da questi adulti, una discussione calma, sererena, adulta, appunto. Invece, complice anche qualche bicchierino, è un’escalation di isteria, gratuito scambio di insulti, testardaggine, capricci e lacrime. Morale della favola: meglio lasciar fare ai ragazzi, perchè da questo incontro, gli adulti ne escono malconci; crolla, soprattutto, quel perbenismo falso costruito per il mondo che c’è fuori; emergono storie di bicchiere, alienazione, crisi familiari, nevrosi. La vita è il lavoro, il lavoro è la vita e non sempre è possibile reggere tempi e ritmi di un’esistenza di corsa e sempre e comunque passibile di confronti. Un susseguirsi di sentimenti alterni e diagonali: odio, invidia, risentimento, per finire nel nulla. Yasmine Reza condisce la pièce con un humour sarcastico, quasi furibondo, incalzante; si tiene in intelligente bilico, attraverso i dialoghi, tra commedia e tragedia. Va anche oltre, ci sembra, accendendo un punto interrogativo grande quanto il mondo: le buone intenzioni ci salveranno? No! Non è pessimista, Reza, forse solo ottima conoscitrice dell’animo umano; sicuramente osservatrice acuta. Ed allora, che cosa c’è sotto il nostro vivere civile? Sotto le ostentate buone maniere? La gentilezza da distribuire al mattino per le scale, la crisi da gestire dietro le porte di casa. L’uomo contemporaneo sarà anche informato, preparato, attento, pronto a difendere giuste cause (più lontano sono più fortemente le si difende), ma sotto sotto, sotto tutta questa incravattata positività, ha un che di barbarico, nichilista. Quindi, forse nemmeno il litigio da strada di due adolescenti è il pegno da pagare sulla strada della crescita: una volta i litigi erano litigi; due lacrime e la promessa minaccia di non essere amici mai più; il giorno dopo, via, insieme verso nuovi giochi. Oggi, spesso e ferocemente, i figli sono da subito i loro genitori, con le loro nevrosi, il poco tempo, le meschinità. Ma Santiddio! Non potrebbero, questi adolescenti prendere dai genitori qualcosa di buono?! La messinscena polese è dello zagabrese “Rugantino”. Regia di Franka Perković Gamulin. Ottimi in scena Ivica Vidović, Gordana Gadžić, Boris Svrtan e Urša Raukar. Scenografia essenziale ma basta così: un divano sul quale fare accomodare, purtroppo, più difetti che pregi. Cierre 5 6 palcoscenico NUMEROUNO Martedì, 5 maggio 2009 Mamma mia! Quando giravamo in minigonna (e shorts) M amma mia! Quanta gente. Mamma mia, che casino! Se c’è un po’ di posto ci vado anch’io. E allora fu così che più di ventimila persone acquistarono biglietti, piuttosto onerosi, -“ho fatto un mutuo per portarci la famiglia” diceva qualcuno - per vedere Mamma mia! Il musical. Per mettere allegria non c’è niente di meglio che buona musica, magari ballabile e comunque quella che tutti conoscono, o almeno orecchiano e canticchiano. Lo spettacolo ha debuttato a Trieste il 22 aprile proseguendo per ben dodici giorni di repliche fino al 3 maggio, con peraltro molte doppie recite e con uno spettacolo di mezzanotte dedicato ai terremotati dell’Abruzzo. Ci sono alcuni dati che danno il senso del fenomenale riscontro del pubblico a questo titolo. Trieste è probabilmente il posto più piccolo in cui il musical è stato allestito, una delle poche piazze italiane, qui prima ancora del suo debutto, era già lo spettacolo teatrale che, negli ultimi trent’anni, ha venduto il maggior numero di biglietti con un record assoluto d’incasso. Hanno comprato i biglietti da mezza Europa: Slovenia, Croazia e Austria, ma anche Olanda, Svizzera e da tutta Italia. 31 gli artisti in scena, di altissimo livello, orchestra dal vivo stupefacente, impianto luci e fonico strepitoso, da grande concerto rock, il tutto in un teatro che per tutte le repliche era sempre gremito all’inverosimile, fino alla piccionaia. La piccionaia è così chiamata una parte remota del loggione dove per vedere qualcosa stai appollaiato sulla balaustra, come appunto un colombo. Trieste come Londra, come New York Lo spettacolo, che è stato presente a Trieste, è della stessa edizione che contemporaneamente è in scena a Londra e New York. È quello originale, diretto da Phyllida Lloyd su libretto di Catherine Johnson. Otto sono le produzioni che si esibiscono contemporaneamente intorno al globo. Tutto questo e molto ancora si potrebbe dire per far capire il grande successo di questo show. Uno spettacolo, molto bello, che però da solo di per sé non giustifica numeri di questa portata. È comprensibile che persone che, come me, andavano alle prime feste di adolescenti, dove suonavano le canzoni più famose degli ABBA, SOS, Dancing Queen, The Winners Take It All, Money, Money, Money, e Take A Chance On Me – per dirne alcune – 22 le riproposte nel musical, vivano quest’esperienza come un tenero e divertente ritorno alle origini. Io stessa mi sono emozionata nel rivedere la mia amica del cuore delle medie, compagnia di tanti ricordi gioiosi di quei meravigliosi anni Settanta, nei quali cantavamo e ballavamo queste canzoni con le minigonne e gli shorts, che a quei tempi andavano alla grande, come pure le scarpe con le zeppe, grandi protagoniste dello spettacolo, meglio se argentate e quasi fosforescenti. Ma i giovani che cosa c’entrano, quelli che hanno riempito il Rossetti e probabilmente riempiranno anche gli altri teatri in giro per il mondo, hanno vent’anni, poco più, poco meno. Negli anni ’70 erano bambini i loro genitori. Eppure sono una gran parte del pubblico. Conoscono le canzoni, le cantano, hanno già visto il video decine di volte prima di vedere lo spettacolo dal vivo. Insomma se definiscono questo musical “il numero uno” al mondo evidentemente ha numeri al suo interno capaci di muovere larghe platee. «Non avevamo davvero idea di come sarebbe stato accolto lo spettacolo» - riflette oggi la produttrice Judy Craymer. «Il pubblico era in delirio, tutti schizzarono letteralmente dalle sedie e iniziarono a cantare e ballare nei corridoi e così è ancora oggi. Ogni sera». Cercando di spiegare il fenomeno dice: «Qualunque sia lo spettatore e la sua età, riesce a immedesimarsi nella storia che si svolge sul palco. Il pubblico sembra totalmente immerso nell’esperienza grazie anche alle canzoni che dimostrano di avere un qualità magica e senza tempo». La storia di MAMMA MIA! ha origine negli anni Ottanta quando Judy Craymer, che aveva già collaborato alla nascita di un altro grande musical della West End, CATS, nel 1981, iniziò a lavorare con Benny Andersson e Björn Ulvaeus degli ABBA. Fu immediatamente affascinata dai due musicisti: «In fondo erano loro che avevano scritto Dancing Queen, una delle più grandi canzoni pop di tutti i tempi!» racconta. Decise di mettere in piedi il progetto di creare un musical che avrebbe usato le canzoni esistenti degli ABBA e che non sarebbe stato un tribute musical sulla band. Nel 1997 la produttrice incontrò la commediografa Catherine Johnson, che aveva il talento e la sensibilità giusta per questo lavoro: «Dissi a Catherine che doveva dimenticare le canzoni. – la Craymer ricorda - Dovevano essere solo una fonte d’ispirazione, ma la storia doveva funzionare anche senza la musica. E fu esattamente quello che ottenne». Con una sceneggiatura in mano, Judy Craymer iniziò la ricerca di un valido regista. Trovò la brava regista teatrale e operistica Phyllida Lloyd. Tre donne per un maxi successo «Sono felice che il successo di MAMMA MIA! sia il risultato di una collaborazione senza precedenti di tre donne, - commenta la Craymer - ma non c’era alcun intento di discriminare gli uomini. Le relazioni sul palcoscenico delle tre migliori amiche Donna e le Dynamos al centro della storia rispecchiano quelle delle donne che hanno creato lo show. Noi vediamo noi stesse in quelle tre donne sul palco, perché Catherine è la mamma single un po’ caotica, io sono quella esigente e Phyllida è quella pragmatica». MAMMA MIA! debuttò ufficialmente a Londra il 6 aprile 1999 al Teatro Prince Edward. Fu considerato un buon segno visto che proprio nella stessa data nel 1976 nello stesso teatro gli ABBA vinsero l’Eurovision Song Contest! MAMMA MIA! è una storia gioiosa e divertente sulla famiglia e sull’amicizia. Ambientato su una paradisiaca isola greca, racconta la volontà di una figlia, alla vigilia del suo matrimonio, di scoprire finalmente l’identità del padre. Questo desiderio porterà tre uomini del passato della mamma a tornare sull’isola che avevano visitato per l’ultima volta 20 anni prima. D’altronde la storia è identica a quella del film, che ha impazzato, anche quello, nei cinema quest’inverno. Ed è tutto qui il trucco di questo grande successo. Un’operazione di marketing, programmata sin dall’esordio: le musiche degli ABBA (si deve ricordare che l’album ABBA GOLD uscito per la prima volta nel 1992, è rimasto per 206 settimane nella hit parade) avevano successo, su ciò è stato costruito il musical, che ha avuto successo, su questo successo è stato costruito il film, che è stato un dilagante successo. E così di successo in successo…la fortuna sta crescendo a dismisura. Oltre 32 milioni di persone hanno visto lo show, una valanga di bigliettoni, come dice Paperon de’ Paperoni (più di due miliardi di dollari solo per il musical). E per gli ABBA che finirono la loro corsa nel 1982, immaginate perché!, la fama, e non solo quella, continua. Il gruppo si costituì circa nel 1970. Erano in quattro: Björn Ulvaeus, Benny Andersson, Agnetha Fältskog e Anni-Frid Lyngstad (meglio conosciuta come “Frida”). Quattro anni dopo erano già all’apice della loro carriera musicale dopo aver vinto l’edizione dell’Eurofestival nel 1974 con il brano Waterloo. Per amore o disamore Al massimo della loro celebrità entrambi i matrimoni dei componenti del gruppo (Björn con Agnetha e Benny con Frida) fallirono, fino alla rottura del gruppo avvenuta nel 1982. Anche per i Beatles la fine del gruppo fu dovuta ai matrimoni. Quelli contratti nel frattempo però. Per concludere resta solo una cosa da dire: le tre donne protagoniste (Jackie Clune è Donna Sheridan, Geraldine Fitzgerald è Tanya, Leigh Mc Donald è Rosie), la madre con le sue due amiche sono straordinarie cantanti, attrici e ballerine. Interpreti in là con gli anni, non sembrano risentire minimamente della fatica di quasi tre ore di spettacolo, spesso ripetuto due volte nella stessa giornata, in una lunga ed estenuante tournée. Le coreografie sono perfette, così anche le scene, le luci, l’orchestra e tutto il resto. A sottolineare che le produzioni internazionali, come questa International Tour, non tradiscono le aspettative.(rp) palcoscenico 7 Martedì, 5 maggio 2009 Fiume respira teatro internazionale Fiume respira teatro internazionale Festival delle piccole scene F iume respirerà, per la sedicesima volta, il Festival internazionale delle piccole scene; si svolgerà dal 3 all’11 maggio e offrirà dieci spettacoli (cinque provenienti dalla Croazia, due dalla Serbia, Lituania, Germania e Ungheria porteranno uno spettacolo ciascuna). I palcoscenici saranno quelli della Casa croata di cultura di Sušak (HKD), dell’“Ivan de Zajc”, dell’ex Cartiera e della Filodrammatica. Su il sipario, ieri l’altro, su “Tartuffe” (Molière) con lo “Jugoslovensko dramsko pozorište” di Belgrado. Ieri TEATRALIA Premio Europa Si sono svolte a Wroclaw dal 31 marzo al 5 aprile 2009 le manifestazioni della XIII edizione del Premio Europa per il Teatro e la XI edizione del Premio Europa Nuove Realtà Teatrali. Il Premio Europa per il Teatro, nato nel 1986 come programma pilota della Commissione Europea e riconosciuto dal 2002 dal Parlamento e dal Consiglio Europeo come “organizzazione d’interesse culturale europeo”, è un punto d’incontro importante per il teatro europeo. La Giuria della XIII edizione del Premio Europa per il Teatro e della XI edizione del Premio Europa Nuove Realtà Teatrali, ha assegnato il Premio Europa per il Teatro XIII edizione a Khystian Lupa, maestro del teatro europeo contemporaneo. Premio Europa Nuove Realtà Teatrali XI edizione a registi e realtà teatrali già consolidati ed affermati sulla scena internazionale: Guy Cassiers (Belgio); Pippo Delbono (Italia); Rodrigo Garcia (Spagna/Argentina); Arpad Schilling (Ungheria); François Tanguy e il Théâtre du Radeau (Francia). “Turbofolk” nell’allestimento del Teatro Nazionale “Ivan de Zajc” di Fiume e “Seksualne neuroze naših roditelja” (Le neurosi sessuali dei nostri genitori), del Teatro Nazionale di Belgrado. Questa sera, all’HKD, “Taibele e il suo demone” di Isaac Bashevis Singer nella messinscena dall’HKD Teatar di Fiume. Firma la regia Egon Savin. “Le Baccanti” di Euripide mercoledì (6 maggio ore 21) alla Cartiera con l’Ansamble drammatico dell’Estate di Spalato. Giovedì 7 maggio sarà all’HKD (inizio ore 19) la compagnia lituana “Oskaras Koršunovas Theatre Vilnius” con l’“Amleto” di Shakespeare. Venerdì 8 maggio (alle ore 18 e alle 20), alla Filodrammatica sarà di scena “Kos”, con il Teatro cittadino di Sisak. Doppia rappresentazione anche sabato: alle 18 e alle 21 (HKD di Sušak), “Chi dice di si, chi dice di no” con la tedesca “Volksbuehne Berlin”. Domenica “Polet”, al Teatro dei giovani di Zagabria. Il biglietto d’entrata include le spese di trasporto da Fiume a Zagabria. Chiuderà la manifestazione “Djevuška” della “Bela Pinter Company” di Budapest. Fil rouge del Festival, “l’arte teatrale in confronto diretto con l’ambiente sociale”, ovvero “l’ambiente sociale quale punto di incontro di violente critiche per cambiare il mondo in stile brechtiano”. Accompagna il Festival, il premio “Veljko Maričić” per il miglior spettacolo, miglior regia, drammaturgia, scenografia, light design, miglior attore, attrice, giovane attrice e ruolo comprimario. Ancora, premio “Mediteran” per il “Novi list” e premio del pubblico “Dalibor Foretić”. 8 palcoscenico Martedì, 5 maggio 2009 CARNET PALCOSCENICO rubriche a cura di Carla Rotta TEATRO Il cartellone del mese IN CROAZIA Teatro Nazionale Ivan de Zajc - Fiume 5 maggio ore 20 Šostakovic e Prokofjev concerto con Konstantin Bogino 13, 14 e 15 maggio ore 19,30 Il processo balletto di Berislav Šipuš – Staša Zurovac – Franz Kafka. Coreografia Staša Zurovac IN ITALIA Teatro lirico Giuseppe Verdi - Trieste 8, 12, 13 e 14 maggio ore 20,30; 9 maggio ore 17; 10 e 16 maggio ore 16 16, 18, 19 e 20 maggio ore 19,30 Un tram chiamato desiderio di Tennessee Williams. Regia Dino Mustafić. Interpreti Mirjana Karanović, Alen Liverić, Lucija Šerbedžija, Žarko Radić, Predrag Sikimić, Anastazija Balaž Lečić, Tanja Smoje, Jasmin Mekić, Nenad Vukelić, Marina Bažulić 7, 8. 9 e 11 maggio ore 19,30 Madame Butterfly di Giacomo Puccini. Regia Dora Ruždjak Podolski. Interpreti Hui He / Mirella Toić, Kristina Kolar / Anđelka Rušin, Ivanica Lovrić, Davor Lešić / Maurizio Comencini, Kiril Manolov / Robert Kolar, Stjepan Franetović / Igor Vlajnić, Marko Fortunato, Dinko Lupi / Siniša Štork, Alida Cossetto / Andrej Simčić, Saša Matovina, Dario Bercich, Darko Matijašević, Milica Marelja, Angela Nujić, Stanislava Šćulac / Marijana Radić 12, 13 e 16 maggio ore 19,30; 13 maggio ore 12 Teatro Fenice Aggiungi un posto a tavola di Garinei e Giovannini. Regia Branko Žak Valenta. Interpreti Mario Lipovšek, Bruno Nacinovich, Elvia Nacinovich, Giuseppe Nicodemo, Elena Brumini, Alida Delcaro, Toni Plešić, Pino Trani, Silvano Bontempo, Rosanna Bubola, Chiara Cavalieri, Vivien Galletta, Myriam Monica, Marijan Padavić, Cvetan Pelčić, Marijana Radić, Lucio Slama, Teodor Tiani 26, 28 e 30 maggio ore 19,30 La Traviata di Giuseppe Verdi. Regia Janusz Kica. Interpreti Margareta Klobučar, Olga Kaminska, Olga Šober, Kristina Kolar / Anđelka Rušin, Vanja Zelčić, Davor Lešić, Sergej Kiselev, Vitomir Marof, Robert Kolar, Marko Fortunato, Saša Matovina, Dario Bercich, Siniša Štork, Martin Marić, Darko Matijašević, Siniša Oreščanin 27 maggio ore 19,30 Nunsense di Dan Goggin. Regia Mojca Horvat. Interpreti Olivera Baljak /Andreja Blagojević, Vivien Galletta / Leonora Surian, Andreja Blagojević / Elena Brumini, Antonela Malis / Leonora Surian, Anastazija Balaž Lečić / Kristina Kaplan Teatro cittadino - Pola 11 maggio ore 20 La figlia del reggimento di Gaetano Donizetti. Regia Davide Livermore. Interpreti Eva Mei, Silvia Dalla Benetta, Alessandra Palomba, Dionisia Di Vico, Antonino Siragusa, Gianluca Terranova, Paolo Rumetz, Giovanni Guagliardo, Manrico Si- Brana/ La chiusa di Conor McPherson. Regia Mateja Koležnik. Interpreti Dražen Kühn, Sven Šestak, Ozren Grabarić, Sven Medvešek, Ksenija Pajić 20 maggio ore 20 Mijaooo! Jaooo! Regia Jadranka Radetić Ivetić. Interpreti Kristina Brajković, Leana Alić, Matea Stankić, Irena Bilčić, Danijela Jaklin, Ela Ku- 27, 28 e 29 maggio ore 20 Neboder/Grattacielo di Lana Šarić. Regia Edvin Liverić. Interpreti Filip Lugarić, Vedran Živolić, Lana Gojak, Luka Juričić, Mirjana Sinožić IN SLOVENIA Teatro cittadino - Capodistria 29 maggio ore 20,30; 30 maggio ore 17; 31 maggio ore 17 L’Italiana in Algeri di Gioacchino Rossini. Regia Pier Luigi Pizzi. Interpreti Daniela Barcellona, Daniela Pini, Lawrence Brownlee, Barry Banks, Paolo Pecchioli, Roberto Tagliavini, Paolo Bordogna, Nicolò Ceriani, Carla Di Censo, Ye Won Joo, Elena Traversi, Marco Camastra Politeama Rossetti - Trieste Ciclo: Prosa 13, 14, 15 e 16 maggio ore 20,30; 14 e 17 maggio ore 16 Rumori fuori scena di Michael Frayn. Regia Attilio Corsini. Interpreti Viviana Toniolo, Stefano Altieri, Annalisa Di Nola, Stefano Messina, Carlo Lizzani, Roberto Della Casa, Annalisa Favetti, Massimiliano Franciosa,Valentina Taddei 26, 28, 29 e 30 maggio ore 20,30; 27 e 31 maggio ore 16 pres Đorđević, Valentin Jurić, Teo Frgačić, Mate Alerić, Petra Kožljan, Ela Jokić, Barbara Vukmirović, Marko Braić, Jan Franjul, Joelle Živolić, Martina Kolar 26 maggio ore 20 Metastasi di Ivo Balenović - Boris Svrtan. Regia Boris Svrtan. Interpreti Mario Mirković, Vilim Matula, Hrvoje Kečkeš, Tarik Filipović, Borko Perić, Branka Trlin, Nina ErakSvrtan,Edo Vujić, Željko Konigsknecht, Linda Begonja, Elizabeta Kukić, Kostadinka Velkovska, Mia Begović, Ana Maras, Vlatko Dulić, Anton Tudić, Ivana Legati, Dragoljub Lazarov, Duško Čurlić Spettacoli fuori sede gnorini, Gianluca Bocchino, Giuliano Pelizon, Ariella Reggio, Massimiliano Borghesi Marco Simeoli, Fabrizio Angelini, Loredana Piedimonte, Claudio Pallottini, Fabiana Denicolo, Susanna Proietti, Carlotta Proietti, Giulia Vazzoler, Chiara Rosignoli, Giovanna Gallorini, Valeria Brambilla, Tatiana Biagioni, Francesca Speranza, Vasco Giovannelli, Ennio Dura, Marco Di Folco, Marco Rea 8 e 9 maggio ore 21 Trieste per la danza - Four di Thomas Noone. Interpreti Thomas Noone, Nùria Martinez, Graziano Galàtone e Edoardo Luttazzi (voci), Pac Ninni alla chitarra 11 e 12 maggio ore 20,30 Giovanni Allevi in concerto 12 e 13 maggio ore 21 Trieste per la danza - Atlantide di Mvula Sungani. Interpreti Emanuela Bianchini, Claudia Cavalli, Ilaria Palmieri, Ivana Cibin, Alessia Giustolisi, Vito Cassano, Salvatore Addis, Nicola Palmas Enrico IV˝di Luigi Pirandello. Regia Paolo Valerio. Interpreti Ugo Pagliai e Paola Gassman, Roberto Petruzzelli, Alessandro Vantini, Teodoro Giuliani, Roberto Vandelli, Giuseppe Lanino, Beatrice Zardini, Andrea De Manincor, Francesco Godina, Francesco Mei Ciclo: Fuori abbonamento 7, 8 e 9 maggio ore 20,30; 10 maggio ore 18 Di nuovo buonasera Gigi Proietti 15 e 16 maggio ore 21 Trieste per la danza - Trittico di Marta Bevilacqua e Luca Zampar, Sharon Fridman, Federica Russolo e Corrado Canulli. Interpreti “Un chilo di mele basterà”, con Valentina Saggin e Luca Zampar, “Carlos&me”, con Sharon Fridman e Carlos Fernandez, “Scomoda_mente”, con Federica Russolo e Corrado Canulli 18 e 19 maggio ore 21 Trieste per la danza - Shake di Fabio Basile. Regia Laura Corradi. Interpreti Carlotta Plebs, Cristina Surace, Midori Watanabe Teatro Orazio Bobbio - Trieste Non pervenuto Anno IV / n. 42 del 5 maggio 2009 “LA VOCE DEL POPOLO” - Caporedattore responsabile: Errol Superina IN PIÙ Supplementi a cura di Errol Superina Progetto editoriale di Silvio Forza / Art director: Daria Vlahov Horvat Edizione: PALCOSCENICO Redattore esecutivo: Carla Rotta / Impaginazione: Saša Dubravčić Collaboratori: Rossana Poletti Foto: Dražen Šokčević La pubblicazione del presente supplemento viene supportata dall’Unione Italiana grazie alle risorse stanziate dal Governo italiano con la Legge 193/04, in esecuzione al Contratto N° 83 del 14 gennaio 2008, Convezione MAE-UI N° 2724 del 24 novembre 2004