VoceVallesina
della
Settimanale d’informazione
ANNO LVIII- N. 17
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Jesi, domenica 15 maggio 2011
Impôt reprisé Tassa riscossa Ufficio di Jesi
Poste Italiane spa - Spedizione in abbonamento postale - D.L. 353/2003 (Conv. in L. 27/02/2004 n.46) art. 1, comma 1, DCB - Jesi
azione cattolica
regione
Roma, MsAc: la
cronaca di una
tre-giorni bella
ed intensa
di Allegra Moreschi
san marcello
Approvato il
nuovo accordo
per le attività
degli oratori
13
musica
Uno spettacolo
per sostenere e
conoscere il Cav, il
13 maggio
5
libri
La Brunella
Maggiori in
concerto con la
corale de L’Aquila
10
11
Un nuovo libro
di Lucia Romiti
sulla vita di papa
Wojtyla
10
XVI edizione del Palio di San Floriano
Un tuffo nella storia, leggenda e tradizione
di Paola Cocola
Con la sfida tra arcieri e la gara della corsa
della campana, Belvedere Ostrense ha conquistato lo stendardo della sedicesima edizione
del Palio di San Floriano, «una rievocazione
storica sempre suggestiva e sorprendente soprattutto per la forza del volontariato che la
muove» ha sottolineato il direttore di “Voce”,
Beatrice Testadiferro, al tavolo di apertura
della manifestazione, nel pomeriggio del 6
maggio presso la chiesa di San Nicolò. Per l’avvocato Giancarlo Catani, presidente dell’Ente
Palio, «una notevole rappresentazione della
storia medievale, che merita l’attenzione delle scuole da coinvolgere di più nelle prossime
edizioni; un evento - oggi - dallo spessore culturale più profondo rispetto a quello di precedenti edizioni».
E in effetti, le iniziative che l’hanno connotata
sono state rilevanti. Ha cominciato l’Emporio
delle parole, assieme al Duo arpe celtiche e
voce “Erin’s Fairies” e la scuola di danza “Dance Attitude” con il recital “La parola, l’anima
della storia”, un carosello di danze e musiche
rinascimentali alternate alla lettura di sonetti
di William Shakespeare. A seguire, il grande
successo riscosso dal convegno del Comitato
storico scientifico dell’Ente Palio su “I templa-
ri tra storia e leggenda”, con la partecipazione
dell’associazione Cavalieri Templari Cattolici
d’Italia. Gli interventi, molto interessanti, del
dr. Mauro Giorgio Ferretti, del prof. Fabio Bertarelli e del prof. Riccardo Ceccarelli, hanno
tracciato un quadro preciso e affascinante della storia dei Cavalieri Ospitalieri o Ospedalieri,
nati come Cavalieri dell’Ordine dell’Ospedale
di San Giovanni di Gerusalemme, quindi conosciuti come Cavalieri di Rodi e in seguito
come Cavalieri di Malta. Una tradizione che
inizia come ordine ospedaliero benedettino
intorno alla prima metà dell’XI secolo a Gerusalemme e divenuto, in seguito alla prima crociata, un ordine religioso cavalleresco cristiano
dotato di un proprio statuto a cui fu affidata la
cura e la difesa dei pellegrini diretti in Terra
santa. Durante il convegno sono state evidenziate le tracce della loro presenza anche a Jesi.
E ancora, la premiazione a Palazzo dei Convegni delle scuole elementari e medie della
Vallesina, da parte della Raffaello Editore, con
l’esposizione degli elaborati del concorso di
“Giù pe’ Sant’Anna” accanto alla mostra per
immagini dal titolo “Il Palio nelle fotografie”. Il
concerto “Musica Antiqua” dell’Istituto Comprensivo Carlo Urbani e il concerto del coro
Cardinal Petrucci. E poi il torneo di scacchi
under 18 “San Floriano”, le danze orientali
e i tamburi per il corso con i gruppi Aynin e
Crazy Diamond.
Sempre spettacolare, il lungo corteo storico
con circa 300 figuranti, aperto dai sindaci dei
Comuni della Vallesina assieme all’assessore
regionale Serenella Moroder, assieme all’assessore regionale Serenella Moroder e al
consigliere regionale Enzo Giancarli, rappresentanti della Provincia, il gruppo Avalon e le
associazioni delle città ospiti: Palio dei castelli
di San Severino, Palio dei terzieri di Montecassiano, Aesis milites del contado di Maiolati
Spontini, Festa della castellana di Scapezzano, Cavalcata dell’Assunta di Fermo. A sfilare,
quest’anno, anche le delegazioni di Montecassiano, Urbino, Fabriano, Filottrano, Maiolati e
San Marcello. Dopo il discorso del sindaco Fabiano Belcecchi e l’abbinamento degli arcieri ai
Comuni per la gara del palio, il corteo ha raggiunto il Duomo per la tradizionale offerta del
cero e la partecipazione alla santa messa dedicata al patrono e celebrata dal vescovo Gerardo
Rocconi. Non sono mancate le esibizioni degli
sbandieratori, dei musici, dei giocolieri e quella
sempre carica di suspense del gruppo L’antico
volo in piazza Baccio Pontelli.
A ricreare l’atmosfera medievale - che ha richiamato in piazza e nelle vie del centro, sabato sera, oltre cinquemila persone, tra cui molti
giovani - hanno contribuito gli allestimenti
delle tende e le dodici taverne deliziosamente
arredate e adornate per la festa. Quella “De li
commedianti” in vicolo delle Terme si è distinta, conquistando la giuria, con le squisitezze
del lo Svevo, la zuppa de lo Speziale, il companatico de lo Rodorico e il dialetto di Fra’ Giovanni. Frequentatissimo anche il Mercatino
medievale di arti e mestieri in piazza Federico
II, ma soprattutto molto seguite le gare tra i
quartieri storici della città: tiro con l’arco, tiro
alla fune, corsa della Campana, staffetta podistica. La somma dei punteggi raggiunti ha collocato Monsano e Santa Maria Nuova al secondo posto dopo Belvedere Ostrense che ha tolto
la palma dell’edizione scorsa a Monte Roberto.
Jesi è ferma al successo del 1999.
Lo spettacolo dei giochi pirotecnici - dedicato a
San Floriano e controllato dai volontari del Palio - ha chiuso la complessa manifestazione che,
assieme all’entusiasmo e ai consensi raccolti, se
ne va anche per quest’anno con il suo suggestivo carico di storia, leggende e tradizioni avvolto
puntualmente da un alone di polemiche, proteste e disappunti: non trascurabili per poter far
meglio, ma certamente non determinanti per
rinunciare alla prossima edizione!
Foto di Paola Cocola
e Augusta F. Cardinali
Dopo i moti rivoluzionari e l’uccisione di Bin Laden, nonostante la guerra in Libia, è possibile guardare avanti con più fiducia
Le reazioni del mondo arabo preannunciano la caduta del secondo muro
È vero: nonostante la morte di molti in Libia per la guerra civile che si
consuma in tanti centri e per i bombardamenti da parte di tante nazioni, e nonostante una pericolosissima
stagnazione delle pesanti azioni militari alle porte di casa nostra, solo
che guardiamo un po’ più lontano, il
pessimismo che pure ci tiene, passa
in secondo ordine. Nessuno, infatti, può negare che i moti esplosi da
mesi in una decina di nazioni arabe,
tutte ricche e tutte sotto dominio
assoluto, si originano da una spontaneità di base, espressa soprattutto
da masse giovanili. Non si spiegano
con il comando della guerra santa,
ma soltanto con una diversa mentalità culturale delle nuove generazioni che hanno potuto contattare tutto
il mondo grazie ai nuovi massmedia,
dalla tv, al personal computer, ai cel-
lulari. Sono queste invenzioni degli
ultimi decenni che hanno permesso
di scavalcare i giornali guidati dalle
dittature. E l’orizzonte di tanti si è
espanso e si è aperto verso altri valori rispetto a quelli tradizionali, in
primis verso i valori del mondo occidentale. Insomma, siamo di fronte
ad una cultura che si è “mescolata”,
“imbastardita” nel senso migliore
della parola. Se, come da tante parti è stato sottolineato, i moti così
spontanei e così tragici non hanno
visto, per la prima volta, le bandiere
incendiate degli Stati europei e americani, è segno evidente che siamo di
fronte ad una svolta culturale prima
ancora che politica. Perché quella
politica potrà venire e potrà non venire, ma ormai c’è un seme presente
in tutto il mondo arabo che nessuno
potrà più distruggere. Un seme che
ha come unica prospettiva quella di
crescere, e poi crescere, e infine crescere ancora. Forse che lo stadio intermedio – i moti, le guerre civile, i morti
– attraverso cui sono dovuti passare gli
Stati occidentali prima di raggiungere
libertà e democrazia, verrà risparmiato al mondo arabo e più in generale, a
tutti gli Stati ancora “liquidi”?
Se neppure l’esecuzione – e che esecuzione – di un simbolo come Bin
Laden e dello sfacciato giubilo di tanti americani non hanno movimentato le masse arabe, quelle stesse che
si erano stravolte per un libro e per
una caricatura, è segno indubbio che
qualche cosa sta cambiando e che
non dovrebbe essere troppo lontano il tempo in cui il secondo muro
– quello che ha diviso il mondo arabo dall’Occidente dopo la nascita
dello stato israeliano – dovrà cadere.
Troppo ottimismo? Come la mettiamo con le minacce di Al Quaeda
che, certo, vanno prese sul serio?
Ecco: sono solo minacce di dirigenti
di un partito colpito nel suo leader.
Non sono le minacce di un’intifada, della base, di masse di giovani.
Non escludo, certo, altri attentati,
né escludo che i tempi saranno ancora scanditi da sobbalzi improvvisi
e inattesi. Ma, prima o poi, l’Occidente avrà modo di lasciare l’intesa
con le monarchie assolutiste per allacciarsi a nuovi sistemi politici legati a valori reciproci, alla intermediazione naturale e non “dettata o
subita”, alla stretta di mano sincera dall’una e dall’altra parte, una
stretta che dovrebbe consacrare il
superamento della tanto paventata
guerra di civiltà. Dovrebbe consacrare l’addio alle teocrazie. Non è
un caso che i due tronconi politici
della Palestina abbiano ritrovato
la loro unità. Una unità difficile
e precaria quanto volete, ma pur
sempre indice che qualche cosa di
rilevante sta avvenendo. Certo, se
Israele continuerà a chiudersi a riccio nelle sue conquiste e nelle sue
miopi paure, il cammino sarà più
lungo prima di raggiungere l’ambita meta di una grande intesa fra le
due sponde storico-culturali.
Conclusione. Alla luce di questa
grande prospettiva, la stessa invasione di tanti derelitti appare meno
drammatica. Crea problemi, spinge
a litigare con l’Europa per la sua cecità, ma si apre anche alla agognata integrazione utile a noi e utile ai
tanti ospiti “non invitati”.
Vittorio Massaccesi
[email protected]
2
jesi e l’unità d’italia
La seconda guerra d’indipendenza
di Giuseppe Luconi
IX
Nel 1857, con la fondazione a Torino della
«Società Nazionale»,
un nuovo fervore di
indipendenza si era propagato intanto nella
penisola al grido di Italia e Vittorio Emanuele! (i repubblicani, sollecitati da Mazzini, avevano iniziato nel giugno di quell’anno a Genova un moto insurrezionale, ma il
tentativo era stato frustrato e diversi rivoluzionari, tra cui lo jesino Francesco Politi,
erano stati arrestati e tradotti in carcere).
Il 29 aprile 1859, l’esercito austriaco, comandato dal generale Ferencz Gyulai e
forte di 180 mila soldati, varcava il Ticino
per affrontare i 70 mila uomini di Vittorio
Emanuele II e i 10 mila “cacciatori delle
Alpi” di Garibaldi. La notizia della ripresa
delle ostilità richiamò subito folti gruppi dì
volontari sui campi di battaglia. Anche da
Jesi ne partirono in buon numero.
Fin dai primi scontri, l’esercito austriaco
non riuscì a far valere la propria superiorità numerica e le cose si misero male per
il generale Gyulaj con l’arrivo dei 120 mila
francesi comandati personalmente da Napoleone III. Le sconfitte subite dagli austriaci costrinsero l’imperatore Francesco
Giuseppe (anche lui postosi direttamente al
comando delle sue truppe) a richiamare attorno a sé anche gli uomini di presidio nei
territori «protetti». Cosicché, dopo dieci
anni di occupazione, anche la guarnigione
austriaca di stanza ad Ancona abbandonò
la città. Alle 4 del mattino del 12 giugno la
lunga colonna - composta di 5.300 uomini
di fanteria, di 150 cavalli, 100 carriaggi da
trasporto e una batteria
di artiglieria da campagna - prendeva la via
per il Nord.
Non appena i soldati austriaci lasciarono la città,
ad Ancona si costituì un governo provvisorio affidato al gonfaloniere Michele Fazioli. A Jesi il 17 giugno un gruppo di liberali
abbatté gli stemmi pontifici ed innalzò 1a
bandiera tricolore sugli edifici del Governo
e del Comune. Venne nominata una giunta
provvisoria di governo composta da Antonio Colocci, Luigi Colini e Gabriele Greppi.
Moti identici a quello di Jesi si verificarono
il 18 giugno anche a Senigallia, Chiaravalle,
Arcevia, Massaccio (Cupramontana), Monteroberto, Castelbellino, San Marcello e San
Paolo di Jesi, ma ormai era trascorso troppo tempo dalla partenza degli austriaci e
l’insurrezione non aveva più serie probabilità
di successo, in quanto si era dato tempo alle
forze pontificie di riorganizzarsi per ristabilire il dominio papale in tutto il
territorio dello Stato. I liberali,
vista la piega presa dagli avvenimenti, ritennero prudente mettersi in salvo. Scapparono per
lo più a Firenze, dove, con altri
emigrati, formarono la «Giunta superiore delle Marche e
dell’Umbria», la cui presidenza
venne affidata ad Antonio Colocci.
Intanto la nostra città si era venuta a trovare momentaneamente senza direzione governativa. Il 24 giugno la Magistratura
pensò bene, a scanso di noie, di
rimettere gli stemmi pontifici al posto del
tricolore. L’incarico di far osservare l’ordine
pubblico venne affidato all’ufficiale comandante la piazza
Lo stesso giorno, nella vittoriosa e decisiva
battaglia di Solferino, cadeva da eroe sotto
il piombo austriaco il giovane jesino Paride
Cherubini. Altri due volontari di Jesi - Agapito Salvati e Francesco Petrini - rimanevano feriti. Il 12 luglio, con l’armistizio di Villafranca, aveva termine la Seconda Guerra
d’Indipendenza.
(9 – continua)
Il poeta Roberto Dellabella vincitore a Terni
La forza della ricerca poetica
tenuto numerosi apprezzamenti.
Dellabella, nel corso della cerimonia di premiazione, ha letto
una sua poesia “Sopraffazione
e vigliaccheria”. Si è classificato
quinto nella sezione vernacolo
premiato con coppa e diploma
con la poesia “’Na ricetta pe’ la
vita” mentre il componimento
“Antica notte d’estate” ha ottenuto il premio speciale con diploma d’onore.
Roberto Dellabella è nato a
Montecarotto nel 1947 e risiede
a Moie dal 1972. Dopo l’attività
lavorativa come rappresentante
Poeti e scrittori italiani si sono dati ap- e poi funzionario commerciale, ha iniziapuntamento a Terni, presso il “Centro to a scrivere poesie prima per gli amici e
Culturale”di Via Aminale per le cerimo- per i familiari e poi raccolte in pubblicanie di premiazione del concorso letterario zioni o inviate ai concorsi.
“San Valentino”, organizzato dal “Comi- Roberto Dellabella omaggerà tutti i
tato per la premiazione di un messaggio lettori di Voce della Vallesina della sua
d’amore” con il patrocinio di Regione ultima raccolta di poesie in lingua e in
dialetto “Il silenzio e le parole”. Il libro
Umbria, provincia e comune di Terni.
Il tema che ha visto il maggior numero arriverà insieme al numero 18 del 22
di partecipazioni dall’Italia e dall’estero, maggio. La redazione ringrazia Roberè quello d’amore nel senso più ampio del to per questo gradito dono con l’auspitermine, per le sezioni di poesia singola cio di condividere ancora il valore e la
inedita, silloge di poesia inedita, narrativa forza garbata della sua ricerca poetica.
e saggistica inedita e libro edito di poesia
e di narrativa.
Nella foto, l’autore mentre declama una
Nel corso della cerimonia è stato premia- sua poesia alla cerimonia di premiazione
to il libro “Con il cuore da bambino” di
del concorso di letteratura
Roberto Dellabella: una raccolta di me“Premio San Valentino”, svoltasi
morie dell’infanzia dell’autore che ha otil 7 maggio scorso a Terni.
Giornata Nikon per i 35 anni di attività di Gino Candolfi
Il fotografo festeggia la sua passione
Nell’immagine, la battaglia di Solferino
in cui cadde lo jesino Paride Cherubini
Auguri, Maria e Giacinto!
Domenica 8 maggio alle
ore 11,15 presso la chiesa
di Santa Maria del Piano,
insieme ai familiari, parenti
ed amici hanno voluto condividere la loro gioia davan-
Voce della
Vallesina
Cultura e società
15 maggio 2011
ti al Signore, Maria Giuliani e Giacinto Amadio per
i loro 50° di vita insieme.
Durante la celebrazione eucaristica presieduta dal parroco don Giovanni Rossi,
In onore dei trentacinque anni di attività
dietro l’obbiettivo e un indissolubile legame
con la Nikon, Gino Candolfi ha festeggiato
presso il suo negozio in via Gallodoro a Jesi,
insieme a sua moglie Daniela, suo figlio Lorenzo e sua figlia Roberta. Stiamo parlando
di uno dei più autorevole fotografi e fotoreporter della città, che ha speso trentacinque
anni dei suoi cinquantanove dedicandosi
alla fotografia e alle sue innumerevoli e affascinanti tecniche. Per festeggiare l’evento,
nel grande negozio si sono potuti ammirare
gli scatti più suggestivi di Gino e tanti altri
in cui lui stesso è presente, come le foto che
lo ritraggono insieme a personaggi di prestigio: la foto con Papa Giovanni Paolo II (cui
è stata dedicata una parete della sua vetrina
per la beatificazione), le foto con Virna Lisi
e con mister Roberto Mancini. Una mostra
particolare, fatta di ricordi legati alla vita
personale e professionale del fotografo e del campionario al completo,
dalle più rudimentali alle innovative, con tanto di obbiettivi, cavalletti,
filtri e flash. Oltretutto si è tenuto
un corso di fotografia che ha avuto
un notevole successo e molti iscritti,
tanto che oltre alla mattina dalle 10
alle 12 si è poi ripetuto nel pomeriggio per un totale di circa cinquanta
iscritti. Come vorrà poi ricordare
Gino: «Il negozio non è sempre stato in via Gallodoro, prima nel 1976
era aperto in via Battisti ed erano
non più di venti metri quadrati. Ma
la mia grandissima e profonda passione per
le foto e per le Nikon mi ha sempre accompagnato lungo ogni percorso e spostamento,
anche qui nella nuova sede inaugurata nel
1983. Oggi infatti siamo in due a festeggiare:
Io e la Nikon». L’azienda partner storica del
fotografo Candolfi ha poi presentato in anteprima nazionale la nuova Nikon 5100, una
macchina digitale e fotocamera innovativa
non ancora sul mercato.
Una lunga carriera coronata anche dal Premio fedeltà al lavoro assegnatogli dalla Camera di Commercio di Ancona e che continuerà, assicura Candolfi, a riservare grandi
sorprese e soddisfazioni.
Ilaria Latini
l’amica, nonché presidente
dell’Apostolato della Preghiera, dopo aver invocato
la benedizione del Signore
e la protezione della Madre
Celeste, ha ringraziato gli
sposi per la bella testimonianza di fedeltà e di amore,
mentre il parroco dava loro
appuntamento al prossiNella foto al centro Gino Candolfi con
mo traguardo delle nozze
l’ospite Alice Bellagamba e il fotoamatore
d’avorio.
di Fano, Daniele Poldo, che ha acquistato la
Agli auguri dei familiari
Nikon D5100 presentata nella giornata.
e del parroco si uniscono
quelli della redazione di
Voce della Vallesina: GiaIncontri sull’arte conviviale
cinto collabora con puntualità e generosità nella di- “Convivio italiano di civiltà e millenni. Storia italiano dal Rinascimento al Barocco” e venerdì
stribuzione del settimanale della costruzione di una identità nazionale a ta- 20 maggio alle ore 19 su “Il percorso di identità
ogni mercoledì pomeriggio. vola” a cura di Tommaso Lucchetti, storico della dal secolo dei Lumi ad oggi”. Alle ore 21 del 20
A Giacinto e alla sua sposa cultura gastronomica e dell’ arte conviviale. La maggio verrà servita, su ordinazione, una cena
esprimono le migliori fe- proposta è dell’Archeoclub d’Italia con il patro- a tema.
licitazioni per la loro vita cinio del comune di Jesi. I prossimi incontri sa- Le conferenze si terranno presso la sede di Italranno giovedì 12 maggio alle ore 18 su “L’estro cook in via Conti, 5 a Jesi. L’ingresso è libero.
coniugale.
Voce della
Vallesina
arte
Scusate il bisticcio
(ghiribizzi lessicali)
Peter Pun (con la u)
Un bohémien del nostro tempo
L’ERA DI EVA (E DI ERA)
Un pronome al contrattacco
Il cda RAI ha designato Lorenza Lei direttore
generale all’unanimità. Finalmente: dopo tanti “lui”,
una “lei” a dirigere l’Ente di via Teulada.
ALTER E/O ATER EGO
Scarto identitario Nel celebre romanzo di Stevenson, Mr Hyde potrebbe
essere definito l’alter ego (= il secondo se stesso) del
Dr Jekyll e, contemporaneamente, l’ater ego (= la
parte tenebrosa della personalità) del medesimo.
PS: per i non latinisti: in latino ater significa scuro,
nero, tenebroso.
DEFINIZIONI BALORDE orata = lasso di tempo corrispondente a una
sessantina di minuti (durante il quale può anche
capitare di prendere all’amo qualche pesce pregiato). Cfr. annata, mesata, settimanata (l’ultima è un po’...
stiracchiata).
MARIO A GIULIO: OK (O QUASI)!
Aggiunta sillabica iniziale Nell’editoriale del Corsera del 1° maggio u.s. il
presidente dell’Università Bocconi approva - con
qualche riserva - l’operato del ministro dell’Economia. In altre parole:
Xxxxx plaude (plaudicchia) a Yyyxxxxx
***
trilli - trulli
La Citazione
a cura di Riccardo Ceccarelli
“Il Cortile dei Gentili”
Credenti e non credenti stanno su territori differenti, ma
non si devono rinserrare in un isolazionismo sacrale o
laico, ignorandosi o peggio scagliandosi sberleffi o accuse,
come vorrebbero i fondamentalisti di entrambi gli schieramenti. Certo non si debbono appiattire le differenze,
liquidare le diverse concezioni, ignorare le discordanze.
Ognuno ha i piedi piantati in un ‘cortile’ separato, ma i
pensieri e le parole, le opere e le scelte possono confrontarsi e persino incontrarsi, senza per questo rinunciare
alla propria identità, senza scolorirsi in un vago sincretismo ideologico.
Card. Gianfranco Ravasi in “Avvenire”, 5 maggio 2011, p.
31.
La Pulce
Di fianco alla maxi-rotatoria prima del ponte di Cingoli
(quella abbellita da una grande “fontana” a maxi-zampilli
in… tondini d’acciaio) si nota in questi giorni un grande
andirivieni di macchine da lavoro di ogni genere. Tutto
fa pensare alla costruzione di un nuovo impianto per la
distribuzione di carburanti e servizi annessi.
È questo un altro ettaro di verde (un tempo irrigato dal
rotone dell’adiacente Vallato) che viene massacrato e sepolto sotto una lastra tombale di quel cemento-asfalto,
che in questi ultimi vent’anni in Italia ha sottratto alla
luce solare un’area pari a Lazio e Abruzzo. Progresso o
suicidio? Che risponde piazza Indipendenza?
3
Per Scompagina /4: “Fiezze scomposte” di Renato Borsoni
www.peterpun.it
FORTUNA SFACCIATA
Cognome salvagente
Esaminatore: Sapresti dirmi chi è l’autore di
Letteratura come vita, pietra miliare della critica
letteraria?
Candidato: Boh.
Esaminatore: Bravo! Si vede che sei preparato. Il
saggio è proprio di Bo, del famoso Carlo Bo, pioniere
della cosiddetta “critica ermetica”.
15 maggio 2011
Ha le dimensioni di un opuscolo o di
una piccola agenda. Già per questo è
simpatico: un libro tascabile, per niente ingombrante: da leggere a brevi sorsi.
Il titolo è “Fiezze scomposte”; l’autore,
Renato Borsoni, ritratto in copertina
nell’impeccabile completo bianco con
cui interpretò il personaggio di Trigorin
ne ‘Il gabbiano’ di Cechov. Lo sguardo
è pensoso, indagatore, un po’ malinconico. Si direbbe quello di un bohémien
svagato, sognatore. Effettivamente un
po’ bohémien Renato Borsoni lo è stato. Ha attraversato la vita di corsa, con il
vento fra i capelli e nel cuore una grande
passione per il teatro; trasmessa da suo
padre, Torquato Borsoni. ‘Il più giovane
direttore didattico d’Italia’, lo avevano
definito: conosciutissimo anche a Jesi
dove svolse attività per diversi anni. Ancora indimenticabile e forse rimpianto.
Lo ammirava entusiasticamente anche
Valeria Moriconi che molto probabilmente dovette a lui la nascita di un interesse su cui avrebbe costruito la sua
carriera. Già, perché il direttore Borsoni oltre a seguire da vicino e con massima responsabilità le attività d’insegnamento, oltre a percorrere chilometri in
bicicletta per raggiungere le sedi rurali
più lontane, alla fine di ogni anno scolastico si occupava dell’allestimento di
recite alle quale partecipavano con gioia,
come attori-cantanti o spettatori, tutti
gli scolari assistiti anche dai loro genitori che collaboravano a mettere in piedi
lo spettacolo in qualità di attrezzisti o
sceneggiatori. Erano soprattutto operette, presentate solitamente nella chiesa
sconsacrata di San Floriano, giusto accanto alla scuola elementare ‘G. Mestica’
dove aveva sede la direzione didattica.
Torquato Borsoni non immaginava certo
che sarebbe diventata un Teatro Studio
intitolato a una alunna della sua scuola
che sarebbe diventata famosa, Valeria
Moriconi. C’è qualcuno che ancora ricorda quelle recite? Anche Renato Borsoni vi prese parte e fu senz’altro per lui
un’esperienza indelebile.
Nel piccolo libro tuttavia
l’autore non si attarda
molto a descrivere i suoi
primi passi in palcoscenico. Parla di molte altre
esperienze, trascorrendo
dall’infanzia al presente.
I ricordi vengono a folate, scompigliati, descritti
episodicamente, ma progressivi nel tempo: il paese natale, S. Maria Nuova;
la morte in tenera età di
un fratello; Cupramontana dove a sua madre Argia, perduta a soli quattro anni, venne
intitolato il Colle, sede di una Colonia
Elioterapica. Il suo nome, purtroppo,
venne cancellato dopo la caduta del fascismo. A queste più lontane memorie
gradualmente altre se ne aggiungono.
Alcune sono raccontate in forma di dialogo, quasi come pagine di un testo teatrale: il liceo classico, le peregrinazioni
da una città all’altra in cui suo padre
aveva dovuto trasferirsi per permettere
ai suoi figli di seguire studi universitari,
gli incontri. Poi, a briglia sciolta, l’indipendenza, i circoli culturali frequentati,
le amicizie, la vita da nomade, con scarsi mezzi a disposizione. Infine la grande
via del teatro. Per tutto il tempo Renato Borsoni coltiverà saggiamente anche
un’altra attività: la grafica, che lo aiuterà pure ad affermarsi e a superare non
poche difficoltà economiche. Procederà
guardando sempre avanti. Negli anni
’50 collabora alla fondazione del Piccolo
Teatro Città di Brescia.; nel ’61 a quella
della Compagnia della Loggetta che diventerà Centro Teatrale Bresciano, diretto fino al 1988, quando si dimetterà
opponendosi alle lottizzazioni in cui
venivano spartite le attività. Gli vengono più tardi affidate cariche importanti
a livello nazionale: di vicepresidente del
Teatro Pubblico Italiano; di condirettore
e poi di direttore del Teatro Stabile della
Regione Toscana; di rappresentante della Deputazione della Società del Teatro
Grande della cui Fondazione diventerà
presidente.
A questi incarichi Renato Borsoni accenna rapidamente. Più gli interessano
gli eventi che hanno impresso una svolta alla sua vita. Importantissimi gli affetti familiari. Di suo padre ricorda con tenerezza ‘le mani morbide che al mattino
mi lavavano le mani e il viso con l’acqua
tiepida del catino, presa dal caldaio nel
focolare già acceso’’. Torquato Borsoni
non interferirà mai nella vita del figlio,
né nelle sue decisioni artistiche e professionali, né in quelle politiche, pure
diverse dalle sue. Lascerà il figlio libero
di volare, ma dopo averlo reso forte e
pronto ad affrontare rischi e tempeste.
Il piccolo libro non va tuttavia considerato un ‘amarcord’. È piuttosto un’agenda densa di appunti, di rapide note
biografiche, di segnalazioni a fatti e
personaggi che hanno dato impulso al
teatro contemporaneo ritornato poco
a poco a nuova vita dopo l’ultimo conflitto. Lo stile è incisivo, rapido, vividamente descrittivo, a tratti colloquiale.
Una insegnate di italiano, conosciuta
al Liceo Classico di Jesi e incontrata di
nuovo a distanza di anni, gli rimproverò
il fatto di non essere diventato giornalista. Aveva ragione: relativamente, s’intende, ma è credibile che, se il suo alunno avesse svolto una simile professione,
non minore successo avrebbe ottenuto.
Inquieto, irrequieto, intraprendente,
aveva scelto invece altre vie per andare
lontano.
Il bilancio che oggi Renato Borsoni può
redigere è quello di una vita avventurosa, vissuta in tempi difficili di speranze,
furori, fremiti, fermenti culturali. Potrebbe essere soggetto di un film. Qualcuno in futuro forse potrà pensarci.
Fotoservizio
Augusta Franco Cardinali
Nella foto: da destra Franco Cecchini,
Renato Borsoni, Katia Mammoli e
l’assessore Leonardo Lasca nel teatro V.
Moriconi alla presentazione
del libro “Fiezze scomposte”,
La Quadra Editrice, Brescia.
A Jesi
Grazie a tutti coloro che sono qui e a coloro che hanno parlato del mio libro, vecchi amici o nuove conoscenze.
Ma grazie soprattutto a Franco Cecchini
che mi ha proposto questo incontro. Franco sa quanto ha significato per me questa
città nella mia vita, anche se a vent’anni ho dovuto lasciarla. E questo palazzo,
dove mio padre direttore didattico ha lavorato per anni al piano superiore, dove
io stesso ho compiuto le elementari per
trasferirmi poi sul Corso, al GinnasioLiceo. E questo luogo, dedicato a Valeria
Moriconi, diventata in seguito splendida
compagna di lavoro mio e di mia moglie,
con la quale abbiamo vissuto vicinissimo anni di Teatro, forse posso dirlo, tra i
più belli della scena italiana del secondo
Novecento. Grazie, Jesi, dove dopo tanto
tempo conservo alcune delle amicizie più
care, insieme con quelle, ahimè, molto
più fresche, ma altrettanto importanti.
Grazie, Jesi.
Renato Borsoni
Messaggio inviato dopo l’incontro
Ultimo concerto della Stagione Sinfonica 2010/2011“Turn out the stars”
Quartetto jazz classico e grande orchestra
Quest’anno la Filarmonica Marchigiana ne ha fatte ascoltare di tutti i colori.
Con disinvoltura si è passati dal barocco alle avanguardie musicali del novecento, da Beethoven a Sciostakovic, da
Mozart a Webern: per concludere, il 3
maggio con “Turn out the stars”, concerto dedicato a uno dei miti del jazz
d’oltreoceano, Bill Evans. Pianista statunitense scomparso nel 1980, dopo
aver militato ed essersi affermato nel
complesso del trombettista Miles Davis, Evans costituì autonomamente alcuni trii. Nel primo, il più famoso, ha
avuto accanto Scotto La Faro (basso) e
Paul Mautian (batteria).
Il concerto finale della Stagione Sinfonica, realizzato in collaborazione con
l’Associazione Spazio Musica Marche
Jazz Network, prevedeva l’inserimento
in orchestra del Martin Wind Quartet,
che si è presentato in formazione classica (piano, contrabbasso, sax, batteria). I componenti hanno in attivo molte esperienze con i più gloriosi nomi
del jazz, ma forse è risultata nuova per
loro quella che hanno affrontato in un
prezioso teatro storico italiano quale
è il Pergolesi. Non ne esistono certo di
simili in America. Cool jazz bianco e
orchestra dispiegata alla grande. Viene
subito da pensare ad Artie Shaw, Henry James, Ray Conniff e all’epoca dei
grandi musical d’America. Quando il
quartetto è incastonato nella Filarmonica Marchigiana si sogna davvero ad
occhi aperti. Quando invece il Martin
Wind Quartet si esibisce da solo il clima cambia. È un jazz meditativo soft,
‘confidential’ (si può dire?); per niente
aggressivo anche quando, uno dopo
l’altro, i componenti si esibiscono in
strabilianti ‘assolo’.
Il pubblico in sala non è prevalentemente composto di giovanissimi
galvanizzati e urlanti, ma da adulti
composti che ascoltano attentamente
e applaudono spesso; senza schiamazzi però, come farebbero per Brahms o
Chaikovskij. Sono forse un po’ disorientati e ne avrebbero motivo. Non
hanno a disposizione un depliant che
illustri al minimo il programma. A
spiegare poi e nemmeno brevemente
un brano dopo l’altro è il contrabbassista del quartetto che, confidando
eccessivamente sulle competenze linguistiche del pubblico, si esprime in un
inglese per certo inintelligibile da oltre
il novanta per cento dei presenti. Inutile presentazione, quindi. Meglio se
a questa avesse provveduto il giovane
direttore d’orchestra, Massimo Morganti; bravo, ma da attendere in altre
più rassicuranti prove. All’inizio del
concerto saluti e ringraziamenti ha rivolto Fabio Tiberi, direttore artistico, a
tutti coloro che hanno preso parte alla
Stagione Sinfonica, anche quest’anno
approdata con successo nonostante le
difficoltà ripetutamente denunciate.
Ora numerosi altri impegni sono previsti per la Filarmonica Marchigiana,
in regione e oltre, a breve scadenza e
durante tutta l’estate. Ne siamo ben
lieti, ma attendiamo presto di nuovo la
‘nostra’ orchestra anche al Pergolesi.
Augusta Franco Cardinali
Nella foto, Martin Wind conduttore
del quartetto
4
Voce della
Vallesina
attuALITà
15 maggio 2011
Può il lavoro essere
a fondamento della Repubblica?
Il prete di oggi,
il prete di domani...
di Remo Uncini
Domenica 15 maggio si celebra in tutta la Chiesa la giornata per le vocazioni sacerdotali. Quest’anno si collega
all’appuntamento di settembre dedicato al Congresso
Eucaristico di Ancona alla
presenza del papa Benedetto
XVI. Oggi parlare di vocazioni sacerdotali e del ruolo
del prete, in un tempo in cui
la Chiesa deve affrontare
il relativismo della società,
è porsi delle domande su
come è cambiato il modo di
vivere la religiosità. Allora è
d’obbligo porsi delle domande. Nel relativismo sociale
che stiamo vivendo quanto
ha posto la ricerca spirituale? Quale ruolo hanno le
comunità cristiane in una
società multi-etnica e multireligiosa? Quanto i giovani sono attratti dalla fede?
Perché la scelta vocazionale
religiosa non viene valutata
come le altre vocazioni, ma
posta come scelta estrema
di vita, vista come sacrificio e non come donazione?
Quale ruolo di responsabilità hanno i laici nella
Chiesa di Dio? Riflettendo
su queste domande voglio
tentare di avviare un dibattito, perché oggi cominciamo
a vivere l’emergenza della
mancanza di sacerdoti in
un momento in cui invece
c’è sempre più richiesta di
spiritualità come difesa da
quel razionalismo che non
risponde a tutte le domande
dell’esistenza umana. Il relativismo pone l’esigenza dello
“star bene”, del “consumare”,
del “fare carriera”, del “tutto
e subito”; vuole rispondere
all’esistenza facendo a meno
di Dio. Esigenze comprensibili dell’uomo che vuole
raggiungere il benessere e la
tranquillità. Noi, come comunità cristiana, abbiamo
l’obbligo di proporre il Dio
della salvezza. Ma come? Il
relativismo risponde a tutto
e cerca nel fare la risoluzione dei problemi materiali. La Chiesa ha delineato i
pericoli e le ambiguità della
società che, facendo a meno
del Mistero, vuole affrontare
l’esistenza della vita. Il relativismo ha relegato la spiritualità ad esigenza privata,
mentre essa vuole essere
pubblica per ricordare l’infinito in un mondo delineato
dalla temporalità. La conquista dei giovani da parte
della società è nel portarli
al consumo mentre a loro
volta essi vengono consu-
mati. Le regole che pone
la Chiesa sono d’impiccio,
perché moraliste e per questo poco attraenti dal momento che pone il giovane
di fronte a scelte dove deve
giocare se stesso non solo
per se stesso ma per gli altri. Il ruolo della comunità
cristiana è quello di immergersi, anche da testimone,
nella società. Diventa esigente porsi un nuovo modo
di evangelizzare e di interagire nei confronti della
società comunicando con
essa. Il ruolo del prete non
è più quello di accentrare in
sé tutte le attività, come avveniva fino a qualche anno
fa. Il laico deve essere sempre più impegnato nella gestione delle comunità parrocchiali e avere un ruolo
di appartenenza e non solo
quello di fruitore dei servizi
e della spiritualità. Il laico
deve essere partecipe di un
cammino evangelico in cui
la parola si coniuga con la
comunità e si dividono le
responsabilità.
L’idealità
che viene trasmessa deve
collegarsi alla vita, in cui i
giovani vedono l’annuncio
evangelico non scollegato
alla realtà. Sarebbe opportuno che si formino comunità dove preti giovani e anziani sperimentino insieme
la comunità, a contatto con
i quartieri, per ricondurre tutto al Ministero della
Parola e dell’Eucarestia. Il
ruolo del diaconato spesso
si limita alla sola celebrazione, deve invece diventare anch’esso partecipe alla
testimonianza e collegare
il fuori della società con il
dentro della spiritualità. Il
culto con la vita. La comunità parrocchiale è inserita
in mezzo alla gente; è coinvolta nei processi di trasformazione, non può vivere
senza che il suo messaggio
di salvezza ponga l’esigenza
di vivere il vangelo.
Attrarre alla vita sacerdotale è far conoscere che il
sacerdote non è fuori della
realtà ma che la vive nella spiritualità che annuncia. I giovani sono confusi
dalla società. Le comunità
cristiane devono essere il
luogo dello “stare” per immergersi nel mistero della
Parola, non estraniati dalla
realtà. La ricerca di spiritualità è mezzo di riscatto
verso un mondo che ci usa
e ci abusa; diventare prete è
essere uomo di Dio al servizio degli uomini che cercano la salvezza.
Corsi di ceramica a Castelplanio
Un laboratorio creativo sulla manipolazione dell’argilla si terrà
presso il bed&breakfast “In casa d’Arte” a Castelplanio in piazza
della Libertà. Il corso sarà tenuto dalla maestra d’arte Anna Rita
Moretti. La docente, con una lunga esperienza nel settore, nel
2001 ha tenuto un laboratorio a Jesi, nel 2007 ha svolto corsi di
ceramica per bambini presso un centro ricreativo in Olanda ed
ora vive nella campagne di Castelplanio.
Nelle varie serate verranno approfonditi alcuni metodi di lavorazione dell’argilla come la modellazione a lastra, a stampa o a
colaggio al fine di arrivare a diversi prodotti finali in ceramica
che i partecipanti potranno portare a casa. I laboratori si terranno nei giovedì 12, 19 e 26 maggio e mercoledì 1 giugno dalle 21
alle 23. Il costo di partecipazione è di 80 euro. Per informazioni
e prenotazioni si può telefonare al numero 0731 811282 oppure
al 347 1155211.
di Riccardo Ceccarelli
Indubbiamente quello fatto da Giuliano
Amato il 30 aprile scorso al Quirinale
in occasione della cerimonia per la Festa del Lavoro, è stato un bel discorso,
anche leggendone la sintesi pubblicata
da “Il Sole 24 Ore” del primo maggio.
Un discorso che aveva l’intenzione di
approfondire e giustificare l’art. primo
della nostra Costituzione che recita
“L’Italia è un Repubblica democratica
fondata sul lavoro”. «Si volle affermare,
dice Amato riprendendo quanto aveva
scritto Costantino Mortati, il valore del
lavoro come veicolo attraverso il quale
ciascuno potesse esprimere la sua capacità creativa, la valorizzazione di sé
e allo stesso tempo il proprio contributo
alla crescita della società in cui vive». E
continua poco dopo: «Non c’è nell’articolo 1 alcun connotato classista, che
fu anzi esplicitamente scartato proprio
perché il testo vigente resistette a un
emendamento, presentato da una pluralità di Costituenti prevalentemente di
sinistra, che definiva l’Italia una “Repubblica democratica di lavoratori”. Ma non
c’era soltanto il futuro nell’impegnativa
affermazione dell’articolo 1. Essa raccoglie anche il meglio della storia precedente italiana, nella quale la costruzione stessa dell’Unità e il consolidamento
dell’identità nazionale sono fortemente
legati al ruolo del lavoro e dei suoi diversi protagonisti». Ed Amato si sofferma su quanto detto e fatto da Camillo
Benso di Cavour, da Giovanni Giolitti,
da Giuseppe Di Vittorio, rimarcando “È
questa, nel passato che la precede, nella sua stessa storia e nel suo presente, la
Repubblica fondata sul lavoro”. Un bel
discorso, si diceva, di circostanza e con
qualche inevitabile tocco di retorica,
come quell’accenno al futuro che sarebbe compreso nell’articolo 1. Per fortuna
poi che fu respinto quell’emendamento
di diversi Costituenti “prevalentemente di sinistra”: saremmo diventanti una
repubblica “democratica di lavoratori”
come la Germania dell’Est, l’Ungheria
o la Cecoslovacchia di quei tempi. La
domanda che da tempo mi sono posto
e che mi è ritornata prepotente dopo la
lettura del discorso di Amato: “Si può
fondare, cioè procedere a stabilire principi fondamentali di uno Stato, di una
Repubblica, su un aspetto per quanto
importante ed essenziale dell’uomo,
come il lavoro?”. Quello che dice Amato,
e non solo lui, del lavoro, va condiviso,
ma non mi pare possa essere il fondamento di una Repubblica, di uno Stato,
di una convivenza cioè, ampia e articolata di uomini e donne che lavorano sì,
ma non esauriscono il loro essere più
vero e totale nel lavoro. Gli uomini non
sono tali perché lavorano, il lavoro non
è la discriminante della loro essenza e
della loro verità. Anche una macchina
“lavora”, produce, realizza qualcosa –
opportunamente usata o programmata
– non per questo è fondamento di alcunché, men che meno di una Repub-
terrelementari
Ex zuccherificio
e università per contadini
Nelle ultime settimane frequento quelli che chiamo i “luoghi
ortolani”. Ovvero negozi e centri specializzati per la vendita
di quanto occorre per la coltivazione di piante da frutto e
da ortaggi. Complice anche la stagione della semina e delle
prime messe a dimora, ho notato con stupore che attorno
agli orti domestici gravita un mondo variegato di persone,
di ogni età e di ogni mestiere e professione. Con stupore
ho visto vecchiettine chiedere concime fosfatato e farmaci
antilumaca; o giovanotti in tuta da jogging domandare
informazioni dettagliate sulle varietà di melanzane con o
senza innesto; o professionisti ricercare qualità di pomodori
da poter coltivare con ampia soddisfazione gastronomica.
Questo mondo variegato è pieno di curiosità, pronto a
chiedere informazioni su esperienze andate a buon fine o su
errori compiuti che hanno dato vita a nuovi saperi su terra,
concime, fotosintesi, umidità, parassiti, etc. Un mondo
che parla e discute e si scambia contenuti che potremmo
definire scientifici. Uscendo da uno di questi negozi, una
mattina, nei pressi c’era in bella vista la locandina di un
giornale quotidiano che poneva in evidenza il problema/
tema dell’ex zuccherificio Sadam: mentre lo leggevo in
silenzio un signore vicino a me lo commentava ad alta
voce, caricando un sacco di granaglie sulla sua vecchia
utilitaria: “cari miei, qui veniamo dalla terra, siamo tutti
contadini, chi più chi meno…e allora perché dove stava
lo zuccherificio non ci facciamo una bella università per
contadini…?”. Detto questo, e caricato il sacco, buongiorno
e arrivederci alla prossima. Però quella idea buttata lì
come un sacco di granaglie nel bagagliaio, quella idea lì
in realtà può essere considerata una idea che ha un senso
concreto, che si innesta sulla storia naturale e sociale ed
economica del nostro territorio. Perché tante persone
sentono il fascino della coltivazione? Perché la terra e
i suoi frutti appartengono al gene della nostra cultura,
non solo economica. E se così è, perché non amplificare
questa “vocazione” attraverso la costruzione di luoghi
di ricerca, di studio, di sperimentazione che guardino al
futuro guardando la terra? Che dà frutti se rispettata, che
dà qualità se non inquinata, che restituisce quello che gli
viene “suggerito” dalla mano dell’uomo.
Provate a seminare nei giorni sbagliati, a concimare troppo
azoto e pochi fosfati, a potare quando la luna non è
calante, a dare troppa o poca acqua, insomma provate
a non rispettare e vedrete i risultati. L’ex zuccherificio
trasformato in un campus di ricerca agro-alimentare,
suggeriva quel signore che comprava granaglie. Un
intellettuale dell’orto, diranno i miei due lettori abitanti
del centro storico e con la benevola battuta ironica
pronta all’uso; ma in fondo una riflessione la merita
quella sua proposta. Riflettere è pur sempre un sano
esercizio del pensiero, come sanno bene gli ortolani che
producono buoni frutti.
Silvano Sbarbati
blica. Dietro al lavoro c’è l’uomo che ha
un’intelligenza e un’anima, c’è un soggetto pensante con una dignità, con un
suo specifico che lo determina e lo fa
essere quello che è. Fondamento allora
è non la capacità di fare quello che fa o
che sa fare, ma quello che è, soggetto
di diritti e di doveri, una persona, un
‘unicum’ nella storia dell’universo. Fondamento, discutibile anch’esso al limite, potrebbe essere anche un patto, ma
fatto sempre da persone, queste sono
la base di ogni società, di ogni aggregazione. Le persone vengono prima di
ogni Stato. Sono esse che lo formano e
lo realizzano. L’essere insomma viene
prima dell’agire, non è l’agire che definisce l’essere. Diversamente si può dar
luogo a tanti equivoci. È vero che poi la
Repubblica riconosce tutta una serie di
diritti, ma se la Repubblica fosse stata
fondata sulla persona come detentrice
inviolabile di valori “non negoziabili”,
per riprendere una espressione attuale e significativa, avremmo avuto fondamenta più solide. Anche il lavoro lo
avrebbe avuto. Perché è sempre la persona che rende nobile e grande il lavoro. Il resto sono discorsi belli quanto si
vuole, fascinosi pure, con facili cadute
nella retorica. Ce ne rendiamo conto
(forse) un po’ tutti ma non si dice, anzi
non si deve dire o è meglio non dirlo.
Personalmente l’ho scritto perché lo
penso, dicendone anche le motivazioni.
Con l’ovvio rispetto di quanti non condividono.
 notiziebrevi
Prevenzione e qualità della vita
Manuale pratico del benessere: libro di psicoprofilassi, di Paolo
Zucconi, psicoterapeuta comportamentale. Testo divulgativo,
conduce il lettore, passo dopo passo, lungo molte verifiche pratiche di apprendimento per una reale crescita personale quotidiana (concretamente misurabile con gli strumenti proposti)
per ridurre le probabilità di contrarre disturbi psicosomatici
e psicopatologie che, quasi sempre, si possono prevenire. Un
percorso individuale da fare per raggiungere il benessere.
Ci sono luoghi comuni da sfatare sul benessere.
«Il primo è
che per averlo o mantenerlo ci vogliono molti soldi. Non è vero.
Si mantiene il benessere utilizzando agenti naturali a costo zero
come luce, aria, acqua, sole e influssi della luna. Anche l’uomo
dipende da questi influssi. Un esempio? Si depuri il corpo in
luna calante; invece per una terapia si scelga quella crescente. Il
tutto cercando di far tesoro delle conoscenze del passato utilizzandole in chiave moderna e unendole a quelle scientifiche».
Sulla famiglia «Si pensa che lo stress sia solo quello che viene
da fuori. C’è stress anche dentro. Quello dei figli, quando i comportamenti non collimano con ciò che i genitori hanno in testa.
Poi c’è quello della coppia se le aspettative sono diverse».
Sonno e riposo, vita di relazione, cibi sani, attività fisica, bandire alcol e fumo sono i segreti del benessere fisico.
E il benessere spirituale? «Necessaria non solo la spiritualità
religiosa ma anche quella laica. La meditazione è importante
per il benessere perché aiuta a rilassare corpo e mente».
Acqua necessaria
Recenti studi dimostrano che il 5% degli Italiani non beve
abbastanza acqua, talora con danni gravi. Essa ha grande importanza per il corpo umano: un’insufficiente idratazione
porta a seri problemi. Non è sufficiente la quantità introdotta con gli alimenti: gli studiosi dicono che è necessario
bere acqua. E sottolineano che per i soggetti in sovrappeso,
addirittura obesi, il consumo d’acqua dev’essere superiore al
normale.
In Italia il 5% di persone tra i 18 e i 64 anni non beve acqua.
Ciò comporta sull’ organismo gravissimi danni, perché essa
idrata ed elimina le scorie; quindi, un’assenza d’acqua crea
problemi come affaticamento del cuore, maggiore viscosità
del sangue e altera la termoregolazione del corpo.
La speranza ci fa liberi
L’Osservatore Romano (6/5/2011) tributa un omaggio a Ernesto Sábato, scrittore argentino scomparso da poco.
«La vita si fa in brutta copia, senza la possibilità di correggerla e ricopiarla in bella». Così diceva Sábato, uno degli ultimi
“grandi” della narrativa latino-americana, morto il 30 aprile
all’età di 99 anni.
Il suo ultimo libro, La Resistenza, scritto e pubblicato sulla soglia dei novant’anni, è diffuso gratuitamente in Rete in formato elettronico.
Definito «una profonda riflessione sul degrado
morale dell’essere umano in una società senza valori», La Resistenza pone domande importanti: «È strano che l’uomo interroghi la vastità del cosmo prima di farlo con se stesso».
La proposta di Sábato era resistere alle negatività della società e della Storia; «Solo la speranza ci fa liberi» era la sua
soluzione al degrado della civiltà.
Oreste Mendolìa Gallino
Voce della
Vallesina
regione
15 maggio 2011
5
approvata l’intesa di 600mila euro per la valorizzazione e il sostegno degli oratori con la firma dei Vescovi delle Marche
Luoghi di aggregazione per la crescita dei ragazzi
Il presidente della Conferenza Episcopale Marchigiana, mons. Luigi Conti
e il presidente della Regione Marche
Gian Mario Spacca hanno rinnovato la sottoscrizione del Protocollo
d’intesa per la valorizzazione della
funzione socio-educativa degli oratori nel corso di un incontro a Colle
Ameno di Ancona. Pochi i cambiamenti rispetto al precedente accordo
e tutti di carattere tecnico finalizzati
alla semplificazione burocratica dei
rapporti tra i due soggetti.
«È con particolare piacere – commenta Spacca - che sottoscriviamo
l’accordo proprio in questi giorni. È
anche questo un modo per rendere
omaggio, mentre sono ancora vive
nella nostra mente le immagini della sua beatificazione, a papa Wojtyla,
una figura che continua ad essere un
faro per i milioni di giovani in tutto il
mondo ai quali ha sempre prestato la
massima attenzione. È quello che nel
nostro piccolo proviamo a fare anche
noi con questo Protocollo convinti
che il futuro dei nostri figli sia il futuro di tutta la comunità e che gli oratori abbiano una funzione sociale ed
educativa preziosa nei confronti dei
giovani. Parliamo infatti di luoghi di
aggregazione che, in stretto rapporto
con le famiglie, favoriscono da decenni la crescita delle migliori doti dei
ragazzi e lo sviluppo delle loro potenzialità. Il pallone, la chitarra, la batteria, il gruppo, il nuoto, il campeggio,
il canto, le letture, raccolti dentro il
contenitore “oratorio” permettono
di trovare armonie tra fisico, psiche
ed etica e di prevenire situazioni di
rischio o disagio. Questo accordo ha
già dato frutti importanti: sono stati avviati ben 26 progetti. Su questa
strada vogliamo continuare».
«È proprio questa tradizione dei nostri oratori – comunica mons. Conti
– che ha formato numerose generazioni di uomini e donne che oggi ci
ricordano l’importanza insostituibile
dell’educazione e, allo stesso tempo,
degli oratori come luoghi di incontro,
di crescita umana e spirituale e di formazione per i giovani. Questa intesa
tra autorità civile e religiosa favorirà
sicuramente tale dinamica virtuosa e
gli oratori da sempre deputati ed attenti alle necessità della gioventù e
luoghi di ascolto, accoglienza, condivisione. Luoghi aperti a tutti, cattolici
e non, pronti a trovare ed affrontare
le nuove sfide dell’educazione, pronti a rispondere agli orientamenti dei
Vescovi italiani con la necessità di
Educare alla vita buona del Vangelo: l’oratorio. Esso accompagna nella
crescita umana e spirituale le nuove
generazioni e rende i laici protagonisti, affidando loro responsabilità educative. Adattandosi ai diversi contesti,
l’oratorio esprime il volto e la passione educativa della comunità, che impegna animatori, catechisti e genitori in un progetto volto a condurre il
ragazzo a una sintesi armoniosa tra
fede e vita. I suoi strumenti e il suo
linguaggio sono quelli dell’esperienza quotidiana dei più giovani: aggregazione, sport, musica, teatro, gioco,
studio». Il Vangelo, la buona notizia
di cui tutti hanno bisogno e, in modo
speciale i nostri giovani, oggi dove la
cultura dominante non è la positività
della vita ma l’oscuramento delle belle prospettive che la vita ha e propone
di affrontare e vivere. Questo accordo
può dare un sostegno ma sta a tutti
noi dare senso alle scelte e alle priorità che si devono sviluppare all’interno
dei percorsi educativi a cui tutti dobbiamo contribuire: Vescovi, sacerdoti,
laici».
Le finalità dell’intesa riguardano la valorizzazione della funzione socio-educativa degli
Oratori, le loro modalità di collaborazione con
il sistema degli interventi regionali, i criteri
per il sostegno delle attività e per la gestione
degli interventi da parte dei soggetti beneficiari. Rientrano tra le aree di intervento dei
progetti la formazione, l’educazione, l’integrazione interculturale, la solidarietà, lo sport, il
tempo libero, la cultura e l’arte. Sono esclusi
gli interventi in conto capitale per la realizzazione di strutture o di opere edilizie. La Regione Ecclesiastica Marche ha costituito una
apposita commissione regionale, presieduta
dal vescovo delegato alla pastorale giovanile
mons. Giancarlo Vecerrica e composta da altri tre membri: don Francesco Pierpaoli, don
Gianluca Merlini e l’avv. Simone Longhi. Ogni
diocesi inoltre ha nominato un referente diocesano oratori. Il provvedimento approvato
dalla Giunta Regionale può contare su una
disponibilità di 600 mila euro. I criteri per la
concessione dei contributi sono stati concertati con la Conferenza Episcopale Marchigiana.
Dalla Provenza a Palermo: nascita e formazione della Scuola Poetica Siciliana
Cantautori alla corte di Federico II
Intorno alla nascita della Scuola Poetica Siciliana ha indagato il prof. Giuseppe Magaletta, studioso, musicista, musicologo,
ascoltato il 6 maggio presso la sede della
Fondazione Federico II Hohenstaufen in
una conferenza a titolo “Musica e poesia
alla corte di Federico II”. Quanto il relatore
ha riferito è riportato in un libro di prossima
pubblicazione che si aggiunge a numerose
altre sue opere specialistiche già stampate.
All’argomento trattato non è stato dato un
taglio tradizionale, conforme cioè a quanto
le antologie letterarie generalmente riportano riguardo alle origini della lingua italiana.
Più indietro nel tempo è risalito il prof. Magaletta per spiegare come e perché la poesia
giunse alla corte federiciana; da chi pure e in
quale modo venisse coltivata.
Fu Costanza d’Aragona, figlia del duca di
Provenza e prima moglie di Federico II, che
non aveva ancora quindici anni quando la
sposò, ad iniziare alla poesia provenzale il
giovanissimo imperatore. Federico II se ne
innamorò, la coltivò lui stesso. L’amore cortese cantato dai trovatori entrò così per la
prima volta alla sua corte. Erano liriche dedicate, il più spesso, alle consorti dei mecenati
che ospitavano i menestrelli. Poesia d’imitazione quindi fu quella pervenuta a Palermo e
in terra d’Apulia. Venne ripresa tuttavia non
da veri menestrelli, ma dai personaggi colti
che frequentavano la corte, che non erano
propriamente dei letterati. Il primo rimatore siciliano, Jacopo da Lentini, era un notaio
che tale divenne non per aver frequentato
una vera scuola giuridica, ma per decreto
dell’Imperatore. Di eterogenea estrazione
sociale erano altri frequentatori della corte federiciana. Allietavano la vita di palazzo danzatrici e musici saraceni, come pure,
con la loro salace arguzia, i giullari. Proprio
a questi si deve l’introduzione di una poesia
vivace e popolaresca, molto diversa da quella provenzale. Si ricorda un personaggio che
potrebbe richiamare quello di Rigoletto: il
giullare Dallio, gobbo e impertinente, amato e odiato, con il quale Federico II amava
scherzare. Erano rimatori anche licenziosi i
giullari di corte. Proprio per questo vennero
condannati dalla Chiesa fino a quando non
comparve S. Francesco che si definì ‘un giullare di Dio’.
È certo che i trovatori di Provenza, di qualunque estrazione fossero, componevano
musica sui loro versi e cantavano, come risulta dai testi rinvenuti. Poiché documenti
simili non sono stati ritrovati in Italia si è
pensato che non fosse avvenuto lo stesso per
i poeti della Scuola Siciliana. Si può dubitare. Smentirebbe una simile ipotesi una mi-
niatura, conservata a Firenze,
che raffigura Jacopo da Lentini con un foglio in mano sul
quale sono tracciate parole e
annotazioni musicali. Altre
testimonianze indirette, ma
attendibili. Un giullare, Giacomo Pugliese, è autore di un
‘discorso’, cioè di una composizione poetica che prevedeva
l’inserimento di musica e canto. Giovanni di Brienne, similmente, scrisse un ‘centone’, dove la poesia
era sicuramente presentata accompagnata
da canti e balli. Di più: il ‘Magister Casella’
mise in musica nientemeno che una lirica di
Dante. E ancora un’argomentazione di cui
tenere conto. Ai rappresentanti della Scuola
Poetica Siciliana, che erano notai, avvocati o
giuristi, non mancavano certo conoscenze
in fatto di musica poiché nelle università da
loro frequentate si insegnava anche teoria
musicale.
È allora possibile formulare altre ipotesi. I
testi, almeno finora non ritrovati, di questi
‘cantautori di corte’ vennero distrutti dalla
censura ecclesiastica che si preoccupava di
salvare solamente quelli in uso della liturgia.
Non è però da escludere che la musica potesse anche essere improvvisata sulle paro-
le di una lirica. Siamo forse alle più remote
origini del jazz? Certo è che la musica – e lo
dimostrerebbe, se non altro, il teatro classico greco e romano - non è stata mai disgiunta dalla poesia. Quella della Scuola Siciliana
poi, così come in Provenza, profumava di
fiori, di sole, di mare. Non diversa quindi
poteva essere l’ispirazione di poesia, canto e musica che, in melodiosa connessione,
avranno fatto pensare anche alle armonie
sonore in cui Dante immaginava si muovessero le sfere celesti.
Fotoservizio Augusta Franco Cardinali
Nella foto: il prof. Giuseppe Magaletta, a
destra, Gianni Gualdoni, direttore artistico
della rassegna ‘Alla Corte di Federico II’
e Franca Tacconi, direttrice
del Centro Studi Federiciani.
Democrazia e convivenza: le sollecitazioni dalla conversazione di Mancini
Dalla crisi di risorse alla crisi di pensiero
«Dobbiamo favorire la conoscenza reciproca e i canali di incontro; è necessario un osservatorio che abbia uno
sguardo complessivo e sappia fare una
lettura integrata segnalando le situazioni di violazione di diritti; serve una
casa per l’educazione in cui i genitori
possano scambiarsi le loro esperienze;
servono luoghi di preghiera comuni
poiché nel cuore della speranza di una
cultura c’è uno spirito religioso. Se riscoprissimo le iniziative di democrazia
dal basso potremmo dire di vivere la
Costituzione come stile di vita e comprendere come la democrazia possa
essere uno strumento per eliminare
le cause sociali dell’infelicità.» Queste
sono state alcune delle proposte e delle
sollecitazioni che il prof. Roberto Mancini, ordinario di filosofia all’Università
di Macerata, ha portato ai partecipanti
all’incontro su “La città accogliente, famiglia migrante e comunità ritrovata”
che si è svolto il 27 aprile scorso nella
sala della parrocchia di San Giuseppe.
La conversazione di Mancini è stata introdotta dall’assessore all’Integrazione
del comune di Jesi, Gilberto Maiolatesi, il quale ha messo in evidenza le risposte dell’amministrazione rispetto al
tema dell’accoglienza, tra cui l’adesione
al progetto ministeriale Sprar (Sistema
di protezione per i richiedenti asilo e
rifugiati). «Dobbiamo intensificare il
lavoro di rete per ricostruire il tessuto comunitario e dare accoglienza alle
persone che vivono in difficoltà, tra le
quali i migranti sono coloro che hanno maggiore bisogno» ha detto infine
l’assessore. Il coordinatore dell’Ambito
Sociale Territoriale di Jesi, Riccardo Borini, ha presentato i dati di uno studio di
cinque anni fa secondo il quale le Marche avevano un livello di integrazione
molto elevato: attualmente la presenza
degli immigrati a Jesi corrisponde all’8,8
per cento dei residenti mentre la media
della Regione è dell’8,3%. Emerge il dato
di Fabriano con l’11%. «In questi anni
ci sono state le politiche per l’immigrazione con sportelli di assistenza varia
ma ora dobbiamo fare in modo di accogliere una cittadinanza multietnica e in
un contesto di crisi economica e di ta-
gli alla spesa pubblica – ha sottolineato
Borini – corriamo il rischio di lasciarci
paralizzare dalla paura e di rinunciare
ad investire ma dobbiamo fare di tutto
affinché la crisi di risorse non diventi
anche crisi di pensiero». Con queste sollecitazioni, il dott. Borini ha introdotto
il filosofo Mancini che ha aperto la sua
lunga conversazione mettendo in evidenza come il non rispondere alla crisi
significhi danneggiare la democrazia.
La questione dello straniero riguarda
tutti noi: non basta parlare di accoglienza che corrisponde ad una intenzione
e ad una disposizione dell’animo ma
serve un metodo di cooperazione tra i
cittadini che crei sane relazioni e ponga
la questione della rappresentanza degli
stranieri. Questi alcuni dei passaggi della conversazione di Mancini che hanno
suscitato poi un interessante dibattito.
L’incontro è stato promosso dall’Ambito
Sociale, dall’Asur, dalla Casa delle Culture e dai centri interculturali dell’istituto comprensivo “L. Lotto” e del Liceo
Scientifico di Jesi.
b.t.
6
Beata Chiara Luce Badano
la benedizione originaria
La sua giovane vita
Già in tenera età, a poco più
di 9 anni, è attratta dalla novità di vita della spiritualità
dell’unità di Chiara Lubich.
Tutto ha inizio su un treno,
dall’incontro con una ragazzina poco più grande di lei che
diverrà la sua amica più intima. Scriverà in seguito: «Ho
riscoperto il Vangelo. Non ero
una cristiana autentica perché non lo vivevo fino in fondo. Ora voglio fare di questo
magnifico libro l’unico scopo
della mia vita».
È Chiara che trascina i suoi
genitori a Roma, al Familyfest
dell’81, incontro internazionale del Movimento Famiglie
Nuove dei Focolari. Dice la
sua mamma: «La nostra vita
è cambiata totalmente, tanto che se ci avessero chiesto quando ci siamo sposati
avremmo risposto: quando
abbiamo incontrato Dio
Amore».
L’11 giugno a
Jesi in Cattedrale
i genitori
della beata
racconteranno
la loro esperienza
Nel 1983 Chiara è tra le gen
3 più impegnate (gen 3 = terza generazione dei Focolari
– 9/16 anni). Chiara Lubich,
proprio a loro aveva lanciato
la sfida di essere “una generazione di santi”. «Per fare città
nuove e un mondo nuovo –
aveva aggiunto - non bastano
solo tecnici, scienziati e politici, occorrono sapienti, occorrono santi».
Non teme di consegnare a
loro il suo segreto: Gesù che
in croce giunge a gridare l’abbandono del Padre. “Senza
di lui – dice – non si sta in
piedi”. Insegna come riconoscerlo e amarlo nei piccoli e
grandi dolori di ogni giorno
e trasformare così il dolore
in amore. “Poi vi buttate di
nuovo ad amare, non troverete più ostacoli. Non abbiate paura! Lasciate fare a lui
a ricompensarvi di amore!”
Chiara Luce ascolta queste
parole al suo primo congresso internazionale a Roma.
Immediata è la sua risposta:
“Il congresso è stato un’esperienza meravigliosa”, scrive a
Chiara Lubich. A lei confida
il proposito di riconoscere il
volto di Gesù abbandonato in
ogni dolore e “accoglierlo con
gioia, soprattutto con tutto
l’amore possibile”. Le occasioni non mancano.
Voce della
Vallesina
psicologia e società
15 maggio 2011
di
(2)
La sua vita è fatta di successi
e insuccessi: apprezzamento
e incomprensioni da parte di
alcuni professori (in quarta
ginnasio la bocciatura da lei
ritenuta un’ingiustizia), amicizie e emarginazioni (per il
suo impegno cristiano viene
tacciata come “suorina”). Un
primo innamoramento è presto deluso; le costa non poco
il trasferimento della famiglia
da Sassello a Savona, per via
degli studi a cui si impegna,
anche durante la malattia, anche pochi giorni prima di morire. Piccole e grandi difficoltà
che Chiara trasforma in amore, sempre proiettata verso chi
le sta accanto. Anche se non
sempre ci riesce , “ma – dice
la mamma - donava a Gesù il
suo desiderio di farcela”.
Intesse con Chiara Lubich
una corrispondenza che si
farà sempre più fitta. A lei
confida scoperte e prove, sino
all’ultimo. Dalle sue letterine
e dalle testimonianze traspare la gioia e lo stupore nello
scoprire la vita: una visione
positiva e solare. Chiara è una
ragazza come tutte: allegra e
vivace, ama la musica (ha una
bellissima voce), il nuoto e il
tennis, le passeggiate in montagna. Ha molti amici. Specie
d’estate si incontrano al bar
di Sassello, unico luogo di ritrovo. C’è chi si apre e confida dubbi e difficoltà trovando
in lei apertura e ascolto. Alla
mamma che le chiede se a
loro parla di Dio, risponde:
“Io non devo parlare di Gesù,
io lo devo dare”. E come fai?
“Con il mio ascolto, con il mio
modo di vestire, ma soprattutto amandoli”.
Il suo non è un percorso solitario. È un camminare insieme agli altri giovani: non
perdono occasione per “cementare la loro unità” – come
dicono loro – negli incontri
in cui si raccontano reciprocamente esperienze di Vangelo vissuto, ma anche con
telefonate, visite, bigliettini,
feste, gite, regali. Tra loro la
comunione dei beni è una realtà: Chiara conserva fino alla
morte nella sua stanza una
lista delle sue cose, per metterle a disposizione di chi più
ne ha bisogno.
A cura del Movimento
dei Focolari
Generazioni a dialogo: il 19 maggio alle ore 21
La cultura giovanile
«La cultura giovanile nell’era del digitale. Una sfida per gli educatori del XXI secolo». Il tema della
tavola rotonda che si terrà giovedì 19 maggio alle
ore 21 presso la biblioteca Planettiana al Palazzo
della Signoria e promossa dalla Biblioteca diocesana e dalla Biblioteca Planettiana del comune di
Jesi. Il tema della conversazione è “La cultura giovanile nell’era digitale”. Saranno presenti il prof.
Pier Cesare Rivoltella, docente ordinario di Tecnologie dell’Istruzione presso l’Università Cattolica
di Milano e la prof.ssa Laura Sartori, docente di
sociologia presso l’Università di Bologna.
Riprendiamo oggi la nostra
riflessione sulla lettera di Annalisa e Franco, due genitori
preoccupati perché vedono il
loro bambino che, frequentando il catechismo per la
prima comunione, è preso
più dalla paura del peccato che dalla gioia di poter
incontrare nel suo cuore il
Signore Gesù nella pienezza
della comunione.
Ci dicevamo domenica scorsa di come sia facile scivolare
in una religione della legge,
fatta cioè di regole e di tradizioni che dicono ciò che
si deve e ciò che non si deve
fare, piuttosto che in una religione che coltivi la libertà
del cuore, una religione dello
spirito. Una religione, cioè,
che diventa strada per una
relazione d’amore con Dio,
Padre-e-Madre. Dei bambini
e degli adulti.
Oggi diamo uno sguardo ad
un altro aspetto che, credo, gioca un peso non da
poco in quest’atteggiamento.
Nell’atteggiamento di quella
parte di chiesa (= comunità
dei credenti) che parla molto
più di peccato e assai meno
di relazione d’amore.
Per farlo proviamo ad aprire
insieme la Bibbia. Questa
Lettera straordinaria che Dio
scrive a tutti gli uomini e le
donne del mondo. Facendolo,
ricordiamo che questa non è
un libro di storia o di scienza,
ma una raccolta di ‘piccoli
libri’ (questo è il significato
della parola greca biblìa da
cui ha origine la parola bibbia) che, scritti in un periodo
di circa mille anni, attraverso
gli stili più diversi, ci fanno
entrare nel grande mistero di
Federico Cardinali
Dio, visto nella sua relazione
con il mondo e con l’umanità.
Che in Lui trovano l’origine e
la vita.
Leggiamo proprio le prime
due pagine (Genesi 1 e 2).
In un linguaggio mitico, esse
descrivono con immagini
molto suggestive e poetiche
l’opera creatrice di Dio che
pian piano (= in ‘sei giorni’)
chiama alla vita il cielo e la
terra, il sole e la luna e le stelle, le piante e gli animali. E
infine, come a completare la
sua grande opera, l’uomo e la
donna. E la sera, al termine
di ognuno dei ‘sei giorni’ in
cui porta avanti la sua opera
creatrice, quando guarda ciò
che ha fatto, è felice perché
vede che ciò che ha fatto “è
buono”.
Fermiamoci un momento ad
ascoltare queste parole del
Creatore: le possiamo sentire
in tutta la loro pienezza e luminosità. Esse sono una benedizione. E quando al ‘sesto
giorno’ dà vita all’uomo e alla
donna, queste sue creature
speciali, così grandi da essere ‘simili a Lui’, li benedice.
Così ha inizio la relazione
tra il Creatore e la sua creatura: con una benedizione.
È una relazione di piacere e
di amore: proprio come tra
un padre e una madre con i
loro figli. E sempre nel linguaggio proprio dei miti, ci
viene descritto il Signore Dio
che “passeggiava nel giardino”
dove vivevano anche l’uomo
e la donna. Qui ha origine il
genere umano: nell’intimità
con il suo Creatore.
È solo successivamente che
ci viene raccontata una storia che, sempre attraverso
immagini di fantasia, ci pone
davanti ad un processo di
crisi dell’uomo. Crisi che lo
porta verso la scelta di fidarsi
più di sé che del suo Creatore.
Dobbiamo arrivare al terzo
capitolo per trovarci di fronte al racconto della ‘disobbedienza’ di Eva e di Adamo
all’indicazione che avevano
ricevuto dal Creatore di non
cibarsi dei frutti dell’albero
del bene e del male.
A questo episodio, solo dopo
tanto tempo, con S. Agostino
(siamo nel IV secolo d.C.), è
stato dato il nome di peccato originale. Parole che non
troviamo in nessuna pagina
della Bibbia.
Perché tutte queste osservazioni? Perché quando nel
catechismo o nella predicazione incontriamo tanta insistenza sul peccato piuttosto
che sull’amore di Dio, noi rischiamo di tradire la Bibbia.
Dimenticando la vera storia
degli inizi, saltiamo a piè pari
i primi due capitoli (= la benedizione originaria) e facciamo iniziare con un ‘peccato’ la storia della relazione
di Dio con il mondo.
Il punto è che gran parte
della catechesi e delle nostre
riflessioni sembra che abbiano dimenticato che il ‘peccato’ è un incidente di percorso. Ricordavamo domenica
scorsa che la parola peccato
(nel greco biblico, amartìa)
significa mancare l’obiettivo:
come una freccia che manca
il bersaglio e devia dalla sua
traiettoria, dalla sua ‘strada’. Oggi ampliamo questa
riflessione ricordando che
non è con il peccato che ha
origine la storia dell’umanità. La nostra storia ha ini-
zio con una benedizione:
che è relazione di vicinanza
e di amore con Dio, nostro
Creatore. Ed è questa il fondamento della nostra esistenza.
Cari Annalisa e Franco, su
una pagina di giornale non
possiamo approfondire oltre
e dobbiamo fermare qui i
nostri pensieri. Magari ci ritorneremo in altre occasioni.
Ma vedete dove ci ha portati
la vostra riflessione? Il vostro bambino ha la fortuna
di avere due genitori che
sanno cogliere il pericolo di
lasciarci catturare più dalla
paura del peccato che dalla
gioia di essere in una relazione d’amore con Dio. Oggi,
nel salutarci, ci auguriamo
che la prima comunione sia
una benedizione per lui e per
tutti bambini, anche quelli
i cui genitori non possono
essere così vicini e attenti a
questa dimensione della vita
dei loro figli.
Vi ringrazio per il vostro intervento. Questi pensieri che
abbiamo condiviso ci hanno
fatto riflettere su quanto abbiamo bisogno di ritrovare
la benedizione originaria
se vogliamo ritrovarci nella
nostra vera natura di creature benedette dal Creatore,
e riscoprire, giorno dopo
giorno, anche la dimensione
spirituale della vita. Credo
che proprio a quest’origine
voleva riportarci Gesù di
Nazareth quando ci indicava
che la strada che conduce al
Padre non è una strada fatta
di leggi e leggine, di regole e
di tradizioni, ma un cammino da percorrere “in spirito
e verità”.
(2. fine)
Chi vuole scrivere allo psicologo può farlo o per e-mail ([email protected] o [email protected])
o per posta a Voce della Vallesina - colloqui con lo psicologo - P.za Federico II, 8 - 60035 JESI
Una meditazione sulla festa della “Divina Misericordia”
Misericordiosi per ottenere misericordia
La domenica successiva a quella della Resurrezione di Gesù, la Chiesa
professa la festa della Divina Misericordia. Sì, è una festa, perché testimonia l’amore straordinario di Dio
per ciascuno. La consapevolezza di
essere tutti “figli prodighi” e la certezza che c’è un Padre buono sempre
disposto ad aprirci le sue braccia, ci
riempiono il cuore di speranza. È una
misericordia che dobbiamo implorare
quotidianamente in considerazione
della nostra fragilità e di fronte a tutti i fenomeni del male fisico e morale.
La misericordia è un dono scaturito
dal Cuore squarciato di Gesù, ma è
anche un talento da far fruttificare
perché non diventi sterile moneta che
perda di splendore e di valore nel nostro egoismo. “Beati i misericordiosi
perché troveranno misericordia” proclama una delle beatitudini. Questo
perché l’amore di Dio, riversato su di
noi, è amore continuamente creatore
che rinnova chi ne è l’oggetto e spinge a praticarlo. “Amerai il prossimo
tuo come te stesso” ha comandato il
Signore; il samaritano della parabola
lucana ha applicato alla lettera la regola del codice morale, soccorrendo il
fratello sofferente che Dio gli ha messo sulla strada e facendosi prossimo
lui stesso. Diverse sono le forme in
cui ciascuno di noi è chiamato a farsi prossimo, una di queste è l’amicizia.
Quando questa è sincera diventa corrispondenza nell’amore, condivisione
di gioie e dolori in una reciprocità
creatrice. L’amicizia vera mira ad alleviare le sofferenze dei fratelli senza
distinzione di ceti sociali, razza, religione, lingua, colore della pelle perché Cristo ha effuso sulla croce il suo
sangue per tutti e tutti unisce nell’abbraccio della sua misericordia. Ma in
questo nostro mondo sembra che non
ci sia posto per la misericordia.
Da ogni parte si chiede giustizia, non
quella proclamata da Dio ma quella
istituita dall’uomo a suo piacere: la
legge del taglione. La giustizia umana
esula dagli schemi della legge divina:
diventa aggressione, violenza brutale
a livello di esseri che sembrano non
possedere più né ragione né cuore.
Anche se nell’organizzazione di una
società la giustizia è necessaria, bisogna però che vi trovino posto anche la
misericordia e il perdono. Quest’ultima parola suona molto male ai nostri
orecchi, ci fa male pronunciarla perché ci ferisce nel profondo del cuore.
Va a colpire il nostro orgoglio e la presunzione di essere la parte lesa che va
riscattata con il proposito della vendetta. E allora è il momento di alzare
gli occhi verso il Calvario per contemplare l’Amore e il perdono, crocifissi, per imparare cosa vogliono dire le
parole “Misericordia voglio, non sacrificio”. Allora forse potremo credere
che il peccatore è più capace di amare
Gesù perché cenava con i peccatori,
capire che l’amore è più importante
della nostra vita e che il perdono è più
importante della legge e dell’offesa ricevuta.
Marisa Moreschi
Opera della Regalità e AdP
Maria “Tenda della parola”
La presidente dell’Opera della Regalità, Beniamina Santoni e
la presidente dell’Apostolato della Preghiera, Lucina Longhi,
invitano i soci e i fedeli della comunità cristiana di Jesi a partecipare all’incontro che si svolgerà nella parrocchia “Madonna
del Divino Amore” giovedì 26 maggio, con il seguente pro-
gramma. Alle 17,30: “Ora mariana”; alle 18,30, celebrazione
dell’Eucaristia; alle 20: cena comunitaria in fraterna letizia.
Chi desidera partecipare alla cena può prenotarsi telefonando al numero 0731/202537 (don Mario Massaccio) entro martedì 24 maggio.
Voce della
Vallesina
LA CHIESA LOCALE
IL DIARIO
DEL VESCOVO
GERARDO
Giovedì 12 maggio
Ore 9.30: Ritiro Sacerdoti più giovani di
Ordinazione
Ore 15.30: Incontro con Ragazzi di Cresima
Venerdì 13 maggio
Ore 21: Cattedrale: Concerto per la Beatificazione
di Giovanni Paolo II
Sabato 14 maggio
Ore 17: Parrocchia S. Francesco di A. S. Messa e
Amministrazione della Cresima
Ore 21: Loreto, Veglia di preghiera per le
Vocazioni
Domenica 15 maggio
Ore 11.15: Cattedrale, S. Messa e amministrazione
della Cresima
Ore 18: Parrocchia di San Giuseppe, S. Messa e
Consacrazione a Maria SS
Ore 21: Incontro a carattere vocazionale
Lunedì 16 maggio
Ore 15: Parrocchia San Sebastiano, incontro con
Bambini di Prima Comunione
Ore 21: Parrocchia San Sebastiano, incontro con i
Genitori dei Bambini di Prima Comunione
Martedì 17 maggio
ore 15: Moie, incontro con i ragazzi della Cresima
ore 18.30: Moie, incontro con genitori e padrini di
Cresima
Mercoledì 18 maggio
ore 15: Moie, incontro con i ragazzi della Cresima
Giovedì 19 maggio
Ore 9.30: Incontro Clero
Venerdì 20 maggio
Ore 10: Partecipazione all’incontro al Centro
Direzionale Esagono
Ore 15: Incontro con i ragazzi di Cresima di
Chiaravalle
Ore 21.15: Santuario delle Grazie, affidamento a
Maria Santissima
Sabato 21 maggio
Ore 9.30: Ritiro per un gruppo di consacrate
nell’Ordo Virginum
Ore 15: Sassoferrato, predicazione e S. Messa
Domenica 22 maggio
Ore 9.30: Monsano, S. Messa e amministrazione
della Cresima
Ore 11.30: Pianello V., S. Messa e amministrazione
della Cresima
Ore 15: Parrocchia San Massimiliano K. Festa
della Famiglia
Ore 18.30: Cattedrale, S. Messa in suffragio di P.
Oscar
Ore 21: Incontro a carattere vocazionale
Giornata per le vocazioni
Sabato 14 maggio alle 20 ci sarà a Loreto una veglia vocazionale e il mandato dei giovani alla Gmg. Il tema è “Date voi
stessi da mangiare. Quanti pani avete? Andate a vedere”; tutta
la notte veglia di adorazione e confessioni. Domenica 15 maggio alle 11 la celebrazione dell’Eucarestia in diretta su Rai Uno
nella giornata mondiale di preghiera per le vocazioni.
Settimanale di ispirazione cattolica
fondato nel 1953
vita ecclesiale
Parola
di Dio
15 maggio 2011
7
15 maggio 2011 - quarta domenica di pasqua (anno a)
Seguire Gesù in una relazione alimentata dalla parola
Dal Vangelo secondo Giovanni (gv 10,1-10)
In quel tempo Gesù disse: «In verità, in verità io vi dico: chi non entra nel
recinto delle pecore dalla porta, ma vi sale da un’altra parte, è un ladro e un
brigante. Chi invece entra dalla porta, è pastore delle pecore. Il guardiano
gli apre e le pecore ascoltano la sua voce: egli chiama le sue pecore, ciascuna
per nome, e le conduce fuori. E quando ha spinto fuori tutte le sue pecore,
cammina davanti ad esse, e le pecore lo seguono perché conoscono la sua
voce. Un estraneo invece non lo seguiranno, ma fuggiranno via da lui, perché non conoscono la voce degli estranei». Gesù disse loro questa similitudine, ma essi non capirono di che cosa parlava loro.
Allora Gesù disse loro di nuovo: «In verità, in verità io vi dico: io sono la
porta delle pecore. Tutti coloro che sono venuti prima di me, sono ladri e
briganti; ma le pecore non li hanno ascoltati. Io sono la porta: se uno entra
attraverso di me, sarà salvato; entrerà e uscirà e troverà pascolo. Il ladro non
viene se non per rubare, uccidere e distruggere; io sono venuto perché abbiano la vita e l’abbiano in abbondanza».
Commento
Il brano evangelico è collocato a conclusione della festa dei tabernacoli o delle
capanne (Gv 7,2), nella quale Gesù intende rispondere ai capi religiosi per
aver loro espulso dal tempio il cieco
nato, guarito da Lui.
Mi soffermo su due espressioni: Chi
entra (greco: eis-èrkhomai) dalla porta (greco: thyra), è pastore delle pecore
(greco: pròbaton); e: Il pastore cammina
(greco: porèuomai) davanti ad esse.
Chi entra dalla porta, è pastore delle
pecore.
Provo prima a tradurre la frase alla lettera e poi tento di spiegarla: L’entrante
attraverso la porta è guardiano del bestiame minuto. La parola greca thyra
indica la porta della casa e non della
città, così la parola pròbaton indica il
bestiame minuto, tra il quale c’è la pecora e la capra, perché sono animali molto
comuni e molto più piccoli del bue, del
cammello, del cavallo, ecc. Gesù parla quindi di un guardiano che conduce
animali piccoli e innocui per l’uomo e si
esprime in termini di piccolezza anche
per ciò che riguarda l’entrata nel recinto:
una porta di casa. Gesù gioca anche alla
contrapposizione con i responsabili religiosi del popolo d’Israele che, nel loro
atteggiamento duro e ostile, non danno
prova di essere delle guide illuminate e
buone. Il luogo nel quale essi entrano è
il recinto delle pecore: un simbolo per indicare il luogo santo, il tempio di Gerusalemme. Gesù invece si fa pastore che
entra per la porta, nuovo Pastore che si
presenta al tempio per rivelarsi ai giudei
durante la festa dei tabernacoli. L’unico
modo per dimostrare di essere autentici
pastori del gregge, il cui proprietario è
solo Dio, è quello di entrare per la porta.
Ora, l’errore grave dei Giudei è quello di
respingere Gesù e di non passare attraverso la porta che è lui stesso, il luogo
della presenza di Dio Padre. Occorre
entrare in comunione con Lui, perché
solo Lui può condurre il gregge (= popolo d’Israele) alla salvezza.
Oggi siamo tentati di passare per tante porte aperte dal mondo, esse non
conducono nell’ovile ove si è accolti da
qualcuno, ma solo ci si trova in balìa di
tanti interessi materiali e si è esclusi da
un’accoglienza disinteressata e amorosa,
come è quella di Gesù.
Io a che punto mi trovo in questo cammino di comunione con Gesù che è la
vera porta dell’ovile?
Il pastore cammina davanti ad esse.
Il pastore nella Palestina è colui che
cammina avanti al gregge, è un punto di
riferimento per tutto il gregge, mentre
in occidente il pastore segue da dietro
il proprio gregge. Il simbolismo, anche
qui, è molto forte. L’identità di Gesù è
farsi compagno di viaggio d’ogni persona umana, è colui che non indica la
strada, ma è la via stessa che conduce
all’esperienza dell’amore paterno di Dio.
Il cieco graziato da Gesù è diventato un
uomo nuovo e per questo è cacciato dal
tempio e paga di persona la propria testimonianza di fede. Gesù, invece, lo
accoglie tra i suoi e si fa sua guida spirituale nel cammino verso Dio. Gesù
cammina davanti al gregge e le pecore
lo seguono e riconoscono la sua voce,
quindi è colui che mostra e si fa cammino. Nell’Antico Testamento Dio stesso precede nel cammino il suo popolo,
ora è Gesù che cammina davanti ai suoi
discepoli ed essi lo seguono. Essi, dopo
la chiamata iniziale e l’appartenenza
al Maestro, lo seguono con docilità e
abbandonano per sempre i precedenti
falsi maestri. Il segreto del seguire Gesù
è nell’intimità della relazione personale,
alimentata dalla sua parola, che il Signore instaura con chi gli è fedele.
Conseguenza di questo discorso: coloro che nella comunità cristiana hanno
il compito di rendere presente GesùPastore (vescovi, sacerdoti, padri e madri di famiglia, catechisti, ecc.) devono
costantemente verificare se stessi ed
essere riconosciuti dalla comunità sulla
base della loro identificazione con Gesù
Cristo.
Ho mai pensato che Gesù si serve ora di
me, nel ruolo che occupo, per indicare
agli altri Lui-via?
P. Silvio Capriotti ofm
Dall’Istituto teologico marchigiano una rivista di ricerche religiose
“Eucarestia come dono d’amore”
È in distribuzione il nuovo volume di
“Sacramentaria e scienze religiose”, la
rivista semestrale pubblicata dall’Istituto teologico marchigiano e dagli Istituti
superiori di scienze religiose di Ancona, Ascoli Piceno e Pesaro. Fondata nel
1991 la rivista nella sua prima serie s’intitolava “Quaderni di scienze religiose”;
a partire dal numero 25 ha assunto la
denominazione attuale, per evidenziare
il ruolo di primo piano che s’intendeva
dare alla sacramentaria, che è oggetto
della specializzazione del biennio di licenza dell’ITM. La rivista, diretta da
Giancarlo Galeazzi, si struttura in tre
sezioni: la prima, dedicata alla Teologia
sacramentaria, è curata da Mario Florio; la seconda incentrata sulle Scienze
umane e religiose, è curata da Francesco
Giacchetta; la terza, infine, è riservata
alle recensioni e segnalazioni. Ogni fascicolo di oltre 200 pagine, documenta
prevalentemente l’attività di studio e di
insegnamento dei docenti degli Istituti
che pubblicano la rivista. Così biblisti,
storici, teologi, filosofi, eticisti, liturgisti,
pedagogisti si alternano nelle varie rubriche in cui si articolano le tre sezioni.
Nel nuovo fascicolo si dà particolare rilievo nella prima parte ad una tematica,
quella dell’Eucaristia, in vista del prossimo Congresso eucaristico nazionale
e vengono pubblicati al riguardo alcuni
contributi presentati a convegni dedicati all’Eucaristia: così la coinvolgente meditazione sulla “Eucaristia come dono
d’amore” del cardinale Angelo Comastri, la riflessione su “Eucaristia e condivisione” che il cardinale Angelo Scola ha
tenuto ad un convegno a Fabriano e le
interessanti relazioni lette alla Giornata
filosofica del 2010 sull’Eucaristia. Fanno
corona a questi contributi tematici alcuni apporti relativi all’esegesi degli Atti
degli Apostoli, alla mistagogia, alla cristologia ad opera, rispettivamente, dei
docenti Gino Fattorini, Giovanni Frausini e Paola Thellung.
Non meno nutrita è la seconda parte
che si apre con un saggio di Cataldo
Piazza Federico II, 8 - 60035 Jesi An
Telefono 0731.208145
Fax 0731.208145
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i diritti riservati • Esce ogni mercoledì • Associato alla Fisc (Federazione Italiana Settimanali Cattolici) • Comitato di
redazione: Vittorio Massaccesi, Giuseppe Quagliani, Antonio Quaranta, Antonio Lombardi
Ai sensi dell’articolo 13 del D. Lgs 196/2003 (Codice privacy) si comunica che i dati dei destinatari del giornale sono contenuti in un archivio informatico idoneo
a garantire la sicurezza e la riservatezza. Saranno utilizzati, salvo divieto espresso per iscritto dagli interessati, oltre che per il rispetto al rapporto di abbonamento, anche per proprie attività istituzionali e per conformarsi ad obblighi di legge.
Zuccaro, rettore della Pontificia Università Urbaniana e assistente nazionale del
Meic, su “identità e dialogo”; seguono
contributi di docenti del Polo teologico
di Ancona: Michele Carmine Minutiello
e Giancarlo Galeazzi sul cielo, di Marco
Strona su Cornelio Fabro, e ancora interventi e note di Paola Mancinelli, Gaetano Tortorella e Galeazzi. Nella terza
parte, infine, vengono recensiti libri
(Giacomo Ruggeri e Morena Baldacci),
convegni (Gina Masi), riviste (Strona) e
mostre (Andrea Fiamma). Dunque, un
fascicolo che tocca una molteplicità di
temi, ma che (come scrive mons. Edoardo Menichelli nell’editoriale) “privilegia
il tema eucaristico, com’è giusto che sia
dal momento che ci stiamo avvicinando
al Congresso Eucaristico Nazionale”.
Coloro che fossero interessati alla rivista, possono chiederne copia alla segreteria del Polo teologico marchigiano
in via Monte Dago n. 87 di Ancona (tel.
071.891851 dalle 9 alle 12).
G.T.
8
Voce della
Vallesina
pastorale
15 maggio 2011
Scisciano: la via crucis per le vie del paese
POGGIO CUPRO: processione del venerdì santo
Un appuntamento e una data
da ricordare. Via crucis, il venerdì Santo a Scisciano. Merita
veramente di andare, cattolici
o non credenti, andiamo. Alcuni “malati” che si trovano
in quel periodo nella casa di
cura Villa Jolanda, permettono,
con la loro rappresentazione
di realizzare l’ultimo giorno
da uomo di Gesù, nella storia
della via Crucis: tutto questo
si svolge all’aperto, per i vicoli
del paese. Che cosa è importante? Andare, partecipare,
restare in silenzio, aprire il
cuore, mettersi in ascolto. Il
resto viene da sé: meditazione,
emozione, riflessione. In più,
se si è fortunati di incontrare
una bella giornata come lo è
stata il 22 aprile di quest’anno, allora questa pia pratica
è ancora più bella, sentita,
partecipata. Ad ogni stazione
provi un cambiamento interno che ti prende, ti coinvolge,
questo non accade solo per gli
attori, più o meno giovani, ma
anche per i partecipanti. Alla
quarta stazione, Gesù incontra sua Madre. Accanto a me
una giovane con le lacrime
che le scendevano dietro gli
occhiali, rimanendo composta
e sotto voce, con tutto il cuore
e con quanto amore chiedeva aiuto alla Mamma celeste!
Venerdì Santo, giorno di riflessione, di silenzio, giorno
anche di tradizione. Ogni
comunità parrocchiale ha vissuto questo momento a suo
modo con celebrazioni e riti.
Nella parrocchia di San Salvatore di Poggio Cupro il parroco don Maurizio Fileni ci
racconta che in questo giorno
di penitenza la chiesa è stata
lasciata aperta a disposizione
dei fedeli e delle persone che
hanno voluto pregare. Qui
è custodito un Cristo morto ligneo di grande rilievo
dal punto di vista artistico:
è oggetto di fede, ma anche
una bella eredità ricevuta dai
padri degli abitanti della piccola frazione. Le persone, per
tutto il giorno, hanno transitato all’interno della chiesa e
sostato davanti all’altare preparato dal giorno precedente.
«La gente entra nella chiesa,
sosta davanti al Cristo morto, alla Madonna Addolorata
e poi compie un gesto che
per le nuove generazioni forse non ha molta importanza,
cioè toccano i piedi del Cristo
morto, una forma di devozione che la Sovrintendenza non
contempla ma che favorisco
con molto piacere» afferma
il parroco «perché le sculture
sono state concepite innan-
“L’ho fatto con il cuore”
Alla dodicesima stazione: Gesù
muore. Più si va avanti con la
via Crucis, più la piccola fatica
del camminare in salita ed il
dolore spirituale per il dramma di Gesù ti aiutano a meditare. Tutto questo accade anche grazie ai protagonisti che
rievocano i momenti della via
dolorosa di Gesù.
Per le due ultime stazioni si
entra nella chiesa parrocchiale di San Rocco. Gesù è nel
sepolcro e Gesù risorge. È con
tanta gioia e felicità che insieme hanno gridato dolcemente:
“Gesù è vivo!” Sono sicura che
in tutti noi che abbiamo potuto partecipare a questa sacra
rappresentazione sia scorso un
brivido di emozione. È uscita
La fede e la tradizione
dai loro cuori la bella notizia
che il Signore è vivo! Uno degli
attori mi è passato vicino e l’ho
ringraziato per l’impegno e per
il suo lavoro e lui, stringendomi forte la mano, è stato felice
per il mio apprezzamento, mi
ha augurato buona Pasqua e
mi ha detto: “L’ho fatto con il
cuore”.
Desidero ringraziare tutti gli
educatori e i collaboratori per
il lavoro fatto, grazie ai sacerdoti don Aldo Anderlucci e
don Marco Cecconi e grazie
ai semplici e grandi attori che
lasciando parlare il cuore ci
hanno ricordato con forza che
Gesù è vivo.
d.d.
Foto Claudia Zampetti
“San Massimiliano Kolbe”
Ricordo di mio padre, Alberto Mario Ponzelli
«Vi lascio solo l’onestà»
Era un ragazzo del “99” che correva nel suo tempo sventolando la bandiera dell’onestà e dell’eguaglianza, cavaliere
di Vittorio Veneto, lo chiamavano il “sergente di ferro” per
il suo fisico robusto che incuteva un certo timore ma il suo
cuore era quello di un bambino. Ricordo che con commozione mostrava a noi figli le foto degli aerei di guerra caduti a causa di una guerra feroce ed insensata dove persero
la vita molti dei suoi giovani commilitoni ma nonostante
tanto dolore, lui era speranzoso che un giorno si sarebbero formate delle nuove coscienze aperte alla fratellanza
e all’amore. Il suo motto era quello: “di non fare agli altri
ciò che non vuoi lo si facci a te”. Proveniva da una famiglia
di artigiani, il padre detto “Landò” era uno dei più quotati
ciabattini della città e per questo suo talento ricorrevano
a lui anche i nobili della città, il credo di questo mio caro
avo era la Patria, l’onestà e l’edera. Prima di lasciare questa vita le ultime parole di mio padre sono state queste: «Io
non vi lascio in eredità monete sonanti ma ciò che vi ho
dato e che voi ricorderete sempre è un tesoro che nessuno potrà mai distruggervi: l’onestà, virtù che non la si può
cancellare ma soltanto imitare per formare una vera vita
da uomini nuovi per un mondo migliore».
Rosanna Ponzelli
ricordo
Admeto Belardinelli
Venerdì 6 maggio, in Ancona,
dove risiedeva, è deceduto
all’età di 86 anni. Nato a Jesi
nel 1924 e vissuto per tanti
anni nella nostra città, si era
distinto per il suo impegno
nelle Acli, nella valorizzazione delle iniziative connesse
con la chiesa dell’Adorazione,
nell’impegno politico e nelle
opere dell’Azione Cattolica.
Geometra, la professione lo
aveva portato in vari centri fino a stabilizzarsi da tanti
decenni in Ancona, ma ha sempre desiderato rimanere
in contatto con gli amici di un tempo attraverso il Ferrini
e attraverso l’abbonamento al nostro settimanale.
La direzione di Voce e i tanti jesini che lo hanno conosciuto e stimato in vita per la sua operosità e partecipazione alla vita privata e pubblica esprimono il più vivo
cordoglio alla moglie Flora, ai figli Anna e Andrea, al
fratello Mario, musicista al “Massimo” di Palermo, alla
nuora Francesca, al genero Reza, ai cari nipoti Giacomo e Giovanni.
Una messa di suffragio sarà celebrata sabato 14 alle ore
18,30 presso la chiesa di San Giovanni Battista (San Filippo).
zitutto quali oggetti di culto
della nostra fede». Il Cristo
morto all’imbrunire “tra lume
e scuro” è stato portato per
le vie precedentemente preparate dalla gente del posto
con fiaccole per illuminare i
due chilometri di percorrenza della processione. Un’ora
e mezzo di cammino, di silenzio e di commozione. La
processione è stata preceduta
dall’Ostensione della Croce:
una croce coperta da un telo
viola che è stata poi mostrata
e concessa alla pietà popolare
perché potesse essere toccata
e baciata. Come ormai è tradizione, anche quest’anno ha
preso parte al corteo il cireneo: di questo fedele nessuno,
oltre al sagrestano, conosce
14 agosto 1941 – 14 agosto 2011
decima
parte
Padre Massimiliano Kolbe era un
frate francescano e in lui sono costantemente presenti la volontà e
lo sforzo di confrontarsi con la testimonianza di san Francesco e di
vivere con radicalità la spiritualità
francescana. Nell’anno 1917 papa
Benedetto XV pubblicò il nuovo
Codice di Diritto Canonico. Tutti
i vari Ordini Religiosi hanno riveduto le proprie Costituzioni “per la
revisione e l’adattamento” allo spirito e alla lettera del nuovo Codice.
Padre Massimiliano Kolbe è profondamente consapevole dell’importanza di una tale opera. Scrive,
infatti, in una lettera al fratello, il
12 dicembre 1923: «Sono anch’io
del parere che il problema di adeguare le Costituzioni al Codice e
al nostro tempo è una cosa importantissima, perché se saranno “fatte
bene”, regoleranno il resto».
Aderisce con entusiasmo e diventa
l’anima del Circolo dei Religiosi,
istituito all’interno della sua Provincia, allo scopo di preparare un documento con cui contribuire al lavoro
delle nuove Costituzioni. Nell’opera
di revisione delle Costituzioni suggerisce che sia messa particolare
attenzione al problema della “povertà”, che egli vuole sia riaffermato
con chiarezza dalla nuova legislazione dell’Ordine.
Si mostra disponibile alle proposte
dei Superiori per una maggiore attenzione ai valori della vita francescana. Una volta pubblicate le Costituzioni, padre Massimiliano Kolbe le
medita personalmente (come durante gli Esercizi Spirituali del 1937)
e, come Guardiano di Niepokalanov,
le spiega ai frati.
Durante il viaggio di ritorno dal
Giappone alla Polonia, nell’aprile
del 1933, per partecipare al Capitolo
Provinciale, scrive: «Ho riflettuto sul
fine del nostro Ordine. Dalla Regola (e dalle Costituzioni) risulta che il
fine è: la preghiera, la mortificazione,
la predicazione (percorrendo le varie
località e, per chi lo vuole, recandosi nelle nazioni degli infedeli, vale a
dire le missioni estere)… E la nostra
caratteristica specifica è la “povertà”,
cioè non possedere nulla».
Ma in questo scritto sulla nave che
lo riportava in patria, c’è una considerazione molto importante sulla
povertà.
«Povertà - si chiede padre Massimiliano Kolbe - significa forse: non
servirsi di alcun mezzo? E il problema del denaro? Sicuramente il
nostro padre san Francesco, non
aveva affatto intenzione di correggere Gesù, ma piuttosto di imitarlo
nella maniera più perfetta possibile.
Ebbene, Gesù accettava offerte… e
gli apostoli acquistavano il cibo e
pagavano le tasse. Che fare nel nostro tempo?
Che cosa comanderebbe oggi il
Padre san Francesco?
Proibirebbe forse l’uso del denaro
e, conseguentemente, dei mezzi
più moderni? O forse utilizzerebbe
qualsiasi mezzo: la posta, la stampa, la radio e altri ancora? Oppure
si potrebbe rinunciare al denaro e a
servirsi di qualsiasi mezzo per proclamare la parola di Dio? Non lo so.
Maria Immacolata, qual è la cosa
migliore? Tu ti sei servita del denaro? Sembra di sì, dato che Gesù
stesso se n’è servito. Non permettere che noi ce ne serviamo male,
ma come hai fatto tu. Tu te ne sei
servita a vantaggio di Gesù e noi a
vantaggio tuo e, attraverso di Te, a
vantaggio di Gesù…».
È interessante che padre Massimiliano Kolbe non pensa ad una imitazione pedissequa del comportamento esteriore di san Francesco,
ma a coglierne lo spirito; anzi
a svilupparlo e perfezionarlo:
«Non è effetto di umiltà, ad esempio, pregare il Padre san Francesco
affinché ci ottenga una “parte” del
suo amore verso Dio, oppure un
amore uguale al suo, ma il nostro
Padre san Francesco sarà perfettamente contento solo quando, per
sua intercessione, chiederemo a
Dio un amore più grande del suo,
anzi un amore infinitamente più
grande. Ed egli vuole “evolvere” il
suo spirito nei suoi figli e non stabilire la sua santità come termine,
come limite della nostra perfezione. Il germe da lui posto nell’Ordine deve evolversi “senza alcun
limite”».
A cura di don Gianfranco Rossetti
l’identità. è spesso un giovane padre di famiglia che sente il bisogno di chiedere una
Grazia o vuole ringraziare il
Signore per i doni elargiti. Ha
percorso a piedi scalzi tutto
il tragitto con la croce sulle
spalle e portando sul piede
destro una catena il cui rumore caratteristico accompagna
da secoli la processione del
Venerdì Santo. Quest’anno,
oltre al cireneo, hanno preso
parte dei volontari fedeli che
hanno voluto arricchire il gesto vestendo i panni dei soldati e della gente del popolo
ed i bambini hanno portato i
simboli della passione di Gesù
come la lancia, i dadi, la scala,
l’orecchio, la mano, la colonna, la fune. Mentre in molte
comunità parrocchiali queste
tradizioni si sono perse, qui il
parroco partecipa e le sostiene perché accoglie volentieri
ciò che i suoi predecessori gli
hanno tramandato con la convinzione che il popolo sia un
popolo molto semplice “che
non frequenta regolarmente
i Sacramenti ed è spesso polemico con la gerarchia ecclesiastica. Partecipa però molto
volentieri a queste tradizioni a
cui è molto attaccato. Queste
sono espressioni del popolo
e toglierle non è saggio. Moltissime le persone che hanno
partecipato all’atto di devozione e moltissime quelle che
si sono adoperate ad organizzarlo. La passione del Signore
si può meditare nel silenzio e
nella lettura del testo scritto
della Parola di Dio, ma si può
meditare anche partecipando
a questi semplici gesti.”
Giovanna Ortolani
Anniversario
1924 – 1981
Alberto Mario Berti
Nel trentennale del suo passaggio da questo mondo al
Padre, domenica 15 maggio
alle ore 11,30 nella chiesa
parrocchiale di s. Giovanni
Battista sarà celebrata una
santa Messa in memoria e
suffragio. Quanti lo hanno
conosciuto e stimato, anche
per il suo impegno fra gli
Scout e l’Archeoclub, sono
particolarmente invitati a
partecipare.
Voce della
Vallesina
in diocesi
15 maggio 2011
9
Chiesa di san Giuseppe: catechesi di Padre Sergio Cognini alla “Milizia”
Strada maestra per la santità
Con lo spirito è del profeta
che parla in nome di Dio
e con il gesto energico e
deciso del generale che
incita i soldati alla battaglia
contro le potenze di questo
mondo di tenebre, il padre
francescano Sergio Cognini,
assistente regionale della
“Milizia dell’Immacolata”,
ha offerto il 6 maggio, nella
chiesa di san Giuseppe,
una forte testimonianza
di fede e di impegno
missionario ai soci di Jesi e
a quanti si consacreranno
all’Immacolata il 15 maggio.
“La Milizia”, diffusa in tutto
il mondo, come è noto, fu
fondata nel 1917 dal padre
francescano Massimiliano
Kolbe, proclamato Santo
per aver suggellato la sua
fede con il martirio, ad
Auschwitz, donando la vita
per salvare un padre di
famiglia.
Ripercorrendo a grandi
linee, con realismo e alla
luce della fede, l’iter della
umanità dal Medioevo
ad oggi, padre Sergio si è
soffermato sul «mutamento
epocale della fine del
Medioevo quando la società
italiana, che si avviava
al Rinascimento, stava
cambiando..…ma senza Dio:
crescente cristianizzazione,
chiese vuote, riti senza
contenuto… Dio manda
allora san Francesco e
san Domenico» Ma senza
dubbio «più radicali sono
i cambiamenti del nostro
tempo: dal crollo dell’Urss
alla crisi economica, etica
e politica mondiale che
minaccia anche gli Usa e
l’Europa…
Che fare? Vivere di nostalgia,
senza radici e senza valori, in
una società scristianizzata?
o prendere sul serio quanto
ci dice Maria per mettere le
basi della vita cristiana del
terzo millennio?…».
Consacrarsi: perché?
Un invito luminoso
viene dal Beato Giovanni
Paolo II, che nel 1984
scriveva: “Il significato
della consacrazione a
Maria non è un effimero
gesto devozionale, ma è
l’accoglienza della Madre
alla quale Cristo ci ha
affidati”. Padre Sergio
dichiara: «Giovanni Paolo
II è un testimone, un milite
consacrato alla Madonna
e spesso andava in chiesa
a pregare in ginocchio
davanti alla statua della
Vergine Immacolata “strada
maestra per la santità”.
San Massimiliano prega
e riscopre la missione di
Maria: sconfiggere il male
del mondo e portare il bene,
la luce. L’antico serpente
nulla può contro di Lei che è
l’Immacolata Concezione».
Il cristiano che appartiene
a Maria non vive più per se
stesso, ma porta Cristo in
ogni ambiente, dove Dio lo
chiama, anche attraverso
la sofferenza, la croce:
«Il “milite” canta e vive il
Magnificat perché il Signore
“fa grandi cose sempre…”;
dobbiamo offrirci come
Maria, non piangere ma
dire il nostro Eccomi con
gioia e fiducia, per amore
dei fratelli. Il Signore ci
chiede generosità infinita e
con Maria tutto è possibile».
Affidarsi a Maria significa
anzitutto riscoprire il
Battesimo e affidarlo a Lei
perché ci aiuti a viverlo
conformando il cuore al
progetto di Dio.
Il padre Cognini ha poi
illustrato le diverse forme
di partecipazione alla
“Milizia” precisando che
un milite consacrato può
Parrocchia San Pietro Martire: La messa di Prima Comunione
Ogni giorno in viaggio con il Risorto
Domenica 8 maggio, festa
grandissima nella parrocchia di san Pietro Martire:
27 bambini: Viola Agostinelli,
Alessia Anconetani, Federica
Barchiesi, Riccardo Barchiesi, Ludovica Beldomenico,
Emanuele Buonocore, Edoardo Campanelli, Elena Celli,
Alessandro Cerioni, Michele
Cocola, Andrea Corinaldesi,
Elena Corinaldesi, Francesca Cutropia, Enei Alessandro Fioretti Andre’e, Giulia
Goro, Nicole Grassi, Edoardo Maffia, Matteo Pandolfi,
Jack Perez Gomez, Giacomo
Perni, Serena Pigliapoco, Sofia Ponzelli, Lorenzo Rossi,
Giovanna Santarelli, Alessandro Sgreccia e Giovanni
Simonetti hanno ricevuto la
Prima Comunione, preparati con affetto e dedizione
da Antonietta ed Elisabetta. Il parroco ha illustrato il
significato della celebrazione riflettendo sul vangelo
della Domenica che riporta
l’esperienza dei due discepoli
di Emmaus: cioè la storia di
una viaggio in andata e ritorno: da Gerusalemme ad Emmaus. L’andata è caratterizzata dal volto triste, il muso
lungo e il cuore sconvolto:
l’amato Maestro era morto.
Il misterioso personaggio,
che li affianca nel viaggio,
con le sue parole incendia
il loro cuore. All’invito di
fermarsi, l’ospite misterioso
acconsente e si fa riconoscere nell’atto dello spezzare il
pane, come un buon padre
di famiglia e poi… scompare
dai loro occhi. A quel punto
si aprono gli occhi della fede
per un viaggio di ritorno a
Gerusalemme con il cuore
gonfio di immensa gioia, per
portare ai fratelli il lieto annunzio della risurrezione del
Maestro. Anche i bambini
possono fare questo viaggio
di ritorno nella vita di ogni
giorno, nella scuola, nella famiglia con la certezza di avere con sé il Risorto ricevuto
nell’Eucaristia: il parroco
invita tutti i bambini, i loro
genitori e l’intera assemblea
ad essere capaci di farsi riconoscere, dall’odierna società,
nello spezzare il pane, come
facevano i primi cristiani
della comunità dei discepoli.
Vuol essere un augurio che
rivolgiamo anche a tutti i lettori di “Voce della Vallesina”.
La comunità parrocchiale
di san Pietro Martire
Foto Ubaldi
aderire senza assumere
impegni specifici e può
continuare il suo cammino
lì dove si trova, in
parrocchia o altrove… Chi
lo desidera, può incontrarsi
ogni settimana con il
gruppo della Milizia per
pregare e vivere insieme
la missionarietà. Ci sono
nell’associazione alcune
persone che si impegnano
totalmente, a tempo pieno,
come ha fatto la presidente
Anna Susat dopo il
pensionamento.
Ma al di là delle diverse
forme di adesione, quel
che conta é vivere, in unità
d’intenti, la vocazione
cristiana: «Tutti i militi
cristiani, dovunque si
trovino, sono chiamati a
dare la vita offrendo se
stessi per la conversione dei
peccatori e la santificazione
di tutti, per estendere con
l’Immacolata corredentrice,
il Regno di Dio all’umanità
intera».
L’auspicio: che in ogni
parrocchia si formi un
gruppo della Milizia.
“Sia questa una scelta di
radicalità evangelica per la
Chiesa di Jesi”.
Maria Crisafulli
La consacrazione all’Immacolata è l’essenza
della Milizia Immacolata. Che cosa significa consacrarsi a Maria? Vuol dire accogliere
il dono di Gesù morente, cioè la sua Madre
come nostra Madre, e comportarsi come San
Giovanni che accolse Maria nella sua casa, e
cioè nella sua esistenza, per vivere con Lei
La Cresima nella Parrocchia “Regina della Pace”
Con il sigillo dello Spirito Santo
Ben ventotto ragazzi e ragazze, domenica 10 aprile,
hanno ricevuto la S. Cresima dalle mani del Vescovo
mons. Gerardo Rocconi,
concludendo così il cammino preparatorio che li aveva
visti partecipi con i catechisti Silvia Cortucci, Romina
Giacconi e Andrea Polzonetti, i genitori e i sacerdoti,
in particolare il vice parroco
don Claudio Procicchiani.
Segnati ora con il sigillo dello
Spirito Santo, questi ragazzi dovranno impegnarsi per
rafforzare la loro fede e la te-
stimonianza di vita cristiana,
entrando, come si spera, a
far parte del gruppo dei giovanissimi.
La Comunità parrocchiale
si impegna a seguirli con la
preghiera in questo itinerario di approfondimento e
maturazione nella fede. Ecco
ora i nomi dei partecipanti
alla tradizionale foto-ricordo
insieme al Vescovo Gerardo
ed ai ministranti:
I cresimati: Carolina Bianchelli, Gabriele Borgiani, Nicola Bozzi, Nicola Carbonari,
Marco Cardinali, Martina
Ciattaglia, Alessandro Ciuffolotti, Giovanni Cicerchia,
Andrea Donninelli, Greta
Latini, Lorenzo Lattanti, Eleonora Mancinelli, Federico
Mancinelli, Giulia Mancini,
Arianna Mazzarini, Matteo
Mengoni, Laura Messersì,
Elisa Ortolani, Aurora Paolucci, Vincenzo Patti, Francesco Peri, Alessandro Romagnoli, Francesco Sabbatini,
Giovanni Silvestri, Francesco
Sorana, Beatrice Stronati,
Eleonora Taruchi e Lorenzo Zoppi. I catechisti: Silvia
Cortucci, Romina Giacconi
e Andrea Polzonetti. Il diacono Alberto Massaccesi. Il
vice parroco: don Claudio
Procicchiani. Il parroco: don
Emilio Campodonico.
Foto Binci
Spirito Santo, che sei
Signore, cosa hai inteso fare
di noi? Abbiamo bisogno
di “Consiglio”. Tu ci hai
chiamato a compiere ciò che
edifica, non ciò che gratifica.
Guidaci, Luce divina! Vieni,
Santo Spirito, donaci il
consiglio per non confondere
la via giusta con la via facile.
Monsano, paese dell’anima, inaugura le edicole nel viale del Parco volute da don Savino Capogrossi
La Madonna itinerante e le figurette del Rosario
San Massimiliano M. Kolbe, già internato
nel famigerato carcere di Varsavia, il Pawink,
scriveva parole di gioia sull’antica tradizione
del mese mariano, che per lui era più forte e
importante dei travagli della prigionia.
Recentemente, in Monsano, paese dell’anima
per antonomasia, con inizio dalla festa
patronale di San Gregorio, due copie
dell’immagine venerata presso il Santuario di
Santa Maria fuori Monsano hanno compiuto
un itinerario durato 40 giorni, in sosta
giornaliera presso 80 famiglie monsanesi ove
si recitava il Rosario.
Oggi, la comunità monsanese, per
confermare la sua vocazione di paese
dell’anima, vive con rinnovato entusiasmo
maggio, mese (insieme a ottobre)
tradizionalmente dedicato alla Madre di Dio.
Il mese mariano si celebra nelle cinque
zone in cui è stato suddiviso il territorio:
ogni sera, alle ore 21 si recita il Rosario
per chiedere alla Madonna la pace per
ognuno di noi, le nostre famiglie e il
mondo.
Le zone sono: Montesangiacomo – abitazione
Livio Gigli; Aroli – Chiesa degli Aroli; Selva
Torta – casa Senesi e Donninelli; Sant’Ubaldo
– Casa Fernando Cotechini ; Via Santa
Maria – Condominio Ottavio Secconi.
Sabato 28 maggio si celebrerà il
pellegrinaggio dalle cinque suddette
zone al Santuario di Santa Maria fuori
Monsano che culminerà, alle 18,15, con
l’inaugurazione delle “figurette” del
Rosario della Redenzione, nel viale del
parco attiguo, fortemente volute da don
Savino Capogrossi per celebrare il suo 50° di
ordinazione sacerdotale.
Da queste pagine (cfr. 14 dicembre 2010,
pag. 9) abbiamo già diffuso la notizia della
pubblicazione, pro manoscritto a uso
interno della comunità parrocchiale, del
libretto relativo ai cosiddetti cinque “misteri
della Redenzione”.
Alle 19, la Messa vespertina, unica
celebrata in Monsano in quel giorno,
concluderà le celebrazioni del mese
mariano monsanese e della posa in opera
delle figurette del Rosario che, insieme
alle stazioni della Via Crucis, già presenti
dall’11 aprile 2010, alimentano la devozione
popolare monsanese e ne sono prova
tangibile.
Rimane viva, perciò, la fiduciosa speranza
che il Santuario mariano rimanga il luogo
«in cui ci sarà gran devozione», dove Maria
potrà continuare a donare «molti miracoli»,
come Ella aveva promesso nelle apparizioni
del 1471.
Oreste Mendolìa Gallino
10
Voce della
Vallesina
pastorale
15 maggio 2011
Rosora: il 15 maggio sarà inaugurato l’organo di San Michele
Un piccolo centro, un grande organo
Un celebre ed innovativo
organaro, Nicola Morettini
(1836-1924), della famiglia
omonima dedita all’arte
organaria di Perugia, costruì l’Organo “meccanico”
della Chiesa di S. Michele di Rosora nel 1893 su
commissione del Pievano
don Giuseppe Bruciaferri.
Fu inaugurato, nello stesso anno, dal card. Cosimo
Corsi, Vescovo di Jesi.
Dopo un lungo ed appassionato lavoro di restauro
dell’organaro e maestro d’
organo, Riccardo Sabbatini di Pesaro, domenica 15
maggio, alle ore 17 sarà
inaugurato dal concerto
del m.o Mario Ciferri di
Fermo, cattedra di Organo
e canto gregoriano al Conservatorio statale di Musica
“N. Rota” di Monopoli (BA).
L’Organo è ritenuto un gioiello per la dolcezza dei suoni, adatto a concerti e con
l’accompagnamento di canti
liturgici. La popolazione di
Rosora ha sovvenzionato il
restauro di questo bene culturale insieme al contributo
del Comune di Rosora e del
Fondo CEI (Conf. Episcopale Italiana).
Caratteristiche Organo di
Rosora
720 canne, tastiera 56 tasti
(Do1-Sol5) con prima otta-
va cromatica, pedaliera 24
pedali, 20 registri compresi “Registri da concerto” e
le famose Ance proprie del
Morettini. Firmato nella Tastiera e sotto la bocca a mitria arrotondata della canna più grande (alta m.2,30 e
11,7 cm diam) della facciata
con l’incisione “MORETTINI PERUSINI MDCCCXCIII”.
Un nuovo libro della giornalista jesina Lucia Romiti
Giovanni Paolo II: “Non abbiate paura”
È firmato dalla giornalista jesina Lucia Romiti
il libro in formato tascabile dedicato a Giovanni Paolo II ed edito dalla casa editrice piacentina Berti in coedizione con il settimanale
della diocesi di Piacenza, Il Nuovo Giornale.
La pubblicazione è scritta con uno stile agile,
semplice e sintetico, e arricchita da foto storiche e illustrazioni di Renato Vermi che dipingono alcuni eventi salienti della vita di Papa
Wojtyla, come quello dell’attentato, in piazza
San Pietro, il 13 maggio 1981, o l’apertura
ecumenica del Giubileo in San Paolo Fuori
Le Mura, il 18 gennaio 2000. Nel libro, di 64
pagine illustrate, viene ripercorsa l’esistenza terrena di Papa Wojtyla, delineandone il
grande carisma di comunicatore, la grandezza umana e spirituale, la lotta al comunismo
e la promozione della vita e della pace. Con
rapide pennellate, l’autrice ripercorre l’infanzia e la giovinezza del futuro Giovanni Paolo
II, la nascita della vocazione, durante la guerra, i primi anni di sacerdozio. Fino al giorno
dell’elezione, a quell’appello accorato lanciato
dal balcone della loggia di San Pietro: “Non
abbiate paura, aprite, anzi spalancate le porte
a Cristo!”. La pubblicazione è arricchita da una
prefazione scritta da mons. Piero Marini, che
fu cerimoniere di Papa Wojtyla, e che dona ai
lettore il suo ricordo personale del Pontefice.
Giovanni Paolo II, “Non abbiate paura”, usci-
San Marcello: il 13 maggio con Lucarini
Serata benefica per il Cav
Il C.A.V. Jesi invita a
partecipare all’iniziativa
del 13 maggio alle ore
21 presso il teatro di San
Marcello. L’autore, attore
e regista Antonio Lucarini
presenta “Cabaret della
Vita”.
La serata si svolge
grazie al sostegno
dell’Amministrazione
Comunale sensibile
alle tematiche della
vita e del vice sindaco
Mario Ceccarelli con
deleghe per la cultura.
Si esibiranno gli artisti
Antonio Lucarini e la
cantautrice Barbara
Vagnini con la sua band,
selezionata come giovane
cantante in diverse
manifestazioni nazionali.
Il punto vendita “Sapore
di Mare” di Jesi in via
Bordoni è sponsor unico
dell’iniziativa che ha
l’obiettivo di sensibilizzare
a favore del centro di
Aiuto alla Vita di Jesi.
to in occasione della beatificazione del Papa
polacco è il primo della collana editoriale “I
santi in tasca”, che vedrà l’uscita nei prossimi
mesi di circa dodici biografie. Tra i protagonisti, Madre Teresa di Calcutta e i coniugi
Beltrame Quattrocchi, grande esempio di
sposi cristiani.
La lotteria del Palio di San Floriano
Sul sito tutti i numeri
L’associazione Ente Palio San Floriano comunica che la lotteria del Palio si è conclusa l’8 maggio con l’estrazione dei premi
nella sede di via Andrea da Jesi. Il primo
premio, un computer portatile, è andato al
biglietto 440, serie F; il secondo premio, un
televisore, è andato al biglietto n. 952, serie
F. L’elenco completo dei 42 biglietti estratti
si può consultare nel sito internet www.paliosanfloriano.it nella pagina L’Araldo del
Palio. I premi si possono ritirare entro il 31
maggio presso la sede dell’associazione in
piazza Baccio Pontelli il martedì e il giovedì dalle 18,30 alle 20 o telefonando al 338
7508624. Il ricavato della lotteria del Palio
sarà devoluto al Telefono Azzurro di Jesi.
Delegazione
ASSONAUTICA
Autoscuole
Corinaldesi s.r.l.
Point
AUTOMOBIL
CLUB d’ITALIA
Autoscuole – Scuola Nautica – Corsi di recupero punti per patenti – Corsi di Formazione Professionale
CQC – per merci pericolose A.D.R. – per Autotrasportatori – Studi di consulenza Automobilistica e nautica
Jesi, Via Mura Occidentali, 31 - tel. 0731 209147 c.a. - fax. 0731 212487 - Jesi, Via Gallodoro, 65 - tel. 0731 200809 - fax 0731 201914
Jesi, Via Gallodoro, 65 - tel. 0731 200809 - sede Consorzio Autoscuole Corinaldesi. - Jesi, Via Marx, Zipa - operazioni collaudi
Senigallia, via R. Sanzio, 71 - tel. 07160062
Altre sedi: Falconara M.ma (Corinaldesi - Adriatica - Falconarese) - Ostra - Marina di Montemarciano - Marzocca di Senigallia
Voce della
Vallesina
vallesina
15 maggio 2011
11
Corale Brunella Maggiori: al santuario delle Grazie, il concerto del 21 maggio per l’Ail
Canti tradizionali e spiritual: musica e solidarietà
Dedizione, speranza e amore verso il prossimo animano da ormai
vent’anni il tradizionale appuntamento, “Serata per l’AIL”, organiz-
zato dalla Corale Brunella Maggiori
di Jesi. È in questa occasione che
la corale jesina decide di dedicare
la serata alla ricerca contro le leucemie e a tutti coloro che ne sono
purtroppo colpiti. Dopo il grande
successo di pubblico dell’anno scorso al Teatro Pergolesi di Jesi, in cui
abbiamo potuto sentire le pure ed
armoniche voci del Coro dei Crodaioli diretti dal M° Bepi de Marzi,
quest’anno ospite della serata sarà
la Corale polifonica Gran Sasso dell’Aquila diretta dal M° Carlo
Mantini. È uno dei cori più antichi
d’Abruzzo, fondato nel 1951 da Paolo Mantini, vanta molte esibizioni
in Italia e all’estero e numerose partecipazioni ad importanti spettacoli
e rassegne nazionali radiofoniche
e televisive. È interprete di canti
della tradizione abruzzese, brani
sinfonico-corali e spirituals. C’è da
aggiungere poi, che in questa ricorrenza non è mai venuta a mancare
la generosità della gente, che partecipando all’evento, si è sempre
dimostrata preziosa donando una
speranza in più a tutti coloro che
credono che, per aiutare gli altri,
l’unione e l’amore verso il prossimo
siano l’arma vincente.
Così la voglia di andare avanti per
raggiungere buoni risultati e il desiderio di organizzare una bella serata musicale tra amici, darà vita ad
un nuovo appuntamento per l’A.I.L
Sabato 21 maggio alle ore 21.15
presso il Santuario delle Grazie di
Jesi.
In questa sede si ripresenterà l’occasione per ascoltare un repertorio
pieno di ogni sonorità capace di
toccare tutti i cuori, dagli amanti del moderno agli appassionati
delle antiche storie. La serata si
aprirà con l’esibizione della corale
jesina che proporrà un repertorio
ricco di canti popolari, ma che saprà anche riprodurre le polifoniche
melodie dei Queen. A seguire la corale abruzzese allieterà e stupirà il
pubblico eseguendo canti della sua
tradizione. Sarà certamente interessante confrontarsi con le tradizioni della nostra penisola che le
corali ci presenteranno, come fiabe
di un tempo lontano che guidano,
ancora oggi, i nostri passi del vive-
re quotidiano.
Non resta che augurarci che la
cittadinanza intervenga numerosa
e che sappia, come ogni anno,
dare prova del suo altruismo,
donando un piccolo contributo che
sarà devoluto alle realtà abruzzesi
colpite dal terremoto del 2009,
ed alla sezione A.I.L dell’Aquila.
Maiolati e Moie: due celebrazioni per la festa della Liberazione
A Monsano, un monumento per celebrare il XXV Aprile
Festa della liberazione per
le vie di Moie, come da tradizione. Un lungo corteo
aperto dalla banda musicale
l’Esina, verso piazza S. Maria.
L’omaggio ai caduti - i partigiani Augusto Chiorri e Libero Leonardi-, con la deposizione di due corone d’alloro,
il suggestivo brano “Signore
delle cime” cantato dalla corale David Brunori. Poi gli
interventi del sindaco Giancarlo Carbini, del sindaco dei
ragazzi Giuseppe Devanna e
dei consiglieri Silvia Carbini e Filippo Marinelli, degli
alunni dell’Istituto Comprensivo “C.Urbani”,
accompagnati dal dirigente Nicola Brunetti e
dalle insegnanti, del rappresentante dell’Anpi
Marco Bini. «È un dovere della nostra generazione trasmettere ai ragazzi e ai giovani il
senso degli avvenimenti che oggi celebriamo
– ha sottolineato il sindaco Carbini- e mantenere viva la memoria storica, perché i popoli
che non hanno memoria del loro passato non
riescono a costruire il loro futuro.» Sottolineando queste parole di Carlo Azeglio Ciampi,
e ricordando la figura di Sandro Pertini, un
combattente instancabile della Resistenza,
ha evidenziato quanto siano importanti la
conoscenza e la comprensione dei grandi avvenimenti del secolo scorso e l’opportunità di
indicare ai giovani figure significative di riferimento, modelli che possano indicare quei
valori di pace, libertà e giustizia che sono il
fondamento della nostra Costituzione. «Da 66
anni ricordiamo tutti coloro che hanno esposto la loro vita per la patria.- ha affermato il
sindaco dei ragazzi Devanna, rivolgendo un
pensiero anche alle vittime del terremoto del
Giappone. I consiglieri dei ragazzi Silvia Carbini e Filippo Marinelli hanno ripercorso le
principali tappe storiche del periodo che ha
portato alla liberazione dell’Italia dal regime
fascista, riflettendo sulle vicende e sui valori
dell’unità nazionale: «Ogni 25 aprile, festa di
tutti gli italiani, celebriamo la dignità e l’iden-
“La libertà non è star sopra un albero/non
è neanche il volo di un moscone/la libertà
non è uno spazio libero/libertà è partecipazione”. La targa è incisa ai piedi del monumento; oggi, Pasquetta e Lunedì dell’Angelo
– che quest’anno “sovrappone” la festività
del XXV Aprile –, Monsano lo inaugura
nella via omonima.
LXVI anniversario della Liberazione: le parole di Giorgio Gaber sono più che azzeccate; un plauso all’architetto Giulietti, che
le ha riesumate dal repertorio musicale del
cantautore milanese, a corollario del progetto di cui è autore.
«Quando parliamo di monumento», dice
Giulietti, «intendiamo un elemento nella
città ma anche nel territorio, che riassume,
con la sua presenza, la commemorazione di
un evento e la testimonianza di una memoria che ha bisogno di essere ricordata dalla
collettività.
Il XXV aprile è di per sé una giornata monumentale, poiché la commemorazione della
Liberazione traccia un solco profondo nel ricordo popolare, una linea retta che non potrà mai essere raggirata.
Per questo l’opera pone il suo accento sul
Tricolore, punto di arrivo di un percorso,
realizzato con l’intento di enfatizzare la
concretezza e la durevolezza della pietra
colorata.
Innanzi a questo, una figura di persone, da
cui si distacca quella di un bambino, come
se da quelle nascesse nel suo contorno, alza
braccia e speranze al cielo, a gridare “Libertà!” e a raccontare di una coscienza sociale
propria di ogni cultura civile».
Intervengono alla manifestazione le autorità
religiose e civili; ospite illustre il partigiano
Giuseppe Cingolani, il quale non si lascia
scappare l’occasione d’invitare i giovani a
un’attenta riflessione sulla libertà: valore
universale ed eterno cui la Resistenza si è
ispirata per ribellarsi all’ideologia nazifascista.
I giovani: terreno fertile e prezioso sul quale
investire per il futuro. In un tempo di precarietà sotto tutti i fronti, come questo, l’invito
Dobbiamo essere costruttori di giustizia L’inaugurazione a Pasquetta
tità del nostro popolo. Dobbiamo essere tutti
costruttori di libertà, pace, giustizia.» Un saluto commosso ai partigiani Libero Leonardi, Augusto Chiorri, Giannino Pastori è stato
rivolto da Marco Bini dell’Anpi, che ha letto
un denso messaggio di don Luigi Ciotti:«La
carta nata dalla Resistenza ci chiede di continuare a resistere, perché la libertà sia sempre un sogno realizzato per tutti, perché non
esistano privilegi per pochi. La politica deve
conoscere i suoi contenuti etici e deve essere
volta al bene comune.» Il sindaco Carbini ha
comunicato l’apertura di una sezione Anpi
della Media Vallesina, di cui Bini è presidente, intitolata ad Augusto Chiorri e Libero Leonardi e l’opportunità di iscriversi. Gli
alunni dell’Istituto Comprensivo “C.Urbani”
hanno letto brani sulla Resistenza e colorato
di poesia e sentimenti la ricorrenza: “I bambini giocano alla guerra. È raro che giochino
alla pace perché gli adulti da sempre fanno
la guerra, tu fai “pum” e ridi; il soldato spara
e un altro uomo non ride più. E’ la guerra.
C’è un altro gioco da inventare: far sorridere
il mondo, non farlo piangere.. Canta la pace:
il sogno più bello del mondo... L’aria della
pace è una farfalla che riposa sopra un fiore...” L’inno di Mameli suonato dalla banda
e cantato da tutti i partecipanti ha chiuso la
manifestazione.
Tiziana Tobaldi
va colto, approfondito e tutelato sia dalla rituale perniciosa retorica sia dalla tentazione
di fare politica dove non è il caso.
La festa è di tutti e spiace veramente che
proprio alla vigilia di quest’inaugurazione un
consigliere comunale abbia pubblicamente
affermato che «questo monumento non sarà
capito da tutti».
In effetti, egli ha ragione: neppure 200 persone che partecipano alla celebrazione non
sono certo tutte quelle che hanno sostenuto
l’attuale maggioranza civica, in un paese di
oltre 3 500 abitanti…
Allora, qual è la lezione da imparare? Oltre
a rinunciare all’astio, mai sopito, all’ideologia, alla demagogia appunto, tentare di capire che la libertà non ha un colore e neppure
l’aria che possiamo respirare senza dover
chiedere il permesso ad alcuno…
Oreste Mendolìa Gallino
Festa della Liberazione con “La Macina” nelle canzoni popolari e nelle speranze degli italiani
Centocinquanta anni dell’Unità d’Italia
Il 25 Aprile presso il Teatro “Valeria Moriconi” di Jesi
si è svolto lo spettacolo popolare dal titolo “1861-2011:
Un paese mancato?”. Diviso in cinque parti, diretto e
narrato dal cantastorie Gastone Petrucci del gruppo la
Macina; Milena Gregori ha preso parte come voce recitante delle speranze italiane, citando storie e difficoltà di ogni epoca, dalla seconda metà dell’ottocento agli
anni novanta, fino agli interrogativi di oggi.
La forza dei briganti di fine ottocento, i fatti di Gorizia,
la guerra del ’15-’18… Ciò che descrive al meglio il temperamento italiano, è, e lo sappiamo, il periodo fascista. Il caos del terrorismo, che ha solo anticipato il ma-
rasma attuale, ha sempre messo fuori gioco chiunque
aveva l’audacia di affrontarlo come Giovanni Falcone a
cui la Macina ha dedicato un brano. Il nostro paese, ora,
fermo e narcotizzato, sta cancellando la propria storia.
Poi, dopo l’evento immigrazione, l’orizzonte sociale si
è appannato completamente. Chi pensa di cambiarlo?
Sembra forte l’omologazione delle culture secondo Pier
Paolo Pasolini. Gli Italiani hanno provato a rinascere,
nel ’43 con la Resistenza; quale roccia può rappresentare una dignità di riscatto? Perfino popoli a noi lontani ed indigeni ne hanno conservato una loro. Gastone
canta in forma narrativa la Vallesina, l’Italia, l’espatrio
verso le due Americhe dove abbiamo lasciato molta
della nostra creatività. La fisarmonica ed il mandolino, alternato alla chitarra, hanno accompagnato le atmosfere dell’entroterra, di Serravalle e delle montagne,
scalate da chi era partigiano. Come ricreare un’antropologia dopo le varie prigionie tra vittime e carnefici?
Dove guardare? Chi ha saputo silenziosamente lavorare
quel giardino che va oltre l’inganno muto? La semplicità è in coloro che per forza, per dovere, ma anche per
proprio sentire, sono vissuti nell’essenziale seminando
la speranza.
Elisabetta Rocchetti
1923
12
Voce della
Vallesina
jesi
15 maggio 2011
Confartigianato: Per i consumi non è “primavera” perché limitati dalla loro contrazione
BIELLA: LA STORIA DI URBANI
Nel primo trimestre del 2011 è proseguito il ristagno dei consumi delle famiglie della Vallesina, frenati dalla contrazione degli acquisti di beni durevoli.
Confartigianato stima un -6% sul periodo precedente. Il reddito disponibile
delle famiglie è penalizzato dalle meno
favorevoli condizioni del mercato del
lavoro. I redditi si riducono e così le
famiglie non consumano; i consumi restano cauti e i segnali per i mesi estivi
non ne delineano un recupero.
La crisi ha cambiato anche il modo di
fare la spesa degli jesini. Una famiglia
su tre ha ridotto la quantità o la qualità
dei prodotti alimentari acquistati. Con
riferimento ai diversi prodotti, abbiamo comprato meno carne, pane e pasta mentre resta invariato il consumo
di frutta e verdura, pesce e latticini. In
ogni caso la maggior parte della spesa
alimentare (circa il 25 per cento) se ne
va ancora nell’acquisto di carne.
nonostante si registrino alcuni segnali
positivi, il 2011 non sarà l’anno in cui
assisteremo ad una inversione di rotta.
Il settore dell’artigianato e della piccola impresa registra particolari difficoltà
sia nelle imprese di produzione, spesso
legate a rapporti di sub-fornitura con
medie-grandi aziende in crisi, sia in
quelle dei servizi, in questo caso conseguenza del calo dei consumi e della
domanda interna. Una situazione di
difficoltà che sta portando ad un ulte-
L’Associazione
Italiana
Carlo Urbani ha partecipato nei giorni scorsi a Biella
all’incontro “I giovani e il
volontariato”
organizzato da Massimo Ramella
con l’associazione Piccolo
Fiore presso l’auditorium
universitario di Città Studi. L’iniziativa ha coinvolto
circa cinquecento studenti
delle scuole medie e superiori della provincia proponendo ai giovani diverse
esperienze nel settore del
volontariato, del disagio
e delle emergenze sociali.
Tra i relatori il giornalista
di Famiglia Cristiana Alberto Bobbio, con una testimonianza su Sarajevo, e
il giornalista Roberto Gigli
dell’AICU, che ha presentato la storia del dottor
Carlo Urbani e le iniziative
dell’Associazione. A raccontare le loro esperienze
ai ragazzi sono stati anche
Alessio Tavecchio, vittima
di un incidente motoristico invalidante oggi promotore di iniziative sulla
sicurezza stradale, e Davide Cerullo, autore del libro
“Ali bruciate. I bambini di
La crisi ha cambiato il modo di fare la spesa L’Aicu e gli studenti
riore calo del numero di imprese artigiane. Fondamentale il ruolo degli
ammortizzatori sociali in deroga. «La
possibilità di accesso a questi strumenti per le aziende artigiane e le Pmi
in generale – dice Giuseppe Carancini
responsabile della Confartigianato di
Jesi - ha costituito un aiuto significativo a sostenere il reddito dei lavoratori
delle imprese coinvolte dalla crisi e al
contempo a scongiurare la tensione
sociale che si sarebbe potuta innescare nel caso in cui questo “paracadute”
non fosse stato disponibile. Ma ora
questi strumenti sono finiti.»
Confartigianato ha il polso della situazione e monitora da vicino l’evoluzione dei comportamenti dei consumatori e i conseguenti riflessi sul piano
economico. Confartigianato esprime
preoccupazione per il protrarsi di
questa situazione che soffoca l’economia jesina: per questo chiede alle
Istituzioni locali che vengano intensificate misure a sostegno delle famiglie.
La Vallesina sconta la stagnazione del
sistema economico produttivo i cui
effetti si riflettono sulle famiglie costringendole a sacrifici per sbarcare il
lunario. Serve incrementare il potere
di acquisto dei consumatori perché
possano tornare in condizione di fare
acquisti. La circolazione del denaro è
linfa indispensabile per far rifiorire le
piccole attività, riattivare la molla occupazionale e generare ulteriore ricchezza.
Per rilanciare i consumi delle famiglie,
sottolinea la Confartigianato, va ridotta la pressione fiscale su famiglie ed
imprese, sia del Governo sia degli enti
locali in modo da lasciare alle famiglie
più soldi da spendere mensilmente
dando ossigeno al sistema economico e stabilendo un circuito virtuoso.
Ci auguriamo che i bilanci comunali
vadano in questa direzione.
Nella foto Giuseppe Carancini
responsabile della Confartigianato
di Jesi.
Scampia”, un atto di denuncia e d’amore per i minori di quel luogo, costretti
a crescere in drammatiche
condizioni tra soprusi e
illegalità. La partecipazione di un rappresentante
dell’Aicu a Biella rientra
pienamente nelle attività
di sensibilizzazione che
l’Associazione rivolge in
particolare ai giovani attraverso l’esempio lasciato
da Carlo Urbani. “Ho fatto
dei miei sogni la mia vita e
il mio lavoro”: così diceva
il medico di Castelplanio.
E a partire dalle sue scelte
a favore del prossimo, nel
suo paese prima e all’estero poi come medico senza
frontiere, gli studenti piemontesi hanno potuto conoscere la sua storia. L’Associazione Italiana Carlo
Urbani agisce in Africa
ed Asia con i contributi
raccolti dalle donazioni,
per questo è importante
sostenere l’Associazione
utilizzando i riferimenti
pubblicati nel sito - www.
aicu.it - o devolvendo il 5
x mille della dichiarazione
dei redditi.
Presentato a Castelplanio Il fratello greco di diego zandel
Le radici della memoria
La Pro Loco Castelplanio
ha organizzato venerdì
primo aprile presso la Vineria comunale di Palazzo
Fossa Mancini la presentazione del libro Il fratello
greco dello scrittore Diego
Zandel. Il presidente della
Pro Loco, Adriano Santelli,
dopo un’ampia introduzione ha intervistato l’autore
impegnato in un vasto giro
d’Italia che, con questa tappa, è passato anche per le
Marche.
È stata una bellissima festa
per Castelplanio con grande
partecipazione di pubblico e una calda accoglienza
riservata a Zandel, che ha
firmato dediche ai cittadini
che hanno acquistato il suo
libro. Al termine, buffet accompagnato da brindisi con
ottimo verdicchio castelplanese e dei Castelli di Jesi –
non a caso l’incontro è avvenuto in Vineria – ai successi
dell’amico romanziere nella
fiducia di poter ripetere la
manifestazione in occasione
dei suoi prossimi libri.
Zandel, esule istriano, marchigiano di passaggio, romano d’adozione e greco
per scelta di vita, è nato nel
DAL 1923
campo profughi di Servigliano, nel Fermano,
e per questo suo nuovo lavoro ha scelto una
casa editrice della nostra regione: Hacca di
Matelica, guidata da un
piccolo gruppo di giovani imprenditrici. Il
romanzo è ambientato
in Grecia e narra – con
qualche accenno autobiografico – della vicenda di Errico Sapori,
prepensionato forzato
di una grande azienda
di telecomunicazioni
che va in viaggio a Kos,
isola del Dodecanneso,
per smaltire lo sconforto derivato dalla sua
nuova condizione di disoccupato. Lo scrittore ha scelto di soggiornare a Kos perché la conosce molto bene
poiché vi trascorre abitualmente le vacanze d’estate.
A Kos, Errico si mette sulle tracce del padre Achille
che, in quell’isola, fu soldato durante l’ultimo conflitto
mondiale, scampato fortunosamente a un eccidio dei
tedeschi, e scoprirà verità
imbarazzanti, come quella di avere un insospettato
fratello greco. Oltre a inquadrare gli avvenimenti bellici
sull’isola greca all’indomani
dell’8 settembre 1943, nel
racconto di Zandel non
manca una splendida storia
d’amore con la dolce Soula,
conosciuta subito dopo la
partenza da Roma.
Il finale riserva una sorpresissima che non riveliamo
per non guastare nei lettori
l’effetto della trovata letteraria.
a.s.
Tel. 0731-21.33.70 - www.mattoli.it
Voce della
Vallesina
economia
Gruppi di acquisto solidale: una proposta di legge di Bucciarelli
15 maggio 2011
13
Roma, Azione Cattolica:
La Regione intende sostenerli e svilupparli Scuola e costituzione
Il consigliere regionale Raffaele Bucciarelli ha presentato all’assemblea
legislativa delle Marche una proposta
di legge identificata con il numero 73
dal titolo “Norme per il sostegno dei
gruppi di acquisto solidale (Gas) e per
la promozione dei prodotti alimentari
da filiera corta e di qualità”. La proposta vuole sostenere un modello di consumo diverso e consapevole attraverso
l’incentivazione dell’uso dei prodotti
locali e di qualità e il riconoscimento dell’azione dei Gas. Nella relazione
ai consiglieri, Bucciarelli fa presente
come l’organizzazione della distribuzione commerciale, con particolare
riferimento ai prodotti alimentari, favorisce la crescita ed il consolidamento
di filiere lunghe, la standardizzazione
dei prodotti e lo spropositato aumento della forbice tra i prezzi al consumo
e quelli al produttore (fino al 200%).
Tutto ciò a scapito della biodiversità, del sensibile aumento dell’impatto
ambientale (CO2 trasporti, packaging,
ecc.) e della diminuzione del reddito
dei piccoli produttori agricoli.
In questi ultimi tempi si sta assistendo
ad una inversione di tendenza ed una
valorizzazione della cosiddetta filiera
corta in modo da riconnettere il prodotto con il produttore e con la zona
di produzione. I consumatori sono
sempre più sensibili alla qualità ed
alla sostenibilità delle produzioni e ne
è prova la crescita dei Gas che hanno
avuto un riconoscimento istituzionale
con la legge 244 del 2007. In Italia se
ne contano 500, molto eterogenei tra
loro, più o meno organizzati, ai quali partecipano circa 25.000 famiglie.
Molti Gas sfuggono al monitoraggio in
quanto non ufficialmente aderenti alla
Rete nazionale. Si può quindi stimare
un fenomeno ben più ampio rispetto ai
dati ufficiali. Anche nelle Marche sono
nate esperienze di questo tipo ed è stato costituito un coordinamento regionale che ha organizzato di recente un
incontro a Chiaravalle.
Entrando nello specifico della legge
fra le finalità vi è il sostegno dei GAS,
della filiera corta e dei prodotti di qualità attraverso contributi economici e
l’incentivazione all’impiego da parte
dei gestori dei servizi di ristorazione
collettiva. Vengono poi definiti i GAS,
secondo la richiamata legge 244/07,
indicati i prodotti di qualità, tra i quali
vengono ricompresi il prodotti biologici, le DOP e le IGP, (anche DOC, e
DOCG), i prodotti tipici e tradizionali,
nonché tutti i prodotti a “filiera corta”
acquistati direttamente dal produttore.
Da valorizzare anche i prodotti provenienti da aree appartenenti all’ambito
regionale con distanze non superiori
a 40 Km fra il luogo di produzione e
quello di acquisto o consumo.
Il sostegno regionale prevede: fino a
5.000 euro per ciascun GAS favorendo
quelli che acquistano prodotti biologici
e/o da cooperative agricole sociali; incentivazione per i gestori di servizi di
ristorazione collettiva per acquisti da
filiera corta e prodotti di qualità; contributi ai comuni per avviare mercati
o punti vendita riservati ai produttori
locali Farmer’s market.
Sono previste anche campagne di informazione e di comunicazione e la
promozione di incontri tematici sul
consumo sostenibile per la valorizzazione delle risorse naturali, sociali e
culturali dei territori.
La dotazione finanziaria per il 2011 di
100mila euro non è consistente ma può
essere idonea per iniziare.
Sicuramente una buona iniziativa con
finalità etiche e di solidarietà sociale e
che va verso la difesa dell’ambiente, la
valorizzazione delle produzioni locali
ed il sostegno del reddito degli agricoltori.
Una volta approvata la legge dovrà essere recepita e fatta propria da comuni e da parte delle agenzie di gestione
della ristorazione collettiva, in quanto
destinatari ed attuatori degli interventi.
Siamo certi che i GAS non si faranno
sfuggire l’opportunità di qualificare e
sviluppare la propria attività di acquisto collettivo.
Andrea Bordoni
Aato: tante classi hanno preso parte al concorso sulla risorsa idrica
L’acqua non è una risorsa inesauribile
“Acqua buona per tutti”: il progetto per le scuole
primarie e secondarie di primo grado per l’anno
scolastico in corso indetto dall’Autorità di Ambito
Territoriale Ottimale n. 2 “Marche Centro – Ancona”.
Il concorso a premi, al suo primo anno di vita, aveva
l’obiettivo di sensibilizzare i ragazzi sul tema dell’acqua
in tutti i suoi aspetti, per stimolarli ad un uso
consapevole e renderli responsabili ed impegnati nella
collaborazione quotidiana per la salvaguardia della
risorsa idrica.
L’acqua è una risorsa preziosa per la vita, è un diritto
fondamentale che dovrebbe essere garantito per tutta
l’umanità in ogni parte del mondo. Il territorio in
cui viviamo offre ai suoi abitanti acqua abbondante
e di buona qualità ma questo non deve indurci a
considerarla inesauribile! Con piccoli gesti quotidiani
e la giusta informazione possiamo preservare questa
eredità anche per le generazioni future.
I numerosi elaborati che sono stati presentati all’Aato
e la loro ottima qualità dimostrano il forte interesse
sul tema dell’acqua e il tanto impegno che ragazzi e
insegnanti hanno dedicato alla loro realizzazione. Tutti
i lavori ricevuti saranno raccolti in un opuscolo e sarà
allestita una mostra in occasione della giornata di
premiazione dei vincitori del concorso che si terrà
sabato 14 maggio presso il Teatro “G. Spontini”
di Maiolati Spontini, con inizio alle ore 9,30.
Saranno presenti il presidente dell’AATO 2 Marisa
Abbondanzieri, il direttore dell’AATO 2 Massimiliano
Cenerini e l’assessore della Provincia Carla Virili.
Venerdì 8 aprile: sono le ore 8.05 e sono sul treno per Roma,
diretta al congresso dello Msac (Movimento Studenti di Azione
Cattolica), che è il movimento attraverso cui l’Azione Cattolica
viene promossa all’interno delle scuole.
A Jesi non è presente, ma io sono stata scelta dalla diocesi per
fare da osservatrice e riportare le osservazioni del congresso.
In un certo senso mi è stato chiesto di fare da cronista. Ed è
quello che sto facendo con questo articolo.
Arrivo a Roma alle ore 10.30 ed essendo in anticipo sul programma, approfitto per fare un giro nel centro della capitale. Nel pomeriggio appuntamento alla Consulta, in piazza del Quirinale, per l’incontro con il presidente della corte
costituzionale, Ugo de Siervo, la quinta carica dello Stato. In
un incontro durato due ore il presidente si è sottoposto molto volentieri alle domande dei partecipanti al congresso. De
Siervo ci ha ricordato che è stato allievo di un grande docente universitario e sindaco santo di Firenze, Giorgio La Pira. Ci
ha parlato della Costituzione. Ci ha detto che noi giovani ci
dobbiamo dare “una smossa” per migliorare l’ambiente in cui
viviamo, attraverso il nostro dovere di votare. Ci ha ricordato
l’insegnamento di don Lorenzo Milani che voleva un mondo
in cui tutti, compresi quelli che sono ai margini della società,
devono avere le stesse possibilità. In un mondo in cui c’è chi
conta e chi no, De Siervo ci ha dato una grande lezione: la Costituzione, ci ha detto, tutela il voto eguale, perché tutti sono
uguali davanti alla legge.
Successivamente sono andata alla Domus Mariae, sede del
congresso, per la cena.
La mattina di sabato 9 aprile, dopo la preghiera del mattino, ci
ha riservato una bella sorpresa: l’incontro con lo scrittore Domenico Starnone. Docente per trenta anni nella scuola pubblica, ha lasciato l’insegnamento dieci anni fa per dedicarsi alla
scrittura. Ci ha trasmesso degli utili insegnamenti su come dovrebbe essere la scuola ideale.
A noi ha detto che dobbiamo fare le “domande”. Non quelle
domande buttate là, tanto per guadagnare tempo e non fare
didattica. Ma, ci ha detto Starnone, quelle belle domande che
mettono tutto in dubbio e non danno nulla per scontato. «È bello – ha spiegato – vivere in una scuola dove nessuno resta indietro e dove tutti sono stimolati ad andare avanti, soprattutto chi
è più svantaggiato». Nella restante mattinata abbiamo discusso
il documento congressuale per decidere i vari cambiamenti da
fare prima del voto. Una serie di lunghi emendamenti sono stati
presentati e votati nel pomeriggio.
Dopo cena ci siamo dedicati a “Roma e la Capoccia”, una visita
guidata su alcuni luoghi storici per noi del Msac. Prima tappa in
piazza San Pietro sotto le finestre illuminate di Benedetto XVI.
Poi in via della Conciliazione al numero uno dove è ubicata la
sede storica dell’Azione Cattolica. Dopo aver attraversato i Fori
Imperiali siamo arrivati al Colosseo, giusto in tempo per prendere l’ultima metropolitana che ci ha riportati alla Domus Mariae.
Domenica mattina appuntamento con la santa Messa officiata da monsignor Domenico Sigalini, assistente nazionale di
Azione Cattolica. Durante la mattinata si sono poi succedute le
votazioni per l’elezione del nuovo segretario nazionale Elena
Poser e dei cinque componenti del consiglio nazionale MSAC.
Sono tornata a casa molto contenta, spero che il Msac a Jesi si
possa veramente fare!
Allegra Moreschi
Le iniziative per i giovani universitari: Young International Forum e seminari alla Luiss
A colloquio con il futuro: l’incognita del post laurea
“Datti una prospettiva!” Questo è lo slogan dello Yif (Young orientare le loro scelte professionali in maniera consapeInternational Forum), una manifestazione che offre ai gio- vole e di farli sentire una risorsa”. Di certo non pochi neovani un’occasione di confronto e discussione circa le scelte laureati si riconosceranno in queste parole: l’incognita del
professionali e formative, svoltasi a Roma nelle giornate “postlaurea” infatti, non è una leggenda metropolitana ma
di 11, 12 e 13 aprile per la terza edizione. Un’esortazione piuttosto un problema concreto e preoccupante, con cui i
questa, che dovrebbe mettere sull’attenti qualsiasi studen- giovani si trovano inevitabilmente a fare i conti; sono i sonte che prenda seriamente il proprio futuro e che tema di daggi e le interviste a darci questi segnali allarmanti: uno
naufragare un giorno nel mare magnum del precariato studente su tre in possesso di una laurea triennale, conuniversitario.
sidera il proprio titolo assolutamente inutile. La maggior
Gli ideatori dell’evento hanno cercato di mettersi nei panni parte degli impiegati nei call center sono laureati. Sono
di tutti quei giovani che hanno visto troppe volte cestinare sempre più frequenti i fenomeni delle cosiddette “lauree di
i loro curricula o che sono stanchi di ripiegare su lavoret- ritorno”, ossia giovani che reinventano i loro lavori di riti part-time lontani anni luce dalla laurea ottenuta, maga- piego, ricorrendo a originali espedienti per applicare i loro
ri anche con il massimo dei voti. “Il problema principale skills.
è il deficit formativo” spiega Mariano Berriola, direttore Senza dubbio generalizzare troppo non fa mai bene: inidel Corriere dell’università Job durante il suo intervento ziative come quelle dello Yif fanno sperare che le cose posal convegno inaugurale “c’è uno scarso collegamento tra sano ancora cambiare e che i giovani trovino la loro strada
università e mondo del lavoro che impedisce ai giovani di nonostante le difficoltà e gli ostacoli; in concreto, è stata
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allestita un’area in cui gli studenti potessero affrontare una
prima esperienza di colloquio e presentare i loro curricula
a diverse aziende anche di levatura internazionale.
Un altro esempio confortante sono i seminari tenuti periodicamente all’università Luiss Guido Carli intitolati “Conversazioni serali con vista sul futuro” e “Mi sono laureato
e adesso?” in cui gli studenti hanno la possibilità di incontrare personaggi competenti del mondo del lavoro, indirizzando i ragazzi secondo le loro capacità ed esigenze.
Il panorama è vasto ma soprattutto in continua evoluzione: quello che si richiede è, ai giovani, una tenacia e una
preparazione non indifferenti per affrontare la futura vita
professionale, mentre alle istituzioni, in particolare alle
università, una maggiore attenzione al problema, nella
speranza di veder finalmente una realtà diversa da quella
della “Generazione mille euro” anzi, forse oggi sarebbe il
caso di dire “Generazione ottocento euro”.
Ilaria Stronati
14
Voce della
Vallesina
pagina aperta
15 maggio 2011
JESI - IL PALAZZO E DINTORNI
Lo straordinario prato verticale
Mi fanno sorridere quelli
che ancora si ostinano ad
esaltare la nostra città perché culla di un grande imperatore – così grande che
più grande non si può – al
punto di avergli noi dedicato un bel monumento (si fa
per dire). O quelli che vantano Jesi per la presenza e
la grandezza di un musicista come Pergolesi. O quelli che ancora si esaltano
perché Spontini ha compiuto i suoi primi passi di
artista a Jesi, presso la Parrocchia di santa Maria del
Piano. O chi ci vede come
la grande città dalle grandi
tradizioni industriali. Che
sciocchezze! Che uno, uno
solo, abbia esaltato Jesi per
i suoi prati verticali! Dove li
trovate, se non a Jesi, i prati
verticali? Tutte le altre città
ce li hanno orizzontali. O
comunque, anche se alcuni centri avessero tentato
di imitarci, chi può negare
che i nostri prati verticali
siano di gran lunga i migliori, i più ricchi, gonfi di verde e di orgoglio, di uno
spessore che mi richiamano gli immensi
prati orizzontali dell’Islanda con vellutina spessa fino a 50 centimetri.
Non lo credete? Guardate queste foto,
ma più ancora fate una lenta passeggiata
lungo la salita del Montirozzo e contemplate le nostre mura medievali. Non ne
trovate di pari, nel nostro universo, così
tappezzate di un intenso verde verticale.
Una ricchezza da fare invidia a quanti,
in Inghilterra, in Francia, in Germania e
in tutto il nord Europa curano e mane
e sera i tanti prati orizzontali senza riuscire a superarci per densità, originalità,
ricchezza di verde verticale.
È da notare che i nostri prati sulle mura
si espandono non solo verso nord-est,
ma anche a nord e a nord-ovest. Purtroppo gli amministratori non sono riusciti ancora a crearli nel lato sud dove le
belle torri e le merlate mura rimangono
ancora aride e spoglie di verde. Ma non
dobbiamo disperare. Ci riusciranno!
Quante volte mi sono chiesto perché
noi jesini siamo destinati a godere in
perpetuo di questa ricchezza mentre le
mura di Ostra, di Corinaldo, di Morro d’Alba, che pure godono della stessa
nostra temperatura e dello stesso nostro
sole, rimangano così aride, pulite, insignificanti, mancanti di ogni ornamento
naturale di tipo prataiolo. Quali delitti hanno mai compiuto quei cittadini a
noi così vicini per essere stati condannati ad avere mura medievali così lisce
e disadorne? Vengano essi a passeggiare
lungo il nostro Montirozzo e ammirino l’antica nostra arte di custodire con
verde originalissimo le mura che i nostri
avi seppero costruire così bene e tali da
reggere ancora oggi giardini pensili naturali e niente affatto bisognosi dell’opera dell’uomo.
È la natura che, ricca e generosa, è sempre presente sulle nostre mura, ma in
primavera esplode con rigogliosa superbia.
Andate, amici cittadini, andate ad ammirare! A est, a nord, a ovest!
Et censeo sancti Nicolai monumentum
liberandum esse.
v.m.
Sadam: opinioni di Rifondazione Comunista sulla riconversione
Si apra un confronto chiaro con la città
Sorprende il coro generalizzato con cui le
forze politiche e sociali
jesine esprimono contrarietà al nuovo piano
di riconversione dell’ex
zuccherificio
Sadam
presentato dal gruppo
Maccaferri. La prudenza è certamente giustificata: vengono in mente
le parole pronunciate
da Laoconte ai Troiani “Temo i greci anche
quando portano i doni” quando, nell’Eneide, li invitava a non far entrare il cavallo
di Troia entro le mura della città. È vero: il
gruppo Maccaferri fino ad oggi ha sempre
portato a Jesi cavalli lignei pieni di problemi o, come la strega di Biancaneve, mele
avvelenate.
La prudenza è ancor più necessaria specie
perché un piano così importante e complesso è stato presentato in poche paginette piene di storia industriale della Vallesina,
ma pressoché vuote di contenuti circa il futuro dell’area e dei lavoratori.
Però il fatto che gli stessi che solo pochi
mesi fa senza verifiche, senza cautele, senza
preoccupazioni erano pronti ad accettare
una raffineria a biodisel, un oleodotto di diversi km, una centrale a biomasse, a fronte
di garanzie pressoché nulle per i lavoratori,
e oggi non vogliono nemmeno discutere e
approfondire un progetto che prevede aree
commerciali, produttive e insediamenti per
la ricerca di spin-off propedeutici alla nascita di nuove e innovative realtà imprendi-
toriali fa pensare male, molto male.
Non vorremmo che la riconversione commerciale prevista nel piano fosse ostacolata solo perché rompe le uova nel paniere
di chi ha le stesse intenzioni ma altre aree
e altri terreni da valorizzare, non vorremmo che l’assenza di un confronto pubblico
sulla pianificazione della bassa Vallesina, le
reticenze, i silenzi odierni, nascondessero
scelte e intenzioni già programmate su altri tavoli e che oggi il nuovo piano Sadam
rischia di mettere in discussione.
Rifondazione Comunista, l’unica forza
politica che sulla vicenda Sadam a Jesi ha
detto parole chiare e praticato la coerenza, può oggi chiedere che su questo piano si apra nella città e nelle istituzioni un
confronto chiaro, aperto e trasparente che
veda protagonisti per primi i lavoratori e i
tanti cittadini che generosamente attraverso i comitati hanno speso il loro impegno e
la loro intelligenza per evitare un ulteriore
gravissimo vulnus al territorio.
Circolo del PRC di Jesi e il gruppo
del PRC in Consiglio Comunale
Jesi: il 13 maggio un seminario sulla residenzialità
Dall’istituto alla comunità
Venerdì 13 maggio, dalle 9 alle 13, il Gruppo Solidarietà organizza a Jesi, presso la
Sala II Circoscrizione di via san Francesco,
un seminario sul tema “La residenzialità:
tra vecchie e nuove necessità”: «Se da un
lato il passaggio dall’istituto alla comunità
non si è mai compiutamente realizzato e non solo perché non si sono chiusi tutti
gli istituti ma perché spesso servizi comunitari mantengono modelli istituzionali
-, sono andate emergendo nuove problematiche: dall’indispensabile accompagnamento alla residenzialità, alla sempre più
grande difficoltà di far diventare la comu-
nità come una casa; dal problema delle
strutture accorpate, fino alle questioni derivate dall’aggravamento delle condizioni
di salute, legate spesso all’invecchiamento,
che pongono problemi nuovi per il mantenimento della persona all’interno della
stessa comunità» spiegano gli organizzatori. Si confronteranno sul tema Paolo
Aliata, Lega per i diritti delle persone con
disabilità (Ledha) di Milano, Marco Bollani responsabile della Cooperativa sociale “Come noi” di Mortara, in provincia di
Pavia e Mauro Burlina, responsabile Ufficio Disabilità della Ulss 6 di Vicenza
Intervista al dottor Luciano Paolucci, consigliere di Filottrano
La Rsa, un servizio utile per tanti
Conosciuto ed apprezzato per le sue competenze
professionali e le doti umane, il dott. Paolucci è nato
a Filottrano nel 1947. Iscritto alla Facoltà di Medicina
e Chirurgia di Bologna, si è laureato nel 1972 e nel ’75
si è specializzato in Otorinolaringoiatria e Patologia
Cervico-Facciale presso l’Università di Modena. È stato
eletto Consigliere comunale a Filottrano il 7 giugno 2009
e nominato l’8 giugno 2009 nella lista civica “Tutti per
Filottrano”.
Di solito le cose positive rimangono nell’ombra ed
emergono le cose negative. Questa volta è diverso e la
riapertura della Residenza Sanitaria Assistenziale di
Filottrano ne è una dimostrazione. Dottor Paolucci,
da consigliere comunale, come si esprime a proposito
dell’evento?
Dico che la riapertura della RSA di Filottrano è stata una
cosa “sacrosanta” per due motivi: per prima cosa la riapertura era dovuta in base alla programmazione regionale e
secondariamente il comune di Filottrano aveva, a suo tempo, contribuito in modo sostanziale alle casse dell’Azienda
Sanitaria Unica Regionale cedendo numerose proprietà
terriere (a quanto mi risulta probabilmente unico Comune
dell’ambito della Zona Territoriale di Jesi).
Il percorso fino alla riapertura della RSA è stato semplice?
Assolutamente no! Sono passati cinque lunghi anni fra disinteresse locale, inspiegabili lungaggini amministrative
unite a scarsa volontà di riaprire questo servizio da parte dell’ex direttore della Zona Territoriale n. 5 che magari
preferiva favorire altre iniziative sanitarie, nonostante fosse
evidente la priorità della riapertura della RSA di Filottrano,
un’indiscutibile esigenza territoriale alternativa al ricovero
ospedaliero.
La comunità di Filottrano quindi chi deve ringraziare?
La comunità di Filottrano deve un sentito grazie all’attuale
direttore dell’ASUR/Zona Territoriale n. 5 di Jesi, l’ingegnere Maurizio Bevilacqua, che ha preso a cuore la problematica e ne ha fatto una questione di principio: l’RSA di Filottrano doveva essere riaperta e così è stato, pur tra molte
difficoltà, non ultima quella di reperire fondi per il personale necessario alla gestione.
Lei si è interessato a risolvere qualche problematica?
Personalmente mi sono interessato a risolvere alcune problematiche di gestione della struttura e non ho dovuto attendere: sono stato ascoltato immediatamente. In questo modo ho
preso atto dell’interessamento fattivo dell’attuale Direttore di
Zona per migliorare la situazione di efficienza della RSA.
Dalle sue parole trapelano stima e gratitudine…
Certamente sì. E visto che ci siamo gli voglio esprimere tutto il mio apprezzamento per come ha deciso di gestire la
gravosa problematica del nuovo ospedale, non promesse di
trasferimenti globali dei servizi e reparti nel nuovo ospedale,
ma realizzazioni graduali. Forse adesso in tempi ragionevoli
i cittadini della Vallesina potranno finalmente usufruire del
nuovo ospedale. Complimenti ingegner Bevilacqua, sicuramente un ottimo inizio e se il buongiorno si vede dal mattino… la sanità jesina è in buone mani!
Laura Cognigni
Voce della
Vallesina
esperienze
All’ I.C “Federico II” un progetto con attori/insegnanti madrelingua
15 maggio 2011
Compleanni nella famiglia Gianfelici: auguri a Palmina e Carola
Ritorna il “Theatrino” nella scuola
Una grande festa tutta in famiglia
A distanza di sei anni, a Jesi,
nell’Istituto Comprensivo
“Federico II”, torna il “Theatrino”, con attori/insegnanti
madrelingua inglesi.
Per due mattinate: 25 e 26
marzo, dalle 8:15 alle 12:30
tutte le classi della scuola
media Federico II, Monsano
inclusa, sono state coinvolte.
I ragazzi sono stati divisi in
gruppi ed ogni gruppo ha
avuto un’ora di spettacolo in
aula magna e un’ora circa di
workshop nelle aule, su attività di drammatizzazione
(molti giochi di movimento
ed a squadre), per “sciogliersi” ed abbassare le inibizioni
nella produzione in lingua
inglese. I temi degli sketches
erano di diverso livello, a
seconda delle classi, e riproponevano situazioni molto
divertenti e vicine al vissuto
dei ragazzi, coinvolgendone
anche qualcuno che veniva chiamato a fianco degli
attori: all’aeroporto di Londra, con una coppia italiana
abbastanza sprovveduta e
con un inglese alquanto incerto; alla mensa, in cui al
povero studente, scelto tra
gli alunni, vengono serviti i
peggiori “cibi spazzatura” di
plastica e dalle dimensioni
spropositate; al ristorante,
con un cameriere pazzoide
Palmina 102 anni e Carola
90 anni, due sorelle nonché
cognate, hanno festeggiato
il loro compleanno domenica 3 aprile presso il ristorante Country da Lino (alla
Chiusa di Agugliano), una
festa dal sapore molto particolare.
Erano due sorelle sposate
con due fratelli, rispettivamente Luigi e Domenico
Tomassetti, soprannominati
“Brisca” i quali hanno vissuto
insieme per molti anni a Moscosi di Cingoli. Attualmente
Carola abita a Moie da molti
anni, mentre Palmina risiede
a Marina di Montemarciano.
Le due festeggiate, nonostante l’età, sono in ottima salute
e lo hanno dimostrato con
la loro allegra presenza. Alla
festa erano presenti anche
un’altra sorella, Adele, di 92
anni, e la cognata Ida di 94
anni, anche loro in buona salute. Alla festa non ha potuto
partecipare un’altra sorella
delle due festeggiate, Maria,
di anni 88, quel giorno malata.
Palmina ha 7 figli: Vittoria,
Natale, Maria, Rita, Assunta, Rosa e Pia. Carola ne
ha 4: Antonio, suor Maria
Assunta, Angela e Pietro. È
per questo che le due nonnine erano circondate da
uno folto stuolo di parenti,
anche le foto, un po’ mosse,
in realtà… perché questi ragazzi/attori non si fermavano un secondo!. Davvero travolgenti e veri professionisti,
recitavano in maniera egregia e molto comprensibile:
una ragazza era del Canada,
un’altra della Tanzania, una
Gallese e tre Inglesi.
Arrigo Speziali, l’”anziano” fondatore del Theatrino, che
ha sede in Liguria, ha trovato il giusto canale di comunicazione per fare arrivare
l’inglese ai ragazzi: quello
dell’emozione, per dare loro
occasioni di esperienze significative in lingua inglese
che sicuramente rimarranno nella loro memoria…
Paola Cocola
Jesi: continua il Progetto Chernobyl in Bielorussia
Scambio economico tra aziende
Una delegazione jesina sarà presente al Promo Expo di Gomel in Bielorussia dal 16 al
22 maggio. È il proseguimento del progetto
tra Legambiente, Cna e Premio Vallesina
sostenuto dalla Regione Marche, dalla Provincia di Ancona, dagli sponsor Gastreghini, Consorzio Grotte di Frasassi e Zannotti
Vini per promuovere il sostegno a questa
zona che ancora subisce le conseguenze
del disastro di Chernobyl. All’Expo parteciperanno aziende di
venti nazioni in rappresentanza di
tre continenti. La Cna si augura
che da questa esperienza nascano
nuove opportunità di sviluppo e
progresso economico per le piccole imprese sia della Vallesina
che della Bielorussia ed assicura
l’assistenza nel tempo. Inoltre, tre
giovani universitari bielorussi saranno ospitati in Italia per il servizio
civile e per uno scambio culturale.
Anna V. Vincenzoni
Nella foto da sinistra Cristiano Bernardi
dell’Arci, Vincenzo Russo di Legambiente,
Gianluca Fioretti del Premio Vallesina,
Emilio Berionni della Cna regionale e
Maurizio Paradisi della Cna di Jesi nel corso
della presentazione di questa iniziativa
che si è svolta il 10 maggio
presso i locali della Cna di Jesi.
La banda L’Esina a Mirabilandia
Una giornata nel grande parco divertimenti Mirabilandia tra musica, giochi, attrazioni varie.
I musicanti della banda L’Esina di Moie
hanno vissuto una domenica diversa insieme e con i loro familiari accompagnati
dal presidente Virgilio Contadini e dal direttivo. Accolti all’arrivo nel parco, i musicanti schierati e sotto la direzione del
maestro Gabriele Bartoloni hanno sfilato
per le vie di Mirabilandia suscitando interesse e ammirazione dei tanti presenti
nell’assolata domenica 8 maggio. Le allegre marcette hanno allietato la mattinata
nel parco e molti hanno seguito la banda
marciando insieme ai trenta musicanti.
tra figli, nipoti e pronipoti: in tutto una settantina.
Le due sorelle sono nate nel
territorio cingolano, in una
famiglia contadina di ben
dodici fratelli; la famiglia
Gianfelici ha radici molto
antiche nei territori di Cingoli e Staffolo, soprattutto
nelle frazioni di Castreccioni e Castel Sant’Angelo. Alla
loro famiglia è strettamente
legato un curioso soprannome, “U bugiardu”, la cui
origine si deve al capostipite della famiglia, un certo
Gianfelice di Staffolo, detto
il bugiardo, vissuto nel XVI
secolo.
Il titolare del ristorante Lino
Butani, anche lui originario
di Moscosi e parente delle
festeggiate (poiché nipote) ha organizzato la festa
in modo eccellente, come è
solito fare; oltre a un ottimo
menù ha invitato il gruppo
folcloristico “La Damigiana”
di Monte San Vito che ha
allietato l’incontro con canti
e stornelli marchigiani rinverdendo così i ricordi delle
nonnine che seguivano battendo le mani al ritmo della
musica. Lino ha invitato alla
festa anche le telecamere
della rete locale TVRS, che
hanno ripreso l’avvenimento (trasmesso poi nei giorni
successivi) e intervistato le
due festeggiate. La giornata
si è conclusa con un simpatico “arrivederci” al prossimo anno.
Paolo Tomassetti
BASKET FILENI BPA - Si è concluso il “Progetto Scuola”
Sconfitta a Pistoia: addio play-off
Il sogno della Fileni Bpa di raggiungere i
play-off si è spento proprio sul traguardo,
nell’ultima gara della stagione regolare. Venerdì 7 maggio a Pistoia, in quello che era
un vero spareggio dove in palio c’era l’ultimo
posto nella post season, è finita 84 a 73 per
i toscani, sempre padroni della gara. Il ko
del PalaFermi chiude anzitempo la stagione
degli arancio-blu, ai quali non sono bastati i 22 punti di Maggioli (nella foto). «Non
andiamo ai play-off – ha detto a fine partita
un deluso coach Stefano Cioppi - solo per
un discorso di differenza canestri, ma sono
orgoglioso di questo gruppo che ha lavorato fra mille difficoltà». Per l’Aurora Basket si
tratta della seconda esclusione dai play-off
in sei campionati di Lega due.
La classifica finale della stagione regolare:
Casale Monferrato, Venezia 42 punti; Rimini,
Scafati 38; Barcellona 37; Veroli 36; Udine
34; Pistoia, Fileni Bpa Jesi 28; Imola 26; Casalpusterlengo, Forlì, Reggio Emilia, Ferrara
24; Verona 22; San Severo 12 punti. I verdetti della stagione regolare. Accedono ai playoff promozione le prime otto della classifica;
retrocedono in B1 Verona e San Severo.
Lo scorso 15 aprile si è conclusa la settima
edizione del “Progetto Scuola” organizzato
dall’Aurora Basket. Trecento i bambini che
avevano affollato la sala “Bacci” del centro
direzionale “Esagono” della Banca Popolare
di Ancona. Il tema dell’edizione di quest’anno è stato l’ecologia, insieme al rispetto delle
regole nello sport. Alla festa sono intervenuti, oltre ai giocatori della Fileni, anche i dirigenti, gli sponsor, il responsabile del settore
giovanile aurorino, Vittorio Fiorentino ed il
presidente regionale della Federbasket, Davide Paolini.
Giuseppe Papadia
Serie D
CALCIO
che alla fine uccide una mosca spruzzando spray dappertutto, anche nel piatto
del cliente; sul set di un film,
con attori del calibro di Tom
Cruise e Lady Gaga, per la
regia di Tina, la sorella di
Quentin Tarantino; alla galleria d’arte, dove un custode
imbranato rovina un quadro
di Picasso e di van Gogh gettando nella disperazione la
direttrice, mentre arriva una
famosa critica d’arte; il re
del wrestling Ray Mystirio e
ancora la cantante pop Lady
Gaga, che si mettono ad intervistare il pubblico su notizie della loro biografia.
I ragazzi si sono divertiti tutti
molto, sono stati coinvolti e
le loro facce lo dimostrano…
15
Jesina 0 – Real Rimini 3. Un risultato pesante, alquanto attutito
dalla distrazione del playoff della
prossima domenica (oggi con il
Teramo). Sugli spalti del Carotti,
la festa ai nostri biancorossi certamente ha impedito la concentrazione ed i romagnoli ne hanno
approfittato… regalandoci una
tripletta fastidiosa. Tanto da far
esclamare al mister Fenucci: “Azzeriamo questo match e ripartiamo”. Ma quei tre gol siglati da Granito, non rimandati ancora una volta, ma
Casolla e Pica rimangono indigesti sul allestiti subito e bene.
conto di una Jesina poco sveglia e non
Vir
molto reattiva! Scusanti ci sono, speNella foto di Binci un momento della
cialmente da diverse assenze imporpartita al Carotti di domenica scorsa.
tanti, a guisa di riposo in vista dello
In mattinata i Pulcini e i Piccoli Amici
spareggio odierno. E allora fateci ausi erano sfidati in un mini-torneo
spicare un risveglio concreto e illumipromosso dalla Banca Popolare
nato: freschezza e durevole impegno,
di Ancona.
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radioDuomo
SenigalliainBlu
95,2Mhz
16
15 maggio 2011
Voce della
Vallesina
esperienze
Il libro di Vittorio Graziosi edito dall’Assemblea Legislativa delle Marche e presentato dall’autore
Eraclio Cappannini: una vita per la libertà
È stata un’iniziativa indovinata quella
del ricordo di Eraclio Cappannini
collegata felicemente con le celebrazioni
del 150° dell’Unità d’Italia. Non che la
giovinezza di Eraclio offerta alla patria
due mesi prima del passaggio del fronte
nelle Marche non sia nota agli jesini e
alla nostra regione, ma il suo richiamo
con penna leggera e suadente da parte
di Vittorio Graziosi - un “quaderno” a
cura del Consiglio Regionale di novanta
pagine - ha voluto essere l’occasione per
fondere un grande anniversario della
nostra patria con il sacrifico di tanti,
soprattutto di quanti ci hanno aiutato a
liberarci dalla dittatura fascista. Hanno
presieduto la manifestazione, che si è
svolta il 27 aprile, l’assessore alla cultura
Leonardo Lasca, il consigliere regionale
Enzo Giancarli, il prof. Dino Mogianesi
e l’autore del libro Vittorio Graziosi. Sul
ruolo dei giovani nel Risorgimento nella
Resistenza si è soffermato l’assessore
Lasca che ha invitato a riflettere sulla
durezza delle scelte che i ragazzi del
1944 si trovarono a dover fare. Alla
manifestazione erano presenti fratelli,
sorelle e i familiari di Cappannini.
Vittorio Graziosi ha ripercorso la genesi
del suo libro, il dramma della guerra
che squarcia e ferisce la tranquillità e
l’equilibrio della campagna marchigiana.
«La storia di Eraclio dimostra
l’anacronismo della guerra. Bisognerebbe
cancellare – ha detto provocatoriamente
- dalle nostre piazze tutti gli obelischi
e i monumenti rievocativi del conflitto
e ricordare invece i pacificatori.» Alle
parole di ringraziamento e di circostanza
dei due rappresentanti politici è seguita,
da parte di Mogianesi, una utile e sobria
ricostruzione degli avvenimenti politicomilitari dei mesi di fine 1943 e del primo
semestre del 1944 legati in particolare
ai movimenti dei partigiani nella zona.
L’attore Dante Ricci ha letto, con l’anima
e con il cuore, alcune toccanti pagine del
libro.
Crediamo opportuno riportare
quanto del libro ha scritto la nostra
collaboratrice Paola Cocola, un
commento riportato nelle ultime pagine
della pubblicazione.
v.m.
Arcevia 5 maggio 1944
Sono il giovane Cappannini Eraclio prigioniero dei tedeschi.
Nulla può salvarmi dalla fucilazione.
Chi trova il presente è pregato di farlo
avere alla mia famiglia,
sfollata da Jesi a Serra de’ Conti presso il
contadino Carbini.
Cari Genitori e Parenti tutti: il mio ultimo pensiero sarà rivolto a voi
ed alla mia, alla nostra cara Patria, che
tanti sacrifici chiede ai suoi figli.
Non piangete per me, vi sarò sempre vicino, vi amerò sempre
anche fuori del mondo terreno; voi sarete
la mia sola consolazione.
Siate forti come lo sono stato io.
Salutatemi tutti i miei conoscenti.
Vostro per l’eternità, Eraclio.
Bacioni alla piccola Maria Grazia.
Ringrazio perennemente il latore.
Una lettera breve, essenziale, accorata,
ma senza debolezze. Scritta con calma
lucidità e determinazione. Tre sole parole negative: prigioniero, fucilazione, sacrifici. Cui si contrappongono altrettante parole positive: famiglia-conoscenti,
Patria, consolazione.
Poche, pochissime parole che, nel breve
spazio del loro fronteggiarsi, rivelano lo
splendore di una giovane vita e, al contempo, ne esprimono per intero il dramma che la sta per spegnere. Un destino
funesto, che è poi lo stesso di tante altre
giovani vite, accreditato dalla indicibile
follia di quei giorni bui.
Una lettera breve, capace però di sprigionare una vitalità tale, di suscitare
emozioni ed immagini così forti, da condurre il nostro autore a scriverne il romanzo.
Qui la personalità di Eraclio emerge con
naturalezza, di pagina in pagina, carica
di tutto il suo peso specifico di figlio, di
giovane istruito, di cittadino, di soldato,
di uomo… E con essa, quella dei familiari, dei conoscenti, degli amici, degli altri
giovani soldati…
È proprio l’umanità del partigiano - ossia, il suo essere un giovane come tanti: con affetti, ideali, sogni e delusioni,
desideri, ansie e aspettative, coraggio
e paure, slanci generosi, grandi gesta e
comprensibili errori -, che l’autore riesce, con sensibilità e sapienza, a fare
emergere e far vivere nel coinvolgente
canovaccio del racconto.
Pur parlando di guerra, in effetti il romanzo non se ne appesantisce, e la pone
solo come sfondo e spiegazione delle
vicende e delle emozioni che via via si
dipanano, dando principalmente corpo,
anima e voce a tutti quei giovani combattenti che, fuori da tale intuizione, resterebbero soltanto “partigiani ed eroi”
intrappolati nell’aurea patina celebrativa.
Il racconto, ricco di ritmo e di momenti
di intensa commozione e liricità, si apre
con l’incontro, cercato e voluto tra tanti
pericoli, dei familiari con il corpo esanime di Eraclio. Riprende poi - andando
a ritroso nel tempo - dall’8 settembre
del 1943, quando a seguito dello sbandamento generale dell’esercito italiano succedutosi alla dichiarazione di armistizio
da parte del governo Badoglio, gran parte dei militari in servizio nel territorio
fece ritorno nelle loro case, nonostante le autorità tedesche di occupazione
avessero fatto affiggere dei manifesti
con minacce di morte contro quanti disertassero. Molti giovani, stanchi della
guerra che non avevano mai condiviso
nelle sue finalità e mossi dall’avversione
verso gli occupanti tedeschi, preferirono raggiungere le formazioni Partigiane
che intanto si andavano costituendo sulle montagne.
Così andò anche per il protagonista del
libro, Eraclio Cappannini, nato a Jesi l’8
gennaio del 1924. Figlio di un operaio
comunista, frequentò - nei primi anni
della sua giovinezza -, le organizzazioni
fasciste. Aveva appena concluso gli studi presso l’Istituto industriale di Foligno
(Perugia), quando fu chiamato a prestare il servizio di leva nel 14º Reggimento
compagnia marconisti, a Belluno. Dopo
l’armistizio dell’8 settembre, riuscì a
sfuggire alla cattura da parte dei tedeschi e a ritornare a casa. Nell’insistente
avvicendarsi dei richiami alle armi messi in atto del governo fascista, il giovane
rifiutò l’adesione alla Rsi e, nel novembre 1943, entrò nelle fila della 5ª Brigata
Garibaldi che operava nella zona di Ancona - e di cui diventò ben presto Capo
di Stato Maggiore - , partecipando così
a diversi combattimenti e a numerose
azioni di sabotaggio. Cadde vittima, assieme ai suoi uomini, in un’imboscata ad
opera dei tedeschi all’alba del 4 maggio
1944 sulla strada di Avacelli. Rinchiuso
nelle carceri di Arcevia, Eraclio Cappannini venne fucilato, senza processo, il
giorno successivo, assieme ad altri quattro compagni: Giuseppe Latieri, Giuseppe Milletti, Marino Patrignani e Dealdo
Scipioni. Era il 5 maggio del 1944.
Scrive nel suo libro “L’anno più lungo”
Giuseppe Luconi, storico e giornalista:
«Un violento sanguinoso scontro si ha il
4 maggio a Sant’Angelo di Arcevia dove
i tedeschi, dopo aver invaso il paese, fucilano cinque giovani, obbligando la popolazione ad assistere alle esecuzioni;
tra i cinque è un giovane jesino, Eraclio
Cappanini.
Durante l’operazione di rastrellamento,
il Cappanini, insieme ad altri sei partigiani, fra i quali due slavi, si trova sulla
strada per Avacelli. Vedendo sopraggiungere due camion tedeschi ed ignorando
che si tratta dell’avanguardia di un’autocolonna, il giovane jesino si porta sulla
strada e intima l’alt. I due camion si fermano, ma ci saranno solo due autisti; e
non farà in tempo nemmeno a disarmarli perché sarà circondato col suo gruppo
proprio dai tedeschi che poche centinaia
di metri prima erano scesi per prenderli
alle spalle. Poi sopraggiungeranno anche
altri camion. Mentre i due slavi riescono
a scappare, i cinque italiani vengono catturati. Eraclio Cappanini si rende subito
conto della fine che lo attende e mentre è
trascinato su un camion che lo trasporterà ad Arcevia, raccoglie da terra una
busta intestata “Previdenza sociale” e vi
scrive la lettera di addio ai suoi cari».
Paola Cocola
Raccolta differenziata
I cittadini della provincia di Ancona si dimostrano sensibili al tema
dell’ambiente e collaborativi riguardo alla raccolta differenziata.
In tre anni, dal 2007 al 2010, si
è ridotta la produzione di rifiuti
procapite passando da 575 a 505
chilogrammi: questo a dimostrazione di una aumentata attenzione
anche al momento dell’acquisto di
prodotti con imballaggi non riciclabili. È raddoppiata, invece, la raccolta differenziata, dal 22 al 45 per
cento e sono quindi notevolmente
ridotti i conferimenti alla discarica
da 210 mila a 135mila tonnellate.
È quanto emerso nel corso dell’ultima Conferenza delle autonomie
locali, in cui la presidente della
Provincia di Ancona Patrizia Casagrande e l’assessore all’Ambiente
Marcello Mariani hanno presentato ai Comuni lo stato di attuazione
del ciclo dei rifiuti. Dati che lasciano ben sperare per il raggiungimento degli obiettivi di legge che
fissano al 65 per cento la soglia
minima della raccolta differenziata
entro il 2012.
In un territorio che da anni dà
prova di virtuosità nelle realtà comunali più piccole, incoraggianti
appaiono i risultati conseguiti da
città come Ancona (50,72%), Senigallia (58,40%) e Jesi (51,21%).
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