R I V I STA
D E L C I N E M ATO G R A FO
WWW.CINEMATOGRAFO.IT
MENSILE
NOVEMBRE 2006
N. 11 € 3,50
SPECIALE
SOLDATI
Il gourmet,
l'intellettuale,
il regista
I FIGLI DEGLI
UOMINI
Arriva il film
apocalittico di
Alfonso Cuarón
FESTA DEL
CINEMA
Poste Italiane SpA - Sped. in
Abb. Post. - D.L. 353/2003
(conv. in L. 27.02.2004, n° 46),
art. 1, comma 1, DCB Milano
Pro e contro
di Roma
Goodbye
America
In Flags of Our Fathers Clint Eastwood
racconta la verità sulla battaglia di Iwo Jima.
Un kolossal potente e amaro, ieri come oggi
COLONNA SONORA
DISTRIBUITA DA
il libro ufficiale del film
è pubblicato in Italia da
EDIZIONI SAN PAOLO
www.nativity.it
www.thenativitystory.com
© MMVI NEW LINE PRODUCTIONS, INC. ALL RIGHTS RESERVED.
rC
PUNTI DI VISTA
d
CINEMA TELEVISIONE RADIO
TEATRO INFORMAZIONE
Nuova Serie - Anno 76
Numero 11
Novembre 2006
In copertina
Clint Eastwood in
Flags of Our Fathers
I figli degli
uomini e tanti
documentari
per raccontare
invisibili ed
emarginati:
è Tertio
Millennio
DIRETTORE RESPONSABILE
Dario Edoardo Viganò
CAPOREDATTORE
Marina Sanna
REDAZIONE
VOCE AL
SILENZIO
Ed è ancora Tertio Millennio. Il nostro Festival del Cinema
Spirituale taglia il traguardo dei dieci anni di vita, con un
programma ricco di novità e anteprime. Dal 14 al 19
novembre Roma, dopo i clamori della Festa, aprirà alla
riflessione sul silenzio, ovvero “La cospirazione del silenzio”, il
tema-guida dell’edizione 2006 di Tertio Millennio.
Un silenzio fatto di molte voci critiche, pescate ai quattro
angoli del mondo per gettare luce, anzi voce,
sull’emarginazione, la povertà e la negazione dei diritti umani.
Una tensione civile che nei casi migliori anima anche il
cinema mainstream: in anteprima Tertio Millennio presenta
I figli degli uomini di Alfonso Cuarón, con Clive Owen,
Julianne Moore e Michael Caine, apologo fanta-politico
sull’estinzione dell’umanità e la costrizione al silenzio: quella
dei neonati, i cui vagiti sono soffocati dalla guerra. Un grande
spazio lo dedichiamo al documentario con i lavori di
Leonardo Di Costanzo e di Hanna Polak. La regista polacca
porterà a Roma il suo documentario candidato agli Oscar
Children of Leningradsky, sui bambini senza tetto di Mosca,
mentre Di Costanzo sarà protagonista di una lezione d’autore
con la proiezione delle sue opere, da Prove di Stato al recente
Odessa. Entrambi parteciperanno al convegno in programma
alla Pontificia Università Gregoriana il 14 e il 15 novembre,
occasione privilegiata per un dialogo etico, ancor prima che
cinematografico, sulle limitazioni delle libertà individuali.
Un fil rouge che percorre gli altri film della rassegna: da
Island di Pavel Lounguine, apprezzato da pubblico e critica
alla Mostra di Venezia, a Love + Hate di Dominic Savage,
storia d’amore e integrazione nell’Inghilterra del Nord,
passando per I am the One Who Brings Flowers to Her Own
Grave, documentario autobiografico della regista siriana Hala
Alabdalla e di Ammar Al Beik. Sulla scia del successo della
precedente edizione, ritornano anche gli RdC Awards e il
premio al miglior cortometraggio del concorso a tema “Gli
invisibili”, storie vicine e lontane di emarginazione sottratte al
fuoricampo della nostra coscienza. Per tutti i nostri lettori,
l’appuntamento è dunque il 14 novembre, una data su cui
scommettere.
A differenza di quelle dei film in uscita, ballerine per
definizione: ci scusiamo per alcune recensioni di titoli fatti
slittare quando eravamo già in stampa.
Rosa Esposito, Diego Giuliani,
Federico Pontiggia
CONTATTI
[email protected]
[email protected]
[email protected]
ART DIRECTOR
Alessandro Palmieri
HANNO COLLABORATO
Andrea Agostini, Paolo Aleotti, Francesco Alò,
Alessandro Boschi, Francesco Bolzoni, Pietro
Coccia, Ermanno Comuzio, Callisto
Cosulich, Silvio Danese, Bruno Fornara,
Cesare Frioni, Oscar Iarussi, Alessandro Lanari,
Enrico Magrelli, Massimo Monteleone, Franco
Montini, Morando Morandini, Roberto
Nepoti, Luca Pallanch, Peter Parker, Luca
Pellegrini, Angela Prudenzi, Giorgia Priolo,
Cristina Scognamillo, Alessandro Scotti, Boris
Sollazzo, Marco Spagnoli, Chiara Ugolini
REGISTRAZIONE AL TRIBUNALE DI ROMA
N. 380 del 25 luglio 1986
Iscrizione al ROC N. 2118 Del 26/9/01
STAMPA
Società Tipografica Romana S.r.l.
Via Carpi 19 - 00040 Pomezia (RM)
Finita di stampare il 27 Ottobre 2006
MARKETING E ADVERTISING
Eureka! S.r.l.
Via L. Tolstoi, 49 - 20146 Milano
Fax: 02-45497366 - Cell. 335-5428.710
e-mail: [email protected]
PROJECT MANAGER
Franco Conta
ABBONAMENTI
ABBONAMENTO PER L’ITALIA
(10 numeri) 30,00 euro
ABBONAMENTO PER L’ESTERO
(10 numeri) euro 110,00
SERVIZIO CORTESIA
Direct Channel S.r.l. – Milano
Tel. 02-252007.200 Fax 02-252007.333
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PROPRIETA’ ED EDITORE
E d S
ENTE dello SPETTACOLO
PRESIDENTE
Dario Edoardo Viganò
COMUNICAZIONE E SVILUPPO
Franco Conta
COORDINAMENTO SEGRETERIA
Livia Fiorentino
DIREZIONE E AMMINISTRAZIONE
Via G. Palombini, 6 - 00165 Roma
Tel. 06-663.74.55 - Fax 06-663.73.21
[email protected]
Associato all'USPI
Unione Stampa
Periodica Italiana
Iniziativa realizzata con il
contributo della Direzione
Generale Cinema – Ministero
per i Beni e le Attività Culturali
Ottobre 2006 RdC 5
sommario
Numero 11 > Novembre 2006
In copertina
26 Clint Eastwood
In trincea con Flags of Our
Fathers: atto di dolore sulla
battaglia di Iwo Jima, per
sparare sulla follia della
guerra
(Enrico Magrelli, Luca
Pallanch)
Servizi
18 Roma, il dopofesta
Bilanci e prospettive della
prima edizione: fra divi,
talpe e spigole al forno
(Federico Pontiggia,
Angela Prudenzi, Marina
Sanna, Chiara Ugolini)
32 Il mio Caravaggio
Vita, giustizia, paure.
Alessio Boni a nudo, dal
ritratto di Michelangelo
Merisi ai massimi sistemi
(Morando Morandini)
50 I figli degli uomini
Un futuro prossimo di
conflitti e sterilità. Da un
romanzo di P.D. James, la
denuncia di Alfonso Cuarón
con il bel Clive Owen
(Marco Spagnoli)
54 Il mistero di Gillo
Pigro? Macchè. Un mese
dopo la scomparsa, la verità
su Pontecorvo e i suoi film
(Silvio Danese)
FOTO: ALESSANDRO LANARI - ISFCI
Speciale
37 Mario Soldati
A 100 anni dalla nascita, un
viaggio a tappe fra luoghi e
sapori. Per ricordare
l’intellettuale, l’uomo e il
gourmet, in compagnia di
paesani e critici
(Paolo Aleotti, Callisto
Cosulich, Diego Giuliani,
Chiara Ugolini)
18
Monica
Bellucci
Settembre 2006 RdC 7
sommario
Numero 11 > Novembre 2006
I film
56
58
59
59
60
60
61
62
63
63
64
64
66
66
67
68
69
69
Il vento che accarezza l’erba
Marie Antoinette
Scoop
La mia super ex-ragazza
Quale amore
Il giorno + bello
The Departed
La sconosciuta
I figli degli uomini
Fur
L’amico di famiglia
Salvatore – Questa è la vita
The Fountain
Giardini in autunno
L’imbroglio
A casa nostra
Grizzly Man
N (Io e Napoleone)
(F. Alò, A. Boschi, B. Fornara,
D. Giuliani, O. Iarussi,
M. Monteleone, R. Nepoti,
L. Pellegrini, A. Prudenzi,
F. Pontiggia, M. Sanna,
B. Sollazzo, M. Spagnoli)
78 Inside Cinema
Regioni allo sbaraglio
(F. Montini, M. Spagnoli)
80 Libri
Roma città aperta: la vera
storia
(F. Bolzoni, G. Priolo)
82 Colonne sonore
Da Nuovomondo a Black
Dahlia
(E. Comuzio)
Le rubriche
58
Clive Owen e
Claire-Hope
Ashitey
8 RdC Settembre 2006
Settembre 2006 RdC 8
FOTO: ALESSANDRO LANARI - ISFCI
12 Tutto di tutto
News, festival,
protagonisti e fornelli
(A. Agostini, M. Giannotti,
D. Giuliani, M. Morandini,
M. Monteleone, P. Parker,
C. Ugolini)
72 Dvd & Extra-Ordinari
Hitchcock, Blade
Runner e alta
definizione
(A. Scotti,
M. Spagnoli)
TuttoDiTutto
Ultimissime in pillole dal pianeta cinema: tendenze, news, divi e fornelli
A cura di Diego Giuliani
chi fa cosa di Andrea Agostini
Baciata da Superman
Sempre più Kate Bosworth. Lanciata da Superman Returns nei panni di Lois Lane, l’attrice
affiancherà Sigourney Weaver in The Girl in the Park, dramma scritto e diretto dal premio Pulitzer
David Auburn, qui al suo esordio dietro la macchina da presa. E’ la storia di una donna (la Weaver)
ancora traumatizzata dalla scomparsa della figlia di tre anni, avvenuta quindici anni prima. Quando
incontra una giovane disadattata (la Bosworth), insieme al dolore si riaccende la speranza di aver
ritrovato sua figlia.
Downey Jr. d’acciaio?
Robert Downey Jr. sarà Iron Man.
L’attore quarantaduenne è stato scelto
per vestire i panni del celebre supereroe
Marvel, che sbarcherà nei cinema
americani il 2 maggio 2008. Candidato
all’Oscar per la straordinaria
interpretazione di Charlie Chaplin in
Chaplin, Downey Jr. è uno degli attori più
versatili e ricercati del momento.
Archiviato un passato di alcool, droga e
carcere, è tornato sulla scena più in
forma che mai. A confermarlo, la sua
partecipazione a due film del calibro di
Fur con Nicole Kidman e Zodiac di David
Fincher.
Alieni, vichinghi & Co.
Ritorno al passato per Jim Caviezel.
Acclamato dalla critica ne La Passione di
Cristo, l’attore interpreterà il
fantascientifico Outlander, storia di un
uomo che, da una galassia sconosciuta,
precipita con la sua astronave (ed un alieno
come ospite inatteso) sul pianeta terra, al
tempo dei vichinghi. Se la trama è alquanto
singolare, il cast tecnico promette faville: la
creatura sarà disegnata da Patrick
Tatopoulos (Godzilla), mentre a curare gli
effetti speciali sarà lo stesso Richard Taylor
del Signore degli anelli. Producono i fratelli
Weinstein con un budget di 40 milioni di
dollari.
Cara Keira ti scrivo
Sono affari di famiglia per Keira Knightley.
Abbandonati pirati e corsetti, l’attrice sarà la
protagonista di Best Time of Our Lives,
scritto dalla madre Sharman MacDonald più
di quattro anni fa. Una gestazione lunga e
tormentata che ha finalmente trovato uno
sbocco. Tratto da una storia vera, il film
racconterà il complesso intreccio relazionale
tra il poeta Dylan Thomas, la moglie, l’amica
d’infanzia Vera Phillips (interpretata dalla
Knightley) e il suo futuro marito. Alla regia
John Maybury, che ha già diretto l’attrice nel
fanta-thriller The Jacket.
12 RdC Novembre 2006
La donna che
sussurrava ai
cavalli. Ovvero:
dal film con
Redford in poi,
la carriera in
decollo di Miss
Bosworth
Novembre 2006 RdC 13
TuttoDiTutto
Morandini in pillole
Quello che gli altri non dicono: riflessioni e note a posteriori di un critico DOC
di Morando Morandini
> 2 Ottobre Notizie contraddittorie dal mercato del cinema. Crescita d’incassi nel
trimestre estivo 2006 (giugno, luglio, agosto), con 1,3 milioni di biglietti venduti in più
rispetto allo stesso periodo del 2005, nonostante il calo nel mese di luglio. La crescita è
dovuta soprattutto a Il Codice Da Vinci, uscito il 19 maggio, seguito in classifica da Cars e
Volver. Già si annuncia un aumento generale d’incassi annuali del 15% in relazione al
2005. A Milano, però, la stagione 2006-07 è cominciata con la chiusura di tre sale:
Manzoni, Arti e San Carlo, mentre si parla di quella imminente del Brera e dello Splendor.
Sono a rischio, si dice, la coppia Excelsior/Mignon e il Cavour.
> 3 Ottobre Per motivi autobiografici a me spiace in modo particolare la fine
> 7 Ottobre Su un prezioso libro che sto centellinando - Diario di un lettore di Alberto
Manuel (Archinto, 2006) - trovo questa citazione da un romanzo di Graham Greene che ha tra
i suoi personaggi Morin, scrittore cattolico francese un tempo famoso. Dopo aver perduto la
fede, continua ad andare alla messa di mezzanotte perché, confessa: “Non voglio dare
scandalo”.
> 10 Ottobre Esistono film – o romanzi – meticolosamente strutturati e altri
Sergio Castellitto
e Tai Ling
tendenzialmente frammentari che bisognerebbe guardare, o leggere, come se si dovessero
unire i puntini di sospensione per ricreare un ordine. Ho visto due volte i film di Amelio e
Crialese che, in fondo, hanno
soltanto una cosa in comune:
sono storie di un viaggio. Ho
rivisto Nuovomondo soltanto
per avere una conferma del
piacere e delle emozioni che
mi aveva dato e l’ho avuta. Ho
capito bene La stella che non
c’è soltanto alla seconda
visione perché sono riuscito a
unire i punti di sospensione, i
salti narrativi, persino le
apparenti inverosimiglianze.
E’ un film che Primo Levi,
autore di La chiave da stella,
avrebbe amato: il personaggio
di Castellitto potrebbe essere
suo. Il film di Crialese unisce
spettatori e critici, quello di
Amelio li divide.
Appuntamento fisso con un ammiratore mascherato. Che si confessa alla Kidman, per parlarle di sé, del cinema e del mondo
> 4 Ottobre Ho trovato una definizione di poesia dell’inglese S.T. Coleridge (1772-1834)
che ha almeno il pregio di una semplicità concisa: “Le parole migliori nell’ordine migliore”.
Sostituite parole con immagini, e applicatela al cinema.
SulletraccediNicole
dell’Arti, che nel 1960 divenne il primo cinema d’essai di Milano e d’Italia, presto
accoppiato al Ritz. Per qualche anno agirono insieme finché rimase soltanto il Ritz
(sostituto da una banca nel 1983). Erano cinema d’essai di prima visione e funzionavano
con una formula insolita. Da una parte c’era un esercente spregiudicato e illuminato, il
marchese Incisa di Camerana, dall’altra il gruppo milanese del Sindacato Giornalisti
Cinematografici. A far da tramite tra i due Ezio Semproni, il più intelligente agente
pubblicitario attivo a Milano. Il gruppo dei giornalisti eleggeva una commissione di
cinque critici cui era affidata la programmazione in base alle loro segnalazioni, in gran
parte dovute a film visti ai festival. Per ogni film scelto si pubblicava un bollettino criticoinformativo di molte pagine a disposizione degli spettatori. Quasi sempre e quasi per
intero era curato da Ugo Casiraghi col mio aiuto. L’esperienza si chiuse con la morte del
marchese Incisa alla fine degli anni ’60.
Finalmente mia
Altro che anteprime e feste.
A Roma sei venuta per amore
Cara Nicole,
era prevedibile: abbiamo gettato la
maschera. Dopo un anno e mezzo di
menzogne, sotterfugi, parole non
dette e matrimoni fittizi arrivi in
Italia, ci amiamo. Alla luce del sole. Il
tuo arrivo a Roma, per la Festa del
Cinema e la presentazione di Fur,
oltre al ruolo di testimonial di Sky
Cinema, hanno fatto capire al mondo
che questa Stanza di Nicole è
tutt’altro che immaginazione. Non
mi importa, ora, di assaporare la
rivincita. Quello che mi interessa è
che tutti vedano come un essere
perfetto come te abbia perduto la
testa per me, Peter Parker, ex
impiegato, ex maschera in un
cinema, ex lavapiatti e attualmente
precario a tempo indeterminato. E’
possibile, voglio dirlo a tutti quelli
che ci leggono con affetto: quando
mi sono messo in testa di
conquistarti eravamo a Venezia. Ti
eri appena lasciata con
quell’imprudente di Tom: eri ad una
festa, triste, sola, in balia di pseudoamici-accompagnatori che facevano
a gara per farsi fotografare con te. Io
non avevo speranze ma ho capito,
che ce la potevo fare. La mia è la
storia di un sogno che si è
realizzato: un illuso, un paranoico, un
visionario, questo dicevano di me.
Vederti ora trovare qualsiasi scusa
per starmi vicino è una consolazione
dell’anima. Il cinema ci insegna che
quei sogni, in fondo, possono essere
reali. E io, dolce Nicole, non ho fatto
altro che seguirti e lasciarmi
prendere per mano.
Tuo Peter Parker
14 RdC Novembre 2006
f> IL PERSONAGGIO
Nome Ninetto Davoli
Provenienza S. Pietro a Maida (CZ)
Il film d’esordio
Il Vangelo secondo Matteo
Il miglior film
Uccellacci e uccellini
L’ultimo film
Uno su due
> LE SPECIALITA’
Pasta e broccoli con l’arzilla
La bistecca alla Bismarck
Il “piatto cinese”
墍> LA SCELTA
“Io sono solo l’aiutante. E’
mia moglie la vera diva ai
fornelli!”. Ninetto Davoli in
realtà alla cucina è molto
legato. Dalle sue pentole
escono manicaretti romani
ma “anche qualche piatto
etnico: riso, spezzatino di
manzo e verdure, inventato da
noi e cotto con la pentola a
pressione”. Tra le specialità
romane dei Davoli pasta e
fagioli, pasta e broccoli con
l’arzilla, un pesce simile alla
razza, pasta e patate, tutto
fatto a minestra. Tra i ricordi
più curiosi dai set con Pasolini
c’è la trasferta in Inghilterra
per I racconti di Canterbury:
“I cestini non erano un
granché per cui ogni tanto ci
cucinavamo un po’ di carne. Io
però non parlavo inglese, è
stato duro farsi capire nei
mercati di Londra o
Canterbury. La parola più
difficile da far capire era
‘aceto’. In tournée mi preparo
invece dei piatti semplici:
bucatini all’amatriciana,
bistecche alla Bismarck con
l’uovo sopra o anche solo una
spaghettata con il pomodoro
fresco”.
XXIV edizione del festival competitivo
internazionale che promuove talenti
e cinematografie emergenti.
I concorsi sono 4 (uno per i
lungometraggi; Spazio Italia e Spazio
Torino per film e video indipendenti o
sperimentali; DOC per il miglior
documentario italiano). Retrospettive
(Chabrol, Aldrich), omaggi e
panoramiche.
MEDFILM FESTIVAL –
LABORATORIO
Sito web www.medfilmfestival.org
Dove Roma, Italia
Quando 5-19 novembre
Resp. Ginella Vocca
tel. (06) 85354814
fax. (06) 8844719
E-mail [email protected]
FESTIVAL INTERNAZIONALE DEL
CINEMA DI SALERNO
Sito web www.cinefestivalsalerno.it
Dove Salerno, Italia
Quando 20-25 novembre
Resp. Mario De Cesare
tel. (089) 231953
fax. (089) 223632
E-mail [email protected]
LX edizione della manifestazione
dove concorrono: fiction
cinematografiche e televisive,
cortometraggi, cartoni animati,
audiovisivi industriali, turistici, didattici
e scientifici. La sezione “Riflessione”
intende recuperare i film che hanno
avuto una distribuzione limitata.
N.I.C.E. USA 2006
Sito web www.nicefestival.org
Dove New York, San Francisco, USA
Quando 9-19 novembre
Resp. Viviana del Bianco
tel. (055) 290393 (rif. a Firenze)
fax. (055) 214576
E-mail [email protected]
XVI edizione della manifestazione
organizzata dal New Italian Cinema
Events di Firenze, in collaborazione
con gli Istituti Italiani di Cultura delle
due metropoli americane. A New York,
per la prima volta, in collaborazione
col Tribeca Film Festival. Un concorso
per i lungometraggi (7 opere-prime o
seconde realizzate tra il 2005 e il
2006), e uno per i corti.
LATIN AMERICAN FILM FESTIVAL
Sito web
www.latinamericanfilmfestival.com
Dove Londra, Gran Bretagna
Quando 10-19 novembre
Resp. Eva Tarr Kirkhope
tel. e fax. (0044-020) 86926925
E-mail [email protected]
XVI edizione della manifestazione
competitiva dedicata alla cultura
cinematografica dell’America Latina,
XII edizione, dal titolo “Identità e
lavoro”, dell’unico festival
cinematografico internazionale a
carattere competitivo dedicato ai
diritti umani e al cinema
mediterraneo ed europeo. 200 film
da 40 paesi, numerose le sezioni.
Ospite d’onore dell’evento è la Spagna.
OFFICINEMA
Sito web www.cinetecadibologna.it
Dove Bologna, Italia
Quando 23-26 novembre
Resp. Guy Borlee
tel. (051) 2194814
fax. (051) 2194821
E-mail cinetecamanifestazioni1
@comune.bologna.it
V edizione della rassegna che
riguarda le scuole europee di
cinema (concorso per i film di
diploma). “Visioni italiane” è un
concorso per corti e mediometraggi.
la più importante del genere in un
paese non di lingua spagnola.
Prevede la retrospettiva su una
cinematografia nazionale.
SULMONACINEMA FILM FESTIVAL
Sito web www.sulmonacinema.it
Dove Sulmona, Italia
Quando 6-11 novembre
Resp. Roberto Silvestri
tel. (0864) 576281-2
E-mail: [email protected]
XXIV edizione, come sempre
dedicata al nuovo cinema “italieno”.
Ovidio, icona del festival, sorveglierà
sul concorso per opere prime,
seconde e cortissimi. In giuria,
l’attore Giulio Scarpati, contribuirà
all’assegnazione dell’Ovidio e al
Nasino d’Argento.
FESTIVAL INTERNATIONAL DU
FILM D’AMIENS
Sito web www.filmfestamiens.org
Dove Amiens, Francia
Quando 10-19 novembre
Resp. Jean-Pierre Garcia
tel. (0033-3) 22713570
fax. (0033-3) 22925304
E-mail [email protected]
XXVI edizione del festival dedicato
alle differenze e identità etnicoculturali, attraverso il cinema poco
noto di tutto il mondo
(lungometraggi, corti e documentari,
in concorso). Previsti omaggi e
retrospettive.
FESTIVAL GRINZANE CINEMA
Sito web www.grinzane.it
Dove Stresa (Verbania), Italia
Quando 29 novembre - 2 dicembre
Resp. Stefano Bellu
tel. (011) 8100111 (riferimento a
Torino)
fax. (011) 8125456
E-mail [email protected]
IV edizione della rassegna dedicata
al rapporto tra cinema e letteratura.
Previste varie sezioni, fra cui
quattro per proiezioni
cinematografiche e
approfondimenti tematici (“Come
eravamo”, “I luoghi del cinema”,
“Cineteca”, “La finestra sul cortile”).
Incontri e dibattiti con personalità
dello spettacolo e della cultura.
TOKYO FILMEX
Sito web www.filmex.net
Dove Tokyo, Giappone
Quando 17-26 novembre
Resp. Hayashi Kanako
tel. (0081-3) 35606393
fax. (0081-3) 35860201
E-mail [email protected]
VII edizione della rassegna
nipponica, a carattere competitivo,
dedicata ai lungometraggi a
soggetto e alle pellicole asiatiche.
Novembre 2006 RdC 15
festival del mese di Massimo Monteleone
divi al fornello di Chiara Ugolini
TORINO FILM FESTIVAL
Sito web www.torinofilmfest.org
Dove Torino, Italia
Quando 10-18 novembre
Resp. G. D’Agnolo Vallan, R. Turigliatto
tel. (011) 5623309
fax. (011) 5629796
E-mail [email protected]
TuttoDiTutto
[
Il grande schermo a tu per tu.
Ovvero finta intervista a personaggi
realmente esistiti. Al cinema
I PROTAGONISTI
DI MARCELLO GIANNOTTI
]
Il personaggio
Rick Blaine
Il film
Casablanca
Il regista
Michael Curtiz
L’attore
Humphrey Bogart
“Avanti,
sparate! Mi
farete un
piacere.
A questa
storia manca
ancora il
finale.
E pare che il
destino abbia
deciso”
16 RdC Novembre 2006
A Casablanca, durante la
Seconda Guerra Mondiale,
l’americano Rick Blaine (Humphrey
Bogart) è proprietario di un bar
frequentato da spie, eroi della
resistenza, gerarchi nazisti e
avventurieri. Nel locale arrivano
Victor Laszlo (Paul Henried), esule
ricercato dai tedeschi, e sua moglie
Ilsa Lund (Ingrid Bergman), con cui
Blaine aveva avuto una breve e
intensa storia d’amore. Solo Rick,
che possiede due salvacondotti,
può salvare Laszlo ma per farlo
deve perdere ancora una volta il
suo grande amore. Tra i film più
famosi della storia del cinema,
Casablanca di Michael Curtiz
divenne un manifesto contro i
tedeschi. Tre Oscar vinti (regia, film
e sceneggiatura), nomination per
Bogart e Max Steiner, autore della
colonna sonora. Sono davanti a un
bar, alla periferia di Parigi. Ho avuto
una soffiata da un informatore e
voglio verificare se anche questa
volta ha ragione. L’insegna
luminosa è “Rick’s Cafe’”. Un po’
inquietante e malfamata. A un
angolo, su un tavolino, c’è lui,
inconfondibile: Rick Blaine. Fuma,
gioca a scacchi da solo, manda giù
un whisky dopo l’altro, come nella
prima scena in cui compariva nel
film.
Signor Blaine, sono un giornalista.
Vorrei farle qualche domanda…
Certo, fate pure. Mi permetta, però,
di non risponderle.
E’ un suo diritto. Perché è finito a
Parigi? Alla fine ha scelto di
tornare ad abbracciare la causa e
di combattere il nazismo tornando
in Francia?
Sono neutrale. I problemi mondiali
non sono di mia competenza. Io
gestisco un locale, non ho mai avuto
il bernoccolo degli affari.
Mi scusi: non è più il caso di
recitare una parte. La guerra è
finita da un pezzo, ora ci sono
tanti altri pericoli, siamo tutti nei
guai, anche la sua New York è
stata attaccata.
Amico mio, la risposta sarà sempre
uguale. Quanto alla mia città, si
ricordi che ci sono certi quartieri di
New York che sarebbe imprudente
cercare di invadere.
Ma cosa fa? Mi risponde con le
battute del film? Non le piacciono i
giornalisti?
Se mi occupassi di voi, forse vi
disprezzerei. Io non mi impiccio per
nessuno.
La smetta di ripetere battute del
film come un disco rotto. Altrimenti
devo pensare che lei è impazzito.
Che ipocrita! Saliremo su un treno e
non ci fermeremo mai. Meno
parliamo, meglio è per tutti, devi
fidarti di me.
Ok Rick, lei è impazzito. Ha avuto
un trauma irreparabile a veder
partire Ilsa con Victor Laszlo…
Ora mi tocca sentire che grand’uomo
è vostro marito e che nobile causa
ha sposato!
Che imbarazzo, Rick, vederla in
questa condizioni. Cosa posso fare
per aiutarla? Le metterò a
disposizione i migliori luminari
della psichiatria…
Voglio facilitarvi la cosa: avanti,
sparate, mi farete un gran piacere. A
questa storia manca ancora il finale.
E pare che il destino abbia deciso.
Ancora battute del film. E Sam che
fine ha fatto? E’ qui con lei che
suona ancora As Time Goes By?
Suonala Sam! Suonala ancora! Per
lei sì e per me no????!!!!
Non si arrabbi, Rick, le può far
male nelle sue condizioni. E la
smetta di bere, è il sesto bicchiere
da quando sono qui.
Un momento, voi non arrestate
nessuno, non per ora almeno!
Ma non vi sto arrestando. Sto solo
andando al mio giornale a scrivere
questa intervista. Stia tranquillo,
continui a giocare a scacchi.
Non facciamo scherzi di cattivo
gusto. Dovete affrettarvi se volete
partire. Tu devi partire con Victor, tu
appartieni a lui! Tu sei necessaria
non solo a lui ma al suo lavoro!
Basta, la prego! E’ terribile
pensare che Ilsa l’abbia ridotto
così. Lo trovo crudele, davvero.
Ehi, che succede? Le pose da fare
non mi piacciono.
Arrivederci, spero di dimenticarla
presto. Cerchi di dimenticarmi
anche lei.
Bene, lo farò per te, bambina. Tu devi
partire con Victor, tu appartieni a lui.
Addio, Rick.
Buona fortuna, bambina.
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19 novanta
IL DAILY DI
NEWS.CINECITTA.COM >>
news
cinecittà
TI PORTA
DOVE VUOI
E SI GUIDA
CON UN DITO.
PILLOLE DI ROMA
Una Festa
per tutti?
Obiettivi in parte raggiunti per la prima
edizione. Con qualche incognita per il futuro
DI MARINA SANNA FOTO PIETRO COCCIA E ALESSANDRO LANARI - ISFCI
Monica Bellucci
18 RdC Novembre 2006
ECCO
LA
FESTA
Novembre 2006 RdC 19
PILLOLE DI ROMA
La via da battere è quella
popolare. Difficile,
altrimenti, la convivenza coi
festival di Berlino e Venezia
iriamo un sospiro di sollievo:
Roma è la Festa, Venezia è la
Mostra. A qualche giorno dalla
prima edizione, incominciata di venerdì
13 con la scomparsa di Gillo Pontecorvo
e colpita, martedì 17, dalla tragedia
“metropolitana”, è possibile fare qualche
sommaria considerazione, auspicando
che in futuro la “grande festa” diventi
agile e agibile per tutti.
T
MERCATO E PUBBLICO
I punti forti sono due: il rapporto con la
città e il mercato. I risultati hanno
dimostrato che l’identità della
manifestazione, seppure ancora in corso
di definizione, debba puntare su questi
elementi valorizzandoli sempre di più.
Si può migliorare l’interazione con il
pubblico lavorando su struttura e
capienza delle sale (una soluzione
potrebbe consistere in destinare più
biglietti ai cittadini piuttosto che agli
sponsor quasi sempre assenti?). Esempio:
va bene mandare Leonardo Di Caprio in
periferia ma con più lungimiranza.
Oppure, ha senso proiettare un film
macchinoso e sofisticato come A Scanner
Darkly solo a Tor Bella Monaca? Sul
versante business si canta vittoria: 230 fra
buyers e sellers internazionali, sei
20 RdC Novembre 2006
venditori italiani, oltre 300 accreditati in
totale. Sul fronte internazionale, presenti
la maggioranza delle più importanti
società di acquisizioni di diritti
cinematografici ma anche di produzione
e distribuzione di tutto il mondo
(Medusa si congratula: La sconosciuta di
Giuseppe Tornatore è stata venduta in
sette paesi). Se è vero che Roma diventerà
uno dei dieci festival più importanti del
mondo, come dice il direttore
dell’American Film Market Jonathan
Wolf, a maggior ragione si può impedire
agli acquirenti di andarsene a spasso per
Roma al posto di assistere diligentemente
alle proiezioni (i francesi che la sanno
lunga monitorano le presenze con una
tesserina magnetica, l’anno dopo i
“reticenti” non vengono più invitati).
CONCORSO SI’, CONCORSO NO
Interessante l’idea della giuria popolare
(vedi box a pag. 21), finalmente un
verdetto inoppugnabile: chi se la prende
infatti con 50 giurati non professionisti?
Da più parti però ci si interroga
sull’utilità del “concorso”, non l’hanno
capita i giornalisti stranieri che speravano
in titoli più forti o perlomeno in scelte
coerenti (a proposito perché Mille miglia
lontano di Zhang Yimou è finito in
“Extra”?). La domanda è sempre la stessa,
anche a fine Festa: a che (e a chi) serve
una selezione se gli obiettivi sono portare
in piazza le star (ed è questo
l’esperimento più riuscito, lo dimostrano
l’accoglienza a Martin Scorsese e a
Robert De Niro) e avvicinare la gente al
cinema? Qual è, o dov’è, la differenza tra
Festa e Festival? Se è vero che gli
organizzatori guardano all’esperienza del
Tribeca, la manifestazione di Robert De
Niro con cui hanno una partnership
(partita con un concorso sottotono ha
sviluppato nel tempo una competizione
forte e indipendente), allora la
coesistenza con Venezia diventerebbe
molto pesante. Ci sarebbe solo da sperare
In linea diretta con
la Mini Lounge:
gli amici press-agent
Rita e Massimo
Passerelle per tutti i
gusti: Mortensen,
Veltroni, Scorsese e,
nelle foto piccole,
Tornatore e Solarino
che la Festa venga spostata in dicembre e
affidata a una Fondazione cinema:
implicherebbe maggiore respiro per tutti
anche se nuocerebbe una certa vicinanza
con il festival di Berlino (febbraio). Forse
la soluzione è proprio negli intenti, se
Roma scegliesse davvero la
caratterizzazione popolare sarebbe
praticamente invincibile.
SORPRESE
La prima è la più bella: gli italiani. Da
Uno su due di Eugenio Cappuccio a La
sconosciuta di Giuseppe Tornatore il
livello di qualità è stato alto. Proiezioni a
parte, buona l’organizzazione e gentile il
personale. Ottima la trovata del casellario
senza caselle. Temevamo file
interminabili e invece il ritiro dei
materiali stampa è proceduto celermente
e senza intoppi. Più di una stelletta
anche alla Mini Lounge, spazio in cui gli
accreditati potevano rifocillarsi e
trascorrere qualche mezz’ora piacevole.
Il traffico: Walter Veltroni e noi romani
paventavamo la congestione totale,
invece è filato tutto liscio, anzi liscissimo.
Navette e bus a go-go, taxi ogni due
minuti, sembrava una città moderna ed
efficiente. Caro Sindaco, perché a Roma
non è festa tutto l’anno?
UNA TALPA IN GIURIA
IL VERDETTO SPAZZA VIA I DUBBI E RESTITUISCE SPERANZA. IN UN’ITALIA CHE LEGGE,
BOCCIA I REALITY E CREDE NELLA CULTURA DI ANGELA PRUDENZI
Spenti i riflettori, si
aprono i bilanci. Avendo
coordinato i lavori della
Giuria Popolare, che ha
trovato in Ettore Scola un
presidente sensibile e
rispettoso dei gusti degli
altri, mi permetto di
esprimere un’opinione in
merito a quella che
sembrava la scommessa
più rischiosa. All’annuncio
che i premi sarebbero
stati assegnati da giurati
popolari, voci dubbiose
avevano parlato di
trovata demagogica, di
scelta populista e a
favore di un manipolo di
scatenati cinefili. I giurati,
per fortuna, hanno
dimostrato di non essere
omologabili ad alcun
modello e di possedere
un’idea di cinema frutto
di visioni normalmente
frequenti, ma
intensamente vissute. In
molti hanno confessato di
guardare poco la
televisione e di leggere
parecchio. A sorpresa, i
rappresentanti di un’Italia
che ancora crede nel
valore della cultura.
Attenti, vitali, preparati,
hanno apprezzato la
rilettura dell’Amleto
operata da Playing the
Victim e i temi forti e
universali trattati da This
is England. E, soprattutto,
hanno mandato a dire di
non sopportare oltre le
facce insulse pescate dai
reality. Il Marc’Aurelio
all’intensa Ariane
Ascaride non lascia
incertezze a riguardo, e il
successo di Giorgio
Colangeli ne raddoppia
il senso.
Attraverso di
loro si è voluto
suggerire che
gli attori non
andrebbero
cercati tra gli
eroi del piccolo schermo,
quelli che si
autodefiniscono “noi che
facciamo questo
mestiere”. Quel mestiere
è studio, abnegazione,
gavetta, sofferenza.
Vogliamo aggiungere
talento?
Il russo Kirill
Serebrennikov,
vincitore con il
film Playing
the Victim
PILLOLE DI ROMA
Lo show
è servito!
Da Sean Connery alla spigola della Kidman,
tutti i piatti forti della Festa del Cinema
DI FEDERICO PONTIGGIA
13
venerdì
Sua Altezza
Sean
A 76 anni suonati,
da cornamusa
scozzese, Sean
Connery esibisce
prestanza regale e
sopracciglio che non
ammette distrazioni.
Eppure, al pubblico
dell’Auditorium ha
confessato tendenze
en travesti (“Dopo
tanti re, sono pronto
per fare la regina”) e il
disamore per lo 007
che fu. Dose rincarata
affossando sia
l’ispiratore della saga
Ian Fleming (“Uno
snob”) che il
produttore Albert
Broccoli (“Un
vegetale”).
D’altronde, con uno
come lui mai dire
mai…
22 RdC Novembre 2006
LA GRANDE
ABBUFFATA
14
sabato
Manicaretti e non solo.
Viaggio fantastico tra divi,
film e ricette
DI CHIARA UGOLINI
In Volo sulla Capitale
Cammino per la città della
musica diventata per nove
giorni città del cinema. E’ la
classica notte dopo. Ho fame.
E fa freddo. Mi siedo su una
panchina e chiudo gli occhi.
Li riapro in un affollato
appartamento newyorkese
degli anni Cinquanta. Nicole
Kidman, un pellicciotto sulle
spalle, fa gli onori di casa.
Tutto intorno signori di
mezz’età affondano i denti in
tramezzini untuosi, le lingue
nei bicchieri di champagne. C’è
molto fumo, la stanza è troppo
calda e affollata… Sul balcone
trovo Nicole che mi fissa
malinconica e mi dice: “Meglio
una buona spigola da Rosetta,
dove il cuoco Massimo fa il
miglior pesce di Roma”. Le
faccio un cenno di intesa e
vado via. Cammino, cammino
finché sulla mia destra vedo il
mare. Alzo gli occhi verso una
veranda illuminata sulla notte
genovese, un gruppo di uomini
in cravatta e due russe con
bottiglie di vodka suonano a
un campanello, decido di
seguirli. Sulla porta ci accoglie
Fabio Volo: “Entrate c’è
minestrone per tutti”. Buono il
minestrone genovese, tutte
verdure fresche a cui
aggiungere un bel cucchiaio di
pesto a fine cottura. Anche qui
però mi stanco presto. Al
porto è arrivata da poco una
nave mercantile. Il capitano è
Ferrante, commerciante
elbano, che sembra uscito da
un romanzo dell’Ottocento.
Chiedo ai mozzi cosa porta: mi
dicono caciotte, olio d’oliva,
vino. Potrei quasi chiedere un
passaggio. E invece ricordo
l’invito dall’ambasciatore
tedesco. La residenza è una
villa che toglie il fiato: nel
giardino tavole per tutti i gusti.
Uno su due ce la fa, e il film di Eugenio Cappuccio ce l’ha fatta benissimo.
Drammatico il registro, che Fabio Volo fa vibrare con un’interpretazione da applausi.
Quindi pollice alto, ma equilibrio precario: solo sbilanciandosi – nel film addirittura col
parapendio – si può sperare in un comodo atterraggio. Sul red carpet della Festa.
15
domenica
Leo d’autore
Che fosse bello si sapeva, che fosse così
bravo lo si sperava. Leonardo Di Caprio ha
incantato in passerella, con occhi malandrini
ed eleganza europea, e sullo schermo,
regalando a Scorsese una prova maiuscola
in The Departed. Sono lontani i tempi di
Titanic, Leo oggi non tiene più solo la rotta
dello showbiz, naviga in acque d’autore.
16
lunedì
Fashion Gere
Forse non è più american
gigolo, di certo Richard Gere è
rimasto ufficiale & gentiluomo.
Guardare per credere, in pochi
hanno il suo physique du rôle
sul red carpet, quasi nessuno
il trasformismo necessario
all’Imbroglio di Lasse
Hallström. La moglie Carey
Lowell è avvisata…
Novembre 2006 RdC 23
PILLOLE DI ROMA
I fantastici B
Maestri sul lettino
18
mercoledì
Bernardo Bertolucci, Marco
Bellocchio e la psicanalisi. Seduti
sulle poltroncine dell’Auditorium, i
due registi si sono però confrontati
sul lettino: “Se avessi volato tanto
quanto ho frequentato lo
psicanalista, oggi piloterei un
jumbo” ha confessato Bertolucci.
Niente male per uno che rischiava
di finire ko per I pugni in tasca del
collega “arrivati dritti allo
stomaco”. Scansato il pericolo,
B&B hanno ballato insieme un
ultimo tango alla Festa.
Dal Minimeo Besson ai "Bel-lucci": ecco la lettera su cui puntare
19
giovedì
17
martedì
Lucky Luc
A vederlo così grande e grosso non si direbbe, ma Luc Besson alla
Festa è venuto travestito da folletto, anzi da Minimeo. Il regista francese
ha letto stralci del romanzo ispiratore, da lui stesso scritto, e offerto un
lauto antipasto del kolossal di animazione Arthur e il popolo dei Minimei.
Un progetto che avrebbe dovuto sancire il suo addio al cinema, ma
Luc(ky) ha fatto dietro front. Avanti, miei Minimei!
24 RdC Novembre 2006
Georgia familiare
Dalla Georgia con furore. A
Roma sono arrivati i Babluani, il
padre Temur e i figli Gela
(co-regista) e Giorgi (interprete)
con L’héritage. Un’eredità familiare
che ora Gela porterà in dote a
Hollywood dove dirigerà il remake
del suo acclamato 13 (Tzameti).
20
venerdì
Laura tra i mostri (sacri)
Anche in versione dark, Laura Chiatti si è sentita
a casa alla Festa. O meglio A casa nostra, il film di
Francesca Comencini in cui interpreta Elodie, modella
avvenente e sfortunata. Ben altra sorte arride a
Laura: sicura promessa, non solo sul red carpet.
Harrison sempreverde
Di film il buon Harrison Ford non ne ha portati.
Ma ha consegnato un premio (all’agente Jim
Berkus) e spazzato via i dubbi sulla sua tenuta
fisica: “Troppo vecchio per Indiana Jones?
Neanche per sogno!”. I detrattori del 64enne
attore sono avvertiti…
Con grossa difficoltà scelgo
champagne per Hitchcock,
cubi di tonno del
Mediterraneo per Casablanca,
involtini di peperoni rossi per
La sposa turca e un timballo
di maccheroni che ricorda
tanto quello de Il Gattopardo.
Tutto buono, tutto troppo.
Saluto l’ambasciatore con la
testa piena di bollicine e vado
via. Quasi senza
accorgermene mi ritrovo in
Argentina a casa di emigranti
calabresi: soppressata, n’dujia,
fileja al sugo di capra. Sto
cercando Tony Vilar, quello
che cantava Quando calienta
el sol e all’apice della sua
carriera scomparve. Distrutto
da alcol, cibo e chiacchiere mi
addormento su un divano. Mi
risveglio in un elegante
ristorante di Boston. Accanto
a me una coppia al dolce: una
torta al cioccolato alta come
una torre, un caramello a fare
da pennacchio. L’uomo, che è
Matt Damon, sorride alla
ragazza e le dice: “Ma cos’è
questa roba? Se si muove gli
sparo!”. In un angolo un
gruppo di uomini eleganti, più
chiassosi e volgari. Fra loro
c’è Luca Zingaretti, fuori dalle
finestre però Milano.
Il cameriere snocciola le
specialità del giorno:
gnocchetti di patate con
astice, gamberi e scaloppa di
fois gras, i faccendieri
milanesi non apprezzano:
“Non ci sarebbe la
cassoeula?”. Ricomincio a
camminare per le strade di
questa città che è New York,
o forse Genova, Boston o
Milano. Mi fermo a guardare
in una finestra una coppia
innamorata. Lui sta
preparando, lei entra in
cucina: “Cosa prepari?”, gli
chiede. “Stracotto al barolo.”
“E ci metti i chiodi di
garofano?”. “Ci andrebbero,
ma non mi piacciono e non ce
li metto”. “Che vino hai preso
per cucinare?”. La moglie
solleva una bottiglia. Da qui
sembra un Barolo dei Poderi
di Luigi Einaudi. “Ma è un
vino da cinquanta euro la
bottiglia…”. “Se è per questo
- risponde lui serafico – ne
abbiamo due, una per
cucinare e una per bere”.
Credo di aver trovato dove
cenare. E se mi rimane un
languorino farò un salto alla
cena della Città di Torino per
un bonet di amaretto con
salsa di caffè e rhum e un
bicchiere di buon Asti.
Buonanotte.
21
sabato
Robert d’Italia
Come si può negare il
passaporto italiano a quel bravo
ragazzo, avranno pensato il
presidente Napolitano e il sindaco
Veltroni. Detto, fatto: ora Robert
De Niro può finalmente sentirsi at
home nel Bel Paese. Per noi molte
più chance agli Oscar…
Guarda chi ti premio...
C’è anche il candido Ninetto
Davoli, interprete di Uno su due,
tra i premiati di questa prima
Festa. Un volto noto tra tanti
illustri sconosciuti, a cominciare
da Kirill Serebrennikov, regista del
vincitore Playing the Victim.
Carneade abita qui.
Novembre 2006 RdC 25
COVER STORY
ERAVAMO
E
26 RdC Novembre 2006
La battaglia di Iwo Jima raccontata da Eastwood
in Flags of Our Fathers. Un film dolente
sull’uso della propaganda, la morte della giovinezza
e la tragedia della guerra
DI ENRICO MAGRELLI
ROI
Novembre 2006 RdC 27
COVER STORY
L
La guerra per Clint Eastwood non è una triste sinfonia
dell’anima come per Terrence Malick ne La sottile linea rossa.
È una tragedia più complessa. Un’esperienza della quale
uomini/soldati non si liberano più. È sangue, orrore, morte.
È perdita di se stessi. È una tragedia della giovinezza: quasi tutti
quelli che muoiono sui campi di battaglia non avranno mai la
gioia di diventare prima adulti e poi vecchi. Flags of Our Fathers
(in anteprima al Festival di Torino) è per la Seconda Guerra
Mondiale quello che Gli spietati è per il western. Dissipata la
nebbia della leggenda, restano i cadaveri, la crudeltà, la
propaganda, l’uso che la politica e le ideologie fanno del mito
dell’eroe e della frontiera. Flags è uno dei migliori film
dell’anno e il più raffinato, emotivo, intelligente film moderno
sulla guerra che ha spezzato in due parti il Novecento. Ispirato
al romanzo di James Bradley (figlio di John, uno dei
protagonisti reali della storia) e Ron Powers, prodotto da
Steven Spielberg e dallo stesso Eastwood, il film ricostruisce e
decostruisce la sanguinosa e cruciale battaglia di Iwo Jima.
Conquistare quell’isola era ed è stato il passaggio obbligato per
vincere la Guerra del Pacifico. Iwo Jima, su cui erano dislocati
22mila giapponesi, era la stazione di pre-allarme per la
terraferma e consentiva alle difese antiaeree nipponiche di
colpire facilmente i bombardieri americani. Lo sbarco sull’isola
ebbe inizio il 19 febbraio 1945 e durante la sanguinosa
battaglia, durata più di un mese, morirono 6821 americani e
sopravvissero solo 1083 soldati giapponesi. Una carneficina. Le
scene dello sbarco e di combattimento, nonostante il
coinvolgimento produttivo di Spielberg, non somigliano nella
violenza, nella coreografia delle truppe, nel dinamismo grafico
28 RdC Novembre 2006
e nella regia a quelle di Salvate il soldato Ryan. Le immagini,
con i colori desaturati, hanno la brutalità, l’asciuttezza nefasta
delle vere foto d’epoca che sfilano nei titoli di coda del film. E
una foto celeberrima catturata dall’obiettivo di Joe Rosenthal è
uno dei punti focali della narrazione. L’immagine è quella dei
sei soldati che issano una bandiera americana (è la seconda
bandiera che viene innalzata in quel giorno fatidico, il quinto
dopo lo sbarco) sulla sommità del monte Suribachi. Solo tre
dei soldati protagonisti di quel momento storico
sopravviveranno. John Bradley, interpretato da Ryan Phillippe,
Ira Hayes (Adam Beach, un nativo americano al quale Johnny
Cash e Bob Dylan dedicheranno una canzone e che morirà nel
1955 a 32 anni, vittima del razzismo, dell’alcool e dei ricordi) e
Rene Gagnon (Jesse Bradford). I tre sono costretti, come “eroi”,
testimonial della macchina politica, a promuovere l’acquisto
delle obbligazioni necessarie a finanziare le spese belliche in un
tour negli Stati Uniti. Sono storditi, rassegnati, consapevoli
pedine di un potere che usa la guerra e gli uomini che l’hanno
combattuta. E’ la retorica dell’epica eroica. E la voce fuori
campo di James Bradley chiude il film con parole che suonano
come un epitaffio funebre, un monito: “Arrivai alla conclusione
che forse aveva ragione lui: forse gli eroi non esistono. Forse
esistono solo persone come il mio papà. E finalmente capii
perché si sentivano tanto a disagio ad essere chiamati eroi (…).
Avranno anche combattuto per la patria, ma morirono per i
loro amici”. Flags of Our Fathers, scritto da Paul Haggis
(Million Dollar Baby, Crash) e Bill Broyles Jr. (Cast Away,
Jarhead ) lavorando sulle interferenze tra diversi piani
temporali (la battaglia di Iwo Jima, la tournée attraverso gli
Stati Uniti e il presente), vuole rendere omaggio a questi
uomini con una messa in scena che concilia l’intimità con la
Storia. La necessità storiografica del conflitto mondiale non è
un’attenuante, non è uno schermo sentimentale. Il fattore
umano resta negli occhi e nel cuore di Clint Eastwood. E la
seconda parte del dittico, Letters of Iwo Jima, pronto all’inizio
del 2007, scegliendo il punto di vista giapponese, confermerà,
probabilmente, la condanna dell’ipocrisia degli uomini sferzati
dai venti di guerra.
IL TEXANO
DAGLI OCCHI
DI GHIACCIO
E’ stato il reazionario ispettore Callaghan e un
pistolero impassibile. Ma oggi non è più tempo
di valorosi. Parola di Clint
DI LUCA PALLANCH
Scene e volti di Flags
of Our Fathers.
Accanto Eastwood in
macchina da presa
NE SONO PASSATI DI ANNI DA QUANDO CLINT EASTWOOD,
vestendo i panni dell’ispettore Calla(g)han, veniva additato
come il nuovo John Wayne, l’eroe a stelle e strisce capace di
distruggere, almeno sullo schermo, i musi gialli. Simboli,
insieme al Giustiziere della notte Charles Bronson, di un
cinema reazionario che predicava l’uso della forza (o se,
preferite, della violenza) come unico antidoto per
sconfiggere il nemico, di volta in volta identificato con
criminali, serial killer oppure, più semplicemente, vietcong.
Non si parlava allora, agli inizi degli anni Settanta, di
“politicamente corretto”, si ragionava in termini di
rivoluzione, contestazione, ribellione giovanile e, per contro,
s’invocava giustizia ed eroi in grado di applicarla senza tante
remore. La maschera di Clint Eastwood, presa in prestito
dai western, era l’immagine vincente di un’America che non
conosceva debolezze e reagiva al male dilagante nella
metropoli, applicando leggi primordiali, prima fra tutte la
vendetta. E l’America riacquistava sullo schermo una sua
Novembre 2006 RdC 29
COVER STORY
credibilità, esportabile nel mondo (l’ispettore Callaghan è il
modello di buona parte dei commissari dei polizieschi
all’italiana), cancellando, così come aveva propugnato John
Wayne in Berretti verdi, la macchia della guerra in Vietnam.
Ma la macchia era indelebile e l’America continua, ancor
oggi, a fare i conti con il senso di quella sconfitta, che ha
incrinato la fiducia in una sua presunta non solo
imbattibilità, ma anche infallibilità. E oggi, a scavare fra le
macerie di un Paese in cerca di una nuova identità,
ritroviamo proprio quel Clint Eastwood, sempre più
lontano dal personaggio Callaghan, sempre meno eroico,
eppure mai così emblematico, sia pure in forme diverse.
In un’epoca in cui, invece, è necessario essere politicamente
corretti, eccolo tornare sugli schermi con due film che
affrontano la medesima vicenda storica, lo sbarco dei
marines in territorio giapponese nel 1945 e la battaglia sulla
spiaggia di Iwo Jima, immortalata dalla celebre foto di Joe
Rosenthal. Una vicenda già narrata, nel 1949, da Allan
Dwan in Iwo Jima, deserto di fuoco, con protagonista, nella
parte del sergente incaricato di addestrare una squadra di
marines, John Wayne (corsi e ricorsi della Storia
cinematografica). Eastwood la ripropone da due punti di
vista: dalla parte degli americani nel primo, Flags of Our
Fathers, e dalla parte dei giapponesi nel secondo, Red Sun,
Black Sand, due film destinati a specchiarsi l’uno nell’altro e
a completarsi grazie a una visione parallela dei fatti. Con il
sospetto, conoscendo Eastwood, che le due parti non
combacino e alla fine si riflettano, da uno schermo all’altro,
differenze piuttosto che identità. Perché se una cosa ci ha
insegnato il cinema di Eastwood in questi anni è guardare il
mondo da prospettive diverse, una grande lezione da parte
di un attore che si era imposto proprio per la fermezza delle
sue posizioni.
“Non mi interessa la guerra in sé, ma mostrare
come questi soldati siano stati indotti a sacrificarsi”
Clint Eastwood
30 RdC Novembre 2006
Eroe infallibile, come l’America che rappresentava sullo
schermo, fin da quando, straniero senza nome, comparve
nel ristretto orizzonte del western all’italiano e lo portò alla
gloria. Ma lentamente quella maschera, apparentemente priva
di sentimenti, ma anche di “incrinature”, su cui tanto si
ironizzava, ha cominciato a svelare un senso di nostalgia – che
avvolge gli esordi di Eastwood come regista – per una
frontiera che tendeva a scomparire, portando con sé uomini
dall’infanzia breve. Un cinema in movimento, periferico
rispetto al cinema americano degli anni Settanta,
volutamente in tono minore. Più sottile, intrigante,
misterioso del Callaghan che imperversava sugli schermi in
sempre nuove avventure, tanto da cominciare a insinuare
dubbi nella critica, soprattutto in quella francese, che ha il
merito di averlo “sdoganato”. I film degli anni Settanta,
dall’esordio alla regia con Brivido nella notte a L’uomo nel
mirino, sono il preludio a un cinema sempre più personale,
nel quale Eastwood riversa interessi, cultura, arte, musica, in
definitiva se stesso, più di quanto abbia mai lasciato
trapelare dal suo volto di attore. Negli anni Ottanta con
Honkytonk Man e Bird egli rivela una profondità di sguardo
tale da meritarsi dalla critica, sempre alla ricerca di
provvidenziali ancore di salvezza, la patente di Autore.
Nel decennio successivo, regolati definitivamente i conti
con l’amato western, con un film, a suo modo, “definitivo”,
Gli spietati, che fa veramente calare il sipario sul mito della
frontiera, Eastwood è pronto per togliere la maschera, a se
stesso, all’America, a quel mondo perfetto solo perché lo si
guarda a testa in giù. E tutti, anche quelli che lo hanno
deriso, sono costretti a inchinarsi di fronte a opere come
Mystic River e Million Dollar Baby, due variazioni su un
tema che attraversa tutta la sua carriera, ne è quasi il
comune denominatore, la morte. Non più gratuita e a basso
costo, quanto poteva valere in una sparatoria, ma densa di
sentimenti che attendevano da anni un evento drammatico
per riemergere dal passato. Cinema dell’azione e cinema
della riflessione, per una volta, mirabilmente uniti, per cui
la macchina da presa segue i personaggi, spogliandoli
progressivamente, fino a penetrare nella parte più recondita:
l’anima. Il texano dagli occhi di ghiaccio e il cuore nero.
IL SOGNO
E L’EMOZIONE
DEL CINEMA
Museo Nazionale del Cinema
Mole Antonelliana
Via Montebello 20, 10124 Torino
Tel. +39 011.813.8511
www.museocinema.it
Foto: Giovanni Fontana
A TORINO
UN MUSEO UNICO
AL MONDO
INCONTRI
Caravaggio
con grinta
A tu per tu con Alessio Boni,
prossimo Michelangelo
Merisi per il cinema. Che sul
set come nella vita teme la
noia e ama la giustizia
FOTO: PIETRO COCCIA
DI MORANDO MORANDINI
32 RdC Novembre 2006
A
eccezionale senza sforzi particolari. C’è, e
basta. E’ una schiettezza, una semplicità che
affiora anche in questo incontro.
Sei nato a 20 km. da Caravaggio. Come si
chiama il paese? E di che origini sono i tuoi
genitori?
Si chiama Sarnico, in provincia di Bergamo,
ma per motivi di lavoro dei miei genitori,
sono cresciuto a Villongo, li vicino, sino
all’età di 19 anni. I miei possedevano un
negozio di arredamenti bagno. Mio padre
era un piastrellista e mia madre vendeva la
merce in negozio. Proletari, insomma.
Che tipo d’infanzia hai avuto?
Molto serena. Scorazzavo ancora a piedi
nudi per campi e boschi con mio fratello
Marco e gli amici. Con i bancali di mio
padre si costruivano casette di legno, si
giocava a pallone con una lattina in
mezzo alla strada. Sembra un po’ retorico,
ma è vero. Insomma, conservo un bel
Novembre 2006 RdC 33
FOTO: PIERO MARSILI LIBELLI
lessio Boni è un uomo, anzi una
persona schietta. A starci insieme,
si sente poco che fa l’attore. Tiene
molto alle sue origini di uomo
del nord: pratico, concreto, con una grande
manualità che emerge anche nel suo lavoro.
Proprio perché non soffre di egocentrismo,
ha mantenuto o coltivato la capacità di
ascoltare e “vedere” gli altri. Nella vita come
nella recitazione è molto “presente”: non gli
sfugge nulla. Sul lavoro non ama le
controfigure. Si sottopone docilmente alle
fatiche e alle “sevizie” che il mestiere
comporta, sempre attento alle prove faticose
degli altri componenti della troupe. Non
posa mai da attore sia sul lavoro sia per la
strada, fra la gente, dove riesce a non farsi
notare, ma davanti alla cinepresa, nel
personaggio del pittore Michelangelo
Merisi che fu di Amedeo Nazzari (e di Gian
Maria Volonté in tv) - tira fuori una grinta
INCONTRI
FOTO: PIERO MARSILI LIBELLI
Alessio Boni sul
set nei panni di
Caravaggio
ricordo della mia infanzia.
A che età hai scoperto chi era il Caravaggio?
Intorno ai 15-16 anni, quando a scuola si
viene a conoscenza dei grandi nomi dell’Arte.
Vidi una sua mostra, quando avevo
diciott’anni: la verità di quei visi fu piuttosto
sconvolgente.
Ti hanno mai portato, da piccolo, al
santuario di Caravaggio?
Non mi ci hanno mai portato. Ci andai io
quando, con la mitica Vespa azzurra,
cominciai a sentirmi indipendente, andando
in giro per i paesi dei dintorni. Volevo vedere,
conoscere il più possibile i posti nuovi e le
loro realtà tra cui anche Caravaggio. Se devo
essere sincero anche il Santuario non mi
incuriosì più di tanto. Ma ero un ragazzo…
C’è una virtù a cui tieni in modo
particolare?
Delle tre virtù teologali tengo in particolare
alla Speranza. Delle quattro virtù cardinali alla
Giustizia.
Complimenti, vedo l’avevi studiato bene il
catechismo. Tra i sette capitali hai qualche
preferenza?
No, non ho preferenze, ma ahimé a volte
capita che facciano parte della tua vita. Per me
i più odiosi sono l’avarizia, l’invidia e l’accidia.
Qualche motivazione?
La speranza è la vita, la linfa vitale, l’iniezione
di fiducia. Quella che mi ha fatto partire dal
paese e affrontare la meravigliosa avventura
che sto assaporando. La giustizia è l’unica che
ti permette di poter avere fiducia e di
addormentarti con serenità. Tollerare i sette
34 RdC Novembre 2006
vizi negli altri? Non sempre ci riesco.
Fai l’attore: un mestiere, un’arte o un
destino?
Per me è stato un destino. Lo considero un
mestiere bellissimo che a volte può essere
un’arte.
Tra i film, anche in tv, che finora hai
interpretato, se dovessi salvarne soltanto tre?
La meglio gioventù di Giordana, Arrivederci
amore, ciao di Soavi, Viaggio segreto di Andò.
Spero in Caravaggio, ma non l’ho ancora
visto.
Ricordi il primo film che ti toccò dentro?
C’era una volta in America di Sergio Leone:
per la capacità di raccontare il senso alto
dell’amicizia e del suo tradimento.
I tuoi registi preferiti, di ieri e di oggi?
Alla rinfusa: Pollack, Truffaut, Wong Kar-wai,
Kubrick, la Campion, Loach, Fellini, Leone,
Visconti, Bellocchio, Bertolucci, Amelio,
Petri. E tanti altri, credimi.
Tra loro c’è qualcuno con cui vorresti
lavorare?
Con tutti coloro che mi propongono un
personaggio e una storia che possa diventare
un bel viaggio insieme.
C’è un personaggio storico, letterario,
teatrale che vorresti interpretare?
Molti. Dato che amo il Medioevo, Federico II
di Svevia per il suo forte desiderio di
migliorare l’uomo e di cambiare la regole.
Hai qualche hobby?
Oltre a leggere, scrivere, vedere film, andare a
teatro, vedere mostre, amo la fotografia e lo
sci. Adoro perdermi nella natura con la mia
moto. Impazzisco per i viaggi: viaggiando, c’è
molto da imparare.
In cucina come stai? Piatti preferiti?
In cucina sopravvivo. Il piatto che mi riesce
meglio è il risotto allo zafferano, da buon
lumbard.
Citami qualcuno da cui hai molto
imparato, nella vita o nel mestiere.
Sicuramente i miei genitori, mia nonna
Maddalena, il regista greco Andreas Rallis, il
mio maestro Orazio Costa, Strehler, un
signore che obiettava nel mio condominio
(Bruno Morotti), i miei fratelli. E pochi
amici.
Che virtù apprezzi di più in una donna?
La giustizia.
E in un uomo?
La giustizia.
Non essere sincero se vuoi, ma qual è il
difetto che non vorresti avere?
L’intolleranza.
La scrittrice brasiliana Clearice Lispector
ha scritto: “L’essere nati è pieno di errori da
correggere”. Hai errori che hai corretto o
che vorresti correggere?
Vorrei correggere il più possibile la mia
ignoranza.
Che cos’è per te la paura?
L’incontro con la stupidità, l’ignoto oscuro, la
noia.
Temi più la vecchiaia o la morte?
La vecchiaia, credo. La morte? Quando verrà,
non ci sarò io e viceversa. La vecchiaia può
essere una fase della vita difficile e delicata. Il
che non significa che non voglio invecchiare.
Se fossi costretto a emigrare, che paese
sceglieresti?
Il Sudamerica, forse. Per quel modo ancora
naturale e innocente di sapere cogliere la vita.
Un anagramma di “teatro” è “attore”. E al
cinema?
“Macine”. Forse allude a qualcosa.
Si parla tanto di riforme per cambiare
l’Italia. Secondo te, qual è la più
importante e/o urgente?
Non credo molto alle riforme se manca la
forma. Qual è la forma dell’Italia? Dovremmo
puntare su questo, formandoci ogni giorno,
senza cercare di restaurare facciate del nulla.
Cercare di diventare persone di valore nel
campo che si sceglie, qualsiasi esso sia, a
prescindere dal successo, potrebbe servire a
qualcosa a proposito di forma.
“La vecchiaia mi intimorisce perché può essere una fase
della vita difficile e delicata. Della morte invece non
ho paura. Quando arriverà lei sarò io a non esserci più”
MARIO
SOLDA
TI
SCRITTORE
GOURMET
Scrittore, gourmet
e regista
PER LE FOTO SI RINGRAZIA L’ARCHIVIO MARIO SOLDATI
E REGISTA
Novembre 2006 RdC 37
Speciale
L’uomo e l’intellettuale
L’artigiano
del cinema
Dall’America primo amore alla
Provinciale: passioni e verità di
un autore che si voleva
“tipografo”. A cent’anni dalla
nascita, il ricordo di un critico doc
DI CALLISTO COSULICH
38 RdC Novembre 2006
‘‘I
l fatto è che non m’interessava eccessivamente fare
cinema. Ho cominciato a lavorarci perché avevo
bisogno di soldi. Il giornalista non lo potevo fare, né il
professore di scuola media, non avendo la tessera del
partito…”. Così rievocava i suoi esordi Mario Soldati in
un’intervista pubblicata nel 1979 in La città del cinema,
volume scritto a più mani, edito a Roma da Napoleone.
Sebbene il ricordo andasse ai primi anni ’30, non abbiamo
motivo di dubitare della verità di queste sue parole. Soldati
era appena tornato dagli Stati Uniti, dove aveva soggiornato
per due anni, nel vano tentativo di stabilirvisi per sempre.
“Negli Stati Uniti arriva
come un emigrante
qualsiasi. Tutto inizia con
una borsa di studio”
Novembre 2006 RdC 39
Speciale
L’uomo e l’intellettuale
CONSIDERAVA DAVVERO “SUO” SOLO LA PROVINCIALE.
GLI ALTRI FILM ERANO “CALLIGRAFICI”
Aveva riportato con sé una moglie e la
nostalgia verso un paese, che lo aveva
affascinato e descriveva in una serie di
articoli, ospitati sulle pagine del Lavoro di
Genova; serie iniziata nel ’29 e proseguita,
dopo il suo ritorno in Italia, fino al ’34, poi
raccolta e pubblicata in un volume
intitolato America primo amore, che
nell’edizione inglese, diverrà su
suggerimento dello stesso autore When
Hope Was Named America.
Che la “speranza si chiamasse America” fu
un sentimento comune nell’Italia degli anni
’30 e dei primi anni ’40, un sentimento
riconoscibile anche in certi atti e
dichiarazioni di Vittorio Mussolini, fin
quando almeno, adeguandosi alla campagna
antisemita, esplosa in Italia nel 1938, il
figlio del Duce non scoprì che Hollywood
era “un covo di ebrei” e plaudì all’iniziativa
del padre, che limitava con leggi fatte su
misura l’importazione di film provenienti
40 RdC Novembre 2006
da quel paese. I film, così come i romanzi di
Steinbeck, Faulkner e Sinclair Lewis (non
Hemingway, che il fascismo aveva
provveduto a proibire) contribuivano
potentemente alla sua mitizzazione, come
avrebbe spiegato nel dopoguerra Cesare
Pavese: “Una volta anche un libro minore
che venisse di là, ci strappava un consenso”.
E poi: “Laggiù noi cercammo e trovammo
noi stessi. Dalle pagine dure e bizzarre di
quei romanzi, dalle immagini di quel film
venne a noi la prima certezza che il
disordine, lo stato violento, l’inquietudine
della nostra adolescenza e di tutta la società
che ci avvolgeva, potevano risolversi e
placarsi in uno stile, in un ordine nuovo,
potevano e dovevano trasfigurarsi in una
nuova leggenda dell’uomo”.
Noi chi? Pavese parlava a nome di
Vittoriani, che nel ’42 aveva curato per
Bompiani Americana, antologia di scrittori
statunitensi di tutti i tempi; a nome di
Emilio Cecchi, autore di America amara,
libro di viaggio che condensava la sua
esperienza del Nuovo Mondo, fatta durante
i ripetuti viaggi oltreoceano da lui effettuati,
prima come insegnante di cultura italiana a
Berkeley, poi nelle vesti di accademico
d’Italia. No di certo a nome di Soldati, che
vi si era recato con una borsa di studio e poi
aveva tentato di rimanervi come qualsiasi
emigrante. Pavese aveva dell’America
un’immagine riflessa attraverso libri e film;
Cecchi l’aveva vista dall’alto del suo status
accademico. Soldati invece, ne conservava
l’immagine diretta, cogliendo gli enormi
contrasti del “Grande Paese”, oltretutto
colpito a quel tempo dagli effetti devastanti
della crisi del ’29. Ma tutto ciò non
intaccava l’amore, che sentiva nei suoi
confronti, un sentimento, non filtrato
attraverso la cultura e l’immaginazione: un
amore “ignaro, folle, prodigo, io l’amavo
come un amante…”. Così Mario Soldati,
scrittore per vocazione, cineasta per
necessità, che fu assorbito prevalentemente
dal cinema in un momento nel quale in
Italia si era ancora fermi a discutere se il
cinema fosse o no un’arte, in cui la maggior
parte della cultura ufficiale definiva i
cineasti la “legione straniera degli
intellettuali”. In tempi più o meno brevi
tutti si convertirono. Anche grazie all’opera
di alfabetizzazione compiuta dai circoli del
cinema. Non Mario Soldati, che, pur
facendolo, continuò a definire il cinema una
“arte tipografica”, cioè una “non-arte”. Una
posizione, comunque, contraddetta spesso
dai suoi atti (i film) e anche dalle sue parole.
Basta scorrere la sua filmografia, che
comprende sì opere quali Tutto per la donna,
Botta e risposta, Quel bandito sono io!, E
l’amor che mi rovina, Il sogno di Zorro, O.K.
Nerone, I tre corsari; film che per eufemismo
dovremmo definire alimentari. Aristarco
scrisse che Soldati, continuando a negare la
possibilità del cinema di generare opere
d’arte, anche quando veniva ammessa da
un’autorità in materia, quale Benedetto
Croce, parlava pro domo sua, per giustificare
Mario Soldati con la
moglie Jucci Kellermann
sul set di Piccolo mondo
antico
la pochezza artistica dei propri film (Storia
delle teoriche del film, Einaudi 1960, pag.
69). Ma Soldati era anche l’autore di
pellicole di ben altre qualità, come Piccolo
mondo antico, in cui Peppe De Santis,
sebbene appartenesse a una scuola critica
che lo rifiutava e definisse l’autore un
“calligrafo”, aveva visto per la prima volta
nel cinema italiano “un paesaggio, non più
rarefatto, pacchiano-pittoresco, ma
finalmente rispondente all’umanità dei
personaggi sia come elemento emotivo che
come indicatore dei loro sentimenti”. Come
Malombra, che all’incirca vent’anni dopo la
sua uscita nel ’42, avrebbe suscitato
l’ammirazione di Ado Kyrou, il più illustre
erotologo del cinema, il quale lo indicò
come uno dei più felici esempi della
corrente formalista, affermatasi negli anni di
guerra, dove si cercava una sintesi tra
l’esasperazione sentimentale del cinema
dannunziano, imperante ai tempi del muto,
e la “prosa d’arte”, salita alla ribalta nel
periodo successivo. Come Fuga in Francia,
che nel ’48 strizzava l’occhio dalla
prospettiva del crime movie alle tematiche
definite con una certa approssimazione
neorealiste, evitando gli scivoloni
melodrammatici dei pur notevoli Il bandito
e Senza pietà, diretti dal suo ex-allievo
Lattuada. Per finire con La provinciale, uno
degli episodi più alti del cosiddetto
neorealismo borghese, anima critica
dell’Italia, che negli anni ’50 si avviava verso
il “miracolo economico”, dove Soldati
rielaborava e attualizzava un racconto lungo
di Moravia, pubblicato nel 1937,
aggiornandolo alla luce dei nuovi tempi.
Del resto lo stesso Soldati, parlando dei suoi
film, pur non facendo mai il nome di arte,
amava praticare certe drastiche distinzioni,
quando si dilungava su Piccolo mondo
antico, Le miserie di Monsù Travet,
soprattutto su La provinciale, l’unico che
reputasse veramente suo (“l’unico vero film
che ho fatto”). E’ difficile pensare che sotto
quel “vero” non si celasse la consapevolezza
di avere superato il livello dell’“arte
tipografica”. E come interpretare il sincero
entusiasmo che manifestava verso film
diretti da altri registi, italiani o stranieri,
quando durante gli anni ’60, esercitò per un
biennio il mestiere del critico sulle pagine
dell’“Europeo”, succedendo a Giuseppe
Marotta? Indirettamente finiva per
riconoscere al cinema statuto di arte, anche
quando spronava Fellini a prendersi lui
carico di Totò, sottraendolo ai mestieranti
che di solito accudivano alla realizzazione
dei film che lo vedevano protagonista. Un
invito che Fellini respinse, scrivendo
probabilmente il più bel giudizio critico che
mai sia apparso sul comico napoletano:
“Intervenire su un simile prodigioso
risultato, modificarlo, costringerlo a
qualcosa di diverso, dargli una diversa
identità, una diversa credibilità, attribuirgli
una psicologia, dei sentimenti, inserirlo in
una storia sarebbe stato oltre che insensato,
deleterio, sacrilego… Si perde di vista che
Totò è un fatto naturale, un gatto, un
pipistrello, qualcosa di compiuto in se
stesso, che è come è, che non puoi
cambiare, tutt’al più puoi fotografarlo”.
Sante parole, di cui ho potuto
personalmente verificare la giustezza
ogniqualvolta mi è capitato di rivedere i
film con Totò, provando un certo fastidio le
rare volte che erano diretti da un regista di
chiara fama, che inevitabilmente finiva per
sovrapporre la propria personalità a quella
dell’attore.
Tornando a Soldati, l’unica volta che ebbi
un sostanzioso rapporto personale con lui,
fu alla fine degli anni ’70, quando
partecipammo entrambi alla giuria del
“Premio Rizzoli”, che si teneva annualmente
a Lacco Ameno in quel di Ischia. Soldati
rimase assai colpito da Passaggi, opera prima
in Super 8 di Claudio Fragasso, realizzata a
costo sottozero, rispetto alla quale il coevo
Io sono un autarchico di Nanni Moretti
pareva Via col vento. Se ricordo bene, il film
parlava di “ragazzi di vita”, che avevano
perduto la vitalità di quelli descritti anni
prima da Pasolini. “Mai visto qualcosa che
racconti così bene la fine dell’Impero
Romano”, esclamò con un entusiasmo che
spezzava l’insieme inscindibile del continuo
spazio-temporale. Difficile immaginare che
un’emozione simile non fosse originata dal
contatto con un film che lui, a torto o a
ragione, riteneva nel suo piccolo un’opera
d’arte.
L’Italia non dimentica
Cene, mostre, retrospettive: tutti gli omaggi da Torino a Roma
L’Italia festeggia Mario Soldati e i
suoi 100 anni. Dopo la Mostra di
Venezia, che ha proiettato il suo
Quartieri alti e la Cineteca di
Bologna, che ha fra l’altro
organizzato una cena “soldatiana”
all’insegna del buon bere e buon
mangiare, arrivano anche Roma,
Milano e Torino. La Festa di Roma,
oltre a presentare il suo Fuga in
Francia, ha allestito una Sala
Soldati nella Casa delle Letterature
con gli originali delle sue
pubblicazioni, la macchina da
scrivere, le foto, i ricordi. E’ intanto
in corso a Milano una ricca
retrospettiva, che andrà avanti fino
a Natale, curata da Paolo
Mereghetti allo Spazio Oberdan.
Non mancherà infine la sua Torino,
che il 17 novembre organizza al
Centro Pannunzio (fondato da
Soldati) un convegno internazionale
sulla figura dello scrittore e il
Museo del Cinema, che in dicembre
allestisce una mostra fotografica e
proietta La provinciale in versione
restaurata.
(C.U.)
Novembre 2006 RdC 41
Speciale
L’intenditore
Il gourmet inna
Soldati alla ricerca del cibo genuino. Tra panettoni, faraone alla creta, minestra di trippa e vino… al vino
DI CHIARA UGOLINI
42 RdC Novembre 2006
morato
C
appello in testa, gli
inconfondibili baffi ben curati, la
pipa in bocca, Mario Soldati
entra in una vecchia pasticceria milanese.
E’ il 1957, ma la pasticceria è molto più
vecchia. Cerca il vero panettone di
Milano, che non ha nulla a che vedere
con quello “industrializzato”, già allora,
cinquant’anni fa.
“Cerco quello basso, il tipo tradizionale”
dice alla proprietaria. Che all’inizio si fa
intervistare, comincia anche a sciorinare
qualche ingrediente: “Farina 00, quella
americana, uova, zucchero, uva sultanina,
cedro candito… insomma non voglio
dire altro per ragioni professionali”.
Inizia così l’ottava puntata di Viaggio
lungo il Po – Alla ricerca dei cibi genuini,
la serie televisiva che nella Rai della rete
Novembre 2006 RdC 43
Speciale
L’intenditore
Viaggio lungo la valle
del Po. Nella foto
grande Soldati durante
una pausa delle riprese
unica, quell’intellettuale, esploratore,
gourmet e gourmand, regista, narratore
e a suo modo sociologo che fu Mario
Soldati, inventò e curò. Fu un vero faro
e un assoluto precursore di ogni forma
di turismo enogastronomico e di
giornalismo enoculturale, che fioriscono
così abbondantemente oggi nel
panorama editoriale e televisivo italiano.
Mario Soldati ci era arrivato, con ironia,
curiosità, preparazione e stile molti,
molti anni prima, come ci ha ricordato
la Cineteca di Bologna che lo ha
festeggiato proiettando i suoi film ma
soprattutto quelle straordinarie
trasmissioni televisive. E’ bello, a cento
anni dalla nascita, avvenuta a Torino il
17 novembre del 1906, ricordare anche
quest’anima dello scrittore e del cineasta.
Poteva essere una vecchia trattoria con
un nome singolare, “della pesa”, perché
dotata di bilancia per ferro, legno e
carbone, o un allevamento di maiali
nella pianura padana. Poteva essere un
ristorantino della provincia lombarda,
unico posto dove mangiare la faraona
alla creta, o un salumificio della Bassa.
Con lo stesso piglio ironico, la stessa
semplicità nel formulare le domande, la
stessa curiosità nel porle, Mario Soldati
si avventurava nella sua ricerca: “Perché
il prosciutto crudo ha l’osso e quello
cotto no? Quante volte al giorno
mangiano i maiali e cosa? Perché solo a
San Martino in Beliseto si cucina la
faraona alla creta?”.
Mario Soldati si metteva dalla parte dei
suoi spettatori a casa, che infatti gli
scrivevano numerosi: “Perché non ha
parlato dei bolliti di Carrù?”, da Ivrea
protestavano “Signor Soldati si è
44 RdC Novembre 2006
scordato di parlare di Carema, città dei
vigneti!”. Ma lui in realtà non aveva
scordato nulla, il viaggio non poteva
essere né esauriente, né completo e per
questo al Viaggio televisivo poi seguì
quello letterario: la serie di libri Vino al
vino e poi tanti altri scritti, di cui una
selezione è stata riproposta quest’anno in
Da leccarsi i baffi. Memorabili viaggi in
Italia alla scoperta del cibo e del vino
genuino (Deriveapprodi), un’antologia di
scritti su cibo, olio, acqua ma
soprattutto vino dalla Valle d’Aosta alla
Sicilia, realizzati tra il ’59 e il ’75.
Un viaggio da nord a sud, dal valdostano
vino di Morgex, nato e coltivato a
milleduecento metri, fino al siciliano
Albanello, un vino da aperitivo, uno
sherry dry da diciannove gradi.
In mezzo c’è l’Italia, i suoi vini (alcuni,
certo non tutti), i suoi protagonisti e
ogni vino è una scusa per raccontare una
storia. Come quella di Luigi Einaudi,
economista, uomo politico, governatore
della Banca d’Italia, vicepresidente del
Consiglio e poi Presidente della
Repubblica, ma anche – come pochi
forse sanno – produttore di vini. Soldati,
LA VIA
DEL GUSTO
Quel che resta del Viaggio nella valle del
Po: percorso a tappe nelle cucine
d’Italia, aspettando il documentario che
50 anni dopo lo ricorderà su RaiTre
DI PAOLO ALEOTTI
uando, con Emiliano Morreale e a
Maria Paola Quaglia, abbiamo
deciso per Rai Tre di inseguire ciò
che resta del Viaggio nella valle del Po, alla
ricerca dei cibi genuini di Mario Soldati
(1956), ci siamo resi conto di due o tre
cose. Che la scia di quell’impresa
televisiva è ancora ben viva, nel ricordo
dei testimoni e dei loro eredi. Che la sua
analisi sociologica è tuttora valida. Che il
mutato ruolo della tv rende impossibile
oggi un’impresa simile. Che quel viaggio
si inquadra ancor meglio se si toccano
contemporaneamente alcuni dei luoghi
italiani che Soldati amò di più. Il suo
assunto di partenza è semplice e vincente:
il modo più diretto per conoscere un
paese è praticare la cucina della gente che
ci vive. Il risultato furono 12 puntate di
uno splendido programma televisivo che
qualche critico accosta ora alle prove
migliori del neorealismo italiano. A mo’
di esempio, vale così la pena citare in
ordine sparso alcuni degli incontri
scaturiti dal nostro viaggio di
ricognizione, che si concretizzerà in un
documentario che Rai3 trasmetterà in
due puntate, proprio in prossimità del
centenario della nascita di Soldati, 17
novembre 2006.
Q
Precursore del moderno giornalismo
enogastronomico, andava a caccia dei piatti
regionali per raccontare il Paese
Novembre 2006 RdC 45
Speciale
L’intenditore
LA SALAMA DI BONDENO
A Bondeno, in provincia di Ferrara, la
continuità di una tradizione che ancora
resiste è rappresentata dal ristorante Tassi.
50 anni fa Soldati incontrava il padrone e
cuoco e, durante
un’intervista
esilarante, scopriva le
delizie della “salama
da sugo”, cotta
dentro pentole
speciali inventate dal
padre del
proprietario, e ne
svelava la
straordinaria capacità di schiacciare noci
con una sola formidabile ditata. Oggi il
ristorante Tassi è ancora lì. Stesse ricette,
stessa clientela semplice e buongustaia,
anche se la nuova coscienza da pericolocolesterolo frena la clientela di fronte alla
seducente ma pesante “salama”.
che ha avuto la fortuna di conoscerlo e
visitare la sua azienda a Dogliani
(provincia di Cuneo), conduce il lettore
in una degustazione che è sì vinicola, ma
è anche economica, politica: “Sono
convinto di non prevaricare se suppongo
che, venendo al nostro sistema di
legislazione enologica, Luigi Einaudi
avrebbe detto lo stesso di DOC e
DOCG, che sappiamo inevitabile fonte
di equivoco e di corruzione, e che non
garantiscono un bel niente”. Non so
Luigi Einaudi, ma Soldati ne fu sempre
assertore convinto.
Ma non è l’unica idea eversiva del
Soldati intenditore, che in Vino al vino
scrive: “Ho detto più volte che
l’etichetta ha una funzione
esclusivamente negativa. Il vino non è
mai buono grazie all’etichetta ma
malgrado l’etichetta. Quei marchi, quei
fregi, quei nomi, anche se reputatissimi,
non contano mai niente”.
E che nella serie televisiva mette in
1948: Mario Soldati col
figlio Wolfango nella sua
casa di Roma
RANE CINESI
Atmosfera diversa a Pavia, dove Soldati
arriva per scoprire la società fluviale del
Borgo che costeggia il Ticino nonché i
segreti delle rane. Prelibatezza culinaria, ma
anche sostegno indispensabile per
l’alimentazione della popolazione locale,
bisognosa,
raccontava in
video lo
scrittore, del
calcio
contenuto
negli ossicini
dei piccoli anfibi, da mangiare tutti interi,
dopo essere stati spellati e fritti. La famosa
trattoria Ferrari, che 50 anni fa aveva
accolto a braccia aperte Soldati e la sua
numerosa troupe, aveva troppo da fare per
trovare un quarto d’ora da dedicare
all’iniziativa di Rai 3. E le rane, d’altra
parte, sono state ormai in tutta la zona
sterminate dai diserbanti. Si servono, nelle
trattorie che conservano gentilezza e savoir
faire (come l’Osteria Ca’ Bella) gigantesche
rane surgelate e importate dalla Cina.
IL LATTE
PIU’ DEL
LODIGIANO
A Bertonico
(Lodi) la
conferma che
l’industria del
latte continua
nella vocazione
supermodernista
che tanto aveva
46 RdC Novembre 2006
“Il vino – diceva – non è mai buono per
l’etichetta. Tutti quei marchi non contano
mai niente”
guardia: “Fumare a tavola è una
mostruosità e ve lo dice un fumatore.
Per rispetto al cibo e per rispetto al
fumo, io tengo le due cose decisamente
separate”. Era il 1957, a qualcuno
sembrava un’eresia. Sopra tutti però,
sopra le bottiglie, i bicchieri, le merende,
i vini e persino sopra le storie, ci sono i
luoghi e le persone. I viaggi di Soldati
sono sempre viaggi tra vigne, paesi,
colline e campagne, ma anche viaggi
attraverso la storia e i suoi personaggi,
compagni di scorribande di Soldati che
costituiscono il panorama culturale della
seconda metà del Novecento: primo fra
tutti Luigi Veronelli, “anarcoenologo” o
“Gino gran maestro di etichette, dal
quale ho imparato a diffidare di esse”,
come lo chiamava Soldati.
Oltre agli illustri compagni di avventure
anche tanti produttori, ristoratori,
enologi, resi immortali dalla penna
attenta di Soldati. Come Don
Raimondo Fresi, “enomane elemosiniere
della Costa Smeralda”. Un giovanile
parroco di Porto Cervo con una cantina
“alla Disneyland”, nella quale stappa una
dopo l’altra bottiglie di Vernaccia,
Malvasia di Bosa. Come la ragazzina
delle montagne di
Pontremoli che vende
lamponi ai bordi delle
strade, dal mento liscio
come la porcellana “di
quella particolare liscezza di
chi non si lava mai”. Come
“Checu, l’aristocratico”,
ristoratore genovese della
trattoria Al Toro, dove il
menù è sempre lo stesso:
antipasto di acciughe, burro
e sottaceti, minestra di
trippe alla sbirra, fricassea di
agnello, costolettine e
spezzatini in un velo
d’umido e infine l’autentico
pan dusse, pane dolce
genovese. Come il Duca di
Solimena, nobile siciliano
impoverito che si permette
un pasto alla settimana al
ristorante e che Soldati
incontra a Chicago in una
“Soldati Spaghetti’s House”,
trovata per caso sull’elenco
del telefono. Un siciliano
trapiantato in America che
commercia in granaglie, ma
non ne guadagna
abbastanza tanto da dire:
“Questa è l’America, non
l’Europa. Là tutti possono
essere felici persino…”. E il
Duca non finisce la frase, lo
fa Soldati per lui: “… i
poveri”. Volti, nomi, mani,
sguardi. Perché come
Soldati scrive in Vino al
vino: “Che cosa ci dice
l’odorato, e il palato,
quando sorseggiamo un
vino prodotto in un luogo,
in un paesaggio che non
abbiamo mai visto, da una terra in cui
non abbiamo mai affondato il piede, e
da gente che non abbiamo guardato
negli occhi, e alla quale non abbiamo
mai stretto la mano? Poco, molto poco”.
colpito Mario Soldati. Grazie a sofisticati
sistemi di controllo, nelle aziende pilota,
come La Frisa, si produce genuino latte da
vendere “alla spina”.
LA TRATTORIA DI HO CHI MINH
Alla trattoria dell’Antica Pesa, in una
zona una volta considerata quasi periferia di
Milano, ritroviamo lo
stile di un tempo. C’è
sempre il tavolo che
Soldati riservava per le
sue mangiate, bevute e
partite a scopone.
Piatti e bicchieri che
sfamavano e
dissetavano Dino
Buzzati, Pier Paolo
Pasolini, Luchino
Visconti o Indro Montanelli, ora servono il
gran mondo della moda, Giorgio Armani
in testa. La signora Alba Sassi sognava da
anni di rilevare un cenacolo tanto ricco di
soldatiana memoria, dove un giorno servì,
come cameriere, addirittura Ho Chi Minh.
I suoi racconti sulla forza, a tratti gioviale a
tratti severa, del carattere di Soldati non
sono tutti di prima mano. Ma coincidono
con tutte le testimonianze che ritroviamo: ai
piedi del Monviso, mentre un pescatore ci
spiega cosa bisognerebbe fare per ripopolare
un Po abbandonato a se stesso; a Corconio,
in un alberghino con vista fenomenale sul
lago d’Orta dove, come ci racconta il suo
ultimo editore, Roberto Cicala, Soldati si
rifugiò (per due anni!) per superare una
delusione amorosa e sfornare i suoi primi
romanzi.
(GENE) GNOCCHI IN CUCINA
A Fidenza, cittadina che Soldati adorava
per la buona musica e il buon cibo, Mario
Soldati aveva eletto, per
compagno di
passeggiate e bevute, il
cognato della signora
Ghiozzi (mamma di sei
figli tra cui Gene
Gnocchi), che gestisce
la deliziosa Trattoria
del Duomo, meta
anch’essa per anni
delle sue scorribande
gastronomiche. Che
non devono trarre
però in inganno. Il gusto per il cibo si
interseca e si confonde in lui con gli altri
suoi compagni di viaggio, il cinema, la
letteratura. E con la curiosità per un’Italia
del gusto, di cui per primo seppe cogliere
segreti e risvolti, materiali e intellettuali.
Novembre 2006 RdC 47
Speciale
100 anni di solitudine
Tellaro ricorda
Battaglie in consiglio comunale,
partite a scopone e scaramucce
col parroco. Il rapporto di amore e
odio col paesino ligure che l’ha
adottato e abbandonato
DI DIEGO GIULIANI
Appassionato di scopone, buona forchetta,
amante della compagnia e fin troppo
estroverso. Questo il ricordo lasciato da
Mario Soldati a Tellaro, paesino della costa
ligure in provincia di Lerici, dove il regista e
scrittore ha di fatto trascorso i suoi ultimi
trent’anni, fino alla scomparsa nel giugno
del ‘99. Voci e umori degli abitanti
schizzano il ritratto ambivalente di un fine
intellettuale, che ospitava con la stessa
disinvoltura Alberto Sordi e Robert De
Niro, Gianni Boniperti e Federico Fellini,
Walter Chiari e Sophia Loren. Un uomo
molto apprezzato per l’impegno in consiglio
comunale, ma poi ostracizzato per le
simpatie socialiste e l’amicizia con Bettino
Craxi. “Gli intellettuali lo stimavano, ma il
popolo non l’ha mai amato”, riassume
Armando Sarbia, per tanti anni amico e
confidente di Soldati, che tutti indicano
come la persona del paese a lui più vicina.
Via Gramsci, via della Pace: la diffidenza di
Tellaro nei suoi confronti affonda le radici
nella tradizione ‘rossa’ di cui parla la
toponomastica. “Soldati era notoriamente
socialista, mentre questo - racconta il signor
Armando - è sempre stato un feudo del Pci.
Scrivendo su numerosi giornali, Mario aveva
fatto diversi favori a Craxi, e quando lui era
Presidente del Consiglio si era addirittura
candidato al Senato nel collegio torinese
della Fiat. Era una roccaforte operaia e
infatti non è passato, ma l’ha fatto per
portare voti al partito”. I tellaresi a lui più
vicini lo ricordano come “un signore, che se
guadagnava 100 spendeva 120, senza mai
battere un ciglio”. Sempre Armando, che
più volte gli ha fatto da autista e
accompagnatore, ricorda come la sua casa
fosse un porto di mare: “Ogni sera a cena
c’erano almeno 20 persone. Venivano
l’editore Garzanti, Attilio Bertolucci, il padre
di Bernardo, e poi anche Alberto Sordi,
Zucchero e tanti personaggi del cinema.
Una volta ha addirittura ospitato Robert De
Niro per una settimana”. Si mangiava e
chiacchierava a casa Soldati, ma soprattutto
si giocava a scopone. Una passione,
tramutata addirittura in un libro, che prima
48 RdC Novembre 2006
Uno scorcio di Tellaro.
Sotto Mario Soldati
o poi ha coinvolto tutto il paese: “Amava
molto giocare e ci invitava spesso nella sua
villa”, ricorda il signor Vittorio, oggi
impiegato a La Spezia. Nonostante le
apparenze, Soldati conduceva però una vita
abbastanza ritirata. Apriva le porte della sua
villa in riva al mare, piuttosto che
partecipare direttamente alla vita del luogo.
Significativa eccezione, il concreto impegno
per il paese, che gli è valso la cittadinanza
onoraria nella vicina Lerici: “Fu tra i primi a
venire, alla fine degli anni ‘50 - ricorda
Francesco, una vita all’Arsenale Militare di
La Spezia -. Per Tellaro si è battuto molto.
La chiesa stava franando sul mare e insieme
al parroco si è impegnato in prima persona,
per il rafforzamento della diga e la
costruzione della falesia”.
A Soldati non mancava però il carattere e
proprio con il parroco è stato una volta
protagonista di una divertente scaramuccia
alla Peppone e
Don Camillo:
“Era stato convocato un consiglio comunale
in piazza - ricorda Francesco -. Quando
doveva parlare lui era però ormai
mezzogiorno e le campane della chiesa si
sono messe a suonare. Soldati se l’è presa col
parroco, gridando al sabotaggio, e c’è
mancato poco che se lo mangiasse dalla
rabbia”. Brio e partecipazione alla vita del
paese vanno poi scemando negli ultimi
anni. Agli acciacchi della malattia si
aggiunge una sottile amarezza, che trapela
dalle testimonianze del paese: “Soldati ha
fatto tanto per Tellaro e Tellaro non gli ha
dato niente - riassume Armando -. Lo
cercavano quando avevano bisogno di
favori, ma non lo hanno mai ripagato per
tutto quello che ha fatto. Frequentava tanta
gente, ma di amici veri qui in paese ne
aveva pochi”.
OPUS 2006
Uno spot è pubblicità.
Uno spot al cinema è spettacolo.
La pubblicità al cinema fa spettacolo.
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Sede di Roma - Via Flavio Domiziano, 10 - 00144 Roma - Tel. +39 06.54.11.957/8 - Fax +39 06.54.12.332 - E-mail: [email protected]
PRIMO PIANO
Ifiglidegli
50 RdC Novembre 2006
uomini
Quando i bambini non ci saranno più: da un libro della giallista
P.D. James il film apocalittico del messicano Alfonso Cuarón
DI MARCO SPAGNOLI
Novembre 2006 RdC 51
PRIMO PIANO
figli degli uomini parla di speranza. E i
bambini sono fondamentali nella mia
nozione di speranza”. Il regista Alfonso
Cuarón non si nasconde: è un film dalla
forte valenza politica che riflette su
immigrazione, ecologia e ingiusta
distribuzione delle ricchezze del mondo, ma
– al tempo stesso – celebra valori spirituali e,
soprattutto, evidenzia la necessità della fede
in qualcosa di misterioso e trascendente
l’umanità stessa. “Non mi interessava offrire
una visione tetra del futuro, quanto
piuttosto elaborare una prospettiva realistica
sul presente”, spiega il regista, autore in
passato di film come Harry Potter e il
Prigioniero di Azkaban, Y tu mamá también e
dell’interessante adattamento del romanzo di
I
‘‘
Il regista Alfonso
Cuarón al ciak
Charles Dickens Grandi speranze nel film
Il paradiso perduto interpretato da star come
Robert De Niro, la compianta Anne
Bancroft, Ethan Hawke e Gwyneth Paltrow.
Cuarón stesso riconosce come i bambini e i
giovani siano piuttosto connaturati al suo
cinema: “Quello dell’infanzia e della
gioventù è un soggetto ricorrente nella
maggior parte dei miei film - dice -. Del
resto i nostri figli sono l’unica speranza che
abbiamo. I figli degli uomini vuole riflettere
su come l’ideologia ostacoli, in genere, la
normale comunicazione tra le persone.
Poiché fede e speranza sono collegate, oggi
l’ideologia è diventata un atto di fede. E’
così che vengono polarizzati ed enfatizzati i
problemi del mondo in cui viviamo. Non
credo che ci sia una soluzione politica o
ideologica per i guai del nostro pianeta, ma
sono pieno di speranze e ho fiducia
nell’evoluzione dello spirito umano”. Il film
è ambientato in un’epoca in cui non
nascono più bambini e in cui il mondo sta
per fronteggiare la sua inevitabile fine tra
guerre, carestie, un enorme disastro
ecologico e una profonda devastazione
sociale. Ad un tratto, però, dopo decenni di
sterilità, una ragazza nera sta per dare alla
luce un bambino. A guidarla verso la
salvezza, un riluttante e disincantato ex
attivista interpretato da Clive Owen.
“Volevamo che l’unica donna al mondo a
potere concepire un bambino fosse nera, di
estrazione umile e africana. Una scelta molto
simbolica e cosciente”, evidenzia il regista:
“Non volevamo una fantascienza che
lanciasse delle ipotesi riguardo il futuro.
Volevamo riflettere sul presente. Per questo
motivo abbiamo scelto il 2027: un’epoca
relativamente vicina per immaginare il
mondo di domani e sufficientemente
lontana per “mascherare” agli occhi del
pubblico quello che accade oggi.
I figli degli uomini è popolato da icone e
immagini che appartengono alla coscienza di
tutti noi. Ed è dominato da un mondo triste
e depresso senza bambini che lo confortino”.
Pur non essendo, né volendo essere un film
religioso in senso stretto, è una celebrazione
dei valori dell’umanità: “Non si trova la fede
attraverso la religione. E’ la fede a portarti
verso la religione, non viceversa. In questo
senso il personaggio interpretato da Clive
Owen assomiglia a Mosé. Un profeta destinato
a guidare gli altri, ma non a intravedere la
terra promessa, perché non ne ha bisogno.
Riconquistando la sua fede e il suo senso di
speranza ha completato la sua missione
personale. Non mi considero una persona
religiosa - conclude Alfonso Cuarón -, penso
però di essere molto curioso e consapevole
dal punto di vista spirituale”.
LA COSPIRAZIONE DEL SILENZIO
THE ISLAND, IL FILM CON OWEN & GLI ALTRI: LA RIFLESSIONE DI TERTIO MILLENNIO
Un futuro prossimo senza
bambini e senza speranza. Un
peccato tanto grande da
mettere in fuga da sé. E poi
ancora follie e dinamiche della
vita in cella, voci femminili
zittite dalla censura e un amore
difficile tra religioni e culture
diverse.
E’ “la cospirazione del silenzio”
a cui il Festival Tertio Millennio
dedica la sua decima edizione,
52 RdC Novembre 2006
in programma a Roma dal 14 al
19 novembre: sei giorni di
proiezioni e dibattiti, per
riflettere sull’oggi attraverso
esperienze di marginalità e
ricerca interiore. Una
testimonianza di come il cinema
contemporaneo, da ogni angolo
del pianeta, ancora avverta la
stessa esigenza di interrogarsi:
lo fa l’apocalittico I figli degli
uomini di Alfonso Cuarón,
mascherando da futuro
prossimo scenari e paure fin
troppo attuali, come lo fa il
russo The Island con cui Pavel
Lounguine mette in scena una
personalissima parabola di
peccato e redenzione. Due fra i
tanti titoli, che il festival
presenterà al Cinema Trevi,
insieme al siriano I’m the One
Who Brings Flowers to her Grave
e il coraggioso Love + Hate.
CLIVE
L’ANTIEROE
Nei Figli degli uomini è un
personaggio affascinante e
misterioso. Ruolo che gli si attaglia
a perfezione “anche fuori dal set”
Mister Owen perché ha scelto questo ruolo?
I film che interpreto sono il frutto di una scelta
istintiva. In questo caso ho accettato subito,
perché avevo molta voglia di lavorare con
Alfonso Cuarón. Lo considero un cineasta dal
grandissimo talento e amo tutti i film che ha
fatto. E’ un artista dalla sensibilità speciale e
originale.
Chi è il personaggio che interpreta?
Un uomo in un certo senso “perduto” che
rinuncia a tutto e poi si mette in gioco
costretto dagli eventi, ma che se avesse
avuto scelta, certamente avrebbe evitato
di trovarsi al centro della situazione in cui
lo vediamo. E’ disilluso e disimpegnato:
I figli degli uomini è la storia del risveglio
di un uomo riluttante. In genere è molto
più facile interpretare personaggi
proattivi. In questo caso, invece, mi
sono trovato davanti ad una sorta di
antieroe sconfitto e apatico.
Che cosa pensa del tema del film?
L’idea di un mondo senza figli è
veramente tremenda. Quello che mi
piaceva molto de I figli degli uomini
è che, nonostante la caratura
fantascientifica, puntasse ad
esplorare tematiche connesse alla
realtà. Argomenti scomodi che
nessun film, oggi, vuole in genere
toccare. E’ un film sul silenzio,
sull’assenza delle risate e delle
grida dei bambini, ma anche un
film sulla speranza, sulla
mancanza della speranza e sul
risveglio della speranza in un
uomo spento e fortemente
M.S.
addolorato.
PROFILI
Gilloeilmistero deisei
Lo ricordano indolente e poco prolifico. Ma la pigrizia era “una balla”, come confidava lo stesso Pontecorvo,
DI SILVIO DANESE
n giorno Pontecorvo mi ha
detto: “La pigrizia è una
balla. Anzi. Quando giro mi
becco spesso gli scioperi della
troupe, perché pretendo di lavorare
oltre gli orari dei contratti. E’ vero,
semmai, che mi è successo di non
riuscire a immaginare o
identificarmi in progetti
convincenti e che mi sono
permesso tempi molto lunghi tra
un film e l’altro. Agli osservatori
superficiali, quelli che guardano la
mia carriera e dicono: ha fatto
U
Gillo Pontecorvo in
una foto recente.
Accanto ai tempi della
Dolce Vita
54 RdC Novembre 2006
soltanto sei film, be’ a loro basta
questo per convincerli che si tratta
solo di pigrizia”. Del mistero sulla
“inattività” di Gillo, tutti
accettano queste spiegazioni. I
progetti inadeguati, l’indolenza di
un cineasta celebre, la ritrosia di
un uomo a cui, per vivere, bastava
poco. Balle. Facevamo, e facciamo
finta di non sapere che il cinema di
Pontecorvo, come il cinema di
Germi e Petri, di Risi e Monicelli,
di Rosi e Pasolini, non si poteva
più fare. Alla fine degli anni ’70 le
condizioni industriali, sociali e
creative sono diventate
condizionamenti. Politici? Come
sempre, è vero. Ma il cinema
“della realtà”, di denuncia e di
ricostruzione storica, di satira e di
costume, di poesia e di ricerca,
non lo voleva più nessuno. Nel
disorientamento della
decostruzione civile della società
italiana, dopo il terrorismo, è sorto
il sovrano alito della superficialità
dello scambio di merci. Anche la
Storia è stata (ed è) possibile come
“Spesso mi
imbattevo
nello
sciopero
della
troupe.
Volevo che
lavorassero
oltre gli
orari
previsti dal
contratto”
spazio di coerenza artistica. La
battaglia di Algeri è
un’impressionante scrittura su
palinsesto della guerra d’Algeria,
una finzione incisa raschiando il
documento, sulle stesse lettere, al
limite del possibile, grazie a una
formidabile sceneggiatura (di
Solinas). Negli anni ’60 diventò
un film di studio per le Black
Panthers e un esempio per le
scuole di cinema che cercano
ancora oggi di orientarsi sul
senso e la forma del realismo al
cinema. Nonostante la celebre
stroncatura (intitolata De
l’abjection) di Jacques Rivette
(Cahiers du Cinéma del giugno
1961), che segnalò la carrellata in
avanti sul cadavere della Riva,
come un gesto di abiezione
cinematografica, Kapò si salva
dalla demagogia per esercizio di
verità proprio sull’abiezione
umana. Queimada, con quella
sfida commovente tra il
neorealismo e il kolossal, è impresa
unica. E Ogro la prova che un
certo risultato pomposo viene
dall’impotenza di uno sguardo
severo e necessario sulla Storia.
Bisogna ammettere l’assurdo per
vedere il vero: non è il cinema che
mancava alla sua società, è la
società che mancava al suo
cinema. Bisogna ammettere che il
cinema dei padri a un certo punto
non era finito, era impossibile. E
questo è molto triste.
Nella stessa occasione, Gillo mi ha
detto: “Una volta ho detto a un
giornalista: “Ho speso la maggior
parte del mio tempo pescando, il
resto l’ho sprecato”, ma è chiaro
che si tratta di un paradosso, e una
provocazione. Per dire che la mia
passione per il mare e la pesca
subacquea sono stati un elemento
prevalente nella mia vita. Anche
ora che ho smesso, o quasi smesso,
succede che di notte sogno scene
di immersione. E’ un paesaggio
talmente inusuale e affascinante,
di una varietà spesso più ricca del
paesaggio terrestre. Sto parlando
delle immersioni in apnea, perché
quando hai le bombole puoi
andare dove vuoi e fare quello che
vuoi, mentre come scendo io, devi
calarti in un paio di minuti o poco
più, raggiungere l’angolo di una
caverna, inseguire il baluginare
argentato, poi vedi il pesce, ti
viene un tuffo al cuore, spari, lo
prendi forse non lo prendi, e
intanto stai finendo l’aria nei
polmoni, insomma c’è veramente
mistero e lotta col tempo”.
film
scomparso il 12 ottobre scorso
scambio di merce, ovvero
negoziabile, nel cosiddetto
disincanto dell’informazione al
dettaglio. Loro, quei cineasti,
quegli scrittori, certi attori, hanno
perso la terra sotto i piedi.
Qualcuno ha continuato, con
sporadici tentativi definiti
“esercizi”. Gillo ha lasciato
perdere. Se diamo uno sguardo
rapace e concentrato sui rapporti
tra intellettuali, società e potere, lo
spazio per Pontecorvo era chiuso.
E non solo per lui. Intendiamo lo
Novembre 2006 RdC 55
Punto critico: manuale per
sopravvivere alle uscite in sala
IL VENTO CHE
ACCAREZZA L’ERBA
L’indipendenza irlandese per rileggere il presente. Loach in stato di grazia
ANTEPRIMA
Il film si apre su paesaggi della
verde Irlanda degni, nella
fotografia di Barry Ackroyd, di un film
di John Ford. L’intensità estetica di
Il vento che accarezza l’erba appare
garantita fin dalle prime inquadrature
e lo spettatore si abbandona
fiducioso alla contemplazione della
natura. Ma la serenità del suo
sguardo è subito spezzata: ha inizio
la storia (la Storia), che è storia di
stupri sull’Isola e sui suoi (sulle sue)
abitanti. Come fece undici anni
orsono con Terra e libertà, Ken Loach
allontana lo sguardo dall’attualità
sociale dell’Inghilterra e torna
indietro nel tempo, alle lotte per
l’indipendenza irlandese degli anni
’20. Il che non gli impedisce affatto di
affrontare tematiche di portata
atemporale: le dinamiche del potere, i
compromessi e le responsabilità
personali, le ambivalenze morali;
inclusa – anche questa volta - la
cattiva coscienza del Paese in cui è
nato. Le vicende di Damien e Teddy,
fratelli che impugnano le armi contro
l’oppressione dei soldati britannici, gli
spietati Black and Tan, e dei loro
crudeli sergenti (rappresentati in
tutta la ferocia di un occupante che
rimanda, in un sol colpo, al nazismo e
ai conflitti in atto nel mondo),
sintetizzano le lacerazioni interne alla
comunità dei combattenti irlandesi,
tra coloro che propongono
(impongono) il compromesso e chi,
invece, respinge accordi considerati
un frutto umiliante della corruzione.
Damien (un ottimo Cillian Murphy)
rinuncia a una carriera di medico e
segue il fratello Teddy (Pàdraic
Delaney, altrettanto bravo) nella lotta
per la libertà; ma quando, dopo i primi
successi dei guerriglieri, i due
schieramenti negoziano un accordo
per mettere fine allo spargimento di
sangue, tra coloro che hanno
combattuto fianco a fianco si scatena
una guerra civile che mette famiglia
NIENTE MANIERISMI O LEZIONI MORALI. LA PALMA D’ORO
PREMIA UN FILM RIGOROSO E FIERAMENTE FUORI MODA
contro famiglia, fratello contro
fratello. Non è difficile ravvisare, in Il
vento che accarezza l’erba, alcune
simbologie eterne che rimandano al
primo fratricidio, quello di Caino, o
alle figure del martirio, facendo di
Damien un agnello sacrificale. Tutto
ciò, però, senza che Loach si lasci in
alcun modo andare al manicheismo o
alle tentazioni edificanti (ciò che
avveniva, invece, in alcuni momenti di
Terra e libertà). Con lucidità etica,
che si fa drammaturgica, il regista
tratteggia gli itinerari contraddittori
dei due fratelli per far emergere i lati
oscuri di personaggi costretti a
prendere, gradualmente, coscienza di
come il potere sporchi le mani e le
responsabilità politiche non vadano
disgiunte da ambiguità e
compromissioni. Coerentemente,
Loach non rinuncia mai alla cifra del
realismo, rendendo credibili le
sequenze di guerriglia quanto le
scene più intimistiche (in famiglia e
tra i membri della resistenza) ed
evitando, sempre, le trappole che
l’accademismo tende così facilmente
ai film in costume (vedi il manierato
Michael Collins di Neil Jordan,
assurdo Leone d’oro a Venezia ’96).
La Palma d’Oro a Cannes va a onore
del presidente della giuria Wong Karwai. Il presunto dandy cinese, infatti,
ha sorpreso molti (ma il verdetto,
inatteso dai più, è stato generalmente
accolto bene) premiando un regista
intransigente e indifferente alle
voghe cinematografiche, per un film
fieramente fuori-moda che è anche
uno tra i migliori della sua bella
filmografia. Quando, la sera della
premiazione a Cannes, Loach ha
ribadito di credere nei film che fanno
luce sul passato, contribuendo nello
stesso tempo a interrogare il
presente, sapeva molto bene di cosa
parlava.
ROBERTO NEPOTI
REGIA
Con
Genere
Distr.
Durata
56 RdC Novembre 2006
KEN LOACH
Cillian Murphy, Liam Cunningham
Drammatico, Colore
Bim
124’
iFilmDelMese
Novembre 2006 RdC 57
iFilmDelMese
MARIE ANTOINETTE
Divertente lezione di “controstoria”. La regina è una teenager frustrata
ANTEPRIMA
Sofia Coppola, pur scivolando
nel passato, resta affezionata
alle sue giovani donne recintate e
perse nello stretto mondo in cui si
trovano a vivere. Dopo le vergini
suicide dentro un’opprimente famiglia
americana, dopo la giovane americana
spaesata a Tokyo, Maria Antonietta è
un’altra teenager che non può essere
tale, che parte dalla reggia di Vienna
per la reggia di Versailles senza mai
attraversare e conoscere il mondo.
Vive (vive?) tra riti, vestizioni, balli,
pranzi e feste, con accanto un marito
re incapace a tutto. La soffocano i
troppi dolci, pesanti vestiti, infinite
REGIA FASTOSA E COLORI PASTELLO
SULLE NOTE DI TECHNO E ROCK ANNI ‘80
58 RdC Novembre 2006
scarpe, pizzi, crinoline, tutto
l’armamentario di fine Settecento che
le impedisce di essere semplicemente
una ragazzina. Sofia Coppola vuole
liberarla. Questa piccola donna
bisogna salvarla dalla storia. Non si
può evitarle il patibolo, ma almeno che
le sia ridata la libertà di vivere una
qualche gioia, qualche attimo di
vaghezza. Maria Antonietta non sa
nulla del mondo di fuori. Ha sempre
vissuto nel recinto dell’aristocrazia:
così, quando il popolo con forconi e
torce arriva a Versailles per farne
un’altra, di festa, lei si inchina e
ringrazia. Come fosse suonata anche
per lei l’ora della liberazione. La
Rivoluzione cambia il mondo e la
regina non arriverà a diventare adulta.
Fastosa e festosa regia, inquadrature
REGIA
Con
Genere
Distr.
Durata
SOFIA COPPOLA
Kirsten Dunst, Jason Schwartzmann
Biografico, Colore
Sony
123’
inondate di colori pastello, lezione di
controstoria (con tutte le libertà
possibili, con la voglia di regalare un
po’ di felicità a una regina!), Kirsten
Dunst è malinconica e allegra, Asia
Argento è la volgarotta Du Barry
amante del re, Marianne Faithfull è
una matronale Maria Teresa d’Austria,
Vivaldi e Rameau a braccetto con la
techno e il rock degli anni Ottanta,
etichetta e giovinezza, rivalità di corte,
intrighi e fatuità contro desiderio, gioia
e spavalderia, facce incartapecorite
contro la sfrenata energia,
l’impazienza e la voglia di scatenarsi e
disubbidire di una ragazza a cui non
importava di essere regina. Sarà
anche un film storicamente scorretto,
ma è credibilissimo.
BRUNO FORNARA
ANTEPRIMA
SCOOP
Rosa-noir equilibrato. Ma a Woody Allen manca la profondità di Match Point
IN SALA
LA MIA SUPER
EX-RAGAZZA
Uma Thurman eroina innamorata. Che
un finale prevedibile costringe alla resa
Se esistesse un marchio Woody
Allen dop, Scoop meriterebbe di
fregiarsene giacché reca impresso ad
ogni inquadratura il felice tocco del
regista americano. Gli ingredienti tipici
del suo cinema ci sono tutti: le battute a
raffica di cui almeno un paio memorabili
(“Da piccolo ero di credo ebraico,
crescendo ho abbracciato il
narcisismo”), un simpatico mago
pasticcione e sopra le righe da lui stesso
interpretato, una ragazza finta ingenua
che sull’orlo della rovina dribbla alla
grande la caduta, un bel tenebroso che
forse oscuro lo è davvero, una trama
gialla che tiene lo spettatore col fiato
sospeso e, in più, l’aggiunta di un pizzico
di esotismo, rappresentato
dall’ambientazione londinese. Dopo la
cupa vicenda dell’ascesa al potere del
giovane giocatore di tennis, è infatti
ancora la capitale britannica a fare da
sfondo alla storia di amore e mistero
con protagonisti la sempre torrida
Scarlett Johansson, giornalista alle
prime armi, e l’affasciante Hugh
Jackman, palestrato lord ad alta
solvibilità. Noir e rosa dunque,
perfettamente miscelati insieme in una
commedia ben calibrata, per la quale ci
sarebbe da spellarsi le mani se non
portasse la firma dell’autore di Match
Point. Perché il (falso) problema è
proprio questo, ormai da affezionati
estimatori siamo diventati esigenti, e
non ci possiamo accontentare di
qualche risata e di attori
magistralmente diretti. E’ la condanna
riservata agli autori di culto: mai
scendere dal gradino della raggiunta
perfezione. Certo Scoop è pur sempre
opera da podio, ma paragonata a Match
Point segnala un’ispirazione di routine.
Lo sguardo sulle cose non si fa mai
realmente indagatore, le psicologie
appena accennate, i grandi temi - di
nuovo colpa e punizione - trattati
superficialmente. Insomma, si tratta di
chiedersi per l’ennesima volta quale sia
la vena migliore di Allen, se quella che
offre una riflessione sul mondo o quella
che il mondo preferisce prenderlo in
giro. La risposta è in opere quali Crimini
e misfatti e ovviamente Match Point,
dove la commedia si tinge di amarezza
e rimpianto per l’impossibilità da parte
dei protagonisti di cancellare, e
soprattutto di espiare attraverso la
condanna, le proprie colpe. Insomma,
quando il nostro lambisce Dostoevskij
vola alto, quando gioca sul sicuro e cita
se stesso garantisce comunque un paio
d’ore di spensieratezza. Che resta un
gran regalo per lo spettatore.
ANGELA PRUDENZI
REGIA
Con
Genere
Distr.
Durata
WOODY ALLEN
Scarlett Johansson, Hugh Jackman
Commedia, Colore
Medusa
96’
Se a dirigere
fosse un altro
ci sarebbe
da spellarsi
le mani. Da
lui però ci
aspettiamo
di più
Può capitare di avere divergenze
con la propria fidanzata: più raro
è, invece, che – dopo averla lasciata in
maniera un po’ brusca – lei, volando
fino al ventesimo piano, ti lanci dalla
finestra uno squalo vivo e affamato.
Questa l’originale idea alla base di La
mia super ex ragazza di Ivan Reitman,
autore in passato di commedie dal
grande successo come Ghostbusters e
Space Jam. Un film che coniuga ritmi
e tematiche della commedia
romantica al cinema dei supereroi,
con risultati piacevolmente
sorprendenti. Luke Wilson conosce
una ragazza interessante, ma
vagamente scialba che – per qualche
strana coincidenza – scompare
quando da qualche parte arriva G-Girl
a salvare i cittadini di New York. Dopo
un po’ viene a scoprire che le due
sono in realtà la stessa persona (Uma
Thurman) e che la sua vita è destinata
a cambiamenti repentini e
imprevedibili. L’uomo è però anche
attratto dalla beneamata collega
d’ufficio (Anna Faris) e decide così di
mollare l’eccentrica donna dalla
doppia identità. A questo punto, i
superpoteri di lei non verranno più
usati solo a fin di bene, ma per
trasformare la vita del fidanzato
fedifrago nel peggiore incubo che si
possa immaginare. Gradevole ed
esilarante soprattutto nella prima
parte, La mia super ex ragazza deve
molto al carisma di Uma Thurman. La
sua presenza non basta però a
tamponare le falle di una
sceneggiatura in affanno in un finale
prevedibile.
MARCO SPAGNOLI
REGIA
Con
Genere
Distr.
Durata
IVAN REITMAN
Uma Thurman, Luke Wilson
Commedia, Colore
20th Century Fox
95’
Novembre 2006 RdC 59
iFilmDelMese
QUALE AMORE
Tolstoj secondo Maurizio Sciarra:
anacronistico e caricaturale
Sonata a Kreutzer di Lev Tolstoj
racconta di un nobile latifondista
e una grande artista, patita del piano e
dell’omonima opera di Beethoven. Un
sentimento impossibile, assoluto, che
rende inconciliabile amore coniugale e
passionale. Imprudente, se non
presuntuoso, il presupposto di potere
attualizzare questo capolavoro.
Ovvero l’intento di Maurizio Sciarra in
Quale Amore. E’ Giorgio Pasotti il
“lucido folle” d’amore, geloso e
possessivo, qui capitalista banchiere
d’affari (tra i pochi ritratti riusciti del
film). Vanessa Incontrada, invece, è il
suo oggetto del desiderio, troppo
algida e lontana pur nella sua fisicità
esposta e sensuale. La sua Antonia,
REGIA
Con
Genere
Distr.
Durata
ANTEPRIMA
musicista appassionata, è il centro di
un dramma anacronistico, maschilista,
moralista. Figlio dell’ottocento,
appunto. Ma quella di Tolstoj era una
donna straordinaria e consapevole,
non la vittima che vediamo sullo
schermo, passiva nel subire il
desiderio selvaggio e (auto)distruttivo
che provoca. Sciarra segue alla lettera
il russo, senza interpretarne la
potenza espressiva e passionale. Il
MAURIZIO SCIARRA
Giorgio Pasotti, Vanessa Incontrada
Drammatico, Colore
01 Distribution
100’
risultato è un formalismo caricaturale.
Una scommessa, quella di Sciarra,
ambiziosa e consistente (quasi
quattro milioni di euro il budget), ma
purtroppo persa. Piacevole sorpresa
però l’ottimo cameo del presidente
del Festival di Locarno Marco Solari,
che gli consegnò nel 2001 il Pardo
d’oro per Alla rivoluzione sulla due
cavalli.
BORIS SOLLAZZO
IL GIORNO + BELLO
Troiano e la Placido forzati delle nozze. In una tragicommedia discutibile
La via che conduce al
matrimonio è lastricata di buone
intenzioni (politicamente corrette), ma
si rivela un tour-de-force tradizionale,
socialmente obbligato, borghesemente
omologato. Senza percorsi
“alternativi”, senza possibilità di vivere
alla propria maniera i riti di
preparazione alle nozze. Insomma,
oggigiorno una coppia giovane si trova
a subire le tappe che precedono la
fatidica cerimonia, piuttosto che
gestirle restando fedeli alle proprie
idee. E’ la riflessione di Il giorno + bello,
opera-prima di Massimo Cappelli,
girata a Trieste. Una tragicommedia
che mostra due trentenni alla stregua
di “forzati” delle nozze, ribelli mancati
e quasi rassegnati burattini, costretti a
recitare un copione già decodificato da
genitori, amici, colleghi, a loro volta
obbedienti a un automatismo sociale
immutato da secoli. Il film procede per
capitoli introdotti da originali “cartelli”:
REGIA
Con
Genere
Distr.
Durata
MASSIMO CAPPELLI
Fabio Troiano, Violante Placido
Commedia, Colore
Videa-CDE Warner Bros.
90’
60 RdC Novembre 2006
IN SALA
la lista degli invitati, i testimoni, etc.,
fino all’addìo al celibato ed altre
“tentazioni” della vigilia da parte di lui
(dove lo humour s’involgarisce). Il
percorso paradossale è divertente e
mostra caricature dei luoghi comuni
che ricordano certi film di Nanni
Moretti (vedi la figura del frate, fedele a
Dio e a Marx). Se diversi sketch
funzionano, è la tesi di Cappelli che
resta discutibile. Lui si esprime da laico
che critica le convenzioni. Magari
ignora che esistono altre coppie per cui
le tappe tradizionali e lo sposarsi in
chiesa non sono una pura formalità…
MASSIMO MONTELEONE
THE DEPARTED
Grande ritorno di Martin Scorsese che dirige un cast di star da Oscar
IN SALA
La rivista americana Variety ha
definito The Departed una
“bistecca succulenta e sanguinolenta” e
si capisce perché: dopo undici anni
Martin Scorsese è tornato alla forma e
alla violenza di Casinò. The Departed,
traduzione letterale i “dipartiti”,
semplicisticamente sottotitolato Il Bene
e il Male, è un dramma scespiriano di
ascese e cadute vertiginose, un
bellissimo noir giocato sul filo della
tentazione psicologica e carnale, dal
ritmo serrato e con attori stratosferici.
Jack Nicholson primo tra tutti,
personificazione assoluta del male
nella parte del capo mafia Frank
BRUTALE E DIROMPENTE, DI CAPRIO
RICORDA IL DE NIRO DI CAPE FEAR
Costello; Leonardo Di Caprio diretto da
Scorsese è strepitoso: alto, snello e
angelico dal vivo, è brutale e
dirompente sullo schermo (con echi del
De Niro di Cape Fear). Matt Damon
recita bene la parte del bravo ragazzo
corrotto e Mark Wahlberg disegna un
personaggio forte, un poliziotto
giustiziere difficile da dimenticare (ma
ci sono anche Alec Baldwin, Martin
Sheen…). La storia è ambientata a
Boston, Scorsese abbandona la sua
New York e la mafia italoamericana a
“vantaggio” di quella irlandese, qui due
giovani vivono vite diverse e parallele,
diventando entrambi poliziotti. Matt
Damon viene preso sotto l’ala del
gangster Costello e fa una rapida
carriera, Di Caprio che vuole liberarsi
da una stirpe di familiari mafiosi,
REGIA
Con
Genere
Distr.
Durata
MARTIN SCORSESE
Jack Nicholson, Matt Damon
Drammatico, Colore
Medusa
149’
cerca giustizia. Messo sotto copertura
e introdotto nella banda di Costello,
deve stanare il mega boss e in
seconda battuta scoprire l’identità
dello spione di Costello, infiltrato a
sua volta all’interno della super
squadra investigativa. In un gioco di
rimandi e colpi di scena, tutto si
incastra alla perfezione: trama,
sottotrame, luci, dialoghi, montaggio.
Scorsese si ispira a un successo
orientale, Infernal Affairs, e lo
reintrerpreta sulla base dell’ottima
sceneggiatura di William Monahan.
Il film dura due ore e mezza eppure
vorremmo che non finisse mai, magie
del cinema e di questo grandissimo
regista che speriamo di vedere presto
coperto di Oscar.
MARINA SANNA
Novembre 2006 RdC 61
iFilmDelMese
LA SCONOSCIUTA
Difficile non commuoversi col nuovo Tornatore: noir enigmatico e ricco di tensione
IN SALA
È una specie di “Nuovo Cinema
Inferno”, La sconosciuta di
Peppuccio Tornatore, vincitore della
sezione “Première” alla Festa di Roma.
Sei anni dopo Malèna, il regista Oscar
per Nuovo Cinema Paradiso volge in
noir la sua vena affabulatoria,
ispirandosi alle cronache sulle giovani
dell’Est europeo, portate in Italia da
criminali senza scrupoli. Ragazze
vendute, violentate, minacciate,
sfruttate come nuove schiave e usate
per scopi degradanti, ad esempio quali
madri di neonati sul mercato delle
adozioni illegali. La protagonista è
l’ucraina Irena (la rivelazione russa di
BELLA SORPRESA L’ATTRICE UCRAINA
KSENIA RAPPOPORT
62 RdC Novembre 2006
formazione teatrale Ksenia
Rappoport) che, in una Trieste
“decostruita” fino a essere
irriconoscibile, cerca di mettersi al
servizio di una famiglia di orafi. Questi
sono la coppia in crisi Claudia Gerini e
Pierfrancesco Favino, con la figlioletta
di cinque anni, Tea (Clara Dossena).
Irena viene accolta in casa e presto
entra in confidenza con Tea. Punta
forse ai preziosi nella cassaforte? C’è
ben altro in gioco e lo intendiamo dai
frenetici flashback di un suo recente
passato da prostituta in balia di orge,
botte e volgarità, a cui la costringeva il
sessantenne aguzzino “Muffa”, un
Michele Placido glabro e diabolico.
Passato che non passa, tanto più
quando lui torna a reclamare un
bottino di soldi e carne umana. Mentre
REGIA
Con
Genere
Distr.
Durata
GIUSEPPE TORNATORE
Ksenia Rappoport, Claudia Gerini
Drammatico, Colore
Medusa
118’
la dolente sinfonia di Ennio Morricone
scandisce una vertigine in cui ieri e
oggi si mescolano traumaticamente.
Qual è il segreto del legame via via più
stretto tra la piccola Tea e la
sconosciuta venuta da lontano? Il
mistero è la cifra di questo film, non
sempre sorvegliato nella
drammaturgia della prima parte, pur
tuttavia decisiva nella definizione dello
stile. I tormenti della protagonista, la
sua enigmatica essenza, l’estraneità e
la familiarità della “sconosciuta”, sono
coerenti con un montaggio che alterna
piani temporali e dimensioni “fuori
fuoco” distanti fra loro. Fino all’epilogo
che stempera la tensione accumulata
in un tipico esito “alla Tornatore”:
difficile non commuoversi.
OSCAR IARUSSI
IN SALA
I FIGLI DEGLI UOMINI
Fantascienza nostalgica firmata Alfonso Cuarón. Che colpisce al cuore
ANTEPRIMA
FUR
La Kidman nel paese dei mostri. Biopic
intrigante ma senza mistero
Al cuore Cuarón, al cuore!
L’eclettico regista messicano non
lavora mai con Hollywood per un pugno
di dollari. I figli degli uomini, libero
adattamento dall’unico romanzo di
fantascienza dell’inglese P.D. James, è
una coproduzione diretta da Alfonso
Cuarón dove il budget è americano (72
milioni di dollari grazie alla Universal)
ma lo spirito è europeo. Londra, 2027. Il
cielo è grigio, la terra è scossa dagli
attentati terroristici, gli immigrati
vengono deportati, le donne non fanno
più figli, le nazioni sono crollate, le
opere d’arte vengono distrutte.
Nessuno, tranne Philip K. Dick, fa
fantascienza distopica come gli inglesi.
Sviluppare le negatività del presente
per profetizzare l’apocalisse è il loro
forte. Da H.G. Wells a George Orwell,
dall’americano adottato Terry Gilliam
(Brazil) al purosangue Alan Moore
(V per vendetta). P.D. James non fa
eccezione. I figli degli uomini si apre con
un’esplosione lancinante nel pieno
centro di Londra. Come in Brazil. Come
il 7 luglio 2005. Theodore Fador (Clive
Owen) era un idealista. Nel 2027 è un
nichilista. Si aggira nel suo inferno
vivente londinese come un detective
privato dei ’40. Serenamente disperato
e impermeabile a tutto, come il suo
trench multiuso. Quando la donna che
amava lo contatta per portare in salvo
una ragazza di colore, Theodore accetta
riluttante entrando in una spirale di
violenza e doppi giochi. L’ex amata
Julian (Julianne Moore) è il leader del
gruppo terroristico dei “Pesci”. Le
pallottole volano più veloci delle parole,
le città sono campi di battaglia come
Baghdad e Beirut, la dolcezza e l’ironia
non hanno più posto (Michael Caine in
un ruolo commovente come simbolo
dell’utopia del movimentismo anni
‘60). La colonna sonora (King Crimson,
John Lennon, Deep Purple) è la
nostalgia per il rock di ieri, mentre i
piani sequenza della coppia CuarónLubezki (direttore della fotografia)
sono il meraviglioso virtuosismo del
cinema di oggi. Durante il piano
sequenza più lungo e complesso,
l’obiettivo della cinepresa si sporca di
sangue. E’ uno dei momenti di cinema
più belli visti alla 63esima Mostra del
Cinema di Venezia. Un vero e proprio
miracolo, come la speranza che si
risveglia in Theodore. Come il finale, in
cui si vuole credere testardamente a
un futuro migliore. La testa ci dice che
la distopia è l’unico futuro che ci sia.
Ma I figli degli uomini spara più in
basso. Al cuore Cuarón, al cuore!
FRANCESCO ALÒ
REGIA
Con
Genere
Distr.
Durata
ALFONSO CUARÓN
Clive Owen, Julianne Moore
Fantascienza, Colore
UIP
114’
Le paure di
oggi per
profetizzare
l’apocalisse
di domani:
è la lezione di
P.D. James
Ritratto molto libero e personale
di una fotografa inquieta. E’ la
famosa Diane Arbus, ed è Nicole
Kidman che la interpreta in Fur del
regista Steven Shainberg (ispiratosi
alla biografia edita nel 1984 da Patricia
Bosworth), già originale esploratore di
mondi femminili in Secretary. E come
Alice nel paese delle meraviglie
precipita in un mondo ignoto di bestie,
così la bella e ricca assistente fotografa
nella New York del 1958 subisce il
fascino di un’umanità alterata. Fur
segue esclusivamente la
trasformazione di Diane da remissiva
casalinga a estroversa fotografa. Chi
scatena l’artista è un vicino di casa,
Lionel, cui presta gli occhi il bravo
Robert Downey Jr., affetto dalla
crescita innaturale del pelo. La sua è
una fur, una pelliccia, capace di dare
sofferenza anziché piacere, come lo
fanno invece quelle cui Diane è
abituata grazie al commercio di
famiglia. Gamma espressiva seducente
per Nicole, impegnata in un film che
gioca quasi esclusivamente sulla
riproduzioni dei suoi sguardi attoniti e
dei suoi prolungati dubbi. I freaks
diventano i suoi interlocutori,
accompagnandola nel mondo notturno
delle miserie morali, dei rifiutati. Fur
non tocca però questo lato oscuro, ma
solo l’evoluzione psicologica scatenata
dall’incontro tra la bella e la bestia, tra
la pulizia della casa di Diane e l’onirico
appartamento di Lionel, tra l’ordine e il
disordine, la certezza e il dubbio,
divenendo spesso erroneamente una
favola per adulti.
LUCA PELLEGRINI
REGIA
Con
Genere
Distr.
Durata
STEVEN SHAINBERG
Nicole Kidman, Robert Downey Jr.
Drammatico, Colore
Nexo
122’
Novembre 2006 RdC 63
iFilmDelMese
IN SALA
L’AMICO DI FAMIGLIA
Provincia, usura, amore: Sorrentino spiazza fra grottesco e denuncia
ANTEPRIMA
SALVATORE
QUESTA
E’ LA VITA
Storia di un orfano adulto per forza. Opera
prima ambiziosa, con qualche ingenuità
Dopo le positive prove di L’uomo
in più e Le conseguenze
dell’amore, erano in molti a chiedersi
che strada avrebbe intrapreso Paolo
Sorrentino. La risposta è un film
spiazzante, che coniuga la commedia
con il grottesco, il ritratto intimo con
l’indagine sociale. L’universo descritto
è una provincia italiana povera ma
incapace di rinunciare al superfluo auto di lusso, matrimoni in grande
stile, gioco e scommesse - che quando
i soldi finiscono e le banche rifiutano i
prestiti, ricorre agli strozzini. Qui entra
in scena Girolamo, “cravattaro” per
diritto di famiglia, essendolo già stato
il padre che lo ha abbandonato
bambino. Piccolo, laido, untuoso,
Girolamo si muove lungo i muri come
un’ombra, fintamente benevolo è
sempre dove c’è bisogno di lui, pronto
a praticare una carità all’apparenza
disinteressata. Di generoso ha al
contrario ben poco, e nemmeno verso
l’amata madre paralitica dimostra
umanità e affetto veri. Uno come
Girolamo soccombe solo di fronte
all’amore, che puntuale arriva sotto le
sembianze di una ventenne ambiziosa
e senza scrupoli. Se è bene non
svelare oltre la trama gialla, va però
detto che L’amico di famiglia è un film
ambizioso, straordinariamente curato
dal punto di vista dei dialoghi e degli
sviluppi narrativi, ricercato sotto il
profilo dell’architettura delle
64 RdC Novembre 2006
inquadrature e della magnificenza
della fotografia che spesso ricordano
De Chirico, non per questo
perfettamente riuscito. Sorrentino ha
speso sul progetto enormi energie,
eppure i tasselli che compongono il
quadro disposti uno accanto all’altro
non combaciano come invece
accadeva ne L’uomo in più, che pure
teneva insieme due vicende parallele,
e in Le conseguenze dell’amore. Ma
d’altra parte va anche accettata l’idea
che lo spiazzamento in chi guarda sia
voluto, e l’imperfezione esibita alluda a
quella del protagonista. Nel gioco di
specchi e rimandi, il regista conferma
di possedere un talento non comune
proprio nel momento in cui si è preso
dei rischi. Una virtù anche questa,
unita all’uso sorprendente degli attori,
a cominciare da Fabrizio Bentivoglio e
la solare Laura Chiatti per finire con la
vecchia gloria del teatro napoletano
Giacomo Rizzo, alla vena comica che
regala momenti di vera ilarità, a una
sperimentazione sul colore, le
inquadrature e il montaggio che pochi
autori italiani osano.
ANGELA PRUDENZI
REGIA
Con
Genere
Distr.
Durata
PAOLO SORRENTINO
Giacomo Rizzo, Laura Chiatti
Drammatico, Colore
Fandango
110’
Ottimi gli
attori e la
fotografia
che ricorda
De Chirico.
Eppure al
puzzle
manca un
tassello
Un bambino costretto a crescere
troppo in fretta dalla morte dei
genitori. Un maestro che in lui trova il
figlio mancato e si prende a cuore il
caso. E in più un’assistente sociale
decisa a salvarlo, strappandolo a quel
che resta della sua famiglia. Fin dalle
premesse in Salvatore – Questa è la
vita di retorica ce ne sarebbe a palate.
Eppure l’esordiente Gian Paolo Cugno
si mantiene miracolosamente a un
passo dal baratro. Il terreno è
sdrucciolevole, lo stereotipo dietro
l’angolo. Per quanto metta il piede in
fallo più volte, nel complesso riesce in
un mirabile equilibrismo. Dalla sua una
bella fotografia, che regala alcuni
squarci di Sicilia davvero notevoli, e il
piccolo Salvatore a cui è ispirato il
titolo: uomo-bambino indurito dalla
vita nei campi, la pesca e la
contrattazione coi piccoli mafiosi del
luogo, ma ancora capace di portare
innocenza e spensieratezza, a chi
meno sembrerebbe averne bisogno.
Nel complesso bravo a domare una
storia dalle tinte e tentazioni forti,
Cugno sembra però arrivare esausto
alla gestione dei particolari. Cede allo
stereotipo nel tratteggio della nonna e
della sorellina, alla retorica nel ricorso
alle musiche e alle sirene televisive
nella scelta di alcuni attori: una
sorpresa il piccolo Alessandro Mallia e
un gradito ritorno Enrico Lo Verso nel
ruolo del maestro, Galatea Ranzi e
Gabriele Lavia stonano però nel cast,
imponendo al film quel velo patinato
che era in buona parte riuscito a
evitare.
DIEGO GIULIANI
REGIA
Con
Genere
Distr.
Durata
GIAN PAOLO CUGNO
Alessandro Mallia, Enrico Lo Verso
Drammatico, Colore
Buenavista
90’
iFilmDelMese
THE FOUNTAIN
Darren Aronofsky sogna l’immortalità. Con
una sci-fi ambiziosa e suicida
Amore, morte, spiritualità e
fragilità esistenziale. Una storia,
tre epoche (1500, oggi e 2500), due
protagonisti, Hugh Jackman e Rachel
Weisz, un amore. Progetto a lunga
gestazione, con budget dissanguato
dalla defezione di Brad Pitt e Cate
Blanchett (da 75 a 35 milioni di dollari),
The Fountain segna il ritorno dietro
alla macchina da presa dell’enfant
terrible Darren Aronofsky, autore
quasi-cult di Pi greco - Il teorema del
delirio e Requiem for a Dream, ma
purtroppo zampilla acque stagnanti,
sorprendentemente ferme, nonostante
le ellissi, analessi e prolessi di cui è
saturo. Vorrebbe – non ne siamo sicuri
– Aronofsky parlare di immortalità, ma
REGIA
Con
Genere
Distr.
Durata
ANTEPRIMA
compie scelte suicide, accumulando
bivi e mancando la strada, vanificando
pure la pregevole scelta di utilizzare
microfotografie e trucchi in camera
anziché la solita CGI. La “storia”, in
breve: lei (Rachel Weisz, moglie del
regista) è afflitta da male incurabile, lui
(Hugh Jackman) non sa farsene una
ragione, cerca la fontana della
giovinezza, prima da conquistador
spagnolo, poi da ricercatore medico,
DARREN ARONOFSKY
Hugh Jackman, Rachel Weisz
Drammatico, Colore
20th Century Fox
96’
poi – anzi prima, anzi ora – da
spazionauta in posizione del loto.
Tanto rumore per nulla, l’ambizioso
Aronofsky affastella Inquisizione,
francescani, tai-chi, escatologia e
arboricoltura, fa professione di fede
New Age, abbraccia il sincretismo e
spreca dei buoni interpreti. Rincorre
una sci-fi romantica, ma il suo sogno
ha un brusco requiem.
FEDERICO PONTIGGIA
GIARDINI IN AUTUNNO
Il Potere secondo Iosseliani. Tra naif e utopia, il film cade nell’inverosimile
Ministro costretto a lasciare il
potere trova la felicità, ovvero
beve, suona e riscopre i luoghi cari
dell’infanzia. I giardini fioriscono in
autunno, dice Otar Iosseliani, e
verrebbe da credergli. Quasi: il regista
georgiano - trapiantato in Francia –
non sa dove collocare questo locus
amoenus, sceglie il bozzetto naif, ma
gli trema la camera, non osa e rimane
a metà strada. Ed è grave per un film
che, esulando dal realismo, dovrebbe
calcare un palcoscenico benigno ma
non buonista, utopico ma non
inverosimile. Invece no, Iosseliani –
sceneggiatore, regista e montatore sceglie un signor attor nessuno,
Séverin Blanchet, per impersonare
l’ex-ministro Vincent, viveur e
tombeur, traveste da donna il mostro
sacro Michel Piccoli e si perde lui
stesso tra vino, amanti a go-go e
diffuso perdonismo. Le musiche sono
di Franz Schubert, ma pare
REGIA
Con
Genere
Distr.
Durata
OTAR IOSSELIANI
Séverin Blanchet, Michel Piccoli
Commedia, Colore
Mikado
121’
66 RdC Novembre 2006
IN SALA
Scurdiamoce o’ passato, il passaggio
di potere, che Iosseliani vorrebbe
demistificare, diviene assenza di
Potere. Quello vero, quello maiuscolo,
è purtroppo un’altra cosa, non è
redimibile come Vincent, non è
caricaturale come il suo successore
Théodière: Giardini in autunno lo
tiene colpevolmente nel fuoricampo.
Non resta che farci affascinare, invero
poco, molto poco, da un altro mondo
possibile, nemmeno ottimale:
immigrati ridotti a cartine tornasole
del politically correct e maschilismo
imperante. Almeno al cinema, le
mezze stagioni non dovrebbero
esistere.
FEDERICO PONTIGGIA
L’IMBROGLIO
Il truffatore Richard Gere stupisce e appassiona come la regia di Hallström
IN SALA
Apologo sulla professione dello
scrittore, la droga del successo, la
furfantesca ansia del potere. Finalmente
Lasse Hallström si concede il lusso di
una storia contemporanea graffiante e
mordace, che ci riporta agli anni ‘70.
Una storia di quarto potere a più livelli:
chi lo incarna, ossia Howard Hughes, e
chi lo sfrutta e lo deride, Clifford Irving,
autore di una falsa biografia del
magnate, venduta a suon di dollari, oltre
il milione, all’editore Mc-Graw-Hill. Scoop
beffardo che ha rischiato di travolgere
presidenti (Nixon), riviste illustri (Life),
editori, banche, e tutti coloro che
entravano nel mirino del geniale Irving.
LA VERA (E INCREDIBILE) VITA DEL
FALSO BIOGRAFO DI HOWARD HUGHES
Non sarebbe stato credibile, l’Irving de
L’imbroglio, se non avesse potuto
godere dell’aspetto, opportunamente
modificato, di un bravo Richard Gere,
accompagnato in questa “avventura
editoriale” dal grande Alfred Molina,
una specie di Sancho Panza della
furfanteria. Era il 1972, e quello di Irving
rischiò di diventare il libro del secolo: il
film ne racconta genesi e morte, con
l’ascesa e la caduta del suo autore,
seppure caduta morbida, poiché
l’intervento audio in diretta televisiva
dell’eccentrico e disturbato Hughes
affondò la mistificazione, salvò Nixon,
fece recuperare a se stesso milioni di
dollari, restituì agli editori quello rubato
da Irving, il quale planò delicatamente
in galera, soltanto per un anno e una
manciata di mesi. Non si dubita che il
REGIA
Con
Genere
Distr.
Durata
LASSE HALLSTRÖM
Richard Gere, Alfred Molina
Drammatico, Colore
Eagle Pictures
115’
quel periodo il nostro geniale scrittoretruffatore abbia avuto modo non tanto
di meditare sulle colpe commesse, ma
di progettare il suo futuro di
romanziere: non ha mai cessato di
considerare quella come una vera
“biografia”, volendola salvare dal rogo,
anche morale. In fondo era stata scritta
avvalendosi di testimonianze vere,
anche se sottratte e raccolte con
sistemi poco legali e ortodossi. Per
questo genio della truffa editoriale,
insomma, il futuro potrebbe riservare
ancora sorprese. Per gli amanti del
cinema il film lo è stato, riconnettendo
sui giusti binari una coppia di artisti e
dando spazio ad una regia
movimentata, divertente, intrigante
come solo le truffe sanno esserlo.
LUCA PELLEGRINI
Novembre 2006 RdC 67
iFilmDelMese
A CASA NOSTRA
Francesca Comencini contro l’Italia dei furbi: un affresco coraggioso
IN SALA
Un’Italia di furbi e di faccendieri
contrapposta a quella di chi
lavora, soffre, sopravvive, tenta di
arrivare a fine mese; un Paese stanco
e malato che non assiste al trionfo
della verità e della giustizia ma non si
rassegna alla meschinità, allo
sfruttamento. E’ un quadro sincero e
dolente, che Rita, una bravissima
Valeria Golino nei panni di un Capitano
della Guardia di Finanza caparbia e
sensibile in una Milano triste e livida,
così come la racconta Francesca
Comencini in A casa nostra, dipinge
con una veloce, tagliente immagine,
rivolgendosi ad Ugo, grande Luca
POTERE E IMPUNITA’ A MILANO: BRAVI
ZINGARETTI E LA GOLINO
68 RdC Novembre 2006
Zingaretti, banchiere di malaffare
ancora a piede libero, personaggio
liberamente tratto da casi di recente
cronaca italiana: “Voi come vi
permettete! Credete di poter fare
quello che vi pare? Ma questo paese è
pure casa nostra”. E’ un coraggioso
impegno civile che trasuda dal
personaggio della donna a quello della
regista, autrice anche del soggetto e
della sceneggiatura, insieme a Franco
Bernini. Un impegno che la musica di
Verdi (Traviata e Rigoletto) riporta
all’identità di una “patria” nata col
sacrificio di molti e oggi vilipesa per la
disonestà e la finzione di pochi,
potenti nella politica e nell’economia.
Nel film s’incrociano diversi
protagonisti simbolo di situazioni
tipiche della vita quotidiana: chi non
REGIA
Con
Genere
Distr.
Durata
FRANCESCA COMENCINI
Valeria Golino, Luca Zingaretti
Drammatico, Colore
01 Distribution
99’
paga le tasse, chi si prostituisce, chi
cerca di redimere il proprio passato
(un sempre più bravo Giuseppe
Battiston), chi tenta il guadagno facile
con mezzi illeciti (Luca Argentero,
pieno di fascino), chi sfrutta gli altri,
chi vuole svendere la vita e chi la
vuole condurre onestamente.
Insomma, uno spaccato di piccole
realtà e di grandi proporzioni
cinematografiche, in cui ci si ama, ci si
odia, si mette a nudo la propria
vulnerabilità, ci si illude, si tenta di
rivendicare i propri diritti, in una storia
circolare e frammentaria che gira sul
tema del denaro e del potere, del
lavoro e dell’amore, della giustizia e
della impunità. Una storia salutare per
il cinema e per tutti noi.
LUCA PELLEGRINI
IN SALA
GRIZZLY MAN
Herzog con lode: gli orsi del suo docu-film parlano di solitudine umana
ANTEPRIMA
N (IO E
NAPOLEONE)
Commedia in costume per Paolo Virzì.
Poco autoriale, ma convincente
Nel 1990 Timothy Treadwell
decise di dare una svolta alla sua
vita. Abbandonando i pochi legami con
il cosiddetto mondo civile, l’attivistaecologista di Long Island sposò la
causa dei grizzly, gli enormi orsi che,
per colpa dei cacciatori di frodo,
rischiavano l’estinzione. Armato
soltanto di una piccola telecamera si
trasferì nel Katmai National Park, in
Alaska. Qui, in condizioni proibitive,
realizzò un’enorme quantità di riprese
grazie alle quali, oltre a documentare la
vita della comunità animale della zona,
tentò di dimostrare il rischio che
correvano i suoi “amici”, scagliandosi
contro tutti coloro che non impedivano
questo massacro. Ciò che emerge dal
docu-film di Herzog è però una realtà
ben diversa. Non solo perché la caccia
non era un fattore di rischio, ma
soprattutto perché a poco a poco ci si
rende conto che il protagonista era
vittima di un disagio emotivo che lo
portava a distorcere la visione delle
cose. Ed è qui che entra in scena quel
fantastico autore/non autore che è
Werner Herzog. Intervistando chi
conosceva Treadwell, ci offre il quadro
desolante di una vita priva di veri affetti
(i genitori sembrano quelli di Woody
Allen in Prendi i soldi e scappa, senza
maschere di Groucho Marx), sempre
alla ricerca di un appiglio a cui ancorare
le proprie convinzioni. Sposando la
causa dei grizzly, Treadwell aveva
trovato la sua ragione di vita e per
questa, aveva affermato che sarebbe
stato disposto anche a morire. Era
davvero convinto di avere stabilito un
rapporto con i plantigradi, di essere
uno di famiglia. Al punto che convinse
la sua fidanzata a seguirlo
nell’impresa. Erano insieme, il 6
ottobre del 2003, quando un orso li
attaccò, uccidendoli, divorandoli. Di
quei terribili momenti non esistono
immagini, ma la telecamera, sempre
accesa sebbene con l’obiettivo chiuso,
ha registrato sei terribili minuti in cui
Treadwell, azzannato dall’animale,
grida alla compagna di fuggire.
Inutilmente, perchè lei rimarrà lì, fino
al tragico epilogo. Herzog, grande
anche per questo, non mostra
un’immagine né fa sentire un solo
secondo di quella registrazione. Ma
Grizzly Man colpisce ugualmente
come un pugno allo stomaco,
trasmette un senso di inquietudine
perché, come dice la voce fuori campo
del regista, “negli occhi di quegli
animali si legge solo indifferenza” e
non quell’empatia che Timothy
Treadwell disperatamente cercava.
La folle
crociata in
cui un noto
ambientalista
cercava la
sua ragione
di vita
1814: Napoleone (Daniel
Auteuil) giunge in esilio all’Isola
d’Elba, accolto dal tripudio della
nobiltà e del popolino. Pochi i
dissenzienti, tra cui Martino Papucci
(Elio Germano), fratello minore dei
commercianti Ferrante (Valerio
Mastandrea) e Diamantina (Sabrina
Impacciatore), maestro elementare e
amante della baronessa Emilia
(Monica Bellucci). Nutrito di aneliti
libertari, Martino vorrebbe uccidere
il tiranno, gli fa da scrivano, ma
rimane affascinato, infine soggiogato
da quello che pare un eroe al
tramonto. Ispirandosi al romanzo
omonimo di Ernesto Ferrero, Paolo
Virzì accosta per la prima volta la
Storia e uno dei suoi protagonisti più
controversi, puntando in alto ma
senza staccare i piedi dalla consueta
– e consona - piattaforma della
commedia. N non è niente di meno,
niente di più, di una commedia in
costume, in realtà nemmeno storica.
Seppur la ricostruzione d’antan non
è disprezzabile, è comunque
parentetica: Virzì non riesce a essere
inattuale nel senso migliore del
termine, utilizza la cornice storica
per continuare a interrogarsi su vite
non illustri scartabellando registri
comici anziché tragici. Se Caterina
andava in città, Martino vorrebbe
andare nel mondo, ma il pedaggio è
alto, per entrambi. Supportato da un
cast affiatato (lo scapigliato
Germano, l’auto-ironica Bellucci, il
super partes Auteuil), Virzì convince,
ma rimanda l’appuntamento con
l’Autore che potrebbe essere.
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Homevideo, musica, industria e letteratura: novità e bilanci dal cinema
DVD
Inside Cinema
Libri
Colonne sonore
LINGUACCE D’AUTORE
Quando Godard fece a pugni per i Rolling Stones: in dvd il
caso One Plus One. Uno sberleffo al sistema, 40 anni dopo
Novembre 2006 RdC 71
telecomando
DVD
Inside Cinema
Libri
di Alessandro Scotti
Il brivido secondo
Hitchcock
I capolavori del regista in un unico cofanetto: 8 dischi (più ricchissimi extra),
aspettando la serie completa dei suoi celebri film-tv
SABOTATORI
L’OMBRA DEL
DUBBIO
NODO ALLA GOLA
LA FINESTRA
SUL CORTILE
LA CONGIURA
DEGLI INNOCENTI
L’UOMO CHE
SAPEVA TROPPO
LA DONNA CHE
VISSE DUE VOLTE
PSYCO
GLI UCCELLI
MARNIE
IL SIPARIO
STRAPPATO
TOPAZ
FRENZY
COMPLOTTO DI
FAMIGLIA
Quattordici titoli, in un unico
cofanetto da 8 dvd,
ripercorrono la carriera del
maestro della suspense
cinematografica. Hitchcock, nella
sua vita, di film ne ha girati
cinquantatre; The Masterpiece
Collection ripropone in ordine
cronologico alcuni fra i film
realizzati dal regista nel periodo
dal ‘42 al ’76. Si tratta di una
selezione, ma sufficiente a dare
un’immagine esaustiva della
produzione dell’Hitchcock maturo.
Sabotatori e L’ombra del dubbio
(rispettivamente 1942 e ‘43) sono
fra gli ultimi film in bianco e nero
del regista. Con Nodo alla gola, il
primo a colori, Hitchcock debutta
come produttore e riesce a girare
l’intero lungometraggio in piani
sequenza di dieci minuti, tali da
DAL BIANCONERO DEI SABOTATORI
E PSYCO AL COLORE DI MARNIE
72 RdC Novembre 2006
farlo apparire come frutto di
un’unica inquadratura. Il tema del
punto di vista è al centro di La
finestra sul cortile del ’54. L’anno
successivo Hitchcock esplora il
campo della commedia, facendo
perno sul grottesco e gira La
congiura degli innocenti, da un
romanzo di Jack Trevor. Per poi
arrivare a concepire il remake de
L’uomo che sapeva troppo, da lui
stesso girato ventidue anni prima.
La retrospettiva prosegue con La
donna che visse due volte, siamo
nel ’58. Psyco fu il maggiore fra i
successi del regista e fruttò 4
nomination agli Oscar. Gli uccelli
(1963) è invece l’unico film
fantastico della sua carriera, con
elaborati trucchi di messinscena e
aperto alle più svariate
interpretazioni. Marnie segna la
fine della collaborazione fra
Hitchcock e i suoi collaboratori
Robert Burks (operatore), George
Tomasini (montatore) e il musicista
Bernard Herrmann. Seguono
Il sipario strappato, Topaz, Frenzy
e Complotto di famiglia: ultima
fatica del regista all’insegna del
metissage fra suspence e
umorismo. Ai film si aggiunge un
intero dvd di contenuti speciali (50
minuti) intitolato The Hitchcock
Legacy e un libretto con la
filmografia completa del regista. Il
cofanetto anticipa l’uscita in dvd
della collezione integrale (è la
prima volta) della serie televisiva
Alfred Hitchcock presenta. Due
boxset di 8 dvd ciascuno
raccoglieranno infatti, a partire dal
prossimo 6 dicembre, i 42 episodi
della serie introdotta dal regista.
Colonne sonore
Novembre 2006 RdC 73
telecomando
DVD
Inside Cinema
Libri
Colonne sonore
(Tele) visioni
FRIENDS SUPERBOX
Blade Runner inedito
Il cult dell’82 come lo voleva Ridley Scott:
completamente diverso
Regia Ridley Scott
Con Harrison Ford,
Sean Young, Daryl
Hannah, Rutger
Hauer
Genere
Fantascienza, Colore
Distr. Warner Home
Video
Una pietra miliare del cinema fantascientifico
d’autore: ispirato al romanzo di Philip K. Dick Ma
gli androidi sognano pecore elettroniche? e diretto da
Ridley Scott. Ma la versione che circolò nell’82 non era
quella voluta dal regista. Dopo il fallimento dei test
screenings la Warner rimise il film in mano ai tecnici.
Risultato: comparve la voce narrante di Rick Deckard
(il personaggio interpretato da Ford) a fare da
contrappunto al pessimismo delle immagini, la storia
d’amore fra il protagonista e Rachel venne contratta, e
al finale venne aggiunta un’ultima sequenza per non
lasciare gli spettatori con l’amaro in bocca. Ci vollero
dieci anni di reputazione consolidata, perché Scott
potesse pretendere di riproporre il film così come era
stato concepito. La storia del cacciatore di androidi ne
esce rinnovata: il finale è aperto e i sogni di Deckart
(completamente tagliati dalla produzione come se si
trattasse di pura decorazione) suggeriscono l’ipotesi
inquietante che lo stesso protagonista sia un
replicante... Non un semplice restyling, ma
cambiamenti significativi che restituiscono il film in
una nuova luce. Da vedere.
Il finale è aperto e si
affaccia l’ipotesi che
anche il protagonista
sia un replicante
74 RdC Novembre 2006
Collezione in 11
cofanetti, con tutte e
10 le stagioni della
sitcom che dal ’94 ha
invaso le tv di mezzo
mondo.
Quarantaquattro
dischi – più un box
extra con contenuti
inediti in Italia – per
le gesta di un gruppo
di ex-adolescenti
impegnati in
improbabili
discussioni su amore,
sesso e carriera.
Reciproco conforto e
mutua confessione
sono la parola
d’ordine, tanto nel
caffè Central Perk
come fra le mura di
due appartamenti del
West Village. L’hanno
chiamata la risposta
newyorckese a
Beverly Hills 90210,
ai noi pare il viatico al
Grande Fratello
televisivo.
PRISON BREAK
Stagione 1. Il calcio
d’inizio è con un
cofanetto in quattro
dischi che riunisce i
primi 13 episodi. Una
maldestra rapina in
banca di un
ingegnere che non
accetta di difendersi
al processo. Il suo
solo scopo è
accedere al carcere
di Fox River (dove è
rinchiuso suo fratello
con l’accusa di aver
assassinato il figlio
del presidente Usa).
Fra le mura della
prigione si pianifica
l’evasione, con ritmi
serrati e un utilizzo
particolarmente
creativo dei
flashback - cui è
affidato l’onere di
spiegare (a
posteriori) lo scopo
delle azioni del
protagonista. La
dipendenza è
garantita...
Freschi di sala
POSEIDON
Doppio disco per un’ecatombe in versione
Aquafan, targata Wolfgang Petersen. Il regista
di Tempesta perfetta e U-Boot 96 non
tradisce il suo amore per le catastrofi balneari
e gli extra illustrano con dovizia di particolari
ogni aspetto della produzione.
IL CAIMANO
Prosegue il percorso autobiografico di Nanni
Moretti che descrive l’Italia di Berlusconi e
delle veline. Edizione speciale con un vero e
proprio “diario” da lui stesso curato. Vera e
propria chicca: un’intercettazione telefonica
fra Berlusconi e Dell’Utri.
L’ANTIDOTO
Frizzante commedia alla francese con accenni
parodistici alla Woody Allen. Il folle script
prevede un ricco uomo d’affari, colto da
attacchi di panico a un passo dall’affare della
sua vita. La soluzione, un po’ prevedibile ma
gradevole, è nell’antidoto del titolo.
Scorsese consiglia
Infernal Affairs 2 e 3: il cult di Hong Kong
che ha ispirato The Departed
Fenomeno di costume a Hong Kong, la
trilogia di Wai Keung Lau e Siu Fai Mak è
diventata oggetto di culto in Occidente. Un film,
Infernal Affairs, seguito da un prequel e da un
terzo episodio, le cui vicende si svolgono pochi
mesi dalla fine del primo, oggi disponibili in dvd.
La storia è quella di due uomini dalle esistenze
speculari: Chan è un poliziotto infiltrato nella
Triade, una spietata banda criminale. Lau una
talpa che il boss dell’organizzazione ha infiltrato
nella polizia. Doppio gioco e doppia identità sono
al centro del plot, orchestrato tanto nell’intreccio
quanto nella caratterizzazione psicologica dei
protagonisti. Schierati su opposti fronti, loro si
assomigliano come gocce d’acqua (tanto che lo
spettatore vive nell’eterno dubbio: chi è chi?).
Buono e cattivo, giusto e ingiusto: Infernal Affairs
li presenta come dicotomie dal confine labile,
sospesi in una zona grigia. Tanto intrigante da
aver ispirato Martin Scorsese per il remake
The Departed con Di Caprio e Matt Damon.
Vecchie glorie
QUANDO LA MOGLIE BUTCH CASSIDY
E’ IN VACANZA
Ospite inevitabile
Quando la moglie è in
vacanza consacrò a
mito la Monroe che,
per sfuggire alla
canicola estiva di
Manhattan, si
rinfresca la sottana
con la corrente d’aria
di una grata della
metropolitana. Oggi
entra nel novero dei
film restaurati e
rieditati dalla Fox. Il
film è arricchito da un
commento di Kelly
Lally, biografo del
regista Billy Wilder e
da una serie di
documentari su
Marilyn, sulla sua
leggenda e sui suoi
ultimi giorni.
Nell’edizione in due
dischi anche scene
inedite, confronti che
evidenziano gli
interventi di restauro
e una monografia
sullo straordinario
Wilder.
della collana Pietre
miliari di Fox Studio
Classics.
Pluripremiata icona
del cinema western, il
Butch Cassidy di
George Roy Hill esce
in edizione restaurata
in due dischi. Le gesta
di Butch, Sundance ed
Etta, rapinatori e
fuggitivi in Bolivia
sono ammantate
dell’aura del mito. La
parte del leone la
fanno gli extra col
commento del regista,
del paroliere, del
produttore associato,
del geniale direttore
della fotografia
Conrad Hall e dello
sceneggiatore William
Goldman (allora
professore
universitario alla
prima sceneggiatura).
Ma ci sono anche
documentari, making
of e scene tagliate.
ARABESQUE
Thriller a sfondo
romantico fin troppo
armoniosamente
orchestrato da
Stanley Donen. Alla
base di Arabesque un
intreccio complesso
fra un professore di
filosofia di Oxford, un
magnate del petrolio
e la di lui amante.
Incaricato di
decifrare un
misterioso
geroglifico, il
professore verrà
messo in guardia
dalla radiosa Yasmin
circa il pericolo che
corre. Entrambi
finiranno coinvolti in
un complicato caso di
spionaggio. La regia
è tanto raffinata da
apparire artificiosa
con i suoi continui
rimandi al mondo
delle arti visive,
mentre la Loren
sfavilla grazie alla
complicità di Dior.
Maggio francese & pugni d’autore
Sympathy for the Devil
Il ’68 di Godard tra Black Power e Rolling Stones
Per la prima
volta in dvd.
Incredibilmente.
Uscita alla fine del
’68, quest’opera di
Godard divenne
subito leggenda. Un
affresco in cui
trovano posto Anne
Wiazemsky (allora
sua compagna) che
scrive sui muri di
Londra slogan
rivoluzionari, un
libraio antisemita,
una gang di Black
Power e i Rolling
Stones in sala prove.
Il produttore
rielaborò il girato e
cambiò il titolo da
One Plus One a
Sympathy for the
Devil. Godard, furioso,
si presentò alla prima
e, dopo averlo
liquidato a pugni,
organizzò una
contro-proiezione
sotto il Ponte di
Waterloo. I due dischi
contengono
entrambe le versioni,
accompagnate da un
documentario.
Novembre 2006 RdC 75
telecomando
DVD
Inside Cinema
Libri
Colonne sonore
Dvd dallo spazio
Due nuovi formati con standard alieni ed alto tasso di interattività. Ecco la rivoluzione
digitale che manderà in soffitta i vecchi supporti DI MARCO SPAGNOLI
L’Home Entertainment entra in
una nuova era. A poco più di
cinque anni dal successo del Dvd e dal
suo trionfo sulla videocassetta, ecco
un nuovo supporto destinato a
cambiare le nostre vite: il Dvd ad alta
definizione nei formati Blu-Ray e Hd
Dvd. Fra loro incompatibili, saranno
però entrambi in grado di leggere i
dischi tradizionali, che continueranno
ad essere pubblicati. Una vera e
propria rivoluzione, in termini di
qualità, a patto di avere già acquistato
uno dei nuovi schermi piatti con la
scritta “HD Ready”. Attualmente – per
diverse strategie commerciali – non
tutte le case di distribuzione
producono i loro titoli in entrambi i
formati. Il Blu-Ray sviluppato da Sony
è promosso da Sony Pictures,
Twentieth Century Fox e Buena Vista.
Hd-Dvd invece da Toshiba, NEC,
Sanyo ed è inoltre supportato dalla
Universal, mentre Paramount e
Tra le innovazioni un sofisticato sistema
antipirateria: se il disco non è originale il
sistema si blocca irreversibilmente
76 RdC Novembre 2006
Warner Home Video hanno deciso di
pubblicare i loro film per entrambi i
mercati. Un bel grattacapo, almeno
all’inizio, per chi valuterà se acquisire
uno o l’altro formato? “Non pensiamo
che questa situazione rappresenti un
problema o un limite per lo sviluppo
dell’alta definizione”, puntualizza
Davide Rossi, presidente di Univideo,
l’associazione che raccoglie l’editoria
audiovisiva italiana. “E’ ipotizzabile
che i due standard si avviino a una
convivenza pacifica seppure
concorrenziale come, nella telefonia
mobile, accade per UMTS e GSM”.
Due modalità di approccio
diametralmente opposte con –
addirittura – le custodie dei dischi di
colori diversi: rosse per l’Hd-Dvd
come il colore del laser che legge il
disco, blu per l’altro formato che
proprio dal raggio prende il nome. Al
di là della qualità, sono molte le
novità per i consumatori: “Si tratta di
un passaggio epocale, perché
permette allo spettatore di vedere il
film nelle migliori condizioni tecniche
possibili”, spiega Gian Maria Donà
Dalle Rose, amministratore delegato
di Twentieth Century Fox Home
Entertainment. “I menù sono
interattivi e presenti direttamente sul
film. L’interattività riguarda tutto il
prodotto ed è sviluppata con
linguaggio Java. Il suono è
sensibilmente migliorato e il formato
standard sarà 7.1. Ci saranno dei
contenuti extra esclusivi per l’edizione
in alta definizione. Se il lettore BluRay riconosce un disco piratato,
inoltre, si blocca e non può più essere
utilizzato. Collegandosi ad Internet,
poi, si potranno scaricare
direttamente sul disco dei nuovi
extra”. Fabrizio Ferrucci, presidente
della Federazione Anti Pirateria
Audiovisiva e AD di Sony Pictures
Home Entertainment conclude: “Il
lancio di Playstation 3 il prossimo
marzo in tutta Europa, con la consolle
pronta a leggere il Blu-Ray, darà
l’avvio a una vera e propria
rivoluzione digitale anche nel vecchio
continente. Una rivoluzione superiore
a quella verificatasi con il passaggio
da Vhs a Dvd. L’Alta Definizione è una
tecnologia che consente di
immagazzinare informazioni dieci
volte superiori a quelle attuali: le
potenzialità sono inimmaginabili e – di
fatto – si apre una nuova era con delle
possibilità di sviluppo enormi”.
telecomando
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Libri
Colonne sonore
ECONOMIA DEI MEDIA DI FRANCO MONTINI
Giochi pericolosi
La Costituzione entra nei cinema. Ma, con la nuova disciplina e
l’autonomia delle Regioni, parte del settore rischia la serie B
Fra le competenze
cinematografiche trasferite
alle Regioni, in conseguenza
della revisione costituzionale, il
settore esercizio rappresenta la
fetta più importante e
consistente. Alle Regioni
spetterà occuparsi innanzi tutto
dei criteri relativi all’apertura
sale, che evidentemente
potrebbero essere diversi fra
loro. Alcune hanno già legiferato
in materia; altre hanno promesso
di farlo quanto prima. Intanto si
stanno mettendo a punto i
relativi regolamenti, che sono
poi la cosa più importante,
perché, mentre le leggi
stabiliscono i principi generali,
avranno il compito di
determinare quozienti, numeri,
distanze da rispettare al fine di
ottenere i permessi necessari
78 RdC Novembre 2006
per aprire nuove strutture.
Tuttavia è essenziale che il ruolo
delle Regioni intervenga anche
nel sostegno alla cultura
cinematografica. In questo senso
le sale d’essai rappresentano uno
strumento essenziale per la
formazione del pubblico e la
crescita di una domanda di
qualità che contribuisca
all’alfabetizzazione alle
immagini, in attesa che questo
compito venga assunto, come
sarebbe doveroso, dalla scuola
italiana. Le Regioni intendono
assolvere anche questi impegni
e, soprattutto, sono in grado di
farlo?
Dell’argomento si è discusso in
un recente convegno
organizzato a Roma della Fice
(Federazione Italiana Cinema
d’Essai), che ha ospitato anche
gli interventi di assessori alla
cultura e dirigenti responsabili
degli uffici cinema di diverse
Regioni. Dall’incontro, intitolato
“Cinema d’essai e politiche
territoriali”, è emersa la realtà di
una situazione a doppia velocità:
da una parte alcune Regioni
(Toscana, Emilia-Romagna, Lazio
in particolare, ma anche Veneto,
Puglia e Piemonte) assai
impegnate sul fronte
cinematografico, molte altre
finora colpevolmente assenti. E
poiché è dimostrato che è
l’offerta a far crescere la
domanda, il rischio è di un
prossimo futuro caratterizzato
da zone cinematograficamente
molto sviluppate ed altre
sottosviluppate.
Per questo sarebbe utile
intensificare i confronti, affinché
alcune positive esperienze si
trasformino in patrimonio
comune. Così come sarebbe
auspicabile realizzare a livello
regionale progetti sul tipo di
“Cento città” e “Schermi di
qualità”, due iniziative messe a
punto di recente dalla Direzione
Cinema del Ministero dei Beni e
delle Attività Culturali, che si
sono rivelate essenziali per la
Allarme da parte dei circuiti d’essai:
la gestione decentrata sarà in grado di
curare la programmazione di qualità?
sopravvivenza di numerose sale
del cosiddetto “mercato di
profondità”. Ci vorrebbero
insomma progetti regionali
animati dalla stessa “filosofia”,
ovvero finalizzati alla difesa
dell’esercizio di “frontiera”.
“Tanto più - come ha
sottolineato il presidente della
Fice, Domenico Di Noia - che le
sale d’essai si trovano nella
stragrande maggioranza nei
centri storici e fanno parte della
storia sociale e culturale delle
città e quindi il legame con
l’istituzione locale è, e dovrebbe
essere, molto forte”.
Fra le meritorie iniziative già
realizzate, quelle della Regione
Toscana, che, con il progetto
“Andiamo al cinema”, ha favorito
la frequentazione del grande
schermo di oltre 70mila studenti;
della Regione Lazio, che è
intervenuta nella stampa di
copie da destinare alla
programmazione di qualità di
cinema periferici e decentrati e
con il sostegno ad una politica di
forti sconti sul prezzo del
biglietto per due giorni a
settimana.
Ma oltre che sulla distribuzione e
il consumo, le Regioni
dovrebbero intervenire anche
sulle attività strutturali
dell’esercizio, come ha già fatto
l’Emilia-Romagna, sostenendo
ristrutturazioni e adeguamenti
tecnologici delle sale. Peraltro
l’attività in questo settore appare
compromessa dalle novità
introdotte dalla Finanziaria, che
impediscono di finanziare
singole imprese private. Di fatto
questo provvedimento nega alle
Regioni la possibilità di
sostenere la costosa conversione
digitale delle sale, che l’esercizio
periferico non sembra al
momento in grado di affrontare
da solo, e che sarebbe un’ottima
occasione per facilitare la
diffusione di film
commercialmente rischiosi,
documentari, cortometraggi ed
ogni altro tipo di cinema di
nicchia. L’impedimento imposto
dalla Finanziaria rappresenta un
elemento di evidente
contraddizione in un momento di
grandi rivoluzioni tecnologiche
anche per l’esercizio, che, ci si
augura, possa essere sanato al
più presto.
CAST & CREW DI MARCO SPAGNOLI
L’architetto dei suoni
Pino Chiodo
Il lavoro che c’è ma non si vede: curare l’acustica di sale e festival
“Chiuso” nel Parco della Musica
per tre mesi, Pino Chiodo è stato
il “salvatore” della Festa di Roma: suo
il progetto acustico e visivo di
ristrutturazione delle quattro sale
dell’Auditorium. “Le macchine servono
fino ad un certo punto – dice il
fondatore di Cinema Engineering,
società specializzata nella
realizzazione di Multiplex con trenta
anni di carriera nel campo della
musica dal vivo -. Ti puoi basare solo
sull’esperienza. ”Curatore, fra l’altro,
delle proiezioni del Festival di
Taormina, delle Giornate
Professionali e – all’ultimo Festival di
Venezia – del Flauto magico alla
Fenice, è l’uomo che – come Wolf in
Pulp Fiction – risolve i problemi,
ricercando il massimo della qualità
audiovisiva.
Il suo approccio a questo lavoro?
A vent’anni lavoravo nella musica. Dal
1995 mi occupo quasi esclusivamente
di cinema. Ho realizzato una
settantina di sale in tutta Italia e sono
ISTRUZIONI PER L’USO
consulente dell’Agis – Anec.
Di cosa si occupa esattamente?
Sia dell’aspetto dell’audio che di quello
video. Curo la progettazione, l’acustica
e l’isolamento sonoro delle sale.
La sfida più grande?
La Festa di Roma. L’Auditorium era
stato progettato per la musica classica
con pochissima amplificazione.
Abbiamo dovuto trasformare
l’acustica di tutte le sale, facendo in
“La più grande impresa? Adeguare
l’Auditorium per la Festa di Roma”
modo che alla fine tutto tornasse
come prima.
Un consiglio per i giovani?
Una base di elettronica e di ingegneria
serve sempre. Non ci sono scuole che
formano per questo lavoro. Si può
imparare la teoria, ma la vera
esperienza nasce sul campo. Dopo
trent’anni continuo a imparare
qualcosa di nuovo.
Indirizzi e raccomandazioni, per provarci senza fare una brutta fine
COMINCIARE DAL WEB
Il sito di Pino Chiodo:
www.pinochiodo.it.
Per imparare:
www.mastersuono.uniroma2.it
Tecnici dello spettacolo
online: www.ziogiorgio.it
SUL PALCO DI BAGLIONI
L’artista più esigente con cui
ha lavorato Chiodo? Claudio
Baglioni. “Pur di
sorprendere, ci rimette di
tasca sua. L’ultima tournée è
stata memorabile per il palco
mobile”.
MEMORIE DI ADRIANO
Il momento più bello della sua
carriera? “Ogni volta che
vedo un film in un Multiplex
che ho realizzato. Come
l’Adriano di Roma. La sala 4 è
semplicemente perfetta sotto
il profilo audio-visivo”.
Novembre 2006 RdC 79
telecomando
DVD
Inside Cinema
Libri
Colonne sonore
di Francesco Bolzoni
Sceneggiature segrete
La vera storia
La storia di
Roma città
aperta
Stefano
Roncoroni,
Cineteca di
Bologna/Le Mani
Recco-Genova
2006, pp. 482
€ 38,00
Il 14 ottobre 2006 hanno
proiettato, alla Festa
Internazionale del Cinema, una copia
restaurata, cioè ottenuta da positivi
affidabili (e, quindi, non “arrangiata”
come in precedenti manifestazioni), di
Roma città aperta, che all’estero e da
noi venne giudicato una cronaca
veritiera dell’occupazione nazista
della capitale italiana. Ciò ha
permesso di considerare con occhio
avvertito le ipotesi proposte da
Stefano Roncoroni in La storia di
Roma città aperta, un unicum nel
panorama editoriale sul cinema (482
pagine di grande formato). Con
qualche scandalo degli storici di
professione, Roncoroni definisce il
film di Roberto Rossellini
“l’espressione più alta di un più ampio
processo di deresponsabilizzazione e
di autosoluzione dalle tragiche
vicende di quegli anni finali del
Fascismo, che tutti gli italiani avevano
voluto operare nella loro coscienza e
nella loro memoria”: quasi “accecati
dal suo fascino e appagati dalla sua
verità” davanti al film abbiamo
rinunciato alla “nostra capacità
critica”. Rileggendo la sequenza della
fucilazione (l’arrivo nel luogo del
supplizio del prete, le sue parole, il
plotone italiano, il colpo di grazia
inferto da un ufficiale tedesco, i
bambini della parrocchia che, dopo la
fucilazione, si avviano verso Roma,
sullo sfondo San Pietro) Roncoroni
formula la sua ipotesi che pare
trovare conferma anche nella scena
del sacrificio della protagonista, la
Pina di Anna Magnani (“una cosa
nuova, un’invenzione, un’illuminazione
che nulla ha a che vedere con le
possibilità del linguaggio tradizionale,
un’emozione che non si può scrivere e
prevedere in sceneggiatura”). Un
intervento censorio, una protesta per
le divise del reparto che fucila don
Piero, che portò all’interruzione del
film, convinse Rossellini a un (parziale)
cambiamento di rotta, a una sorta di
distacco dalla rete protettiva di uomini
di sinistra che pure aveva cercato (i
suoi film di guerra, anche se non c’era
nulla di fascista in La nave bianca, e la
trasferta al nord con la compagna
Roswitha Schmidt al seguito di un
colonnello nazista, una trasferta che
si interruppe a Gardone e il regista e
la sua attrice fecero ritorno in
autostop a Roma). Si aggiunga, poi, la
differenza tra due personalità:
“artigiana, puntigliosa, metodica, da
uomo del nord e di penna di Amidei,
insofferente agli schemi e alle
strutture, inventiva, geniale ma anche
sorniona e romana quella di
Rossellini”. Roncoroni, per quasi
quarant’anni, ha cercato di chiarire
questo problema, andando alla ricerca
della sceneggiatura originale per
confrontarla con quella desunta dal
film. Uno script che appariva e
spariva, come racconta il curatore del
volume che, dal produttore Venturini,
ebbe dei materiali sulla lavorazione
del film, che venne stravolto dalle
“leggende metropolitane”, cresciute
intorno all’opera fondante del
neorealismo. Roma città aperta, a un
certo punto, si è creato una propria
autonomia, “ha messo tutti d’accordo
e tutto a tacere e nessuno ha più
potuto domandargli nulla”.
“Intoccabile, non criticabile, un
monumento nazionale”.
FOTO: ALESSANDRO LANARI
Un libro rivela: Roma città aperta “piegata” al Fascismo
Da non perdere a cura di Giorgia Priolo
IN QUEL FILM C’E’ UN SEGRETO
Mario Sesti, Feltrinelli, € 12,00
Durante la visione di film anche bellissimi vi capita di
perdervi nei vostri pensieri e di fantasticare d’altro? Il
critico Mario Sesti ci conforta: pare succeda anche a lui e
forse a tutti. E allora, al di là della fruizione razionale, quale
comunicazione profonda instaurano con la nostra mente
capolavori come L’infernale Quinlan, Psyco, La conversazione o L’uomo
che non c’era? In questo saggio personale e originale, a metà tra la critica
cinematografica, la psicoanalisi e la teoria della percezione, Sesti ci rivela
partendo da esempi concreti come la visione di un film sia un’esperienza
più misteriosa di quanto si creda.
80 RdC Novembre 2006
BREVE STORIA DEL CINEMA COMICO IN ITALIA
Enrico Giacovelli, Lindau Editore, € 16,00
Totò, Alberto Sordi, Tognazzi, Walter Chiari, Carlo
Verdone, Aldo, Giovanni e Giacomo: non ci sono attori
più popolari dei comici in Italia, né un genere
cinematografico più radicato ed efficace nella
descrizione di vizi e virtù del nostro paese. Dalle gag
filmate del cinema muto (avevate mai sentito parlare di Tontolini o
Cretinetti, la versione nostrana di Ridolini?) fino ai tempi di Berlusconi e
del Caimano morettiano, passando per la commedia all’italiana
propriamente detta e al boom economico: una sintetica ma completa
ricostruzione storica del genere portante della nostra cinematografia.
IL FARINOTTI
Dizionario 2007
A cura di Pino Farinotti, Edizioni San Paolo, € 29,90
Aggiornata fino al secondo episodio de I pirati dei Caraibi,
esce la versione 2007 del Farinotti, la “madre” di tutti i
dizionari dei film italiani. Tra gli elementi positivi che lo
distinguono dai suoi simili: sintesi e oggettività. La grafica
chiara permette di cogliere a colpo d’occhio i giudizi di critica e pubblico
oltre agli eventuali premi internazionali vinti dal film. Le schede puntano
più sulla trama che sul giudizio dei curatori. Essendo Farinotti un esperto di
“cinema e letteratura” quasi sempre viene citata la fonte letteraria quando
il film è un adattamento. Altra nota di merito: il prezzo contenuto.
SCEGLIERE UN FILM 2006
Luisa Cotta Ramosino, A. Fumagalli, Edizioni Ares, € 19,00
Ecco il terzo volume a cura di Fumagalli che si propone
di orientare gli spettatori nella scelta di film che siano
un’occasione di arricchimento umano. Una guida utile
per chi nel cinema ricerchi una funzione educativa, che
al solito giudizio in stelline aggiunge un’interessante
classificazione in film “per tutti”, “per i più giovani” e “per discutere”.
Decisamente triste, il bilancio degli autori sul cinema italiano: anche
titoli più problematici e meglio riusciti come La guerra di Mario e
Anche libero va bene sarebbero viziati da un pessimismo privo di slanci
costruttivi, che scoraggerebbe il pubblico dal tornare al cinema.
Novembre 2006 RdC 81
telecomando
DVD
Inside Cinema
Libri
Colonne sonore
di Ermanno Comuzio
Visto da vicino
NUOVOMONDO
Regia Emanuele Crialese
Musica Antonio Castrignanò
Nuovo mondo e nuovo musicista, per lo
meno per quanto riguarda la musica da
film. Non mi risulta infatti che Antonio
Castrignanò – cultore di musica popolare
con un gruppo del Salento – abbia mai
lavorato per il cinema. Qui, per il bel film di
Crialese, la musica è di radice popolare,
quella di un’Italia povera di inizio ‘900, ma
è sviluppata strutturalmente e
sinfonicamente in
maniera “colta”, tanto da
diventare raffinata. Se lo
stupendo momento dello
stacco della nave carica di
emigranti dal porto è
retto solo dai rumori (il
pulsare del motore,
l’addio straziante della
sirena), durante la
navigazione abbiamo interventi della
fisarmonica ma incorporati nell’orchestra in
pagine addirittura sofisticate. Singoli
episodi sono poi valorizzati proprio dalla
musica, che, pur partendo da un dato
“reale”, diventa partecipe “commento”:
accade quando le donne si pettinano fra
loro, durante la traversata dell’Atlantico, e
quando un emigrante, accompagnandosi
con un tamburello, intona un canto
nostalgico, seguito poi da alcuni compagni
in un crescendo ossessivo. Un altro registro
si contrappone a questo tipo di musica,
all’arrivo a Ellis Island: a un bellissimo coro
popolare delle donne che fanno valere la
propria dignità di fronte alle umilianti prove
d’ingresso si incatena un blues grevemente
ritmato. Siamo in un Nuovo Mondo, ma il
calvario è appena cominciato.
Musica popolare
sviluppata in
chiave colta:
la soluzione
risulta vincente
Per tutti i gusti
Senza senso
PROFUMO
BLACK DAHLIA
La scelta di un jazz anni
Quaranta è automatica per
un noir ambientato negli
anni Quaranta. Adattissimo
Mark Isham, che oltre a
comporre è anche
trombettista jazz. Ma in
Black Dahlia le lamentazioni
della tromba sono così
“caricate” da ingenerare il
sospetto che si arrivi alla
parodia.
82 RdC Novembre 2006
LA STELLA CHE NON C’E’
Franco Piersanti, ottimo
complice di Gianni Amelio
nei suoi ultimi risultati, qui si
cinesizza. Ma lo fa a suo
modo: con un commento
moderno che ha il vertice in
una vera e propria “cantata”
di altissimo livello. E’ questa
pagina, ripresa in diverse
circostanze, a dare un
sapore di eticità alla
vicenda.
IL MERCANTE DI PIETRE
Pivio e Aldo De Scalzi sono
una coppia di ferro e
lavorano bene insieme,
operando alle tastiere.
Anche in imprese difficili
come questa, costretti a
darci dentro con l’elettronica
e a passare da un canto
orientale a una
sottolineatura roboante, da
frasi meditative a
sventagliate ritmiche.
Regia Tom Tykwer
Musica T. Tykwer, J. Klimek, R. Heil
Ci si sono messi in tre,
compreso il regista, per la
colonna sonora. Pulsazioni,
rombi: tutta elettronica
risaputa. Col battito del
cuore amplificato, roba da
museo. E senza umorismo.
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