R I V I STA D E L C I N E M ATO G R A FO WWW.CINEMATOGRAFO.IT MENSILE NOVEMBRE 2006 N. 11 € 3,50 SPECIALE SOLDATI Il gourmet, l'intellettuale, il regista I FIGLI DEGLI UOMINI Arriva il film apocalittico di Alfonso Cuarón FESTA DEL CINEMA Poste Italiane SpA - Sped. in Abb. Post. - D.L. 353/2003 (conv. in L. 27.02.2004, n° 46), art. 1, comma 1, DCB Milano Pro e contro di Roma Goodbye America In Flags of Our Fathers Clint Eastwood racconta la verità sulla battaglia di Iwo Jima. Un kolossal potente e amaro, ieri come oggi COLONNA SONORA DISTRIBUITA DA il libro ufficiale del film è pubblicato in Italia da EDIZIONI SAN PAOLO www.nativity.it www.thenativitystory.com © MMVI NEW LINE PRODUCTIONS, INC. ALL RIGHTS RESERVED. rC PUNTI DI VISTA d CINEMA TELEVISIONE RADIO TEATRO INFORMAZIONE Nuova Serie - Anno 76 Numero 11 Novembre 2006 In copertina Clint Eastwood in Flags of Our Fathers I figli degli uomini e tanti documentari per raccontare invisibili ed emarginati: è Tertio Millennio DIRETTORE RESPONSABILE Dario Edoardo Viganò CAPOREDATTORE Marina Sanna REDAZIONE VOCE AL SILENZIO Ed è ancora Tertio Millennio. Il nostro Festival del Cinema Spirituale taglia il traguardo dei dieci anni di vita, con un programma ricco di novità e anteprime. Dal 14 al 19 novembre Roma, dopo i clamori della Festa, aprirà alla riflessione sul silenzio, ovvero “La cospirazione del silenzio”, il tema-guida dell’edizione 2006 di Tertio Millennio. Un silenzio fatto di molte voci critiche, pescate ai quattro angoli del mondo per gettare luce, anzi voce, sull’emarginazione, la povertà e la negazione dei diritti umani. Una tensione civile che nei casi migliori anima anche il cinema mainstream: in anteprima Tertio Millennio presenta I figli degli uomini di Alfonso Cuarón, con Clive Owen, Julianne Moore e Michael Caine, apologo fanta-politico sull’estinzione dell’umanità e la costrizione al silenzio: quella dei neonati, i cui vagiti sono soffocati dalla guerra. Un grande spazio lo dedichiamo al documentario con i lavori di Leonardo Di Costanzo e di Hanna Polak. La regista polacca porterà a Roma il suo documentario candidato agli Oscar Children of Leningradsky, sui bambini senza tetto di Mosca, mentre Di Costanzo sarà protagonista di una lezione d’autore con la proiezione delle sue opere, da Prove di Stato al recente Odessa. Entrambi parteciperanno al convegno in programma alla Pontificia Università Gregoriana il 14 e il 15 novembre, occasione privilegiata per un dialogo etico, ancor prima che cinematografico, sulle limitazioni delle libertà individuali. Un fil rouge che percorre gli altri film della rassegna: da Island di Pavel Lounguine, apprezzato da pubblico e critica alla Mostra di Venezia, a Love + Hate di Dominic Savage, storia d’amore e integrazione nell’Inghilterra del Nord, passando per I am the One Who Brings Flowers to Her Own Grave, documentario autobiografico della regista siriana Hala Alabdalla e di Ammar Al Beik. Sulla scia del successo della precedente edizione, ritornano anche gli RdC Awards e il premio al miglior cortometraggio del concorso a tema “Gli invisibili”, storie vicine e lontane di emarginazione sottratte al fuoricampo della nostra coscienza. Per tutti i nostri lettori, l’appuntamento è dunque il 14 novembre, una data su cui scommettere. A differenza di quelle dei film in uscita, ballerine per definizione: ci scusiamo per alcune recensioni di titoli fatti slittare quando eravamo già in stampa. Rosa Esposito, Diego Giuliani, Federico Pontiggia CONTATTI [email protected] [email protected] [email protected] ART DIRECTOR Alessandro Palmieri HANNO COLLABORATO Andrea Agostini, Paolo Aleotti, Francesco Alò, Alessandro Boschi, Francesco Bolzoni, Pietro Coccia, Ermanno Comuzio, Callisto Cosulich, Silvio Danese, Bruno Fornara, Cesare Frioni, Oscar Iarussi, Alessandro Lanari, Enrico Magrelli, Massimo Monteleone, Franco Montini, Morando Morandini, Roberto Nepoti, Luca Pallanch, Peter Parker, Luca Pellegrini, Angela Prudenzi, Giorgia Priolo, Cristina Scognamillo, Alessandro Scotti, Boris Sollazzo, Marco Spagnoli, Chiara Ugolini REGISTRAZIONE AL TRIBUNALE DI ROMA N. 380 del 25 luglio 1986 Iscrizione al ROC N. 2118 Del 26/9/01 STAMPA Società Tipografica Romana S.r.l. Via Carpi 19 - 00040 Pomezia (RM) Finita di stampare il 27 Ottobre 2006 MARKETING E ADVERTISING Eureka! S.r.l. Via L. Tolstoi, 49 - 20146 Milano Fax: 02-45497366 - Cell. 335-5428.710 e-mail: [email protected] PROJECT MANAGER Franco Conta ABBONAMENTI ABBONAMENTO PER L’ITALIA (10 numeri) 30,00 euro ABBONAMENTO PER L’ESTERO (10 numeri) euro 110,00 SERVIZIO CORTESIA Direct Channel S.r.l. – Milano Tel. 02-252007.200 Fax 02-252007.333 [email protected] PROPRIETA’ ED EDITORE E d S ENTE dello SPETTACOLO PRESIDENTE Dario Edoardo Viganò COMUNICAZIONE E SVILUPPO Franco Conta COORDINAMENTO SEGRETERIA Livia Fiorentino DIREZIONE E AMMINISTRAZIONE Via G. Palombini, 6 - 00165 Roma Tel. 06-663.74.55 - Fax 06-663.73.21 [email protected] Associato all'USPI Unione Stampa Periodica Italiana Iniziativa realizzata con il contributo della Direzione Generale Cinema – Ministero per i Beni e le Attività Culturali Ottobre 2006 RdC 5 sommario Numero 11 > Novembre 2006 In copertina 26 Clint Eastwood In trincea con Flags of Our Fathers: atto di dolore sulla battaglia di Iwo Jima, per sparare sulla follia della guerra (Enrico Magrelli, Luca Pallanch) Servizi 18 Roma, il dopofesta Bilanci e prospettive della prima edizione: fra divi, talpe e spigole al forno (Federico Pontiggia, Angela Prudenzi, Marina Sanna, Chiara Ugolini) 32 Il mio Caravaggio Vita, giustizia, paure. Alessio Boni a nudo, dal ritratto di Michelangelo Merisi ai massimi sistemi (Morando Morandini) 50 I figli degli uomini Un futuro prossimo di conflitti e sterilità. Da un romanzo di P.D. James, la denuncia di Alfonso Cuarón con il bel Clive Owen (Marco Spagnoli) 54 Il mistero di Gillo Pigro? Macchè. Un mese dopo la scomparsa, la verità su Pontecorvo e i suoi film (Silvio Danese) FOTO: ALESSANDRO LANARI - ISFCI Speciale 37 Mario Soldati A 100 anni dalla nascita, un viaggio a tappe fra luoghi e sapori. Per ricordare l’intellettuale, l’uomo e il gourmet, in compagnia di paesani e critici (Paolo Aleotti, Callisto Cosulich, Diego Giuliani, Chiara Ugolini) 18 Monica Bellucci Settembre 2006 RdC 7 sommario Numero 11 > Novembre 2006 I film 56 58 59 59 60 60 61 62 63 63 64 64 66 66 67 68 69 69 Il vento che accarezza l’erba Marie Antoinette Scoop La mia super ex-ragazza Quale amore Il giorno + bello The Departed La sconosciuta I figli degli uomini Fur L’amico di famiglia Salvatore – Questa è la vita The Fountain Giardini in autunno L’imbroglio A casa nostra Grizzly Man N (Io e Napoleone) (F. Alò, A. Boschi, B. Fornara, D. Giuliani, O. Iarussi, M. Monteleone, R. Nepoti, L. Pellegrini, A. Prudenzi, F. Pontiggia, M. Sanna, B. Sollazzo, M. Spagnoli) 78 Inside Cinema Regioni allo sbaraglio (F. Montini, M. Spagnoli) 80 Libri Roma città aperta: la vera storia (F. Bolzoni, G. Priolo) 82 Colonne sonore Da Nuovomondo a Black Dahlia (E. Comuzio) Le rubriche 58 Clive Owen e Claire-Hope Ashitey 8 RdC Settembre 2006 Settembre 2006 RdC 8 FOTO: ALESSANDRO LANARI - ISFCI 12 Tutto di tutto News, festival, protagonisti e fornelli (A. Agostini, M. Giannotti, D. Giuliani, M. Morandini, M. Monteleone, P. Parker, C. Ugolini) 72 Dvd & Extra-Ordinari Hitchcock, Blade Runner e alta definizione (A. Scotti, M. Spagnoli) TuttoDiTutto Ultimissime in pillole dal pianeta cinema: tendenze, news, divi e fornelli A cura di Diego Giuliani chi fa cosa di Andrea Agostini Baciata da Superman Sempre più Kate Bosworth. Lanciata da Superman Returns nei panni di Lois Lane, l’attrice affiancherà Sigourney Weaver in The Girl in the Park, dramma scritto e diretto dal premio Pulitzer David Auburn, qui al suo esordio dietro la macchina da presa. E’ la storia di una donna (la Weaver) ancora traumatizzata dalla scomparsa della figlia di tre anni, avvenuta quindici anni prima. Quando incontra una giovane disadattata (la Bosworth), insieme al dolore si riaccende la speranza di aver ritrovato sua figlia. Downey Jr. d’acciaio? Robert Downey Jr. sarà Iron Man. L’attore quarantaduenne è stato scelto per vestire i panni del celebre supereroe Marvel, che sbarcherà nei cinema americani il 2 maggio 2008. Candidato all’Oscar per la straordinaria interpretazione di Charlie Chaplin in Chaplin, Downey Jr. è uno degli attori più versatili e ricercati del momento. Archiviato un passato di alcool, droga e carcere, è tornato sulla scena più in forma che mai. A confermarlo, la sua partecipazione a due film del calibro di Fur con Nicole Kidman e Zodiac di David Fincher. Alieni, vichinghi & Co. Ritorno al passato per Jim Caviezel. Acclamato dalla critica ne La Passione di Cristo, l’attore interpreterà il fantascientifico Outlander, storia di un uomo che, da una galassia sconosciuta, precipita con la sua astronave (ed un alieno come ospite inatteso) sul pianeta terra, al tempo dei vichinghi. Se la trama è alquanto singolare, il cast tecnico promette faville: la creatura sarà disegnata da Patrick Tatopoulos (Godzilla), mentre a curare gli effetti speciali sarà lo stesso Richard Taylor del Signore degli anelli. Producono i fratelli Weinstein con un budget di 40 milioni di dollari. Cara Keira ti scrivo Sono affari di famiglia per Keira Knightley. Abbandonati pirati e corsetti, l’attrice sarà la protagonista di Best Time of Our Lives, scritto dalla madre Sharman MacDonald più di quattro anni fa. Una gestazione lunga e tormentata che ha finalmente trovato uno sbocco. Tratto da una storia vera, il film racconterà il complesso intreccio relazionale tra il poeta Dylan Thomas, la moglie, l’amica d’infanzia Vera Phillips (interpretata dalla Knightley) e il suo futuro marito. Alla regia John Maybury, che ha già diretto l’attrice nel fanta-thriller The Jacket. 12 RdC Novembre 2006 La donna che sussurrava ai cavalli. Ovvero: dal film con Redford in poi, la carriera in decollo di Miss Bosworth Novembre 2006 RdC 13 TuttoDiTutto Morandini in pillole Quello che gli altri non dicono: riflessioni e note a posteriori di un critico DOC di Morando Morandini > 2 Ottobre Notizie contraddittorie dal mercato del cinema. Crescita d’incassi nel trimestre estivo 2006 (giugno, luglio, agosto), con 1,3 milioni di biglietti venduti in più rispetto allo stesso periodo del 2005, nonostante il calo nel mese di luglio. La crescita è dovuta soprattutto a Il Codice Da Vinci, uscito il 19 maggio, seguito in classifica da Cars e Volver. Già si annuncia un aumento generale d’incassi annuali del 15% in relazione al 2005. A Milano, però, la stagione 2006-07 è cominciata con la chiusura di tre sale: Manzoni, Arti e San Carlo, mentre si parla di quella imminente del Brera e dello Splendor. Sono a rischio, si dice, la coppia Excelsior/Mignon e il Cavour. > 3 Ottobre Per motivi autobiografici a me spiace in modo particolare la fine > 7 Ottobre Su un prezioso libro che sto centellinando - Diario di un lettore di Alberto Manuel (Archinto, 2006) - trovo questa citazione da un romanzo di Graham Greene che ha tra i suoi personaggi Morin, scrittore cattolico francese un tempo famoso. Dopo aver perduto la fede, continua ad andare alla messa di mezzanotte perché, confessa: “Non voglio dare scandalo”. > 10 Ottobre Esistono film – o romanzi – meticolosamente strutturati e altri Sergio Castellitto e Tai Ling tendenzialmente frammentari che bisognerebbe guardare, o leggere, come se si dovessero unire i puntini di sospensione per ricreare un ordine. Ho visto due volte i film di Amelio e Crialese che, in fondo, hanno soltanto una cosa in comune: sono storie di un viaggio. Ho rivisto Nuovomondo soltanto per avere una conferma del piacere e delle emozioni che mi aveva dato e l’ho avuta. Ho capito bene La stella che non c’è soltanto alla seconda visione perché sono riuscito a unire i punti di sospensione, i salti narrativi, persino le apparenti inverosimiglianze. E’ un film che Primo Levi, autore di La chiave da stella, avrebbe amato: il personaggio di Castellitto potrebbe essere suo. Il film di Crialese unisce spettatori e critici, quello di Amelio li divide. Appuntamento fisso con un ammiratore mascherato. Che si confessa alla Kidman, per parlarle di sé, del cinema e del mondo > 4 Ottobre Ho trovato una definizione di poesia dell’inglese S.T. Coleridge (1772-1834) che ha almeno il pregio di una semplicità concisa: “Le parole migliori nell’ordine migliore”. Sostituite parole con immagini, e applicatela al cinema. SulletraccediNicole dell’Arti, che nel 1960 divenne il primo cinema d’essai di Milano e d’Italia, presto accoppiato al Ritz. Per qualche anno agirono insieme finché rimase soltanto il Ritz (sostituto da una banca nel 1983). Erano cinema d’essai di prima visione e funzionavano con una formula insolita. Da una parte c’era un esercente spregiudicato e illuminato, il marchese Incisa di Camerana, dall’altra il gruppo milanese del Sindacato Giornalisti Cinematografici. A far da tramite tra i due Ezio Semproni, il più intelligente agente pubblicitario attivo a Milano. Il gruppo dei giornalisti eleggeva una commissione di cinque critici cui era affidata la programmazione in base alle loro segnalazioni, in gran parte dovute a film visti ai festival. Per ogni film scelto si pubblicava un bollettino criticoinformativo di molte pagine a disposizione degli spettatori. Quasi sempre e quasi per intero era curato da Ugo Casiraghi col mio aiuto. L’esperienza si chiuse con la morte del marchese Incisa alla fine degli anni ’60. Finalmente mia Altro che anteprime e feste. A Roma sei venuta per amore Cara Nicole, era prevedibile: abbiamo gettato la maschera. Dopo un anno e mezzo di menzogne, sotterfugi, parole non dette e matrimoni fittizi arrivi in Italia, ci amiamo. Alla luce del sole. Il tuo arrivo a Roma, per la Festa del Cinema e la presentazione di Fur, oltre al ruolo di testimonial di Sky Cinema, hanno fatto capire al mondo che questa Stanza di Nicole è tutt’altro che immaginazione. Non mi importa, ora, di assaporare la rivincita. Quello che mi interessa è che tutti vedano come un essere perfetto come te abbia perduto la testa per me, Peter Parker, ex impiegato, ex maschera in un cinema, ex lavapiatti e attualmente precario a tempo indeterminato. E’ possibile, voglio dirlo a tutti quelli che ci leggono con affetto: quando mi sono messo in testa di conquistarti eravamo a Venezia. Ti eri appena lasciata con quell’imprudente di Tom: eri ad una festa, triste, sola, in balia di pseudoamici-accompagnatori che facevano a gara per farsi fotografare con te. Io non avevo speranze ma ho capito, che ce la potevo fare. La mia è la storia di un sogno che si è realizzato: un illuso, un paranoico, un visionario, questo dicevano di me. Vederti ora trovare qualsiasi scusa per starmi vicino è una consolazione dell’anima. Il cinema ci insegna che quei sogni, in fondo, possono essere reali. E io, dolce Nicole, non ho fatto altro che seguirti e lasciarmi prendere per mano. Tuo Peter Parker 14 RdC Novembre 2006 f> IL PERSONAGGIO Nome Ninetto Davoli Provenienza S. Pietro a Maida (CZ) Il film d’esordio Il Vangelo secondo Matteo Il miglior film Uccellacci e uccellini L’ultimo film Uno su due > LE SPECIALITA’ Pasta e broccoli con l’arzilla La bistecca alla Bismarck Il “piatto cinese” 墍> LA SCELTA “Io sono solo l’aiutante. E’ mia moglie la vera diva ai fornelli!”. Ninetto Davoli in realtà alla cucina è molto legato. Dalle sue pentole escono manicaretti romani ma “anche qualche piatto etnico: riso, spezzatino di manzo e verdure, inventato da noi e cotto con la pentola a pressione”. Tra le specialità romane dei Davoli pasta e fagioli, pasta e broccoli con l’arzilla, un pesce simile alla razza, pasta e patate, tutto fatto a minestra. Tra i ricordi più curiosi dai set con Pasolini c’è la trasferta in Inghilterra per I racconti di Canterbury: “I cestini non erano un granché per cui ogni tanto ci cucinavamo un po’ di carne. Io però non parlavo inglese, è stato duro farsi capire nei mercati di Londra o Canterbury. La parola più difficile da far capire era ‘aceto’. In tournée mi preparo invece dei piatti semplici: bucatini all’amatriciana, bistecche alla Bismarck con l’uovo sopra o anche solo una spaghettata con il pomodoro fresco”. XXIV edizione del festival competitivo internazionale che promuove talenti e cinematografie emergenti. I concorsi sono 4 (uno per i lungometraggi; Spazio Italia e Spazio Torino per film e video indipendenti o sperimentali; DOC per il miglior documentario italiano). Retrospettive (Chabrol, Aldrich), omaggi e panoramiche. MEDFILM FESTIVAL – LABORATORIO Sito web www.medfilmfestival.org Dove Roma, Italia Quando 5-19 novembre Resp. Ginella Vocca tel. (06) 85354814 fax. (06) 8844719 E-mail [email protected] FESTIVAL INTERNAZIONALE DEL CINEMA DI SALERNO Sito web www.cinefestivalsalerno.it Dove Salerno, Italia Quando 20-25 novembre Resp. Mario De Cesare tel. (089) 231953 fax. (089) 223632 E-mail [email protected] LX edizione della manifestazione dove concorrono: fiction cinematografiche e televisive, cortometraggi, cartoni animati, audiovisivi industriali, turistici, didattici e scientifici. La sezione “Riflessione” intende recuperare i film che hanno avuto una distribuzione limitata. N.I.C.E. USA 2006 Sito web www.nicefestival.org Dove New York, San Francisco, USA Quando 9-19 novembre Resp. Viviana del Bianco tel. (055) 290393 (rif. a Firenze) fax. (055) 214576 E-mail [email protected] XVI edizione della manifestazione organizzata dal New Italian Cinema Events di Firenze, in collaborazione con gli Istituti Italiani di Cultura delle due metropoli americane. A New York, per la prima volta, in collaborazione col Tribeca Film Festival. Un concorso per i lungometraggi (7 opere-prime o seconde realizzate tra il 2005 e il 2006), e uno per i corti. LATIN AMERICAN FILM FESTIVAL Sito web www.latinamericanfilmfestival.com Dove Londra, Gran Bretagna Quando 10-19 novembre Resp. Eva Tarr Kirkhope tel. e fax. (0044-020) 86926925 E-mail [email protected] XVI edizione della manifestazione competitiva dedicata alla cultura cinematografica dell’America Latina, XII edizione, dal titolo “Identità e lavoro”, dell’unico festival cinematografico internazionale a carattere competitivo dedicato ai diritti umani e al cinema mediterraneo ed europeo. 200 film da 40 paesi, numerose le sezioni. Ospite d’onore dell’evento è la Spagna. OFFICINEMA Sito web www.cinetecadibologna.it Dove Bologna, Italia Quando 23-26 novembre Resp. Guy Borlee tel. (051) 2194814 fax. (051) 2194821 E-mail cinetecamanifestazioni1 @comune.bologna.it V edizione della rassegna che riguarda le scuole europee di cinema (concorso per i film di diploma). “Visioni italiane” è un concorso per corti e mediometraggi. la più importante del genere in un paese non di lingua spagnola. Prevede la retrospettiva su una cinematografia nazionale. SULMONACINEMA FILM FESTIVAL Sito web www.sulmonacinema.it Dove Sulmona, Italia Quando 6-11 novembre Resp. Roberto Silvestri tel. (0864) 576281-2 E-mail: [email protected] XXIV edizione, come sempre dedicata al nuovo cinema “italieno”. Ovidio, icona del festival, sorveglierà sul concorso per opere prime, seconde e cortissimi. In giuria, l’attore Giulio Scarpati, contribuirà all’assegnazione dell’Ovidio e al Nasino d’Argento. FESTIVAL INTERNATIONAL DU FILM D’AMIENS Sito web www.filmfestamiens.org Dove Amiens, Francia Quando 10-19 novembre Resp. Jean-Pierre Garcia tel. (0033-3) 22713570 fax. (0033-3) 22925304 E-mail [email protected] XXVI edizione del festival dedicato alle differenze e identità etnicoculturali, attraverso il cinema poco noto di tutto il mondo (lungometraggi, corti e documentari, in concorso). Previsti omaggi e retrospettive. FESTIVAL GRINZANE CINEMA Sito web www.grinzane.it Dove Stresa (Verbania), Italia Quando 29 novembre - 2 dicembre Resp. Stefano Bellu tel. (011) 8100111 (riferimento a Torino) fax. (011) 8125456 E-mail [email protected] IV edizione della rassegna dedicata al rapporto tra cinema e letteratura. Previste varie sezioni, fra cui quattro per proiezioni cinematografiche e approfondimenti tematici (“Come eravamo”, “I luoghi del cinema”, “Cineteca”, “La finestra sul cortile”). Incontri e dibattiti con personalità dello spettacolo e della cultura. TOKYO FILMEX Sito web www.filmex.net Dove Tokyo, Giappone Quando 17-26 novembre Resp. Hayashi Kanako tel. (0081-3) 35606393 fax. (0081-3) 35860201 E-mail [email protected] VII edizione della rassegna nipponica, a carattere competitivo, dedicata ai lungometraggi a soggetto e alle pellicole asiatiche. Novembre 2006 RdC 15 festival del mese di Massimo Monteleone divi al fornello di Chiara Ugolini TORINO FILM FESTIVAL Sito web www.torinofilmfest.org Dove Torino, Italia Quando 10-18 novembre Resp. G. D’Agnolo Vallan, R. Turigliatto tel. (011) 5623309 fax. (011) 5629796 E-mail [email protected] TuttoDiTutto [ Il grande schermo a tu per tu. Ovvero finta intervista a personaggi realmente esistiti. Al cinema I PROTAGONISTI DI MARCELLO GIANNOTTI ] Il personaggio Rick Blaine Il film Casablanca Il regista Michael Curtiz L’attore Humphrey Bogart “Avanti, sparate! Mi farete un piacere. A questa storia manca ancora il finale. E pare che il destino abbia deciso” 16 RdC Novembre 2006 A Casablanca, durante la Seconda Guerra Mondiale, l’americano Rick Blaine (Humphrey Bogart) è proprietario di un bar frequentato da spie, eroi della resistenza, gerarchi nazisti e avventurieri. Nel locale arrivano Victor Laszlo (Paul Henried), esule ricercato dai tedeschi, e sua moglie Ilsa Lund (Ingrid Bergman), con cui Blaine aveva avuto una breve e intensa storia d’amore. Solo Rick, che possiede due salvacondotti, può salvare Laszlo ma per farlo deve perdere ancora una volta il suo grande amore. Tra i film più famosi della storia del cinema, Casablanca di Michael Curtiz divenne un manifesto contro i tedeschi. Tre Oscar vinti (regia, film e sceneggiatura), nomination per Bogart e Max Steiner, autore della colonna sonora. Sono davanti a un bar, alla periferia di Parigi. Ho avuto una soffiata da un informatore e voglio verificare se anche questa volta ha ragione. L’insegna luminosa è “Rick’s Cafe’”. Un po’ inquietante e malfamata. A un angolo, su un tavolino, c’è lui, inconfondibile: Rick Blaine. Fuma, gioca a scacchi da solo, manda giù un whisky dopo l’altro, come nella prima scena in cui compariva nel film. Signor Blaine, sono un giornalista. Vorrei farle qualche domanda… Certo, fate pure. Mi permetta, però, di non risponderle. E’ un suo diritto. Perché è finito a Parigi? Alla fine ha scelto di tornare ad abbracciare la causa e di combattere il nazismo tornando in Francia? Sono neutrale. I problemi mondiali non sono di mia competenza. Io gestisco un locale, non ho mai avuto il bernoccolo degli affari. Mi scusi: non è più il caso di recitare una parte. La guerra è finita da un pezzo, ora ci sono tanti altri pericoli, siamo tutti nei guai, anche la sua New York è stata attaccata. Amico mio, la risposta sarà sempre uguale. Quanto alla mia città, si ricordi che ci sono certi quartieri di New York che sarebbe imprudente cercare di invadere. Ma cosa fa? Mi risponde con le battute del film? Non le piacciono i giornalisti? Se mi occupassi di voi, forse vi disprezzerei. Io non mi impiccio per nessuno. La smetta di ripetere battute del film come un disco rotto. Altrimenti devo pensare che lei è impazzito. Che ipocrita! Saliremo su un treno e non ci fermeremo mai. Meno parliamo, meglio è per tutti, devi fidarti di me. Ok Rick, lei è impazzito. Ha avuto un trauma irreparabile a veder partire Ilsa con Victor Laszlo… Ora mi tocca sentire che grand’uomo è vostro marito e che nobile causa ha sposato! Che imbarazzo, Rick, vederla in questa condizioni. Cosa posso fare per aiutarla? Le metterò a disposizione i migliori luminari della psichiatria… Voglio facilitarvi la cosa: avanti, sparate, mi farete un gran piacere. A questa storia manca ancora il finale. E pare che il destino abbia deciso. Ancora battute del film. E Sam che fine ha fatto? E’ qui con lei che suona ancora As Time Goes By? Suonala Sam! Suonala ancora! Per lei sì e per me no????!!!! Non si arrabbi, Rick, le può far male nelle sue condizioni. E la smetta di bere, è il sesto bicchiere da quando sono qui. Un momento, voi non arrestate nessuno, non per ora almeno! Ma non vi sto arrestando. Sto solo andando al mio giornale a scrivere questa intervista. Stia tranquillo, continui a giocare a scacchi. Non facciamo scherzi di cattivo gusto. Dovete affrettarvi se volete partire. Tu devi partire con Victor, tu appartieni a lui! Tu sei necessaria non solo a lui ma al suo lavoro! Basta, la prego! E’ terribile pensare che Ilsa l’abbia ridotto così. Lo trovo crudele, davvero. Ehi, che succede? Le pose da fare non mi piacciono. Arrivederci, spero di dimenticarla presto. Cerchi di dimenticarmi anche lei. Bene, lo farò per te, bambina. Tu devi partire con Victor, tu appartieni a lui. Addio, Rick. Buona fortuna, bambina. communication partners 19 novanta IL DAILY DI NEWS.CINECITTA.COM >> news cinecittà TI PORTA DOVE VUOI E SI GUIDA CON UN DITO. PILLOLE DI ROMA Una Festa per tutti? Obiettivi in parte raggiunti per la prima edizione. Con qualche incognita per il futuro DI MARINA SANNA FOTO PIETRO COCCIA E ALESSANDRO LANARI - ISFCI Monica Bellucci 18 RdC Novembre 2006 ECCO LA FESTA Novembre 2006 RdC 19 PILLOLE DI ROMA La via da battere è quella popolare. Difficile, altrimenti, la convivenza coi festival di Berlino e Venezia iriamo un sospiro di sollievo: Roma è la Festa, Venezia è la Mostra. A qualche giorno dalla prima edizione, incominciata di venerdì 13 con la scomparsa di Gillo Pontecorvo e colpita, martedì 17, dalla tragedia “metropolitana”, è possibile fare qualche sommaria considerazione, auspicando che in futuro la “grande festa” diventi agile e agibile per tutti. T MERCATO E PUBBLICO I punti forti sono due: il rapporto con la città e il mercato. I risultati hanno dimostrato che l’identità della manifestazione, seppure ancora in corso di definizione, debba puntare su questi elementi valorizzandoli sempre di più. Si può migliorare l’interazione con il pubblico lavorando su struttura e capienza delle sale (una soluzione potrebbe consistere in destinare più biglietti ai cittadini piuttosto che agli sponsor quasi sempre assenti?). Esempio: va bene mandare Leonardo Di Caprio in periferia ma con più lungimiranza. Oppure, ha senso proiettare un film macchinoso e sofisticato come A Scanner Darkly solo a Tor Bella Monaca? Sul versante business si canta vittoria: 230 fra buyers e sellers internazionali, sei 20 RdC Novembre 2006 venditori italiani, oltre 300 accreditati in totale. Sul fronte internazionale, presenti la maggioranza delle più importanti società di acquisizioni di diritti cinematografici ma anche di produzione e distribuzione di tutto il mondo (Medusa si congratula: La sconosciuta di Giuseppe Tornatore è stata venduta in sette paesi). Se è vero che Roma diventerà uno dei dieci festival più importanti del mondo, come dice il direttore dell’American Film Market Jonathan Wolf, a maggior ragione si può impedire agli acquirenti di andarsene a spasso per Roma al posto di assistere diligentemente alle proiezioni (i francesi che la sanno lunga monitorano le presenze con una tesserina magnetica, l’anno dopo i “reticenti” non vengono più invitati). CONCORSO SI’, CONCORSO NO Interessante l’idea della giuria popolare (vedi box a pag. 21), finalmente un verdetto inoppugnabile: chi se la prende infatti con 50 giurati non professionisti? Da più parti però ci si interroga sull’utilità del “concorso”, non l’hanno capita i giornalisti stranieri che speravano in titoli più forti o perlomeno in scelte coerenti (a proposito perché Mille miglia lontano di Zhang Yimou è finito in “Extra”?). La domanda è sempre la stessa, anche a fine Festa: a che (e a chi) serve una selezione se gli obiettivi sono portare in piazza le star (ed è questo l’esperimento più riuscito, lo dimostrano l’accoglienza a Martin Scorsese e a Robert De Niro) e avvicinare la gente al cinema? Qual è, o dov’è, la differenza tra Festa e Festival? Se è vero che gli organizzatori guardano all’esperienza del Tribeca, la manifestazione di Robert De Niro con cui hanno una partnership (partita con un concorso sottotono ha sviluppato nel tempo una competizione forte e indipendente), allora la coesistenza con Venezia diventerebbe molto pesante. Ci sarebbe solo da sperare In linea diretta con la Mini Lounge: gli amici press-agent Rita e Massimo Passerelle per tutti i gusti: Mortensen, Veltroni, Scorsese e, nelle foto piccole, Tornatore e Solarino che la Festa venga spostata in dicembre e affidata a una Fondazione cinema: implicherebbe maggiore respiro per tutti anche se nuocerebbe una certa vicinanza con il festival di Berlino (febbraio). Forse la soluzione è proprio negli intenti, se Roma scegliesse davvero la caratterizzazione popolare sarebbe praticamente invincibile. SORPRESE La prima è la più bella: gli italiani. Da Uno su due di Eugenio Cappuccio a La sconosciuta di Giuseppe Tornatore il livello di qualità è stato alto. Proiezioni a parte, buona l’organizzazione e gentile il personale. Ottima la trovata del casellario senza caselle. Temevamo file interminabili e invece il ritiro dei materiali stampa è proceduto celermente e senza intoppi. Più di una stelletta anche alla Mini Lounge, spazio in cui gli accreditati potevano rifocillarsi e trascorrere qualche mezz’ora piacevole. Il traffico: Walter Veltroni e noi romani paventavamo la congestione totale, invece è filato tutto liscio, anzi liscissimo. Navette e bus a go-go, taxi ogni due minuti, sembrava una città moderna ed efficiente. Caro Sindaco, perché a Roma non è festa tutto l’anno? UNA TALPA IN GIURIA IL VERDETTO SPAZZA VIA I DUBBI E RESTITUISCE SPERANZA. IN UN’ITALIA CHE LEGGE, BOCCIA I REALITY E CREDE NELLA CULTURA DI ANGELA PRUDENZI Spenti i riflettori, si aprono i bilanci. Avendo coordinato i lavori della Giuria Popolare, che ha trovato in Ettore Scola un presidente sensibile e rispettoso dei gusti degli altri, mi permetto di esprimere un’opinione in merito a quella che sembrava la scommessa più rischiosa. All’annuncio che i premi sarebbero stati assegnati da giurati popolari, voci dubbiose avevano parlato di trovata demagogica, di scelta populista e a favore di un manipolo di scatenati cinefili. I giurati, per fortuna, hanno dimostrato di non essere omologabili ad alcun modello e di possedere un’idea di cinema frutto di visioni normalmente frequenti, ma intensamente vissute. In molti hanno confessato di guardare poco la televisione e di leggere parecchio. A sorpresa, i rappresentanti di un’Italia che ancora crede nel valore della cultura. Attenti, vitali, preparati, hanno apprezzato la rilettura dell’Amleto operata da Playing the Victim e i temi forti e universali trattati da This is England. E, soprattutto, hanno mandato a dire di non sopportare oltre le facce insulse pescate dai reality. Il Marc’Aurelio all’intensa Ariane Ascaride non lascia incertezze a riguardo, e il successo di Giorgio Colangeli ne raddoppia il senso. Attraverso di loro si è voluto suggerire che gli attori non andrebbero cercati tra gli eroi del piccolo schermo, quelli che si autodefiniscono “noi che facciamo questo mestiere”. Quel mestiere è studio, abnegazione, gavetta, sofferenza. Vogliamo aggiungere talento? Il russo Kirill Serebrennikov, vincitore con il film Playing the Victim PILLOLE DI ROMA Lo show è servito! Da Sean Connery alla spigola della Kidman, tutti i piatti forti della Festa del Cinema DI FEDERICO PONTIGGIA 13 venerdì Sua Altezza Sean A 76 anni suonati, da cornamusa scozzese, Sean Connery esibisce prestanza regale e sopracciglio che non ammette distrazioni. Eppure, al pubblico dell’Auditorium ha confessato tendenze en travesti (“Dopo tanti re, sono pronto per fare la regina”) e il disamore per lo 007 che fu. Dose rincarata affossando sia l’ispiratore della saga Ian Fleming (“Uno snob”) che il produttore Albert Broccoli (“Un vegetale”). D’altronde, con uno come lui mai dire mai… 22 RdC Novembre 2006 LA GRANDE ABBUFFATA 14 sabato Manicaretti e non solo. Viaggio fantastico tra divi, film e ricette DI CHIARA UGOLINI In Volo sulla Capitale Cammino per la città della musica diventata per nove giorni città del cinema. E’ la classica notte dopo. Ho fame. E fa freddo. Mi siedo su una panchina e chiudo gli occhi. Li riapro in un affollato appartamento newyorkese degli anni Cinquanta. Nicole Kidman, un pellicciotto sulle spalle, fa gli onori di casa. Tutto intorno signori di mezz’età affondano i denti in tramezzini untuosi, le lingue nei bicchieri di champagne. C’è molto fumo, la stanza è troppo calda e affollata… Sul balcone trovo Nicole che mi fissa malinconica e mi dice: “Meglio una buona spigola da Rosetta, dove il cuoco Massimo fa il miglior pesce di Roma”. Le faccio un cenno di intesa e vado via. Cammino, cammino finché sulla mia destra vedo il mare. Alzo gli occhi verso una veranda illuminata sulla notte genovese, un gruppo di uomini in cravatta e due russe con bottiglie di vodka suonano a un campanello, decido di seguirli. Sulla porta ci accoglie Fabio Volo: “Entrate c’è minestrone per tutti”. Buono il minestrone genovese, tutte verdure fresche a cui aggiungere un bel cucchiaio di pesto a fine cottura. Anche qui però mi stanco presto. Al porto è arrivata da poco una nave mercantile. Il capitano è Ferrante, commerciante elbano, che sembra uscito da un romanzo dell’Ottocento. Chiedo ai mozzi cosa porta: mi dicono caciotte, olio d’oliva, vino. Potrei quasi chiedere un passaggio. E invece ricordo l’invito dall’ambasciatore tedesco. La residenza è una villa che toglie il fiato: nel giardino tavole per tutti i gusti. Uno su due ce la fa, e il film di Eugenio Cappuccio ce l’ha fatta benissimo. Drammatico il registro, che Fabio Volo fa vibrare con un’interpretazione da applausi. Quindi pollice alto, ma equilibrio precario: solo sbilanciandosi – nel film addirittura col parapendio – si può sperare in un comodo atterraggio. Sul red carpet della Festa. 15 domenica Leo d’autore Che fosse bello si sapeva, che fosse così bravo lo si sperava. Leonardo Di Caprio ha incantato in passerella, con occhi malandrini ed eleganza europea, e sullo schermo, regalando a Scorsese una prova maiuscola in The Departed. Sono lontani i tempi di Titanic, Leo oggi non tiene più solo la rotta dello showbiz, naviga in acque d’autore. 16 lunedì Fashion Gere Forse non è più american gigolo, di certo Richard Gere è rimasto ufficiale & gentiluomo. Guardare per credere, in pochi hanno il suo physique du rôle sul red carpet, quasi nessuno il trasformismo necessario all’Imbroglio di Lasse Hallström. La moglie Carey Lowell è avvisata… Novembre 2006 RdC 23 PILLOLE DI ROMA I fantastici B Maestri sul lettino 18 mercoledì Bernardo Bertolucci, Marco Bellocchio e la psicanalisi. Seduti sulle poltroncine dell’Auditorium, i due registi si sono però confrontati sul lettino: “Se avessi volato tanto quanto ho frequentato lo psicanalista, oggi piloterei un jumbo” ha confessato Bertolucci. Niente male per uno che rischiava di finire ko per I pugni in tasca del collega “arrivati dritti allo stomaco”. Scansato il pericolo, B&B hanno ballato insieme un ultimo tango alla Festa. Dal Minimeo Besson ai "Bel-lucci": ecco la lettera su cui puntare 19 giovedì 17 martedì Lucky Luc A vederlo così grande e grosso non si direbbe, ma Luc Besson alla Festa è venuto travestito da folletto, anzi da Minimeo. Il regista francese ha letto stralci del romanzo ispiratore, da lui stesso scritto, e offerto un lauto antipasto del kolossal di animazione Arthur e il popolo dei Minimei. Un progetto che avrebbe dovuto sancire il suo addio al cinema, ma Luc(ky) ha fatto dietro front. Avanti, miei Minimei! 24 RdC Novembre 2006 Georgia familiare Dalla Georgia con furore. A Roma sono arrivati i Babluani, il padre Temur e i figli Gela (co-regista) e Giorgi (interprete) con L’héritage. Un’eredità familiare che ora Gela porterà in dote a Hollywood dove dirigerà il remake del suo acclamato 13 (Tzameti). 20 venerdì Laura tra i mostri (sacri) Anche in versione dark, Laura Chiatti si è sentita a casa alla Festa. O meglio A casa nostra, il film di Francesca Comencini in cui interpreta Elodie, modella avvenente e sfortunata. Ben altra sorte arride a Laura: sicura promessa, non solo sul red carpet. Harrison sempreverde Di film il buon Harrison Ford non ne ha portati. Ma ha consegnato un premio (all’agente Jim Berkus) e spazzato via i dubbi sulla sua tenuta fisica: “Troppo vecchio per Indiana Jones? Neanche per sogno!”. I detrattori del 64enne attore sono avvertiti… Con grossa difficoltà scelgo champagne per Hitchcock, cubi di tonno del Mediterraneo per Casablanca, involtini di peperoni rossi per La sposa turca e un timballo di maccheroni che ricorda tanto quello de Il Gattopardo. Tutto buono, tutto troppo. Saluto l’ambasciatore con la testa piena di bollicine e vado via. Quasi senza accorgermene mi ritrovo in Argentina a casa di emigranti calabresi: soppressata, n’dujia, fileja al sugo di capra. Sto cercando Tony Vilar, quello che cantava Quando calienta el sol e all’apice della sua carriera scomparve. Distrutto da alcol, cibo e chiacchiere mi addormento su un divano. Mi risveglio in un elegante ristorante di Boston. Accanto a me una coppia al dolce: una torta al cioccolato alta come una torre, un caramello a fare da pennacchio. L’uomo, che è Matt Damon, sorride alla ragazza e le dice: “Ma cos’è questa roba? Se si muove gli sparo!”. In un angolo un gruppo di uomini eleganti, più chiassosi e volgari. Fra loro c’è Luca Zingaretti, fuori dalle finestre però Milano. Il cameriere snocciola le specialità del giorno: gnocchetti di patate con astice, gamberi e scaloppa di fois gras, i faccendieri milanesi non apprezzano: “Non ci sarebbe la cassoeula?”. Ricomincio a camminare per le strade di questa città che è New York, o forse Genova, Boston o Milano. Mi fermo a guardare in una finestra una coppia innamorata. Lui sta preparando, lei entra in cucina: “Cosa prepari?”, gli chiede. “Stracotto al barolo.” “E ci metti i chiodi di garofano?”. “Ci andrebbero, ma non mi piacciono e non ce li metto”. “Che vino hai preso per cucinare?”. La moglie solleva una bottiglia. Da qui sembra un Barolo dei Poderi di Luigi Einaudi. “Ma è un vino da cinquanta euro la bottiglia…”. “Se è per questo - risponde lui serafico – ne abbiamo due, una per cucinare e una per bere”. Credo di aver trovato dove cenare. E se mi rimane un languorino farò un salto alla cena della Città di Torino per un bonet di amaretto con salsa di caffè e rhum e un bicchiere di buon Asti. Buonanotte. 21 sabato Robert d’Italia Come si può negare il passaporto italiano a quel bravo ragazzo, avranno pensato il presidente Napolitano e il sindaco Veltroni. Detto, fatto: ora Robert De Niro può finalmente sentirsi at home nel Bel Paese. Per noi molte più chance agli Oscar… Guarda chi ti premio... C’è anche il candido Ninetto Davoli, interprete di Uno su due, tra i premiati di questa prima Festa. Un volto noto tra tanti illustri sconosciuti, a cominciare da Kirill Serebrennikov, regista del vincitore Playing the Victim. Carneade abita qui. Novembre 2006 RdC 25 COVER STORY ERAVAMO E 26 RdC Novembre 2006 La battaglia di Iwo Jima raccontata da Eastwood in Flags of Our Fathers. Un film dolente sull’uso della propaganda, la morte della giovinezza e la tragedia della guerra DI ENRICO MAGRELLI ROI Novembre 2006 RdC 27 COVER STORY L La guerra per Clint Eastwood non è una triste sinfonia dell’anima come per Terrence Malick ne La sottile linea rossa. È una tragedia più complessa. Un’esperienza della quale uomini/soldati non si liberano più. È sangue, orrore, morte. È perdita di se stessi. È una tragedia della giovinezza: quasi tutti quelli che muoiono sui campi di battaglia non avranno mai la gioia di diventare prima adulti e poi vecchi. Flags of Our Fathers (in anteprima al Festival di Torino) è per la Seconda Guerra Mondiale quello che Gli spietati è per il western. Dissipata la nebbia della leggenda, restano i cadaveri, la crudeltà, la propaganda, l’uso che la politica e le ideologie fanno del mito dell’eroe e della frontiera. Flags è uno dei migliori film dell’anno e il più raffinato, emotivo, intelligente film moderno sulla guerra che ha spezzato in due parti il Novecento. Ispirato al romanzo di James Bradley (figlio di John, uno dei protagonisti reali della storia) e Ron Powers, prodotto da Steven Spielberg e dallo stesso Eastwood, il film ricostruisce e decostruisce la sanguinosa e cruciale battaglia di Iwo Jima. Conquistare quell’isola era ed è stato il passaggio obbligato per vincere la Guerra del Pacifico. Iwo Jima, su cui erano dislocati 22mila giapponesi, era la stazione di pre-allarme per la terraferma e consentiva alle difese antiaeree nipponiche di colpire facilmente i bombardieri americani. Lo sbarco sull’isola ebbe inizio il 19 febbraio 1945 e durante la sanguinosa battaglia, durata più di un mese, morirono 6821 americani e sopravvissero solo 1083 soldati giapponesi. Una carneficina. Le scene dello sbarco e di combattimento, nonostante il coinvolgimento produttivo di Spielberg, non somigliano nella violenza, nella coreografia delle truppe, nel dinamismo grafico 28 RdC Novembre 2006 e nella regia a quelle di Salvate il soldato Ryan. Le immagini, con i colori desaturati, hanno la brutalità, l’asciuttezza nefasta delle vere foto d’epoca che sfilano nei titoli di coda del film. E una foto celeberrima catturata dall’obiettivo di Joe Rosenthal è uno dei punti focali della narrazione. L’immagine è quella dei sei soldati che issano una bandiera americana (è la seconda bandiera che viene innalzata in quel giorno fatidico, il quinto dopo lo sbarco) sulla sommità del monte Suribachi. Solo tre dei soldati protagonisti di quel momento storico sopravviveranno. John Bradley, interpretato da Ryan Phillippe, Ira Hayes (Adam Beach, un nativo americano al quale Johnny Cash e Bob Dylan dedicheranno una canzone e che morirà nel 1955 a 32 anni, vittima del razzismo, dell’alcool e dei ricordi) e Rene Gagnon (Jesse Bradford). I tre sono costretti, come “eroi”, testimonial della macchina politica, a promuovere l’acquisto delle obbligazioni necessarie a finanziare le spese belliche in un tour negli Stati Uniti. Sono storditi, rassegnati, consapevoli pedine di un potere che usa la guerra e gli uomini che l’hanno combattuta. E’ la retorica dell’epica eroica. E la voce fuori campo di James Bradley chiude il film con parole che suonano come un epitaffio funebre, un monito: “Arrivai alla conclusione che forse aveva ragione lui: forse gli eroi non esistono. Forse esistono solo persone come il mio papà. E finalmente capii perché si sentivano tanto a disagio ad essere chiamati eroi (…). Avranno anche combattuto per la patria, ma morirono per i loro amici”. Flags of Our Fathers, scritto da Paul Haggis (Million Dollar Baby, Crash) e Bill Broyles Jr. (Cast Away, Jarhead ) lavorando sulle interferenze tra diversi piani temporali (la battaglia di Iwo Jima, la tournée attraverso gli Stati Uniti e il presente), vuole rendere omaggio a questi uomini con una messa in scena che concilia l’intimità con la Storia. La necessità storiografica del conflitto mondiale non è un’attenuante, non è uno schermo sentimentale. Il fattore umano resta negli occhi e nel cuore di Clint Eastwood. E la seconda parte del dittico, Letters of Iwo Jima, pronto all’inizio del 2007, scegliendo il punto di vista giapponese, confermerà, probabilmente, la condanna dell’ipocrisia degli uomini sferzati dai venti di guerra. IL TEXANO DAGLI OCCHI DI GHIACCIO E’ stato il reazionario ispettore Callaghan e un pistolero impassibile. Ma oggi non è più tempo di valorosi. Parola di Clint DI LUCA PALLANCH Scene e volti di Flags of Our Fathers. Accanto Eastwood in macchina da presa NE SONO PASSATI DI ANNI DA QUANDO CLINT EASTWOOD, vestendo i panni dell’ispettore Calla(g)han, veniva additato come il nuovo John Wayne, l’eroe a stelle e strisce capace di distruggere, almeno sullo schermo, i musi gialli. Simboli, insieme al Giustiziere della notte Charles Bronson, di un cinema reazionario che predicava l’uso della forza (o se, preferite, della violenza) come unico antidoto per sconfiggere il nemico, di volta in volta identificato con criminali, serial killer oppure, più semplicemente, vietcong. Non si parlava allora, agli inizi degli anni Settanta, di “politicamente corretto”, si ragionava in termini di rivoluzione, contestazione, ribellione giovanile e, per contro, s’invocava giustizia ed eroi in grado di applicarla senza tante remore. La maschera di Clint Eastwood, presa in prestito dai western, era l’immagine vincente di un’America che non conosceva debolezze e reagiva al male dilagante nella metropoli, applicando leggi primordiali, prima fra tutte la vendetta. E l’America riacquistava sullo schermo una sua Novembre 2006 RdC 29 COVER STORY credibilità, esportabile nel mondo (l’ispettore Callaghan è il modello di buona parte dei commissari dei polizieschi all’italiana), cancellando, così come aveva propugnato John Wayne in Berretti verdi, la macchia della guerra in Vietnam. Ma la macchia era indelebile e l’America continua, ancor oggi, a fare i conti con il senso di quella sconfitta, che ha incrinato la fiducia in una sua presunta non solo imbattibilità, ma anche infallibilità. E oggi, a scavare fra le macerie di un Paese in cerca di una nuova identità, ritroviamo proprio quel Clint Eastwood, sempre più lontano dal personaggio Callaghan, sempre meno eroico, eppure mai così emblematico, sia pure in forme diverse. In un’epoca in cui, invece, è necessario essere politicamente corretti, eccolo tornare sugli schermi con due film che affrontano la medesima vicenda storica, lo sbarco dei marines in territorio giapponese nel 1945 e la battaglia sulla spiaggia di Iwo Jima, immortalata dalla celebre foto di Joe Rosenthal. Una vicenda già narrata, nel 1949, da Allan Dwan in Iwo Jima, deserto di fuoco, con protagonista, nella parte del sergente incaricato di addestrare una squadra di marines, John Wayne (corsi e ricorsi della Storia cinematografica). Eastwood la ripropone da due punti di vista: dalla parte degli americani nel primo, Flags of Our Fathers, e dalla parte dei giapponesi nel secondo, Red Sun, Black Sand, due film destinati a specchiarsi l’uno nell’altro e a completarsi grazie a una visione parallela dei fatti. Con il sospetto, conoscendo Eastwood, che le due parti non combacino e alla fine si riflettano, da uno schermo all’altro, differenze piuttosto che identità. Perché se una cosa ci ha insegnato il cinema di Eastwood in questi anni è guardare il mondo da prospettive diverse, una grande lezione da parte di un attore che si era imposto proprio per la fermezza delle sue posizioni. “Non mi interessa la guerra in sé, ma mostrare come questi soldati siano stati indotti a sacrificarsi” Clint Eastwood 30 RdC Novembre 2006 Eroe infallibile, come l’America che rappresentava sullo schermo, fin da quando, straniero senza nome, comparve nel ristretto orizzonte del western all’italiano e lo portò alla gloria. Ma lentamente quella maschera, apparentemente priva di sentimenti, ma anche di “incrinature”, su cui tanto si ironizzava, ha cominciato a svelare un senso di nostalgia – che avvolge gli esordi di Eastwood come regista – per una frontiera che tendeva a scomparire, portando con sé uomini dall’infanzia breve. Un cinema in movimento, periferico rispetto al cinema americano degli anni Settanta, volutamente in tono minore. Più sottile, intrigante, misterioso del Callaghan che imperversava sugli schermi in sempre nuove avventure, tanto da cominciare a insinuare dubbi nella critica, soprattutto in quella francese, che ha il merito di averlo “sdoganato”. I film degli anni Settanta, dall’esordio alla regia con Brivido nella notte a L’uomo nel mirino, sono il preludio a un cinema sempre più personale, nel quale Eastwood riversa interessi, cultura, arte, musica, in definitiva se stesso, più di quanto abbia mai lasciato trapelare dal suo volto di attore. Negli anni Ottanta con Honkytonk Man e Bird egli rivela una profondità di sguardo tale da meritarsi dalla critica, sempre alla ricerca di provvidenziali ancore di salvezza, la patente di Autore. Nel decennio successivo, regolati definitivamente i conti con l’amato western, con un film, a suo modo, “definitivo”, Gli spietati, che fa veramente calare il sipario sul mito della frontiera, Eastwood è pronto per togliere la maschera, a se stesso, all’America, a quel mondo perfetto solo perché lo si guarda a testa in giù. E tutti, anche quelli che lo hanno deriso, sono costretti a inchinarsi di fronte a opere come Mystic River e Million Dollar Baby, due variazioni su un tema che attraversa tutta la sua carriera, ne è quasi il comune denominatore, la morte. Non più gratuita e a basso costo, quanto poteva valere in una sparatoria, ma densa di sentimenti che attendevano da anni un evento drammatico per riemergere dal passato. Cinema dell’azione e cinema della riflessione, per una volta, mirabilmente uniti, per cui la macchina da presa segue i personaggi, spogliandoli progressivamente, fino a penetrare nella parte più recondita: l’anima. Il texano dagli occhi di ghiaccio e il cuore nero. IL SOGNO E L’EMOZIONE DEL CINEMA Museo Nazionale del Cinema Mole Antonelliana Via Montebello 20, 10124 Torino Tel. +39 011.813.8511 www.museocinema.it Foto: Giovanni Fontana A TORINO UN MUSEO UNICO AL MONDO INCONTRI Caravaggio con grinta A tu per tu con Alessio Boni, prossimo Michelangelo Merisi per il cinema. Che sul set come nella vita teme la noia e ama la giustizia FOTO: PIETRO COCCIA DI MORANDO MORANDINI 32 RdC Novembre 2006 A eccezionale senza sforzi particolari. C’è, e basta. E’ una schiettezza, una semplicità che affiora anche in questo incontro. Sei nato a 20 km. da Caravaggio. Come si chiama il paese? E di che origini sono i tuoi genitori? Si chiama Sarnico, in provincia di Bergamo, ma per motivi di lavoro dei miei genitori, sono cresciuto a Villongo, li vicino, sino all’età di 19 anni. I miei possedevano un negozio di arredamenti bagno. Mio padre era un piastrellista e mia madre vendeva la merce in negozio. Proletari, insomma. Che tipo d’infanzia hai avuto? Molto serena. Scorazzavo ancora a piedi nudi per campi e boschi con mio fratello Marco e gli amici. Con i bancali di mio padre si costruivano casette di legno, si giocava a pallone con una lattina in mezzo alla strada. Sembra un po’ retorico, ma è vero. Insomma, conservo un bel Novembre 2006 RdC 33 FOTO: PIERO MARSILI LIBELLI lessio Boni è un uomo, anzi una persona schietta. A starci insieme, si sente poco che fa l’attore. Tiene molto alle sue origini di uomo del nord: pratico, concreto, con una grande manualità che emerge anche nel suo lavoro. Proprio perché non soffre di egocentrismo, ha mantenuto o coltivato la capacità di ascoltare e “vedere” gli altri. Nella vita come nella recitazione è molto “presente”: non gli sfugge nulla. Sul lavoro non ama le controfigure. Si sottopone docilmente alle fatiche e alle “sevizie” che il mestiere comporta, sempre attento alle prove faticose degli altri componenti della troupe. Non posa mai da attore sia sul lavoro sia per la strada, fra la gente, dove riesce a non farsi notare, ma davanti alla cinepresa, nel personaggio del pittore Michelangelo Merisi che fu di Amedeo Nazzari (e di Gian Maria Volonté in tv) - tira fuori una grinta INCONTRI FOTO: PIERO MARSILI LIBELLI Alessio Boni sul set nei panni di Caravaggio ricordo della mia infanzia. A che età hai scoperto chi era il Caravaggio? Intorno ai 15-16 anni, quando a scuola si viene a conoscenza dei grandi nomi dell’Arte. Vidi una sua mostra, quando avevo diciott’anni: la verità di quei visi fu piuttosto sconvolgente. Ti hanno mai portato, da piccolo, al santuario di Caravaggio? Non mi ci hanno mai portato. Ci andai io quando, con la mitica Vespa azzurra, cominciai a sentirmi indipendente, andando in giro per i paesi dei dintorni. Volevo vedere, conoscere il più possibile i posti nuovi e le loro realtà tra cui anche Caravaggio. Se devo essere sincero anche il Santuario non mi incuriosì più di tanto. Ma ero un ragazzo… C’è una virtù a cui tieni in modo particolare? Delle tre virtù teologali tengo in particolare alla Speranza. Delle quattro virtù cardinali alla Giustizia. Complimenti, vedo l’avevi studiato bene il catechismo. Tra i sette capitali hai qualche preferenza? No, non ho preferenze, ma ahimé a volte capita che facciano parte della tua vita. Per me i più odiosi sono l’avarizia, l’invidia e l’accidia. Qualche motivazione? La speranza è la vita, la linfa vitale, l’iniezione di fiducia. Quella che mi ha fatto partire dal paese e affrontare la meravigliosa avventura che sto assaporando. La giustizia è l’unica che ti permette di poter avere fiducia e di addormentarti con serenità. Tollerare i sette 34 RdC Novembre 2006 vizi negli altri? Non sempre ci riesco. Fai l’attore: un mestiere, un’arte o un destino? Per me è stato un destino. Lo considero un mestiere bellissimo che a volte può essere un’arte. Tra i film, anche in tv, che finora hai interpretato, se dovessi salvarne soltanto tre? La meglio gioventù di Giordana, Arrivederci amore, ciao di Soavi, Viaggio segreto di Andò. Spero in Caravaggio, ma non l’ho ancora visto. Ricordi il primo film che ti toccò dentro? C’era una volta in America di Sergio Leone: per la capacità di raccontare il senso alto dell’amicizia e del suo tradimento. I tuoi registi preferiti, di ieri e di oggi? Alla rinfusa: Pollack, Truffaut, Wong Kar-wai, Kubrick, la Campion, Loach, Fellini, Leone, Visconti, Bellocchio, Bertolucci, Amelio, Petri. E tanti altri, credimi. Tra loro c’è qualcuno con cui vorresti lavorare? Con tutti coloro che mi propongono un personaggio e una storia che possa diventare un bel viaggio insieme. C’è un personaggio storico, letterario, teatrale che vorresti interpretare? Molti. Dato che amo il Medioevo, Federico II di Svevia per il suo forte desiderio di migliorare l’uomo e di cambiare la regole. Hai qualche hobby? Oltre a leggere, scrivere, vedere film, andare a teatro, vedere mostre, amo la fotografia e lo sci. Adoro perdermi nella natura con la mia moto. Impazzisco per i viaggi: viaggiando, c’è molto da imparare. In cucina come stai? Piatti preferiti? In cucina sopravvivo. Il piatto che mi riesce meglio è il risotto allo zafferano, da buon lumbard. Citami qualcuno da cui hai molto imparato, nella vita o nel mestiere. Sicuramente i miei genitori, mia nonna Maddalena, il regista greco Andreas Rallis, il mio maestro Orazio Costa, Strehler, un signore che obiettava nel mio condominio (Bruno Morotti), i miei fratelli. E pochi amici. Che virtù apprezzi di più in una donna? La giustizia. E in un uomo? La giustizia. Non essere sincero se vuoi, ma qual è il difetto che non vorresti avere? L’intolleranza. La scrittrice brasiliana Clearice Lispector ha scritto: “L’essere nati è pieno di errori da correggere”. Hai errori che hai corretto o che vorresti correggere? Vorrei correggere il più possibile la mia ignoranza. Che cos’è per te la paura? L’incontro con la stupidità, l’ignoto oscuro, la noia. Temi più la vecchiaia o la morte? La vecchiaia, credo. La morte? Quando verrà, non ci sarò io e viceversa. La vecchiaia può essere una fase della vita difficile e delicata. Il che non significa che non voglio invecchiare. Se fossi costretto a emigrare, che paese sceglieresti? Il Sudamerica, forse. Per quel modo ancora naturale e innocente di sapere cogliere la vita. Un anagramma di “teatro” è “attore”. E al cinema? “Macine”. Forse allude a qualcosa. Si parla tanto di riforme per cambiare l’Italia. Secondo te, qual è la più importante e/o urgente? Non credo molto alle riforme se manca la forma. Qual è la forma dell’Italia? Dovremmo puntare su questo, formandoci ogni giorno, senza cercare di restaurare facciate del nulla. Cercare di diventare persone di valore nel campo che si sceglie, qualsiasi esso sia, a prescindere dal successo, potrebbe servire a qualcosa a proposito di forma. “La vecchiaia mi intimorisce perché può essere una fase della vita difficile e delicata. Della morte invece non ho paura. Quando arriverà lei sarò io a non esserci più” MARIO SOLDA TI SCRITTORE GOURMET Scrittore, gourmet e regista PER LE FOTO SI RINGRAZIA L’ARCHIVIO MARIO SOLDATI E REGISTA Novembre 2006 RdC 37 Speciale L’uomo e l’intellettuale L’artigiano del cinema Dall’America primo amore alla Provinciale: passioni e verità di un autore che si voleva “tipografo”. A cent’anni dalla nascita, il ricordo di un critico doc DI CALLISTO COSULICH 38 RdC Novembre 2006 ‘‘I l fatto è che non m’interessava eccessivamente fare cinema. Ho cominciato a lavorarci perché avevo bisogno di soldi. Il giornalista non lo potevo fare, né il professore di scuola media, non avendo la tessera del partito…”. Così rievocava i suoi esordi Mario Soldati in un’intervista pubblicata nel 1979 in La città del cinema, volume scritto a più mani, edito a Roma da Napoleone. Sebbene il ricordo andasse ai primi anni ’30, non abbiamo motivo di dubitare della verità di queste sue parole. Soldati era appena tornato dagli Stati Uniti, dove aveva soggiornato per due anni, nel vano tentativo di stabilirvisi per sempre. “Negli Stati Uniti arriva come un emigrante qualsiasi. Tutto inizia con una borsa di studio” Novembre 2006 RdC 39 Speciale L’uomo e l’intellettuale CONSIDERAVA DAVVERO “SUO” SOLO LA PROVINCIALE. GLI ALTRI FILM ERANO “CALLIGRAFICI” Aveva riportato con sé una moglie e la nostalgia verso un paese, che lo aveva affascinato e descriveva in una serie di articoli, ospitati sulle pagine del Lavoro di Genova; serie iniziata nel ’29 e proseguita, dopo il suo ritorno in Italia, fino al ’34, poi raccolta e pubblicata in un volume intitolato America primo amore, che nell’edizione inglese, diverrà su suggerimento dello stesso autore When Hope Was Named America. Che la “speranza si chiamasse America” fu un sentimento comune nell’Italia degli anni ’30 e dei primi anni ’40, un sentimento riconoscibile anche in certi atti e dichiarazioni di Vittorio Mussolini, fin quando almeno, adeguandosi alla campagna antisemita, esplosa in Italia nel 1938, il figlio del Duce non scoprì che Hollywood era “un covo di ebrei” e plaudì all’iniziativa del padre, che limitava con leggi fatte su misura l’importazione di film provenienti 40 RdC Novembre 2006 da quel paese. I film, così come i romanzi di Steinbeck, Faulkner e Sinclair Lewis (non Hemingway, che il fascismo aveva provveduto a proibire) contribuivano potentemente alla sua mitizzazione, come avrebbe spiegato nel dopoguerra Cesare Pavese: “Una volta anche un libro minore che venisse di là, ci strappava un consenso”. E poi: “Laggiù noi cercammo e trovammo noi stessi. Dalle pagine dure e bizzarre di quei romanzi, dalle immagini di quel film venne a noi la prima certezza che il disordine, lo stato violento, l’inquietudine della nostra adolescenza e di tutta la società che ci avvolgeva, potevano risolversi e placarsi in uno stile, in un ordine nuovo, potevano e dovevano trasfigurarsi in una nuova leggenda dell’uomo”. Noi chi? Pavese parlava a nome di Vittoriani, che nel ’42 aveva curato per Bompiani Americana, antologia di scrittori statunitensi di tutti i tempi; a nome di Emilio Cecchi, autore di America amara, libro di viaggio che condensava la sua esperienza del Nuovo Mondo, fatta durante i ripetuti viaggi oltreoceano da lui effettuati, prima come insegnante di cultura italiana a Berkeley, poi nelle vesti di accademico d’Italia. No di certo a nome di Soldati, che vi si era recato con una borsa di studio e poi aveva tentato di rimanervi come qualsiasi emigrante. Pavese aveva dell’America un’immagine riflessa attraverso libri e film; Cecchi l’aveva vista dall’alto del suo status accademico. Soldati invece, ne conservava l’immagine diretta, cogliendo gli enormi contrasti del “Grande Paese”, oltretutto colpito a quel tempo dagli effetti devastanti della crisi del ’29. Ma tutto ciò non intaccava l’amore, che sentiva nei suoi confronti, un sentimento, non filtrato attraverso la cultura e l’immaginazione: un amore “ignaro, folle, prodigo, io l’amavo come un amante…”. Così Mario Soldati, scrittore per vocazione, cineasta per necessità, che fu assorbito prevalentemente dal cinema in un momento nel quale in Italia si era ancora fermi a discutere se il cinema fosse o no un’arte, in cui la maggior parte della cultura ufficiale definiva i cineasti la “legione straniera degli intellettuali”. In tempi più o meno brevi tutti si convertirono. Anche grazie all’opera di alfabetizzazione compiuta dai circoli del cinema. Non Mario Soldati, che, pur facendolo, continuò a definire il cinema una “arte tipografica”, cioè una “non-arte”. Una posizione, comunque, contraddetta spesso dai suoi atti (i film) e anche dalle sue parole. Basta scorrere la sua filmografia, che comprende sì opere quali Tutto per la donna, Botta e risposta, Quel bandito sono io!, E l’amor che mi rovina, Il sogno di Zorro, O.K. Nerone, I tre corsari; film che per eufemismo dovremmo definire alimentari. Aristarco scrisse che Soldati, continuando a negare la possibilità del cinema di generare opere d’arte, anche quando veniva ammessa da un’autorità in materia, quale Benedetto Croce, parlava pro domo sua, per giustificare Mario Soldati con la moglie Jucci Kellermann sul set di Piccolo mondo antico la pochezza artistica dei propri film (Storia delle teoriche del film, Einaudi 1960, pag. 69). Ma Soldati era anche l’autore di pellicole di ben altre qualità, come Piccolo mondo antico, in cui Peppe De Santis, sebbene appartenesse a una scuola critica che lo rifiutava e definisse l’autore un “calligrafo”, aveva visto per la prima volta nel cinema italiano “un paesaggio, non più rarefatto, pacchiano-pittoresco, ma finalmente rispondente all’umanità dei personaggi sia come elemento emotivo che come indicatore dei loro sentimenti”. Come Malombra, che all’incirca vent’anni dopo la sua uscita nel ’42, avrebbe suscitato l’ammirazione di Ado Kyrou, il più illustre erotologo del cinema, il quale lo indicò come uno dei più felici esempi della corrente formalista, affermatasi negli anni di guerra, dove si cercava una sintesi tra l’esasperazione sentimentale del cinema dannunziano, imperante ai tempi del muto, e la “prosa d’arte”, salita alla ribalta nel periodo successivo. Come Fuga in Francia, che nel ’48 strizzava l’occhio dalla prospettiva del crime movie alle tematiche definite con una certa approssimazione neorealiste, evitando gli scivoloni melodrammatici dei pur notevoli Il bandito e Senza pietà, diretti dal suo ex-allievo Lattuada. Per finire con La provinciale, uno degli episodi più alti del cosiddetto neorealismo borghese, anima critica dell’Italia, che negli anni ’50 si avviava verso il “miracolo economico”, dove Soldati rielaborava e attualizzava un racconto lungo di Moravia, pubblicato nel 1937, aggiornandolo alla luce dei nuovi tempi. Del resto lo stesso Soldati, parlando dei suoi film, pur non facendo mai il nome di arte, amava praticare certe drastiche distinzioni, quando si dilungava su Piccolo mondo antico, Le miserie di Monsù Travet, soprattutto su La provinciale, l’unico che reputasse veramente suo (“l’unico vero film che ho fatto”). E’ difficile pensare che sotto quel “vero” non si celasse la consapevolezza di avere superato il livello dell’“arte tipografica”. E come interpretare il sincero entusiasmo che manifestava verso film diretti da altri registi, italiani o stranieri, quando durante gli anni ’60, esercitò per un biennio il mestiere del critico sulle pagine dell’“Europeo”, succedendo a Giuseppe Marotta? Indirettamente finiva per riconoscere al cinema statuto di arte, anche quando spronava Fellini a prendersi lui carico di Totò, sottraendolo ai mestieranti che di solito accudivano alla realizzazione dei film che lo vedevano protagonista. Un invito che Fellini respinse, scrivendo probabilmente il più bel giudizio critico che mai sia apparso sul comico napoletano: “Intervenire su un simile prodigioso risultato, modificarlo, costringerlo a qualcosa di diverso, dargli una diversa identità, una diversa credibilità, attribuirgli una psicologia, dei sentimenti, inserirlo in una storia sarebbe stato oltre che insensato, deleterio, sacrilego… Si perde di vista che Totò è un fatto naturale, un gatto, un pipistrello, qualcosa di compiuto in se stesso, che è come è, che non puoi cambiare, tutt’al più puoi fotografarlo”. Sante parole, di cui ho potuto personalmente verificare la giustezza ogniqualvolta mi è capitato di rivedere i film con Totò, provando un certo fastidio le rare volte che erano diretti da un regista di chiara fama, che inevitabilmente finiva per sovrapporre la propria personalità a quella dell’attore. Tornando a Soldati, l’unica volta che ebbi un sostanzioso rapporto personale con lui, fu alla fine degli anni ’70, quando partecipammo entrambi alla giuria del “Premio Rizzoli”, che si teneva annualmente a Lacco Ameno in quel di Ischia. Soldati rimase assai colpito da Passaggi, opera prima in Super 8 di Claudio Fragasso, realizzata a costo sottozero, rispetto alla quale il coevo Io sono un autarchico di Nanni Moretti pareva Via col vento. Se ricordo bene, il film parlava di “ragazzi di vita”, che avevano perduto la vitalità di quelli descritti anni prima da Pasolini. “Mai visto qualcosa che racconti così bene la fine dell’Impero Romano”, esclamò con un entusiasmo che spezzava l’insieme inscindibile del continuo spazio-temporale. Difficile immaginare che un’emozione simile non fosse originata dal contatto con un film che lui, a torto o a ragione, riteneva nel suo piccolo un’opera d’arte. L’Italia non dimentica Cene, mostre, retrospettive: tutti gli omaggi da Torino a Roma L’Italia festeggia Mario Soldati e i suoi 100 anni. Dopo la Mostra di Venezia, che ha proiettato il suo Quartieri alti e la Cineteca di Bologna, che ha fra l’altro organizzato una cena “soldatiana” all’insegna del buon bere e buon mangiare, arrivano anche Roma, Milano e Torino. La Festa di Roma, oltre a presentare il suo Fuga in Francia, ha allestito una Sala Soldati nella Casa delle Letterature con gli originali delle sue pubblicazioni, la macchina da scrivere, le foto, i ricordi. E’ intanto in corso a Milano una ricca retrospettiva, che andrà avanti fino a Natale, curata da Paolo Mereghetti allo Spazio Oberdan. Non mancherà infine la sua Torino, che il 17 novembre organizza al Centro Pannunzio (fondato da Soldati) un convegno internazionale sulla figura dello scrittore e il Museo del Cinema, che in dicembre allestisce una mostra fotografica e proietta La provinciale in versione restaurata. (C.U.) Novembre 2006 RdC 41 Speciale L’intenditore Il gourmet inna Soldati alla ricerca del cibo genuino. Tra panettoni, faraone alla creta, minestra di trippa e vino… al vino DI CHIARA UGOLINI 42 RdC Novembre 2006 morato C appello in testa, gli inconfondibili baffi ben curati, la pipa in bocca, Mario Soldati entra in una vecchia pasticceria milanese. E’ il 1957, ma la pasticceria è molto più vecchia. Cerca il vero panettone di Milano, che non ha nulla a che vedere con quello “industrializzato”, già allora, cinquant’anni fa. “Cerco quello basso, il tipo tradizionale” dice alla proprietaria. Che all’inizio si fa intervistare, comincia anche a sciorinare qualche ingrediente: “Farina 00, quella americana, uova, zucchero, uva sultanina, cedro candito… insomma non voglio dire altro per ragioni professionali”. Inizia così l’ottava puntata di Viaggio lungo il Po – Alla ricerca dei cibi genuini, la serie televisiva che nella Rai della rete Novembre 2006 RdC 43 Speciale L’intenditore Viaggio lungo la valle del Po. Nella foto grande Soldati durante una pausa delle riprese unica, quell’intellettuale, esploratore, gourmet e gourmand, regista, narratore e a suo modo sociologo che fu Mario Soldati, inventò e curò. Fu un vero faro e un assoluto precursore di ogni forma di turismo enogastronomico e di giornalismo enoculturale, che fioriscono così abbondantemente oggi nel panorama editoriale e televisivo italiano. Mario Soldati ci era arrivato, con ironia, curiosità, preparazione e stile molti, molti anni prima, come ci ha ricordato la Cineteca di Bologna che lo ha festeggiato proiettando i suoi film ma soprattutto quelle straordinarie trasmissioni televisive. E’ bello, a cento anni dalla nascita, avvenuta a Torino il 17 novembre del 1906, ricordare anche quest’anima dello scrittore e del cineasta. Poteva essere una vecchia trattoria con un nome singolare, “della pesa”, perché dotata di bilancia per ferro, legno e carbone, o un allevamento di maiali nella pianura padana. Poteva essere un ristorantino della provincia lombarda, unico posto dove mangiare la faraona alla creta, o un salumificio della Bassa. Con lo stesso piglio ironico, la stessa semplicità nel formulare le domande, la stessa curiosità nel porle, Mario Soldati si avventurava nella sua ricerca: “Perché il prosciutto crudo ha l’osso e quello cotto no? Quante volte al giorno mangiano i maiali e cosa? Perché solo a San Martino in Beliseto si cucina la faraona alla creta?”. Mario Soldati si metteva dalla parte dei suoi spettatori a casa, che infatti gli scrivevano numerosi: “Perché non ha parlato dei bolliti di Carrù?”, da Ivrea protestavano “Signor Soldati si è 44 RdC Novembre 2006 scordato di parlare di Carema, città dei vigneti!”. Ma lui in realtà non aveva scordato nulla, il viaggio non poteva essere né esauriente, né completo e per questo al Viaggio televisivo poi seguì quello letterario: la serie di libri Vino al vino e poi tanti altri scritti, di cui una selezione è stata riproposta quest’anno in Da leccarsi i baffi. Memorabili viaggi in Italia alla scoperta del cibo e del vino genuino (Deriveapprodi), un’antologia di scritti su cibo, olio, acqua ma soprattutto vino dalla Valle d’Aosta alla Sicilia, realizzati tra il ’59 e il ’75. Un viaggio da nord a sud, dal valdostano vino di Morgex, nato e coltivato a milleduecento metri, fino al siciliano Albanello, un vino da aperitivo, uno sherry dry da diciannove gradi. In mezzo c’è l’Italia, i suoi vini (alcuni, certo non tutti), i suoi protagonisti e ogni vino è una scusa per raccontare una storia. Come quella di Luigi Einaudi, economista, uomo politico, governatore della Banca d’Italia, vicepresidente del Consiglio e poi Presidente della Repubblica, ma anche – come pochi forse sanno – produttore di vini. Soldati, LA VIA DEL GUSTO Quel che resta del Viaggio nella valle del Po: percorso a tappe nelle cucine d’Italia, aspettando il documentario che 50 anni dopo lo ricorderà su RaiTre DI PAOLO ALEOTTI uando, con Emiliano Morreale e a Maria Paola Quaglia, abbiamo deciso per Rai Tre di inseguire ciò che resta del Viaggio nella valle del Po, alla ricerca dei cibi genuini di Mario Soldati (1956), ci siamo resi conto di due o tre cose. Che la scia di quell’impresa televisiva è ancora ben viva, nel ricordo dei testimoni e dei loro eredi. Che la sua analisi sociologica è tuttora valida. Che il mutato ruolo della tv rende impossibile oggi un’impresa simile. Che quel viaggio si inquadra ancor meglio se si toccano contemporaneamente alcuni dei luoghi italiani che Soldati amò di più. Il suo assunto di partenza è semplice e vincente: il modo più diretto per conoscere un paese è praticare la cucina della gente che ci vive. Il risultato furono 12 puntate di uno splendido programma televisivo che qualche critico accosta ora alle prove migliori del neorealismo italiano. A mo’ di esempio, vale così la pena citare in ordine sparso alcuni degli incontri scaturiti dal nostro viaggio di ricognizione, che si concretizzerà in un documentario che Rai3 trasmetterà in due puntate, proprio in prossimità del centenario della nascita di Soldati, 17 novembre 2006. Q Precursore del moderno giornalismo enogastronomico, andava a caccia dei piatti regionali per raccontare il Paese Novembre 2006 RdC 45 Speciale L’intenditore LA SALAMA DI BONDENO A Bondeno, in provincia di Ferrara, la continuità di una tradizione che ancora resiste è rappresentata dal ristorante Tassi. 50 anni fa Soldati incontrava il padrone e cuoco e, durante un’intervista esilarante, scopriva le delizie della “salama da sugo”, cotta dentro pentole speciali inventate dal padre del proprietario, e ne svelava la straordinaria capacità di schiacciare noci con una sola formidabile ditata. Oggi il ristorante Tassi è ancora lì. Stesse ricette, stessa clientela semplice e buongustaia, anche se la nuova coscienza da pericolocolesterolo frena la clientela di fronte alla seducente ma pesante “salama”. che ha avuto la fortuna di conoscerlo e visitare la sua azienda a Dogliani (provincia di Cuneo), conduce il lettore in una degustazione che è sì vinicola, ma è anche economica, politica: “Sono convinto di non prevaricare se suppongo che, venendo al nostro sistema di legislazione enologica, Luigi Einaudi avrebbe detto lo stesso di DOC e DOCG, che sappiamo inevitabile fonte di equivoco e di corruzione, e che non garantiscono un bel niente”. Non so Luigi Einaudi, ma Soldati ne fu sempre assertore convinto. Ma non è l’unica idea eversiva del Soldati intenditore, che in Vino al vino scrive: “Ho detto più volte che l’etichetta ha una funzione esclusivamente negativa. Il vino non è mai buono grazie all’etichetta ma malgrado l’etichetta. Quei marchi, quei fregi, quei nomi, anche se reputatissimi, non contano mai niente”. E che nella serie televisiva mette in 1948: Mario Soldati col figlio Wolfango nella sua casa di Roma RANE CINESI Atmosfera diversa a Pavia, dove Soldati arriva per scoprire la società fluviale del Borgo che costeggia il Ticino nonché i segreti delle rane. Prelibatezza culinaria, ma anche sostegno indispensabile per l’alimentazione della popolazione locale, bisognosa, raccontava in video lo scrittore, del calcio contenuto negli ossicini dei piccoli anfibi, da mangiare tutti interi, dopo essere stati spellati e fritti. La famosa trattoria Ferrari, che 50 anni fa aveva accolto a braccia aperte Soldati e la sua numerosa troupe, aveva troppo da fare per trovare un quarto d’ora da dedicare all’iniziativa di Rai 3. E le rane, d’altra parte, sono state ormai in tutta la zona sterminate dai diserbanti. Si servono, nelle trattorie che conservano gentilezza e savoir faire (come l’Osteria Ca’ Bella) gigantesche rane surgelate e importate dalla Cina. IL LATTE PIU’ DEL LODIGIANO A Bertonico (Lodi) la conferma che l’industria del latte continua nella vocazione supermodernista che tanto aveva 46 RdC Novembre 2006 “Il vino – diceva – non è mai buono per l’etichetta. Tutti quei marchi non contano mai niente” guardia: “Fumare a tavola è una mostruosità e ve lo dice un fumatore. Per rispetto al cibo e per rispetto al fumo, io tengo le due cose decisamente separate”. Era il 1957, a qualcuno sembrava un’eresia. Sopra tutti però, sopra le bottiglie, i bicchieri, le merende, i vini e persino sopra le storie, ci sono i luoghi e le persone. I viaggi di Soldati sono sempre viaggi tra vigne, paesi, colline e campagne, ma anche viaggi attraverso la storia e i suoi personaggi, compagni di scorribande di Soldati che costituiscono il panorama culturale della seconda metà del Novecento: primo fra tutti Luigi Veronelli, “anarcoenologo” o “Gino gran maestro di etichette, dal quale ho imparato a diffidare di esse”, come lo chiamava Soldati. Oltre agli illustri compagni di avventure anche tanti produttori, ristoratori, enologi, resi immortali dalla penna attenta di Soldati. Come Don Raimondo Fresi, “enomane elemosiniere della Costa Smeralda”. Un giovanile parroco di Porto Cervo con una cantina “alla Disneyland”, nella quale stappa una dopo l’altra bottiglie di Vernaccia, Malvasia di Bosa. Come la ragazzina delle montagne di Pontremoli che vende lamponi ai bordi delle strade, dal mento liscio come la porcellana “di quella particolare liscezza di chi non si lava mai”. Come “Checu, l’aristocratico”, ristoratore genovese della trattoria Al Toro, dove il menù è sempre lo stesso: antipasto di acciughe, burro e sottaceti, minestra di trippe alla sbirra, fricassea di agnello, costolettine e spezzatini in un velo d’umido e infine l’autentico pan dusse, pane dolce genovese. Come il Duca di Solimena, nobile siciliano impoverito che si permette un pasto alla settimana al ristorante e che Soldati incontra a Chicago in una “Soldati Spaghetti’s House”, trovata per caso sull’elenco del telefono. Un siciliano trapiantato in America che commercia in granaglie, ma non ne guadagna abbastanza tanto da dire: “Questa è l’America, non l’Europa. Là tutti possono essere felici persino…”. E il Duca non finisce la frase, lo fa Soldati per lui: “… i poveri”. Volti, nomi, mani, sguardi. Perché come Soldati scrive in Vino al vino: “Che cosa ci dice l’odorato, e il palato, quando sorseggiamo un vino prodotto in un luogo, in un paesaggio che non abbiamo mai visto, da una terra in cui non abbiamo mai affondato il piede, e da gente che non abbiamo guardato negli occhi, e alla quale non abbiamo mai stretto la mano? Poco, molto poco”. colpito Mario Soldati. Grazie a sofisticati sistemi di controllo, nelle aziende pilota, come La Frisa, si produce genuino latte da vendere “alla spina”. LA TRATTORIA DI HO CHI MINH Alla trattoria dell’Antica Pesa, in una zona una volta considerata quasi periferia di Milano, ritroviamo lo stile di un tempo. C’è sempre il tavolo che Soldati riservava per le sue mangiate, bevute e partite a scopone. Piatti e bicchieri che sfamavano e dissetavano Dino Buzzati, Pier Paolo Pasolini, Luchino Visconti o Indro Montanelli, ora servono il gran mondo della moda, Giorgio Armani in testa. La signora Alba Sassi sognava da anni di rilevare un cenacolo tanto ricco di soldatiana memoria, dove un giorno servì, come cameriere, addirittura Ho Chi Minh. I suoi racconti sulla forza, a tratti gioviale a tratti severa, del carattere di Soldati non sono tutti di prima mano. Ma coincidono con tutte le testimonianze che ritroviamo: ai piedi del Monviso, mentre un pescatore ci spiega cosa bisognerebbe fare per ripopolare un Po abbandonato a se stesso; a Corconio, in un alberghino con vista fenomenale sul lago d’Orta dove, come ci racconta il suo ultimo editore, Roberto Cicala, Soldati si rifugiò (per due anni!) per superare una delusione amorosa e sfornare i suoi primi romanzi. (GENE) GNOCCHI IN CUCINA A Fidenza, cittadina che Soldati adorava per la buona musica e il buon cibo, Mario Soldati aveva eletto, per compagno di passeggiate e bevute, il cognato della signora Ghiozzi (mamma di sei figli tra cui Gene Gnocchi), che gestisce la deliziosa Trattoria del Duomo, meta anch’essa per anni delle sue scorribande gastronomiche. Che non devono trarre però in inganno. Il gusto per il cibo si interseca e si confonde in lui con gli altri suoi compagni di viaggio, il cinema, la letteratura. E con la curiosità per un’Italia del gusto, di cui per primo seppe cogliere segreti e risvolti, materiali e intellettuali. Novembre 2006 RdC 47 Speciale 100 anni di solitudine Tellaro ricorda Battaglie in consiglio comunale, partite a scopone e scaramucce col parroco. Il rapporto di amore e odio col paesino ligure che l’ha adottato e abbandonato DI DIEGO GIULIANI Appassionato di scopone, buona forchetta, amante della compagnia e fin troppo estroverso. Questo il ricordo lasciato da Mario Soldati a Tellaro, paesino della costa ligure in provincia di Lerici, dove il regista e scrittore ha di fatto trascorso i suoi ultimi trent’anni, fino alla scomparsa nel giugno del ‘99. Voci e umori degli abitanti schizzano il ritratto ambivalente di un fine intellettuale, che ospitava con la stessa disinvoltura Alberto Sordi e Robert De Niro, Gianni Boniperti e Federico Fellini, Walter Chiari e Sophia Loren. Un uomo molto apprezzato per l’impegno in consiglio comunale, ma poi ostracizzato per le simpatie socialiste e l’amicizia con Bettino Craxi. “Gli intellettuali lo stimavano, ma il popolo non l’ha mai amato”, riassume Armando Sarbia, per tanti anni amico e confidente di Soldati, che tutti indicano come la persona del paese a lui più vicina. Via Gramsci, via della Pace: la diffidenza di Tellaro nei suoi confronti affonda le radici nella tradizione ‘rossa’ di cui parla la toponomastica. “Soldati era notoriamente socialista, mentre questo - racconta il signor Armando - è sempre stato un feudo del Pci. Scrivendo su numerosi giornali, Mario aveva fatto diversi favori a Craxi, e quando lui era Presidente del Consiglio si era addirittura candidato al Senato nel collegio torinese della Fiat. Era una roccaforte operaia e infatti non è passato, ma l’ha fatto per portare voti al partito”. I tellaresi a lui più vicini lo ricordano come “un signore, che se guadagnava 100 spendeva 120, senza mai battere un ciglio”. Sempre Armando, che più volte gli ha fatto da autista e accompagnatore, ricorda come la sua casa fosse un porto di mare: “Ogni sera a cena c’erano almeno 20 persone. Venivano l’editore Garzanti, Attilio Bertolucci, il padre di Bernardo, e poi anche Alberto Sordi, Zucchero e tanti personaggi del cinema. Una volta ha addirittura ospitato Robert De Niro per una settimana”. Si mangiava e chiacchierava a casa Soldati, ma soprattutto si giocava a scopone. Una passione, tramutata addirittura in un libro, che prima 48 RdC Novembre 2006 Uno scorcio di Tellaro. Sotto Mario Soldati o poi ha coinvolto tutto il paese: “Amava molto giocare e ci invitava spesso nella sua villa”, ricorda il signor Vittorio, oggi impiegato a La Spezia. Nonostante le apparenze, Soldati conduceva però una vita abbastanza ritirata. Apriva le porte della sua villa in riva al mare, piuttosto che partecipare direttamente alla vita del luogo. Significativa eccezione, il concreto impegno per il paese, che gli è valso la cittadinanza onoraria nella vicina Lerici: “Fu tra i primi a venire, alla fine degli anni ‘50 - ricorda Francesco, una vita all’Arsenale Militare di La Spezia -. Per Tellaro si è battuto molto. La chiesa stava franando sul mare e insieme al parroco si è impegnato in prima persona, per il rafforzamento della diga e la costruzione della falesia”. A Soldati non mancava però il carattere e proprio con il parroco è stato una volta protagonista di una divertente scaramuccia alla Peppone e Don Camillo: “Era stato convocato un consiglio comunale in piazza - ricorda Francesco -. Quando doveva parlare lui era però ormai mezzogiorno e le campane della chiesa si sono messe a suonare. Soldati se l’è presa col parroco, gridando al sabotaggio, e c’è mancato poco che se lo mangiasse dalla rabbia”. Brio e partecipazione alla vita del paese vanno poi scemando negli ultimi anni. Agli acciacchi della malattia si aggiunge una sottile amarezza, che trapela dalle testimonianze del paese: “Soldati ha fatto tanto per Tellaro e Tellaro non gli ha dato niente - riassume Armando -. Lo cercavano quando avevano bisogno di favori, ma non lo hanno mai ripagato per tutto quello che ha fatto. Frequentava tanta gente, ma di amici veri qui in paese ne aveva pochi”. OPUS 2006 Uno spot è pubblicità. Uno spot al cinema è spettacolo. La pubblicità al cinema fa spettacolo. OPUS PROCLAMA S.p.A. - Via G.B. Pirelli, 30 - 20124 Milano - Tel. +39 02.67.143.1 - Fax +39 02.67.07.64.33/31 - E-mail: [email protected] - www.opus.it Sede di Roma - Via Flavio Domiziano, 10 - 00144 Roma - Tel. +39 06.54.11.957/8 - Fax +39 06.54.12.332 - E-mail: [email protected] PRIMO PIANO Ifiglidegli 50 RdC Novembre 2006 uomini Quando i bambini non ci saranno più: da un libro della giallista P.D. James il film apocalittico del messicano Alfonso Cuarón DI MARCO SPAGNOLI Novembre 2006 RdC 51 PRIMO PIANO figli degli uomini parla di speranza. E i bambini sono fondamentali nella mia nozione di speranza”. Il regista Alfonso Cuarón non si nasconde: è un film dalla forte valenza politica che riflette su immigrazione, ecologia e ingiusta distribuzione delle ricchezze del mondo, ma – al tempo stesso – celebra valori spirituali e, soprattutto, evidenzia la necessità della fede in qualcosa di misterioso e trascendente l’umanità stessa. “Non mi interessava offrire una visione tetra del futuro, quanto piuttosto elaborare una prospettiva realistica sul presente”, spiega il regista, autore in passato di film come Harry Potter e il Prigioniero di Azkaban, Y tu mamá también e dell’interessante adattamento del romanzo di I ‘‘ Il regista Alfonso Cuarón al ciak Charles Dickens Grandi speranze nel film Il paradiso perduto interpretato da star come Robert De Niro, la compianta Anne Bancroft, Ethan Hawke e Gwyneth Paltrow. Cuarón stesso riconosce come i bambini e i giovani siano piuttosto connaturati al suo cinema: “Quello dell’infanzia e della gioventù è un soggetto ricorrente nella maggior parte dei miei film - dice -. Del resto i nostri figli sono l’unica speranza che abbiamo. I figli degli uomini vuole riflettere su come l’ideologia ostacoli, in genere, la normale comunicazione tra le persone. Poiché fede e speranza sono collegate, oggi l’ideologia è diventata un atto di fede. E’ così che vengono polarizzati ed enfatizzati i problemi del mondo in cui viviamo. Non credo che ci sia una soluzione politica o ideologica per i guai del nostro pianeta, ma sono pieno di speranze e ho fiducia nell’evoluzione dello spirito umano”. Il film è ambientato in un’epoca in cui non nascono più bambini e in cui il mondo sta per fronteggiare la sua inevitabile fine tra guerre, carestie, un enorme disastro ecologico e una profonda devastazione sociale. Ad un tratto, però, dopo decenni di sterilità, una ragazza nera sta per dare alla luce un bambino. A guidarla verso la salvezza, un riluttante e disincantato ex attivista interpretato da Clive Owen. “Volevamo che l’unica donna al mondo a potere concepire un bambino fosse nera, di estrazione umile e africana. Una scelta molto simbolica e cosciente”, evidenzia il regista: “Non volevamo una fantascienza che lanciasse delle ipotesi riguardo il futuro. Volevamo riflettere sul presente. Per questo motivo abbiamo scelto il 2027: un’epoca relativamente vicina per immaginare il mondo di domani e sufficientemente lontana per “mascherare” agli occhi del pubblico quello che accade oggi. I figli degli uomini è popolato da icone e immagini che appartengono alla coscienza di tutti noi. Ed è dominato da un mondo triste e depresso senza bambini che lo confortino”. Pur non essendo, né volendo essere un film religioso in senso stretto, è una celebrazione dei valori dell’umanità: “Non si trova la fede attraverso la religione. E’ la fede a portarti verso la religione, non viceversa. In questo senso il personaggio interpretato da Clive Owen assomiglia a Mosé. Un profeta destinato a guidare gli altri, ma non a intravedere la terra promessa, perché non ne ha bisogno. Riconquistando la sua fede e il suo senso di speranza ha completato la sua missione personale. Non mi considero una persona religiosa - conclude Alfonso Cuarón -, penso però di essere molto curioso e consapevole dal punto di vista spirituale”. LA COSPIRAZIONE DEL SILENZIO THE ISLAND, IL FILM CON OWEN & GLI ALTRI: LA RIFLESSIONE DI TERTIO MILLENNIO Un futuro prossimo senza bambini e senza speranza. Un peccato tanto grande da mettere in fuga da sé. E poi ancora follie e dinamiche della vita in cella, voci femminili zittite dalla censura e un amore difficile tra religioni e culture diverse. E’ “la cospirazione del silenzio” a cui il Festival Tertio Millennio dedica la sua decima edizione, 52 RdC Novembre 2006 in programma a Roma dal 14 al 19 novembre: sei giorni di proiezioni e dibattiti, per riflettere sull’oggi attraverso esperienze di marginalità e ricerca interiore. Una testimonianza di come il cinema contemporaneo, da ogni angolo del pianeta, ancora avverta la stessa esigenza di interrogarsi: lo fa l’apocalittico I figli degli uomini di Alfonso Cuarón, mascherando da futuro prossimo scenari e paure fin troppo attuali, come lo fa il russo The Island con cui Pavel Lounguine mette in scena una personalissima parabola di peccato e redenzione. Due fra i tanti titoli, che il festival presenterà al Cinema Trevi, insieme al siriano I’m the One Who Brings Flowers to her Grave e il coraggioso Love + Hate. CLIVE L’ANTIEROE Nei Figli degli uomini è un personaggio affascinante e misterioso. Ruolo che gli si attaglia a perfezione “anche fuori dal set” Mister Owen perché ha scelto questo ruolo? I film che interpreto sono il frutto di una scelta istintiva. In questo caso ho accettato subito, perché avevo molta voglia di lavorare con Alfonso Cuarón. Lo considero un cineasta dal grandissimo talento e amo tutti i film che ha fatto. E’ un artista dalla sensibilità speciale e originale. Chi è il personaggio che interpreta? Un uomo in un certo senso “perduto” che rinuncia a tutto e poi si mette in gioco costretto dagli eventi, ma che se avesse avuto scelta, certamente avrebbe evitato di trovarsi al centro della situazione in cui lo vediamo. E’ disilluso e disimpegnato: I figli degli uomini è la storia del risveglio di un uomo riluttante. In genere è molto più facile interpretare personaggi proattivi. In questo caso, invece, mi sono trovato davanti ad una sorta di antieroe sconfitto e apatico. Che cosa pensa del tema del film? L’idea di un mondo senza figli è veramente tremenda. Quello che mi piaceva molto de I figli degli uomini è che, nonostante la caratura fantascientifica, puntasse ad esplorare tematiche connesse alla realtà. Argomenti scomodi che nessun film, oggi, vuole in genere toccare. E’ un film sul silenzio, sull’assenza delle risate e delle grida dei bambini, ma anche un film sulla speranza, sulla mancanza della speranza e sul risveglio della speranza in un uomo spento e fortemente M.S. addolorato. PROFILI Gilloeilmistero deisei Lo ricordano indolente e poco prolifico. Ma la pigrizia era “una balla”, come confidava lo stesso Pontecorvo, DI SILVIO DANESE n giorno Pontecorvo mi ha detto: “La pigrizia è una balla. Anzi. Quando giro mi becco spesso gli scioperi della troupe, perché pretendo di lavorare oltre gli orari dei contratti. E’ vero, semmai, che mi è successo di non riuscire a immaginare o identificarmi in progetti convincenti e che mi sono permesso tempi molto lunghi tra un film e l’altro. Agli osservatori superficiali, quelli che guardano la mia carriera e dicono: ha fatto U Gillo Pontecorvo in una foto recente. Accanto ai tempi della Dolce Vita 54 RdC Novembre 2006 soltanto sei film, be’ a loro basta questo per convincerli che si tratta solo di pigrizia”. Del mistero sulla “inattività” di Gillo, tutti accettano queste spiegazioni. I progetti inadeguati, l’indolenza di un cineasta celebre, la ritrosia di un uomo a cui, per vivere, bastava poco. Balle. Facevamo, e facciamo finta di non sapere che il cinema di Pontecorvo, come il cinema di Germi e Petri, di Risi e Monicelli, di Rosi e Pasolini, non si poteva più fare. Alla fine degli anni ’70 le condizioni industriali, sociali e creative sono diventate condizionamenti. Politici? Come sempre, è vero. Ma il cinema “della realtà”, di denuncia e di ricostruzione storica, di satira e di costume, di poesia e di ricerca, non lo voleva più nessuno. Nel disorientamento della decostruzione civile della società italiana, dopo il terrorismo, è sorto il sovrano alito della superficialità dello scambio di merci. Anche la Storia è stata (ed è) possibile come “Spesso mi imbattevo nello sciopero della troupe. Volevo che lavorassero oltre gli orari previsti dal contratto” spazio di coerenza artistica. La battaglia di Algeri è un’impressionante scrittura su palinsesto della guerra d’Algeria, una finzione incisa raschiando il documento, sulle stesse lettere, al limite del possibile, grazie a una formidabile sceneggiatura (di Solinas). Negli anni ’60 diventò un film di studio per le Black Panthers e un esempio per le scuole di cinema che cercano ancora oggi di orientarsi sul senso e la forma del realismo al cinema. Nonostante la celebre stroncatura (intitolata De l’abjection) di Jacques Rivette (Cahiers du Cinéma del giugno 1961), che segnalò la carrellata in avanti sul cadavere della Riva, come un gesto di abiezione cinematografica, Kapò si salva dalla demagogia per esercizio di verità proprio sull’abiezione umana. Queimada, con quella sfida commovente tra il neorealismo e il kolossal, è impresa unica. E Ogro la prova che un certo risultato pomposo viene dall’impotenza di uno sguardo severo e necessario sulla Storia. Bisogna ammettere l’assurdo per vedere il vero: non è il cinema che mancava alla sua società, è la società che mancava al suo cinema. Bisogna ammettere che il cinema dei padri a un certo punto non era finito, era impossibile. E questo è molto triste. Nella stessa occasione, Gillo mi ha detto: “Una volta ho detto a un giornalista: “Ho speso la maggior parte del mio tempo pescando, il resto l’ho sprecato”, ma è chiaro che si tratta di un paradosso, e una provocazione. Per dire che la mia passione per il mare e la pesca subacquea sono stati un elemento prevalente nella mia vita. Anche ora che ho smesso, o quasi smesso, succede che di notte sogno scene di immersione. E’ un paesaggio talmente inusuale e affascinante, di una varietà spesso più ricca del paesaggio terrestre. Sto parlando delle immersioni in apnea, perché quando hai le bombole puoi andare dove vuoi e fare quello che vuoi, mentre come scendo io, devi calarti in un paio di minuti o poco più, raggiungere l’angolo di una caverna, inseguire il baluginare argentato, poi vedi il pesce, ti viene un tuffo al cuore, spari, lo prendi forse non lo prendi, e intanto stai finendo l’aria nei polmoni, insomma c’è veramente mistero e lotta col tempo”. film scomparso il 12 ottobre scorso scambio di merce, ovvero negoziabile, nel cosiddetto disincanto dell’informazione al dettaglio. Loro, quei cineasti, quegli scrittori, certi attori, hanno perso la terra sotto i piedi. Qualcuno ha continuato, con sporadici tentativi definiti “esercizi”. Gillo ha lasciato perdere. Se diamo uno sguardo rapace e concentrato sui rapporti tra intellettuali, società e potere, lo spazio per Pontecorvo era chiuso. E non solo per lui. Intendiamo lo Novembre 2006 RdC 55 Punto critico: manuale per sopravvivere alle uscite in sala IL VENTO CHE ACCAREZZA L’ERBA L’indipendenza irlandese per rileggere il presente. Loach in stato di grazia ANTEPRIMA Il film si apre su paesaggi della verde Irlanda degni, nella fotografia di Barry Ackroyd, di un film di John Ford. L’intensità estetica di Il vento che accarezza l’erba appare garantita fin dalle prime inquadrature e lo spettatore si abbandona fiducioso alla contemplazione della natura. Ma la serenità del suo sguardo è subito spezzata: ha inizio la storia (la Storia), che è storia di stupri sull’Isola e sui suoi (sulle sue) abitanti. Come fece undici anni orsono con Terra e libertà, Ken Loach allontana lo sguardo dall’attualità sociale dell’Inghilterra e torna indietro nel tempo, alle lotte per l’indipendenza irlandese degli anni ’20. Il che non gli impedisce affatto di affrontare tematiche di portata atemporale: le dinamiche del potere, i compromessi e le responsabilità personali, le ambivalenze morali; inclusa – anche questa volta - la cattiva coscienza del Paese in cui è nato. Le vicende di Damien e Teddy, fratelli che impugnano le armi contro l’oppressione dei soldati britannici, gli spietati Black and Tan, e dei loro crudeli sergenti (rappresentati in tutta la ferocia di un occupante che rimanda, in un sol colpo, al nazismo e ai conflitti in atto nel mondo), sintetizzano le lacerazioni interne alla comunità dei combattenti irlandesi, tra coloro che propongono (impongono) il compromesso e chi, invece, respinge accordi considerati un frutto umiliante della corruzione. Damien (un ottimo Cillian Murphy) rinuncia a una carriera di medico e segue il fratello Teddy (Pàdraic Delaney, altrettanto bravo) nella lotta per la libertà; ma quando, dopo i primi successi dei guerriglieri, i due schieramenti negoziano un accordo per mettere fine allo spargimento di sangue, tra coloro che hanno combattuto fianco a fianco si scatena una guerra civile che mette famiglia NIENTE MANIERISMI O LEZIONI MORALI. LA PALMA D’ORO PREMIA UN FILM RIGOROSO E FIERAMENTE FUORI MODA contro famiglia, fratello contro fratello. Non è difficile ravvisare, in Il vento che accarezza l’erba, alcune simbologie eterne che rimandano al primo fratricidio, quello di Caino, o alle figure del martirio, facendo di Damien un agnello sacrificale. Tutto ciò, però, senza che Loach si lasci in alcun modo andare al manicheismo o alle tentazioni edificanti (ciò che avveniva, invece, in alcuni momenti di Terra e libertà). Con lucidità etica, che si fa drammaturgica, il regista tratteggia gli itinerari contraddittori dei due fratelli per far emergere i lati oscuri di personaggi costretti a prendere, gradualmente, coscienza di come il potere sporchi le mani e le responsabilità politiche non vadano disgiunte da ambiguità e compromissioni. Coerentemente, Loach non rinuncia mai alla cifra del realismo, rendendo credibili le sequenze di guerriglia quanto le scene più intimistiche (in famiglia e tra i membri della resistenza) ed evitando, sempre, le trappole che l’accademismo tende così facilmente ai film in costume (vedi il manierato Michael Collins di Neil Jordan, assurdo Leone d’oro a Venezia ’96). La Palma d’Oro a Cannes va a onore del presidente della giuria Wong Karwai. Il presunto dandy cinese, infatti, ha sorpreso molti (ma il verdetto, inatteso dai più, è stato generalmente accolto bene) premiando un regista intransigente e indifferente alle voghe cinematografiche, per un film fieramente fuori-moda che è anche uno tra i migliori della sua bella filmografia. Quando, la sera della premiazione a Cannes, Loach ha ribadito di credere nei film che fanno luce sul passato, contribuendo nello stesso tempo a interrogare il presente, sapeva molto bene di cosa parlava. ROBERTO NEPOTI REGIA Con Genere Distr. Durata 56 RdC Novembre 2006 KEN LOACH Cillian Murphy, Liam Cunningham Drammatico, Colore Bim 124’ iFilmDelMese Novembre 2006 RdC 57 iFilmDelMese MARIE ANTOINETTE Divertente lezione di “controstoria”. La regina è una teenager frustrata ANTEPRIMA Sofia Coppola, pur scivolando nel passato, resta affezionata alle sue giovani donne recintate e perse nello stretto mondo in cui si trovano a vivere. Dopo le vergini suicide dentro un’opprimente famiglia americana, dopo la giovane americana spaesata a Tokyo, Maria Antonietta è un’altra teenager che non può essere tale, che parte dalla reggia di Vienna per la reggia di Versailles senza mai attraversare e conoscere il mondo. Vive (vive?) tra riti, vestizioni, balli, pranzi e feste, con accanto un marito re incapace a tutto. La soffocano i troppi dolci, pesanti vestiti, infinite REGIA FASTOSA E COLORI PASTELLO SULLE NOTE DI TECHNO E ROCK ANNI ‘80 58 RdC Novembre 2006 scarpe, pizzi, crinoline, tutto l’armamentario di fine Settecento che le impedisce di essere semplicemente una ragazzina. Sofia Coppola vuole liberarla. Questa piccola donna bisogna salvarla dalla storia. Non si può evitarle il patibolo, ma almeno che le sia ridata la libertà di vivere una qualche gioia, qualche attimo di vaghezza. Maria Antonietta non sa nulla del mondo di fuori. Ha sempre vissuto nel recinto dell’aristocrazia: così, quando il popolo con forconi e torce arriva a Versailles per farne un’altra, di festa, lei si inchina e ringrazia. Come fosse suonata anche per lei l’ora della liberazione. La Rivoluzione cambia il mondo e la regina non arriverà a diventare adulta. Fastosa e festosa regia, inquadrature REGIA Con Genere Distr. Durata SOFIA COPPOLA Kirsten Dunst, Jason Schwartzmann Biografico, Colore Sony 123’ inondate di colori pastello, lezione di controstoria (con tutte le libertà possibili, con la voglia di regalare un po’ di felicità a una regina!), Kirsten Dunst è malinconica e allegra, Asia Argento è la volgarotta Du Barry amante del re, Marianne Faithfull è una matronale Maria Teresa d’Austria, Vivaldi e Rameau a braccetto con la techno e il rock degli anni Ottanta, etichetta e giovinezza, rivalità di corte, intrighi e fatuità contro desiderio, gioia e spavalderia, facce incartapecorite contro la sfrenata energia, l’impazienza e la voglia di scatenarsi e disubbidire di una ragazza a cui non importava di essere regina. Sarà anche un film storicamente scorretto, ma è credibilissimo. BRUNO FORNARA ANTEPRIMA SCOOP Rosa-noir equilibrato. Ma a Woody Allen manca la profondità di Match Point IN SALA LA MIA SUPER EX-RAGAZZA Uma Thurman eroina innamorata. Che un finale prevedibile costringe alla resa Se esistesse un marchio Woody Allen dop, Scoop meriterebbe di fregiarsene giacché reca impresso ad ogni inquadratura il felice tocco del regista americano. Gli ingredienti tipici del suo cinema ci sono tutti: le battute a raffica di cui almeno un paio memorabili (“Da piccolo ero di credo ebraico, crescendo ho abbracciato il narcisismo”), un simpatico mago pasticcione e sopra le righe da lui stesso interpretato, una ragazza finta ingenua che sull’orlo della rovina dribbla alla grande la caduta, un bel tenebroso che forse oscuro lo è davvero, una trama gialla che tiene lo spettatore col fiato sospeso e, in più, l’aggiunta di un pizzico di esotismo, rappresentato dall’ambientazione londinese. Dopo la cupa vicenda dell’ascesa al potere del giovane giocatore di tennis, è infatti ancora la capitale britannica a fare da sfondo alla storia di amore e mistero con protagonisti la sempre torrida Scarlett Johansson, giornalista alle prime armi, e l’affasciante Hugh Jackman, palestrato lord ad alta solvibilità. Noir e rosa dunque, perfettamente miscelati insieme in una commedia ben calibrata, per la quale ci sarebbe da spellarsi le mani se non portasse la firma dell’autore di Match Point. Perché il (falso) problema è proprio questo, ormai da affezionati estimatori siamo diventati esigenti, e non ci possiamo accontentare di qualche risata e di attori magistralmente diretti. E’ la condanna riservata agli autori di culto: mai scendere dal gradino della raggiunta perfezione. Certo Scoop è pur sempre opera da podio, ma paragonata a Match Point segnala un’ispirazione di routine. Lo sguardo sulle cose non si fa mai realmente indagatore, le psicologie appena accennate, i grandi temi - di nuovo colpa e punizione - trattati superficialmente. Insomma, si tratta di chiedersi per l’ennesima volta quale sia la vena migliore di Allen, se quella che offre una riflessione sul mondo o quella che il mondo preferisce prenderlo in giro. La risposta è in opere quali Crimini e misfatti e ovviamente Match Point, dove la commedia si tinge di amarezza e rimpianto per l’impossibilità da parte dei protagonisti di cancellare, e soprattutto di espiare attraverso la condanna, le proprie colpe. Insomma, quando il nostro lambisce Dostoevskij vola alto, quando gioca sul sicuro e cita se stesso garantisce comunque un paio d’ore di spensieratezza. Che resta un gran regalo per lo spettatore. ANGELA PRUDENZI REGIA Con Genere Distr. Durata WOODY ALLEN Scarlett Johansson, Hugh Jackman Commedia, Colore Medusa 96’ Se a dirigere fosse un altro ci sarebbe da spellarsi le mani. Da lui però ci aspettiamo di più Può capitare di avere divergenze con la propria fidanzata: più raro è, invece, che – dopo averla lasciata in maniera un po’ brusca – lei, volando fino al ventesimo piano, ti lanci dalla finestra uno squalo vivo e affamato. Questa l’originale idea alla base di La mia super ex ragazza di Ivan Reitman, autore in passato di commedie dal grande successo come Ghostbusters e Space Jam. Un film che coniuga ritmi e tematiche della commedia romantica al cinema dei supereroi, con risultati piacevolmente sorprendenti. Luke Wilson conosce una ragazza interessante, ma vagamente scialba che – per qualche strana coincidenza – scompare quando da qualche parte arriva G-Girl a salvare i cittadini di New York. Dopo un po’ viene a scoprire che le due sono in realtà la stessa persona (Uma Thurman) e che la sua vita è destinata a cambiamenti repentini e imprevedibili. L’uomo è però anche attratto dalla beneamata collega d’ufficio (Anna Faris) e decide così di mollare l’eccentrica donna dalla doppia identità. A questo punto, i superpoteri di lei non verranno più usati solo a fin di bene, ma per trasformare la vita del fidanzato fedifrago nel peggiore incubo che si possa immaginare. Gradevole ed esilarante soprattutto nella prima parte, La mia super ex ragazza deve molto al carisma di Uma Thurman. La sua presenza non basta però a tamponare le falle di una sceneggiatura in affanno in un finale prevedibile. MARCO SPAGNOLI REGIA Con Genere Distr. Durata IVAN REITMAN Uma Thurman, Luke Wilson Commedia, Colore 20th Century Fox 95’ Novembre 2006 RdC 59 iFilmDelMese QUALE AMORE Tolstoj secondo Maurizio Sciarra: anacronistico e caricaturale Sonata a Kreutzer di Lev Tolstoj racconta di un nobile latifondista e una grande artista, patita del piano e dell’omonima opera di Beethoven. Un sentimento impossibile, assoluto, che rende inconciliabile amore coniugale e passionale. Imprudente, se non presuntuoso, il presupposto di potere attualizzare questo capolavoro. Ovvero l’intento di Maurizio Sciarra in Quale Amore. E’ Giorgio Pasotti il “lucido folle” d’amore, geloso e possessivo, qui capitalista banchiere d’affari (tra i pochi ritratti riusciti del film). Vanessa Incontrada, invece, è il suo oggetto del desiderio, troppo algida e lontana pur nella sua fisicità esposta e sensuale. La sua Antonia, REGIA Con Genere Distr. Durata ANTEPRIMA musicista appassionata, è il centro di un dramma anacronistico, maschilista, moralista. Figlio dell’ottocento, appunto. Ma quella di Tolstoj era una donna straordinaria e consapevole, non la vittima che vediamo sullo schermo, passiva nel subire il desiderio selvaggio e (auto)distruttivo che provoca. Sciarra segue alla lettera il russo, senza interpretarne la potenza espressiva e passionale. Il MAURIZIO SCIARRA Giorgio Pasotti, Vanessa Incontrada Drammatico, Colore 01 Distribution 100’ risultato è un formalismo caricaturale. Una scommessa, quella di Sciarra, ambiziosa e consistente (quasi quattro milioni di euro il budget), ma purtroppo persa. Piacevole sorpresa però l’ottimo cameo del presidente del Festival di Locarno Marco Solari, che gli consegnò nel 2001 il Pardo d’oro per Alla rivoluzione sulla due cavalli. BORIS SOLLAZZO IL GIORNO + BELLO Troiano e la Placido forzati delle nozze. In una tragicommedia discutibile La via che conduce al matrimonio è lastricata di buone intenzioni (politicamente corrette), ma si rivela un tour-de-force tradizionale, socialmente obbligato, borghesemente omologato. Senza percorsi “alternativi”, senza possibilità di vivere alla propria maniera i riti di preparazione alle nozze. Insomma, oggigiorno una coppia giovane si trova a subire le tappe che precedono la fatidica cerimonia, piuttosto che gestirle restando fedeli alle proprie idee. E’ la riflessione di Il giorno + bello, opera-prima di Massimo Cappelli, girata a Trieste. Una tragicommedia che mostra due trentenni alla stregua di “forzati” delle nozze, ribelli mancati e quasi rassegnati burattini, costretti a recitare un copione già decodificato da genitori, amici, colleghi, a loro volta obbedienti a un automatismo sociale immutato da secoli. Il film procede per capitoli introdotti da originali “cartelli”: REGIA Con Genere Distr. Durata MASSIMO CAPPELLI Fabio Troiano, Violante Placido Commedia, Colore Videa-CDE Warner Bros. 90’ 60 RdC Novembre 2006 IN SALA la lista degli invitati, i testimoni, etc., fino all’addìo al celibato ed altre “tentazioni” della vigilia da parte di lui (dove lo humour s’involgarisce). Il percorso paradossale è divertente e mostra caricature dei luoghi comuni che ricordano certi film di Nanni Moretti (vedi la figura del frate, fedele a Dio e a Marx). Se diversi sketch funzionano, è la tesi di Cappelli che resta discutibile. Lui si esprime da laico che critica le convenzioni. Magari ignora che esistono altre coppie per cui le tappe tradizionali e lo sposarsi in chiesa non sono una pura formalità… MASSIMO MONTELEONE THE DEPARTED Grande ritorno di Martin Scorsese che dirige un cast di star da Oscar IN SALA La rivista americana Variety ha definito The Departed una “bistecca succulenta e sanguinolenta” e si capisce perché: dopo undici anni Martin Scorsese è tornato alla forma e alla violenza di Casinò. The Departed, traduzione letterale i “dipartiti”, semplicisticamente sottotitolato Il Bene e il Male, è un dramma scespiriano di ascese e cadute vertiginose, un bellissimo noir giocato sul filo della tentazione psicologica e carnale, dal ritmo serrato e con attori stratosferici. Jack Nicholson primo tra tutti, personificazione assoluta del male nella parte del capo mafia Frank BRUTALE E DIROMPENTE, DI CAPRIO RICORDA IL DE NIRO DI CAPE FEAR Costello; Leonardo Di Caprio diretto da Scorsese è strepitoso: alto, snello e angelico dal vivo, è brutale e dirompente sullo schermo (con echi del De Niro di Cape Fear). Matt Damon recita bene la parte del bravo ragazzo corrotto e Mark Wahlberg disegna un personaggio forte, un poliziotto giustiziere difficile da dimenticare (ma ci sono anche Alec Baldwin, Martin Sheen…). La storia è ambientata a Boston, Scorsese abbandona la sua New York e la mafia italoamericana a “vantaggio” di quella irlandese, qui due giovani vivono vite diverse e parallele, diventando entrambi poliziotti. Matt Damon viene preso sotto l’ala del gangster Costello e fa una rapida carriera, Di Caprio che vuole liberarsi da una stirpe di familiari mafiosi, REGIA Con Genere Distr. Durata MARTIN SCORSESE Jack Nicholson, Matt Damon Drammatico, Colore Medusa 149’ cerca giustizia. Messo sotto copertura e introdotto nella banda di Costello, deve stanare il mega boss e in seconda battuta scoprire l’identità dello spione di Costello, infiltrato a sua volta all’interno della super squadra investigativa. In un gioco di rimandi e colpi di scena, tutto si incastra alla perfezione: trama, sottotrame, luci, dialoghi, montaggio. Scorsese si ispira a un successo orientale, Infernal Affairs, e lo reintrerpreta sulla base dell’ottima sceneggiatura di William Monahan. Il film dura due ore e mezza eppure vorremmo che non finisse mai, magie del cinema e di questo grandissimo regista che speriamo di vedere presto coperto di Oscar. MARINA SANNA Novembre 2006 RdC 61 iFilmDelMese LA SCONOSCIUTA Difficile non commuoversi col nuovo Tornatore: noir enigmatico e ricco di tensione IN SALA È una specie di “Nuovo Cinema Inferno”, La sconosciuta di Peppuccio Tornatore, vincitore della sezione “Première” alla Festa di Roma. Sei anni dopo Malèna, il regista Oscar per Nuovo Cinema Paradiso volge in noir la sua vena affabulatoria, ispirandosi alle cronache sulle giovani dell’Est europeo, portate in Italia da criminali senza scrupoli. Ragazze vendute, violentate, minacciate, sfruttate come nuove schiave e usate per scopi degradanti, ad esempio quali madri di neonati sul mercato delle adozioni illegali. La protagonista è l’ucraina Irena (la rivelazione russa di BELLA SORPRESA L’ATTRICE UCRAINA KSENIA RAPPOPORT 62 RdC Novembre 2006 formazione teatrale Ksenia Rappoport) che, in una Trieste “decostruita” fino a essere irriconoscibile, cerca di mettersi al servizio di una famiglia di orafi. Questi sono la coppia in crisi Claudia Gerini e Pierfrancesco Favino, con la figlioletta di cinque anni, Tea (Clara Dossena). Irena viene accolta in casa e presto entra in confidenza con Tea. Punta forse ai preziosi nella cassaforte? C’è ben altro in gioco e lo intendiamo dai frenetici flashback di un suo recente passato da prostituta in balia di orge, botte e volgarità, a cui la costringeva il sessantenne aguzzino “Muffa”, un Michele Placido glabro e diabolico. Passato che non passa, tanto più quando lui torna a reclamare un bottino di soldi e carne umana. Mentre REGIA Con Genere Distr. Durata GIUSEPPE TORNATORE Ksenia Rappoport, Claudia Gerini Drammatico, Colore Medusa 118’ la dolente sinfonia di Ennio Morricone scandisce una vertigine in cui ieri e oggi si mescolano traumaticamente. Qual è il segreto del legame via via più stretto tra la piccola Tea e la sconosciuta venuta da lontano? Il mistero è la cifra di questo film, non sempre sorvegliato nella drammaturgia della prima parte, pur tuttavia decisiva nella definizione dello stile. I tormenti della protagonista, la sua enigmatica essenza, l’estraneità e la familiarità della “sconosciuta”, sono coerenti con un montaggio che alterna piani temporali e dimensioni “fuori fuoco” distanti fra loro. Fino all’epilogo che stempera la tensione accumulata in un tipico esito “alla Tornatore”: difficile non commuoversi. OSCAR IARUSSI IN SALA I FIGLI DEGLI UOMINI Fantascienza nostalgica firmata Alfonso Cuarón. Che colpisce al cuore ANTEPRIMA FUR La Kidman nel paese dei mostri. Biopic intrigante ma senza mistero Al cuore Cuarón, al cuore! L’eclettico regista messicano non lavora mai con Hollywood per un pugno di dollari. I figli degli uomini, libero adattamento dall’unico romanzo di fantascienza dell’inglese P.D. James, è una coproduzione diretta da Alfonso Cuarón dove il budget è americano (72 milioni di dollari grazie alla Universal) ma lo spirito è europeo. Londra, 2027. Il cielo è grigio, la terra è scossa dagli attentati terroristici, gli immigrati vengono deportati, le donne non fanno più figli, le nazioni sono crollate, le opere d’arte vengono distrutte. Nessuno, tranne Philip K. Dick, fa fantascienza distopica come gli inglesi. Sviluppare le negatività del presente per profetizzare l’apocalisse è il loro forte. Da H.G. Wells a George Orwell, dall’americano adottato Terry Gilliam (Brazil) al purosangue Alan Moore (V per vendetta). P.D. James non fa eccezione. I figli degli uomini si apre con un’esplosione lancinante nel pieno centro di Londra. Come in Brazil. Come il 7 luglio 2005. Theodore Fador (Clive Owen) era un idealista. Nel 2027 è un nichilista. Si aggira nel suo inferno vivente londinese come un detective privato dei ’40. Serenamente disperato e impermeabile a tutto, come il suo trench multiuso. Quando la donna che amava lo contatta per portare in salvo una ragazza di colore, Theodore accetta riluttante entrando in una spirale di violenza e doppi giochi. L’ex amata Julian (Julianne Moore) è il leader del gruppo terroristico dei “Pesci”. Le pallottole volano più veloci delle parole, le città sono campi di battaglia come Baghdad e Beirut, la dolcezza e l’ironia non hanno più posto (Michael Caine in un ruolo commovente come simbolo dell’utopia del movimentismo anni ‘60). La colonna sonora (King Crimson, John Lennon, Deep Purple) è la nostalgia per il rock di ieri, mentre i piani sequenza della coppia CuarónLubezki (direttore della fotografia) sono il meraviglioso virtuosismo del cinema di oggi. Durante il piano sequenza più lungo e complesso, l’obiettivo della cinepresa si sporca di sangue. E’ uno dei momenti di cinema più belli visti alla 63esima Mostra del Cinema di Venezia. Un vero e proprio miracolo, come la speranza che si risveglia in Theodore. Come il finale, in cui si vuole credere testardamente a un futuro migliore. La testa ci dice che la distopia è l’unico futuro che ci sia. Ma I figli degli uomini spara più in basso. Al cuore Cuarón, al cuore! FRANCESCO ALÒ REGIA Con Genere Distr. Durata ALFONSO CUARÓN Clive Owen, Julianne Moore Fantascienza, Colore UIP 114’ Le paure di oggi per profetizzare l’apocalisse di domani: è la lezione di P.D. James Ritratto molto libero e personale di una fotografa inquieta. E’ la famosa Diane Arbus, ed è Nicole Kidman che la interpreta in Fur del regista Steven Shainberg (ispiratosi alla biografia edita nel 1984 da Patricia Bosworth), già originale esploratore di mondi femminili in Secretary. E come Alice nel paese delle meraviglie precipita in un mondo ignoto di bestie, così la bella e ricca assistente fotografa nella New York del 1958 subisce il fascino di un’umanità alterata. Fur segue esclusivamente la trasformazione di Diane da remissiva casalinga a estroversa fotografa. Chi scatena l’artista è un vicino di casa, Lionel, cui presta gli occhi il bravo Robert Downey Jr., affetto dalla crescita innaturale del pelo. La sua è una fur, una pelliccia, capace di dare sofferenza anziché piacere, come lo fanno invece quelle cui Diane è abituata grazie al commercio di famiglia. Gamma espressiva seducente per Nicole, impegnata in un film che gioca quasi esclusivamente sulla riproduzioni dei suoi sguardi attoniti e dei suoi prolungati dubbi. I freaks diventano i suoi interlocutori, accompagnandola nel mondo notturno delle miserie morali, dei rifiutati. Fur non tocca però questo lato oscuro, ma solo l’evoluzione psicologica scatenata dall’incontro tra la bella e la bestia, tra la pulizia della casa di Diane e l’onirico appartamento di Lionel, tra l’ordine e il disordine, la certezza e il dubbio, divenendo spesso erroneamente una favola per adulti. LUCA PELLEGRINI REGIA Con Genere Distr. Durata STEVEN SHAINBERG Nicole Kidman, Robert Downey Jr. Drammatico, Colore Nexo 122’ Novembre 2006 RdC 63 iFilmDelMese IN SALA L’AMICO DI FAMIGLIA Provincia, usura, amore: Sorrentino spiazza fra grottesco e denuncia ANTEPRIMA SALVATORE QUESTA E’ LA VITA Storia di un orfano adulto per forza. Opera prima ambiziosa, con qualche ingenuità Dopo le positive prove di L’uomo in più e Le conseguenze dell’amore, erano in molti a chiedersi che strada avrebbe intrapreso Paolo Sorrentino. La risposta è un film spiazzante, che coniuga la commedia con il grottesco, il ritratto intimo con l’indagine sociale. L’universo descritto è una provincia italiana povera ma incapace di rinunciare al superfluo auto di lusso, matrimoni in grande stile, gioco e scommesse - che quando i soldi finiscono e le banche rifiutano i prestiti, ricorre agli strozzini. Qui entra in scena Girolamo, “cravattaro” per diritto di famiglia, essendolo già stato il padre che lo ha abbandonato bambino. Piccolo, laido, untuoso, Girolamo si muove lungo i muri come un’ombra, fintamente benevolo è sempre dove c’è bisogno di lui, pronto a praticare una carità all’apparenza disinteressata. Di generoso ha al contrario ben poco, e nemmeno verso l’amata madre paralitica dimostra umanità e affetto veri. Uno come Girolamo soccombe solo di fronte all’amore, che puntuale arriva sotto le sembianze di una ventenne ambiziosa e senza scrupoli. Se è bene non svelare oltre la trama gialla, va però detto che L’amico di famiglia è un film ambizioso, straordinariamente curato dal punto di vista dei dialoghi e degli sviluppi narrativi, ricercato sotto il profilo dell’architettura delle 64 RdC Novembre 2006 inquadrature e della magnificenza della fotografia che spesso ricordano De Chirico, non per questo perfettamente riuscito. Sorrentino ha speso sul progetto enormi energie, eppure i tasselli che compongono il quadro disposti uno accanto all’altro non combaciano come invece accadeva ne L’uomo in più, che pure teneva insieme due vicende parallele, e in Le conseguenze dell’amore. Ma d’altra parte va anche accettata l’idea che lo spiazzamento in chi guarda sia voluto, e l’imperfezione esibita alluda a quella del protagonista. Nel gioco di specchi e rimandi, il regista conferma di possedere un talento non comune proprio nel momento in cui si è preso dei rischi. Una virtù anche questa, unita all’uso sorprendente degli attori, a cominciare da Fabrizio Bentivoglio e la solare Laura Chiatti per finire con la vecchia gloria del teatro napoletano Giacomo Rizzo, alla vena comica che regala momenti di vera ilarità, a una sperimentazione sul colore, le inquadrature e il montaggio che pochi autori italiani osano. ANGELA PRUDENZI REGIA Con Genere Distr. Durata PAOLO SORRENTINO Giacomo Rizzo, Laura Chiatti Drammatico, Colore Fandango 110’ Ottimi gli attori e la fotografia che ricorda De Chirico. Eppure al puzzle manca un tassello Un bambino costretto a crescere troppo in fretta dalla morte dei genitori. Un maestro che in lui trova il figlio mancato e si prende a cuore il caso. E in più un’assistente sociale decisa a salvarlo, strappandolo a quel che resta della sua famiglia. Fin dalle premesse in Salvatore – Questa è la vita di retorica ce ne sarebbe a palate. Eppure l’esordiente Gian Paolo Cugno si mantiene miracolosamente a un passo dal baratro. Il terreno è sdrucciolevole, lo stereotipo dietro l’angolo. Per quanto metta il piede in fallo più volte, nel complesso riesce in un mirabile equilibrismo. Dalla sua una bella fotografia, che regala alcuni squarci di Sicilia davvero notevoli, e il piccolo Salvatore a cui è ispirato il titolo: uomo-bambino indurito dalla vita nei campi, la pesca e la contrattazione coi piccoli mafiosi del luogo, ma ancora capace di portare innocenza e spensieratezza, a chi meno sembrerebbe averne bisogno. Nel complesso bravo a domare una storia dalle tinte e tentazioni forti, Cugno sembra però arrivare esausto alla gestione dei particolari. Cede allo stereotipo nel tratteggio della nonna e della sorellina, alla retorica nel ricorso alle musiche e alle sirene televisive nella scelta di alcuni attori: una sorpresa il piccolo Alessandro Mallia e un gradito ritorno Enrico Lo Verso nel ruolo del maestro, Galatea Ranzi e Gabriele Lavia stonano però nel cast, imponendo al film quel velo patinato che era in buona parte riuscito a evitare. DIEGO GIULIANI REGIA Con Genere Distr. Durata GIAN PAOLO CUGNO Alessandro Mallia, Enrico Lo Verso Drammatico, Colore Buenavista 90’ iFilmDelMese THE FOUNTAIN Darren Aronofsky sogna l’immortalità. Con una sci-fi ambiziosa e suicida Amore, morte, spiritualità e fragilità esistenziale. Una storia, tre epoche (1500, oggi e 2500), due protagonisti, Hugh Jackman e Rachel Weisz, un amore. Progetto a lunga gestazione, con budget dissanguato dalla defezione di Brad Pitt e Cate Blanchett (da 75 a 35 milioni di dollari), The Fountain segna il ritorno dietro alla macchina da presa dell’enfant terrible Darren Aronofsky, autore quasi-cult di Pi greco - Il teorema del delirio e Requiem for a Dream, ma purtroppo zampilla acque stagnanti, sorprendentemente ferme, nonostante le ellissi, analessi e prolessi di cui è saturo. Vorrebbe – non ne siamo sicuri – Aronofsky parlare di immortalità, ma REGIA Con Genere Distr. Durata ANTEPRIMA compie scelte suicide, accumulando bivi e mancando la strada, vanificando pure la pregevole scelta di utilizzare microfotografie e trucchi in camera anziché la solita CGI. La “storia”, in breve: lei (Rachel Weisz, moglie del regista) è afflitta da male incurabile, lui (Hugh Jackman) non sa farsene una ragione, cerca la fontana della giovinezza, prima da conquistador spagnolo, poi da ricercatore medico, DARREN ARONOFSKY Hugh Jackman, Rachel Weisz Drammatico, Colore 20th Century Fox 96’ poi – anzi prima, anzi ora – da spazionauta in posizione del loto. Tanto rumore per nulla, l’ambizioso Aronofsky affastella Inquisizione, francescani, tai-chi, escatologia e arboricoltura, fa professione di fede New Age, abbraccia il sincretismo e spreca dei buoni interpreti. Rincorre una sci-fi romantica, ma il suo sogno ha un brusco requiem. FEDERICO PONTIGGIA GIARDINI IN AUTUNNO Il Potere secondo Iosseliani. Tra naif e utopia, il film cade nell’inverosimile Ministro costretto a lasciare il potere trova la felicità, ovvero beve, suona e riscopre i luoghi cari dell’infanzia. I giardini fioriscono in autunno, dice Otar Iosseliani, e verrebbe da credergli. Quasi: il regista georgiano - trapiantato in Francia – non sa dove collocare questo locus amoenus, sceglie il bozzetto naif, ma gli trema la camera, non osa e rimane a metà strada. Ed è grave per un film che, esulando dal realismo, dovrebbe calcare un palcoscenico benigno ma non buonista, utopico ma non inverosimile. Invece no, Iosseliani – sceneggiatore, regista e montatore sceglie un signor attor nessuno, Séverin Blanchet, per impersonare l’ex-ministro Vincent, viveur e tombeur, traveste da donna il mostro sacro Michel Piccoli e si perde lui stesso tra vino, amanti a go-go e diffuso perdonismo. Le musiche sono di Franz Schubert, ma pare REGIA Con Genere Distr. Durata OTAR IOSSELIANI Séverin Blanchet, Michel Piccoli Commedia, Colore Mikado 121’ 66 RdC Novembre 2006 IN SALA Scurdiamoce o’ passato, il passaggio di potere, che Iosseliani vorrebbe demistificare, diviene assenza di Potere. Quello vero, quello maiuscolo, è purtroppo un’altra cosa, non è redimibile come Vincent, non è caricaturale come il suo successore Théodière: Giardini in autunno lo tiene colpevolmente nel fuoricampo. Non resta che farci affascinare, invero poco, molto poco, da un altro mondo possibile, nemmeno ottimale: immigrati ridotti a cartine tornasole del politically correct e maschilismo imperante. Almeno al cinema, le mezze stagioni non dovrebbero esistere. FEDERICO PONTIGGIA L’IMBROGLIO Il truffatore Richard Gere stupisce e appassiona come la regia di Hallström IN SALA Apologo sulla professione dello scrittore, la droga del successo, la furfantesca ansia del potere. Finalmente Lasse Hallström si concede il lusso di una storia contemporanea graffiante e mordace, che ci riporta agli anni ‘70. Una storia di quarto potere a più livelli: chi lo incarna, ossia Howard Hughes, e chi lo sfrutta e lo deride, Clifford Irving, autore di una falsa biografia del magnate, venduta a suon di dollari, oltre il milione, all’editore Mc-Graw-Hill. Scoop beffardo che ha rischiato di travolgere presidenti (Nixon), riviste illustri (Life), editori, banche, e tutti coloro che entravano nel mirino del geniale Irving. LA VERA (E INCREDIBILE) VITA DEL FALSO BIOGRAFO DI HOWARD HUGHES Non sarebbe stato credibile, l’Irving de L’imbroglio, se non avesse potuto godere dell’aspetto, opportunamente modificato, di un bravo Richard Gere, accompagnato in questa “avventura editoriale” dal grande Alfred Molina, una specie di Sancho Panza della furfanteria. Era il 1972, e quello di Irving rischiò di diventare il libro del secolo: il film ne racconta genesi e morte, con l’ascesa e la caduta del suo autore, seppure caduta morbida, poiché l’intervento audio in diretta televisiva dell’eccentrico e disturbato Hughes affondò la mistificazione, salvò Nixon, fece recuperare a se stesso milioni di dollari, restituì agli editori quello rubato da Irving, il quale planò delicatamente in galera, soltanto per un anno e una manciata di mesi. Non si dubita che il REGIA Con Genere Distr. Durata LASSE HALLSTRÖM Richard Gere, Alfred Molina Drammatico, Colore Eagle Pictures 115’ quel periodo il nostro geniale scrittoretruffatore abbia avuto modo non tanto di meditare sulle colpe commesse, ma di progettare il suo futuro di romanziere: non ha mai cessato di considerare quella come una vera “biografia”, volendola salvare dal rogo, anche morale. In fondo era stata scritta avvalendosi di testimonianze vere, anche se sottratte e raccolte con sistemi poco legali e ortodossi. Per questo genio della truffa editoriale, insomma, il futuro potrebbe riservare ancora sorprese. Per gli amanti del cinema il film lo è stato, riconnettendo sui giusti binari una coppia di artisti e dando spazio ad una regia movimentata, divertente, intrigante come solo le truffe sanno esserlo. LUCA PELLEGRINI Novembre 2006 RdC 67 iFilmDelMese A CASA NOSTRA Francesca Comencini contro l’Italia dei furbi: un affresco coraggioso IN SALA Un’Italia di furbi e di faccendieri contrapposta a quella di chi lavora, soffre, sopravvive, tenta di arrivare a fine mese; un Paese stanco e malato che non assiste al trionfo della verità e della giustizia ma non si rassegna alla meschinità, allo sfruttamento. E’ un quadro sincero e dolente, che Rita, una bravissima Valeria Golino nei panni di un Capitano della Guardia di Finanza caparbia e sensibile in una Milano triste e livida, così come la racconta Francesca Comencini in A casa nostra, dipinge con una veloce, tagliente immagine, rivolgendosi ad Ugo, grande Luca POTERE E IMPUNITA’ A MILANO: BRAVI ZINGARETTI E LA GOLINO 68 RdC Novembre 2006 Zingaretti, banchiere di malaffare ancora a piede libero, personaggio liberamente tratto da casi di recente cronaca italiana: “Voi come vi permettete! Credete di poter fare quello che vi pare? Ma questo paese è pure casa nostra”. E’ un coraggioso impegno civile che trasuda dal personaggio della donna a quello della regista, autrice anche del soggetto e della sceneggiatura, insieme a Franco Bernini. Un impegno che la musica di Verdi (Traviata e Rigoletto) riporta all’identità di una “patria” nata col sacrificio di molti e oggi vilipesa per la disonestà e la finzione di pochi, potenti nella politica e nell’economia. Nel film s’incrociano diversi protagonisti simbolo di situazioni tipiche della vita quotidiana: chi non REGIA Con Genere Distr. Durata FRANCESCA COMENCINI Valeria Golino, Luca Zingaretti Drammatico, Colore 01 Distribution 99’ paga le tasse, chi si prostituisce, chi cerca di redimere il proprio passato (un sempre più bravo Giuseppe Battiston), chi tenta il guadagno facile con mezzi illeciti (Luca Argentero, pieno di fascino), chi sfrutta gli altri, chi vuole svendere la vita e chi la vuole condurre onestamente. Insomma, uno spaccato di piccole realtà e di grandi proporzioni cinematografiche, in cui ci si ama, ci si odia, si mette a nudo la propria vulnerabilità, ci si illude, si tenta di rivendicare i propri diritti, in una storia circolare e frammentaria che gira sul tema del denaro e del potere, del lavoro e dell’amore, della giustizia e della impunità. Una storia salutare per il cinema e per tutti noi. LUCA PELLEGRINI IN SALA GRIZZLY MAN Herzog con lode: gli orsi del suo docu-film parlano di solitudine umana ANTEPRIMA N (IO E NAPOLEONE) Commedia in costume per Paolo Virzì. Poco autoriale, ma convincente Nel 1990 Timothy Treadwell decise di dare una svolta alla sua vita. Abbandonando i pochi legami con il cosiddetto mondo civile, l’attivistaecologista di Long Island sposò la causa dei grizzly, gli enormi orsi che, per colpa dei cacciatori di frodo, rischiavano l’estinzione. Armato soltanto di una piccola telecamera si trasferì nel Katmai National Park, in Alaska. Qui, in condizioni proibitive, realizzò un’enorme quantità di riprese grazie alle quali, oltre a documentare la vita della comunità animale della zona, tentò di dimostrare il rischio che correvano i suoi “amici”, scagliandosi contro tutti coloro che non impedivano questo massacro. Ciò che emerge dal docu-film di Herzog è però una realtà ben diversa. Non solo perché la caccia non era un fattore di rischio, ma soprattutto perché a poco a poco ci si rende conto che il protagonista era vittima di un disagio emotivo che lo portava a distorcere la visione delle cose. Ed è qui che entra in scena quel fantastico autore/non autore che è Werner Herzog. Intervistando chi conosceva Treadwell, ci offre il quadro desolante di una vita priva di veri affetti (i genitori sembrano quelli di Woody Allen in Prendi i soldi e scappa, senza maschere di Groucho Marx), sempre alla ricerca di un appiglio a cui ancorare le proprie convinzioni. Sposando la causa dei grizzly, Treadwell aveva trovato la sua ragione di vita e per questa, aveva affermato che sarebbe stato disposto anche a morire. Era davvero convinto di avere stabilito un rapporto con i plantigradi, di essere uno di famiglia. Al punto che convinse la sua fidanzata a seguirlo nell’impresa. Erano insieme, il 6 ottobre del 2003, quando un orso li attaccò, uccidendoli, divorandoli. Di quei terribili momenti non esistono immagini, ma la telecamera, sempre accesa sebbene con l’obiettivo chiuso, ha registrato sei terribili minuti in cui Treadwell, azzannato dall’animale, grida alla compagna di fuggire. Inutilmente, perchè lei rimarrà lì, fino al tragico epilogo. Herzog, grande anche per questo, non mostra un’immagine né fa sentire un solo secondo di quella registrazione. Ma Grizzly Man colpisce ugualmente come un pugno allo stomaco, trasmette un senso di inquietudine perché, come dice la voce fuori campo del regista, “negli occhi di quegli animali si legge solo indifferenza” e non quell’empatia che Timothy Treadwell disperatamente cercava. La folle crociata in cui un noto ambientalista cercava la sua ragione di vita 1814: Napoleone (Daniel Auteuil) giunge in esilio all’Isola d’Elba, accolto dal tripudio della nobiltà e del popolino. Pochi i dissenzienti, tra cui Martino Papucci (Elio Germano), fratello minore dei commercianti Ferrante (Valerio Mastandrea) e Diamantina (Sabrina Impacciatore), maestro elementare e amante della baronessa Emilia (Monica Bellucci). Nutrito di aneliti libertari, Martino vorrebbe uccidere il tiranno, gli fa da scrivano, ma rimane affascinato, infine soggiogato da quello che pare un eroe al tramonto. Ispirandosi al romanzo omonimo di Ernesto Ferrero, Paolo Virzì accosta per la prima volta la Storia e uno dei suoi protagonisti più controversi, puntando in alto ma senza staccare i piedi dalla consueta – e consona - piattaforma della commedia. N non è niente di meno, niente di più, di una commedia in costume, in realtà nemmeno storica. Seppur la ricostruzione d’antan non è disprezzabile, è comunque parentetica: Virzì non riesce a essere inattuale nel senso migliore del termine, utilizza la cornice storica per continuare a interrogarsi su vite non illustri scartabellando registri comici anziché tragici. Se Caterina andava in città, Martino vorrebbe andare nel mondo, ma il pedaggio è alto, per entrambi. Supportato da un cast affiatato (lo scapigliato Germano, l’auto-ironica Bellucci, il super partes Auteuil), Virzì convince, ma rimanda l’appuntamento con l’Autore che potrebbe essere. FEDERICO PONTIGGIA ALESSANDRO BOSCHI REGIA Genere Distr. Durata WERNER HERZOG Documentario, Bianconero/Colore Fandango 100’ REGIA Con Genere Distr. Durata PAOLO VIRZÌ Daniel Auteuil, Monica Bellucci Storico, Colore Medusa 110’ HOTEL DE LA VILLE. MILANO • THE GRAY. MILANO • RELAIS VILLA MATILDE. ON SOLO SOGGIORNI MA ANCHE DA CIAK! locations I SINA HOTELS NELLE MIGLIORI • HOTEL BERNINI BRISTOL. ROMA • HOTEL BERNINI BRISTOL. ROMA • HOTEL BRUFANI PALACE. PERUGIA • Per scoprire di più sulle nostre destinazioni a Roma, Firenze, Venezia, Milano, Perugia, Parma, Viareggio, Torino Tel. 06 4870222 • Fax 06 4874779 • E-Mail: [email protected] www.sinahotels.com THE GRAY. MILANO GRAND HOTEL VILLA MEDICI. FIRENZE • DESTINAZIONI ITALIANE OFFRONO IN PALAZZI D'EPOCA, VISTE MOZZAFIATO, GRANDIOSI SALONI, SUGGESTIVE PISCINE, TERRAZZE PANORAMICHE, RISTORANTI GOURMET OLTRE ALLA CLASSICA TRADIZIONE ITALIANA DEL LUSSO E DELL'ELEGANZA. GRAND HOTEL VILLA MEDICI. FIRENZE • HOTEL ASTOR. VIAREGGIO • HOTEL BRUFANI PALACE. PERUGIA N • ROMANO CANAVESE (TORINO) PALAZZO SANT’ANGELO SUL CANAL GRANDE. VENEZIA OK Telecomando Homevideo, musica, industria e letteratura: novità e bilanci dal cinema DVD Inside Cinema Libri Colonne sonore LINGUACCE D’AUTORE Quando Godard fece a pugni per i Rolling Stones: in dvd il caso One Plus One. Uno sberleffo al sistema, 40 anni dopo Novembre 2006 RdC 71 telecomando DVD Inside Cinema Libri di Alessandro Scotti Il brivido secondo Hitchcock I capolavori del regista in un unico cofanetto: 8 dischi (più ricchissimi extra), aspettando la serie completa dei suoi celebri film-tv SABOTATORI L’OMBRA DEL DUBBIO NODO ALLA GOLA LA FINESTRA SUL CORTILE LA CONGIURA DEGLI INNOCENTI L’UOMO CHE SAPEVA TROPPO LA DONNA CHE VISSE DUE VOLTE PSYCO GLI UCCELLI MARNIE IL SIPARIO STRAPPATO TOPAZ FRENZY COMPLOTTO DI FAMIGLIA Quattordici titoli, in un unico cofanetto da 8 dvd, ripercorrono la carriera del maestro della suspense cinematografica. Hitchcock, nella sua vita, di film ne ha girati cinquantatre; The Masterpiece Collection ripropone in ordine cronologico alcuni fra i film realizzati dal regista nel periodo dal ‘42 al ’76. Si tratta di una selezione, ma sufficiente a dare un’immagine esaustiva della produzione dell’Hitchcock maturo. Sabotatori e L’ombra del dubbio (rispettivamente 1942 e ‘43) sono fra gli ultimi film in bianco e nero del regista. Con Nodo alla gola, il primo a colori, Hitchcock debutta come produttore e riesce a girare l’intero lungometraggio in piani sequenza di dieci minuti, tali da DAL BIANCONERO DEI SABOTATORI E PSYCO AL COLORE DI MARNIE 72 RdC Novembre 2006 farlo apparire come frutto di un’unica inquadratura. Il tema del punto di vista è al centro di La finestra sul cortile del ’54. L’anno successivo Hitchcock esplora il campo della commedia, facendo perno sul grottesco e gira La congiura degli innocenti, da un romanzo di Jack Trevor. Per poi arrivare a concepire il remake de L’uomo che sapeva troppo, da lui stesso girato ventidue anni prima. La retrospettiva prosegue con La donna che visse due volte, siamo nel ’58. Psyco fu il maggiore fra i successi del regista e fruttò 4 nomination agli Oscar. Gli uccelli (1963) è invece l’unico film fantastico della sua carriera, con elaborati trucchi di messinscena e aperto alle più svariate interpretazioni. Marnie segna la fine della collaborazione fra Hitchcock e i suoi collaboratori Robert Burks (operatore), George Tomasini (montatore) e il musicista Bernard Herrmann. Seguono Il sipario strappato, Topaz, Frenzy e Complotto di famiglia: ultima fatica del regista all’insegna del metissage fra suspence e umorismo. Ai film si aggiunge un intero dvd di contenuti speciali (50 minuti) intitolato The Hitchcock Legacy e un libretto con la filmografia completa del regista. Il cofanetto anticipa l’uscita in dvd della collezione integrale (è la prima volta) della serie televisiva Alfred Hitchcock presenta. Due boxset di 8 dvd ciascuno raccoglieranno infatti, a partire dal prossimo 6 dicembre, i 42 episodi della serie introdotta dal regista. Colonne sonore Novembre 2006 RdC 73 telecomando DVD Inside Cinema Libri Colonne sonore (Tele) visioni FRIENDS SUPERBOX Blade Runner inedito Il cult dell’82 come lo voleva Ridley Scott: completamente diverso Regia Ridley Scott Con Harrison Ford, Sean Young, Daryl Hannah, Rutger Hauer Genere Fantascienza, Colore Distr. Warner Home Video Una pietra miliare del cinema fantascientifico d’autore: ispirato al romanzo di Philip K. Dick Ma gli androidi sognano pecore elettroniche? e diretto da Ridley Scott. Ma la versione che circolò nell’82 non era quella voluta dal regista. Dopo il fallimento dei test screenings la Warner rimise il film in mano ai tecnici. Risultato: comparve la voce narrante di Rick Deckard (il personaggio interpretato da Ford) a fare da contrappunto al pessimismo delle immagini, la storia d’amore fra il protagonista e Rachel venne contratta, e al finale venne aggiunta un’ultima sequenza per non lasciare gli spettatori con l’amaro in bocca. Ci vollero dieci anni di reputazione consolidata, perché Scott potesse pretendere di riproporre il film così come era stato concepito. La storia del cacciatore di androidi ne esce rinnovata: il finale è aperto e i sogni di Deckart (completamente tagliati dalla produzione come se si trattasse di pura decorazione) suggeriscono l’ipotesi inquietante che lo stesso protagonista sia un replicante... Non un semplice restyling, ma cambiamenti significativi che restituiscono il film in una nuova luce. Da vedere. Il finale è aperto e si affaccia l’ipotesi che anche il protagonista sia un replicante 74 RdC Novembre 2006 Collezione in 11 cofanetti, con tutte e 10 le stagioni della sitcom che dal ’94 ha invaso le tv di mezzo mondo. Quarantaquattro dischi – più un box extra con contenuti inediti in Italia – per le gesta di un gruppo di ex-adolescenti impegnati in improbabili discussioni su amore, sesso e carriera. Reciproco conforto e mutua confessione sono la parola d’ordine, tanto nel caffè Central Perk come fra le mura di due appartamenti del West Village. L’hanno chiamata la risposta newyorckese a Beverly Hills 90210, ai noi pare il viatico al Grande Fratello televisivo. PRISON BREAK Stagione 1. Il calcio d’inizio è con un cofanetto in quattro dischi che riunisce i primi 13 episodi. Una maldestra rapina in banca di un ingegnere che non accetta di difendersi al processo. Il suo solo scopo è accedere al carcere di Fox River (dove è rinchiuso suo fratello con l’accusa di aver assassinato il figlio del presidente Usa). Fra le mura della prigione si pianifica l’evasione, con ritmi serrati e un utilizzo particolarmente creativo dei flashback - cui è affidato l’onere di spiegare (a posteriori) lo scopo delle azioni del protagonista. La dipendenza è garantita... Freschi di sala POSEIDON Doppio disco per un’ecatombe in versione Aquafan, targata Wolfgang Petersen. Il regista di Tempesta perfetta e U-Boot 96 non tradisce il suo amore per le catastrofi balneari e gli extra illustrano con dovizia di particolari ogni aspetto della produzione. IL CAIMANO Prosegue il percorso autobiografico di Nanni Moretti che descrive l’Italia di Berlusconi e delle veline. Edizione speciale con un vero e proprio “diario” da lui stesso curato. Vera e propria chicca: un’intercettazione telefonica fra Berlusconi e Dell’Utri. L’ANTIDOTO Frizzante commedia alla francese con accenni parodistici alla Woody Allen. Il folle script prevede un ricco uomo d’affari, colto da attacchi di panico a un passo dall’affare della sua vita. La soluzione, un po’ prevedibile ma gradevole, è nell’antidoto del titolo. Scorsese consiglia Infernal Affairs 2 e 3: il cult di Hong Kong che ha ispirato The Departed Fenomeno di costume a Hong Kong, la trilogia di Wai Keung Lau e Siu Fai Mak è diventata oggetto di culto in Occidente. Un film, Infernal Affairs, seguito da un prequel e da un terzo episodio, le cui vicende si svolgono pochi mesi dalla fine del primo, oggi disponibili in dvd. La storia è quella di due uomini dalle esistenze speculari: Chan è un poliziotto infiltrato nella Triade, una spietata banda criminale. Lau una talpa che il boss dell’organizzazione ha infiltrato nella polizia. Doppio gioco e doppia identità sono al centro del plot, orchestrato tanto nell’intreccio quanto nella caratterizzazione psicologica dei protagonisti. Schierati su opposti fronti, loro si assomigliano come gocce d’acqua (tanto che lo spettatore vive nell’eterno dubbio: chi è chi?). Buono e cattivo, giusto e ingiusto: Infernal Affairs li presenta come dicotomie dal confine labile, sospesi in una zona grigia. Tanto intrigante da aver ispirato Martin Scorsese per il remake The Departed con Di Caprio e Matt Damon. Vecchie glorie QUANDO LA MOGLIE BUTCH CASSIDY E’ IN VACANZA Ospite inevitabile Quando la moglie è in vacanza consacrò a mito la Monroe che, per sfuggire alla canicola estiva di Manhattan, si rinfresca la sottana con la corrente d’aria di una grata della metropolitana. Oggi entra nel novero dei film restaurati e rieditati dalla Fox. Il film è arricchito da un commento di Kelly Lally, biografo del regista Billy Wilder e da una serie di documentari su Marilyn, sulla sua leggenda e sui suoi ultimi giorni. Nell’edizione in due dischi anche scene inedite, confronti che evidenziano gli interventi di restauro e una monografia sullo straordinario Wilder. della collana Pietre miliari di Fox Studio Classics. Pluripremiata icona del cinema western, il Butch Cassidy di George Roy Hill esce in edizione restaurata in due dischi. Le gesta di Butch, Sundance ed Etta, rapinatori e fuggitivi in Bolivia sono ammantate dell’aura del mito. La parte del leone la fanno gli extra col commento del regista, del paroliere, del produttore associato, del geniale direttore della fotografia Conrad Hall e dello sceneggiatore William Goldman (allora professore universitario alla prima sceneggiatura). Ma ci sono anche documentari, making of e scene tagliate. ARABESQUE Thriller a sfondo romantico fin troppo armoniosamente orchestrato da Stanley Donen. Alla base di Arabesque un intreccio complesso fra un professore di filosofia di Oxford, un magnate del petrolio e la di lui amante. Incaricato di decifrare un misterioso geroglifico, il professore verrà messo in guardia dalla radiosa Yasmin circa il pericolo che corre. Entrambi finiranno coinvolti in un complicato caso di spionaggio. La regia è tanto raffinata da apparire artificiosa con i suoi continui rimandi al mondo delle arti visive, mentre la Loren sfavilla grazie alla complicità di Dior. Maggio francese & pugni d’autore Sympathy for the Devil Il ’68 di Godard tra Black Power e Rolling Stones Per la prima volta in dvd. Incredibilmente. Uscita alla fine del ’68, quest’opera di Godard divenne subito leggenda. Un affresco in cui trovano posto Anne Wiazemsky (allora sua compagna) che scrive sui muri di Londra slogan rivoluzionari, un libraio antisemita, una gang di Black Power e i Rolling Stones in sala prove. Il produttore rielaborò il girato e cambiò il titolo da One Plus One a Sympathy for the Devil. Godard, furioso, si presentò alla prima e, dopo averlo liquidato a pugni, organizzò una contro-proiezione sotto il Ponte di Waterloo. I due dischi contengono entrambe le versioni, accompagnate da un documentario. Novembre 2006 RdC 75 telecomando DVD Inside Cinema Libri Colonne sonore Dvd dallo spazio Due nuovi formati con standard alieni ed alto tasso di interattività. Ecco la rivoluzione digitale che manderà in soffitta i vecchi supporti DI MARCO SPAGNOLI L’Home Entertainment entra in una nuova era. A poco più di cinque anni dal successo del Dvd e dal suo trionfo sulla videocassetta, ecco un nuovo supporto destinato a cambiare le nostre vite: il Dvd ad alta definizione nei formati Blu-Ray e Hd Dvd. Fra loro incompatibili, saranno però entrambi in grado di leggere i dischi tradizionali, che continueranno ad essere pubblicati. Una vera e propria rivoluzione, in termini di qualità, a patto di avere già acquistato uno dei nuovi schermi piatti con la scritta “HD Ready”. Attualmente – per diverse strategie commerciali – non tutte le case di distribuzione producono i loro titoli in entrambi i formati. Il Blu-Ray sviluppato da Sony è promosso da Sony Pictures, Twentieth Century Fox e Buena Vista. Hd-Dvd invece da Toshiba, NEC, Sanyo ed è inoltre supportato dalla Universal, mentre Paramount e Tra le innovazioni un sofisticato sistema antipirateria: se il disco non è originale il sistema si blocca irreversibilmente 76 RdC Novembre 2006 Warner Home Video hanno deciso di pubblicare i loro film per entrambi i mercati. Un bel grattacapo, almeno all’inizio, per chi valuterà se acquisire uno o l’altro formato? “Non pensiamo che questa situazione rappresenti un problema o un limite per lo sviluppo dell’alta definizione”, puntualizza Davide Rossi, presidente di Univideo, l’associazione che raccoglie l’editoria audiovisiva italiana. “E’ ipotizzabile che i due standard si avviino a una convivenza pacifica seppure concorrenziale come, nella telefonia mobile, accade per UMTS e GSM”. Due modalità di approccio diametralmente opposte con – addirittura – le custodie dei dischi di colori diversi: rosse per l’Hd-Dvd come il colore del laser che legge il disco, blu per l’altro formato che proprio dal raggio prende il nome. Al di là della qualità, sono molte le novità per i consumatori: “Si tratta di un passaggio epocale, perché permette allo spettatore di vedere il film nelle migliori condizioni tecniche possibili”, spiega Gian Maria Donà Dalle Rose, amministratore delegato di Twentieth Century Fox Home Entertainment. “I menù sono interattivi e presenti direttamente sul film. L’interattività riguarda tutto il prodotto ed è sviluppata con linguaggio Java. Il suono è sensibilmente migliorato e il formato standard sarà 7.1. Ci saranno dei contenuti extra esclusivi per l’edizione in alta definizione. Se il lettore BluRay riconosce un disco piratato, inoltre, si blocca e non può più essere utilizzato. Collegandosi ad Internet, poi, si potranno scaricare direttamente sul disco dei nuovi extra”. Fabrizio Ferrucci, presidente della Federazione Anti Pirateria Audiovisiva e AD di Sony Pictures Home Entertainment conclude: “Il lancio di Playstation 3 il prossimo marzo in tutta Europa, con la consolle pronta a leggere il Blu-Ray, darà l’avvio a una vera e propria rivoluzione digitale anche nel vecchio continente. Una rivoluzione superiore a quella verificatasi con il passaggio da Vhs a Dvd. L’Alta Definizione è una tecnologia che consente di immagazzinare informazioni dieci volte superiori a quelle attuali: le potenzialità sono inimmaginabili e – di fatto – si apre una nuova era con delle possibilità di sviluppo enormi”. telecomando DVD Inside Cinema Libri Colonne sonore ECONOMIA DEI MEDIA DI FRANCO MONTINI Giochi pericolosi La Costituzione entra nei cinema. Ma, con la nuova disciplina e l’autonomia delle Regioni, parte del settore rischia la serie B Fra le competenze cinematografiche trasferite alle Regioni, in conseguenza della revisione costituzionale, il settore esercizio rappresenta la fetta più importante e consistente. Alle Regioni spetterà occuparsi innanzi tutto dei criteri relativi all’apertura sale, che evidentemente potrebbero essere diversi fra loro. Alcune hanno già legiferato in materia; altre hanno promesso di farlo quanto prima. Intanto si stanno mettendo a punto i relativi regolamenti, che sono poi la cosa più importante, perché, mentre le leggi stabiliscono i principi generali, avranno il compito di determinare quozienti, numeri, distanze da rispettare al fine di ottenere i permessi necessari 78 RdC Novembre 2006 per aprire nuove strutture. Tuttavia è essenziale che il ruolo delle Regioni intervenga anche nel sostegno alla cultura cinematografica. In questo senso le sale d’essai rappresentano uno strumento essenziale per la formazione del pubblico e la crescita di una domanda di qualità che contribuisca all’alfabetizzazione alle immagini, in attesa che questo compito venga assunto, come sarebbe doveroso, dalla scuola italiana. Le Regioni intendono assolvere anche questi impegni e, soprattutto, sono in grado di farlo? Dell’argomento si è discusso in un recente convegno organizzato a Roma della Fice (Federazione Italiana Cinema d’Essai), che ha ospitato anche gli interventi di assessori alla cultura e dirigenti responsabili degli uffici cinema di diverse Regioni. Dall’incontro, intitolato “Cinema d’essai e politiche territoriali”, è emersa la realtà di una situazione a doppia velocità: da una parte alcune Regioni (Toscana, Emilia-Romagna, Lazio in particolare, ma anche Veneto, Puglia e Piemonte) assai impegnate sul fronte cinematografico, molte altre finora colpevolmente assenti. E poiché è dimostrato che è l’offerta a far crescere la domanda, il rischio è di un prossimo futuro caratterizzato da zone cinematograficamente molto sviluppate ed altre sottosviluppate. Per questo sarebbe utile intensificare i confronti, affinché alcune positive esperienze si trasformino in patrimonio comune. Così come sarebbe auspicabile realizzare a livello regionale progetti sul tipo di “Cento città” e “Schermi di qualità”, due iniziative messe a punto di recente dalla Direzione Cinema del Ministero dei Beni e delle Attività Culturali, che si sono rivelate essenziali per la Allarme da parte dei circuiti d’essai: la gestione decentrata sarà in grado di curare la programmazione di qualità? sopravvivenza di numerose sale del cosiddetto “mercato di profondità”. Ci vorrebbero insomma progetti regionali animati dalla stessa “filosofia”, ovvero finalizzati alla difesa dell’esercizio di “frontiera”. “Tanto più - come ha sottolineato il presidente della Fice, Domenico Di Noia - che le sale d’essai si trovano nella stragrande maggioranza nei centri storici e fanno parte della storia sociale e culturale delle città e quindi il legame con l’istituzione locale è, e dovrebbe essere, molto forte”. Fra le meritorie iniziative già realizzate, quelle della Regione Toscana, che, con il progetto “Andiamo al cinema”, ha favorito la frequentazione del grande schermo di oltre 70mila studenti; della Regione Lazio, che è intervenuta nella stampa di copie da destinare alla programmazione di qualità di cinema periferici e decentrati e con il sostegno ad una politica di forti sconti sul prezzo del biglietto per due giorni a settimana. Ma oltre che sulla distribuzione e il consumo, le Regioni dovrebbero intervenire anche sulle attività strutturali dell’esercizio, come ha già fatto l’Emilia-Romagna, sostenendo ristrutturazioni e adeguamenti tecnologici delle sale. Peraltro l’attività in questo settore appare compromessa dalle novità introdotte dalla Finanziaria, che impediscono di finanziare singole imprese private. Di fatto questo provvedimento nega alle Regioni la possibilità di sostenere la costosa conversione digitale delle sale, che l’esercizio periferico non sembra al momento in grado di affrontare da solo, e che sarebbe un’ottima occasione per facilitare la diffusione di film commercialmente rischiosi, documentari, cortometraggi ed ogni altro tipo di cinema di nicchia. L’impedimento imposto dalla Finanziaria rappresenta un elemento di evidente contraddizione in un momento di grandi rivoluzioni tecnologiche anche per l’esercizio, che, ci si augura, possa essere sanato al più presto. CAST & CREW DI MARCO SPAGNOLI L’architetto dei suoni Pino Chiodo Il lavoro che c’è ma non si vede: curare l’acustica di sale e festival “Chiuso” nel Parco della Musica per tre mesi, Pino Chiodo è stato il “salvatore” della Festa di Roma: suo il progetto acustico e visivo di ristrutturazione delle quattro sale dell’Auditorium. “Le macchine servono fino ad un certo punto – dice il fondatore di Cinema Engineering, società specializzata nella realizzazione di Multiplex con trenta anni di carriera nel campo della musica dal vivo -. Ti puoi basare solo sull’esperienza. ”Curatore, fra l’altro, delle proiezioni del Festival di Taormina, delle Giornate Professionali e – all’ultimo Festival di Venezia – del Flauto magico alla Fenice, è l’uomo che – come Wolf in Pulp Fiction – risolve i problemi, ricercando il massimo della qualità audiovisiva. Il suo approccio a questo lavoro? A vent’anni lavoravo nella musica. Dal 1995 mi occupo quasi esclusivamente di cinema. Ho realizzato una settantina di sale in tutta Italia e sono ISTRUZIONI PER L’USO consulente dell’Agis – Anec. Di cosa si occupa esattamente? Sia dell’aspetto dell’audio che di quello video. Curo la progettazione, l’acustica e l’isolamento sonoro delle sale. La sfida più grande? La Festa di Roma. L’Auditorium era stato progettato per la musica classica con pochissima amplificazione. Abbiamo dovuto trasformare l’acustica di tutte le sale, facendo in “La più grande impresa? Adeguare l’Auditorium per la Festa di Roma” modo che alla fine tutto tornasse come prima. Un consiglio per i giovani? Una base di elettronica e di ingegneria serve sempre. Non ci sono scuole che formano per questo lavoro. Si può imparare la teoria, ma la vera esperienza nasce sul campo. Dopo trent’anni continuo a imparare qualcosa di nuovo. Indirizzi e raccomandazioni, per provarci senza fare una brutta fine COMINCIARE DAL WEB Il sito di Pino Chiodo: www.pinochiodo.it. Per imparare: www.mastersuono.uniroma2.it Tecnici dello spettacolo online: www.ziogiorgio.it SUL PALCO DI BAGLIONI L’artista più esigente con cui ha lavorato Chiodo? Claudio Baglioni. “Pur di sorprendere, ci rimette di tasca sua. L’ultima tournée è stata memorabile per il palco mobile”. MEMORIE DI ADRIANO Il momento più bello della sua carriera? “Ogni volta che vedo un film in un Multiplex che ho realizzato. Come l’Adriano di Roma. La sala 4 è semplicemente perfetta sotto il profilo audio-visivo”. Novembre 2006 RdC 79 telecomando DVD Inside Cinema Libri Colonne sonore di Francesco Bolzoni Sceneggiature segrete La vera storia La storia di Roma città aperta Stefano Roncoroni, Cineteca di Bologna/Le Mani Recco-Genova 2006, pp. 482 € 38,00 Il 14 ottobre 2006 hanno proiettato, alla Festa Internazionale del Cinema, una copia restaurata, cioè ottenuta da positivi affidabili (e, quindi, non “arrangiata” come in precedenti manifestazioni), di Roma città aperta, che all’estero e da noi venne giudicato una cronaca veritiera dell’occupazione nazista della capitale italiana. Ciò ha permesso di considerare con occhio avvertito le ipotesi proposte da Stefano Roncoroni in La storia di Roma città aperta, un unicum nel panorama editoriale sul cinema (482 pagine di grande formato). Con qualche scandalo degli storici di professione, Roncoroni definisce il film di Roberto Rossellini “l’espressione più alta di un più ampio processo di deresponsabilizzazione e di autosoluzione dalle tragiche vicende di quegli anni finali del Fascismo, che tutti gli italiani avevano voluto operare nella loro coscienza e nella loro memoria”: quasi “accecati dal suo fascino e appagati dalla sua verità” davanti al film abbiamo rinunciato alla “nostra capacità critica”. Rileggendo la sequenza della fucilazione (l’arrivo nel luogo del supplizio del prete, le sue parole, il plotone italiano, il colpo di grazia inferto da un ufficiale tedesco, i bambini della parrocchia che, dopo la fucilazione, si avviano verso Roma, sullo sfondo San Pietro) Roncoroni formula la sua ipotesi che pare trovare conferma anche nella scena del sacrificio della protagonista, la Pina di Anna Magnani (“una cosa nuova, un’invenzione, un’illuminazione che nulla ha a che vedere con le possibilità del linguaggio tradizionale, un’emozione che non si può scrivere e prevedere in sceneggiatura”). Un intervento censorio, una protesta per le divise del reparto che fucila don Piero, che portò all’interruzione del film, convinse Rossellini a un (parziale) cambiamento di rotta, a una sorta di distacco dalla rete protettiva di uomini di sinistra che pure aveva cercato (i suoi film di guerra, anche se non c’era nulla di fascista in La nave bianca, e la trasferta al nord con la compagna Roswitha Schmidt al seguito di un colonnello nazista, una trasferta che si interruppe a Gardone e il regista e la sua attrice fecero ritorno in autostop a Roma). Si aggiunga, poi, la differenza tra due personalità: “artigiana, puntigliosa, metodica, da uomo del nord e di penna di Amidei, insofferente agli schemi e alle strutture, inventiva, geniale ma anche sorniona e romana quella di Rossellini”. Roncoroni, per quasi quarant’anni, ha cercato di chiarire questo problema, andando alla ricerca della sceneggiatura originale per confrontarla con quella desunta dal film. Uno script che appariva e spariva, come racconta il curatore del volume che, dal produttore Venturini, ebbe dei materiali sulla lavorazione del film, che venne stravolto dalle “leggende metropolitane”, cresciute intorno all’opera fondante del neorealismo. Roma città aperta, a un certo punto, si è creato una propria autonomia, “ha messo tutti d’accordo e tutto a tacere e nessuno ha più potuto domandargli nulla”. “Intoccabile, non criticabile, un monumento nazionale”. FOTO: ALESSANDRO LANARI Un libro rivela: Roma città aperta “piegata” al Fascismo Da non perdere a cura di Giorgia Priolo IN QUEL FILM C’E’ UN SEGRETO Mario Sesti, Feltrinelli, € 12,00 Durante la visione di film anche bellissimi vi capita di perdervi nei vostri pensieri e di fantasticare d’altro? Il critico Mario Sesti ci conforta: pare succeda anche a lui e forse a tutti. E allora, al di là della fruizione razionale, quale comunicazione profonda instaurano con la nostra mente capolavori come L’infernale Quinlan, Psyco, La conversazione o L’uomo che non c’era? In questo saggio personale e originale, a metà tra la critica cinematografica, la psicoanalisi e la teoria della percezione, Sesti ci rivela partendo da esempi concreti come la visione di un film sia un’esperienza più misteriosa di quanto si creda. 80 RdC Novembre 2006 BREVE STORIA DEL CINEMA COMICO IN ITALIA Enrico Giacovelli, Lindau Editore, € 16,00 Totò, Alberto Sordi, Tognazzi, Walter Chiari, Carlo Verdone, Aldo, Giovanni e Giacomo: non ci sono attori più popolari dei comici in Italia, né un genere cinematografico più radicato ed efficace nella descrizione di vizi e virtù del nostro paese. Dalle gag filmate del cinema muto (avevate mai sentito parlare di Tontolini o Cretinetti, la versione nostrana di Ridolini?) fino ai tempi di Berlusconi e del Caimano morettiano, passando per la commedia all’italiana propriamente detta e al boom economico: una sintetica ma completa ricostruzione storica del genere portante della nostra cinematografia. IL FARINOTTI Dizionario 2007 A cura di Pino Farinotti, Edizioni San Paolo, € 29,90 Aggiornata fino al secondo episodio de I pirati dei Caraibi, esce la versione 2007 del Farinotti, la “madre” di tutti i dizionari dei film italiani. Tra gli elementi positivi che lo distinguono dai suoi simili: sintesi e oggettività. La grafica chiara permette di cogliere a colpo d’occhio i giudizi di critica e pubblico oltre agli eventuali premi internazionali vinti dal film. Le schede puntano più sulla trama che sul giudizio dei curatori. Essendo Farinotti un esperto di “cinema e letteratura” quasi sempre viene citata la fonte letteraria quando il film è un adattamento. Altra nota di merito: il prezzo contenuto. SCEGLIERE UN FILM 2006 Luisa Cotta Ramosino, A. Fumagalli, Edizioni Ares, € 19,00 Ecco il terzo volume a cura di Fumagalli che si propone di orientare gli spettatori nella scelta di film che siano un’occasione di arricchimento umano. Una guida utile per chi nel cinema ricerchi una funzione educativa, che al solito giudizio in stelline aggiunge un’interessante classificazione in film “per tutti”, “per i più giovani” e “per discutere”. Decisamente triste, il bilancio degli autori sul cinema italiano: anche titoli più problematici e meglio riusciti come La guerra di Mario e Anche libero va bene sarebbero viziati da un pessimismo privo di slanci costruttivi, che scoraggerebbe il pubblico dal tornare al cinema. Novembre 2006 RdC 81 telecomando DVD Inside Cinema Libri Colonne sonore di Ermanno Comuzio Visto da vicino NUOVOMONDO Regia Emanuele Crialese Musica Antonio Castrignanò Nuovo mondo e nuovo musicista, per lo meno per quanto riguarda la musica da film. Non mi risulta infatti che Antonio Castrignanò – cultore di musica popolare con un gruppo del Salento – abbia mai lavorato per il cinema. Qui, per il bel film di Crialese, la musica è di radice popolare, quella di un’Italia povera di inizio ‘900, ma è sviluppata strutturalmente e sinfonicamente in maniera “colta”, tanto da diventare raffinata. Se lo stupendo momento dello stacco della nave carica di emigranti dal porto è retto solo dai rumori (il pulsare del motore, l’addio straziante della sirena), durante la navigazione abbiamo interventi della fisarmonica ma incorporati nell’orchestra in pagine addirittura sofisticate. Singoli episodi sono poi valorizzati proprio dalla musica, che, pur partendo da un dato “reale”, diventa partecipe “commento”: accade quando le donne si pettinano fra loro, durante la traversata dell’Atlantico, e quando un emigrante, accompagnandosi con un tamburello, intona un canto nostalgico, seguito poi da alcuni compagni in un crescendo ossessivo. Un altro registro si contrappone a questo tipo di musica, all’arrivo a Ellis Island: a un bellissimo coro popolare delle donne che fanno valere la propria dignità di fronte alle umilianti prove d’ingresso si incatena un blues grevemente ritmato. Siamo in un Nuovo Mondo, ma il calvario è appena cominciato. Musica popolare sviluppata in chiave colta: la soluzione risulta vincente Per tutti i gusti Senza senso PROFUMO BLACK DAHLIA La scelta di un jazz anni Quaranta è automatica per un noir ambientato negli anni Quaranta. Adattissimo Mark Isham, che oltre a comporre è anche trombettista jazz. Ma in Black Dahlia le lamentazioni della tromba sono così “caricate” da ingenerare il sospetto che si arrivi alla parodia. 82 RdC Novembre 2006 LA STELLA CHE NON C’E’ Franco Piersanti, ottimo complice di Gianni Amelio nei suoi ultimi risultati, qui si cinesizza. Ma lo fa a suo modo: con un commento moderno che ha il vertice in una vera e propria “cantata” di altissimo livello. E’ questa pagina, ripresa in diverse circostanze, a dare un sapore di eticità alla vicenda. IL MERCANTE DI PIETRE Pivio e Aldo De Scalzi sono una coppia di ferro e lavorano bene insieme, operando alle tastiere. Anche in imprese difficili come questa, costretti a darci dentro con l’elettronica e a passare da un canto orientale a una sottolineatura roboante, da frasi meditative a sventagliate ritmiche. Regia Tom Tykwer Musica T. Tykwer, J. Klimek, R. Heil Ci si sono messi in tre, compreso il regista, per la colonna sonora. Pulsazioni, rombi: tutta elettronica risaputa. Col battito del cuore amplificato, roba da museo. E senza umorismo.