Edizioni CFR
di Gianmario Lucini
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Poiein – Collana di poesia lirica
Poiein n. 15 – Narda Fattori, Cambiare di stato –
morire di natura
ISBN 978-88-98677-15-3
©
Le liriche di questa
proprietà dell’autrice.
pubblicazione
sono
di
1
2
Narda Fattori
Cambiare di stato –
morire di natura
(2012 – 2013)
Edizioni CFR 2014
3
4
Prefazione
cambiare di stato morire di natura.
Riflessioni di lettura di Bruno Bartoletti
Ogni volta che mi incontro con i versi di Narda Fattori
provo un senso indefinibile di appagamento, di
pienezza come solo la grande poesia riesce a dare. La
stessa indefinibile pienezza di quando si superano i
momenti di sconforto per accompagnarsi alle visioni, ai
sogni. Questa terra non è più «una valle di lacrime»,
ma, attraverso la poesia, diventa, come ci svela il libro
di Sauro Albisani, La valle delle visioni. Se questa è
l’età «degli uomini vuoti», come ricorda Eliot, l’età
dell’angoscia e dell’ansia - le tipiche malattie moderne
- la poesia cerca di restituirci quel poco che aiuta e che
alla fine ci salva. È il commento del poeta Roberto
Mussapi nella premessa a quel piccolo libretto
L’avventura della poesia: «La poesia è un atto di
resistenza, alla morte, al nulla, è memoria, voce che
non demorde e ci lega nel tempo». Se compito della
poesia è quello di porre delle domande, questa di
Narda Fattori si svela nella ricerca estrema del
significato della vita che drammaticamente erompe
solo sul punto della morte. È il tema del viaggio e della
ricerca che solo apparentemente ne segnala la meta,
perché nella meta c’è già l’inizio di un altro viaggio e di
un’altra sfida, se la riva è più sicura, è solo l’urto del
mare che ne sottolinea il profondo ancoraggio alla vita.
«La riva è più sicura; ma io amo l’urto del mare»,
scriveva Emily Dickinson.
Dirò di più, a differenza dei tanti libri letti e fatti propri,
in questi versi soffia la vita ed è come se le parole
prendessero corpo, come se in ogni parola, in ogni
sillaba si alzasse la voce, la vera voce di Narda, poeta
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e donna, figlia e madre. Il bisogno di leggere e
rileggere e spesso di fermarsi a riflettere, a pensare,
sono segnali che non possono passare sotto silenzio. E
così la fatica, la difficoltà di un commento ci prende,
perché la vita, come il dolore, non si commentano, si
vivono e basta.
Questo ultimo libro di Narda Fattori è il libro della
memoria, quasi una summa, un testamento, una riga
sotto cui scrivere le cifre che contano: “Faccio l’appello
per mettere / un po’ d’ordine in capo all’esistenza” e in
questo c’è anche la risposta alla domanda vera, che è
già stata di tanti poeti, e che Odisseas Elitis nel suo Il
metodo del dunque così riassumeva: «Ecco perché
scrivo. Perché la poesia comincia là dove la Morte non
ha l’ultima parola». Certamente «La poesia non salva
la vita – le parole sono ancora di Roberto Mussapi – e
difficilmente guarisce, ma accompagna. Estende
l’orizzonte percettivo, soffia sulle nostre labbra, cerca
di rianimarci, o di tenerci in vita».
Un giovane critico ebbe a dire che, a ben guardare, si
scrive sempre, una volta di più, lo stesso libro. Non è
così per Narda Fattori: in Narda c’è un filo conduttore
che guida i suoi versi; ma se un percorso più o meno
sotterraneo si può riconoscere nelle precedenti
pubblicazioni, un percorso che oltre ad un
approfondimento dei contenuti si riconosce nella
ricerca della parola, questo ultimo lavoro segna anche
una fase nuova di non ritorno, una cesura e una nuova
partenza, un ultimo atto che è anche testimonianza di
un fare, di un operare. Si dice che non ci sia vita senza
morte, o senza il sentimento della morte, pure è stato
scritto, l’espressione è del critico Blanchot nel suo Lo
spazio letterario, che la poesia nasce nel momento in
cui Orfeo perde Euridice: la poesia è distacco, nasce
dal dolore, da una perdita. I poeti lo sanno. Finché ci
manteniamo sulle definizioni classiche di «catarsi»,
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come quella di Antonia Pozzi quando scrive al giovane
poeta Tullio Gadenz, restiamo in un consolidato
paradigma; ma molto di più, in una affermazione che
meriterebbe più ampi approfondimenti, ci dice Cesare
Garboli, in quel bel libro Pianura Proibita, nel tentativo
di darsi una risposta alla sua funzione di lettore e
fruitore di bellezza: «Si scrive quando la gioia o il
desiderio di vivere non basta».
Ma Narda è una donna forte, una donna che al
tramonto preferisce l’alba, la sorgente, la luce e il sole,
è una donna solare che ama e sa che“la forza di una
sola goccia / scava abissi crea stalagmiti”, sa che “se
non hai passioni e sogni grandi / resti all’anagrafe solo
un rigo nero”, versi del suo Le parole agre e che si
dovrebbero trascrivere nell’ingresso di ogni scuola.
Il sentimento della fine, la visione della morte, non
sono fine a se stessi, non compiacimento o
ripiegamento sul proprio io, ma si ergono a strumento
di riflessione sulla vita. È un viaggio che non nasce
all’improvviso, ma, come tutti i temi importanti, si
preannuncia già dall’inizio, da quando la prima parola
incomincia a prendere forma. L’ultima poesia de Il
verso del moto (Mobydick editore, 2009) concludeva
un percorso, quello a spirale della vita come
cronologia, e non solo, di avvenimenti che si facevano
sempre più importanti e vivi, ma lasciava aperto un
interrogativo e apriva una nuova strada: “Vorrei dare
un nome al più caro / vorrei finire il verso / … Sono
pronta finalmente / non mi tiene neppure /
quest’ultimo canto”. La strada era ancora quella della
ricerca della parola, del «dare il nome alle cose», come
affermava Mario Luzi e che Narda Fattori poneva come
elemento essenziale del suo fare poesia già da uno dei
suoi primi libri L’una e i falò, pubblicato da Il Vicolo nel
1998 (“chiamare le cose per nome / è dirti presente in
un luogo”). In Le parole agre questa consapevolezza,
questa ricerca, diventava bisogno indispensabile di
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quiete, quasi necessità: (“e dentro un fuoco che mi
brucia / una voglia intatta di andare verso sera”).
Poteva allora ancora immaginarsi di essere giunta al
punto del non ritorno nella metafora di un paese
immerso in una “radura di silenzio” dove “ogni traccia
del viaggio è scomparsa”: “Me ne andrò dunque sola
all’oscuro / ma non avrò paura non mi stupirò / se
nessun luogo è in attesa”. E ancora: “Partirò –
mantengo le promesse - partirò / con la rondine che
ha perso la rotta / il compagno il nido e la grondaia / e
non ha ai rimpianti né volge lo sguardo / sulla terra che
fu dono sempre / immeritata meraviglia”.
In cambiare di stato morire di natura non ci sono
dubbi, non ci sono ipotesi su quello che potrà
accadere, ma solo certezza, a incominciare dal titolo.
Narda Fattori si vede, si descrive, senza preamboli va
al dunque:
Me ne uscirò da me prima che si faccia buio
il cuore nasconderà nel suo guscio duro
ancora sabbia dorata e merli sui castelli
E suoneranno a distesa le campane
e qualcuno chiederà chissà perché
ma già dalla lontana radura potrò
guardarvi con l’occhio della madre
Suoneranno a distesa le campane
e dal corbezzolo fischierà il merlo
e sarò stata viva e vera e indolenzita
più lieve di una foglia cadere lieve.
Anche a Emily Dickinson (la ricordo non a caso, come
non posso non ricordare Margherita Guidacci, alle quali
tanto si avvicina Narda Fattori) il sentimento della
morte fu una costante compagna di viaggio: “L’anno
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scorso morii, di questo tempo. / So che sentivo il
grano, / quando mi trasportaron lungo i campi – /
aveva già la spiga”.
E sarà Margherita Guidacci a concludere il suo
percorso con le 54 poesie di quel libretto consegnato
dattiloscritto un mese prima di morire, Anelli del
tempo, versi che solo apparentemente annunciano la
fine, ma in realtà si innalzano a canto della vita e
dell’amore.
Anche Narda Fattori unisce a questo inno di gioia e di
libertà (“senza inferriate posso volare ovunque”) il
sentimento dell’amore (“l’albatros / che sa sempre
dove sono il nido e la compagna”) - ci viene naturale
pensare all’immagine dell’albatros, scelto non a caso
per la bellezza e maestosità del suo volo e per la sua
simbologia – e una concezione di poesia come volo
verso l’irraggiungibile infinito: “andarsene per troppa
vita andarsene / per ingoiare l’azzurro cielo il blu del
mare”. Come non ricordare l’albatros di Baudelaire o
quello bianco del vecchio marinaio di Coleridge,
simboli del volo e di una felicità tristemente spezzata?
Ma anche simboli della poesia che dona salvezza,
purché la si lasci volare nella sua maestosità e
leggerezza. Questo male, questo dolore, questa
sofferenza, sono sempre sublimati dal coraggio, da una
fede razionale, da una visione.
Fu così che conobbi la punteggiatura
i puntini di sospensione la virgola
per ripartire dopo che la brina ha gelato
le spine in arabeschi che raggelano
ho salvato una treccia e riparto
da un punto e virgola la treccia salvata
da una sforbiciata di tanti anni fa.
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Anche quando la parola si fa più cruda, quando il
verso si tinge di colori più cupi, resiste questa
certezza, il volo leggero della poesia È un messaggio di
speranza. Di fronte alla drammaticità del dolore, c’è
sempre una parola che salva, c’è sempre il coraggio di
rialzarsi, anche nella caduta, anche nella fine:
sarò terra per nespole e ciliegie
terra per gramigna e per ginestre
argilla che si sbreccia non si corrompe
e riflette con uno sprazzo la carezza
della stella.
E ce lo dice con parole che non lasciano sottintesi, ma
si aprono ad altri spazi. Anche Narda si sente foglia
fragile nel richiamo di un altro verso di Margherita
Guidacci che si descrive nel finale di Su una riva:
“Spaurita contemplo / la mia vita di foglia / nel vortice
del tempo”. In Narda queste foglie che cadono
diventano, per una divina corrispondenza, farfalle in
volo, farfalle colorate, leggere, simboli di bellezza e di
leggerezza.
di me resterà una polvere impalpabile
che solleverà una farfalla in volo
eccola lieve lieve che si disperde
senza alcuna traccia.
E ancora
una foglia ottobrina non si basta
frulla come una farfalla nell’azzurro
ma la danza la stordisce e quasi ebbra
sente la vita che esce dagli stomi.
Lo sciame il fiore la foglia la farfalla
quanto basta a regalarmi quel che resta
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del giorno.
Se l’albatros è la maestosità del volo, simbolo di una
poesia alta, epica, la cui uccisione fa inorridire e
cadere al suolo i marinai di Coleridge, la farfalla è il
simbolo del divenire, della leggerezza e della bellezza
nella sua fragilità e brevità di vita. Simbolo dunque del
viaggio, come lo sono tutte le metamorfosi, e come lo
è la poesia. E quante volte ricorre in Narda Fattori
questa immagine, metafora di vita e metafora di
poesia, di cui la morte è solo un passaggio, un divenire
verso altre forme. E simbolo di leggerezza, di cui
sembra connotarsi il nuovo secolo e la nuova poesia,
non più alla ricerca di quello che abbiamo perduto, del
montaliano “non siamo” e “non vogliamo”, ma di una
nuova visione del mondo. Non è un caso che la prima
delle Lezioni americane di Italo Calvino sia dedicata
alla leggerezza e che Paolo Lagazzi raccolga tutta una
serie di saggi sotto il titolo Forme della leggerezza,
indicando non tanto una superiorità rispetto alla
pesantezza, alle forme espressive crude, ma una
nuova visione e un nuovo modo di leggere la vita. La
«ricerca della leggerezza come reazione al peso del
vivere», secondo Italo Calvino, si manifesta in un
linguaggio senza peso che stempera il dolore con
sguardo distaccato, a volte ironico, ma consapevole
della fragilità e brevità del vivere, un linguaggio
comunicativo che dice tutto quello che deve dire,
senza sottintesi, senza preamboli.
questo ti racconto amica mia
del mio restare sempre sull’uscio
con quell’ansia di volo che mi porta via.
ti trovo nel buio del silenzio
nella goccia che cade plic plac
nel volo di una foglia a morire
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e non è ancora novembre
ma la fede quanta fede superbamente
la meglio gioventù che s’è disfatta
come una foglia d’autunno dopo il volo.
Il senso della vita è nelle cose, nelle piccole cose
quotidiane, metafore del vivere: la parola diventa
espressione di questo sentimento irrealizzato di volo,
desiderio leopardiano di infinito, amara visione di una
“meglio gioventù” che si è disfatta, “come una foglia
d’autunno”. Ma c’è dietro questa forma espressiva un
lungo lavoro di ricerca, Pianura proibita, secondo una
felice formula di Cesare Garboli, riferita a «quei
territori della scrittura dove lo stile pianeggiante della
semplicità nasce dopo un lungo sforzo, e testimonia di
laboriose e difficili prove».
Lo sciame il fiore la foglia la farfalla
quanto basta a regalarmi quel che resta
del giorno.
Sono le piccole cose che danno senso, metafore che si
riempiono di ben altri significati, espressioni di
leggerezza che tendono a spostare i macigni della
realtà, viaggio come metamorfosi, come un solcare i
mari della vita e della conoscenza, come porto sepolto
da cui ripartire. Qui sta forse il senso della poesia, in
questa farfalla leggera, colorata, non simbolo
dantesco, ma luce che dà forma e spazio e ragione di
vita, come la farfalla che il mercante Stein trova nei
suoi viaggio e nella cui visione si immerge nel finale di
Lord Jim di Conrad. Ce lo descrive Pietro Citati in quella
raccolta di saggi a cui dà il nome di La malattia
dell’infinito: «Agli scrittori e agli uomini, caduti nelle
profondità del sogno-mare, Conrad promette appunto
questo: “qualcosa di caduco e senza timore di
distruzione”».
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La scia d’argento di una lumaca
percorre il selciato fino alla siepe
nel buio della notte a lento piede
è andata dove la vita chiamava
di me resterà una polvere impalpabile
che solleverà una farfalla in volo
eccola lieve lieve che si disperde
senza alcuna traccia.
Polvere che solleva una farfalla in volo che si disperde
in questa nuvola di leggerezza “lieve lieve”, polvere o
spirito o anima, come già cantava Margherita Guidacci
in Mercoledì delle ceneri, polvere che si unisce in un
abbraccio d’amore nell’infinito andare, e ancora, nella
morte, questo canto d’amore, la speranza di “un sole
che non sia stanco di brillare”:
chissà che non giunga l’ora del perdono
mi servono tutte le vostre mani
per spogliarmi dei peccati ma siate
buoni –aiutatemi- abbiate mani lievi
per strappi con poco dolore
che mi resti addosso ancora qualcosa
un lenzuolo bianco sul corpo nudo
e un sole che non sia stanco di brillare.
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tutti i cari
a
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Senza un grido, una
lacrima,
un rimorso, un lamento,
insegnami a morire
quieto, nel mio scontento.
Come l’ombra ferita,
sotto l’ala rattratta,
che soffoca il suo canto
nell’alba di un autunno,
con in petto un rimpianto
che diventa un sussurro.
Come un fiocco di neve
nel sole del deserto,
che il cuore nella cenere
non arda troppo lento.
Insegnami a morire
la mia morte furtiva;
insegnami a morire
ora, se vuoi che viva.
Francesco De Girolamo
(da La lingua degli angeli,
Edizioni del Leone, 1997).
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A futura memoria
Me ne uscirò da me prima che si faccia buio
il cuore nasconderà nel suo guscio duro
ancora sabbia dorata e merli sui castelli
me ne uscirò dopo avervi abbracciato tutti
quando a ciglio asciutto si fermerà il tempo
ci sarete in forme varie e io sarò la mano
che non sa più acconciarvi la veste e i capelli
me ne starò quindi a braccia aperte
a raccogliere il raggio obliquo del tramonto
rosso di foglie d’acero sull’orizzonte verde
delle colline di viti e di ulivi in corsa
me ne andrò da voi quando non sentirò
la sete pungermi la pelle e l’ora rintoccherà
stonata e il merlo mi fisserà irridente
dal quadrato del giardino la bacca nel becco
non mancherà nessuno le bestie e i paesaggi
gli amati e le mie penne questi tanti libri
polvere su polvere io di polvere a nutrimento
a chi avrà desiderio di restare per provare
come sia luce l’amore e come sappia fare male
e come non sia mai troppo e non si sottragga
me ne andrò quando non saprò più sommare.
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E suoneranno a distesa le campane
e qualcuno chiederà chissà perché
ma già dalla lontana radura potrò
guardarvi con l’occhio asciutto
mi prenderò cura degli spigoli acuti
dei sassi che avete sotto i piedi
sì allora sarò leggera e avrò mani
quante bastano per acconciarvi
come non ho saputo fare prima.
Fischierà il merlo sul corbezzolo
riderà di me come è giusto che sia
anch’io riderò per gli inutili affanni
che mi hanno spezzato il fiato
e un poco soltanto anche la mente
sarà bello circondarvi la vita
portarla dentro i girotondi nel mondo
che si fa chiaro di luce nel suo nocciolo
silenzioso di pace perché tacciono
i fucili e l’ottuso bailamme
che disconosce mio fratello morto
mia sorella storpiata e mio padre
estraneo a bocconi sopra un carro
e rideranno di voi miei cari amati
della mia terra ubertosa e gentile
spesso un po’ pacchiana ma sapete
la gente che accoglie sempre e ride
con tutti coltiva qualche vizio e resta
con l’uscio aperto a disposizione.
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Suoneranno a distesa le campane
e dal corbezzolo fischierà il merlo
e sarò stata viva e vera e indolenzita
più lieve di una foglia cadere lieve.
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Non ho che uno sguardo presbite
per vedervi tutti- ammassati - una ressa e chi saluta con calore e chi strattona
e chi mi chiama a alta voce e chi si tace
foste come un luccichio di farfalla
nei giorni chiari e la favola lunga
dei cirri in corsa a mutare fisionomia
siete il caffè del risveglio la buona
mattina che non mi ferisce l’occhio
e torniamo a schiera nei cortei
a urlare parole d’ordine grosse e rosse
come in un grappolo d’uva matura
e torniamo a gruppi sulla spiaggia
con lo sciacquio che annuncia il mare
e un coro stonato per un basso
che accompagna anni che avevano
stelle nelle pupille e un’utopia in testa
coccinelle di buona sorte sul dorso
della mano fate il morto- vi ho spaventato
con un lapsus un gesto sconsideratoe mi temete lo so e fate il morto
e non so se ridere o piangere o poggiare
il palmo dell’altra mano su quel dorso
mie prigioniere come nella memoria
dove invece vivete sui seminati di grano
che i campi imbiondivano e io ero
una corsa una rincorsa una fuga anche
nessun rimpianto ora e la sveglia tace.
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Faccio l’appello per mettere
un po’ d’ordine in capo all’esistenza:
la tastiera ribatte l’anima confusa
il coltello taglia il pane solo quello
mi raccomando e il caffè che sia amaro
e che la lettera trascrivi la memoria
ho timore che mi sfuggano le storie
che il male sani o imputridisca
come lische di pesce nei rifiuti
una mescita che puzza di libera vita
e scaglie d’oro
ma dove siete voi occhiali
svaniti dalla vista magari sui capelli
e i fazzolettini carta le cianfrusaglie
del cassetto dello studio la cucitrice
che più nulla ha da cucire solo fogli
immacolati perché muore l’urlo
sul labbro esausto per un bicchiere
d’acqua le medicine per il cuore
sorridete ? ridete pure il mio cuore
va a dieci pasticche al giorno
e finirà presto come la scatola
che mezza vuota mi guarda e pare rida
perché fra il nulla e il vuoto c’è
un interstizio dai cui non so cosa trapeli.
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Gli addii muoiono lenti lontano
oltre la luce che cede al tramonto
e nasconde la linea curva delle colline
gli addii non li capisco non esistono
sono carne della mia carne
fluido che innesta cellula su cellula
perché dirsi addio se qualcosa vibra?
i morti invece li conosco sono bianchi
e freddi e ti afferrano le mani
ho baciato le guance di mia zia
chiare e rigide gote della bambola
di porcellana con cui non ho mai giocato
chissà che non giunga l’ora del perdono
mi servono tutte le vostre mani
per spogliarmi dei peccati ma siate
buoni –aiutatemi- abbiate mani lievi
per strappi con poco dolore
che mi resti addosso ancora qualcosa
un lenzuolo bianco sul corpo nudo
e un sole che non sia stanco di brillare.
25
Incontro un ricordo sulla faccia
imbronciata di una luna rossa e tonda
che segue il mio cammino
di vaghezze e disarticolate ossa
sì che ogni passo è testarda volontà
di procedere non ho trovato la panchina
adatta alla forma che mi tesse il pensiero
erratico errabondo mai estatico.
Nel cono di luce punto fermo
del lampione che seziona la notte
non cerco esclamativi né interrogativi
mi metto in fuga disperando la visione
dell’ultimo scontro frontale.
Fu così che conobbi la punteggiatura
i puntini di sospensione la virgola
per ripartire dopo che la brina ha gelato
le spine in arabeschi che raggelano
ho trovato una treccia salvata
da una sforbiciata di tanti anni fa.
riparto da un punto e virgola
e da uno sberleffo che mi fa bambina.
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Non so a che serva raccontare
che mi crescono le unghie e i capelli
e che il dolore è un bottone che devo
passare nell’asola per pudicizia
perché qualcuno non ama i rampicanti
sul tronco teso
quell’altro dolore che si sparpaglia
nero arraffa a destra e a manca
lui non ha pudori neppure freni
inibitori- scorazza con l’innocenza
di un bambino su un campetto
dietro ad un pallone e invece morde
sfrigola strizza e non si pente
non si pente mai e non sa
che cosa sia quel peso sul petto
che toglie il respiro e non vede
l’azzurro del cielo il bianco della neve.
Non serve a raccontare le cuciture
i malfatti rammendi su pensieri
arruffati piume di pettirosso
a gennaio sugli spini delle rose
che sono sfiorite e tutto si sono date
a poche bacche rosse con i semini neri
e agli spini cavalli di Frisia sul gambo
che graffiano gli uomini mentre
il pettirosso vi si appoggia e scruta
attorno per saziare la sua fame.
Nel freddo io resto spaventapasseri
sui seminati di giugno.
27
Ma non mi salverà la mietitrebbia.
cambiare di stato – morire di natura
28
Mi guardano dall’interno i miei morti
non hanno vertici e segmenti
retta delle assenze senza abrasioni
soffiano una brezza sul mio cuore
non mi guardano dalle fotografie
non amo il cimitero in argento ornato
di chi già fu stato di chi non è più
no mi guardano da dentro sorridono
non mi chiamano aspettano la svolta
dentro un gran silenzio che ci abbraccia
e dipana con mano ferma l’infinita pace
non manca nessuno e hanno braccia
tenere per tenermi per mano per acconciarmi
i capelli in trecce i capelli nel tempo
più corti più breve il respiro il passo
e mi aspetta paziente c’è tempo
chi mi indicò la via i temi come si guarda
negli occhi come si stringe una mano
senza fare male solo per donare vi amo come non
vi ho amato
vi amo come non vi ho amato mai
ora che s’avvicina la forbice di Atropo
al filo che Cloto con fantasia di colori
e molti nodi molti groppi poche ritrosie
tessé svagata talvolta con mani smarrite
l’orecchio teso a voci lontane.
29
A futura memoria una stanchezza lassa
un bruscolo nell’occhio macchie retiniche
nella visione imperfetta sassi sotto i piedi
vedo il rischio l’orlo dell’abisso
salsedine sul ciglio dei viventi ossidiana
là dove il midollo trasmetteva senza soste
impulsi a andare a resistere a restare testarda
succede che fra farfalle e fiori ci si confonda
o il fiore è una farfalla e il petalo respira
la lama nell’aria che fende il bruno proiettile ?
Quattro ossa spolpacchiate nocche erose
uno scuro di silenzi poliedri agli angoli
la veste cinerina della pazienza
così verrò
se ci saranno abbagli spoglie memori
scuciranno le mie labbra nel sorriso
non stringo più nulla e tutta va alla foce
dove respira non coatto multiplo arruffato
in recinzioni corporali stese a terra
come conchiglie vuote dopo la marea
sarò dietro l’angolo sotto tegola
scheggiata e lì nascosta avrò trovato
il mio giaciglio nudo come la bestia
che s’acquatta quando sente la fine.
A futura memoria neppure un bruscolo
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qui c’è un niente inerte che fu
un tutto pieno un’onda brusca una slavina
e parole a scintillare fra le cenere.
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Dai portoni con serrature di sicurezza
sempre nell’ora che ci sembra finale
invochiamo il dio che non risponde
quello che non ha parole
e nel suo nome si sono ridotte
le case in calcinacci dove l’argilla primigenia
e a mille e mille si sono alzate croci.
Non c’è alcun tesoro celato là dove
gli arcobaleni si stremano in archi grandi
e più nessuno si stupisce dell’inganno
come la favola narra e la mente rifiuta.
Eppure siamo per scambiarci parole piene
per estrarre dolori come spine sottopelle
a sudare la terra per il pane
per meritarci i nostri avi contadini
con le mani di calli e compassione.
Ora siamo soltanto groviglio di serpi
ai quattro angoli del tempo
dentro i muri delle case con troppo silenzio
e dove non si fa silenzio mai
per udire- pensare - girotondi infantili
di grandi allegri occhi scuri
c’è chi ha proibito ai bambini i girotondi
nei cortili del mondo
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In cattedrali di vento
si dibatte il tempo si sforma
in rosa sfiorita tutta spine
un agoraio per rammendi
che non so eseguire
e perde la direzione
assume la forma a spirale
per dirle tutte le storie
sul palmo segnate e nelle
ossa scolpite senza arte
e sui cassettoni del soffitto
lascia un seme
che ha messo radici rovesciate
come capelli di Medusa
anime con i piedi all’aria
che vanno senza orme.
33
Di cinabro le nubi crepuscolari
trattengono il colore al suo svanire
nel grembo scuro prima delle stelle
suonano passi svelti sui marciapiedi
pensiero alla fiction alla partita
al divano che ha sempre tempi suppletivi
pensiero pieno sarebbe se ci fosse tempo
d’aspettare l’affacciarsi delle stelle
quanto spreco tanto algido splendore
se in dicembre se in vetta se solitaria
mi punge l’iride il sidereo immenso
qui la presunzione degli angoli acuti
qui un tutto che sborda e pulsa
con respiro freddo che brucia in gola
e rattrappisce in lame le parole
non rivelano nuove malattie i chiodi
non scricchiola lo scheletro non cado
resto se ci fosse tempo quanto basta
il tempo che rimane per mettere una toppa
a questo strappo nella stoffa senza grazia.
34
Non c’è nessun incontro oltre la porta
mansueto comignolo di polvere
e la cipria non cela pustole e crateri
solo imperfezioni celle d’ impurità
ho imparato la diffidenza lo starmene
da parte che tutto punge e può far male
equivoci ai quattro lati del tavolo
mani di carte truccate dal mazziere
le mie mani straripano di parole
come gocce d’acqua le perdo fra le dita
oltre il confine del giardino giace distesa
la lunga fila delle utopie voraci
che dei miei anni hanno calcinato ossa
fin dentro il midollo e stirato i nervi
così che ora possa vantare un io che fu
che non sarà più nell’ultimo domani
e scrivo ancora senza una ragione
forse per una parca identità residuale
forse per regalare fiabe a chi non sa
invecchiare dentro opache costumanze .
35
Il fato mi fece a dado tratto
lucertola esiliata a pelo d’acqua
nella mezz’ombra il cui sangue caldo
si disperse in fiati brevi e pure insiste
sulle corte zampe la sua ricerca di sole.
Certi giorni l’aurora tarda a oriente
l’occaso è fosco bosco bruciato
rami neri che tramano nel cielo
chi siamo a non tacere ancora
o a gridare dentro una conchiglia
il richiamo assoluto del mare
la voce del pesce il canto della balena?
chi mi fece sorella figlia madre
lacciolo per inganni dipanato amore ?
Troppe voci a ciarlare e nulla
che somigli alle corde della mia laringe
non odo il richiamo del grillo
e la lucciola che mi fa l’occhiolino
è rimasta nel paesaggio di ieri.
Si è sparpagliato tutto l’amore
ma questo che mi scorre fra le dita
qualcuno sa dirmi cosa sia ?
36
Ancora mi racconto le distese belle
d’erba tenerella paziente e verde
la bellezza che mi manca- quanto mi mancadelle mercanzie tutte farne un baratto
con un mazzo di papaveri che si disfa
due istanti appena dalla presa però
l’incanto…
e sulla mente si posa distesa una trama
che tinge lo sguardo e l’ordito che
mai più sarà circuìto da mutazioni
di sinapsi perché è lì nel centro dell’iride
che si nasconde il punto fisso della visione
conoscerlo mi è stato fatto dono
e mi manca come un azzurro di settembre
mi manca come le ossa agili al salto
e resto immobile non ancora immune.
37
Stringo polpastrelli e dita
sporchi d’inchiostro
nei tempi miei equinoziali
i piedi calzati in scarpe
troppo strette per il passo
che volevo per andare
l’ossame che s’infiamma
uno scrocchio un accendino
dismesso fra le carte nei cassetti
le calze velate un’ invetriata
d’alabastro sul cuore
a preservarlo dall’artificio
della troppa luce che spiove
animale a sangue caldo
annidata in cucce di stanchezze
in nanne buone e corrosa
da una ruggine impotente
che serra l’indignazione
incernierata dentro un golfino
e nel silenzio che rode
all’incrocio dei mali incontrarti
salvezza di lemmi ri-creati
cieli spalancati mani inermi
incontri di res totius
su fragile argilla –mia terra
mia vita- mia voce.
38
Che cosa ti racconto amica mia?
Che or sono vent’anni che ho seminato
la gramigna e l’ortica mi è fiorita
sui palmi come un cespetto di viole
ma siamo un niente che abbaglia
e a volte acceca
più spesso spento come la focaraccia
di San Giuseppe il 20 marzo che sparpaglia
polvere cenerina sui campi sui finestrini
delle automobili e sulla messinpiega
fresca della signora in spolverino.
Siamo nelle lunghe giornate tumuli
di pensieri- intenti sfioriti -vanità
violate come quella mia cocorita
che presuntuosamente avevo chiamato
Nietzsche disinteressata al sesso ( il suo)
e al suo essere un uccello nato libero
di cui il gatto ha fatto pasto la notte
che dimenticai la gabbietta sul davanzale.
Ecco la colpa le omissioni il restare
fra il poco e il nulla come su una foglia
di novembre che il vento ruba se gli pare
e quando
le omissioni appunto gli esclamativi caduti
quei punti fermi e neri come il tronco
che il fulmine ha colpito
questo ti racconto amica mia
39
del mio restare sempre sull’uscio
con quell’ansia di volo che mi porta via.
40
Al freddo che si sbraccia e disperde
il calore polveroso annidato negli angoli
al vuoto che inabissa l'orgoglio
e m’ ingorga senza una mia casa
senza un dopo
le mano infilate nelle tasche
vuote di note di ninnoli di melodie
al poco al niente al male che rattrappisce
i cuori storcendoli come panni zuppi
a voi amici parole per unire
come si faceva bambini mani in girotondo
e non casca il mondo- lo sorreggiamoè il mio grido di poco fiato.
41
Trovarti fra il niente e il buio
trapassarti e derubarti il brillio
come una bicicletta abbandonata
di un bambino che si allena
a farsi uomo dappoco
ti trovo nel buio del silenzio
nella goccia che cade plic plac
nel volo di una foglia a morire
e non è ancora novembre
mi fai immensa e greve
di domande scolara ignara
vicino al fondo nell’ultimo banco
che non ha imparato la lezione
non è questo che chiedo
non lo voglio
fammi bruciare le ali per l’ardire
di troppa vicinanza al sole.
42
Le domeniche non hanno più odori
non hanno rumori
mi riempivano le narici l’aroma
del caffè e dello zucchero sulla ciambella
lì cuoceva un pollo - dalla casa a fianco
saliva un profumo di ragù sul fuoco
poi quattro chiacchiere in piazza
e incontravi l’amichetta di banco
la sua mamma quel compagno briccone
che ti tirava le trecce se a tiro
c’era un vocio buono nell’andare
l’uno verso l’altro e dirsi di affari
di donne godute di piaceri alimentari
le domeniche di oggi sono vuote silenti
e frettolose – aspirano alla corsa verso
una costellazione di eventi senza peso
perché ne scriva è simbolo della pochezza
che non saranno i miei versi a fare santa.
43
Spaccare la forma perfetta del geode trovare
l’utero tondo che cova cristalli di ametista
e il grigio della pietra nella sua forma
che all’infinito rimanda alla domanda
dove come quando e perché io resto qui
voglio la durezza e la luce del nido di ametiste
che mi chiamano ad una sostanza di stelle
e nonostante l’opacità mi forma sprecandosi
in parole che sanno di destino e destinazione
qui su queste strade in questi incontri
nel sale dei dolori nel sangue che sgorga
e si raggruma
ci chiama a essenza di luce tagliente
cristallina appunto e fa male e sana
le molte malattie che piagano la carne
sarcofago come il geode che si spacca.
44
Uno sciame di api ronza sul fiore
che uscirà sconfitto senza seme
una sciame di pensieri mi ronzano
dentro la desta – aspri e oscuripensieri senza la luce attorno
e contorto il ramo del mio tronco
si piega resiste al furto frusta nell’aria
una foglia ottobrina non si basta
frulla come una farfalla nell’azzurro
ma la danza la stordisce e quasi ebbra
sente la vita che esce dagli stomi.
Lo sciame il fiore la foglia la farfalla
quanto basta a regalarmi quel che resta
del giorno.
45
I rebbi inetti di questa forchetta
raccolgono frammenti di carne
si fanno avvinghiare dagli spaghetti
infilzano ( oh) fusilli e maccheroni
a volte un rebbo cede si piega
troppo dura la materia sasso puntuto
posata sulla tovaglia ha un suo onore
con le punte sollevate appena curve
la forma morbida dell’impugnatura
somiglia ad un cavaliere nell’armatura
invece è un don Chisciotte
che perde col tempo lo sguardo
così la forchetta scambia per pasta
le valve delle patelle e si fa male
quanto mi somiglia l’utensile umile
facilmente sostituibile a poco prezzo
ormai tutti i miei rebbi sono curvati
e più non riescono a farsi uncini
ma la forma ha una sua armonia scura
da ringhiera di balcone che consente
il riposo al pettirosso con l’aria per il volo
dietro l’angolo la storpiatura la ruggine
tutta corrosa la bellezza
cambiare di stato morire di natura.
46
La scia d’argento di una lumaca
percorre il selciato fino alla siepe
nel buio della notte a lento piede
è andata dove la vita chiamava
con occhi ottusi e vista breve
aperto l’uscio cerco la meta
non ci sarà ma non lascerò scie
perché altri percorrano la stessa via
non so nulla e alzo una cortina
per nascondermi o per pudore
sarete voi che ve andate viandanti
piste per i miei passi stanchi
se il vento così a caso cancella
i segni di polvere resto confusa
fra cianfrusaglie dove lo specchio
non mostra ma abbaglia.
47
Seduta sulla panchina guarda
basso la vecchia - ha pudore dei baci
dei due innamorati sulla panchina
di fronte. Lei non li ricorda neppure
il sapore dei baci- forse non ne ha
mai avuti- bestia da soma- albe
e nottate a forarsi gli occhi
su un rammendo infinito – la sclera
bianca bianca – le mani ragnate
da dinastie di lavori che facevano
il giorno un rosario di sassi pesanti
le some portate a testa bassa
nascoste sotto il fazzoletto scuro
lo scricchiolio del materasso
la presa improvvisa - di forza. La vecchia
alza lo sguardo e guarda i due
e spera che conoscano solo l’ombra
che dà frescura e nessuno diventi
come lei un cencio inetto da dimenticare
sopra una panchina.
48
Finire dentro un silenzio tondo
nella cova di un nido
finire dimenticando il volo le ali
lasciare che il niente pettini
le piume e sostare senza fretta
alla porta che non si conosce
nessun sussurro nessuna preghiera
nel silenzio tondo la nescienza
dell’essere stati del non essere più
vita che voli ad ali tese sulla corrente
d’aria –Jonathan che vai in stallo
a precipizio e poi riprendi fiatoperché questo ricordo è entrato
nel silenzio e ha portato un respiro
nel tondo che ora si contorce
per uscire da sé - per altra forma.
49
A linimento la brezza furtiva
che amoreggia con le foglie del tiglio
e gli ruba i minuti fiori alati
ingombro sui marciapiedi
una folata più aspra tende
un agguato al fiore elegante
nel giardino gli spettina i petali
quel vento quella brezza non porta
via che le voci in sussurro
entrano nel lobo gli schianti
dietro una curva sull’autostrada
di una mitraglia da una delle infinite
violenze che l’uomo sa praticare
e il creato la creatura ne geme.
Linimento è il silenzio la requie
dei passi senz’orma già fiato soltanto
nell’ora che si fa chiara lucente
vengono tutti a me con una domanda
inespressa. Mi accompagnano.
50
Mi sono accorta che non so più scrivere
l’amore quello che strizza la carne
e fa gemere il cuore nelle sue corse
impazzite l’amore di Guido per Lucia
di Gerardo che è morto e Maria ancora
lo piange è bambola rotta che dondola sul letto
l’ho perduto questo amore non ricordo
quando ma s’è diffuso come portato
dal vento e dalle zampe delle api
si è disseminato su tutta la carne
e anche su tutta la terra e le sue creature
una amore che di continuo si rinnova
dopo ogni fioritura altro frutto altro seme
si è posato sulle mie mani e ci tuffo il volto
per farmi fecondare tutta e germinare
anche nelle pozze d’ombra dove vanamente
si accaniscono il sole e il vento.
Non so più scrivere d’amore carnale
dissemino senza diminuirmi briciole
che chi vuole becchetta e forse ne trae ristoro.
51
Tu non li vedrai più quei papaveri
che sono tornati a fiorire fra le messi
sono tornati abbandonati i pesticidi
e le fanno belle come era bella l’infanzia
che correva sulle zampe di grillo col canto
serale quando chiamava la sua bellaio li ho visti
andando per campi
quasi a ricercarmi fra odori e colori
la timida viola l’azzurro fiordaliso
sulle prode dei fossi che non disegnano
più verdi diversi in rettangoli regolari
li ho qui tutti fra le mie mani
un mazzo grande per una bambinetta
che abbandonava la bambola bionda
per rincorrere le lucciole di giugno
non ardono più i seminati la via
è ben asfaltata ma le foglie di un gelso
superstite mi dice di morti veloci
di svolte improvvise e al posto del melo
signoreggia una superba magnolia
dove i passeri non possono fare il nido.
52
Il sonno sudario non mi ha avuta
a sottrarmi i sogni della veglia
non mi ha rubato ore amici parole
non si è preso cura di me
come farebbe un medico paziente.
Il sonno è altra forma di vita
distinta dal fare quotidiano
allaga la coscienza s’allarga
distoglie dal tic tac del tempo.
E’ superbo il sonno e prepotente
ti fa chinare il capo appesantire
il fiato stendere il corpo sì che sia
la spianatoia dei suoi dadi truccati
e tuttavia sfuggendolo lo cercavo
ed era un gioco a chi oltre il chiarore
della luna sorprendeva il sole nell’aurora.
Ormai lui si è arreso in un freddo addio
e mi manca come un fardello
mi donava la gravità che mi manca
la notte è lunga e nera nei pensieri
che non trovano ristoro sotto palpebre
dischiuse
mi dimentico di me rimango nuda.
53
Mi viene incontro una nausea
avvizzita di beffardi oleandri
che spartiscono l’autostrada
non sentono il puzzo dei fumi
il veleno che lento s’infila fra le crepe
e a una a una ne strangola le radici?
tu pianta di lanceolate foglie ancora
perduri t’allarghi t’allunghi t’infiori
e intanto muori
se ne accorgeranno sguardi radi
distratti da una visione di mare
di profumo di protezione solare
forse diranno ok che malconci
forse non se ne avvedrà nessuno
sull’autostrada la vita tras-corre
incernierata in lucente metallo
forse non pensa non vede non sente
s’accuccia o canticchia e tutto
se non le appartiene ad personam
vada pure in malora.
54
Sono arrivati al passo i tempi attesi
che hanno squadernato risse di pensieri
quelli che hanno bruciato la terra
la terra mia di cui sono impastata
e hanno inciso crepe a colpi di tridente
sono venuti senza bussare di soppiatto
un po’ maleducati riottosi a farsi
ordinare in liste di registri commerciali
rotolano sui gradini ferendosi le ossa
ridono se alzano polvere se c’è un
mistero rannicchiato in un cono d’ombra
eppure non li temo e spalanco i vetri
avessero voglia di farsi un volo attorno
a respirare aria tumefatta e greve
di me resterà una polvere impalpabile
che solleverà una farfalla in volo
eccola lieve lieve che si disperde
senza alcuna traccia.
55
Non ho più un buon equilibrio
lucido corrimani in salita e in discesa
scrivo sulla carta qualche volta
e non salvo con nome in qualche file
dentro la pancia piatta del computer
scrivo quasi domassi il mondo
ma i pochi leggeranno parole smunte
di pallido inchiostro su carta bianca
che si perde anche il gesto della mano
che a fatica nuota fino al margine
cari saluti distintamente sua
un abbraccio e hasta la vita siempre
mi vedesse qualcuno lo sguardo
contratto su palpebre abbassate
che la vergogna travalica e mi rode
tarlo nel legno che fu tronco e foresta.
56
Mia vita- lasciami un tramonto
che mi brilli sui capelli e sciolga i nodi
rimasti impigliati dai venti
nel folto della capigliatura lunga
nelle articolazioni con cartilagini dure
regalami quel tepore che trattiene
la foglia al suo ramo prima
del suo volo breve gioioso come
una capovolta sui tappeti d’erba
arrivata al margine alla svolta giunta
come a dieci anni la gioia e l’indecenza.
Quale meraviglia cattura l’uscio discosto
su due occhi vivi di sole piume senza
remiganti
57
Arriverà lento il treno in stazione
con un cigolio lungo di freni senza olio
e si fermerà con un sobbalzo.
Sarò rimasta seduta svagata
allora la signora gentile scenderà leggera
mi prenderà sottobraccio- E’ ora .
Il posto riservato è in carrozza nove
lato finestrino così che con lo sguardo
possa seguire la corsa dei campi
dei pioppi lungo i fossati- come
la prima volta- ricordi?- la meraviglia
mi sono sempre accontentata del poco
il bello lo aggiungeva il mio sguardo
e quanto e quanti mi parevano tanto.
58
Si sta chiudendo come una prigione
attorno a me il silenzio il silenzio bianco
che non stringe e non fa del male
i canti le battute un po’ sboccate
la parola sempre pronta a maglie strette
sono rotolati da non so quale declivio
tratturo senza transumanza
imbelle in questo silenzio ho fatto il nido
ho arato parole in sillabe in solchi
dove far giacere in un riposo dimentico
la collana di granati della nonna
ma voglio invece voci amiche
che vi sporchiate le mani nella fruga
verso l’ultimo passo oltre quel ponte.
Prometto che non sarà un tedio solo un trapasso.
59
Si andava verso il culmine del giorno
irti di fiori azzurri piume di carciofi
dentro le ali distese delle farfalle
si era dentro la storia della vita
appoggiata sul muro la bicicletta
fra l’erbe che vibravano d’elitre
non ho sorvegliato il pieno di quegli anni
prima avevo perduto altro e conosciuto
le notti in fuga sulle righe nere dei libri
in viaggi sempre troppo brevi
di sbucciature sui gomiti e sulle ginocchia
e il male trapanava stanco
dentro lunghissimi voli incoscienti.
Ma lì è rimasto- tarlo che corrodela ruggine delle giunture rende il passo breve
resta un pallido sole biondo a consolarmi
mentre le piume nere del merlo posato
sull’erba del giardino mi guarda sbieco
e pare sorrida all’ombra che s’allunga.
60
I nomi eccoli i nomi – troppiné posso incasellarli – doni
che la vita porge frutti maturi
andrò con i nomi fitti infitti
sui capelli e qualcuno cade
i nomi non mi dicono
qualificano un andare o uno stare
mi donano un’eternità
che non si piega a orologi e calendari
e ore e anni rimbalzano sul pavimento
nudo
alla fine restano suoni persone
stralci di vita in fila o in ammucchiata
nomi che perdo ogni giorno
e che ritrovo nel silenzio grande
nomi di poco valore nomi della mia storia
la vita in una manciata di parole.
61
Estranea la città passi su orme
orme su passi e nessuno entra dentro
respiro sui denti polveri sottili
a morte lenta a lento pede a pensiero spento
domani come oggi barcollo sulla caviglia
che cede nella fortuna di avere oltrepassato
i vent’anni i trenta e la musica è un fastidio
non muovo i fianchi anche stanche
la musica cede sugli ossari dei ricordi
note vive ardite scale romanticherie
mi fa sol mi re e voce in accordo
disaccordo di mani cade il bicchiere
cade il pensiero cade e si frantuma
la fiorita comunanza di giovani utopie
su garibaldini zuccherini tricolori
nessun problema di dieta e due dita
di wisky puro malto e per una settimana
non c’era una lira da spendere
ma la fede quanta fede superbamente
la meglio gioventù che s’è disfatta
come una foglia d’autunno dopo il volo.
62
M’aspettavi allo specchio
a tarda notte con il trucco sceso
lacrime annerite sulle guance mascara
non ancora waterprof e lacrime salse
acqua come aceto di donna di ragazza
per non piacersi per assenza di pace
lo sguardo scuro imperdonato
soffiava su veloci gesti la noncuranza
e il sonno tardava tardava sempre.
Ora lo aspetto su giunture lese e non viene
a me non viene non viene resta una notte
bianca bianca come piume cadute
al gufo in volo a predare il topo.
63
Non ho mai messo inferriate alla mia vita
ali spiumate di poco volo piume cadute
infatti sono andata da qui a lì però
sono andata non sono rimasta a rammendare
toppe di cuscini che chiudevano le piume
in un sacco per una testa ben acconciata
non ho messo corolle di fiori lungo la via
li ho lasciate sulle prode nei giardini
e i gatti sui tetti e nei cortili a osservarmi
con occhi irridenti a fare birignao alla luna
che indifferente mi rubava il broncio
quando fissava con lo sguardo arrossato
no non ho messo inferriate al tempo
che con allegria ha signoreggiato negli anni
né ho ritirato il braccio negli incontri
e fortunatella sì nel palmo tanto bene
qualche chiodo come è toccato ad altri
senza inferriate posso volare ovunque
andare quando voglio inseguire l’albatros
che sa sempre dove sono il nido e la compagna
e sei mila chilometri di cielo
andarsene per troppa vita andarsene
per ingoiare l’azzurro cielo il blu del mare.
64
Dell’entrata in scena non ricordo il prezzo
aria che brucia dentro luce che brucia gli occhi
una lavata tiepida e frettolosa di quanto rimasto
della pre-vita e la puerpera ha ancora fitte
l’entrata in scena è un calcio violento uno
spintone
e sei sul palco- riempi la scena scimmiotta
- se necessario- ma vedi di fare il tuo monologo
non sbagliare le entrate nei dialoghi- diaminenon ti nascondere dietro il sipario- dietro le quinte
non s’impara mai abbastanza a sipario aperto
ci vuole competenza e un poco di fortuna
e non uscire mai resisti anche per i bisogni
corporali per le frivolezze e la malattia
show must go on
l’entrata in scena decide lo spettacolo
se dramma o commedia o avanspettacolo
o balera in uno struscio di lustrini e di sudore
di gonne sbieche sopra i polpacci nudi.
65
Argilla sfiorata da luce di stella
presi respiro e fui d’aria di fuoco
d’acqua e la terra mi rimase tutta
argilla lavorata da dilettante
Mi vedo sulla piastra sopra la ruota
e il vasaio che mi dà una forma
quasi sono e m’imbratto di colori
sarò terra per nespole e ciliegie
terra per gramigna e per ginestre
argilla che si sbreccia non si corrompe
e riflette con uno sprazzo la carezza
della stella.
66
La grammatica del dolore la sua punteggiatura
l’ho imparata con un vagito nell’afa di luglio
sono stati molti gli esercizi per la sua signoria
avevo il fuoco sotto lo sguardo basso
mentre mi piagavo e resistevo come al calcio un
sasso
e ora che ho col tempo ed esperienze
la padronanza di tutte le declinazioni e le
eccezioni
taglio via la talea marcita rigetto quel pensiero
nero che non buca il silenzio e incrina l’osso
la grammatica del dolore è sbocciata intera
e ha disegnato le mia forma la piega nuova
invasiva come la gramigna s’estende dalla
guancia
alla caviglia e fiorisce sottopelle e più la strappo
via
più prende terreno mi inseguirà come la preda
il predatore
nascondermi non serve mi troverà ovunque
la luna al suo primo quarto ambisce farsi piena.
67
Stelle spini nuvole in viaggio sassi a montagnola
prati per stendere il bucato odore di liscivia
lampioni siepi lampade crepuscolari e inferriate
ossa grevi passi brevi vaghezze in testa ancora
sta in poche parole la mia vita e un figlio per
perdonarmi.
68
Non resterò col richiamo della civetta
dentro l’udito e il boato che schianta
qualcosa di vivo di vecchio di casa
non resterò con le ali bruciacchiate
senza più l’ebbrezza del volo e lo sguardo
incantato sulle stelle fredde e lontane
non resterò senza un mistero senza una fiaba
senza un trasalimento e mano con mano
mi porterò dove il lupo gioca con l’agnello
e le donne sono belle ogni alba più splendenti
e amano gli uomini e le donne e i bambini
e i bambini non sono angeli sono uccelli
in lenta migrazione….
non resterò dove si alza solo polvere
e le parole sono flauti di canne a quattro note
e non si può fare sinfonia e l’armonia
cade si spezza come cristallo sul pavimento
duro del cuore
non resterò se il cuore mi muore.
69
Non mi è servito tempo
per imparare il candore della neve
la sua innocenza lieve in trine
di perfetta meraviglia
non mi è servito tempo
per riconoscere le aritmie del cuore
e tenerle care con la mano sopra
a protezione che l’amore
se cade si fa male e mi ha fatto male
perché la fretta l’impazienza
l’incanto dell’inganno del volo
di una farfalla o di una foglia
ho lasciato la cura per la bellezza
e la bellezza scambiata per svagatezza
la cura necessaria perché duri
quel palpito veloce da puledro
che salta sgroppa e vive quasi senza
toccare terra gli zoccoli nell’aria
mi è servito tempo e tanto tempo
per ritrovarmi quieta ancora incantata
per l’innocenza lieve dei fiocchi di neve
che fitti fitti mi portano al silenzio
dove incontro tutti voi che mi siete cari.
I pifferai incantano solo i topi
non abituati al sole.
70
Al corrimano stringo le dita
sporche d’inchiostro
per colorarmi la vita di parole
mi duole l’ossame delle gambe
corte per il passo che volevo
per andare dove c’era l’altro
e il più lontano.
Sulla scrivania nella borsa
ricordo a memoria un accendino
dismesso fra le carte nei cassetti
le calze velate un’ invetriata
d’alabastro sul cuore
a preservarlo dall’artificio
della troppa luce che spiove
animale a sangue caldo
annidata in cucce di stanchezze
in nanne buone e corrosa
da una ruggine impotente
che serra l’indignazione
incernierata dentro un golfino
e nel silenzio che rode
all’incrocio dei mali incontrarti
salvezza di lemmi ri-creati
porte spalancate non più inferriate
incontri di res totius
su fragile argilla –mia voce
mia vita- mia terra.
71
Ho sempre desiderato fare figli.
Fare impastare il materiale per la tenera carne
vene e arterie per il sangue rosso
e un tum tum nel petto che solleva
per fare figli occorre un progetto
di futuro di giorni incardinati su un binario
la mia libertà svolava via se ne svolava
ma io volevo un figlio sulla mia orma
un fiore – maledetta presunzioneE un figlio ho avuto e altri mille ho amato
e mi sono fatta saggia e salda – di principie li ho fatti vivi e la vita se li è presi
a me è rimasto un vuoto che quando penso
si slarga a dismisura e impasta terra.
72
Incontro un ricordo sulla faccia
imbronciata di una luna rossa e tonda
che segue il mio cammino
di vaghezze e disarticolate ossa
sì che ogni passo è testarda volontà
di procedere non ho trovato la panchina
adatta alla forma che mi tesse il pensiero
erratico errabondo mai estatico.
Nel cono di luce punto fermo
del lampione che seziona la notte
non cerco esclamativi né interrogativi
mi metto in fuga disperando la visione
dell’ultimo scontro frontale.
Fu così che conobbi la punteggiatura
i puntini di sospensione la virgola
per ripartire dopo che la brina ha gelato
le spine in arabeschi che raggelano
ho salvato una treccia e riparto
da un punto e virgola la treccia salvata
da una sforbiciata di tanti anni fa.
(è doppia)
73
Sommario
Prefazione.................................................................................5
A futura memoria
E suoneranno a distesa le campane
Non ho che uno sguardo presbite
Faccio l’appello per mettere
Gli addii muoiono lenti lontano
Incontro un ricordo sulla faccia
Non so a che serva raccontare
Mi guardano dall’interno i miei morti
A futura memoria una stanchezza lassa
Dai portoni con serrature di sicurezza
In cattedrali di vento
Di cinabro le nubi crepuscolari
Non c’è nessun incontro oltre la porta
Il fato mi fece a dado tratto
Ancora mi racconto le distese belle
Stringo polpastrelli e dita
Che cosa ti racconto amica mia?
Al freddo che si sbraccia e disperde
Trovarti fra il niente e il buio
Le domeniche non hanno più odori
Spaccare la forma perfetta del geode trovare
Uno sciame di api ronza sul fiore
I rebbi inetti di questa forchetta
La scia d’argento di una lumaca
Seduta sulla panchina guarda
Finire dentro un silenzio tondo
A linimento la brezza furtiva
Mi sono accorta che non so più scrivere
Tu non li vedrai più quei papaveri
Il sonno sudario non mi ha avuta
Mi viene incontro una nausea
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Sono arrivati al passo i tempi attesi
Non ho più un buon equilibrio
Mia vita- lasciami un tramonto
Arriverà lento il treno in stazione
Si sta chiudendo come una prigione
Si andava verso il culmine del giorno
I nomi eccoli i nomi – troppiEstranea la città passi su orme
M’aspettavi allo specchio
Non ho mai messo inferriate alla mia vita
Dell’entrata in scena non ricordo il prezzo
Argilla sfiorata da luce di stella
La grammatica del dolore la sua punteggiatura
Stelle spini nuvole in viaggio sassi a montagnola
Non resterò col richiamo della civetta
Non mi è servito tempo
Al corrimano stringo le dita
Ho sempre desiderato fare figli.
Incontro un ricordo sulla faccia
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