SOMMARIO
3 Mario
Fancello
Identica radice
4 Mario
Fancello
Note informative Massimo Sannelli
6 ------------
--------------
Profilo biografico di Massimo Sannelli
7 Massimo
Sannelli
Trascrizione dell’intervento (a c. di M. Fancello)
22 Massimo
Sannelli
Dieci argomenti
24 Mario
Fancello
Sottolineature
25 Mario
Fancello
Note informative Giacomo Verde
27 -----------28 Giacomo
39 Mario
40 ------------
-------------Verde
Fancello
--------------
44 Gianni
Milano
49 Marina
Bondì
Profilo biografico di Giacomo Verde
Trascrizione dell’intervento: La televisione non esiste … (a c. di M. Fancello)
Sottolineature
Commenti imberbi (a c. di M. Fancello)
Il diffusore
“Non chiamatemi poeta”
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--------------
Puntaspilli (a c. di M. Fancello)
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Spazzolature (a c. di M. Fancello)
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Scheletri nell’armadio: genov@giovane (a c. di M. Fancello)
Cantarena
Anno VI – Numero 21
Marzo 2003
Periodicità trimestrale
In copertina:
INES FONTENLA, “Alla fine delle utopie”,
Genova 14 novembre 2002 – 5 dicembre 2003.
Courtesy Leonardi V-idea
Direzione e redazione
Mario Fancello
Silvana Masnata
Rosangela Piccardo
Mirella Tornatore
Realizzazione grafica
Mario Canepa
Mauro Grasso
Rosangela Piccardo
Produzione e distribuzione in proprio
Per contatti ed informazioni
Scuola Media Statale V. Centurione
Salita inferiore Cataldi, 5
16154 Genova
Fax 010 / 6011225
Posta elettronica
[email protected]
In quarta di copertina:
GIACOMO VERDE,
Minimal TV del Gruppo di Quinta Parete Network,
1996 - 97 (?)
Le fotografie raffiguranti l’incontro
con Massimo Sannelli sono di M. Fancello
COMUNICATO:
Ringraziamo per la collaborazione
La Federazione Democratici di Sinistra
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IDENTICA RADICE
<<Il
primo male è senza dubbio quello dell’eccesso di controlli e della paura di essere controllati.
Troppi partiti, strutture, commissioni di vigilanza, capistruttura, direttori hanno la loro da dire e di
conseguenza tutti temono di essere attaccati da destra e da sinistra, dall’alto e dal basso>> con il
risultato di conseguire un <<livello pessimo della programmazione, come tutti possono facilmente
constatare>>. 1 È la risposta di Enrico Ghezzi al giornalista che gli chiede quale sia – a suo parere – il
male oscuro della televisione. A me pare che l’ideatore di Blob abbia dato involontariamente esito
anche al quesito <<Qual è il male oscuro della scuola?>>.
1
PAOLO PEDULLÀ, Ghezzi,
paladino della tv, in Il Secolo XIX, Genova, venerdì 6 dicembre 2002, p. 21.
3
NOTE INFORMATIVE
MASSIMO SANNELLI
Sabato 15 dicembre 2001 in III C e venerdì 18 gennaio 2002 in II D il poeta Massimo Sannelli ha
amabilmente introdotto diverse giovani menti della Centurione al complesso mondo dei versi, dei
ritmi, delle metafore e delle sonorità verbali.
Massimo Sannelli e gli allievi di II D.
4
La professoressa di lettere Marina Profumo era presente al primo incontro (tenuto nell’aula di III C)
e la docente di materie letterarie Silvana Masnata ha assistito al secondo appuntamento (fissato in
aula video). Di quest’ultimo colloquio lasciamo traccia nelle pagine che seguono.
La documentazione dell’evento didattico è stata sottoposta al nostro ospite al fine di vedere
eliminate tutte le incertezze interpretative dovute all’insufficiente livello acustico impresso
nell’audiocassetta.
Silvana Masnata conversa con Massimo Sannelli.
5
PROFILO BIOGRAFICO
DI MASSIMO SANNELLI
Massimo Sannelli (1973) è ricercatore presso la Fondazione <<Ezio Franceschini>> (Firenze). Ha
pubblicato un e-book critico (Il Pragma. Testi per Amelia Rosselli, Dedalus, Napoli 2000, nel sito
www.beatricia.net), due raccolte di poesia (O, Quaderni di Cantarena, Genova 2001; Due Sequenze,
Zona, Civitella 2002) e quattro edizioni commentate di testi mediolatini (Boezio di Dacia, Sui
sogni, il melangolo, Genova 1997; Anonimo di Erfurt, Sulla gelosia, il melangolo, Genova 1998;
Pietro Abelardo, Planctus, La Finestra, Lavis 2002; il commento all’Acerba di Cecco d’Ascoli,
nell’ed. dell’ Acerba a c.di M. Albertazzi, La Finestra, Lavis 2002). È presente nelle antologie
Àkusma (a c. di G. Mesa, Metauro, Fossombrone 2000) e Nodo sottile 3 (a c. di V. Biagini e A.
Sirotti, Crocetti, Milano 2002). Ha vinto il primo premio al 14. concorso di poesia <<Città di
Corciano>> (2001) ed è stato tre volte finalista al premio <<Lorenzo Montano>>. Tra il 2000 e il 2002
ha tenuto letture pubbliche di poesia a Catania, Bologna, Firenze, Genova e Torino.
*
Sulla ricerca poetica di Sannelli hanno scritto Elena Varvello (in <<Ex libris>>, 27 [2000], p. 26),
Marco Berisso (in Àkusma, Metauro, Fossombrone 2000, pp. 99-100), Marzio Pieri (in Mangiati
dalla musica, La Finestra, Lavis 2001, pp. 188 e 205), Renzo Pavese (in Premio nazionale di poesia
<<Città di Corciano 2001>> , Guerra, Perugia 2002, p. 16), Giuliano Mesa (in <<il verri>>, 20
[2002], pp. 142-144 e 146: poi ristampato in Ritmologia, a c. di F. Buffoni, Marcos y Marcos,
Milano 2002; Mesa ha scritto anche la postfazione alla raccolta Due sequenze, Zona, Civitella
2002).
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6
Salita degli Angeli, 36/10 – 16127 Genova
339 7459299
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TRASCRIZIONE DELL’INTERVENTO
M AS S I M O S A N N E L L I
Se la voce di Massimo, nel fare ricorso a volumi e sfumature mutevoli (numerosi i ‘pianissimo’),
non ha sempre permesso un’adeguata udibilità in registrazione, ha tuttavia dispiegato pienamente
le sue genuine doti d’incantamento nei confronti della sensibilità luminosa ed acerba degli allievi.
Legenda:
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MS
RR
SM
MF
Massimo Sannelli
Alunni di II D
Silvana Masnata, docente di Lettere nel corso D
Mario Fancello
MS – Buongiorno.
RR – [Rispondono tutti all’unisono] Buongiorno.
MS – E sì. Dunque, ho già fatto una lezione; ma lezione è una parola grossa, lezione
presuppone che si insegni e io non è che abbia molte cose da insegnare perché a mia
volta sono uno studente e però probabilmente questa lezione finta sarà un’altra cosa
rispetto alla prima per una serie di motivi, perché in un mese cambiano molte cose,
stranamente, a volte cambiano anche da una settimana all’altra, nel mio caso son
cambiate anche da tre giorni a questa parte, quindi quello che avrei detto la settimana
scorsa non è quello che direi oggi e quindi userò anche esempi diversi da quelli che avrei
usato la settimana scorsa e poi ai ragazzi della terza
MF – della seconda, questa è una seconda.
MS – Sì sì, ma l’altra volta.
MF – Ah, della terza, sì.
MS – della terza avevo fatto proprio un discorso sulla mia vita – no? – perché volevo che
capissero alcune cose, non perché la mia vita avesse un’importanza, ma perché volevo
spiegare qualche cosa e probabilmente ora parlerò di meno di me e parlerò più in
generale, però il risultato vorrei che fosse uguale e poi alla fine di quella lezione avevo
anche detto che non è obbligatorio amare la poesia e lo avevo detto provocatoriamente,
lo avevo detto proprio per fare arrabbiare un po’ i professori, che invece non si sono
arrabbiati, però volevo dire dicendo che non è obbligatorio amare la poesia, che non è
obbligatorio non è obbligatorio amare questi testi, ognuno sceglie di apprezzare quello
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che vuole, li deve conoscere, però non è obbligatorio apprezzarli. Quello che è
obbligatorio è avere una certa attenzione alle cose comunque, alle cose, alle persone, agli
animali, a qualunque cosa; che poi si abbia attenzione alla letteratura è meno
fondamentale, è utile, è importante ma non è così fondamentale, e – dicendo questo – lo
dico anche contro di me perché dovrei essere uno che si sta specializzando in queste
cose, e più mi specializzo e meno ci credo; veramente; più mi specializzo meno ci credo,
perché mi sembra più importante altro.
SM – È vero.
MS – Ah, è vero? Si può dire?
MF – [Sorrido].
MS – Tanto io sento l’impressione di dire cose … e …, niente, va be’, tanto per
raccontare una cosa, a Firenze c’è un poeta molto anziano che si chiama Mario Luzi; lo
conoscete?
SM – Sì.
MS – I giovani, cioè gli st…
RR – [Rispondono in vario modo di no]. No no.
MS – Va bene, Mario Luzi è un signore nato nel ’14, ha ottantotto anni, ne compie
quest’anno ottantotto, è uno dei più grandi poeti italiani, candidato al Nobel da anni, che
non vince ma … Sono andato a trovarlo a casa, lui vive da solo, mi ha ricevuto, abbiamo
chiacchierato, tra l’altro una cosa di una disparità enorme perché c’è il poeta di quasi
novant’anni, io che non ne ho ancora trenta, insomma, e lui mi ha aperto la porta per
parlare e io ero in un periodo un po’ particolare, cioè ero tra la fine di un lavoro e l’inizio
di un altro, allora gli ho detto: <<Ma ho l’impressione che sia più importante la vita che la
scrittura>> e lui mi ha detto (lui ha un modo di parlare molto dolce, da fiorentino anziano,
quindi ha questa parlata così [Imita molto sobriamente la cadenza toscana], parla in
questo modo, mi ha detto <<Mi fa molto piacere sentirglielo dire>>. È strano, da uno dei
più grandi poeti italiani <<Sentir dire …, mi fa piacere sentir dirle che la letteratura non è
così importante>>. Ecco, eee questo era la continuazione del discorso di prima. Allora vi
volevo dire che cos’è una poesia, cioè mi dovrete dire che cos’è una poesia; che cos’è
una poesia?
RR – [Rispondono più persone]
MS – Giusto.
RR – Descrivere una sensazione,
MS – Giusto.
RR – un’emozione, dei sentimenti
MS – Ma che bello sentir parlare di sentimenti, dunque bene. Tu hai detto prima “versi”,
è obbligatorio che la poesia sia in versi?
RR – No, no.
MS – Ma gli avete insegnato tutto a questi.
MF – È lei [Indico Silvana Masnata].
MS – Complimenti.
SM – No, parliamo,
MS – Fate bene.
SM – parliamo e ci diciamo delle cose che certe volte non sono proprio ortodosse, però
mi sembrava giusto che una cosa di questo genere
MS – Però […] è giusto?
SM – Perché loro pensavano alla poesia soltanto […]
MS – Mmmhhh , sì, e non è detto, perché ci può essere con le rime, senza rime, può
essere … È strano, perché si insegna la prosa, e la poesia è solo una differenza di forma,
dipende da come si va a capo, poi però chi parlava di sensazioni, di emozioni, ha detto
bene perché è quello che conta. C’è una differenza però forse, la poesia che sia scritta
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andando a capo se scritta scrivendo di seguito ha un linguaggio diverso, ha un linguaggio
diverso, e perché è diverso in una poesia?
RR – [Rispondono].
MS – Le poesie sono scritte nella lingua che noi parliamo?
RR – No.
MS – Cioè, è italiano, però non è proprio l’italiano.
RR – No, è un po’ antico [Aggiunge dell’altro che non è udibile].
MS – Infatti io vengo da molto lontano, guarda [sorride]. Però è vero anche […], a volte
la poesia può essere stata scritta ieri, adesso, a parte quello che scrivo io, a volte si ha
l’impressione che un testo scritto ieri sia stato scritto molto molto prima, cioè
RR – [Un/a ragazzo/a dice qualcosa].
MS – Anche, sono molto più critici di me e, sì, vedete la persona, ma – come dire? – a
volte vengono degli effetti che sembrano molto più antichi, magari sono anche molto più
moderni. La poesia vive anche molto di paradossi: ciò che sembra molto aspro poi è
anche molto dolce, ciò che sembra molto cattivo è anche molto buono. E la poesia ha
qualcosa a che fare forse con i bambini un po’ più piccoli; almeno io ho avuto anche
quest’idea e ha a che fare con certi sentimenti, perché non si riesce mai a distinguere
alcune cose, ecco. [Si rivolge verso di me] Si capisce?
MF – Sì sì, altroché. No, ma lo sai che ti apprezzo tantissimo, ci mancherebbe.
MS – Anch’io ti apprezzo.
MF – Ti ringrazio.
MS – Ecco, e quindi questo. Se l’altra volta con i vostri compagni ho parlato un po’ della
mia vita, ma era […] e poi ho letto dei miei testi. Volevo fargli capire che la vita mia
(come la vostra, la vita di chiunque) è fatta di cose reali: avvenimenti, date, ore,
scadenze, appuntamenti, cose reali; la vita di tutti è reale, di tutti. Allora dal momento in
cui si scrive di queste esperienze reali le cose diventano molto diverse, cioè un
avvenimento reale scritto diventa un simbolo, diventa un gioco di parole, diventa un giro
di parole strane che nella vita normale non si usa e quindi cercavo di dire cose che
sembrano molto oscure nella scrittura, in realtà nella vita sono molto limpide, cioè le
cose limpide della vita possono diventare oscure nella scrittura; certo non c’è sempre
l’autore che vi spiega che cosa voleva dire, però quello che bisogna mettersi in testa è
che, anche se non si capisce, c’è sempre dietro la vita e non si capirà una parola, non se
ne capiranno due, non si capirà un verso, ma più o meno il testo intero – sì – si riesce a
capire e si riesce a capire pensando che dietro c’è della vita. Ecco, io quindi …, io
raccontavo ho una casa, una serie di amici, ho comprato questa casa sul porto e questi
sono fatti reali, scrivendoli sono diventati molto diversi. Ad esempio le persone son fatte
di molte parti del corpo, occhi bocca mani eccetera, ma scrivendo invece di dire la
persona è fatta in questo modo, si riduce agli occhi, allora io una volta ho scritto un testo
in cui parlavo di una persona che era venuta trovarmi a casa e ho scritto degli occhi, cioè
la figura di questa persona si riduceva agli occhi, ecco, questo per dire il lavoro che si fa
nella poesia, questo trascrivere fedelmente le cose che accadono e nello stesso tempo
modificarle e mascherarle, è anche questo un altro paradosso della scrittura, essere molto
precisi, molto fedeli e anche molto infedeli alla realtà, quindi siamo veramente in un
campo un po’ diverso dal normale, però quello che sembra anormale nella scrittura è
normalità della vita, non ci sono inganni. Ecco allora, visto che proprio tra ieri e oggi ho
modificato tutto quello che avrei voluto dire, vi leggerò un testo che non ho scritto io,
ma che ha scritto la collega e che ha pubblicato ora. È molto interessante questo testo per
una serie di motivi e magari vi aspettavate che leggessi roba mia, la leggo anche, ma lo
spirito di questa cosa è spiegarvi e anch’io capire alcune cose, quindi mi è quasi più
facile spiegarle con un testo di un altro che con il mio; questa ragazza che ha scritto
questa prosa – è una prosa e però è una poesia – questa ragazza ha iniziato abbastanza
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-
tardi a scrivere, è un po’ più grande di me, per una serie di ragioni della sua vita lei
avrebbe voluto scrivere di ogni altra cosa e non lo ha fatto e poi trovandoci ha riprovato
e quindi è importante perché è molto brava questa persona ma diventa sempre più brava
a ogni cosa che fa perché si sta trovando e fa quello che avrebbe voluto fare ma non
aveva voluto fare, ecco, e lei parla sempre di se stessa, e anche lì un altro dei paradossi
della scrittura, parla continuamente di sé, però è molto utile nello stesso tempo, non
ostenta niente, è la sua […] e questo testo parla della sua infanzia quando lei girava per i
campi, per i boschi e scopriva se stessa e scopriva due cose, scopriva di essere un corpo,
cioè di essere intera, di essere una persona, e scopriva che cosa voleva fare, voleva
guardare la terra, stare nella terra, e scrivere e poi a un certo punto dice che non è adulta
anche se è adulta ma perché – non so come dire – nel momento in cui ha ricominciato a
scrivere questa persona è un’adulta che però è ancora bambina perché scopre qualcosa
che è …, lo scopre in ritardo. Allora questo preambolo forse era un po’ noioso ma era
per spiegare e un’altra cosa: questo testo è uscito in una rivista in cui l’argomento
principale era la terra, la terra in tutti i sensi, la terra come pianeta, la terra come orto, la
terra come giardino, la terra, quindi terra, parole di cinque lettere con due erre; anche il
testo di Paola – Paola Zallio si chiama – è legato alla terra e la cosa strana è che c’è
sempre questo suono di erre; per esempio c’è un punto dove dice (qui si sente) la terra
rimane il centro della materia (sempre erre erre) il cuore dell’ambizione è vuoto,
“questa terra nuda nutre”: erre erre erre ed è tipico di molti poeti questo; a me viene
male perché non ho una erre perfetta, perché avevo l’erre moscia e me la sono corretta,
quindi la esaspero molto di più, ma è tipico di molti poeti, i poeti esprimono la loro vita
e la esprimono con parole e le parole hanno un significato magari difficile ma ce
l’hanno, a volte i poeti cercano anche degli effetti di suono, ci son poesie fatte proprio di
musica e che hanno un significato, tipo il Leopardi – l’avete fatto ? –
RR – No. Io me lo
MS – L’infinito?
RR – Anche noi
SM – In quinta elementare.
MS – Non ho capito.
SM – In quinta elementare.
RR – Noi in quarta.
MS – In quinta elementare; non è passato molto tempo. Leopardi – se lo guardate – fa
spesso questi giochi di suono, adesso a memoria non me li ricordo, ma li fa molto
spesso.
SM – Loro dovrebbero ricordare l’anno scorso; noi abbiamo letto del Pascoli Il lampo e
Il tuono,
MS – E lì è pieno.
SM – sul quale abbiamo proprio fermato la nostra attenzione; ci sono dei giochi di
suono.
MS – Ma questo, cioè il discorso di prima, non è obbligatorio amare la poesia, però
saperlo, sapere questa cosa, è utile perché nei sogni, ad esempio, succede questo. Il
linguaggio dei sogni, quando sogniamo e sentiamo delle parole, tante volte le parole che
sentiamo in sogno hanno questa catena di suono, funzionano per il suono, l’associazione
è libera, ecco, e dopo tutta questa anticipazione vi leggo il testo di Paola Zallio, e il testo
s’intitola Testo; è molto semplice e molto difficile, però è veramente la storia di una
persona adulta che si ritrova e fa quello che voleva fare e si accorge di essere una
bambina cresciuta. Andrebbe letto, è musica questa, sembra prosa, è poesia ma è anche
musica, quindi va letta in modo …; adesso ci provo. [Legge. Riportiamo a sinistra il
testo originale dell’Autrice e a destra così come è stato letto da Massimo].
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L’urto è l’emozione della terra: qui l’infanzia non è
poetica.
Anche le radici d’acqua hanno bisogno di terra, e
affondano nell’acqua. Le spalle si stringono in mezzo a
colline dove la vigna torna a essere odore di fango e
salita, e il suo abitante non domina: mi guarda dentro i
rami aperti: regala alla bambina ginocchia color
corteccia.
Fra le braccia, la realtà del tronco si lascia toccare, e
l’immagine si storicizza nel ventre della Mater Tellus:
l’acqua fluisce fino alle radici, senza diventare radici.
Sotto le parole fiorisce la resistenza della terra. Dove si
appoggia la bambina: la volontà vuole e resiste.
L’urto è l’emozione della terra: qui l’infanzia non è
poetica.
Anche le radici d’acqua hanno bisogno di terra, e
affondano nell’acqua. Le spalle si stringono in mezzo a
colline dove la vigna torna a essere odore di fango e
salita, e il suo abitante non domina: mi guarda dentro i
rami aperti: regala alla bambina ginocchia color
corteccia, color corteccia.
Fra le braccia, la realtà del tronco si lascia toccare, e
l’immagine si storicizza nel ventre della Mater Tellus:
l’acqua fluisce fino alle radici, senza diventare radici.
Sotto le parole fiorisce la resistenza della terra. Dove si
appoggia la bambina: la volontà vuole e resiste.
Per l’acqua, la terra rimane il centro della materia. Il
cuore dell’ambizione è vuoto: questa terra nuda nutre
lo stile-passione. Acqua e terra onorano diversamente
lo stile del codice: fonte del parlare gentile. Qui
l’innocenza passa attraverso le spine, in silenzio – e
fiorisce.
La terra rimane il centro della materia. Il cuore
dell’ambizione è vuoto: questa terra nuda nutre nuda
nutre lo stile-passione. Acqua e terra onorano
diversamente lo stile del codice: fonte del parlare
gentile. Qui l’innocenza passa attraverso le spine, in
silenzio – e fiorisce.
Dopo la rivelazione delle cose si fa evento l’aperto:
irrompe lo spazio-scrittura; sospeso nel vuoto. Il
possibile diventa scrittura nella necessità di affermarsi
– firmarsi – con il corpo: corpo-scrittura. La volontà
sotterranea dello stile lascia le sue tracce: i sensi del
cuore. L’acqua è la Lingua: è, e è sempre stata.
Dopo la rivelazione delle cose si fa evento l’aperto:
irrompe lo spazio-scrittura; sospeso nel vuoto. Il
possibile diventa scrittura nella necessità di affermarsi
con il corpo: corpo-scrittura. La volontà sotterranea
dello stile lascia le sue tracce: i sensi del cuore. (Chi
diceva prima che la poesia è sentimento si è espresso
bene).L’acqua è la Lingua: è, e è sempre stata.
Non è il sole che fa rossa la vite e scalda la vigna: i
raggi stratificano di senso le parole. Gettate, che si
gettano, come semi: l’Io e il Sé si gettano nel simbolo
di questa scrittura.
In questa collina fiorisce la gentilezza dell’infanzia
virile, fragilità in forma di forza. E la terra nutre la
povertà: per tutta la notte la bambina corre dietro alle
lucciole.
La terra non è madre né matrigna: neutra come un
foglio bianco. Radici bagnate d’acqua: io abito l’essere
femmina di questi germogli: volontà di dire e non dire,
apparire e non apparire. Sono solo acqua non toccata,
che tocca, e tocca raccogliendo gli opposti:Psyché e
Eros.
In questa collina fiorisce la gentilezza dell’infanzia,
fragilità in forma di forza. E la terra nutre la povertà:
per tutta la notte la bambina corre dietro alle lucciole.
Radici bagnate d’acqua: io abito l’essere femmina di
questi germogli: volontà di dire e non dire, apparire e
non apparire. Io sono solo acqua non toccata, che
tocca, e tocca raccogliendo gli opposti.
Il corpo acerbo è ingenuo, e sorride: la risposta dolce
conserva la sua asprezza. Tocco la terra toccata dai
sensi e la femminilità lega – collega – il sentimento
del corpo alla mente. Il nesso simbolico accoglie alba e
tramonto: nell’inconscio la femminilità è la seduzione
della luce
Il corpo acerbo è ingenuo, e sorride: la risposta dolce
conserva la sua asprezza. Tocco la terra toccata dai
sensi e la femminilità lega il sentimento del corpo alla
mente.
Il corpo libero continua crescermi non-adulta: forte.
Il corpo libero continua crescermi non-adulta: forte
Nell’abbandono viene alla luce Eros-Lingua.
Incomincio a dissotterrare la fragilità della parola
scritta, a partire dalla potenza della parola, che è solo
parola: il valore umanizza il simbolo. 1
Incomincio a dissotterrare la fragilità della parola, a
partire dalla potenza della parola, che è solo parola: il
valore umanizza il simbolo.
1
PAOLA ZALLIO, Testo, in “L’area di Broca”, Firenze,
nn° 73-74, gennaio-dicembre 2001, pp.18-19.
11
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MS – Ecco questa … Com’è?
RR – Bella, bella.
MS – Bella? Lo so anch’io che è bella. C’è una
serie di cose in questo testo, va be’, il corpo e poi
questo andare avanti per opposti. Allora quando
dice che ciò che è aspro è anche dolce, che la
bambina è anche adulta, e dice sono solo acqua non
toccata, perché l’acqua non si può …, sì, si tocca,
ma l’acqua scorre; sono solo acqua non toccata,
che tocca, e tocca raccogliendo gli opposti, e poi
dice il corpo acerbo è ingenuo, e poi la risposta
dolce conserva la sua asprezza. E sempre per
quanto riguarda il problema del suono la persona
che ha scritto questo testo si chiama Paola, e, qui
nel testo, parla sempre di parola e dice sempre
parola perché in parola c’è il nome Paola, basta
togliere la erre, funziona in questo modo, cioè è
tutto sempre molto irrazionale ma una […] c’è
Massimo in III C
sempre e quindi queste parole che hanno un
andamento molto semplice perché è prosa poetica, c’è questo effetto di suono e nella sua
semplicità c’è come una difficoltà, ma il concetto è quello; non si può comunque tenere
nascosta una cosa, prima o poi viene fuori, viene fuori a quarant’anni se non viene fuori a
dieci, ma non si finge, […], ecco, e così ho utilizzato quello che ha scritto un’amica per
spiegarvi quello che volevo dirvi io, perché conosco la persona, conosco quello che voleva
dire e quindi insomma mi è anche più facile parlare degli altri che parlare di me. A te –
Mario – è piaciuta?
MF – Sì, eee
MS – però
MF – No, non c’è un però.
MS – Ah!
MF – No, volevo dire – riflessioni banali – sì, però [Massimo mi porge il microfono], sì, va
be’, grazie. Cioè, io penso ad alcuni ragazzi. Sicuramente è un discorso che ho già fatto
l’altra volta; lo rifaccio adesso. É difficile riuscire ad entrare dentro ad un discorso di questo
tipo; la distanza forse è enorme e nello stesso tempo è anche molto ridotta perché l’età –
quella vostra – favorisce [la visione poetica della vita] a mio parere; però le conoscenze
tecniche no, quelle sono molto distanti; però pensavo …, vedevo qualche occhio (non so se
la mia interpretazione era corretta) come se si trovasse a distanze siderali; non penso che
poi sia così. Quando uno prova a …, se provate anche voi (come ho detto prima, banalizzo)
…; quando vi trovate a fare qualche compito nelle ore in cui io magari sono lì per
supplenza, arriva un ragazzo che dice: <<Ma vorrei dire questo per il compito, non so come
dirlo, che parola…; mi aiuta? Mi dice questo? Mi dice quell’altro? >> e io provo a dire
qualche vocabolo e non va bene, eppure quel vocabolo sarebbe potuto andare bene. Per me
è (anche se banale) un inizio di ricerca del linguaggio, che deve aderire a quello che uno
pensa e sente e non riesce a comunicare; c’è una lotta che comincia tra quello che voglio
dire e quello che invece non riesco a dire, e allora devo avere una conoscenza dello
strumento (una conoscenza molto profonda) per riuscire a far sì che quello che volevo dire
sia quello che lo strumento mi dice; se non lo so utilizzare è molto diverso da quello che
voglio. C’è – dicevo – questa lotta e quindi si sviluppa la capacità di capire e di conoscere.
Un’altra osservazione: io ho visto degli occhi di cui ho detto prima, ma ne ho visto anche
altri, altri occhi e altri atteggiamenti che trovo molto positivi da persone anche che non mi
aspettavo minimamente che fossero così; cioè, ogni esperienza – come diceva prima
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Massimo – cambia completamente tutto; quindi il nostro vivere giorno per giorno, minuto
per minuto, secondo per secondo, ci cambia il modo di vedere le cose; è sempre utile fare
esperienza. Basta.
MS – Ci conosciamo da un po’. È la seconda volta che proviamo a fare qualcosa insieme e
lui ha il privilegio di dire con parole chiare quello che io dico con moltissime parole e
stanco sempre, e invece lui ascolta e traduce. È il mio traduttore, veramente. Sì perché mi è
stato detto ancora avantieri <<Tu devi imparare ad insegnare perché – non si sa mai – nella
vita potresti …>>, e invece è molto difficile, mi crea una difficoltà enorme, anche perché –
come dire? – ci vuole molto per insegnare, ci vuole pazienza, ci vuole intelligenza, ci vuole
…, e non ha niente a che vedere con il sapere molte cose poi, quindi …
SM – Io vorrei dire una cosa a proposito dell’insegnare. Io credo
MS – È un dibattito questo.
SM – Oggi, adesso, (io parlo della mia esperienza), io credo che non si debba insegnare, si
debba solo manifestare qualche cosa, cioè quello che noi sappiamo, quello che noi abbiamo
dentro, ce lo siamo costruiti, le nostre esperienze, come le abbiamo vissute, perché altri
imparino a vivere le loro esperienze e a usarle come mezzo di costruzione di loro stessi,
proprio nella loro incoscienza, cioè – secondo me – arrivati a un certo punto non esiste più
un problema dell’insegnamento ma esiste un problema proprio di “facciamo delle
esperienze insieme”
MF – [Dico qualcosa che – probabilmente – si riferisce alle necessità della
videoregistrazione].
SM – A me questa cosa della ripresa [video] …
MS – Anche a me.
SM – Ecco. Io l’esperienza del mio insegnamento la vedo in questo modo, per cui quando
qualcuno racconta come vive l’esperienza e anche il proprio rapporto anche con la poesia,
con la parola, con lo scritto, per me questo è già insegnamento; cioè l’insegnamento non è
una tecnica che si deve apprendere, ma nasce da un rapporto tra chi ha vissuto una certa
esperienza e chi comincia a viverla. Per me è questo l’insegnamento.
MS – Grazie. È bello perché io credo – magari – di dire cose strane e invece sto avendo un
mucchio di conferme. Siete stanchi? Volete fare una pausa?
RR – Nooo, no.
MS – Strano. Una volta è capitato che sono andato a Catania a fare una lettura di poesie e
durava un’ora e ho pensato di fare mezz’ora e mezz’ora. Alla fine della prima mezz’ora ho
detto: <<Adesso facciamo una pausa>> e [c’era] un locale, una specie di discoteca, e ho detto
– finita la mezz’ora – <<Facciamo una pausa>>; non si è alzato nessuno. Dopo due minuti ho
dovuto riprendere, e beh. Dunque, esaurito l’argomento Paola (di esaurito non c’è niente
perché è tutta una cosa che è in atto, che continuerà), allora provo a dirvi qualcosa di mio.
Ecco, dovendo parlare delle mie, la difficoltà unica …; allora – ad esempio – delle cose che
scrivo io non sono mai contento; quando le ho scritte le vorrei distruggere, cambiare,
modificare, accorciare, e lo sa Mario perché lui stampa … È una cosa bellissima che fa
questo signore, lui stampa dei libretti di poesia e quindi li stampa e si fa una bozza, poi
l’autore la corregge e viene stampata secondo le correzioni, penso che per un 20-30% sia
un’altra cosa quello che vi [leggo] stamattina, e c'è un motivo per cui non sono mai
contento; oh Dio: non completamente, poi a un certo punto bisogna anche […]. Allora –
dicevo – dopo una decina d’anni di esperienza di scrittura più o meno si impara a tenere la
penna in mano, a scrivere insomma; a quasi trent’anni e dopo dieci anni di esperienza – oh
Dio – grosse stupidaggini non si scrivono, può capitare, ma …, proprie brutture non ne
vengono fuori. Allora, se qualunque cosa scrivi non è una bruttura, qual è il problema?
Perché non ti piace se non è brutto? E se è bello a volte? È bello ma non mi piace. Allora
succede che … È un po’ il discorso della vita che […] possa esprimere; ecco, a volte ti
accadono le cose e nel momento in cui le scrivi non senti idee, cioè ti mascheri, […] di
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falsità rispetto a quello che è accaduto, fingi, e più fingi più è brutto, non c’è niente da fare;
cioè, può essere bello come parole, come ritmo, come musica, però è falso; magari gli altri
non se ne accorgono, chi lo ha scritto lo sa, e allora più lo senti falso più non funziona, cioè
più lo senti falso meno funziona; ecco, e questo è il motivo, per cui sono tre o quattro anni
… Io ho scritto in tutto quarantasei poesie, quarantasette – va be’ – [sorride] con quella di
ieri, sono quarantasette, quarantasette in otto anni e non son poesie di duecento versi, sono
poesie che vanno dagli otto ai venti versi, quindi …, perché una volta che ho imparato a
farle non bastava, ero capace di scriverle, venivano anche magari benino, piacevano, le
pubblicavano, mi facevano anche i complimenti: <<Come sei bravo>> <<Come …>>. Io
dicevo <<Ma son brutte>>, cioè, sono magari belle ma son false perché io non ci ho scritto
tutto quello che volevo dire, e nessuno se ne può accorgere, l’autore però sì. Allora – ecco –
il difetto delle mie poesie è che sono …, non difficili, a me non sembrano difficili,
MF – [Dico qualcosa ridacchiando per intendere che non le trovo facili]
MS – Sì, son difficili. Sono difficili, però sono anche facili. Ecco, sì, è sempre un trucco,
cioè è difficile ma è facile, è dolce ma è aspro, cioè è tutto così. Una cosa che ha molto a
che vedere – va be’ – con il campo dei sentimenti dove è molto facile dire <<Ti vorrei
ammazzare, ma ti voglio un mondo di bene>>, succede questo; non ammazzare veramente,
cioè mai eh, assolutamente, però capita …, capita di dirlo? [Rivolge la domanda a Silvana].
SM – Sì.
MS – Come – non so – le mamme o i papà; soprattutto le mamme coi figli: <<Ti mangerei>>,
però non ti mangerebbe mai cioè, e questo vale comunque è […] anche con mia mamma ora
che compie sessantadue anni. Allora, questa poesia è un po’ diversa dal solito, ha un
andamento più semplice e parla di Genova. Allora il discorso è: c’è un fatto reale che viene
scritto. Il fatto reale è questo. [Interrompe il discorso per rivolgersi ai ragazzi] È caldo?
No? Apriamo la porta, dai.
MF – [Dico qualcosa a Massimo che mi risponde con la battuta riportata qui sotto].
MS – Ecco perché ho messo la cravatta stamattina, c’era un motivo. Allora, dunque, il fatto
reale è questo, ho una casa sul porto, in Salita degli Angeli, ho un terrazzo, si vede tutta
Genova e, secondo come è posto il sole, a volte Genova è investita dalla luce e non si vede
niente, si vede solo luce, e allora qua c’è una descrizione di Genova vista dall’alto, e poi
un’altra cosa delle poesie, i contenuti si accumulano, non hanno un solo contenuto, le cose
si ammucchiano, ecco, oltre al contenuto di Genova c’è il contenuto …, “fa sospirare il
pane” c’è scritto, perché a volte il pane manca, in tanti sensi, a volte manca veramente. La
scelta di vivere da solo è devastante per l’economia. Si rischia veramente di non avere quasi
da mangiare a volte, e poi è stata scritta a novembre del 2001, però a gennaio del 2001 a
Genova è nevicato, un solo giorno, era il 22-23-24.
SM – È vero.
MS – Un disastro, una cosa tremenda.
RR – [Parlicchiano].
SM – Quando hanno sospeso la scuola
RR – Meno male.
SM – e poi l’indomani non c’era più nulla, eh;
MS – È vero, dopo c’era il sole.
SM – era un mercoledì.
RR – [Commentano].
MS – Per me è stato un giorno tristissimo, perché in quell’epoca – quell’epoca! – va be’,
l’anno scorso lavoravo alla Provincia, alla biblioteca della Provincia, a Quarto, che è un
luogo tristissimo, chiedo scusa se qualcuno è di Quarto, un prefabbricato di cemento, poi
dalla finestra si vedeva l’ospedale psichiatrico, quel giorno nevicava che Dio la …, una
tristezza, eravamo proprio in due a lavorare lì, non assunti ma ci pagavano a ore, non
guadagnavamo quasi niente e in più nevicava, poi lui è andato via prima – Marco –, io son
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rimasto; sono uscito, non c’erano autobus, cioè ho camminato da Quarto a Brignole con la
neve che veniva, un disastro, va be’, questa è un’altra storia della poesia, e la poesia parla
un attimo di questa neve e poi la chiude subito, allora … Ah! C’è una parola: barbarie, io
ho sempre avuto l’idea che Genova è una città barbara, è una città molto bella ma anche
strana, - non so – io la paragono a Firenze, c’è una differenza enorme, Firenze è una città
lussuosa, città di grandi negozi, città dove la gente è anche un po’ superba a volte, Genova
no, Genova è una città tutta unica, una città sul porto, ed è molto bella, e allora […] che
Giorgio Caproni, che è morto nel ’91 a una settantina d’anni, scrisse una poesia, lui era
innamorato di Genova, viveva a Roma ma era innamorato di Genova, ci aveva vissuto,
allora lui aveva scritto una volta <<Genova nome barbaro>>, per lui Genova era una città
barbara è la Litania questa, è un’altra di quelle poesie che uccidono quando …,va be’,
allora
SM – Bisognerà che li rivediamo.
MS – Come?
SM – Bisognerà che li rivediamo questi autori contemporanei.
MS – Ma infatti non vengono mai fatti.
SM – Nelle antologie si cominciano a trovare, ma molto poco e in realtà è bellissimo, anche
a me piace; Caproni poi …
MS – È pieno di musica, vedete? Allora la poesia è fatta in questo modo. Avrei dovuto
darvi i testi, fare le fotocopie come l’altra volta e non le ho fatte perché ho pensato se dentro
c’è qualcosa bisogna provare a farla arrivare anche con la voce e poi il discorso è sempre
quello, l’importante è che vogliate bene a questi testi, anzi, però l’importante è capire
qualche cosa anche degli altri, no? [Legge].
nessuna gaia Genova è sotto, ma dispone
la sua barbarie; quella è veduta, l’altra è
ancora ingenua. le temps revient. la città è
verticale e bella: gli arpeggi della cultura
cercano l’alto, come sopra: chi vive, così
chiamato, occupa decentemente la zona,
tutta in cielo: la distanza è da orto a vista
e mare: per questa soavità nel mese, ogni
neve da cielo, ogni neve. Fa sospirare il pane;
quella tempia martella, nostra, per la febbre;
l’odore scuote oggi: godi se vinci
ora, che sia flusso: e oggi è l’affetto
sciolto, – sembra il maggio, estate quasi – pinna
di delfino, che volava; dice di questo luogo
naturale, dove Narciso. Oppure il suo tripudio
nel pensiero, e la pietà figurata in una
chiostra dell’uomo: il presente che solleva,
se non è vittoria, a piene mani. La carta canta:
fine, un’idea di bianco, fino, e della cella, il cielo! 2
2
Vi piace?
RR – Sì, sì.
MS – Veramente?
MASSIMO SANNELLI, Antivedere, in stampa.
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RR – Sì.
MS – Grazie.
RR – Prego.
MS – No; e no; ci tengo perché ho diecimila insicurezze, non sono mai sicuro sai, cioè il
discorso è quando dice “la città è verticale e bella” perché è vista dall’alto; quando dice
“chi vive occupa decentemente la zona”, cioè io vivo lì e occupo quella zona, il terrazzino
sul porto e “fa sospirare il pane” perché il pane a volte manca; “quella tempia martella
per la febbre” questo è chiaro, poi cade la neve, poi dice “la città intenerisce il secco”,
cioè questa città a me ha fatto bene, quindi ha intenerito le cose, ha reso un po’ più facile,
e “… il pane”, a volte anche questa città deve mangiare; e poi dice “questa stanza nuda è il
tempo clemente”, la stanza nuda è la stanza vuota, una casa appena comprata, mezza vuota
e il “tempo clemente” il tempo buono, cioè si sta bene in questa casa, “… ma piena”, ecco
anche lì la solita contraddizione, la stanza è nuda e vuota, però è anche piena; ecco, la
logica è sempre la stessa, è proprio la logica dei sogni, è sempre un po’ la logica del “ti
voglio bene ma ti ammazzerei” e sono ambiguità che però sono surreali e nella poesia ci
entrano in pieno. È brutto dire “Ti voglio bene ma ti ammazzerei”, a me è capitato di dirlo
e di dirlo sinceramente.
SM – Ma credo che accada molto spesso di dirlo; a volte lo dico anche a loro nel senso che
in altri termini – no? – mi fai arrabbiare però comunque mi sei simpatico, nel senso che …
La contrapposizione dei sentimenti credo che esista quasi sempre. D’altra parte il
procedere della poesia sembra comunque di questo tipo, quasi per contraddizione, che poi
sono le contraddizioni che esistono sempre e che si vivono in tutti i momenti della vita.
MS – Ecco, traducete; io ci metto diecimila parole a dire
cose che si dicono in otto
parole.
SM – Sì, però dicendolo in otto parole non si manifesta poi quella che è la realtà stessa.
MS – Allora, una facile o una difficile?
RR – Difficile, difficile, difficile.
MS – Eeehhh, addirittura.
MF – Io però vorrei dire una cosa, neanche tecnica, proprio così, e la cosa è questa: la
poesia difficile richiede uno sforzo di pensiero, ma non per capirla; perché per capirla
bisognerebbe – secondo me – leggerla, rileggerla, sentirla, ma proprio a livello di animo,
non sentirla a livello di orecchie; quindi, se volete la poesia difficile, fate lo sforzo tutti –
per un momento – di concentrarvi un attimo, cioè di non pensare a nient’altro; è difficile,
però dovreste provarci.
MS – Mario, hai il libretto dietro? Le bozze? Me le puoi dare – per piacere – ?
RR – [Parlano di poesie facili e difficili, di vantaggi e svantaggi].
MF – Però, – se posso dire una cosa io – io sono abbastanza scettico sul fatto che ci siano
poesie facili e poesie difficili,
SM – Infatti.
MF – perché è il discorso che faceva prima Massimo e che è il discorso della vita, che è
sempre fatta a due facce; la contraddizione è un elemento della vita, la poesia difficile è
facile e viceversa, non se ne esce fuori [I disturbi di registrazione non permettono di
trascrivere il seguito].
MS – Allora facciamo un pezzo di una difficile e un pezzo di una facile; si compensano
perché ci son cose qua e là che andrebbero spiegate, rispiegate, rispiegate e rifotografate.
Dunque: un pezzo di una facile. Questa poesia si è trascinata per qualcosa come tre anni;
anzi, no, la leggo tutta, è molto breve e tutta abbastanza facile; poi c’è la difficile. Si
trascinava per tre anni, parla del mese di novembre e del mese di gennaio, è un po’
contorta, è un elenco di parole, di cose che però sono sempre le solite, cose reali, quindi il
pane, gli auguri, sono nato a novembre, quindi nell’augurio ci sta il compleanno di
novembre, c’è la parola cuore, c’è la parola grazia e poi c’è una seconda parte che parla di
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gennaio, in gennaio c’è un miracolo ed è un ritrovamento, va be’, gennaio è comunque il
primo mese dell’anno, ma in questo caso il miracolo era personale, poi c’è un’idea che
anche se è gennaio non è brutto, c’è del verde, c’è la parola verzura, una parola medievale
che indica il verde, il verdeggiare, e poi si parla di un occhio luminoso e dell’accoglienza.
[Legge].
pane della serie; il testo solo; l’augurio con le mani –
e la parte improvviso, a novembre pieno, e
un più trastullo: ospitàle cuore: luce l’
albore chiaro o il suo colore di grazia felice,
e grazia. quello che si rinnova è con più miracolo:
gennaio pieno e ricco, e
gennaio coinvolto e legato,
e arioso: e la verzura, e il
verde, l’occhio e l’occhio
luminoso, grandi accoglienze
in fuori… 3
-
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3
RR – E il titolo?
MS – Nessuno, nessuna delle mie poesie ha il titolo. Buona osservazione; in effetti se una
poesia ha il titolo si legge anche il titolo; qui non c’è.
RR – [Un allievo dice qualcosa].
MS – Perché anche il titolo può essere fatto di una parola, due parole, tre parole, ma di
cinquanta parole …
RR – [Un ragazzo dice che il titolo dà significato solo a un pezzo della poesia].
MS – Giusto, ecco, perfetto, è quello, il titolo dà il significato solo a un pezzo, quindi non
basta per tutto. Sono esterrefatto. Allora, adesso la difficile, ma ne leggo solo o un pezzo o
dei pezzi.
RR – [Gli chiedono di leggerla per intero].
MS – Tutta?
RR – Tutta, tutta.
MS – Allora, è una poesia che compie un anno perché l’ho scritta tra il ventisei …, cioè
metto sempre la data e la data in cui l’ho immaginata, ma poi la sto scrivendo ancora
questa poesia, cioè la pubblica Mario in questo libretto e l’ho ancora corretta dopo un anno
che esiste, potrei correggerla ancora
MF – [Sorridendo] Ti sottrarrò subito le bozze.
MS – Allora, questa poesia è quasi un delirio per una serie di […]. Questo delirio […]
della parola è quando uno è molto teso, molto preoccupato, molto triste, allora comincia a
dire parole su parole, ma non hanno un vero senso, è tutto uno sproloquiare così ed è
legata a momenti finiti spero, ma son finiti. Un momento in cui mi era venuta anche in
mente una stupidaggine, che è veramente una stupidaggine, cioè che la vita è degli altri,
non mia, la vita è degli altri, cioè quello che io vorrei fare lo possono fare gli altri, ma io
non lo posso fare, ed è una fesseria, una cosa terribile questa, abbiamo tutti le stesse
possibilità, più o meno va beh, però non esistono cose degli altri, son cose nostre, cioè
ognuno più o meno può fare le stesse cose, ma rispetto a quello che io volevo mi sembrava
di non poterlo avere e che fossero cose degli altri; è un po’ il discorso di Paola che voleva
scrivere e non riusciva, non poteva o glielo impedivano e poi è venuta fuori la scrittura e
io per un po’ ero convinto che la vita era degli altri e ora non ne sono più convinto, però è
rimasto scritto qua, quindi il discorso del correggere continuamente, perché la poesia forse
MASSIMO SANNELLI, Due sequenze, Zona, Arezzo, 2002, p. 18.
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è anche abbastanza bella, ma ci credo ancora a questa cosa che ho scritto, non ci credo più
però rimarrà così, rimarrà così; e poi c’è un’altra espressione: “la nuova famiglia”, perché
anche lì è un segreto, quando uno compra una casa e dice <<Vado a vivere da solo>> non è
vero, non vuole andare a vivere da solo, vuole andare a vivere da solo per andare a vivere
con qualcuno, eh, è sempre quello, quindi è un finto andare a vivere da solo, ma è così, e
allora si dovrebbe formare un nuovo sogno, e poi c’è la parola pietà, va be’, e alla fine c’è
tutto un groviglio per cui si parla di primavera, di ore, di minuti, di febbre, di spilli, gli
spilli fanno male, ecco, questo qui è un documento del passato e non ha niente a che
vedere con la poesia. [Legge].
ora il gesto è un cerchio aereo e pietà sul seno:
viene nuova famiglia. giova anche l’
aria acerba, nido di gennaio, lettera
del cerchio… / – in maggio pare cosa
di piume; ma seno e maggio carichi: visage,
curvo, oliva: e adottata, quasi gemito;
oppure vagiva gridando: piaceva la pietà non
giusta; e nasce la prosa.
*
e perché?, e e poi?: anche «pinna, di delfino», come
salvatore e aria. Dice: la vita è degli altri; l’amore
è cima di palma, pinna verde, fede.
*
la struttura cinta cita: fresca rosa novella,
piacente Primavera, dissolvi; la sua statura
di grosso, dissolvi, e grande. Si pone a rilievo
alta, consanguinea, O a noi, sciogli, nostra: ardenza
nuda, angelo, piccolo sonno…: / negli anni
si matura in ore; le ore crescono in minuti forti;
poi cede senza febbre, viene in casa; esce. sono anche
i tuoi, i maggiori, spilli; tutta la questione della sete
e della fame; i petali sul centro dei capelli; l’onore
di vederli: ora riassume serie, giustizia, voce gratis,
uomo nudo, storia della scultura. 4
(26-28 gennaio 2001)
-
-
4
È come una somma di parole e con un senso un po’ labile che viene fuori. Questa è
veramente la poesia difficile, almeno, per me è un po’ più facile perché so cosa volevo
dire, ma – in effetti – è una delle più difficili ed è un documento chiuso e questa è proprio
vita passata, spero, vita passata, e comunque ecco quella è veramente una cosa da non
pensare che la vita è degli altri, la vita ognuno ce l’ha, ma non c’è niente – come dire? – di
quello che vogliamo, quello che vogliamo in bene, non quello che vogliamo in generale,
rispetto a quello che vogliamo non possiamo essere impediti e non possiamo pensare che
si […], ecco questo
SM – Questo è un messaggio importante.
MASSIMO SANNELLI, O,
Quaderni di Cantarena, Genova, 2001, p. 10.
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MS – Sì, no, perché io me lo sono preso proprio, cioè ci ho battuto la testa per capirla e
quindi, e poi era tutto un periodo che nevicava, guadagnavo poco, non avevo vero lavoro,
era uno sfracello e in più pensavo “la vita è degli altri”.
MF – Massimo, c’è un ragazzo che vorrebbe chiederti qualcosa.
RR – Perché ogni tanto alza la voce?
SM – Eh, questo è importante.
MS – Dunque, perché …, bisognerebbe avere la carta davanti, va beh …, un po’ vado ad
orecchio, dove mi viene da alzare la voce la alzo, poi ci sono delle cose, anche lì quando la
professoressa parlava di tecnica c’è anche un po’ di tecnica in questo, soprattutto se uno la
vuole leggere; allora abbiamo detto: la poesia può essere indifferentemente in versi o in
prosa, diciamo che è in versi, quando finisce un verso si fa una pausa perché è finito il
verso, si fa un po’ di silenzio e si attacca l’altro; poi ci sono delle parole che vengono
messe magari in corsivo, cioè quando vengono stampate inclinate, quando sono stampate
in quel modo, invece di essere dritte tendono verso una direzione, cioè sono inclinate,
vado calcato, quindi: “ora il gesto è un cerchio”, così, e quando finisce, che torna la
scrittura normale, anche la voce poi diventa normale, quando finisce il verso: pausa, e poi
si va anche un po’ ad orecchio, dove ti prende di più alzi la voce, ecco è tutto un motivo
così. Ma questo non vale solo per le mie, vale per qualunque poesia, qualunque. Altre
domande?
R – Come fa a […] a mettere le pause, le assonanze, le allitterazioni […]
MF – Massimo, scusa,
MS – Prego.
MF – se mi ripeti la domanda perché poi non sarà udibile al registratore.
MS – Quali tecniche uso per esprimere questa tecnica?
R – Sì.
MS – Eee, dunque, grosso modo ci sono due tipi di poesia in versi, adesso spiegate molto
alla buona. Ci sono poesie con i versi con le sillabe contate. L’avete fatto? Sapete questo?
RR – Come contate? Ah, sììì. Sì, l’abbiamo fatto.
MS – Esatto, sì, proprio quella, cioè c’è quella poesia del Carducci Su’l castello di Verona
/ batte il sole a mezzogiorno: son tutti versi di otto sillabe.
RR – [Dicono qualcosa e poi ridacchiano]. Quella che non riesce a scavalcare il muro
perché […]
MS – Non so.
SM – Cosa han detto?
MS – Boh, non lo so.
SM – Cosa han detto?
RR – [Rispondono qualcosa].
MS – Quella che non riesce a scavalcare il muro: ma non so.
RR – [Aggiungono qualcosa].
SM – Meriggiare pallido e assorto / presso un rovente muro d’orto,
MF – Massimo – ti dispiace? –, scusa, è stato O* [un alunno] a ricordarmelo, mancano
quattro minuti al suono della campanella. Se vuoi dare una conclusione al tuo incontro se
conclusione c’è.
MS – No, devo rispondere, devo rispondere. Quindi ci sono la poesia con sillabe contate e
poi la mia, non ha sillabe contate; son capace, però non l’ho mai fatto.
SM – Dobbiamo ancora farla la poesia con le sillabe non contate.
MS – Cioè, ci sono poesie senza endecasillabi, senza ottonari, senza …, cioè va avanti così
il discorso. Eee, quando tu non usi le sillabe contate e vai verso un orecchio, ti deve venire
ad orecchio. Non c’è una risposta; poi però quando le scrivi ci son delle tecniche, ecco, la
tecnica è questa, vai ad orecchio, però quando scrivi devi rispettare l’orecchio che sente,
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cioè se vuoi calcare una parola la metti inclinata in corsivo, se vuoi una pausa fai bianco e
vai a capo, e così, cioè, però è orecchio.
MF – La devi sentire tu.
SM – La senti prima nella tua testa, senti la sua musica e in corrispondenza delle pause
che senti vai a capo per indicare che lì c’è una pausa, per farla poi risentire allo stesso
modo di come la sentivi tu.
MS – Perché anche quando parliamo normalmente si fanno delle pause, non parliamo
tatatatatà, si fanno delle pause, a volte si fanno anche dei gesti, così, rallento, quindi
niente, anche la scrittura deve tener dietro a quelle pause, però ci si abitua, non c’è una
regola.
Un’istantanea di Massimo mentre in III C parla agli allievi di poesia.
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MF – G* [un’alunna] vorrebbe dire una cosa.
RR – Vorrei sapere quanto tempo mette a scrivere una poesia.
MS – È una cosa indecente.
SM – Credo che Elena sia un momento interessata a questo fatto; perché? Spiegalo un
attimo. Quanto tempo impieghi per scrivere una tua produzione?
RR – [Un compagno di classe subito interviene] Perché lei per fare un tema ci mette
quattro ore. [Altri compagni aggiungono] E fa sette-otto protocolli.
SM – Ha molto da dire.
MS – Bisogna avere molto da dire.
SM – [Squilla la campanella] Un attimo che Massimo conclude.
MS – E c’è poco da concludere, e, quanto tempo? Dunque, una poesia si scrive anche in
cinque mi…, cioè, in genere nasce in dieci minuti-mezz’ora e poi viene il discorso di
prima; è fatta bene, tutte le regole a posto, l’hai trascritta secondo l’orecchio e poi però ti
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cambia la vita intorno e la devi ancora cambiare; però la base di una poesia [è composta]
in pochi minuti, però la perfezione, ammesso che la perfezione esista, mesi mesi mesi.
Ecco, è solo quello. Però poi accadono dei miracoli, la scrivi in cinque minuti e in cinque
minuti è buona […]. Però io a mia volta ho poca esp…, perché ne ho scritto quarantasette,
quindi …, non ne ho scritto diecimila, ne ho scritto quarantasette, quindi …, eee boh e
niente, quindi è una non risposta. Sì, guarda, in cinque minuti: è musica.
RR – Un’altra cosa, com’è nata […]?
MF – Com’è nata l’ispirazione per la poesia, e poi?
RR – Come le è venuto in mente d’iniziare la carriera di poeta?
MF – [Sorridendo sottolineo la parola carriera] Carriera.
MS – Appunto. La carriera di poeta non esiste.
RR – [Vociare dei ragazzi che sogghignano per l’intervento della compagna]
MS – No no.
SM – Dai, Elena, va be’, ti sei spiegata.
MS – Come è nata? Più o meno, be’, la risposta, cioè, tutti più o meno scrivono poesie e
chi non le scrive dovrebbe cercare di avere un’attenzione poetica lo stesso alle cose. Il
discorso per cui la vita è degli altri, non mi piaceva la mia vita, mi sembrava di non avere
alcune cose eee volevo produrre qualcosa di mio.
RR – E il motivo per cui l’ha spinta a […].
MS – Quello.
SM – Te l’ha detto.
MS – Quello.
SM – Adesso, adesso presenteremo un’altra cosa; ne parliamo lunedì.
[Il resoconto termina con queste battute].
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MASSIMO SANNELLI
Dieci argomenti *
Ogni piano dell’albergo aveva la sua perla
Pier Paolo Pasolini, Poesia in forma di rosa
primo argomento: La diversità – più interiore che esteriore – è in parte necessaria e
connaturata, in parte ostentata e poco ingenua: questo stato, che è insieme salute e
malattia, ha portato un certo dolore, soprattutto nell’adolescenza. Ora scopro che è
accettato serenamente da altre persone, e a volte protetto e molto amato; a questo punto
tocca a me imparare ad accettarlo con serenità.
secondo argomento: L’amore non riesce a separarsi dall’amicizia, e l’amicizia contiene
una tenerezza che la rende più simile all’amore. Si crea l’ambiguità di uno stato che è
insieme libero e vincolante, sentimentale e corporale e insieme non sentimentale e
assolutamente casto: ma pensandolo come dono gratuito, l’ambiguità sembra – come è –
un volo basso, e la si rifiuta.
terzo argomento: La volontà di riscrivere il già scritto, rifiutando ciò che è fatto e reso
pubblico, tende alla perfezione, forse non raggiungibile dal punto di vista delle cose
umane. Tantomeno sarà raggiungibile, se la perfezione è collegata al desiderio di un
equilibrio dei/nei rapporti. Essi sono cangianti: anche questa è un’ambiguità, perché
l’eccesso di attenzione sensibile e la mancanza di un reale piano di comunicazione
stanno convivendo, apparentemente senza problemi.
quarto argomento: Non è più possibile praticare nel pensiero forme di autodistruzione,
che tradotte nelle forme rituali dell’arte diventano realmente autodistruttive («Non
presagisca mai una sua morte tragica in versi, poiché la forza della parola è tale che
come autosuggestione la condurrà alla morte presagita»: Boris L. Pasternak, oralmente,
citato nell’introduzione alle sue Poesie d’amore, Newton Compton, Roma 1990, p. 25).
quinto argomento: E’ ambiguo desiderare la solitudine e rivolgersi a occasioni di
raggruppamento (la pubblicazione dei testi, on line o su carta, prima di tutto; le letture
pubbliche; la critica letteraria). La mistica è un processo forse raggiungibile (ed è anche
un genere letterario, con la stessa dignità del vissuto); dopo la mistica dovrebbe esserci
il silenzio, non l’esibizione: ma la conoscenza della poesia ha bisogno di strumenti
pubblici e umani.
sesto argomento: La difficoltà di scrivere un romanzo semplicemente narrativo e non
(solo) sperimentale va di pari passo con il rifiuto della storia (della vita?): ma la
memoria, negli anni, si è esercitata a ricordare le date più importanti (la data di un
bacio, la data di un’apparizione pubblica). A poco a poco vedo che la nascita della prosa
è parallela a quella della volontà di confidare, mentre la poesia sta su un piano musicale
ed evocativo in cui la confidenza è meno importante.
settimo argomento: Non ci può essere rapporto tra il bambino (o la bambina: l’io
femminile che si espone nel Testo di Paola Zallio) – che scopre la diversità come stato
naturale e interiore – e l’adulto/a che rimpiange una normalità solo di superficie. Il
nome di Paola ricorre spesso nelle ultime scritture, e coincide con la scoperta, insieme,
*
Queste righe del gennaio 2003 possono completare il dialogo a scuola, che è del gennaio 2002. In un anno si
sono chiarite alcune cose: ad esempio, il senso di ossessioni formali (variazione, musicalità, ecc.) e
contenutistiche (il «coro», i molti, ecc.) e il valore del confronto con persone disponibili – insegnanti e allievi –
ad entusiasmarsi e ad entusiasmare. In questo anno si è imposta, soprattutto, la necessità della vita, al di fuori di
tentazioni lontane dalla vita («la vita è degli altri», come è detto, male ma sinceramente, e scritto, sopra). In
questo anno il peso di altri luoghi e persone è diventato maggiore, o è apparso ex novo, e ne è nata una nuova
serie di poesie: il titolo Antivedere ha il senso, doppio, di vedere-prima, pre-vedere, e di non-vedere, vedere al
contrario (quindi, positivamente, vedere l’interno; e, negativamente, rifiutarsi di vedere e di capire che la verità
è semplice).
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di alcuni limiti personali, in bene e in male: per contrastare questi limiti si scrivono
provocazioni contro il modo di gestire il percorso della propria vita; per contrastarli si
scrive, semplicemente.
ottavo argomento: Oscillare tra la purezza e il contrario della purezza stimola molti
testi e molta difficoltà a coltivare un equilibrio, che dovrebbe essere cercato per rispetto
alla vita (in tutti i sensi: anche alla vita di chi soffre, essendo collegato, non
metaforicamente, tutto ciò che è umano; ed è impossibile non considerare sacra la
realtà).
nono argomento: La ballata dell’‘esilio’ di Cavalcanti pone tre personaggi (il poeta,
cioè la persona; l’anima sola; il testo solo) devoti ad una destinataria di dolce intelletto.
Fa parte dei miti della poesia – e delle categorie italiane, in generale – la tendenza a
dividere la propria persona, spezzando, nell’artificio del testo organizzato, ciò che è già
all’esterno e sciolto dal nostro corpo. Il testo ‘mi’ rappresenta e le sue parti sono ‘mie’
parti; i suoi personaggi ‘mi’ appartengono: in positivo, è l’inizio della salute (spezzare
per essere un altro) o dell’abbandono mistico (spezzare per essere con e come Altro); in
negativo è una divisione dolorosa (spezzare per non essere più niente).
decimo argomento: L’uso poetico di molte lingue può indicare allontanamento da una
realtà (Amelia Rosselli: scrivere in inglese e «mille miglia sopra la realtà italiana») o,
più di tutto, contatto con la realtà degli altri. Se l’ipotesi del contatto è valida, ho
frainteso ed esagerato la distanza: cioè ho proiettato una situazione privata (rispetto alla
quale volevo interporre «mille miglia») sopra una situazione di molti, da interpretare
con attenzione.
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SOTTOLINEATURE
MASSIMO
SANNELLI
Ogni selezione è arbitraria.
Abbiamo consapevolmente emendato il colloquio di Massimo da tutte quelle connotazioni che lo
rendevano troppo personale e umanamente vivo per poter ben figurare nella teca di vetro della
nostra pedante rubrica.
1. Un avvenimento reale scritto diventa un simbolo e un gioco di parole.
2. La poesia vive di paradossi.
3. Spesso la scrittura è fedele e nello stesso tempo infedele alla realtà senza incorrere in
inganni.
4. Mascherarsi attraverso la scrittura significa produrre brutture. Le belle parole e l’euritmia
possono forse abbindolare qualcuno, ma l’autore non può non percepirne la falsità.
5. Ogni poesia racchiude più contenuti.
6. La lettura delle poesie richiede una breve sosta al termine di ogni verso ed esige un tono
elevato di voce per le parole in corsivo. La regola principe sta però nell’andare anche un po’
ad orecchio.
7. La poesia a sillabe contate viene composta ad orecchio.
8. Una poesia nasce generalmente in dieci minuti/mezz’ora, però poi viene rivista, modificata,
e – per tendere alla “perfezione” – può comportare l’impiego di mesi e mesi di lavoro.
9. Tutti, più o meno, scrivono poesie e chi non le scrive dovrebbe prestare ugualmete
un’attenzione poetica alle cose.
10. La poesia permette di produrre qualcosa di veramente proprio.
11. Firenze è lussuosa e ricca di grandi negozi; Genova, invece, è barbara, bella e strana.
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NOTE INFORMATIVE:
GIACOMO V E R D E
La televisone non esiste: sono solo figurine è il titolo stabilito da Giacomo Verde per
emblematizzare la lezione/performance durante la quale il videoartista ha punzecchiato, sollecitato,
sedotto, sconcertato, irriso tutto un sistema convenzionale di pensare ed agire proprio dell’uditorio
Dettaglio dello striscione pubblicitario esposto nell’aula durante l’incontro con Giacomo Verde.
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che aveva dinanzi. Correva il giorno 26 gennaio 2002 – un sabato mattina – quando, assiepato in
aula video e ripartito in due turni, il pubblico, così burlescamente staffilato, decise di stare al gioco
partecipandovi attivamente allo scopo di contro-sbeffeggiare il discorso in atto. Alla fine
dell’amichevole duello era percepito da tutti che il muro generazionale e lo scetticismo nutrito nei
confronti dell’esperto erano caduti: Giacomo Verde risultava essere “uno di loro”.
L’operazione artistico/didattica si è materializzata grazie al contributo della BANCA CARIGE che
da diversi anni sostiene generosamente questa nostra iniziativa.
La cronaca della mattinata, che vi scodelliamo nelle pagine seguenti, vanta l’assenso dell’Artista.
Giacomo Verde in un suo caratteristico atteggiamento.
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PROFILO BIOGRAFICO
DI GIACOMO VERDE
Giacomo Verde è nato in provincia di Napoli nel 1956. Diplomato all'Istituto d'Arte di Firenze
attualmente abita a Lucca. Svolge attività teatrale e artistica dal 1973. Ha collaborato con diverse
formazioni come attore, autore, musicista o regista. Nel '83 inizia a realizzare videotapes
(attualmente più di cento), prima in rapporto alla pratica teatrale poi come opere a se stanti, con
particolare attenzione alle potenzialità espressive dei mezzi poveri. Nell''85 fonda il gruppo di
teatro-musica "BANDAMAGNAETICA" con cui realizza molte azioni di strada, lo spettacolo e il
radiodramma "Vita in Tempo di Sport" e il mini L-P "Document'azione
86-87". Dal '86 realizza videoistallazioni partecipando a diversi festival ed esposizioni nazionali ed
internazionali. Nell '89 inventa il TELE-RACCONTO (performance teatrale che coniuga
narrazione, micro-teatro e macro ripresa in diretta) e da allora realizza o dirige diversi
"teleracconti"
sia
nell'ambito
teatrale
che
in
quello
della
ricerca
visiva.
Dal '92 realizza installazioni interattive e si occupa di realtà virtuale e computer art. Dal '94 da
"vita" con un cyberglove ai personaggi virtuali EUCLIDE di Stefano Roveda. Nel '99 fonda
l'associazione culturale ZoneGemma (laboratorio teatrale di cultura bio-tecnologica) con lo scopo di
realizzare eventi teatrali che mettano in rapporto scena e nuove tecnologie. Nel 2000 realizza l'opera
di net-art QWERTYU (e www.qwertyu.net) per il nuovo sito www.domusweb.it; lancia con
Tommaso Tozzi il NETSTRIKE 214-T contro la pena di morte (in collaborazione con il sito
www.netstrike.it); avvia le docenze del corso su Video e Teatro all'Accademia delle Belle Arti di
Macerata e del corso su Computer Art all'Accademia delle Belle Arti di Carrara. Nel 2001 apre il
sito WEBCAMTHEATRE.ORG con la performance CONNESSIONE REMOTA dal Museo Pecci
di Prato; avvia la collaborazione con www.italy.indymedia.org e realizza il video SOLO LIMONI,
documentazione videopoetica in 13 episodi sull'anti-g8 di Genova.
Continua e' la sua attività di laboratori video, collaborazioni teatrali, produzioni videoartistiche, netart, conferenze ecc. ecc.
http://www.verdegiac.org
http://zonegemma.cjb.net
http://www.webcamtheatre.org
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TRASCRIZIONE DELL’INTERVENTO
LA TELEVISIONE NON ESISTE: SONO SOLO FIGURINE
Legenda
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-
GV
RR
II
MF
-
Giacomo Verde
Alunni
Insegnanti
Mario Fancello
GV – Voi vedete bene la televisione?
RR – Sì.
GV – Come?
RR – [Parlano].
GV – Al gruppo di prima lo stavo dicendo, che è poi la verità, perché tutte le volte che
mi presentano come artista io un po’ mi vergogno perché non mi riconosco nella figura
dell’artista così come viene normalmente – come si dice? – presentata. Secondo voi che
cos’è un artista?
RR – Uno che fa arte.
GV – Uno?
RR – [Ripetono].
GV – Che fa arte? Che cos’è l’arte?
RR – [Rispondono].
GV – Eh?
RR – [Ripetono] Un metodo d’espressione.
GV – Un metodo d’espressione, sì, è vero, è uno dei mezzi d’espressione. Ma? Poi? Solo
quello? Un metodo d’espressione?
RR – [Silenzio].
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GV – Ouh, va bene, eh, non è mica sbagliato, [ride], non vi vengono in mente altre
definizioni? Altre cose? No?
RR - … un metodo di comunicazione.
GV – Un metodo di comunicazione? Sì, è vero, è vero, sì, va bene. In effetti è vero,
avete ragione. Però, in realtà, la questione è che l’arte oggi (perlomeno così com’è nella
realtà) è soprattutto mercato; è mercato di opere, è mercato di idee, mercato gestito
attraverso le gallerie, attraverso i festival,attraverso tutta una serie di cose dove non
conta tanto quello che fai ma come ti promuovi. Capite questo conCIEtto [enfatizza
ironicamente la i clandestina]? Cioè, a seconda di come …, a quali gallerie sei più o
meno collegato, a quali giornali sei più o meno collegato, diventi più o meno famoso.
Poi c’è un’altra versione. Io mi vergogno un po’ perché di solito per artista si definisce
qualcuno che sa disegnare, no?
RR – No.
GV – Nooo?
RR – No, no. No.
GV – E cos’altro?
RR – Oppure che fa sculture.
GV – Oppure che fa sculture, e sennò cos’altro?
RR – Quelli che vediamo nei filmati, dei video.
GV – Dei video?
RR – Vediamo dei video. [Si sovrappongono molte voci].
GV – Quello che sa esprimere il proprio pensiero?
RR – Un musicista.
GV – Musicista, be’, meno male [ridacchia], via, perché di solito [ridacchia] invece tutti
pensano che l’artista sia uno che fa i quadri, uno che fa le sculture, uno che fa queste
cose qua che si attaccano nel muro, si mettono sul piedistallo e basta. No?
RR – [Intervengono in molti ma le loro voci non sono comprensibili. Uno dice] Anche
un attore è un artista.
GV – Eee, mentre invece esiste un modo di fare l’arte … Oppure all’artista di solito si dà
un’importanza, si pensa che gli artisti siano delle persone più brave, più intelligenti, più
ganze di altre – no? –, di solito. Mentre invece non è assolutamente vero perché l’artista
appunto … qualcuno … chi è che ha parlato? Esprime la creatività, esprime?
MF – Un metodo di espressione.
GV – un metodo di espressione o di comunicazione come diceva lui. In effetti, artista
(per me almeno, ma no solo per me, per tutto un movimento), artista è chiunque decide
di definirsi tale in qualsiasi momento. Cioè anche voi, qui e ora, se volete pensare di
essere artisti siete artisti, perché le capacità di essere creativi ce le avete tutti; tutti ce le
abbiamo, basta decidere di usarla o meno, di metterla in gioco, di spenderla, di
esercitarla o meno. Sappiate che comunque nel mondo in cui viviamo la maggioranza dei
contesti (sociale, di lavoro e così via) fanno di tutto perché siate il meno creativi
possibile. Spesso succede questo, cioè vi viene fatto credere che non siete abbastanza
intelligenti, che non siete abbastanza creativi, che non siete capaci appunto di
esprimervi, e che dovete sostanzialmente in generale cercare di capire, cercare di
ubbidire, cercare di fare quello che vi viene detto. È vero o no?
RR – Sì, sì. Sì.
GV – È vero o no?
RR – Sì. No.
GV – Eh?
RR – Anche il prof di Artistica.
GV – Anche il prof di Artistica ve lo dice? E anch’io lo devo fare.
MF – [Ridacchio].
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GV – Invece – secondo me – anche voi come tutte le persone avete le capacità di
creatività che vanno semplicemente sviluppate. Se voi decidete di dargli spazio, tempo e
di portarle avanti voi diventate artisti, ma in qualsiasi campo, eh, in qualsiasi situazione,
anche se non sapete disegnare, anche se non sapete fare scultura, basta che abbiate delle
capacità appunto creative di organizzare in maniera creativa dei concetti, dei lavori, delle
attività, delle idee. Per esempio, in quest’ultimo secolo ci sono tanti artisti (c’è tutto un
filone che si chiama arte concettuale) che sono artisti che non fanno niente di concreto
ma esprimono delle idee, interpretano il mondo, fanno vedere le cose in un certo modo,
ti dicono: guardate che una sedia non si può vedere solo così ma si può vedere anche in
quest’altro modo, e già il fatto di far vedere una cosa da un altro punto di vista (se il
punto di vista che viene proposto è interessante) è un gesto artistico. Capito? Oppure ci
sono gruppi di artisti che lavorano insieme, dove non c’è più la figura, la persona, il
personaggio creativo considerato intelligente, ma un gruppo di persone che lavorano
insieme, quindi fanno progetti di comunicazione e di arte e quindi mettono in crisi il
ruolo dell’artista così com’era pensato una volta, come Michelangelo, come Leonardo da
Vinci – no? –, dice il genio dell’arte; oggi il genio dell’arte è solo un modo di pensare
l’artista, ma se no per molti artisti non esiste più il genio dell’arte, ma esistono delle
pratiche artistiche, cioè un modo di pensare, di agire nel mondo e per il mondo che
viene considerato artistico perché appunto cerca di sviluppare la creatività e altri punti di
vista. È chiaro? Okay. Io appartengo un po’ più a questo settore qua, cioè delle persone
che cercano semplicemente di esprimere, di mettere in gioco la creatività e di dare
strumenti di creatività a più persone possibili perché io appartengo alla generazione
punk. Conoscete il punk?
RR – Sììì. Sì. Sì.
GV – Sentiamo: cosa conoscete del punk – via – ?
RR – [Rispondono in tanti confusamente].
GV – Cosa conoscete del punk? Eh?
RR – [Dicono varie cose].
GV – I Ramonez? E cosa dicevano i punk – vediamo –? Qual erano i motti dei punk?
Quali sono gli slogan anticipatori del punk?
RR – Eh?
GV – Quali sono gli slogan anticipatori del punk?
RR – [Vociare indistinto].
GV – [Scandendo] Gli s l o g a n p r i n c i p a l i d e l p u n k quali sono? Via,
quali sono? Allora cosa dite di conoscere il punk? Non lo conoscete il punk. Ah,
conoscete il nome ma non che cosa dicevano i punk. Allora, uno degli slogan principali
del punk era: <<Prendi la chitarra e fatti la tua musica>>.
RR – OOOUUUHHH.
GV – Eh, sì, [sorridendo] ooouuuhhh, “Prendi la chitarra e fatti la tua musica”, nel
senso: invece di stare ad ascoltare la musica che ti propongono le radio, le televisioni,
tutti quegli altri, prendi la chitarra e fattela da te la tua musica; invece di stare a ascoltare
e basta, fatti la tua musica; questo era uno degli slogan del punk. È chiaro? E quindi io
appartengo un po’ a quella generazione dove non riconosco l’autorità degli artisti o di
quelli che si sono già affermati, ma semplicemente dico okay, loro hanno fatto il loro,
adesso tocca a me fare il mio; loro hanno fatto la loro storia, adesso io voglio fare la mia
storia, qui e ora. Non so se è chiaro. Tant’è vero, io ero così bischero fin da piccino eh,
perché pare già in terza media, quando dovevo decidere cosa fare da grande, perché
adesso toccherà anche a voi…
RR – Emmo zà dæto [Abbiamo già dato, perché hanno già fatto la prescrizione alle
superiori].
GV – Eh? Cosa?
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MF – Parla in genovese.
Giacomo Verde conversa con gli allievi affiancato dal professor Fancello che ha in mano il registratore.
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GV – Scusa, io non capisco il genovese, perdonami. Quando dovevo decidere cosa fare
da grande i miei genitori volevano mandarmi …, ah, mi mandarono all’Istituto Tecnico
RR – Al Calvino?
GV – Come?
MF – È il nome di una scuola, qua a Genova, di un Istituto Tecnico, sì.
GV – Come si chiama? Calvino?
MF – Sì, da Italo Calvino.
GV – Ah, Calvino, non capivo, scusa. No, no, perché io non sono di Genova, io sono di
Empoli. Sapete dove è Empoli?
RR – Sììì.
GV – Sono empolese. Io volevo fare l’Istituto d’Arte perché ci avevo un compagno di
classe che sapeva disegnare molto bene e lui sarebbe andato all’Istituto d’Arte. E,
siccome era amico mio, volevo andarci anch’io all’Istituto d’Arte. Poi anch’io un
pochino a disegnare me la cavicchiavo, non è che ero un genio eh, un pochino. Poi
l’Istituto d’Arte era a Firenze città, mi interessava più “l’avventuroso andare” a Firenze –
no? – che stare a Empoli; i miei invece non mi ci volevano mandare, mi volevano
mandare all’ITI a fare
RR – Dov’è che andava?
GV – All’ITI, Istituto Tecnico Industriale, perché mio padre voleva che – dopo – io, da
grande, lavorassi in fabbrica con lui, perché mio padre si occupava di confezioni – no? –,
allora all’Istituto Tecnico poi c’era un corso per imparare a fare i tessuti, queste cose
qua, a Prato, ma siccome a me non mi garbava, non ne volevo sapere, mi feci bocciare;
quindi il primo anno all’Istituto Tecnico lo persi. Presi una chitarra (prima il flauto), misi
su un gruppo rock, cominciai a suonare e non studiavo quasi niente, suonavo sempre con
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questo mio gruppetto, facevo un po’ di concerti in giro e mi feci bocciare. I miei furono
costretti a mandarmi all’Istituto d’Arte a Firenze, perché se no io continuavo a farmi
bocciare, [ridacchia], non c’era niente da fare, però io andai all’Istituto d’Arte in Firenze
a tessitura; sapete che cos’è la tessitura? Dove insegnano a fare i tessuti, no? In una
classe femminile.
RR – [Risate]. Dipende da com’erano le femmine.
GV – No, erano carine, no.
RR – [Risate].
GV – Infatti mi è stato molto utile come maschio.
RR – [Un ragazzo dice qualcosa].
GV – Eh?
RR – [Ripete] Io sarei stato felice.
GV – Infatti ero contento. Mi è stato molto utile.
RR – [Uno dice] Mi ci iscrivo io.
GV – E comunque lì, all’Istituto d’Arte, siccome ero a tessitura, non è che insegnassero
particolarmente a disegnare, non era pittura; se vai a pittura ti insegnano tutte le tecniche
di pittura o a fotografia ti insegnano a fotografare – no? –; però per fortuna ho fatto
l’Istituto d’Arte, che poi lì c’erano dei corsi – come si chiamavano? – sperimentali, fuori
dagli orari di curriculum e c’era il professore di Educazione Fisica – addirittura – che
faceva il corso di teatro, nelle ore del pomeriggio – no? – e quindi io e altri della scuola
partecipavamo al corso di teatro e da lì ho veramente cominciato a fare l’artista tra
virgolette, facendo teatro però, quindi prima lì a scuola; così quando finii di fare
l’Istituto d’Arte mi trovavo che già lavoravo, facevo teatro di strada, facevo laboratori
teatrali per i ragazzi, facevo cabaret per il Festival dell’Unità, che a quei tempi ce
n’erano tanti, nei piccoli teatri che c’erano in giro per la Toscana. Quindi, quando finii le
scuole, io già lavoravo, giravo, facevo piccole tournée e così via; fu una fortuna questo
professore di Educazione Fisica. Non ho neanche fatto l’Università perché, quando
decisi di fare l’Università, c’erano dei docenti all’Università, ché volevo iscrivermi: al
DAMS, non so se sapete che cos’è il DAMS
RR – Sì, c’è a Bologna.
GV – C’è a Bologna; adesso lo fanno anche a Genova
RR – È quello delle arti, della musica
GV – Disciplina, arte, musica e spettacolo si chiama. Volevo iscrivermi al DAMS o
all’Accademia di Belle Arti e i professori mi dissero: <<Ma cosa ti iscrivi a fare che tu
già lavori? Te fai già teatro e già ti va tutto bene; cosa vuoi metterti a studiare? Vai che
studi lavorando – mi dissero –, sei già in campo artistico>>. Adesso però faccio anche
l’insegnante, [rivolgendosi a me] lo sai?
MF – [Sorrido].
GV – Non me lo sarei mai aspettato; insegno in due Accademie d’Arte addirittura; non
me lo sarei mai aspettato di diventare un insegnante da grande, proprio mai.
MF – Ed è una bella cosa in Italia, dove il titolo conta più del saper fare.
GV – [Ridacchia]. Eeeh, quindi … Cosa stavo dicendo? Ho perso il filo.
RR – I suoi professori le hanno detto che non doveva andare a studiare.
GV – Ah, sì, okay, quindi quando finii l’Istituto d’Arte già facevo lavoro, però di teatro,
fine anni Settanta più o meno; verso i primi anni Ottanta – ’82-83 – in teatro vidi degli
altri amici che utilizzavano il video in scena per fare degli spettacoli; invece negli altri
c’erano soltanto gli attori e le scenografie. Non so, siete mai andati a teatro?
RR – Sììì. Sììì.
GV – Avete visto un po’ – no? – : ci sono le scenografie e cose così. Invece vedevo
questi miei amici che utilizzavano dei video o delle videoproiezioni o più che altro
video, perché nei primi anni Ottanta la videoproiezione era una cosa costo – si – ssi –
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ma, difficilissima da avere; per cui, vedendo quelle cose lì, dissi: Ah, bene, interessante,
mi piacerebbe provare anche a me, fare degli spettacoli utilizzando dei video, poi avevo
visto un festival di videoarte, … L’avete visti i festival di videoarte?
RR – Nooo.
GV – Ma i video d’arte ve li ha fatti vedere?
RR – Sììì.
GV – Allora un festival di videoarte dove … Adesso non so esattamente cosa vi ha fatto
vedere il vostro prof., ma io mi ricordo che vidi nella televisione, nel video, delle
immagini, delle cose che normalmente in televisione non si vedevano; non so, – per
esempio – voi in televisione cosa vedete? Al teleschermo: telefilm?
RR – [Dicono qualcosa e ridono].
GV – Cartoni?
RR – [Citano titoli di programmi, sport, pubblicità].
GV – Insomma, in questo festival di videoarte a Ferrara, dove andai per la prima volta,
vidi dei video e un modo di usare la televisione che di solito alla televisione non si
vedeva; adesso voi vedete Videomusic – no? –, i videoclip. Nel 1982 i videoclip – i video
musicali – non esistevano, non c’erano; quello che voi adesso vedete nei videoclip,
molto di quello che vedete nei videoclip, è stato saccheggiato, è stato rubato, dalla
videoarte. Sono esperimenti, modi di trattare l’immagine, di costruire la narrazione, di
raccontare storie, che hanno sperimentato i videoartisti. Adesso gli artisti fanno ancora
altre cose, altre modalità di narrazione, di uso dell’elettronica. Quindi io, quando vidi
alla televisione le immagini fatte a quel modo lì, dissi: <<Porca miseria! Ma allora la
televisione si può utilizzare in un altro modo; in televisione si possono fare altre cose da
quelle che ci propinano tutti i giorni, che ci fanno vedere. Okay, voglio provare a farle
anch’io>>. Quindi noleggiai una videocamera (a quei tempi si noleggiava) VHS e
cominciai a fare un po’ di riprese; stavo in campagna, ci avevo un gruppetto rock che
stava sotto casa, quindi cominciai a fare riprese a loro, a inventarmi una storia (con degli
amici, ché andavamo fuori a fare dei graffiti sui muri) a riprendere tutta questa azione;
quindi, provando provando, pian piano ho imparato a fare video e sono diventato [se la
ride] un videoartista riconosciuto e così via.
Adesso vi faccio vedere un video di nove minuti, dove praticamente c’è il riassunto delle
mie attività video nel campo dell’arte elettronica fino al 1995; è un video fatto di
frammenti di diverse opere, di diverse cose, di diverse operazioni che ho fatto; così
capite un po’ meglio di cosa sto parlando, se no parlo parlo; così capite un po’ meglio.
Se nel video che vedete ci sono delle cose che vi incuriosiscono o che non capite invece
o che vi interessa approfondire ricordatevele, segnatevele in testa, e poi – dopo – me le
chiedete e vediamo come andare avanti, perché a seconda di quello che … Io ho portato
sei o sette cassette, però a seconda di quello che vi interessa vi faccio vedere una cosa
piuttosto che un’altra. Va bene? Vado?
RR – Vai, vai.
[Proiezione].
RR – [Al termine battono le mani]. In prima media ci ha fatto vedere
GV – Ah, quello di Hans e Gretel?
RR – Sì
GV – [Rivolgendosi a me] Ma tutto Hans e Gretel?
MF – Sì.
GV – Ah.
RR – Non è che cantava lei?
GV – No. A cantare sono i CSI, li conoscete?
RR – Eh? No.
GV – Consorzio Suonatori Indipendenti.
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RR – [Dicono molte cose che non si riesce a decifrare dalla registrazione].
GV – Adesso si sono sciolti, ex CCCP.
RR – [Esplodono in un] Aaahhh.
GV – I CCCP li conoscete?
RR – No. [Dicono qualcosa a dimostrazione della loro effettiva conoscenza del
complesso in questione].
GV – Sì. Poi è stato un gruppo punk; anzi l’unico – il più importante – gruppo punk
italiano vero erano i CCCP; Giovanni Lindo Ferretti è il cantante.
RR – [Si divertono a far finta di conoscerli] Aaahhh, ora ci siamo. Adesso lo sai però.
GV – Poi si sono sciolti e, insieme a una parte dei Liftiba, una parte dei CCCP e una
parte dei Liftiba (i Liftiba li conoscete un po’ di più)
RR – Sì, sì, sì.
GV – hanno formato i CSI, che si sono sciolti anche loro due anni fa.
RR – [Varie voci] Si sciolgono tutti. Adesso i più importanti italiani sono i Pancreas.
Chi? Pancreas. Pancreas?
GV – Ah, i Pancreas. Ah, be’, anche loro sono bravi, conosciuti. Allora, avete visto ‘sto
video? Okay? Avete visto che è fatto di tante cose. C’è qualche cosa che non avete
capito? Qualcosa che vi ha incuriosito? Qualcosa che vi interessa capire meglio? Vai.
RR – [Pongono una domanda non percepibile].
GV – No. Quei nomi che ci avevo sotto erano i luoghi dove ho fatto installazioni o i titoli
delle opere o i titoli e i luoghi dove le ho esposte. Perché alcuni erano video e allora c’è
soltanto il titolo; altri invece erano installazioni e allora c’è il titolo e il luogo dove ho
fatto quella ripresa, capito?
RR [Altra domanda].
GV – L’inizio cosa?
RR – Quando passava quella ragazza.
GV – Quella ragazza lì? Quello lì è l’inizio; era un frammento di una performance,
installazione, che ho fatto, una delle prime che ho fatto a Narni, che è un paesino delle
Marche. Era una performance che funzionava così, era un palazzo, un vecchio palazzo
che aveva tre cortili interni, e ho fatto una sorta di spettacolo, performance-spettacolo,
fatta insieme agli abitanti del palazzo; quelli che vedevate lì erano alcuni abitanti del
palazzo più un’attrice, quella ragazza con l’accento tedesco era un’attrice, gli altri invece
erano dei ragazzini, degli abitanti del palazzo, l’altra signora anziana invece era anche
lei un’abitante del palazzo. Quindi noi avevamo inventato, simulato, che in quel palazzo
ci fossero dei coltivatori di televisori, cioè delle persone che facevano crescere i
televisori, poi quando maturavano li rompevano e riseminavano i pezzi dei televisori
fino a farli crescere di nuovo
RR – La stessa cosa si fa con i soldi.
GV – [Ridacchiando] Quella a Pinocchio.
I I – [Il pubblico degli insegnanti ride].
GV – Neanche a Pinocchio. Quello era il gioco, no? Allora gli spettatori entravano in
casa per sbaglio, cioè gli spettatori sapevano che alla tal ora si dovevano trovare
all’ingresso di quel palazzo, però arrivavano lì e non c’era niente, fino a che a un certo
punto arrivava una ragazza con una borsa della spesa, aveva la chiave per entrare in
casa, apriva la porta, le cascavano in terra degli aranci e quindi mentre raccoglieva gli
aranci lasciava la porta aperta, allora gli spettatori stavano lì un po’ e poi cominciavano a
entrare. Appena gli spettatori entravano, c’erano tanti televisori sparsi da per tutto –
diciamo così – nel palazzo, dove cominciavano ad apparire queste persone, gli abitanti
del palazzo che cominciavano ad annunciare che c’era stata un’invasione, che nel
palazzo c’erano degli estranei (che erano gli spettatori) e quindi cominciavano ad
annunciare: << Attenzione. Pericolo, estromettere invasione, estromettere, estromettere,
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-
estromettere>> Intanto c’erano delle altre azioni contemporanee che portavano alla fine
alla rottura del televisore che era una specie di rito finale dove gli abitanti del palazzo
rompevano il televisore. La gente pensava che fosse finito lo spettacolo, faceva per
applaudire e invece c’eravamo tutti quanti organizzati, avevamo delle spranghe di ferro,
e li buttavamo fuori, gli spettatori, senza farli applaudire, perché avevano invaso la casa,
avevano invaso la coltivazione e quindi se ne dovevano andare.
RR – A un certo punto è comparso … si vedeva lei e poi non so che cosa, si vedevano
delle cose, però non ho capito bene; verso la metà è comparso lei con delle cose davanti,
prima di Hans e Gretel
GV – Avevo un guanto?
La professoressa Rosangela Piccardo ascolta Giacomo Verde all’ombra del nostro sponsor.
-
RR – Sì.
GV – Una cuffia?
RR – Sì.
GV – Lì erano dei lavori che stavo appena facendo; fra le altre cose faccio l’animatore di
personaggi virtuali. Sapete che cosa sono?
RR – No. No. Come Lara Kroft?
GV – Lara Kroft è una delle mie fidanzate [ride]. No. Personaggi virtuali. Ci sono diversi
tipi di personaggi virtuali. Ci sono alcuni tipi che sono quelli che – appunto – sono
generati dal computer, anzi da programmatori e che vengono animati e vanno a finire nei
videogames e però loro hanno una vita relativa perché si muovono e parlano perché sono
stati programmati a dire e a fare quelle cose lì e basta; poi invece c’è un’altra
generazione di personaggi virtuali che sono animati – si dice – in tempo reale, vuol dire
che c’è un animatore, mentre il personaggio viene generato dal computer qui e ora
attraverso il processore e così via, c’è un animatore che con dei sensori gli dà il
movimento e gli dà la parola. Nel caso che avete visto lì, io ho un guanto che è munito di
sensori, che è collegato al computer e che muovendo le dita della mano (a seconda dei
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-
-
sensori che muovo) do vita al personaggio; i personaggi che utilizziamo noi sono
praticamente delle facce, per cui io con la mano riesco a farlo parlare: col pollice gli
muovo la bocca, muovendo il pollice; con l’indice gli muovo gli occhi utilizzando le due
falangi che sono qua, li posso far chiudere in orizzontale o in verticale; con il medio gli
faccio muovere le sopracciglia; con il mignolo gli do altri tipi di espressione, e poi ho la
tastiera del computer ché ha delle espressioni programmate o preimpostate, per cui a
seconda dei tasti della tastiera mi scattano delle mutazioni del personaggio e in più ho il
microfono con la voce effettata che mi permette di dargli la voce. Gli spettatori vedono il
televisore con il personaggio e pensano che sia un cartone animato o che sia una cosa
registrata – insomma – mentre invece non lo è. Attaccata al televisore c’è una telecamera
che riprende gli spettatori che sono di fronte al personaggio. Io sono in un’altra stanza e
quindi attraverso la telecamera vedo gli spettatori che stanno davanti a quel televisore e
faccio parlare il personaggio direttamente con gli spettatori. Il personaggio può parlare
di qualunque cosa chiaramente a seconda degli argomenti che di volta in volta gli
spettatori chiedono di voler affrontare. Chiaro? Hai capito?
RR – [Un ragazzo risponde] Non tanto.
GV – Eh, lo vedo, fai le domande, poi ti distrai, allora che le fai a fare? Altre domande?
Altre questioni?
RR – [Parlano sottovoce].
GV – Meglio, oh! Così sto zitto. Se non volete saper nulla io non vi dico nulla. Avete
capito tutto? Nelle cose che avete visto non c’era niente di strano?
RR – [C’è chi pone qualche domanda].
GV – Quella del piede ingessato cos’era? Sì, te lo spiego. Quello lì allora… Il piede
ingessato è un’opera, una delle mie; io la considero una delle mie ultime opere di
videoarte pura – diciamo così – perché poi a un certo punto io ho continuato a fare i
video però non li ho mandati più ai concorsi, alle rassegne di videoarte, perché non me
ne fregava più niente, perché tanto nelle rassegne di videoarte li vedono soltanto quelli
della videoarte, del popolo dell’arte e basta e chi se ne frega? A me non interessa più
quel giro lì. Mi interessa fare dei video, delle cose, che vengano viste in altri contesti, da
persone che sono interessate a capire e a vedere qualcosa dal vero; mentre invece nel
mondo dell’arte purtroppo c’è una certa chiusura e quindi non si possono fare più di tanti
discorsi. L’ultimo video che ho fatto – per esempio – l’ho fatto sugli scontri di Genova.
Sull’anti-G8. Sì.
RR – Ce lo fa vedere?
GV – Qui non ce l’ho. Lui [indica me] ce l’ha però.
MF – Sì.
RR – Perché non ce lo fa vedere?
MF – Se lo chiedete ve lo farò vedere.
RR – Sììì. Sììì.
MF – Un altro giorno ovviamente. 1
GV – Un altro giorno. Eee, quel video là, quello del piede ingessato, l’ho fatto e dedicato
al mondo dell’arte per prendere un po’ in giro il mondo dell’arte, e infatti si chiama
opera d’artovideo, giocando sul doppio senso fra arte e arto, no? E l’arto è un piede
ingessato, un piede rotto, quindi per giocare, per prendere un po’ in giro tutto il mondo
dell’arte. Fra l’altro quando l’ho fatto, me lo ricordo, mi sono veramente rotto il piede,
perché m’avevano rubato la telecamera, allora – dalla rabbia – ho tirato un calcio contro
l’edicola, perché ero dal giornalaio, non mi sono accorto che dietro al metallino c’era un
muro, quindi mi son rotto il piede e sono stato quaranta giorni ingessato, non sapevo
1
Poi l’ho effettivamente proiettato sia ai ragazzi dei III A sia agli alunni di III B e III D perché, diffondendosi la voce
attraverso il passaparola, mi fu richiesto anche dagli allievi delle altre due terze.
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-
-
-
cosa fare per quaranta giorni e ho cominciato a disegnare e ho disegnato il mio piede per
quaranta giorni [ridacchia]; ho fatto prima disegni piccolini così, poi li ho fatti sempre
più grandi, alla fine ho fatto un disegno grandissimo – un quadro grandissimo – del
piede ingessato e ho poi registrato; siccome mi sono comprato la videocamera, per
provare la telecamera riprendevo il mio piede e diversi posti dove andavo. Alla fine di
tutto ho detto: <<Sai cosa faccio? Lo faccio diventare un’opera d’arte – no? – per
prendere in giro quelli che fanno l’arte basata sui propri sentimenti, sul proprio punto di
vista e così via>> e ci ho fatto un video che però invece poi è diventato qualcosa di altro
perché ci ho inserito dei titoli di un libro di Edgar Morin, si chiama Terra patria, un
filosofo francese, che è uno dei teorici della teoria della complessità. Sapete cos’è la
teoria della complessità?
RR – Eh?
GV – Oh, mamma! [Ridacchia]. La teoria della complessità dice sostanzialmente che nel
mondo non c’è – non può esserci – un solo punto di vista che decide che cos’è il mondo,
che cos’è giusto e che cos’è sbagliato, ma ci sono tante culture, ci sono tante persone e
tanti modi di vedere il mondo e che tutti questi diversi modi di vedere il mondo devono
dialogare tra di loro per rispettare le differenze e trovare comunque degli accordi (questo
detto molto banalmente) e si deve soprattutto tener conto che siamo tutti su uno stesso
pianeta, che è sostanzialmente il nostro pianeta; è come se fosse un’astronave persa nella
galassia e quindi, se noi non ci rendiamo conto di essere tutti su una stessa astronave e
continuiamo a fare soltanto guerra tra di noi, l’astronave è destinata (appunto come si
diceva) a finire, a morire con tutto il suo equipaggio, che siamo noi. Questo detto molto
semplicemente. Quindi quel video lì del piede era questo gioco di prendere in giro l’arte
e contrapporre a una visione dell’arte dogmatica, precisa, una visione dell’arte giocosa,
divertente, ironica e spiazzante. Ho risposto bene?
RR – Sì.
GV – Meno male. Altre domande? Altri sospetti?
RR – All’ultimo c’era
GV – Ma sempre te!
RR – c’erano delle persone che rotolavano
GV – C’era?
RR – delle persone che rotolavano [Alcuni ragazzi che ascoltano il loro compagno
parlare commentano] Ah, è vero.
GV – Sì. Cosa vuoi sapere?
RR – [Risponde].
GV – Allora, quello lì è un frammento di quattro video che ho fatto durante un
laboratorio teatrale con i detenuti del carcere di Padova e un gruppo di donne invece non
carcerate. Le cose funzionavano così; c’erano detenuti – uomini – in carcere che
facevano un laboratorio teatrale e donne invece libere – fuori dal carcere – che facevano
lo stesso tipo di laboratorio teatrale. I soggetti del laboratorio erano gli affreschi della
Cappella degli Scrovegni di Giotto, ovvero La Storia della Vita di Cristo e Il Giudizio
Universale, conoscete? Avete mai visto?
RR – Sì.
GV – No?
RR – Quelli che hanno restaurato recentemente.
GV – Quelli che hanno appena restaurato, esatto. Allora la cosa funzionava così: c’era il
regista teatrale (Michele Sambin) che dava ai detenuti dei frammenti dei dipinti di
Giotto, gli chiedeva che cosa secondo loro significavano, che cosa gli facevano venire in
mente e i detenuti inventavano delle azioni teatrali che secondo loro nascevano dalla
visione dei quadri. Poi ai detenuti abbiamo detto: <<Guardate che le vostre azioni teatrali
devono essere viste da delle donne che sono libere e quindi dobbiamo riprenderle per
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-
fargliele vedere>>. E così i detenuti hanno elaborato le azioni in modo che fossero buone
per il video. Le donne fuori, a loro volta, hanno rifatto delle altre azioni teatrali che poi
sono state vedute dai detenuti in carcere e così via. Avete capito?
RR – [Silenzio].
GV – No, non avete capito.
MF – Si sta avvicinando il suono della campanella, sono meno concentrati che mai.
GV – Fino a che a un certo punto è suonata la campanella e sono andati tutti via.
RR – E non ci ha più visto.
GV – E sono usciti anche dal carcere. È incredibile. Davvero, eh! E mentre uscivano
mangiavano panini. Va bene? Basta così?
RR – Un’altra domanda. Come si chiama?
GV – Chi?
RR – Lei.
GV – Giacomo Verde.
RR – [Battono le mani ed emettono grida festose].
MF – Se volete fare un’altra domanda c’è ancora qualche minuto di tempo per dare la
risposta.
GV – Volete fare una domanda o vi faccio vedere un’ultima cosa?
RR – [In coro] Un’ultima cosa. Ci fa sparire.
GV – Magia? Che vi faccio vedere? Il loop?
MF – Decidi tu.
RR – [Fanno chiasso].
MF – Ti avverto che come suona la campanella non li trattiene nessuno; anche se stessi
facendo delle magie vanno via. E be’, fai vedere un inizio, dai.
RR – [Continuano a fare chiasso; inizia la proiezione ma il rumore è sempre elevato].
GV – Allora, questa è una cosa
MF – Ragazzi, non fatelo gridare!
GV – Questa è una cosa che se volete potete farvela anche a casa vostra, se avete una
telecamera e un televisore.
RR – [Fanno gran chiasso, battono le mani e gridano] Bravo! Bravo!
[La registrazione termina qui].
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SOTTOLINEATURE
GIACOMO VERDE
1. Tutte le volte che vengo presentato come artista mi vergogno un po’ perché non mi
riconosco nella figura tout court dell’artista.
2. L’arte oggi è soprattutto mercato (di opere, di idee, ecc.) gestito attraverso gallerie, festival,
…
3. Nel sistema dell’arte non conta ciò che l’artista fa ma come si promuove.
4. Si pensa che gli artisti siano delle persone più brave e intelligenti di altre mentre non è
assolutamente vero. Artista è chi stabilisce di definirsi tale mettendo in gioco, esercitando e
sviluppando la creatività che è in lui.
5. Il mondo in cui viviamo fa di tutto per bloccare la creatività.
6. Agli individui vien fatto credere – fin da piccoli – di non essere intelligenti e fantasiosi e
perciò si comanda loro solo di capire e ubbidire.
7. Il far vedere all’umanità le cose da un altro punto di vista è un gesto artistico.
8. Io appartengo alla generazione punk che non riconosce, come modello da imitare, l’autorità
di coloro che si sono già affermati perché vuole esprimersi a suo modo.
9. Molto di quello che adesso si vede nei videoclip è stato rubato alla videoarte.
10. Continuo a fare i video, però non li mando più a concorsi e rassegne perché vengono visti
solo dal popolo dell’arte. A me invece interessa diffondere i video in ambiti frequentati da
persone che non siano afflitte dalla seriosità della critica artistica.
11. Contrappongo ad una visione dogmatica dell’arte una concezione più giocosa, ironica e
spiazzante.
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COMMENTI IMBERBI
Propongo una selezione dei giudizi espressi dagli allievi dopo l’incontro. Tali inappellabili sentenze sono state estorte
ai ragazzi attraverso un compito scritto assegnato da me in veste di giudice inquisitore.
Chiedo scusa agli studenti per il mio vezzo di riprodurre anche gli errori. So bene che molte di queste buffissime
distorsioni grammaticali sono dovute al carattere ufficioso e provvisorio della prova.
Secondo me G.V. è stato molto bravo perché ci ha fatto capire molto bene che cosa significa secondo lui l’arte, non che
il prof. Fancello non c’è l’abbia mai spiegato ma a mio parere è il punto di vista di un artista che conta. (X.B., III D).
Giacomo Verdi è un artista di video arte, cio che mi ha colpito di lui è il comportamento, insolito da parte di un artista.
Anche se non lo visto, l’opera più interessante mi è sembrata quella del piede rotto, inventata per caso.
L’artista Giacomo Verdi ha potuto girare video arte e sfortunatamente per lui hanno avuto solo un successo moderato.
(M.B. III D).
Secondo me l’artista è stato molto bravo perche in breve tempo ci ha spiegato il suo lavoro: l’artista e ci ha spiegato le
funzioni dell’arte. È stato molto importante per noi incontrare un artista vero. Questo signore oltre essere un bravo
artista era molto simpatico. (A.C. III D).
Riflessioni sull’incontro con Giacomo Verde.
Durante l’incontro con Giacomo Verde egli ci ha spiegato come sia nata la sua generazione artistica: la generazione
punk. Alla sua domanda: che cosa sapete voi del punk? Il pubblico non sapeva cosa dire e allora lui ha spiegato lo
slogan del punk: <<Qualunque cosa sia, falla da te>>. Dopo egli ci ha fatto vedere un video che conteneva molti
spezzoni dei suoi lavori precedenti. Mi ha fatto comunque una buona impressione perché l’artista è stato molto semplice
nelle sue spiegazioni e ha tentato di farci veramente capire che cosa voglia dire per lui l’arte. (S.C. III D).
L’artista Giacomo Verde ci ha comunicato l’importanza dell’arte.
Questo artista mi è parsa una persona molto interessante, sicura di se e della sua esperienza nel corso della vita.
Durante la sua vita ha avuto modo di girare alcuni film e rappresentare qualche scena teatrale; forse è per questo che mi
è piaciuto molto visto che da grande vorrei fare l’attrice.
L’impressione che questo artista ha suscitato in me è un’impressione nuova e piena di emozioni.
Giacomo Verde attraverso il filmato che ci ha fatto vedere e il suo racconto ci ha fatto capire che anche l’arte ha un
linguaggio e un modo di comunicare le emozioni alle persone che lo sanno ascoltare, capire e apprezzare. (S.D. III D).
L’artista che siamo andati a vedere sotto certi aspetti mi ha colpito abbastanza. Giacomo verde secondo me è un’artista
molto audace perché ha sfruttato positivamente la sua immaginazione assieme alle sue doti artistiche creando delle
video-opere molto interessanti, alcune delle quali strane e fantasiose. Nei suoi video ha usato argomenti attuali rispetto
agli altri video che abbiamo visto, alcuni dei quali abbastanza complessi. (S.D.T. III D).
Giacomo Verde è un artista toscano che è venuto a scuola per parlarci del suo lavoro, la funzione dell’arte, ecc.
A me è piaciuto molto, era molto simpatico, ma non mi sono piaciuti i suoi video che ci ha presentato. (S.M. III D).
L’incontro con l’artista, ha differenza di altre visite o discussioni, non mi ha coinvolto particolarmente. Ho avuto dei
momenti di totale confusione anche se generalmente Giacomo Verde è risultato a tutti i ragazzi particolarmente
simpatico e coinvolgente. […]. (I.S. III D).
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INCONTRO CON L’ARTISTA
GIACOMO VERDE
A mio parere, questo artista è stato il migliore tra tutti gli artisti che sono venuti a scuola, forse perché era uno dei più
giovani e uno dei più bravi.
I video che ci ha proposto erano molto belli e accurati. A mio avviso era un po’ matto perché, in un suo video, ha
spaccato una televisione con un martello. L’idea di spaccare la televisione però, è molto originale e fantasiosa e mi ha
anche divertito.
Io trovo che il messaggio che ci voleva trasmettere (no televisione passiva) è molto importante e che ci coinvolge quasi
tutti.
Giacomo Verde mi sembra molto preparato nel campo televisivo perché conoscieva molte cose utili che ha usato nei
suoi video (dissolvenza incrociata …) (A. B. III B).
Giacomo Verde
Jacomo verde e un artista un po’ strano perche questo artista ci ha fatto vedere una cassetta e sul quel cassetta mi
sembra strano perche rompe televisori e pure a lui piace a desegnare sul televisione. Per me mi sembra una cosa strana.
È pure una arte che non ti dice niente come Dadaismo.
La mia opinione e che questo artista e una delle più pegiore che o mai visto. (G.C. III B).
Incontro con l’artista
Giacomo Verde
La simpatia di questo artista ha attirato la mia attenzione. Sono riuscita a imparare molti modi diversi per esprimere
l’arte.
È riuscito in poco tempo a farci vedere il suo modo di esprimere l’arte.
L’allegria che ci mette per spiegare riesce a suscitare in noi l’ascolto assoluto.
Mi ha interessato molto quando ha fatto vedere la scena dei televisori rotti perché io lo ho paragonato a uccidere una
“persona” con molte coltellate.
Io sono d’accordo con lui che oggi molte persone vivono per la televisione, ma questa non ha niente di vero e mostra
molte trasmissioni diverse dalla realtà, facendo credere a un bambino che la vita è basata su cose perfette. (C.F. III B).
A me è piaciuto di più di tutti gli artisti che abbiamo visto perché era più simpatico e più alla moda. Per esempio la
cassetta che ci ha fatto vedere era con musiche non lente più da giovane e la cosa di spaccare le cose mi ha colpito
molto di più di tutte le cose. E mi ha colpito anche come parlava e quando ha detto che alla fine dello spettacolo passava
a prendere dei soldi con il berretto come barbone. (D.F.III B).
<<Commento sui Video di Giacomo Verde>>
Giacomo Verde, artista, utilizza come mezzo di comunicazione nei suoi video la televisione: in alcuni suoi video
Giacomo indica questo mezzo di espressione come un virus che influenza la mente degli spettatori con eventi mondiali
di secondo piano tralasciando eventi molto più seri ed io sono d’accordo. Per far comprendere alla gente che nella TV
non vi è nessuno capace di offuscare la mente delle persone e che è soltanto una macchina, l’artista giunge a
distruggerle soddisfando (secondo me) l’innata curiosità che alberga nell’uomo.
Non sempre, però, indicava la TV come un mezzo di informazione “bugiarda” ma, spesso, veniva utilizzata facendo
partecipare lo spettatore direttamente nell’opera facendogli creare l’opera (ad esempio con i loup adoperando una TV e
una telecamera) perché (sempre secondo la mia opinione) è lo spettatore che crea l’immagine sulla TV con un semplice
sfioramento della televisione, secondo me l’opera non finisce qui: anche il carattere dello spettatore influisce sull’opera.
(A.G. III B).
INCONTRO CON GIACOMO VERDE
Giacomo Verdi è un artista che è venuto a scuola e ci ha fatto vedere un video breve su quasi tutta la sua carriera di
artista. In un momento del video c’era l’artista che rompeva degli schermi televisivi, con ciò voleva spiegare secondo
me che la TV e gli spot pubblicitari ci danneggiano. Nel senso che ci fanno credere che tutto deve essere come dicono
loro e dobbiamo pensare che le figure VIP o i prodotti publicizzati superflui devono essenzialmente fare parte della
nostra vita.
All’inizio della rappresentazione ha detto che possiamo essere, quando vogliamo, tutti degli artisti; questa affermazione
di G. Verdi mi ha fatto pensare che ha effettivamente ragione perché quando io scrivo una poesia, una canzione o un
racconto “produco” delle cose fatte da me ed in un certo senso mi sento un’artista.
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In generale questa rappresentazione mi è piaciuta molto perché mi ha fatto comprendere in un modo di pensare diverso
la figura dell’arte e degli artisti. (S.L.P. III B).
Commento dell’incontro con Giacomo Verde
L’incontro con Giacomo Verde è stato interessante perché ha saputo fondere più espressioni.
Una delle cose che mi hanno colpito è stata la partecipazione di persone comuni nel partecipare od eseguire il video,
perché penso che abbia contribuito nel capire che l’arte può avere varie forme, e che anche una persona comune può
contribuire a fare “arte” parola che avolte colleghiamo ad opere di artisti come Picasso o Van Gogh.
Ha saputo collegare l’opera e lo spettatore e soprattutto ciò che l’opera provoca nell’animo dello spettatore, rendendo lo
spettatore partecipe dell’opera.
Un’altra cosa che mi ha colpito è in riferimento alle persone teledipendenti e siamo frastornati dai suoi programmi ed ha
dimostrato che la televisione in qualità di macchina può essere usata oltre che come mezzo di comunicazione anche
come mezzo per creare effetti speciali.
In conclusione le cose che mi hanno colpito sono la rapportazione con le persone, dare allo spettatore un ruolo
importante nell’opera. (D.M. III B).
INCONTRO CON L’ARTISTA GIACOMO VERDE
Questo incontro avvenuto il 26-01-02 con l’artista fiorentino Giacomo Verde, mi è piaciuto molto perché, a seconda di
quello che ho visto io, mi è sembrato molto capace nel suo lavoro. Ci ha mostrato alcuni video tra cui uno che mi ha
interessato molto perché egli rompeva a colpi di martello alcuni televisori, a mio avviso, per esprimere, un concetto
nuovo che non avevo mai sentito prima.
Egli aveva un’idea dell’arte simile alla nostra, di tipo giovane, che era lontana dall’arte classica.
Mi divertiva inoltre il fatto che quando parlava si sentiva il forte accento toscano. Spero di rincontralo ancora.
(A.N. III B).
Questo incontro mi è piaciuto e penso che mi abbia anche abbastanza arricchito, soprattutto quando ha spiegato il
significato “nascosto” della televisione, secondo lui, che mi ha interessato.
Perché mi ha fatto notare alcune cose, anche facendoci vedere un video, a cui io non avrei mai pensato.
Secondo me chiunque è un’artista a modo suo, quindi anche lui è un’artista e mi trovo anche d’accordo con quello che
ha detto. (E.O. III B).
Giacomo Verde apparentemente sembra una persona qualunque, ma conoscendolo meglio si capisce che è un grande
artista. All’inizio pensavo che fosse un po’ fuori di testa ma quando ho guardato alcune delle sue opere in una
videocassetta, sono rimasto sbalordito, ho capito che i miei pregiudizi erano infondati; a quel punto ho cominciato ad
interessarmi di più a ciò che diceva e ho notato che in quella videocassetta creava le sue opere in modo strano e
insensato. (M.P. III B).
Commento dell’incontro con l’artista Giacomo Verde
L’incontro con Giacomo Verde mi ha aperto gli occhi; infatti io sono d’accordo con lui riguardo alla motivazione per
cui ha fatto il video sui televisori i quali rompeva perché è vero che la televisione ci frastorna e ci riempie di pubblicità
e, se posso dirlo, ci “rimbambisce”.
Ma la cosa che più mi ha sbalordito, è stata la partecipazione nel video di molte persone che la pensavano come lui e
questo mi ha sbalordito perché non credevo ci fosse molta gente che sostenesse che in quest’epoca si dipende dalla
televisione.
Un’altra cosa che mi ha molto stupita è stata lo scoprire che questo artista oltre ad essere molto simpatico era molto
“sciolto” nel parlare con i ragazzi, cioè non si vergognava (fossi stata io avrei avuto molta paura di quello che
pensavano i ragazzi nei miei confronti!); lui no, anzi, sosteneva che se qualcuno avesse avuto qualcosa da “ridire” su di
lui e sul video lui sarebbe stato molto felice ed avrebbe “rimediato”.
In conclusione questo incontro è stato molto interessante. (E.P. III B).
– commento –
L’incontro con l’artista Giacomo Verde è stato sicuramente il più interessante e divertente, grazie alla sua capacità di
coinvolgerci ed alle sue idee “giovani”: infatti a me è piaciuta molto la sua idea di “ARTISTA”, concepito come una
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persona piena di fantasia e non solamente una persona brava a cantare (nel caso di un cantante), a dipingere o a
comporre delle poesie.
Il messaggio che ci ha voluto trasmettere, inoltre, è stato molto interessante perché trattava un argomento (il fatto di non
osservare la TV in modo passivo) che ci riguarda un po’ tutti.
Trovo che questo tipo di arte contemporanea sia molto più divertente ed interessante dell’arte “classica” ed, anche se
certe persone non pensano che un dato filmino o una canzone moderna sia arte, io mi sento abbastanza “aperta” al
concetto di “arte” da poter e saper accettare altre forme d’arte e questi artisti trovo che mi stiano aiutando ad “aprire” la
mia mente a concetti nuovi e, quindi, mi stiano portando ad una crescita interiore. (E.P. III B).
GIACOMO VERDI
Ho notato che questa rappresentazione al contrario di quelle viste in precedenza ha esaltato, e attratto l’attenzione di noi
alunni. Personalmente mi è piacciuto tanto il pezzo di quando Giacomo si è messo a rompere il vetro di un televisore
non so perche ma mi è piacciuto tanto. Forse perché ho capito che tutte quelle persone che noi idolatriamo solo perché
sono dietro ad un vetro, QUEL vetro.
Invece il pezzo che non mi è piacciuto perché l’ho visto privo di significato è stato il riflesso di quei disegni su una TV.
(M.P. III B).
Giacomo Verde ci ha illustrato più modi per usare la televisione: da come distruggerla a come creare strani effetti con la
telecamera.
La cosa che mi ha colpito di più del video che ci ha vedere Verde è stato quando rompeva i televisori (colpendoli con un
bastone o facendoli cadere in terra) perché quando ero piccola non sapevo cosa ci fosse dietro quel vetro e l’unico modo
per saperlo per me era romperlo, ma ovviamente sapevo che non dovevo farlo. Quindi Verde mi ha dato la
“soddisfazione” di vedere quel vetro rotto. (M.S. III B).
<<Commento>>
video di Giacomo Verde>>
Giacomo Verde ha usato come mezzo di comunicazione un video sulla televisione.
Secondo lui siamo dipendenti alla televisione e alle pubblicità. E secondo il mio parere ha ragione.
Io penso che Verde era anche molto simpatico con noi ed era anche molto sciolto nel parlare.
Ritornando a parlare della televisione Verde nel suo vidio rompe un televisore a martellate e secondo me l’a fatto
perché era molto stanco di vederla.
Giacomo Verde dopo averci fatto vedere il film era contento se qualch’uno non era d’accordo con le sue idee sul video.
Io non ero molto d’accordo quando ha definito la televisione un “VIRUS”.
Sono contento che un artista di questo livello possa esprimere le sue emozioni con noi.
Spero che ci sia un’altro incontro con artisti di questo genero. (C.U. III B).
<<Sul
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GIANNI MILANO
Foto di Carla Cerati
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IL DIFFUSORE - 1960
Il risveglio non veniva provocato da qualcosa di fuori dal letto. Stava lì, raggomitolato nelle
pieghe della storia dell’uomo, raggomitolato e compresso, come una mangusta, pronto allo
scatto, alla verifica del giorno, alla scommessa testarda con la leggenda del mattino, di
domenica, ed i rumori usuali e le vestali che danzavano sul filo di luce e l’ultimo svolazzo di
bandiera nel sogno che pareva la mano del cosacco dietro la testa spavalda nella cavalcata di
Boudienny.
Il risveglio, in realtà, non c’era. Era semplicemente il momento in cui il sogno cessava di
proiettarsi sul retro delle palpebre e scendeva dal letto e si sparpagliava, si allargava anche,
quasi una pisciata liberatoria e continua, sul mondo delle cose da fare.
Così poteva accadere che il semplice infilarsi i pantaloni divenisse un fatto d’epopea ed il bere
la tazzina di caffè un gesto da partenza dei Mille. Poteva anche accadere che in quei gesti
vibrasse, però, un infinito senso d’orgoglio, un sentimento solidale e modesto come versi di
Esenin, che ti facevano trovare la nota giusta per la canzone, che ti facevano percepire un
respiro più sostenuto, con più diritto a farlo, e più grinta…
Le case operaie del borgo diventavano tanti capitoli che il giovane conosceva a memoria ma
che a rileggerli male non faceva. Ogni casa una casella d’immagini e di tempo. Là la Teresa,
quando lui era ancora un gagnetto, che gli chiedeva se gli piaceva baciare le femmine e lei,
con le unghie rosse, e lui, con gli occhi scuri. Di fronte, l’appartamento lucidato a cera,
odoroso, con la foto d’un nonno da ’15-’18, la tota Emma, quella che faceva la parrucchiera,
che non era sposata, che aveva la pelle delle mani che sembrava da suora. A destra, oltre il
terrazzo dei gatti ci stava Giorgio, il figlio del macellaio, coi capelli a riccioli, borghesaccio
della madonna, forse una volta compagno d’infanzia. A sinistra, mistero fitto. Il balcone
coperto da tendaggi di plastica: una serra, forse, o i pomodori, del sud, certo, altrimenti che?
Un mondo. Un mondo avvolto dall’arancio del mattino, con macchie e muri scrostati, eretiche
erbe pelose che fuoriuscivano di tra i mattoni. Una specie di canzone alla Montand, coi rumori
attutiti di un mattino di domenica.
°°°°°°°
L’odore che saliva dalle mani, a zaffate. Un muso di cane che ti agguanta e ti lecca: un
triangolo rovesciato d’odore viola. E lui le mani se le guardava, quasi quasi non ci credeva.
Le sue mani appena asciugate, bianche di sopra e rosse di sotto, corte, polpute, leggermente
fumanti. Da quel nido di mani si sprigionava l’odore del sapone di Marsiglia, con quello
strano senso di incompiutezza, di voler e non volere essere una saponetta di Paris. Era come se
il grosso e tozzo pezzo di sapone, buono per tutti gli usi, si vietasse di guardare dal buco della
serratura il paradiso di maiolica bianca, lievemente annebbiato dal vapore che proveniva dalla
vasca, con lo specchio, la tenerezza, l’equivoco, un seno che ora si vede ed ora scompare, la
quiete, la maestosa disponibilità di cocottes metafisiche ed impossibili.
Squadrato, il sapone marrone, si arrotondava ai bordi con il servizio. Lasciava con avarizia
che la sua schiuma si allontanasse da lui. Lavarsi è igiene, non piacere. Chi vuole il piacere
non si lava le mani nel lavello di cucina, non stronfia con la faccia insaponata perché gli occhi
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bruciano. Vadano a cercarsi il loro bel tempo dove merita! Non qui. Con un onesto ed
economico pezzo di sapone di Marsiglia! Eppure questo odore che, a conti fatti, restava più
tenace della primavera, graffiava veramente il naso.
Dalla finestra della porta sul balcone, quello che dava sul cortile interno, entrava un fascio
giallo. Mimose avresti detto. Già! Mimose! E in quel fascio, affascinante e burlesco, migliaia
di puntini ruotanti, come cuscinetti a sfera, che si urtavano, si sorpassavano a seconda di come
muovevi la mano. E tutto quell’agitarsi produceva un cerchiolino di bianco più intenso sulla
camicia, quasi il segno d’un proiettile o d’una decorazione, dipendeva dall’umore.
Con un gesto ampio del braccio e storcendo il collo per far stare inquadrata la testa nel piccolo
specchio ballonzolante appeso al muro, si pettinava i capelli un po’ bagnati: li spingeva
all’indietro, alla gagliarda, ma non troppo, lasciando che un ciuffo ricadesse sulla fronte: un
angolino per la mano nella mano: un angolino per l’amore.
Dalla finestra scorgeva piani d’esistenza diversi. Tutti un po’ fuligginosi. I gatti sul terrazzo
della fabbrichetta nel cortile puntavano il muso, ogni tanto, verso l’alto. Una veneta maniaca
comprava frattaglie per loro e gli parlava assieme, ai gatti, quasi fossero suoi figli, che lei di
figli non ne aveva mai avuti o forse uno che era morto da piccolissimo in tempo di guerra. “E
avrebbe la tua età, se ci fosse ancora, il povero Antonino, anima beata che Dio lo abbia in
gloria!”. Ma intanto lui non era Antonino e alle anime ante ci credeva poco.
Che cavolo volevi ancora santificare quando riuscire a vivere era già una santità? Non li
vedeva, sua madre, questi volti da Barabba, mal rasati, in canottiera, con le ciabatte ai piedi
appoggiati alla ringhiera e la moglie in combineuse, coi bigodi in testa a lavar la faccia ai
ragazzini? Meglio stavano i gatti. Davvero!
Eppure, anche stavolta, come sempre, come la macchina che gira nella ruota del Luna Park,
domenica era arrivata.
Domenica era una ragazzina, nella settimana. Non sensuale, non barocca. Una ragazzina con il
vestito a fioroni, svolazzante, come appariva nei manifesti del Partito per l’8 Marzo. Il bordo
della sua veste lo intravedevi già dal sabato tardi che è un giorno giovanotto, con la cicca
all’angolo della bocca e la voglia di pisciare tutti insieme contro il muro. Il sabato ti faceva
l’occhietto dalle vetrine del cinema Eliseo, dove la Lollobrigida spingeva su con le tette, quasi
facesse ginnastica. Mica c’entrava il sesso! Quello aveva bisogno di buchi, di solitudine, di
sterpaglia e di rabbia anche. La Lollo era una saponetta che ti sgusciava di tra le mani. Tenera
e soda come un’ovale saponetta alla violetta. Il sabato rintronava di passi, dopo cena, a frugare
con gli occhi nei negozi, protetti dalle serrande, oppure a cercare un campo lungo,
continuamente bloccati da primi piani violenti, da cacofonie che si risciacquavano dalle
finestre, una canzonetta qua, un dramma radiofonico là. Il sabato non era dei padroni: proprio
no. Uno si dava una lustrata alle scarpe e poi a far flanella, a mimare il Bogart di Casablanca e
a sognare un po’ di rivoluzione.
Infilandosi tra le lenzuola il corpo si allungava, si distendeva come in una conca d’acqua.
Dopo un po’ gli occhi si abituavano al buio ed allora i muri si popolavano di fantasie, rapide,
allucinate, meravigliose. “Cinema bianchini, sotto le coperte e sopra i cuscini…”. E non era
già più bambino, e non aveva avuto, dalla vita, ancora una vacanza!
°°°°°°
Certo la madre lo avrebbe guardato di traverso, con uno sguardo umido da Madonna
Addolorata. Non gli avrebbe detto una parola: questo no! Avrebbe fatto finta di niente ma
intanto, reclinando un poco la testa, avrebbe cercato di lanciargli un messaggio, il solito.
“Siamo poveri cristi, Nani, cosa ti immischi a fare! Lascia perdere, lascia…”. Poi avrebbe
scosso un tantinino a pendolo tutto il corpo, come se da sola cullasse se stessa. Era previsto.
Era il rituale. Anche se qui non si stava mica come nel ‘Placido Don’ e, tutto sommato,
nessuno partiva per una guerra disperata. Ma tanto basta. Anche scendere dal terzo piano per
46
andare in Sezione pareva una cosa… I ragazzi crescono e cambiano idea. Quando era piccolo
all’Oratorio andava. Ora… in sezione, che tutti lo vedono e poi se la contano tra di loro e lei,
la madre, a vergognarsi un po’, a far finta di niente, che anche se era un comunista mica era un
cattivo ragazzo! Basta. Dalle vetrate colorate sui pianerottoli filtrava una luce strana: violetta e
azzurra come da ospedale. La volta del portone, scrostata, disegnava geografie barocche.
Fuori, era la città, il faticoso andare verso l’Internazionale.
Che cos’è una Sezione se non un guscio di segni, un po’ tra il cospirativo ed il pionieristico?
C’è il segretario, i compagni operai arrivano alla spicciolata, rasati di fresco, con le facce da
matrimonio che fanno ridere. C’è la bandiera, che quando ti tocca di scappare pesa da dio.
Eppoi, da una profondità nera illuminata da fiammelle tipo assalto al Palazzo d’Inverno,
immobili e senza ironia, le immagini dei fondatori: le icone un po’ arcigne e compassate d’una
grande speranza. C’era tutto e quel che non si vedeva, tipo certe discussioni alla sera un po’
eretiche, fuori dalla linea, sulla rivoluzione permanente, anche quello era lì, a mo’ di carica di
riserva, che è sempre meglio credere nella rivoluzione piuttosto che fare il ragioniere.
Domenica. Per tutti. Anche per le strade. Più calme. Più illuminate, quasi. E un annuncio di
vacanze nei raggi di maggio… Il Nani in camicia bianca aperta sul collo, le maniche
rimboccate sul gomito. I pantaloni larghi col risvolto e la cinghia stretta attorno alla vita. Tutto
‘comme il faut’: semplicità, austerità con un gotto di irriverenza, che la gente capisca che non
si è borghesi ma nemmeno ‘legere’. Sotto braccio un pacco: le cinquanta copie dell’Unità da
far fuori in mattinata. Possibilmente senza infiltramenti nell’area di altre sezioni. In Borgo
San Paolo.
Gianni Milano
Testo pubblicato il 18.9.1986 sul numero 25, anno 1, di CITTA’, diretto da Diego Novelli e Nicola Tranfaglia
47
Foto di Uliano Lucas
Note : Borgo San Paolo era un quartiere di Torino posto ‘fuori mura’, che mantenne per molto tempo il suo
carattere fortemente operaio, ai confini con la campagna. Vi nacquero ed operarono molte fabbriche
metalmeccaniche, come la Viberti e la Lancia. Vi vissero esponenti prestigiosi della Sinistra storica. Conobbe la
repressione fascista, i bombardamenti degli Alleati e la discriminazione democristiana. Alla Fiat era vietato
portare l’Unità e per essere ammessi al lavoro occorreva una sorta di documento di buona condotta rilasciato dal
parroco. Ora le grandi fabbriche hanno chiuso. Il quartiere ha mutato fisionomia ma io ricordo ancora quando,
bambino, nell’immediato dopoguerra portavo a pascolare la gallina di mia nonna nei crateri scavati dalle bombe
a ridosso delle officine.
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“NON CHIAMATEMI POETA”
Che il Novecento sia il secolo del rifiuto del termine poeta è noto. Non è da questo diniego
letterario che trae spunto questo intervento, ma da un incontro concreto con un artista, quest’anno in
adozione nella nostra Scuola.
Elio Gioanola, nella sua Storia della letteratura italiana si riferisce al Novecento come al secolo
della “crisi della letteratura” o della “letteratura della crisi” e nelle “Note introduttive” al capitolo
dedicato a questo secolo termina così:
“Da troppi anni in Italia corrono sempre gli stessi cavalli, quelli su cui l’editore può contare per il
numero sicuro di copie che venderà, mentre ai poeti nuovi è praticamente impossibile trovare chi li
pubblichi, e proprio mentre l’interesse per la poesia sta fortemente crescendo, specialmente tra i
giovani. […]. Resta il fatto che indicare uno scrittore o un poeta veramente originale che abbia
meno di quarant’anni è praticamente impossibile. O forse i grandi del futuro abitano già tra noi, ma
non ci è dato vederli per la mancanza della necessaria prospettiva storica”. 1
Io posso dire con certezza che la Centurione, attraverso i progetti degli insegnanti di educazione
artistica, ne ha ospitati molti. Chi è invitato a Scuola generalmente è chiamato artista. Raramente ho
sentito dire poeta. Eppure molti, che sono venuti, fanno poesia. Per esempio ho conosciuto di
persona (e ne ho affrontato alcuni testi) GIULIANO MESA e MASSIMO SANNELLI. È proprio in questo
autore che ho sentito forte il rifiuto del termine poeta, quasi un’insofferenza. Perché tanta difficoltà
a convivere con una de-finizione? Per me la poesia è l’arte di chi sa toccare le corde dell’animo
umano. Quale ambizione più alta può avere l’uomo se non praticare quest’arte? Come spendere
meglio il tempo se non affinando il linguaggio per fissare e dire emozioni, impressioni, ricordi, che
altrimenti passerebbero, per morire con noi? Perché vergognarsi d’essere sensibili, ricettivi, creativi,
capaci di re-inventare la realtà, di leggerla e tradurla restituendo alle cose i colori che chiedono? In
1
E. GIOANOLA,
Storia della letteratura italiana. Dalle origini ai nostri giorni, Marietti Scuola, p. 500.
49
una società che propone un modello d’uomo così vicino all’automa perché non avere il coraggio di
vivere la propria spiritualità fino in fondo?
Inizialmente ho interpretato così questo rifiuto. Non inserivo questa specie di allergia nel suo giusto
contesto, che è quello della forma e non della sostanza. Di mezzo non c’è lo statuto ontologico di
questa forma d’arte, ma un nome. Poeta è un nome. Un nome qualifica, distingue, ma, nel dire
l’essenza, fa vivere le cose nell’apparenza. Un nome conferisce senso ma conforma a questo senso,
quindi è convenzione. Nella Bibbia Dio concede all’uomo il privilegio di dare nome alle cose create
(Gn. 2, 19) ma conserva per sé quello di non essere nominato con alcun nome (Es. 20, 7). Io ho
sempre interpretato questo versetto biblico come un rifiuto, da parte di Dio, di qualsiasi de-finizione
o, se si vuole, che qualunque nome dato a Dio è vano. Recentemente ho incontrato questa frase di
M. Stirner, che mi sembra centrare la questione:
“Si dice di Dio ‘Nessun nome può nominarti’. Ciò vale per me: nessun concetto mi esprime, niente
di quanto viene indicato come mia essenza mi esaurisce: sono solo dei nomi”. 2
Quando qualifichiamo qualcuno attraverso un nome dunque lo chiudiamo dentro ad un concetto, ne
abbiamo una concezione. Un nome infatti è un termine, pone una fine, de-finisce, con-fina, cattura,
squadra. Quale concetto può chiudere ed esaurire l’animo del poeta e il suo lavoro, che è quello di
alimentare continuamente il suo spirito? Non è un continuo avvicinarsi senza afferrarlo mai a piene
mani? A quasi ottant’anni dalla pubblicazione di Ossi di seppia, “Non chiederci la parola” è sempre
attuale. I poeti nuovi continuano a rifiutare parole che squadrino, formule che imbriglino. Vivono
più che mai a fatica l’insuperabile doppiezza insita nell’esistenza umana, che oscilla sempre tra
apparire ed essere, forma e sostanza, materia e spirito, persona e personaggio. Non riesco a lasciare
Montale:
Ciò che di me sapeste
non fu che la scialbatura,
la tonaca che riveste
la nostra umana ventura.
[…]
Se un’ombra scorgete, non è
un’ombra – ma quella io sono.
Potessi spiccarla da me,
offrirvela in dono. 3
Qui sta il conflitto, e il rifiuto. E non solo l’ho compreso ma lo condivido. Chi fa poesia oggi vive
un disagio profondo, direi una scollatura: far convivere l’originalità della propria essenza con la
mediocrità di ciò che appare; inserire uno spirito profondo, un’interiorità larga, una sensibilità
acuta, una mente capace di sogni in un mondo, che è pur sempre l’unica casa in cui ci è dato vivere,
che non sa che cosa farsene di spirito, interiorità, sogni; dimostrare che il labor di fine
τέχνη che è
sotteso al comporre è labor, vera autentica fatica che vale di per sé, perché si vale per quel che si è,
non per quel che si ha o si fa o si produce … ma è evidente a chiunque che è una battaglia contro i
mulini a vento. È meglio cercare un riparo sicuro per la propria anima e poi mimetizzarsi;
concedere a pochi il privilegio di conoscere i propri segreti e con i più cercare d’essere normale,
comune. È meglio, per un poeta, lasciare le vie maestre e camminare rasentando muri, lungo
sentieri a margine, dove la luce non è forte e le ombre si allungano, dove i contorni si sfumano, le
2
3
M. STIRNER, L’unico e le sue proprietà, Adelphi,
E. MONTALE, Tutte le poesie, Mondadori, p. 36.
p. 380.
50
misure e i giudizi perdono rigidità, la fantasia prolifica e la morale non ha bisogno di alleanze.
Anni fa ho scritto una poesia. Parlava di luci al neon e di un bagliore. Rimango fiduciosa:
Una mano sicura
protegge
gli occhi che rifuggono
l’impudente metallica
luce dei neon.
Marina Bondì
51
PUNTASPILLI
1. La giornalista Enrica Brocardo pone alcune domande a Pergiorgio Odifreddi, docente di
Logica matematica nelle Università di Torino e Cornell negli USA. Ne preleviamo
qualcuna. (EB = Enrica Brocardo; PO = Pergiorgio Odifreddi).
[…].
-
-
-
-
EB – Oggi siamo davvero di fronte a un incremento dell’irrazionalità?
PO – Diciamo che la razionalità è un po’ come la salute, mentre l’irrazionalità è la
malattia. Non si verificano mai epidemie di salute, mentre quelle di malattie sì. Oggi
ce n’è una in atto.
EB – Non sarà anche un po’ colpa della scuola? La matematica è una bestia nera per
molti…
PO – C’è un problema di fondo: la maturità matematica è l’ultima a formarsi, verso i
13, 14 anni. Voler insegnare a un bambino i rudimenti della matematica equivale a
metterlo di fronte a cose che non può capire. Questo può generare un rifiuto.
EB – I programmi tv di divulgazione scientifica possono darci una mano?
PO – Non sono certo che avere Alessandro Cecchi Paone e Piero Angela sia meglio
di niente. In tivù si vedono soprattutto pianeti, stelle, animali che si mangiano o si
accoppiano.
EB – Nel libro [1] lei svela il lavoro dei matematici che sta dietro computer e telefoni
cellulari. E in futuro?
PO – Fare previsioni è sempre difficile. Inoltre io sono scettico nei confronti della
tecnologia. Il rischio è che non ci sia più tempo per riflettere.
ENRICA BROCARDO, La
1
matematica ci salverà, in Il Secolo XIX, Genova, martedì 10 dicembre 2002, p16.
PERGIORGIO ODIFREDDI, La repubblica dei numeri.
52
2. Su radiotre, domenica 26 gennaio, alle ore 22.35, uno degli interlocutori rileva che spesso a
scuola l’insegnamento della musica è finalizzato all’uso dello strumento; l’ospite (Pulcini)
risponde di non amare i docenti che si limitano a trasmettere ai loro allievi la pura tecnica.
SPAZZOLATURE
[…] il suicidio è la seconda causa di morte, dopo gli incidenti stradali, per i ragazzi con meno di 19
anni.
SABINO ACQUAVIVA, Ministri,
ecco la mia proposta: “psicologo condotto” a scuola, in Oggi, 29 gennaio 2003, n° 5, p.
11.
53
SCHELETRI NELL’ARMADIO
genov@giovane
tracce di vita urbana
Ultimo banco, cioè il posto più lontano dalla cattedra. Il luogo preferito da una vasta gamma di
studenti, che il primo giorno di scuola si sfidano in una corsa senza esclusioni di colpi per
conquistare la meta. Ma anche la zona di reclusione dove i professori sbattono gli alunni meno
amati. E – in ambito universitario – il posto dei non-presenzialisti, di quelli a cui interessa (a volte
poco) seguire la lezione più che farsi vedere adoranti del professore di turno.
GIULIANO NEPI,
Ultimo banco: parlano gli studenti, in genov@giovane, Genova, Fratelli Frilli, 2002, p. 61.
Cercare di inquadrare gli “studenti” è un compito arduo e pressoché inutile. Intanto perché non tutti
i ventenni lo sono per forza: c’è chi ha lasciato scuola e università e si è già messo a cecare un
lavoro. Ma soprattutto perché chi invece resiste ancora, fra compiti in classe e sessioni d’esame,
detesta farsi riconoscere come studente.
Il motivo è semplice: tradotto in italiano, e ancor più in genovese, questo termine sta per “colui o
colei che non conta un belino”. Se il “giovane” è ignorato, lo “studente” oltre a essere ignorato è
vessato.Vessato da un’istituzione – la scuola – antica e sfibrata, e da un’altra – l’Università – del
tutto sorda alle esigenze di chi la usa.
Il risultato è che chi studia torna a casa, scarica lo zaino e cerca di pensare ad altro. Fuori dallo
studio non si parla di studio 8° meno che non serva a tacchiare, ovviamente). Una situazione che
ricorda quella del lavoratore: entra in ufficio e stacca il cervello, torna a casa e lo riattacca.
D’altronde non ci hanno sempre detto che studiare “è il lavoro dei giovani”?
Op. cit., pp.61-62.
Siamo i soliti sei, la palestra rappresenta un po’ la nostra seconda casa. Discutiamo su questa
settimana indimenticabile appena trascorsa. Intensa, breve, ben organizzata, e coinvolgente.
L’autogestione è ormai finita. Leviamo gli striscioni preparati con grinta e passione, puliamo per
terra, panche e sedie tornano al loro posto. La scuola riassume la sua triste sembianza di carcere.
L’indomani siederemo tutti di nuovo ai nostri banchi. Ci lasciamo scivolare a terra, i nostri sguardi
s’incrociano, qualcuno abbozza un sorriso, qualcuno invece si lamenta. Non ci piace ritirare tutto
54
così. Promettiamo di non arrenderci mai, e di continuare a lottare per le nostre idee, di non lasciarci
portare via il diritto di studiare, pronti a tornare in piazza per urlare tutta la nostra rabbia.
GIULIA MOLINARI,
L’autogestione del Deledda, in Op. cit., p.67.
Da quando sono alle superiori, cioè da sei anni (troppi!), ho studiato un sacco di materie, scritto
migliaia di pagine di appunti, letto svariati libri, litigato con tutti i professori, insomma ho fatto
quasi tutto quello che la scuola si propone di insegnarti (a parte studiare seriamente).
LUIGI BUSELLATO, Dove
bossare al Majorana, in Op. cit., pp. 67-68:
55
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