SALVATORE
GAROFALO
OLGA GUGELMO
Figlia della Chiesa
Salvatore Garofalo
Profilo biografico
di OLGA GUGELMO della Madre di Dio
Figlia della Chiesa
«I tuoi figli come germogli d’olivo
intorno alla tua mensa»
Ia edizione,Vicenza 1963
Titolo originale:
Come germoglio d’olivo...
Profilo biografico di O L G A della Madre di Dio Figlia della Chiesa
Suor Olga Gugelmo della Madre di Dio
Dipinto di Antonietta Barbiero ef, Olio su tela 1945
IIa edizione
Editrice Istituto Suore Figlie della Chiesa
Viale Vaticano, 62
Roma - 2004
PRESENTAZIONE
È bello riavvicinarci alla figura di Olga Gugelmo
della Madre di Dio, Figlia della Chiesa, presentata con
tanta efficacia dall’illustre biblista Salvatore Garofalo,
anch’egli tornato a Dio.
Olga ci viene presentata nei brevi anni del suo cammino; la sua vicenda è seguita nella semplice quotidianità, terreno privilegiato in cui ciascuno di noi deve percorrere il suo itinerario di ritorno al Padre.
Il suo impegno di donna cristiana anzitutto, di insegnante, di apostola impegnata nell’azione cattolica, si
esprime negli ultimi cinque anni di vita in un percorso
inedito, all’interno del nascente Istituto delle Figlie
della Chiesa.
Lo slancio e il fervore ecclesiale che hanno caratterizzato ogni tappa della sua crescita umana e cristiana si
espandono verso orizzonti sempre più ampi e la portano
a maturare in pienezza i doni di natura e di grazia che il
Signore le ha elargito.
Docile allo Spirito, Olga ha incarnato con gioia l’ideale di essere Figlia della Chiesa per il Battesimo, ed
anche per una specifica consacrazione religiosa che
l’ha sollecitata ad approfondire e vivere in modo sempre più consapevole il dono ricevuto.
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Intraprendere con lei il “viaggio” delle origini
diventa una sfida ad accogliere con la sua disponibilità e dedizione i percorsi ecclesiali che oggi ci vengono indicati.
Accade sempre così quando ci incontriamo con
persone che hanno voluto seguire sul serio il Signore;
il loro esempio ci trascina, ci affascina, ci spinge a scoprire il “segreto” che le ha portate alla pienezza dell’amore; ci sollecita a tentare almeno di assumerne i
criteri per ripercorrere insieme la via che porta alla
vera felicità.
Perché di questo si tratta: la vita cristiana, come
Olga e moltissimi altri Testimoni l’hanno vissuta, è
quel compimento umano che fa comprendere ogni
tappa come un momento di costruzione del progetto di
Dio; una trasfigurazione della piccola creatura umana
nella felice compiutezza del modello divino.
Maria Teresa Sotgiu
Roma, Sancta Maria 11 aprile 2004
Pasqua di Risurrezione
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PREFAZIONE
dell’Autore
L’esplorazione di un’anima è un'entusiasman te avventura spirituale, ma comporta il rischio di
affacciarsi su un abisso di cui si scorgono appena
i contorni. La storia di un'anima, infatti, è il
segreto di Dio. Quando poi si tratta di una vita
brevissima, senza avvenimenti clamorosi, trascor sa in un piccolo mondo regolato in modo che ogni
giorno sia esteriormente uguale all’altro e tutta via ogni giorno è nuovo per la vita che si svolge
di dentro, il racconto diventa difficile. Ma è
necessario che si parli di anime, affinché anche i
più distratti tra noi si rendano conto quali siano
le radici della vita e come incomba nel mondo la
presenza e l'azione di Dio.
Qualcuno potrebbe pensare che, trattandosi di
una piccola suora poco più che trentenne, il suo
esempio sia limitato alla cerchia di chi ha scelto
il suo stesso ideale, ma è un errore. Ogni vita con sumata nel severo e struggente lavorio della gra zia è uno specchio per tutti, percbé tutti dobbiamo
vivere di Dio. Se le virtù di Olga siano state eroi che e degne di essere solennemente proposte alla
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imitazione di tutti, lo dirà a suo tempo la Chiesa,
ma fin d’ora è certo che la sua piccola storia fa
bene all’anima.
Una parola sul titolo di questo libretto: «Come
germoglio d’olivo».
Si tratta di un bellissimo testo poetico della
Bibbia, tolto dal Salmo 128, il quale, descrivendo
una famiglia ideale contemplata nella luce e nel
calore della fede, dice dell’uomo «benedetto» che
cammina nelle vie di Dio:
«I tuoi figli come germogli d’olivo intorno alla
tua mensa».
L’olivo è l’albero mediterraneo per eccellen za; coltivato fin da tempi antichissimi nella Terra
Santa, è simbolo di prosperità e di benedizione, di
pacifica vita. A partire dalla « fronda novella d’o livo » che la colomba portò a Noè per significare
la fine del diluvio (Genesi 8, 11), fino ai «due
olivi» che nell’Apocalisse (11, 4) rappresentano i
due testimoni di Dio incaricati di «profetare» per
tutto il tempo della persecuzione contro la
Chiesa, la Bibbia ricorda spesso l’albero dal
tronco e dai rami tormentati, che di tutte le pian te poteva essere il re (Giudici 9, 8). Per indicare i
suoi frutti di grazia e di gloria, la Sapienza di Dio
si paragona a un bellissimo olivo che verdeggia
nella pianura (Ecclesiastico 24, 14) e il testo è
applicato nella liturgia alla Madre di Gesù.
E non possiamo fare a meno di ricordare con
profonda emozione i rami d’olivo agitati dalla
folla di Gerusalemme per accogliere Gesù Re
paciflco e gli olivi testimoni delle sue preghiere e
della sua straziante agonia.
Nella officiatura della festa del Corpus
Domini, la quarta antifona dei Vespri riproduce il
versetto del Salmo 128 con una bellissima
aggiunta: «I figli della Chiesa siano come germo gli d’olivo intorno alla mensa del Signore».
I lettori si renderanno conto che il titolo del
libretto, più che scelto, era imposto all’autore.
S. G.
Roma 1963,
20° anniversario della morte di Olga, 25° della
fondazione delle Figlie della Chiesa.
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I PRIM
ANNI
Nei momenti più solenni e più colmi di tenerezza della sua vita terrena, durante l’ultima Cena,
Gesù, parlando agli Apostoli, ricordò la misteriosa ambascia e la ineffabile gioia della madre che
dà alla luce una creatura (Giovanni 16, 21-22). La
prima maternità della mamma di Olga, la signora
Candida Gugelmo, rischiò di darle soltanto tristezza: la bambina nata nella prima ora del 10
maggio 1910 dovette essere battezzata d’urgenza
per timore che non potesse sopravvivere. Alla piccola furono imposti i nomi di Olga, Maria,
Fortunata.
Lo zio materno sacerdote si accontentò di supplire le cerimonie solenni del sacramento nove
giorni dopo, nella chiesa parrocchiale di S. Maria
in Poiana Maggiore, la tranquilla e operosa borgata a 36 chilometri a sud di Vicenza, dove Olga
era nata.
La mamma era insegnante elementare a Poiana
e il papà un brav’uomo all’antica, vigoroso di
carattere e di fede.
La naturale e necessaria gioia dei primissimi
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anni di vita non durò molto per la piccola Olga: la
prima guerra mondiale le rapì nel 1916 il babbo,
colpito da una granata sul fronte di Gorizia. N e l l a
casa devastata dalla morte rimasero la mamma e
quattro bambini, dei quali Olga era la maggiore.
Soltanto lei poteva essere di qualche aiuto e lo fu,
con la inesperienza della sua età, ma con precoce
serietà: doveva anche lei sfaccendare nella casa e
badare ai due fratellini e alla sorellina più piccola. La
Provvidenza la vegliava fin dall'alba della vita per
educarla a dimenticarsi di sé ed essere per gli altri.
I buoni principi del vivere cristiano e della
pietà le furono instillati insieme con la necessaria
laboriosità. Non erano, quelli, tempi in cui i genitori viziavano i figli, attenti a soddisfarne tutti i
capricci.
L’11 aprile 1918 - esattamente venticinque
anni prima della sua terribile e dolcissima morte Olga fu ammessa alla prima Comunione. Due
anni dopo, l’8 novembre 1920, le fu amministrata
la Cresima, il sacramento dei cristiani perfetti.
Di solito, questi avvenimenti e queste date si
perdono ben presto dalla memoria; all'occorrenza,
devono essere ricercate nelle carte ingiallite dei
registri, eppure, per i «nati da Dio» (Giovanni 1,
13), sono quelle le date che hanno una reale
importanza e un significato profondo nella storia
della più vera vita.
Per trentatre anni Olga si abbevererà a quattro
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fontane della grazia: il Battesimo, la Cresima, la
Penitenza e la Eucaristia, che, secondo la promessa
di Gesù, le toglieranno ogni sete: «Chi beve l'acqua
che io gli darò non avrà sete in eterno; l’acqua che
io gli darò diverrà in lui fonte d'acqua zampillante
per la vita eterna» (Giovanni 4, 10. 14). Fonte e
fiumi di acqua viva e di vita: «Se qualcuno ha sete
venga a me e beva. Chi crede in me, come ha detto
la Scrittura: Fiumi d’acqua viva scorreranno dal
suo seno» (Giovanni 7, 37. 38).
La storia interiore di Olga è legata a quegli
incontri con Dio Santificatore, col Dio che, dopo
aver fatto nascere di nuovo alla sua luce i già nati
alla luce del mondo e dopo averli rinvigoriti col
dono dello Spirito Santo, li guarisce incessantemente da ogni infermità dell’anima e incessantemente li nutre col Pane disceso dal cielo, che è la
carne del suo stesso Figlio.
Più tardi, Olga si renderà conto così bene di
tutto ciò che vorrà festeggiare con lieta gratitudine l’anniversario del suo battesimo: «Che gioia
essere figli di Dio!».
L’educazione scolastica durante le cinque classi
elementari fu facilitata ad Olga dal fatto che la
mamma era maestra, ma di suo aveva una notevole inclinazione e applicazione allo studio, la facilità di memoria e il trasporto per le materie letterarie.
Per la matematica fu, come tanti di noi, piuttosto
inceppata, ma come tanti di noi non era riottosa e
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superava le difficoltà con un impegno maggiore.
Il prematuro lutto, col vuoto creato nella casa,
non le fece perdere la freschezza della sua età e la
effusione del cuore, la voglia di giocare e di primeggiare nei giochi, il godimento di quelle piccole cose che fanno la felicità dei bambini.
Il catechismo parrocchiale la educava alla
scuola delle cose celesti e la introduceva nel
mondo di Dio. Alla S. Messa assisteva dal suo in
ginocchiatoio, intenta a leggere un libriccino
bianco.
Di questo periodo, la signora Gugelmo scriveva: «Più che figlia, era la mia compagna. lo mi
facevo piccola e il tempo più bello lo passavo
ragionando con lei. Eravamo sempre unite, di
giorno, di notte, senza stancarci, senza desiderare
altra compagnia».
Dagli undici ai diciotto anni, Olga dovette
lasciare la casa per frequentare le scuole complementari e magistrali a Montagnana, in provincia
di Padova, la città chiusa nella stupenda chiostra
delle mura medievali.
Durante i giorni di scuola fu ospite di varie
famiglie, ma per le feste e le vacanze inforcavala
sua bicicletta e percorreva sette-otto chilometri di
strada per ritrovare il calore della sua casa e raccontare alla mamma le sue prime, ingenue avventure.
Cominciava anche a sognare sui romanzetti
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che leggeva col permesso della mamma; cominciava ad allargare il suo orizzonte spirituale nelle
file dell’Azione Cattolica; cominciava a stringere
le prime amicizie e a fare le prime trepide confidenze. «Beata te - disse una volta a una sua coetanea di Poiana che festeggiava il suo compleanno beata te, che hai un onomastico! Io non l’ho... ma
potrei aprire la strada e poi le altre avrebbero il
loro onomastico».1 Forse Olga disse questo per
celia, come ognuno di noi può lasciarsi sfuggire,
quasi senza avvertirla, una battuta del genere, ma
Dio può in ogni momento prenderci in parola.
Nel 1928, Olga, dopo aver vinto ogni anno del
corso di studi il primo premio in condotta e in profitto, superò gli esami di Stato a Venezia e conseguì il diploma di abilitazione all’insegnamento
elementare. Ormai era maestra, come la mamma.
Olga non lo sapeva, ma aveva già varcato la
metà del cammino della sua vita. Fin dal primo
anno di Montagnana erano cominciati i fortissimi
dolori di testa di una otite cronica. Il Signore tesseva l’ordito della vita di una ragazza in apparenza uguale a tante altre sue compagne che trascor1
Olga è al femminile del nome slavo Oleg, che probabilmente
significa «santo». La Chiesa russa venera Olga, vissuta nel sec.
IX-X, che fu moglie del principe russo Igor I di Kiev e alla morte
di lui ne resse il principato. Il suo culto non fu approvato dalla
Chiesa latina.
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revano i giorni in casa, a scuola, nel circolo cattolico, in svaghi senza pretese, senza pericolosi grilli per la testa, in attesa di costruirsi una vita tranquilla e sicura.
Ma c’è forse qualcosa di più straordinario delle
ordinarie vie di Dio? Nessuno, diceva S.
Agostino, riesce a meravigliarsi del miracolo del
grano che cresce.
Già Olga era sulla via della difficilissima semplicità del cuore, in possesso delle piccole gioie
che sono la Gioia; già gustava il sapore amaro e
dolcissimo della sofferenza; già avvertiva i primi,
indistinti slanci dell’anima.
Il germoglio d’olivo cominciava a rompere la
scorza del ramo.
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LA
MAESTRINA
Subito dopo aver conseguito il diploma magistrale, nell’anno scolastico 1928-1929, Olga fu
chiamata per varie supplenze che la iniziarono
all’arte delle arti: l’educazione dei piccoli.
Nell’agosto del 1929 sostenne a Venezia gli esami
di concorso per entrare ufficialmente nella carriera
dell’insegnamento. Provò allora uno dei suoi rari
terrori, che non dimenticò mai. Stanchissima per la
fatica della preparazione, oppressa dai dolori di
testa, in preda al panico per la difficile prova che
avrebbe dovuto subire, la mattina degli esami ebbe
un attimo di totale smarrimento. La mamma l’aveva lasciata sola nella stanza della pensione dove
alloggiavano; Olga, spinta da un impulso improvviso e irragionevole, ebbe l’idea di gettarsi dalla
finestra, ma seppe reagire in un attimo. Uscendo
dall’aula degli esami, nel pomeriggio, disse: «Oh!
mamma, quanto volentieri andrei a fare l’esame
un’altra volta per qualche compagna che ha paura».
Dopo aver avvertito tutto il drammatico peso di sé
pensava subito al peso degli altri.
La maestrina giovanissima ebbe il suo primo
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posto per l’anno scolastico 1929-1930 nella borgata dei Fornasini di Valvasone, in provincia di
Udine. Al mattino, insegnava ai bambini della
seconda e terza classe elementare e nel pomeriggio ai minuscoli alunni della prima, croce e delizia di tutte le insegnanti.
Quell’anno, come tutti quelli della sua breve
vita, fu pieno di occupazioni. Ben presto portò da
casa la fida bicicletta per recarsi di buon mattino
alla più vicina chiesa per il quotidiano incontro
con Gesù. Ogni domenica insegnava il catechismo ai piccoli, con particolare attenzione e tenerezza per i bambini più poveri e per quelli che
intendevano incamminarsi sulla via del Santuario.
Per risparmiare ai fanciulli della prima
Comunione i quattro chilometri di cammino che li
separavano dalla parrocchia, curò lei stessa la loro
preparazione.
Il buon seme, nella buona terra, non può tardare a fiorire.
Nell’aprile-maggio del 1929, mentre suppliva
per un mese nell’Asilo di Cinto Euganeo la Suora
incaricata della prima elementare, fu ospite delle
Religiose e fece vita comune con esse. Aveva
scritto alla mamma di trovarsi assai bene tra le
Suore e la signora Gugelmo le aveva risposto che
ne era contenta, purché a sua figlia non venisse
l’idea di farsi Suora.
La mamma così scrisse dopo: «Quando nacque
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la sua vocazione? Io non lo so, perché questo era
il suo segreto! Capiva che ero gelosa di lei, che la
mia aspirazione e quasi il compenso della mia vita
era lei, e per non turbarmi non osava palesarsi e
custodiva il suo segreto. Da parte mia non lo indagavo per vari motivi: ero convinta che batteva la
buona strada; ero orgogliosa di vederla così diversa dalle altre e non volevo rompere il mio incanto
con la previsione di qualche svolta definitiva».
Olga, infatti, aveva confidato alla Superiora
dell’Asilo il suo desiderio di consacrarsi a Dio e
la sua difficoltà di ottenere il consenso della
mamma, attaccatissima a lei.
Nel frattempo, si sfogava industriandosi in
varie iniziative di carità e di bene.
Con l’anno scolastico 1930-1931 passò ad
insegnare a S. Luca di Crosara in provincia di
Vicenza, dove rimase circa tre anni.
La grazia continuava a scavare nell’anima
della maestrina e l’attrazione di Dio si faceva più
imperiosa e struggente, ma la freccia scoccata dall’arco teso non aveva ancora un preciso bersaglio.
Olga pensò di abbandonare il mondo nella maniera più definitiva rinchiudendosi in un Carmelo
dove poter vivere in tutte le ore di Dio; pensò di
consacrarsi al Signore restando nel mondo. Che
cosa non pensa un’anima che è preda di Dio?
Ma anche le buone fantasie possono rubare il
tempo alla grazia e intorpidire l’anima che crede
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vita il sogno. Olga invece continuava a lavorare
per il Signore, lasciando a lui la scelta dei tempi e
dei momenti. Era l’anima del locale Circolo femminile di Azione Cattolica e toccò a lei, il 30 maggio 1931, consegnare alle autorità politiche i registri dell’Associazione, in esecuzione del decreto
di scioglimento dei Circoli cattolici incautamente
pubblicato dal governo fascista. Olga si sentì
minacciare di trasferimento per punizione, si vide
sorvegliata come un pubblico nemico, ma ci voleva ben altro per impaurirla. La violenza non è
forza, come la bontà non è debolezza. Alla
mamma scrisse, in quei giorni, di non temere
nulla e nessuno, nemmeno la morte, e fu felice
quando l’incresciosa vicenda fu conclusa.
L’Azione Cattolica non esauriva tutta l’attività
di Olga: i poveri, i vecchi, gli invalidi, i suoi alunni infermi specialmente, erano da lei gioiosamente assistiti con la medicina della carità, generosa
fino alle più umili cure.
La via dei poveri e dei sofferenti porta dritto al
cuore dell’Evangelo.
I dolori degli altri impedivano ad Olga di dar
troppo peso ai suoi assidui dolori di testa.
Per l’anno scolastico 1933-1934 fu destinata a
Cagnano, frazione di Poiana, e l’anno seguente a
Poiana stessa, dove rimase fino al suo definitivo
distacco dalla scuola, avvenuto nel 1940. Il sogno
della mamma si avverava: avere la figlia sempre
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accanto a sé, sua collega! Fierezza e tenerezza di
madre, che avrebbero potuto, però, irretire la figlia.
Il ritorno a casa facilitò ad Olga gli impegni di
vita spirituale: la S. Messa e la Comunione quotidiana, la meditazione, la visita al SS. Sacramento,
le ore di adorazione diurne e notturne, le particolari devozioni alla Madre di Gesù, di cui, nel
1928, si era dichiarata «schiava» secondo lo spirito di S. Luigi M. Grignion di Montfort, il quale
concepiva la vita spirituale come la consacrazione
totale a Gesù per le mani di Maria e la completa
dipendenza dalla Madre celeste, in modo che l’anima,
mossa da Maria e vivendo in Lei, con Lei e per Lei,
viva più perfettamente con Gesù, in Lui e per Lui.
La pietà scavava così radici sempre più profonde e alimentava il lungo, irrefrenabile desiderio di consacrazione.
L’apostolato dell’Azione Cattolica impegnava
Olga in mille faccende e iniziative: le adunanze,
le gare di cultura, i corsi, gli esercizi spirituali, i
ritiri ecc. Fu vice Delegata e poi Delegata
Vicariale del Vicariato di Noventa. Il numero
delle socie della Associazione S. Giovanna
d’Arco della sua Parrocchia, nel triennio 19341937 salì da 149 a 230.
L’assistenza ai malati, lontani talvolta decine di
chilometri, era sempre tra le occupazioni preferite
di Olga, che accompagnò i suoi infermi anche nei
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pellegrinaggi ai Santuari mariani di Monte Berico,
Loreto e Lourdes, dove le sue emozioni spirituali
infittivano e i suoi propositi si rinsaldavano.
Olga poteva ampiamente disporre del suo stipendio e se ne serviva per soccorrere i poveri e gli
ammalati, provando le purissime gioie di ciò che,
come diceva Gesù, è più perfetto: dare. «Non è
tanto gioioso il prendere quanto il dare» (Atti
degli Apostoli, 20, 35).
La vita interiore non la rendeva né estranea né
ostile ad occupazioni in apparenza distanti dai
suoi più profondi interessi: lo sport, le gite, le
vacanze a Recoaro, a Cortina d’Ampezzo, a
Jesolo, con le socie dell’Azione Cattolica.
«Dio fa cooperare tutto al bene di coloro che lo
amano, di coloro che sono stati eletti secondo il
suo eterno disegno» (S. Paolo, ai Romani 8, 28).
«A Jesolo - scrive la mamma - nella colonia
“Carmen Frova”, riunì le signorine villeggianti
della intera spiaggia per tre giornate di preghiera,
scrivendo gli avvisi sulla sabbia bagnata».
Fu perfino fiduciaria delle organizzazioni fasciste. Tutto faceva con gran cuore, con l’anima aperta, con il costante pensiero degli altri, divorata da
desideri indecifrabili per chi non ha fame di Dio.
Si potrebbe pensare che questa intensa, quasi
tumultuosa attività, fosse a discapito dei suoi
doveri di insegnante, e che Olga si servisse piuttosto della sua professione per aver modo, con la
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tranquillità economica, di darsi tutta a ciò che più
aveva a cuore. Ma una volta che una dirigente di
Azione Cattolica andò da lei durante le ore di
scuola, fu invitata a non distrarla dal dovere.
In un quaderno del 1936-1937, nel quale preparava il materiale d’insegnamento, Olga trascrisse
questo pensiero: «Il proprio dovere individuale stia
così vivamente al sommo di ogni nostra cura, da
renderci acuti a ritrovare in ogni evento della vita il
lato che al nostro dovere stesso si riconnetta».
I dieci anni circa trascorsi da Olga nell’insegnamento lasciarono nell’anima degli alunni e
delle alunne e, non meno, in quella dei loro genitori una traccia profonda.
I piccoli le si affezionavano subito come a una
mamma, perché come una mamma Olga li amava,
li incoraggiava, li aiutava, li seguiva anche fuori
dell’orario di scuola. Le alunne le si stringevano
attorno anche in chiesa, e, al momento delle iscrizioni alla scuola, tutte le mamme avrebbero voluto che i loro figlioli fossero affidati alla «maestra
buona». La sua capacità e il suo fascino di perfetta educatrice sono ancora vivi nella memoria e
nella vita dei suoi alunni, tra cui qualcuno è ora
Sacerdote o Religioso.
Olga attuò in anticipo il programma che il S.
Padre Giovanni XXIII ha tracciato ai maestri cattolici: «La figura del maestro, quella che tutti
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chiudiamo in cuore come uno dei ricordi più cari
della fanciullezza, è tutta in quella altissima funzione, che lo fa educatore di anime, con la parola,
con gli esempi, con l’opera paziente svolta attraverso tante difficoltà e rinunce. Con quali profonde parole, S. Giovanni Crisostomo tratteggia tale
incomparabile missione: «Che cosa c’è di più
grande che governare le anime, e plasmare i
costumi degli adolescenti? Io giudico senza dubbio più eccellente di tutti i pittori, di tutti gli scultori ed artisti colui che ben conosce l’arte di
modellare l’animo dei giovani». Quest’arte non si
impara sui libri, non si acquista con la pratica, ma
si ottiene dalla grazia di Dio, dalla preghiera e da
un lungo tirocinio di profonda vita cristiana, fin
dagli anni fecondi dello studio e della scuola».1
Il segreto di Olga era di essere sempre presente al suo dovere, a tutto il suo dovere, tutti i giorni, servendosi di quello strano orologio dei buoni
che, invece di bruciare le ore del giorno, sembra
fermarle. Del resto, soltanto chi non fa nulla non
sa che cosa fare. «Non perdeva tempo - scrive di
Olga sua madre-; voleva far presto: senza soste,
senza pause».
S. Ambrogio, parlando della Madonna che, per
obbedire al discreto invito dell’Angelo, si era
recata «con premura» (Luca 1, 24) a far visita alla
sua parente Elisabetta, scrive: «La grazia dello
Spirito Santo non conosce indugi».
1
Il 28 ottobre 1961, veniva inaugurato a Poiana Maggiore un
modernissimo edificio scolastico che il Comune volle intitolare al
nome di «Suor Olga Gugelmo». Il Sindaco, in quella occasione,
ebbe a dire: «Noi ricordiamo questa maestra elementare, nata e
cresciuta qui, nel nostro centro, quando velocemente, in bicicletta... percorreva le nostre vie, per correre da casa alla scuola, alla
chiesa, a tante altre attività... Perciò nella scuola, come tempio,
ella trova il suo posto più degno».
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FINALMENTE
LA VIA
«Dal 1935 ho conosciuto un’opera, che doveva
sorgere e ne ho seguito tutte le traversie, benché
Treviso fosse lontano. L’ispiratrice era una professoressa Canossiana, [Maria Oliva Bonaldo]
dalle sue superiore sottoposta all’esame di
Vescovi, Gesuiti, personalità insigni e da ultimo
del Patriarca di Venezia [il Card. Adeodato
Piazza], che ne è tutt’ora il Direttore Spirituale.
Nel giugno 1938, per la festa del S. Cuore, la
Madre venne chiamata a Roma dalla sua Madre
Generale per l’inizio dell’Opera. In luglio raggiunsi anch’io le prime quattro sorelle e più tardi
se ne aggiunsero altre tre. Ci fermammo in Casa
Generalizia [delle Madri Canossiane] per un anno
circa, mentre la nostra impareggiabile Madre
attendeva alla nostra formazione spirituale e cattolica nel centro della Chiesa. Raccontarle tutto
mi è impossibile. La Madonna pensò a tutto,
anche nei miei riguardi: mi diede la salute, concesse la rassegnazione a mamma e sorella e largheggiò di grazie visibili nella mia famiglia».
Così Olga stessa racconta la svolta decisiva
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della sua vita, l’inizio degli ultimi cinque anni
della sua corsa terrena.1 La voce di Dio diventa
chiara ed indica all’anima prescelta la «via stretta» che conduce alla mèta prefissa: un sentiero
dove gli ostacoli non mancano, ma sul quale si
cammina «incalzàti dall’amore» (S. Paolo, II ai
Corinzi 5, 14) e sorretti dalla grazia che tutto può
e fa diventare ogni debolezza una invincibile
forza: «Di tutto sono capace per l’aiuto di Colui
che mi rende forte» (S. Paolo, ai Filippesi 4, 13).
Da venti anni la «Professoressa Canossiana» di
cui parla Olga, pensava alla devastazione compiuta nel nostro mondo da dottrine sociali senza verità e senz’anima, che ingannano le masse popolari
con il miraggio di un illusorio progresso e, ammalata di tubercolosi e senza libertà di azione, chiedeva al Signore anime che si unissero insieme per
fare argine alla rovina: chiedeva figlie dell’anima,
«Figlie della Chiesa», che è Sposa senza ruga e
senza macchia di Gesù Salvatore (S. Paolo, agli
Efesini 5,27).
1
Per questo periodo nulla può sostituirsi al racconto delizioso
della Fondatrice Maria Oliva Bonaldo: E. F., Serva di Dio Olga
della Madre di Dio Figlia della Chiesa, ed. Figlie della Chiesa,
Viale Vaticano, 62, Roma, pp. 160. Il libretto fu scritto a edíficazione delle consorelle, per obbedienza all’Em.mo Card. A. G.
Piazza, allora Patriarca di Venezia, e, per desiderio del compianto
Mons. E. De Laurentis Vescovo di Ischia, diffuso in pubblico.
D’ora in poi i brani inclusi tra virgolette senz’altra indicazione si
intendono citati da questo libro.
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Della Madre, Olga aveva sentito parlare da
una sua collega maestra e poi da una carissima
amica, Maria Zolin, che doveva essere tra le
prime Figlie della Chiesa col nome di Maria di
Gesù Crocifisso. Olga conobbe Maria nell’estate
del 1935 a Tonezza, nella «Casa Alpina S. Cuore»
dell’Azione Cattolica, dove Maria era stata inviata per curarsi, dopo aver lasciato una filanda di
Vicenza per inabilità al lavoro.
Maria, che «conversava con Gesù e la
Madonna come in famiglia»2 ritenne di vedere in
Olga una giovane che Gesù e Maria le avrebbero
indicata come colei che doveva prendere in mano
un’opera nella quale Maria stessa sarebbe entrata.
Quando la malata, orfana e sola, si trasferì
nella sua casetta di Monticello, Olga divenne la
sua amica più assidua e si entusiasmava ai discorsi spirituali e «profetici» di Maria. «Faceva l’ora
notturna di adorazione - scrive la signora
Gugelmo - meditava a lungo, si coricava sempre
tardi, sebbene soffrisse dolori fortissimi al capo».
In seguito, Olga entrerà nella via regia di Dio,
abbandonando i sentieri contorti e rischiosi delle
presunte visioni, dei sogni che traggono in errore,
come dice la Bibbia: «I sogni hanno sviato molti e
2
rimase defraudato chi aveva posto fiducia in essi»
(Ecclesiastico 34, 7). Più che camminare sulle
nuvole, le anime di Dio percorrono un sentiero di
spine. Di spine, infatti, è la corona del Crocifisso.
Il direttore spirituale delle due intime amiche,
il Sac. Luigi Moresco, frenò i loro entusiasmi fino
al 1938.
Nel 1937, Olga si era incontrata con la Madre
Canossiana nella «Casa Charitas» di Schio ed
aveva avuto con lei un colloquio che l’aveva entusiasmata e decisa ad entrare nella nuovissima
opera, scegliendo anche il nome: Olga della
Madre di Dio. Il suo itinerario di offerta era ormai
segnato. «La piccola opera nascitura già ferveva
intorno a lei. Ne aveva parlato a due compagne ed
era in relazione col gruppetto di figliole che due
eletti Sacerdoti, don Pietro Bergamo e don
Gioacchino Scattolon, andavano preparando a
Treviso e a Crocetta del Montello. Tutte erano fervide come gemme a primavera».
Nella Settimana Santa, a Venezia, Olga fece tre
giorni di ritiro con la Madre e le prime figliole,
che si riunivano nella cella della Beata Maddalena
di Canossa. Cominciavano a formarsi allo spirito
della nuova fondazione: «Per creare le anime
basta l’Amore, per salvarle ci vuole anche il dolore. Noi per esse “compiremo nella nostra carne
ciò che manca alla Passione di Gesù”.3
V. l’opuscoletto di E. F., Olga della Madre di Dio, Roma, 1953.
28
29
Prolungheremo, per amore, il suo dolore.
L’essenza della nostra opera è questa. Il resto sarà
accidentale, o illusorio».
Finalmente Don Luigi Moresco, tre giorni
dopo che il Consiglio dell’Istituto Canossiano
aveva, alla fine di maggio, acconsentito a un esperimento della nuova fondazione nella Casa
Generalizia di Roma, presentò personalmente alla
Madre, Olga con altre due compagne: due Marie,
una delle quali era la filandaia malata.
Il 5 giugno, a Pentecoste, a pochi giorni dalla
partenza della Madre per Roma dove doveva dare
inizio alla sua opera con le prime quattro figlie,
Olga, Odilla e Maria si recarono a Venezia per
prendere accordi. La Madre si intrattenne con
Olga, alla quale avrebbe voluto affidare la sua
opera dopo l’anno di esperimento: «Era tutta
espressione e vita; espansione e riserbo. Rapida
nei movimenti e facile al raccoglimento; pronta a
soprannaturalizzare i più piccoli atti, e attenta a
non trascurarne alcuno; idealista all’estremo e
pratica di tutto: di affari, di cucina, di bucato.
Pareva fatta per la direzione, per il governo».
Era suonata l’ora di Dio e l’ora dei supremi distac-
3
S. PAOLO, ai Colossesi 1, 24: «Mi rallegro nelle soffercnze che
sostengo per voi e supplisco, nella mia carne, a ciò che manca delle
tribolazioni del Cristo, a vantaggio del corpo di lui, che è la
Chiesa».
30
chi. La chiamata del Signore era ormai sicura e si
faceva urgente la necessaria risposta. Olga tremò: «La
mamma! Ci vorrà un miracolo, perché non muoia!».
Dopo uno dei suoi soliti giri di apostolato in bicicletta, con un lampo di malizia negli occhi, Olga
disse all’improvviso alla mamma: «Mamma, sai
che il farmacista mi vorrebbe?». La buona signora
ebbe un tuffo al cuore: una sua segreta speranza
stava per diventare realtà; e provò lo smarrimento di
gioia che provano tutte le madri in queste circostanze. Ma Olga la disilluse subito: « Oh, mamma! Al
farmacista sì, mi daresti, al Signore no!».
L’alternativa, per una donna di fede come la
signora Gugelmo, aveva una sola ovvia soluzione,
ma la risposta fu per il momento un chiuso dolore.
Il dramma durò quasi due mesi. Al termine dell’anno scolastico, il 18 luglio 1938, Olga abbandonò
col cuore stretto la sua casa, la mamma, la carissima sorella Antonietta, e corse a Roma. Le Figlie
della Chiesa erano già nate nella Città cuore della
Chiesa il 24 giugno, festa del S. Cuore.
Durante il viaggio Olga pianse a lungo, ma
giunse a Roma felice.
A chi le domandava come avesse potuto lasciare
la mamma, che era tutto per lei, Olga rispondeva:
«Solo per il Signore si possono fare certi sacrifici».
E soltanto per il Signore vale la pena di farli.
31
I PRIMI
PASSI NELLA GIOIA
Il 15 agosto, Olga della Madre di Dio ricevette
l’abito bianco delle Postulanti e l’abitino del
Carmelo nel parlatorio della Casa Generalizia dei
Carmelitani Scalzi, dalle mani del Superiore
Generale.
Le Figlie della Chiesa nacquero per aggiungere una nuova, viva testimonianza dell’amore della
Chiesa per il suo Sposo divino; testimonianza
nuova e varia, secondo le inesauribili risorse dell’amore. Gesù Crocifisso è la potenza di Dio per
la universale salvezza (cfr. S. Paolo, ai Romani 1,
16), è la testimonianza manifesta e inconfutabile
dell’amore del Padre Celeste, del suo Unico
Figlio e dello Spirito Santo, per il mondo che ha
bisogno di essere riacquistato al cielo. E ai piedi
del Crocifisso è la Madre di Gesù e nostra che
ama, soffre e si immola col Figlio.
Prolungare nel tempo e per amore il dolore di
Gesù Crocifisso -dal cui Cuore squarciato è nata
la Chiesa- prendere parte alla sua opera di salvezza del mondo presente affinché si compia il mistero nascosto dai secoli in Dio - il mistero della
32
necessaria unità di tutti i creati e di tutti i redenti
nella compagine del Corpo Mistico di Cristo (cfr.
S. Paolo, agli Elesini 1, 3-14) - è lo scopo delle
Figlie della Chiesa. Conoscere e far conoscere la
Chiesa, amarla e farla amare, mentre una propaganda di veleno allontana da essa le anime e le
masse; lavorare e soffrire per il trionfo della
Chiesa, fino al sacrificio della salute e della vita, se
è richiesto da Dio, a imitazione di Gesù, che «amò
la Chiesa e per essa sacrificò se stesso» (S. Paolo,
agli Efesini, 5, 25). Realizzare questo fine senza
misurare l’offerta di sé, ispirandosi alla dottrina
dell’amore totale di S. Giovanni della Croce e sforzandosi di diventare una «piccola Teresa nella sofferenza dell’apostolato» è l’impegno che ogni
Sorella si assume dinnanzi a Dio e alla Chiesa.
In un quartierino di via Appia Nuova, O]ga
beveva le istruzioni spirituali della Madre.
«Tutte abbiamo baciato da bambine, tra le braccia delle nostre mamme, la “Mamma bella“,
f i g l i u ole. Al Catechismo, nella scuola, in chiesa,
tutte abbiamo imparato a conoscerla ed amarla. Ma
solo lo Spirito Santo può farcela conoscere e amare
come Mamma: Vita, Dolcezza, Speranza nostra.
Così è, figliuole, di un’altra Madre: la Chiesa.
Tutte siamo rinate da lei, nel Battesimo.
Tutte abbiamo imparato dalla Dottrina
Cattolica che ci è Madre.
Ma solo lo Spirito Santo può farci esclamare
33
col fuoco di Santa Teresa: “Io sono una figlia
della Chiesa“ o con la tenerezza della piccola
Teresa: "Io sono una piccola figlia della Chiesa...
Amo la Chiesa mia Madre”.
Dolcissimo Spirito, rivelaci col tuo dono di
Pietà questa tenera Madre, in cui Gesù ci ama e
vuole essere teneramente amato. Appassionaci
per le sue fibre inferme e morte; per quelle che
sono solo ansie dell’Anima sua. Fa’ che siano
sanate, vivificate, inserite anch’esse nel suo
Corpo, affinché in breve si faccia un solo Corpo
Mistico con un solo Cuore in cui noi, come la
Piccola Teresa, vogliamo essere l’amore».
Roma faceva impazzire di gioia le piccole Figlie
della Chiesa. Strette in breve spazio - un nido poverissime fino a possedere meno di niente, la
Capitale della Chiesa offriva loro le più sfolgoranti
ricchezze dello spirito: le Catacombe, le Basiliche, i
solenni riti della chiesa di Occidente e di Oriente, i
sepolcri e le memorie dei Martiri e dei Santi, il
Pastore di tutte le anime e la sua casa, dove «il piccolo gregge» si muoveva come in casa propria.
Olga era la prima a sfaccendare, a organizzare
trattenimenti spirituali, senza pesare su nessuna,
portando nel cuore e sulle braccia il peso delle
dolci sorelle. A vederle, si capiva subito che erano
davvero e profondamente sorelle, «in esultanza e
semplicità di cuore... un cuore solo e un’anima
sola » come i fedeli della primavera della Chiesa
34
(Atti degli Apostoli 2, 46; 4, 32), esse che erano la
primavera di una nuova fioritura di anime nella
Chiesa di Dio sempre viva e sempre in fiore.
Olga assimilava avidamente lo spirito di gioia
e di fuoco della sua vocazione, che doveva avvincerla al Cristo.
Gli inizi della Congregazione erano, come tutti
gli inizi, pieni di entusiasmo e di difficoltà. In un
periodo di assenza della Madre, la Superiora
Generale delle Canossiane, preoccupata e perplessa,
disse un giorno al gruppetto: «La vostra opera non
va, figliole. È un punto interrogativo. Se volete essere Canossiane, vi accetto tutte». Olga rispose a nome
delle sorelle: «È proprio adesso che va, Madre. Le
prove sono il sigillo della Madonna».
E, per tutte, rifiutò la generosa offerta.
Le difficoltà esterne - erano senza mezzi e senza
appoggi - affinavano lo spirito: la preghiera continua e intensa soffiava nel fuoco dell’amore.
L’amore che, al cospetto di Dio, vale più d’ogni
altra cosa che in qualunque modo possa essere giudicata più utile e preziosa. Perché l’amore è lo spiegamento di tutte le risorse della creatura umana e,
con la grazia, è la forza che muove il mondo: l’amore che si nutre di contemplazione e di silenzio,
prima di abbandonarsi con sicurezza all’azione.
Attivissima, Olga era anche intentissima al silenzio: «Ne percepì fin da principio l’importanza non
solo come mortificazione, moderazione ed elevazio35
ne dell’istinto sociale, ma come risposta all’esigenza
dell’Amore che per accendere il cuore della sua
creatura, lo vuol trovare solo e occupato solo di Lui.
Su questo punto, la virtuosa figliola era rigida
con sé, con le sorelle, con tutti.
Nei tempi e nei luoghi di silenzio, una piccola
croce del pollice sulle labbra e il lampeggiar di un
sorriso, era la risposta a chi, per inavvertenza, le
rivolgeva la parola, o, se le sfuggiva una sillaba,
con lo slancio della persona, simile a un colpo
d’ala, richiamava anche le altre al dovere dell’osservanza e faceva pensare al cielo.
Una sera la sorpresi in ginocchio, in un profluvio di lagrime, presso il suo letto. Maria
dell’Immacolata, venuta da poco ad ingrossare la
famigliola, le aveva portato il profumo inconfondibile della terra vicentina e l’eco dolcissima della
cara voce materna. Al mio apparire sorrise di vergogna e mi mostrò la corona del Rosario, per assicurarmi che avrebbe vinto».
Le scarse, quasi ridicole riserve finanziarie del
«piccolo gregge», andavano frattanto esaurendosi
e l’inevitabile peso della materia sullo spirito
minacciava di disperdere le Figlie della Chiesa.
Dovettero pensare a guadagnarsi da vivere. Chi
voleva andare a servizio, chi a questuare, chi si
offriva di... morire di fame! Si ripiegò su un rimedio meno eroico: vendere carta da lettere con l’immagine della Madonna del Grappa. Fu Olga che
36
riuscì a trovare una tipografia disposta a stampare a
credito. Le sorelle partivano a coppie la mattina,
dopo due ore di preghiera, e tornavano a mezzodì
dopo mezz’ora di adorazione in una Basilica. Si
rivolgevano con la tenera aggressività dei figli di
Dio a tutti: impiegati dei ministeri, militari, agenti
di polizia e monsignori. Non tutti disarmavano,
c’erano gli indifferenti e gli sgarbati, ma molti
acquistavano la carta, aiutavano le sorelle a venderla, s’interessavano di cose spirituali.
Una volta un agente di polizia in borghese
accompagnò minaccioso Olga e la sua compagna
al tram affinché riprendessero la via di casa: il
bello era che Olga non aveva raggranellato nemmeno i soldi del biglietto.
Ma chi poteva insidiare la pace e la gioia del
cuore? Chi poteva spegnere l’entusiasmo?
Soltanto quando si è privi di tutto si ha la sensazione di essere padroni del mondo.
37
L’OFFERTA DI
SÉ
A un certo momento, la Madre dovette ritornare
nel Veneto con le sue figlie, per ritentare l’esperimento che non si voleva far continuare a Roma.
A Roma rimasero soltanto Olga e un’altra
sorella per mantenere la posizione, difese dall’amore e dalla povertà. Le otto prime Figlie della
Chiesa erano disperse: tre senza famiglia e senza
lavoro, ospiti delle altre; una prestava servizio
dove capitava, per avere un letto la sera.
Il 28 febbraio, Olga scriveva da Roma:
«Ci sono tante necessità per la vita ed ancor più
per un’Opera nascente e bisogna lavorare: il tempo
è prezioso e la nostra cara Madre ci insegna a sfruttarlo. Del resto le Figlie della Chiesa devono essere sempre in moto, spiritualmente, quali goccioline
di sangue che dal cuore (il Papa) corrono per le
arterie (i sacerdoti) fino alle più piccole membra,
fisicamente, perché devono guadagnarsi il pane col
lavoro. Contemplative nello spirito e attivissime
nelle occupazioni. Uno dei segreti che facilita questi scopi è il silenzio e tutte vediamo quanto sia
efficace, quantunque non siamo in questo perfette.
Immagino anche tutto il suo dolore per il grande lutto della Chiesa:1 è stata veramente una grande perdita che noi abbiamo sentita vivamente
seguendo col cuore questi momenti romani. Da
domani comincerà la trepida attesa del nuovo
Cristo in terra... il Signore esaudisca le preghiere
di tutto il mondo e ci dia il Pontefice secondo il
suo cuore!2
Noi confidiamo in attesa della sua volontà che
segnerà anche per la nostra opera una svolta decisiva, quantunque ora non ci occorre nulla per il
momento poiché il Signore ci ha favorito anche
troppo».
La domenica degli Olivi del 1939, dopo una
iniziale resistenza, il Vescovo di Treviso si decise
ad accogliere lo sparuto gruppo delle emigranti
del Signore e consegnò alla Madre le chiavi di una
squallida casetta attigua alla chiesa di S. Stefano.
Il sabato santo fu così iniziata a Treviso la prima
fondazione. Olga, che nel marzo aveva seguito
temporaneamente la Madre, così ne parla: «Ci trovammo riunite nel pomeriggio nella casa ancora
non rigovernata del tutto, con quattro letti (eravamo in nove), una tavola e una sedia. Nonostante la
povertà, la gioia non mancava, ma la Provvidenza
1
2
38
Il 10 febbraio 1939 era morto Pio XI.
Pio XII fu eletto il 2 marzo.
39
non volle lasciarcela gustare del tutto e prima di
sera arrivò un camion-rimorchio con tutta la mobilia di una casa signorile, che una generosa
Professoressa ci regalava. Il Signore la ricompensò
dandole la vocazione e facendola entrare per la
festa di Cristo Re tra le Figlie della Chiesa».
La gente le conosceva come le Suorine sempre
sorridenti, sempre in preghiera e sempre povere.
Inattesi e imprevedibili doni che giungevano
sempre al momento giusto, nella qualità e quantità necessaria, turavano le falle di una economia
inesistente. Gesù non ci ha forse sfidati ad aver
fede nella Provvidenza del Padre celeste?
«Ecco perchè vi dico: non vi affannate per la
vostra vita, di quel che mangerete e di quel che
berrete, né per il vostro corpo, di che vi vestirete;
la vita non vale forse più del cibo e il corpo più
del vestito? Guardate gli uccelli del cielo: non
seminano né mietono né raccolgono in granai,
eppure il Padre vostro celeste li nutre! Non valete, voi, più di essi?... E per il vestito, di che vi
affannate? Osservate i gigli del campo, come crescono: non lavorano né filano, ma vi dico che
neppure Salomone, in tutta la sua gloria, fu mai
vestito come uno di essi. Se, dunque, Dio veste
così l’erba del campo, che oggi è e domani si
butta al forno, quanto di più farà per voi, gente di
poca fede? Non v’affannate, dunque, e non dite:
“Che cosa mangeremo?” o “Che cosa berremo?”
40
o “Di che ci vestiremo?”. Di tutto questo si preoccupano i pagani, ma il vostro Padre celeste sa che
avete bisogno di tutte queste cose. Cercate anzitutto il regno di Dio e la sua giustizia, e tutte queste cose vi saran date in più» (Matteo 6, 25-33).
Come una buona sorella maggiore Olga si dava
da fare in ogni cosa e in ogni momento.
L’ora più attesa era il mezzogiorno, quando
alla porta della poverissima casa bussavano i
poveri: «i Gesù», dicevano le Suorine, perché
Gesù ha detto: «Ho avuto fame e mi avete dato da
mangiare; ho avuto sete e mi avete dato da bere;
sono stato forestiero e mi avete accolto; nudo e mi
avete ricoperto; ...ogni volta che avete fatto questo al più piccolo dei miei fratelli lo avete fatto a
me» (Matteo 25, 35-40).
La Madre racconta: «Olga scendeva di volo
con le scodelle fumanti, recitava l’Angelus sotto il
bassorilievo dell’ingresso e distribuiva minestre e
sorrisi. Poi spiegava un po’ di catechismo ai bambini; parlava del Paradiso ai vecchi; esortava tutti
a confidare nella Madonna e li accomiatava a uno
a uno, con un “arrivederci cari; la Madonna vi
benedica” che dava anche ai più scontrosi l’impressione di avere una famiglia. Come risaliva
felice se, per accontentare qualche ritardatario,
era riuscita a svuotare la sua scodella, e a riempirla d’acqua al secchiaio!».
41
Il 25 aprile Olga tornò a Roma per continuare
il corso di infermiera, che aveva iniziato presso la
scuola del Sovrano Ordine di Malta. In viaggio,
ebbe una piccola avventura, che superò con ingenua buona fede: sul treno per Roma, «a metà strada tra Bologna e Firenze si presentano un capo e
un milite ferroviario: consegnamo i biglietti, li
guardano e domandano le richieste; avviene quello che si temeva. Il biglietto con la riduzione del
70 per cento non permetteva di viaggiare in direttissimo. L’interessata era invitata a scendere a
Firenze per ripartire alle 7 ed arrivare a mezzanotte, mentre l’altra, fortunata, poteva proseguire.
Si pensava già al contrattempo della fermata fiorentina, all’aumento della stanchezza, al riposo
diminuito sul letto che ci attendeva, quando, la
vista del milite, che ripassava lungo il corridoio,
ha suscitato una ispirazione. Sono andata da lui
per pregarlo di fare un’eccezione; ho detto che a
Roma all’Ufficio Informazioni mi avevano permesso di viaggiare in diretto, che a Padova ero
salita sul diretto e che io non sapevo che a
Bologna diventasse direttissimo, che al mattino
dovevo andare presso il “Sovrano Ordine di
Malta” e che ciò non sarebbe stato possibile se
arrivavo stanca a mezzanotte. Il milite mi guardava un po’ impietosito e poi mi ha risposto che lui
non poteva concedermelo, che a Firenze sarebbe
sceso con il capo controllore e che se io volevo
42
tentare col rischio di dover pagare la differenza, lo
facessi. Ero mezza convinta e, ritornata nello
scompartimento abbiamo discussa la questione e
perfino levato i biglietti col sì e no. Tutto era per
la discesa. A Prato abbiamo preparato la valigia,
ma la Madonna è tornata in aiuto.
Il milite ripassando e vedendoci disposte a
scendere ha detto: - Non tentate di proseguire? Va
bene che ci sono ancora 316 km., ma insomma!...
Allora abbiamo presa la risoluzione di confidare
nel S. Cuore e nella Vergine. Ci siamo proposte di
restare in perfetto silenzio fino a Roma, di pregare e studiare. E per questo ci siamo fermate nello
scompartimento vicino all’uscita, senza più ritornare con le buone signore di prima. Eravamo disposte e a qualsiasi eventuale discesa, serene e
tranquille. Verso le 6 vado a lavarmi ed a pettinarmi adagio adagio sperando che intanto passasse il controllore e Maria mostrasse soltanto il suo
biglietto. Quando ritorno vedo due capotreno
fermi davanti al nostro scompartimento che sembrano attendermi. Fra me penso: ci siamo. Vado al
posto, prendo con flemma la borsetta, mostro il
biglietto e loro non lo guardano e vanno via.
Respiro un’altra volta e Maria mi informa poi che
erano passati e ripassati guardando dentro, ma
senza chieder nulla. Alle 6 si presenta davvero il
controllore: consegno il biglietto della Maria con
43
la relativa richiesta e tutto va bene; il mio lo unisco non alla richiesta traditrice, ma alla tessera
Famiglie Caduti: lui guarda, la gira e rigira, poi mi
consegna tutto senza parlare. Il S. Cuore e la
Madonna avevano vinto! Prima di scendere ci
siamo recate a salutare le signore, sorprese di non
averci visto prima e felici con noi della buona
riuscita».
Dal 1° al 27 maggio Olga dovette essere ricoverata nell’ospedale di S. Giovanni in Laterano,
in una sala comune, per un ascesso. Subì l’operazione senza anestesia; le raschiature e le medicazioni dolorosissime non le strappavano un lamento, perché soffrire era la vocazione di una Figlia
della Chiesa. Di questi dolori ebbe a scrivere a un’amica maestra come di grazie e di gioie particolari,
in modo che la collega non immaginò minimamente che si trattasse, invece, di acute sofferenze.
Nell’ospedale fu seminatrice di serenità.
Parlava a tutti della Madre, delle Sorelle, della
visibile protezione della Madonna per il «piccolo
gregge»; travolse nel suo entusiasmo e avvolse
nella sua pace le malate, le infermiere, i medici, le
Suore e il cappellano dell’ospedale.
Da S. Stefano di Treviso, Olga con semplicità
e audacia esemplarmente filiali scriveva al Papa a
nome delle Sorelle:
44
Festa dell’Assunta 1939
Beatissimo Padre!
Nella luce radiosa dell’Immacolata Assunta, di
cui la Chiesa oggi canta il trionfo, sentiamo il
desiderio di umiliarci al Padre comune con filiale
confidenza.
Siamo un piccolo gruppo di otto sorelle che ci
prepariamo a compiere la volontà di Dio con la
guida illuminata di una Madre buona.
«Figlie della Chiesa» è il nome della nostra
Associazione che si propone di amare più intensamente la Chiesa vivendo e facendo vivere il
mistero della nostra incorporazione a Cristo.
Il S. Cuore ha disposto che l’Opera sorgesse a
Roma proprio nella Sua festa, il 24 giugno 1938,
e che le prime Figlie della Chiesa vivessero con la
Chiesa, loro Madre, gli straordinari avvenimenti
di quest’anno.
In Pasqua fu aperto il noviziato nella
Parrocchia di S. Nicolò a Treviso, ove le Figlie
della Chiesa svolgono la loro attività, come sbocco della vita contemplativa ch’esse conducono,
aiutando i Sacerdoti nella formazione delle apostole laiche, secondo le direttive della Chiesa.
Ma la nostra Rev.da Madre sospira sempre
Roma: noi lo scorgiamo anche attraverso la sua
abituale serenità.
45
E, pare impossibile, solo a Roma la sua salute
gracilissima rifiorisce. Non è questo un segno che
il Signore ci vuole ancora nel cuore della Chiesa?
S. Em. Rev.ma il Vostro Cardinal Vicario ci
aveva già offerto, per mezzo del Suo Visitatore
Apostolico, Padre Lazzaro D’Arbonne, una possibilità di sistemazione iniziale presso il Santuario
della Madonna del Divino Amore. Ma la nostra
indegnità ha mandato a vuoto il progetto.
Ciò non ci scoraggia; perché proprio «delle
cose ignobili e di quelle che non sono»3 Gesù si
serve per la Sua gloria.
E Vostra Santità non è forse il dolce Gesù in
terra?
A Voi Santo Padre nulla è impossibile.
Sulla tomba di Pio X noi spingiamo i nostri
desideri fino all’estremo e affidiamo tutte le
nostre speranze alla Sua prediletta Madonna.
E stringendoci insieme ai Vostri S.S. Piedi
imploriamo l’apostolica benedizione.
In Sanguine Agni
umil.me e dev.me
«Figlie della Chiesa»
3
«Ciò che è stolto per il mondo, Iddio lo scelse per confondere i
sapienti; e ciò che per il mondo è debole, Iddio lo scelse per confondere quello che è forte; scelse ciò che per il mondo non ha
nobiltà e valore, ciò che non esiste, per ridurre al nulla ciò che esiste, affinché nessuna creatura possa vantarsi dinanzi a Dio » (S.
Paolo, I ai Corinzi 1, 27-29).
46
Durante l’anno scolastico 1939-1940, dopo un
anno di aspettativa, Olga riprese l’insegnamento
nel suo paese natio per procurare un aiuto finanziario alle Sorelle.
Dalla casetta di Treviso scappava in fretta il
lunedì per recarsi a Poiana e smetteva la veste e il
velo bianco per indossare un vestito laico fuori
uso: da «mezzo-signorina», diceva. Portava con
sé due valigione vuote, che al suo ritorno, dopo
quindici giorni, riportava alle Sorelle piene di
ogni ben di Dio.
A Poiana, la comparsa di Olga suscitò meraviglia e commenti. Che cosa stava succedendo?
Aveva lasciato il convento? Era suora o signorina?
«Sono come le rane - rispondeva Olga con un
sorriso - ora dentro ora fuori dell’acqua».
Si rideva di lei. I colleghi non la vedevano di
buon occhio: perché toglieva il pane a chi doveva
mantenere una famiglia? Non sapevano che anche
Olga aveva una famiglia da mantenere per la sua
parte. La lontananza delle Sorelle le pesava fino allo
spasimo. Non resistendo più a queste pene se ne era
sfogata con un sacerdote, ma stracciò la lettera.
«Confidò più tardi a una sorella, poco risoluta
nei distacchi del cuore, le sue battaglie.
Sì, aveva ingoiato molte lagrime a ogni separazione da noi; ne aveva compresse molte sotto violenti sorrisi, per nascondere il suo dolore alla
mamma; si era sentita gelare e amareggiare da
47
quegli interrogativi che avevano gettato il ridicolo sulla sua persona e il discredito sull’opera,
cuore del suo cuore; ma poi aveva respirato come
in alta montagna.
Oh, che respiro pieno, largo, benedetto! E si
era trovata “col mondo sotto i piedi”, come Santa
Teresa.
Che senso di sollievo, di liberazione!».
Nonostante tutto, Olga proseguiva nel suo
cammino stretta alla Croce, fra le braccia della
Madre gaudiosa e dolorosa di Gesù.
Il 20 gennaio 1940, si ebbe bisogno di un permesso per ottenere che la Madre, sempre
Canossiana, potesse ancora restare alla direzione
delle Figlie della Chiesa. Toccò ad Olga esprimere al Vescovo di Treviso l’ansia delle sorelle e
chiedere al Presule una raccomandazione:
«Il pensiero che, senza questo permesso, la
nostra Madre potrebbe esserci tolta ci getta nella
più dolorosa costernazione. Entrando nell’Opera
avevamo la certezza ch’ella sarebbe rimasta sempre con noi. Avvalorava questa persuasione il
fatto che altri istituti avevano dato qualche loro
elemento per la formazione e la direzione di opere
nuove, e questo non per un breve, ma per un lunghissimo periodo di tempo. Il Visitatore
Apostolico stesso in più occasioni ripetè la frase:
“Per l’Opera non due anni sarebbero bastati, ma
quaranta, anzi tutta la vita della Suora sarebbe
48
stata necessaria”. E infatti anche noi abbiamo la
più ferma convinzione che la presenza della
Madre sia indispensabile per la nostra formazione
spirituale e religiosa, convinzione sempre più
accresciuta dall’esperienza quotidiana e dalle
stesse condizioni fisiche della Madre, la quale,
sempre un po’ sofferente, è per noi scuola altissima di perfezione nel dolore...
Infine la sua direzione è insostituibile anche
nei riguardi delle attività esterne che necessariamente nell’Opera nuova vanno prendendo stabile
fisonomia un po’ alla volta e per questo non si
richiede meno delle doti d’intelletto e di organizzazione di cui la Madre è stata largamente fornita.
Per tutti questi motivi invocano da Vostra
Eccellenza la raccomandazione di cui sopra, le
figliole straziate al solo dubbio di perdere la loro
amatissima Mamma e che confidano nella paterna
bontà dell’Eccellenza Vostra per un valido aiuto;
non sarebbe davvero inumano che la Mamma
fosse strappata alle figlie lasciandole orfane prima
ancora che siano giunte alla vita?».
Dopo un corso di esercizi spirituali a Santo
Stefano di Treviso predicato dall’Arciprete di
Poiana, il 4 agosto 1940 Olga pronunziò i suoi
voti con altre otto sorelle che da un anno circa
convivevano in letizia e povertà come Figlie della
Chiesa.
Si trattò allora, e per Olga fino alla fine, di voti
49
privati, perché la Congregazione delle Figlie della
Chiesa fu canonicamente eretta soltanto il 21 aprile 1946. Sul letto di morte Olga sospirerà: «Ah, io
muoio e dopo verrà l’approvazione».
Il corso di esercizi ebbe come argomento un
tema fondamentale nella spiritualità delle Figlie
della Chiesa: la nostra incorporazione a Cristo.
Tra gli appunti spirituali di Olga si trovano le
seguenti osservazioni sui voti, ispirate alle istruzioni della Madre e scritte nel 1941:
«Voto di obbedienza
- Le Figlie della Chiesa obbediranno come
Gesù fino alla morte, senza ragionanenti, senza
repliche, generosamente, cattolicamente.
- Abbandoneranno la cura del proprio corpo
alla Madre come bambine, disinteressandosi di
medici, di medicine, delle loro stesse malattie con
un rigoroso silenzio.
- Abbandoneranno la cura del proprio spirito al
confessore per le cose di coscienza e alla Madre per
la regolare osservanza sapendo far senza del loro
aiuto quando il Signore lo volesse, e lietamente.
Voto di povertà
- Non potranno possedere nulla, né usare della
minima cosa senza permesso.
- Dovranno fare vita comune per il cibo, il
riposo, il vestito, e metteranno tutto in comune.
Voto di castità
50
- Non si permetteranno assolutamente amicizie
particolari, dimostrazioni particolari di affetto,
simpatie per una casa piuttosto che per un’altra.
—Non faranno neppure il bene senza permesso perché solo chi obbedisce opera con purezza e
ha Dio con sé.
Voto di carità
- Si ameranno soprannaturalmente e non si
accuseranno mai reciprocamente».
«Mi manca il tempo, -scriveva Olga a un’amica il 15 agosto- per descriverti le delicatezze squisite che in quel giorno - il giorno dei voti - ebbe
per noi lo Sposo divino. Ora siamo inchiodate
sulla croce e bisogna filar dritto».
L’emozione profonda e la gioia inenarrabile
del momento in cui un’anima, sulle ali della grazia, formula la decisa e precisa volontà di consacrarsi totalmente a Dio rinunziando a tutto per
guadagnare soltanto Lui, sfuggono alla umana
misura e sfidano ogni capacità di descrizione. È il
momento in cui muoiono le parole, e lo Spirito
Santo «intercede per noi con gemiti inesprimibili,
e colui che scruta i cuori sa qual è il desiderio
dello Spirito» (S. Paolo ai Romani 8, 26-27). È il
momento in cui Dio manda «lo Spirito del Figlio
suo nei nostri cuori, il quale grida: Abba, Padre»
(S. Paolo, ai Galati 4, 6).
51
LA CASETTA FRA LE
ROSE
La vigilia dell’Assunta del 1940, ai primi
Vespri, le Figlie della Chiesa avevano aperto a
Bavaria del Montello la seconda casa fuori di
Roma, col titolo «Sancta Virgo Virginum». Si
incominciò, infatti, a dare ad ogni casa un titolo
delle Litanie Lauretane, come a enumerare i doni
preziosi della Madre di Gesù. «Sancta Maria» era
la casa di Roma, «Sancta Dei genitrix» era quella
di S. Stefano a Treviso.
Il I° novembre fu la volta di una quarta casa,
«Mater Christi», a Carpenedo di Mestre, trasferita il 21 successivo a Mestre. Il 2 novembre Olga,
alla quale la Madre affidava la guida delle Sorelle
di Mater Christi, faceva la cronaca della inaugurazione. Dopo aver ricevuto a Venezia la benedizione del Patriarca e il dono di una sua fotografia
accanto alla statua di S. Teresa del Bambino Gesù
nel Carmelo di Lisieux, scattata dalla sorella di S.
Teresa, Celina, la Madre e le figlie si recano al
loro «Piccolo Carmelo»: «Siamo in un ambiente
signorile anche troppo: quindi bisogna saper conciliare l’ambiente con la santa povertà».
52
La fondazione era destinata ad accogliere studenti e ad essere casa di ritiro: «Il bello sta nell’attirare le studenti - dice Olga - e intanto noi
dobbiamo studiare tutti i mezzi per guadagnarci il
Panem quotidianum». Il Piccolo Carmelo era
anche definito: «l’università al verde». Olga
dovette fare la cuoca senza focolare e la dispensiera senza stoviglie.
La guerra imperversava: «Preghiamo sempre
per la pace unite al S. Padre così profondamente
afflitto nella sua infinita carità. Dimenticarci, pregare e immolarci, ecco la nostra vita». Sulla casa
vegliava la Madonna del Sorriso, per consolare
Olga della freddezza che la circondava.
Racconta la Madre: «A Mestre nessuno ci
aveva chiamate e nessuno aveva bisogno di noi.
Mater Christi nata fra le rose, col paterno incoraggiamento di Sua Eminenza il Cardinale
Patriarca, era troppo fuori mano, e solo i poveri e
i piccoli sfrattati vi accorrevano fedeli sul mezzodì, per riscaldarsi lo stomaco. L’apostolato catechistico attecchiva a stento. Negli spiazzi erbosi
fra le nuove case operaie agglomerate verso il
Porto di Marghera, i ragazzi schiamazzavano
abbandonati. Olga se ne trascinava sempre dietro
una frotta e dopo una preghiera alla Madonna del
Sorriso e una esortazione a fuggire il peccato, li
lasciava andare con una immagine, una medaglia,
53
un ardente invito al Catechismo domenicale in
Parrocchia in cui il suo zelo trovava, almeno settimanalmente, sfogo e compenso.
Anche l’apostolato liturgico aveva poca presa
nelle volubili studenti attratte dall’ambientino
distinto, dalla suora candida e gaudiosa che accorreva al cancello ad accoglierle. Tra una folata di
chiasso e l’altra, Olga riusciva a trattenerle col
Messale, il Mariale, l’Ufficio Divino, la Pastorale
dell’Eminentissimo Patriarca, l’Enciclica del
dolce Gesù in terra, o col Canto gregoriano della
Sorella. Ma il gruppo disorganizzato si disperdeva nelle vacanze.
Di collaborazione all’Azione Cattolica non
aveva potuto nemmeno far cenno, perché timori e
preconcetti sbarravano il passo.
Rimanevano gli afflitti da consolare, e i morti
da vegliare. Parve meno contrastata quest’ultima
opera di misericordia spirituale, e Mater Christi
vicina alla cella mortuaria dell’ospedale, si distinse... per l’apostolato dei morti!
Le astratte sorelle, occupate solo di studio, si
accorsero una sera che la sua faccia era livida livida. Mi aveva strappato il permesso di fare da sola il
bucato, ed era stata china sulla vasca da bagno dal
mattino fino a quell’ora, in una stanza umida e gelida a tramontana. Si affievolivano i tocchi della solita funzione serale. La generosa figliola indossò la
sopravveste, si velò, uscì respingendo una Sorella
54
che voleva sostituirla e scomparve fra la nebbia.
Parlando in seguito delle grazie di cui tratta S.
Giovanni della Croce nel “Cantico spirituale” per
animare una Sorella al sacrificio, le confidò che
Gesù, quella sera, le aveva toccato il cuore col
fuoco e che ne era rimasta inebriata per otto giorni.
Le Sorelle spettatrici di queste accensioni la
soprannominarono burlescamente Santa Caterina
da Mestre, ma chissà quante piccole e grandi virtù
nascose, con lo splendore del suo volto illuminato dall’interno! Chissà quanto lottò con la sua sensibilità in quel primo anno di fondazione che, per
gli insuccessi nell’apostolato, le fece perdere,
apparentemente, il primo posto nel mio cuore.
Tutte unanimi infatti, nel designare le mie tre
predilette, ravvisarono San Giovanni in Maria del
Divino Amore, San Pietro in Gina di Santa Teresa
del Bambino Gesù e San Giacomo in lei: il meno
amante, il meno zelante dei tre. Non più il primato di amore, dunque! Né più il primato di zelo!
Chi pensava allora che San Giacomo ebbe il primato del martirio?».
Il 4 febbraio 1941 Olga scriveva una stupenda
lettera alla Madre, indice della sua alta temperatura spirituale: «Con Lei devo sfogare la piena del
mio cuore che arde dell’Amore di Gesù: sento che
devo tutto ciò alla Mamma Immacolata e a Lei,
Mamma mia nel Signore, che l’ha sospirato ed
invocato per me. Saprò dirle tutto quello che ho
55
dentro? Non so: mi provo e Lei con l’intuizione
delle mamme indovinerà il resto. Non sono più i
“tocchi” deliziosi, ma misurati... è una fiamma
più intima, più profonda, più larga che dilata il
cuore e l’anima, sciogliendoli e trasfondendo una
nuova vita non solo interiore, ma anche fisica.
Fantasie? Non credo, perché succedono quasi
sempre a sofferenze fisiche o morali. O benedetta
Ottava per l’Unità 1941! È passata con l’influenza e le lotte interiori, ma chi può misurare il bene
immenso che ora godo? Domenica Gesù si è sollevato dal fondo dell’anima mia, ha calmato i
venti e la tempesta, proprio nella festa della
Mamma comune. Da allora non sono più io, ma è
Lui che vive in me.1
Questo fuoco mi ha risvegliato più volte anche
questa notte e mi cantava nell’anima qualcosa di
Paradiso. Ho capito l’anelito di S. Teresina:
“morir d’amore”: mi dà questo permesso o
Mamma dolcissima? Gesù vuole però un’altra
cosa: che io giunga ad amare e a desiderare il disprezzo. Ne sono tanto lontana, Lei lo sa bene, ma
l’Amore, la Madonna e lei, Mamma mia, ci penseranno. Non è vero?
La prego di tener segreta questa mia con le
Sorelle perché certe cose a Mamma sola è dato il
conoscerle...
Chiudo con le parole del Salmo che questa
mattina ha illuminato l’anima mia di nuova luce:
“Cantate Domino canticum novum; cantate
Domino omnis terra”,2 e avanti fino all’invito cattolico. che tutti i fratelli del mondo conoscano
l’Amore e da Lui si lascino reggere.
Che cosa è il mio debole anelito vicino al suo,
Mamma carissima? Ebbene permetta che io preghi col suo cuore e Lei ringrazi e magnifichi per
me, miserabile ma felice, il Signore e la Vergine
Immacolata.
Nella Carità infinita, sua aff.ma
Olga d.M d.D.»
1
2
S.Paolo, ai Galati 2,20: «Sono crocifisso con Cristo; e non più io
vivo, ma Cristo vive in me».
56
Non mancavano, in quei giorni, le apprensioni
per la guerra che aveva raggiunto anche la famiglia di Olga, la quale aveva già subito le tristissime conseguenze della prima guerra mondiale con
la perdita del papà.
Il 18 febbraio 1941 scriveva: «Giovedì p. v. ci
saranno a Lonigo le nozze di mio fratello che porterà la sposa a Taranto in mezzo al pericolo.
Mamma tentò di arrestare per il momento il matrimonio, ma invano: l’amore acceca. Raccomando
«Cantate al Signore un canto nuovo, canti al Signore tutta la
terra».
57
a te e Mamma tua la zia e gli sposi perché abbiano a fondare una famiglia cristiana.
L’altro mio fratello richiamato è a Lussimpiccolo in un’isola dell’Adriatico e in questi giorni
tornerà in licenza. Mamma dev’essere disfatta da
tanti pensieri; mi scrive: voi siete sole a godere la
pace in tanta tempesta, come l’Arca di Noè nel
diluvio. Mia sorella ci invidia e non vede l’ora di
venire a trovarci al Carmelo».
La consacrazione al Signore non inaridisce i
naturali e legittimi affetti, anzi, purificandoli, li
approfondisce e li fa più autentici e vivi.
Del marzo successivo sono questi pensieri:
«Vogliamo trovare l’Amore di Gesù, lasciarci
possedere, trasformare, diventare sue piccole vittime. E per questo dobbiamo abbracciare la
Croce, stenderci su di essa, “compiere ciò che
manca alla Passione di Cristo” desiderando che
Egli soffra in noi. Abbiamo capito che le parole
sono belle, ma che non accontentano lo Sposo
Divino: ci vogliono le opere in pratica, occorre
morire ogni giorno alla nostra volontà, ai nostri
attacchi, alle nostre idee.
C’è bisogno di vittime non a parole, ma che
agiscono; occorre il nostro sangue, quello del
cuore e siamo generose. Bisogna morire per dar
frutto, ebbene lasciamo morire la natura che desidera la salute, i comodi, le consolazioni. L’Amore
si conquista attraverso la Croce ed è un dono ine58
stimabile: amar Dio vuol dire abbandonarsi tutte a
Lui, non volere più nulla. Egli ricambierà con le
sue dolcezze ineffabili che sono sulla terra un’anticipazione del Paradiso».
Alla zia, che aveva subito una grave e dolorosissima operazione chirurgica, raccomandava:
«Abbandoniamoci al Signore che conosce il
fine di ogni cosa; intanto ti fa una grazia grande: ti
domanda a prestito la tua guancia per continuare a
soffrire e salvare anime. Guarda che è proprio così
e devi andare superba di tanto onore... Approfitta il
più possibile dei dolori presenti che il Signore tramuterà in gemme preziose per la tua corona
immortale. Siamo al mondo per conoscere il buon
Dio e per amarlo. Nella sofferenza l’amore si purifica e si raffina. Disse il Signore a quella santa
Suora spagnola: “Vivi con me come Io vivo con te.
Nasconditi in me come Io mi nascondo in te. Tutti
e due noi ci consoleremo a vicenda, perché la tua
sofferenza sarà la mia e la mia sofferenza sarà la
tua”. “L’anima che ama desidera soffrire; la sofferenza aumenta l’amore”. “L’amore e la sofferenza
uniscono strettamente l’anima al suo Dio e la rendono una stessa cosa con Lui”. Gioisci dunque di
essere stesa sulla Croce con Gesù e vedrai che più
l’amerai più facile troverai ogni cosa».
Mancavano allora esattamente due anni alla
manifestazione della croce di Olga, che la grazia
faceva progredire con dolcissima violenza.
59
UN ANNO
DI FUOCO
Dopo aver trascorso a Roma il mese di giugno
del 1941, Olga si preparava a un anno memorabile della sua vita.
Nel giorno della festa del Cuore Purissimo di
Maria, partì con la Madre e un’altra sorella per un
viaggio allora, in tempo di guerra, avventuroso.
Doveva raggiungere Ischia per una nuova fondazione: un’altra esperienza che avrebbe dovuto
sempre meglio prepararla ad assumere un giorno
la direzione di tutte le Figlie della Chiesa.
Erano aspettate dal piissimo Vescovo Mons. De
Laurentis e da Mons. Ciro Scotti, Vicario generale,
poi morto in concetto di santità, che la Madre aveva
conosciuto durante l’apostolato tra i soldati delle
retrovie venete durante la guerra del 1916-1918.
Olga così descrisse le impressioni «liriche comiche - tragiche - mistiche - stupefacenti» del
viaggio:
«Fino a Napoli abbastanza bene, nonostante
l’ora calda. Abbiamo ceduto anche il posto a due
poveri soldati che dormivano in piedi... A Napoli
siamo scese in una magnifica stazione e abbiamo
60
preso un cestino (all’albergo - L. 14) e ivi consumato placidamente. Causa il razionamento non
c’era la pasta asciutta, ma pollo arrosto eccellente... Poi nella stazione sotterranea abbiamo atteso
il treno per Montesanto (L. 0.50), ma non vi dico
la sorpresa. Alla seconda fermata si doveva scendere e si correva sempre all’oscuro nel sotterraneo. Il treno si ferma; inconvulsate scendiamo e
una debole lampada illumina una scala; ci mettiamo a salire e finita quella ecco un’altra, ma un po’
strana: è la scala mobile. Un signore ci invita a
mettere i piedi sul primo gradino ed ecco che si
sale, si sale lungo il pendio inclinato fino a raggiungere un pianerottolo. Ora, basta fare un passo
e trovarsi sul solido: Mamma spicca invece un
salto grazioso e poi, ridi a più non posso. Il signore che ci seguiva si divertiva anche lui e attendeva la sorpresa dello svolto: un’altra scala mobile
più lunga ci sta davanti e bisogna salire. Poi si
passa alla stazione Cumana, ma non vi dico la
sporcizia e la fatica di Ercole per avere il biglietto che ci è costato un’ora di attesa e da parte mia
una stretta furibonda del corpo mistico napoletano.
Se sentiste il gergo! non si capisce una parola...
Poi alle 3.30 il treno sotterraneo a tratti, che
porta a Baia lungo il mare, un mare azzurro incantevole che unisce alla Madonna, al Cielo. A Baia
si approda sul vaporetto e alle 5 si parte. Un’ora e
mezzo di traversata meravigliosa: il mare incre61
spato, di un azzurro sempre più cupo, ristora, delizia, eleva; si profila Procida stupenda e poi Ischia
incantevole. Al Porto dell’Isola si scende davanti
ad una Chiesa bianca, la prima che troviamo aperta. Felicita Scotti ci accoglie allo sbarco; è riservata, ma molto caruccia e ci porta in Chiesa, forse
la più bella dell’Isola. La pala dell’Altare
Maggiore ha l’Assunta con le braccia aperte e
abbiamo l’impressione che ci dica: “Venite, venite!”. L’invito lusinghiero ci seduce e ci infonde la
speranza della “fundatio”. Con Felicita c’incamminiamo da Porto (una Parrocchia) per Ischia
centro; attraversiamo una pineta stupenda; l’aria è
leggera, pura e Mamma si ristora. Incontriamo la
Presidente Diocesana (Felicita è la vice) avvertita
pure da Mr. Scotti e sentiamo tutta l’ammirazione
per lui e per il santo Vescovo. Arriviamo in un
altro centro e ci fanno vedere la casa che propongono alle Figlie della Chiesa: due stanze larghe, in
vista del mare... Intanto dalla finestra chiamano:
“Cocchiere!” e una carrozzella si arresta alla
porta. È il mezzo di trasporto dell’Isola, come di
Napoli, tutta caratteristica. Si sale tutte e quattro e
sussultando si arriva ad Ischia centro, alla casa
che ci ospita e che è la continuazione del
Vescovado e del Seminario in vista della
Cattedrale. A voce le impressioni della Casa ospitale, umoristiche più che no. C’è la Cappella e
questo ci basta. Le due Dirigenti c’invitano ad
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andare dal Vescovo dopo cena. Noi, strabiliate,
ceniamo e verso le 9 ritornano a prenderci e a
dirci che il Vescovo ci aspetta. Ah, che impressione soave! È S. Alfonso Maria de’ Liguori che ci
sta davanti tutto umile, ossequiente. Ci accoglie
col benvenuto come se l’affare fosse compiuto e
poi si mette a parlare di Gesù, dell’amor di Dio e
continua, continua per mezz’ora una conferenza
spirituale e ci fa anche servire il vermouth. Siamo
stupite e commosse e mormoriamo: “È il Vescovo
dell’Opera”... Ci benedice lungamente come un
santo e sulle 10 rincasiamo e ci addormentiamo
fra i commenti più entusiastici».
Le lettere di Olga in questo periodo traboccano
di entusiasmo e di felicità. Il primo adattamento
all’ambiente fu difficile e tale restò abbastanza a
lungo: diverso dialetto, costumi diversi, mentalità
diversa, bisogni - si era in guerra-moltissimi.
La lotta con bestiole che non erano precisamente il diavolo e che infestavano le camerette
dove erano alloggiate le sorelle acquistò il sapore
d’una avventura eroicomica.
Gli isolani, con l’entusiasmo un po’ aggressivo
dei meridionali, assediarono presto la casetta delle
bianche, linde, sorridenti Sorelle, nelle cui mani
fu convogliato quasi tutto l’apostolato delle organizzazioni cattoliche: l’insegnamento del catechismo in parrocchia, le giovani e le studenti di
Azione Cattolica, la associazione insegnanti, le
63
signore, le Dame e le Damine della Carità -cioè le
Conferenze di S. Vincenzo de’ Paoli- le visite agli
ammalati e ai poveri, la scuola di taglio e cucito,
la buona stampa e perfino le ripetizioni di latino,
di francese, di matematica, che Olga doveva preparare faticosamente. E bisognava salvare le due
ore di meditazione e le otto ore di sonno. Olga si
buttava letteralmente allo sbaraglio e non si riesce
davvero a capire come potesse arrivare a tutto.
Tanto più che i suoi dolori di testa diventavano
sempre più insistenti: «La mia testa è così esaurita che si ribella a qualsiasi occupazione».
Quest’attività frenetica non le impediva di tenere i contatti non soltanto con la Madre, ma con le
Sorelle delle altre case, coi parenti, con le amiche:
a tutti descriveva le cose meravigliose che accadevano nella meravigliosa isola perduta nel mare e
nel sole, che essa chiamava Terra Promessa.
L’anima della piccola casa era il vulcanico
Mons. Scotti, che Olga chiamava Monsignor
Fuoco o Monsignor Ignis. A contatto di quest’anima grande, instancabile nel dirigere paternamente
le Figlie della Chiesa a lui carissime, Olga correva nelle vie dell’Amore. Mons. Scotti amava
chiamarle le Sorelle «Beselelite», da Beseleel,
l’artista che Dio scelse al tempo di Mosè per la
costruzione del Tabernacolo e delle sacre suppellettili: «L’ho riempito dello Spirito di Dio che gli
64
ha impartito saggezza, abilità e perizia per ogni
genere di lavoro».
«Non è stupendo?» -diceva Olga- «troppo
onore, ma l’Amore farà Lui con noi straccio».
Che gioia preparare la casetta per accogliere
l’altare e il Tabernacolo -centro necessario di una
vita votata a Dio e al prossimo- con mille industrie, con cura gelosa.
Le ristrettezze della guerra erano alleviate
dalla generosità degli isolani, che provvedevano
le Suore di tutto. «Abbiamo anche troppo» diceva
Olga. Dall’isola, risparmiata dai bombardamenti,
si udiva il fragore delle bombe che cadevano a
Napoli e si vedevano i bagliori degli incendi, e le
Sorelle pregavano per tutte le sofferenze seminate dalla guerra, in unione col Papa, che scongiurava il mondo perché ritornasse alla pace.
I prediletti di Olga erano sempre i poveri:
Michele, il piccolo facchino del porto, Luigi, il
mozzo di mare, Pasquarella che andava a liberarsi ogni giorno dei suoi parassiti tra le braccia delle
Sorelle e diceva: «Se qui si sta così bene, che cosa
sarà in Paradiso?».
«Olga -racconta la Madre- una sera fu chiamata d’urgenza dal Parroco per preparare la misera
vecchietta a morire. Mi trovavo lì, e corremmo
insieme con tovaglia, candele, fiori.
Pasquarella rantolava, ma i suoi occhi quasi
spenti riconobbero l’angelo bianco che battendo a
65
cento porte le aveva provvisto il materasso pulito,
e ora sostituiva un guanciale al troncone di sedia
su cui l’avevano appoggiata per farla respirare.
Pasquarella, viene Gesù; viene a portarvi in
Paradiso!
In quel momento comparve il Sacerdote con
l’Ostia Santa. Ancora uno sguardo cosciente a Lui,
a noi; poi, con Gesù nel cuore, entrò in agonia».
Sono di questo tempo alcune rapide annotazioni spirituali, che Olga doveva segnare per farsi
tener d’occhio dalla Madre e sradicare dal cuore
ogni tendenza o difetto che anche minimamente
contrariasse l’Amore:
Dicembre 1941.
16. Troppo dura anche con la Sig.na. Parlato in
dialetto.
17. Poco raccolta.
18. Poco mortificata nel soffrire un po’ di sete.
20. Distratta: rotto il piattino del sapone e la
presa della lampada. Parlato troppo.
22. Poco perfetta nelle piccole cose.
27. Parlato in dialetto.
29. Troppo dura con le Sorelle e la Sig.na.
30. Non esatta nella sveglia al mattino per pigrizia. Dimenticato un segno di croce.
Ho fatto capire che il maiale mi era stato
pesante.
66
Gennaio 1942.
1. Testarda nel mio parere. Parlato in dialetto.
Andata a Messa col velo più disordinato.
3. Segno di croce tralasciato. Dura nel correggere le Sorelle.
5. Poco sorridente. Superba nel sottolineare le
piccole mancanze degli altri.
7. Parlato del passato dell’Opera, ma c’entrava
il mio io.
8. Perduto tempo con le studenti. Non aiutato
nel secchiaio.
9. Ho tralasciato un atto di carità.
10. Parlato in dialetto.
12. Esigente con le Sorelle.
13. Osservazioni secche specie in cucina.
14. Scatto nervoso. Screpolato l’ampollina dell’acqua.
15. Non pronta ad obbedire Mons. e S. E. il
Vescovo. Seccata quando M. ha spostato la
sedia che io avevo messo vicina all’harmo nium.
Metà quaresima.
13. Chiacchierona. Intollerante con la Sig.na M.
«Sono innamorata dell’isola del fuoco» scriveva alla mamma per la Pasqua del 1942. Nella stessa data, raccontava al Cardinal Piazza, Patriarca di
Venezia e grande protettore delle Figlie della Chiesa,
le sue esperienze: «Nell’isola del fuoco, che è vera-
67
mente terra di missione, continuiamo a svolgere il
nostro apostolato di penetrazione nelle anime. C’è
tanto fuoco sì, ma pure tanta deficienza di formazione e noi dovremmo essere realmente calici traboccanti, perfettamente identificate col Cristo, per
lasciarLo trasparire, per darLo alle anime.
Fortunatamente Gesù Eucaristia è il centro
della nostra piccola casa e Lui attira le anime, sia
alla scuola di lavoro, al corso di taglio, al doposcuola, sia al ricreatorio, e le illumina con la sua
luce e le riscalda col suo calore.
Un’altra grazia è l’avere un santo Direttore
nella persona di Mr. Vicario. Essendo Egli pure
Assistente Ecclesiastico dell’Azione Cattolica
tiene le adunanze di Consiglio Diocesano a Mater
Divinae Gratiae e nei mesi scorsi iniziò la
Sezione Insegnanti e il Gruppo Maria Cristina di
Savoia per le Signore, con relative profonde conferenze mensili.
In ogni I° Venerdì abbiamo il nostro ritiro con
Gesù sempre esposto e con la partecipazione di un
bel gruppo di giovani dell’Azione Cattolica e di
alcune vocazioni che la Madonna sta preparando.
Lavoriamo poi in Parrocchia insegnando il
catechismo, assistendo alle adunanze di Azione
Cattolica, alla Messa del fanciullo, visitando gli
ammalati poveri, felici di collaborare con le
«Figlie della Carità» per l’organizzazione delle
Conferenze Femminili di S. Vincenzo.
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V. E. ci benedica, in carità, e ci impetri amore
per il Crocifisso nostro Gesù e ardore di apostolato per la salvezza delle anime in cui Egli continua
a soffrire».
Una lettera alla Madre nel 1° Venerdì di luglio
del 1942 ci permette di sorprendere Olga nel suo
ardore e nella sua dedizione: «La pensiamo dappertutto e nel Sangue dell’Agnello svenato la sentiamo strettamente a noi unita. Ieri pure nella
nostra festa di Mater Divinae Gratiae abbiamo
con Lei cantato:
Fu il verginale Sangue del tuo cuore
che ci donò Gesù, l’ostia d’amore.
Foedus in Sanguine, continuò questa mattina
Mr. S. [Mons. Scotti] in una insuperabile meditazione sulla devozione del mese e delle Figlie della
Chiesa (le goccioline, come le battezzò Mamma)
in particolare. Avremmo voluto che Lei e tutte le
Sorelline fossero presenti perché tracciò mirabilmente la storia del Sangue ab eterno dimostrando
che la devozione al Prezioso Sangue è l’essenza
della devozione al Cuor di Gesù... Ci esortò ad
essere le vigili riparatrici, pronte a cogliere le
gocce di Sangue calpestato e ad offrirle incessantemente al Padre. Saremmo allora le goccioline
irrequiete, cariche di detriti, che il tocco del
Sangue divino purifica e ricolora.
Che bellezze ineffabili! Preghi, Mamma... perché come dice lo Spirito Santo: Ad sacram men 69
sam admissi hausimus aquas in gaudio de fonti bus Salvatoris: Sanguis eius fiat nobis fons aquae
in vitam aeternam salientis.1 Questo chiedemmo
anche a Sua Eccellenza (ma in italiano però).
Dopo l’Esposizione ardevamo dal desiderio di
immergerci nella... meditazione del soggetto caro
a Gesù, quando Egli volle un’altra contemplazione. Il Cappellano, d’urgenza, ci aveva mandato
soprabito e calzoni da aggiustare e rimandare con
la veste che già tenevamo in casa. L’attendente
(fedele esecutore) ci voleva sull’istante e la
Signorina tribolò a convincerlo che non si poteva
perché le Suore stavano alla predica di Mons.
Vicario. Pensi che intanto il Cappellano aspettava
in camera perché l’unica veste era da noi. Così in
fretta e in furia, senza pensare a colazione e a
pranzo, davanti al nostro Gesù lavorammo e per
la mezza tutto era pronto».
Per la festa dell’Assunta Olga tornò a Roma per
gli esercizi spirituali. Ecco alcuni propositi scritti
da Lei: «Desiderare di essere dinenticata da tutti.
Non giudicare gli altri dal mio punto di vista.
Compatire pensando, anzi essendo convinta di
sbagliare. Sforzarmi di essere indifferente al cibo,
1
«Ammessi alla sacra mensa, abbiamo attinto le acque alle fonti
del Salvatore: il suo Sangue diventi per noi sorgente di acqua viva
che zampilla fino alla vita eterna». Preghiera dopo la Comunione,
dalla Messa della festa del Prezioso Sangue.
70
al vestito, alla casa, a qualsiasi obbedienza perché
momento per momento devo vedere la volontà di
Dio in tutte le cose.
Sacrificare il mio gusto personale sempre e in
tutto.
Non dire mai no alle Sorelle che chiedono un
favore.
Sorridere sempre a tutte.
Sorriso di regola, specie nel patire, nelle prove,
nelle contrarietà».
La Madre dovette subire una operazione chirurgica che minacciava di essere mortale e voleva
prepararsi al distacco dalle sue figliole, tranquillissima per l’opera ancora agli inizi, perché Olga
l’avrebbe sostituita. Volle provvedere a lasciare
alla sua figlia prediletta una regola, che fu stesa
con l’aiuto del compianto P. Gabriele di S. Maria
Maddalena, Carmelitano Scalzo, famoso esperto
di Teologia Spirituale e mistica, al quale confidò
il suo ideale.
«Il Padre capì, e sulla traccia dello spogliamento totale richiesto da San Giovanni della
Croce e reso accessibile ai piccoli dalla Piccola
Santa (S. Teresa del B. G.), ridusse le Figlie della
Chiesa alla semplicità della “bambina di Gesù”.
La relazione di figlia, di sorella, di sposa, può
esprimere maggiore dipendenza, confidenza, intimità; il titolo di “bambina” fa pensare all’abbandono sicuro dei piccoli fra le braccia della
71
mamma e pare debba commuovere di più le viscere di Dio».
Olga invocò con tutta l’anima la guarigione
della Madre: «So chi morirà prima», disse a una
sorella.
La convalescenza della Madre doveva prolungarsi per un anno e le figliole la pregarono di
prendersi Olga come segretaria. La sua missione
ad Ischia sembrò concludersi con un fallimento;
per la stagione balneare Olga aveva eseguito alla
lettera l’ordine di non accettare nella casa le
signorine in costume semibalneare. I bambini del
catechismo si erano dispersi sulle spiagge. I poveri erano assistiti dalle signore e signorine della
Conferenza di S. Vincenzo.
La Madre temeva soprattutto che l’abbondanza
delle consolazioni paterne di Mons. Scotti nella
direzione spirituale ritardasse, alla sua figliola, la
sopraeminente ricchezza delle consolazioni divine, che Dio di solito concede a chi rinuncia per
amor suo a tutte le consolazioni.
72
A GRANDI
PASSI NELLA VIA
Olga trascorse l’ultimo anno della sua vita
accanto alla Madre: il diploma di infermiera conseguito presso il Sovrano Ordine di Malta nel
1939 la rendeva particolarmente adatta ad assisterla durante la lunga convalescenza; la sua
straordinaria capacità di lavoro la metteva in
grado di badare a tutto e a tutte: «Io sono stata
eletta infermiera e segretaria della Madre - scriveva il 16 settembre - e così ho l’onore e la grazia di
starle vicina. Il Signore mi accontenta: prega perché ne sappia trarre profitto soprannaturale».
Fu lei a introdurre nella Congregazione l’uso
di chiamare «Mamma» la Superiora Generale.
«Vedeva nella Madre -attesta una Sorella- la
Mamma del Cielo, e voleva che avessimo anche
noi lo stesso concetto. Era un piacere passare le
ricreazioni insieme. Aveva sempre la Madre in
bocca; ci parlava dei suoi incontri; ci accresceva
il desiderio di viverle vicino per imparare ad
amare di più la Madonna, Gesù, la Chiesa. Era un
amore tutto soprannaturale il suo e tutto disinteressato. Leggeva le sue sospiratissime lettere dopo
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averle lasciate per ore sopra l’altare. Quando la
Madre arrivava, lasciava alle sorelle la gioia di
accerchiarla per prime, di parlarle, di sfogarsi. Si
schermiva con evidente dispiacere quando le dimostravo la mia riconoscenza per il bene che mi aveva
fatto: “Se ti ho fatto del bene, mi diceva, te l’ho fatto
col permesso di Mamma; a lei, non a me devi essere grata”. Era affettuosissima come la piccola
Teresa, ma mortificava tanto la sensibilità del suo
cuore che spesso per dominarla e nasconderla alla
Madre stessa, impallidiva visibilmente...».
Dalla corrispondenza dell’ultimo anno traspare
in tutti i modi la devozione tenerissima e le mille
premure d’ogni genere per la «Mamma», che
dovette spesso raggelare gli entusiasmi filiali di
Olga, per educarla alla rinunzia degli affetti anche
più soprannaturali e raggiungere quel totale spogliamento di sé che è il clima necessario del puro
amore, dell’«amore primo e profondo» che Olga
augurava alle altre nelle lettere.
Nell’udienza particolare concessa da Pio XII il
27 agosto del 1942 -fu l’ultima volta che Olga
vide il Papa per il quale avrebbe senza esitazione
data la vita- aveva avuto l’ardire di sussurrargli:
«Santo Padre, nel Vostro cuore che è il cuore della
Chiesa, io voglio essere l’amore».
Il 1° novembre si faceva audace a chiedere al
Papa «un Ostensorio modestissimo, che ci obblighi a pensare a Voi guardando Gesù».
74
Ai primi di marzo del ‘43 mise a rumore un
cinema di Mestre dove si proiettava il film Pastor
Angelicus, gridando al primo apparire del Papa:
«È Lui, Madre! Che gioia, Madre!».
Il suo ufficio di segretaria la obbligava a scrivere immancabilmente due volte la settimana a
tutte le casette vicine e lontane. Avrebbe voluto
scrivere più spesso e a lungo, e se ne scusava:
«Avrei materiale per una cronaca stupenda, ma
sono infermiera e tutto quel che volete, fuorché
segretaria. Così vuole Lui e io sono felice.
«Dovunque andrò con Te, mio Dio, ivi le cose
andranno come voglio io per Te» ha letto ieri
Mamma su S. Giovanni (della Croce).
Sbrigava la corrispondenza su una cassetta perché le Figlie della Chiesa sono negate ai comodi:
«Il lavoro in questi giorni è stato intenso anche
perché mentre la regola dell’ordine è “un posto
per ogni cosa, ogni cosa al suo posto” nella nostra
casetta generalizia “un posto è per cinque cose! e
c’è da perdere la testa a tenere tutto a posto. Nella
camera della Madre c’è Sacrestia, archivio, guardaroba, sala del... capitolo e a sera in una branda
da ufficiali ci dormo anch’io. Straricche di povertà non abbiamo paura nemmeno delle bombe».
La ricchezza della povertà aveva manifestazioni
mirabili. Per la festa dell’ Immacolata, nella piccola casa di Mestre dove c’era posto e si poteva provvedere soltanto per cinque persone, Olga organizzò
75
un pranzetto che, tra sorelle e bambini sfrattati, raccoglieva trentacinque commensali. Alla vigilia,
tutte le provviste si limitavano a mezza zucca, ma
il giorno dopo la Provvidenza si incaricò di allietare tutti. Olga trafficava con le cinque stoviglie tra la
tavola, la pentola e l’acquaio ed era felíce con i
poveri perché povera come loro.
In ogni lettera riferiva tutto di tutte, comunicava disposizioni, dava consigli, si interessava delle
più piccole cose, si preoccupava delle più umili
necessità, che lo stato di guerra rendeva a volte
drammatiche.
Placava le ansie di tutte, si manteneva in contatto con i suoi e dava ammonimenti e consigli per
risolvere problemi d’ogni genere con spirito cristiano; seguiva le amiche; reggeva le fila delle
attività delle Sorelle, dalla vendita di libri e opuscoli per diffondere la verità e la bontà e per procurare il necessario alla Congregazione, alla preparazione delle «calze» per la Befana.
Inseguiva con tenacia e trepidazione le tracce
di una vocazione, esultava per il formarsi, intorno
alle Figlie della Chiesa, di gruppi affiliati di
«Sorelle» e «Figli della Chiesa». Suggeriva il
modo come comportarsi con Cardinali, Vescovi e
Superiori religiosi e con i familiari delle Sorelle.
Trattava l’apertura di nuove case e l’acquisto
della grezza stoffa per gli abiti.
«La gaia cronista registrava avvenimenti
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importanti e trascurabili, palesi e segreti. Tutte
dovevano saper tutto; partecipare alla vita della
comunità come figlie di famiglia; contribuire di
cuore alla espansione della “chiesuola” e un istinto superiore che le veniva dal Dono del Consiglio
correggeva le apparenti imprudenze, elevava le
vicende piccole e grandi allo stesso piano soprannaturale della volontà di Dio, coloriva tutto di
semplicità».
Chi voleva rintracciarla doveva trovarla in
Cappella, ai piedi di Gesù, che alimentava i suoi
entusiasmi. Gli esercizi spirituali predicati dal P.
Gabriele le davano ali all’anima.
«La sua pietà eucaristica, come il suo apostolato, erano soffusi dei gaudi, dei dolori e delle glorie della sua dolce Mamma: li riviveva nell’orazione, li faceva rivivere con rappresentazioni
sacre nelle feste dell’anno liturgico, nei due cicli
annuali del Rosario e nei due mesi più strettamente di Maria.
Sempre, quando si trattava della Madonna, ma
in particolare in questi tempi e in questi giorni,
nessuno poteva trattenere il “gas di Olga” come si
diceva in comunità».
Il notissimo scrittore cattolico Igino Giordani
scrisse nel 1946 un articolo sulle Figlie della
Chiesa alle quali era spiritualmente unito fin dagli
inizi della Congregazione. Olga stessa riconosce
in una lettera, che Giordani aveva perfettamente
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capito gli ideali della Congregazione. «... Dà un
senso di conforto, -scriveva Giordani- come per
l’immissione di una brezza mattinale, l’incontrare, in mezzo al popolo, tra le altre creature votatesi a servizio di esso, le Figlie della Chiesa. Il
nome le definisce. Sono giovani donne che, in
silenzio, nell’ombra si son messe a dare un contributo per riportare Cristo tra gli umili.
La loro giovane istituzione, che il forte Patriarca
di Venezia anima e protegge, fiorisce all’ombra del
campanile, per aiutare, in tutti i sensi, l’azione parrocchiale. Nata com’è, spontaneamente, da un
grande amore della Chiesa, viene ad assolvere una
funzione, urgente e vitale, assunta da analoghe istituzioni in Belgio e in Francia e altrove, le quali da
sole basterebbero a testimoniare l’inesauribile ricchezza dell’apostolato cristiano.
Si tratta infatti d’una milizia agile e disciplinata, atta ad aiutare l’opera del clero, specie nello
sforzo di educare il popolo a comporsi in Chiesa,
a diventare corpo mistico, e a comportarsi nella
vita come membra del Cristo totale. Queste Figlie
della Chiesa educano le anime a sentire con la
Chiesa, a vivere nella Chiesa e ad agire nel mondo
come Chiesa. Mansione importantissima in un’epoca storica, in cui vitalissima s’è fatta la coscienza sociale, e della socialità ecclesiastica son divenuti assertori persino numerosi spiriti del protestantesimo, stanchi di individualismo.
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Le Figlie della Chiesa insegnano il catechismo,
diffondono per le case la parola del Papa e dei
Vescovi, spandono in mille modi la nozione della
fede, la cui perdita provoca lo smarrimento di larghi strati sociali. Promovendo l’azione della
Chiesa, che è un’azione educativa, assistenziale e
sacramentale, concorrono a favorire quelle condizioni individuali e familiari che permettono un
più libero afflusso della grazia di Dio nelle anime
e negli istituti, nel cuore dei figli e nel grembo
delle famiglie.
Rappresentano bene la Chiesa che circola: in
tram, in bicicletta, in treno, in barca, cercando i
figli degli uomini per ricondurli alla conoscenza
del Figlio di Dio; per rifarne figli della Chiesa e
rimetterli quindi a vivere nella carità e nella solidarietà, riaprendo i valichi all’amore, al perdono e
alla giustizia.
...Il loro posto è tra l’altare di Dio e le case
degli uomini: attingono e portano qui. Sono formate per questo sulle dottrine di San Tommaso
d’Aquino e di San Giovanni della Croce; e paiono copie di Teresa di Gesù messe a operare nel
mondo. Loro nutrimento è l’Eucarestia; loro godimento la liturgia; loro fondamento la meditazione.
Fanno ciò di cui più s’ha bisogno: tradurre la
mistica in sociologia.
...Se le volontà concorrono, il fermento di bene
portato da queste vergini della Chiesa di Cristo si
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diffonderà nelle case come fermento di rinascita,
d’epurazione e di bellezza spirituale, aiutando a
rifar di tutti, grandi e piccini, altrettanti figli della
Chiesa rimessi, con piena consapevolezza, a vivere la convivenza solidale del Corpo mistico, dove
le deficienze di ciascuno sono compensate dalle
preghiere e dalle benemerenze di tutti i fratelli, e
dalla comunione dei santi è promossa una ragionevole, evangelica comunione dei beni, distribuendosi per le membra dell’unico organismo l’unico sangue del Redentore.
Buon per noi, insomma, che in mezzo alla
nostra rissa circolano anche queste -come le
hanno chiamate- “carmelitane in bicicletta”, staffette della santità della Chiesa militante».
Il 17 gennaio 1942 Olga partecipò, con il brio
che animava le sue «cronache», la lieta notizia
della stesura delle Costituzioni delle Figlie della
Chiesa: «Contatti con Sua Eminenza il Patriarca1
per le Costituzioni. Il 2 dicembre con S. Bibiana è
arrivato a Mater Christi2 accompagnato da Padre
Giulio e Mons. Manzoni in gala. In salottino si
fermarono con lui la Ven.ma Madre, il Rev.do
Padre Nutrizio e, a faccia a faccia con S.
1
2
Card. Piazza, Patriarca di Venezia.
La casa di Mestre
90
Eminenza, anche la segretaria silenziosa. La casa
era in ordine perfetto e pronto era il rinfresco sui
fiocchi: pasticcini da Brindisi, budino, biscotti,
liquori, ecc. Fu gustato solo il moka perché dopo
un’ora e mezzo circa S. Eminenza partiva in fretta e pensate che appena la quarta parte era stata
riveduta. Conclusione: si doveva tornare noi in
Patriarcato verso la metà del mese. In un pomeriggio piovoso arrivo a Venezia e acquisto di un
bel mazzo di rose offerto a S. Eminenza che mi
indicò di posarle su una poltrona. La Madre era
sulle spine pensando che le 35 lire andavano sciupate; comprese il Patriarca... fece una smorfia,
prese il mazzo e, sventolandolo in basso come una
scopa, lo portò nella Cappellina. Durante la lettura il Padre Nutrizio con una certa importanza
stava in piedi vicino al Cardinale e voltava le
pagine; la Madre beatamente osservava sorridendo, contenta di ciò che la Chiesa faceva, pronta a
cedere, ma con l’occhio supplice nei punti delicati, come il restar povere dando tutto al Papa o ai
Vescovi... Dopo 3 ore di lavoro intenso, allietate
da un moka patriarcale, si decide di finire il giorno dopo. E così avvenne».
Il fervore dei pensieri e delle opere di Olga,
l’ardore della sua anima erano a volte appannati
da misteriosi patimenti di spirito, che superava
con sensibile fatica e con illimitato abbandono
alla grazia.
91
In quest’ultimo scorcio della sua vita Olga,
vicinissima alla Madre, ebbe modo di esercitarsi
tenacemente nella virtù dell’obbedienza, il cardine della vita spirituale di una religiosa e la sua
virtù morale più eccelsa.
Il peccato entrò la prima volta nel mondo nella
scia della disobbedienza di Adamo al comando di
Dio: da allora, l’obbedienza è la più rigorosa
misura della fede e dell’amore.
S. Paolo sintetizza tutta l’opera della salvezza
compiuta dal Figlio di Dio fatto uomo in un’opera di
obbedienza: «Come per la colpa di uno solo ricadde
su tutti gli uomini una condanna, così per l’opera di
giustizia di uno solo perviene a tutti gli uomini la
giustificazione che dà la vita. per la disobbedienza di
un solo uomo gli altri furono costituiti peccatori, per
l’obbedienza di uno solo gli altri sono costituiti giusti» (Ai Romani 5,18-19).
Gesù fu l’Obbediente: «Entrando nel mondo,
egli dice... Ecco che io vengo per fare, o Dio, la tua
volontà» (S. Paolo, agli Ebrei 10, 5-7). La volontà
del Padre fu il suo nutrimento: «Il mio cibo è fare
la volontà di colui che mi ha mandato e portare a
compimento la sua opera» (Giovanni 4, 34).
All’alba dell’Evangelo, il primo esempio di
virtù fu quello della Vergine Madre del Figlio di
Dio, che rispose all’Angelo dell’annunzio «Ecco
l’ancella del Signore, mi accada secondo la tua
parola» (Luca 1, 38): la sua obbedienza guarì,
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«richiuse ed unse» dice Dante3, la piaga aperta
della disobbedienza di Eva.
L’obbedienza macera lo spirito della creatura
umana e, lungi dall’essere una costrizione subìta
o una sottomissione passiva, è un atto di stupenda
libertà, perché è spontanea offerta. È macerazione
perché è abdicazione alla propria volontà che,
ferita dalla prima colpa, insorge senza stancarsi.
La virtù dell’obbedienza, infatti, è conquista di
ogni giorno, di ogni istante, perché in ogni nostro
pensiero, parola e gesto, c’è un primo moto di
autonomia e di ribellione.
Olga aveva identificato lucidamente la parte
più debole di sé: «Pregate perché io diventi più
obbediente, perché non conosco i limiti giusti.
Sapete che è il mio debole». «Pregate perché mi
converta e abbia più luce sull’obbedienza».
«Nell’ultimo anno -scrive la Madre- apparvero
a vista di tutte gli aspetti angolosi del suo carattere, specialmente la sua marcata tendenza all’ insubordinazione. Anche prima, quando un ordine non
coincideva coi suoi punti di vista o, per le mie
amnesie, contraddiceva a un ordine precedente,
impallidiva, e qualche volta si lasciava sfuggire
3
Paradiso XXXII, 4-6
93
una reticenza, ma il moto primo involontario
veniva subito annientato da un’obbedíenza perfetta e castigato da un’umiltà che commoveva».
L’unica lettera della Madre da lei conservata
diceva: «Rinnovati interiormente in un’obbedienza più generosa, o, meglio, più costante. La tua
generosità ha dei momenti di sosta interiori.
Continui a obbedire all’esterno, ma nell’intimo
pullulano motivi e ragioni che poi affiorano in
reticenze rivelatrici e penose per la tua povera
mamma costretta a comandare in vista dell’opera.
La Madonna renda possibile, con la grazia del
suo Gesù, ciò che sembra impossibile alla povera
natura. Nel suo dolce amore».
La perfezione non nasce con noi e la santità è
la storia dell’incessante lavorio della grazia in
un’anima che ogni giorno ha il coraggio di ricominciare da capo a vigilarsi e a vincersi.
In molte occasioni Olga aveva dato saggio di
generosa obbedienza, come quando a Mestre, nel
1941, durante un bombardamento, era stata per
due ore tremante, ma immobile al posto fissato
nel rifugio dalla Madre e che, a suo giudizio, non
era il più sicuro.
Recatasi una volta a Napoli da Ischia, affrontò
un bombardamento sul piroscafo per non trattenersi in città oltre il tempo che le era stato concesso.
Tornata nella sua amata isola del fuoco per una
breve visita sulla fine di settembre, nel 1942, pur
94
desiderando ardentemente di incontrare Mons.
Scotti, non lo cercò perché la Madre le aveva permesso di parlargli soltanto nel caso in cui
Monsignore fosse venuto in casa per la comunità.
Negli esercizi spirituali del 1942 e nei ritiri del
1943 martellò il chiodo dell’obbedienza:
«Curare la sensibilità dell’obbedienza.
Obbedienza cieca. Non suggerire mai nulla di
nuovo.
1° Venerdì, novembre 1942: Obbedirò cieca mente, prontamente, fortemente, senza dire il mio
parere.
Mi noterò tutte le piccole obbedienze.4
1° Venerdì, gennaio 1943. Confidenza e obbe dienza, cioè amore verso Dio e verso il prossimo.
1° Venerdì, febbraio 1943. Obbedienza confi dente e generosa.
1° Venerdì, marzo 1943. Obbedienza pronta, com pleta, ilare. Ricevere le obbedienze in ginocchio.
Marzo. Non aggiungere il mio parere. Non
desiderare nulla: né case, né Sorelle, né
Superiore.5
Olga diffondeva fra le Sorelle questo breve canone dell’obbedienza: «Le Figlie della Chiesa non
4
5
Cioè le minime cose che doveva fare per ordine della Superiora.4
Cioè accettare qualsiasi destinazione, in qualsiasi compagnia.
95
fanno neppure il bene senza permesso, perché solo
chi obbedisce opera con purezza per la Chiesa».
Il programma essenziale era: «Orario, ordine,
obbedienza». E diceva: «Vedrete che l’obbedienza è gioia».
La grazia l’aveva ormai maturata e Olga, nei
disegni di Dio, era pronta per l’ultima vittoria sull’ultimo nemico.
LA COLOMBA IN
CROCE
Il Figlio di Dio
«svuotò se stesso
prendendo forma di servo,
diventando simile agli uomini.
E apparso in aspetto di uomo,
si umiliò ancor più
facendosi obbediente fino alla morte,
alla morte in croce».
(S. Paolo ai Filippesi 2,7-8)
«Lui, nei giorni della sua vita mortale avendo
innalzato preghiere e suppliche con forte gemito e
lacrime a Colui che poteva liberarlo da morte, ed
essendo stato esaudito per la sua pietà,1 imparò,
quantunque Figlio, per i patimenti sofferti l’obbedienza, e, reso perfetto, divenne per tutti coloro
che l’obbediscono causa di salvezza eterna» (S.
Paolo, agli Ebrei 5, 7-9).
La morte infatti entrò nel mondo con il peccato,
come il peccato era entrato con la rivolta dell’uomo.
1
96
Gesù, infatti, trionfò sulla morte.
97
Fin dai primi anni, Olga aveva sofferto in
modo particolare per insistenti e acuti dolori di
testa. Verso la fine di marzo del 1943 apparve alla
Madre e alle Sorelle stranamente affaticata, insolitamente lenta e rigida nei movimenti.
Una quindicina di giorni prima che si manifestasse in tutta la sua «virulenza il male terribile che
doveva vincerla, parlando con una consorella della
virtù di alcune loro compagne, lamentò la sua
pochezza: È proprio una vergogna, specialmente
per me che vivo così vicina alla Madre. Chissà
come la faccio soffrire! A volte pensandoci provo
una pena acutissima. Sento bisogno di essere umiliata, pestata. Ci vorrebbe una mano di ferro che
scuotesse questa mia natura tremenda e mi riducesse a essere più generosa.
Però, continuò rasserenata e quasi illuminandosi, ho trovato un bel punto nel Battisti.2 Leggilo
anche tu quando tornerai a Mater Purissima .3 È il
commento al terzo Notturno della seconda domenica di Quaresima e tratta della lotta di Giacobbe con
l’Angelo. La conclusione, soggiunse con ardore e
sicurezza, vedrai che è per me. E la ripetè alla lettera: «Quando Dio non può vincere la sua creatu-
2
3
Autore di un Breviario tradotto per i fedeli.
La casa-asilo di Trivignano di Zelarino (Venezia).
98
ra nella volontà che Egli rispetta sempre, l’assale
nel corpo, come l’Angelo toccò il nervo di
Giacobbe. Le malattie, le croci, le pene, sono i
tocchi di Dio che vuol vincere per amore.
Sì, riprese, il Signore con me farà così.
Visto che non so domarmi, mi domerà Lui e mi
prenderà da questa parte».
Il 25 marzo respirò come ossigeno le parole
della Madre: «Figliole, la nostra santità, la nostra
missione sulla terra sta tutta dentro a un piccolo
sì: il sì della mente che onora il Padre, il sì delle
labbra che onora il Verbo, il sì del cuore che onora
lo Spirito Santo. Il sì di Maria ha glorificato la
Trinità e ha salvato il mondo».
Il 28 marzo, terza domenica di Quaresima, Olga
si accasciò a lato della Madre durante la Messa parrocchiale. Era disfatta, madida di sudore e con gli
occhi striati di sangue. Il male fu diagnosticato con
esattezza soltanto dopo una terza visita medica:
meningite, una delle malattie più spaventose, che
distrugge nel corpo e nella mente. Era la sera del 2
aprile 1943, primo venerdì del mese.
Fu necessario ricoverarla in ospedale, ma Olga,
per amore all’obbedienza e alla povertà, non accettò se non dopo l’esplicito permesso della Madre.
Prima di essere trasportata con l’auto-ambulanza
volle che le si lavassero i piedi per l’Estrema
Unzione. Fu accolta nel reparto «isolamento»,
destinazione che per un ammalato è già un incubo
99
terrificante. Durante la prima notte non fece che
dire s ì, un sì con tutta se stessa, di tutta se stessa.
Per sette giorni restò ricoverata e, mentre il corso
della malattia la travolgeva di ora in ora, di ora in
ora Olga bruciava le tappe della sua ascesa.
La seconda notte affidò il suo testamento spirituale alle Sorelle: «obbedienza senza codette»
cioè senza discussioni o attenuazioni: «l’obbedienza della mente che onora il Padre, l’obbedienza delle labbra e delle opere che onora il
Verbo, l’obbedienza del cuore che onora lo Spirito
Santo», disse segnando con la croce tre volte una
sorella, ripetendo l’ultima lezione della Madre:
«Obbedire, morire, obbedire».
L’anima «domata» dalla malattia, ma libera in
Dio, si librava nell’ultimo volo.
La meningite l’aggrediva nei nervi, nel collo
diventato rigido, al torace. «Mi pare che la testa si
spacchi e sto pensando ai poveri soldati feriti al
cervello. Poveretti! Offro per loro il mio patire».
Quando, dopo un consulto, si seppe che non
era possibile neppure la più audace speranza di
guarigione perché si trattava di meningite tubercolare, Olga fu nella perfetta gioia: «Sono contenta, Madre! Preghi solo che Gesù mi dia forza».
La malattia implacabile non le dava un istante
di tregua e quando ricevette la visita della
mamma, con la sorella e il fratello, pregò per
avere pochi momenti di riposo per non impressio100
narli e addolorarli, poi ricadde negli spasimi.
«Olga, sforzati di socchiudere un po’ le palpebre, prova a quietarti un po’» le diceva la Madre
quasi supplicando e Olga accettava la esortazione
come precetto d’obbedienza: faceva sforzi disperati per chiudere gli occhi, tanto che la Madre
dovette ordinarle di lamentarsi senza ritegno.
Non era ansiosa neppure di conforti spirituali
da parte di un sacerdote che la conosceva da anni:
«A me basta il Cappellano dell’ospedale».
La preghiera le fioriva sulle labbra con frasi
mozze, completate in fondo all’anima, dove lo
Spirito Santo pregava e gemeva per lei.
Rinnovò i voti religiosi e completò la sua
offerta, presentando al Signore il suo calice amaro
per il Papa, per il Cardinale protettore, per i
Vescovi, per la santità dei sacerdoti, per l’unione
dei separati e degli uniti, per i soldati, per le
mamme, per i peccatori, per i comunisti.
Il respiro della sua anima di Figlia della Chiesa
era il respiro stesso della Sposa di Cristo: il suo
cuore si allargava secondo le dimensioni
dell’Amore, che è senza misura. Si offriva con
Gesù sulla croce, con la Madre di Gesù ai piedi
della croce, perché la croce è l’ultima sapienza
dell’Amore.
Confessò di essersi offerta ad Ischia per la
Madre e per la sua opera e chiese perdono di averlo fatto senza permesso.
101
Per esplorare ancor meglio la malattia furono
necessarie tre dolorosissime punture lombari. Alla
prima, era rimasta immobile, con gran meraviglia
del medico; alla seconda, si era inconsciamente e
spaventosamente contorta; alla terza svenne.
«Mamma di Gesù Amore
donami il suo dolore»
aveva imparato a dire: e questa volta il dono le
era stato concesso. Le grazie di Dio sono comprese e apprezzate soltanto dalle anime che si
sono abbandonate a tutti i misteri della grazia.
«Obbedienza, obbedienza, obbedienza» fu
ancora il suo testamento, e alla Madre: «Amore».
Dopo un assalto violentissimo del male, aveva
supplicato: «Madre, mi permetta di morire!» e ne
ebbe in risposta il permesso di patire per la Chiesa
e per il mondo.
Nei tre interminabili giorni di delirio la sua
anima era tutta negli occhi pieni di sangue, ed
ebbe un volontario sussulto soltanto per proteggere la sua delicatissima purezza, quando l’infermiera, credendo che ciò fosse lecito per un corpo
ormai inerte e distrutto, la trattava con una certa
libertà.
Alla sua mente devastata affioravano gli assilli dell’obbedienza e dell’amore: «Pronte, siete qui
tutte: la campanella è suonata... Fate ordine, venite, è la festa della Madre... Presto: due dolci per
102
ciascuna e un po' di tutto per ogni sorellina...».
Il trapasso fu senza scosse: l'abbraccio crudele
del dolore si era dissolto nell'abbraccío di dolcezza della Mamma del Cielo:
«Avvertimmo qualche cosa di celeste nei due
crepuscoli della sua intelligenza e della sua vita
che ci strinsero tutte attorno al suo letto col
Sacerdote.
Dopo il primo non udiva quasi più: rispondeva
a monosillabi, saltuariamente alle Litanie dei Santi;
le ultime preghiere della “Raccomandazione dell’anima” erano finite; la tenue fiammella pareva li
li per spegnersi.
«Manca una cosa» sussurrò a palpebre chiuse,
impercettibilmente.
Noi ci eravamo sempre intese per comunicazione spirituale più che per simpatia sensibile e io
intonai col pianto in gola la Salve Regina.
Il volto della delirante teso nello sforzo dell'estremo desiderio si spianò, le labbra seguirono
visibilmente la cadenza gregoriana, che si diffuse
in quel luogo di dolore come un'onda di consolazione e si spense con le invocazioni finali, estre
mi sospiri dell'esule figlia verso la Madre di Dio
intravvista nella Patria...
Poi non si ravvivarono più».
La Madre volle che la sua figliola tornasse
nella nuova casa di Mater Cbristi in via Carducci
103
a Mestre. Era il sabato 10 aprile, festa della Beata
Maddalena di Canossa. Olga tornava nella casetta
dei suoi voti religiosi per entrare definitivamente
nella sua casa del Cielo.
Colmata dalla Chiesa di tutti i suoi doni di grazia, fino al sacramento dell’Olio santo che, «corrobora il tempio di Dio» che è il nostro corpo,
diventata «immagine dei dolori di Gesù» come
aveva scritto nel suo libretto di note spirituali,
stringendo al cuore una statuetta della Vergine
benedetta ripetutamente dal Papa, mentre il
Sacerdote, la Madre, le Sorelle, invocavano tutti i
santi del Paradiso e supplicavano con i titoli più
gloriosi e teneri la Mamma del cielo, dagli occhi
di Olga caddero due lacrime: le prime di tutto il
suo patire, le ultime di tutta la sua vita.
Poi, l’estremo anelito.
Erano le 23,35 della domenica di Passione.
Aveva trentatrè anni circa: «A me piacerebbe
morire all'età di Gesù» aveva confidato dieci anni
prima a un'amica.
La salma fu composta nella semplicità e nello
splendore della veste religiosa bianca, dinanzi al
Santissimo Sacramento, dove era sempre stato il
posto di Olga. Si accorreva a vederla trasfigurata
nella pace di Dio.
Il martedi di Passione fu chiusa in una povera
cassa di abete. Il funerale fu povero, ma al segui104
to c’era la ricchezza di Dio: i sacerdoti, le religiose, i bambini, i poveri e gli sfrattati.
Prima di essere affidata alla terra si dovette
aspettare il tempo di un Rosario, concluso, durante l'inumazione, dai canti della gioia di Maria e
della Chiesa: «Magnificat anima mea Dominum...
Laudate pueri Dominum».
Non era giusto piangere dove era sbocciata per
sempre la gioia.
105
EPILOGO
Le creature di elezione, anche quando sono
rapite presto alla vita terrena, hanno un misterioso potere di attrazione e, all’apparenza sterili,
restano in realtà soprannaturalmente feconde.
Quando Olga morì, l’Opera alla quale aveva
dedicato meno di cinque anni della sua vita era
ancora agli inizi; il contributo dato da lei viva
sembrò molto scarso e, a giudicare superficialmente, si poteva dire che tutte le opere da lei iniziate si disperdessero, senza concludere nulla.
Fra le ultime notizie da lei date alle Sorelle
c'era questa: «Forse avremo una succursale a
Mestre: Mater Admirabilis ». Nei primi giorni
della malattia la Madre le disse: «Olga, se la
Madonna fa il miracolo, sarai la superiora di
Mater Admirabilis. Se invece andrai in Paradiso,
fonderai Mater Admirabilis lassù e nessuna casetta sulla terra avrà questo nome».
E Olga ripeteva spesso, felice: «Vado a
MaterAdmirabilis, a Mater Admirabilis!».
Nessuna casa delle Figlie della Chiesa ha infatti avuto mai più questo nome.
106
«Mater Admirabilis»
Immagine venerata dalla Fondatrice
e da Suor Olga
Affresco nel Convento delle Suore del S. Cuore
a Trinità dei Monti, Roma
Viva il buon Dio, che Aquila Divina, è piombato sulla piccola Figlia della Chiesa, l’ha ghermita e
portata lassù dove ella potrà guardare la Mamma
lasciata sulla terra e le sorelline che tanto amava,
seguirle di momento in momento, strappando a
Gesù grazia e aiuti che le conducano per la via loro
tracciata e vi camminino con passi di gigante in
attesa di volare dietro l’Aquila divina» (Mons. Scotti,
alla Fondatrice in morte di Olga).
La Congregazione delle Figlie della Chiesa è oggi
presente a Roma e in varie Diocesi d’Italia, a Lourdes,
a Madrid e a Fatima; in America Latina (Bolivia,
Colombia, Brasile, Ecuador), in India.
«Io sono come olivo frondoso
nella casa di Dio»1.
Grazie, Signore, di questa nostra Sorella,
perché oggi ricorda a tutti noi che la nostra vita
aspira ad andare oltre se stessa verso il misterioso richiamo del tuo amore.
Ciò che conta veramente non è il possesso, il
dominio sugli altri, ma l’obbedienza al tuo disegno, la gratitudine per i tuoi doni, la generosa
sopportazione del dolore, la vicinanza gratuita
a ogni fratello, la speranza nella vita che Tu ci
doni oltre la morte.
1
Salmo 32,10.
108
PREGHIERA
per la beatificazione della Serva di Dio
OLGA DELLA MADRE DI DIO
O Signore, che ti compiaci di glorificare gli umili, concedi tale favore alla
tua Serva fedele, accordandoci la grazia che ti domandiamo. Amen
L’inchiesta sulle virtù e fama di santità di suor
Olga - avviata a Venezia dal beato Giovanni XXIII,
allora Patriarca (1956) - prosegue a Roma presso la
Congregazione dei Santi; si attende ora il Decreto
pontificio sull’eroicità delle virtù.
Alla Postulazione pervengono numerose segnalazioni di grazie e favori attribuiti all’intercessione
di suor Olga Gugelmo.
Chi per intercessione della serva di Dio ricevesse
qualche grazia è vivamente pregato di darne relazione
alla Postulazione della Causa, Viale Vaticano, 62 00165 Roma
109
INDICE
P resentazione
5
Prefazione
7
I primi anni
11
La maestrina
17
Finalmente la via
26
I primi passi nella gioia
32
L’offerta di sé
38
La casetta fra le rose
52
Un anno di fuoco
60
A grandi passi nella via
73
La colomba in croce
97
Epilogo
110
106
111
Finito di stampare 15 aprile 2004
Giovedì in albis
Stampa: Group River Press - Roma
112
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Testo libro Olga - Figlie della Chiesa